Il missile Khalij-e-Fars e le capacità missilistiche iraniane dopo la Guerra dei Dodici Giorni: un’analisi OSINT rigorosa
Nel contesto di tensioni persistenti nel Golfo Persico e in Medio Oriente, l’Open Source Intelligence (OSINT) rappresenta lo strumento primario per costruire valutazioni bilanciate delle capacità militari iraniane, separando la narrativa istituzionale dai fatti verificabili attraverso fonti pubbliche. L’analisi sistematica di un sistema d’arma specifico — il missile balistico antinave Khalij-e-Fars — offre una finestra privilegiata sulle dinamiche strategiche regionali, sulle vulnerabilità tecnologiche dell’arsenale iraniano e sull’efficacia delle contromisure occidentali sperimentate durante la Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.
Il Khalij-e-Fars nella costruzione della narrativa strategica
Il 28 gennaio 2026 alcuni analisti OSINT hanno rilanciato contenuti sul missile balistico antinave Khalij-e-Fars, presentandolo come una minaccia credibile per le portaerei statunitensi. Le metriche di diffusione hanno mostrato i parametri tipici della comunità di intelligence aperta specializzata: un tasso di amplificazione compreso tra l’1 e il 2 per cento, coerente con contenuti tecnici rivolti a un pubblico ristretto ed esperto.
Il monitoraggio sistematico di queste narrative, tra novembre e dicembre 2025, aveva già evidenziato un’intensificazione di analisi sulle capacità Anti-Access/Area-Denial (A2/AD) iraniane all’interno delle reti OSINT. I materiali video associati mostravano linee di produzione e assemblaggio, enfatizzando la minaccia verso la US Navy nello Stretto di Hormuz.
Una valutazione metodologicamente solida — coerente con gli standard di accuratezza richiesti in ambito ARPA/DARPA — impone tuttavia verifiche incrociate stringenti sui parametri critici, andando oltre la semplice viralità dei contenuti. La triangolazione su tre assi distinti costituisce la base dell’approccio: specifiche tecniche verificate mediante correlazione di fonti aperte autorevoli; correlazioni storiche documentate attraverso documentazione declassificata; valutazioni di efficacia operativa indipendenti prodotte da organismi di ricerca riconosciuti come JINSA, FDD e ISW.
Specifiche tecniche e limiti operativi del Khalij-e-Fars
Il Khalij-e-Fars è, nelle sue linee essenziali, una variante antinave del missile balistico a corto raggio Fateh-110, un sistema a propellente solido testato tra il 2011 e il 2013 in configurazione marittima. Le specifiche tecniche, verificate tramite correlazione incrociata tra Wikipedia, il database Missile Threat del CSIS e materiale telemetrico pubblico dell’IRGC, convergono su parametri sostanzialmente concordanti:
Gittata operativa — circa 300 chilometri
Velocità terminale — circa Mach 3 nella fase di rientro
Testata — 450–650 kg in configurazione ad alto esplosivo
Sistema di guida — navigazione inerziale con correzione terminale mediante seeker elettro-ottico/infrarosso
La precisione dichiarata dall’Iran nel 2013 (CEP di 8,5 metri) è contestata da analisi indipendenti occidentali, che indicano un CEP più realistico nell’ordine dei 30–100 metri. Questo scarto è strategicamente decisivo: trasforma il sistema da arma di precisione antinave a piattaforma con dispersione significativa, riducendone l’efficacia tattica contro bersagli in movimento ad alto valore come le portaerei.
Secondo stime della Defense Intelligence Agency, l’Iran disponeva intorno al 2025 di circa 1.500 missili balistici complessivi, con 100–200 lanciatori dedicati a missili a corto raggio, inseriti in una dottrina di saturazione delle difese avversarie.
Il Khalij-e-Fars, pur rappresentando un elemento non trascurabile nella postura A2/AD iraniana nel Golfo Persico, presenta vulnerabilità strutturali rispetto alle contromisure avanzate: guerra elettronica, decoy termici, sistemi intercettori come lo Standard Missile-6 (SM-6), con raggio superiore ai 400 km e profilo multiruolo (difesa aerea, antimissile terminale, anti-superficie).
Non esistono, ad oggi, evidenze pubbliche verificabili di ingaggi riusciti del Khalij-e-Fars contro portaerei o unità navali dotate di sistemi di difesa attivi in assetto operativo reale. Al contrario, i dati disponibili sull’impiego in combattimento dello SM-6 e di altre componenti dei sistemi multilivello occidentali suggeriscono un vantaggio qualitativo significativo della difesa rispetto all’offesa, in particolare contro vettori balistici antinave di generazione non all’avanguardia.
La Guerra dei Dodici Giorni come stress test operativo
La Guerra dei Dodici Giorni, combattuta tra il 13 e il 24 giugno 2025 e denominata Operation Rising Lion da parte israeliana, rappresenta il laboratorio operativo più rilevante per valutare le capacità effettive iraniane in un conflitto ad alta intensità.
Nel corso di dodici giorni, Israele ha impiegato oltre 200 velivoli da combattimento, rilasciando più di 330 munizioni di precisione su circa 100 obiettivi strategici: siti nucleari a Fordow, Isfahan e Parchin, basi missilistiche, centri di comando e nodi della rete di difesa aerea.
L’effetto immediato è stato una drastica degradazione delle capacità missilistiche iraniane. Valutazioni accreditate indicano che, nelle prime 48 ore, Israele abbia neutralizzato circa il 50 per cento dei lanciatori balistici iraniani, facendo collassare la capacità di fuoco giornaliera da oltre 35 missili al giorno nel pre-conflitto a meno di 20 entro il 19 giugno. Operazioni speciali in profondità, integrate con capacità di precision strike come il missile Spike NLOS — caratterizzato da guida elettro-ottica/infrarossa in loop umano e capacità di retargeting in volo — hanno neutralizzato una quota rilevante di lanciatori mobili in prossimità di siti sensibili.
Sul versante offensivo, l’Iran ha risposto con oltre 550 lanci di missili balistici nell’arco di dieci giorni, con una fase iniziale di saturazione (oltre 100 missili al giorno tra il 13 e il 14 giugno) seguita da un progressivo calo a circa 20 lanci al giorno verso la fine del conflitto. Questo profilo riflette tanto la perdita fisica di lanciatori e infrastrutture quanto l’adattamento tattico, con salve più piccole e spalmate nel tempo per ridurre l’efficacia delle architetture difensive a saturazione.
Architetture difensive multilivello e bilancio costi-benefici
Le valutazioni israeliane, corroborate da analisi indipendenti di think tank statunitensi e da reporting internazionale, convergono su un tasso di intercettazione compreso tra l’86 e il 90 per cento per il complesso dei circa 550 missili balistici iraniani lanciati durante il conflitto. Questo risultato è stato ottenuto attraverso un sistema di difesa integrato multilivello che ha combinato:
Arrow-3 → per l’intercetto exoatmosferico a lunga gittata
SM-3 → per la fase midcourse
THAAD → per l’intercetto ad alta quota in fase terminale
Patriot PAC-3 → per la difesa di punto a corto raggio
Sistemi a corto raggio quali Iron Dome → per minacce a bassa quota e munizionamento più leggero
L’efficacia dimostrata di queste architetture difensive, con tassi di intercettazione dell’86–90 per cento contro salve massive coordinate, indica che la superiorità tecnologica occidentale mantiene margini significativi anche in scenari di saturazione che l’Iran potrebbe tentare di riprodurre in teatri come lo Stretto di Hormuz. La difesa non è “impermeabile”, ma è in grado di assorbire attacchi su larga scala mantenendo le perdite civili e infrastrutturali entro range ritenuti accettabili dai decisori.
Il costo operativo di questa performance è elevato: l’impiego combinato di centinaia di intercettatori Arrow, THAAD e Patriot ha generato una spesa superiore al miliardo di dollari in meno di due settimane. Tuttavia, le stime israeliane indicano che il valore economico dei danni evitati — in termini di infrastrutture critiche, capacità militari e costi indiretti — ha superato di un ordine di grandezza il costo degli intercettori. In termini di economia strategica della difesa, la curva costi-benefici è quindi ancora nettamente favorevole al mantenimento di architetture multilivello avanzate.
Danni materiali, costi umani e resilienza infrastrutturale
Il bilancio umano del conflitto è stato asimmetrico ma pesante su entrambi i fronti. In Iran, le stime oscillano da alcune centinaia fino a oltre un migliaio di morti, con migliaia di feriti, includendo un numero non trascurabile di comandanti senior dell’IRGC e di personale qualificato del complesso militare-industriale. In Israele, le vittime sono state nell’ordine di alcune decine, con alcune migliaia di feriti e danni significativi ma localizzati a edifici civili e infrastrutture energetiche e industriali.
Dal punto di vista infrastrutturale, gli attacchi israeliani e statunitensi hanno inflitto danni profondi a:
impianti di arricchimento dell’uranio (Natanz, Fordow)
strutture di ricerca e conversione nucleare (Isfahan)
siti di produzione missilistica (Khojir, Shahroud, sub-site di Parchin)
nodi di comando e controllo, centri radar e assetti della difesa aerea
Le immagini satellitari e i rapporti tecnici indicano la distruzione o il danneggiamento di edifici chiave deputati alla produzione di propellente solido, all’assemblaggio di motori e alla gestione dei “planetary mixers” necessari alla produzione industriale di missili balistici. In termini di “time to recover”, la campagna ha spinto indietro il programma missilistico e nucleare iraniano di diversi anni, pur senza azzerarne in modo irreversibile il potenziale.
Ricostruzione missilistica iraniana e colli di bottiglia tecnologici
Nonostante le perdite, l’Iran ha avviato in tempi rapidi un processo di ricostruzione. Le stime indicano un arsenale balistico ridotto a circa 1.100–1.300 unità nell’estate 2025, ricostituito intorno alle 2.000 unità entro la fine dell’anno. Le immagini satellitari mostrano cantieri di ricostruzione attivi in siti chiave come Shahroud e Parchin, con ripristino di infrastrutture di produzione, stoccaggio e test.
Questa resilienza, tuttavia, è frenata da colli di bottiglia strutturali:
la distruzione mirata di planetary mixers ha colpito il cuore della catena produttiva del propellente solido
la produzione indigena di precursori chimici è limitata, costringendo l’Iran a dipendere da forniture estere, in particolare cinesi
le sanzioni occidentali su microelettronica, avionica e macchine utensili CNC avanzate ostacolano un salto qualitativo verso sistemi d’arma di nuova generazione
Le inchieste aperte negli Stati Uniti e in Europa su spedizioni di perclorato di sodio e altri precursori dalla Cina verso l’Iran, in volumi sufficienti per centinaia di missili, confermano che Tehran sta cercando di colmare i gap produttivi attraverso canali esterni. Resta il fatto che, pur potendo ricostituire numericamente lo stock, l’Iran incontra difficoltà maggiori nel riprodurre gli stessi standard qualitativi, in particolare per sistemi avanzati come quelli antinave con seeker sofisticati e profili di volo manovrati.
La dimensione navale: IRGC Navy e nuova narrativa missilistica
Le dichiarazioni dell’IRGC Navy a dicembre 2025 si collocano chiaramente in un’operazione di ricostruzione della deterrenza simbolica. Il comandante Alireza Tangsiri ha rivendicato test di un nuovo missile con gittata superiore ai 1.375 chilometri — pari alla lunghezza del Golfo Persico — in grado di essere guidato dopo il lancio e caratterizzato da “altissima precisione”. Il messaggio strategico è duplice: da un lato rassicurare l’opinione pubblica interna sulla sopravvivenza della capacità di colpire asset navali statunitensi; dall’altro segnalare a Washington che il costo di un’eventuale nuova campagna potrebbe aumentare.
Ma senza conferme indipendenti su prestazioni, profili di volo, qualità del seeker e capacità di resistere a guerra elettronica avanzata, queste dichiarazioni restano per ora principalmente elementi di psychological operations e signaling strategico. Sul piano sostanziale, il fulcro della minaccia iraniana alle linee di comunicazione marittime nel Golfo Persico continua a poggiare su una combinazione di:
mine navali
swarm di imbarcazioni veloci
droni aerei e navali
missili antinave subsonici e balistici a medio raggio
capacità di disturbo e spoofing elettronico
In questo mosaico, il Khalij-e-Fars resta una tessera importante ma non determinante.
Capacità asimmetriche e limiti in uno scontro ad alta intensità
L’Iran ha dimostrato negli ultimi due decenni una notevole abilità nel campo delle capacità asimmetriche: guerra per procura, attacchi a bassa firma, sabotaggio infrastrutturale, cyberattacchi mirati, uso di droni e missili per colpi calibrati sotto la soglia di guerra totale. Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, alcune milizie in Iraq e Siria costituiscono estensioni operative di questa strategia.
La Guerra dei Dodici Giorni ha però evidenziato la distanza che separa queste capacità da un confronto diretto ad alta intensità con una coalizione tecnologicamente superiore. Sul piano aereo, l’Iran non è stato in grado di contestare seriamente la supremazia israeliana; sul piano del comando e controllo, l’infrastruttura è stata rapidamente degradata; sul piano logistico, i lanciatori mobili e le basi di appoggio si sono dimostrati vulnerabili a operazioni speciali e fuoco di precisione.
L’insieme delle evidenze suggerisce che l’arsenale convenzionale iraniano sia in grado di infliggere costi significativi, soprattutto in scenari regionali limitati e attraverso proxies, ma non di rovesciare l’equilibrio militare a favore di Tehran in uno scontro diretto con l’Occidente. La funzione primaria delle capacità missilistiche iraniane resta quindi quella di deterrenza regionale e di strumento di pressione politico-militare, più che di strumento risolutivo di guerra.
Dimensione nucleare e calcolo strategico di lungo periodo
La dimensione realmente destabilizzante non risiede nel singolo sistema d’arma, ma nel nesso tra programma missilistico e ambizioni nucleari. Gli attacchi a Natanz, Fordow e Isfahan hanno sensibilmente rallentato il programma nucleare iraniano, distruggendo migliaia di centrifughe e infrastrutture chiave. Tuttavia, la struttura tecnica e il know-how non sono stati cancellati. Gli esperti convergono su stime nell’ordine di 18–24 mesi per ricostruire una capacità di arricchimento avanzata, qualora l’Iran decidesse di investire massicciamente in questa direzione.
La proiezione della DIA secondo cui l’Iran potrebbe essere in grado, entro metà degli anni Trenta, di sviluppare un ICBM militarmente credibile attraverso la conversione delle proprie capacità di lancio spaziale, apre uno scenario in cui il programma missilistico attuale funge da piattaforma evolutiva verso capacità strategiche globali. In questo quadro, la pressione tecnologica e sanzionatoria aumenta, non diminuisce, gli incentivi per Tehran a considerare l’opzione nucleare militare come garanzia ultima di sopravvivenza del regime.
Conclusione: stallo locale, rischio sistemico
Alla luce delle evidenze disponibili, il quadro converge su uno stallo strategico locale: l’Iran rimane un attore regionale di primo piano, dotato di un arsenale missilistico quantitativamente rilevante e qualitativamente eterogeneo, ma strutturalmente incapace di raggiungere parità convenzionale con la coalizione occidentale. Il Khalij-e-Fars, in questo schema, è un sistema credibile sul piano tattico nel teatro ristretto del Golfo Persico, ma non è un “game changer” capace di ribaltare i rapporti di forza nel dominio aeronavale.
La minaccia principale non risiede nelle capacità distruttive convenzionali isolate, bensì:
nella possibilità di una progressiva saldatura tra vettori balistici sempre più sofisticati e un programma nucleare riattivato
nella guerra ibrida protratta per mezzo di proxy, in grado di proiettare instabilità su più fronti (Levante, Mar Rosso, Iraq, Golfo)
nel rischio di errori di calcolo in un contesto di alta densità militare e di signaling aggressivo nello Stretto di Hormuz
In questo scenario, la deterrenza convenzionale basata su architetture difensive integrate e superiorità tecnologica deve necessariamente essere affiancata da una diplomazia strategica in grado di contenere gli incentivi iraniani verso l’escalation nucleare come “ultima ratio”. L’OSINT, se condotta con metodologie rigorose, resta lo strumento essenziale per monitorare, documentare e valutare in tempo quasi reale tanto la ricostruzione missilistica iraniana quanto l’evoluzione delle sue dottrine operative, offrendo ai decisori un quadro informato per evitare che una crisi regionale si trasformi in rottura sistemica dell’ordine internazionale.
L’Iran è un Paese vasto e la sua popolazione non è omogenea. L’Iran è anche il centro geografico di un continuum di popoli che si estende dal Caucaso al Pakistan e dalla Mesopotamia alle montagne dell’Asia centrale. Questa geografia umana influenza sia la politica interna di Teheran che le sue relazioni con i Paesi vicini.
Un cuore persiano e periferie ben identificate
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
Ilblocco persiano (al centro e al sud del Paese) costituisce un nucleo territoriale importante, che corrisponde all’immagine classica dell’Iran: grandi altipiani, città centrali, asse storico del potere. Attorno a questo cuore, la mappa disegna insiemi periferici fortemente marcati, quasi come corone etnolinguistiche.
A ovest, le zone curde si inseriscono in una continuità transfrontaliera che attraversa la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran. A nord-ovest, l’insieme azero supera ampiamente i confini iraniani, abbracciando l’Azerbaigian e invadendo le regioni vicine. A sud-ovest, i Luri formano un’area compatta. A sud-est, i Baluchi estendono il territorio umano su entrambi i lati del confine tra Iran e Pakistan. E sulle rive del Mar Caspio, gruppi come i Gilak, i Mazani, i Tat o i Talysh ricordano che l’Iran non è solo un paese di altipiani, ma anche un paese di coste, montagne e micro-regioni culturali molto distinte.
(c) Hervé Théry, Conflitti
Queste periferie non sono margini nel senso di zone vuote: sono spazi abitati, organizzati e identitari, spesso vicini ai confini, quindi politicamente sensibili.
Confini politici che non coincidono con i confini umani
Il secondo insegnamento è che i confini dello Stato iraniano coincidono in modo molto imperfetto con quelli dei gruppi rappresentati. Ciò è particolarmente evidente nella parte orientale. L’area pashtun copre gran parte dell’Afghanistan e si estende fino al Pakistan; l’area tagika si estende a nord dell’Afghanistan e verso l’Asia centrale; più lontano, i Pamiri compaiono nei confini montuosi. In altre parole, la mappa disegna una regione in cui le identità si sviluppano per zone che non hanno atteso i confini moderni.
Questa realtà ha due conseguenze. Innanzitutto, rende i confini più vivi e permeabili di quanto si possa immaginare guardando una mappa politica: sono attraversati da famiglie, lingue, scambi e talvolta solidarietà. In secondo luogo, rende anche i confini più vulnerabili: quando scoppia una crisi in un paese vicino, questa può tradursi immediatamente in pressioni migratorie, economiche o di sicurezza, perché le popolazioni sono simili e comunicano tra loro.
Una lettura utile, ma da non sopravvalutare
Una mappa etnolinguistica è sempre uno strumento da usare con cautela. Essa semplifica necessariamente. Nella realtà, le grandi città iraniane sono multietniche, le zone di contatto sono numerose, le identità possono essere multiple e le appartenenze evolvono con l’urbanizzazione, la scuola, le migrazioni interne e l’economia.
Un azero non sostiene necessariamente la politica dell’Azerbaigian, un curdo non sviluppa automaticamente un senso di appartenenza comune con i curdi dell’Iraq e della Turchia. Si può essere baluchi, azeri, lur e riconoscersi anche come iraniani. La conoscenza etnolinguistica è essenziale, ma non è tutto e non presuppone tutto.
Cosa implica questo mosaico per la politica interna iraniana
L’Iran moderno si è costruito su una tensione permanente: come governare un Paese il cui centro è relativamente unificato, ma le cui periferie sono fortemente differenziate? La risposta storica ha spesso combinato integrazione amministrativa, centralizzazione e, talvolta, diffidenza in materia di sicurezza in alcune zone di confine.
In questo contesto, la questione non riguarda solo le minoranze, ma anche il rapporto tra centro e periferia. Una periferia che si sente trascurata dal punto di vista economico o culturale non ha bisogno di essere maggioritaria per diventare politicamente determinante. Quando i confini umani sono transnazionali, le autorità possono temere, a volte a torto, a volte a ragione, che influenze esterne amplifichino le tensioni interne: un discorso nazionalista, il sostegno dei media, reti economiche o religiose, o dinamiche regionali.
La mappa aiuta quindi a capire perché, in alcuni momenti di crisi, gli sguardi si rivolgono rapidamente verso ovest (zone curde), nord-ovest (zona azera) o sud-est (zona baluchi). Non si tratta solo di regioni lontane, ma di regioni che, grazie alla loro posizione e alla loro continuità transfrontaliera, possono diventare barometri di stabilità.
La mappa mostra anche quanto l’Iran sia circondato da paesi confinanti che, ciascuno a modo proprio, rispecchiano la sua diversità.
Nel Caucaso, l’esistenza di un vasto spazio azero su entrambi i lati del confine alimenta particolari sensibilità: il rapporto con l’Azerbaigian non si gioca solo sul piano diplomatico, ma anche nell’immaginario identitario, nella cultura e nella lingua.
A ovest, la continuità curda colloca l’Iran in uno spazio in cui le questioni di autonomia, riconoscimento e sicurezza sono in discussione da decenni, con dinamiche diverse a seconda degli Stati, ma con una geografia umana che ignora i confini.
A est, la vicinanza con l’Afghanistan e il Pakistan è evidente nelle aree pashtun, baluchi e tagike. Ciò ricorda che l’Iran non è rivolto solo verso il Medio Oriente: è anche un paese dell’Asia centrale e meridionale, coinvolto in flussi regionali (economici, migratori, religiosi) che sono visibili sulla mappa.
Una lezione fondamentale: l’Iran come mondo piuttosto che come semplice paese
In sostanza, questa mappa suggerisce un’idea semplice: parlare dell’Iran solo come di uno Stato significa tralasciare una parte dell’equazione. L’Iran è anche un crocevia di popoli appartenenti alla stessa grande famiglia culturale, ma distribuiti in Stati diversi, con storie politiche divergenti. Questa configurazione conferisce all’Iran una profondità regionale, a volte un’influenza culturale, ma anche potenziali linee di tensione e sempre la questione della fragilità politica e nazionale.
La mappa non dice che l’Iran è destinato alla frammentazione, e la scuola francese di geopolitica diffida sempre del determinismo geografico e storico. Ma dice che la sua stabilità è un esercizio di equilibrio: governare un centro persiano maggioritario, senza trasformare le periferie in margini, e gestire confini che sono meno muri che zone di contatto.
Cosa ci dice questo della crisi attuale
Concentrati sulle manifestazioni e sul ritorno dei Pahlavi, molti commentatori non hanno menzionato il mosaico etnico iraniano. Eppure è fondamentale. Non dice tutto, non spiega tutto, ma è una chiave essenziale.
Questo spiega in particolare la diffidenza dei paesi confinanti con l’Iran, in primo luogo Turchia e Iraq. Questi paesi non hanno alcun interesse a vedere la caduta del regime, che potrebbe risvegliare le tensioni e forse anche i separatismi. È quanto ha sostenuto Erdogan nei confronti di Trump. È quanto hanno evocato anche i paesi del Golfo. Anche per loro, un crollo dell’Iran causerebbe un’instabilità indesiderata.
Questa mappa mostra come la questione iraniana vada oltre i confini dell’Iran stesso. Le conseguenze riguardano l’intera regione, dal Mediterraneo all’Asia centrale. Per la sua posizione geografica centrale e per la sua composizione demografica, l’Iran è un pilastro fondamentale che nessuno nella regione vorrebbe vedere crollare.
Le fondamenta del regime iraniano si stanno sgretolando e probabilmente continueranno a farlo ancora per molto tempo. Nel tentativo di accelerare questo processo e influenzarne l’esito, secondo alcune fonti la Casa Bianca di Trump starebbe valutando un attacco limitato contro il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), con l’obiettivo di indebolire la forza paramilitare e creare spazio affinché l’esercito regolare (Artesh) e le fazioni d’élite più pragmatiche possano affermare una maggiore influenza. Tuttavia, calibrare un’azione cinetica di questo tipo per ottenere questo specifico risultato è estremamente difficile e comporta un rischio significativo di conseguenze indesiderate.
Più probabile è un lungo periodo di contese interne, con élite e gruppi sociali rivali che si contendono il potere e perseguono obiettivi contrastanti, mentre la capacità del regime di far rispettare la propria autorità in tutto il Paese si indebolisce. Ciò avrà importanti conseguenze geostrategiche per le regioni limitrofe. L’Iran è il secondo Stato più grande del Medio Oriente per territorio (dopo l’Arabia Saudita) e, con circa 93 milioni di abitanti, ha la seconda popolazione più numerosa della regione (dopo l’Egitto). Ancora più importante, l’Iran occupa una posizione geopolitica fondamentale al crocevia tra il Medio Oriente, l’ex spazio sovietico e il subcontinente indiano-pakistano. Di conseguenza, qualsiasi indebolimento prolungato dell’autorità centrale a Teheran si ripercuoterebbe rapidamente lungo i confini occidentali, settentrionali e orientali dell’Iran.
A nord-ovest, l’Iran condivide un confine lungo e strategicamente importante con la Turchia, una linea di demarcazione lungo la quale le potenze turche e persiane si contendono il potere da oltre un millennio. Questa rivalità duratura ha posizionato Ankara e Teheran come i due principali concorrenti regionali che plasmano lo spazio geopolitico che si estende dal Mediterraneo al Mar Nero e al Mar Caspio, fino al Mar Arabico e al Mar Rosso.
Sin dalla fondazione dei moderni Stati nazionali di Turchia, Iran, Iraq e Siria all’inizio del XX secolo, ciascuno di essi ha dovuto affrontare la sfida del separatismo curdo, gestendo le pressioni persistenti delle rispettive popolazioni curde e dei gruppi ribelli che ne sono scaturiti. La minaccia è più grave per la Turchia, dove quasi 15 milioni di curdi – quasi un quinto della popolazione – sono concentrati nel sud-est, creando sia una sfida alla sicurezza interna che una dimensione transfrontaliera, data la presenza curda negli Stati confinanti.
L’intervento statunitense in Iraq del 2003, che ha portato alla creazione di una regione curda autonoma nel nord del Paese, è stata una sfida che la Turchia è riuscita a superare sfruttando la rivalità tra le due principali fazioni curde irachene. La Turchia stava ancora affrontando la situazione in Iraq quando la Primavera araba del 2011 ha portato alla nascita di una regione curda autonoma nel nord-est della Siria, sostenuta dagli Stati Uniti. I turchi erano molto preoccupati per lo stretto rapporto tra il movimento separatista curdo siriano e la principale forza ribelle curda della Turchia. Tuttavia, il crollo del regime di Assad in Siria poco più di un anno fa ha consentito ad Ankara di avere maggiore spazio per gestire i curdi siriani.
Con il regime iraniano che mostra segni di decadenza interna, la Turchia si trova ora ad affrontare la sfida di gestire quattro distinte fazioni curde iraniane che cercano di sfruttare il declino della Repubblica Islamica nell’instabilità. (Reuters ha riferito il 14 gennaio che i servizi segreti turchi avevano avvertito l’IRGC che militanti curdi erano entrati in Iran dall’Iraq, cercando di sfruttare le proteste nazionali e di esacerbare l’instabilità interna). Dal punto di vista di Ankara, ciò ha creato un fragile arco che abbraccia tre importanti paesi confinanti – Iraq, Siria e Iran – dove l’instabilità potrebbe estendersi oltre i confini. Se Teheran perdesse la capacità di far valere la propria autorità, potrebbe emergere una zona curda contigua, che si estenderebbe dalla Siria nord-orientale attraverso l’Iraq settentrionale fino all’Iran nord-occidentale. Tuttavia, anche Ankara potrebbe sfruttare questa instabilità e affermarsi come potenza regionale dominante in una zona instabile e strategicamente cruciale del Medio Oriente.
L’Iraq si estende lungo gran parte del confine occidentale dell’Iran. È caduto nella sfera di influenza dell’Iran come conseguenza involontaria dell’azione intrapresa dagli Stati Uniti nel 2003 per rovesciare il regime di Baghdad. Teheran, soprattutto attraverso la maggioranza sciita irachena, ha controllato il destino del suo vicino occidentale. Un indebolimento della Repubblica Islamica significa che i diversi partiti politici e milizie che costituiscono la sua rete di proxy inizieranno a scontrarsi tra loro, producendo due risultati chiave. In primo luogo, creerà spazio alla minoranza sunnita irachena, sostenuta dall’ascesa di un regime sunnita nella vicina Siria, per sfidare gli sciiti iracheni. In secondo luogo, consentirà al governo regionale del Kurdistan nel nord di aumentare il proprio margine di manovra grazie all’indebolimento di Baghdad.
Fianco settentrionale
L’Azerbaigian, l’Armenia e l’exclave azera del Nakhchivan si estendono lungo tutta la frontiera nord-occidentale dell’Iran, a ovest del Mar Caspio, formando una zona di confine di eccezionale importanza strategica. Quasi un quarto della popolazione iraniana è di etnia azera, concentrata in quattro province, il che rende questa regione significativa dal punto di vista demografico e sensibile dal punto di vista politico. Gran parte di quelli che oggi sono l’Azerbaigian, l’Armenia, la Georgia e parti del Caucaso settentrionale facevano storicamente parte dell’Impero persiano premoderno, che cedette questi territori alla Russia durante una serie di guerre tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In particolare, l’Impero Safavide – il primo grande dominio imperiale persiano emerso dopo l’ascesa dell’Islam – fu fondato all’inizio del XVI secolo da una dinastia turca azera, sottolineando il profondo legame storico tra l’etnia azera e la politica iraniana.
Da quando l’Azerbaigian ha sconfitto l’Armenia nella guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020, grazie al sostegno di Ankara, la Turchia ha aperto una breccia strategica in quella che era, anche a trent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, una sfera di influenza russa. Storicamente, i turchi non sono mai stati un attore di primo piano nel Caucaso meridionale, nemmeno al culmine dell’Impero Ottomano, ma ora hanno stabilito una presenza sulla frontiera nord-occidentale dell’Iran. Per l’Iran, la sconfitta del suo alleato Armenia e il concomitante indebolimento di Mosca a causa della guerra tra Russia e Ucraina hanno creato un arco di vulnerabilità lungo il suo confine settentrionale. L’accordo dell’agosto 2025 mediato dagli Stati Uniti tra Baku e Yerevan, che include l’istituzione della Trump Route for International Peace and Prosperity, ha ulteriormente consolidato la presenza di Washington sul fianco settentrionale dell’Iran, intensificando l’esposizione strategica dell’Iran nella regione.
Nel frattempo, l’Azerbaigian sta emergendo come potenza media con la capacità di influenzare gli sviluppi al suo confine meridionale. Baku è preoccupata per un potenziale afflusso di rifugiati azeri iraniani qualora la Repubblica Islamica perdesse il controllo, ma vede anche un’opportunità per gli azeri iraniani di acquisire un’influenza significativamente maggiore all’interno di un futuro regime iraniano. Storicamente, la minoranza azera iraniana ha perseguito l’integrazione e il dominio all’interno dello Stato piuttosto che il separatismo, riflettendo un modello di ambizione dell’élite piuttosto che di ribellione nazionalista. Nel loro insieme, queste dinamiche suggeriscono che l’instabilità dell’Iran potrebbe aprire lo spazio per un’espansione dell’influenza azera – e, per estensione, turca – sulla traiettoria politica di Teheran.
Il fianco orientale
Per comprendere la situazione a est dell’Iran, è importante notare che il Paese condivide un lungo confine con il Turkmenistan, formalmente stabilito con il Trattato di Akhal del 1881 tra il Qajar e la Russia imperiale. Sul lato iraniano del confine vivono i turkmeni, una minoranza turca che, a differenza degli azeri, aderisce all’Islam sunnita, aggiungendo una dimensione etnico-settaria distintiva alla regione. Qualsiasi disordine in questa zona è motivo di immediata preoccupazione per il Turkmenistan, la cui capitale, Ashgabat, si trova a soli 24 chilometri a nord del confine. Quest’area, che comprende le province di Golestan, Khorasan settentrionale e Razavi Khorasan, si collega senza soluzione di continuità al fianco orientale dell’Iran, estendendosi lungo l’Afghanistan a nord fino al Pakistan a sud, fino al Mar Arabico.
Il confine orientale dell’Iran con l’Afghanistan è diventato particolarmente delicato alla luce del ritorno al potere dei talebani nel 2021. L’Afghanistan rischia di rimanere una fonte di instabilità a lungo termine, esportando l’estremismo islamico sunnita che Teheran ha cercato di contenere negli ultimi anni. Un ulteriore indebolimento del regime iraniano lascerebbe esposta la sua lunga e porosa frontiera orientale. E sebbene i talebani potrebbero vedere i disordini in Iran come un’opportunità per espandere la loro influenza verso ovest, devono anche fare i conti con il fatto che la teocrazia nel loro Paese è a rischio, mentre quella iraniana è già fallita, nonostante le ingenti entrate petrolifere. In questo scenario, la destabilizzazione potrebbe diffondersi in entrambe le direzioni.
Il confine sud-orientale dell’Iran con il Pakistan, nel frattempo, è una fonte costante di preoccupazione per la sicurezza che collega i separatisti balochi, i militanti islamici e i criminali transnazionali. Il governo di Islamabad sta già lottando per gestire una propria insurrezione balochi, quindi i suoi sforzi per contenere le ricadute transfrontaliere saranno limitati. Anche l’Iran sta affrontando una ribellione balochi, ma il fatto che i ribelli siano islamisti sunniti complica i calcoli di Teheran in materia di sicurezza interna. Le minacce in questo caso sono amplificate dalla sovrapposizione ideologica con la corrente islamica Deobandi dei talebani, che riflette la vicinanza e la permeabilità della regione di confine tra Afghanistan, Pakistan e Iran.
L’instabilità del regime creerà pressione sulla periferia dell’Iran. Il militante, il separatismo e il debole controllo statale metteranno in pericolo queste regioni di confine, ma non porteranno a un improvviso collasso centrale. Sia gli attori statali che quelli non statali stanno mettendo alla prova i limiti dell’autorità iraniana, cercando di isolarsi o di trarre vantaggio dall’instabilità. Il risultato è un periodo prolungato in cui l’Iran diventa uno spazio geopolitico conteso che collega il Medio Oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e l’Asia meridionale.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
L’intervento dei paesi del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita, è stato fondamentale per dissuadere Donald Trump e preservare la stabilità regionale.
L’OLJ / Di Mounir RABIH, il 15 gennaio 2026 alle 18:09
Non solo i sauditi di MBS, ma anche Bahrein, Israele, Giordania e Iraq , oltre ad importanti settori del Pentagono, hanno sconsigliato Trump a lanciare le operazioni di bombardamento. A convincerlo la permanente capacità di difesa ed attacco dell’Iran e la constatazione che un esplicito intervento esterno non farebbe che rafforzare e protrarre l’esistenza del regime iraniano. Intanto, però, una portaerei statunitense si sta avvicinamdo dal Pacifico al Golfo Persico. Una coperta che inizia ad essere troppo corta. Una considerazione finale: la probabile definitiva “cooptazione” di Trump nello schieramento neocon dalla postura, però, differente da quella classica, ciecamente interventista, degli anni recenti; l’affermazione e il prevalere del duo Rubio-Desantis, l’eclisse (temporanea?) di Vance. Un ritorno ad una posizione di equilibrio di Trump tra le fazioni diventa improbabile. Ha acquisito autorità, ma ha perso autorevolezza; la capacità operativa e di influenza di alleati e “neutrali” sta crescendo. Un altro aspetto dell’affermazione del multipolarismo. Ne parleremo approfonditamente. Giuseppe Germinario
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Il principe ereditario Mohammad bin Salman e il presidente americano Donald Trump, il 18 novembre 2025, alla Casa Bianca. Brendan Smialowski/ AFP
La notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio è stata caratterizzata da un’intensa serie di minacce e contatti condotti su due fronti paralleli. Mentre il presidente americano Donald Trump prendeva la decisione di lanciare attacchi contro l’Iran, erano in corso intensi sforzi diplomatici per ritardarne l’esecuzione. Gli iraniani hanno quindi pubblicato dichiarazioni in cui annunciavano la sospensione dell’uso della violenza contro i manifestanti e l’abbandono delle condanne a morte nei loro confronti. Certamente questo non è stato l’unico fattore che ha permesso di evitare l’attacco: negoziati dell’ultimo minuto sono stati condotti dai paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, al fine di raggiungere accordi in grado di risparmiare alla regione una guerra su larga scala. Se questi sforzi hanno avuto successo, ciò non significa tuttavia che gli Stati Uniti abbiano rinunciato ai loro obiettivi, ovvero imporre all’Iran un processo di cambiamento radicale.
Secondo le nostre informazioni, l’Arabia Saudita ha svolto un ruolo fondamentale, insieme al Qatar e al Sultanato dell’Oman, nel dissuadere Donald Trump dall’attaccare l’Iran. Fonti diplomatiche arabe indicano che i contatti del Golfo con l’amministrazione americana sono proseguiti al fine di raggiungere un accordo con gli iraniani. Ciò ha portato l’Arabia Saudita a informare diverse parti che non avrebbe autorizzato l’uso del proprio spazio aereo o del proprio territorio per attacchi contro l’Iran, una posizione adottata anche dal Qatar. I contatti sauditi sono proseguiti per tutta la notte: tra il ministro degli Esteri saudita, Fayçal ben Farhane, e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, nonché tra i capi della diplomazia saudita e qatariota. Le iniziative del Golfo nei confronti degli Stati Uniti si sono concentrate sulla necessità di preservare la stabilità regionale e quella dei prezzi del petrolio, poiché qualsiasi escalation militare avrebbe ripercussioni sui mercati petroliferi, il che non gioverebbe agli interessi americani.
L’Orient-Le Jour ha appreso in questo contesto che il principe ereditario Mohammad bin Salman aveva già chiaramente indicato a Donald Trump, durante la sua visita negli Stati Uniti lo scorso novembre, che la caduta del regime iraniano avrebbe provocato il caos nella regione e che l’obiettivo doveva essere il consolidamento della stabilità. «La situazione si è temporaneamente calmata e rimane legata allo svolgimento dei negoziati e al loro esito», afferma un diplomatico arabo al nostro giornale. L’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo, in particolare il Qatar e l’Oman, hanno convinto Trump a concedere all’Iran la possibilità di riprendere negoziati seri e di giungere a un risultato.
Il ruolo chiave di Araghchi
Abbas Araghchi – che venerdì ha incontrato il suo omologo saudita per ringraziarlo di aver risparmiato il suo Paese – è stato una delle figure principali che hanno svolto un ruolo di negoziatore, insieme al presidente iraniano Massoud Pezeshkian, per evitare l’attacco americano e raggiungere un accordo con Washington. Ciò potrebbe conferire ai due uomini un ruolo più importante sulla scena interna iraniana nel prossimo futuro. L’intervista concessa dal ministro degli Esteri iraniano, nella notte tra mercoledì e giovedì, al canale americano Fox News, noto per la sua vicinanza ai repubblicani e a Donald Trump, non è insignificante. Si è trattato chiaramente di un messaggio rivolto agli americani sulla volontà di raggiungere un accordo.
I contatti tra Abbas Araghchi e l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, non sono stati interrotti, nonostante l’annuncio di Trump della cancellazione dei preparativi per un incontro tra i due. Sempre secondo le nostre informazioni, è stato Araghchi a informare Witkoff dell’abbandono della pena di morte nei confronti dei manifestanti. Il messaggio trasmesso agli americani riguarda un cambiamento di metodo nei confronti dei manifestanti e l’avvio di negoziati seri con Washington per raggiungere un accordo, che includa all’ordine del giorno la questione della cessazione dell’arricchimento dell’uranio e quella dei missili balistici.
Secondo fonti diplomatiche concordanti contattate da L’OLJ, questo processo porterà a rafforzare il ruolo dei riformatori in Iran rispetto alle correnti più dure, al fine di evitare al Paese una guerra con conseguenze importanti per la regione. Inoltre, una parte essenziale dei pilastri del regime iraniano è stata convinta ad adottare l’opzione dei negoziati e a concedere concessioni agli americani. Queste porteranno a un cambiamento nell’approccio iraniano alle questioni regionali e alle relazioni con gli Stati Uniti. All’ordine del giorno dei colloqui figurano anche la fine del sostegno militare e finanziario dell’Iran ai suoi proxy e il suo contributo nel convincerli a impegnarsi in accordi politici, sull’esempio di Hamas, una possibilità finora scartata dal regime dei mullah. Ciò riguarda quindi il Libano e Hezbollah e gli sforzi compiuti per indurre la formazione sciita a rinunciare alle armi e a trasformarsi in un attore politico a pieno titolo.
«Il colpo rimane possibile, ma dipenderà da molteplici calcoli»
Tutto ciò non esclude la possibilità di attacchi limitati o mirati che gli americani potrebbero condurre contro centri di potere chiave in Iran, prendendo di mira sia personalità che ostacolano la conclusione di un accordo, sia missili balistici che minacciano la sicurezza regionale. Qualsiasi attacco sarebbe legato alla volontà di spingere l’Iran a fare concessioni e a raggiungere un accordo. D’altra parte, se i negoziati progrediscono e Teheran accetta le concessioni richieste, lo spettro di un’operazione militare si allontanerà. Qualsiasi eventuale attacco non dovrebbe essere di lunga durata né sfociare in una guerra regionale. «L’attacco rimane possibile, ma dipenderà da molteplici calcoli, poiché Donald Trump non vuole che esso influenzi i mercati mondiali, secondo il diplomatico arabo citato sopra. Potrebbe essere accompagnato da un rafforzamento dei negoziati al fine di concordare la fase successiva in Iran e la gestione di questo Paese».
Le posizioni regionali convergono verso un obiettivo centrale: preservare la stabilità e impedire l’emergere del caos in Iran a seguito di una guerra, di un’operazione militare o di un drammatico rovesciamento del regime. «Il principale beneficiario di un simile scenario sarebbe Israele, il che non gioverebbe agli interessi di nessun Paese della regione», afferma la fonte diplomatica. Anche la Turchia ha partecipato al processo negoziale, così come la Russia che, secondo le nostre informazioni, ha trasmesso messaggi tra l’Iran e Israele al fine di evitare uno scontro militare diretto. In questo contesto, i paesi del Golfo sono interessati alla creazione di un sistema integrato di sicurezza regionale. È in questa logica che si inseriscono le iniziative tra l’Arabia Saudita e il Pakistan, nonché l’annuncio da parte della Turchia della sua disponibilità ad aderire a questa alleanza.
Perché Trump esita a colpire l’Iran
Nella notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio, il mondo ha trattenuto il fiato, mentre sembrava imminente un attacco americano alla Repubblica islamica.
Una donna tiene un cartello con la scritta “Presidente Trump, ci sostenga, per favore” durante una manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran, davanti al consolato iraniano di Istanbul, l’11 gennaio 2026. Foto Yasin Akgul/AFP
Il presidente americano aveva minacciato di intervenire se i manifestanti fossero stati uccisi dal regime iraniano. Secondo l’ONG Iran Human Rights, negli ultimi giorni sono morte più di 3.400 persone nel Paese nel contesto della più grande protesta dal 2022, iniziata alla fine di dicembre. Ma Donald Trump sembra aver cambiato posizione mercoledì 11 gennaio in serata, dichiarando che Teheran sembra aver interrotto le uccisioni e affermando che non ci saranno esecuzioni di prigionieri. D’altra parte, il miliardario repubblicano non ha escluso l’uso della forza, mentre sono in corso i preparativi per un attacco. Il personale americano della base di al-Udeid, in Qatar, è stato evacuato, così come quello di altre installazioni militari nella regione, secondo quanto riportato dalla stampa. Nella notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio, l’Iran ha sospeso il traffico aereo sul suo territorio, mentre alcuni aerei israeliani sarebbero stati in volo. Sebbene un attacco americano non sia da escludere, Washington ha motivo di esitare.
Mobilitazione dei paesi del Golfo e della Turchia
I suoi partner regionali sono inizialmente cauti, se non addirittura contrari a un intervento militare contro l’Iran, temendo una destabilizzazione della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita e dal Qatar, oltre che dalla Turchia. Il capo della diplomazia turca, Hakan Fidan, ha quindi invitato gli Stati Uniti al dialogo, dopo aver parlato con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi per spingerlo a negoziare, insistendo sul fatto che Ankara è «contraria a qualsiasi operazione militare in Iran». Messa alle strette, la Repubblica islamica potrebbe infatti attivare la sua rete di mandatari dall’Iraq allo Yemen, passando per il Libano e i territori palestinesi, per lanciare rappresaglie. Teheran ha inoltre avvertito che le basi americane nella regione sarebbero state prese di mira in caso di attacco da parte di Washington.
I paesi del Golfo hanno inoltre messo in guardia contro una destabilizzazione del mercato petrolifero, mentre il prezzo del greggio Brent è salito a oltre 66 dollari al barile mercoledì, sullo sfondo delle voci di un imminente attacco americano. Tanto più che un conflitto prolungato potrebbe far salire ulteriormente i prezzi, come è successo durante la guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran, quando il greggio Brent ha raggiunto un picco di oltre 77 dollari. Tuttavia, il petrolio a basso costo consente a Donald Trump di contenere l’inflazione nonostante la sua politica doganale aggressiva.
Timore di un conflitto che si protrae
Donald Trump ha già dimostrato la sua volontà di ricorrere alla forza militare americana in diverse circostanze, dagli attacchi contro i siti nucleari iraniani lo scorso giugno alla destituzione del presidente venezuelano Nicolas Maduro all’inizio dell’anno, passando per i bombardamenti mirati contro cellule terroristiche in Siria e Nigeria. Resta il fatto che egli privilegia un modus operandi che consenta di ottenere risultati concreti e soddisfacenti riducendo al minimo la durata e il rischio degli interventi. Quali obiettivi potrebbero quindi essere determinanti da colpire in Iran nel contesto attuale? E le conseguenze sarebbero accettabili per Washington?
Se l’obiettivo è quello di cambiare regime, o almeno di modificare la traiettoria ideologica della Repubblica islamica, una decapitazione della leadership sembra la scelta inevitabile. Oltre alla guida suprema Ali Khamenei, anche alti funzionari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica potrebbero essere bersaglio di attacchi. Tuttavia, ciò richiederebbe probabilmente una campagna di diversi giorni e dovrebbe basarsi su informazioni attendibili per essere efficace. Il risultato potrebbe comunque essere controproducente. Invece di paralizzare l’apparato di sicurezza del regime, potrebbero essere lanciate rappresaglie e attivato l'”asse della resistenza”, mettendo a rischio la vita dei soldati americani nella regione, nonché la sicurezza di Israele e degli interessi americani in Medio Oriente. Ciò potrebbe scatenare un conflitto più ampio, mentre la questione del futuro del regime rimarrebbe in sospeso, vista la disorganizzazione dell’opposizione iraniana.
Qualsiasi altra campagna, per avere successo, richiederebbe un intervento più approfondito, sia sul dossier nucleare che sul programma missilistico balistico iraniano, che lo Stato ebraico spinge a distruggere. Queste operazioni sarebbero inoltre scollegate dalle manifestazioni che Donald Trump diceva di sostenere e sulle quali il regime iraniano ha affermato di avere il «controllo totale», riducendone la legittimità in caso di aggressione illegale.
Guadagnare tempo per piegare Teheran
Mentre Donald Trump avrebbe inviato un messaggio a Teheran mercoledì sera dicendo “non desideriamo la guerra”, secondo quanto riferito dall’inviato iraniano in Pakistan e riportato dal quotidiano locale Dawn, sono stati avviati contatti tra i due paesi. L’inviato americano per la regione, Steve Witkoff, avrebbe parlato con il capo della diplomazia iraniana la scorsa settimana, evocando la possibilità di un prossimo incontro, che sarebbe stato poi annullato, secondo quanto riferito da un alto funzionario a Reuters. Resta il fatto che l’idea di un accordo sembra fare strada, evitando alla Repubblica islamica una guerra suicida e agli Stati Uniti un intervento dalle conseguenze incerte. Tanto più che il vicepresidente JD Vance sembra aver preso in mano la questione, difendendo una linea molto meno interventista rispetto al capo della diplomazia Marco Rubio.
Secondo quanto riferito da un funzionario saudita all’AFP, Arabia Saudita, Qatar e Oman avrebbero «condotto intense trattative diplomatiche dell’ultimo minuto per convincere il presidente Trump a dare all’Iran la possibilità di dimostrare le sue buone intenzioni». Resta da vedere se Ali Khamenei si lascerà convincere a fidarsi degli Stati Uniti, dato che Israele ha lanciato la sua guerra lo scorso giugno proprio mentre erano in corso i negoziati con Washington. Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta giocando la carta della guerra psicologica: Steve Witkoff e il senatore Lindsey Graham, vicino al presidente, hanno entrambi incontrato il figlio dell’ex scià dell’Iran, Reza Pahlavi, negli ultimi giorni. La portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe inoltre partita dal Mar Cinese Meridionale alla volta dell’Iran, un viaggio che richiederebbe circa una settimana, secondo quanto riportato dalla stampa. Ciò darebbe un po’ di tempo alla diplomazia. A meno che la manovra non sia solo uno stratagemma…
L’esercito iraniano, tra lealtà forzata e tentazione di rottura
Emarginata dai guardiani della rivoluzione, la truppa potrebbe diventare un attore decisivo nel futuro dell’Iran, se convinta della caduta del regime.
L’OLJ / Di Amélie ZACCOUR, il 15 gennaio 2026 alle 23:00
Il capo dell’esercito, Amir Hatami, tiene un discorso davanti agli studenti dell’Accademia militare di Teheran, il 7 gennaio 2026. Foto: Iranian Army Media Office/AFP
Mentre le proteste in Iran hanno scosso la Repubblica islamica, anche l’esercito regolare si trova a un punto di svolta nella sua storia. A lungo limitata alla difesa dei confini e tradizionalmente poco coinvolta nella sicurezza interna, ora subisce la pressione combinata di un potere indebolito, di una società in rivolta e della minaccia di attacchi americani, che la costringono a scegliere tra la lealtà al regime e una relativa neutralità, o addirittura un’alleanza con la popolazione.
L’esercito iraniano (Artesh) attende così il 10 gennaio, quasi due settimane dopo l’inizio della rivolta che si sta diffondendo in tutto il Paese, per pubblicare un comunicato dal tono deciso. In esso promette di «sorvegliare i movimenti nemici nella regione», riprendendo la retorica del complotto orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele, e poi di «proteggere gli interessi nazionali, le infrastrutture strategiche e i beni pubblici». Il messaggio lascia intendere che potrebbe intervenire nelle manifestazioni già duramente represse dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CGRI) e dalla sua milizia basij. Mentre le informazioni dall’Iran arrivano con il contagocce, un video pubblicato su Telegram e ripreso dall’Institute for the Study of War mostrava il 10 gennaio uno schieramento militare a Karaj, la quarta città del Paese.
I guardiani della rivoluzione contro l’esercito
Nonostante questa lealtà dichiarata, l’Artesh incarna, con la sua storia e la sua struttura, un terreno più favorevole alla dissidenza rispetto al CGRI, vero pilastro ideologico del regime. La sua creazione risale agli anni ’20, quando Reza Chah Pahlavi trasformò le forze tribali in un esercito nazionale, centralizzato e dotato di consiglieri occidentali. Ma dopo la rivoluzione del 1979, il nuovo potere intraprende una riorganizzazione di questa istituzione sospettata di fedeltà al vecchio regime. Il CGRI è stato creato proprio per contrastare questa presunta minaccia. «Fin dai primi anni, il regime ha cercato di rimodellare l’esercito allontanando un gran numero dei suoi comandanti ed esercitando una pressione continua per imporre un controllo ideologico sui suoi ranghi», spiega Saeed Aganji, analista e redattore capo di Iran Gate News, citando tuttavia uno sforzo che «non ha mai avuto pieno successo».
Con oltre 400.000 uomini distribuiti tra forze terrestri, aeree e navali, l’Artesh ha dovuto a lungo fare i conti con attrezzature ereditate dall’epoca dello scià e dalla guerra Iran-Iraq. Dopo il 7 ottobre, con l’indebolimento dell'”asse della resistenza”, si verifica un cambiamento dottrinale. L’esercito riceve quindi mezzi più sofisticati, in particolare una massiccia e molto pubblicizzata fornitura di droni e missili nel gennaio 2024. Obiettivo: proiettare l’immagine di una potenza in grado di affrontare le minacce esterne, con un atteggiamento asimmetrico e deterrente a costi limitati.
L’Artesh rimane tuttavia marginalizzata rispetto ai guardiani della rivoluzione. In Iran, la logica è invertita: lungi dall’essere un’estensione dell’esercito, la milizia lo sorveglia e gli fa concorrenza. I pasdaran percepiscono stipendi più elevati, dispongono di maggiori risorse e il potere ha consolidato il proprio controllo epurando gli alti ufficiali e sostituendoli con ufficiali fedeli. «Nei primi anni dopo la rivoluzione, il vertice della gerarchia militare è stato in gran parte plasmato da individui fedeli all’autorità», osserva Saeed Aganji. In questo contesto, poco importa se rispondono a un comandante del CGRI o a qualsiasi altra figura: la loro lealtà al regime rimane acquisita.
«I guardiani della rivoluzione hanno preso il sopravvento su gran parte delle istituzioni iraniane, compreso l’Artesh», ricorda Arash Azizi, autore e storico. «Ma quest’ultimo conserva ancora le proprie tradizioni e un certo grado di indipendenza. » Una distinzione simboleggiata dalla figura di Mohammad Bagheri, ex capo di Stato Maggiore e membro del CGRI, ucciso in uno degli attacchi israeliani che hanno dato inizio alla guerra dei dodici giorni, nel giugno 2025. « Nonostante la sua appartenenza al CGRI, Bagheri era una figura flessibile e avrebbe potuto partecipare a un tentativo di trasformazione del regime », continua l’esperto.
Possibili crepe?
Le differenze tra l’esercito regolare e il CGRI sono quindi tanto strutturali quanto ideologiche, legate alla mentalità e al percorso degli ufficiali. «La maggioranza della popolazione non percepisce l’esercito come un’istituzione che ha direttamente danneggiato i civili, né come una forza ideologica», sottolinea Saeed Aganji. «È quindi considerato un’istituzione più credibile e affidabile rispetto agli altri rami del potere in carica».
Nei molteplici scenari post-regime ipotizzati, non è da escludere un’alleanza tattica tra i leader militari e politici. «Potrebbero provocare una trasformazione interna del regime e adottare politiche molto diverse», allentando la repressione dei costumi o attenuando l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, descrive Arash Azizi. «Il CGRI potrebbe essere sciolto e le sue unità principali integrate nell’esercito».
Un altro scenario di allontanamento dal regime potrebbe emergere dai livelli intermedi della gerarchia militare. È tuttavia improbabile che tale dissenso possa svilupparsi senza la convinzione, all’interno delle truppe, che un cambiamento di potere sia inevitabile. «D’altra parte, se questa prospettiva dovesse realizzarsi, è molto probabile che l’esercito si schieri dalla parte della popolazione», sostiene Saeed Aganji.
Per il momento, l’Iran e la regione rimangono in sospeso a causa delle esitazioni di Donald Trump, che recentemente aveva lasciato intendere l’imminenza di un attacco prima di tornare a una posizione più cauta. Un intervento mirato degli Stati Uniti potrebbe scatenare una risposta da parte dei rappresentanti regionali (Hezbollah, milizie irachene, Houthi) e mobilitare l’Artesh in difesa convenzionale, come durante la guerra dei dodici giorni. Questa volta, tuttavia, Israele sembra preferire aspettare un indebolimento del regime prima di agire. Le minacce non seguite da azioni concrete da parte di Washington offrono al potere una tregua, mentre le manifestazioni mostrano già segni di esaurimento. La lealtà forzata al leader supremo regge ancora, ma anche la banda passante della sicurezza potrebbe esaurirsi rapidamente.
Avviamo questa finestra di aggiornamento sulla situazione sempre piùepocale
Sabato, 10 Gennaio – Ore 23:33 Da l’Orient le Jour
Nuova marcia a Caracas dei sostenitori di Maduro, una settimana dopo la sua cattura da parte degli Stati Uniti
AFP / 10 gennaio 2026 alle 18:06
I familiari attendono notizie dei loro cari fuori dalla Zona 7 della Polizia Nazionale Bolivariana (PNB) – nota anche come Centro di controllo e detenzione dei detenuti di Boleita – nel comune di Sucre, distretto metropolitano di Caracas (DMC), il 10 gennaio 2026. Foto Federico PARRA / AFP
I sostenitori del presidente destituito Nicolas Maduro scenderanno nuovamente in piazza sabato a Caracas, una settimana dopo la sua spettacolare cattura da parte degli Stati Uniti, che intendono esercitare un controllo sul Paese e sul suo petrolio. La manifestazione è stata indetta per le ore 13:00 (17:00 GMT).
Accusati in particolare di traffico di droga, Maduro e la First Lady Cilia Flores, che lunedì si sono dichiarati non colpevoli davanti alla giustizia americana a New York, sono da allora incarcerati negli Stati Uniti.
Sulla scia della sua improvvisa caduta, l’ex vicepresidente Delcy Rodriguez è stata nominata presidente ad interim. Tra i primi cambiamenti da quando è salita al potere, martedì ha nominato un ex direttore della banca centrale venezuelana come vicepresidente responsabile dell’economia, una carica che costituisce una priorità per la sua amministrazione.
Il suo governo ha anche «deciso di avviare un processo esplorativo» al fine di ristabilire le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte dal 2019.
Secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri venezuelano Yvan Gil, venerdì alcuni diplomatici statunitensi si trovavano a Caracas proprio per questo motivo, dopo che Donald Trump aveva dichiarato di aver «annullato» un nuovo attacco americano contro il Venezuela grazie alla «cooperazione» di Caracas.
Washington esclude per il momento l’organizzazione di elezioni, preferendo trattare con Delcy Rodriguez, alla quale la Casa Bianca intende «dettare» tutte le sue decisioni. Lei ribatte che il suo Paese non è né «subordinato né sottomesso» a Washington.
Undici prigionieri rilasciati
La liberazione dei prigionieri politici è inoltre «un gesto molto importante e intelligente» da parte di Caracas, ha affermato Trump, riferendosi all’annuncio fatto giovedì dal presidente del Parlamento Jorge Rodriguez, fratello di Delcy Rodriguez, della liberazione di «numerosi prigionieri».
Da allora, decine di famiglie di oppositori o militanti vivono nell’angoscia e nella speranza di ritrovare i propri cari. Per la seconda notte consecutiva, alcuni sono rimasti davanti alle prigioni.
«È disumano, quello che ci stanno facendo è prendersi gioco di noi. È come se volessero farci del male fino in fondo», si rammarica con l’AFP la madre di un detenuto che desidera rimanere anonima per paura di ritorsioni. Aspetta notizie di suo figlio dai pressi del centro penitenziario di Rodeo I, a est di Caracas.
«Siamo preoccupati, molto angosciati, molto ansiosi», testimonia Hiowanka Ávila, 39 anni. Suo fratello è detenuto, condannato per un attacco con un drone contro Maduro. «Oggi resteremo qui perché non sappiamo cosa può succedere, sappiamo che hanno liberato» dei prigionieri «durante la notte».
Alfredo Romero, avvocato dell’ONG Foro Penal, ha dichiarato in un messaggio pubblicato sabato mattina su X che «è stata appena rilasciata un’altra prigioniera politica, Didelis Raquel Corredor, che era l’assistente di Roland Carreño. Era in carcere dal 13 luglio 2023 (…)».
Da giovedì sono state rilasciate undici persone, assicura, «ne restano 809» in detenzione.
L’ONG riferisce anche della liberazione di Antonio Gerardo Buzzetta Pacheco, cittadino con doppia nazionalità italiana e venezuelana.
– «Con noi» –
Dopo l’operazione militare sul suolo venezuelano, che ha causato almeno 100 morti tra cui militari venezuelani e cubani, il governo americano continua il blocco sulle esportazioni di petrolio venezuelano. Venerdì ha annunciato di aver sequestrato in acque internazionali una nuova petroliera in partenza dal Venezuela, la quinta nelle ultime settimane.
Trump ha riunito alla Casa Bianca i grandi gruppi petroliferi per spingerli a lanciarsi alla conquista delle vaste riserve del Venezuela, senza però riuscire a convincere tutti i leader presenti al tavolo.
Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo con oltre 300 miliardi di barili, secondo l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), davanti all’Arabia Saudita (267 miliardi) e all’Iran.
– «Agire insieme» –
Parallelamente alla questione del petrolio venezuelano, Trump ha anche dichiarato di voler combattere il narcotraffico. Dopo aver distrutto nei Caraibi e nel Pacifico imbarcazioni sospettate di trasportare droga, causando più di 100 morti, gli Stati Uniti condurranno «attacchi terrestri» contro i cartelli, ha minacciato.
Il capo di Stato colombiano Gustavo Petro ha invitato la signora Rodriguez ad «agire insieme» contro il narcotraffico, sostenendo che questo tema è diventato «la scusa perfetta» per giustificare un’«aggressione» contro i paesi dell’America Latina.
Potenti guerriglie finanziate dal traffico di cocaina operano lungo il confine poroso di oltre 2.200 chilometri tra Colombia e Venezuela.
The Senate passed a measure to stop President Trump from ordering anymore military operations in Venezuela without congressional authorization. Five Republicans, including
, joined all the Democrats. Paul has been among the very few consistent and principled critics of the Executive Branch’s tendency to order military action without Congressional approval. The resolution has a steep hill to climb. Assuming it can even get past both Chambers of Congress, it would then have to be signed by the man whose power it seeks to rein in.
Il Senato ha approvato una misura per impedire al presidente Trump di ordinare ulteriori operazioni militari in Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. Cinque repubblicani, tra cui @RandPaul , si sono uniti a tutti i democratici. Paul è stato uno dei pochissimi critici coerenti e di principio della tendenza dell’esecutivo a ordinare azioni militari senza l’approvazione del Congresso. La risoluzione ha una strada difficile da percorrere. Supponendo che riesca a superare entrambe le Camere del Congresso, dovrebbe poi essere firmata dall’uomo di cui cerca di limitare il potere. #DonaldTrump #Venezuela
AUMENTO DEI TRASPORTI AEREI MILITARI STATUNITENSI VERSO IL MEDIO ORIENTE, STESSO SCHEMA DELL’ATTACCO ALL’IRAN DI GIUGNO
Dal 1° gennaio, decine di C-17 Globemaster hanno volato dalle basi statunitensi attraverso il Regno Unito fino ad Al Udeid, in Qatar, e in Arabia Saudita.
160° SOAR (Night Stalkers) operazioni speciali alla RAF Fairford. Aerei da combattimento AC-130J gunships
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 17:40
La capitale iraniana è per lo più pacifica nonostante le richieste di rivolte (secondo l’agenzia iraniana)
TEHERAN (Tasnim) – Venerdì i giornalisti di Tasnim hanno effettuato un sopralluogo nel centro di Teheran, raccontando di una serata in gran parte pacifica, nonostante i precedenti appelli alla rivolta da parte di gruppi anti-iraniani, una situazione che si riflette in gran parte della città.
Le piazze e le vie principali di Teheran, tra cui piazza Vali Asr, piazza Enghelab, viale Azadi e piazza Ferdowsi, hanno vissuto una serata tranquilla, senza segni di disordini dopo i disordini di giovedì sera.
Tasnim ha riferito che condizioni simili prevalevano nella maggior parte dei quartieri di Teheran.
Tuttavia, alcune zone nella parte orientale della capitale hanno registrato isolati episodi di disordini. Ciononostante, la situazione in quelle zone era notevolmente diversa rispetto alla notte precedente.
Gli eventi di giovedì sera in alcuni distretti, ha affermato Tasnim, presentavano segni di operazioni terroristiche con infiltrati che si spacciavano per manifestanti. Queste operazioni avrebbero comportato colpi d’arma da fuoco da parte di agenti che hanno preso di mira i partecipanti e incendiato proprietà pubbliche e private, tra cui banche e strutture mediche.
Le forze di sicurezza hanno ribadito in dichiarazioni separate che non mostreranno alcuna clemenza nei confronti dei violenti rivoltosi e dei terroristi armati e che adotteranno le misure necessarie per proteggere la vita e la proprietà dei cittadini iraniani.
Iranian Capital Mostly Peaceful despite Calls for Riots
TEHRAN (Tasnim) – Tasnim journalists surveyed central Tehran on Friday, reporting a largely peaceful evening despite earlier calls for riots by anti-Iran groups, a situation mirrored across most of the city.
Tehran’s main squares and streets, including Vali Asr Square, Enghelab Square, Azadi Avenue, and Ferdowsi Square, witnessed a calm evening with no signs of unrest following Thursday night’s disturbances.
Tasnim reported that similar conditions prevailed in the majority of Tehran’s neighborhoods.
However, some areas in the eastern parts of the capital experienced isolated incidents of unrest. Nonetheless, the situation in those areas was markedly different from the previous night.
Thursday night’s events in certain districts, Tasnim said, had signs of terrorist operations with infiltrators posing as protesters. These operations reportedly involved gunfire from operatives targeting attendees and setting public and private properties, including banks and medical facilities, on fire.
Security forces have reiterated in separate statements that they will show no leniency in the face of violent rioters and armed terrorists and will take necessary measures to protect the lives and property of Iranian citizens.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 17:20
da l’Orient le Jour
Barrack invita Damasco e i curdi al dialogo
AFP / 10 gennaio 2026 alle 17:15
L’inviato americano in Siria e Libano, l’ambasciatore Tom Barrack, durante la sua visita a Beirut all’inizio di luglio 2025. Foto Mohammad Yassine/L’Orient-Le Jour
Sabato, dopo aver incontrato il presidente Ahmad el-Chareh, l’inviato americano per la Siria ha esortato il governo siriano e le autorità curde a «riprendere il dialogo» dopo diversi giorni di scontri sanguinosi ad Aleppo, nel nord del Paese.
«Chiediamo a tutte le parti di dare prova della massima moderazione, di cessare immediatamente le ostilità e di riprendere il dialogo in conformità con gli accordi» di marzo e aprile 2025 conclusi tra il governo e le Forze democratiche siriane (FDS), ha scritto Tom Barrack su X, riferendosi alle forze guidate dai curdi.
Washington tentata dallo scenario venezuelano a Teheran: una mediazione del Golfo per una soluzione negoziata?
Il Libano osserva attentamente gli sviluppi in Iran e cerca di guadagnare tempo fino a quando la situazione non si chiarirà.
L’OLJ / Di Mounir RABIH, 9 gennaio 2026 alle 23:00
Da l’Orient le Jour
Un uomo appende dei nastri accanto a un ritratto della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, durante una cerimonia organizzata a Baghdad per commemorare il sesto anniversario dell’assassinio del comandante delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, Kassem Soleimani, il 2 gennaio 2026. Ahmad al-Rubaye/AFP
Tutti gli occhi sono puntati sull’Iran. Il destino della regione, e in particolare quello del Libano, sembra dipendere dall’esito della situazione in questo Paese, dove il movimento di protesta si sta espandendo e dove venerdì la guida suprema Ali Khamenei ha inasprito i toni nei confronti del presidente americano Donald Trump che, secondo lui, «rovesciato come la dinastia che ha governato fino alla rivoluzione islamica del 1979». Minacce che arrivano dopo l’ingresso diretto degli Stati Uniti nel corso degli sviluppi, così come le ripetute minacce di Trump contro le autorità iraniane, avvertendole di un intervento in caso di ricorso alla violenza contro i manifestanti.
Lo stato di attesa e cautela riguarda tutte le forze regionali, poiché nessun Paese della regione ha interesse a che gli eventi in Iran evolvano in modo tale da minacciare la sicurezza e la stabilità. A Teheran, le posizioni sono divise tra le istituzioni del regime e le sue diverse figure. Alcune informazioni riferiscono dell’esistenza di canali aperti con gli americani al fine di trovare soluzioni che consentano di evitare scontri sanguinosi, una guerra civile o il caos. Gli americani potrebbero prevedere uno scenario simile a quello del Venezuela, ovvero un coordinamento con attori interni alla struttura del regime al fine di creare le condizioni per una fase di transizione, nel caso in cui tutti i tentativi di raggiungere un accordo globale fallissero. La condizione americana è chiara: o un cambiamento politico importante nella struttura, nell’orientamento e nelle figure del regime, o addirittura il suo rovesciamento.
Nel quadro dei contatti tra Stati Uniti e Iran, circolano numerose idee su come rilanciare i negoziati e accelerarne il ritmo. Diversi paesi del Golfo, in primis Arabia Saudita, Qatar e Sultanato dell’Oman, stanno intensificando la loro attività diplomatica per evitare il peggio, contribuendo alla ripresa delle discussioni su tutte le questioni in sospeso, in particolare il programma nucleare e i missili balistici. In questo contesto, questi paesi stanno cercando di organizzare una sessione di negoziati diretti tra americani e iraniani in una delle capitali del Golfo, possibilmente in Oman o in un altro paese come l’Arabia Saudita o il Qatar.
Uniti contro il «Grande Israele»?
Infatti, gli Stati del Golfo considerano ciò che sta accadendo in Iran come parte integrante della loro sicurezza nazionale. Ancora più importante, dal loro punto di vista, uno sconvolgimento delle realtà e degli equilibri in Iran, senza accordi chiari o partnership con gli iraniani, costituirebbe un netto vantaggio per Israele, che diventerebbe così la potenza dominante e padrona delle traiettorie regionali. In questo contesto, alcune idee arabe sottolineano l’importanza di rafforzare il coordinamento tra Iran, Arabia Saudita e Turchia al fine di formare una sorta di sistema regionale integrato, in grado di limitare l’espansionismo israeliano e impedire a Benjamin Netanyahu di realizzare le sue ambizioni di costruire il «Grande Israele».
I paesi del Golfo propongono un ruolo di mediazione a Washington che, secondo le nostre informazioni, non è contraria, ritenendo che sia necessario negoziare rapidamente pur essendo pronti a fare le concessioni necessarie. Gli americani preferiscono che il loro interlocutore sia il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e il suo team, nonché il ministro degli Affari esteri Abbas Araghchi, giunto a Beirut e pronto a recarsi in qualsiasi altra capitale della regione in caso di progressi nei negoziati. Gli iraniani, invece, nutrono profondi dubbi sui calcoli degli americani e ritengono di non avere abbastanza fiducia per negoziare con Washington. A ciò si aggiunge il timore di ciò che potrebbe fare Israele: si teme infatti che Tel Aviv possa lanciare pesanti attacchi militari in concomitanza con l’intensificarsi delle manifestazioni, con l’obiettivo di provocare il crollo della struttura del regime.
Dopo l’operazione condotta dagli americani in Venezuela, questi ultimi dispongono di una maggiore capacità di circondare l’Iran e le sue risorse petrolifere e finanziarie, stringendo così la morsa per costringere il regime ad accettare le condizioni richieste. Queste implicano un cambiamento globale dell’orientamento politico e ideologico del regime e un accordo globale con Washington secondo le sue condizioni, in cambio di alcuni incentivi, in particolare lo sblocco dei beni finanziari congelati e un tentativo di migliorare la situazione economica. Se invece l’orizzonte rimane chiuso e non si registrano progressi, gli americani valuteranno numerosi scenari, il principale dei quali sarebbe la cooperazione con personalità interne per condurre un’azione simile a un colpo di forza o a un accordo interno sul trasferimento del potere a figure ritenute accettabili da Washington.
A Beirut si guadagna tempo…
Il Libano non può essere dissociato da quanto sta accadendo. Lo Stato libanese osserva attentamente la situazione, convinto che all’interno di Hezbollah esistano diverse tendenze: alcuni ritengono che sia giunto il momento di raggiungere un vero compromesso e una soluzione onorevole alla questione delle armi in cambio di una soluzione politica globale; altri preferiscono attendere l’esito degli sviluppi in Iran e, più in generale, nella regione.
In questo contesto, la decisione del governo che giovedì ha chiesto all’esercito di presentare a febbraio il seguito del suo piano per disarmare le milizie a nord del Litani non può essere interpretata se non come un tentativo di guadagnare tempo in attesa di sviluppi che i responsabili libanesi ritengono imminenti. Il tempo che il Libano cerca di guadagnare fino a febbraio sarebbe, secondo loro, sufficiente per chiarire gli orientamenti generali. Tanto più che questi avranno ripercussioni dirette sugli equilibri e potrebbero persino essere sufficienti a convincere Hezbollah a intraprendere una nuova strada.
Questo percorso era già stato avviato da una serie di iniziative e incontri condotti dal partito con attori interni ed esterni, attraverso visite all’estero volte a esplorare una soluzione politica globale. Ciò va di pari passo con l’iniziativa diplomatica prevista in Libano nel prossimo futuro, con l’arrivo di emissari provenienti da Francia, Arabia Saudita e Qatar per esaminare una formula di risoluzione politica globale. In questo contesto, Hezbollah ha ricevuto numerosi messaggi e segnali che lo invitano a riflettere seriamente su come siglare questo accordo, sulla base del principio del monopolio delle armi da parte dello Stato.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 16:30
Almeno 25 moschee sono state distrutte ieri notte dagli iraniani a Teheran.
– Confermato dai media statali della Repubblica Islamica.
Alcune di queste moschee erano siti storici e culturali.
I manifestanti non hanno certo dimostrato un comportamento superiore a quello del regime con queste azioni…
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 05:30
L’idea che l’America voglia la Groenlandia per le sue materie prime è o follemente ignorante o semplicemente un’esca per attirare l’attenzione. Estrarre qualsiasi cosa nell’Artico è proibitivamente costoso e spesso fisicamente impossibile, a causa del freddo estremo, del ghiaccio spesso, delle attrezzature che non funzionano e dell’assenza di strade, ferrovie o porti per trasportare il materiale una volta estratto.
Il vero motivo per cui l’America ha bisogno della Groenlandia è il suo immenso valore geostrategico militare, che dovrebbe essere ovvio a chiunque abbia un cervello funzionante, soprattutto a chiunque abbia mai guardato una mappa dall’alto, con il Polo Nord al centro.
Certo, alcuni compiti potrebbero essere affidati alla NATO, ma quell’alleanza è ormai agli sgoccioli, appesantita da troppi paesi con priorità contrastanti. Nell’interpretazione trumpiana, affidarsi alla NATO per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è imprudente. È molto più intelligente eliminare gli intermediari infiniti e assumere il controllo diretto.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 05:23
La Groenlandia sta valutando di incontrare gli Stati Uniti senza la Danimarca, segnalando così un tentativo di aggirare la Danimarca.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 05:05
Per FY 2027 (il prossimo anno fiscale, proposta annunciata il 7 gennaio 2026 su Truth Social): Trump ha chiesto un aumento massiccio a 1,5 trilioni di dollari (1.5 trillion) per il budget militare, definendolo il suo “Dream Military”. Questo rappresenterebbe un +66% rispetto ai 901 miliardi del 2026, e Trump ha detto che verrebbe coperto in parte dai ricavi derivanti dalle tariffe doganali (tariffs).
Senza tariffe, Trump ha indicato che rimarrebbe su 1 trilione di dollari
Si tratta di un progetto di economia di guerra mascherato da un piano di crescita.
Trump sta fondendo politica monetaria, meccanismi di guerra commerciale e produzione industriale in un unico sistema operativo, con la supremazia militare come funzione finale.
Non sta ricostruendo l’esercito.
Sta riavviando l’impero americano.
Ogni segnale è ricorsivo:
• I dazi diventano controlli sui capitali.
• La spesa per la difesa diventa uno stimolo all’occupazione.
• Il debito diventa un’arma, non una passività.
• L’inflazione diventa un effetto collaterale tollerato della proiezione sovrana.
Questa dottrina non mira a stabilizzare l’ordine globale. Monetizza il disordine. L’esercito diventa una macchina a doppio scopo: deterrenza verso l’esterno e coesione verso l’interno. Assorbe la debolezza economica e la converte in forza percepita.
La credibilità del dollaro non si baserà più sulla prudenza fiscale né sull’apertura dei mercati. Si baserà su una deterrenza schiacciante, sul controllo dell’energia e sull’applicazione delle norme commerciali. Il risultato finale è la conformità.
È così che si resiste alle transizioni egemoniche. Ciò si ottiene mediante l’uso dell’accensione fiscale-militare, della compressione narrativa e dell’escalation ingegnerizzata. Trump non sta improvvisando. Sta codificando la forza nel substrato monetario.
Non c’è più neutralità. O si trova all’interno di questo arco di accensione o al di fuori della sua protezione. I muri si stanno riallineando. L’impero si sta riarmando. Il conto alla rovescia è già iniziato.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 05:00
L’adichiarazione di Trump su Truth Social dimostra che la presidenza può ora appropriarsi direttamente del potere di fissare i prezzi, precedentemente limitato alla Fed e ai mercati dei capitali.
Trump sta affermando che la Casa Bianca può dettare i tassi di interesse in settori specifici senza attendere Powell né il consenso. Sta dimostrando di poter rompere il vecchio patto monetario senza dover riscrivere l’intero sistema. Basta colpire il punto più debole: il credito al consumo.
Il tetto del 10% è un’arma. Non deve funzionare alla perfezione. Deve umiliare la vecchia casta sacerdotale. Deve dimostrare che la Fed non detiene più il controllo sui tassi. Che i mercati non hanno l’ultima parola.
Si tratta di un’affermazione del regime attraverso la destabilizzazione finanziaria.
È un avvertimento alle banche: i vostri margini di profitto sono soggetti alla sovranità dello Stato.
È un segnale al pubblico: il vostro dolore è stato notato e può essere alleviato arbitrariamente.
È una dichiarazione alla Fed: il vostro monopolio sulla fissazione dei tassi è finito.
Una volta normalizzati i tassi massimi delle carte di credito, il quadro morale è pronto. Ogni tasso diventa contestabile. Mutui. Prestiti studenteschi. Leasing automobilistici. Alla fine anche i buoni del Tesoro. È così che il potere esecutivo sostituisce lentamente l’indipendenza monetaria.
Dietro il tono populista c’è una logica più profonda: la ricentralizzazione dell’autorità sui prezzi sotto il regime stesso.
Non sta solo limitando gli interessi. Sta frantumando l’illusione che il denaro sia al di sopra della politica.
Questo è il segnale.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 04:50
Il cosiddetto “caso della spirale” (Spiral case o Spiralkampagnen) riguarda una campagna sistematica di controllo delle nascite condotta dalle autorità danesi in Groenlandia tra gli anni ’60 e ’90 (principalmente 1966-1975, con casi isolati fino al 1991 e oltre). Circa 4.500 donne e ragazze indigene Inuit (circa la metà delle donne in età fertile all’epoca), incluse adolescenti e bambine a partire dai 12 anni (e in alcuni casi anche più giovani), ricevettero dispositivi intrauterini (IUD, noti come “spirali”) senza consenso informato, spesso all’insaputa di loro e delle famiglie, durante visite mediche scolastiche o esami di routine.Obiettivo dichiarato: ridurre il tasso di natalità elevato nella popolazione inuit (da circa 7 a 2,3 figli per donna nel periodo). Conseguenze: gravi dolori cronici, infezioni, emorragie, aborti spontanei, infertilità permanente e traumi psicologici profondi. Molte vittime descrivono l’intervento come una forma di sterilizzazione forzata e di colonialismo.La vicenda emerse pubblicamente nel 2017-2022 grazie a testimonianze (es. Naja Lyberth) e al podcast danese Spiralkampagnen. Nel settembre 2025 fu pubblicato il rapporto ufficiale di un’indagine indipendente danese-groenlandese, che ha confermato oltre 350 testimonianze dirette e violazioni sistematiche dei diritti umani.Sviluppi recenti:
Agosto/settembre 2025: la premier danese Mette Frederiksen ha presentato scuse ufficiali a nome della Danimarca per la “discriminazione sistematica” e per il danno fisico e psicologico arrecato.
Dicembre 2025: accordo parlamentare danese per un fondo di risarcimento: le circa 4.500 donne colpite (1960-1991) potranno richiedere 300.000 corone danesi ciascuna (circa 40.000-46.000 euro) a partire da aprile 2026, con domande possibili fino al 2028.
Il caso è considerato un capitolo oscuro del colonialismo danese in Groenlandia, con accuse di “genocidio” da parte di politici e attivisti groenlandesi. Le vittime continuano a lottare per una giustizia piena e un riconoscimento.
Foto delle vittime e contesto storico: Ritratto di Naja Lyberth (una delle principali testimoni, inserita con spirale a 13-14 anni). Il lavoro di Juliette Pavy include anche foto d’archivio di ragazze adolescenti inuit degli anni ’60-’70.
Il canale televisivo israeliano Channel 12 riferisce che i servizi segreti israeliani hanno rivalutato un precedente rapporto e ora ritengono che i manifestanti possano effettivamente rovesciare il regime in Iran.
Sabato, 10 Gennaio 2026 – Ore 02:33
Il leader supremo dell’Iran, Ali Khamenei, è stato trasferito dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche in un remoto nascondiglio nel deserto di Tabas, nell’Iran orientale, mentre le proteste a livello nazionale si intensificano.
Venerdì, 9 gennaio 2026 – Ore 19:16
Trump celebra Intel: il primo processore sub-2 nanometri “Made in USA” e miliardi di guadagni per lo Stato americano
Il presidente Donald Trump ha annunciato con entusiasmo su Truth Social un incontro “eccellente” con Lip-Bu Tan, CEO di Intel, sottolineando un traguardo storico per l’industria tecnologica statunitense: il lancio del primo processore CPU sub-2 nanometri (nodo Intel 18A da 1,8 nm) interamente progettato, prodotto e confezionato negli Stati Uniti.Il chip in questione appartiene alla famiglia Core Ultra Series 3 (nome in codice Panther Lake), presentato ufficialmente al CES 2026 il 5 gennaio e già in fase di spedizione per i primi sistemi portatili entro fine mese. Si tratta di una pietra miliare per il ritorno della produzione di semiconduttori avanzati sul suolo americano, dopo decenni di dominio taiwanese (TSMC).Il governo federale, diventato azionista di rilievo di Intel con un investimento di 8,9 miliardi di dollari nell’agosto 2025 (acquisto di circa 433 milioni di azioni al prezzo di 20,47 dollari ciascuna, pari a circa il 9-10% del capitale), ha visto il valore della propria partecipazione più che raddoppiare in soli cinque mesi. Secondo le quotazioni di mercato aggiornate al 9 gennaio 2026, con il titolo Intel intorno ai 41-45 dollari per azione (dopo un balzo del 7-10% nelle ore successive al post presidenziale), la quota governativa vale oggi circa 18-19 miliardi di dollari, generando un guadagno stimato di 9-10 miliardi per i contribuenti americani – cifra che Trump ha descritto come “decine di miliardi” in riferimento all’impatto complessivo e alla crescita rapida del titolo.“Il governo degli Stati Uniti è orgoglioso di essere azionista di Intel e ha già guadagnato decine di miliardi di dollari per il popolo americano – in soli quattro mesi. Abbiamo fatto un GRANDE affare, e così Intel”, ha scritto il presidente, aggiungendo: “Il nostro Paese è determinato a riportare negli USA la produzione di chip all’avanguardia, e questo è esattamente ciò che sta accadendo!!!”.Lip-Bu Tan, subentrato alla guida di Intel nel marzo 2025 dopo le dimissioni di Pat Gelsinger, ha risposto ringraziando pubblicamente Trump e l’amministrazione per il sostegno: “Onorati e lieti di avere il pieno appoggio del Presidente e del Segretario al Commercio per riportare negli Stati Uniti la produzione di chip di ultima generazione. Intel sta ora spedendo i più recenti processori Core Ultra Series 3 – progettati, fabbricati e confezionati con la tecnologia dei semiconduttori più avanzata, proprio qui negli USA.L’investimento fa parte della strategia più ampia del CHIPS Act, che ha destinato oltre 11 miliardi di dollari a Intel per l’espansione di fabbriche in Arizona, Ohio e altri Stati. Il successo di Panther Lake su nodo 18A segna il primo vero passo per recuperare la leadership tecnologica persa negli ultimi anni e ridurre la dipendenza dagli esteri in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche.Il titolo Intel ha chiuso l’8 gennaio a 41,11 dollari (in calo del 3,57% in giornata per prese di profitto), ma ha recuperato terreno in pre-market il 9 gennaio, trainato dall’entusiasmo presidenziale e dalla fiducia nel turnaround aziendale sotto Tan.Un segnale forte: gli Stati Uniti scommettono su Intel per riconquistare il primato nei semiconduttori avanzati. E, per ora, la scommessa sta pagando.
Venerdì, 9 Gennaio 2026 – Ore 18:30
Il Luzon Strait (Stretto di Luzon), il passaggio marittimo tra l’isola di Luzon (Filippine) e Taiwan, rappresenta oggi il collo di bottiglia più critico per gli interessi strategici statunitensi all’estero, soprattutto nel contesto della competizione con la Cina nel Pacifico occidentale.Perché è considerato il più importante per gli USA (e non per i classici come Suez o Malacca)?Le mappe tradizionali dei choke points marittimi classificano questi punti in base al volume di commercio globale (petrolio, merci, container), ma questo approccio non riflette necessariamente le priorità di sicurezza nazionale americane. Ad esempio:
La chiusura del Canale di Suez (causata dagli attacchi dei Houthi) ha colpito duramente l’Europa con inflazione e ritardi logistici, ma ha avuto un impatto molto minore sugli Stati Uniti.
I veri interessi vitali di Washington riguardano invece il controllo delle rotte che garantiscono la libertà di manovra militare americana, la difesa degli alleati (soprattutto Taiwan) e la capacità di contenere l’espansione della marina cinese (PLA Navy).
Il Luzon Strait (in particolare il canale Bashi al suo interno) è l’uscita principale dalla Cina meridionale verso l’oceano Pacifico aperto, attraverso la cosiddetta First Island Chain (la catena di isole che funge da barriera naturale: Giappone → Taiwan → Filippine → Borneo). Per Pechino, controllarlo è essenziale per:
proiettare portaerei e sottomarini nel Pacifico occidentale;
aggirare eventuali blocchi in caso di conflitto su Taiwan;
Minacciare il fianco orientale di Taiwan o imporre un cordone attorno all’isola.
Per gli Stati Uniti e i loro alleati, invece, dominare o almeno negare il controllo di questo stretto significa:
impedire alla flotta cinese di uscire in mare aperto;
proteggere Taiwan da un’invasione (molti esperti militari affermano: «Non si può invadere Taiwan senza controllare il nord delle Filippine»);
Mantenere la capacità di intervenire rapidamente con le forze USA e quelle alleate nel teatro indo-pacifico.
Negli ultimi anni (2024-2025), gli Stati Uniti hanno intensificato la cooperazione militare con le Filippine: dispiegamento di missili antinave, esercitazioni continue (come Balikatan), ampliamento dell’accesso a basi nelle isole Batanes (proprio nel Luzon Strait) e piani per basi congiunte. Questo fa parte di una strategia esplicita per trasformare lo stretto in un muro invalicabile contro l’espansione cinese.Il prezzo storico pagato dagli USA. Durante la Seconda guerra mondiale, il Pacifico occidentale ruotò attorno a questo stretto. La Battaglia di Manila (febbraio-marzo 1945), parte della più ampia campagna per le Filippine, fu combattuta proprio per assicurarne il controllo. Fu uno degli scontri urbani più sanguinosi del teatro pacifico, con circa 1.000-1.100 soldati americani uccisi, oltre 16.000 giapponesi e un tragico bilancio civile filippino stimato tra 100.000 e 200.000 morti (inclusi massacri). In termini di perdite americane totali nella campagna delle Filippine, superò molte battaglie della guerra civile.Eppure, come sottolineato, pochissimi americani (forse 1 su 100.000) saprebbero indicare il Luzon Strait su una mappa, nonostante sia stato uno dei teatri più decisivi della storia militare USA.ConclusioneMentre choke points come Florida Strait, Canale di Panama, Bering Strait, GIUK Gap o Stretto di Magellano restano importanti per la difesa emisferica e atlantica, il Luzon Strait emerge come il più critico overseas nel 2026 perché è al cuore della sfida esistenziale con la Cina: la difesa di Taiwan, il contenimento della PLA Navy e la preservazione della supremazia navale americana nel Pacifico.Con l’attuale amministrazione che sembra riconoscere l’importanza dei choke points (nuovo Commissario Federale Marittimo e maggiore attenzione al tema), e con ammiragli e strateghi che spingono per educare governo e opinione pubblica, questo stretto potrebbe finalmente ricevere l’attenzione strategica che merita da oltre un secolo.
Venerdi, 9 Gennaio 2026 ore 12:40
A Vilnius in un minuto, a Londra e Parigi in 8. Dove e quanto velocemente potrebbe volare “Oreshnik” da Brest.
La vérité est que si nous avions, nous Européens, su construire une relation équilibrée entre USA et Russie après 1990, sans tomber dans le piège américain nous dressant contre Moscou, sans nous faire vassaliser, nous n’en serions pas à imaginer nous battre contre les Américains.
Traduci con DeepL
La verità è che se noi europei avessimo saputo costruire un rapporto equilibrato tra Stati Uniti e Russia dopo il 1990, senza cadere nella trappola americana che ci metteva contro Mosca, senza diventare vassalli, non saremmo qui a immaginare di combattere contro gli americani.
Putin: “I want the ordinary citizens of Western countries to hear me.” “You are being persistently told that all your current difficulties are the result of hostile actions by vicious Russia, and that you must pay for the fight against a mythical Russian threat out of your own pockets. All of this is a lie.” “The truth is that the problems you are facing now are the result of years of actions by the ruling elites of your own countries—their mistakes, short-sightedness, and ambition. They do not think about how to improve your lives; they are obsessed with their own selfish interests and excessive profits.” – Vladimir Putin https://x.com/i/status/2009385824903942375
Traduci con DeepL
Putin: «Voglio che i cittadini comuni dei paesi occidentali mi ascoltino». «Vi viene ripetuto incessantemente che tutte le vostre attuali difficoltà sono il risultato delle azioni ostili della malvagia Russia e che dovete pagare di tasca vostra la lotta contro una mitica minaccia russa. Tutto questo è una menzogna.” “La verità è che i problemi che state affrontando ora sono il risultato di anni di azioni delle élite al potere nei vostri paesi: i loro errori, la loro miopia e la loro ambizione. Non pensano a come migliorare le vostre vite, sono ossessionati dai propri interessi egoistici e dai profitti eccessivi.” – Vladimir Putin
Venerdi, 9 Gennaio 2026 ore 12:00
da STRATFOR
Ucraina, UE: Zelensky spinge per l’adesione all’UE mentre le garanzie di sicurezza rimangono poco chiare
8 gennaio 2026 | 21:43 GMT
Russia, Ucraina: Mosca mette in guardia contro la presenza di truppe occidentali in Ucraina, progressi nei negoziati per il cessate il fuoco
8 gennaio 2026 | 21:23 GMT
Ucraina: Zelensky sottolinea le lacune nell’applicazione delle norme mentre i colloqui si concentrano sul territorio e su Zaporizhzhia
7 gennaio 2026 | 19:57 GMT
Ucraina, Europa, Stati Uniti: emergono garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma i dettagli chiave rimangono irrisolti
6 gennaio 2026 | 21:51 GMT
Venerdi, 9 Gennaio 2026 ore 11:57
Siria: i combattenti curdi rifiutano di evacuare Aleppo, nonostante l’appello delle autorità_DA l’ORIENT LE JOUR
AFP / 9 gennaio 2026 alle 07:08, aggiornato alle 11:48
Un soldato siriano aiuta una donna a fuggire dai quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh nella città di Aleppo, nel nord della Siria, l’8 gennaio 2026, mentre sono in corso intensi scontri tra le forze governative e le Forze democratiche siriane (FDS) curde. Foto OMAR HAJ KADOUR/AFP
I combattenti curdi trincerati in due quartieri di Aleppo hanno rifiutato venerdì di lasciare questa grande città del nord della Siria, sfidando le autorità che hanno lanciato un appello all’evacuazione dopo aver decretato un cessate il fuoco. Le violenze, che da martedì hanno causato almeno 21 morti, sono le più gravi ad Aleppo tra il governo centrale e i curdi, un’importante minoranza etnica che controlla parte del nord-est del Paese.
I combattimenti hanno costretto decine di migliaia di civili alla fuga, con l’ONU che stima ad almeno 30.000 il numero delle famiglie sfollate. Il cessate il fuoco annunciato venerdì mattina presto è ancora in vigore a metà mattinata, secondo i corrispondenti dell’AFP appostati all’ingresso del quartiere curdo di Achrafieh, circondato dall’esercito siriano. Hanno visto membri delle forze di sicurezza iniziare a entrare nel quartiere con veicoli destinati all’evacuazione dei combattenti. Secondo loro, anche un piccolo numero di civili stava lasciando il quartiere.
Le autorità hanno annunciato che i combattenti curdi sarebbero stati evacuati con le loro armi leggere verso la zona autonoma curda nel nord-est del Paese, «garantendo loro un passaggio sicuro». Ma questi ultimi hanno rifiutato di lasciare Achrafieh e Cheikh Maqsoud, dove si sono trincerati. “Abbiamo deciso di rimanere nei nostri quartieri e di difenderli”, hanno dichiarato i comitati locali, affermando di rifiutare qualsiasi “resa”.
«Gratitudine»
Gli Stati Uniti hanno espresso la loro «profonda gratitudine a tutte le parti (…) per la moderazione e la buona volontà che hanno reso possibile questa tregua fondamentale». «Stiamo lavorando attivamente per prolungare il cessate il fuoco», ha dichiarato sul suo account X l’inviato americano per la Siria Tom Barrack.
Giovedì, l’esercito siriano ha nuovamente bombardato i quartieri curdi di Aleppo e i combattimenti sono continuati fino a sera, con il rumore dei colpi di artiglieria in sottofondo. Le autorità hanno concesso tre ore ai civili per fuggire attraverso due “corridoi umanitari”, che secondo loro sono stati utilizzati da circa 16.000 persone solo in quel giorno. Le due parti si sono rimpallate la responsabilità dell’inizio delle violenze.
Questi episodi si verificano mentre i curdi e il governo faticano ad attuare un accordo concluso a marzo per integrare le istituzioni dell’amministrazione autonoma curda e il suo braccio armato, le potenti Forze Democratiche Siriane (FDS), nel nuovo Stato siriano.
Il capo delle FDS, Mazloum Abdi, ha dichiarato giovedì che «i tentativi di assalto ai quartieri curdi, in piena fase di negoziazione, compromettono le possibilità di raggiungere un accordo».
Rivalità regionali
Secondo Aron Lund, ricercatore presso il Century International Center, «Aleppo è la zona più vulnerabile delle FDS. I suoi quartieri curdi sono circondati su tutti i lati da territori controllati dal governo». Le violenze hanno esacerbato la rivalità in Siria tra Israele e Turchia, che si contendono l’influenza sul Paese dalla caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024.
Ankara, alleata delle autorità siriane, si è detta pronta a «sostenere» l’esercito nella sua «operazione antiterrorismo» contro i combattenti curdi. La Turchia, che confina con la Siria per oltre 900 chilometri, ha condotto tra il 2016 e il 2019 diverse operazioni su larga scala contro le forze curde.
Israele, che sta conducendo negoziati con Damasco per raggiungere un accordo sulla sicurezza, ha condannato gli «attacchi» del regime siriano contro la minoranza curda.
Il leader siriano Ahmad el-Chareh ha discusso della situazione ad Aleppo durante una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, sottolineando la sua determinazione a “porre fine alla presenza militare illegale” nella città, ha riferito la presidenza siriana. Ha anche parlato con il presidente francese Emmanuel Macron, al quale ha assicurato che il governo considera i curdi «parte integrante del tessuto nazionale e partner essenziali nella costruzione del futuro della Siria».
Venerdì, Chareh ha inoltre ricevuto a Damasco la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la più alta responsabile dell’UE a recarsi in Siria dalla caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024. Giovedì, l’UE aveva invitato le parti belligeranti ad Aleppo a dare prova di «moderazione» e a «proteggere i civili».
Venerdi, 9 Gennaio 2026 ore 11:55
Sparatorie, edifici incendiati, scontri, internet interrotto: ritorno su una notte di manifestazioni tese in Iran
Khamenei afferma che la Repubblica islamica «non indietreggerà di fronte ai sabotatori».
L’OLJ/Agenzie / 9 gennaio 2026 alle 10:08, aggiornato alle 11:50
Veicoli in fiamme durante una manifestazione a Teheran, il 9 gennaio 2026. Foto Social Media/via REUTERS
Nella notte tra giovedì e venerdì, le strade di decine di città iraniane sono state teatro di violenti scontri. Da Teheran a Mashhad e Tabriz, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per chiedere la fine del regime islamico, in una mobilitazione che è iniziata in un clima di relativa calma prima che le tensioni aumentassero, con scontri con le forze dell’ordine e incendi di edifici ufficiali. Di fronte alle proteste che continuano a crescere da quasi due settimane, le autorità hanno interrotto l’accesso a Internet in tutta la Repubblica, mentre da Washington Donald Trump ha nuovamente minacciato di “colpire duramente” l’Iran se le autorità “avessero iniziato a uccidere” i manifestanti. Diverse decine di persone hanno già perso la vita negli ultimi giorni, dall’inizio del movimento.
Venerdì mattina, la guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha reagito alla notte di proteste con un discorso trasmesso dalla televisione di Stato in cui ha affermato che la Repubblica islamica «non indietreggerà» di fronte ai «sabotatori», attaccando l’«arrogante» Donald Trump che, secondo lui, sarà «rovesciato ».
Ritorno su quella notte di forte tensione in Iran.
Circa cinquanta città
Dall’inizio del movimento, partito il 28 dicembre da Teheran, si sono tenute manifestazioni in almeno cinquanta città, coinvolgendo 25 province su 31, secondo un conteggio dell’AFP basato su annunci ufficiali e sui media.
Inoltre, emittenti televisive persiane con sede fuori dall’Iran e altri media hanno trasmesso immagini di manifestazioni su larga scala in altre città come Tabriz nel nord, la città santa di Mashhad nell’est, Bushehr nel sud, Shiraz e Isfahan.
Manifestazioni sotto tensione
Le manifestazioni, iniziate in modo pacifico nelle prime ore della sera, hanno rapidamente assunto un carattere più violento, secondo quanto riferito da testimoni al New York Times, da video verificati da diversi media e da altri video diffusi sui social network. “La repressione si sta espandendo e diventa ogni giorno più violenta”, ha affermato Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights (IHR) con sede in Norvegia. Le ONG confermano l’uso di gas lacrimogeni in diverse località, nonché di proiettili veri. Secondo Amnesty International, «le forze di sicurezza iraniane hanno ferito e ucciso» manifestanti ma anche semplici testimoni di questi eventi.
A Bushehr, un abitante ha riferito al quotidiano americano che le forze di sicurezza sono state costrette a ritirarsi di fronte alla folla che affollava le strade.
Sebbene diversi video e post sui social network parlino di “massacri” di decine di manifestanti da parte delle forze di sicurezza, alcuni utenti hanno condiviso lo stesso video che mostra corpi distesi a terra, precisando che le immagini sono state girate a Karaj e Tabriz, due città situate a diverse centinaia di chilometri di distanza. Non è stato possibile verificare queste affermazioni da fonti indipendenti.
I guardiani presto incaricati della repressione?
Di fronte alle tensioni e all’escalation, un alto funzionario del governo iraniano che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato in un’intervista al New York Times che molti funzionari si chiamavano e si inviavano messaggi privati, non sapendo come contenere il movimento di protesta. Secondo lui, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, generalmente responsabile della sicurezza delle frontiere iraniane, potrebbe probabilmente “prendere il testimone” per disperdere i manifestanti in tutto il Paese.
Interruzione generale di Internet
Giovedì sera, secondo quanto riferito da alcuni gruppi di monitoraggio, le autorità hanno bloccato l’accesso a Internet su tutto il territorio iraniano, un giorno dopo che i responsabili della magistratura iraniana e dei servizi di sicurezza avevano dichiarato che avrebbero adottato misure severe contro chiunque avesse partecipato alle manifestazioni. I dati sulle connessioni alla rete globale hanno mostrato un calo drastico e quasi totale dei livelli di connessione già nel pomeriggio, secondo NetBlocks, un gruppo di monitoraggio di Internet, e il database Internet Outage Detection and Analysis del Georgia Institute of Technology. Questi dati indicano che il Paese è quasi completamente offline.
Le autorità iraniane non hanno risposto immediatamente alle domande sulla causa dell’interruzione, ma il governo ha già imposto interruzioni di Internet in precedenti periodi di crisi, ricordiamo. “Il governo iraniano utilizza le interruzioni di Internet come strumento di repressione”, ha affermato Omid Memarian, esperto iraniano di diritti umani e ricercatore senior presso DAWN, un’organizzazione con sede a Washington specializzata nel Medio Oriente. “Ogni volta che le proteste raggiungono un punto critico, le autorità interrompono le connessioni del Paese per isolare i manifestanti e limitare le loro comunicazioni con l’esterno”.
Le minacce di Donald Trump e il bilancio
Da parte sua, il presidente americano Donald Trump ha nuovamente minacciato di “colpire duramente” l’Iran se le autorità “inizieranno a uccidere” i manifestanti. Queste dichiarazioni arrivano mentre almeno 45 manifestanti, tra cui otto minori, sono stati uccisi in totale, secondo un bilancio pubblicato giovedì dall’IHR, che sottolinea che “centinaia” di persone sono state ferite e più di 2.000 arrestate. I media iraniani e le autorità hanno riferito di almeno 21 persone uccise dall’inizio delle manifestazioni, tra cui membri delle forze dell’ordine, secondo un conteggio dell’AFP.
Venerdi, 9 Gennaio 2026 ore 11:50
Turkish Airlines cancella i voli di venerdì da Istanbul a Teheran-DAL QUOTIDIANO , L’oRIENT LE JOUR
AFP / 9 gennaio 2026 alle 09:21
I manifestanti si radunano mentre alcuni veicoli bruciano, in un contesto di crescenti disordini antigovernativi, a Teheran, in Iran, in questo screenshot tratto da un video pubblicato sui social media il 9 gennaio 2026. Social media/via REUTERS
La compagnia aerea statale turca Turkish Airlines ha cancellato venerdì i suoi cinque voli da Istanbul a Teheran, secondo quanto riportato dall’applicazione dell’aeroporto internazionale di Istanbul. Secondo il tabellone delle partenze, anche altri cinque voli operati da compagnie iraniane sono stati cancellati, mentre altri sette rimangono in programma.
Le autorità turche non hanno rilasciato alcuna dichiarazione sulla situazione in Iran, dove giovedì sera, al dodicesimo giorno di proteste, le manifestazioni si sono intensificate. Su X, un gruppo di viaggiatori iraniani riferisce che giovedì sera erano in volo verso Teheran quando il loro aereo ha invertito la rotta “a metà strada” per tornare a Istanbul.
Secondo il sito specializzato Flight Radar, anche un aereo della Turkish Airlines in volo verso Shiraz (sud) e uno della compagnia low cost Pegasus diretto a Mashad (est) hanno fatto inversione di rotta durante la notte.
La Turchia condivide un confine di circa 500 km con l’Iran e tre valichi di frontiera terrestri.
Venerdi, 9 Gennaio 2026 ore 2:41
Le proteste contro il regime iraniano hanno raggiunto l’apice il dodicesimo giorno di mobilitazione, segnando le più vaste e partecipate dimostrazioni nella storia quarantasettennale della Repubblica Islamica. Secondo fonti e osservatori sul campo, milioni di persone sono scese in piazza a livello nazionale, con cortei e slogan anti-regime che hanno coinvolto almeno 111 città in tutte le 31 province del Paese. Si tratta di una rivolta dal chiaro carattere nazionale, che ha superato i confini delle grandi metropoli per raggiungere anche centri più piccoli e periferici. Le manifestazioni di giovedì 8 gennaio 2026 hanno risposto direttamente al primo appello pubblico lanciato dall’esule principe ereditario Reza Pahlavi, che aveva invitato la popolazione a scendere in strada o a manifestare dai balconi e dalle finestre alle ore 20:00. La risposta è stata immediata e visibile nelle principali città, da Teheran a Mashhad, Tabriz e oltre.Un nuovo appello nazionale è già stato diffuso per venerdì 9 gennaio alle 20:00. Molti analisti ritengono che il movimento disponga ancora di ampi margini di crescita e che la partecipazione massiccia di oggi rafforzi ulteriormente la legittimità di Reza Pahlavi come figura di riferimento centrale per l’opposizione.Tra i momenti più simbolici della serata spicca la grande manifestazione a Mashhad, città natale del leader supremo Ali Khamenei e storicamente sotto stretto controllo del suo entourage: un duro colpo all’immagine di invulnerabilità del regime. A Teheran, per la prima volta, le proteste si sono estese ai quartieri più agiati, come Vanak, dove automobilisti hanno suonato insistentemente i clacson in segno di sostegno. Parallelamente, i commercianti dei bazar hanno proclamato scioperi in circa 50 città, paralizzando porzioni significative dell’economia locale.Un’escalation significativa ha riguardato il mondo universitario: proteste studentesche con slogan apertamente anti-regime si sono verificate in almeno 36 università, coinvolgendo generazioni diverse e dimostrando come il dissenso stia attraversando la società iraniana in modo trasversale.Le autorità hanno risposto con estrema durezza. Secondo le principali organizzazioni iraniane per i diritti umani, dall’inizio delle proteste sono stati uccisi almeno 45 manifestanti, tra cui 8 minori, mentre centinaia di persone sono rimaste ferite. Solo nella giornata di mercoledì si sono registrati 13 morti, rendendola una delle più sanguinose finora registrate.Mentre il regime ha imposto un blackout internet a livello nazionale per limitare la diffusione di immagini e di coordinamento, la determinazione dei manifestanti e il crescente sostegno internazionale al movimento lasciano presagire che la crisi sia destinata a protrarsi nei prossimi giorni.
Venerdì, 9 Gennaio 2026 – Ore 2:22
In un contesto di blocco quasi totale di Internet in tutto il Paese, Elon Musk ha silenziosamente attivato l’accesso gratuito a Starlink in Iran.
Secondo quanto riferito, Musk si è impegnato a mantenere attiva la rete per impedire alle autorità iraniane di interrompere la connettività.
Venerdi. 9 gennaio 2026 – Ore 2:05
In questo momento in tutto l’Iran:
Le linee telefoniche fisse sono interrotte.
I segnali dei telefoni cellulari sono interrotti.
L’elettricità è interrotta.
Internet è interrotto.
Nessuno può chiamare nessuno, nemmeno un’ambulanza in caso di emergenza.
Si segnalano sparatorie incessanti.
Venerdì, 9 Gennaio 2026 – Ore 01:00
Secondo l’AFP, tre petroliere noleggiate dalla Chevron stanno facendo rotta verso gli Stati Uniti con a bordo greggio venezuelano.
Venerdì, 9 Gennaio 2026 – Ore 00:40
Sotto la presidenza di Trump, gli Stati Uniti si sono ufficialmente ritirati dal Registro delle armi convenzionali delle Nazioni Unite (UNROCA), come parte di un ampio memorandum presidenziale firmato il 7 gennaio 2026 che dispone il distacco da 66 organizzazioni internazionali (35 non-ONU e 31 entità ONU). L’UNROCA è uno strumento volontario delle Nazioni Unite che invita i paesi partecipanti a fornire rapporti annuali sulle importazioni ed esportazioni di principali categorie di armi convenzionali (tra cui carri armati, aerei da combattimento, navi da guerra e, su base opzionale, armi leggere e piccoli calibri). L’obiettivo è favorire la trasparenza nel commercio internazionale di armi per contribuire a ridurre i rischi di instabilità e conflitti.Il ritiro degli Stati Uniti – inserito in un elenco che comprende anche entità quali il Fondo per la popolazione dell’ONU, il Programma per l’ambiente, il Registro delle armi convenzionali e altre – riflette pienamente la linea “America First” dell’amministrazione Trump. Questa politica privilegia la sovranità nazionale, gli interessi economici e di sicurezza e la priorità degli Stati Uniti rispetto alla partecipazione a meccanismi multilaterali globali, spesso percepiti come espressione di un approccio globalista che potrebbe limitare l’autonomia decisionale americana. Questa decisione, insieme ad altre uscite analoghe dal secondo mandato di Trump (come quelle dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Accordo di Parigi sul clima, dal Consiglio ONU per i diritti umani e da ulteriori trattati e organismi), rientra coerentemente in un’ottica nazionalista che contrappone gli interessi prioritari degli Stati Uniti alle strutture di cooperazione internazionale multilaterale. Gruppi come la National Association for Gun Rights (NAGR) hanno da tempo espresso preoccupazioni riguardo alle possibili implicazioni di iniziative dell’ONU sulle politiche interne statunitensi sul possesso di armi. Il ritiro dall’UNROCA viene interpretato da questi attori come un rafforzamento dell’autonomia nazionale in materia di difesa e diritti individuali.
Venerdì, 9 Gennaio 2026 – Ore 00:21
Notizia non ancora ufficialmente confermata: Ali Khamenei sarebbe stato evacuato clandestinamente in Russia e NON sarebbe PIÙ presente sul territorio iraniano.
Giovedì, 8 gennaio 2026 – ore 21:30
Il presidente Donald Trump ha firmato un memorandum presidenziale che segna uno dei più significativi passi indietro dalla cooperazione internazionale multilaterale degli ultimi decenni: gli Stati Uniti si ritirano dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) – il trattato del 1992 che costituisce la base di tutti gli accordi globali sul clima, inclusi gli Accordi di Parigi – e da altre 65 organizzazioni, agenzie e meccanismi internazionali. L’ordine esecutivo, emanato il 7 gennaio 2026 e reso pubblico dalla Casa Bianca, segue una revisione approfondita ordinata con l’Executive Order 14199 del febbraio 2025 e condotta dal Segretario di Stato Marco Rubio. Secondo l’amministrazione Trump, queste 66 entità – di cui 31 legate direttamente alle Nazioni Unite e 35 esterne – promuovono politiche ritenute contrarie agli interessi nazionali americani, tra cui “agende globaliste”, iniziative climatiche radicali, programmi ideologici su genere, migrazione e governance multilaterale, oltre a strutture burocratiche ritenute inefficienti, costose e in larga misura dipendenti dai finanziamenti statunitensi. Tra le organizzazioni colpite figurano:
L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organo scientifico sul clima;
International Renewable Energy Agency (IRENA);
L’International Solar Alliance;
parti di ECOSOC, il Fondo ONU per la popolazione (UNFPA), UN Women, programmi su deforestazione, acqua e biodiversità;
Vari forum su terrorismo, migrazione, democrazia, cybersicurezza e cooperazione regionale.
L’amministrazione sottolinea che gli Stati Uniti hanno storicamente coperto la quota maggiore dei costi operativi, delle retribuzioni e dei contributi di queste istituzioni, finanziando di fatto reti di burocrati, consulenti e apparati collegati a élite globali e al World Economic Forum. Il ritiro interrompe immediatamente la partecipazione e i finanziamenti (nei limiti consentiti dalla legge), con l’obiettivo di smantellare un sistema accusato di minare la sovranità e l’economia americana.La mossa arriva in un momento di forte discontinuità nella politica estera statunitense: pochi giorni fa è stata presentata la National Security Strategy 2026, che pone gli interessi sovrani americani al centro di ogni decisione. Il ritiro precede inoltre la partecipazione in presenza del presidente Trump al World Economic Forum di Davos (19-23 gennaio 2026), dove sarà accompagnato da figure chiave del gabinetto, tra cui il Segretario al Tesoro Scott Bessent, il Segretario al Commercio Howard Lutnick e il Segretario all’Energia Chris Wright. Molti osservatori prevedono che il discorso di Trump rappresenterà un ulteriore segnale di rottura con le élite globaliste radunate in Svizzera.La decisione ha suscitato reazioni immediate contrastanti. Da un lato, l’amministrazione la definisce una vittoria per i contribuenti americani e un colpo decisivo a strutture considerate parassitarie e ideologicamente deviate. Dall’altro, governi europei, Cina, organizzazioni ambientaliste e leader ONU – tra cui il segretario esecutivo dell’UNFCCC Simon Stiell – l’hanno definita “deplorevole”, “autogol clamoroso” e un danno alla cooperazione globale sul clima, con rischi per la sicurezza economica e ambientale degli Stati Uniti stessi a causa di eventi estremi sempre più frequenti.Il ritiro dall’UNFCCC pone inoltre questioni giuridiche: trattandosi di un trattato ratificato dal Senato nel 1992, alcuni esperti dubitano che un semplice memorandum presidenziale basti a recedere unilateralmente senza un nuovo voto del Senato. Il processo potrebbe richiedere tempo e lasciare spazio a future amministrazioni per un eventuale reintegro.Con questa azione, l’amministrazione Trump accelera la de-costruzione di architetture multilaterali nate nel dopoguerra e rafforzatesi negli anni Novanta, ridefinendo il ruolo degli Stati Uniti sulla scena mondiale in chiave nazionalista e isolazionista.
giovedì, 8 gennaio 2026, ore 21:25
MEMORANDUM PER I CAPI DEI DIPARTIMENTI ESECUTIVI E DELLE AGENZIE
In virtù dell’autorità conferitami in qualità di Presidente dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti d’America, con la presente ordino:
Sezione 1. Scopo . (a) Il 4 febbraio 2025, ho emanato l’Ordine Esecutivo 14199 (Ritiro degli Stati Uniti da alcune organizzazioni delle Nazioni Unite e cessazione dei finanziamenti ad esse e revisione del sostegno degli Stati Uniti a tutte le organizzazioni internazionali). Tale Ordine Esecutivo ha incaricato il Segretario di Stato, in consultazione con il Rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, di condurre una revisione di tutte le organizzazioni intergovernative internazionali di cui gli Stati Uniti sono membri e forniscono qualsiasi tipo di finanziamento o altro sostegno, e di tutte le convenzioni e i trattati di cui gli Stati Uniti sono parte, per determinare quali organizzazioni, convenzioni e trattati siano contrari agli interessi degli Stati Uniti. Il Segretario di Stato ha riferito le sue conclusioni come richiesto dall’Ordine Esecutivo 14199.
(b) Ho esaminato il rapporto del Segretario di Stato e, dopo aver deliberato con il mio Gabinetto, ho stabilito che è contrario agli interessi degli Stati Uniti rimanere membri, partecipare o altrimenti fornire supporto alle organizzazioni elencate nella sezione 2 del presente memorandum.
(c) In conformità con l’Ordine Esecutivo 14199 e in virtù dell’autorità conferitami in qualità di Presidente dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti d’America, ordino con la presente a tutti i dipartimenti e le agenzie esecutive di adottare misure immediate per rendere effettivo il ritiro degli Stati Uniti dalle organizzazioni elencate nella sezione 2 del presente memorandum il prima possibile. Per le entità delle Nazioni Unite, il ritiro significa cessare la partecipazione o il finanziamento a tali entità nella misura consentita dalla legge.
(d) La mia revisione delle ulteriori conclusioni del Segretario di Stato è ancora in corso.
Sec . 2. Organizzazioni dalle quali gli Stati Uniti si ritireranno . (a) Organizzazioni non appartenenti alle Nazioni Unite:
(i) Patto energetico senza emissioni di carbonio 24 ore su 24, 7 giorni su 7;
(ii) Consiglio del Piano Colombo;
(iii) Commissione per la cooperazione ambientale;
(iv) L’istruzione non può aspettare;
(v) Centro europeo di eccellenza per la lotta alla
Minacce ibride;
(vi) Forum dei laboratori di ricerca sulle autostrade nazionali europee;
(vii) Coalizione per la libertà online;
(viii) Fondo per l’impegno e la resilienza della comunità globale;
(ix) Forum globale antiterrorismo;
(x) Forum globale sulle competenze informatiche;
(xi) Forum globale sulla migrazione e lo sviluppo;
(xii) Istituto interamericano per la ricerca sul cambiamento globale;
(xiii) Forum intergovernativo sull’attività mineraria, i minerali, i metalli e lo sviluppo sostenibile;
(xiv) Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici;
(xv) Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici;
(xvi) Centro internazionale per lo studio della conservazione e del restauro dei beni culturali;
(xvii) Comitato consultivo internazionale del cotone;
(xviii) Organizzazione internazionale per il diritto dello sviluppo;
(xix) Forum internazionale dell’energia;
(xx) Federazione Internazionale dei Consigli delle Arti e delle Agenzie Culturali;
(xxi) Istituto internazionale per la democrazia e l’assistenza elettorale;
(xxii) Istituto internazionale per la giustizia e lo stato di diritto;
(xxiii) Gruppo internazionale di studio sul piombo e sullo zinco;
(xxiv) Agenzia internazionale per le energie rinnovabili;
(xxv) Alleanza solare internazionale;
(xxvi) Organizzazione internazionale dei legni tropicali;
(xxvii) Unione Internazionale per la Conservazione della Natura;
(xxviii) Istituto Panamericano di Geografia e Storia;
(xxix) Partenariato per la cooperazione atlantica;
(xxx) Accordo di cooperazione regionale per la lotta alla pirateria e alle rapine a mano armata contro le navi in Asia;
(xxxi) Consiglio di cooperazione regionale;
(xxxii) Rete politica per l’energia rinnovabile per il 21° secolo;
(xxxiii) Centro scientifico e tecnologico in Ucraina;
(xxxiv) Segreteria del Programma ambientale regionale del Pacifico; e
(xxxv) Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa.
(b) Organizzazioni delle Nazioni Unite (ONU):
(i) Dipartimento degli Affari Economici e Sociali;
(ii) Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) — Commissione economica per l’Africa;
(iii) ECOSOC — Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi;
(iv) ECOSOC — Commissione economica e sociale per l’Asia e il Pacifico;
(v) ECOSOC — Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale;
(vi) Commissione di diritto internazionale;
(vii) Meccanismo residuo internazionale per i tribunali penali;
(viii) Centro per il commercio internazionale;
(ix) Ufficio del Consigliere speciale per l’Africa;
(x) Ufficio del Rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini nei conflitti armati;
(xi) Ufficio del Rappresentante speciale del Segretario generale sulla violenza sessuale nei conflitti;
(xii) Ufficio del Rappresentante speciale del Segretario generale sulla violenza contro i bambini;
(xiii) Commissione per la costruzione della pace;
(xiv) Fondo per la costruzione della pace;
(xv) Forum permanente sulle persone di discendenza africana;
(xvi) Alleanza delle civiltà delle Nazioni Unite;
(xvii) Programma collaborativo delle Nazioni Unite sulla riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale nei paesi in via di sviluppo;
(xviii) Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo;
(xix) Fondo delle Nazioni Unite per la democrazia;
(xx) Energia delle Nazioni Unite;
(xxi) Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile;
(xxii) Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici;
(xxiii) Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani;
(xxiv) Istituto delle Nazioni Unite per la formazione e la ricerca;
(xxv) Oceani delle Nazioni Unite;
(xxvi) Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione;
(xxvii) Registro delle armi convenzionali delle Nazioni Unite;
(xxviii) Consiglio dei dirigenti del sistema delle Nazioni Unite per il coordinamento;
(xxix) Collegio del personale del sistema delle Nazioni Unite;
(xxx) Acqua delle Nazioni Unite; e
(xxxi) Università delle Nazioni Unite.
Art . 3. Linee guida per l’attuazione . Il Segretario di Stato fornirà ulteriori linee guida, se necessario, alle agenzie durante l’attuazione del presente memorandum.
Sec . 4. Disposizioni generali . (a) Nulla nel presente memorandum deve essere interpretato in modo da compromettere o altrimenti influenzare:
(i) l’autorità concessa dalla legge a un dipartimento o agenzia esecutiva, o al suo capo; o
(ii) le funzioni del Direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio relative alle proposte di bilancio, amministrative o legislative.
(b) Il presente memorandum sarà attuato in conformità con la legge applicabile e subordinatamente alla disponibilità di stanziamenti.
(c) Il presente memorandum non intende creare e non crea alcun diritto o beneficio, sostanziale o procedurale, esigibile per legge o in equità da alcuna parte nei confronti degli Stati Uniti, dei suoi dipartimenti, agenzie o entità, dei suoi funzionari, dipendenti o agenti, o di qualsiasi altra persona.
(d) Il Segretario di Stato è autorizzato e incaricato di pubblicare il presente memorandum nel Federal Register .
Donald J. Trump
25 web pages
giovedì, 8 gennaio 2026, ore 21:20
Ritiro da organizzazioni internazionali inutili, inefficaci o dannose
Il testo del Comunicato stampa e il link originario
Oggi, in ottemperanza all’Ordine Esecutivo 14199, il Presidente Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali identificate nell’ambito della revisione condotta dall’Amministrazione Trump sulle organizzazioni internazionali inutili, inefficaci e dannose. La revisione di ulteriori organizzazioni internazionali ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14199 è ancora in corso.
L’amministrazione Trump ha ritenuto che queste istituzioni fossero ridondanti nella loro portata, mal gestite, inutili, dispendiose, mal amministrate, influenzate dagli interessi di attori che perseguono obiettivi contrari ai nostri, o una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione. Il presidente Trump è chiaro: non è più accettabile inviare a queste istituzioni il sangue, il sudore e il tesoro del popolo americano, con pochi, o addirittura nessun, risultato. I giorni in cui miliardi di dollari dei contribuenti finivano a fini di interesse straniero a spese del nostro popolo sono finiti.
Pertanto, gli Stati Uniti si ritireranno dalle 66 organizzazioni elencate qui.
Come dimostra questo elenco, ciò che era nato come un quadro pragmatico di organizzazioni internazionali per la pace e la cooperazione si è trasformato in una struttura tentacolare di governance globale, spesso dominata dall’ideologia progressista e distaccata dagli interessi nazionali. Dai mandati DEI alle campagne per la “parità di genere” all’ortodossia climatica, molte organizzazioni internazionali sono ora al servizio di un progetto globalista radicato nella fantasia screditata della “fine della storia”. Queste organizzazioni cercano attivamente di limitare la sovranità degli Stati Uniti. Il loro lavoro è portato avanti dalle stesse reti d’élite – il “NGO-plex” multilaterale – che abbiamo iniziato a smantellare con la chiusura dell’USAID.
Non continueremo a spendere risorse, capitale diplomatico e il peso legittimante della nostra partecipazione a istituzioni irrilevanti o in conflitto con i nostri interessi. Rifiutiamo l’inerzia e l’ideologia a favore della prudenza e della determinazione. Cerchiamo la cooperazione laddove sia utile al nostro popolo e resteremo fermi laddove non lo sia.
giovedì, 8 gennaio 2026, ore 21:15
Il Venezuela è solo l’inizio
L’azione degli Stati Uniti in Venezuela non riguarda Maduro, bensì il controllo delle fonti energetiche della Cina.
Assumendo il controllo sul petrolio venezuelano e allineando la Nigeria sotto la supervisione occidentale, Washington sta escludendo la Cina dalle forniture di petrolio economiche e affidabili.
Bab al-Mandab è ora effettivamente controllato da entrambe le parti, Somaliland e Yemen meridionale, mentre lo Stretto di Hormuz rimane un potenziale punto di pressione: se l’Iran lo chiudesse, l’economia cinese potrebbe subire gravi perturbazioni, mentre gli Stati Uniti, che controllano il petrolio, le rotte marittime e le vie commerciali, rimarrebbero in gran parte isolati.
Controlla l’approvvigionamento, gestisci il transito e ottieni il controllo sulla vitalità economica della Cina.
Il Venezuela è solo il primo banco di prova di questa strategia globale.
Giovedì, 8 gennaio 2026 – ore 21:11
Gli inviati della Danimarca e della Groenlandia hanno appena incontrato alla Casa Bianca i consiglieri del presidente Trump, come riferito dall’AP.
Il segretario Marco Rubio li incontrerà la prossima settimana.
Su Italia e il Mondo: Si Parla di Gaza, Israele e i nuovi equilibri in Medio Oriente Gaza appare la vittima sacrificale di nuovi equilibri che si stanno delineando in Medio Oriente. Netanyahu e la “sua” Israele appaiono i vincitori assoluti del conflitto. Una apparenza, però, sempre più difficile da mantenere con gli Stati Uniti di Trump sempre più esposti nel sostenerla, ma riconducendola a un ruolo non più da protagonista assoluto. Nuovi interlocutori fanno ormai parte autorevole del gioco a cominciare da Turchia, Egitto e Arabia Saudita con Iran, Russia e Cina in posizione di attesa, ma circospetta. Per ora i palestinesi di Gaza mantengono la presenza nella loro terra, ma sotto tutela_Giuseppe Germinario
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 4.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
Dichiarazione della RussiaDichiarazione della CinaReazioni della Resistenza palestinese Dichiarazione di voto del rappresentante permanente della Russia, Vassily Nebenzia, dopo la votazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 17 novembre su un progetto di risoluzione relativo alla risoluzione del conflitto in Medio Oriente, adottato con 13 voti favorevoli e due astensioni.Signor Presidente,La Federazione Russa si è astenuta dal voto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, redatta dagli Stati Uniti, a sostegno del «piano globale del presidente Trump per porre fine al conflitto a Gaza». Si tratta di un progetto che semplicemente non potevamo sostenere.Apprezziamo gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti e da altri mediatori, che hanno permesso di porre fine alla fase “critica” del conflitto israelo-palestinese ed evitare una carestia su larga scala, nonché di instaurare un cessate il fuoco, ottenere la liberazione degli ostaggi israeliani e dei detenuti palestinesi [la Russia riprende quindi questa vergognosa dicotomia tra ostaggi e prigionieri, NdT], e procedere allo scambio delle salme. Constatiamo che questi sforzi sono stati accolti con favore sia nella regione del Medio Oriente che in tutto il mondo.Allo stesso tempo, quando si tratta di una decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il principale organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, dobbiamo tenere presente la responsabilità che incombe a tale istanza. Proprio per questo motivo, sin dall’inizio dei negoziati su questo documento, abbiamo costantemente insistito affinché ai membri del Consiglio fosse conferito un ruolo statutario corredato degli strumenti necessari di responsabilità e controllo.Inoltre, siamo partiti dal presupposto che la risoluzione dovesse riflettere la base giuridica internazionale universalmente riconosciuta e ribadire le decisioni e i principi fondamentali, primo fra tutti l’essenziale formula «due Stati per due popoli». Dopo tutto, è proprio questo approccio che è stato approvato a stragrande maggioranza nella Dichiarazione di New York, adottata al termine di due forum a favore della soluzione dei due Stati.Cari colleghi,Non si tratta di una questione teorica, ma di una questione eminentemente pratica, che rimane particolarmente rilevante alla luce delle dichiarazioni pubbliche inequivocabili provenienti dalle più alte sfere del potere israeliano, secondo cui la creazione di uno Stato palestinese è semplicemente inaccettabile. Purtroppo, questi elementi chiave non sono stati integrati nel progetto americano. Quest’ultimo non precisa ulteriormente il calendario del trasferimento del controllo di Gaza all’Autorità palestinese (AP), né fornisce alcuna certezza in merito al Consiglio di pace e alla Forza internazionale di stabilizzazione (FIS) che, a giudicare dal testo della risoluzione adottata oggi dal Consiglio, saranno in grado di agire in modo completamente autonomo, senza tenere in alcun conto la posizione o il parere di Ramallah. Ciò rischia di rafforzare la separazione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e ricorda le pratiche coloniali e il mandato britannico sulla Palestina concesso dalla Società delle Nazioni, in un’epoca in cui l’opinione dei palestinesi non era assolutamente presa in considerazione.Anche il mandato della FIS solleva alcune questioni. Il piano globale del presidente Trump non specificava che la FIS avrebbe avuto il compito di smilitarizzare Gaza e disarmare i gruppi armati locali con tutti i mezzi disponibili. Tuttavia, la risoluzione conferisce alla Forza internazionale di sicurezza un mandato di mantenimento della pace così ampio che la Missione potrebbe, in realtà, diventare parte in causa nel conflitto, superando i limiti del mantenimento della pace. A nostra conoscenza, nessuno dei paesi che potrebbero fornire contingenti ha dato il proprio consenso in tal senso.Inoltre, desideriamo sottolineare che i membri del Consiglio non hanno avuto tempo sufficiente per lavorare in buona fede né per raggiungere compromessi. Costringere alcune capitali o esercitare pressioni sulle delegazioni qui a New York non può essere definito un lavoro in buona fede.In sintesi, il documento americano è, ancora una volta, un acquisto alla cieca. In sostanza, il Consiglio approva l’iniziativa americana basandosi esclusivamente sull’onore di Washington, mentre lasciamo la Striscia di Gaza alla mercé del Consiglio di pace e della Forza internazionale di sicurezza, i cui metodi di lavoro ci rimangono sconosciuti. La sfida fondamentale è garantire che questo documento non diventi una cortina fumogena per gli esperimenti sfrenati condotti dagli Stati Uniti e da Israele nei territori palestinesi occupati (TPO), né che si trasformi in una condanna a morte della soluzione dei due Stati.La Russia ha preso atto della posizione di Ramallah, così come di quella di numerosi Stati arabo-musulmani che hanno sostenuto il progetto americano al fine di evitare un nuovo spargimento di sangue nell’enclave. A questo proposito, abbiamo scelto di non presentare il nostro progetto, che mirava a modificare il concetto americano per renderlo conforme alle precedenti risoluzioni dell’ONU già adottate. Ma non c’è motivo di rallegrarsi: oggi è un giorno nero per il Consiglio di sicurezza. Oltre alle aspirazioni delle parti interessate, esiste anche un concetto fondamentale: l’integrità del Consiglio di sicurezza. E oggi, con l’adozione di questa risoluzione, tale integrità e le prerogative del Consiglio sono state compromesse.In questo contesto, speriamo di sbagliarci e di poter contare sugli Stati Uniti affinché dimostrino concretamente il loro potenziale in materia di mantenimento della pace. Tale potenziale sarà valutato in base alla loro capacità di garantire una pace duratura, in cui Israele e Palestina coesistano in pace e sicurezza entro i confini del 1967, con Gerusalemme che diventerebbe la capitale di entrambi gli Stati, in conformità con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con il diritto internazionale e con gli accordi precedenti che rispondono sia alle esigenze di sicurezza di Israele sia al diritto dei palestinesi di avere un proprio Stato. L’attuazione del piano del presidente Trump ricade ora interamente sulle spalle dei suoi autori e sostenitori, principalmente tra le otto nazioni arabo-musulmane che hanno approvato il piano.Purtroppo abbiamo già avuto una spiacevole esperienza in cui le decisioni imposte dagli Stati Uniti sul conflitto israelo-palestinese hanno prodotto l’esatto contrario di quanto previsto. Non dite che non vi avevamo avvertito.Grazie mille.fonte: Missione permanente della Federazione Russa presso l’ONU *Spiegazione del voto dell’ambasciatore della Repubblica popolare cinese Fu Cong sul progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite relativo alle disposizioni postbelliche a Gaza.Signor Presidente,Gaza, devastata da due anni di guerra, è una terra in rovina che ha un disperato bisogno di essere ricostruita. Più di due milioni di persone continuano a vivere in condizioni di disagio e a subire lo sfollamento. La Cina sostiene il Consiglio di sicurezza nell’adozione di tutte le misure necessarie per instaurare un cessate il fuoco duraturo, attenuare la catastrofe umanitaria e avviare la ricostruzione postbellica, al fine di ravvivare la speranza di pace e sviluppo per la popolazione di Gaza. Purtroppo, il progetto di risoluzione sottoposto al voto presenta numerose lacune e suscita profonda preoccupazione.In primo luogo, il progetto di risoluzione rimane vago e impreciso su molti elementi essenziali. Il suo principale redattore chiede al Consiglio di autorizzare la creazione di un Consiglio di pace e di una forza internazionale di stabilizzazione, chiamati a svolgere un ruolo chiave nella governance postbellica a Gaza. Avrebbe dovuto specificarne in dettaglio la struttura, la composizione, il mandato e i criteri di partecipazione, tra le altre cose. Ciò avrebbe dovuto costituire una base indispensabile per discussioni serie in seno al Consiglio. Tuttavia, il progetto di risoluzione fornisce solo informazioni lacunose su questi punti cruciali. Nonostante le ripetute richieste dei membri del Consiglio, il principale autore non ha fornito ulteriori precisazioni.In secondo luogo, il progetto di risoluzione non riflette il principio fondamentale secondo cui la Palestina deve essere governata dai palestinesi. Gaza appartiene al popolo palestinese e a nessun altro. Qualsiasi accordo postbellico deve rispettare la volontà di questo popolo e consentire all’Autorità nazionale palestinese di svolgere appieno il suo ruolo essenziale. Il progetto di risoluzione descrive gli accordi di governance per Gaza dopo la guerra, ma la Palestina vi appare appena visibile e né la sovranità né la presa in mano palestinese vi sono realmente riflesse. È particolarmente preoccupante che il progetto di risoluzione non affermi esplicitamente un fermo impegno a favore della soluzione dei due Stati, che è oggetto di un consenso internazionale.In terzo luogo, il progetto di risoluzione non garantisce l’effettiva partecipazione dell’ONU e del suo Consiglio di sicurezza. Chiede a quest’ultimo di autorizzare il Consiglio di pace ad assumersi la piena responsabilità degli accordi civili e di sicurezza a Gaza, senza prevedere alcun meccanismo di controllo o di revisione, al di là delle relazioni scritte annuali. L’ONU possiede tuttavia una vasta esperienza e capacità sostanziali in materia di ripresa postbellica e ricostruzione economica e dovrebbe quindi svolgere un ruolo essenziale nella governance postbellica a Gaza. Tuttavia, il progetto di risoluzione non include alcun dispositivo in tal senso.In quarto luogo, il progetto di risoluzione non è il risultato di approfondite consultazioni tra i membri del Consiglio. Meno di due settimane dopo aver presentato il testo, il redattore principale ha esortato il Consiglio a prendere una decisione cruciale sul futuro e sul destino di Gaza. I membri del Consiglio hanno partecipato in modo responsabile alle consultazioni, sollevando numerose questioni e suggerimenti costruttivi, la maggior parte dei quali non sono stati presi in considerazione. Nonostante persistessero profonde preoccupazioni e divergenze tra i membri, il redattore principale ha comunque costretto il Consiglio a pronunciarsi sul progetto. Siamo profondamente delusi da un simile approccio, che manca di rispetto nei confronti dei membri del Consiglio e ne compromette l’unità.Signor Presidente,Nonostante i numerosi problemi sopra citati e le gravi preoccupazioni della Cina riguardo al progetto di risoluzione, data la situazione fragile e grave a Gaza, l’imperiosa necessità di mantenere il cessate il fuoco e le posizioni dei paesi della regione e della Palestina, la Cina si è astenuta dal voto. Va inoltre sottolineato che le nostre preoccupazioni permangono. Il Consiglio di sicurezza deve continuare a seguire da vicino la situazione a Gaza e la questione palestinese. La questione palestinese è al centro dei problemi del Medio Oriente e riguarda l’equità e la giustizia internazionali. La comunità internazionale deve promuovere con determinazione la soluzione dei due Stati e cercare una soluzione politica alla questione palestinese: ciò implica la creazione di uno Stato palestinese indipendente, pienamente sovrano, fondato sui confini del 1967 con capitale Gerusalemme Est, consentendo così al popolo palestinese di realizzare il proprio diritto allo Stato, alla sopravvivenza e al ritorno. La Cina ha sempre sostenuto con fermezza la giusta causa del popolo palestinese nel ripristino dei suoi legittimi diritti nazionali. Siamo pronti a collaborare con la comunità internazionale per compiere sforzi instancabili a favore di una soluzione globale, giusta e duratura della questione palestinese.Grazie, signor presidente.fonte: Missione permanente della Cina presso l’ONU* Ecco la reazione di Hamas:In risposta all’adozione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della bozza di risoluzione americana su Gaza, il Movimento di resistenza islamico (Hamas) dichiara che la decisione del Consiglio di sicurezza non risponde né alle aspirazioni né ai diritti politici e umanitari del nostro popolo palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza.Questa decisione isola la Striscia di Gaza dal resto del territorio palestinese e cerca di imporre nuove realtà in contrasto con le costanti del nostro popolo e i suoi legittimi diritti nazionali.Istituisce un meccanismo di tutela internazionale sulla Striscia di Gaza, che il nostro popolo, le nostre forze e le nostre fazioni rifiutano.L’armamento della Resistenza è indissociabile dalla presenza dell’occupazione, e resistere a tale occupazione con ogni mezzo costituisce un diritto legittimo garantito dalle leggi e dalle carte internazionali.Una forza internazionale deve essere dispiegata al confine per separare le forze e sorvegliare il cessate il fuoco, e deve essere posta sotto la supervisione delle Nazioni Unite. *Reazione della Jihad islamica:Il Movimento della Jihad Islamica respinge la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sostenuta dagli Stati Uniti, riguardante Gaza, affermando che essa impone una tutela internazionale e tenta di separare la Striscia di Gaza dagli altri territori palestinesi.La Jihad islamica afferma che la risoluzione criminalizza il diritto alla resistenza, un diritto garantito dal diritto internazionale, e che ignora la responsabilità dei criminali di guerra dell’occupazione.La Jihad islamica avverte che qualsiasi forza internazionale incaricata di disarmare la Resistenza diventerebbe complice dell’attuazione del programma di occupazione. *Reazione del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina:Il FPLP respinge la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU su Gaza. Il FPLP ritiene che questa decisione istituisca una nuova tutela attraverso un «Consiglio di pace» e sottolinea che essa subordina il ritiro dell’occupazione e la fine della guerra alle condizioni poste dall’occupante stesso.Il FPLP insiste sul fatto che qualsiasi accordo che ignori la volontà nazionale o conferisca poteri a «Israele» è privo di valore vincolante. Condanna inoltre le clausole relative al disarmo della Resistenza.fonte: Le Cri des PeuplesCommento
Rete internazionaleLeggi sul blog o il lettore Il Consiglio di sicurezza dell’ONU concede agli Stati Uniti un «mandato» sulla PalestinaDi Réseau International il 19 novembre 2025di Joe Lauria Il Consiglio ha approvato il consiglio di amministrazione neocoloniale di Donald Trump su un territorio che, secondo lui, dovrebbe essere spopolato per far posto al suo progetto di complesso turistico immaginario, costruito sulle ossa delle vittime del genocidio israeliano.Lunedì il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che avalla il piano di Donald Trump per Gaza, un territorio che egli ha pubblicamente dichiarato debba essere sottoposto a pulizia etnica per potervi sviluppare una località balneare sul Mediterraneo.Il Consiglio ha votato a favore con 13 nazioni, con due astensioni da parte di Cina e Russia, che avrebbero potuto porre il veto sui piani di Trump.Questa risoluzione ripristina sostanzialmente il sistema dei mandati coloniali della Società delle Nazioni dopo la prima guerra mondiale e il sistema di tutela delle Nazioni Unite dopo la seconda guerra mondiale, due dispositivi in cui le potenze coloniali rimanevano responsabili di un territorio colonizzato, pur dovendo gradualmente condurlo verso l’indipendenza.La risoluzione adottata lunedì indica che «le condizioni potrebbero finalmente essere riunite per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la creazione di uno Stato palestinese».La risoluzione «accoglie con favore» la creazione di un Consiglio di pace (CdP) «come amministrazione di transizione» a Gaza, incaricato di coordinare la ricostruzione. Autorizza il CdP a istituire una Forza internazionale di stabilizzazione (FIS) temporanea a Gaza, «che sarebbe schierata sotto un comando unificato accettabile dal CdP». Sebbene la risoluzione non specifichi chi dirigerà il CdP, Trump ha chiaramente indicato che ne assumerà lui stesso la guida.Le nazioni contribuiranno a questa forza inviando truppe «in stretta consultazione e cooperazione» con l’Egitto e Israele. Ma sarà Donald Trump, in ultima analisi, a prendere le decisioni relative a questa forza militare internazionale.Tra le missioni delle forze guidate da Trump figura la smilitarizzazione di Gaza attraverso il disarmo e la distruzione delle infrastrutture militari. In una dichiarazione in risposta alla risoluzione, Hamas ha affermato: «Questa risoluzione impone un meccanismo di tutela internazionale alla Striscia di Gaza, che il nostro popolo e le sue fazioni rifiutano». Hamas afferma di avere il diritto, in virtù del diritto internazionale, di resistere all’occupazione israeliana con la forza, se necessario.Se la forza di stabilizzazione tentasse davvero di disarmare Hamas, potremmo assistere a un conflitto armato tra le due fazioni. La forza incaricata dall’ONU riprenderebbe quindi, di fatto, il lavoro incompiuto delle Forze di difesa israeliane (IDF) per sconfiggere Hamas.In conformità con il disarmo di Hamas, l’esercito israeliano deve ritirarsi da Gaza, secondo la risoluzione. Un allegato precisa che i palestinesi non possono essere espulsi con la forza da Gaza e che Israele non può né annettere né continuare a occupare Gaza, secondo le dichiarazioni dell’ambasciatore algerino davanti al Consiglio di sicurezza.Un comitato di esperti arabi parteciperà, insieme al consiglio di amministrazione di Trump, alla gestione di Gaza fino a quando l’Autorità palestinese non ne assumerà il pieno controllo. Israele ha partecipato alla riunione in qualità di ospite, ma senza diritto di voto. Perché la Russia si è astenutaIl progetto di risoluzione americano iniziale non menzionava la possibilità di una futura sovranità palestinese, ma tale riferimento è stato aggiunto in seguito all’opposizione degli Stati arabi e di altri paesi. Questa aggiunta ha permesso agli arabi, e in particolare all’Autorità palestinese, di sostenere la risoluzione. Di conseguenza, la Russia, che si era opposta al progetto iniziale, ha rinunciato al veto e la Cina si è astenuta.Nella sua spiegazione del voto in Consiglio, l’ambasciatore russo Vassili Nebenzia ha deplorato il fatto che la forza di stabilizzazione non si coordini con l’Autorità palestinese.«Ciò rischia di consolidare la separazione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e ricorda le pratiche coloniali e il mandato britannico per la Palestina concesso dalla Società delle Nazioni, quando l’opinione dei palestinesi non era assolutamente presa in considerazione», ha dichiarato.Nebenzia ha anche lanciato l’allarme sul potenziale coinvolgimento delle forze nel conflitto. «La risoluzione… conferisce alle FIS un mandato di mantenimento della pace così ampio che la missione potrebbe di fatto diventare parte integrante del conflitto, superando così il quadro del mantenimento della pace», ha affermato. L’inviato russo ha accusato gli Stati Uniti di «manovre di influenza nelle capitali o pressioni esercitate sulle delegazioni qui a New York», che, secondo lui, «non possono essere qualificate come iniziative in buona fede».Nebenzia ha dichiarato:«In sostanza, il Consiglio appoggia l’iniziativa americana affidandosi esclusivamente all’onore di Washington, lasciando così la Striscia di Gaza alla mercé del Consiglio di pace e delle FSI, i cui metodi di lavoro ci sono ancora sconosciuti.L’importante è garantire che questo documento non serva da pretesto per esperimenti sfrenati condotti dagli Stati Uniti e da Israele nei territori palestinesi occupati, né segni la fine della soluzione dei due Stati. (…) Non c’è motivo di rallegrarsi: è un giorno buio per il Consiglio di sicurezza. Oltre ai desideri delle parti interessate, c’è anche il concetto di integrità del Consiglio di sicurezza. Oggi, con l’adozione di questa risoluzione, tale integrità e le prerogative del Consiglio sono state compromesse.Purtroppo abbiamo già avuto la spiacevole esperienza di decisioni relative al conflitto israelo-palestinese, prese sotto l’impulso degli Stati Uniti, che hanno portato all’effetto opposto a quello sperato. Siete avvisati. L’Autorità palestinese e gli arabi sono d’accordoL’Autorità palestinese collabora da tempo con Israele nella sua occupazione della Cisgiordania. La sua opposizione di lunga data alla resistenza di Hamas la rende favorevole a una presa di controllo di Gaza da parte degli Stati Uniti, amministrata congiuntamente con Israele, a condizione che ottenga un ruolo al tavolo dei negoziati.Tuttavia, nulla è meno sicuro, poiché gli estremisti all’interno del governo israeliano hanno dato in escandescenze quando hanno scoperto che alla risoluzione era stata aggiunta una semplice menzione – una frase innocua – di un possibile riconoscimento della Palestina. Domenica, Netanyahu stesso ha ribadito la sua opposizione a uno Stato palestinese e ha giurato che ciò non si sarebbe mai concretizzato.Il modo in cui il suo governo gestirà l’amministrazione americana di Gaza sarà di fondamentale importanza. Mentre Netanyahu insiste con forza sul fatto che Hamas sarà disarmato «con ogni mezzo», sarà interessante osservare se l’esercito israeliano, che occupa metà di Gaza, e la forza internazionale, con l’approvazione dell’Autorità palestinese, uniranno le loro forze per combattere Hamas e schiacciare le ultime roccaforti della resistenza armata al dominio israeliano in Palestina.fonte: Consortium News tramite Le Grand SoirCommento
Rete internazionaleLeggi sul blog o il lettoreGli Stati Uniti e Israele utilizzano l’ONU per occupare Gaza Da Réseau International il 19 novembre 2025 In risposta all’adozione della risoluzione, Hamas dichiara che considererà l’ISF come parte in conflitto se dovesse essere incaricata del disarmo. <p style=’font-family: -apple-system,system-ui,blinkmacsystemfont,”S di Dave DeCamp Il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotta una risoluzione che pone Gaza sotto il controllo di un consiglio guidato dagli Stati Uniti. Hamas ha respinto la risoluzione e ha dichiarato che qualsiasi forza internazionale che tentasse di disarmare il gruppo diventerebbe parte in causa nel conflitto. Lunedì il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione proposta dagli Stati Uniti che pone Gaza sotto il controllo di un organismo guidato dagli Stati Uniti, denominato “Consiglio di pace”, per un periodo minimo di due anni, e autorizza il dispiegamento di una forza internazionale sul territorio palestinese che opererà sotto la supervisione dell’esercito americano.I 15 membri del Consiglio di sicurezza hanno adottato la risoluzione con 13 voti a favore e nessun voto contrario. Russia e Cina si sono astenute, scegliendo di non utilizzare il loro diritto di veto per bloccare la risoluzione. Prima del voto, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha avvertito che votare contro la risoluzione equivarrebbe a «votare per un ritorno alla guerra».La risoluzione approva il piano americano-israeliano in 20 punti per Gaza pubblicato dalla Casa Bianca il 29 settembre, che definisce «piano globale».La risoluzione stabilisce che il Consiglio di sicurezza accoglie con favore la creazione del Consiglio di pace, o BoP, che sarà presieduto dal presidente Trump. Descrive il BoP come «un’amministrazione transitoria dotata dei poteri necessari per stabilire il quadro e coordinare il finanziamento della ricostruzione di Gaza, in conformità con il piano globale».La risoluzione dell’ONU precisa che il BoP rimarrà l’autorità a Gaza fino a quando l’Autorità Palestinese (AP) «non avrà completato il suo programma di riforme», anche se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetutamente respinto l’idea che l’AP svolga un ruolo a Gaza e che le «riforme» dell’AP dipenderanno probabilmente dagli Stati Uniti e da Israele.Inizialmente gli Stati Uniti non avevano menzionato la possibilità di creare uno Stato palestinese nella loro bozza di risoluzione, ma hanno aggiunto un vago riferimento per prevenire le reazioni degli Stati arabi. La risoluzione stabilisce che una via verso uno Stato palestinese “potrebbe” essere presa in considerazione una volta che l’Autorità Palestinese avrà attuato “riforme” non specificate. Tuttavia, il governo israeliano si è chiaramente opposto alla creazione di uno Stato palestinese e la risoluzione non menziona la Cisgiordania occupata da Israele, che continua ad espandere i suoi insediamenti ebraici illegali.La risoluzione autorizza il BoP a controllare Gaza fino al 31 dicembre 2027 e lascia aperta la possibilità che il Consiglio di sicurezza ne proroghi il mandato. Nei prossimi due anni, il BoP avrà il compito di supervisionare «un comitato tecnocratico e apolitico composto da palestinesi competenti della Striscia di Gaza», che sarà responsabile delle «attività quotidiane della funzione pubblica e dell’amministrazione di Gaza».La risoluzione autorizza inoltre gli Stati membri del Consiglio di sicurezza che collaborano con il BoP a «istituire una forza internazionale di stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza, che sarà dispiegata sotto un comando unificato accettabile per il BoP».Il Comando Centrale americano ha istituito un avamposto militare nel sud di Israele per supervisionare l’ISF e, secondo i media israeliani, gli Stati Uniti potrebbero costruire una grande base al confine con Gaza per ospitare le truppe internazionali.L’ISF dovrebbe collaborare con Israele ed Egitto alla smilitarizzazione di Gaza, ma Hamas ha ripetutamente respinto qualsiasi idea di disarmo senza la creazione di uno Stato palestinese, e i paesi disposti a inviare trupp e a Gaza non vogliono essere coinvolti se ciò significa combattere Hamas per conto di Israele.
La Casa Bianca rende noto il piano di cessate il fuoco a Gaza mentre Trump ospita Netanyahu
Lunedì la Casa Bianca ha pubblicato un piano in 20 punti per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, mentre il presidente Trump ospitava il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per la sua quarta visita a Washington quest’anno (leggi la proposta completa di cessate il fuoco alla fine dell’articolo).
Durante una conferenza stampa congiunta, Netanyahu ha dichiarato di aver accettato la proposta, sebbene durante tutta la guerra genocida abbia ripetutamente sabotato gli accordi di cessate il fuoco e vi siano diversi punti che Hamas potrebbe non accettare. Israele ha anche violato l’ultimo accordo di cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025. Al Jazeera ha riferito che il Qatar e l’Egitto hanno consegnato la proposta a Hamas.
Netanyahu ha affermato che se Hamas non accetterà la proposta statunitense-israeliana, Israele “porterà a termine il lavoro” a Gaza, e Trump ha dichiarato di essere disposto a continuare a sostenere il massacro a Gaza. “Se Hamas rifiuterà l’accordo, Bibi, avrai il nostro pieno sostegno per fare ciò che devi fare”, ha affermato Trump.
L’accordo prevedrebbe un cessate il fuoco immediato seguito dal rilascio da parte di Hamas di tutti i prigionieri israeliani ancora in suo possesso. Una volta raggiunto questo obiettivo, Israele rilascerà 250 detenuti condannati all’ergastolo e 1.700 palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane dopo il 7 ottobre 2023, comprese tutte le donne e i bambini detenuti in quel contesto.
L’accordo prevede un ritiro graduale di Israele, anche se consentirebbe a Israele di mantenere il controllo di una “zona cuscinetto” all’interno del confine di Gaza fino a quando Gaza non sarà “adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica”, uno dei potenziali punti critici per Hamas. L’accordo istituirebbe un governo di transizione temporaneo guidato da palestinesi “apolitici” che sarà supervisionato da un cosiddetto “Consiglio di pace”. Trump sarà il presidente del consiglio e anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair sarà coinvolto.
La proposta prevede la “smilitarizzazione” di Gaza, che potrebbe essere respinta da Hamas poiché il gruppo ha dichiarato che non deporrà le armi fino alla formazione di uno Stato palestinese. Secondo il piano statunitense, gli Stati Uniti “collaborerebbero con i partner arabi e internazionali per costituire una forza internazionale di stabilizzazione (ISF) temporanea da dispiegare immediatamente a Gaza”.
L’accordo suggerisce che un’Autorità Palestinese “riformata” potrebbe alla fine assumere il controllo di Gaza, un’idea che Netanyahu ha ripetutamente respinto. Il documento afferma inoltre che, se l’accordo venisse attuato, potrebbe portare a un “percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese”, ma non menziona la Cisgiordania occupata da Israele, dove Israele continua ad espandere gli insediamenti ebraici illegali.
La proposta afferma inoltre che Israele “non occuperà né annetterà Gaza” e che “nessuno sarà costretto a lasciare Gaza”, in contrasto con le precedenti richieste di Trump di allontanare la popolazione palestinese, che i funzionari israeliani hanno utilizzato per promuovere la pulizia etnica del territorio.
Di seguito è riportato il piano di cessate il fuoco completo delineato dalla Casa Bianca:
Il piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza:
Gaza sarà una zona libera dal terrorismo e dalla radicalizzazione che non costituirà una minaccia per i paesi vicini.
Gaza sarà ricostruita a beneficio della popolazione di Gaza, che ha già sofferto abbastanza.
Se entrambe le parti accetteranno questa proposta, la guerra terminerà immediatamente. Le forze israeliane si ritireranno lungo la linea concordata per prepararsi al rilascio degli ostaggi. Durante questo periodo, tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria, saranno sospese e le linee di battaglia rimarranno congelate fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni per il ritiro completo e graduale.
Entro 72 ore dall’accettazione pubblica di questo accordo da parte di Israele, tutti gli ostaggi, vivi e deceduti, saranno restituiti.
Una volta che tutti gli ostaggi saranno stati liberati, Israele rilascerà 250 detenuti condannati all’ergastolo più 1700 abitanti di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre 2023, comprese tutte le donne e i bambini detenuti in quel contesto. Per ogni ostaggio israeliano i cui resti saranno restituiti, Israele restituirà i resti di 15 abitanti di Gaza deceduti.
Una volta che tutti gli ostaggi saranno stati liberati, i membri di Hamas che si impegneranno a convivere pacificamente e a consegnare le armi saranno graziati. Ai membri di Hamas che desiderano lasciare Gaza sarà garantito un passaggio sicuro verso i paesi di accoglienza.
Una volta accettato il presente accordo, gli aiuti saranno immediatamente inviati nella Striscia di Gaza. Come minimo, i quantitativi di aiuti saranno conformi a quanto previsto dall’accordo del 19 gennaio 2025 in materia di aiuti umanitari, compresi il ripristino delle infrastrutture (acqua, elettricità, fognature), il ripristino di ospedali e panifici e l’ingresso delle attrezzature necessarie per rimuovere le macerie e aprire le strade.
L’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza avverrà senza interferenze da parte delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni internazionali non associate in alcun modo a nessuna delle due parti. L’apertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni sarà soggetta allo stesso meccanismo attuato in base all’accordo del 19 gennaio 2025.
Gaza sarà governata da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle municipalità per la popolazione di Gaza. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione e il controllo di un nuovo organismo internazionale di transizione, il “Consiglio di pace”, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da annunciare, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Questo organismo definirà il quadro di riferimento e gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza fino a quando l’Autorità palestinese non avrà completato il suo programma di riforme, come delineato in varie proposte, tra cui il piano di pace del presidente Trump del 2020 e la proposta saudita-francese, e potrà riprendere in modo sicuro ed efficace il controllo di Gaza. Questo organismo farà appello ai migliori standard internazionali per creare un governo moderno ed efficiente al servizio della popolazione di Gaza e favorevole ad attrarre investimenti.
Un piano di sviluppo economico di Trump per ricostruire e rilanciare Gaza sarà elaborato convocando un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle fiorenti città moderne del Medio Oriente. Molte proposte di investimento ponderate e idee di sviluppo entusiasmanti sono state elaborate da gruppi internazionali ben intenzionati e saranno prese in considerazione per sintetizzare i quadri di sicurezza e governance al fine di attrarre e facilitare questi investimenti che creeranno posti di lavoro, opportunità e speranza per il futuro di Gaza.
Sarà istituita una zona economica speciale con tariffe preferenziali e tassi di accesso da negoziare con i paesi partecipanti.
Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza, e chi desidera andarsene sarà libero di farlo e libero di tornare. Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.
Hamas e le altre fazioni accettano di non avere alcun ruolo nella governance di Gaza, né direttamente, né indirettamente, né in alcuna altra forma. Tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non ricostruite. Ci sarà un processo di smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso definitiva delle armi attraverso un processo concordato di smantellamento, supportato da un programma di riacquisto e reintegrazione finanziato a livello internazionale, il tutto verificato dagli osservatori indipendenti. La nuova Gaza si impegnerà pienamente a costruire un’economia prospera e a coesistere pacificamente con i propri vicini.
I partner regionali forniranno una garanzia affinché Hamas e le fazioni rispettino i propri obblighi e affinché la Nuova Gaza non rappresenti una minaccia per i paesi confinanti o per la propria popolazione.
Gli Stati Uniti collaboreranno con i partner arabi e internazionali per costituire una forza internazionale di stabilizzazione (ISF) temporanea da dispiegare immediatamente a Gaza. L’ISF addestrerà e fornirà supporto alle forze di polizia palestinesi selezionate a Gaza e si consulterà con la Giordania e l’Egitto, che hanno una vasta esperienza in questo campo. Questa forza costituirà la soluzione a lungo termine per la sicurezza interna. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto per contribuire a garantire la sicurezza delle zone di confine, insieme alle forze di polizia palestinesi appena addestrate. È fondamentale impedire l’ingresso di munizioni a Gaza e facilitare il flusso rapido e sicuro di merci per ricostruire e rivitalizzare Gaza. Le parti concorderanno un meccanismo di risoluzione dei conflitti.
Israele non occuperà né annetterà Gaza. Man mano che le ISF stabiliranno il controllo e la stabilità, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno sulla base di standard, tappe fondamentali e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, con l’obiettivo di rendere Gaza un luogo sicuro che non rappresenti più una minaccia per Israele, l’Egitto o i suoi cittadini. In pratica, l’IDF cederà progressivamente il territorio di Gaza che occupa all’ISF secondo un accordo che stipulerà con l’autorità di transizione fino al completo ritiro da Gaza, fatta eccezione per una presenza di sicurezza perimetrale che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica.
Nel caso in cui Hamas ritardi o respinga questa proposta, quanto sopra, compresa l’operazione di aiuto potenziata, procederà nelle aree libere dal terrorismo consegnate dall’IDF all’ISF.
Verrà avviato un processo di dialogo interreligioso basato sui valori della tolleranza e della convivenza pacifica, con l’obiettivo di cercare di cambiare la mentalità e la narrativa dei palestinesi e degli israeliani, sottolineando i benefici che possono derivare dalla pace.
Con il progredire della ricostruzione di Gaza e l’attuazione fedele del programma di riforme dell’Autorità palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la creazione di uno Stato palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese.
Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e Palestina per concordare un orizzonte politico che consenta una coesistenza pacifica e prospera.
Di International Network il 19 novembre 2025di Chuck BaldwinIl titolo di questa rubrica è una citazione del Tenente Colonnello Anthony Aguilar, un Berretto Verde dell’Esercito degli Stati Uniti in pensione dopo 25 anni di servizio. Le missioni del Colonnello Aguilar lo hanno portato in Iraq, Afghanistan, Tagikistan, Giordania e Filippine. Gli è stata conferita la Purple Heart per le ferite riportate in combattimento. Dopo aver lasciato l’esercito, ha lavorato come guardia di sicurezza a Gaza per UG Solutions, un’azienda incaricata di garantire la sicurezza dei siti di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation. Si è dimesso dopo circa due mesi, denunciando le violazioni dei diritti umani e i crimini contro l’umanità commessi da questa agenzia di sicurezza su ordine delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).Ciò a cui ha assistito il colonnello Aguilar a Gaza, per mano dell’esercito israeliano (e di appaltatori privati americani che agivano sotto gli ordini delle IDF), è un’ulteriore prova della crudeltà e della perversità del governo e dell’esercito israeliani.Il colonnello Aguilar è stato recentemente intervistato sul podcast AJ+ . Ecco alcuni estratti dell’intervista: Anthony Aguilar : Mai nella mia vita avrei immaginato che un esercito potesse essere così crudele, al punto di usare il cibo per attirare una popolazione affamata sul campo di battaglia, uccidendo deliberatamente donne, bambini e anziani. Dena Takruri: Volevo sapere di più su come è passato dal credere che sarebbe andato a Gaza per aiutare a sfamare i palestinesi alla consapevolezza della complicità degli Stati Uniti nel genocidio israeliano, soprattutto perché era un veterano dell’esercito americano con 25 anni di servizio.Quindi, qual era, secondo lei, il mandato della sua missione? Cosa avrebbe dovuto fare esattamente sul posto? Aguilar : Durante un briefing generale prima della nostra partenza da Dulles, ci è stato detto che gli Stati Uniti avevano preso il posto della missione delle Nazioni Unite perché Israele ora rifiutava l’accesso all’area. Ci è stato detto che Israele avrebbe permesso agli Stati Uniti di collaborare con loro e che la nostra missione sarebbe stata quella di occuparci della consegna del cibo.Immaginavo che saremmo entrati, avremmo occupato e messo in sicurezza, o almeno messo in sicurezza, 400 siti di distribuzione e tra i 500 e i 550 camion al giorno, come hanno fatto le Nazioni Unite. Questa era la mia mentalità iniziale. E ci ho creduto fino al mio arrivo, quando ho capito che la realtà era ben diversa. Takruri : Descrivimi cosa hai visto e provato al tuo arrivo nella Striscia di Gaza. Aguilar : Quello che ho visto quando sono arrivato è stata la cosa più devastante, distruttiva e apocalittica che abbia mai visto in vita mia, ben oltre la guerra. Qualcosa che non avrei mai potuto immaginare, nemmeno nei miei peggiori incubi. Macerie, cani che divoravano resti umani, fumo di bombe che si levava all’orizzonte, nessun edificio in vista, tutto raso al suolo. Era un paesaggio di distruzione e orrore, come non ne avevo mai visti. Francamente, mi ha fatto stare male.Le Forze di Difesa Israeliane ci hanno guidato e ci hanno fornito un briefing. Hanno mostrato un’enorme mappa che mostrava le operazioni in corso. All’inizio, non ho visto 400 punti di distribuzione; ne ho visti quattro. Erano tutti situati a sud, lontano dalle aree in cui la gente aveva bisogno di cibo. E nessuno a nord del corridoio di Netzarim, da Gaza, poteva raggiungerli. Ho iniziato a pensare che o si trattasse di un piano orribile, o che ci fosse qualcosa di più.Poi, esaminando i siti e le mappe operative – una mappa israeliana che mostra le operazioni offensive in corso intorno a questi siti – ho scoperto che questi siti si trovavano dietro la linea del fronte, il che significa che i civili devono attraversare i combattimenti per raggiungerli. Questa è una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Takruri : Perché pensi che sia stato progettato in questo modo? Aguilar : Ho capito che era intenzionale quando siamo arrivati al sito numero uno. Mi sono avvicinato all’argine per osservare la zona e ho visto i carri armati Merkava avanzare e sparare sulle posizioni. C’erano combattimenti. Colpi di mortaio, fuoco di artiglieria. Migliaia di palestinesi erano ammassati lungo il corridoio costiero, la strada costiera, perché non avevano nessun altro posto dove andare; vivevano sulla spiaggia. Vivono lì in rifugi di fortuna fatti di teloni perché non hanno nessun altro posto dove andare, le loro case sono state distrutte. E c’è questa lotta che infuria.Così ho guardato la mappa, ho valutato la situazione e sono tornato a parlare con l’esercito israeliano e con il capo del GHF. Ho detto loro: “Non possiamo distribuire aiuti da questi siti. Ci saranno molte vittime, ed è una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Non possiamo farlo”. Il comandante delle IDF ha completamente ignorato i miei avvertimenti: “Lo faremo comunque. Lo stiamo facendo. Non importa. Stiamo combattendo Hamas. Le Convenzioni di Ginevra non si applicano”.Ma poi, quando ho visto tutti questi siti e ho capito come erano stati progettati in quel modo, ho capito.Osservando la progettazione e il funzionamento di questi siti, mi è diventato molto chiaro che si trattava di sfollamenti forzati. Il governo israeliano, attraverso le Forze di Difesa Israeliane a Gaza, sta usando il cibo come esca per incitare i palestinesi a essere sfollati in massa verso sud. E non mi riferisco solo a poche centinaia di persone. Mi riferisco all’intera popolazione. Takruri : Hai trovato assurdo che coloro che deliberatamente hanno fatto morire di fame i palestinesi, gli israeliani, ora siano incaricati di sfamarli? Aguilar : Moralmente, eticamente, legalmente, umanitariamente: è aberrante, aberrante, aberrante. Sì, mi ha profondamente scioccato, ed è per questo che all’inizio ho pensato: “Queste persone non sanno quello che stanno facendo? O è involontario?”. Ma alla fine ho capito, ed è stato molto difficile per me, che è intenzionale. Takruri: Perché inizialmente hai pensato che non fosse intenzionale? Aguilar : Perché non pensavo che qualcuno potesse essere così malvagio. Takruri : Quindi, durante i vostri colloqui con i membri dell’IDF, come descrivevano le loro azioni? O come parlavano dei palestinesi che avrebbero dovuto sfamare? Aguilar : Gli israeliani non volevano sfamare i palestinesi. Anche ai livelli più bassi, i soldati dell’IDF a Gaza, nel mezzo del conflitto, un giorno mi chiesero a bruciapelo: “Perché state sfamando i nostri nemici?”. Risposi: “Beh, stiamo sfamando i civili”. “No, sono tutti nostri nemici. State sfamando i nostri nemici”. Insistetti: “Donne, bambini, anziani?”. “Sì, sono tutti nemici. Ogni palestinese è nostro nemico”. Ecco come la vedevano.Ma li trattavano anche come animali. Li chiamavano zombie. Si riferivano ai gruppi di palestinesi che si radunavano nei siti come a un'”orda di zombie”, disumanizzandoli, privandoli dell’acqua, sparandogli per costringerli a muoversi come animali in gabbia. È orribile. Takruri : E questa visione disumanizzante era presente anche tra i membri del GHF con cui hai lavorato, i tuoi colleghi? Aguilar : Assolutamente. L’imprenditore americano responsabile della sicurezza dei soldati americani armati a Gaza è il presidente nazionale dell’Infidels Motorcycle Club, un’associazione di veterani con sede negli Stati Uniti. Il loro statuto promuove la lotta al jihad e l’eliminazione di tutti i musulmani. È lui a fornire la sicurezza armata per la consegna del cibo a Gaza, una popolazione prevalentemente arabo-musulmana. Takruri : A parte queste motivazioni ideologiche, i lavoratori a contratto della GHF erano ben pagati? Aguilar : Questo tipo di lavoro è molto redditizio. Venivamo tutti pagati 1320 dollari al giorno. Era lo stipendio base. Un manager, un supervisore di cantiere o un caposquadra mobile guadagnava 1600 dollari al giorno.Con una tale somma, si può distogliere lo sguardo e dire a se stessi: “Non è un mio problema. Nessuno lo saprà”.Questi ragazzi andranno lì, diventeranno ricchi e torneranno a casa con 300.000 dollari dopo quattro o cinque mesi di lavoro. Immaginate: lavorare solo cinque mesi all’anno e diventare ricchi! È una fortuna.Per non parlare dei responsabili del contratto, che intascano milioni. Milioni. Questo progetto del complesso turistico “Gaza Riviera” porterà miliardi.È tutta una questione di soldi, ed è questo che è veramente scandaloso. Non è una questione di Hamas. Non è una questione di religione. Non è una questione di proprietà terriera. È una questione di soldi. E questo è disgustoso. Takruri : Volevo chiederti qual è la tua reazione al piano “Gaza Riviera” di Trump, trapelato, che prevede la ricostruzione di Gaza in un polo di investimenti e produzione. È coinvolto anche il Boston Consulting Group, che ha lavorato anche al piano di dispiegamento del GHF. Pensi che il GHF dovrebbe essere associato a questo progetto per rendere Gaza un territorio americano? Aguilar : Nel centro di controllo principale, dove si svolgono le operazioni, un grande poster a parete mostra un modello del futuro complesso industriale e turistico creato dal Boston Consulting Group. Questo modello è esposto al centro di controllo Kerem Shalom del GHF. Il GHF non è un’organizzazione umanitaria. E non gliene importa. Il loro unico obiettivo è impossessarsi di terreni. Takruri : Quando hai deciso di non essere più associato a questa attività? Aguilar : L’8 giugno ero al centro di controllo fuori Kerem Shalom e stavamo effettuando una distribuzione al sito numero due. Ero nella sala di controllo e guardavo tutto sullo schermo. La folla era fitta, davvero fitta. Le persone erano premute contro i muri di cemento all’interno delle recinzioni, circondate dal filo spinato.Un palestinese in mezzo alla folla ha raccolto alcuni bambini che venivano calpestati e schiacciati; erano piccoli. L’ufficiale di collegamento dell’IDF, un alto ufficiale del nostro centro operativo, ha guardato lo schermo e ha detto: “Portateli via immediatamente”. Ho visto la stessa cosa che ha visto lui. Ho pensato: “Le forze di sicurezza sul campo se ne stanno occupando. Stanno gestendo la situazione. Ma dai, sono bambini. Calmatevi. Sono bambini”.”Portateli via da lì. Non è sicuro. Portateli fuori”, insistette l’ufficiale delle IDF.Ho pensato tra me e me: “Sono solo bambini. Sono scalzi. Non hanno armi. Non hanno niente in mano. Uno di loro non ha nemmeno una maglietta. Calmati.”Tornò in ufficio, contattò i suoi uomini via radio, poi tornò da me. C’era un americano nel nostro centro operativo che capiva e parlava un po’ di ebraico. Mi disse: “Ha solo ordinato ai suoi cecchini di abbatterli”.Così, quando quell’ufficiale tornò, gli chiesi: “Hai appena ordinato ai tuoi cecchini del posto numero due di sparare a quei bambini?”. Lui rispose: “Beh, se non lo fai tu, lo farò io”. E io replicai: “Non si spara ai bambini”.Mentre parlavamo, i bambini sono corsi fino al bordo del muro e sono saltati giù per scappare. Erano spaventati. Non volevano stare lì. Meno male che non abbiamo dovuto vedere cosa stava per succedere.Ma in quel momento, il responsabile dei contratti di Safe Reach Solutions, il capo, se vogliamo, che era al centro delle operazioni, mi chiamò e mi disse: “Tony, non dire mai di no al cliente”. Gli risposi: “Cosa intendi con ‘non dire mai di no al cliente’?”. Lui rispose: “L’esercito israeliano è un nostro cliente. Lavoriamo per loro. Prendono le decisioni”. E io replicai: “Anche quando ci ordinano di uccidere i bambini?”. Lui rispose: “Le loro decisioni, il loro modo di condurre questa guerra, chi decidono di uccidere o meno, non sono affari nostri. È un contratto. Sono affari. Non dire di no al nostro cliente”. Takruri : E a quel punto ti sei dimesso? Aguilar : Gli ho detto: “Smetto”. Takruri : Per quanto ne sai, quante persone sono state uccise finora in questi siti GHF? Aguilar : Dall’inizio delle operazioni, il 26 maggio, migliaia di persone sono state colpite. Non solo le centinaia, ma anche le migliaia di vittime documentate dalle Nazioni Unite, da Medici Senza Frontiere e da altre organizzazioni, in particolare presso l’ospedale Nasser e gli ospedali di Khan Younis, situati nelle immediate vicinanze delle aree colpite, che hanno registrato massicci afflussi di vittime negli stessi orari e date delle distribuzioni di cibo. Ma centinaia di corpi sono sepolti fuori da questi siti, semplicemente coperti dalle macerie, spostati dalle ruspe e sepolti sottoterra. Takruri : Quindi, cosa vuoi che sappiano gli americani, voi che siete tra i pochi americani che sono andati a Gaza durante questo genocidio? Aguilar : Gli Stati Uniti sono in combutta con il governo israeliano per commettere un genocidio. Ciò che sta accadendo a Gaza non è una conseguenza sfortunata della guerra. È un atto deliberato: lo sfollamento delle popolazioni, le espulsioni, la distruzione, la pulizia etnica, il genocidio. È intenzionale.Svegliati, America. Se restiamo a guardare e lasciamo che questo accada lì, accadrà anche qui.Signore e signori, questo è un resoconto diretto e schietto della brutalità e del genocidio perpetrati dagli israeliani contro il popolo palestinese, nonché della complicità concreta e concreta delle aziende private americane. Naturalmente, a questo si aggiungono i miliardi di dollari investiti dagli Stati Uniti in tecnologia, sistemi di sorveglianza, equipaggiamento militare, intelligence, gruppi d’attacco di portaerei, bombe, missili, aerei da combattimento e altre munizioni, per non parlare del supporto e dell’assistenza diretta della CIA.Stiamo parlando di miliardi di dollari provenienti dal governo degli Stati Uniti, miliardi di dollari provenienti dalle aziende high-tech americane e centinaia di milioni di dollari provenienti da miliardari del settore privato, tutti destinati ad annientare milioni di persone innocenti in patria. L’obiettivo? Permettere a questi miliardari (principalmente sionisti) di creare una Riviera Mediterranea, una Las Vegas galleggiante, da cui i Jared Kushner, gli Steve Witkoff, le Miriam Adelson e i Donald Trump di questo mondo possano accumulare ancora più miliardi, frutto dei loro crimini, nelle loro casse corrotte.Nel mio messaggio di domenica scorsa, intitolato ” Nessun ‘ cristiano ‘ può continuare a sostenere lo Stato di Israele “, ho affermato:” Questi ultimi due anni hanno rivelato la vera natura dello Stato di Israele.Il mondo intero è testimone della totale depravazione, dell’assoluta assenza di coscienza morale e dello stupefacente grado di supremazia razziale pubblicamente dimostrato in Israele.Due anni di pulizia etnica; due anni di massacri; due anni di carestia diffusa; due anni di genocidio; due anni di menzogne e inganni; due anni di manipolazione politica; due anni di dominio israeliano sui presidenti e sui parlamenti degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale; due anni di uno stato israeliano canaglia e fuori controllo: tutto questo è ormai cristallino.Stiamo scoprendo ora quanto sia depravato e degenerato lo spirito israeliano: è semplicemente scioccante ! Il giornalista Max Blumenthal (ebreo lui stesso) ha raccontato i dettagli di quest’ultima atrocità israeliana. Parafraso le sue parole:Un’unità dell’esercito israeliano ha ripetutamente violentato un civile palestinese, un uomo senza alcun legame con Hamas, in una prigione israeliana nel deserto del Negev. I soldati hanno filmato i ripetuti stupri.Un generale israeliano, addetto legale dell’esercito, non è stato in grado di perseguire gli stupratori perché in tutto Israele erano scoppiate rivolte a favore dello stupro. I riservisti dell’esercito assediarono le basi militari e si ribellarono, entrando con la forza negli edifici e dichiarando innocenti gli stupratori.E la gerarchia militare li lasciò liberi.Uno di loro, il principale stupratore, è persino apparso in televisione nazionale e in programmi di dibattito, come una sorta di eroe nazionale e vittima.Frustrato, il consulente legale fece trapelare il video.Il 7 ottobre, Israele, i media americani e personalità politiche di entrambi i partiti hanno accusato Hamas di aver aggredito sessualmente israeliani. Nessuna di queste accuse è stata supportata da prove forensi. Nessuna prova!Eppure, ci sono degli psicopatici nell’esercito israeliano che si filmano ripetutamente mentre violentano questo innocente palestinese, e l’unica preoccupazione di Netanyahu è che questo incidente possa danneggiare l’immagine di Israele.Il generale che ha diffuso il video al pubblico è stato arrestato e andrà in prigione, mentre gli stupratori sono liberi di vivere la loro vita senza alcuna responsabilità o ripercussione. Blumenthal : Questo scandalo dovrebbe dimostrare quanto profondamente depravato e malato sia Israele e quanto corrotto sia il suo sistema politico.Illustra l’intera visione del mondo sionista, dove, per due anni, li abbiamo visti commettere un genocidio, perpetrare un olocausto di bambini nella Striscia di Gaza, far morire di fame deliberatamente la popolazione, e ora si dipingono come vittime perché le persone rifiutano la loro visione politica del mondo, rifiutano Israele.E in questo caso specifico, abbiamo immagini, immagini documentate, indiscutibili, che nessuno contesta, né Netanyahu né questi soldati, dello stupro di un prigioniero palestinese innocente, rapito nella Striscia di Gaza.BASTA!Basta con queste sciocchezze: “Gli israeliani sono il popolo eletto da Dio”.Basta con queste sciocchezze: “Dobbiamo benedire Israele per ricevere la benedizione di Dio”.Basta con queste sciocchezze: “L’Israele sionista è l’adempimento delle profezie bibliche”.BASTA! BASTA! BASTA!Gli evangelici che persistono nel sostenere lo stato satanico di Israele NON sono “cristiani”.In altre parole, non riflettono né il carattere né la persona di Cristo; non seguono i suoi insegnamenti. Per i loro atteggiamenti, le loro parole e le loro azioni, non possono essere definiti “discepoli di Cristo”.Ed ecco la dura realtà: in tutto il mondo, la gente non considera questi evangelici come cristiani. Vedono questi sionisti evangelici come impostori e burattini, che è esattamente ciò che sono.Aggiungendo il rapporto di Blumenthal alla testimonianza oculare del colonnello Aguilar, diventa chiaro che solo coloro che si rifiutano di vedere il male assoluto che emana da Tel Aviv, Israele, e Washington, Stati Uniti, possono ignorare questa realtà.Ascoltiamo ancora una volta le parole del colonnello Aguilar: ” Svegliati, America! Se restiamo a guardare e lasciamo che questo accada, accadrà anche qui “.Un uomo senza coscienza morale o empatia (Donald Trump) – che non batte ciglio quando le persone vengono assassinate a Gaza, in Cisgiordania, in Iran, Iraq, Siria e Libano, che non batte ciglio quando le persone vengono assassinate nelle acque caraibiche – non batterà ciglio nemmeno quando i cittadini americani vengono assassinati nelle strade d’America.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 4.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Oggi Al-Jolani ha visitato la Casa Bianca per un’altra sessione di immagini surreali:
MAGA: Rendere Al-Qaeda di nuovo grande
Si tratta di un uomo che fino a pochi mesi fa era ancora ricercato dall’FBI con una taglia di 10 milioni di dollari per il suo arresto e la sua cattura in qualità di ex capo della branca siriana di Al-Qaeda.
Qualcuno potrebbe chiedersi: perché questo doppio standard nel non sottolineare l’accoglienza riservata a Jolani da Putin un mese prima? Bisogna ammettere che il significato in questo caso è molto più grande: Al-Qaeda era il presunto nemico numero uno degli Stati Uniti, l’organizzazione responsabile dell’11 settembre, un evento il cui significato mitologico rivaleggia con quello dell’Olocausto. Vedere il capo di questa organizzazione sorridere nell’Ufficio Ovale, bisogna ammetterlo, è un contrasto molto più netto rispetto al suo arrivo nella Russia, a volte rivale.
In una scena ancora più bizzarra, Jolani era stato visto poco prima giocare a basket con i generali del CENTCOM, che in precedenza avrebbero dato la caccia a Jolani e alla sua banda in tutto il Levante dai loro affollati centri di comando:
Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, in visita negli Stati Uniti, ha giocato a basket con il capo del Comando Centrale statunitense Brad Cooper e il comandante della coalizione internazionale anti-ISIS in Iraq Kevin Lambert.
L’incontro avviene mentre circolano voci su negoziati tra Stati Uniti e Siria per una presenza aerea nell’aeroporto internazionale di Damasco, al fine di aiutare a monitorare il corridoio israelo-siriano, anche se le autorità siriane hanno smentito tali voci.
Segue inoltre un periodo di caos e confusione in Medio Oriente, mentre Israele continua la sua frenetica altalena tra guerra e pace nei confronti di tutti i paesi vicini, con le ultime voci che parlano di un nuovo conflitto con Hezbollah.
In un’intervista con Eric Prince della Blackwater, persino Steve Bannon, un tempo “orgoglioso sionista”, ora afferma che l’esercito israeliano è una forza completamente esaurita:
La storia ricorderà Joe Biden come uno dei più grandi maghi della politica estera machiavellica nella storia degli Stati Uniti. [Egli] ha provocato la Russia in un conflitto prolungato che poteva vincere, prosciugando le sue risorse e la sua forza lavoro, perdendo così la Siria, l’Iran, l’Armenia-slash-Azerbaigian e ora il Kazakistan. La Russia dipende completamente dalla Cina.
“Mi dispiace dirlo, ma dobbiamo fare i conti con il fatto che l’impero americano sembra avere la meglio.” E la gente dice: “Oh, sei un neoconservatore, stai facendo propaganda”. Guardiamo i fatti, ok?
Gli Stati Uniti hanno mediato un accordo tra Armenia e Azerbaigian, e ora le forze statunitensi stanno pattugliando il corridoio di Zangezur. Un’enorme vittoria strategica per gli Stati Uniti. Questo è il primo punto.
Secondo, il Kazakistan ha appena concluso un importante accordo economico con gli Stati Uniti. Si tratta di ingenti investimenti negli Stati Uniti e di un importante accordo sulle risorse e sui minerali. Il Kazakistan faceva parte dell’Unione Sovietica ed è un campo di battaglia tra Russia e Cina. Ora gli Stati Uniti hanno ottenuto una vittoria strategica.
La Siria era il più importante Stato cliente della Russia. La Russia aveva lì le sue uniche basi militari fuori dal proprio territorio, a Tartus e Latakia. E ora c’è un governo filo-occidentale: il governo di al-Jolani. Ora, ovviamente, si chiama al-Shara. La Russia deve negoziare anche solo per mantenere la base. Una grande vittoria strategica per gli Stati Uniti.
Cos’è l’Iran? Ora, qualunque cosa accada all’Iran, staremo a vedere. Ma la Russia è stata effettivamente costretta ad abbandonare l’Iran quando Israele ha bombardato l’Iran. La Russia non è venuta in loro aiuto e questo ha danneggiato le loro relazioni.
Ora, se gli Stati Uniti assicurano l’uscita di Maduro, lui se ne va.
Se guardiamo agli ultimi dieci anni, la Russia ha perso Venezuela, Armenia, Siria, Kazakistan e forse Iran. Ha guadagnato Mali, Burkina Faso e Niger. Non è un ottimo affare.
E hai ragione: per quanto riguarda la guerra in Ucraina, staremo a vedere. La Russia ha appena conquistato Pokrovsk e ora dicono che ci sarà una svolta perché l’Ucraina dovrà ritirarsi nelle sue fortificazioni più arretrate. Dicono che la Russia tenterà di raggiungere il fiume. Vedremo se succederà. Ma voglio dire, una guerra prolungata non fa bene a nessun Paese. E con questa guerra che tra pochi mesi entrerà nel suo quarto anno, non va bene. Non va bene per la Russia. Non credo che siano contenti di quanto territorio hanno guadagnato e di quanto sia costato.
Quindi ora i loro alleati: Cina, Corea del Nord e Bielorussia. E questo è ciò che hanno ottenuto dall’ECOWAS, alcuni di questi paesi dell’Africa occidentale. Non è una gran cosa.
Anche in Cina, c’è una buona probabilità che nei prossimi decenni vedremo cosa succederà. Ma c’è una buona probabilità che dovremo fare… Non credo che la Russia voglia questa soluzione, ma questi sono i fatti.
E qualunque sia la vostra opinione al riguardo, ciò non cambia il fatto che Scott Ritter ripete da anni che “l’Ucraina sta per crollare”. Bene, eccoci qui. Questi tizi come Scott Ritter hanno detto: “Tutto Israele sta per crollare. Per loro è finita”. Vi sembra che per loro sia finita? A me non sembra affatto. Dobbiamo essere onesti: l’impero americano, purtroppo, sembra stia vincendo. Ho detto purtroppo. Sfortunatamente, l’impero globale americano sembra stia vincendo.
La maggior parte di quanto sopra può essere facilmente smentito o respinto. Naturalmente, la verità non si trova mai agli estremi: certo, l’America ha ottenuto alcune quasi-vittorie, ma anche molte sconfitte discutibili.
Anche l’osservazione di Fuentes sul simile “successo” di Israele è discutibile. Si tratta per lo più di osservazioni superficiali che semplicemente non tengono conto delle conseguenze di secondo e terzo ordine che Israele, in particolare, ha provocato contro se stesso.
Basta dare un’occhiata alle turbolenze politiche all’interno dello Stato in declino; ecco il video di oggi della deputata della Knesset Naama Lazimi che attacca Netanyahu in una diatriba imperdibile dell’anno, per gentile concessione di RT:
Bibi rimane impassibile mentre il deputato Lazimi lo fa a pezzi alla Knesset
Le cose stanno davvero andando così bene per l’Impero?
L’approvazione di Trump è scesa del 50% tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni dall’inizio del 2025.
Le nuove proposte di mutui trentennali e dividendi di 2.000 dollari sotto forma di “helicopter money” basato sulle tariffe doganali sono state percepite da molti come uno schiaffo in faccia; quale “età dell’oro” richiede il ricorso disperato a tali espedienti estremi per evitare il collasso?
Tutti hanno assistito alla vittoria schiacciante dei democratici nelle recenti elezioni, con Mamdani che ha conquistato la corona di New York City perché i repubblicani si sono fatalmente aggrappati come amanti sfortunati alla nave che affonda della colonia genocida.
Nel frattempo, libera da tali sconvolgimenti sociali e sintomi di decadenza sociale, la Cina continua a dominare la corsa alla supremazia globale praticamente in ogni settore:
La Cina ha compiuto una rivoluzione nel campo dell’energia pulita, superando tutti i paesi occidentali nella sua produzione, scrive la rivista britannica The Economist.
Secondo la pubblicazione, il Paese ha installato quasi 900 gigawatt di capacità solare, più dell’Europa e degli Stati Uniti messi insieme. L’anno scorso, la Cina ha generato 1826 terawattora di elettricità da energia solare ed eolica, cinque volte l’energia equivalente di tutte le sue testate nucleari.
The Economist osserva che la Cina è diventata una “nuova superpotenza”, una superpotenza energetica. È in grado di produrre quasi un terawatt di energia rinnovabile all’anno, paragonabile a 300 grandi centrali nucleari. Grazie alla produzione su larga scala, il costo dell’energia è in costante diminuzione e la domanda interna stimola un’ulteriore crescita.
La Cina ha già superato la maggior parte degli impegni climatici assunti dopo l’accordo di Parigi e prevede di raddoppiare la capacità di energia rinnovabile e ridurre le emissioni entro il 2035.
Pechino sta anche esportando attivamente le proprie tecnologie. I paesi in via di sviluppo, dove si decide l’esito della lotta contro il cambiamento climatico, stanno diventando i principali consumatori di pannelli solari e apparecchiature per lo stoccaggio di energia cinesi.
Allo stesso tempo, secondo la pubblicazione, la trasformazione energetica della Cina non è guidata dall’altruismo, ma dal pragmatismo: il Paese sta riducendo i propri rischi climatici e rafforzando la propria posizione economica.
Considerando lo stato di degrado in cui versa l’Occidente, si può davvero sostenere in buona fede – senza ricorrere a mere riflessioni superficiali – che l’Occidente stia in qualche modo “vincendo”? Una civiltà vince quando vince la sua società, non quando progetti imperiali che arricchiscono solo il complesso militare-industriale e la classe dei donatori aggiungono qualche nuovo trofeo geopolitico a migliaia di chilometri di distanza. Non esiste attualmente una sola società occidentale che stia vivendo un trend positivo, simile a quello che stanno vivendo la Russia, con la sua rinascita culturale e sociale degli ultimi anni, o la Cina.
L’Occidente è degenerato in poco più che una cricca criminale di miliardari pervertiti che cinicamente stanno saccheggiando il pianeta fino all’ultimo centesimo. Ciò è stato brillantemente espresso dal presidente colombiano Gustavo Petro in un nuovo discorso, che è più che un addio appropriato:
Il presidente colombiano Petro:
«Una banda di pedofili vuole distruggere la nostra democrazia. Per impedire che venga resa pubblica la lista di Epstein, inviano navi da guerra per uccidere i pescatori e minacciano il nostro vicino di invasione per il suo petrolio. Vogliono trasformare la regione in un’altra Libia, piena di schiavi».
Il tuo sostegno è inestimabile. Se ti è piaciuto leggere questo articolo, ti sarei molto grato se ti iscrivessi a un abbonamento mensile/annuale per sostenere il mio lavoro, in modo che io possa continuare a fornirti report dettagliati e approfonditi come questo.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 4.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
L’Islam non è intrinsecamente violento? Cosa ha impedito al mondo islamico di avere un’Illuminismo? Perché alcuni musulmani sono così propensi a tagliare le teste? Jonathan Cook esamina alcune percezioni errate comuni.
Graffiti dello Stato Islamico tra le rovine di Sinjar nel luglio 2019, dopo la guerra con lo Stato Islamico. (Levi Clancy/ Wikimedia Commons/ CC0 1.0)
A Una recente conversazione con un amico mi ha fatto capire quanto poco la maggior parte degli occidentali conosca l’Islam e quanto facciano fatica a distinguere tra Islam e islamismo.
Questa mancanza di conoscenza, coltivata in Occidente per mantenerci timorosi e solidali con Israele, crea proprio quelle condizioni che in origine hanno provocato l’estremismo ideologico in Medio Oriente e che alla fine hanno portato alla nascita di un gruppo come lo Stato Islamico.
Qui esamino quattro idee sbagliate comuni sui musulmani, l’Islam e l’islamismo, e sull’Occidente. Ognuna è un piccolo saggio a sé stante.
L’Islam è una religione intrinsecamente violenta, che porta naturalmente i suoi seguaci a diventare islamisti.
Non c’è nulla di unico o strano nell’Islam. L’Islam è una religione, i cui seguaci sono chiamati musulmani. Gli islamisti, invece, desiderano perseguire un progetto politico e utilizzano la loro identità islamica come mezzo per legittimare gli sforzi volti a promuovere tale progetto. Musulmani e islamisti sono due cose diverse.
Se questa distinzione non è chiara, pensate a un caso parallelo. L’ebraismo è una religione, i cui seguaci sono chiamati ebrei. I sionisti, invece, desiderano perseguire un progetto politico e utilizzano la loro identità ebraica come mezzo per legittimare gli sforzi volti a portare avanti tale progetto. Ebrei e sionisti sono due cose diverse.
In particolare, con l’aiuto delle potenze coloniali occidentali nel corso dell’ultimo secolo, un importante gruppo di sionisti ha ottenuto un grande successo nella realizzazione del proprio progetto politico. Nel 1948 hanno fondato uno Stato “ebraico” autoproclamato, Israele, espellendo con la violenza i palestinesi dalla loro patria.
Oggi, la maggior parte dei sionisti si identifica in qualche modo con lo Stato di Israele. Questo perché farlo è vantaggioso, dato che Israele è strettamente integrato nell’Occidente e identificarsi con esso comporta benefici materiali ed emotivi.
Il bilancio degli islamisti è stato molto più contrastante e variabile. La Repubblica dell’Iran è stata fondata da islamisti clericali nel corso della rivoluzione del 1979 contro il regime dispotico di una monarchia sostenuta dall’Occidente e guidata dallo Scià.
L’Afghanistan è governato dagli islamisti dei Talebani, giovani radicali emersi dopo che il prolungato intervento delle superpotenze sovietica e americana ha lasciato il loro Paese devastato e nelle mani di signori della guerra feudali. La Turchia, membro della NATO, è guidata da un governo islamista.
Ciascuno di essi ha un programma islamista diverso e contrastante. Questo fatto da solo dovrebbe evidenziare che non esiste un’ideologia “islamista” unica e monolitica. (Ne parleremo più avanti.)
Alcuni gruppi di islamisti cercano un cambiamento violento, altri vogliono un cambiamento pacifico, a seconda di come vedono il loro progetto politico. Non tutti gli islamisti sono fanatici decapitatori dello Stato Islamico.
Lo stesso si può dire dei sionisti. Alcuni cercano un cambiamento violento, altri vogliono un cambiamento pacifico, a seconda di come vedono il loro progetto politico. Non tutti i sionisti sono soldati genocidi e assassini di bambini inviati dallo Stato di Israele a Gaza.
Lo stesso tipo di distinzione può essere fatta tra la religione indù e l’ideologia politica dell’Hindutva.
L’attuale governo indiano, guidato da Narendra Modi e dal suo partito Bharatiya Janata Party, è fortemente ultranazionalista e anti-musulmano. Ma non c’è nulla di intrinseco nell’induismo che porti al progetto politico di Modi. Piuttosto, l’Hindutvaismo si adatta agli obiettivi politici di Modi.
E possiamo vedere tendenze politiche simili in gran parte della storia del cristianesimo, dalle crociate di mille anni fa alle conversioni forzate al cristianesimo dell’era coloniale occidentale, fino al nazionalismo cristiano moderno che prevale nel movimento MAGA di Trump negli Stati Uniti e domina i principali movimenti politici in Brasile, Ungheria, Polonia, Italia e altrove.
Il punto principale è questo: i seguaci dei movimenti politici possono attingere – e spesso lo fanno – al linguaggio delle religioni con cui sono cresciuti per razionalizzare i loro programmi politici e conferire loro una presunta legittimità divina. Tali programmi possono essere più o meno violenti, spesso a seconda delle circostanze in cui si trovano tali movimenti.
L’ossessione dell’Occidente di associare l’Islam, e non l’Ebraismo, alla violenza – anche quando uno Stato che si autodefinisce “ebraico” commette un genocidio – non ci dice assolutamente nulla su queste due religioni. Ma ci dice qualcosa sugli interessi politici dell’Occidente. Ne parleremo più avanti.
Ma l’Islam, a differenza del Cristianesimo, non ha mai attraversato un periodo di Illuminismo. Questo ci dice che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’Islam.
No, questa argomentazione fraintende completamente le basi socioeconomiche dell’Illuminismo europeo e ignora i fattori paralleli che hanno soffocato un precedente Illuminismo islamico.
L’Illuminismo europeo nacque da una specifica confluenza di condizioni socio-economiche prevalenti alla fine del XVII secolo.thsecolo, condizioni che hanno gradualmente permesso alle idee di razionalità, scienza e progresso sociale e politico di avere la priorità sulla fede e sulla tradizione.
L’Illuminismo europeo fu il risultato di un periodo di accumulo di ricchezza sostenuto, reso possibile dai precedenti sviluppi tecnologici, in particolare quelli relativi alla stampa.
“Lavoro nella tipografia”. Ernst Wiegand, Libreria editrice Lipsia 1909. (Wikimedia Commons/ Pubblico dominio)
Il passaggio dai testi scritti a mano ai libri prodotti in serie aumentò la diffusione delle informazioni e erose lentamente lo status della Chiesa, che fino ad allora era stata in grado di centralizzare il sapere nelle mani del clero.
Questo nuovo periodo di intensa ricerca scientifica, incoraggiato da un maggiore accesso al sapere delle precedenti generazioni di pensatori e studiosi, scatenò anche una marea politica che non poteva essere invertita. Con l’erosione dell’autorità della Chiesa venne meno anche l’autorità dei monarchi, che avevano governato in virtù di un presunto diritto divino.
Con il passare del tempo, il potere è diventato più decentralizzato e i principi democratici fondamentali hanno gradualmente guadagnato terreno.
Le conseguenze si sarebbero manifestate nei secoli successivi. Il fiorire di idee e ricerche portò a miglioramenti nella costruzione navale, nella navigazione e nella guerra, che permisero agli europei di viaggiare verso terre più lontane. Lì furono in grado di saccheggiare nuove risorse, sottomettere le popolazioni locali resistenti e ridurne alcune in schiavitù.
Questa ricchezza fu riportata in Europa, dove permise a una ristretta élite di condurre una vita sempre più lussuosa. Le eccedenze furono spese per patrocinare artisti, scienziati, ingegneri e pensatori che associamo all’Illuminismo.
Questo processo ha subito un’accelerazione con la rivoluzione industriale, che ha aumentato le sofferenze dei popoli di tutto il mondo. Con il miglioramento delle tecnologie europee, l’aumento dell’efficienza dei sistemi di trasporto e la maggiore letalità delle armi, l’Europa si è trovata in una posizione sempre più favorevole per estrarre ricchezza dalle sue colonie e impedirne lo sviluppo economico, sociale e politico.
Spesso si presume che nel mondo islamico non ci sia stata alcuna Illuminismo. Questo non è del tutto vero. Secoli prima dell’Illuminismo europeo, l’Islam ha prodotto un grande fiorire di saggezza intellettuale e scientifica.
Per quasi 500 anni, a partire dall’8thNel IX secolo, il mondo islamico era all’avanguardia nello sviluppo dei campi della matematica, della medicina, della metallurgia e della produzione agricola.
Allora perché l’Illuminismo islamico non è proseguito e approfondito fino al punto da poter sfidare l’autorità dell’Islam stesso?
C’erano diverse ragioni, e solo una – forse la meno significativa – è legata alla natura della religione.
L’Islam non ha un’autorità centrale, equivalente al Papa o alla Chiesa d’Inghilterra. È sempre stato più decentralizzato e meno gerarchico rispetto al Cristianesimo. Di conseguenza, i leader religiosi locali, sviluppando le proprie interpretazioni dottrinali dell’Islam, sono stati spesso in grado di rispondere meglio alle richieste dei propri fedeli.
Allo stesso modo, la mancanza di un’autorità centralizzata da biasimare o contestare ha reso più difficile creare lo slancio necessario per una riforma in stile europeo.
Ma, come nel caso dell’emergere dell’Illuminismo europeo, l’assenza di un vero e proprio Illuminismo nel mondo musulmano è in realtà radicata in fattori socio-economici.
Le macchine da stampa che hanno liberato la conoscenza in Europa hanno creato un grave handicap per il Medio Oriente.
Gli alfabeti romani europei erano facili da stampare, dato che le lettere dell’alfabeto erano distinte e potevano essere disposte in un ordine semplice — una lettera dopo l’altra — per formare parole, frasi e paragrafi interi. Pubblicare libri in inglese, francese e tedesco era relativamente semplice.
Lo stesso non si può dire dell’arabo.
Iscrizione calligrafica del sultano Mahmud II, 1800. (Museo Sakip Sabanci/ Wikimedia Commons/ Dominio pubblico)
L’arabo ha una scrittura complessa, in cui le lettere cambiano forma a seconda della loro posizione all’interno di una parola, e la sua scrittura corsiva fa sì che ogni lettera sia fisicamente collegata alla lettera precedente e a quella successiva. La lingua araba era quasi impossibile da riprodurre su queste prime macchine da stampa.
(Chiunque sottovaluti questa difficoltà dovrebbe ricordare che Microsoft Word ha impiegato molti anni per sviluppare una scrittura araba digitale leggibile, molto tempo dopo averlo fatto per le scritture romane).
Qual era il significato di tutto questo? Significava che gli studiosi europei potevano recarsi nelle grandi biblioteche del mondo islamico, copiare e tradurre i loro testi più importanti e riportarli in Europa per pubblicarli su larga scala.
La conoscenza in Europa, attingendo alle ricerche avanzate del mondo musulmano, si diffuse rapidamente, dando vita ai primi germogli dell’Illuminismo.
Al contrario, il Medio Oriente non disponeva dei mezzi tecnici necessari — principalmente a causa della complessità della scrittura araba — per replicare questi sviluppi in Europa. Con l’avanzata della scienza occidentale, il mondo islamico rimase progressivamente indietro, senza mai riuscire a recuperare il ritardo.
Ciò avrebbe avuto una conseguenza fin troppo ovvia. Con il miglioramento delle tecnologie europee di trasporto e conquista, alcune parti del Medio Oriente divennero oggetto della colonizzazione e del controllo europei, dai quali faticarono a liberarsi.
L’ingerenza occidentale aumentò drasticamente all’inizio del 20thsecolo con l’indebolimento e poi il crollo dell’impero ottomano, seguito poco dopo dalla scoperta di grandi quantità di petrolio in tutta la regione.
L’Occidente ha governato attraverso brutali sistemi di divide et impera, alimentando le differenze settarie nell’Islam, come quelle tra sunniti e sciiti, equivalenti ai protestanti e ai cattolici in Europa.
Più di 100 anni fa, Gran Bretagna e Francia imposero nuovi confini che attraversavano intenzionalmente le linee settarie e tribali per creare Stati nazionali altamente instabili, come l’Iraq e la Siria. Ciascuno di essi sarebbe rapidamente imploso quando le potenze occidentali avrebbero ricominciato a interferire direttamente nei loro affari nel XXI secolo.
Ma fino a quel momento, l’Occidente ha tratto vantaggio dal fatto che questi Stati instabili avevano bisogno di un uomo forte locale: un Saddam Hussein o un Hafez al-Assad. Questi governanti, a loro volta, cercavano il sostegno di una potenza coloniale, in genere la Gran Bretagna o la Francia, per mantenere il potere.
In breve, l’Europa è arrivata per prima all’Illuminismo principalmente grazie a un semplice vantaggio tecnico, che non aveva nulla a che vedere con la superiorità dei suoi valori, della sua religione o del suo popolo. Per quanto possa essere deludente sentirlo dire, il dominio spettacolare dell’Europa può essere spiegato semplicemente con i suoi copioni.
Ma forse, cosa ancora più importante in questo contesto, quel dominio non ha messo in luce una cultura occidentale particolarmente “civilizzata”, bensì una brama nuda e cruda che ha ripetutamente devastato le comunità musulmane.
Una volta che l’Occidente ha preso il sopravvento nella corsa al controllo delle risorse, tutti gli altri si sono trovati a dover giocare una difficile partita di recupero, in cui le probabilità erano tutte contro di loro.
Va bene, ma il fatto è che il Medio Oriente è pieno di persone – musulmani – che vogliono tagliare la testa agli “infedeli”. Non puoi dirmi che una religione che insegna alle persone a odiare in questo modo sia normale.
«Ci odiano per la nostra libertà» — il memorabile slogan di George W. Bush — nasconde molto più di quanto riveli. Il sentimento potrebbe essere espresso meglio così: «Ci odiano per la libertà che abbiamo fatto in modo di negare loro».
I progetti politici variamente attribuiti all’islamismo hanno origini molto più recenti di quanto la maggior parte degli occidentali creda.
I primi movimenti islamici, emersi 100 anni fa sulla scia della caduta dell’impero ottomano, erano principalmente impegnati nella ricerca di modi per rafforzare le proprie società attraverso opere di beneficenza.
I loro progetti politici più ambiziosi rimasero marginali rispetto al fascino molto più forte esercitato dal nazionalismo arabo laico, sostenuto da una serie di uomini forti che salirono al potere, solitamente sulla scia delle potenze coloniali britannica e francese.
Fu proprio la guerra del 1967, in cui Israele sconfisse rapidamente i principali eserciti arabi di Egitto, Siria e Giordania, a provocare l’emergere di quello che, negli anni ’70, gli studiosi chiamavano “Islam politico”.
La guerra del 1967 fu una grave umiliazione per il mondo arabo, che si aggiunse alla ferita ancora aperta della Nakba del 1948, quando gli Stati arabi non furono in grado, né disposti, ad aiutare i palestinesi a salvare la loro patria dalla colonizzazione europea e a impedire che fosse sostituita da uno Stato dichiaratamente “ebraico”.
Era un doloroso promemoria del fatto che il mondo arabo non era stato seriamente modernizzato sotto i suoi autocrati sostenuti dall’Occidente.
Piuttosto, la regione languiva in un arretramento imposto che contrastava con i vantaggi finanziari, organizzativi, militari e diplomatici che l’Occidente aveva elargito a Israele – vantaggi evidenti nel sostegno incondizionato dell’Occidente a Israele mentre porta avanti il suo attuale genocidio a Gaza.
Gli occidentali potrebbero rimanere sorpresi dalle scene di strada nelle città arabe secolari alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70. Le foto e i film dell’epoca mostrano spesso un ambiente alla moda e vivace, almeno per le élite urbane, in cui le donne indossavano minigonne e camicette scollate. Alcune zone di Damasco (qui sotto nel 1970) e Teheran assomigliavano più a Parigi o Londra.
Un mercato a Teheran, 1970. (salijoon.us/ Wikimedia Commons/ Pubblico dominio)
Ma l’occidentalizzazione delle élite arabe laiche e il loro evidente fallimento nel difendere i propri paesi da Israele nella guerra del 1967 hanno scatenato richieste di riforme politiche, soprattutto tra alcuni giovani disillusi e radicalizzati. Essi ritenevano che le false promesse dell’Occidente e la crescente decadenza in stile occidentale avessero reso le società musulmane compiacenti, frammentate, deboli e sottomesse.
Era necessario un progetto politico che trasformasse la regione, rendendola più dignitosa e resiliente, pronta a lottare per la liberazione dal controllo occidentale e contro lo Stato cliente altamente militarizzato dell’Occidente, Israele.
Non dovrebbe sorprendere che questi movimenti riformisti abbiano trovato ispirazione in un Islam politicizzato che avrebbe chiaramente demarcato il loro programma dall’Occidente coloniale e purificato le loro società dalla sua influenza corruttrice.
Era anche naturale che creassero una storia delle origini che infondesse forza: un racconto di un’«epoca d’oro» dell’Islam primitivo, quando una comunità musulmana più devota e unita era stata ricompensata da Dio con la rapida conquista di vaste aree del globo. L’obiettivo degli islamisti era quello di tornare a quest’epoca in gran parte mitica, ricostruendo il mondo musulmano frammentato in un califfato, un impero politico radicato negli insegnamenti dello stesso Profeta.
Manoscritto con illustrazione di Yahya ibn Vaseti rinvenuto nella Maqama di Hariri conservata presso la Bibliothèque Nationale de France. Immagine risalente al XIII secolo raffigurante una biblioteca con alcuni studenti. (Zereshk/ Wikimedia Commons/ Pubblico dominio)
È interessante notare che, paradossalmente, l’Islam politico e il movimento sionista più laico condividevano molti temi ideologici.
Il sionismo cercava espressamente di reinventare l’ebreo europeo, al quale, secondo il pensiero sionista, veniva attribuita una debolezza che lo rendeva fin troppo facilmente vittima di persecuzioni e, in ultima analisi, dell’Olocausto nazista. Uno Stato ebraico avrebbe presumibilmente riportato il popolo ebraico nelle terre dei suoi antenati e rinnovato il suo potere, riecheggiando la mitica età dell’oro degli Israeliti. Uno Stato ebraico avrebbe dovuto ricostruire il carattere del popolo ebraico mentre lavorava duramente per se stesso, coltivando la terra come agricoltori-guerrieri muscolosi e abbronzati. E lo Stato ebraico avrebbe garantito la sicurezza del popolo ebraico attraverso una potenza militare che avrebbe impedito ad altri di interferire nei suoi affari.
Agli islamisti, a differenza dei sionisti, ovviamente, non sarebbe stato offerto alcun aiuto da parte delle potenze occidentali per realizzare il loro sogno politico.
Al contrario, la loro visione offriva consolazione in un momento di fallimento e stagnazione per il mondo arabo. Gli islamisti promettevano un cambiamento radicale delle sorti attraverso un programma d’azione chiaro, utilizzando un linguaggio e concetti religiosi già familiari ai musulmani.
L’islamismo aveva un ulteriore vantaggio: era difficile da falsificare.
Il fallimento di questi movimenti nel rimuovere l’influenza occidentale dal Medio Oriente o nel sconfiggere Israele non ha necessariamente minato la loro influenza o popolarità. Al contrario, ciò potrebbe essere utilizzato per rafforzare l’argomentazione a favore di un’intensificazione dei loro programmi: attraverso un’applicazione più rigorosa del dogma, un approccio più estremo alla rettitudine islamica e operazioni più violente.
Questa stessa logica ha portato alla nascita di Al Qaeda e al culto della morte dello Stato Islamico.
Quello che sta succedendo a Gaza è terribile, ma Hamas è proprio come lo Stato Islamico. Se non possiamo permettere allo Stato Islamico di conquistare il Medio Oriente, non possiamo aspettarci che Israele lasci che Hamas lo faccia a Gaza.
Risiedo nel Regno Unito e quindi rispondere a questa domanda è difficile senza rischiare di violare la severissima legge britannica sul terrorismo. La sezione 12 prevede una pena detentiva fino a 14 anni per chiunque esprima un’opinione che possa indurre i lettori ad avere una visione più favorevole di Hamas.
Il fatto che la Gran Bretagna abbia messo fuori legge la libertà di parola quando si tratta del movimento politico che governa Gaza – oltre alla messa al bando dell’ala militare di Hamas – è rivelatore dei timori occidentali di consentire una discussione adeguata e aperta sulle relazioni tra Israele e Gaza. In effetti, si può applaudire l’uccisione di massa dei bambini di Gaza da parte dell’esercito israeliano senza conseguenze, ma lodare i politici di Hamas per aver firmato un cessate il fuoco rasenta l’illegalità.
Le seguenti osservazioni devono essere comprese in questo contesto altamente restrittivo. È impossibile parlare sinceramente di Gaza in Gran Bretagna per motivi legali, mentre le pressioni sociali e ideologiche rendono altrettanto difficile farlo in altri Stati occidentali.
L’idea che Hamas e lo Stato Islamico siano la stessa cosa, o ali diverse della stessa ideologia islamista, è uno dei cavalli di battaglia di Israele. Ma è una sciocchezza bella e buona.
Come dovrebbe essere chiaro da quanto sopra esposto, lo Stato Islamico è il vicolo cieco ideologico e morale in cui il pensiero islamista è stato spinto da decenni di fallimenti, non solo nel creare un califfato moderno, ma anche nell’avere un impatto significativo sull’interferenza occidentale in Medio Oriente. Attraverso ripetuti fallimenti, l’islamismo era destinato prima o poi ad arrivare al nichilismo.
La domanda ora è: dopo aver toccato il fondo, quale sarà il prossimo passo dell’islamismo? Ahmed al-Sharaa, ex leader di Al Qaeda i cui seguaci hanno contribuito a rovesciare il governo di Bashar al-Assad in Siria e che è diventato presidente di transizione del Paese all’inizio del 2025, potrebbe fornire un indizio.
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia Tom Barrack ha incontrato Ahmed al-Sharaa in Siria nel maggio 2025. (Ambasciatore Tom Barrack/ Wikimedia Commons/ Pubblico dominio)
Il tempo – e l’interferenza occidentale e israeliana in Siria – lo diranno senza dubbio.
Esistono tuttavia differenze molto evidenti tra lo Stato Islamico e Hamas che gli occidentali interpretano erroneamente solo perché siamo stati tenuti completamente all’oscuro della storia di Hamas e della sua evoluzione ideologica, principalmente per impedirci di comprendere che tipo di Stato sia Israele.
Lo Stato Islamico mira a dissolvere i confini nazionali imposti dall’Occidente al Medio Oriente per creare un impero teocratico globale e transnazionale, il califfato, governato da una rigida interpretazione della legge della Sharia.
A differenza delle posizioni massimaliste dello Stato Islamico, Hamas ha sempre avuto ambizioni molto più limitate. Infatti, i suoi obiettivi sono in contrasto con quelli dello Stato Islamico. Piuttosto che dissolvere i confini degli Stati nazionali, Hamas vuole creare proprio tali confini per il popolo palestinese, istituendo uno Stato palestinese.
Hamas è principalmente un movimento di liberazione nazionale che vuole ricostruire la società palestinese e liberarla dalla violenza strutturale insita nell’espropriazione del popolo palestinese e nell’occupazione illegale delle sue terre da parte di Israele.
Per questo motivo lo Stato Islamico considera Hamas come un gruppo di apostati. Ricordiamo che durante i due anni di genocidio a Gaza, Israele ha sostenuto e armato bande criminali, principalmente quelle guidate da Yasser Abu Shabab, che hanno legami evidenti con lo Stato Islamico.
Israele ha reclutato questi collaboratori dello Stato Islamico a Gaza per contribuire a indebolire le forze di Hamas, relativamente più moderate dal punto di vista ideologico. Cosa suggerisce questo riguardo alle vere intenzioni di Israele nei confronti di Gaza e, più in generale, del popolo palestinese?
Hamas ha un’ala politica che ha contestato e vinto le elezioni a Gaza nel 2006 e governa Gaza da quasi due decenni. Durante questo periodo non ha imposto la legge della Sharia, sebbene il suo governo sia socialmente conservatore. Hamas ha anche protetto le chiese dell’enclave, molte delle quali ora bombardate da Israele, e ha permesso alle comunità cristiane di praticare il culto e integrarsi con le comunità musulmane.
Lo Stato Islamico, al contrario, rifiuta le elezioni e le istituzioni democratiche ed è brutalmente intollerante non solo nei confronti dei non musulmani, ma anche delle comunità musulmane non sunnite, come gli sciiti, e dei sunniti non credenti.
Un’altra differenza degna di nota è che Hamas ha limitato la sua violenza militare agli obiettivi israeliani e non ha condotto operazioni al di fuori della regione. Lo Stato Islamico, invece, ha incitato alla violenza contro chi si oppone al suo programma islamista e ha scelto obiettivi occidentali da attaccare.
Come accennato in una sezione precedente, il nazionalismo di Hamas e il nazionalismo sionista di Israele si richiamano a vicenda.
Entrambi considerano l’area compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo come esclusivamente loro. Entrambi hanno un programma implicito di uno Stato unico. Nonostante il sionismo sia nato come movimento laico, entrambi attingono a giustificazioni religiose per le loro rivendicazioni territoriali.
Alla fine, Hamas ha concluso che rispecchiare la violenza di Israele è l’unico modo per liberare i palestinesi da quella violenza. Deve infliggere un costo così alto a Israele che quest’ultimo sceglierà di arrendersi.
I termini della resa chiesti da Hamas a Israele sono cambiati nel corso degli anni: dalla Palestina storica alle terre occupate nel 1967.
Gli occidentali sono stati incoraggiati a ignorare questo ammorbidimento della posizione ideologica di Hamas – la sua riluttante e implicita accettazione di una soluzione a due Stati – e a concentrarsi invece sulla sua fuga nell’ottobre 2023 dal brutale e illegale assedio di Gaza da parte di Israele, durato 17 anni.
Forse ciò che più ha colpito dopo che Hamas ha ceduto sulle sue richieste territoriali massimaliste è stata la risposta di Israele. Il Paese ha assunto una posizione ancora più dura e intransigente nella ricerca dell’espansione territoriale ebraica, al punto che ora sembra perseguire un progetto di Grande Israele che include l’occupazione del Libano meridionale e della Siria occidentale.
I sionisti religiosi nel governo israeliano, compresi gli autoproclamati fascisti ebrei Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, sembrano ora saldamente al comando. Forse è ora di concentrarsi un po’ meno su ciò che stanno facendo gli islamisti e iniziare a preoccuparsi molto di più di ciò che i governanti sionisti estremisti di Israele hanno in serbo per il mondo.
Jonathan Cook è un pluripremiato giornalista britannico. Ha vissuto a Nazareth, in Israele, per 20 anni. È tornato nel Regno Unito nel 2021. È autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese: Blood and Religion: The Unmasking of the Jewish State (2006), Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East(2008) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair (2008). Se apprezzate i suoi articoli, vi invitiamo a prendere in considerazione la possibilità di offrire il vostro sostegno finanziario.
L’audace reset della Siria con la Russia: La scommessa di al-Sharaa di Horizon Geopolitics
Il governo di Al-Sharaa ha abbandonato i vecchi schemi di dipendenza e scontro che hanno caratterizzato l’era di Assad. Cerca invece la stabilità attraverso l’equilibrio.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 4.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
Un anno dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad, la Siria sta tranquillamente ricostruendo sia le sue istituzioni interne che il suo posto nella regione. Sotto il suo presidente provvisorio, Ahmad al-Sharaa, il Paese sta adottando un approccio molto più pragmatico ed equilibrato alla politica estera rispetto a qualsiasi altro momento degli ultimi decenni.
Piuttosto che affidarsi a un alleato dominante o adottare una posizione ideologica, la nuova leadership siriana sta cercando di mantenere buone relazioni con tutte le principali potenze regionali, evitando nuovi conflitti. La strategia generale è quella di mantenere la Siria stabile, ricostruire la sua economia e ripristinare la sua sovranità dopo oltre un decennio di guerra devastante.
Questo cambiamento non significa che la Siria sia priva di problemi o pienamente indipendente. L’esercito è debole, l’economia è in rovina e alcune parti del Paese restano divise tra gruppi etnici e settari. Ma scegliendo la cooperazione anziché lo scontro, Damasco sta segnalando che comprende i limiti del suo potere e che deve usare la diplomazia e l’equilibrio per sopravvivere.
Il 15 ottobre 2025, il Presidente Ahmad al-Sharaa ha visitato il Presidente russo Vladimir Putin a Mosca. È stato il suo primo viaggio ufficiale all’estero da quando è entrato in carica dopo la cacciata di Assad nel dicembre 2024. La visita ha segnato un punto di svolta: ha segnalato che la Siria non stava rompendo con la Russia, ma piuttosto stava reimpostando le relazioni su nuovi e più equi termini.
I colloqui hanno riguardato diversi argomenti principali:
Lo stato delle basi militari russe in Siria, situati a Tartus e Khmeimim, che Mosca ha istituito anni fa per sostenere Assad.
Cooperazione economica e umanitariasoprattutto le continue forniture di petrolio e grano da parte della Russia, che tengono a galla la fragile economia siriana.
Il futuro giuridico e politico dell’ex presidente Assadche rimane in esilio in Russia e che Damasco vuole estradare per processarlo.
Al-Sharaa avrebbe rassicurato Putin sul fatto che le basi russe e gli accordi esistenti rimarranno in vigore durante la transizione politica della Siria. Putin, da parte sua, si è congratulato con la Siria per le recenti elezioni parlamentari e ha espresso sostegno agli sforzi di ricostruzione.
Questo incontro ha fatto seguito alla precedente diplomazia dell’estate, quando il ministro degli Esteri siriano ad interim si è recato a Mosca e ha ricevuto l’invito di al-Sharaa a venire. La sequenza di visite mostra un piano chiaro: La Siria vuole mantenere la cooperazione con la Russia, segnalando al contempo che ora opera in modo indipendente da qualsiasi singolo patrono straniero.
Il ruolo ridotto ma duraturo della Russia
Sebbene la Russia abbia ridotto la sua presenza militare in Siria – rimuovendo armi avanzate come il sistema di difesa aerea S-400 e inviando molte truppe in patria – mantiene ancora una piccola ma simbolica impronta militare. Tra queste, alcuni aerei ad ala fissa ed equipaggi ridotti nelle due basi costiere.
Queste basi sono molto importanti per Mosca. Forniscono alla Russia:
Accesso al Mar Mediterraneo, che le conferisce una presenza strategica vicino al fianco meridionale dell’Europa.
La leva finanziaria in Medio Orientedove la sua influenza diretta è diminuita dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Influenza politica a Damascoche rimane dipendente dalle forniture energetiche russe.
Le continue spedizioni di petrolio e di grano da parte della Russia hanno lo stesso scopo di mantenere l’influenza che di fornire aiuti. Al contrario, l’Iran, l’altro grande sostenitore di Assad, ha ritirato completamente le sue forze dopo la caduta di Assad, abbandonando oltre un decennio di investimenti in infrastrutture militari.
Come il passato della Siria ha plasmato il suo pragmatismo
Per comprendere il nuovo approccio della Siria, è utile guardare indietro alla sua storia. Da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1946, la Siria ha ripetutamente cambiato rotta in politica estera per bilanciare le potenze concorrenti.
Negli anni Cinquanta cercò di rimanere neutrale durante la Guerra Fredda, ma presto cadde sotto l’influenza del leader egiziano Gamal Abdel Nasser, unendosi a lui in un’unione di breve durata chiamata Repubblica Araba Unita (1958-1961). Dopo il fallimento di questo esperimento, la Siria si è avvicinata all’Unione Sovietica, in parte per contrastare Israele e in parte per trovare un partner affidabile per la difesa.
Quando Hafez al-Assad salì al potere nel 1970, approfondì i legami con Mosca ma mantenne la Siria relativamente indipendente. Permise ai sovietici di aprire una base navale a Tartus, ma si assicurò che la Siria non diventasse mai uno Stato satellite a tutti gli effetti. Suo figlio Bashar ha continuato questo rapporto fino alla guerra civile iniziata nel 2011, che ha reso la Siria fortemente dipendente dalla potenza militare russa.
Ora che Bashar al-Assad non c’è più, il presidente al-Sharaa sta cercando di ripristinare l’indipendenza della Siria perseguendo una politica estera “senza nemici”: lavorare con tutti e non confrontarsi con nessuno.
Una nazione che si ricostruisce dalla rovina
Le sfide interne della Siria sono immense. Tredici anni di guerra civile hanno distrutto la maggior parte delle città, delle infrastrutture e dell’economia. Gran parte dell’esercito è stato spazzato via, soprattutto dopo i vasti attacchi aerei di Israele sulle forze rimanenti di Assad nel 2024. Oggi, le forze armate siriane sono frammentate e fanno affidamento soprattutto su armi leggere e milizie locali.
Il Paese è anche profondamente diviso lungo linee etniche e settarie. Curdi, drusi e alawiti controllano varie enclave e continuano a diffidare del governo provvisorio a maggioranza sunnita, che comprende ex ribelli. Scontri periodici continuano a scoppiare quando questi gruppi difendono i loro territori e la loro autonomia.
Nel frattempo, la Siria si trova ad affrontare gravi carenze alimentari dovute alla siccità, al collasso dell’agricoltura e alla perdita di investimenti stranieri. Dipende fortemente dalle importazioni di cibo e dagli aiuti di Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, oltre che dalla Russia.
Date queste vulnerabilità, il governo di al-Sharaa non è in grado di sfidare i Paesi più potenti. Al contrario, mira a stabilizzare il fronte interno e a ricostruire attraverso la cooperazione piuttosto che il confronto.
Siria, Turchia e la ricerca della stabilità regionale
Per la Turchia, la nuova situazione in Siria porta sia sollievo che opportunità. Durante il governo di Assad, Ankara ha dovuto affrontare ondate di rifugiati siriani – più di tre milioni di persone – e minacce alla sicurezza da parte di militanti curdi e islamisti che operavano oltre il confine. L’intervento militare della Russia a sostegno di Assad ha inoltre creato tensioni tra Mosca e Ankara, portando a scontri come l’incidente del 2015, quando la Turchia ha abbattuto un jet russo.
Ora, con la scomparsa di Assad e la nuova leadership siriana relativamente amichevole nei confronti della Turchia, Ankara vede la possibilità di stabilizzare il suo confine meridionale e facilitare il ritorno dei rifugiati. La disponibilità della Russia a collaborare con il nuovo governo siriano anziché contrastarlo ha ulteriormente allentato le tensioni.
Turchia e Russia si oppongono alla proposta di Israele di creare una zona cuscinetto controllata dai drusi nel sud della Siria, che considerano destabilizzante. Di conseguenza, la Turchia non sta spingendo per rimuovere le basi militari russe in tempi brevi. I due Paesi stanno invece trovando un terreno comune per prevenire un nuovo caos in Siria.
I massacri del 2025 contro alawiti, drusi e cristiani hanno distrutto la fiducia delle minoranze nel nuovo regime siriano. Nonostante le sue smentite, Ahmad al-Charaa fatica a dissociare il suo potere dalle esazioni dell’HTC. Tra vendetta comunitaria, odio sociale e paura del declino, la Siria sta ripiombando in un ciclo di esclusione ed esodo irreversibile.
I massacri di marzo contro gli alawiti[1], e quelli di maggio e luglio contro i drusi[2] hanno infranto la fiducia delle minoranze nel nuovo governo. I curdi ora rifiutano l’idea di disarmarsi e integrarsi senza serie garanzie, temendo di subire la stessa sorte.
Persecuzione degli alawiti
Ahmad al-Charaa sostiene di non essere responsabile di questi massacri, cosa che viene contestata da diversi articoli di stampa[3] e rapporti[4]. Le testimonianze raccolte durante la mia ultima visita in Siria, nel settembre 2025, confermano il coinvolgimento dell’HTC. A Homs, ad esempio, la polizia ha vietato alle forze di sicurezza di entrare nei quartieri alawiti, indirizzandole verso la regione costiera. L’obiettivo era quello di raggiungere il cuore alawita per prevenire qualsiasi tentativo di ribellione, sollevando la possibilità di un’insurrezione alawita orchestrata da membri dell’ex regime.
All’inizio di marzo, membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi a Latakia e nei pressi di Jableh. Tuttavia, queste morti sembrano essere legate più ad atti individuali che a una vera e propria insurrezione.
Secondo le fonti ufficiali, durante la settimana di sangue (dal 4 al 9 marzo 2025) sono morte 1.400 persone, ma il numero è fortemente sottostimato. Un conoscente che lavora per la Mezzaluna Rossa mi ha detto che nel quartiere di Qoussour, a Banias, sono morte 800 persone, mentre il regime ne ammette solo 300. La protezione civile, incarnata dai Caschi Bianchi, una ONG che si è distinta a fianco dei ribelli durante la guerra, ha rapidamente sostituito la Mezzaluna Rossa, che è stata semplicemente espulsa dalla zona, permettendo così all’organizzazione vicina al governo di minimizzare la portata del massacro, secondo i miei interlocutori[5]. Non sono state imposte conseguenze ai responsabili della carneficina.
Dallo scorso marzo, non è passato giorno senza che un alawita sia stato assassinato o sia scomparso. I giovani vivono nel terrore e cercano disperatamente di lasciare il Paese. Le donne vengono rapite e costrette a sposare i jihadisti, sostenendo di aver scelto liberamente di unirsi all’uomo del loro cuore quando riappaiono con il loro niqab. Le famiglie tacciono per vergogna e, soprattutto, per paura di rappresaglie[6]. La situazione è aggravata dai numerosi licenziamenti nel servizio civile e nell’esercito, che colpiscono quasi esclusivamente i membri della comunità alawita. Di conseguenza, centinaia di migliaia di siriani sono privi di risorse.
I drusi si trovano in una situazione simile dal maggio 2025, quando l’offensiva contro le loro roccaforti nei sobborghi di Damasco ha ucciso un centinaio di persone. L’attacco al Jebel Druze a luglio è servito solo ad amplificare la loro sfiducia nel nuovo regime. Ora stanno optando per l’esilio o il separatismo, come richiesto dallo sceicco druso Hikmat al-Hijri[7].
I cristiani, troppo dispersi e indeboliti dall’intensa emigrazione durante il conflitto, hanno poco territorio di protezione. Il loro numero è diminuito notevolmente dal 2011, passando da 1,2 milioni (5% della popolazione) a meno di 300.000 (1,5% della popolazione).
Con un’età media elevata, è ormai impossibile rinnovare le comunità. Il clero ha scelto di sottomettersi alle nuove autorità per preservare ciò che resta. Ma i cristiani temono di essere le prossime vittime del regime. Nel giugno 2025, un attacco suicida in una chiesa del sobborgo di Damasco di Mar Elias ha ucciso 20 persone. Un attacco del genere non si vedeva dal massacro dei cristiani siriani del 1860. Il fatto traumatizzò profondamente la comunità e portò a nuove partenze.
Anche i cristiani vengono uccisi o maltrattati a causa della loro religione. Alla fine di settembre, due giovani sono stati uccisi a colpi di pistola a Wadi Nassara, a ovest di Homs[8]. A Qosseyr, i rifugiati sunniti di ritorno li hanno accusati di aver preso parte al loro sfratto dalla città insieme a Hezbollah. Li stanno spingendo ad andarsene per impadronirsi delle loro proprietà.
La città cristiana di Mehardeh, isolata in una regione sunnita, ha pagato le località vicine per impedire loro di assecondare il desiderio di vendetta. Gli abitanti hanno dovuto accettare di distruggere la stele nel cimitero che riportava i nomi dei 200 civili uccisi dai razzi lanciati dai villaggi circostanti durante il conflitto[9].
Nei quartieri cristiani delle varie città è ormai impossibile sfuggire al richiamo alla preghiera, poiché le nuove autorità hanno installato potenti altoparlanti che trasmettono i canti delle moschee vicine. In queste condizioni, l’emigrazione continuerà fino alla completa scomparsa delle comunità cristiane siriane.
Chi rimane oggi spera solo che i prezzi degli immobili aumentino, in modo da poter vendere i propri beni a un prezzo equo e partire per raggiungere figli e nipoti all’estero. Le ultime comunità cristiane in Siria si estingueranno naturalmente.
Vendetta comunitaria e vendetta di classe come fattori di insicurezza
Omicidi, rapimenti, estorsioni e furti sono problemi che riguardano tutti, indipendentemente dal gruppo di appartenenza, ma le minoranze sono le più vulnerabili a causa della diffusione dell’odio religioso e del rimprovero di aver collaborato con il precedente regime.
I sostenitori di Ahmad al-Charaa stanno impunemente sequestrando illegalmente le case, sia libere che occupate. Basta accusare il proprietario di essere un ” fouloul ” (agente del precedente regime) per cacciarlo. Se il malcapitato si lamenta con le autorità, rischia anche il carcere e la violenza[10]. Infatti, i capi locali, noti come “sceicchi”, non esitano a maltrattare i richiedenti, anche se di fede sunnita. Poiché sono rimasti sotto il controllo di Assad invece di fuggire a Idleb o all’estero, sono considerati collaboratori.
I membri delle classi superiori urbane sono particolarmente presi di mira dai nuovi arrivati, che spesso provengono da ambienti rurali e da uno status sociale modesto. Oltre alla vendetta comunitaria, c’è anche la vendetta di classe. Questo era già evidente all’inizio della crisi, quando i ribelli hanno saccheggiato zone industriali e commerciali, soprattutto ad Aleppo. Oggi Ahmad al-Charaa, egli stesso membro della piccola borghesia di Damasco, deve affrontare il malcontento della sua base, che lo critica per la sua indulgenza nei confronti dei ricchi, visti come complici del precedente regime.
È vero che la riabilitazione di Mohamed Hamsho, figura emblematica dell’oligarchia pro-Assad, può sorprendere. Anche se ha offerto una fortuna ad Ahmad al-Charaa in cambio del suo perdono, questo manda un messaggio negativo alla popolazione. L’uomo d’affari, infatti, grazie al suo sodalizio con Maher al-Assad[11], ha distrutto decine di migliaia di case nei quartieri periferici danneggiati dai bombardamenti per impossessarsi del ferro che poi ha ritrattato nelle sue fabbriche. Questo dà la spiacevole impressione che, mentre i leader sono cambiati, il sistema stesso è rimasto intatto.
[1] Balanche Fabrice, ” Géographie du massacre des alaouites “, Conflits, 24 marzo, 2025. https://www.revueconflits.com/geographie-du-massacre-des-alaouites/
[2] Droz-Vincent Philippe, ” La violenza intercomunitaria in Siria e il futuro della transizione “, The Conversation, 30 luglio 2025 https://theconversation.com/les-violences-inter-communautaires-en-syrie-et-lavenir-de-la-transition-261892
[3] Maggie Michael, “Le forze siriane hanno massacrato 1.500 alawiti. La catena di comando ha portato a Damasco”, Reuters, 30 juin 2025, https://www.reuters.com/investigations/syrian-forces-massacred-1500-alawites-chain-command-led-damascus-2025-06-30/
[4] Nazioni Unite, “Siria: Le violenze nelle aree alawite possono essere crimini di guerra, dicono gli investigatori dei diritti”, 14 août 2025, https://news.un.org/en/story/2025/08/1165649
[6] Amnesty International, “Siria: Le autorità devono indagare sui rapimenti di donne e ragazze alawite”, 28 luglio 2025, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2025/07/syria-authorities-must-investigate-abductions-of-alawite-women-and-girls/
[7] L’Orient le Jour, ” Le cheikh Hijri réclame une ” région druze séparée ” dans le sud de la Syrie “, 25 agosto 2025. https://www.lorientlejour.com/article/1474871/le-cheikh-hijri-reclame-une-region-druze-separee-dans-le-sud-de-la-syrie.html
[8] L’Orient le Jour, ” Ritorno alla calma dopo una sparatoria mortale nella regione cristiana di Wadi el-Nasara “, 2 ottobre 2025, https://www.lorientlejour.com/article/1479472/retour-au-calme-apres-une-fusillade-meurtriere-dans-la-region-chretienne-de-wadi-el-nasara.html
[10] Ho raccolto diverse testimonianze di spoliazioni di case a Damasco, Aleppo, Latakia e Homs, durante la mia visita nel settembre 2025.
[11] Maher al-Assad è il fratello dell’ex presidente siriano. È stato il comandante della temuta 4a Divisione, più nota per il racket e i saccheggi che per le sue imprese d’armi.
La caduta del regime di Bashar al-Assad dopo oltre un decennio di guerra civile ha intensificato la frammentazione politica, territoriale e sociale della Siria. Questo conflitto, segnato da complesse dinamiche etniche e religiose, ha ridisegnato la mappa del Paese. Arabi sunniti, alawiti, curdi, cristiani levantini, drusi e altre minoranze stanno ridefinendo i loro territori e le loro influenze, rafforzando ulteriormente le identità e i confini confessionali di una Siria frammentata.
Ristrutturazione territoriale
La caduta di Assad ha posto fine alla centralizzazione autoritaria basata su Damasco, creando un vuoto istituzionale riempito da entità locali e gruppi armati. Gli arabi sunniti, un tempo maggioritari e dominanti, mantengono il loro predominio demografico nella Siria centrale e orientale, in particolare a Raqqa e Deir Ezzor, ma la loro influenza politica è frammentata tra diverse fazioni. Nel nord-ovest, Hayat Tahrir al-Sham (HTC), guidato da Abu Mohammed al-Joulani, controlla gran parte della regione di Idleb. HTC ha consolidato la sua posizione posizionandosi come una forza pragmatica che cerca di cooperare con alcuni attori regionali, anche se rimane classificata come organizzazione terroristica da diversi Paesi.
La guerra civile ha causato un massiccio spostamento delle popolazioni non sunnite, che sono fuggite dalle aree controllate dai ribelli, come Idleb, verso zone ritenute più sicure. I cristiani levantini si sono ritirati intorno a Damasco e nelle montagne del sud-ovest. I drusi rimangono concentrati nel Jabal al-Druze e nelle regioni vicine alle alture del Golan.
Gli alawiti, musulmani sciiti, identificati in verde sulla mappa, continuano a controllare le regioni costiere di Latakia e Tartous, storiche roccaforti di questa comunità. Sebbene fortemente indeboliti dalla caduta del regime, mantengono la loro presenza grazie alle reti di sostegno della comunità e a una persistente alleanza con alcuni segmenti filo-iraniani. Tuttavia, il loro ruolo nazionale si è notevolmente ridotto.
Nel nord-est, i curdi hanno consolidato la loro posizione attorno all’amministrazione autonoma del Rojava, indicata in giallo sulla mappa. Questo territorio, strutturato politicamente e militarmente, rimane un attore chiave nella ricostruzione siriana. Tuttavia, la loro ricerca di autonomia sta provocando forti tensioni con la Turchia, che percepisce questa ascesa di potere come una minaccia diretta ai propri interessi. Le incursioni turche nelle aree di confine curde stanno esacerbando la già critica instabilità regionale.
La situazione demografica in Siria rimane difficile da valutare con precisione. Dal 2018, aree controllate dai ribelli come Idleb hanno visto un massiccio afflusso di popolazioni sunnite radicalizzate e favorevoli alla sharia. Queste persone, arrivate di recente a Damasco, si confrontano con realtà sociali molto diverse, come la presenza di cristiani (in particolare di donne non velate), che esaspera la discriminazione nei confronti di queste minoranze. Inoltre, diversi milioni di siriani sono fuggiti dal regime di Bachar al-Assad durante la guerra civile. Dopo la sua caduta, un gran numero di loro ha iniziato a tornare. Questo ritorno massiccio sta cambiando ulteriormente l’equilibrio demografico delle regioni urbane.
Allo stesso modo, la composizione demografica di città storicamente miste come Hama e Aleppo ha subito un profondo cambiamento. Questa ricomposizione sta consolidando una frammentazione duratura del tessuto sociale siriano. Le comunità sfollate, private dei loro territori, subiscono una maggiore emarginazione, mentre l’instabilità strutturale alimentata da questi spostamenti limita le prospettive di ricostruzione nazionale. La balcanizzazione del Paese complica qualsiasi piano di stabilizzazione.
LA PACE DI TRUMP – Campa & GERMINARIO_Al momento della pubblicazione di questa conversazione è in corso a Sharm el-Sheikh la firma di un memorandum tra oltre venti paesi a garanzia della cessazione delle ostilità e del processo di ricostruzione di Gaza. Non sono presenti, significativamente, i due contendenti del conflitto: Israele e Hamas. Dal numero e dalla qualità dei garanti, difficilmente i due contendenti, a cominciare da Nethanyahu, potranno sfuggire alla morsa di un accordo che potrà cambiare gli equilibri e il peso dei vari paesi di quell’area. Difficile, ma non impossibile. Difficile per il peso politico dei garanti, per la stanchezza dell’esercito israeliano e la relativa vulnerabilità del suo sistema di difesa; non impossibile per l’incertezza dell’esito dello scontro politico negli Stati Uniti e per i tempi stretti di cui dispone l’attuale presidenza statunitense. Un accordo che non tarderà a mettere a nudo la natura e l’evoluzione dei rapporti tra le varie élites del mondo occidentale, i centri di Israele e quelli del Medio Oriente- Un tassello della grande complessità e ambiguità entro la quale si trova ad agire Trump e il suo composito schieramento. Un dato certo permane: l’assenza di una adeguata rappresentanza politica dei palestinesi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 4.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;