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Dunque, negli ultimi giorni circola (in seconda e terza pagina) la notizia che vedrebbe il presidente polacco togliere l’onorificienza a V. Zelensky in seguito al fatto che quest’ultimo ha intitolato una unità militare all’UPA (Armata Insurrezionale Ucraina) che si coprì di crimini durante l’ultimo conflitto mondiale, a danno degli stessi polacchi. Il caso di per sè è imbarazzante, produce clamore inedito nella misura in cui è la prima vera crepa nel “muro orientale” contro la Russia che dai paesi baltici arriva sino al mar Nero: ad accomunare tutti il sentimento storico antirusso di tutte le nazionalità che vi rientrano (…). I mezzi di informazione comprensibilmente cercano di dare meno risalto possibile al battibecco in questione per l’appunto per non indebolire l’idea del fronte compatto creatosi in questi anni contro Mosca. Il caso tuttavia è di per sè illuminante……..un minuscolo episodio rivelatore che consente di aprire un brevissimmo excursus storico/riflessione sull’argomento.
Orbene (prestare attenzione): si parte da lontano, da ben prima di quel grande contenitore di popoli che, oltre 100 anni fa, era la Russia imperiale zarista. Condensiamo secoli di storia politico/militare in una manciata di righe, step by step…………abbiamo nel cuore dell’Europa orientale – a partire dal tardo medioevo – una grande potenza del suo tempo, ossia la “Confederazione lituano/polacca”: al suo vertice i sovrani di Polinia, ma soprattutto il Sejim un potente parlamento (pre-moderno, ma modernissimo per la sua epoca). Questa entità non era formalmente un “impero” (la chiamano infatti “Confederazione” o “Commonwealth” nella bibliografia in lingua inglese), tuttavia sotto certi aspetti assumeva de facto tale ruolo: per la precisione nella sua espansione territoriale verso oriente arrivò ad inglobare gli odierni territori corrispondenti a Ucraina e Bielorussia, ritrovandosi pertanto con milioni di sudditi di origine slavo orientale e di fede ortodossa (notare che in era ante moderna, ucraini e bielorussi erano catalogati sommariamente come “ruteni”. Le identità nazionali ancora non erano sorte). Insomma, un grande “magma” indigeno da integrare nella cultura dominante (quella polacca ovvero): col passare del tempo vennero quindi promosse lingua e fede cattolica come pilastri portanti di un processo di “polonizzazione” dei ruteni, a partire dalle classi dominanti a livello locale (massima parte dell’aristocrazia bielorussa parlava polacco e per quanto riguarda la religione si creò persino la chiesa UNIATE, che in ottica politica doveva costituire uno stadio di passaggio tra l’ortodossia e la chiesa cattolico romana, alla quale tutti prima o poi sarebbero dovuti essere riconvertiti. Un processo di conversione culturale di grandi proporzioni insomma, finalizzato a trasformare – col tempo – i ruteni in sudditi polacchi, solo più ad est.
La storia tuttavia è conflitto di imperi e il conflitto non concede tempi troppo lunghi: il processo di polonizzazione appena descritto si interrompe bruscamente all’avanzare di un temibile avversario che avanza inesorabilmente da oriente……lo zarato di Russia (che presto si evolverà nello stato imperiale zarista). lo zarato di Russia (ai tempi del padre di Pietro il Grande) avanza dunque e inizia l’opera di assorbimento dell’areale ucraino ai danni della confederazione polacca. Sorvolando per ragioni di spazio ogni singolo evento della serie, si può dire che dalla metà del 17° secolo il trend cambia radicalmente: l’espansione polacca ad est è fermata e inesorabilmente Mosca inizia, all’inverso la sua marcia da oriente verso occidente, tranciando ed assimilando brandelli di territorio che era stato polacco (insomma le posizioni si invertono ed ora è la Polonia a dover retrocedere di generazione in generazione). L’operazione era facilitata dal fatto che il territorio “polacco” era in realtà abitato da ruteni (progenitori di ucraini e bielorussi), pertanto Mosca poteva presentarsi come “liberatrice” dei popoli ortodossi contro la dominazione cattolica di matrice polacca (lo farà per centinaia di anni infatti, fino ai Balcani sottomessi agli ottomani nel XIX sec.).
Con questa dinamica arriviamo sino al termine del XVIII secolo: tra il 1772 e il 1795 lo stato polacco cessa di esistere per implosione interna (diciamo così, lo spazio è poco per spiegare) e le tre potenze circostanti – Austria/Prussia/Russia – ossia l’alleanza delle tra aquile vi si avventa sistematicamente, spartendosene le spoglie. Il punto è che la Russia imperiale praticamaente incamera nel giro di un secolo e mezzo soltanto (poco secondo il metro storico) una fascia di territorio molto grande e soprattutto già civilizzata (non in senso russo/ortodosso): gli zar di Russia si ritrovano a governare non soltanto i russi, ma anche i ruteni appena liberati (che diverranno “piccoli russi”), e pure i loro dominatori polacchi (!) che si ritrovano loro malgrado ad essere sudditi di San Pietroburgo ora capitale imperiale, per non parlare delle ingenti minoranze ebraiche (senza parlare poi del Baltico quasi per intero globato nel giro di meno di 100 anni).
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Orbene, terminato l’excursus in alto……cosa succede arrivati alle soglie del 900 ? Cosa accade che ci porta sino ai nostri giorni e che riguarda la notizia del giorno ? Succede che la situazione si complica all’inverosmile: tra 800 e 900 si inaugura l’era dei nazionalismi, degli identitarismi etnici. A questo punto il potere centrale non deve più vedersela solo con minuscole minoranze riottose ed orgogliose (aristocratici polacchi ad esempio, stereotipo romantico), ma con movimenti popolari di massa, sempre più organizzati e violenti. Il 1917 è la CORNUCOPIA del caos: la grande casa zarista si smaterializza in un attimo liberando un sostrato complesso fatto di equilibri recenti e remoti (una sovrapposizione/amalgam di elementi che ricorda gli strati geologici) di questioni mai risolte. Per quanto concerne la fascia ucro-polacca cosa significa tutto questo in concreto ? Significa che improvvisamente si formano 2 entità indipendenti…..il primo stato polacco e il primo stato ucraino nella storia, sanciti dal congresso di Versailles del 1919. L’equilibrio tra questi due popoli “liberati” dal giogo zarista – e che quindi in teoria dovrebbero essere avvicinati dalla comune dominazione – NON è semplice tuttavia: questo perchè lo spirito di fratellanza è del tutto assente…….ognuno è tornato libero sì, ma non animato da ideali democratici quanto da un fervido spirito nazionalista, chi per un verso chi per l’altro (la cosa non dovrebbe nemmeno stupire su un piano psico-sociologico: gli stati nazionali si fondano su un profondo sostrato identitario/nazionalista, per forza di cose, e incanalare tutto questo in una direzione “democratica” e pacifista non è scontato nè tantomeno automatico. Pilusdki poi – primo capo di stato di Polonia – è un caso ancor più complesso, nel senso che il personaggio non è un semplice “nazionalista polacco”, ma un “grande-nazionalista” nel senso che teorizzava il grande stato federale multietnico con la Polonia a capo (differenza sostanziale tra “piccola nazionalismo” etnico, e “grande nazionalismo”). Per farla brevissima accade che PILSUDSKI ha una visione più grande della propria patria che non lo staterello indipendente e democratico sancito a Versailles essenzialmente allo scopo di separare e umiliare i due imperi rivali (Germania e Russia): Pilsudski sogna il proprio “impero/confederazione”…….sogna di ricreare quella Polonia allargata, “imperiale” dei secoli addietro (che abbiamo descritto sommariamente). Insomma abbiamo a che fare con una Polonia che malgrado sia stata inglobata per oltre un acentinaio di anni dagli zar….conserva non soltanto un forte identarismo polacco (il che è normale), ma che racchiude ancora in sè una scintilla di spirito imperiale e quindi volontà di espansione ad est che era stato dei sovrani di Polonia tanto tempo prima (il progetto
“Intermarium” di Pilsudski vorrebbe realizzarla di nuovo). In concreto le forze armate polacche intervengono nella guerra civile RUSSA (altro caos): entrano in Ucraina – ora indipendente, ma fragile e traversata dalla guerra civile – con l’intento di annetterne buona parte. Il piano fallisce, l’armata polacca dovrà ritirarsi di fronte all’avanzata dell’armata rossa bolscevica determinata a punirli (che prenderebbe poi anche la Polonia se non fossero sconfitti alle porte di Varsavia (siamo nel 1920).
La guerra civile termina, e il progetto di Pilsudski viene accantonato definitivamente, accontentandosi la Polonia della semplice indipendenza ottenuta e lasciando stare per il momento sogni di grandezza: quello che resta tuttavia è che la nazione polacca e quella ucraina non sono esattamente “sorelle”. La disintegrazione dello stato russo/zarista ha fatto riemergere il marcio che covava da mezzo millennio prima forse……nel senso che polacchi ed ucraini riprendono a combattere tra loro: il nazionalismo visionario ed espansioniasitco polacco non deve più vedersela solo col proprio omologo russo……ma ora anche con quello popolare ucraino (etnico), ancor più difficile da gestire.
POLONIA – UCRAINA: FRATERNI “ALLEATI” CONTRO MOSCA CAP. 2 (prima di uccidersi l’un l’altro)
Spieghiamo un po di storia………..
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Dove eravamo arrivati ?
Dopo aver ripassato 5 secoli di avvenimenti in 5 minuti di lettura (mi scuso con gli specialisti, ma non si poteva fare altrimenti), siamo giunti al nostro caro 900, così ben conosciuto: la prima guerra mondiale è conclusa e gli imperi di tutta Europa sono dissolti come neve. Quello zarista primo tra tutti, ancora a guerra in corso, liberando l’intera galassia viva che celava al proprio interno….come se fosse solo una custodia nominale: ed in effetti dal vaso di Pandora esce di tutto ed anzi si rimettono in moto dinamiche antiche, odi e ripicche remote e mai sopite, ma semplicemente celate nella profondità della “custodia” suddetta. Super-stati come la Russia imperiale erano scatole cinesi del resto, si dovrebbe sapere.
Rinascono come stati indipendenti, dotati di costituzioni e principi democratici, l’UCRAINA e la POLONIA. Quest’ultima ritorna ad essere stato sovrano dopo oltre 100 anni, mentre la prima stato sovrano non lo era stato mai (è proprio una creazione della modernità, dato che se non fosse stato inglobato dalla Russia lo sarebbe stato dalla Polonia, come si è visto nel capitolo 1 dell’intervento. Analogo alla Finlandia: prima della “dominazione russa” tanto odiata…c’era la dominazione svedese). Emerge immediatamente un piccolo/grande problema: la cultura politica polacca – tale psiche collettiva – malgrado generazioni in assenza di uno stato nazionale indipendente, non soltanto ha mantenuto un’identità nazionale……ma ha mantenuto un’identità “imperiale” (si intende quello spirito sovra-nazionale che caratterizzava la Confederazione polacca, che al suo tempo era un super-stato, una potenza). L’identità nazionale polacca nasce quindi nel 1919 – all’indomani del congresso che mette fine al primo conflitto mondiale – con un vizio di fondo: non è la creatura cristallinamente democratica che si supponeva fosse, ma un’entità che riprende la filosofia di potenza dei secoli passati. Detta senza paroloni: buona parte dell’elite polacca dell’epoca non si accontentava della ritrovata libertà……voleva molto di più, voleva indietro l’antica potenza di 200 anni prima (detta breve). Come abbiamo visto, Pilsudsky – primo presidente e padre dello stato polacco contemporaneo – incarnava alla perfezione questa visione: teorizzava uno spazio di influenza polacca ad est denominato “Intermarium” tutto a danno dell’ex impero zarista approfittando che non poteva tutelare il proprio interesse di confine. I bersagli favoriti di tale visione ? Bielorussia, Lituania, Ucraina. Quest’ultima è il boccone più grande: si tenta di incamerarne una parte approfittando della guerra civile bolscevica e, ma senza successo (si dovrà infine sostituire Pilsudski con un governo più moderato e pacifista). L’episodio si chiude in fretta, effimero, ma sarà notato da parte russa ed ucraina: l’elite polacca era ancora portatrice di un’idea imperiale (mito della “grande patria”) che aveva tentato di sfoderare al momento giusto ovvero nel momento di massima fragilità di Russia e Ucraina al fine di incamerare eventualmente parte di quest’ultima. Per sintetizzare nel modo più semplice: il nazionalismo polacco osteggia il nazionalismo russo in Ucraina…….nella misura in cui si pretende (inconfessabile) che sia la POLONIA ad avere l’Ucraina come area di influenza, strappandola a Mosca (due imperialismi opposti).
I tempi però, come la storia insegna, erano cambiati: non ci sono solo più soltanto i due litiganti storici (Russia e Polonia), ma anche gli ucraini stessi….il cui nazionalismo è ormai emerso in modo violento. Si tratta di un nazionalismo non cosmopolita, sovranazionale (imperiale, insomma il mito della “grande patria”) come nella tradizione storica russa o polacca, ma qualcosa di antropologicamente differente: abbiamo a che fare con un nazionalismo ETNICO, meno visionario, assai più “tribale” (nativista si direbbe), e intollerante contro l’elemento alieno. L’Ucraina indipendente del congresso del 1919 avrà vita breve in quanto sarà riassorbita dall’Unione Sovietica, ma la sue schegge ultranazionaliste sopravvivono e faranno parlare di sè più avanti. Passa il periodo tra le due guerre e si arriva al cruciale anno dell’invasione della Polonia: quando si mette in moto l’armata rossa (19 giorni dopo quella germanica) si nota con scalpore, a livello internazionale, che molti cittadini non polacchi della Polonia (ebrei, ucraini, bielorussi) accolgono favorevolmente l’ingresso russo (cosa che fa pensare su come le autorità nazionali polacche si comportassero realmente nei confronti dei non-polacchi): forse l’unico momento in cui un movimento partigiano ucraino supporta un’avanzata russa (…). Se questo può sembrare strano allora è nulla in confronto all’intreccio di quel dramma che sarà l’operazione BARBAROSSA (si spalancano di nuovo le porte di un labirinto sanguinoso di interessi, trame e inganni che tracciamo di seguito in breve): i nazisti in avanzata promettono, o danno ad intendere, mari e monti alle etnie non-russe dell’URSS europea, cercando di passare per liberatori dal gioco staliniano (sebbene in realtà non intendano concedere alcunchè, facendo esclusivamente l’interesse germanico e del futuro grande Reich) ; i sopracitati sovietici non-russi (baltici, ucraini, etc.) vi credono anima e corpo, collaborando immediatamente e facilitando deliberatamente i peggiori crimini di guerra che le forze germaniche in avanzata potessero commettere lungo il cammino (l’antisemitismo ucraino vedrà un’ascesa da uguagliare a momenti le SS stesse, sul piano morale anche se non su quello organizzativo). I nazionalisti ucraini si trovano nella situazione più enigmatica: al pari dei baltici danno il benvenuto alla Whermacht…….ma si accorgono ben presto che a differenza dei baltici (considerati grossomodo assimilabili), l’ethnos ucraino è comunque parte del macro-insieme slavo orientale che Hitler intende annientare in blocco (non importa siano antirussi o meno: in quanto slavi orientali, gli ucraini rientrano nei piani di “glebizzazione” razziale nazista). Viene quindi meno l’alleanza con l’invasore germanico……..che tuttavia NON comporta un riavvicinamento al padrone sovietico: il movimento partigiano ucraino che nasce si chiama UPA (armata insurrezionale ucraina, 1942) non collabora (ed eventualmente combatte) i tedeschi, ma malgrado tutto continua a combattere i sovietici (sono in guerra con ENTRAMBI al tempo stesso in pratica: “nazisti invasori, bolscevichi invasori” dal punto di vista nazionalista ucraino). Quando si vede che ormai le sorti del conflitto sono segnate e che le forze germaniche si ritirano………un altro episodio inquietante: l’UPA a quel punto smette di combattere i tedeschi ed anzi li facilita come può in cambio di armamenti e attrezzature. La morale è chiara: compreso che i tedeschi sono al termine è inutile combatterli ancora, ma anzi, prendere da loro tutto quello che si può da utilizzare contro i sovietici). In sostanza, per anni l’UPA ha giocato libero, come ago della bilancia tra le due grandi forze contrapposte (Armata rossa e Wehrmacht) cercando di avvantaggiarsi delle fortune avverse di l’uno o l’altro contendente (il terzo gode si sa). Dopo che la Whermacht è espulsa dal territorio ucraino (1944) l’UPA continuerà ad esistere ancora per molti anni: ufficialmente sino al 1949 (ma ancora nei primi anni 50 se ne parla).
A parte questo, il fatto più grave – andiamo al punto – è che l’UPA nella sua foga di ricreare una patria ucraina sovrana, va ad abbattersi su massima parte delle minoranze presenti sul proprio territorio: in primissimo luogo……quella polacca. Di cui fanno STRAGE. L’UPA persegue il proprio ideale patriottico secondo un prisma etno-nazionalista in base al quale l’alieno etnico il non-ucraino, è da eliminare. Consapevoli delle mire del nazionalismo polacco sul territorio ucraino………iniziano a combattere la resistenza polacca (delle quale dovrebbero essere alleati nel nome dell’antinazismo), e non soltanto: alla fine ci si va ad abbattere su tutti i polacchi residenti nelle regioni ucraine occidentali, di confine. Approfittando dell’ultimo anno di guerra – nella confusione che regna – l’UPA elimina 100’000 civili polacchi in Volinia e Galizia. Come spesso accade le grandi guerre ne contengono in realtà a loro volta svariate altre più piccole (si approfitta del caos generale per risolvere faide antichissime e conti personali che con il conflitto ufficiale non hanno nulla a che vedere).
Lo stato polacco contemporaneo ha riconosciuto come GENOCIDIO il fatto. Malgrado questo lo stato ucraino (specialmente quello post-Maidan, monopolizzato da correnti nazionaliste) fa apologia dell’UPA (ancora nel 2019 concedeva lo status di veterano a superstiti dell’organizzazione degli anni 50). Il gesto di Zelensky di intitolare un’unità militare ucraina all’UPA non è dunque sorprendente: l’imbarazzo sta tutto ad occidente nella misura che si ritrova ad avere nella medesima coalzione antirussa…..due attori (nazionalisti ucraini e nazionalisti polacchi) che sono al tempo medesimo anche nemici tra loro.
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Sembra che il corso normale di qualsiasi campagna di propaganda imperiale sia questo: quando un conflitto volge al termine e la posta in gioco non è più a rischio, i principi iniziano ad allentare la loro presa sulla verità che per noi era evidente fin dall’inizio.
In questo caso, dopo la disastrosa sconfitta contro l’Iran, Trump ha dato prova di una straordinaria sincerità riguardo alle “carte” – o meglio, alla loro mancanza – di cui gli Stati Uniti disponevano fin dall’inizio. Un Trump improvvisamente schietto ha iniziato a svelare le conseguenze catastrofiche che il blocco iraniano avrebbe riservato a tutti noi.
In quell’occasione rivelò che le riserve mondiali di petrolio si sarebbero esaurite nel giro di quattro settimane e che ne sarebbe seguito il “caos”:
In un video ancora più rivelatore, Trump ammette che gli Stati Uniti sarebbero entrati in una grande depressione, paragonandosi a un potenziale Herbert Hoover, il quale a sua volta presiedette sfortunatamente alla Grande Depressione del 1929, e la cui eredità ne rimase così segnata per sempre:
Sembra chiaro che le nostre analisi fossero corrette: Trump sapeva fin dall’inizio che gli Stati Uniti stavano giocando una pericolosa partita a “Chicken” con l’Iran, e tutti i suoi tentativi di resistere più a lungo del suo acerrimo rivale erano solo bluff volti a dipingere l’Iran come quello a cui “sta finendo il tempo”, quando in realtà era proprio il regime sclerotico di Trump a trovarsi con le spalle al muro. Ora che la situazione si è stabilizzata, si sente abbastanza a suo agio da rivelare la cruda realtà di tutta la faccenda.
Ricordiamo che Trump aveva già iniziato a lasciar intendere gradualmente le realtà “non dette” di ciò che sarebbe stato necessario per causare un vero danno all’Iran, figuriamoci per “sconfiggere” quell’antico Stato-civiltà. Solo pochi articoli fa abbiamo scritto di come Trump avesse accennato alla mancanza di «voglia» da parte degli americani di un’invasione con truppe di terra dell’isola di Kharg. Aveva lasciato la questione volutamente vaga per insinuare un significato ovvio per la maggior parte delle persone: che gli americani non sarebbero stati in grado di sopportare le enormi vittime che un simile assalto avrebbe inevitabilmente causato.
Possiamo concludere che Trump sia in realtà molto più intelligente e pragmatico di quanto sembri. Molti lo avevano liquidato come un idiota a causa di tutta la spavalderia spietata che aveva mostrato nei confronti dell’Iran, ma questa sembrava essere una mossa tattica calcolata, volta a intimidire gli iraniani. In realtà, Trump sembrava ben consapevole dei pericoli e delle conseguenze fin dall’inizio, e sperava semplicemente che l’Iran cedesse prima che si arrivasse a quel punto di contraccolpo insostenibile per gli Stati Uniti. In un certo senso, nonostante la natura umiliante della capitolazione degli Stati Uniti, dobbiamo quasi riconoscere a Trump il merito di aver avuto la «maturità» – se mi consentite questa esagerazione – di accettare almeno la realtà e la sconfitta che ne derivava.
Ma il risultato di gran lunga più significativo di tutta questa vicenda è stata l’enorme frattura che si è aperta tra la leadership politica statunitense e quella israeliana.
Abbiamo tutti visto come Trump abbia iniziato a manifestare per la prima volta la sua esasperazione nei confronti di Bibi, affermando apertamente di aver dovuto impedirgli di bombardare Beirut in modo spietato e sproporzionato a causa di una modesta attività di droni da parte di Hezbollah.
Ma ora JD Vance e la comunità dei servizi segreti statunitensi si sono spinti ancora oltre, creando un divario inimmaginabile tra gli Stati Uniti e la loro “partner”-colonia in Medio Oriente, ormai fuori controllo.
Si potrebbe dire che siano stati quasi costretti a farlo, dopo che una serie di personalità israeliane ha dato sfogo alle proprie fantasie più piene di odio, minacciando i libanesi con varie forme di uccisione e genocidio.
Questi sfoghi deliranti sono stati guidati dal famigerato ministro israeliano della Sicurezza nazionale Ben Gvir:
Il suo sfogo riportato sopra è stato ritenuto talmente grave che X ha dovuto persino segnalarlo come incitamento all’odio:
La situazione era talmente grave che persino le persone peggiori che conosci si sono indignate — almeno a parole, per “prendere le distanze” da quelle cose davvero indifendibili, al fine di preservare la loro “credibilità” per il futuro:
JD Vance ha citato direttamente Ben Gvir nelle sue continue critiche a Israele, affermando «Non si possono risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo semplicemente alla violenza»:
Vance ha poi lanciato quella che si potrebbe quasi definire una velata minaccia, affermando che Trump è l’«unico leader mondiale» solidale con la causa di Israele e che attaccarlo sarebbe un vero e proprio autogol per Israele.
Ha inoltre ribadito le critiche espresse dallo stesso Trump riguardo all’uso eccessivo della forza da parte di Israele contro i civili, in particolare proprio nei momenti in cui gli Stati Uniti e l’Iran sembrano sul punto di raggiungere una svolta nelle trattative:
Con ciò si intende dire che il regime israeliano vuole trasformare l’Iran in un altro Stato fallito come la Libia:
Forse si tratta solo di una protesta di facciata da parte dell’amministrazione Trump, una sorta di “virtue signaling” virtuale per “prendere le distanze” dalla leadership israeliana, disumana e assetata di sangue, poiché sanno quanto tali dichiarazioni risultino ripugnanti agli occhi di un’opinione pubblica americana sempre più antisionista. Ed è chiaro che questi funzionari statunitensi stanno facendo del loro meglio per rimanere «diplomatici» e, in sostanza, «censurare» Israele nel modo più delicato possibile, senza scatenare una vera e propria disputa tra i due paesi.
Ma ciò non ha impedito ad alcune personalità israeliane di interpretarlo come un vero e proprio attacco contro di loro. Persino il quotidiano Israel Hayom, di proprietà di Miriam Adelson, si è schierato contro Trump, inviandogli un messaggio forte e chiaro:
Signor Presidente, lei ha gravemente leso gli interessi umani del mondo illuminato e potrebbe essere ricordato per sempre come il presidente che ha causato l’umiliazione dell’America. Lei ha tradito noi, gli israeliani. E in un solo istante, il disprezzo di cui un tempo era oggetto sembra improvvisamente così giustificato e logico. Danny Zaken scrive al presidente degli Stati Uniti.
Anche il *New Yorker* ha seguito l’esempio, descrivendo le ultime mosse di Trump come una “pugnalata alle spalle” da parte degli Stati Uniti nei confronti di Israele:
L’articolo sopra riportato ha svelato una parte segreta del piano originale di Israele per abbattere l’Iran, secondo quanto raccolto da “fonti dei servizi segreti” israeliani:
-Posso dirvi che parlo con persone di altissimo rango all’interno delle forze armate israeliane, e loro parlano di una probabilità del settanta o ottanta per cento di rovesciare il regime iraniano se Trump permettesse alle milizie irachene di invadere l’Iran.
– Ti riferisci alle milizie curde?
-Non solo. Israele può fornire loro armi. Questo faceva parte del piano. E poi, con nostro grande stupore, Trump ha detto che i curdi non volevano combattere. Ma, in realtà, è stato proprio Trump a impedire loro di combattere, perché Erdoğan ha fatto pressione su di lui affinché non lo facesse. Israele aveva un piano brillante e ha speso un sacco di soldi, e all’inizio della guerra ha colto di sorpresa gli iraniani. Ma voi avete impedito alle milizie di agire, e ora vi chiedete perché il regime non sia caduto. Perché non ci avete dato la possibilità di farlo. A Gaza. In Libano. In Siria. In Iran. Tutto ciò che volevamo fare, voi ci avete impedito di farlo. Se andate in guerra e definite l’obiettivo della guerra, portatela a termine. Altrimenti, non fatelo. Non solo non lo fate, ma incolpate ingiustamente i curdi e gli israeliani. E cedete a tutte le richieste dell’Iran. E loro non si fermeranno. Domani potrebbero dire: «Se non chiudete l’ambasciata a Gerusalemme, chiuderemo lo stretto». E allora cosa farete?
La fonte “ben informata” che sostiene di avere l’attenzione di Netanyahu ha concluso rivelando che Bibi è stato colto alla sprovvista dal cosiddetto tradimento di Trump:
-Cosa pensi che farà ora Netanyahu, con le elezioni alle porte?
-Credo che sia sotto shock. Sotto shock. In tutti questi anni che lo conosco, non l’ho mai visto così sotto shock come adesso. Nemmeno con Obama. Nessuno ha mai provocato uno shock come Trump. Ed è perché non si poteva prevedere.
-È proprio l’imprevedibilità con cui Trump può voltarti le spalle a rendere tutto questo così triste.
-È vero. Hai ragione. Tra pochi mesi ci saranno le elezioni, e uno dei punti chiave della sua campagna elettorale avrebbe dovuto essere la sua amicizia con Trump. Ora cosa dirà? È un problema.
Persino il leader dell’opposizione israeliana ed ex primo ministro Yair Lapid ha avvertito che, se Israele non avesse tenuto a freno gli attuali psicopatici al governo, le relazioni estere della nazione sarebbero state completamente distrutte:
Ci sono persino voci secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe “silenziosamente” aperto canali di comunicazione segreti con i rivali di Netanyahu, forse decidendo finalmente di staccare la spina una volta per tutte a quel “pony” genocida che non conosce altra strada:
Alla luce di ciò, la rottura è andata ben oltre le semplici dichiarazioni di facciata di Vance e compagni. A quanto pare, persino la comunità dei servizi segreti statunitensi ha avviato una campagna per smascherare Israele, rivelando il piano di quest’ultimo di sabotare intenzionalmente l’accordo di pace — una mossa davvero ovvia, se mai ce ne fosse stata una:
Le agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito l’amministrazione Trump che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu potrebbe adottare misure tali da compromettere gli sforzi del presidente Donald Trump volti a raggiungere un accordo di pace duraturo con l’Iran, poiché il premier israeliano è sottoposto a forti pressioni politiche affinché continui a condurre la guerra del suo Paese in Libano, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari.
Secondo quanto riferito dai funzionari, Israele sembra intenzionato a proseguire le operazioni militari contro Hezbollah, il gruppo che agisce per conto dell’Iran in Libano, un obiettivo che violerebbe un elemento fondamentale dell’accordo appena siglato, il quale prevede la cessazione delle ostilità in quel Paese, come emerge da rapporti dei servizi segreti, tra cui uno diffuso questa settimana.
Ma, ovviamente, il punto non è che si tratti di un obiettivo facile, ovvio e scontato: è il fatto stesso che abbiano diffuso una simile “informazione” in primo luogo. Ciò indica chiaramente un cambiamento epocale dietro le quinte all’interno dello “Stato profondo” statunitense, dato che persino “globalisti” incalliti come Hillary Clinton hanno improvvisamente voltato le spalle a Israele nelle loro ultime dichiarazioni.
L’articolo del NYT, tra l’altro, si rende ridicolo insinuando che gli israeliani “sfollati” potrebbero giustificare l’incursione in Libano:
Decine di migliaia di israeliani sfollati dalle loro casenel nord del Paesea causa dei droni e degli attacchi missilistici hanno chiesto a Netanyahu di annientare Hezbollah, ed è stato oggetto di critiche feroci da parte di tutto lo spettro politico nazionale per non essere riuscito a eliminare la minaccia militante.
Come se Israele avesse il diritto di dire anche solo una parola quando si tratta dello sfollamento delle persone. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz si è vantato apertamente ieri del fatto che Israele abbia compiuto una pulizia etnica nei confronti di 200.000 residenti del Libano meridionale dopo aver “raso al suolo” i loro villaggi:
Egli sostiene che la situazione sia diversa rispetto al passato perché, nei precedenti tentativi, Israele aveva permesso ai libanesi di rimanere nei propri villaggi, mentre ora li allontana semplicemente e distrugge i villaggi, rendendo così la regione di confine israeliana “più sicura”; parole da psicopatico genocida.
Ora si teme che l’Iran abbia nuovamente interrotto i negoziati dopo che Trump ha lanciato altre delle sue minacce sconsiderate e vili. Circolano inoltre notizie contraddittorie secondo cui Israele sarebbe stato costretto a «scendere a compromessi» e a ritirarsi da alcune zone del Libano meridionale:
Trump, dal canto suo, è tornato a fare ciò che gli riesce meglio: mettersi in imbarazzo con ulteriori lamentele dettate dall’insicurezza e con fantasie campate in aria:
A questo punto sembra che viva in una realtà completamente diversa dalla nostra.
L’affare geniale di cui va così fiero:
Beh, cosa ci si può aspettare da un uomo la cui bussola morale ed etica gli permette di stringere strette collaborazioni e alleanze con qualcuno che ha bisogno di continue “correzioni” per ritrovare il buon senso?
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Il barattolo delle mance rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di “fare il doppio gioco”, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda, avida porzione di generosità.
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Prima che Hope Not Hate rendesse pubblica l’operazione di sorveglianza che stavano conducendo su di me, nella mia cerchia sociale si avvertivano dei segnali che qualcosa non quadrava, perché due giovani si aggiravano nei paraggi ponendomi delle domande. Mi arrivavano messaggi, sia diretti che indiretti, che chiedevano se andasse tutto bene e chi fossero questi due giovani con un interesse così evidente nei miei confronti.
Naturalmente, i dipendenti di Hope Not Hate hanno affermato di essere semplici giornalisti interessati agli YouTuber, anziché quello che sono in realtà: un’istituzione profondamente immorale che distorce sistematicamente la verità e la legge per raggiungere i propri scopi, ovvero “smascherare” le persone con opinioni non allineate con il potere costituito.
Partendo da una singola foto scattata a un evento privato, e contro il mio consenso, erano in qualche modo riusciti a risalire a un mio precedente indirizzo e intendevano perquisirmi a domicilio. Lo scopo di una perquisizione a domicilio è principalmente psicologico. Distrugge il senso di sicurezza della vittima, la coglie di sorpresa e trasmette il messaggio “Ti abbiamo trovato e possiamo tornare a interrogarti quando vogliamo”.
A quel tempo non abitavo più a quell’indirizzo da diversi anni, quindi la mia reazione iniziale fu di perplessità. Perché erano andati lì? Le loro informazioni erano obsolete. Mi chiedevo anche come avessero potuto trovare un indirizzo basandosi solo su una foto. Giunsi alla conclusione che quell’indirizzo fosse la mia residenza l’ultima volta che avevo rinnovato il passaporto. Ma questo implicava che Hope Not Hate avesse qualche accordo speciale con il Ministero dell’Interno che consentiva loro di utilizzare la tecnologia di riconoscimento facciale per confrontare le foto scattate sul campo con quelle presenti nel database del Ministero.
Ancora oggi non so se sia andata davvero così, e so che non mi verrà mai detta la verità. Se fosse vero, come sospetto, significherebbe che, lungi dal proteggere i vostri dati, il governo permetterebbe a organizzazioni profondamente dubbie, seppur alleate, di accedervi per avviare operazioni di sorveglianza contro individui problematici, con lo scopo di tormentarli con angoscia e stress psicologico.
Non verrai mai informato sulla natura precisa dell’operazione contro di te, perché concedere al bersaglio un certo grado di tranquillità riduce l’incertezza. Vogliono tenerti all’oscuro, perso in una nebbia di lieve stress e ansia, senza mai sapere se sono fuori o se ti stanno pedinando in qualche modo che non riesci a comprendere.
Serve a farti sapere che vivi in un panopticon. Principalmente passiva, è una forma di tirannia femminile. C’è una plausibile negabilità, una mancanza di responsabilità, un disonesto gioco di prestigio del tipo “ora ci vedi, ora non ci vedi”.
L’amara ironia di tutta questa vicenda è che il discorso che ho tenuto al The Witan era un’ulteriore implorazione da parte mia affinché le persone prendessero sul serio le minacce poste dalla nascente rete di sorveglianza digitale e la portata delle sue implicazioni. Ricordo di aver pensato, all’epoca, che probabilmente la gente fosse stanca di sentirselo ripetere, anni dopo il COVID, e che non esistessero ancora valute digitali delle banche centrali (CBDC) o documenti d’identità digitali, eppure la cosa continuava a tormentarmi. Non sapevo che la “spia” di Hope Not Hate si nascondesse tra il pubblico, scattandomi una foto da sottoporre al riconoscimento facciale.
Gli agenti del regime mi osservavano mentre mettevo in guardia contro il panopticon digitale, e allo stesso tempo utilizzavano proprio quel panopticon per darmi la caccia.
La montagna di cavilli normativi che il governo britannico ha intessuto nello spazio online, e presto anche negli smartphone stessi, farà finalmente capire a tutti quanto sarà miserabile la vita sulla rete.
Con Ofcom che regola i contenuti, l’intelligenza artificiale che filtra le foto sul tuo telefono e la necessità di sottoporti a una scansione facciale per accedere agli spazi online, la natura insidiosa e passiva della griglia gamificata sarà evidente a tutti.
A volte mi chiedo quale sarebbe stata la mia reazione se Harry Shukman si fosse presentato alla mia porta senza preavviso e avesse poi iniziato a tendermi una trappola. Gli avrei dato un pugno in bocca? Vent’anni fa, forse. Ma, cosa più interessante, sarebbe stato giustificato?
Secondo quasi ogni parametro della logica della mascolinità, quando un altro uomo ti fa un torto al punto da condurre un’operazione di spionaggio contro di te con l’esplicito intento di infangare la tua reputazione e di conseguenza distruggere o quantomeno ridurre drasticamente le tue opportunità, se non addirittura farti arrestare, il più delle volte ciò porterebbe a una sparatoria all’alba, o quantomeno a una rissa.
Ma non è così che viviamo. E comunque, tutto il potere dello Stato era ai suoi ordini. L’impulso maschile di sfogarsi e liberarsi catarticamente della rabbia viene represso, soffocato e soppresso.
Il potere diventa passivo e, di conseguenza, la meschina astuzia si trasforma in virtù.
La rete di sorveglianza digitale è intrinsecamente castrante perché, per sua stessa natura, si basa su una serie infinita di piccole concessioni e sulla sottomissione passiva della propria volontà e capacità di agire alle macchine. Eppure, dietro le macchine ci sono persone, e queste persone si dimostrano, a dir poco, inadeguate.
Managerialismo senza vincoli
Ricordo la cultura della salute e della sicurezza che si affermò con il blairismo all’inizio degli anni 2000. Improvvisamente, agli uomini che avevano saldato gli scafi di navi da guerra e petroliere non veniva più concesso di maneggiare un taglierino. Amici che lavoravano come giardinieri paesaggisti furono costretti a indossare elmetti protettivi nei campi aperti, nonostante non avessero altro che cielo e nuvole a proteggerli. Ai minatori fu vietato sollevare più di 17 kg, e vennero introdotti guanti speciali per sollevare i pallet di legno al fine di ridurre il rischio di schegge.
In seguito, il fumo venne considerato un rischio per la salute di tutti i presenti nel bar, quindi venne vietato e i luoghi dove gli uomini bevevano e litigavano furono trasformati in parchi a tema per famiglie, regolamentati e gestiti, pensati per essere a misura di bambino. Molti pub fallirono e gli habitué rimasero a casa con una bottiglia di vino e programmi televisivi come “Celebrities on Ice” .
Ogni nuova casella spuntava, e la procedura burocratica riduceva la nostra autonomia e il nostro diritto di prendere decisioni per noi stessi e su ciò che desideravamo fare in quello che avrebbe dovuto essere un paese libero. La logica di tutto ciò a volte sembrava folle, altre volte inconfutabile.
Vista da questa prospettiva, un futuro in cui la burocrazia ti impone di scansionare il tuo volto per usare un telefono o un computer che già possiedi sembra essere inevitabile, un destino ineluttabile. Acquistare un dispositivo e poi vederselo negare finché non ci si umilia di fronte allo Stato è simbolico del terreno etereo e nebuloso in cui ci troviamo immersi.
Nulla è mai definitivo, nulla sembra mai permanente come la roccia sotto i nostri piedi. È un mondo sottosopra, privo di gravità, che ti trascina di qua e di là. Un elenco infinito di piccole rese, ognuna delle quali verrà poi rimpianta, ognuna con conseguenze previste ma non prese in considerazione.
Qualche decennio fa, la gente temeva di poter essere rintracciata tramite i propri cellulari Nokia. Ora, il telefono ascolta ogni tua parola, trasforma le tue conversazioni private in entrate pubblicitarie e le invia a un centro dati per definire con precisione che tipo di persona sei.
Lo Stato di sorveglianza digitale opererà in modi che molti di noi, me compreso, non saranno in grado di comprendere o controllare. Così come non ho modo di sapere come una mia singola foto abbia condotto un ramo del sistema di potere al mio vecchio indirizzo, allo stesso modo non so come i dispositivi comunichino tra loro o a quali “spinte” sono sottoposto.
Come ha osservato Marc Andreessen, il futuro della gente comune potrebbe assomigliare a quello dei contadini del Medioevo, non perché la tecnologia fallirà, ma perché le forze che plasmano le loro vite diventeranno altrettanto opache. Eppure, invece di attribuire eventi misteriosi a Dio, alle streghe o al destino, li attribuiremo ad algoritmi e database. Il risultato è pressoché lo stesso: il potere diventa imperscrutabile. La differenza è che, questa volta, le forze dietro le quinte sono interamente create dall’uomo.
Detto questo, la caratteristica distintiva del Regno Unito come nazione distopica da meme non sono i sistemi di intelligenza artificiale avanzati, bensì il fatto che sia stato creato con l’incompetenza e la malizia della classe politica.
Dovrei credere che le istituzioni che si celano dietro atrocità come le “bande di adescamento” e le politiche di polizia anti-bianchi, che trasformano ogni atrocità in una bella storia incentrata sulla reazione dell’estrema destra, debbano avere il diritto di scandagliare ogni mio gesto, ogni mia foto, ogni mio passo nel mondo reale e ogni mia conversazione privata? Le stesse strutture governative che, con ogni probabilità, hanno permesso a un’organizzazione “benefica” dal nome ridicolo di accedere ai miei dati personali?
La lunga sconfitta
L’idea che il governo britannico stia imponendo un divieto sui social media ai bambini per la loro sicurezza e non perché tutti gli altri debbano mostrare un documento d’identità è del tutto infondata, dato che il governo britannico gestisce un flusso migratorio incessante, pur sapendo benissimo che non contribuisce alla sicurezza delle persone, bambini o adulti che siano.
Inoltre, la precedente serie di regolamentazioni di internet sotto l’egida di Ofcom e la legge sui danni online avrebbero dovuto già rendere internet più sicuro per i bambini.
Ma non importa se riesci a smascherare le bugie; tanto accadrà comunque.
Sono esausto dalla questione delle identità digitali e della sorveglianza. Nel 2020 realizzavo dei video-saggi sull’argomento. Ero tra le persone invitate a partecipare a podcast per parlarne. Solo per poi vedere gli strumenti, ancora in fase embrionale, rivoltarsi contro di me dalla stessa struttura di potere, e nonostante tutto, il programma continua inesorabilmente, a prescindere da quanto siano palesi le menzogne usate per facilitarne l’attuazione.
Il Regno Unito è già un paese profondamente frammentato e infelice, teatro di frequenti scontri violenti e proteste. È del tutto possibile che il governo consideri la sorveglianza tramite identificazione digitale come l’ultima spiaggia per cercare di arginare il deterioramento del tessuto sociale, ma non ci riuscirà.
In effetti, se le persone si abituassero a operare al di fuori dei sistemi digitali, i risultati potrebbero essere ben diversi.
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Un dipinto ad olio drammatico ed espressionista, realizzato con uno stile scuro e materico, che raffigura una scena tesa e claustrofobica in una sala riunioni soffocata dal fumo.
In qualità di geografo e sociologo, ho dedicato anni allo studio della pianificazione regionale, dello sviluppo e dell’attuazione delle politiche, dalla valutazione delle politiche locali in materia di rifugiati all’osservazione delle fasi di elaborazione strategica delle leggi interculturali a Città del Messico. Ciò che si impara molto rapidamente in questo campo è che il concetto di un “piano generale” impeccabile e onnipotente è un mito assoluto.
Prendiamo ad esempio la zonizzazione territoriale di una singola strada. Non si può semplicemente tracciare una linea su una mappa e dichiararla trasformata. Una strada è già un organismo vivente con una propria realtà materiale e una propria storia. Prima di apportare qualsiasi modifica alle normative, i pianificatori devono studiare la frequenza dei pedoni. Devono contare ogni edificio, valutare come viene utilizzato attualmente, identificare gli spazi più frequentati, parlare con pedoni e residenti e impegnarsi in infinite e ripetitive discussioni con le parti interessate locali. Poi arrivano i documenti programmatici, i vincoli di bilancio, i piani di attuazione e le successive valutazioni. E proprio quando il piano è definito, arriva una nuova amministrazione, o le condizioni materiali cambiano, e l’intero processo deve iterare e adattarsi. E non dimentichiamo che, in realtà, esistono anche culture della pianificazione, periodi storici e visioni della pianificazione che influenzano questo processo.
Se occorre tanta burocrazia, tante iterazioni e tanta socializzazione per cambiare la traiettoria di una singola strada , perché tanti analisti geopolitici presumono che l’impero più ricco della storia umana operi attraverso le decisioni incoerenti di un gruppo di politici? O, analogamente, presumono che funzioni tramite un piano generale impeccabile e onnisciente, ideato in una stanza piena di fumo?
Quando osserviamo la geopolitica globale odierna, e in particolare le azioni del nucleo imperiale guidato dagli Stati Uniti contro paesi come Cina, Russia o Iran, gran parte dei media alternativi soffre di una visione semplicistica e distorta del funzionamento di istituzioni e organizzazioni complesse. Se un’operazione militare statunitense non riesce a raggiungere il suo obiettivo massimalista, i commentatori dichiarano immediatamente l’impero “sconfitto” o incompetente.
Ma gli imperi, come le amministrazioni cittadine, non si arrendono quando una politica fallisce. Valutano, consultano le parti interessate, conducono studi e si adattano. Pensare che esista un grande piano generale, o al contrario insistere sul fatto che non esista alcun piano, sono presupposti con conseguenze politiche. Voglio spiegare perché, dal punto di vista di chi ha dedicato anni allo studio della pianificazione.
Che cos’è realmente la pianificazione?
La concezione convenzionale della pianificazione si basa su una netta divisione concettuale tra la definizione degli obiettivi e la loro attuazione. Sebbene vi sia un fondo di verità in questo, tale schema non ha quasi alcuna relazione con il funzionamento reale di istituzioni di grandi dimensioni e dalle complesse ramificazioni.
Nell’immaginario collettivo, un “piano” è un progetto statico, elaborato da un’unica mente geniale o da una piccola e oscura cricca, che detta una sequenza lineare e impeccabile di azioni che conducono direttamente a un risultato predeterminato. A causa di questo mito, quando la realtà non corrisponde all’immagine cinematografica – quando invece ci troviamo di fronte a un groviglio di documenti contrastanti, autori multipli, revisioni iterative e adattamenti reattivi alle mutate condizioni – gli osservatori esterni concludono immediatamente che non esiste alcun piano . Ma questa caotica e iterativa frizione è esattamente ciò che caratterizza la pianificazione in qualsiasi organizzazione complessa.
Analizziamo nel dettaglio le dimensioni sociologiche di questo processo e colleghiamole direttamente all’architettura strategica imperiale che osserviamo oggi:
Un piano non è mai un documento singolo e statico. È una gerarchia e una rete di documenti. Anzi, è molto più preciso tralasciare del tutto il sostantivo: anziché cercare un “piano” definitivo, dobbiamo osservare ilprocesso continuo di pianificazione. Questo processo è distribuito tra molteplici istituzioni e organizzazioni – pubbliche, private, semi-pubbliche e informali. Nessun singolo autore controlla ogni singolo elemento. La coerenza emerge piuttosto da norme professionali condivise, insiemi di dati comuni, requisiti legali e memoria istituzionale.
Consideriamo un piano di sviluppo regionale standard. Non è racchiuso in un unico raccoglitore; si articola in diverse fasi e strutture distinte:
Quadri strategici: Definizione della visione e degli obiettivi generali (ad esempio, “aumentare la competitività economica regionale del 20% in 15 anni”).
Piani di sviluppo territoriale: tradurre questi obiettivi astratti in realtà fisiche come l’uso del suolo, i corridoi infrastrutturali e le normative urbanistiche.
Piani settoriali: progetti dettagliati per i trasporti, l’energia, l’edilizia abitativa e la protezione ambientale, ciascuno redatto da agenzie specializzate con competenze e gruppi di riferimento specifici.
Programmi di attuazione: gli aspetti concreti relativi a budget, tempistiche, enti responsabili e indicatori di performance per il prossimo ciclo di 3-5 anni (o per la durata calcolata in base all’orizzonte temporale).
Rapporti di valutazione: Valutazioni che misurano i progressi, identificano gli ostacoli e raccomandano modifiche.
Inoltre, la pianificazione non è quasi mai un atto lineare e isolato. Anche un progetto finito, come la costruzione di un edificio, ha un lungo ciclo di vita intrinsecamente legato a realtà spaziali in continua evoluzione. Un edificio non viene collocato nel vuoto; è ancorato a un ambiente fisico – infrastrutture circostanti, quartieri in evoluzione ed ecosistemi regionali più ampi – che a sua volta è costantemente soggetto a processi di pianificazione. L’edificio diventa semplicemente un nodo in questa rete più ampia e in costante mutamento.
Una pianificazione efficace, quindi, è un ciclo continuo e iterativo di formulazione, implementazione, valutazione e revisione. Comprende meccanismi espliciti di adattamento: scenari di emergenza, cicli di feedback e obblighi di revisione periodica. Il fatto che un piano si modifichi in risposta a nuove condizioni è, pertanto, un segno che il processo di pianificazione sta effettivamente funzionando. Adattarsi agli ostacoli è semplicemente la routine quotidiana di un pianificatore.
Immaginate il piano di gestione dei rifiuti di una città di medie dimensioni. Coinvolge il comune, l’autorità regionale, l’agenzia ambientale, appaltatori privati e le direttive dell’UE. Ha tempistiche di attuazione a breve termine e obiettivi strategici a lungo termine, e viene regolarmente rivisto in base ai dati sulle prestazioni. Ora guardate come questo piano si confronta con la realtà. Quando il consiglio comunale decide di asfaltare una nuova strada, non si limita a stendere l’asfalto il primo giorno. Tiene tre riunioni di bilancio controverse perché le proiezioni iniziali si sono rivelate errate per ben tre volte. Effettua una valutazione di impatto ambientale obbligatoria. Un cittadino locale si oppone a tale valutazione, il che innesca un’udienza d’emergenza del consiglio di pianificazione, che ritarda la tempistica, costringendo infine a una rinegoziazione con l’appaltatore privato. Avete capito il quadro.
Quando ciò accade, nessuna persona seria punta il dito contro il comune e grida: “Aha! La città è nel caos! Non hanno un piano!”. Intuitivamente, comprendiamo che districarsi in questa burocrazia intricata, questo adattarsi agli attriti , fa parte del processo di pianificazione. Eppure, quando lo stesso identico adattamento strutturale si verifica a livello di strategia imperiale, molti si arrendono, indicano gli attriti e dichiarano che l’impero è nel “caos”.
Mappare il processo imperiale: il caso dell’energia utilizzata come arma.
Possiamo mappare l’architettura strategica transatlantica relativa all’energia bellica direttamente su questa banale struttura di pianificazione. So che l’energia globale è un argomento molto controverso, quindi permettetemi di anticipare subito un comune argomento fallace: no, non sto sostenendo che gli Stati Uniti o la struttura imperiale intendano, o stiano cercando di, fornire energia al mondo. Questo è del tutto irrilevante.
Il punto è che la gestione di questi flussi energetici, nello specifico il loro utilizzo a fini bellici e la loro negazione, funziona come un normale processo di pianificazione settoriale. Ha esattamente lo stesso ritmo amministrativo del nostro consiglio comunale. Se esaminiamo la documentazione, il “piano” si rivela come un sistema stratificato e in continua evoluzione:
Il quadro strategico:La Politica Energetica Nazionale (2001) , nata dagli incontri a porte chiuse di Dick Cheney con gli amministratori delegati delle aziende energetiche, funge da testo fondante. Essa definisce l’obiettivo generale a lungo termine: spostare il centro di gravità dell’energia globale verso l’emisfero occidentale e ridurre la dipendenza da “potenze straniere che non sempre hanno a cuore gli interessi dell’America”.
I concetti di sviluppo spaziale: rapporti come “Fueling a New Disorder” (2014) della Brookings Institution e “America’s Energy Resurgence” (2013) del Council on Foreign Relations fungono da traduttori spaziali. Prendono l’obiettivo strategico e lo mappano su scenari geopolitici, identificando le opportunità create dalla rivoluzione dello shale gas, definendo i punti critici di strozzatura e i corridoi, e delineando la logica della “negazione reciproca assicurata”.
I piani settoriali: Successivamente, il mondo accademico militare e i think tank traducono questi concetti in meccanismi operativi. La Naval Postgraduate School organizza seminari sulla “Reverse Oil Weapon” (l’energia come dominio della guerra navale); l’Army War College pubblica “Energy as a Strategic Weapon” (2015) per la negazione dell’accesso terrestre; e il CNAS redige rapporti sull’energia come strumento di competizione tra grandi potenze.
I piani di attuazione: infine, questi concetti si traducono in realtà attraverso bilanci, schieramenti militari e quadri giuridici. Si tratta dell ‘”Operazione Arctic Sentry” della NATO,del Piano d’azione marittima (MAP) della Marina statunitense o dello SHIPS for America Act (2025) .
Meccanismi di valutazione e riconvergenza: Vertici come il Gruppo Bilderberg, la Conferenza sulla sicurezza di Monaco (MSC) o il WEF di Davos fungono da organi di revisione. Punti all’ordine del giorno come “Sicurezza artica” o “Diversificazione energetica” sono semplicemente le categorie sotto le quali gli attori riuniti valutano i progressi, identificano gli ostacoli e coordinano gli adeguamenti necessari.
Un risultato concreto di questo ciclo iterativo è la traiettoria politica nei confronti dell’Iran: dal JCPOA, alla “massima pressione”, all’escalation occulta, fino agli attuali negoziati sul Memorandum d’intesa. Ogni fase apprende dalla precedente. L’obiettivo generale rimane costante (neutralizzare l’Iran come minaccia sovrana), ma i metodi si adattano continuamente alle difficoltà.
Niente di tutto ciò richiede un singolo autore, una singola stanza piena di fumo o un documento segreto etichettato “Il Piano Generale”.
Ciò che serve è un ecosistema istituzionale . La coerenza si raggiunge attraverso una grammatica strategica condivisa, socializzata in diverse istituzioni nel corso dei decenni, che permette a diversi attori in diversi ambiti di produrre documenti che si rafforzano a vicenda. Poiché le persone all’interno di queste istituzioni condividono un insieme comune di incentivi strutturali e una posizione di classe comune, spesso non è necessario un coordinamento esplicito. I loro piani si allineano perché le loro istituzioni sono allineate socialmente e materialmente.
Autori multipli, pubblico multiplo
Un altro aspetto interessante è che i diversi documenti all’interno di un processo di pianificazione hanno autori e destinatari completamente diversi. Un quadro strategico è redatto da commissioni di alto livello (come la task force di Cheney) per un pubblico di figure politiche di spicco e stakeholder aziendali. Un concetto operativo è redatto da ricercatori militari e accademici (come la Naval Postgraduate School) per un pubblico di ufficiali di medio livello e pianificatori della difesa. Un piano di attuazione è redatto dal personale dell’agenzia per un pubblico di responsabili di programma e funzionari di bilancio. E così via…
Questa distinzione tra autori e destinatari è la prova di un apparato di pianificazione maturo e istituzionalmente differenziato. Il fatto che la task force di Cheney non abbia redatto il seminario della Naval Postgraduate School e che la Naval Postgraduate School non abbia redatto l’agenda del Gruppo Bilderberg riflette semplicemente come la funzione di pianificazione sia distribuita all’interno di una rete di istituzioni specializzate. Ciascuna contribuisce con un tassello a un’architettura più ampia che nessun singolo attore controlla completamente, ma che nondimeno produce risultati strategici coerenti .
Pertanto, un apparato di pianificazione distribuito e in rete non significa assenza di un piano. Il punto fondamentale della pianificazione istituzionalizzata nei sistemi complessi è che non è necessario che nessuno sia “al comando” nel senso di un’unica mente autoritaria. Le istituzioni stesse – attraverso le loro procedure, i percorsi di carriera, i flussi di finanziamento e i presupposti ideologici che si sono sviluppati nel corso dei decenni o addirittura dei secoli – producono coerenza senza un pianificatore centrale .
Il meccanismo di feedback in azione: il caso di studio dell’Iran
Nella pianificazione urbana e regionale, i piani non vengono semplicemente eseguiti e poi abbandonati. Vengono implementati, monitorati, valutati e rivisti in un ciclo continuo. Un ciclo di feedback iterativo. Se osserviamo attentamente l’architettura strategica imperiale relativa all’Iran, possiamo notare esattamente questa logica iterativa in azione:
Iterazione 1 (Vincolo negoziato): Il JCPOA (2015) era un piano per la gestione del programma nucleare iraniano attraverso il contenimento “diplomatico”. Successivamente, durante l’amministrazione Trump, è stato valutato, ritenuto insufficiente per un contenimento regionale più ampio e quindi scartato.
Iterazione 2 (Massima pressione): La strategia è stata rivista e trasformata in strangolamento economico. Quando questa è stata valutata e ritenuta insufficiente a produrre la capitolazione iraniana, si è passati all’azione cinetica – l’assassinio di Soleimani e il sabotaggio occulto delle infrastrutture energetiche – che ha portato direttamente alla guerra del 2024-2026.
Iterazione 3 (Guerra cinetica e interdizione navale): La guerra fu valutata in tempo reale. Lo Stretto di Hormuz divenne oggetto di contesa attiva. Fu istituito il blocco navale. Il concetto di “arma petrolifera inversa”, divulgato alla Naval Postgraduate School un decennio prima, fu ufficialmente reso operativo. Mentre gli strumenti precedenti dell’Iterazione 2 erano ancora in uso.
Iterazione 4 (Frammentazione e Memorandum d’intesa): Non essendo riuscito a ottenere una capitolazione totale con mezzi militari, la strategia cambia nuovamente direzione. L’attuale Memorandum d’intesa rappresenta un approccio frammentazionista, probabilmente modellato sulle strategie impiegate contro il Venezuela o sul quadro del cosiddetto Consiglio di pace. Offre alla fazione integrazionista locale una via d’uscita dalla crisi, estorcendo al contempo concessioni pressoché irreversibili (come l’apertura dello Stretto di Hormuz e il congelamento del programma nucleare) in cambio di promesse altamente revocabili. Le concessioni si avvicinano all’irreversibilità perché la trappola è strutturale: la firma dell’accordo vincola l’Iran a una nuova realtà diplomatica e infrastrutturale, rendendo qualsiasi futura chiusura di Hormuz molto più costosa a livello politico ed economico sulla scena internazionale. Inoltre, questa dinamica manipola direttamente gli equilibri di potere tra le fazioni rivali dell’élite iraniana, dettando chi ottiene influenza e quando. Sebbene le dinamiche specifiche di queste lotte intestine tra fazioni e le implicazioni che ne derivano per il futuro utilizzo della deterrenza asimmetrica meritino un’analisi a parte, la funzione imperiale predominante, a prima vista, sembra essere quella di frammentare strutturalmente la coesione interna dello stato bersaglio.
Per essere chiari, l’inchiostro su questo protocollo d’intesa è appena asciutto e la situazione geopolitica rimane estremamente fluida. Questa è, necessariamente, solo una prima impressione della sua funzione strategica. Ma che questo specifico accordo regga, crolli il mese prossimo o si trasformi in qualcosa di completamente diverso, il suo ruolo strutturale rimane lo stesso: è semplicemente l’ultimo dato in un ciclo di feedback iterativo in corso .
Ogni singola fase è un’iterazione, e ogni iterazione impara dalle difficoltà della precedente. L’obiettivo generale rimane costante: neutralizzare l’Iran come minaccia sovrana e indipendente. Ma i metodi si adattano. Non si tratta di un “Masterplan” nel senso cinematografico o fumettistico del termine, né di “caos” o “assenza di piano”. È un processo di pianificazione nel senso sociologico più stretto : complesso, multifase, con più autori, altamente iterativo, adattivo e pienamente coerente all’interno della propria grammatica strategica.
Il livello di dettaglio: scenari, budget, piani di emergenza
Oltre ai cicli di feedback iterativi, la pianificazione professionale è caratterizzata dalla sua profondità granulare: la generazione continua di scenari peggiori e migliori, rigidi quadri di bilancio e rigorose analisi qualitative, tra le altre cose. L’apparato di pianificazione imperiale dimostra questo livello di dettaglio, così come
Il documento “Fueling a New Disorder” della Brookings Institution , ad esempio, modella esplicitamente molteplici scenari per le relazioni energetiche tra Stati Uniti e Cina, incluso l’equilibrio di “negazione reciprocamente assicurata”. Allo stesso modo, il quadro concettuale “Path to Persia ” delinea vari strumenti di pressione – sanzioni, azioni segrete, isolamento diplomatico, interruzione delle forniture energetiche e attacchi militari – come una matrice modulare di opzioni da combinare e sequenziare in base alle tensioni situazionali. La Naval Postgraduate School si spinge oltre, simulando attivamente queste variabili nei suoi seminari di ” Difesa Energetica ” per mappare gli effetti di secondo e terzo ordine sui mercati energetici globali, sulla gestione delle alleanze e sul comportamento dell’avversario.
Fondamentalmente, questa pianificazione si estende oltre le simulazioni teoriche di guerra, addentrandosi nelle dure realtà finanziarie e in profondi dibattiti qualitativi. La dimensione di bilancio e operativa è codificata in una legislazione strutturale. Lo SHIPS for America Act specifica con precisione gli incentivi e le sanzioni finanziarie necessari per ricostruire la flotta marittima statunitense, mentre il Piano d’azione marittima stabilisce la percentuale precisa di carico strategico che deve essere trasportato su navi costruite negli Stati Uniti entro date specifiche.
Nel frattempo, la dimensione qualitativa di questo processo di pianificazione è vividamente rappresentata dalla tensione intellettuale tra figure come Ayşe Zarakol e Niall Ferguson all’incontro del Gruppo Bilderberg del 2026. Poiché tali forum si svolgono interamente a porte chiuse, dobbiamo dedurre i contorni della conversazione dai partecipanti. La presenza di questi storici in particolare suggerisce che il dibattito tra le élite abbia toccato il tema di come concettualizzare in modo fondamentale l’attuale sfida egemonica: stiamo rivivendo il 1947, il 1914 o il XVII secolo? Si tratta di un dibattito puramente qualitativo e storico, ed è proprio il tipo di questione fondamentale che plasma gli orizzonti di pianificazione imperiale a lungo termine e definisce la sua cultura di pianificazione sottostante.
La banalità del piano generale: fogli di calcolo, metadati e NATO
Ebbene sì, ogni istituzione regionale, sovraregionale e persino globale funziona esattamente secondo questi stessi processi banali che abbiamo descritto finora.
Durante le ricerche per un altro articolo sulla NATO, mi sono imbattuto di recente in un documento intitolato ” NATO Lessons Learned Handbook” (terza edizione, pubblicata nel febbraio 2016 dal Joint Analysis and Lessons Learned Centre con l’aiuto dei riservisti della Marina statunitense). Si tratta essenzialmente di un manuale che descrive in dettaglio come la NATO pianifica le proprie strategie e come le valuta.
Lasciatemi dire una cosa: morirete di noia se proverete a leggerlo. Già solo l’indice è un sedativo, con capitoli avvincenti come “Raccogliere osservazioni”, “Dalle lezioni apprese in materia di personale” e un allegato con una “Lista di controllo delle capacità apprese” che valuta le organizzazioni in base alla loro mentalità, leadership e strumenti. Ma questa noia pura e semplice è l’antidoto definitivo al mito del “Masterplan”.
Il manuale spiega, con la serietà impassibile di chi ha trascorso decenni all’interno delle istituzioni, l’estenuante prova che un’osservazione deve superare per diventare una lezione. Quindi, abbiate pazienza… Quando inviate un’osservazione per la revisione, dovete prima chiedervi: “Si tratta di un’osservazione oggettiva e non solo di una lamentela ovvia su qualcosa o qualcuno?” Poi: “Si tratta di un problema del sistema e non solo di un semplice errore di qualcuno?” E infine, la mia preferita: “Saresti disposto a spendere i tuoi soldi per risolvere questo problema? Saresti disposto a dedicare il tuo tempo per risolverlo?” (Bene, allora…)
Se la risposta a tutte queste domande è sì, la tua osservazione può passare alla fase successiva del processo. Lì, verrà rigorosamente etichettata con metadati (Data, Classificazione, Rilascio, Titolo, Area di Capacità Principale NATO). Quando analizzano un fallimento strategico, questi pianificatori non consultano una cricca oscura; utilizzano una tecnica di brainstorming in stile risorse umane chiamata “Cinque volte perché”, in cui il personale si siede attorno a un tavolo e si chiede ripetutamente ” Perché è successo questo?”, come degli studenti delle medie che fanno un’analisi delle cause profonde. Hanno persino rigidi requisiti amministrativi che ricordano agli ufficiali di etichettare correttamente il “Scrivente” e il “POC” (Punto di Contatto) sui loro fogli di calcolo delle osservazioni in modo che i file non vadano persi sul server locale.
Lo “Stato dei bunker” è tenuto insieme dalla stessa opprimente burocrazia aziendale che soffoca l’anima del vostro consiglio di pianificazione comunale locale. Il manuale della NATO contiene letteralmente una lista di controllo per la “Scelta degli strumenti software” che chiede ai pianificatori di considerare attentamente: Quali sono i requisiti di larghezza di banda? Il software è facile da usare? Quali funzionalità di generazione di report sono necessarie?
Prendiamo ad esempio come questo documento descrive l’adattamento delle forze armate agli ordigni esplosivi improvvisati (IED). Quando la macchina militare imperiale si imbatte in una minaccia letale come un IED, come si adatta? Un pianificatore onnipotente schiocca le dita? No. Secondo il manuale, la comunità che si occupa di IED segue un ciclo di apprendimento continuo : redige un rapporto che identifica gli insegnamenti appresi, lo trasmette a gruppi di lavoro multinazionali per aggiornare le “Procedure operative standard” e poi – non sto scherzando – istituzionalizza le nuove procedure nella formazione e le comunica al personale in servizio ” attraverso newsletter e bollettini “.
Newsletter.
Il manuale si sofferma persino a ricordare ai lettori che la formattazione in base al pubblico è fondamentale quando si condividono queste lezioni: “Il modo in cui si presentano le informazioni sulle lezioni apprese a un generale che ne ha bisogno per prendere una decisione di comando… dovrà essere diverso dal modo in cui si presentano le stesse informazioni a un caporale che ne ha bisogno per migliorare le proprie pratiche lavorative quotidiane”. Si può quasi immaginare il generale e il caporale, ognuno mentre riceve la propria newsletter opportunamente formattata, con il meccanismo dell’apprendimento istituzionale che ronza silenziosamente sullo sfondo.
Ecco. Questa è la stanza mistica e piena di fumo. Questo è il presunto onnipotente “Piano Generale” imperiale. Un estenuante e iterativo ciclo burocratico di “Implementazione e Monitoraggio”. Quando l’impero fallisce, cosa fa? Semplicemente apre un nuovo foglio di calcolo, assegna un nuovo referente, redige una “Lezione Identificata” e modifica il percorso.
Se pensate che la strategia imperiale sia frutto di menti brillanti e maliziose, questo documento vi farà ricredere. Non è un piano strategico. È peggio. È un apparato di apprendimento istituzionalizzato e autocorrettivo che si evolve continuamente, coinvolge migliaia di persone in decine di comandi e produce coerenza strategica senza un singolo autore o un singolo documento. Ecco come pensa davvero l’impero. Nei manuali. Nei bollettini informativi.
Certo, questa è “solo” la NATO. Quando parlo di “impero”, mi riferisco sempre a una struttura a rete: una gabbia a più livelli composta da molteplici nodi legati da interessi di classe condivisi. Ma a prescindere dal nodo specifico, il punto fondamentale rimane: questo banale meccanismo amministrativo è il processo mistico che porta a ciò che gli osservatori esterni chiamano “piani”.
Trascendere la dicotomia “Scacchi 4D contro Caos”
Sostenere che un impero sia privo di un piano semplicemente perché i suoi metodi cambiano continuamente significa commettere un grave errore categoriale. Nei sistemi complessi, la modifica dei metodi in risposta agli attriti materiali è l’essenza stessa della pianificazione. Qualsiasi schema rigido che non si adatti al feedback è un piano destinato al fallimento.
Ciò solleva una necessaria questione teorica: quando un processo di pianificazione adattiva fallisce effettivamente? La risposta è quando l’obiettivo fondamentale stesso viene infranto e deve essere completamente abbandonato o sostituito, anziché semplicemente reindirizzato. In caso contrario, l’adattamento è semplicemente il funzionamento del meccanismo come previsto. Il fatto che la strategia imperiale nei confronti dell’Iran muti costantemente – passando dal JCPOA, alla massima pressione, alla guerra cinetica e ora al Memorandum d’intesa – è la prova di un processo di pianificazione funzionante, perché l’obiettivo finale rimane del tutto invariato: neutralizzare l’Iran come entità sovrana e autonoma.
Come abbiamo visto, la realtà sociologica della pianificazione all’interno di grandi istituzioni egemoniche è la seguente:
Distribuito attraverso un vasto ecosistema di attori, agenzie e forum d’élite.
Differenziati in base alla fase operativa, al pubblico di riferimento e al livello di dettaglio.
Iterativo e ciclico, piuttosto che strettamente lineare.
Adattabile alle frizioni geopolitiche in tempo reale e ai circuiti di feedback strutturali.
Coerente a livello di grammatica strategica e di interessi di classe condivisi, anche quando le manovre tattiche specifiche subiscono cambiamenti drastici.
L’apparato imperiale transatlantico presenta ognuna di queste caratteristiche. Quando lo comprendiamo, il dibattito geopolitico dominante si rivela una falsa dicotomia. Il fronte degli “scacchi quadridimensionali” intuisce correttamente questa coerenza strutturale, ma la attribuisce erroneamente a un singolo attore. Al contrario, il fronte del “caos” cerca la cosa sbagliata: un unico, statico e onnisciente “piano generale” e, dopo aver correttamente scoperto che non esiste, conclude erroneamente che non ci sia alcuna strategia.
La realtà è quella di una convergenza istituzionale . Si tratta di una dinamica distribuita in una rete di think tank, accademie militari, consigli di amministrazione aziendali e incontri d’élite, che produce una postura strategica estremamente coerente senza la necessità di un singolo autore o di un unico documento guida. Riconoscere questo quadro è indubbiamente inquietante, poiché rivela un avversario profondamente radicato, adattabile e istituzionalmente resiliente. Ma è anche di gran lunga più utile dal punto di vista politico , perché diagnostica con precisione come l’apparato imperiale pianifica e opera effettivamente, condizione imprescindibile per organizzarsi efficacemente contro di esso.
Nota conclusiva: pianificazione e contro-pianificazione
C’è una tragica ironia in tutto questo. L’insistenza sul fatto che l’impero non abbia un piano dovrebbe essere un incentivo alla mobilitazione: intende comunicare che l’ordine imperiale guidato dagli Stati Uniti non è invincibile, che le sue azioni sono disperate e reattive e che la resistenza può funzionare. Ma, travisando radicalmente il funzionamento della pianificazione imperiale, questa narrazione finisce per disarmare.
Se credi che l’impero non abbia un piano, non studierai il suo apparato di pianificazione. Non seguirai le tracce cartacee istituzionali. Non individuerai i nodi della rete in cui si verifica la convergenza delle élite e, soprattutto, dove può essere interrotta. Al contrario, esulterai per i presunti errori dell’impero mentre la gabbia si stringe.
Il dibattito geopolitico sulla competenza dell’impero spesso ci intrappola in una falsa dicotomia. Da un lato, se l’impero fosse un genio onnipotente che mette in atto un piano impeccabile, la resistenza sarebbe vana. Ma la pianificazione distribuita non è onnipotente. Presenta lacune, contraddizioni e punti di attrito in cui diverse logiche istituzionali si scontrano. Un piano che si adatta può anche essere costretto ad adattarsi in direzioni non scelte dai suoi ideatori.
D’altro canto, se l’impero fosse un caos disorganizzato e privo di qualsiasi piano, la resistenza sarebbe superflua: perché organizzarsi se il sistema sta già collassando? Ma questa convinzione alimenta la passività e una politica da spettatori.
La verità – che l’impero pianifica e che il suo apparato di pianificazione può essere studiato, compreso e contestato – è l’unica posizione che rende necessario e possibile un lavoro organizzato contro-egemonico e antimperialista. Riconoscendo che l’impero pianifica , rendiamo leggibili i suoi meccanismi strutturali. Le simulazioni di guerra della Brookings Institution, i mandati di bilancio marittimo, i dibattiti del Bilderberg e la trappola della sequenza del Memorandum d’intesa sono gli artefatti visibili di un massiccio processo di pianificazione adattiva che può essere mappato e contrastato in modo radicale.
Riconoscere questa realtà non significa affatto smobilitare. Al contrario, è la condizione imprescindibile per qualsiasi controstrategia degna di questo nome. Non si può smantellare una macchina se ci si rifiuta di studiarne la struttura.
Hanno i loro piani. Hanno le loro istituzioni. Hanno i loro manuali e i loro incontri del Gruppo Bilderberg. La questione è se siamo disposti a fare un lavoro equivalente da parte nostra: costruire le nostre istituzioni, la nostra capacità di pianificazione e i nostri orizzonti strategici a lungo termine. Non limitarci a tifare passivamente per gli altri Paesi, ma organizzarci oltre i confini nazionali. Non aspettare che l’impero crolli, ma impegnarci attivamente per renderlo obsoleto.
Spero che questo schema ci aiuti a superare le sicurezze del mito del caos, rivelando invece un sistema che può essere studiato, analizzato e contro cui costruire qualcosa.
Addendum
Questi sono gli appunti e le interviste che toccano, almeno in parte, gli argomenti qui trattati:
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Cersei e l’Alto Passero
L’estate scorsa stavo giocando a Nightreign con i miei amici David e Lara. Se ricordo bene, stavamo entrando nella mappa quando io o David dobbiamo aver accennato di sfuggita a qualcosa che riguardava Rotherham. Lara ha chiesto: «Cos’è Rotherham?», e così gliel’ho spiegato. Le ho detto: «A Rotherham, 1.400 giovani ragazze bianche inglesi sono state sistematicamente prese di mira da bande di musulmani pakistani per essere vittime di traffico sessuale e stupri di gruppo, e la polizia ha insabbiato tutto perché aveva paura di essere tacciata di razzismo». Lara ci ha riflettuto un attimo durante la chat vocale e poi ha detto: «Ma si tratta solo di uomini, no?», con il suo accento del nord. Le ho ribadito che si trattava effettivamente di un atto a sfondo razziale, ed era proprio per questo che le istituzioni avevano insabbiato tutto. Lara ha semplicemente risposto: «Sì, ma sono tutti uomini, però». David e io abbiamo gemito, e abbiamo continuato tutti la nostra corsa senza parlarne ulteriormente.4>
Ricordo questo episodio perché è una cosa che si sente dire spesso dalle donne. Qualsiasi atto a sfondo razziale compiuto da un gruppo di uomini nei confronti delle donne di un altro gruppo viene ridotto a una questione di contrapposizione tra uomini e donne. Non hanno torto nel constatare che, in effetti, sono gli uomini a commettere la stragrande maggioranza degli atti di violenza, compresi quelli nei confronti delle donne, ma quando lo affermano, si ha sempre la sensazione che manchi qualcosa nella loro analisi. Pochissime di loro sentono di appartenere a un’identità più forte dei propri genitali.
C’è un altro esempio con cui, ne sono certo, tutti possiamo identificarci. Il famigerato esperimento mentale dell’“orso nel bosco” di qualche tempo fa. La premessa era questa: se ti trovassi bloccato da solo nel bosco di notte, preferiresti incontrare un orso o un uomo? L’orso si trova nel proprio habitat; l’uomo no. L’orso è una creatura semplice; l’uomo ha un motivo per trovarsi lì. L’orso seguirà sicuramente il proprio istinto; l’uomo è imprevedibile. Ma l’orso sarà in grado di ucciderti se lo vorrà, mentre le intenzioni dell’uomo sono sconosciute. Nel video originale, sette delle otto donne intervistate sembravano scegliere in modo schiacciante l’orso piuttosto che l’uomo, con grande perplessità di molti uomini; la risposta delle donne online a questo è stata che «un orso non mi violenterebbe», al che gli uomini, offesi, hanno ribattuto: «nemmeno la maggior parte degli uomini lo farebbe». Alcuni uomini hanno anche posto la domanda sconcertante: «Che tipo di uomo stiamo incontrando?»
Di recente, su Internet sta circolando un’immagine che è stata considerata la risposta naturale a tutto questo. Si tratta di una foto di Nikki tratta dal film *Obsession*, in cui la ragazza appare a disagio e accigliata nella scena della festa in casa. La didascalia recita: “Ecco come ti guarda la tua ragazza quando le chiedi di bloccare il ragazzo che l’ha ‘violentata’ nel 2019”. Il tweet sembra aver colpito nel segno con innumerevoli uomini che hanno subito questo comportamento tossico, mentre le risposte delle donne sono state tutte di profonda indignazione e quasi deliberatamente fuori luogo. La morale della guerra verbale che ne è seguita sembra essere che il termine “stupro” sia stato talmente banalizzato nella cultura moderna che qualcosa di equivalente a un rapporto sessuale insoddisfacente – che è ciò che molte donne sembrano intendere in questo contesto – venga attivamente equiparato all’essere aggrediti nel bosco di notte. L’incapacità o la riluttanza di alcune donne a distinguere le due cose permette che uomini altrimenti innocenti vengano attaccati mentre altri vengono protetti, e la differenza si riduce alle preferenze personali della donna piuttosto che a categorie giuridicamente valide.
Abbiamo assistito a questo gioco linguistico anche nella politica reale circa un decennio fa, quando la Svezia aprì le frontiere a centinaia di migliaia di rifugiati. Il risultato fu che qualsiasi tentativo di affrontare il nocciolo della questione relativa ai migranti e al loro rapporto con la violenza sessuale veniva liquidato in Svezia a causa delle definizioni liberali del termine “s*tupro” nei tribunali. La dimensione razziale del reato è stata nuovamente ridotta a un’opposizione tra uomo e donna, ma, in modo più insidioso, si è sottinteso che i colpevoli fossero specificamente uomini svedesi bianchi, a causa dell’immagine culturale dell’uomo medio in Svezia.
Peraltro, i rapporti tra i sessi nella società odierna si sono profondamente deteriorati a partire dagli anni ’90. La fiducia nel sesso opposto è ai minimi storici: le donne considerano sempre più gli uomini come pericolosi, come dimostra il linguaggio che usano per descriverli, mentre gli uomini ritengono sempre più che non valga la pena corteggiare le donne a causa del loro comportamento incostante. I tassi di fertilità in Occidente sono bassi, e si tende ad attribuire la colpa all’economia, ma ciò non spiega perché anche l’attività sessuale sia ai minimi storici. Le donne sembrano avere in media rapporti sessuali leggermente più frequenti rispetto agli uomini, ma anche se l’«ipergamia» potesse spiegare qualcosa, le donne non fanno affatto tanto sesso quanto si immagina, e anche la loro asessualità è in aumento.
Per comprendere questo fenomeno è necessario rispondere ad alcune delle domande sopra riportate sul perché uomini e donne agiscano in determinati modi e su come le loro dinamiche naturali interagiscano con il mondo moderno. Gli scritti di Spengler su uomini e donne sono scarsi, eppure costituiscono il fondamento della sua intera teoria politica e del graduale declino della Civiltà. In questo post, quindi, esploreremo la forma che la “sterilità” di Spengler ha assunto in Occidente.
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Spengler ritiene che le energie femminili e maschili siano correlate alla dinamica cosmico-microcosmica, in cui la prima è inconscia e più in sintonia con i ritmi naturali dell’universo, mentre la seconda è profondamente cosciente e vive tali ritmi separatamente da essi, come una tensione tra sé e l’altro. In un’epoca in cui non si faceva ancora distinzione tra genere e sesso, egli considera quindi l’uomo come l’artefice della storia, mentre le donne sono la storia. Questo è un modo ricercato per dire che gli uomini di successo vincono e si prendono le donne come bottino, mentre le donne tendono a sopportare il dramma in quanto madri. La sequenza infinita delle generazioni è una realtà passiva che appartiene alle donne, ma l’esistenza del cognome appartiene all’uomo ed è suo dovere attivo mantenerla in vita attraverso i propri figli.
Insieme, l’uomo e la donna formano il nucleo familiare. Non si tratta, tuttavia, del nucleo familiare tradizionale composto da due partner alla pari e due figli. È meglio considerarlo come un perimetro definito dall’identità dell’uomo, all’interno del quale il flusso cosmico delle generazioni – la madre e i suoi figli – è protetto fisicamente ed emotivamente. L’energia attiva dell’uomo è diretta lontano da questo perimetro per competere con un mondo esterno composto da altri uomini e dalle loro rispettive famiglie, al fine di provvedere alla propria; la ricompensa, in caso di successo, è la perpetuazione del proprio cognome e dei propri valori.
Schema di IA un po’ complicato
Quando questo equilibrio viene sconvolto, ne derivano alcune conseguenze implicite. Un uomo che proietta la propria energia attiva verso l’interno, in direzione della famiglia, danneggia le emozioni passive dei propri cari, annullandole con quelle attive. Una famiglia in cui si verificano abusi sarebbe l’esempio più calzante di questo scenario, ma secondo Spengler, anche un uomo che sia eccessivamente critico nei confronti della propria famiglia e dei propri figli senza una ragione valida rientra in questa categoria, rendendo gli uomini intelligenti particolarmente vulnerabili a questo fenomeno. Un uomo debole, privo di doti di leadership, rischia di non essere in grado di guidare i propri figli verso risultati positivi; ciò comporta che i ragazzi crescano senza un modello di riferimento personale e le ragazze senza sapere come si manifesti una buona leadership; sia i ragazzi che le ragazze cercheranno altrove di soddisfare tale bisogno, e sarà una questione di fortuna se ciò si rivelerà un bene o un male.
Anche gli uomini deboli finiscono per diventare preda di donne che hanno a loro volta un’identità forte. In questo contesto, una donna dal carattere maschile impone la propria visione della famiglia al posto di quella dell’uomo, il che può rischiare di mandare in pezzi la relazione se nessuna delle due parti riesce a conciliare le proprie differenze.
Spengler descrive le donne come incapaci di comprendere, o restie a comprendere, lo stile di vita maschile che richiede all’uomo di concentrarsi su qualcosa di diverso dalle dinamiche interne alla propria famiglia:
“La donna è forte ed è pienamente ciò che è, e vive l’Uomo e i Figli solo in relazione a se stessa e al ruolo che le è stato assegnato. Nell’essere maschile, al contrario, c’è una certa contraddizione; egli è quest’uomo, ed è anche qualcos’altro, che la donna né comprende né ammette, e che lei percepisce come un furto e una violenza nei confronti di ciò che per lei è sacro.””
Gli uomini hanno una coscienza collettiva e una consapevolezza dell’altro che le donne non possiedono, poiché le emozioni femminili le portano a concentrarsi su se stesse e sulla prole, vista come un’estensione di sé. Per garantire che i propri bisogni siano soddisfatti, l’obiettivo della donna è sempre quello di assicurarsi un partner fedele e in grado di provvedere al sostentamento, solitamente “addomesticandolo” e cercando di portarlo nel proprio mondo:
“Per la donna, la politica è da sempre la conquista dell’uomo, grazie al quale può diventare madre, grazie al quale può diventare Storia, Destino e Futuro.”
Ne nasce una lotta tra madre e padre, in particolare per quanto riguarda i figli maschi. Il padre vuole crescere suo figlio come un’estensione della propria identità, mentre la madre vuole crescerlo come anello della catena generazionale. Per questo motivo, la donna considera il mondo dell’uomo, fatto di guerre, trattati e competizioni, come qualcosa di futile rispetto alla vera impresa di perpetuare la stirpe.
“Qual è per lei quella battaglia trionfale che annienta le vittorie di mille parti? La storia dell’uomo sacrifica a se stessa la storia della donna, e senza dubbio esiste anche un eroismo femminile, che conduce con orgoglio i figli al sacrificio (Caterina Sforza sulle mura di Imola), ma ciononostante c’era, c’è e ci sarà sempre una politica segreta della donna — persino della femmina nel mondo animale — che cerca di allontanare il proprio maschio dalla sua storia e di intrecciarlo, corpo e anima, nella propria storia vegetale di successione generica — cioè, in se stessa.”
Ciò non implica una ripartizione quantitativamente equa all’interno di una famiglia. La famiglia nucleare occidentale considera i ruoli di genere come una divisione del lavoro: l’uomo lavora fuori casa, la donna lavora in casa crescendo i figli, e insieme i loro ruoli si bilanciano. L’analisi di Spengler spoglia il lavoro del suo significato culturale in Occidente e lo riduce a una ripartizione qualitativamente equa: le donne sono solipsistiche, autosufficienti, così come la natura è autosufficiente, ma sono attratte da uomini con identità forti in quanto indicatori di stabilità per i propri bisogni. Anche gli uomini devono conservare questa qualità femminile per coltivare il proprio mondo interiore, pur padroneggiando la propria identità per fornire quella stabilità alle potenziali compagne. La donna femminile si polarizza verso gli uomini come potenziali partner per i propri bisogni; l’uomo maschile si polarizza sia verso le donne che verso gli altri uomini. Ma se collaborano, possono garantire un’educazione sana ai propri figli ed entrambe le parti riescono a portare a termine le proprie missioni.
Oltre a ciò, essa costituisce anche il fondamento di una sana politica interna ed esterna. I lignaggi familiari diventano il nucleo degli “Estates” di Spengler, potenti casate che, in quanto aristocrazia collettiva, costituiscono il primo nucleo della nazione attraverso il loro operato mirato. Un re è come un padre per la sua nazione: cerca la coesione all’interno della famiglia affinché questa sia organizzata per affrontare gli affari esterni. Un re che proietta il proprio potere militare verso l’interno è un tiranno, mentre un re debole getta i semi affinché altri ceti e poteri interni possano usurpare il suo trono, così come affinché potenze esterne possano impadronirsi della nazione. La popolazione e la cultura di un re di successo perdurano attraverso le generazioni; un re fallito perde se stesso e la nazione a causa dei giochi di un impero straniero. Il rispetto che una donna femminile nutre per un uomo virile è lo stesso rispetto che un seguace nutre per un leader efficace dotato di una visione di come il mondo dovrebbe essere. Il rispetto deve semplicemente esserci, e deve essere evidente il motivo per cui qualcuno debba essere seguito.
Ma non si tratta di una congruenza perfetta, perché storicamente la società maschile ha sempre creato valvole di sfogo per gli uomini che non sono in grado o non sono disposti a comprendere la natura femminile. Molti uomini usano il proprio intelletto per cercare Dio, formando il Secondo Stato: il sacerdozio. Molti si dedicano alle proprie arti, come quelle figurative. Le forze armate più potenti sono spesso addestrate con una pressione emotiva aggressiva volta a distruggere un uomo per poi ricostruirlo, con l’obiettivo di eliminare qualsiasi istinto femminile da quella che dovrebbe essere un’operazione puramente razionale. Per un uomo era evidente chi fosse e se desiderasse essere un contadino, un vagabondo, un sacerdote o un cavaliere, ma alcuni ruoli nella società implicavano naturalmente il celibato.
Ma lo stesso non si può dire del clima politico della Civiltà. In ogni Civiltà, la metafisica muore sin dal suo inizio, poiché i grandi sistemi di conoscenza (Kant, Platone) vengono portati a compimento e definitivi, e ciò che viene dopo di essi sono filosofie materialistiche che iniziano progressivamente a sostituire la metafisica con spiegazioni materiali. La vita diventa oggetto della filosofia nel momento in cui non è più vissuta, e questo apre la filosofia a ricerche pratiche quali l’Etica: «come dovremmo vivere?» In Grecia, durante e dopo Platone, abbiamo i cinici, gli stoici e gli epicurei, mentre in India c’era il buddismo; tutte e quattro le filosofie, in un modo o nell’altro, esaltano l’allontanamento dalla società come fonte di attaccamento e sofferenza. Al contrario, l’etica occidentale, a partire da Schopenhauer e proseguendo con Marx, Proudhon, Stirner, Darwin, Spencer, Shaw, Nietzsche e una dozzina di altri grandi nomi del XIX secolo, ha esaltato il concetto di individuare i problemi della società e perseguire la critica sociale e il cambiamento per migliorarla progressivamente. Uno di questi progressi per noi è stata l’esplicita emancipazione delle donne come pari agli uomini – una naturale conseguenza dei diritti naturali dell’uomo.
Jeremy Bentham (1748-1832), padre dell’utilitarismo, fu uno dei principali sostenitori dei diritti delle donne già all’inizio del XIX secolo. Anche il suo successore, John Stuart Mill (1806-1873), collaborò con la moglie per ottenere risultati femministi. Bernard Shaw (1856 – 1950), in *Quintessence of Ibsen*, anticipa la figura della «Nuova Donna». Associamo il femminismo alle suffragette solo perché furono le prime donne indipendenti a perseguire in modo radicale l’uguaglianza tra i sessi, ma in realtà la tradizione di rivendicare l’uguaglianza risale a un secolo prima di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare. Solo dopo che gli uomini ne ebbero gettato le basi, si verificarono le ondate del XX secolo: in particolare le suffragette e le femministe della Seconda Ondata, emerse rispettivamente dopo la Prima Guerra Mondiale e negli anni ’70, nonché le teoriche femministe come Simone de Beauvoir (1908 – 1986).
Anche le tecnologie occidentali hanno un ruolo da svolgere in questo contesto. L’umanità faustiana cerca sempre di liberarsi dalla propria condizione per perseguire l’assolutezza dello Spazio. All’interno del concetto di critica sociale e di progresso si insinua l’idea di abbattere le vecchie barriere per costruire infrastrutture più veloci ed efficienti, come un sentiero sterrato che viene spianato dal bulldozer per costruire un’autostrada. La tecnologia ha l’effetto diretto di liberare l’uomo dai vincoli del passato e, di conseguenza, nella nostra società urbana le donne sono più libere che in qualsiasi altra epoca della storia di perseguire la propria emancipazione. È insito nello spirito della nostra cultura il fatto che questo fosse un tema con cui, prima o poi, avremmo dovuto confrontarci.
La liberazione delle donne razionalizza la società di massa. Laddove un tempo gli uomini lavoravano nelle fabbriche e le donne crescevano i figli, ora entrambi ricevono un’istruzione universale nel quadro del mondo moderno. Il sistema educativo, come abbiamo osservato, ma anche come ha osservato Foucault, è un luogo in cui le dinamiche di potere sono chiare tra l’insegnante (superiore dal punto di vista fisico, emotivo e intellettuale) e i suoi studenti. Fin dalla giovane età, i principi sopra citati possono essere osservati direttamente nei ragazzi e nelle ragazze all’interno di queste istituzioni. Le ragazze sono ragionevoli, fanno ciò che viene loro detto, mentre i ragazzi sono ribelli, si maltrattano a vicenda, litigano e non fanno i compiti.
In un saggio precedente, ho raccontato la mia esperienza all’interno del sistema scolastico. Ho descritto in dettaglio come la scuola primaria infonda in noi valori morali che creano un substrato emotivo su cui si fondano le opinioni politiche successive. Ho menzionato la mia lezione sul caso Windrush e quelle dedicate alla Giornata del Sudafrica. Ma c’è un’altra storia che non ho raccontato:
Mckenzie oscillava tra l’essere il mio migliore amico e il tormentarmi senza tregua nel cortile della scuola dalla terza alla quinta elementare. Spesso lo denunciavo. Andavo da un’insegnante che di solito stava in mezzo al cortile e le raccontavo cosa stava succedendo; a quel punto lui scappava e si nascondeva. Loro si guardavano intorno, non lo vedevano e dicevano: «Beh, non lo vedo, stai solo alla larga da lui». Il bullismo continuava.
Alla fine di un martedì della quinta elementare, i ragazzi si stavano cambiando in classe dopo l’ora di educazione fisica, mentre le ragazze si cambiavano negli spogliatoi. Mckenzie ha ricominciato con le sue solite bravate. Sono andato dall’insegnante e le ho chiesto di fargli smettere, e lei mi ha risposto: «Tra un minuto». Così, qualche minuto dopo, le ragazze sono uscite dagli spogliatoi e i ragazzi sono entrati. Devo aver dimenticato di mettere la mia maglietta nello zaino perché, mentre appendevo lo zaino, Mckenzie me l’ha sventolata davanti al viso. Essendo stufo delle sue stronzate dopo anni di maltrattamenti, mi sono girato di scatto e gli ho sferrato un pugno in faccia. È caduto all’indietro ed è stato inghiottito dalla folla dietro di lui. A quanto pare, l’ho colpito così forte che i suoi occhiali si sono spezzati a metà. È corso immediatamente dalla nostra insegnante, e non ci è voluto nemmeno un minuto perché lei si alzasse e mi umiliasse pubblicamente davanti a tutti per quello che avevo fatto: «COSA HAI FATTO? PERCHÉ L’HAI PUGNIATO?» Le ho chiesto perché non avesse fatto nulla, e lei ha risposto che avrebbe fatto qualcosa tra un minuto.
Quindi il mio insegnante era arrabbiato, mia madre era furiosa e anche la mamma di Mckenzie era altrettanto furiosa per quello che era successo. Se quel giorno erano circa le 15:00, allora 22 ore dopo mi ritrovai seduto dopo pranzo, e Mckenzie si sedette accanto a me e mi raccontò di un video divertente che aveva visto su YouTube. Ridemmo entrambi per il video e ci dimenticammo di quello che era successo il giorno prima. Non ho mai più avuto problemi con lui. Mi sono guadagnato il suo rispetto. Gli ho dimostrato che non mi sarei fatto mettere i piedi in testa. Ho imparato qualcosa che il mio insegnante cinquantenne e mia madre quarantenne non hanno mai imparato in tutta la loro vita.
Da tutto ciò si possono trarre diverse lezioni. La prima è che, poiché l’insegnamento è un settore in gran parte dominato dalle donne, anche le fondamenta dei valori della società sono plasmate dalle donne. Per estensione, anche la società in cui viviamo è come quell’aula. L’autorità evita di risolvere il problema finché la situazione non si deteriora a tal punto che le persone perbene sono costrette a cavarsela da sole, e solo allora l’autorità punisce i buoni per aver rifiutato l’ordine vigente. Quella che chiamiamo «anarco-tirannia» potrebbe anche essere paragonata alla fidanzata che tira il braccio del fidanzato mentre lui è in mezzo a una rissa. Le donne lo fanno perché, che siano madri o meno, tra i venti e i trent’anni hanno ancora la mentalità di proteggere i propri figli dal mondo del marito, anche se ciò significa mantenere un leggero risentimento latente.
Gli uomini imparano da queste esperienze che la violenza è imprevedibile. I forti possono essere intimoriti dai deboli dalla possibilità che le cose non vadano come vorrebbero. È proprio da questi momenti dell’infanzia che emerge il mondo adulto dei trattati, degli accordi, delle leggi, delle organizzazioni e della distruzione reciproca assicurata, perché la minaccia si estende tanto a due tribù quanto a due potenze nucleari. Le donne, invece, imparano che la violenza è molto prevedibile e che raramente va a loro vantaggio. Il mondo che spesso desiderano è uno in cui tutti siano gentili gli uni con gli altri per evitare quel tipo di angoscia. Raramente viene loro inculcata la saggezza secondo cui la pace deriva dalla forza e, di conseguenza, si aspettano che le persone vadano d’accordo nonostante le enormi differenze e la mancanza di una comprensione reciproca, e si sottomettono all’ordine sociale in cui vivono senza esercitare alcuna critica sociale. Anche gli ordini umanitari presuppongono questo. La bolla identitaria di un gruppo viene estesa su tutta la terra nella speranza che tutti abbassino le armi e vadano d’accordo. La realtà che emerge, tuttavia, è un ribollire di terribili cicli di notizie e conflitti etnici. Né un liberale moderno né una donna sanno come gestire l’attrito delle identità reali, quindi, per evitare ulteriore violenza, scelgono di spettegolare al riguardo in circoli chiusi, parlando invece di risolvere.
L’Occidente moderno vanta inoltre una delle narrazioni fondanti più femminili di tutta la storia dell’umanità. A cosa sono servite le morti dei 20 milioni di uomini nella Prima guerra mondiale, o dei 50 milioni di morti durante la Seconda guerra mondiale? Il mondo non sarebbe forse un posto migliore se quegli uomini fossero ancora qui, se si fossero evitate quelle guerre? Il mondo non sarebbe quindi un posto migliore senza quella gara a chi ce l’ha più lungo, alimentata dall’onore e dall’orgoglio nazionali? Quanti mariti e quante famiglie sono stati spazzati via dal terrore dell’ideologia e dell’impero? Il mito fondante del mondo moderno è un persistente «torna a letto, tesoro» che allontana gli uomini da qualsiasi concezione di qualcosa di più elevato.
Così le donne frequentano la scuola insieme ai ragazzi su un piano di parità, spesso sono coinvolte nelle attività sociali e fisiche tanto quanto loro, si muovono con naturalezza all’interno delle istituzioni guidate da altre donne, mentre i ragazzi si scontrano costantemente con questa realtà. E poi l’istruzione di massa si trasforma in manodopera di massa man mano che conseguono le lauree e vengono incanalati verso posizioni lavorative nelle aziende. Supponendo che la qualità della relazione rimanga la stessa, il fatto è che ora ci sono due genitori che lavorano, mentre prima ce n’era solo uno. Una donna che lavora otto ore al giorno, obbedendo al proprio capo e non a un marito che rispetta, non ha più il tempo di occuparsi dei figli da sola, quindi affiderà il compito di allevarli al sistema scolastico, spersonalizzando la famiglia e il ruolo cruciale che sia la madre che il padre svolgono nella loro educazione. Un tempo erano gli uomini ad affinare il proprio intelletto per competere nel mondo del lavoro, ma ora anche le donne sono costrette a seguire quel modello. Di fatto, in famiglia ci sono due capifamiglia a tempo pieno, che guadagnano la metà di quanto guadagnavano i loro antenati.
Così, mentre uomini e donne, grazie all’idealismo del XIX e del XX secolo, sono ormai diventati partner alla pari sul posto di lavoro, il rapporto tra vita interna ed esterna, privata e pubblica, è stato sconvolto sotto diversi aspetti: il tentativo di costringere gli uomini ad assumere un ruolo femminile a scuola, il tentativo di costringere le donne ad assumere un ruolo maschile sul lavoro. Ciò che accomuna entrambi i sessi è il loro intelletto fortemente sviluppato.
Il calo dei tassi di fertilità tra le coppie occidentali viene spesso attribuito a una serie di cause. Cambiamenti climatici, crisi economica, mancanza di uomini o donne di qualità nel bacino di incontri, percorsi di carriera, antinatalismo, ecc., ma Spengler riduce la ragione alla ragione stessa: l’uomo (e la donna) cosmopolita è tutto cervello e niente anima, tutto pensiero e zero istinto. Per un contadino, il bisogno di avere figli era evidente di per sé, e aveva la motivazione per perseguire tale obiettivo. Ma l’uomo civilizzato inizia a riflettere sulla natura di ciò che una relazione significa per lui.
“… la scelta da parte di un uomo della donna che non sarà, come tra i contadini e i popoli primitivi, la madre dei suoi figli, ma la sua “compagna di vita”, diventa una questione di mentalità.”
La ragione vorrebbe che sia gli uomini che le donne cercassero una compagna con un livello di intelligenza pari al proprio, anziché qualcuno che sia considerato un buon padre o una buona madre. L’intera crisi degli appuntamenti moderni è sostenuta da questa singola realtà. Ogni uomo desidera una donna bella e gioiosa come madre dei propri figli, ma poiché, a causa dei vincoli sociali, non hanno figli fino ai 30 anni, finiscono per cercare una donna bella, slegata dalle qualità più importanti della maternità. Le donne vogliono un uomo forte che sappia entusiasmarle, ma poiché non hanno figli fino ai 30 anni, cercano l’uomo forte, slegato dalle qualità più importanti della paternità. Ciò genera una cultura tossica degli appuntamenti che produce problemi ben più specifici di quelli che possono essere discussi in questo saggio.
Gli uomini, in particolare, cadono nella trappola di sentirsi inadeguati così come sono e sostituiscono la fiducia in se stessi con caratteristiche esterne quali “l’aspetto fisico, il denaro e lo status sociale”. Il mondo degli incel, il “Looks-maxxing”, la “Redpill”, la “Manosphere” ecc. sono tutti simboli di un perfezionismo che scambia l’amore per una ricompensa finale di un lungo viaggio, anziché per ciò che è in realtà, ovvero uno stato d’essere. Molti comportamenti manifestati dalle donne, se separati dall’obiettivo specifico di avere figli, appaiono agli uomini come irrazionali, maliziosi e inutili da prendere in considerazione. Un’azione può essere vista come intenzionalmente irrispettosa quando lei non ti tiene affatto in considerazione; un rifiuto di cambiare può essere visto come testardaggine quando è semplicemente la sua identità manifestata. Spesso, un uomo oggi potrebbe dirsi: «Una donna dovrebbe fare questo, e ora staremmo tutti bene», ma nessun suo antenato ha mai pensato in questo modo. I suoi comportamenti, frutto delle sue emozioni, sono fatti; il modo in cui dovrebbe comportarsi secondo la mente maschile è una verità astratta. Il desiderio faustiano di cambiare il mondo, quando viene proiettato sulle donne, fallisce e lascia gli uomini con un senso di impotenza.
Ma questa sensazione non è priva di fattori scatenanti, e anche le donne devono affrontare i propri problemi. Le donne, negli ambienti complessi e astratti delle aree urbane, o semplicemente all’interno del campo di forza culturale che queste città proiettano sul panorama occidentale, iniziano a ricorrere al proprio intelletto per reprimere i propri istinti.
“La donna per eccellenza, la contadina, è madre. L’intera vocazione a cui ha aspirato fin dall’infanzia è racchiusa in quella sola parola. Ma ora emerge la donna di Ibsen, la compagna, l’eroina di un’intera letteratura megalopolitana, dal dramma nordico al romanzo parigino. Al posto dei figli, ha conflitti interiori; il matrimonio è un’arte-mestiere per il raggiungimento della “comprensione reciproca”. Non fa alcuna differenza se a opporsi ai figli sia la signora americana che non rinuncerebbe per nulla al mondo a una stagione mondana, o la parigina che teme che il suo amante la lasci, o un’eroina di Ibsen che “appartiene a se stessa”: tutte appartengono a se stesse e tutte sono sterili.””
La donna “civilizzata” vede i figli come un vincolo per se stessa e questa sensazione è stata espressa con brillantezza da due secoli di tradizione femminista. Pertanto, tutto — la sua istruzione, la sua carriera, la sua cerchia sociale e i suoi hobby — viene prima dei figli; arriverà persino a concentrare tutto il suo impegno sull’ucciderli e sul ridurre la particolarità del suo futuro a un ammasso materiale di cellule. Le donne che non riflettono così a fondo sulla questione spesso seguono ancora la corrente del gruppo, consapevoli di quali conseguenze violente ciò comporti per loro, e quindi accettano l’ordine attuale senza pensarci due volte. Si conformeranno alla tradizione quando saranno costrette a spiegare le loro azioni, ma in verità non ci credono affatto. Nelle relazioni sentimentali, spesso si lasciano trascinare emotivamente da uomini di scarsa qualità che non hanno alcuna intenzione di diventare padri dei loro figli, semplicemente perché ora ci sono anni da sprecare per farlo. L’isteria di massa generata dal femminismo di terza ondata sulla cultura dello stupro si è trasformata in una vera e propria paura, non di «tutti gli uomini» come dicono, ma dell’idea degli uomini che non conoscono, indipendentemente dal tipo. Questa paura può paralizzare qualsiasi entusiasmo per un nuovo uomo nella loro vita, o persino il semplice fatto di accettare di dare il proprio numero.
Per non parlare poi degli atteggiamenti tutt’altro che benevoli delle donne nei confronti degli uomini che non desiderano. Le app di incontri hanno peggiorato notevolmente il mondo degli appuntamenti moderni, esacerbando la superficialità e l’esigenza con l’illusione di opzioni che non si concretizzano mai né si rivelano valide a lungo termine. A quanto pare, l’uomo che non ha una ma ben sei foto spontanee di sé stesso, fingendo di vivere la propria vita come se non avesse chiesto a un amico di scattargli queste foto da modello, ha uno stile di attaccamento ansioso e riflette troppo su come presentarsi alle donne che conosce a malapena.
Gli uomini sembrano comprendere maggiormente la necessità dei figli e della famiglia come fondamento delle relazioni. Tuttavia, interpretano il bisogno fondamentale di provvedere alla famiglia e di essere un padre efficace nel senso più artificiale e materialistico del termine, concentrando la propria attenzione esclusivamente sul miglioramento personale. Nel frattempo, le donne tendono ad affrontare di petto l’idea di avere figli. Tirano fuori mille ragioni per non avere figli, poi, quando viene loro chiesto perché la gente non abbia più figli, additano spiegazioni contraddittorie, come «migliori condizioni di vita» nella stessa frase in cui parlano di «difficoltà economiche». Entrambi i sessi ricorrono all’aborto finché non si sentono «pronti», mentre i nostri antenati medievali mettevano al mondo cinque figli nei fienili senza finestre in cui vivevano senza pensarci due volte.
La reazione viscerale al diventare madre implica che la maternità sia qualcosa di fondamentale per le donne, contro cui bisogna lottare costantemente per non ricadervi. Nel frattempo, la ricerca costante dell’“uomo giusto” da conquistare diventa via via opprimente quando ti sembra che solo tu ti stia impegnando per migliorare te stessa, mentre i tuoi potenziali partner si comportano in modo orribile e non mostrano quasi nessun impegno nel migliorarsi a loro volta. Il risultato è un calo delle relazioni e dell’attività sessuale e, di conseguenza, un calo dei matrimoni e delle nascite.
A Roma, nel I secolo, uno studio di Bruce Friar stimava che, per mantenere un tasso di natalità stabile nei quartieri poveri della città, afflitti da malattie, sarebbe stato necessario un tasso di natalità di circa 5,82 figli per donna. Egli osservò che ciò ovviamente non stava avvenendo e che persino la Lex Iulia di Augusto incentivava solo la nascita di 3 figli per donna. Il risultato era che Roma dipendeva costantemente da un flusso di nuovi volti per sostenere la popolazione, consumandoli come legna nel fuoco.
Nel mondo moderno, lo stravolgimento di una vera dinamica di genere a favore della società di massa ha portato allo stesso fenomeno: la cultura della nazione, che corrisponde al lato privato e femminile della famiglia, rifiuta di avere figli, mentre lo Stato stesso, che corrisponde al lato pubblico e maschile della famiglia, proietta in vari modi il proprio potere sulla popolazione per controllarla minuziosamente e tiranneggiarla, distogliendo al contempo l’attenzione dal vero obiettivo della politica, ovvero la competizione tra altre entità statali a beneficio della propria nazione. Il risultato è una famiglia abusiva a cui è permesso esistere così com’è solo perché fa parte dell’Impero americano. Dire che il nostro governo «tradisce» il proprio popolo a favore di popoli stranieri può sembrare crudo, ma il tradimento è chiaro e comprensibile perché lo Stato ha bisogno di oliare la macchina, trattando la nazione ospitante come un elemento sacrificabile in un ordine che ha smesso di essere organico, naturale e incline a produrre e nutrire la propria vita.
Il modo di pensare delle donne, che lascia perplessi gli uomini, probabilmente non farà che peggiorare man mano che la loro natura psicologica verrà allontanata dalla maternità. Il femminismo è come Cersei Lannister che invita pericoli che non comprende per risolvere un problema che non ne era uno. Il modo di agire degli uomini, che turba le donne, probabilmente peggiorerà anch’esso man mano che la nostra natura psicologica verrà allontanata dal ruolo di provvedere alla famiglia. Il perfezionismo maschile serve solo a rendere gli uomini ancora più celibi, poiché si convincono di non essere all’altezza. Anche gli effetti sociali, che ci terrorizzano, peggioreranno. La Generazione Z è una generazione di sacerdoti, e la situazione è destinata a peggiorare sempre di più con la progressiva integrazione in un Internet dominato dalla cultura cosmopolita.
Non serve a nessuno che io diffonda pessimismo, e non è questo lo scopo di questo saggio. In realtà è proprio il contrario. Mentre molti uomini si pavoneggiano su Hinge, l’approccio a freddo è un’arte ormai dimenticata. Sebbene le donne temano gli sconosciuti, avere una vasta rete di amici eterogenei ti offre molteplici forme di approvazione sociale che ti aiuteranno a trovare una donna a cui piaci e che ti rispetta. Non viviamo in un’epoca in cui il sesso, l’amore e i figli non esistono più; viviamo in un’epoca in cui i concetti di queste cose hanno preso il sopravvento sui sentimenti reali nelle nostre menti e ora minacciano di smantellare la civiltà. Se hai figli, assicurarti che siano ben socializzati e cresciuti correttamente impedisce loro di infliggere i propri problemi ai tuoi nipoti. Vale anche la pena fermarti a riflettere ogni volta che ti inventi una scusa per giustificare il fatto che non stai facendo qualcosa. Questo non ti protegge, non ti preserva per qualcosa di meglio e certamente non riflette la tua moderazione e intelligenza; è solo un’altra tensione della coscienza vigile che ora ha cristallizzato il tuo cervello in uno stato di paralisi.
La ragione è nemica dell’amore; avere figli non ha mai avuto alcun senso logico, è semplicemente quello che si fa.
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Per gran parte degli ultimi sette anni, da quando scrivo “Contemplazioni sull’Albero del Dolore” ho mantenuto il Bitcoin (e/o l’oro) come miei investimenti principali. Di tanto in tanto ho acquistato invece azioni, di solito con mio grande rammarico; e ho inevitabilmente finito per tornare alla mia tesi di investimento fondamentale, secondo cui siamo condannati.
Finora non ho scritto molto sul Bitcoin proprio qui su Tree of Woe , ma altri lo hanno fatto. Infatti, è stato esattamente un anno fa oggi che ho pubblicato un meraviglioso guest post intitolato Aenean Moneyscritto da Aleksandar Svetski, autore del libro The Bushido of Bitcoin. Aleksandar sostiene che le caratteristiche uniche di Bitcoin lo allineano ai principi filosofici dello spirito di Enea che avevo documentato in una serie di articoli.
Da quando è stato scritto l’articolo, purtroppo, il Bitcoin non ha registrato buoni risultati. Se si confrontano il prezzo storico di 106.090,97 dollari riportato da CoinMarketCap il 13 giugno 2025 con l’attuale prezzo del BTC di 62.539 dollari, il Bitcoin ha subito un calo di circa il 41,1% su base annua. L’ultima settimana è stata particolarmente difficile. In effetti, è andata così male da spingere un aspirante bushi del Bitcoin a contemplare il seppuku sul tatami del dolore.
Makurisu Arekusandā medita il seppuku dopo aver subito un grave smacco sul mercato delle criptovalute
Per fortuna, non tutti nella mia cerchia condividono la mia propensione all’autoflagellazione contemplativa. Il mio amico Gary Brode di Investimenti basati su una conoscenza approfonditaè molto più cauto riguardo al recente andamento dei prezzi chiudicatastrofecambiamento. Mi ha dato il permesso di condividere alcune delle sue riflessioni. Mi scuso in anticipo se le considerazioni di Gary non sono del tutto prive di speranza, ma spero che i prossimi saggi tornino a quella micro-disperazione da cui tutti voi dipendete.
Il Bitcoin ha un andamento dei prezzi molto volatile. Un articolo pubblicato su Portfolio Lab riporta che negli ultimi 16 anni si sono verificati 16 cali del 20% o più. Negli ultimi 15 anni si sono verificati quattro crolli del 75% o più, oltre ad altri tre di circa il 50% in quel periodo. Ciò equivale in media a un calo del 20% all’anno, uno del 50% (circa) ogni due anni (più o meno) e un crollo superiore al 75% ogni quattro anni. A volte non ci sono state ragioni concrete da citare, ma ciò non ci impedirà di cercare cosa c’è di diverso questa volta e quali cause vengono citate per l’attuale calo (attualmente poco più del 50%).
1) Michael Saylor vende 32 Bitcoin
Attraverso Strategy, precedentemente nota come MicroStrategy, Saylor controlla oltre 840.000 Bitcoin, pari a più del 4% di tutti i Bitcoin attualmente estratti. Questa settimana ha venduto 32 Bitcoin. Sebbene ciò sia irrilevante rispetto al patrimonio totale di Strategy, alcuni sono allarmati dal cambiamento di posizione da parte di chi ha sempre predicato di «non vendere mai i propri Bitcoin».
Ho un’opinione contrastante su Saylor. È stato un efficace promotore del Bitcoin come moneta digitale non fiat. Apprezzo anche la sua idea secondo cui le istituzioni in possesso di una quantità sufficiente di Bitcoin potrebbero fungere in futuro da banche a riserva piena. Il lato negativo è che, essendo per molti il volto pubblico del Bitcoin, c’è il rischio che abbia utilizzato una leva finanziaria crescente per continuare ad acquistare. La leva finanziaria è ottima quando il prezzo sale e pericolosa quando scende. Ha anche la tendenza a inventare indicatori finanziari privi di senso e ha cercato di convincere gli azionisti che Strategy ha fornito loro un dividendo in Bitcoin, quando in realtà ha semplicemente utilizzato la leva finanziaria per acquistarne di più. Penso anche che sia stato un errore strategico dire alla gente che non avrebbe mai venduto, una posizione assoluta che ha violato questa settimana, anche se in modo minore. Avrebbe fatto meglio a dire che si aspettava di essere un acquirente netto di Bitcoin a lungo termine, ma gli investitori dovrebbero aspettarsi che di tanto in tanto effettui alcune vendite strategiche tempestive.
In breve: non credo che la vendita di 32 Bitcoin da parte di Saylor sia rilevante, ma il fatto che una sola persona, che per di più è un sostenitore pubblico della causa, utilizzi la leva finanziaria per controllare il 4% del flottante totale ha sempre rappresentato un rischio. E ora ne stiamo subendo le conseguenze.
2) Il prezzo determina la legittimità?
Ho letto di una discussione tra Peter Schiff, sostenitore dell’oro, e Saifedean Ammous, autore di *The Bitcoin Standard*, in cui Schiff ha chiesto a Ammous a quale prezzo avrebbe ammesso che il suo sostegno al Bitcoin fosse stato un errore. Ammous ha risposto che sarebbe stato intorno ai 15.000 dollari. Molti sono rimasti scioccati. Come poteva uno dei migliori e più convinti sostenitori del Bitcoin ammettere che esistesse un prezzo tale da invalidare la sua tesi positiva?
Tuttavia, se analizziamo ciò che viene effettivamente detto, non è poi così grave. La maggior parte di ciò che consideriamo denaro ha potere d’acquisto perché le persone credono che ce l’abbia. L’oro ha un uso industriale limitato, ma è considerato denaro perché questa è stata l’opinione comune per migliaia di anni. La maggior parte del valore dei diamanti esiste perché le persone pensano che abbiano valore, e il passaggio ai diamanti sintetici sta cambiando questa situazione proprio in questo momento. Direi che il valore intrinseco del dollaro, sostenuto dalla “fiducia” e dal “credito” di un governo con un debito di 39.000 miliardi di dollari, esiste perché il mondo lo ha accettato come valuta di riserva dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Il Bitcoin non fa eccezione. Non esiste un “valore” intrinseco in un Bitcoin. Si tratta di codice basato su una grande idea. Più persone lo accettano e gli attribuiscono valore, più valore avrà. Se un numero sufficiente di persone lo rifiutasse, allora Saif avrebbe ragione. Diventerebbe quindi un grande esperimento fallito. La gente ha il diritto di essere scioccata, ma penso che lui stia semplicemente riconoscendo la realtà che qualunque strumento comunemente accettiamo come “denaro” contiene sempre un elemento di consenso diffuso nel trattarlo come tale.
3) Informatica quantistica
Da tempo si teme che i computer quantistici possano facilmente violare la crittografia di Bitcoin, consentendo a qualcuno di rubare i Bitcoin di tutti. Ora c’è un nuovo timore: che anche l’intelligenza artificiale possa potenzialmente farlo. Ho sempre trovato questo argomento interessante. Mettiti nei panni di un ladro con un computer quantistico in grado di decifrare i codici. Preferiresti puntare su Bitcoin e la sua capitalizzazione di mercato di 1,2 trilioni di dollari, o proveresti prima il tuo strumento di decodifica sulla Federal Reserve statunitense, la Banca Centrale Europea, la Banca del Giappone, JP Morgan, Blackrock, Fidelity e decine di altre istituzioni finanziarie con asset disponibili maggiori? La “soluzione” a questo problema futuro è la crittografia quantistica. Alcuni hanno affermato che le istituzioni finanziarie tradizionali potrebbero affidare a una sola persona il compito di prendere questa decisione e attuarla, mentre Bitcoin richiede l’accordo della maggior parte dei suoi miner per apportare modifiche. È un rischio, ma in tal caso quei miner avrebbero un forte incentivo a consentire il cambiamento.
4) L’intelligenza artificiale sta monopolizzando il capitale degli investitori
Nel numero di questa settimana di “5 Things” (disponibile questo fine settimana), abbiamo parlato delle imminenti IPO di SpaceX, Anthropic, OpenAI (probabilmente) e dell’offerta azionaria da 80 miliardi di dollari di Google. I primi anni dell’IA sono stati finanziati dalle più grandi aziende del mondo. In questo momento, stiamo assistendo all’offerta agli investitori di titoli legati all’IA per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Le persone hanno una quantità limitata di attenzione e di capitale, ed è possibile che si verifichi una rotazione dal Bitcoin verso i titoli legati all’IA.
5) L’intelligenza artificiale sta facendo lievitare i prezzi dell’elettricità
Il Proof of Work è alla base della sicurezza della rete Bitcoin e, dato che comporta un elevato consumo di energia elettrica, rende i tentativi di frode nei confronti della rete costosi e inefficaci. Storicamente, si è sempre osservata una correlazione tra il prezzo del Bitcoin e l’hash rate, ovvero la quantità di potenza di calcolo utilizzata dalla rete. I miner di Bitcoin sono sensibili al costo dell’elettricità e, a un certo punto, hanno un incentivo a spegnere le loro macchine. L’intelligenza artificiale utilizza enormi quantità di potenza di calcolo fornite da ingenti quantità di energia. Le aziende che sviluppano i modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) e forniscono risposte alle richieste sono state disposte a offrire tariffe superiori a quelle di mercato per un accesso affidabile all’energia. Maggiore è la concorrenza sui prezzi dell’elettricità, minore è l’incentivo per i miner di Bitcoin a mantenere alto l’hash rate.
Un membro del comitato consultivo di DKI suggerisce inoltre che tra qualche mese saranno disponibili nuove macchine di mining più efficienti, il che dovrebbe far aumentare l’hash rate in quel momento.
Ho il sospetto che i fattori determinanti in questo caso siano la vendita di Saylor, che potrebbe protrarsi fino a quando Strategy non ridurrà la leva finanziaria, e l’aumento dei costi energetici. Se il Bitcoin è a rischio di furti basati sulla tecnologia quantistica, lo stesso vale per il dollaro. Sebbene ritenga che l’ammissione di Saifedean abbia scioccato alcuni, la sua opinione mi sembra sensata e, a ben vedere, non è poi così sorprendente. È anche possibile che non ci sia una vera ragione. Il Bitcoin ha subito cali del 50% in media ogni due anni e cali del 75% circa ogni quattro anni. L’ultimo risale al 2022.
Continuo a detenere Bitcoin perché sono sicuro al 100% che il Congresso degli Stati Uniti continuerà a svalutare il dollaro. Abbiamo bisogno di una moneta che non dipenda dalle decisioni del governo e che sia indipendente dalle banche centrali. Tutte le ragioni sopra esposte indicano la possibilità che il Bitcoin possa trovarsi in difficoltà. La svalutazione del dollaro continuerà e tutte le valute legali perderanno potere d’acquisto. Al momento, le opzioni a vostra disposizione sono l’oro, che è volatile (con un calo del 22% da gennaio), il Bitcoin, che è molto volatile, o il dollaro, che non è volatile ma perde potere d’acquisto ogni anno.¹
Se il tuo spirito da samurai è stato temporaneamente risollevato dall’…ottimismo… di Gary, assicurati di visitare il suo sitoDeep Knowledge Investing per ulteriori approfondimenti. Poi passa alla sezione commenti qui sotto, dove si nascondono i veri profeti di sventura. Ricorda, nessuna strategia di investimento può proteggerti dai cannibali vaganti che affliggeranno New Canaan, nel Connecticut, dopo il crollo.
Il mio socio di The Escapist si è trasferito a New Canaan, quindi posso testimoniare in prima persona, vedendo la sua splendida casa, che si tratta di uno dei sobborghi più belli del mondo. Se i cannibali vaganti dovessero arrivare a New Canaan, potremmo essere assolutamente certi che la fine è vicina. Nel frattempo, potresti anche iscriverti per ricevere una notifica ogni volta che pubblico un articolo.
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cerca di razionalizzare l’ attuale andamento della guerra in Ucraina che la solita macchina propagandistica occidentale ora vorrebbe venderci addirittura non più come uno “stallo” ma addirittura come una “ opportunità” per imporre alla Russia la sconfitta strategica programmata con questa “guerra ”.
In pratica sembrerebbe che il “pendolo “ dell’ “Impero occidentale”, dopo l’ evidente “battuta d’arresto” nel golfo si stia nuovamente concentrando sulla pratica “russa” dopo averla “contenuta” con lo “spirito di Anchorage” e più strettamente avvolta con la “cintura turca” nei “balcani caucasici”.
E detta così la cosa suonerebbe addirittura minacciosa per la Russia con il sempre più forte coro dei “nazionalisti” russi ad invocare di rompere questo “ cerchio” ripristinando “ la deterrenza che non c’ è” ( argomento su cui scrissi diversi mesi fa qualcosa qui ) con atti eclatanti se non addirittura strategicamente sconsiderati.
Ma se la cosa viene considerata più freddamente, come cerca di fare Simplicius, le conclusioni sono diverse; non c’ è nessuna “ crisi russa” sebbene sia sempre più evidente che la Russia sia coinvolta in una guerra da cui non può uscire.
E per capirlo bisogna innanzitutto partire dalle vere cause di queste “ crisi” , o per meglio dire di questa “ guerra mondiale a tranci ( congelabili)”. E la causa è una sola: Il sistema finanziario su cui si basa l’ impero americano sta per essere sommerso da un debito impagabile e gli “gnomi” che lo detengono hanno sempre più bisogno di una “guerra mondiale” per giustificare il LORO “non ti pago” restando non solo “in sella” ma cogliendo anche altre opportunità “ accessorie” che ne deriverebbero. Fermare Cina ad esempio; la definitiva liquidazione dell’ Europa.
E la Russia suo malgrado è stata presa come “il vilain” di questa guerra e ora non ci può fare nulla perché “ per la guerra basta uno ma per la pace bisogna essere in due”; così nella pratica la NATO andrà fino in fondo a questa guerra perché questo vogliono i suoi padroni.
Deve di conseguenza essere chiaro che NON è concedendo LORO la LORO tanto desiderata WW che la Russia risolverà il suo problema; l’ unica strategia possibile sia quella del Judoka : fronteggiare il nemico , contenendolo ed esasperandolo finché esso sarà avventato e scoperto e solo ALLORA dare LORO un “ippon” , ciò un colpo “immobilizzante” che impedisca a questa “ setta di psicopatici” di trascinare tutto il mondo con sé.
In pratica si tratta di fronteggiare il LORO “inganno” con un altro “inganno”, esercitando la pazienza del “contenimento”, facendo finta di subire fino al momento del violento “contraccolpo”.
Per questo, ovviamente, tutte le mosse possibili del nemico devono essere PREVISTE ma non PREVENUTE in modo proattivo. Caso mai esse devono essere “incanalate” secondo il percorso di un NOSTRO inganno che copriremo dicendo che NOI siamo stati ingannati dal LORO inganno.
E’ infatti abbastanza ripetuto nel variegato mondo “antimperialista” il concetto che la Russia / Putin siano state sistematicamente ingannate, dall’ aggressione alla Libia in poi attraverso le varie Min(s)kiate , Siria, Instambul ,Anchorage, etc. e che quindi “la Russia è perduta “ o , versione più raffinatamente semplificante, “ la Russia è complice, perché sta sbagliando volutamente tutto “.
Anzi in certi momenti, come l’attuale, è lo stesso Putin a dichiararsi “ingannato”., e perfino i suoi alleati più stretti come Lukaschenko fanno trapelare a mezza bocca questo concetto /sconcerto tentando un qualche appeasement personale coi “cari partners”.
Tutte cose che chi ha letto o anche solo visto qualcosa sulle “lotte di potere” ( ad esempio la trilogia del Padrino ) non può che sorridere perché vi riconosce il solito “doppio inganno”.
Ma infatti riflettiamoci un attimo : può un ex funzionario del KGB essere così facilmente e ripetutamente “ingannato” ? No di certo! Bisogna quindi valutare altre opzioni .
Ad esempio supponiamo che Putin sia, se non proprio un Gorby ( difficile essere così sciocchi), uno Eltsin molto più raffinato , uno che deve svendere la Russia ma sotto le spoglie di un “restauratore”.
Insomma un agente del NEMICO che deve prevenire e sedare la reazione del proprio paese al suo strangolamento da parte del “ Grande Capitale Apolide”. Questo può certamente essere perché il dichiararsi ( a posteriori) ripetutamente “ingannato” sarebbe appunto il giusto mascheramento per restare in sella .
Ma anche se Putin NON fosse questo “agente” , anzi fosse il suo esatto contrario , anche far credere di esserlo sarebbe la sua giusta opera di mascheramento , o no ?
. Il “doppio inganno” è l ABC di ogni “uomo dei servizi”!
Ma come se ne esce allora ? Semplicemente col solito “ precetto evangelico” “E’ dai frutti che si conoscono gli alberi “ nonché dal ben noto “Rasoio di Occam ( “entia nun sunt multiplicanda praeter necessitatem “) perché l’ inganno è una azione “binaria” ( o ci credi o non ci credi ) e chiunque che per ottenere qualcosa ammucchi una montagna di concetti contraddittori, alla fine si perderà nel suo stesso caos .
Il “ doppio inganno” è il massimo livello di falsificazione utilmente gestibile.
Ad esempio il “Grande Kapitale Apolide” già deteneva la Russia ai tempi di Eltsin quando già la Russia stava andando a pezzi; perché mai quindi ricorrere ad un finto “restauratore” , figura che doveva per forza essere convincente “restaurando” la Russia in qualche modo , laddove una bella “guerra civile” sarebbe stata molto più semplice e vantaggiosa allo scopo di dissolverla definitivamente ?
E’ molto più realistico attribuire a Putin invece “la figura” di un “restauratore” che si atteggiasse ad ingenuo /sprovveduto/ servizievole per farsi sottovalutare mentre si impadroniva del potere effettivo.
Dando per assodato quindi che Putin è quello che dice di voler essere , opinione che mi terrò finché i suoi “frutti” politici dimostreranno che era di tutt’altro “albero”, bisogna concludere che la scontata evoluzione di questa guerra nelle varie fasi A,B, C di cui ho parlato fino da l’ inizio, esattamente come l’ ho vista io, non poteva NON vederla anche lui e che quindi anche lui sia arrivato alla conclusione che una guerra NATO-Russia sia procrastinabile ma NON evitabile; che quindi anche la fase C, in cui ora stiamo entrando, fosse ampiamente prevedibile con l’ inevitabile fine dello “spirito di Anchorage” e il conseguente coro dei “patrioti russi” e perfino del suo stesso entourage sul fatto che Putin “è stato ingannato un’ altra volta”.
E qui sta il “doppio inganno”; se la strategia NATO era di ingannare la Russia coinvolgendola in una guerra diretta NATO-Russia convenzionale , anche la “riluttanza” russa ad anticipare questa escalation “ convenzionale” della NATO potrebbe essere il “controinganno” a cui partecipano involontariamente quei “patrioti” russi che si lagnano della “debolezza di Putin” invocando fantasmagorici ed inutili “ fuochi nucleari” per ripristinare la “deterrenza che non c’ è “.
Perché per ora di “fuochi di artificio “ la Russia non ne ha bisogno; ma a “tempo debito” i “fuochi” NON Nucleari russi verranno, e gli oreskhin voleranno senza alcun preavviso su “obbiettivi sensibili “ in €uropa (magari a cominciare da laddove qualche idiota starà ammassando “materiale nucleare in posizione avanzata “) e con la Russia che in quel momento terrà ANCHE lei stessa il dito sul pulsante Nucleare.
Perché quelli saranno “ cinque minuti fatali ” a cui la Russia si sta preparando da tempo, ma al quale l’ “occidente” evidentemente no.
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Una disamina interessante del recente vertice, anche se edulcorata, come da orientamento generale del sito. In calce i quattro comunicati più importanti scaturiti dal summit. Colpisce la continuità con la quale si persegue la volontà di protrarre ed allargare il conflitto con la Russia sino a relegare in secondo piano il contenzioso con l’Iran, tentando di farne addirittura, in tempi ragionevoli, un ulteriore fattore di accerchiamento. In questo la leadership europea, all’ombra della componente neocon, si è assunta il ruolo più oltranzista ai danni dei propri popoli. Le diatribe gossipare di questi giorni, che hanno riguardato Trump, Meloni e altri leader, sotto il velo ipocrita dell’ostentato orgoglio nazionale cercano di nascondere il vicolo cieco, la strada obbligata, malinconica se non tragica, verso cui stanno trascinando i paesi europei. Quanto alle politiche in Africa, poche e poco significative variazioni rispetto al passato e al presente, con particolare riguardo all’armamentario messo a disposizione. Un tema da approfondire. Giuseppe Germinario
A Évian, il 15 giugno 2026, sulle rive del Lago di Ginevra, e sotto la presidenza francese, i leader delle sette democrazie più industrializzate del pianeta si riuniranno per il loro vertice annuale. Il panorama è magnifico, il protocollo impeccabile, i comunicati meticolosamente redatti. Ma nell’aria aleggia una domanda, più persistente dei discorsi: qual è ancora lo scopo del G7 in un mondo che gli è sfuggito di mano? Fondato nel 1975 nell’urgenza di una crisi petrolifera che minacciava le economie occidentali, questo discreto forum di democrazie ricche ha a lungo incarnato una forma di governance globale informale. Ha accompagnato la fine della Guerra Fredda, l’ascesa della globalizzazione, l’egemonia del dollaro e il dominio incontrastato delle norme liberali. Oggi i BRICS hanno una maggiore parità di potere d’acquisto rispetto al G7, la Cina è il principale partner commerciale di metà del pianeta e il Sud del mondo si rifiuta categoricamente di essere governato da regole che non ha contribuito a creare. Hubert Védrine, che ha visto da vicino i meccanismi interni di questi vertici quando era ministro degli Esteri di Lionel Jospin, non nasconde il suo lucido scetticismo; per lui, il G7 rimane utile a patto che non si identifichi con ciò che non è più.
1975: La nascita discreta di una direzione occidentale
Per comprendere il G7, dobbiamo tornare all’autunno del 1973. La guerra dello Yom Kippur scoppiò in ottobre, portando a un embargo petrolifero arabo contro i paesi occidentali che avevano sostenuto Israele. Il prezzo del barile di petrolio quadruplicò in poche settimane. L’inflazione salì alle stelle, le code ai distributori di benzina si allungarono e i governi delle principali democrazie industrializzate si resero conto con stupore della loro vulnerabilità collettiva. Valéry Giscard d’Estaing, allora Ministro delle Finanze francese, prese l’iniziativa e convocò una riunione informale dei capi di Stato e di governo delle cinque principali economie occidentali – Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone – a Rambouillet nel novembre del 1975. L’Italia e il Canada si unirono al gruppo nel 1976. Nacque così il G7.
Ciò che colpisce della concezione originaria del gruppo è la sua scelta deliberata di informalità. Nessun segretariato permanente, nessuno statuto, nessuna votazione, nessun meccanismo di sanzione. I leader si incontrano annualmente per parlare francamente, lontani dai forum delle Nazioni Unite e dalle loro procedure farraginose, lontani dalle burocrazie e dai comunicati preparati a tavolino. L’idea di Giscard era semplice e pragmatica: gli uomini che governano le grandi potenze devono conoscersi, parlare direttamente e concordare su priorità comuni senza passare attraverso i soliti filtri diplomatici. Questa “diplomazia da poltrona”, come alcuni l’hanno definita con un pizzico di condiscendenza, ha prodotto risultati concreti: coordinamento delle politiche monetarie, gestione delle crisi finanziarie e impulso dato ai negoziati commerciali multilaterali.
Védrine osserva che il G7 è sempre stato meno un’istituzione e più uno stato mentale, quello di un Occidente ancora certo della propria missione, convinto di rappresentare non solo i paesi più ricchi, ma anche i valori più universali. Questa convinzione che la democrazia liberale, il libero scambio e i diritti umani formino un insieme coerente con una vocazione universale ha a lungo conferito al G7 una legittimità che trascendeva la sua mera rappresentatività economica. Ed è proprio questa legittimità che il mondo multipolare sta erodendo.
Dalla governance globale a un club assediato: le fratture del G7 contemporaneo
Il G7 raggiunse il suo apice negli anni ’90. Il crollo dell’URSS lasciò i membri del gruppo senza seri rivali; rappresentavano quasi due terzi del PIL mondiale, le loro valute dominavano il commercio internazionale e le loro aziende plasmavano la globalizzazione. La Russia di Boris Eltsin fu invitata ad aderire al gruppo nel 1998, e il G7 divenne il G8, nella speranza che Mosca si integrasse permanentemente nell’ordine liberale occidentale. Questa scommessa fallì dopo l’annessione della Crimea nel 2014; la Russia fu espulsa e il formato del G7 fu ripristinato. L’intermezzo del G8 durò sedici anni. Lasciò dietro di sé una lezione di umiltà geopolitica: una grande potenza non può essere integrata in un club nella speranza che questo ne cambi la natura.
Da allora, le divisioni interne si sono moltiplicate. Durante il suo primo mandato, Donald Trump si è rifiutato di firmare diversi comunicati congiunti, trasformando i vertici in un teatro di assurdità diplomatiche. Il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 ha reintrodotto questa tensione, in particolare sulla questione ucraina, sui dazi e sul cambiamento climatico, ambiti in cui le posizioni americane divergono profondamente da quelle europee. A Évian nel 2026, la Francia di Macron sta cercando di mantenere la coesione del gruppo attorno a priorità attentamente selezionate: riforma dell’architettura finanziaria internazionale, intelligenza artificiale, protezione dei minori online e lotta alla criminalità organizzata. Si tratta di temi importanti, ma che evitano con cautela le fratture più profonde.
La rappresentatività economica del G7 si è notevolmente indebolita. Nel 1975, il gruppo rappresentava circa il 70% del PIL mondiale. Entro il 2026, questa quota era scesa al di sotto del 45% a parità di potere d’acquisto, mentre i paesi BRICS+ superavano il 35%. L’India, che presto diventerà la terza economia mondiale, non è membro del G7. Non lo è nemmeno la Cina, la seconda economia mondiale. Né lo è l’Arabia Saudita, che determina in larga misura i prezzi globali dell’energia. Un club di leader mondiali che esclude alcuni degli attori più influenti del pianeta: un’anomalia che sta diventando sempre più difficile da ignorare.
Utile ma insufficiente: cosa può ancora offrire il G7
Sarebbe tuttavia intellettualmente disonesto ridurre il G7 a una reliquia anacronistica. Il gruppo conserva punti di forza reali che i suoi detrattori a volte sottovalutano ingiustamente. In primo luogo, la sua stessa natura – un forum informale di democrazie che condividono valori e sistemi politici simili – gli conferisce una capacità di coordinamento rapido e franco che manca a organismi più ampi, come il G20. Quando sette leader si incontrano senza un’agenda rigida o potere di veto, possono affrontare questioni delicate con una franchezza impossibile nei tradizionali formati multilaterali. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia di Covid-19, la risposta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: in ognuno di questi casi, il G7 ha svolto un ruolo di coordinamento e di guida che strutture più ampie non avrebbero potuto assolvere con la stessa rapidità.
Inoltre, il G7 rimane il forum in cui, spesso prima di importanti negoziati multilaterali, vengono definite le posizioni delle principali democrazie liberali su questioni normative chiave, come la tassazione delle multinazionali, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, gli standard di cybersicurezza e le norme ambientali. L’accordo storico del 2021 su un’imposta minima globale sulle società è stato avviato in seno al G7, prima di essere esteso all’OCSE e poi al G20. Questo ruolo, seppur modesto, ma concreto nella definizione degli standard giustifica l’esistenza del gruppo anche in un mondo in cui non può più pretendere di governare da solo.
Védrine propone quella che si potrebbe definire una visione lucida e disincantata: il G7 deve accettare di essere solo uno dei tanti attori in una governance globale che sarà necessariamente più frammentata, più negoziata e più conflittuale. Non può più parlare a nome della “comunità internazionale”, un’espressione che lui stesso ha criticato come un’usurpazione semantica da parte dell’Occidente. Ma può parlare a nome proprio, difendere interessi e valori apertamente riconosciuti come tali e cercare un terreno comune con gli altri attori senza la pretesa di convertirli. Questa rinuncia all’universalismo automatico non è un’ammissione di debolezza. È la condizione per riconquistare credibilità, come la definisce nel suo *Dictionnaire amoureux de la Géopolitique* (Dizionario amoroso della geopolitica), semplicemente guardando il mondo così com’è.
Sulle rive del Lago di Ginevra, il 15 giugno 2026, i sette leader riuniti a Évian si trovarono di fronte a un panorama di serena bellezza e a un’agenda di vertiginosa complessità. Il mondo che pretendevano di contribuire a governare stava in parte sfuggendo al loro controllo, non perché fossero diventati incapaci, ma perché il potere si era ridistribuito, gli equilibri di potere si erano modificati e le ambizioni egemoniche avevano i loro limiti naturali. Il G7 sarebbe sopravvissuto, senza dubbio. Avrebbe continuato a riunirsi, a emettere comunicati, a coordinare le posizioni e a promuovere standard. Ma il mondo che pretendeva di governare nel 1975 non esisteva più. E il mondo che lo aveva sostituito richiedeva tavoli diversi, voci diverse e regole del gioco diverse. La vera domanda non era se il G7 fosse ancora utile; lo era. La domanda è se le democrazie che lo compongono abbiano la lucidità mentale per accettare che utile non è più sinonimo di dominante e che l’influenza, d’ora in poi, deve essere guadagnata a ogni vertice.
LE DICHIARAZIONI DEL G7
DICHIARAZIONE DEI LEADER DEL G7 SULLE QUESTIONI GEOPOLITICHE Ucraina • Noi, leader del G7, siamo uniti nel nostro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Ribadiamo la nostra solidarietà alla popolazione ucraina, vittima di attacchi alle infrastrutture critiche e al patrimonio culturale. Lodiamo l’Ucraina per la sua resilienza e i progressi compiuti sul campo di battaglia negli ultimi mesi e sottolineiamo che ora si è creato un nuovo slancio. • Per sostenere e accelerare questo nuovo slancio, concordiamo di aumentare la fornitura di capacità di difesa aerea, sistemi e intercettori aggiuntivi, nonché capacità a lungo raggio. Siamo inoltre pronti a valutare la possibilità di estendere all’Ucraina il beneficio delle licenze per consentire un aumento della produzione militare ucraina.• Sottolineiamo l’importanza della resilienza energetica, sulla base delle esigenze e delle priorità espresse dalle autorità ucraine. Concordiamo di fornire ulteriore sostegno per aiutare il Paese a superare il prossimo inverno.• Ci impegniamo ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa. In questo contesto, rafforzeremo le nostre sanzioni, comprese quelle nei settori del petrolio e del gas. Riteniamo che questo sia il momento giusto per procedere con misure aggiuntive, poiché il presidente Trump ha raggiunto un accordo, che noi sosteniamo, sulla riapertura dello Stretto di Ormuz. Medio Oriente• Riconosciamo la svolta e l’opportunità che attualmente si presentano in Medio Oriente.• Accogliamo con favore l’annuncio di un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran, raggiunto sotto la forte guida del presidente Trump, con il sostegno dei paesi mediatori, che offre un’opportunità storica per impedire all’Iran di acquisire qualsiasi arma nucleare e per affrontare le minacce legate alle sue attività regionali e balistiche. Lo sosteniamo e siamo pronti a contribuire alla sua attuazione.• Ribadiamo che il diritto di transito senza restrizioni né pedaggi è il fondamento del commercio internazionale. Concordiamo sul fatto che l’iniziativa multinazionale, indipendente e difensiva guidata da Francia e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante per facilitare la ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Ormuz, proteggendo le navi mercantili, rassicurando gli operatori del trasporto marittimo commerciale e sostenendo la verifica della rimozione di tutte le mine.• Sosteniamo con forza un accordo diplomatico di follow-up solido e completo al Memorandum d’intesa raggiunto dal presidente Trump, in grado di portare pace e sicurezza per tutti nella regione. Sottolineiamo la necessità che i negoziati a tal fine affrontino le minacce poste dall’Iran nella regione e oltre, e garantiscano che il Paese non ottenga mai un’arma nucleare. Concordiamo sul fatto che tali negoziati trarrebbero beneficio dai contributi dei partner regionali e internazionali competenti, compresa l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Riaffermiamo che l’Iran non otterrà mai un’arma nucleare.• In Libano, sosteniamo, attraverso un cessate il fuoco immediato e solido, gli sforzi della leadership libanese volti a realizzare il disarmo di Hezbollah e il monopolio delle armi, nonché a proteggere l’integrità territoriale e la sovranità del Libano con adeguate garanzie di sicurezza internazionali.• A Gaza, accelereremo gli sforzi umanitari e di ricostruzione, nonché la rapida attuazione delle misure politiche e di sicurezza pertinenti. Chiediamo la fine delle violenze in Cisgiordania.• Ci impegniamo ad accelerare la diversificazione delle rotte di approvvigionamento energetico al fine di ridurre la vulnerabilità globale rispetto allo Stretto di Ormuz e di aumentare le nostre riserve energetiche. Accogliamo con favore la possibilità che il Canada fornisca una significativa capacità aggiuntiva ai mercati globali nei prossimi anni.Indo-Pacifico• Sottolineiamo l’importanza di un Indo-Pacifico libero e aperto, basato sullo Stato di diritto. Riaffermiamo la nostra opposizione a qualsiasi tentativo unilaterale di modificare lo status quo, in particolare con la forza o la coercizione, nei mari orientali e meridionali della Cina e nello Stretto di Taiwan, questioni che dovrebbero essere risolte esclusivamente in modo pacifico attraverso il dialogo.• Esprimiamo profonda preoccupazione per i programmi nucleari e missilistici balistici della Corea del Nord e riaffermiamo il nostro impegno per la completa denuclearizzazione della Corea del Nord in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esortiamo la Corea del Nord a risolvere immediatamente la questione dei rapimenti. Ribadiamo la necessità di affrontare congiuntamente i furti di criptovalute e i crimini informatici perpetrati dalla Corea del Nord.• Accogliamo con favore il Vertice sulla Convergenza Globale per la Crescita convocato dal presidente Macron l’11 giugno 2026, con la partecipazione della Cina.
Riaffermiamo il nostro interesse comune a collaborare con altre grandi economie sulle cause degli squilibri globali di ampia portata e persistenti e sulla necessità di affrontarli. Continueremo questi sforzi nell’ambito del G20 durante l’anno di presidenza degli Stati Uniti e in altre sedi pertinenti.
DICHIARAZIONE DEI LEADER SUI PARTENARIATI INTERNAZIONALI DI VANTATTO RECIPROCO Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno a favore della cooperazione internazionale in materia di sviluppo e finanziamento degli investimenti come motore di prosperità condivisa e sottolineiamo la nostra disponibilità a fornire sostegno ai più vulnerabili. Anche i paesi partner del G7, il Kenya e la Repubblica di Corea, sostengono questa dichiarazione. Riconosciamo che l’impatto dell’architettura internazionale di finanziamento dello sviluppo è stato a beneficio dei più vulnerabili per decenni. Promuovere una crescita duratura, ridurre la povertà globale e rafforzare la resilienza globale di fronte agli shock esterni e naturali sono obiettivi condivisi fondamentali. Accanto al capitale privato, ai finanziamenti misti e a prestiti equi e trasparenti, l’aiuto pubblico allo sviluppo a condizioni agevolate continua a svolgere un ruolo strategico nel sostenere i paesi partner e nell’affrontare le sfide globali, in linea con i nostri interessi reciproci e i nostri attuali obiettivi di sviluppo. Tuttavia, riconosciamo la necessità di aggiornare l’attuale sistema internazionale di sviluppo per garantire che soddisfi pienamente le esigenze delle generazioni future e le sfide attuali. Sebbene le politiche di sviluppo tradizionali abbiano ottenuto risultati importanti, talvolta hanno avuto un impatto limitato nel ridurre la dipendenza finanziaria dall’assistenza esterna, nel rafforzare la titolarità dei paesi e nel creare incentivi a favore della crescita. L’architettura dello sviluppo è inoltre diventata eccessivamente complessa, con un conseguente utilizzo non ottimale delle risorse. Eccessivi squilibri macroeconomici, crisi e conflitti, povertà persistente e vulnerabilità legate al debito fanno lievitare i bisogni finanziari, colpendo in modo sproporzionato i più vulnerabili. Le risorse pubbliche continuano a svolgere un ruolo strategico, ma da sole non sono sufficienti a soddisfare le esigenze di sviluppo globali. Dobbiamo dare impulso a riforme strutturate per razionalizzare l’architettura dello sviluppo e garantirne l’efficienza e l’impatto. Siamo uniti nell’intento di riformare il sistema di cooperazione allo sviluppo e di plasmare partenariati reciprocamente vantaggiosi che tengano conto dei nostri interessi strategici e di quelli dei nostri partner e prevedano un uso strategico e catalitico delle risorse agevolate laddove sono maggiormente necessarie. Accogliamo con favore il sostegno dei nostri partner africani a favore di un approccio rinnovato, come espresso in occasione del vertice «Africa Forward». Il successo degli sforzi volti a promuovere lo sviluppo e la prosperità dipende anche dalla capacità dei paesi partner di mobilitare risorse interne e attrarre capitali privati. Il nostro obiettivo è sostenere la capacità dei nostri partner di autofinanziarsi e rafforzare la titolarità, la responsabilità, la sovranità economica a lungo termine e la resilienza dei paesi partner, nel rispetto delle loro priorità di sviluppo. Sottolineiamo che il raggiungimento dell’emancipazione di tutte le donne e le ragazze² e il pieno ed equo godimento di tutti i loro diritti umani e delle libertà fondamentali costituiscono un motore fondamentale dello sviluppo e della crescita economica. Continueremo a sostenere i paesi partner, anche attraverso il rafforzamento della mobilitazione delle risorse interne e lo sviluppo delle capacità di amministrazione fiscale. Accogliamo con favore l’impegno a rafforzare la collaborazione sulla mobilitazione delle risorse interne assunto dalla Piattaforma per la collaborazione in materia fiscale in occasione della conferenza tenutasi a Tokyo nel marzo 2026. Ove opportuno, svilupperemo programmi che incoraggino il coinvestimento con i paesi partner e creino incentivi positivi per intraprendere le necessarie riforme istituzionali. Tali programmi sosterranno i paesi partner nell’aumentare il gettito, spendere in modo efficace, contrarre prestiti in modo sostenibile e gestire adeguatamente i rischi fiscali. Intensificheremo gli sforzi per affrontare le crescenti vulnerabilità globali legate al debito che minacciano la stabilità economica e limitano il margine di manovra fiscale per interventi essenziali nei servizi pubblici. Sottolineiamo l’importanza di compiere ulteriori progressi in seno al G20 verso un approccio comune alle ristrutturazioni del debito per i paesi a reddito medio vulnerabili che non sono ammissibili al Quadro Comune. Promuoveremo il rafforzamento dell’attuazione del Quadro Comune del G20 per garantire che i trattamenti del debito siano attuati in modo prevedibile, tempestivo, ordinato e coordinato. Chiediamo un maggiore sostegno ai paesi che presentano un debito sostenibile e un solido programma di riforme, ma che devono far fronte a un elevato onere del servizio del debito che limita gli investimenti a sostegno della crescita, in particolare accelerando l’attuazione dell’approccio a tre pilastri di FMI e Banca mondiale. Continueremo inoltre i nostri sforzi per rafforzare l’architettura globale del debito, in particolare sollecitando una maggiore trasparenza nei dati sul debito e nelle pratiche di concessione dei prestiti tra tutte le parti interessate. In questo contesto, esortiamo tutti i creditori del G20 a partecipare all’iniziativa di condivisione dei dati della Banca mondiale. Prendiamo atto del lancio della Piattaforma dei mutuatari e auspichiamo un dialogo continuo con tutte le parti interessate, compreso il settore privato e il Club di Parigi, per portare avanti questi sforzi. Cercheremo di sostenere una mobilitazione più efficace del capitale privato per finanziare lo sviluppo a lungo termine e generare un impatto su larga scala. Per rendere i progetti di sviluppo attraenti agli occhi degli investitori privati, faremo ricorso alle nostre istituzioni finanziarie per lo sviluppo e inviteremo le banche multilaterali di sviluppo a promuovere l’uso di strumenti di condivisione del rischio, garanzie, finanziamenti misti, meccanismi di cofinanziamento, strumenti di mercato e a gestire il rischio di cambio. Sottolineiamo i vantaggi delle soluzioni volte a ridurre i rischi e a rafforzare l’architettura delle garanzie, in particolare attraverso l’African Trade and Investment Development Insurance (ATIDI). A questo proposito, accogliamo con favore anche il lavoro svolto dalla Banca africana di sviluppo e dal Gruppo della Banca mondiale, anche attraverso l’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti (MIGA), per sostenere la crescita, promuovere un clima favorevole agli investimenti e mobilitare capitali privati in Africa. Puntiamo a rimuovere gli ostacoli agli investimenti e a sostenere iniziative volte a favorire contesti politici e normativi solidi nei paesi partner, anche attraverso il «Compact with Africa» del G20, e promuoveremo progetti standardizzati e idonei agli investimenti, rafforzando al contempo la disponibilità e la trasparenza dei dati. Promuoveremo la resilienza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento, nonché infrastrutture resilienti nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale, in linea con i Principi del G20 per investimenti di qualità nelle infrastrutture, anche attraverso il Partenariato 3G7 sulle infrastrutture globali e gli investimenti (PGII). A tal fine, promuoveremo un nuovo approccio ai corridoi economici e di sviluppo, riducendo i rischi e mobilitando il capitale privato, anche attraverso il Consiglio per gli investimenti infrastrutturali del G7. Riconosciamo inoltre l’importanza di catene del valore affidabili per i minerali critici ai fini della prosperità condivisa e miriamo a sfruttare il potenziale economico della creazione di valore derivante dai minerali critici attraverso la cooperazione internazionale lungo la catena di approvvigionamento e partenariati reciprocamente vantaggiosi basati su standard elevati, trasparenza e creazione di valore a livello locale. Alla luce delle interruzioni della catena di approvvigionamento, incarichiamo i nostri ministri di collaborare con le istituzioni finanziarie internazionali e le organizzazioni internazionali e di monitorarle, al fine di valutare gli impatti globali dell’accesso a fattori di produzione essenziali quali i fertilizzanti e di coordinare il sostegno ai paesi bisognosi, in modo da affrontare la questione della sicurezza alimentare globale. Utilizzeremo le risorse agevolate in modo strategico laddove sono maggiormente necessarie, in particolare nei paesi meno sviluppati e più vulnerabili, rispondendo alle esigenze specifiche dei paesi esposti a shock esterni e naturali, alla lontananza geografica, all’accesso limitato ai mercati dei capitali e a conflitti protratti o in corso. Nei paesi che dispongono di un accesso limitato a capitali non agevolati o privati, investiremo nei settori dello sviluppo umano, tra cui la sanità, l’istruzione, lo sviluppo della prima infanzia, la nutrizione e i sistemi alimentari. Ove opportuno, siamo pronti a sostenere i nostri partner nello sviluppo, nell’adozione e nell’attuazione dei loro Patti nazionali per la salute e di approcci simili basati su piattaforme nazionali. Il nostro obiettivo è affrontare la frammentazione del sistema di sviluppo e migliorarne l’efficienza e l’efficacia anche rafforzando il coordinamento e la collaborazione tra tutti gli attori dello sviluppo, comprese le banche pubbliche di sviluppo, le istituzioni di finanziamento allo sviluppo, le banche multilaterali di sviluppo e i fondi multilaterali verticali. Daremo priorità al potenziamento degli strumenti di finanziamento di comprovata efficacia ed eviteremo di crearne di nuovi, anche, ove opportuno, integrandoli nelle iniziative esistenti. Riconosciamo il valore del sistema delle Nazioni Unite come attore dello sviluppo e incoraggiamo le riforme, anche attraverso l’agenda UN80. In qualità di principali azionisti delle banche multilaterali di sviluppo, ribadiamo il nostro impegno a renderle più efficaci e incisive attraverso riforme volte a garantire che operino efficacemente come sistema, anche in collaborazione con le banche pubbliche di sviluppo. In particolare, ci coordineremo per potenziare le opportunità per gli investitori e i fondi del settore privato di impiegare capitali, insieme alle banche multilaterali di sviluppo, in progetti bancabili ad alto impatto. La realizzazione di questa agenda trasformativa richiederà un impegno costante e collettivo all’interno e al di fuori del G7. Accogliamo con favore le iniziative che portano avanti questo approccio con i paesi partner a livello nazionale e regionale. A tal fine, prendiamo atto, tra le altre, del recente vertice «AfricaForward», della Conferenza sui partenariati globali, del Piano Mattei per l’Africa, della Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano e dell’iniziativa «Global Gateway». Sottolineiamo l’importanza di collaborare con tutte le parti interessate per promuovere un finanziamento allo sviluppo equo e trasparente, in linea con gli standard internazionali e le prassi condivise. Ci impegneremo a mobilitare un’ampia coalizione di attori, tra cui donatori emergenti, il settore privato, attori filantropici e la società civile, affinché si allineino a questo approccio rinnovato.4 La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
DICHIARAZIONE DEI LEADER SULLA LOTTA AL TRAFFICO DI MIGRANTI
Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno costante nella prevenzione e nella lotta al traffico di migranti. Facendo il punto sulle dichiarazioni dei leader del G7 adottate in Puglia nel 2024 e a Kananaskis nel 2025, rinnoviamo il nostro impegno a prevenire, contrastare e smantellare le reti della criminalità organizzata che traggono profitto dal traffico di migranti, dalla tratta di esseri umani e da altri reati connessi, nonché a smantellare i modelli di business delle organizzazioni criminali. Anche i paesi partner del G7, il Kenya e la Repubblica di Corea, sostengono la presente dichiarazione. Il traffico di migranti e la tratta di esseri umani costituiscono gravi reati transnazionali che minano il diritto sovrano degli Stati di controllare i propri confini ed espongono le persone oggetto di traffico e tratta a rischi letali. Siamo determinati a contrastare la migrazione illegale organizzata. Rimaniamo impegnati a combattere ogni forma di abuso e sfruttamento dei migranti, garantendo la protezione dei più vulnerabili, compresi i rifugiati e gli sfollati forzati. Di conseguenza, incarichiamo i nostri ministri competenti di continuare ad adottare misure incisive per dare ulteriore attuazione al Piano d’azione del G7 per prevenire e contrastare il traffico di migranti. Riconosciamo il lavoro in corso volto ad adottare sanzioni mirate e altre misure restrittive nei confronti di individui ed entità coinvolti nel traffico di migranti, anche online, ove ciò sia coerente con i nostri ordinamenti giuridici. A tale riguardo, ribadiamo la nostra determinazione, espressa sotto la presidenza canadese, a intensificare la nostra cooperazione con le piattaforme online e gli attori competenti affinché individuino, prevengano e rimuovano i contenuti online utilizzati per condurre operazionidi traffico. Approfondiremo inoltre la cooperazione con i paesi di origine e di transito per smantellare le reti di traffico e tratta di esseri umani e per prevenire la migrazione illegale organizzata, rafforzando i nostri sforzi volti a costruire la stabilità affinché tutte le persone possano vivere e prosperare nei propri paesi, salvaguardandone la sicurezza, i diritti e la dignità, anche attraverso il miglioramento delle condizioni economiche. Prendiamo atto degli obblighi degli Stati di accettare il rimpatrio dei propri cittadini e di potenziare le procedure volte a garantire un rimpatrio tempestivo, sicuro, legale e dignitoso di coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare nei nostri territori. Nel rispetto delle competenze nazionali, prendiamo atto dei nuovi approcci legittimi esplorati da alcuni membri con i paesi terzi per rafforzare la gestione della migrazione.² La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
DICHIARAZIONE DEI LEADER DEL G7 SULLA SICUREZZA DELLE CATENE DI APPROVVIGIONAMENTO DEI MINERALI CRITICI
Noi, leader del G7, richiamando il Piano d’azione sui minerali critici da noi lanciato lo scorso anno, riconosciamo il ruolo strategico delle catene del valore dei minerali critici per la prosperità economica e la sicurezza dei nostri paesi, compresi i settori digitale ed energetico. Alla luce dell’elevato grado di concentrazione del mercato, della necessità di ridurre le vulnerabilità relative a tali risorse e del crescente ricorso a restrizioni commerciali arbitrarie, ribadiamo l’urgenza di diversificare le nostre catene di approvvigionamento e di rafforzare la nostra resilienza collettiva. Anche l’Australia, paese partner del G7, sostiene la presente dichiarazione. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per il ricorso a politiche e pratiche non di mercato e alla coercizione economica, comprese le restrizioni arbitrarie alle esportazioni e le misure di ritorsione sui minerali critici e sui relativi prodotti a duplice uso, che minano la sicurezza e la resilienza economiche. Lavoreremo insieme ai nostri partner per ridurre le dipendenze critiche e garantire che i tentativi o le minacce di strumentalizzare le dipendenze economiche a fini di coercizione falliscano. Intendiamo scoraggiare la coercizione economica e siamo pronti ad adottare misure, se necessario in modo coordinato, per contrastarla. Riconosciamo inoltre l’importanza di mantenere e rafforzare la competitività delle nostre industrie a medio e a valle, anche in relazione ai minerali critici, proteggendo le tecnologie critiche, e ci impegniamo acollaborare in seno al G7 e con i partner per coordinare le misure politiche in materia di controllo tecnologico. Riconosciamo il ruolo fondamentale della cooperazione internazionale tra i paesi del G7 e quelli che condividono gli stessi principi, perseguendo partenariati reciprocamente vantaggiosi basati su standard di alta qualità e trasparenza per garantire catene di approvvigionamento diversificate, resilienti e durature a beneficio dell’economia globale. A tal fine, ribadiamo la Roadmap del G7 per la promozione di mercati basati su standard per i minerali critici. Cooperazione industriale. Basandoci sugli impegni precedenti del G7 e sull’Alleanza per la produzione di minerali critici istituita sotto la presidenza canadese del G7 nel 2025, ci impegniamo a coordinare gli sforzi all’interno del G7 e con i paesi partner per creare e sviluppare le capacità di lavorazione e industriali necessarie alla diversificazione delle nostre catene del valore dei minerali critici, anche sostenendo la creazione di valore a livello locale e promuovendo l’innovazione. 2 A tal fine, insieme ai paesi partner, coopereremo strettamente per portare avanti progetti di produzione, trasformazione e riciclaggio lungo l’intera catena di approvvigionamento. Promuoveremo lo sviluppo di progetti coordinati attraverso l’aggregazione della domanda e la mobilitazione delle capacità finanziarie collettive pubbliche e private. In tal modo, miriamo a ridurre significativamente la nostra dipendenza da un unico fornitore al di fuori del G7 e dei paesi partner per le terre rare e i magneti permanenti, portandola al di sotto del 60 per cento entro il 2030 e continuando a diminuirla ulteriormente nel tempo, con l’ambizione di raggiungere il 50 per cento il prima possibile. Per quanto riguarda gli altri minerali critici, incarichiamo i ministri competenti di fissare un obiettivo specifico per la riduzione di tali dipendenze entro la fine dell’anno. Accogliamo con favore i progressi compiuti verso il raggiungimento di questi obiettivi, in particolare attraverso i 195 progetti annunciati dall’inizio del 2026, che hanno raggiunto i 64 miliardi di euro di investimenti – comprese le partecipazioni azionarie e gli accordi di acquisto garantito – nelle catene del valore dei minerali critici, provenienti dai paesi del G7 e dai paesi partner, nonché attraverso il piano congiunto per lo sviluppo delle capacità industriali relative alle terre rare e ai magneti permanenti. Finanziamenti Riconosciamo che lo sviluppo delle capacità industriali, comprese la lavorazione e il riciclaggio, necessarie per la diversificazione, richiede la mobilitazione di capitali pubblici e privati, inclusi investimenti azionari, garanzie e accordi di acquisto. Riconosciamo la crescente necessità di quadri di investimento stabili, nonché di trasparenza di mercato e di valutazioni adeguate per la sicurezza dell’approvvigionamento. Ciò potrebbe incentivare il finanziamento delle catene del valore dei minerali critici per colmare il divario di investimenti prima del 2030. Incoraggiamo ad accelerare la mobilitazione delle banche multilaterali di sviluppo (MDB) e dei partner di sviluppo per elaborare e attuare strategie volte a elevare gli standard minerari globali tra i membri del G7 e i partner che condividono gli stessi principi, nonché nei paesi in via di sviluppo. Tali sforzi rafforzeranno la diversificazione, la resilienza, la sicurezza e l’affidabilità delle catene di approvvigionamento dei minerali critici in tutto il mondo, anche attraverso approcci di approvvigionamento basati sulla qualità e pratiche minerarie sostenibili. Essi incarnano il nostro approccio rinnovato ai partenariati internazionali. Per garantire un maggiore impatto, incarichiamo le istituzioni finanziarie per lo sviluppo (DFI) del G7 e le agenzie di credito all’esportazione di rafforzare il coordinamento e la collaborazione in materia di minerali critici e infrastrutture abilitanti, anche con il settore privato. Strutturazione del mercato Riconosciamo inoltre che garantire la sostenibilità a lungo termine di capacità di approvvigionamento diversificate richiede un contesto di mercato adeguato e una più stretta cooperazione con partner affidabili, anche attraverso accordi commerciali plurilaterali. A questo proposito, intendiamo continuare a discutere la fattibilità e lo sviluppo di politiche e meccanismi necessari a garantire la resilienza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento, in modo coordinato ove pertinente. Tali politiche e meccanismi possono includere, se del caso, criteri di resilienza, approcci basati su standard, meccanismi di trasparenza e tracciabilità. Continuiamo inoltre a valutare misure sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta, quali requisiti di diversificazione, meccanismi di stabilizzazione dei ricavi — compresi i sussidi per il differenziale di prezzo —, strumenti di appalto congiunto e strumenti commerciali quali quote e prezzi minimi. Tali misure dovrebbero tenere conto di fattori quali la loro efficacia e i potenziali impatti sulla competitività, sulle finanze pubbliche, sulle condizioni macroeconomiche in generale e, in particolare, sui settori a medio e a valle, nonché dei costi dell’inazione. Trasparenza e tracciabilità Riconosciamo l’importanza di solidi quadri di riferimento in materia di trasparenza e tracciabilità per garantire la sicurezza della catena di approvvigionamento e il rispetto di standard elevati in contesti di mercato resilienti, nonché per contrastare il traffico illegale di minerali critici. Riconoscendo il lavoro in corso da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), ci impegniamo a lavorare per istituire meccanismi armonizzati e interoperabili, in linea con i nostri interessi, che garantiscano la tracciabilità e la trasparenza riguardo all’origine dei minerali critici. Si partirebbe da due minerali critici pilota – il litio e il nichel – con l’obiettivo di evitare di compromettere la competitività o di imporre oneri di costo eccessivi. Cercheremo di estendere il progetto pilota a cinque nuovi minerali critici ogni anno, con particolare attenzione alle terre rare. Lavoreremo per migliorare la trasparenza delle informazioni relative ai mercati globali delle materie prime e alle catene di approvvigionamento, anche attraverso lo sviluppo, lo scambio volontario e riservato e la pubblicazione di strumenti analitici condivisi, indicatori di mercato e una maggiore visibilità su prezzi, offerta, domanda e capacità di lavorazione. Riconosciamo il ruolo indispensabile dei dati nel sostenere questo lavoro. Per raggiungere tali obiettivi, ci impegniamo a collaborare attraverso la piattaforma indicata di seguito, che coordina il lavoro e le capacità esistenti in seno all’OCSE e al Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE, anche nell’ambito di un dialogo strutturato con le imprese. Cercheremo di promuovere condizioni di parità nell’estrazione dei minerali critici, allineando le pratiche agli standard lavorativi riconosciuti a livello internazionale e incoraggiando un’azione coordinata per affrontare i rischi sistemici legati al lavoro forzato, in conformità con il «G7 Toolkit for Standards-Based Criteria to Identify Risks of Forced Labour in the Extraction of Critical Minerals» (Strumentario del G7 per criteri basati su standard volti a identificare i rischi di lavoro forzato nell’estrazione dei minerali critici), adottato nel giugno 2026. Costituzione di scorte Riconosciamo il ruolo essenziale che la costituzione di scorte può svolgere nel migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento e la stabilità del mercato. Ci impegniamo a sviluppare e potenziare le capacità nazionali di costituzione di scorte di minerali critici nel settore industriale o in quello pubblico, ove opportuno per le nostre rispettive economie, il commercio e la sicurezza nazionale e collettiva, anche attraverso le iniziative esistenti. Conveniamo di scambiare informazioni sui sistemi di stoccaggio, sulle migliori pratiche e metodologie, nonché sui meccanismi di approvvigionamento e di rilascio, in particolare attraverso il Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE e avvalendoci delle competenze di istituzioni e iniziative pertinenti, quali l’Organizzazione giapponese per la sicurezza dei metalli e dell’energia (JOGMEC). Intendiamo avvalerci dei meccanismi di stoccaggio per sostenere la diversificazione delle catene di approvvigionamento dei minerali critici, anche nelle economie partner ed emergenti. 4 Per facilitare l’anticipazione e la gestione delle crisi di approvvigionamento e per prevenire l’instabilità dei prezzi, ci impegniamo a istituire un meccanismo di cooperazione congiunta con l’ausilio dell’AIE e della sua piattaforma di dati. Tale meccanismo ci consentirebbe di condividere, quando necessario, con i membri del G7 e i paesi che condividono i nostri stessi principi, dati e segnalazioni su future tensioni di mercato o interruzioni dell’offerta o della domanda. Riciclaggio Convinti che l’economia circolare e la sostituzione siano fondamentali per far fronte alla crescente domanda di minerali critici e per garantirne l’approvvigionamento, contribuendo al contempo a mitigare gli impatti ambientali, riconosciamo l’importanza di promuovere la progettazione efficiente, il riutilizzo, la riparazione e la rigenerazione di prodotti e componenti ricchi di minerali critici. Ci impegneremo a promuovere il riciclaggio dei minerali critici sostenendo sia l’offerta che la domanda di minerali critici riciclati e a creare mercati delle materie prime secondarie efficienti e competitivi, attraverso incentivi economici e normativi quali i requisiti relativi al contenuto riciclato. Inoltre, promuoviamo il recupero da fonti alternative e secondarie, quali il ritrattamento dei rifiuti minerari e degli sterili, per i minerali critici residui e gli elementi associati derivati dalla produzione, riconoscendo al contempo i benefici del commercio di materiali riciclabili tra partner fidati e delle innovazioni tecnologiche volte a rafforzare il riciclaggio. Chiediamo una collaborazione continua in materia di innovazione attraverso la Conferenza sui minerali e i materiali critici. Intendiamo aumentare e potenziare la capacità di raccolta e riciclaggio del G7 per evitare la fuga di prodotti di valore e a fine vita contenenti materie prime critiche e per contrastare più efficacemente il trasferimento illegale di rifiuti ricchi di minerali critici, migliorandone la tracciabilità e l’applicazione delle leggi e dei quadri normativi internazionali pertinenti. Riconosciamo che la tracciabilità digitale e i sistemi di responsabilità estesa del produttore per i prodotti manifatturieri sono strumenti efficaci per contribuire al raggiungimento di questi obiettivi di sviluppo di un’economia circolare per i minerali critici. Riconosciamo inoltre l’opportunità per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo di trarre vantaggio dalla creazione di valore aggiunto attraverso il riciclaggio e la lavorazione secondaria dei propri rifiuti minerari, nonché dalle innovazioni nell’ambito dell’economia circolare. Puntiamo ad aumentare notevolmente i tassi di riciclaggio delle materie prime critiche, con l’impegno di monitorare e valutare i progressi compiuti. Lavoreremo per raggiungere, entro la fine dell’anno, obiettivi di riciclaggio per determinati minerali critici o loro derivati. Il nostro obiettivo è aumentare la nostra capacità collettiva di riciclaggio, in modo da poter coprire una quota significativa del consumo annuale dei membri del G7 entro la fine del 2030. Alleanza per la resilienza e la produzione di minerali critici Per raggiungere questi obiettivi e garantire il coordinamento a lungo termine dei nostri sforzi, istituiamo un’Alleanza non vincolante del G7 per la resilienza e la produzione di minerali critici, i cui termini sono allegati alla presente dichiarazione. Questa iniziativa si basa sull’attuale Alleanza per la produzione di minerali critici e sarà aperta a partner che condividono gli stessi principi, previa approvazione dei paesi partecipanti. L’Alleanza fornisce una piattaforma completa per la cooperazione all’interno del G7 e con i paesi partner al fine di rafforzare la diversificazione e la resilienza delle catene del valore dei minerali critici e razionalizzare le iniziative esistenti in materia di materie prime critiche. 5 Per sostenere l’attuazione dell’Alleanza per la resilienza e la produzione di minerali critici, una piattaforma del G7 per la cooperazione sui minerali critici, operante sotto l’egida del G7 e degli altri membri della piattaforma, faciliterà il dibattito, sosterrà il processo decisionale basato sui dati e promuoverà il coordinamento tra i membri. La piattaforma consulterà, come riterrà opportuno, il Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE e l’OCSE, al fine di fornire valutazioni analitiche e basate sui dati sugli sviluppi del mercato e sulle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, facilitare la condivisione di informazioni sulle scorte, condurre esercitazioni di emergenza e monitorare i
progressi relativi agli impegni in materia di finanziamento, diversificazione e trasparenza. Chiediamo all’AIE e all’OCSE di fornire dati, in linea con le loro competenze, che consentano ai membri di individuare e ricevere segnalazioni tempestive di distorsioni del mercato e di pianificare risposte coordinate. La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner. DICHIARAZIONE DEI LEADER PER UNA CRESCITA PIÙ EQUILIBRATA, DURATURA E RESILIENTE
Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno a favore della cooperazione multilaterale per promuovere la crescita economica, la resilienza e lo sviluppo, al fine di garantire una prosperità condivisa. A tal fine, intendiamo affrontare le esigenze e i rischi dell’economia globale e rafforzare il dialogo con i partner internazionali. Anche i paesi partner del G7, Egitto, Kenya e Repubblica di Corea, sostengono la presente dichiarazione.
Economia globale
Sebbene l’economia globale debba già affrontare gli effetti persistenti di shock preesistenti e cambiamenti strutturali che incidono sul commercio e sugli investimenti globali, riconosciamo che l’incertezza economica globale ha accentuato i rischi per la crescita. Le pressioni sulle catene di approvvigionamento dell’energia, dei fattori di produzione agricoli e dei fertilizzanti sono aumentate, con ripercussioni su industrie, agricoltori e famiglie in tutto il mondo, in particolare nei paesi più vulnerabili. Riconosciamo che un rapido ritorno al transito libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, senza alcuna forma di imposizione di oneri, e una risoluzione duratura del conflitto sono indispensabili per mitigare questi impatti negativi e sostenere una crescita globale più equilibrata, duratura e resiliente. Sottolineiamo l’importanza di un accesso all’energia a prezzi accessibili e ribadiamo il nostro impegno a favore di mercati dell’energia e delle altre materie prime ben funzionanti, stabili e trasparenti. Esortiamo tutti i paesi a evitare restrizioni arbitrarie alle esportazioni e sottolineiamo l’importanza di flussi commerciali sicuri. In particolare, sottolineiamo l’importanza del commercio energetico nella situazione attuale. Collaboreremo all’elaborazione di misure politiche che dovrebbero essere temporanee, mirate e fiscalmente responsabili. In prospettiva, questi sviluppi evidenziano l’importanza di rafforzare la resilienza delle nostre economie attraverso catene di approvvigionamento diversificate e affidabili e sistemi energetici efficienti. Riconosciamo l’importanza di collaborare attraverso le organizzazioni internazionali competenti, quali l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), di un stretto coordinamento tra paesi produttori e consumatori, nonché della cooperazione con i paesi interessati, anche attraverso il Partenariato per un’ampia resilienza energetica e delle risorse in Asia (POWERR Asia), al fine di rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento e anche in vista di salvaguardare la stabilità economica e dei prezzi. Al fine di rafforzare la gestione delle crisi e mitigarne l’impatto, il che potrebbe contribuire a stabilizzare i mercati energetici, incoraggiamo i paesi importatori di petrolio a istituire sistemi di riserve petrolifere sufficienti ed efficaci, in linea con il requisito di stoccaggio di 90 giorni dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), evitando al contempo effetti prociclici. Ribadiamo inoltre i nostri attuali impegni del G7 in materia di tassi di cambio. Prendiamo atto del crescente riconoscimento, tra i membri dell’Organizzazione mondiale del commercio, della necessità di migliorare la capacità dell’organizzazione di rispondere alle realtà commerciali contemporanee e agli interessi dei membri. Chiediamo che si svolgano discussioni costruttive per promuovere una sua riforma significativa. Ci impegniamo a collaborare per conseguire una crescita equilibrata e duratura che sostenga la nostra sicurezza e resilienza economica e crei benefici per tutti i nostri cittadini. Ribadiamo le nostre preoccupazioni condivise riguardo alle politiche e alle pratiche non di mercato (NMPP) e ai loro impatti negativi, tra cui le persistenti distorsioni del mercato, l’eccesso di capacità strutturale a livello globale e i conseguenti squilibri, le ricadute negative sui mercati globali, regionali e nazionali e le crescenti dipendenze economiche. Ribadiamo che catene di approvvigionamento resilienti e affidabili sono essenziali per la sicurezza economica. Continueremo ad approfondire gli scambi per identificare le vulnerabilità che interessano i settori strategici, comprese le tecnologie critiche, al fine di ridurre le dipendenze eccessive, migliorare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento e affrontare il rischio di fuga di tecnologie. Riconosciamo l’importanza di coinvolgere paesi al di fuori del G7, comprese le economie emergenti e in via di sviluppo, al fine di ampliare la consapevolezza degli effetti negativi delle NMPP e sostenere risposte informate ed efficaci. Chiediamo il rafforzamento degli sforzi delle istituzioni finanziarie internazionali, tra cui il Fondo Monetario Internazionale e le banche multilaterali di sviluppo, e sottolineiamo l’importanza della preparazione, della mitigazione e della gestione delle crisi. Ci impegniamo a promuovere la stabilità macroeconomica, anche garantendo che il sistema monetario e finanziario internazionale rimanga resiliente, efficace e ben adattato all’economia globale in evoluzione. Alla luce del rapido progresso delle capacità dei modelli di intelligenza artificiale di frontiera, chiediamo ai nostri ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali, in coordinamento con le autorità di vigilanza finanziaria e i rappresentanti delle istituzioni finanziarie globali e delle aziende tecnologiche, di approfondire la discussione sulle opportunità emergenti e sui potenziali rischi derivanti dall’intelligenza artificiale, anche nel settore finanziario, tenendo conto delle implicazioni per la produttività e i mercati del lavoro. Chiediamo inoltre al gruppo di esperti del G7 in materia di sicurezza informatica di potenziare, se del caso, la condivisione delle informazioni e di individuare le migliori pratiche, alla luce dei recenti sviluppi relativi ai modelli di intelligenza artificiale all’avanguardia. Incoraggiamo inoltre un ulteriore dialogo tra le agenzie di sicurezza informatica e le istituzioni competenti nell’ambito dei gruppi esistenti del G7. Intendiamo proseguire i nostri sforzi per sostenere la preparazione del nostro sistema finanziario ai rischi e alle opportunità associati alle tecnologie quantistiche, in linea con la relazione del Gruppo di lavoro sulle tecnologie quantistiche (QTWG) delle banche centrali del G7, e restiamo impegnati a garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento quantistiche. Raggiungere una crescita globale equilibrata e duratura attraverso la riduzione degli squilibri globali. Notiamo con preoccupazione che gli squilibri globali sono stati persistenti e si sono ampliati negli ultimi anni, creando rischi per il nostro obiettivo comune di crescita globale equilibrata e stabilità finanziaria. Dalla nostra ultima riunione a Kananaskis, i nostri ministri delle finanze, insieme ai governatori delle banche centrali, hanno avviato lavori per valutare i fattori che li determinano e i rischi che generano, nonché per sviluppare opzioni per affrontarli. Riconosciamo gli sforzi compiuti dal Fondo Monetario Internazionale — anche attraverso la sua attività di ricerca, consulenza politica e sorveglianza — dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dal G20 e dal Gruppo di esperti accademici del G7 della Presidenza francese, volti ad approfondire la nostra comprensione dei fattori determinanti, dei principali responsabili e dei rischi legati agli squilibri crescenti e persistenti, a fornire scenari di adeguamento e a formulare raccomandazioni politiche per promuovere il riequilibrio. Gli squilibri globali possono avere ripercussioni economiche negative, specialmente sui paesi più poveri, sebbene la maggior parte di essi non contribuisca a tali squilibri. Riconosciamo inoltre l’importanza di un’azione coordinata per ridurre gli squilibri globali crescenti e persistenti. La riduzione degli squilibri globali potrebbe facilitare il raggiungimento di una crescita più duratura ed equilibrata. Gli squilibri globali delle partite correnti derivano in gran parte dalle dinamiche sottostanti di risparmio e investimento. Possono inoltre essere determinati dai modelli di crescita nazionali, quali politiche e pratiche non di mercato, nonché dalle politiche settoriali e fiscali. Confermiamo la necessità di affrontare questi squilibri ingenti e persistenti, il che è di interesse comune sia per le economie in surplus che per quelle in deficit. In questo contesto, puntiamo a politiche specifiche che promuovano una crescita equilibrata e la stabilità macroeconomica e incoraggiamo altri paesi a fare altrettanto. Ritardare il riequilibrio attraverso adeguate azioni nazionali rischia di alimentare ulteriormente le tensioni commerciali e potrebbe portare a una correzione disordinata. Su questo fronte, sarebbe auspicabile un’azione coordinata. I paesi con surplus esterni ingenti e persistenti dovrebbero rafforzare le fonti interne di crescita. A seconda delle circostanze nazionali, tali politiche di crescita potrebbero includere l’eliminazione dei vincoli alla crescita della domanda privata; il miglioramento delle reti di sicurezza sociale; l’evitare politiche distorsive con ricadute negative su altri paesi; la rimozione degli ostacoli a una maggiore produttività; e l’aumento degli investimenti. I paesi con disavanzi esterni ingenti e persistenti dovrebbero adottare politiche che includano il sostegno al risparmio interno e al risanamento fiscale. Tali azioni contribuirebbero a realizzare una crescita globale equilibrata e duratura. Chiediamo un ulteriore rafforzamento della sorveglianza in corso sugli squilibri esterni nell’ambito del quadro di sorveglianza bilaterale e multilaterale del Fondo Monetario Internazionale, ponendo maggiore enfasi su scenari prospettici e valutando gli impatti su tutte le economie, in particolare sui mercati emergenti e sulle economie in via di sviluppo. Chiediamo inoltre al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico di monitorare e riferire in merito al contributo delle traiettorie delle politiche interne delle principali economie agli squilibri globali, in linea con le rispettive competenze. Accogliamo con favore il Vertice sulla Convergenza Globale per la Crescita che si è tenuto l’11 giugno 2026. Riaffermiamo il nostro interesse comune a raggiungere una convergenza con altre grandi economie sulle cause degli squilibri globali di ampia portata e persistenti e sulla necessità di affrontarli. Proseguiremo questi sforzi nell’ambito del G20 durante l’anno di presidenza degli Stati Uniti e in altre sedi pertinenti. La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, arricchita da produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
Quando un cessate il fuoco è in realtà una situazione di stallo
Raggiungere un equilibrio con l’Iran è il meglio che gli Stati Uniti possano fare
Hussein Banai
19 giugno 2026
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Palm Beach, in Florida, dicembre 2025 Jonathan Ernst / Reuters
Una situazione di stallo è l’esito diplomatico meno apprezzato. Non risolve nulla, non soddisfa nessuno ed è considerata una vittoria solo dalla parte più debole, per la quale la sopravvivenza è già di per sé un risultato sufficiente. Ma questa è la situazione in cui si è stabilizzata la guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti e, dopo 107 giorni di ostilità, quella che entrambe le parti hanno finalmente ufficializzato. Il 17 giugno, Teheran e Washington hanno firmato un accordo che riapre lo Stretto di Ormuz e pone fine al blocco navale americano, senza però fare nulla per risolvere le controversie di fondo tra i due paesi. L’accordo offre a Teheran un vero sollievo: Washington revoca immediatamente le sanzioni sul petrolio iraniano, inizia a sbloccare i fondi iraniani congelati e si impegna a fornire un pacchetto di ricostruzione del valore di almeno 300 miliardi di dollari. Ma ogni questione spinosa riguardante il programma nucleare iraniano, il suo programma missilistico e la sua rete di proxy è stata rinviata a una data indeterminata nel futuro.
Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, questo non è certo un gran risultato. Quando Trump ha dato il via alla guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, aveva promesso agli americani che avrebbe posto fine al programma nucleare del Paese, smantellato le sue capacità missilistiche e forse distrutto la stessa Repubblica Islamica. Ha fallito su tutti i fronti. In realtà, la guerra ha dimostrato che Teheran è più resiliente di quanto molti analisti si aspettassero. Il regime ha resistito a mesi di sofferenze – tra cui l’assassinio di quasi tutta la sua leadership di vertice – ed è uscito indenne. Chiudendo lo Stretto di Hormuz e facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, Teheran ha persino dimostrato di disporre di uno strumento con cui esercitare pressioni su altri governi, Washington compresa. L’aumento dei costi del gas, dopotutto, è stato uno dei fattori che hanno spinto Trump a porre fine al conflitto.
Tuttavia, questo risultato non deve necessariamente rappresentare una sconfitta per gli Stati Uniti. Washington ha ottenuto alcuni successi tattici durante la guerra e ha concesso relativamente poco. Nel complesso, l’accordo rappresenta soprattutto un ritorno allo status quo prebellico. Certo, i funzionari americani devono ancora gestire le aspirazioni nucleari dell’Iran, i suoi missili e i suoi alleati. Ma gli Stati Uniti sono stati in grado di farlo negli ultimi 20 anni senza ricorrere al conflitto. Possono farlo ancora una volta.
PROMESSE ECCESSIVE,RISULTATI INFERIORI ALLE ASPETTATIVE
Dal momento in cui hanno iniziato a bombardare l’Iran, gli Stati Uniti si sono messi in una posizione difficile definendo la vittoria in termini massimalisti. Nell’annunciare la guerra, Trump ha dichiarato che Washington non si sarebbe limitata a eliminare il programma nucleare iraniano. Ma avrebbe anche «distrutto i loro missili e raso al suolo la loro industria missilistica». Le truppe americane avrebbero «annientato» la marina iraniana e «garantito che i proxy terroristici del regime non potessero più destabilizzare la regione o il mondo». Ha esortato gli iraniani a scendere in piazza per rovesciare il proprio governo. Il presidente, in altre parole, ha delineato obiettivi straordinariamente ambiziosi.
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Non sorprende che Trump abbia fallito. Gli Stati Uniti e Israele hanno effettivamente eliminato in breve tempo quasi tutti i vertici iraniani, compreso la Guida Suprema Ali Khamenei. Ma Teheran li ha rapidamente sostituiti e ha continuato a combattere. Washington ha affermato di aver in gran parte distrutto la capacità militare-industriale dell’Iran. Ma Teheran ha intensificato i propri attacchi missilistici contro le basi americane nella regione, contro le infrastrutture petrolifere e del gas dei paesi arabi confinanti e contro obiettivi militari e civili all’interno di Israele. Soprattutto, i funzionari iraniani hanno capito che potevano bloccare lo Stretto di Hormuz, creando carenze energetiche in tutto il mondo e mettendo sotto pressione i funzionari statunitensi.
Alla fine, Trump si è piegato alla realtà e ha concordato un cessate il fuoco con l’Iran. Nei primi giorni successivi, le ostilità sono rimaste latenti piuttosto che cessare del tutto, poiché Israele ha concentrato i propri attacchi sulle postazioni di Hezbollah in tutto il Libano, sfidando l’insistenza di Teheran sul fatto che il cessate il fuoco si estendesse anche agli israeliani. Anche le forze armate americane e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane si sono attaccate sporadicamente a vicenda nelle postazioni intorno allo Stretto di Ormuz. Per tutto il tempo, Washington si è rifiutata di fare marcia indietro sulle sue richieste massimaliste nell’ambito dei negoziati di pace. Ben presto, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso al blocco dell’Iran nella speranza di costringerlo a cedere. Ma la pressione si è rivelata nuovamente inefficace e, all’inizio di giugno, la comunità dei servizi segreti statunitensi ha stabilito che il regime avrebbe potuto resistere a tempo indeterminato. All’amministrazione Trump non è rimasta quindi altra scelta che accontentarsi di un accordo che ponesse fine a tutti i combattimenti, al fine di riaprire lo Stretto di Ormuz.
Il presidente ha cercato di presentare il nuovo cessate il fuoco come una vittoria, sostenendo che il continuo isolamento dell’Iran e la sua crescente vulnerabilità agli attacchi americani (gli Stati Uniti hanno infatti indebolito in modo sostanziale le difese iraniane) finiranno per costringere il Paese alla resa. Ma anche Teheran sostiene con forza di aver vinto, e la sua versione della vittoria è sia più semplice sia più in linea con la realtà sul campo. Come sottolineano giustamente i leader iraniani, il regime è sopravvissuto a un bombardamento durato diverse settimane da parte di due avversari più potenti. Ha conservato centinaia di chilogrammi di uranio arricchito e mantiene la capacità di arricchirne altro. Ma soprattutto, ha dimostrato di poter dominare la via di transito più importante al mondo per il petrolio.
Ciò non significa che l’Iran sia improvvisamente diventato una grande potenza o che la Repubblica Islamica abbia superato le sue numerose crisi di legittimità. La sua economia e le sue infrastrutture erano sottoposte a forti pressioni già ben prima della guerra, il che ha portato a massicce proteste a livello nazionale nel mese di gennaio, che il regime è riuscito a sedare solo attraverso una brutale repressione. Ora, la situazione materiale del Paese è notevolmente peggiorata, a causa dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Tuttavia, la posizione geopolitica del regime è migliorata proprio mentre la sua situazione interna si è deteriorata. Assumendo il controllo dello Stretto di Hormuz, Teheran ha acquisito una carta negoziale di cui prima non disponeva, che le garantisce maggiore potere contrattuale nei negoziati sulle questioni nucleari e le consente di assicurarsi che Washington non la attacchi ancora una volta.
FARE UN SALTO NEL BUIO
La Repubblica Islamica è esperta nell’arte dello stallo. Dopotutto, da quasi 50 anni si è in parte definita proprio attraverso una competizione senza fine con Washington. Così facendo, ha imparato a tollerare una notevole pressione da parte degli Stati Uniti. Di fatto, il regime ha cercato attivamente di mantenere i rapporti con gli Stati Uniti in uno squilibrio sgradevole, assicurandosi che non ci fossero né progressi eccessivi (che avrebbero compromesso l’impegno rivoluzionario del regime nell’opporsi a Washington) né tensioni eccessive (che avrebbero potuto sfociare in un’invasione su vasta scala). Gli Stati Uniti, al contrario, non si sono mai sentiti a proprio agio con queste condizioni. I funzionari statunitensi chiedono da tempo che l’Iran ridimensioni il proprio programma nucleare, smantelli il proprio arsenale missilistico ed elimini la propria rete di proxy — obiettivi tutti irraggiungibili se le due parti rimangono in una situazione di stallo.
Questa asimmetria rende lo stallo molto più difficile da accettare per Washington che per Teheran. Gli Stati Uniti non possono semplicemente tollerare il dominio regionale dell’Iran, sia che esso venga esercitato attraverso le reti sciite in Iraq, Libano, Siria e Yemen, sia che avvenga tramite una deterrenza nucleare. Ma, come hanno chiaramente dimostrato gli ultimi mesi, la guerra non è il modo giusto per fermarlo. Queste preoccupazioni richiedono invece strumenti diversi e più mirati.
Si considerino i missili dell’Iran e i suoi alleati armati. Fortunatamente per Washington, tali questioni suscitano un’intensa opposizione regionale e le minacce che rappresentano possono essere contenute dagli Stati più esposti, vale a dire Israele e le monarchie del Golfo. Israele è in grado di mantenere una deterrenza credibile, mentre le monarchie del Golfo possono rafforzare le proprie difese aeree nel breve termine, perseguendo nel lungo periodo un accordo strategico con Teheran basato su legami economici e culturali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, possono potenziare l’assistenza americana in materia di sicurezza a questi paesi nell’ambito di una strategia di contenimento. Ciò consentirebbe a Washington di gestire la situazione di stallo in modo da non gravare sulle risorse statunitensi e quindi non mettere a repentaglio gli interessi americani nella regione.
Un murale in memoria dei leader iraniani assassinati a Teheran, in Iran, giugno 2026 Majid Asgaripour / Reuters
Gli Stati Uniti non possono contare sui propri partner per gestire il programma nucleare iraniano. Tuttavia, dispongono di altri strumenti da utilizzare per affrontare questa minaccia. Teheran potrebbe non accettare mai di rinunciare del tutto all’arricchimento dell’uranio, ma il governo iraniano ha comunque un incentivo a raggiungere un accordo che imponga limiti significativi al proprio programma in cambio di un alleggerimento delle sanzioni di cui ha disperatamente bisogno. Un accordo di questo tipo potrebbe suscitare resistenza tra gli estremisti iraniani, che sono contrari a qualsiasi tipo di compromesso con Washington. Tuttavia, purché l’accordo riconosca il diritto sovrano del regime all’arricchimento dell’uranio, le frange più pragmatiche dell’Iran potrebbero presentarlo come una concessione di grande rilievo strappata a un’amministrazione statunitense intransigente, costretta ad abbandonare la sua richiesta massimalista che l’Iran ponesse fine al proprio programma nucleare una volta per tutte.
I partner arabi del Golfo di Washington appoggerebbero probabilmente un accordo del genere. Essendo stati ormai attaccati direttamente e ripetutamente dall’Iran come rappresaglia per aver ospitato basi statunitensi e avendo subito le conseguenze economiche della chiusura dello stretto, questi paesi hanno tutte le ragioni per preferire un Iran tenuto a bada piuttosto che uno in guerra. Infatti, la maggior parte delle monarchie del Golfo ha spinto attivamente per un allentamento delle tensioni e la ricerca di un accordo. Ma Israele non sarà d’accordo. Quel Paese vede l’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere sottomessa con la forza, e ha quindi cercato di impedire il successo dei colloqui di pace. L’esercito israeliano, ad esempio, ha colpito l’area di Beirut il 14 giugno, proprio mentre Teheran e Washington stavano finalizzando il loro accordo. L’Iran, a sua volta, si è preparato a contrattaccare finché i diplomatici americani non hanno promesso di costringere gli israeliani a smettere di attaccare Hezbollah, consentendo così il completamento dell’accordo. Ma Washington dovrebbe aspettarsi che la situazione si ripeta in futuro, compresa la possibilità che Israele tenti di riaccendere la guerra colpendo direttamente gli impianti nucleari iraniani. Per impedire un simile esito, gli Stati Uniti dovranno esercitare la leva di cui dispongono sul proprio alleato – ad esempio, ponendo condizioni alle vendite di armi, ritirando l’assistenza in materia di intelligence e non fornendo più protezione diplomatica. Allo stesso tempo, dovrebbero offrire a Israele garanzie di sicurezza affinché il Paese non senta di dover attaccare l’Iran.
Fare tutto questo non sarà facile, e non solo perché Washington vuole fornire un ampio sostegno al proprio partner israeliano. Ci sono anche molte élite della politica estera americana che semplicemente si rifiutano di ammettere che gli Stati Uniti non possono sconfiggere l’Iran e continuano quindi a considerare l’attuale situazione di stallo come un intervallo prima di riprendere la guerra e ottenere una vittoria definitiva. Eppure la realtà è che l’Iran ha dimostrato di poter resistere a pressioni estreme e di infliggere gravi perdite agli Stati Uniti, anche quando le sue capacità offensive sono gravemente compromesse. Anche se Washington riuscisse a trovare la determinazione necessaria per una prolungata invasione terrestre, questa particolare amministrazione non possiede la visione e la disciplina che un’operazione del genere richiederebbe. Un nuovo conflitto non farebbe altro che esaurire le munizioni e i missili intercettori di Washington, innescare l’inflazione a livello mondiale e mettere alla prova la pazienza dei partner degli Stati Uniti.
È quindi giunto il momento che gli Stati Uniti riconoscano la verità: si trovano in una situazione di stallo. Dovrebbero smettere di riflettere su come sconfiggere definitivamente l’Iran e iniziare a capire come gestire pacificamente un rapporto complesso e conflittuale. Un lavoro del genere non è certo affascinante; i compromessi non lo sono mai. Ma è l’unico modo in cui Washington possa effettivamente tenere a bada Teheran e preservare il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Che differenza fa un anno! Lo scorso giugno, all’indomani del primo attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in Medio Oriente circolava una battuta. Raccontava di un barista che accoglieva nel suo locale un americano, un israeliano e un iraniano, offrendo loro delle birre e dicendo: «Congratulazioni, signori; avete vinto tutti.» Questa volta non è così. Non c’è dubbio che nella seconda guerra contro l’Iran ci sia un solo vincitore: l’Iran. Ci sono anche diversi perdenti, tra cui l’America e Israele.
Non facciamoci illusioni. Una tregua non equivale alla pace. Le questioni chiave sono state rinviate a negoziati futuri, e non vi è alcuna certezza che questi producano risultati, né che eventuali accordi reggano nel tempo. Quello con cui abbiamo a che fare qui e ora non è semplicemente l’ennesimo conflitto mediorientale. Si tratta piuttosto di una parte di una lotta in corso in cui l’egemone globale cerca di invertire le tendenze che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Il Medio Oriente è uno dei teatri di quella che equivale a una guerra mondiale, insieme all’Europa orientale, dove l’Occidente sta cercando di sconfiggere la Russia, e all’Asia orientale, dove gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di contenere la Cina.
Questa lotta continuerà. Un nuovo equilibrio è ancora molto lontano e, in futuro, saranno inevitabili nuove battaglie. Tuttavia, le conseguenze anche solo di un cessate il fuoco provvisorio tra gli Stati Uniti e l’Iran sono enormi e di vasta portata.
Soprattutto, l’Iran è emerso da questa guerra come una formidabile potenza regionale. Il fatto che Washington, incapace di schiacciarlo, abbia dovuto cercare una tregua non fa che confermare il rafforzamento dello status dell’Iran e non si parla più di un cambio di regime a Teheran, né di alcuna limitazione al suo arsenale di missili balistici, né dell’eliminazione del programma nucleare del Paese, per non parlare dell’abbandono degli alleati regionali dell’Iran. Questi erano tutti gli obiettivi originari degli Stati Uniti e di Israele e, su tutti questi fronti, gli aggressori hanno subito una clamorosa sconfitta.
Nel breve termine, la riapertura dello Stretto di Ormuz e la revoca del blocco navale statunitense contro l’Iran alleggeriranno la situazione energetica sul mercato globale. Tuttavia, nel lungo termine, il caso di Ormuz ha lanciato un messaggio forte e chiaro: nell’era della transizione dell’ordine mondiale, tutti i punti nevralgici marittimi sono potenzialmente vulnerabili ad azioni ostili. I leader iraniani hanno compreso che la loro capacità di chiudere lo stretto, unita alla riluttanza degli Stati Uniti a rischiare perdite nel tentativo di riaprirlo – il tallone d’Achille di Washington – potrebbe costituire per Teheran un deterrente più potente della stessa capacità nucleare. Nel frattempo, Teheran intende regolamentare il traffico attraverso la via navigabile in collaborazione con l’Oman.
Per quanto riguarda il programma nucleare, Teheran lo porterà sicuramente avanti nell’ambito di qualsiasi futuro accordo globale con Washington, se mai si dovesse effettivamente raggiungere un accordo. La mancata conclusione di un accordo lascerebbe Teheran libera di portare avanti il programma come prima, poiché gli iraniani non consegneranno i propri materiali nucleari a nessuno. Per quanto riguarda la deterrenza nucleare, tuttavia, gli insegnamenti tratti dalla recente guerra sono contrastanti. Da un lato, gli Stati Uniti e Israele probabilmente non avrebbero attaccato un Iran dotato di armi nucleari. Si pensi alla Corea del Nord. D’altro canto, Israele, pur essendo dotato di armi nucleari e pur subendo attacchi con missili balistici iraniani, non ha utilizzato armi nucleari contro l’Iran. E nemmeno gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, l’opzione è stata discussa, ma poi scartata. Pertanto, per l’Iran, la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi più efficace.
Lo sblocco dei beni iraniani detenuti dagli Stati Uniti e la revoca delle sanzioni contro l’Iran diventeranno probabilmente strumenti con cui l’America potrà influenzare il «comportamento di Teheran». Avendo perso la guerra, gli Stati Uniti non lasceranno in pace l’Iran. Potrebbero avere motivo di sperare che le condizioni di pace ammorbidiscano gradualmente la società iraniana, mettano in luce le fratture all’interno dell’élite temporaneamente ricucite dalla guerra e concedano all’America margini di manovra. L’istituzione di un fondo per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e logistiche dell’Iran sembra un ulteriore incentivo per indurre gli iraniani a rientrare nel sistema finanziario occidentale. Per l’Iran, la vittoria in guerra deve essere salvaguardata da politiche interne che rafforzino la stabilità del Paese e migliorino i risultati dell’economia.
La situazione in Libano, tuttavia, potrebbe rappresentare un vero e proprio ostacolo insormontabile. Teheran è riuscita a ottenere il consenso del presidente Donald Trump per includere il fronte libanese nell’accordo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è irremovibile nel sostenere che Israele debba proseguire i propri sforzi per eliminare Hezbollah. La recente ira di Trump nei confronti di Netanyahu riflette qualcosa di molto più importante: una parte significativa della società americana e della classe politica sta perdendo la pazienza con Israele e sta raffreddando i propri rapporti con esso. Ciò avviene sullo sfondo del crescente isolamento internazionale di Israele.
In effetti, Israele è il principale perdente di questa guerra. La sua nuova strategia, volta a eliminare con la forza le minacce su tutti e sette i fronti – da Gaza, dal Libano e dallo Yemen alla Cisgiordania, alla Siria, all’Iraq e, soprattutto, all’Iran – promette “guerre infinite” anziché stabilità e sicurezza. La sua deterrenza nucleare non dichiarata non è riuscita a impedire all’Iran di lanciare missili e droni contro obiettivi israeliani. Nel prossimo futuro, Israele dovrà affrontare un’elezione in cui l’insoddisfazione nei confronti di Netanyahu si scontrerà con l’ampio sostegno alle sue politiche radicali.
Neanche gli Stati arabi del Golfo Persico se la sono cavata bene. La loro dipendenza dalle basi militari statunitensi come garanzia di sicurezza si è rivelata un affare disastroso. Anziché proteggere i Paesi ospitanti, queste basi hanno agito come calamite, attirando gli attacchi di rappresaglia iraniani. L’immagine delle nazioni del Golfo come luoghi sicuri e confortevoli in cui fare affari ha subito un duro colpo. Se queste nazioni vogliono riprendersi, dovranno elaborare una politica di sicurezza migliore rispetto all’allinearsi con il loro protettore fallito.
Comunque sia, la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran rappresenta un evento fondamentale nella transizione del potere globale. L’egemone mondiale in declino e il suo alleato, la principale potenza militare della regione, hanno tentato con tutte le loro forze, senza riuscirci, di invertire la rotta della storia. Hanno perso una battaglia importante, ma questa non è la fine della crisi mondiale.
La firma di un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha suscitato il malcontento di alcuni funzionari del governo israeliano, secondo i quali l’accordo fornirà all’Iran il tempo e i fondi necessari per ricostruire la propria forza militare. Alcuni politici israeliani di estrema destra hanno addirittura affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica a Israele» e si sono opposti al cessate il fuoco in Libano.
Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense *The Wall Street Journal* il 18 giugno, l’atteggiamento dei funzionari israeliani ha suscitato l’ira del vicepresidente americano Vance, il quale ha accusato tali funzionari di aver sferrato «attacchi personali» contro il presidente degli Stati Uniti Trump. Nel corso della conferenza stampa tenutasi quel giorno alla Casa Bianca, Vance ha ammonito i funzionari israeliani, sottolineando che gli Stati Uniti sono l’unico alleato forte di Israele e che gli israeliani devono guardare in faccia la realtà.
Dopo la pubblicazione dei termini specifici del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, il primo ministro israeliano Netanyahu ha evitato di criticare pubblicamente l’accordo. Tuttavia, funzionari israeliani hanno dichiarato in privato che l’accordo potrebbe aiutare l’Iran a ricostituire le proprie scorte di missili e droni, a sostenere i propri alleati in Libano, Yemen e Iraq, influenzando così l’equilibrio di potere nella regione mediorientale, il che «non va a vantaggio degli interessi degli Stati Uniti e di Israele».
Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha invece espresso il proprio malcontento sui social media, affermando che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica» a Israele: «Israele non è soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti, siamo uno Stato indipendente e sovrano». Ha poi aggiunto di essere grato a Trump, ma che Israele «non è una repubblica delle banane».
Il 18, Vance ha smentito queste affermazioni e, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, ha ricordato a Israele: «Trump è attualmente l’unico capo di Stato al mondo che nutre simpatia per Israele; se facessi parte del governo israeliano, probabilmente non criticherei l’unico potente alleato che abbiamo nel mondo».
Vance ha avvertito che due terzi delle armi difensive di Israele sono di fabbricazione statunitense: «Il problema di Israele non è Trump; qualsiasi israeliano che ritenga che il problema principale sia il presidente degli Stati Uniti dovrebbe rinsavire e rendersi conto della realtà in cui si trova il Paese».
Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance Foto IC
Inoltre, il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è stato messo in discussione da alcuni sostenitori di Trump e repubblicani all’interno degli Stati Uniti, e Vance ha esortato questi critici a fidarsi di Trump. Vance ha affermato: «Lui crede in questo accordo e farà in modo che venga portato a termine. Se l’Iran non dovesse rispettare l’accordo, disponiamo comunque di tutti gli strumenti e le leve necessarie».
Anche il quotidiano statunitense «New York Times» ha pubblicato il 18 un articolo in cui Vance, in un’intervista, ha criticato aspramente Ben-Gvir e altri politici israeliani di estrema destra. Egli ha chiesto: «Cosa avete intenzione di fare, esattamente? Siete un Paese con oltre 9 milioni di abitanti; non potete risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo alla violenza».
Secondo un’analisi del *Wall Street Journal*, le dichiarazioni di Vance riflettono le divergenze sempre più marcate tra Stati Uniti e Israele. L’amministrazione Trump spera di uscire al più presto da questa guerra sgradita e costosa, mentre il governo di Netanyahu cerca di prolungare l’operazione militare per “eliminare” la minaccia rappresentata da Hezbollah in Libano.
Israele ha occupato parte del territorio del Libano meridionale e continua a combattere contro Hezbollah. Sebbene il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran indichi chiaramente la necessità di «porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso quello libanese», Israele si rifiuta di ritirare le proprie truppe dal Libano. Un funzionario vicino a Netanyahu ha dichiarato alla Reuters che Israele sta conducendo negoziati «duri» con gli Stati Uniti riguardo alla presenza delle proprie forze armate in Libano.
A questo proposito, il 18 giugno il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha avvertito che, qualora le forze di difesa israeliane continuassero a stazionare nel sud del Libano, il memorandum d’intesa firmato tra Iran e Stati Uniti sarebbe diventato nullo. Ha affermato chiaramente che, fintantoché Israele continuerà a sferrare attacchi contro Hezbollah, i negoziati tra Iran e Stati Uniti non potranno registrare alcun progresso.
Bagaei ha sottolineato che i negoziati mirano a raggiungere un accordo definitivo, e che l’unico presupposto per la sua attuazione è la piena attuazione del memorandum d’intesa. Dal punto di vista dell’Iran, ciò significa la cessazione totale di tutti gli attacchi militari e la completa fine dello stato di occupazione.
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Continuano ad arrivare conferme sempre più numerose del fatto che Zelensky stia conducendo una campagna psicologica sempre più intensa, fatta di attacchi fittizi, per nascondere il peggioramento della crisi nel proprio Paese. Oggi ci sono state mostrate delle immagini che hanno rivelato come funzionassero i suoi ultimi trucchi da prestigiatore.
A quanto pare, gli attacchi di massa di ieri a Mosca, che avrebbero dovuto coincidere con la riunione del Consiglio europeo, erano un vero e proprio spettacolo hollywoodiano: i droni stessi erano stati riempiti con miscele di cherosene, proprio come si fa a Hollywood per rendere le esplosioni delle auto più “drammatiche”, producendo fitti pennacchi di fumo oleoso.
Nel video qui sotto si vede un drone abbattuto che rilascia il suo pacchetto di effetti speciali:
Ora è perfettamente chiaro come l’Ucraina sia riuscita a creare uno scenario apocalittico così suggestivo, dato che ogni drone abbattuto ha lasciato sull’orizzonte la propria scia, perfetta per le immagini destinate alla stampa:
I danni effettivi alla raffineria si sono rivelati deludenti, poiché in realtà sono stati distrutti solo alcuni serbatoi di stoccaggio del petrolio:
In effetti, gran parte delle recenti narrazioni dell’Ucraina si stanno rapidamente sgretolando. L’“isolamento” della Crimea si è rivelato un totale fallimento, dato che persino i principali canali ucraini stanno ora riportando tutte le misure che la Russia ha rapidamente adottato per risolvere qualsiasi problema che gli attacchi con i droni ucraini siano riusciti a causare temporaneamente.
Ad esempio, tutti i ponti che collegano la Crimea al resto del Paese sono stati rinforzati e il traffico è tornato alla normalità, come lamenta questo importante account filo-ucraino:
La Russia è riuscita in breve tempo a costruire terrapieni di terra lungo il canale, come si vede in queste nuove foto satellitari:
E anche il ponte stesso ha subito danni minimi — semplici buche — come si può vedere dalla foto al centro, dove il traffico su una sola corsia continuava a scorrere.
Ora si riferisce che squadre antincendio mobili russe stiano scortando le autocisterne lungo tutti i corridoi della Crimea, mentre gli ucraini continuano a lamentarsi del fatto che i loro droni “Hornet” abbiano sempre meno successo, dato che la carenza di carburante in Crimea è ormai superata.
Ora, Zelensky sembra rivelare involontariamente la sua vera strategia, che ricalca l’idea di cui abbiamo parlato l’ultima volta: ovvero che i finanziamenti e le prospettive a lungo termine dell’Ucraina si stanno esaurendo e che Zelensky ha un disperato bisogno di momentanee spinte di immagine per tenere a galla l’intero regime.
Non solo la riunione del Consiglio europeo ha esercitato ulteriori pressioni sulla Russia per costringere Putin a ricorrere alla “diplomazia”, ma Zelensky ha manifestato una nuova e crescente disperazione nel voler porre fine alla guerra in particolareentro il prossimo inverno. Il motivo? Egli afferma apertamente che, dopo aver registrato un enorme deficit di 90 miliardi di euro prestitoregalo approvato dagli europei, l’Ucraina avrà un disperato bisogno di un nuovopacchetto di finanziamenti qualora la guerra non fosse conclusa con successo entro quella data.
Ascoltate il punto 0:20 del video qui sotto, in cui afferma che l’Ucraina avrà bisogno di un “pacchetto di aiuti invernali” a sé stante:
90 miliardi di euro di certo non bastano più a durare quanto una volta!
L’Ucraina e gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di congelare il conflitto lungo la linea del fronte, secondo quanto riporta *The Economist*, citando fonti informate.
Le due parti sono in contatto quotidiano. Sono inoltre riprese le trattative informali con la Russia.
«Una delle ipotesi al vaglio è quella di un cessate il fuoco in due fasi: in primo luogo, limitare le ostilità a una zona di 50-70 km su entrambi i lati della linea del fronte, per poi giungere a un accordo più ampio», si legge nel rapporto.
L’Ucraina prevede di porre fine alla guerra prima dell’inizio dell’inverno, — Zelensky durante una riunione del Consiglio europeo
Un uomo di spettacolo, attore, conduttore televisivo, comico e presidente di un paese con cittadini in carne e ossa parla ancora una volta della necessità che l’UE aumenti la pressione sulla Russia.
Ha inoltre affermato che, se le ostilità dovessero protrarsi per un altro inverno, l’Ucraina avrà bisogno di un pacchetto di aiuti separato.
Stiamo parlando di forniture di gas, gasolio, attrezzature energetiche e missili per la difesa aerea.
E ancora una volta, in modo brusco, ha lanciato un appello alla pace.
Ma ciò che ha dimostrato la disperazione di Zelensky nel modo più inquietante è stata la minaccia diretta alla Bielorussia che il “piccolo uomo verde” ha lanciato per la prima volta. Ha spiegato che la Bielorussia sta costruendo torri di trasmissione per supportare i droni russi — cosa di cui abbiamo parlato qui settimane fa — e che sta dando a Lukashenko un ultimatum di una settimana per smantellarle, altrimenti l’Ucraina «lo farà al posto loro»:
Qui ribadisce la minaccia sul suo account ufficiale, ma aggiunge un elemento ancora più inquietante:
Vedete, non solo Zelensky sta ora minacciando, presumibilmente, di sferrare attacchi preventivi contro la Bielorussia, allargando di fatto il conflitto costringendo la Bielorussia a entrarvi, ma nella sua disperazione sembra addirittura minacciare anche il settore petrolifero bielorusso.
L’intento è chiaro:
Zelensky è consapevole che la sua campagna contro le raffinerie russe non ha avuto successo e che la strategia volta a rallentare l’economia russa è fallita, il che significa che l’Ucraina continua a barcollare sull’orlo del collasso senza alcuna via d’uscita.
Zelensky ha un disperato bisogno di estendere il conflitto per coinvolgere il maggior numero possibile di paesi, al fine di modificare il calcolo deterministico che porta inevitabilmente al crollo dell’Ucraina.
Coinvolgendo la Bielorussia nel conflitto, Zelensky e i suoi curatori europei possono dare slancio a una nuova campagna propagandistica nel tentativo di mobilitare l’intera “alleanza” occidentale per fermare questa nuova minaccia — il che, come sempre, comporterebbe una rinnovata militarizzazione, finanziamenti massicciamente maggiori, ecc. L’operazione includerebbe probabilmente operazioni sotto falsa bandiera con la Bielorussia che “attacca la Polonia” e cose di questo genere per amplificarne l’effetto.
Non mancano altre teorie:
L’altro motivo è che le capacità delle stazioni di ripetizione russe consentono alla Russia di controbilanciare il vantaggio ucraino offerto da Starlink, permettendole a sua volta di controllare mezzi aerei a lunga distanza. Zelensky sa che Starlink era l’ultimo vantaggio rimasto all’Ucraina e che, se la Russia lo neutralizzasse con un proprio sistema asimmetricamente comparabile, ciò rappresenterebbe un grave contraccolpo per l’Ucraina, in particolare in quel corridoio a ovest di Kiev dove la Russia ha iniziato a replicare gli attacchi in profondità nelle retrovie dell’Ucraina contro le infrastrutture logistiche stradali e i mezzi di trasporto del carburante.
E, a proposito: l’ipocrisia delle minacce di Zelensky sta nel fatto che l’Ucraina utilizza con grande vanto ogni tipo di infrastruttura alleata al di fuori del proprio territorio. Aerei occidentali pattugliano lungo tutti i confini russi inviando correzioni di bersaglio ai droni ucraini, per non parlare dei satelliti e di tutto il resto che costituisce la “retrovia” ucraina, che si trova al di fuori dell’Ucraina stessa. Ma per qualche motivo, quando la Russia ricorre alle infrastrutture alleate per ricevere assistenza, ciò offende profondamente la sensibilità etica in tempo di guerra del “nano di Kiev”.
Alla luce della disperazione appena venuta alla luce, è chiaro proprio perché lo spettacolo hollywoodiano sulla finta raffineria di Mosca fosse assolutamente necessario in questo preciso momento. È evidente che l’Ucraina sta andando molto peggio di quanto lasci intendere, soprattutto ora che le truppe russe hanno ricominciato ad avanzare a un ritmo più sostenuto nell’ultima settimana. Una volta che Konstantinovka e Lyman cadranno, crollerà la narrativa degli ultimi mesi secondo cui l’Ucraina avrebbe «congelato la linea del fronte», che la guerra avrebbe raggiunto una «situazione di stallo» o che l’Ucraina avrebbe di fatto ribaltato completamente le sorti del conflitto e starebbe ora avanzando verso la Russia e riconquistando territori.
Una volta che queste città cadranno, non ci sarà modo di nascondere la campagna psicologica orchestrata per far credere che l’Ucraina stia “vincendo” — e Zelensky ribolle di disperazione nel cercare di continuare a soffocare le vittorie della Russia. Creando un nuovo focolaio di tensione contro la Bielorussia, Zelensky può ancora una volta deviare abilmente tutta l’attenzione dei media dal fronte ucraino, ormai in grave collasso, verso un nuovo punto focale. Questo è il piano. Ma il piano ha rendimenti decrescenti, perché richiede una nuova campagna artificiosa letteralmente ogni settimana; questa settimana è il «Teatro del cherosene hollywoodiano» a Mosca, la prossima settimana il «Roadshow bielorusso», e la settimana dopo bisognerà inventare un nuovo espediente. La vita di un truffatore oligarchico travestito che si maschera da «leader democratico» non è facile.
E dopo le recenti elezioni europee, la situazione dell’Ucraina continua a peggiorare:
Secondo Bloomberg, la Russia sta andando meglio che mai:
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