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Grave rottura tra Stati Uniti e Israele mentre Trump si mostra sempre più esasperato dal massacro sfrenato di Netanyahu _ di Simplicius

Grave rottura tra Stati Uniti e Israele mentre Trump si mostra sempre più esasperato dal massacro sfrenato di Netanyahu

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Sembra che il corso normale di qualsiasi campagna di propaganda imperiale sia questo: quando un conflitto volge al termine e la posta in gioco non è più a rischio, i principi iniziano ad allentare la loro presa sulla verità che per noi era evidente fin dall’inizio.

In questo caso, dopo la disastrosa sconfitta contro l’Iran, Trump ha dato prova di una straordinaria sincerità riguardo alle “carte” – o meglio, alla loro mancanza – di cui gli Stati Uniti disponevano fin dall’inizio. Un Trump improvvisamente schietto ha iniziato a svelare le conseguenze catastrofiche che il blocco iraniano avrebbe riservato a tutti noi.

In quell’occasione rivelò che le riserve mondiali di petrolio si sarebbero esaurite nel giro di quattro settimane e che ne sarebbe seguito il “caos”:

In un video ancora più rivelatore, Trump ammette che gli Stati Uniti sarebbero entrati in una grande depressione, paragonandosi a un potenziale Herbert Hoover, il quale a sua volta presiedette sfortunatamente alla Grande Depressione del 1929, e la cui eredità ne rimase così segnata per sempre:

Sembra chiaro che le nostre analisi fossero corrette: Trump sapeva fin dall’inizio che gli Stati Uniti stavano giocando una pericolosa partita a “Chicken” con l’Iran, e tutti i suoi tentativi di resistere più a lungo del suo acerrimo rivale erano solo bluff volti a dipingere l’Iran come quello a cui “sta finendo il tempo”, quando in realtà era proprio il regime sclerotico di Trump a trovarsi con le spalle al muro. Ora che la situazione si è stabilizzata, si sente abbastanza a suo agio da rivelare la cruda realtà di tutta la faccenda.

La lettera di Kobeissi@KobeissiLetterLe scorte commerciali di petrolio greggio negli Stati Uniti stanno raggiungendo livelli critici: le scorte di greggio a Cushing, in Oklahoma, il più grande centro di stoccaggio commerciale degli Stati Uniti e punto di riferimento per la quotazione del greggio WTI, sono scese di -1,6 milioni di barili la scorsa settimana, attestandosi a 20 milioni di barili, il livello più basso dal 2014. Questo20:33 · 18 giugno 2026 · 419.000 visualizzazioni115 risposte · 428 condivisioni · 1,88K Mi piace

Ricordiamo che Trump aveva già iniziato a lasciar intendere gradualmente le realtà “non dette” di ciò che sarebbe stato necessario per causare un vero danno all’Iran, figuriamoci per “sconfiggere” quell’antico Stato-civiltà. Solo pochi articoli fa abbiamo scritto di come Trump avesse accennato alla mancanza di «voglia» da parte degli americani di un’invasione con truppe di terra dell’isola di Kharg. Aveva lasciato la questione volutamente vaga per insinuare un significato ovvio per la maggior parte delle persone: che gli americani non sarebbero stati in grado di sopportare le enormi vittime che un simile assalto avrebbe inevitabilmente causato.

Possiamo concludere che Trump sia in realtà molto più intelligente e pragmatico di quanto sembri. Molti lo avevano liquidato come un idiota a causa di tutta la spavalderia spietata che aveva mostrato nei confronti dell’Iran, ma questa sembrava essere una mossa tattica calcolata, volta a intimidire gli iraniani. In realtà, Trump sembrava ben consapevole dei pericoli e delle conseguenze fin dall’inizio, e sperava semplicemente che l’Iran cedesse prima che si arrivasse a quel punto di contraccolpo insostenibile per gli Stati Uniti. In un certo senso, nonostante la natura umiliante della capitolazione degli Stati Uniti, dobbiamo quasi riconoscere a Trump il merito di aver avuto la «maturità» – se mi consentite questa esagerazione – di accettare almeno la realtà e la sconfitta che ne derivava.

Ma il risultato di gran lunga più significativo di tutta questa vicenda è stata l’enorme frattura che si è aperta tra la leadership politica statunitense e quella israeliana.

Abbiamo tutti visto come Trump abbia iniziato a manifestare per la prima volta la sua esasperazione nei confronti di Bibi, affermando apertamente di aver dovuto impedirgli di bombardare Beirut in modo spietato e sproporzionato a causa di una modesta attività di droni da parte di Hezbollah.

Ma ora JD Vance e la comunità dei servizi segreti statunitensi si sono spinti ancora oltre, creando un divario inimmaginabile tra gli Stati Uniti e la loro “partner”-colonia in Medio Oriente, ormai fuori controllo.

Si potrebbe dire che siano stati quasi costretti a farlo, dopo che una serie di personalità israeliane ha dato sfogo alle proprie fantasie più piene di odio, minacciando i libanesi con varie forme di uccisione e genocidio.

Questi sfoghi deliranti sono stati guidati dal famigerato ministro israeliano della Sicurezza nazionale Ben Gvir:

Il suo sfogo riportato sopra è stato ritenuto talmente grave che X ha dovuto persino segnalarlo come incitamento all’odio:

La situazione era talmente grave che persino le persone peggiori che conosci si sono indignate — almeno a parole, per “prendere le distanze” da quelle cose davvero indifendibili, al fine di preservare la loro “credibilità” per il futuro:

JD Vance ha citato direttamente Ben Gvir nelle sue continue critiche a Israele, affermando «Non si possono risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo semplicemente alla violenza»:

Vance ha poi lanciato quella che si potrebbe quasi definire una velata minaccia, affermando che Trump è l’«unico leader mondiale» solidale con la causa di Israele e che attaccarlo sarebbe un vero e proprio autogol per Israele.

Ha inoltre ribadito le critiche espresse dallo stesso Trump riguardo all’uso eccessivo della forza da parte di Israele contro i civili, in particolare proprio nei momenti in cui gli Stati Uniti e l’Iran sembrano sul punto di raggiungere una svolta nelle trattative:

Con ciò si intende dire che il regime israeliano vuole trasformare l’Iran in un altro Stato fallito come la Libia:

Forse si tratta solo di una protesta di facciata da parte dell’amministrazione Trump, una sorta di “virtue signaling” virtuale per “prendere le distanze” dalla leadership israeliana, disumana e assetata di sangue, poiché sanno quanto tali dichiarazioni risultino ripugnanti agli occhi di un’opinione pubblica americana sempre più antisionista. Ed è chiaro che questi funzionari statunitensi stanno facendo del loro meglio per rimanere «diplomatici» e, in sostanza, «censurare» Israele nel modo più delicato possibile, senza scatenare una vera e propria disputa tra i due paesi.

Ma ciò non ha impedito ad alcune personalità israeliane di interpretarlo come un vero e proprio attacco contro di loro. Persino il quotidiano Israel Hayom, di proprietà di Miriam Adelson, si è schierato contro Trump, inviandogli un messaggio forte e chiaro:

https://www.israelhayom.com/18-giugno-2026/avresti-potuto-essere-il-più-grande-presidente-di-sempre-ma-hai-fallito/

Scrittura:

Signor Presidente, lei ha gravemente leso gli interessi umani del mondo illuminato e potrebbe essere ricordato per sempre come il presidente che ha causato l’umiliazione dell’America. Lei ha tradito noi, gli israeliani. E in un solo istante, il disprezzo di cui un tempo era oggetto sembra improvvisamente così giustificato e logico. Danny Zaken scrive al presidente degli Stati Uniti.

Anche il *New Yorker* ha seguito l’esempio, descrivendo le ultime mosse di Trump come una “pugnalata alle spalle” da parte degli Stati Uniti nei confronti di Israele:

https://www.newyorker.com/news/q-and-a/gli-falchi-estremisti-israeliani-che-si-sentono-traditi-dall’accordo-di-Trump-con-l’Iran

L’articolo sopra riportato ha svelato una parte segreta del piano originale di Israele per abbattere l’Iran, secondo quanto raccolto da “fonti dei servizi segreti” israeliani:

-Posso dirvi che parlo con persone di altissimo rango all’interno delle forze armate israeliane, e loro parlano di una probabilità del settanta o ottanta per cento di rovesciare il regime iraniano se Trump permettesse alle milizie irachene di invadere l’Iran.

– Ti riferisci alle milizie curde?

-Non solo. Israele può fornire loro armi. Questo faceva parte del piano. E poi, con nostro grande stupore, Trump ha detto che i curdi non volevano combattere. Ma, in realtà, è stato proprio Trump a impedire loro di combattere, perché Erdoğan ha fatto pressione su di lui affinché non lo facesse. Israele aveva un piano brillante e ha speso un sacco di soldi, e all’inizio della guerra ha colto di sorpresa gli iraniani. Ma voi avete impedito alle milizie di agire, e ora vi chiedete perché il regime non sia caduto. Perché non ci avete dato la possibilità di farlo. A Gaza. In Libano. In Siria. In Iran. Tutto ciò che volevamo fare, voi ci avete impedito di farlo. Se andate in guerra e definite l’obiettivo della guerra, portatela a termine. Altrimenti, non fatelo. Non solo non lo fate, ma incolpate ingiustamente i curdi e gli israeliani. E cedete a tutte le richieste dell’Iran. E loro non si fermeranno. Domani potrebbero dire: «Se non chiudete l’ambasciata a Gerusalemme, chiuderemo lo stretto». E allora cosa farete?

La fonte “ben informata” che sostiene di avere l’attenzione di Netanyahu ha concluso rivelando che Bibi è stato colto alla sprovvista dal cosiddetto tradimento di Trump:

-Cosa pensi che farà ora Netanyahu, con le elezioni alle porte?

-Credo che sia sotto shock. Sotto shock. In tutti questi anni che lo conosco, non l’ho mai visto così sotto shock come adesso. Nemmeno con Obama. Nessuno ha mai provocato uno shock come Trump. Ed è perché non si poteva prevedere.

-È proprio l’imprevedibilità con cui Trump può voltarti le spalle a rendere tutto questo così triste.

-È vero. Hai ragione. Tra pochi mesi ci saranno le elezioni, e uno dei punti chiave della sua campagna elettorale avrebbe dovuto essere la sua amicizia con Trump. Ora cosa dirà? È un problema.

Persino il leader dell’opposizione israeliana ed ex primo ministro Yair Lapid ha avvertito che, se Israele non avesse tenuto a freno gli attuali psicopatici al governo, le relazioni estere della nazione sarebbero state completamente distrutte:

Link

Ci sono persino voci secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe “silenziosamente” aperto canali di comunicazione segreti con i rivali di Netanyahu, forse decidendo finalmente di staccare la spina una volta per tutte a quel “pony” genocida che non conosce altra strada:

Resoconto dello scontro@clashreportBIG: Il canale israeliano Channel 12 riferisce che alcuni funzionari dell’amministrazione Trump hanno avviato in sordina contatti riservati con i leader dell’opposizione Naftali Bennett e Gadi Eisenkot, cercando di coprirsi le spalle rispetto a Netanyahu in vista delle elezioni israeliane (previste entro ottobre 2026). Bennett ed Eisenkot sono considerati tra i principali13:08 · 20 giugno 2026 · 108.000 visualizzazioni57 risposte · 216 condivisioni · 1,04K Mi piace

Alla luce di ciò, la rottura è andata ben oltre le semplici dichiarazioni di facciata di Vance e compagni. A quanto pare, persino la comunità dei servizi segreti statunitensi ha avviato una campagna per smascherare Israele, rivelando il piano di quest’ultimo di sabotare intenzionalmente l’accordo di pace — una mossa davvero ovvia, se mai ce ne fosse stata una:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/06/19/i-servizi-segreti-statunitensi-avvertono-che-Israele-potrebbe-minare-l’accordo-di-pace-con-l’Iran-secondo-alcuni-funzionari/

Le agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito l’amministrazione Trump che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu potrebbe adottare misure tali da compromettere gli sforzi del presidente Donald Trump volti a raggiungere un accordo di pace duraturo con l’Iran, poiché il premier israeliano è sottoposto a forti pressioni politiche affinché continui a condurre la guerra del suo Paese in Libano, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari.

Secondo quanto riferito dai funzionari, Israele sembra intenzionato a proseguire le operazioni militari contro Hezbollah, il gruppo che agisce per conto dell’Iran in Libano, un obiettivo che violerebbe un elemento fondamentale dell’accordo appena siglato, il quale prevede la cessazione delle ostilità in quel Paese, come emerge da rapporti dei servizi segreti, tra cui uno diffuso questa settimana.

Ma, ovviamente, il punto non è che si tratti di un obiettivo facile, ovvio e scontato: è il fatto stesso che abbiano diffuso una simile “informazione” in primo luogo. Ciò indica chiaramente un cambiamento epocale dietro le quinte all’interno dello “Stato profondo” statunitense, dato che persino “globalisti” incalliti come Hillary Clinton hanno improvvisamente voltato le spalle a Israele nelle loro ultime dichiarazioni.

L’articolo del NYT, tra l’altro, si rende ridicolo insinuando che gli israeliani “sfollati” potrebbero giustificare l’incursione in Libano:

Decine di migliaia di israeliani sfollati dalle loro casenel nord del Paesea causa dei droni e degli attacchi missilistici hanno chiesto a Netanyahu di annientare Hezbollah, ed è stato oggetto di critiche feroci da parte di tutto lo spettro politico nazionale per non essere riuscito a eliminare la minaccia militante.

Come se Israele avesse il diritto di dire anche solo una parola quando si tratta dello sfollamento delle persone. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz si è vantato apertamente ieri del fatto che Israele abbia compiuto una pulizia etnica nei confronti di 200.000 residenti del Libano meridionale dopo aver “raso al suolo” i loro villaggi:

Egli sostiene che la situazione sia diversa rispetto al passato perché, nei precedenti tentativi, Israele aveva permesso ai libanesi di rimanere nei propri villaggi, mentre ora li allontana semplicemente e distrugge i villaggi, rendendo così la regione di confine israeliana “più sicura”; parole da psicopatico genocida.

Ora si teme che l’Iran abbia nuovamente interrotto i negoziati dopo che Trump ha lanciato altre delle sue minacce sconsiderate e vili. Circolano inoltre notizie contraddittorie secondo cui Israele sarebbe stato costretto a «scendere a compromessi» e a ritirarsi da alcune zone del Libano meridionale:

Trump, dal canto suo, è tornato a fare ciò che gli riesce meglio: mettersi in imbarazzo con ulteriori lamentele dettate dall’insicurezza e con fantasie campate in aria:

A questo punto sembra che viva in una realtà completamente diversa dalla nostra.

L’affare geniale di cui va così fiero:

Beh, cosa ci si può aspettare da un uomo la cui bussola morale ed etica gli permette di stringere strette collaborazioni e alleanze con qualcuno che ha bisogno di continue “correzioni” per ritrovare il buon senso?


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Il barattolo delle mance rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di “fare il doppio gioco”, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda, avida porzione di generosità.

Quando un cessate il fuoco è in realtà una situazione di stallo _ di Hussein Banai …….e Dmitriy Trenin (RIAC)

Quando un cessate il fuoco è in realtà una situazione di stallo

Raggiungere un equilibrio con l’Iran è il meglio che gli Stati Uniti possano fare

Hussein Banai

19 giugno 2026

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Palm Beach, in Florida, dicembre 2025 Jonathan Ernst / Reuters

HUSSEIN BANAI è professore associato di Studi internazionali presso la Hamilton Lugar School of Global and International Studies dell’Università dell’Indiana a Bloomington ed è coautore di Republics of Myth: National Narratives and the U.S.-Iran Conflict.

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Una situazione di stallo è l’esito diplomatico meno apprezzato. Non risolve nulla, non soddisfa nessuno ed è considerata una vittoria solo dalla parte più debole, per la quale la sopravvivenza è già di per sé un risultato sufficiente. Ma questa è la situazione in cui si è stabilizzata la guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti e, dopo 107 giorni di ostilità, quella che entrambe le parti hanno finalmente ufficializzato. Il 17 giugno, Teheran e Washington hanno firmato un accordo che riapre lo Stretto di Ormuz e pone fine al blocco navale americano, senza però fare nulla per risolvere le controversie di fondo tra i due paesi. L’accordo offre a Teheran un vero sollievo: Washington revoca immediatamente le sanzioni sul petrolio iraniano, inizia a sbloccare i fondi iraniani congelati e si impegna a fornire un pacchetto di ricostruzione del valore di almeno 300 miliardi di dollari. Ma ogni questione spinosa riguardante il programma nucleare iraniano, il suo programma missilistico e la sua rete di proxy è stata rinviata a una data indeterminata nel futuro.

Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, questo non è certo un gran risultato. Quando Trump ha dato il via alla guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, aveva promesso agli americani che avrebbe posto fine al programma nucleare del Paese, smantellato le sue capacità missilistiche e forse distrutto la stessa Repubblica Islamica. Ha fallito su tutti i fronti. In realtà, la guerra ha dimostrato che Teheran è più resiliente di quanto molti analisti si aspettassero. Il regime ha resistito a mesi di sofferenze – tra cui l’assassinio di quasi tutta la sua leadership di vertice – ed è uscito indenne. Chiudendo lo Stretto di Hormuz e facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, Teheran ha persino dimostrato di disporre di uno strumento con cui esercitare pressioni su altri governi, Washington compresa. L’aumento dei costi del gas, dopotutto, è stato uno dei fattori che hanno spinto Trump a porre fine al conflitto.

Tuttavia, questo risultato non deve necessariamente rappresentare una sconfitta per gli Stati Uniti. Washington ha ottenuto alcuni successi tattici durante la guerra e ha concesso relativamente poco. Nel complesso, l’accordo rappresenta soprattutto un ritorno allo status quo prebellico. Certo, i funzionari americani devono ancora gestire le aspirazioni nucleari dell’Iran, i suoi missili e i suoi alleati. Ma gli Stati Uniti sono stati in grado di farlo negli ultimi 20 anni senza ricorrere al conflitto. Possono farlo ancora una volta.

PROMESSE ECCESSIVE,RISULTATI INFERIORI ALLE ASPETTATIVE

Dal momento in cui hanno iniziato a bombardare l’Iran, gli Stati Uniti si sono messi in una posizione difficile definendo la vittoria in termini massimalisti. Nell’annunciare la guerra, Trump ha dichiarato che Washington non si sarebbe limitata a eliminare il programma nucleare iraniano. Ma avrebbe anche «distrutto i loro missili e raso al suolo la loro industria missilistica». Le truppe americane avrebbero «annientato» la marina iraniana e «garantito che i proxy terroristici del regime non potessero più destabilizzare la regione o il mondo». Ha esortato gli iraniani a scendere in piazza per rovesciare il proprio governo. Il presidente, in altre parole, ha delineato obiettivi straordinariamente ambiziosi.

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Non sorprende che Trump abbia fallito. Gli Stati Uniti e Israele hanno effettivamente eliminato in breve tempo quasi tutti i vertici iraniani, compreso la Guida Suprema Ali Khamenei. Ma Teheran li ha rapidamente sostituiti e ha continuato a combattere. Washington ha affermato di aver in gran parte distrutto la capacità militare-industriale dell’Iran. Ma Teheran ha intensificato i propri attacchi missilistici contro le basi americane nella regione, contro le infrastrutture petrolifere e del gas dei paesi arabi confinanti e contro obiettivi militari e civili all’interno di Israele. Soprattutto, i funzionari iraniani hanno capito che potevano bloccare lo Stretto di Hormuz, creando carenze energetiche in tutto il mondo e mettendo sotto pressione i funzionari statunitensi.

Alla fine, Trump si è piegato alla realtà e ha concordato un cessate il fuoco con l’Iran. Nei primi giorni successivi, le ostilità sono rimaste latenti piuttosto che cessare del tutto, poiché Israele ha concentrato i propri attacchi sulle postazioni di Hezbollah in tutto il Libano, sfidando l’insistenza di Teheran sul fatto che il cessate il fuoco si estendesse anche agli israeliani. Anche le forze armate americane e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane si sono attaccate sporadicamente a vicenda nelle postazioni intorno allo Stretto di Ormuz. Per tutto il tempo, Washington si è rifiutata di fare marcia indietro sulle sue richieste massimaliste nell’ambito dei negoziati di pace. Ben presto, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso al blocco dell’Iran nella speranza di costringerlo a cedere. Ma la pressione si è rivelata nuovamente inefficace e, all’inizio di giugno, la comunità dei servizi segreti statunitensi ha stabilito che il regime avrebbe potuto resistere a tempo indeterminato. All’amministrazione Trump non è rimasta quindi altra scelta che accontentarsi di un accordo che ponesse fine a tutti i combattimenti, al fine di riaprire lo Stretto di Ormuz.

Il presidente ha cercato di presentare il nuovo cessate il fuoco come una vittoria, sostenendo che il continuo isolamento dell’Iran e la sua crescente vulnerabilità agli attacchi americani (gli Stati Uniti hanno infatti indebolito in modo sostanziale le difese iraniane) finiranno per costringere il Paese alla resa. Ma anche Teheran sostiene con forza di aver vinto, e la sua versione della vittoria è sia più semplice sia più in linea con la realtà sul campo. Come sottolineano giustamente i leader iraniani, il regime è sopravvissuto a un bombardamento durato diverse settimane da parte di due avversari più potenti. Ha conservato centinaia di chilogrammi di uranio arricchito e mantiene la capacità di arricchirne altro. Ma soprattutto, ha dimostrato di poter dominare la via di transito più importante al mondo per il petrolio.

Ciò non significa che l’Iran sia improvvisamente diventato una grande potenza o che la Repubblica Islamica abbia superato le sue numerose crisi di legittimità. La sua economia e le sue infrastrutture erano sottoposte a forti pressioni già ben prima della guerra, il che ha portato a massicce proteste a livello nazionale nel mese di gennaio, che il regime è riuscito a sedare solo attraverso una brutale repressione. Ora, la situazione materiale del Paese è notevolmente peggiorata, a causa dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Tuttavia, la posizione geopolitica del regime è migliorata proprio mentre la sua situazione interna si è deteriorata. Assumendo il controllo dello Stretto di Hormuz, Teheran ha acquisito una carta negoziale di cui prima non disponeva, che le garantisce maggiore potere contrattuale nei negoziati sulle questioni nucleari e le consente di assicurarsi che Washington non la attacchi ancora una volta.

FARE UN SALTO NEL BUIO

La Repubblica Islamica è esperta nell’arte dello stallo. Dopotutto, da quasi 50 anni si è in parte definita proprio attraverso una competizione senza fine con Washington. Così facendo, ha imparato a tollerare una notevole pressione da parte degli Stati Uniti. Di fatto, il regime ha cercato attivamente di mantenere i rapporti con gli Stati Uniti in uno squilibrio sgradevole, assicurandosi che non ci fossero né progressi eccessivi (che avrebbero compromesso l’impegno rivoluzionario del regime nell’opporsi a Washington) né tensioni eccessive (che avrebbero potuto sfociare in un’invasione su vasta scala). Gli Stati Uniti, al contrario, non si sono mai sentiti a proprio agio con queste condizioni. I funzionari statunitensi chiedono da tempo che l’Iran ridimensioni il proprio programma nucleare, smantelli il proprio arsenale missilistico ed elimini la propria rete di proxy — obiettivi tutti irraggiungibili se le due parti rimangono in una situazione di stallo.

Questa asimmetria rende lo stallo molto più difficile da accettare per Washington che per Teheran. Gli Stati Uniti non possono semplicemente tollerare il dominio regionale dell’Iran, sia che esso venga esercitato attraverso le reti sciite in Iraq, Libano, Siria e Yemen, sia che avvenga tramite una deterrenza nucleare. Ma, come hanno chiaramente dimostrato gli ultimi mesi, la guerra non è il modo giusto per fermarlo. Queste preoccupazioni richiedono invece strumenti diversi e più mirati.

Si considerino i missili dell’Iran e i suoi alleati armati. Fortunatamente per Washington, tali questioni suscitano un’intensa opposizione regionale e le minacce che rappresentano possono essere contenute dagli Stati più esposti, vale a dire Israele e le monarchie del Golfo. Israele è in grado di mantenere una deterrenza credibile, mentre le monarchie del Golfo possono rafforzare le proprie difese aeree nel breve termine, perseguendo nel lungo periodo un accordo strategico con Teheran basato su legami economici e culturali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, possono potenziare l’assistenza americana in materia di sicurezza a questi paesi nell’ambito di una strategia di contenimento. Ciò consentirebbe a Washington di gestire la situazione di stallo in modo da non gravare sulle risorse statunitensi e quindi non mettere a repentaglio gli interessi americani nella regione.

Un murale in memoria dei leader iraniani assassinati a Teheran, in Iran, giugno 2026 Majid Asgaripour / Reuters

Gli Stati Uniti non possono contare sui propri partner per gestire il programma nucleare iraniano. Tuttavia, dispongono di altri strumenti da utilizzare per affrontare questa minaccia. Teheran potrebbe non accettare mai di rinunciare del tutto all’arricchimento dell’uranio, ma il governo iraniano ha comunque un incentivo a raggiungere un accordo che imponga limiti significativi al proprio programma in cambio di un alleggerimento delle sanzioni di cui ha disperatamente bisogno. Un accordo di questo tipo potrebbe suscitare resistenza tra gli estremisti iraniani, che sono contrari a qualsiasi tipo di compromesso con Washington. Tuttavia, purché l’accordo riconosca il diritto sovrano del regime all’arricchimento dell’uranio, le frange più pragmatiche dell’Iran potrebbero presentarlo come una concessione di grande rilievo strappata a un’amministrazione statunitense intransigente, costretta ad abbandonare la sua richiesta massimalista che l’Iran ponesse fine al proprio programma nucleare una volta per tutte.

I partner arabi del Golfo di Washington appoggerebbero probabilmente un accordo del genere. Essendo stati ormai attaccati direttamente e ripetutamente dall’Iran come rappresaglia per aver ospitato basi statunitensi e avendo subito le conseguenze economiche della chiusura dello stretto, questi paesi hanno tutte le ragioni per preferire un Iran tenuto a bada piuttosto che uno in guerra. Infatti, la maggior parte delle monarchie del Golfo ha spinto attivamente per un allentamento delle tensioni e la ricerca di un accordo. Ma Israele non sarà d’accordo. Quel Paese vede l’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere sottomessa con la forza, e ha quindi cercato di impedire il successo dei colloqui di pace. L’esercito israeliano, ad esempio, ha colpito l’area di Beirut il 14 giugno, proprio mentre Teheran e Washington stavano finalizzando il loro accordo. L’Iran, a sua volta, si è preparato a contrattaccare finché i diplomatici americani non hanno promesso di costringere gli israeliani a smettere di attaccare Hezbollah, consentendo così il completamento dell’accordo. Ma Washington dovrebbe aspettarsi che la situazione si ripeta in futuro, compresa la possibilità che Israele tenti di riaccendere la guerra colpendo direttamente gli impianti nucleari iraniani. Per impedire un simile esito, gli Stati Uniti dovranno esercitare la leva di cui dispongono sul proprio alleato – ad esempio, ponendo condizioni alle vendite di armi, ritirando l’assistenza in materia di intelligence e non fornendo più protezione diplomatica. Allo stesso tempo, dovrebbero offrire a Israele garanzie di sicurezza affinché il Paese non senta di dover attaccare l’Iran.

Fare tutto questo non sarà facile, e non solo perché Washington vuole fornire un ampio sostegno al proprio partner israeliano. Ci sono anche molte élite della politica estera americana che semplicemente si rifiutano di ammettere che gli Stati Uniti non possono sconfiggere l’Iran e continuano quindi a considerare l’attuale situazione di stallo come un intervallo prima di riprendere la guerra e ottenere una vittoria definitiva. Eppure la realtà è che l’Iran ha dimostrato di poter resistere a pressioni estreme e di infliggere gravi perdite agli Stati Uniti, anche quando le sue capacità offensive sono gravemente compromesse. Anche se Washington riuscisse a trovare la determinazione necessaria per una prolungata invasione terrestre, questa particolare amministrazione non possiede la visione e la disciplina che un’operazione del genere richiederebbe. Un nuovo conflitto non farebbe altro che esaurire le munizioni e i missili intercettori di Washington, innescare l’inflazione a livello mondiale e mettere alla prova la pazienza dei partner degli Stati Uniti.

È quindi giunto il momento che gli Stati Uniti riconoscano la verità: si trovano in una situazione di stallo. Dovrebbero smettere di riflettere su come sconfiggere definitivamente l’Iran e iniziare a capire come gestire pacificamente un rapporto complesso e conflittuale. Un lavoro del genere non è certo affascinante; i compromessi non lo sono mai. Ma è l’unico modo in cui Washington possa effettivamente tenere a bada Teheran e preservare il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente.

La tregua di Trump con l’Iran segna una sconfitta per il potere americano

18 giugno 2026

Reuters

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ArgomentoSicurezza internazionale

RegioneMedio Oriente

Tipo: Articoli

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Dmitriy Trenin

Presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali

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Che differenza fa un anno! Lo scorso giugno, all’indomani del primo attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in Medio Oriente circolava una battuta. Raccontava di un barista che accoglieva nel suo locale un americano, un israeliano e un iraniano, offrendo loro delle birre e dicendo: «Congratulazioni, signori; avete vinto tutti.» Questa volta non è così. Non c’è dubbio che nella seconda guerra contro l’Iran ci sia un solo vincitore: l’Iran. Ci sono anche diversi perdenti, tra cui l’America e Israele.

Vasily Kuznetsov:
La guerra rivisitata: cinquanta conclusioni

Non facciamoci illusioni. Una tregua non equivale alla pace. Le questioni chiave sono state rinviate a negoziati futuri, e non vi è alcuna certezza che questi producano risultati, né che eventuali accordi reggano nel tempo. Quello con cui abbiamo a che fare qui e ora non è semplicemente l’ennesimo conflitto mediorientale. Si tratta piuttosto di una parte di una lotta in corso in cui l’egemone globale cerca di invertire le tendenze che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Il Medio Oriente è uno dei teatri di quella che equivale a una guerra mondiale, insieme all’Europa orientale, dove l’Occidente sta cercando di sconfiggere la Russia, e all’Asia orientale, dove gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di contenere la Cina.

Questa lotta continuerà. Un nuovo equilibrio è ancora molto lontano e, in futuro, saranno inevitabili nuove battaglie. Tuttavia, le conseguenze anche solo di un cessate il fuoco provvisorio tra gli Stati Uniti e l’Iran sono enormi e di vasta portata.

Soprattutto, l’Iran è emerso da questa guerra come una formidabile potenza regionale. Il fatto che Washington, incapace di schiacciarlo, abbia dovuto cercare una tregua non fa che confermare il rafforzamento dello status dell’Iran e non si parla più di un cambio di regime a Teheran, né di alcuna limitazione al suo arsenale di missili balistici, né dell’eliminazione del programma nucleare del Paese, per non parlare dell’abbandono degli alleati regionali dell’Iran. Questi erano tutti gli obiettivi originari degli Stati Uniti e di Israele e, su tutti questi fronti, gli aggressori hanno subito una clamorosa sconfitta.

Nel breve termine, la riapertura dello Stretto di Ormuz e la revoca del blocco navale statunitense contro l’Iran alleggeriranno la situazione energetica sul mercato globale. Tuttavia, nel lungo termine, il caso di Ormuz ha lanciato un messaggio forte e chiaro: nell’era della transizione dell’ordine mondiale, tutti i punti nevralgici marittimi sono potenzialmente vulnerabili ad azioni ostili. I leader iraniani hanno compreso che la loro capacità di chiudere lo stretto, unita alla riluttanza degli Stati Uniti a rischiare perdite nel tentativo di riaprirlo – il tallone d’Achille di Washington – potrebbe costituire per Teheran un deterrente più potente della stessa capacità nucleare. Nel frattempo, Teheran intende regolamentare il traffico attraverso la via navigabile in collaborazione con l’Oman.

Per quanto riguarda il programma nucleare, Teheran lo porterà sicuramente avanti nell’ambito di qualsiasi futuro accordo globale con Washington, se mai si dovesse effettivamente raggiungere un accordo. La mancata conclusione di un accordo lascerebbe Teheran libera di portare avanti il programma come prima, poiché gli iraniani non consegneranno i propri materiali nucleari a nessuno. Per quanto riguarda la deterrenza nucleare, tuttavia, gli insegnamenti tratti dalla recente guerra sono contrastanti. Da un lato, gli Stati Uniti e Israele probabilmente non avrebbero attaccato un Iran dotato di armi nucleari. Si pensi alla Corea del Nord. D’altro canto, Israele, pur essendo dotato di armi nucleari e pur subendo attacchi con missili balistici iraniani, non ha utilizzato armi nucleari contro l’Iran. E nemmeno gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, l’opzione è stata discussa, ma poi scartata. Pertanto, per l’Iran, la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi più efficace.

Lo sblocco dei beni iraniani detenuti dagli Stati Uniti e la revoca delle sanzioni contro l’Iran diventeranno probabilmente strumenti con cui l’America potrà influenzare il «comportamento di Teheran». Avendo perso la guerra, gli Stati Uniti non lasceranno in pace l’Iran. Potrebbero avere motivo di sperare che le condizioni di pace ammorbidiscano gradualmente la società iraniana, mettano in luce le fratture all’interno dell’élite temporaneamente ricucite dalla guerra e concedano all’America margini di manovra. L’istituzione di un fondo per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e logistiche dell’Iran sembra un ulteriore incentivo per indurre gli iraniani a rientrare nel sistema finanziario occidentale. Per l’Iran, la vittoria in guerra deve essere salvaguardata da politiche interne che rafforzino la stabilità del Paese e migliorino i risultati dell’economia.

Ivan Bocharov:
La trappola dell’escalation

La situazione in Libano, tuttavia, potrebbe rappresentare un vero e proprio ostacolo insormontabile. Teheran è riuscita a ottenere il consenso del presidente Donald Trump per includere il fronte libanese nell’accordo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è irremovibile nel sostenere che Israele debba proseguire i propri sforzi per eliminare Hezbollah. La recente ira di Trump nei confronti di Netanyahu riflette qualcosa di molto più importante: una parte significativa della società americana e della classe politica sta perdendo la pazienza con Israele e sta raffreddando i propri rapporti con esso. Ciò avviene sullo sfondo del crescente isolamento internazionale di Israele.

In effetti, Israele è il principale perdente di questa guerra. La sua nuova strategia, volta a eliminare con la forza le minacce su tutti e sette i fronti – da Gaza, dal Libano e dallo Yemen alla Cisgiordania, alla Siria, all’Iraq e, soprattutto, all’Iran – promette “guerre infinite” anziché stabilità e sicurezza. La sua deterrenza nucleare non dichiarata non è riuscita a impedire all’Iran di lanciare missili e droni contro obiettivi israeliani. Nel prossimo futuro, Israele dovrà affrontare un’elezione in cui l’insoddisfazione nei confronti di Netanyahu si scontrerà con l’ampio sostegno alle sue politiche radicali.

Neanche gli Stati arabi del Golfo Persico se la sono cavata bene. La loro dipendenza dalle basi militari statunitensi come garanzia di sicurezza si è rivelata un affare disastroso. Anziché proteggere i Paesi ospitanti, queste basi hanno agito come calamite, attirando gli attacchi di rappresaglia iraniani. L’immagine delle nazioni del Golfo come luoghi sicuri e confortevoli in cui fare affari ha subito un duro colpo. Se queste nazioni vogliono riprendersi, dovranno elaborare una politica di sicurezza migliore rispetto all’allinearsi con il loro protettore fallito.

Comunque sia, la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran rappresenta un evento fondamentale nella transizione del potere globale. L’egemone mondiale in declino e il suo alleato, la principale potenza militare della regione, hanno tentato con tutte le loro forze, senza riuscirci, di invertire la rotta della storia. Hanno perso una battaglia importante, ma questa non è la fine della crisi mondiale.

Vance ha avvertito Israele: gli Stati Uniti sono il vostro unico alleato potente, e Trump è l’unico capo di Stato che vi è solidale

Fonte: Guanchazhe.com

19 giugno 2026, ore 10:56

[Articolo di Chen Sijia, Guanchazhe.com]

La firma di un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha suscitato il malcontento di alcuni funzionari del governo israeliano, secondo i quali l’accordo fornirà all’Iran il tempo e i fondi necessari per ricostruire la propria forza militare. Alcuni politici israeliani di estrema destra hanno addirittura affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica a Israele» e si sono opposti al cessate il fuoco in Libano.

Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense *The Wall Street Journal* il 18 giugno, l’atteggiamento dei funzionari israeliani ha suscitato l’ira del vicepresidente americano Vance, il quale ha accusato tali funzionari di aver sferrato «attacchi personali» contro il presidente degli Stati Uniti Trump. Nel corso della conferenza stampa tenutasi quel giorno alla Casa Bianca, Vance ha ammonito i funzionari israeliani, sottolineando che gli Stati Uniti sono l’unico alleato forte di Israele e che gli israeliani devono guardare in faccia la realtà.

Dopo la pubblicazione dei termini specifici del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, il primo ministro israeliano Netanyahu ha evitato di criticare pubblicamente l’accordo. Tuttavia, funzionari israeliani hanno dichiarato in privato che l’accordo potrebbe aiutare l’Iran a ricostituire le proprie scorte di missili e droni, a sostenere i propri alleati in Libano, Yemen e Iraq, influenzando così l’equilibrio di potere nella regione mediorientale, il che «non va a vantaggio degli interessi degli Stati Uniti e di Israele».

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha invece espresso il proprio malcontento sui social media, affermando che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica» a Israele: «Israele non è soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti, siamo uno Stato indipendente e sovrano». Ha poi aggiunto di essere grato a Trump, ma che Israele «non è una repubblica delle banane».

Il 18, Vance ha smentito queste affermazioni e, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, ha ricordato a Israele: «Trump è attualmente l’unico capo di Stato al mondo che nutre simpatia per Israele; se facessi parte del governo israeliano, probabilmente non criticherei l’unico potente alleato che abbiamo nel mondo».

Vance ha avvertito che due terzi delle armi difensive di Israele sono di fabbricazione statunitense: «Il problema di Israele non è Trump; qualsiasi israeliano che ritenga che il problema principale sia il presidente degli Stati Uniti dovrebbe rinsavire e rendersi conto della realtà in cui si trova il Paese».

Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance Foto IC

Inoltre, il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è stato messo in discussione da alcuni sostenitori di Trump e repubblicani all’interno degli Stati Uniti, e Vance ha esortato questi critici a fidarsi di Trump. Vance ha affermato: «Lui crede in questo accordo e farà in modo che venga portato a termine. Se l’Iran non dovesse rispettare l’accordo, disponiamo comunque di tutti gli strumenti e le leve necessarie».

Anche il quotidiano statunitense «New York Times» ha pubblicato il 18 un articolo in cui Vance, in un’intervista, ha criticato aspramente Ben-Gvir e altri politici israeliani di estrema destra. Egli ha chiesto: «Cosa avete intenzione di fare, esattamente? Siete un Paese con oltre 9 milioni di abitanti; non potete risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo alla violenza».

Secondo un’analisi del *Wall Street Journal*, le dichiarazioni di Vance riflettono le divergenze sempre più marcate tra Stati Uniti e Israele. L’amministrazione Trump spera di uscire al più presto da questa guerra sgradita e costosa, mentre il governo di Netanyahu cerca di prolungare l’operazione militare per “eliminare” la minaccia rappresentata da Hezbollah in Libano.

Israele ha occupato parte del territorio del Libano meridionale e continua a combattere contro Hezbollah. Sebbene il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran indichi chiaramente la necessità di «porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso quello libanese», Israele si rifiuta di ritirare le proprie truppe dal Libano. Un funzionario vicino a Netanyahu ha dichiarato alla Reuters che Israele sta conducendo negoziati «duri» con gli Stati Uniti riguardo alla presenza delle proprie forze armate in Libano.

A questo proposito, il 18 giugno il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha avvertito che, qualora le forze di difesa israeliane continuassero a stazionare nel sud del Libano, il memorandum d’intesa firmato tra Iran e Stati Uniti sarebbe diventato nullo. Ha affermato chiaramente che, fintantoché Israele continuerà a sferrare attacchi contro Hezbollah, i negoziati tra Iran e Stati Uniti non potranno registrare alcun progresso.

Bagaei ha sottolineato che i negoziati mirano a raggiungere un accordo definitivo, e che l’unico presupposto per la sua attuazione è la piena attuazione del memorandum d’intesa. Dal punto di vista dell’Iran, ciò significa la cessazione totale di tutti gli attacchi militari e la completa fine dello stato di occupazione.

La tensione tra geopolitica e politica nella guerra in Iran, di George Friedman …e altro: il testo dell’intesa

La tensione tra geopolitica e politica nella guerra in Iran

Di

 George Friedman

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16 giugno 2026Apri come PDF

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L’accordo raggiunto domenica tra l’Iran e gli Stati Uniti non pone fine alla guerra. Si tratta essenzialmente di un accordo di cessate il fuoco della durata di 60 giorni, durante i quali verranno negoziate le questioni principali del conflitto. Sono due gli aspetti che determineranno il successo di questi negoziati. Uno è la capacità delle due parti di raggiungere un compromesso. L’altro è la disponibilità dell’opinione pubblica in generale, e delle fazioni all’interno di ciascun paese, a riprendere la guerra qualora i colloqui fallissero. Il grado di solidarietà nazionale riguardo a una guerra influisce sempre sull’esito, ma in questo caso è fondamentale.

In questa guerra sono coinvolte tre nazioni: gli Stati Uniti, l’Iran e Israele. I negoziati durante la tregua saranno fortemente influenzati dalla politica interna, poiché ciascuna di queste nazioni presenta divisioni interne, tutte di natura diversa e orientate in direzioni diverse.

Negli Stati Uniti, il dissenso sull’opportunità della guerra e sul prezzo economico che si sta pagando è notevole. La giustificazione si basava sul programma nucleare dell’Iran. Tuttavia, molti esponenti del Partito Repubblicano hanno visto nella guerra una violazione dei principi su cui il presidente Donald Trump aveva basato la sua campagna elettorale, ovvero la fine delle guerre infinite che gli Stati Uniti hanno combattuto negli ultimi 80 anni. Altri repubblicani hanno invece convenuto che valesse la pena combattere quella guerra per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. I democratici si sono opposti alla guerra essenzialmente a causa del loro astio nei confronti di Trump. Alcuni critici della guerra in entrambi i partiti erano convinti che essa non fosse nell’interesse americano, ma che venisse combattuta a causa dell’influenza di Israele su Trump. E molti hanno assunto un atteggiamento ostile alla guerra quando si sono cominciati a sentire i costi economici, in particolare l’aumento dei prezzi del petrolio. A questo punto, con i dettagli del programma nucleare iraniano – la ragione fondamentale addotta per la guerra – ancora da negoziare, e con la pressione dell’opinione pubblica su Trump e le minacce al controllo repubblicano del Congresso, il presidente si trova in una posizione negoziale difficile.

In Israele, la guerra è stata combattuta per due motivi. Il primo era la minaccia rappresentata dal programma nucleare iraniano. Il secondo era il sostegno e il finanziamento da parte dell’Iran a forze islamiche non statali, in primo luogo Hezbollah. Pertanto, l’obiettivo di Israele nella guerra è stato quello di provocare il crollo del regime iraniano. Nell’ottobre 2024, Israele ha invaso il Libano, dove sono schierate ingenti forze di Hezbollah, nel tentativo di distruggere il gruppo. Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran riguarda anche il Libano, cosa che gli israeliani si sono rifiutati di accettare fino a questo momento, dato che il primo ministro Benjamin Netanyahu considera Hezbollah una minaccia fondamentale per Israele. Ciò ha portato a una possibile rottura con gli Stati Uniti nei prossimi negoziati. Per Israele, la perdita del sostegno americano sarebbe pericolosa, se non addirittura catastrofica, ma lo stesso si potrebbe dire di una conclusione prematura della guerra con Hezbollah. In Israele c’è già una forte opposizione a Netanyahu, e la possibilità che egli possa rischiare una rottura significativa con gli Stati Uniti sta generando un’ostilità ancora maggiore. Ciò pone Netanyahu in una posizione difficile, che potrebbe porre fine alla sua carriera politica.

Lo stesso Iran si trova in una situazione interna difficile. Le imponenti manifestazioni antigovernative scoppiate prima dell’inizio della guerra hanno rivelato un’ostilità significativa e diffusa nei confronti del governo. Il vero governo dell’Iran è il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), che ha represso brutalmente i manifestanti. Ma ora anche lo stesso IRGC sembra profondamente diviso tra coloro che sono disposti a raggiungere qualsiasi accordo con gli Stati Uniti, per quanto limitato, e coloro che vedono in questo un tradimento dei principi fondamentali che li guidano. È più difficile valutare il rapporto di forza tra queste due fazioni rispetto a quanto lo sia per le divisioni presenti negli Stati Uniti e in Israele, ma tali divisioni esistono, poiché la fazione che ha represso le manifestazioni ha chiaramente valori diversi da quella disposta a raggiungere un cessate il fuoco con gli Stati Uniti e a negoziare.

Nei conflitti in cui la popolazione è profondamente divisa, la capacità di continuare a condurre la guerra è limitata. A questo punto, sembrerebbe che tutte e tre le nazioni belligeranti presentino profonde divisioni politiche. Pertanto, la dimensione geopolitica – la forza che spinge le nazioni a fare la guerra e a porvi fine – si trova in tutte e tre le nazioni a confrontarsi con potenti forze politiche interne che potrebbero ridefinire le considerazioni geopolitiche. La richiesta degli Stati Uniti di porre fine al programma nucleare iraniano – un imperativo geopolitico – è più forte della realtà politica interna? L’esigenza geopolitica di Israele di distruggere Hezbollah è maggiore della sua necessità geopolitica di mantenere stretti legami con gli Stati Uniti, e quale delle due è più importante per i suoi cittadini? La necessità geopolitica per l’Iran di essere più sicuro in quanto potenza nucleare prevale sulle divisioni ideologiche della nazione – sia tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e la popolazione, che ha manifestato la propria ostilità verso il regime, sia tra la fazione dell’IRGC che vuole continuare la guerra e quella che, temendo la sconfitta, vuole porvi fine?

Un’analisi geopolitica di questa particolare guerra deve tenere conto della realtà politica all’interno di ciascuna nazione. La politica interna influenzerà pesantemente le politiche e le strategie di ciascuna nazione. Nel tentativo di gestire il dissenso interno, ciascuna parte dirà cose che costringeranno le altre due a rispondere – una dinamica che mina il processo di negoziazione. Ciò potrebbe significare che un compromesso tra tutte le parti sia impossibile, ma, date le dinamiche e l’imprevedibilità della dimensione politica, potrebbe benissimo portare a una soluzione stabile. Mentre le considerazioni geopolitiche sono più facili da prevedere, gli esiti politici sono più inaffidabili, soprattutto perché tutti e tre i paesi sono sempre più divisi politicamente. Ci troviamo in un momento particolare in cui le esigenze di tutte e tre le nazioni sono in continuo mutamento e il processo decisionale è influenzato dalla dissonanza tra le rispettive élite.

L’accordo con l’Iran e i conflitti futuri

Il terreno è ormai pronto per la prossima fase del conflitto regionale.

Di

 Kamran Bokhari

 –

15 giugno 2026Apri come PDF

Secondo quanto riferito, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarebbe terminata. Il primo ministro del Pakistan, che ha svolto un ruolo di mediazione nel conflitto, ha annunciato il 14 giugno che è stato raggiunto un accordo. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha successivamente confermato. I dettagli saranno resi noti nei prossimi giorni.

Ciononostante, la guerra ha già creato le condizioni per la prossima fase della competizione regionale. L’obiettivo di Washington non è semplicemente quello di contenere l’Iran, ma di instaurare un ordine di sicurezza in cui gli alleati regionali si assumano maggiori responsabilità man mano che gli Stati Uniti riducono i propri impegni militari diretti. Tuttavia, tale visione si scontra con un ostacolo di non poco conto: i partner di Washington nella regione sono divisi da agende contrastanti, il che rende la creazione di un’architettura regionale coesa un’impresa ben più ardua rispetto al semplice confronto con l’Iran.

Shifting Balance of Power in the Middle East


(clicca per ingrandire)

Il 14 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran procede secondo i piani, nonostante l’attacco sferrato da Israele a Beirut e la minaccia di ritorsione da parte di Teheran. Trump ha dichiarato ad Axios di essere stato colto alla sprovvista quando i suoi consiglieri lo hanno informato dell’operazione israeliana, avvenuta proprio mentre Washington stava cercando di finalizzare un accordo con l’Iran. Pur riconoscendo che Hezbollah avesse attaccato per primo Israele, Trump ha sottolineato che l’incidente non ha causato vittime e ha provocato danni limitati, mettendo tacitamente in discussione la necessità della risposta israeliana. Successivamente, Trump ha detto in modo meno velato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di mettere in discussione il suo giudizio.

Raggiungere un accordo si sta rivelando molto più difficile che ottenere un cessate il fuoco. La sfida principale deriva dal fatto che, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno combattuto la guerra insieme, i negoziati per porvi fine si stanno svolgendo principalmente tra Washington e Teheran. Israele non partecipa direttamente al processo di negoziazione che definirà l’ordine postbellico. Di conseguenza, i leader israeliani continuano a temere che qualsiasi accordo possa mettere l’Iran in una posizione tale da trasformare le perdite subite sul campo di battaglia in vantaggi diplomatici.

L’attrito tra Stati Uniti e Israele riflette differenze più profonde negli obiettivi strategici che hanno portato i due alleati in guerra. Gli Stati Uniti volevano eliminare una via praticabile che consentisse all’Iran di acquisire armi nucleari, assicurandosi al contempo che ciò non ostacolasse i più ampi sforzi statunitensi volti a ridurre il proprio carico militare in Eurasia – un obiettivo che, in ultima analisi, richiedeva una soluzione negoziata con Teheran. Israele voleva un cambio di regime. In tal senso, le tensioni relative all’accordo in fase di definizione sono meno il prodotto dei negoziati stessi che il risultato di obiettivi contrastanti che hanno portato alla guerra in primo luogo.

La sfida per Washington sarà quella di trovare un equilibrio tra la conclusione di un accordo con l’Iran, suo avversario, e la risposta alle preoccupazioni in materia di sicurezza di Israele, il suo più stretto alleato nella regione. Il futuro di Hezbollah è cruciale a questo proposito. Sebbene indebolito, il gruppo è ancora sostenuto dall’Iran e rimane la forza dominante nella politica libanese. Data la sua posizione radicata, né la neutralizzazione delle ambizioni nucleari dell’Iran né l’indebolimento delle sue capacità missilistiche balistiche saranno sufficienti a rassicurare Israele, specialmente se Teheran uscirà dai negoziati con l’accesso a miliardi di dollari di aiuti finanziari. Washington vorrà tuttavia cercare di assicurarsi che l’Iran non utilizzi l’accesso a tali risorse per ricostruire le proprie capacità militari e rilanciare la propria rete di proxy nella regione. Dopotutto, l’Iran potrebbe sentirsi rinvigorito dalla propria comprovata capacità di colpire Israele e gli Stati arabi del Golfo, di interrompere il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuz e di ottenere concessioni economiche.

Non è un compito facile. Se realizzabile, l’accordo dovrà andare ben oltre il programma nucleare iraniano e affrontare la sfida ben più complessa di limitare la rete di proxy regionali di Teheran, in particolare Hezbollah in Libano e le milizie allineate con l’Iran in Iraq. Questa prospettiva regionale più ampia aiuta a spiegare perché Washington abbia inserito l’Iraq nel portafoglio di competenze dell’ambasciatore statunitense in Turchia, che ricopre anche il ruolo di inviato speciale per il Levante, collegando di fatto i teatri iraniano, iracheno, libanese e siriano in un unico quadro diplomatico-di sicurezza.

Eppure, proprio mentre Washington e i suoi partner sono alle prese con la sfida di porre fine al conflitto in corso, sta già emergendo una nuova contesa geopolitica. Sebbene la Repubblica Islamica sia sopravvissuta a due anni di guerra e probabilmente otterrà accesso a nuove risorse finanziarie nell’ambito dell’accordo, dovrà affrontare crescenti pressioni interne di natura sociale, politica ed economica, che limiteranno la sua capacità di ripristinare pienamente la propria posizione regionale. Il vuoto che ne deriva viene colmato dalla Turchia, la cui influenza si è espansa notevolmente in Siria dopo che il movimento islamista suo alleato, guidato dal presidente Ahmed al-Sharaa, ha rovesciato il regime di Assad nel dicembre 2024. Ciò è stato reso possibile in gran parte dall’indebolimento di Hezbollah. Allo stesso tempo, lo schieramento di Israele nel sud della Siria per istituire una zona cuscinetto ha di fatto portato le sfere di influenza israeliana e turca a contatto diretto, ponendo le basi per un nuovo scenario di competizione strategica.

La Turchia e il governo siriano sostenuto dalla Turchia condividono con gli Stati Uniti e Israele l’interesse a vedere Hezbollah disarmato in Libano. Tuttavia, le relazioni turco-israeliane si sono deteriorate in modo significativo durante i 23 anni di governo del presidente Recep Tayyip Erdogan, riflettendo un più ampio scontro tra visioni e interessi regionali. Man mano che la Turchia emerge come uno dei principali attori geopolitici in tutto il Medio Oriente, in Eurasia e in alcune parti dell’Africa, il suo sostegno alla causa palestinese e i suoi continui legami con Hamas hanno acuito le preoccupazioni israeliane. Molti esponenti dell’establishment della sicurezza nazionale israeliana vedono sempre più spesso Ankara come il successore di Teheran nella veste di principale sfida statale nella regione. Ad aggravare le preoccupazioni di Israele è il fatto che la Turchia sia uno stretto alleato degli Stati Uniti che si sta allineando sempre più con l’Arabia Saudita e coordinandosi con una rete più ampia di partner regionali, tra cui Egitto, Giordania e Qatar, nonché con attori esterni quali Pakistan e Azerbaigian.

A differenza dell’Iran, la cui strategia regionale è consistita nel fare leva su attori non statali islamisti radicali, la geostrategia della Turchia si concentra sull’espansione della propria influenza attraverso le istituzioni statali e sul rafforzamento dei governi arabi alleati. La Siria post-Assad ne è l’esempio più lampante. Nella misura in cui la morsa di Hezbollah sul Libano si indebolirà e emergerà un ordine politico più rappresentativo, Beirut tenderà probabilmente a gravitare verso l’influenza di Ankara e Riyadh piuttosto che verso quella di Teheran. Dal punto di vista di Washington, indipendentemente da come si evolverà la situazione interna dell’Iran, un nuovo allineamento regionale incentrato su Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan dovrà alla fine giungere a un accordo con Israele: questa è la logica strategica alla base degli Accordi di Abramo. La difficoltà, tuttavia, sta nel fatto che è improbabile che questi Stati normalizzino le relazioni con Israele a tempo indeterminato senza progressi significativi sulla questione palestinese. Questo è stato un punto di stallo per diversi governi israeliani che si sono succeduti.

Israele sta entrando in un periodo di cambiamenti politici interni in un contesto altamente polarizzato in vista delle prossime elezioni di ottobre, e non è ancora chiaro come queste dinamiche interne finiranno per plasmare la sua posizione strategica. Indipendentemente dall’esito elettorale, mantenere il contenimento dell’Iran richiederà un coordinamento costante tra Stati Uniti e Israele per costruire un nuovo equilibrio di potere regionale che coinvolga la Turchia e i principali Stati arabi. Allo stesso tempo, la Turchia e l’Arabia Saudita (per non parlare di altri attori arabi) presentano interessi distinti e spesso contrastanti che dovranno essere conciliati prima che possa affermarsi un quadro regionale stabile.

Pertanto, sebbene sia stato siglato un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran, il Medio Oriente è oggi caratterizzato da molteplici linee di frattura che si intrecciano, indipendenti dall’Iran, e che plasmeranno la geopolitica regionale nel lungo periodo, complicando al contempo l’obiettivo di Washington di un ridimensionamento strategico.

Testo dell'”intesa” tra Stati Uniti e Iran

Laura Rosen17 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Ecco il testo del Memeorandum d’intesa raggiunto tra Stati Uniti e Iran, secondo la mia trascrizione di quanto un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha letto oggi ai giornalisti durante una videoconferenza su Zoom.

Attualmente si prevede che il vicepresidente JD Vance guiderà una delegazione alla cerimonia di firma che si terrà in Svizzera questo fine settimana con gli iraniani e i mediatori pakistani.

L’accordo di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran.

Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato congiuntamente in buona fede in data [data] quanto segue:

Paragrafo 1. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran e i loro alleati nella guerra in corso, con la firma del presente Memorandum d’intesa, dichiarano la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano d’ora in poi a non iniziare alcuna guerra o operazione militare l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza l’uno contro l’altro, garantendo l’integrità territoriale e la sovranità del Libano. L’accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, e le altre disposizioni del presente paragrafo.

Paragrafo 2. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale l’uno dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.

Paragrafo 3. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a negoziare e raggiungere l’accordo finale entro un massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.

Paragrafo 4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti d’America inizieranno la rimozione del blocco navale e di qualsiasi disturbo o impedimento nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran, e porranno fine al blocco navale entro 30 giorni. Durante questo periodo, il traffico navale sarà proporzionale ai livelli di traffico prebellico ripristinati dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle vicinanze della Repubblica Islamica dell’Iran entro 30 giorni dalla stipula dell’accordo definitivo.

Paragrafo 5. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnerà al massimo per garantire il transito sicuro e gratuito delle navi commerciali per un periodo di 60 giorni, dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa. Il traffico delle navi commerciali riprenderà immediatamente, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e militari e dello sminamento da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, che sarà completato entro 30 giorni. La Repubblica Islamica dell’Iran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in accordo con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale applicabile e dei diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Hormuz.

Paragrafo 6. Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, del valore di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito nell’ambito di un accordo finale entro 60 giorni. Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America.

Paragrafo 7. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a porre fine a tutte le tipologie di sanzioni contro la Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei governatori dell’AIEA e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie, secondo un calendario concordato nell’ambito dell’accordo finale. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America riconoscono l’importanza cruciale della questione della cessazione delle sanzioni sopra menzionata ed esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco.

Paragrafo 8. La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la questione dello smaltimento del materiale arricchito stoccato secondo un meccanismo che sarà concordato di comune accordo in conformità con il calendario menzionato al paragrafo 7, con la metodologia minima di riduzione del livello di arricchimento in loco sotto la supervisione dell’AIEA. Le due parti hanno inoltre concordato di discutere la questione dell’arricchimento e altre questioni concordate di comune accordo relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base di un quadro soddisfacente che sarà concordato nell’accordo finale. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente paragrafo. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran riconoscono l’importanza cruciale delle questioni nucleari sopra menzionate ed esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco.

Paragrafo 9. In attesa dell’accordo definitivo, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concordano di mantenere lo status quo. La Repubblica Islamica dell’Iran manterrà l’attuale status quo del suo programma nucleare e gli Stati Uniti d’America non imporranno nuove sanzioni né dispiegheranno ulteriori forze nella regione.

Paragrafo 10. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla cessazione delle sanzioni, deroghe per l’esportazione di petrolio greggio, prodotti petroliferi e derivati ​​iraniani, nonché per tutti i servizi correlati, comprese le transazioni bancarie, le assicurazioni, il trasporto, ecc.

Paragrafo 11. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran al momento dell’attuazione del presente Memorandum d’intesa. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concorderanno reciprocamente le procedure relative allo sblocco di tali fondi durante i negoziati. Tali fondi, sia che mantengano il conto originario sia che vengano trasferiti, saranno resi pienamente utilizzabili per il pagamento a qualsiasi beneficiario finale designato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rilasciare tutte le licenze e le autorizzazioni necessarie a tal fine.

Paragrafo 12. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran convengono che verrà istituito un meccanismo esecutivo per monitorare la corretta attuazione del presente Memorandum d’intesa e il futuro rispetto dell’accordo finale.

Paragrafo 13. Dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e subordinatamente all’inizio dell’attuazione dei paragrafi 1, 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa, e alla continua attuazione di tali misure, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran avvieranno negoziati riguardanti l’accordo finale esclusivamente sugli altri paragrafi.

Paragrafo 14. L’accordo finale sarà ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli Stati Uniti cedono finalmente con un “memorandum” di resa _ di Simplicius

Gli Stati Uniti cedono finalmente con un “memorandum” di resa

Simplicius 17 giugno
 
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Gli Stati Uniti hanno finalmente capitolato nella loro guerra contro l’Iran, conclusasi con un disastroso fallimento; secondo quanto riferito, avrebbero redatto un memorandum d’intesa estremamente favorevole alla Repubblica Islamica, ottenendo come concessione nient’altro che la promessa che «l’Iran non si doterà di armi nucleari» — una posizione che l’Iran aveva già da tempo assunto.

Il dettaglio più sensazionale è il presunto “fondo per la ricostruzione” da 300 miliardi di dollari a cui l’Iran avrà accesso una volta concluso l’accordo.

https://www.reuters.com/affari/finanza/l-accordo-con-l-iran-prevede-un-fondo-da-300-miliardi-di-cui-più-della-metà-è-già-stata-destinata-16-06-2026/

Trump ha minimizzato o negato questo punto, mentre tutti sembrano perplessi su cosa comporti esattamente questa ingente somma. Nell’articolo sopra citato, Reuters scrive quanto segue:

Il nuovo fondo è uno strumento di investimento privato, non un programma di ricostruzione o di risarcimenti, e non comprenderà fondi pubblici né sovvenzioni, ha affermato la fonte, aggiungendo che aziende con sede negli Stati Uniti, negli Stati arabi del Golfo, in Asia, in Sudamerica e in Africa hanno accettato di impegnarsi a fornire finanziamenti.

Secondo la fonte, gli investimenti previsti riguardano i settori dell’energia, della logistica, dell’industria manifatturiera e dei trasporti.

Sostengono che non si tratti di un programma di risarcimenti, eppure il nome ufficiale del fondo è “Fondo per la ricostruzione e lo sviluppo”. Sembra che il fondo ruoti attorno a enti regionali — sia aziendali che governativi — che forniscono linee di credito, finanziamenti diretti, ecc. all’Iran. Come si può vedere sopra, si sostiene che oltre la metà del fondo sia già stata stanziata.

Alcuni commentatori della propaganda americana avevano affermato che questo fondo provenga dai beni iraniani congelati all’estero, ma Reuters non è d’accordo, indicando che si tratta di un filone negoziale del tutto distinto:

Il fondo di investimento è del tutto separato da un percorso negoziale parallelo riguardante la revoca delle sanzioni statunitensi e lo sblocco dei beni sovrani iraniani congelati all’estero, ha affermato la fonte, descrivendo i due come meccanismi finanziari distinti con finalità e tempistiche diverse.

La cosa più interessante è che ciò fa seguito alle rivelazioni relative ad accordi segreti che sarebbero stati tentati durante la guerra tra il Qatar e l’Iran, con l’obiettivo di esercitare pressioni sugli Stati Uniti affinché cessassero i propri attacchi, di fatto mettendo in ginocchio l’economia globale. Dal Washington Post:

Con l’intento di proteggere il proprio fiore all’occhiello economico, hanno affermato questi funzionari, il Qatar si è rivolto a Teheran all’inizio della guerra per proporre un accordo reciprocamente vantaggioso: l’Iran si sarebbe astenuto dal colpire Ras Laffan e il Qatar avrebbe interrotto unilateralmente la produzione di gas — una mossa che avrebbe fatto impennare i prezzi dell’energia ed esercitato pressioni economiche sugli Stati Uniti e su Israele affinché accorciassero la durata della guerra.

Il Qatar ha presentato quello che è stato definito un “accordo segreto”, ha affermato un alto funzionario della sicurezza regionale, promettendo di sfruttare la propria influenza sulle forniture di gas per contribuire a porre rapidamente fine alla guerra, pur chiedendo all’Iran di impegnarsi a rispettare “un’unica condizione: non attaccarci”.

E questo è solo il primo.

Il quotidiano Israel Hayom ha lanciato una notizia ancora più sensazionale, sostenendo che Trump avrebbe segretamente approvato un accordo in contanti tra il Qatar e l’Iran che consentiva alle navi qatariote di trasportare di nascosto il petrolio attraverso lo stretto:

https://www.israelhayom.com/15/06/2026/trump-ha-approvato-in-segreto-l’accordo-finanziario-tra-qatar-e-iran/

Gli Stati Uniti hanno approvato in segreto un accordo finanziario e marittimo tra il Qatar e l’Iran, in base al quale sono stati versati miliardi di dollari a Teheran in cambio del libero passaggio delle petroliere qatariote e delle navi attraverso lo Stretto di Ormuz, come confermano ora tre funzionari diplomatici.

È difficile stabilire quanto di tutto ciò sia vero, ma il quadro che ne emerge mette in luce una realtà evidente: l’Iran ha sempre avuto tutte le carte in mano e ha mantenuto il totale controllo sull’escalation. Ciò ha spinto tutti gli altri attori ostili a cercare ripetutamente di stringere vari accordi segreti e ottenere concessioni di appeasement, come decima o tributo ai signori iraniani che ora governano la regione. E tutto ciò è avvenuto mentre gli stessi attori ostentavano un’aria di «coraggio» e sfida nei confronti dell’Iran, quando in realtà erano terrorizzati dalle imminenti conseguenze.

E la principale di queste conseguenze, secondo gli esperti che nelle ultime due settimane hanno manifestato un crescente allarme, era che le scorte della SPR (Riserva strategica di petrolio) degli Stati Uniti e del greggio di Cushing, in Oklahoma si stavano avvicinando a livelli minimi. Gli esperti hanno avvertito che al di sotto di circa 20 milioni di barili, l’infrastruttura di stoccaggio di Cushing inizia a funzionare in modo gravemente anomalo, con le condutture che perdono pressione.

In breve, l’Iran ha smascherato il bluff di Trump e ha vinto. Trump ha cercato di far credere che gli Stati Uniti potessero giocare sul lungo termine “bloccando” l’Iran fino a quando i depositi a Kharg e altrove non avessero cominciato a traboccare, ma invece sono stati proprio gli Stati Uniti a scivolare verso una catastrofe economica e Trump è stato infine costretto a cedere quando si è reso conto che l’Iran non avrebbe perso questa sfida all’ultimo sangue.

La tesi prevalente è ora che l’Iran abbia ottenuto la carta vincente per eccellenza, probabilmente più importante del possesso di armi nucleari: la capacità di controllare lo Stretto di Ormuz a proprio piacimento d’ora in poi:

https://www.cnn.com/2026/06/16/politica/valutazione-dei-servizi-segreti-statunitensi-sull’Iran-che-chiuderebbe-lo-stretto-di-Hormuz

Da quanto sopra:

Le agenzie di intelligence statunitensi hanno recentemente valutato che, d’ora in poi, l’Iran sia in grado di bloccare efficacemente l’accesso allo Stretto di Ormuz a suo piacimento, il che significa che il regime di quel Paese ha acquisito una nuova e potente capacità di danneggiare l’economia globale a seguito della guerra, secondo quanto riferito da tre fonti a conoscenza dei risultati.

A prescindere dall’accordo quadro che dovrebbe essere firmato formalmente venerdì per riaprire questa importante via navigabile come preludio ai colloqui sul nucleare, l’Iran ha dimostrato di poter bloccare l’accesso allo stretto durante l’attuale conflitto e le valutazioni dei servizi segreti statunitensi indicano che ciò potrebbe ripetersi.

Di fatto, l’Iran ne esce con un potere di gran lunga superiore, mentre gli Stati Uniti ne escono indeboliti oltre ogni misura. Ricordiamo che praticamente tutte le basi statunitensi nella regione sono state rase al suolo o sgomberate dagli attacchi iraniani. Probabilmente la maggior parte di voi avrà già visto l’aggiornamento BDA relativo al radome in Bahrein che l’Iran ha fatto saltare in aria la scorsa settimana:

Status-6 (Notizie di guerra e militari)@Archer83AbleLe immagini satellitari appena diffuse confermano la distruzione di un radar di allerta precoce per la difesa aerea e antimissile statunitense AN/TPS-59 a seguito dell’attacco iraniano alla base radar di Jabal al Dukhan, in Bahrein, l’11 giugno 2026.MenchOsint @MenchOsintColpo confermato presso la base radar a lungo raggio di Jabal al-Dukhan, in Bahrein. *Ho trovato una foto della collina su un sito web dedicato all’escursionismo: corrisponde all’immagine ritagliata che mostra il fumo sulla montagna. https://t.co/AlmT2Tdxhc16:49 · 13 giugno 2026 · 30,8K visualizzazioni11 risposte · 45 condivisioni · 239 Mi piace

Ora l’Iran è riuscito addirittura a ottenere un altro risultato: creare una frattura ancora più profonda tra gli Stati Uniti e Israele. Trump è stato infine costretto a rimproverare Netanyahu più volte sulla questione del Libano, con il suo indice di gradimento in Israele che, secondo quanto riportato, è crollato da un giorno all’altro del 23%.

Qui, in una rara critica nei confronti di Israele, ammette che lo Stato colonialista abbia reagito in modo sproporzionato attaccando il Libano in seguito a un attacco di lieve entità sferrato da un drone di Hezbollah:

Cerca ancora di mostrarsi ottimista, ma la realtà sembra indicare che, dietro le quinte, la frattura sia più profonda di quanto vorrebbe farci credere.

A titolo di esempio, ecco quanto riferisce un corrispondente israeliano di i24 News:

Link

E come sempre, sulla scia della capitolazione degli Stati Uniti, continuiamo a ricevere ulteriori indizi sulla reale portata del disastro. Ad esempio, il Financial Times ha fatto ulteriore luce su come le basi missilistiche iraniane siano riuscite a resistere all’assalto e a continuare a sparare anche dopo essere state colpite incessantemente da ordigni:

https://www.ft.com/content/94d9c8d4-c38d-4414-bb47-53e9f1288a21

Per 40 giorni, gli aerei statunitensi e israeliani hanno bombardato le montagne intorno a Yazd, nel tentativo di mettere a tacere uno dei progetti militari più importanti dell’Iran: un complesso missilistico sotterraneo scavato in profondità nel granito che sovrasta l’antica città nel deserto.

Eppure, secondo quanto riferito dai residenti, i missili iraniani hanno continuato a essere lanciati nonostante tutto. «Le forze statunitensi e israeliane hanno continuato a bombardare quelle montagne», ha affermato un residente di Yazd. «E l’Iran ha continuato a lanciare missili fino agli ultimi istanti prima del cessate il fuoco».

«La resilienza delle “città missilistiche” sotterranee dell’Iran è diventata una delle questioni più significative e controverse all’indomani dei bombardamenti statunitensi e israeliani avvenuti all’inizio di quest’anno.»

I funzionari iraniani hanno addirittura affermato che molte delle loro basi missilistiche non hanno nemmeno dovuto essere prese di mira durante la guerra, poiché gli Stati Uniti e Israele non sono riusciti a infliggere un danno sufficientemente significativo alle principali basi operative in uso:

Una seconda persona vicina al regime islamico ha sostenuto che la profondità di molti siti li rendeva in gran parte immuni ai bombardamenti aerei convenzionali. Ha aggiunto che alcuni non erano stati nemmeno utilizzati durante la guerra, poiché numerose altre strutture rimanevano operative.

L’articolo racconta come l’ex capo delle forze missilistiche iraniane, Amir Ali Hajizadeh, si sia recato in Corea del Nord e abbia tratto insegnamenti dai silos missilistici sotterranei di quel Paese, rendendosi conto che, adottando una simile tattica, l’Iran avrebbe avuto bisogno di poche difese aeree, poiché gli aerei nemici non avrebbero semplicemente nulla da bombardare, dato che tutte le infrastrutture importanti si trovano molto in profondità nel sottosuolo. Ricordate quante volte l’ho detto all’inizio della guerra: in particolare, che l’Iran avrebbe potuto semplicemente ritirare i suoi sistemi di difesa aerea di punta e gli altri sistemi nell’estremo oriente del Paese per tenerli al sicuro, poiché gli Stati Uniti e Israele non avrebbero avuto nulla da bombardare — tutto era stato nascosto sottoterra, e non avrebbe nemmeno avuto molta importanza se la «superiorità aerea» fosse stata realmente stabilita. Senza truppe di terra che conquistassero le città iraniane, gli Stati Uniti non potrebbero fare altro che bombardare il deserto vuoto — o i civili, il che va solo a vantaggio dell’Iran poiché porta a una massiccia solidarietà sociale contro il «Grande Satana».

È esilarante che Trump continui a tergiversare sulla questione della “polvere nucleare” iraniana — che aveva ritenuto talmente importante da considerarla una delle ragioni principali per lo scoppio dell’intera guerra. Ora, in due nuove interviste, Trump fa marcia indietro sostenendo che la polvere nucleare sia “innocua” e praticamente priva di valore:

https://www.wsj.com/world/medio-oriente/l’iran-minaccia-di-ritirarsi-dai-colloqui-dopo-che-israel-ha-colpito-la-periferia-di-beirut-d0390e22

Ascoltate qui sotto: egli afferma che la “polvere” in realtà “non ha grande valore”, ma è importante solo per ragioni “psicologiche”:

Trump sembra commettere una serie di gravi errori geopolitici per ragioni legate alla sua “psicologia” personale. Riguardo alla questione della proprietà della Groenlandia, Trump ha ammesso una volta di volerla solo perché per lui era “psicologicamente importante”:

https://www.nytimes.com/2026/01/11/us/politics/trump-interview-transcript.html

Questo nuovo “accordo di pace” e questo memorandum dureranno? Probabilmente no, se Israele avrà voce in capitolo. Netanyahu e i suoi fedelissimi hanno già annunciato che Israele non si ritirerà dal Libano e hanno fatto chiaramente capire che si rifiuteranno di riconoscere l’inclusione di Hezbollah e del Libano nell’accordo.

Il quotidiano iraniano Khorasan sostiene che l’accordo di pace non faccia altro che rinviare l’apocalittica “battaglia finale” che ci attende:

Trascrizione di quanto sopra:

La funzione principale di questo accordo non è il riconoscimento della nostra sovranità sullo Stretto di Ormuz (che è già stata accettata anche senza un accordo), né lo sblocco dei beni iraniani congelati, né qualsiasi altro vantaggio concreto esplicitamente indicato nel testo dell’accordo. La sua vera funzione è quella di rinviare la battaglia finale e decisiva che determinerà chi sarà il vincitore attuale.

Il quotidiano Khorasan, in un articolo dal tono ostile, ha descritto un possibile accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti come nient’altro che «una tregua per ricostruire le future capacità offensive e difensive e prepararsi a una battaglia su vasta scala o di grande portata».

Seyed Pouya Hosseinpour ha scritto nella nota: Indipendentemente da quali possano essere i termini di un eventuale accordo e dal fatto che tale accordo venga effettivamente firmato o meno, in questa fase è necessario tenere presenti diversi aspetti riguardo a qualsiasi accordo:

In primo luogo: Si tratta semplicemente di un accordo volto a porre fine alla guerra in corso, non di un accordo per una soluzione definitiva delle questioni tra l’Iran e gli Stati Uniti; una guerra che l’America e Israele hanno iniziato con l’obiettivo di distruggere l’Iran, senza riuscire a raggiungere i propri obiettivi, e che ora sono costretti a concludere tramite un accordo.

Secondo: Le questioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, e in particolare tra l’Iran e Israele, hanno raggiunto un livello e una fase di conflitto esistenziale che, in pratica, non si concluderà se non con la vittoria decisiva di una delle due parti. Cose come questi negoziati e accordi non hanno un impatto particolare su questo percorso; sono semplicemente una fase che deve essere superata per arrivare alla fase della battaglia finale.

Terzo: La funzione principale di questo accordo non è il riconoscimento della nostra sovranità sullo Stretto di Ormuz (che è già stata accettata anche senza un accordo), né lo sblocco dei beni iraniani congelati, né qualsiasi altro vantaggio concreto esplicitamente indicato nel testo dell’accordo. La sua vera funzione è quella di rinviare la battaglia finale e decisiva che determinerà il vincitore attuale. Infatti, la sua funzione principale è quella di fornire una tregua per ricostruire la futura capacità di combattimento e di difesa e prepararsi a una battaglia su vasta scala e di grande portata — un’opportunità che entrambe le parti sfrutteranno a proprio vantaggio.

È difficile contestare la previsione di cui sopra.

E anche questa conclusione rappresenta un punto finale appropriato:

Gli Stati Uniti hanno perso gran parte della loro flotta di ricognizione a causa della distruzione dei droni Reaper, hanno perso una fetta enorme — forse addirittura la maggioranza — dei loro radar regionali di rilevamento a lungo raggio; in sostanza, hanno perso i propri occhi e le proprie orecchie. Inoltre, le temute “flotte di portaerei” statunitensi si sono rivelate nient’altro che spauracchi vuoti, relitti malridotti che andavano alla deriva senza meta, fuori dalla portata delle batterie di difesa costiera iraniane.

Lo stesso vale per i temuti “Marines statunitensi”, che non hanno fatto altro che restare inattivi a bordo della “Tripoli” al largo delle coste dell’Oman, nel tentativo di costringere l’Iran alla sottomissione con la loro sola presenza, mettendo invece a nudo come tutti i più potenti strumenti di pressione e coercizione degli Stati Uniti abbiano perso ogni loro leggendario potere intimidatorio.


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Chi comanda in Iran _ di WS

Questo  articolo

come ho già riportato in un commento   “fast and   short”      contiene una gran quantità  di spunti   di riflessione  come  in genere  sono  gli  articoli   riportati  da  Ron Unz   nel suo  sito ( una vera miniera)

Innanzitutto  va  rimarcato  il fatto  che Unz  sia un ebreo americano   divergente   dal resto   della “tribù”;  qualificabile, quindi, nel  gruppo  sempre più ristretto  di ebrei ostili al “sionismo”  perché  non  accettano  che la dicotomia     che  pervade(va)   ogni   ebreo     (  essere  ebreo  di sangue  e cittadino  di una  nazione non-ebrea  )   venga  risolto  nel   modo  sionista:   porre  l’ appartenenza    “ di sangue” nella posizione di  valore assoluto   che  comporti   un  obbligo  di lealtà  a Israele  e   di slealtà   verso la nazione   di  appartenenza.

 In sostanza Unz ,  si  sente   un  americano   che ,  pur   appartenente  per sangue (  e censo )  alla “classe  dominante” , è indignato  dal fatto che  questa  classe dominante che  si  considera  straniera  ed ostile,  in quanto  religiosamente endogama, suprematista, sociopatica, vendicativa e paranoica, abbia  preso il controllo degli Stati Uniti.

Ma, come  la cittadinanza  romana     di San Paolo ,   il suo  essere   ebreo    gli   fornisce un  “habeas  corpus”    che  gli  permette  di scrivere   cose e pensieri   che  ad un   “goy”   non potrebbero essere permesse.

  Esso quindi  viene ignorato   ma non colpito; da  questo  suo  essere  intoccabilmente   sospeso  tra  due mondi   può permettersi punti  di vista veramente   stimolanti ,  come per altro   altri  analisti    ebrei   “antisionisti”   quali  Orlov , Shamir, Meyssan…

Qui  la spinta  alla  riflessione  di Unz   era  focalizzata   sulla  “religione olocaustica”   che  si sta imponendo in “occidente”   nel  vuoto   lasciato dalle  defunte  religioni  cristiane.

L’ argomento  è ovviamente interessante    ma     a  noi  qui  non dovrebbe interessare   se  non per il fatto  che  “la religione“, più  che “oppio   dei popoli”  sia  da sempre  un “instrumentum regni”   della  ( immortale)   “ classe  dirigente “   magistralmente  descritta  da Gaetano Mosca  un secolo fa .

Qui  commenterò solo    che  Unz ,  come “caso  di specie”   abbia  introdotto   a dimostrazione  della  sua  importanza,   quanto   la  questione “olocaustica”    sia  stata  un  elemento  chiave   della  vicenda politica  di   Amadinejad   e sulle  sue (s)fortune politiche  nella  lotta   interna  alla   attuale ”classe dirigente”  iraniana.

Unz infatti  ci spiega  come Amadinejad. sia una persona  di alto livello morale ed intellettuale  che ha avuto nella  Rivoluzione Komeynista   ,  come   altri esponenti    della  classe popolare iraniana,   quali Suleimani,   la possibilità di  emergere  per le proprie  “virtù”    ( nel senso machiavellico)      e  divenire  “ classe  dirigente “  nel  solito modo  descritto  sia     da Machiavelli   che  da Mosca; in questo caso  è stata la  guerra di sopravvivenza   che   l’ Iran Komeinista    ha  subito  dovuto combattere per la propria  sopravvivenza .

Ma   questa  NUOVA  “ classe  dirigente”   di origine popolare ha dovuto   subito  scendere  a patti    con quella  VECCHIA,    cioè   l’ eterno  “  stato profondo”  dell’ Iran  : il clero   sciita   prevalentemente   azero.

La ragione  per  cui  questo   “ stato  profondo”  sia  sciita  ed  azero  è presto  detto.

Come i turchi ottomani  avevano invaso  l’ impero  bizantino     “turchizzandolo”,  altre  tribù turche   si impadronirono    dell’impero persiano   ma ne  vennero invece  “persianizzate”.

E poiché i  cugini ottomani    si  erano eletti a campioni   del  sunnitismo ,  i  “  turchi persiani”      scelsero  come  religione   del loro stato  la sciitismo;     conservando una propria lingua   bastardizzata,  chiamarono   se  stessi  “azeri” ,  ragion per  cui  l’Iran  ha da sempre uno  “stato profondo “    etnicamente  azero     che  comanda  su uno stato  di cultura  essenzialmente persiana  e  il cui collante politico è la religione  sciita.

Per  capire meglio la cosa  immaginiamoci  che  l’Italia  post romana  fosse riuscita a rimanere uno  stato   “romano” unitario seppur   germanizzato   dai  conquistatori Longobardi   e con il  resto   del mondo post-romano  europeo  sottoposto  ad una altra  tribù  germanica ( diciamo i Franchi).

  Allora l’ unica  cosa che avrebbero potuto  fare i longobardi  sarebbe  stato  di romanizzarsi,  cattolicizzandosi    sotto   il vescovo  di  Roma;   avremmo  avuto così una “romania”  cattolica  con  una unica lingua neo latina    e con una regione    dominante  laddove  i longobardi si erano istallati   in maggior numero e  chiamata quindi  lo(ngo)mbardia , dove si  parlasse un   bastardo  romano-germanico ( chiamiamolo  “lumbard”  )    ma scritto in latino   e un clero  cattolico  romano  formato     nelle  sue più alte    gerarchie   proprio   da  “lumbard” .

E  qui potete  vedere  che   non ci siamo andati  tanto lontani  dato  che   fino a non molto  tempo  fa  in  italia    c’ erano    pressoché     sempre  signori  “ lumbard”  ,  ministri  “lumbard”      e grandi imprenditori/banchieri/commercianti  “lumbard”.

Solo  che non è andata così!  Quell’ Italia   non  sarebbe mai  esistita  in quanto    … i Franchi si erano  cattolicizzati  prima   dei  longobardi !

Ma torniamo a noi dopo  questa  divertente  digressione.

 In Iran  lo  stato  è rimasto  sempre unitario  e  il  suo  stato profondo   sostanzialmente  clericale  ed  azero.  Quando in iran  su  influenza    sovietica   è   sorta  una spinta  alla    laicità  e  alla  socializzazione  dello  stato   quello   stato  profondo    formato  da “  ricchi preti  azzeri”  non poteva  che reagire  e  si alleò  agli  angloamericani  per rovesciare  Mossadeq.

 Il   nuovo regime      che  verteva    sullo  Scià   era occidentalista  ed altrettanto laicista  ma offriva   grossi affari  alla borghesia   azera.

Ovviamente  il basso  clero sciita mordeva il freno  ma non  quello alto che    continuava  ad arricchirsi.

  La laicizzazione e l’ occidentalizzazione al contrario irritavano  gran gran parte  della popolazione , soprattutto  negli  strati popolari.  Ma questo, da solo, non avrebbe mai  portato a rovesciare  il  regime    se  lo Scià , in base  alle  solite  “leggi ferree  della geopolitica”   non    fosse     entrato nelle preoccupazioni  di U$rael”

E  così   fu fatto      tornare  in Iran  un   ayatollah   ribelle   ferocemente  ostile  al regime  e  all’ occidentalizzazione   e  poi accroccata  la solita “ rivoluzione”   che avrebbe  dovuto indebolire il paese   per  saccheggiarlo meglio.

Come  già in Russia  nel 1917, anche in Iran  nel 1979  la  “rivoluzione   fece “ backfire”; Khomeini  appoggiandosi  alle forze popolari ,  fece un patto  con il “clero azero”  costituendo un  regime  teologico    antioccidentale    che lasciasse però all’alto clero  tutto il potere politico   e alle loro famiglie  il  controllo economico  . 

Ma  come in Russia nel 1918    questo non fu accettato   dai  “mandanti”  della  rivoluzione  e come in Russia nel  1919  una guerra  fu scatenata  tramite     Iraq    e con i soldi   dei petro-emiri   per rovesciare il regime khomeinista

Regime che per salvarsi  dovette  ricorrere  alla mobilitazione popolare  e che lasciò  alla  fine  un  equilibrio  di potere    nella  “classe  dirigente”   tra     il clero  azero   padrone della politica  e  dell’ economia   e   le “forze popolari”  tenutarie   del potere militare (IRGC).

 Equilibrio mediato  e garantito  dalla   guida  suprema   che, sempre per equilibrio  di potere,   deve  essere un ayatollah    di  etnia persiana  (  come khomeini  e khamenei).

Le due  fazioni   si sono però combattute  senza  esclusioni  di colpi. Il monopolio “  azero” de l’ economia     è stato vieppiù insidiato   da  imprese  di stato  a  gestione  IRGC  

Anche il monopolio  azero  del governo     era stato interrotto da  Amadinejad  e per queso poi    era  stato  messo  da parte  perché  considerato  divisivo  e dannoso   con  la sua  questione “olocaustica” , per  altro  anche mal gestita  al livello mediatico (  e come altrimenti era possibile ? ) 

Non  solo  il “clero azero”  aveva imposto  la rimozione   di Amadinejad    ma pure messo su quel  pasticciaccio    del JPCOA         di modo  che  ora era terrorizzato   dalla  possibile  condidatura  a presidente   del popolarissimo  Suleimani. Ci hanno pensato “fortunatamente”   gli americani i quali lo hanno  alla  fine  ammazzato  a tradimento .

Per  contenere    la rabbia   delle forze popolari    Khameney  ha  trovato un nuovo punto di  equilibrio  con l’ elezione a presidente  di Ruhani , anche lui “prete azero”  ma vicino  all’ IRGC.

Ma  ancora  “fortunatamente”  un  incidente   ha poi  liquidato  Ruhani   e  la sua  squadra    spianando il ritorno  al potere   dei  peggiori “occidentalisti”,       quel  duo tutto  “budino&mozzarella”  che da anni  “  tratta”  un  accordo  con  chi poi  bombarda  a tradimento  l’ Iran   decimando  la sua classe  dirigente   dei suoi elementi più combattivi   ma lasciando quei   due  sempre “miracolosamente”  illesi  e pronti per un nuovo “round”  di trattative  sempre più ridicole .

Le domande  qui  devono  quindi essere  :   Chi  realmente  ora comanda  in Iran?  Chi  realmente   “ gestisce”  “budino&mozzarella” ?  Chi   sta  giocando  CHI ?

Anche U$rael   non ci deve  capire  poi molto   visto  che continua    disperatamente  ad  aggrapparsi  agli  squalificati  “budino&mozzarella”  e  rimane ossessionata  da Amadinejad  e   cerca di eliminarlo in tutti i modi ,  pur  essendo lui ormai   palesemente  fuori  gioco  da tanto tempo .

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Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico _ di FuturEarly

Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico

Il disegno di legge da 300 miliardi di dollari e l’aritmetica di Hormuz


Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico

Il disegno di legge da 300 miliardi di dollari e l’aritmetica di Hormuz

FuturEarly13 giugno
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Esattamente il 13 giugno 2026, ricorre il primo anniversario dell’attacco israeliano all’Iran nell’ambito dell’Operazione “Rising Lion”. Ciò che seguì nei dodici mesi successivi – culminato con l’Operazione Midnight Hammer, l’Operazione Epic Fury e una serie di scambi di rappresaglie – ha lasciato un segno profondo non solo sugli equilibri di potere regionali, ma anche sull’economia globale.

Il conflitto ha provocato la distruzione di una notevole quantità di infrastrutture e beni civili iraniani: migliaia di case, ospedali, università, scuole, ponti, raffinerie, depositi di petrolio e altre strutture critiche.

E poi l’Iran ha applicato la sua “Dottrina dello Stretto”. Dopo aver subito per anni una stretta finanziaria esercitata con notevole precisione dal Dipartimento del Tesoro statunitense e dall’OFAC, Teheran ha risposto mettendo la mano su una delle vie respiratorie più sensibili del mondo.

Se lo strumento prediletto da Washington è stato a lungo il controllo delle infrastrutture finanziarie globali, la risposta dell’Iran è stata quella di ricordare a tutti che esso si trova a cavallo di una parte delle infrastrutture energetiche globali. Una parte ha scoperto il potere delle sanzioni; l’altra ha riscoperto il valore della geografia.

L’Iran ha successivamente presentato una stima di 300 miliardi di dollari e ha indicato di voler recuperare parte di queste perdite attraverso un’imposta, un dazio o una tassa di transito sulle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz.

Nei primi giorni successivi all’annuncio, molti osservatori si sono mostrati perplessi di fronte alla proposta iraniana di addebitare circa 2 milioni di dollari per ogni VLCC (Very Large Crude Carrier, petroliera di grandi dimensioni). Eppure, il calcolo alla base di questa cifra è sorprendentemente semplice. Una VLCC trasporta in genere circa due milioni di barili di petrolio greggio, il che significa che l’Iran, di fatto, proponeva un costo di circa 1 dollaro al barile.

Col senno di poi, tale cifra appare piuttosto modesta se paragonata alla volatilità e ai picchi di prezzo che hanno accompagnato anche la temporanea interruzione del traffico attraverso lo Stretto. Sebbene l’idea di una “tassa Hormuz” abbia generato titoli prevedibili, gli aspetti economici sottostanti meritano un esame più attento.

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Persino magnati greci del settore armatoriale come Evangelos Marinakis, comproprietario del Nottingham Forest, sembrano rendersi conto che rifiutarsi di pagare il pedaggio potrebbe rivelarsi più un autogol che una saggia decisione commerciale. In altre parole, il pedaggio proposto è probabilmente molto meno punitivo delle conseguenze economiche di una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz.

In termini di analisi dei risarcimenti, la prima domanda da porsi è se una richiesta di risarcimento di 300 miliardi di dollari sia intrinsecamente inverosimile. La risposta è no. Una cifra del genere può comprendere non solo la ricostruzione dei beni materiali, ma anche la perdita di produzione economica, l’interruzione dell’attività, la bonifica ambientale, le spese sanitarie, la sostituzione delle infrastrutture e anni di investimenti mancati.

Le guerre di vasta portata generano regolarmente perdite economiche che superano di gran lunga il costo diretto di sostituzione di edifici e attrezzature. La vera questione, quindi, non è se 300 miliardi di dollari siano possibili, ma piuttosto quanto di tale importo possa essere verificato in modo indipendente e attribuito causalmente.

Senza contare che la perdita di vite innocenti, inclusi i 168 bambini di Minab, per mano di Maven e Claude, non ha prezzo, non può essere annullata, non può essere compianta a sufficienza . Nulla può cancellare queste tragedie.

La seconda questione riguarda il meccanismo di recupero proposto. Lo Stretto di Hormuz è una delle poche risorse strategiche a disposizione dell’Iran che potrebbero, almeno in teoria, generare entrate compensative a lungo termine.

Da una prospettiva puramente finanziaria, uno Stato che si trova ad affrontare un accesso limitato ai mercati dei capitali internazionali, beni congelati all’estero e vie limitate per ottenere risarcimenti, cercherebbe naturalmente di trarre vantaggio da un bene strategico sotto la sua influenza come fonte di ripresa.

Dopo quasi quarantacinque anni vissuti sotto le sanzioni primarie e secondarie degli Stati Uniti, l’Iran ha deciso che era giunto il momento di sfruttare quello che potrebbe essere definito il suo accesso primario, secondario e persino terziario allo Stretto di Hormuz. Si potrebbe definire una rappresaglia strategica attesa da tempo.

Se un simile meccanismo verrebbe infine accettato dalla comunità internazionale è una questione giuridica e politica a sé stante. Dal punto di vista finanziario, tuttavia, la logica è comprensibile.

La terza questione è dove l’aritmetica diventa particolarmente rivelatrice. Un onere di 1 dollaro al barile può sembrare eccessivo se espresso come tassa di transito, eppure è relativamente piccolo rispetto alla normale volatilità dei prezzi del petrolio, delle tariffe di trasporto, dei premi assicurativi e dei premi per il rischio geopolitico.

Ancora più importante, anche nelle ipotesi più ottimistiche, ci vorrebbero decenni per recuperare 300 miliardi di dollari con una tariffa del genere. Basandosi sul normale traffico pre-chiusura attraverso Hormuz, un’imposta di 1 dollaro al barile applicata ai carichi di petrolio greggio e un’imposta comparabile applicata alle navi metaniere Q-Max richiederebbero circa trent’anni per generare 300 miliardi di dollari.

Se i proventi venissero condivisi con l’Oman, le cui acque territoriali fanno anch’esse parte dello Stretto, il periodo di recupero si estenderebbe a circa sei decenni.

Questa, forse, è la conclusione macroeconomica più interessante. 300 miliardi di dollari sono una cifra enorme rispetto alle entrate generate da un modesto pedaggio di transito. Persino il controllo del più importante punto di strozzatura energetica del mondo non si traduce facilmente nel recupero di una somma simile.

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Per recuperare 300 miliardi di dollari entro cinque anni, ad esempio, l’imposta effettiva dovrebbe essere più vicina a 6-7 dollari per barile equivalente, ipotizzando un ritorno del traffico ai volumi normali. In tale contesto, una proposta di 1 dollaro al barile appare meno straordinaria di quanto molti avessero inizialmente ipotizzato.

Nessuno di questi elementi risolve le questioni legali, politiche o morali che circondano il conflitto. Né stabilisce se la rivendicazione iraniana reggerebbe a un esame indipendente.

Tuttavia, dalla prospettiva ristretta dell’economia dei risarcimenti, i numeri raccontano una storia interessante. L’aspetto controverso della proposta non è la matematica, ma il principio.

I calcoli sono internamente coerenti. Anzi, se si considera che ingenti beni iraniani rimangono congelati all’estero a causa delle sanzioni statunitensi e non sono ancora stati sbloccati, si può comprendere perché Teheran non veda un prelievo di 1 dollaro al barile come una richiesta aggressiva, bensì come un tentativo relativamente modesto di stabilire un meccanismo di compensazione a lungo termine. Che si condivida o meno questa posizione, la proposta appare considerevolmente meno irrazionale se esaminata attraverso la lente dell’economia piuttosto che della politica.

Parlando di principi, viene da chiedersi se qualche principio possa sopravvivere alle guerre di scelta.

“Solo i morti hanno visto la fine della guerra.” George Santayana

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Israele, l’Iran e la negazione dell’Olocausto _ di Ron Unz

Israele, l’Iran e la negazione dell’Olocausto • 44m 

Ron Unz• 8 giugno 2026

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Per molti anni, il generale Qasem Soleimani è stato uno dei comandanti militari più importanti e influenti dell’Iran, una figura di spicco del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC). Aveva svolto un ruolo centrale nell’organizzazione della sconfitta delle forze radicali sunnite dell’ISIS in Siria e Iraq, ed era anche l’artefice della strategia politica regionale del suo paese volta a contrastare la potenza militare israeliana e americana.

Pertanto, il suo improvviso assassinio, avvenuto all’inizio di gennaio 2020 in seguito a un attacco con un drone americano, ha sconvolto l’intera regione. Come ho scritto all’epoca:

L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuto il 2 gennaio per mano degli Stati Uniti, è stato un evento di enorme portata.

Il generale Soleimani era la figura militare di più alto rango nel suo Paese di 80 milioni di abitanti e, con una carriera trentennale costellata di successi, era una delle personalità più amate e stimate a livello nazionale. La maggior parte degli analisti lo collocava al secondo posto per influenza, subito dopo l’Ayatollah Ali Khamenei, l’anziano leader supremo dell’Iran, e circolavano voci diffuse secondo cui gli veniva chiesto di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2021.

Anche le circostanze della sua morte in tempo di pace furono piuttosto singolari. Il suo veicolo fu distrutto da un missile lanciato da un drone Reaper americano nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, poco dopo il suo arrivo con un volo di linea per partecipare ai negoziati di pace originariamente proposti dal governo americano.

I nostri principali media non hanno certo ignorato la gravità di questo omicidio improvviso e inaspettato di una figura politica e militare di così alto rango, e gli hanno dedicato un’enorme attenzione. Un giorno o due dopo, la prima pagina del mio New York Times del mattino era quasi interamente occupata dalla copertura dell’evento e delle sue implicazioni, insieme a diverse pagine interne dedicate allo stesso argomento. Più tardi quella stessa settimana, il quotidiano nazionale di riferimento degli Stati Uniti ha dedicato più di un terzo di tutte le pagine della sua sezione principale alla stessa storia scioccante.

Ma nemmeno questa copiosa copertura mediatica da parte di team di giornalisti esperti è riuscita a fornire all’incidente il giusto contesto e a metterne in luce le implicazioni. L’anno scorso, l’amministrazione Trump aveva dichiarato la Guardia Rivoluzionaria Iraniana «organizzazione terroristica», suscitando critiche diffuse e persino scherno da parte di esperti di sicurezza nazionale inorriditi all’idea di classificare un ramo importante delle forze armate iraniane come «terroristi». Il generale Soleimani era un alto comandante di quell’organismo, e questo apparentemente ha fornito la foglia di fico legale per il suo assassinio in pieno giorno mentre era impegnato in una missione diplomatica di pace.

Gli israeliani e i loro sostenitori americani avevano svolto un ruolo centrale nel convincere l’amministrazione Trump a compiere quel passo drastico, e questo mi ha spinto a scrivere un articolo molto lungo in cui si analizza il forte coinvolgimento di Israele in numerosi omicidi nel corso dei decenni.

Al momento della sua morte, Soleimani aveva ricoperto per oltre vent’anni il ruolo di comandante della Forza Quds, un’unità d’élite all’interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) che fa capo direttamente alla Guida Suprema dell’Iran ed è responsabile delle operazioni extraterritoriali e della guerra non convenzionale. Alti funzionari statunitensi avevano talvolta descritto tale organizzazione come una combinazione tra la CIA americana e il JSOC (Joint Special Operations Command), il comando militare delle forze speciali.

Dopo la morte di Soleimani, gli è succeduto il suo vice di lunga data Esmail Qaani, molto meno conosciuto a livello internazionale ma con quarant’anni di esperienza nell’IRGC.

In qualità di nuovo capo della Forza Quds, Qaani è diventato immediatamente uno dei più importanti comandanti militari dell’Iran. Ha assunto il compito di coordinare il sostegno iraniano ai vari alleati regionali, tra cui spicca l’organizzazione libanese Hezbollah.

Nel settembre 2024, una serie di massicci attacchi aerei israeliani ha ucciso il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e diversi suoi alti funzionari nel loro bunker di comando sotterraneo a Beirut. Un articolo del New York Times ha messo in evidenza alcune notizie non confermate riportate dai media israeliani e arabi secondo cui Qaani potrebbe essere rimasto ferito o ucciso nello stesso attacco, insieme ad altri importanti ufficiali dell’IRGC iraniano.

Qaani, invece, ne è uscito illeso. Ma ben presto è emersa una nuova versione dei fatti, particolarmente scioccante, su Middle East Eye, una delle principali testate occidentali che si occupano di quella regione. Ci è stato riferito che l’assassinio di Nasrallah, così come la recente uccisione di molti altri leader di spicco di Hezbollah, fosse stata resa possibile da falle nei servizi segreti iraniani, con Qaani in stato di arresto, sospettato di aver lavorato per Israele. Questa storia è stata ulteriormente amplificata da un articolo del Times of Israel, che citava un servizio di Sky News Arabic secondo cui durante l’interrogatorio Qaani avrebbe avuto un infarto ed era stato ricoverato in ospedale, mentre anche il suo capo di stato maggiore era sotto indagine come agente israeliano. I media sauditi hanno persino suggerito che Qaani fosse stato giustiziato per aver collaborato con il Mossad israeliano.

Se fossero vere, queste notizie rappresenterebbero sicuramente uno dei colpi politici più devastanti che l’Iran abbia mai subito. Immaginiamo che, nel pieno della Guerra Fredda, il direttore della nostra stessa CIA fosse stato arrestato o addirittura giustiziato con l’accusa di essere un agente sovietico.

Tuttavia, pochi giorni dopo l’Iran ha tenuto una cerimonia funebre per uno dei generali della Forza Quds ucciso in quel recente attacco israeliano, e Qaani è apparso in pubblico, illeso, non arrestato, non ricoverato in ospedale e perfettamente vivo. Ciò mi ha portato a sospettare che tutte quelle precedenti notizie riportate dai media fossero probabilmente il frutto di operazioni di disinformazione israeliane volte a danneggiare la reputazione dell’Iran e di uno dei suoi più importanti comandanti militari del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

L’anno successivo, Israele approfittò dei negoziati di pace in corso per sferrare un improvviso attacco a sorpresa contro l’Iran, riuscendo ad assassinare numerose figure di spicco iraniane. Tra queste figuravano alcuni dei più alti comandanti militari del Paese e i principali scienziati nucleari; il conflitto che ne seguì nel giugno 2025 passò alla storia come la Guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele. Il New York Times inizialmente riportò la notizia della morte di Qaani, anche se in seguito modificò l’articolo per spiegare che era sopravvissuto, come dimostrato da un filmato di Teheran che lo ritraeva in azione.

Il 28 febbraio di quest’anno, poi, gli Stati Uniti e Israele hanno nuovamente sfruttato il pretesto dei negoziati di pace per sferrare un attacco a sorpresa contro l’Iran, dando inizio al conflitto con un’enorme ondata di attacchi missilistici devastanti che hanno causato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e di molti dei principali comandanti politici e militari del Paese. Ancora una volta, numerosi media hanno affermato che Qaani era un traditore che aveva facilitato quegli attacchi contro il proprio Paese, e alcune di queste notizie hanno riportato che era stato giustiziato dal suo stesso governo iraniano. Questo sconvolgente sviluppo è stato riportato persino dal servizio di informazione in lingua inglese dell’emittente statale ufficiale francese France 24.

Link al video

Ricordo di essermi stupito del fatto che la notizia del tradimento di Qaani fosse stata accolta con nonchalance e diffusa da uno o due dei podcaster dei media alternativi che seguivo regolarmente, persone che per il resto erano estremamente scettiche nei confronti di qualsiasi affermazione sui paesi del Medio Oriente diffusa dai media occidentali.

Tuttavia, questa volta mi sono mostrato molto più cauto nel credere a tali notizie. Ho anche notato che, nonostante la posizione di grande rilievo di Qaani nella gerarchia militare del suo Paese, non è mai stato incluso in nessuna delle classifiche pubblicate dal Times che elencavano i principali leader politici e militari iraniani, sia deceduti che ancora in vita.

La mia cautela si è presto rivelata giustificata, poiché Qaani ha iniziato a rilasciare regolarmente varie dichiarazioni pubbliche riguardo alle operazioni militari dell’Iran, e ciò è proseguito nelle settimane successive. Ad esempio, solo pochi giorni fa ha minacciato un’ulteriore escalation del conflitto e ha chiesto il ritiro completo di Israele dal Libano. Piuttosto che essere stato arrestato e giustiziato, non sembrava esserci la minima prova che il governo iraniano avesse mai sospettato Qaani di alcuna slealtà.

Quelle prime notizie riportate dai media che coinvolgevano Qaani avevano sottolineato con forza il fatto che non fosse stato visto in pubblico negli ultimi tempi, ma ciò non era affatto sorprendente, visti i continui tentativi da parte di Israele e degli Stati Uniti di assassinare i principali leader militari e politici iraniani. In effetti, sospettavo che quelle notizie sulla presunta esecuzione di Qaani fossero state diffuse deliberatamente per spingerlo a compiere azioni avventate che lo rendessero un bersaglio più facile da colpire e uccidere.

Recentemente sono circolate anche notizie di dubbia attendibilità sui media riguardanti un altro leader iraniano di grande rilievo.

L’ondata di attacchi aerei che ha dato inizio all’attuale guerra in Iran ha causato la morte dell’86enne Guida Suprema Ali Khamenei nella sua residenza di Teheran, mietendo anche le vite di molti dei suoi familiari, tra cui una figlia, una nipote, un genero e una nuora, sebbene, contrariamente alle prime notizie, sua moglie fosse sopravvissuta.

Tra i sopravvissuti feriti c’era Mojtaba, il secondogenito di Khamenei, e poco più di una settimana dopo il Consiglio degli Esperti iraniano lo ha eletto nuovo Guida Suprema in sostituzione del padre.

In circostanze normali, una simile successione dinastica sarebbe stata vista con estrema sfavore dalla leadership della Repubblica Islamica; infatti, in passato sia Khamenei senior che Khamenei junior avevano espresso la loro forte opposizione al governo ereditario. Ma tale fattore potrebbe essere stato superato dall’importanza percepita di dimostrare una risoluta determinazione nazionale e continuità politica di fronte all’uccisione di così tanti leader iraniani di alto rango e al martirio di numerosi membri della famiglia Khamenei.

Dopo che il giovane Khamenei era stato nominato terzo Guida Suprema dell’Iran, israeliani e americani lo avevano messo nel mirino, quindi, per ovvie ragioni, evitava di apparire in pubblico o di rivelare in altro modo dove si trovasse. Tuttavia, sui media occidentali cominciarono presto a circolare notizie non confermate che fornivano altre spiegazioni per la sua riservatezza. Secondo alcune di queste, l’attentato che aveva ucciso suo padre lo aveva lasciato gravemente ferito e inabilestorpio o sfigurato. Oppure era in coma, o era fuggito dal Paese, o era addirittura già morto.

In quel periodo, gli omicidi perpetrati da Israele continuarono, causando la morte di Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e spesso considerato il leader politico più importante dell’Iran, oltre che di molti altri alti comandanti militari. Pertanto, queste voci su Mojtaba potrebbero essere state diffuse con l’intento di attirarlo allo scoperto, consentendone l’eliminazione. Gli israeliani potrebbero aver sperato che l’uccisione di due Guide Supreme in rapida successione avrebbe spezzato lo spirito della Repubblica Islamica.

Qualche settimana prima, un’inchiesta di Bloomberg avrebbe rivelato che Mojtaba Khamenei possedeva «un impero immobiliare globale» costituito da «investimenti internazionali su vasta scala», tra cui proprietà di lusso nel Regno Unito del valore di circa 138 milioni di dollari. Queste notizie erano state ampiamente diffuse, ma io le guardavo con grande scetticismo poiché non mi era chiaro come un religioso islamico soggetto a severe sanzioni finanziarie occidentali e residente in Iran potesse trarre beneficio dal possesso di lussuose dimore britanniche.

In Iran l’omosessualità è un reato penale e la sodomia è talvolta punita con la pena di morte. Ma pochi giorni dopo la nomina di Mojtaba, il New York Post, notoriamente ostile, ha affermato che i servizi segreti americani avevano stabilito che il nuovo leader supremo dell’Iran fosse probabilmente gay. Lo stesso articolo menzionava con tono neutro la morte della moglie e del figlio adolescente nell’attacco aereo che aveva ucciso suo padre, sottolineando al contempo che aveva altri due figli sopravvissuti.

Era certamente possibile che il più alto dignitario sciita della Repubblica Islamica fosse in realtà un edonista omosessuale che acquistava avidamente dimore lussuose in Gran Bretagna che non avrebbe mai potuto visitare, figuriamoci utilizzare come residenza. Ma la propaganda disonesta è un elemento ricorrente in tutti i conflitti militari, e di questi tempi il governo americano e i suoi mentori israeliani sono particolarmente spudorati in tal senso. Quindi è ovvio che si debba mantenere un notevole scetticismo nei confronti di storie così scandalose, che in realtà sembrano proprio una proiezione del comportamento scandaloso delle élite occidentali, ormai sempre più chiamate “la classe Epstein”.

Credo che questi fatti debbano essere tenuti presenti mentre esaminiamo la vicenda più eclatante degli ultimi tempi che vede protagonista un’importante figura politica iraniana.

Sebbene oggi probabilmente solo una minima parte degli americani riconosca il suo nome, Mahmoud Ahmadinejad ha ricoperto la carica di presidente dell’Iran per due mandati, dal 2005 al 2013.

Cresciuto in una famiglia povera e laureato in ingegneria, Ahmadinejad era considerato un outsider conservatore e populista, che aveva ricoperto un solo mandato come sindaco di Teheran prima di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2005 nel suo Paese. Sebbene non fosse affatto considerato uno dei favoriti, la sua disponibilità a sostenere posizioni fortemente antiamericane e il suo deciso appoggio al programma nucleare iraniano gli valsero un ampio sostegno popolare. Dopo aver raggiunto il ballottaggio, vinse con una schiacciante maggioranza del 62% contro Akbar Rafsanjani, un ex presidente che aveva ricoperto due mandati e che era già stato per decenni una delle figure politiche più potenti dell’Iran.

La sua pagina di Wikipedia ha utilmente riassunto alcune delle questioni che hanno permesso ad Ahmadinejad di ottenere la sua clamorosa vittoria a sorpresa:

Ahmadinejad è stato l’unico candidato alla presidenza a esprimersi contro le future relazioni con gli Stati Uniti. Ha dichiarato all’emittente della Repubblica Islamica dell’Iran che le Nazioni Unite sono «di parte, schierate contro il mondo islamico». Si è opposto al diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: «Non è giusto che pochi Stati possano sedersi e porre il veto su decisioni globali. Se un tale privilegio dovesse continuare a esistere, lo stesso privilegio dovrebbe essere esteso al mondo musulmano, con una popolazione di quasi 1,5 miliardi di persone». Ha difeso il programma nucleare iraniano e ha accusato «alcune potenze arroganti» di cercare di limitare lo sviluppo industriale e tecnologico dell’Iran in questo e in altri campi.

Leggendo di recente quella lunga voce su Wikipedia, mi ha colpito scoprire che nella sua autobiografia si menzionava che, da studente liceale, si era classificato al 132° posto su 400.000 partecipanti agli esami nazionali di ammissione all’università del 1976. Questo risultato lo aveva collocato ben al di sopra del 99,9° percentile e gli aveva garantito l’ammissione alla principale università di scienze e tecnologia dell’Iran, dove in seguito ha conseguito un dottorato in ingegneria. Considerati i suoi numerosi nemici politici in Iran, dubito che avrebbe fatto una simile affermazione se non fosse vera.

Una volta insediato, Ahmadinejad ha continuato ad assumere posizioni pubbliche molto decise su temi scottanti e, di conseguenza, è stato oggetto di aspre critiche in Occidente. Ad esempio, quando i nostri media affermano regolarmente che i leader iraniani hanno promesso di «cancellare Israele dalla mappa», non fanno altro che ripetere un famigerato errore di traduzione di una dichiarazione da lui rilasciata poco dopo essere diventato presidente.

Ma sebbene quelle specifiche affermazioni fossero infondate, è innegabile che Ahmadinejad si sia distinto per un atteggiamento più ostile nei confronti di Israele e degli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro leader iraniano di spicco, sia prima che dopo di lui. Inoltre, veniva regolarmente denunciato dagli attivisti americani per i diritti dei gay per le sue posizioni su questioni a loro care.

Pertanto, quando nel 2009 si candidò per la rielezione come esponente della linea dura conservatrice, suscitò un’enorme opposizione da parte degli elementi più liberali e filo-occidentali del suo Paese, e i loro attacchi furono notevolmente amplificati dai nostri stessi media mainstream. Dopo che fu dichiarato vincitore, un’enorme ondata di proteste pubbliche contestò i risultati definendoli fraudolenti e ne chiese l’annullamento, con questo cosiddetto “Movimento Verde” che durò per molti mesi. Questa campagna anti-Ahmadinejad ha ispirato le più grandi proteste iraniane dai tempi della Rivoluzione Islamica originale di trent’anni prima, e queste sono state così fortemente sostenute dall’Occidente da essere spesso considerate solo un’altra “rivoluzione colorata” volta a rovesciare un governo anti-americano.

Sebbene tali accuse di brogli elettorali fossero state sostenute quasi all’unanimità dai principali opinionisti e mezzi di comunicazione americani di ogni orientamento ideologico, ricordo di essermi mostrato piuttosto scettico all’epoca, osservando che la sua percentuale di voti nel 2009 era in realtà molto simile a quella ottenuta quattro anni prima, nel 2005. Sospettavo che gli elementi iraniani più benestanti e liberali fossero stati fuorviati da qualcosa di simile alla famosa citazione errata di Pauline Kael, secondo cui lei non riusciva a credere che Richard Nixon fosse stato rieletto con una vittoria schiacciante nel 1972 perché, da newyorkese liberale, non conosceva una sola persona che avesse votato per lui.

Recentemente ho letto Going to Tehran, un’apprezzata analisi politica del 2013 sulle nostre travagliate relazioni con l’Iran, scritta da Flynt e Hillary Mann Leverett, ex funzionari della CIA e del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) statunitensi specializzati in quel Paese. Non solo gli autori hanno pienamente confermato la mia visione di quelle controverse elezioni del 2009, ma hanno trattato Ahmadinejad con notevole rispetto nel loro resoconto, sottolineando che la sua sorprendente ascesa ai vertici del governo iraniano era stata dovuta alle sue eccezionali capacità di conduttore di campagne politiche.

La retorica americana condanna sistematicamente l’Iran definendolo una dittatura oppressiva. Ma basti pensare agli esiti del tutto inaspettati di molte elezioni nazionali iraniane, in cui potenti esponenti dell’establishment vengono spesso sconfitti da candidati outsider. Alla luce di questi dati, l’Iran si configura in realtà come una delle pochissime vere democrazie del Medio Oriente, certamente molto più di Israele, che da oltre mezzo secolo nega qualsiasi diritto politico alla metà palestinese della sua popolazione totale.

Sebbene Ahmadinejad abbia lasciato la carica nell’agosto 2013, il suo nome continuava a comparire di tanto in tanto sui media internazionali.

Durante i suoi due mandati, Ahmadinejad è stato oggetto di una demonizzazione senza precedenti da parte dei media occidentali e il suo Paese ha subito alcune delle conseguenze politiche di tale atteggiamento, tra cui gravi sanzioni economiche. In parte per questo motivo, il suo successore alla presidenza è stato Hassan Rouhani, una figura di gran lunga più moderata che aveva basato la propria campagna elettorale su un programma volto a rafforzare l’economia migliorando le relazioni con l’Occidente. A pochi mesi dall’insediamento, Rouhani aveva avviato i negoziati sull’accordo nucleare JCPOA con l’America e il resto del mondo, consentendo ispezioni internazionali rigorose per garantire che non venissero sviluppate armi nucleari iraniane, firmando infine quel patto nel 2015.

Ahmadinejad e altri conservatori iraniani si sono mostrati piuttosto critici nei confronti dell’accordo, sostenendo che l’amministrazione Rouhani avesse negoziato sotto pressione e assunto impegni unilaterali iniqui. Ma quando ha preso in considerazione l’idea di sfidare Rouhani per la rielezione nel 2017, il Consiglio dei Guardiani dell’Iran ha bloccato la sua candidatura presidenziale, facendo lo stesso anche nel 2021 e nel 2024, apparentemente perché riteneva che i suoi rapporti estremamente tossici con l’Occidente avrebbero danneggiato l’Iran se fosse tornato in carica. Un altro fattore potrebbe essere stato le continue accuse di corruzione che egli ha rivolto contro vari alti funzionari iraniani.

L’Iran aveva negoziato il JCPOA con l’amministrazione Obama, e i timori di Ahmadinejad si sono rivelati fondati quando Trump ha iniziato a criticare aspramente l’accordo poco dopo essere diventato presidente nel 2017 e poi si è ritirato ufficialmente da esso l’anno successivo.

Sebbene Ahmadinejad fosse spesso descritto come un oppositore fanatico del miglioramento delle relazioni con l’Occidente, la realtà era ben diversa. Quando nel 2019 il presidente Donald Trump dichiarò di essere disposto a dialogare con l’Iran “senza precondizioni”, Ahmadinejad reagì in modo piuttosto favorevole, dichiarando in una lunga intervista al Times di sostenere i colloqui diretti tra i due paesi, una posizione avallata separatamente anche dal ministro degli Esteri iraniano. Ma a causa dell’influenza degli estremisti anti-iraniani nell’amministrazione Trump, questa possibile apertura diplomatica non ha portato a nulla.

L’anno successivo, invece, la situazione ha preso una piega ben diversa. A partire dall’aprile 2020 ho pubblicato una lunga serie di articoli in cui sostenevo che esistessero prove solide, se non addirittura schiaccianti, del fatto che l’epidemia di Covid fosse il risultato di un attacco di guerra biologica sferrato dagli Stati Uniti contro la Cina e l’Iran. Come ho spiegato nel mio articolo originale:

Man mano che il coronavirus cominciava gradualmente a diffondersi oltre i confini della Cina, si verificò un altro evento che moltiplicò notevolmente i miei sospetti. La maggior parte di questi primi casi si era verificata esattamente dove ci si sarebbe potuto aspettare, ovvero nei paesi dell’Asia orientale confinanti con la Cina. Ma verso la fine di febbraio l’Iran era diventato il secondo epicentro dell’epidemia globale. Ancora più sorprendente, le sue élite politiche erano state particolarmente colpite, con ben il 10% dell’intero parlamento iraniano presto infettato e almeno una dozzina dei suoi funzionari e politici morti a causa della malattia, compresi alcuni che erano di alto rango. Infatti, gli attivisti neoconservatori su Twitter hanno iniziato a notare con gioia che i loro odiati nemici iraniani stavano cadendo come mosche.

Consideriamo le implicazioni di questi fatti. In tutto il mondo, le uniche élite politiche che abbiano finora subito perdite umane significative sono state quelle iraniane, e i loro membri sono morti in una fase molto precoce, prima ancora che si verificassero focolai significativi in quasi qualsiasi altra parte del mondo al di fuori della Cina. Pertanto, abbiamo l’America che assassina il comandante militare di punta dell’Iran il 2 gennaio e poi, solo poche settimane dopo, gran parte delle élite al potere iraniane viene contagiata da un nuovo virus misterioso e letale, con molti di loro che muoiono presto di conseguenza. Qualunque individuo razionale potrebbe mai considerare tutto questo una semplice coincidenza?

In un articolo successivo ho sottolineato che i vertici del regime iraniano e i principali media erano giunti pubblicamente alla stessa conclusione. Ahmadinejad si è espresso con particolare veemenza su Twitter, rivolgendo le sue accuse formali persino al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres; uno solo dei suoi numerosi tweet ha raccolto migliaia di retweet e “Mi piace”.

All’epoca, i media internazionali avevano liquidato come pura follia la tesi iraniana secondo cui il virus del Covid fosse stato sviluppato in un laboratorio biologico statunitense. Tuttavia, il prof. Jeffrey Sachs ha ricoperto il ruolo di presidente della Commissione Covid della rivista Lancet, e i suoi recenti articoli hanno pienamente confermato la plausibilità di tale scenario.

Nel novembre 2020, Trump è stato sconfitto alle elezioni presidenziali da Joseph Biden, che aveva ricoperto la carica di vicepresidente sotto Barack Obama, e così la classe politica iraniana sperava di migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e di rilanciare il JCPOA. Quando Ahmadinejad ha dichiarato la sua intenzione di candidarsi alle presidenziali del 2021, gli è stata nuovamente impedita la partecipazione, forse in parte perché la leadership iraniana temeva che le sue accuse a gran voce secondo cui il Covid sarebbe stato un’arma biologica americana avrebbero eliminato qualsiasi possibilità del genere.

Israele e i suoi sostenitori sionisti avevano da tempo diffamato Ahmadinejad definendolo il loro nemico iraniano più ostile, arrivando talvolta ad affermare che egli nutrisse una determinazione apocalittica a distruggere Israele e l’Occidente. L’articolo di Wikipedia “Mahmoud Ahmadinejad e Israele” conta più di 10.000 parole e cita importanti funzionari internazionali secondo cui le sue dichiarazioni pubbliche equivalevano a inviti al genocidio contro lo Stato ebraico. Vari leader ebrei in tutto il mondo a volte hanno descritto Ahmadinejad come un “secondo Hitler”, così come hanno fatto gli editoriali dello Yale News e molte altre pubblicazioni altamente rispettabili. Tale antagonismo estremamente aspro si è placato solo gradualmente dopo che ha lasciato la carica nel 2013.

Nel giugno 2025, Israele sferrò un attacco a sorpresa contro l’Iran, con una serie di omicidi mirati che colsero nel segno importanti funzionari iraniani; pochi giorni dopo, alcune notizie riportarono che uomini armati e mascherati avevano ucciso Ahmadinejad insieme alla moglie e ai figli. Queste notizie furono accolte con gioia dagli attivisti filoisraeliani sebbene fossero poi smentite e si rivelassero errate. Altre versioni, in qualche modo diverse, di un tentativo di assassinio fallito circolarono nello stesso periodo.

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Quando Israele e gli Stati Uniti hanno nuovamente attaccato l’Iran alla fine di febbraio di quest’anno, la Guida Suprema Khamenei e molti altri alti funzionari militari e politici iraniani sono stati immediatamente uccisi dalle prime ondate di attacchi aerei. Il giorno successivo, un importante quotidiano israeliano ha riportato che tra le vittime figuravano anche Ahmadinejad e le sue guardie del corpo dell’IRGCI media iraniani e altri organi di informazione regionali hanno riportato la stessa notizia, e FoxNews ha dato grande risalto alla morte dell’odiato ex presidente.

Ma queste notizie sono state presto smentite da uno stretto collaboratore di Ahmadinejad e si sono rivelate errate, dato che l’ex presidente iraniano è sopravvissuto ed è stato portato in un luogo sicuro.

Tutto questo non mi ha sorpreso più di tanto. Non tutti i tentativi di assassinio vanno a buon fine e la confusione tipica dei primi giorni di un conflitto militare è sempre presente.

Tuttavia, più di due mesi dopo, il New York Times ha improvvisamente pubblicato un’importante inchiesta che presentava una versione completamente diversa degli stessi fatti di base, una versione che è stata ampiamente ripresa e ripetuta dai media di tutto il mondo.

Basandosi esclusivamente su fonti anonime provenienti da funzionari americani e israeliani, i quattro giornalisti del Times hanno spiegato che, anziché cercare di uccidere Ahmadinejad, i governi americano e israeliano avevano pianificato di insediarlo come nuovo leader dell’Iran dopo aver assassinato con successo l’Ayatollah Khamenei e la maggior parte degli altri alti funzionari politici e militari iraniani. I missili lanciati contro l’abitazione dell’ex presidente erano destinati semplicemente a uccidere le sue guardie del corpo dell’IRGC e quindi a liberarlo dalla loro prigionia. Tuttavia, il piano fallì quando Ahmadinejad rimase inavvertitamente ferito in quell’attacco missilistico e si diede alla macchia invece di proclamarsi nuovo leader dell’Iran.

Ho trovato questa ricostruzione dei fatti piuttosto bizzarra e ho notato che si basava interamente sulle dichiarazioni di fonti anonime ben note per la loro sincerità.

Il Times ha attinto ad alcuni elementi contenuti in un articolo dell’Atlantic pubblicato dieci giorni dopo l’attacco, anch’esso basato su fonti anonime. L’Atlantic è attualmente diretto dal famigerato Jeffrey Goldberg, il cui impegno personale nei confronti di Israele era così forte che si è trasferito in quel paese e si è notoriamente offerto volontario come guardia carceraria israeliana. Goldberg ha poi vinto importanti premi giornalistici per i suoi articoli che promuovevano la ridicola bufala israeliana secondo cui Saddam Hussein aveva stretti legami con Osama bin Laden ed era un pazzo che minacciava l’America con le sue vaste scorte di armi di distruzione di massa irachene.

Uno degli autori del Times era Ronan Bergman, un israeliano residente a Tel Aviv che intrattiene legami estremamente stretti con i servizi segreti israeliani. Bergman è noto soprattutto per Rise and Kill First, il suo magistrale volume del 2018 sulla storia degli omicidi del Mossad.

Ahmadinejad era stato per tutta la vita un sostenitore dei palestinesi e un feroce oppositore di Israele. Dal 2023, le terribili atrocità e i massacri che Israele ha inflitto a civili palestinesi innocenti hanno completamente ribaltato la percezione di quel conflitto e dello Stato israeliano in tutto il mondo, compresa la maggior parte degli americani. Eppure ci si aspetta che crediamo che, proprio in questi stessi anni, le simpatie di Ahmadinejad siano cambiate nella direzione esattamente opposta, portandolo a diventare un zelante tirapiedi di Israele. Suppongo che ciò sia possibile, ma difficilmente lo considererei probabile.

A sostegno della sorprendente teoria secondo cui Ahmadinejad avrebbe deciso di diventare un collaboratore volontario dei nemici nazionali del proprio Paese, il Times ha citato un lungo articolo pubblicato su New Lines Magazine, una testata cartacea e online anti-iraniana apparentemente ben finanziata con sede negli Stati Uniti. Tra le altre cose, quell’articolo sosteneva che due persone strettamente legate ad Ahmadinejad, di nome Mohammad Rostami e Reza Golpour, fossero state arrestate e incarcerate nel 2017 con l’accusa di spionaggio a favore di Israele. Ma quando ho cercato di confermare quelle affermazioni sorprendenti, ho scoperto che quei due individui sembravano invece legati all’IRGC e apparentemente erano entrati in conflitto con alcune aspre dispute tra fazioni all’interno dell’establishment della sicurezza nazionale iraniana. Sembravano avere pochi o nessun legame diretto con Ahmadinejad.

Dubito che molti occidentali comprendano davvero tutti i complessi meccanismi interni della politica iraniana, e non mi annovero certo in quel ristretto gruppo. Forse Ahmadinejad ha deciso di tradire il proprio Paese e diventare un burattino degli Stati Uniti e di Israele, esattamente come sosteneva il Times. Alcuni dei podcaster dei media alternativi che seguo normalmente ignorerebbero quasi tutto ciò che il Times pubblica sul Medio Oriente considerandolo menzogne, ma hanno accettato quella storia senza discutere, chiedendosi perché il governo iraniano non avesse già arrestato e giustiziato Ahmadinejad come traditore. Penso che questo possa illustrare l’efficacia della tecnica della “Grande Bugia”.

Mi è venuto in mente, però, anche uno scenario ben diverso. Nel corso della sua lunga carriera, Ahmadinejad era diventato famoso per essere il leader iraniano più ostile a Israele e agli Stati Uniti, e a quanto pare gli era stato impedito di candidarsi alle elezioni presidenziali in tre occasioni a causa dell’enorme reazione negativa a livello internazionale provocata dalle sue dure dichiarazioni pubbliche. Nel giugno del 2025 erano circolate notizie di un tentativo di assassinio da parte di Israele ai suoi danni.

L’attuale presidente dell’Iran è il moderato Masoud Pezeshkian, insediatosi nel 2024 in seguito alla morte del presidente della linea dura Ebrahim Raisi. Quest’ultimo era rimasto ucciso in un incidente in elicottero molto sospetto poche settimane dopo aver bombardato Israele con una serie di attacchi missilistici e con droni in rappresaglia al letale bombardamento israeliano dell’ambasciata iraniana a Damasco.

Con Israele e gli Stati Uniti sul punto di sferrare un attacco su vasta scala senza precedenti contro l’Iran alla fine di febbraio, forse temevano che la popolarità politica di Ahmadinejad potesse ora tornare a crescere. Così, mentre gli israeliani lanciavano ondate di missili per eliminare la maggior parte degli attuali vertici politici e militari iraniani, hanno preso di mira Ahmadinejad con lo stesso metodo, colpendo la sua abitazione e uccidendo diverse delle sue guardie del corpo dell’IRGC, anche se lui stesso è rimasto solo ferito.

Ma dato che Ahmadinejad era ancora vivo e si nascondeva come un martire nazionale ferito, hanno deciso che la soluzione migliore fosse quella di minare la sua potenziale popolarità politica inventando la storia secondo cui si sarebbe trasformato in un traditore, desideroso di collaborare con i paesi nemici che avevano improvvisamente sferrato un attacco massiccio e immotivato contro il suo.

Ho trovato molto strano che un collaboratore anonimo di Ahmadinejad si fosse affrettato a parlare con i giornalisti ostili del Times e avesse confermato che l’ex presidente iraniano, molto popolare, si fosse alleato con Israele e gli Stati Uniti contro il proprio Paese. Ho ritenuto la mia ricostruzione contraria molto più plausibile, e lo stesso biografo di Ahmadinejad

ha avuto una reazione simile, mentre alcuni esperti israeliani erano altrettanto scettici riguardo al resoconto del Times.

Leggendo l’articolo del Times, ho notato un’omissione particolarmente evidente. Durante i suoi otto anni alla presidenza dell’Iran, Ahmadinejad era diventato tristemente famoso per la sua forte difesa della negazione dell’Olocausto, arrivando persino a organizzare un’importante conferenza internazionale nel 2006 dedicata proprio a quel movimento così controverso. Non si era mai tenuta prima una conferenza internazionale di questo tipo, che ha attirato una copertura mediatica molto critica. Secondo quanto riportato dai media, alcuni importanti funzionari iraniani temevano che ciò avrebbe aumentato notevolmente i sentimenti anti-iraniani in tutto il mondo.

Questo era stato uno dei motivi principali dell’enorme contraccolpo politico occidentale che l’Iran aveva subito durante la sua presidenza. Sebbene non fosse certo un esperto tecnico dell’argomento, si era sottoposto a interviste ostili sulla negazione dell’Olocausto da parte di ABC News, Larry King della CNN e numerosi altri media mainstream, affermandosi probabilmente come la figura pubblica più importante al mondo su tale questione.

Link al video

Eppure, nel lungo articolo del Times se ne faceva a malapena menzione. Se i governi israeliano e americano avessero pianificato di insediare il più famoso negazionista dell’Olocausto al mondo come nuovo leader dell’Iran, verrebbe da supporre che i giornalisti del Times avessero qualche domanda da porre su quel piano controverso, ma a quanto pare non è stato così.

Inoltre, erano interessanti le ragioni che hanno spinto Ahmadinejad a interessarsi all’argomento e a decidere di organizzare quella conferenza.

Quando entrò in carica, la resistenza all’occupazione americana dell’Iraq era ancora in pieno svolgimento, mentre i gruppi neoconservatori e filoisraeliani facevano del loro meglio per diffamare i musulmani. Sono stati quindi compiuti vari sforzi per provocare e incitare i musulmani pubblicando vignette che attaccavano il profeta Maometto, o bruciando o comunque profanando copie del Corano, e compiendo queste azioni presumibilmente in nome della “libertà di espressione”.

Ahmadinejad e altri musulmani hanno cercato di rispondere a questa provocazione con le stesse monete. Ma, a differenza degli occidentali ignoranti, i musulmani veneravano Gesù come santo profeta di Dio e immediato predecessore di Maometto, mentre la Vergine Maria era considerata la più perfetta tra tutte le donne. Pertanto, qualsiasi attacco a questi simboli principali del cristianesimo sarebbe stato ancora più inaccettabile nelle società islamiche di quanto non lo fosse nell’Occidente fortemente secolarizzato.

Tuttavia, Ahmadinejad e i suoi alleati si resero conto che alcune altre questioni erano difese con vero e proprio fervore religioso nelle società occidentali che sostenevano di aver abbandonato la religione. Come ho spiegato in un lungo articolo del 2019:

Nel 2009, Papa Benedetto XVI cercò di sanare la frattura di lunga data all’interno della Chiesa cattolica causata dal Concilio Vaticano II e di riconciliarsi con la fazione separatista della Fraternità San Pio X. Ma la questione si trasformò in una grave controversia mediatica quando si scoprì che il vescovo Richard Williamson, uno dei membri di spicco di quest’ultima organizzazione, era da tempo un negazionista dell’Olocausto e riteneva inoltre che gli ebrei dovessero convertirsi al cristianesimo. Sebbene le numerose altre differenze nella dottrina cattolica fossero pienamente negoziabili, apparentemente il rifiuto di accettare la realtà dell’Olocausto non lo era, e Williamson rimase estraneo alla Chiesa cattolica. Poco dopo fu persino perseguito per eresia dal governo tedesco.

Alcuni critici su Internet hanno avanzato l’ipotesi che, nel corso delle ultime due generazioni, energici attivisti ebrei siano riusciti a convincere i paesi occidentali a sostituire la loro religione tradizionale, il cristianesimo, con la nuova religione dell’«olocaustianesimo», e il caso Williamson sembra certamente avvalorare tale conclusione.

Si prenda ad esempio la rivista satirica francese Charlie Hebdo. Finanziata da circoli ebraici, per anni ha sferrato feroci attacchi contro il cristianesimo, talvolta in modo crudelmente pornografico, e ha anche periodicamente diffamato l’Islam. Tali attività sono state salutate dai politici francesi come prova della totale libertà di pensiero concessa nella terra di Voltaire. Ma nel momento in cui uno dei suoi principali vignettisti ha fatto una battuta molto blanda sugli ebrei, è stato immediatamente licenziato, e se la rivista avesse mai ridicolizzato l’Olocausto, sarebbe stata sicuramente chiusa immediatamente e tutto il suo staff probabilmente gettato in prigione.

I giornalisti occidentali e gli attivisti per i diritti umani hanno spesso espresso il proprio sostegno alle azioni audacemente trasgressive delle attiviste di Femen, finanziate da fondi ebraici, quando queste profanano chiese cristiane in tutto il mondo. Ma questi stessi opinionisti si scaglierebbero sicuramente contro chiunque agisse in modo simile nei confronti della crescente rete internazionale di musei dell’Olocausto, la maggior parte dei quali costruiti con fondi pubblici.

In effetti, una delle cause alla base dell’aspro conflitto tra l’Occidente e la Russia di Vladimir Putin sembra essere il fatto che egli abbia restituito al cristianesimo un ruolo privilegiato in una società in cui i primi bolscevichi avevano un tempo fatto saltare in aria le chiese e massacrato migliaia di sacerdoti. Le élite intellettuali occidentali nutrivano sentimenti ben più positivi nei confronti dell’URSS, nonostante i suoi leader mantenessero un atteggiamento fortemente anticristiano.

L’Iran e i suoi principali mezzi di comunicazione conservano ancora qualche traccia di quella visione originariamente promossa da Ahmadinejad. Qualche anno fa sono stato intervistato da un’emittente televisiva iraniana su una serie di argomenti considerati molto controversi in Occidente, e due di quelle puntate di mezz’ora erano dedicate all’Olocausto.

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L’accordo lovecraftiano con l’Iran _ di Constantin von Hoffmeister

L’accordo lovecraftiano con l’Iran

Come l’impero trovò l’abisso

Constantin von Hoffmeister13 giugno
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Sotto il bagliore elettrico dell’impero del ventunesimo secolo si è consumato uno strano spettacolo. Il presidente Trump, circondato da consiglieri, generali, finanzieri, figure mediatiche e dall’immensa macchina di una civiltà che un tempo si credeva padrona di ogni orizzonte, è giunto a un punto in cui le vie da percorrere si restringevano in un lugubre corridoio. La grande strategia che prometteva pressione, intimidazione e un’azione unilaterale si è scontrata con una forza che resisteva all’assorbimento in formule consolidate. In quel momento, nel vasto labirinto dei calcoli geopolitici, solo due porte rimanevano visibili: una discesa verso un confronto militare di ben maggiore portata o un passo verso un sostanziale accordo con Teheran. Questa realtà merita di essere ricordata ogni volta che si celebra questo episodio come una dimostrazione di forza inequivocabile.

Il significato più profondo va oltre gli eventi immediati. Lovecraft descriveva spesso studiosi solitari che vagavano tra archivi dimenticati solo per scoprire che la mappa di cui si fidavano celava strutture più antiche e immense sotto terra. Allo stesso modo, gli architetti della politica americana sembravano confrontarsi con una geometria nascosta. Anni di sanzioni, minacce, operazioni segrete, manovre diplomatiche e pressioni regionali crearono l’impressione di un controllo schiacciante. Eppure, sotto l’architettura visibile si celava una realtà diversa, vasta e antica a suo modo: uno stato civilizzato radicato in memorie, simboli e istituzioni che si estendevano ben oltre la durata di qualsiasi amministrazione. Le sicure equazioni del potere si scontrarono con variabili provenienti da strati più profondi, come quelle città ciclopiche sepolte i cui angoli violavano la percezione ordinaria in ” Alle montagne della follia” .

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In questo dramma in divenire, Trump assomigliava a uno dei protagonisti di Lovecraft che entra in una camera aspettandosi di dominare forze misteriose e si ritrova invece intrappolato nel loro disegno. Ogni escalation generava nuove pressioni. Ogni dimostrazione di risolutezza richiedeva corrispondenti dimostrazioni di resistenza. Il meccanismo della deterrenza iniziò ad assomigliare a un elaborato rituale i cui partecipanti si resero gradualmente conto che le forze evocate possedevano una propria inerzia. Attraverso deserti, montagne, rotte marittime, corridoi diplomatici, reti di intelligence e sistemi finanziari, correnti invisibili convergevano in una configurazione che limitava ogni attore coinvolto. Ciò che da lontano appariva come libertà d’azione si rivelava sempre più come un movimento attraverso passaggi angusti scavati dal peso accumulato della storia stessa.

La mitologia della forza spesso si basa sulle immagini. Fotografie, discorsi, portaerei, missili, bandiere e dichiarazioni creano impressioni che si diffondono rapidamente nella moderna sfera dell’informazione. Lovecraft aveva compreso la natura ingannevole delle apparenze. I suoi narratori spesso contemplavano paesaggi ordinari per poi intravedere, attraverso un fugace cambio di prospettiva, forme colossali in agguato oltre la comprensione umana. Allo stesso modo, l’immagine superficiale che circondava lo scontro suggeriva dominio e iniziativa. Eppure la struttura più profonda indicava qualcosa di completamente diverso. Un leader la cui strategia culmina nella scelta tra una guerra su vasta scala e significative concessioni occupa una posizione plasmata tanto dai limiti quanto dal comando. L’immagine proiettata all’esterno può irradiare sicurezza, mentre la realtà sottostante parla di costrizione, pressione e inferiorità strategica.

Si potrebbe persino paragonare la situazione agli esploratori che incontrarono le antiche entità del cosmo di Lovecraft. Quei viaggiatori portavano con sé strumenti avanzati, conoscenze scientifiche e un’immensa fiducia nelle proprie capacità. Poi giunse la rivelazione che forze ben più grandi abitavano già quel territorio. In termini geopolitici, la lezione rimane simile. La superiorità tecnologica, la portata economica e la potenza militare conservano un’importanza enorme, eppure coesistono con la resilienza della civiltà, l’impegno ideologico, la resistenza demografica, la profondità geografica e la memoria storica. Questi elementi raramente compaiono nei titoli dei giornali, sebbene spesso determinino gli esiti nel corso dei decenni. La posizione di Teheran traeva forza proprio da queste fondamenta sotterranee, creando un ambiente strategico in cui la sola coercizione poteva ottenere risultati limitati.

L’ironia finale ha un sapore decisamente lovecraftiano. Molte storie si concludono con un protagonista che si confronta con una rivelazione che trasforma il significato di tutto ciò che l’ha preceduta. L’apparente cacciatore scopre di essere parte di uno schema più ampio. L’investigatore diventa parte del mistero che cercava di svelare. Il conquistatore trova dei limiti laddove sembrava certa un’espansione illimitata. Pertanto, la narrazione della forza dimostrata merita un attento esame. La forza si manifesta più chiaramente laddove le opzioni si moltiplicano e l’iniziativa si espande. Trump, tuttavia, è una figura che si erge davanti a vasti cancelli ombrosi sotto stelle aliene, circondato da poteri e circostanze che hanno silenziosamente ridotto il regno delle possibili azioni. Così vengono rivelati i veri contorni della realtà strategica, molto più chiaramente di quanto non farebbe qualsiasi proclamazione trionfale.

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Trump fa nuovamente marcia indietro dopo un’operazione spettacolare ma di scarsa rilevanza _ di Simplicius

Trump fa nuovamente marcia indietro dopo un’operazione spettacolare ma di scarsa rilevanza

Più Simplicius 12 giugno
 
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Le ostilità tra l’Iran e gli Stati Uniti sono riprese ancora una volta dopo l’abbattimento di un elicottero Apache statunitense del valore di 50 milioni di dollari nello Stretto di Hormuz, presumibilmente per mano di un “drone” iraniano. Ma lo scontro si è placato altrettanto rapidamente, poiché Trump, come prevedibile, ha avuto paura di irritare eccessivamente l’Iran e di provocare un disastro economico nella fragile regione, e di conseguenza nel mondo.

L’intenzione di Trump era chiaramente quella di:

  1. Salvare la faccia dopo l’abbattimento dell’elicottero
  2. Sfruttare un po’ di “leva cinetica” per vedere se riesce a spingere l’Iran ad accelerare i tempi verso un accordo favorevole agli Stati Uniti

Va sottolineato che l’elicottero è stato abbattuto proprio perché stava partecipando alle «missioni segrete» volte a far uscire «di nascosto» del petrolio dallo stretto. Proprio ieri Trump si è vantato di questo «trionfo» in un racconto del tutto inventato su «100 milioni di barili di petrolio» che sarebbero riusciti a passare:

Da notare che in nessun punto menziona a chi appartenesse quel petrolio — perché di certo non si tratta di petrolio iraniano da cui gli Stati Uniti traggono profitto. Si tratta di petrolio proveniente dagli Stati arabi alleati degli Stati Uniti, la cui destinazione è principalmente la Cina. Ma facilitare il trasferimento di tale petrolio rappresenta una grande “vittoria” per Trump semplicemente perché stabilizza i mercati e impedisce alla sua campagna di crollare e andare in fumo a causa dell’impennata dei prezzi e del collasso economico.

Anche i commentatori più filoamericani ne erano ben consapevoli:

Trump confonde intenzionalmente le acque perché vuole far credere alla gente che gli Stati Uniti stiano già, in qualche modo, acquistando il petrolio iraniano e traendone profitto, proprio come ha fatto con la falsa notizia che ha diffuso sul Venezuela. Dopotutto, proprio ieri si è vantato che gli Stati Uniti si sarebbero tenuti il «50% del petrolio iraniano» una volta terminata la guerra.

Ma Trump non ha mai mentito in modo così sfacciato e palese, distaccandosi così completamente dalla realtà come sta facendo ora. Il motivo è che i suoi disastrosi fallimenti si stanno accumulando al punto che è costretto a scommettere tutto per salvare la faccia. Il suo stile politico, caratterizzato da uno scarso controllo degli impulsi, lo sta rendendo incapace di affrontare la pazienza strategica dell’Iran e sta portando gli Stati Uniti a sprofondare in una buca sempre più profonda.

Basta ascoltare quanto sembri fuori di testa e distaccato dalla realtà nell’ultima intervista, in cui sostiene che l’Iran sia «così sconfitto» che basterebbero pochi soldati statunitensi per entrare nel Paese e assumerne il controllo totale in questo preciso momento:

Ma in un’altra intervista rilasciata lo stesso giorno, Trump sembrava indicare esattamente il contrario, affermando che gli sarebbe piaciuto conquistare l’isola di Kharg e appropriarsi del petrolio iraniano, ma che gli americani «non avrebbero avuto il coraggio di farlo»:

Il coraggio di affrontare cosa, esattamente, ci si potrebbe chiedere? Non è che gli americani non avrebbero il coraggio di affrontare un’operazione fulminea e di successo: nessuno si lamenta mai di quelle. No, implicita nella sua dichiarazione volutamente vaga sembra esserci la consapevolezza che gli Stati Uniti subirebbero perdite ingenti in un’operazione del genere, e che l’opinione pubblica si ribellerebbe contro questo.

Poco dopo i deboli attacchi di Trump contro l’Iran, Trump è sembrato fare di nuovo il TACO, affermando in modo fraudolento che un altro accordo fosse «sul punto di essere firmato», cosa che l’Iran ha smentito con veemenza.

ULTIME NOTIZIE: L’Iran respinge categoricamente come “priva di fondamento” la nuova affermazione di Trump secondo cui avrebbe raggiunto un accordo per “annullare gli attacchi di stasera” contro l’Iran, sostenendo che non è stato approvato alcun accordo e che tutte le parole di Trump dovrebbero essere ignorate, proprio come i suoi precedenti “38 annunci” di accordi imminenti fatti negli ultimi due mesi, secondo quanto riportato da Tasnim.

Anche un alto funzionario israeliano ha dichiarato a Channel 12 di “non essere a conoscenza di alcun accordo raggiunto”, secondo quanto riportato da N12.

Una delle ipotesi più accreditate sul motivo per cui gli Stati Uniti abbiano improvvisamente rinunciato a prolungare gli attacchi è che, in risposta, l’Iran abbia immediatamente distrutto uno degli ultimi potenti radar di allerta precoce rimasti agli Stati Uniti nella regione.

Un presunto missile balistico iraniano si è abbattuto sulla base radar AR-327, priva di difese, in Bahrein, alle coordinate 26.0380222, 50.5420750. Osservate attentamente qui sotto il rettangolo evidenziato in rosso che mette a confronto la foto a lunga distanza dell’impianto in fiamme con una foto d’archivio della stessa montagna:

Per chi se lo fosse perso, osservate attentamente il cerchio giallo che indica il bordo del radome rispetto alla mappa:

Punto di consegna@DropSiteNewsIn Bahrein, l’esercito iraniano ha dichiarato di aver colpito antenne di comunicazione e impianti radar collegati alla rete di difesa aerea Patriot della Quinta Flotta statunitense. Gli analisti di fonti aperte hanno geolocalizzato le immagini dell’attacco a Jabal al-Dukhan (tradotto come “Montagna diMenchOsint @MenchOsintColpo confermato presso la base radar a lungo raggio di Jabal al-Dukhan, in Bahrein. *Ho trovato una foto della collina su un sito web dedicato all’escursionismo: corrisponde all’immagine ritagliata che mostra il fumo sulla montagna. https://t.co/AlmT2Tdxhc17:42 · 11 giugno 2026 · 78,1 mila visualizzazioni5 risposte · 116 condivisioni · 390 Mi piace

Durante tutto questo periodo, secondo quanto riferito, l’aeronautica militare iraniana avrebbe continuato a operare a pieno regime, con la diffusione di un video che mostrerebbe un F-14 Tomcat iraniano in fase di atterraggio in una delle basi aeree iraniane di Isfahan.

Mappatura AMK @AMK_Mapping_Poche ore fa l’Aeronautica militare iraniana ha effettuato un’altra pattuglia sorvolando l’Iran occidentale, vicino al confine con l’Iraq. Per loro si tratta ormai di un evento abituale, quasi quotidiano. Devo però dire che se la cavano sorprendentemente bene per un’Aeronautica militare che si supponeva fosse stata «completamente distrutta»2:50 · 12 giugno 2026 · 8.120 visualizzazioni12 risposte · 22 condivisioni · 240 Mi piace

Tutto questo proviene da un’aviazione che Trump aveva giurato fosse stata «completamente distrutta», insieme alla Marina iraniana, che solo un giorno o due fa aveva appena messo in scena un’imponente dimostrazione di forza con oltre 80 motovedette d’assalto in formazione, in pattugliamento nello Stretto di Hormuz:

MenchOsint@MenchOsintNello stretto di Hormuz sono state avvistate circa 80 motovedette della Marina dell’IRGCMoloMonitor  @MoloWarMonitorNelle immagini satellitari del Sentinel-2 del 6 giugno 2026 sono state avvistate circa 80 motovedette della Marina dell’IRGC mentre pattugliavano lo Stretto di Hormuz. Coordinate: 26.73572, 56.7746820:01 · 6 giugno 2026 · 78.000 visualizzazioni28 risposte · 238 condivisioni · 1,92 mila Mi piace

Ovviamente, il CENTCOM ha affermato che lo stretto era completamente «aperto»:

Comando Centrale degli Stati Uniti@CENTCOMLo Stretto di Ormuz rimane aperto al transito.16:03 · 11 giugno 2026 · 768.000 visualizzazioni1.490 risposte · 2.390 condivisioni · 11.400 Mi piace

Chi ci crede?

A proposito, l’attacco all’impianto radar statunitense in Bahrein è stato l’unico ad essere stato relativamente verificato tramite le foto di geolocalizzazione. L’Iran aveva affermato di aver colpito molti altri siti sensibili, tra cui i depositi degli F-35 e degli F-16, cosa che persino un autorevole analista bellico anti-iraniano sembrava confermare:

Babak Taghvaee – The Crisis Watch@BabakTaghvaee1ULTIME NOTIZIE: A seguito dell’attacco missilistico sferrato dalla Forza Aerospaziale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) contro la base aerea di Muwaffaq Al-Salti in Giordania, almeno tre caccia F-16AM/BM Fighting Falcon dell’Aeronautica Militare Reale Giordana sono stati danneggiati o distrutti. Uno dei missili balistici ha colpito il8:09 · 11 giugno 2026 · 57,8 mila visualizzazioni14 risposte · 158 condivisioni · 805 Mi piace

Ora, nonostante l’umiliazione militare subita dagli Stati Uniti, permangono ancora due modi contrastanti di interpretare le conseguenze di questo conflitto. Il primo è che, secondo gli esperti catastrofisti, le attuali turbolenze dell’economia mondiale stanno portando a scenari senza precedenti:

Il secondo è che, nonostante la natura “mal gestita” delle avventate capriole politiche di Trump riguardo al Venezuela e all’Iran, gli Stati Uniti sono comunque riusciti in qualche modo a emergere come apparenti “vincitori” in materia di dominio energetico:

https://www.reuters.com/affari/energia/un-tempo-vittima-dell’embargo-petrolifero-arabo-gli-stati-uniti-diventano-il-primo-esportatore-mondiale-di-petrolio-nel-2026-06-11/

HOUSTON, 11 giugno (Reuters) – Gli Stati Uniti sono diventati il maggiore esportatore mondiale di petrolio, ribaltando un ordine consolidato da decenni e a lungo dominato dall’Arabia Saudita e dalla Russia, un cambiamento che rafforza la presa delle aziende americane sui mercati energetici mentre la guerra di Washington contro l’Iran ridisegna il commercio energetico globale.

L’ascesa degli Stati Uniti al primo posto segna una svolta sorprendente per un Paese che per decenni ha dipeso dal petrolio mediorientale e che nel 1973 ha subito un embargo petrolifero imposto da alcuni membri dell’OPEC come ritorsione contro il sostegno statunitense a Israele.

Ciò che a molti sembra una «follia» — le politiche belliche irrazionali nei confronti dell’Ucraina e simili — a posteriori sembra aver avuto, dopotutto, forse un certo «senso».

Naturalmente, gran parte di tutto questo era in gestazione da tempo, fin dal boom dello shale dei primi anni 2010, e non è solo una conseguenza delle azioni presumibilmente «geniali» di Trump degli ultimi tempi. Ma tutte le iniziative schizofreniche di Trump in materia di politica estera sembrano avere un filo conduttore – dalla Groenlandia al Venezuela, dall’Iran all’Ucraina e ai mari della Cina settentrionale e meridionale – il controllo dei punti nevralgici dell’energia globale; un piano ora debitamente facilitato dai felici vassalli europei degli Stati Uniti che continuano a portare avanti i piani per fermare – o addirittura sabotare – le petroliere della “flotta ombra” russa.

La domanda è: in che misura si tratta semplicemente di un guadagno illusorio a breve termine, ottenuto a fronte di perdite strategiche a lungo termine causate da conseguenze di secondo e terzo ordine? Dopotutto, diventare il principale esportatore di petrolio a spese delle popolazioni che hanno sostenuto il proprio petrodollaro non è necessariamente una mossa strategicamente valida nel lungo periodo. Per raggiungere il primo posto, gli Stati Uniti hanno inoltre dovuto attingere in modo significativo alla propria SPR (Riserva strategica di petrolio), che ora si trova a livelli storicamente bassi:

«Il 5 giugno 2026, le scorte strategiche di petrolio (SPR) sono scese a 349,2 milioni di barili, livelli che non si registravano dal 1983.»

https://fortune.com/2026/06/10/riserva-petrolifera-strategica-degli-stati-uniti-esaurita-al-livello-più-basso-dai-tempi-di-Reagan/

Per non parlare del fatto che il ricorso disperato degli Stati Uniti alle riserve strategiche di petrolio (SPR) e l’esportazione di petrolio sembrano aver contribuito ben poco a far scendere i prezzi alla pompa sul mercato interno, ma stanno sicuramente facendo incassi da capogiro alle grandi compagnie petrolifere, come sempre.


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L’Iran afferma il proprio predominio nell’escalation con il primo attacco non di rappresaglia mai sferrato contro Israele _ di Simplicius

L’Iran afferma il proprio predominio nell’escalation con il primo attacco non di rappresaglia mai sferrato contro Israele

Più semplice9 giugno
 
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Ieri l’Iran ha lanciato missili balistici contro Israele in risposta al bombardamento israeliano di un quartiere di Beirut, che per l’Iran rappresentava una linea rossa.

L’attacco è stato per certi versi senza precedenti, poiché ha rappresentato il primo caso in cui l’Iran ha sferrato un attacco preventivo contro Israele senza che Israele avesse prima attaccato l’Iran.

L’Iran ha ribaltato completamente gli equilibri e ha realizzato qualcosa che per lungo tempo era stato ritenuto impossibile. Per anni si era ritenuto impensabile che l’Iran potesse mai attaccare direttamente Israele, anche dopo essere stato colpito per primo. Poi l’Iran ha iniziato a rispondere agli attacchi israeliani, dapprima con attacchi “dimostrativi”, poi con attacchi sempre più devastanti.

Ora l’Iran ha raggiunto un dominio strategico totale sulla scala dell’escalation, al punto da poter trattare Israele come Israele ha trattato gli altri paesi della regione sin dalla sua fondazione, sferrando attacchi punitivi a proprio piacimento per violazioni che non comportano più necessariamente attacchi diretti al territorio iraniano.

E la cosa più sconcertante di tutte è che gli Stati Uniti non possono fare assolutamente nulla al riguardo — e hanno persino detto a Israele di ignorare gli attacchi e di non intervenire.

Trump è stato costretto a supplicare l’Iran sui social media di smetterla, oltre a scusare in modo pietoso l’Iran per i suoi attacchi, affermando, in sostanza: «Va bene, avete lanciato i vostri missili, ora smettetela».

L’Iran ha sostanzialmente smascherato il bluff degli Stati Uniti e di Israele nel modo più netto, dimostrando l’impotenza dell’«Alleanza Epstein» di fronte all’escalation iraniana.

Correlato: un missile iraniano in fase di preparazione al lancio durante gli ultimi attacchi:

Un commento acuto sugli eventi della settimana scorsa:

Durante il cessate il fuoco del 2024 tra Hezbollah e Israele, Israele ha commesso gravi violazioni attraverso continui bombardamenti e omicidi. Tuttavia, Hezbollah non ha mai risposto a queste violazioni per ragioni strategiche, tra cui la chiusura delle sue rotte di rifornimento logistico dalla Siria in seguito alla caduta del regime di Assad.

Ormai, Hezbollah ha imparato appieno la lezione da questo tipo di cessate il fuoco e non tollererà alcuna violazione in nessuna circostanza. Ciò che colpisce, tuttavia, è che gli Stati Uniti volevano imporre questo stesso identico modello di cessate il fuoco all’Iran. Credevano che l’Iran non avrebbe reagito, proprio come Hezbollah.

Eppure, ciò che l’Iran ha effettivamente fatto ha scioccato Washington. Un attacco a una torre radio sull’isola di Qeshm ha spinto l’Iran a devastare completamente un terminal dell’aeroporto del Kuwait. Allo stesso tempo, ha sferrato un attacco contro il Bahrein. In questo modo, l’Iran sta dicendo agli Stati Uniti: “Per ogni singolo proiettile, risponderemo con molti”. Ciò conferma ancora una volta il fallimento dell’America nel stabilire un modello di cessate il fuoco a lungo termine simile a quello del 2024 tra Hezbollah e Israele, attraverso il quale intendeva indebolire gradualmente le difese dell’Iran nel sud del Paese.

Il fattore determinante alla base della nuova escalation è stata la fallita campagna israeliana in Libano, nel corso della quale l’esercito israeliano, in difficoltà, ha faticosamente superato il confine libanese nel tentativo di assumere il controllo di tutto il territorio a sud del fiume Litani. Frustrato dalle battute d’arresto, Israele ha iniziato a bombardare Beirut, dopo che la recente padronanza dei droni FPV da parte di Hezbollah ha seminato il caos tra le truppe dell’IDF, colte alla sprovvista.

In un articolo pubblicato su Haaretz, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha affermato che non vi sono segni di un crollo di Hezbollah e che il conflitto può essere risolto solo per via diplomatica, date le crescenti pressioni provenienti dalla società israeliana, in particolare da parte di chi vive nelle regioni di confine:

Sotto la guida di Naim Qassem, presentato all’opinione pubblica come una figura senza volto, Hezbollah è vivo e vegeto, sferra attacchi contro l’esercito e gli abitanti del nord, sconvolge la vita civile e non mostra alcun segno di cedimento né alcuna volontà di deporre le armi. Una sola parola riassume la situazione in Libano dal punto di vista del primo ministro: fallimento. E in due parole: fallimento totale.

Per sradicare Hezbollah, dovremmo occupare l’intero Libano, il che è semplicemente irrealistico. L’unico modo per disarmare l’organizzazione è attraverso un processo diplomatico in coordinamento con i governi del Libano, degli Stati Uniti e di altri paesi della regione.

Barak, tra l’altro, è un ex generale israeliano ed ex ministro della Difesa, quindi quando si tratta di questioni militari ne sa un po’ più del politico israeliano medio.

Infatti, proprio ieri, gli esperti di mappatura dei conflitti hanno segnalato il primo ritiro israeliano dalla guerra nel Libano settentrionale, dopo che l’IDF ha subito umilianti battute d’arresto:

◉ Dibbine — Primo ritiro israeliano della guerra:

 Le forze israeliane si sono ritirate da Dibbine il 4 giugno in seguito a intensi scontri con i combattenti di Hezbollah: si tratta del primo ritiro israeliano da qualsiasi posizione dall’inizio dell’attuale guerra in Libano nel marzo 2026.

Il giorno seguente sono intervenuti i soldati dell’esercito libanese e le forze di pace spagnole dell’UNIFIL, schierandosi all’ingresso del villaggio e iniziando a sgomberare le macerie.

L’esercito libanese ha vietato ai residenti di tornare, per ora. Non si è trattato di una ritirata strategica, ma di una posizione contesa che Hezbollah ha reso troppo costosa da mantenere, e l’immediato dispiegamento dell’esercito libanese è il tentativo di Israele di impedire a Hezbollah di rientrare immediatamente. La vera domanda è: questa zona cuscinetto reggerà?

La mappa è disponibile qui.

Anche il sito di mappatura bellica MaxOsint Intel ha riferito che Hezbollah ha riconquistato Arnoun, appena a sud-ovest di Dibbine:

Hezbollah ha riconquistato Arnoun, respingendo le forze israeliane verso Yohmor e spezzando il controllo dell’IDF sulla cresta di Beaufort a meno di una settimana dalla sua instaurazione.

È vero, l’IDF sta ancora cercando di avanzare verso nord in altri tratti di questo fronte, ma ciò comporta costi sempre più elevati, dato che Hezbollah sta acquisendo padronanza della tecnologia dei droni e, secondo quanto riferito, riceve un numero sempre maggiore di FPV di contrabbando.

Ultimamente sono stati pubblicati decine di video di questo tipo, ma ecco l’ultimo, pubblicato proprio oggi, a titolo di esempio:

Il gruppo libanese «Hezbollah» ha pubblicato un video che mostra un attacco sferrato da un drone FPV contro un carro armato «Merkava» dell’esercito del regime israeliano nei pressi del Castello di Beaufort, nel sud del Libano.

Gli attacchi di Israele contro il Libano, volti a distruggere il fragile cessate il fuoco di Trump, avevano un unico obiettivo principale: garantire che Israele non perdesse mai il diritto di attaccare qualsiasi paese a proprio piacimento. Accettare di essere vincolato a una norma o a uno “standard” di qualsiasi tipo che gli impedisse di colpire il Libano significherebbe creare un pericoloso precedente per Israele, che storicamente ha sempre agito senza alcun controllo sulla sua aggressività sfrenata. Un precedente del genere sarebbe un segno di enorme debolezza e fallimento, una crepa nel sistema di colonizzazione che Israele ha cercato con tanta ferocia di imporre nella regione.

Da parte sua, Trump sembra finalmente aver perso la pazienza di fronte all’atteggiamento di sfida di Netanyahu, ammettendo in un’intervista di aver urlato e inveito contro Bibi durante una telefonata la scorsa settimana, dicendogli «Sei un fottuto pazzo!»

La presunta trascrizione, secondo Axios:

«Sei completamente fuori di testa. Se non fosse per me, saresti in galera. Adesso ti odiano tutti. Tutti odiano Israele per colpa di questa storia.»

Sembra che Trump sia più turbato dal fatto che la cara Israele stia finalmente subendo le conseguenze che si meritava.

Ora Trump avrebbe addirittura esagerato, dicendo a Bibi che presto potrebbe trovarsi da solo contro l’Iran:

Non che chiunque dotato di un minimo di buon senso possa davvero credere che Trump abbandonerebbe mai in alcun modo il suo compagno di avventure, ma si suppone che sia almeno un segno delle crescenti fratture tra gli Stati Uniti e la loro colonia fanatica (o viceversa).

A controbilanciare queste presunte «fratture», circolano ora notizie secondo cui gli Stati Uniti avrebbero dispiegato in Israele diversi gruppi delle forze speciali e paracadutisti:

Ken Klippenstein@kenklippensteinSecondo un ordine di dispiegamento che mi è trapelato, gli Stati Uniti hanno inviato in sordina in Israele i paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata. Il dispiegamento è legato ai nuovi piani di emergenza congiunti tra Stati Uniti e Israele volti a conquistare l’isola di Kharg e a ritagliarsi un territorio costiero all’interno dell’Iran. kenklippenstein.com/publish/post/2…20:53 · 8 giugno 2026 · 170.000 visualizzazioni141 risposte · 1,04 mila condivisioni · 2,67 mila Mi piace

Nel tentativo di recuperare un briciolo di dignità dopo l’umiliante episodio causato dalla sfida di Netanyahu, Trump ha dichiarato al Financial Times che Netanyahu non avrà «altra scelta» se non quella di obbedire:

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non avrà altra scelta che accettare qualsiasi accordo gli Stati Uniti negozino con l’Iran, ha affermato Donald Trump, poiché è il presidente degli Stati Uniti a «dettare le regole».

«Non avrà scelta», ha dichiarato Trump al Financial Times in un’intervista telefonica. «Sono io a decidere. Decido tutto io. Lui [Netanyahu] non decide nulla».

Chi ci crede?

Secondo alcune notizie, gli Houthi avrebbero deciso di bloccare definitivamente lo stretto di Bab al-Mandab in risposta alle violazioni commesse da Israele, ma al momento della stesura di questo articolo non vi è alcuna conferma concreta che si tratti solo di minacce a vuoto:

Un esperto di Medio Oriente ha fornito questa acuta analisi del difficile dilemma in cui si trova Israele:

Gli eventi dell’ultima ora evidenziano quanto sia stato clamoroso il fallimento strategico dell’ultima campagna contro l’Iran. Israele si trova ora di fronte a un difficile dilemma: reagire e rischiare uno scontro frontale con il presidente degli Stati Uniti, oppure astenersi dal reagire e consentire all’Iran di consolidare un nuovo equilibrio di potere che limiterà in modo significativo la libertà d’azione di Israele contro Hezbollah in futuro.

Ancora più importante, i recenti sviluppi dimostrano che, nonostante due campagne militari contro Teheran, l’Iran è ben lungi dall’essere scoraggiato. Al contrario. La leadership iraniana sta dimostrando grande fiducia nelle proprie capacità ed è particolarmente convinta che attualmente non esista alcuna minaccia credibile – né da parte di Israele né da parte degli Stati Uniti – che possa costringerla a un cambiamento sostanziale della propria politica.

Nel frattempo, il presidente Trump si trova di fronte a una realtà strategica particolarmente problematica. Le opzioni a sua disposizione non sono buone, e sembra essere una persona che preferisce raggiungere un accordo con l’Iran a quasi qualsiasi costo piuttosto che permettere una deriva verso un più ampio scontro regionale.

In definitiva, questo è il prezzo di una campagna che ha prodotto risultati tattici impressionanti ma non è riuscita a raggiungere il suo obiettivo strategico centrale: il rovesciamento del regime. Al contrario, Israele si ritrova con minore libertà d’azione, l’Iran con maggiore fiducia in sé stesso e gli Stati Uniti con un crescente desiderio di porre fine alla crisi attraverso una soluzione politica.

Il fatto che Trump si sia mostrato così indulgente nei confronti degli ultimi attacchi dell’Iran, sforzandosi con ogni mezzo di sminuirne la gravità e di non considerarli un motivo di rottura dell’accordo, è un chiaro segno della posizione sempre più debole degli Stati Uniti e della loro mancanza di “carte” da giocare.

A questo punto, Trump è sostanzialmente intrappolato nel bluff che lui stesso ha creato: tutto ciò che può fare è restare fermo sulla sua mossa del “blocco”, perché tirarsi indietro ora rivelerebbe che il blocco è stato un vero e proprio fiasco e un fallimento strategico. Continuando questa farsa, Trump riesce a costruire una narrazione secondo cui gli Stati Uniti stanno ancora “mantenendo il controllo” della situazione e l’Iran ne sta in qualche modo pagando un prezzo altissimo. Si tratta di un gioco di prestigio piuttosto ingegnoso, ma la facciata sta rapidamente crollando, soprattutto perché gli Stati Uniti continuano a fallire nei loro tentativi segreti di migliorare la propria posizione.

Ad esempio, proprio la scorsa settimana è trapelata la notizia che la Marina degli Stati Uniti avrebbe segretamente “coordinato” ogni notte il transito di alcune petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, fornendo loro mezzi di comunicazione, supporto elicotteristico, informazioni di intelligence in tempo reale, ecc. Sembra che mentre Trump si vanta di poter prolungare il suo blocco all’infinito, gli effetti del blocco dell’Iran stesso stiano causando gravi danni e costringendo gli Stati Uniti a cercare disperatamente di far passare qualche nave qua e là solo per far scorrere un po’ di linfa vitale economica.

Oltre alle mancanze degli Stati Uniti, si può sostenere che l’Iran sia sul punto di mettere Israele in scacco matto in modo decisivo e epocale. Israele non ha alternative valide, poiché l’Iran lo ha messo tra l’incudine e il martello per quanto riguarda il Libano, come sottolinea Gideon Rachman sul Financial Times:

https://archive.ph/pYfZw

Israele si trova ora intrappolato in un pantano sia a Gaza che in Libano, con le mani sempre più legate dalle pressioni di Trump, il quale a sua volta è sopraffatto dalle pressioni scaturite dal fallimento della sua mossa su Ormuz. Ciò significa che Israele potrebbe presto trovarsi in una posizione insostenibile, con tutti i nidi di vespe dei suoi nemici circostanti che sono stati smossi, mentre la sua economia affonda e le scorte militari si esauriscono. L’Iran detiene il vantaggio praticamente sotto ogni aspetto, e ogni momento che passa conferisce all’Iran maggiore forza nel ricostituire le proprie perdite.

Quella che era iniziata come una diffusa convinzione che Israele sarebbe emerso come il grande vincitore di tutto questo caos si è lentamente trasformata in una percezione di Israele sempre più vulnerabile e impotente. L’Iran si è ripulito dalle reti del Mossad e Israele ha già sprecato la sua occasione per grandi operazioni di intelligence “a sorpresa” che richiedono anni di pianificazione e organizzazione, senza più nulla in serbo che possa fare la differenza. L’Iran ora diventa ogni giorno più forte e più unito politicamente, dopo aver superato la pericolosa fase iniziale di “shock” delle operazioni di Stati Uniti e Israele per abbattere il Paese.

Il tempo ora gioca a favore dell’Iran.


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