Italia e il mondo

La deterrenza che non c’è, di WS_ La trappola del debito, di Rorschach

In questo articolo

italiaeilmondo.com/2026/08/22/la-russia-e-il-ragazzo-che-gridava-al-lupo-_-di-eurosiberia/

Constantin von Hoffmeister “Ribolle l’ acqua calda” arrivando alla scontata conclusione che le minacce vuote distruggono la deterrenza

Alla quale la mia impulsiva risposta è: sai che novità , stiamo sprofondando in una WW proprio perché “non c’ è deterrenza”!

Infatti io ho già trattato il problema qui, in un post intitolato ” la deterrenza che non c’è ” espressamente scritta per la “vicenda Iran” giusto un mese prima che l’ Iran venisse attaccato di nuovo e frontalmente da U$rael in un “attacco decapitante” e “a tradimento” ( come al solito).

Ora ovviamente la Russia è ben lontana da una simile condizione, ma in quel post scrissi che il problema iraniano era anche lo stesso per Russia e Cina, come nella conclusione che qui riporto testualmente 

Questo continuo “ fare da nesci” di Russia, Cina e anche Iran però pone a tutti e tre gravissimi problemi di deterrenza .  Se infatti, “cercare un accordo” è l’ unica risposta fattuale che riceve chi ti provoca , anche quando ti colpisce sempre più direttamente , l’ unico risultato che puoi ottenere è che costui ti colpirà sempre di più e sempre più spesso dosando la sua aggressività solo secondo le sue problematiche

Il mondo quindi si avvita paradossalmente verso una guerra mondiale grazie a una deterrenza che NON c’è .

E l’ Iran ne farà per primo le spese perché non ha quella deterrenza nucleare che ci ha dato la pace finché è durata l ‘ URSS e che ancora trattiene gli U$A da aggredire frontalmente Russia e Cina ma che OVVIAMENTE non li tratterrà dall’ aggredire frontalmente l’ Iran.”.  

E siccome sono stato facile profeta, adesso farò una nuova “profezia” sulla base di come le cose si sono poi evolute in Iran.

Tutta questa operazione mediatica sulla “ Russia alle corde” ( a cui si presta anche CVH ) è la stessa che è stata perseguita con l’ Iran prima dell’ attacco DIRETTO ed è la stessa “ strategia U$raeliana” di sempre : cercare di prendere un paese “dall’ interno” come è stato fatto con Libia e Siria e due volte, ma senza un gran successo, con la Russia, o quantomeno riuscire ad indebolirlo abbastanza per portagli un attacco DIRETTO come è stato fatto con l’ Irak e recentemente con l’ Iran.

Nel caso “russo” presto si vota e quindi ci sarà un crescendo di questa strategia nella speranza di “ rompere la Russia” da “l’ interno” o quantomeno ottenere una “rimozione” di Putin , non importa COME e con CHI.

“Via l’ uomo, via il problema “ diceva ( erroneamente) Stalin , ed è così che ragiona U$rael da sempre.

E “ da sempre” più o meno gli ha funzionato: “via Stalin , via il problema” ,” via Maduro, via il problema “ , “via Arafat, via il problema” ect ect..

“Il problema” invece persiste laddove il potere è “collettivo” e “i comandanti ” non sono una espressione della “nomenklatura” ma persone capaci, i quali godono della fiducia e del rispetto del “corpo ufficiali”, con “il corpo ufficiali” che gode a sua volta del rispetto della “ truppa”.

E l’ Iran ne è appunto un esempio; la “coscienza nazionale iraniana” è tanto profonda che “rimuovere” Mossadeq , lo Scià e la “Guida suprema” ad U$rael non è servito a nulla , perché la “ guida suprema” , conscia del proprio ruolo di “servizio”, si è esposta “tenendo il punto” e avendo avuto cura di lasciare dietro di sé una struttura di potere “ a mosaico” in grado di reggersi da sola.

“ Chi comanda in “ Iran, ora ? Non si sa e, come ho già accennato un paio di volte, non è necessario che l’ attuale “guida suprema” tale sia davvero e che sia davvero “vivo”.

Khameney Jr potrebbe essere anche solo un “brand” , l’ immagine, nella sua figura di sopravvissuto al completo sterminio della propria famiglia , della inflessibile volontà iraniana di “resistere” a “ l’ennesimo invasore”.

E U$rael brancola nel buio di questo “mosaico” di potere. Certo i suoi referenti , i “preti azeri” , risparmiati dalla “mattanza” per fare i “Dercy Rodriguez” de l’ Iran sono ancora formalmente al potere e ancora formalmente invocano “l’ accordo” .

Accordo che però non viene per l’ opposizione dei “duri” de l’IRGC.

Ma chi sono “costoro” ? I nomi e le foto ci vengono dati di quelli che sono stati nominati al posto dei dirigenti precedentemente massacrati , ma è veramente così?

Ho letto recentemente su Reseau International che l’ amministrazione americana sia riuscita a ottenere tramite Pakistan un contatto diretto con l’ attuale capo “ufficiale” de l’ IRGC e che tutto quello che la dirigenza americana abbia saputo dirgli sia stata una “offerta alla Dercy” ( cioè svariati miliardi di dollari su conti ai Caraibi ) ricavandone però semplicemente un “clic”.

Perché oramai questo Iran può essere solo schiacciato con una guerra DIRETTA che U$rael esita sempre più a perseguire.

Ma ora immaginatevi quanto possa esitare U$rael e quanto sia ancora distante dal procedere ad una guerra DIRETTA con la Russia.

La via “per Mosca” più semplice per U$rael rimane quella di una “rimozione” di Putin contando sulla innata incapacità della elite russa di esprimere una continuità politica tra uno “zar” e il suo “successore”

Sarà così anche stavolta? Vedremo, di sicuro anche Putin sta tentando di creare il suo “mosaico” , che poi ci riesca davvero è tutto un altro discorso.

Tutto bene allora ? Per niente, perché queste sono guerre esistenziali e quindi non ci potrà essere “coesistenza”. Come infatti è finita la “coesistenza” U$A-URSS ? Uno dei due alla fine è SCOMPARSO! .

Ma se già un Iran non piegabile da l’ interno non ha l’ “invasibilità ” di un Irak o di una Siria, figuriamoci “ invadere” Russia e Cina !.

Così , se questi residui “stati canaglia” non collassano sotto la pressione U$raeliana, non vedo nulla che possa trattenere questa deriva verso una guerra nucleare globale.

Per la Russia la questione è molto semplice . Se , nonostante i continui avvertimenti , la sua “deterrenza “ non funziona, alla fine la Russia non avrà altra scelta tra SCOMPARIRE sotto il dominio di U$rael o SCOMPARIRE tirando TUTTO il Mondo con sé cominciando da U$rael .

Quindi tutti possono capire perché Putin non ha alcuna fretta di risolvere questo “dilemma”; Lui sa che NESSUNA mossa “esemplare” fermerebbe U$rael nella sua volontà di “liquidare “ la Russia .

Ma questo perché, vi chiederete voi ?

Perché “l’ atomica di Stalin” fermò, sia pure , come abbiamo visto, solo momentaneamente, la strategia egemonica degli U$A mentre “ l’ atomica di Putin” non ci sta riuscendo ?

Perché il “quadro è cambiato”; gli USA ALLORA erano in crescita e avevano tempo e risorse per aspettare che il “ comunismo ” cadesse come una “pera matura; ORA U$rael non ha il tempo dalla sua.

Il suo “ impero occidentale” è in caduta e l’ attuale “piramide del debito” NON può aspettare altri 40 anni senza una WW.

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Quando il mercato obbligazionario si rivolta contro il Leviatano americano

Quando il debito inizia a governare il sovrano

Simon Rorschach22 agosto∙Pagato∙Articolo ospite
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L’autore prospetta alcune vie di uscita alla trappola del debito. Manca la più probabile e la più risolutiva: quella sostenuta dal nostro WS_Giuseppe Germinario

Simon Rorschach analizza come l’enorme debito pubblico americano abbia creato un avversario che Trump non può sottomettere con minacce, bombardamenti o dazi doganali.

Lo Stato americano ha raggiunto un punto che Karl Marx avrebbe compreso immediatamente: il governo comanda eserciti, impone tasse, stampa la principale valuta di riserva mondiale e dipende ancora da uomini che decidono se prestargli denaro. Il debito federale ha superato per la prima volta i 40 trilioni di dollari, pari a circa il 126% del PIL annuo e vicino al rapporto raggiunto durante la Seconda Guerra Mondiale. Washington registra un deficit annuo di circa il 7,5% del PIL. I soli oneri per interessi superano i 1 trilione di dollari all’anno, una somma superiore al bilancio militare. Il servizio del debito è diventato la seconda voce di spesa più importante in un bilancio federale di circa 7 trilioni di dollari, dopo la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria. Marx scrisse che il debito pubblico trasforma le entrate future dello Stato in un’attività finanziaria presente. L’America ha portato questo processo a un livello più avanzato di qualsiasi altra grande potenza precedente.

Cosa succede quando i creditori americani iniziano a chiedere un prezzo più alto per finanziare il suo sistema energetico?

Thomas Hobbes immaginava il Leviatano come la suprema autorità terrena, il potere che risolve le controversie perché ogni forza inferiore finisce per inchinarsi al suo cospetto. Il mercato obbligazionario mette in luce una debolezza in questa visione. Il governo americano può anche comandare portaerei e armi nucleari, eppure entra nel mercato come debitore. Gli acquirenti di titoli del Tesoro ne decidono il prezzo. Quando chiedono rendimenti più elevati, Washington paga. Il commentatore politico americano James Carville ha colto questa gerarchia nel 1994, quando scherzò dicendo che reincarnarsi nel mercato obbligazionario sarebbe stato meglio che tornare come presidente, Papa o stella del baseball, perché il mercato obbligazionario poteva “intimidire chiunque”. Donald Trump ora si trova di fronte allo stesso creditore sovrano.

Il messaggio dei creditori si è fatto più forte. I rendimenti dei titoli del Tesoro a trent’anni hanno superato il 5,3%, il livello più alto degli ultimi vent’anni. I costi di finanziamento a lungo termine degli Stati Uniti sono tornati a livelli che non si vedevano da prima della crisi finanziaria. Marx spesso spogliava la classe politica delle sue cerimonie per rivelare la relazione materiale che vi si cela. Qui la relazione è chiara: gli investitori vogliono più denaro in cambio dei prestiti concessi agli Stati Uniti. Tariffe, la guerra con l’Iran, minacce di annessioni, deficit in aumento e incertezza sulla politica economica americana sono tutti elementi che entrano in gioco. Ogni frazione di punto percentuale in più equivale a un voto di sfiducia.

Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha già tentato di calmare il mercato. Il suo dipartimento ha promesso di raddoppiare gli acquisti dei titoli del Tesoro a più lunga scadenza, nella speranza di sostenerne il prezzo e far scendere i rendimenti. La mossa ha funzionato per un breve periodo. I rendimenti trentennali sono scesi di poco più di un decimo di punto percentuale, per poi tornare ai livelli precedenti nel giro di pochi giorni. Il Leviatano di Hobbes era sovrano perché nessuna potenza interna poteva costringerlo. Il mercato obbligazionario rivela un limite a questa idea: Washington può comandare cittadini, agenzie ed eserciti, ma non può obbligare gli investitori a prestare a condizioni favorevoli. Bessent ha lanciato il segnale, gli operatori lo hanno recepito e la pressione è presto tornata.

L’economista egiziano-americano Mohamed El-Erian ha definito questa tattica “Operazione Twist”. Il Tesoro acquista titoli a più lunga scadenza, affidandosi al contempo maggiormente a emissioni a breve termine, producendo una variazione temporanea nella forma dei costi di finanziamento. Marx avrebbe riconosciuto la differenza tra riorganizzare un credito finanziario e modificare le condizioni economiche sottostanti. Il calendario dei rimborsi si sposta, ma l’onere rimane. Washington guadagna un po’ di respiro a un’estremità della curva delle scadenze, ma si assume ulteriori obbligazioni all’altra. Decenni di spesa in deficit hanno creato questa struttura, e le attuali politiche di Trump vi hanno aggiunto ulteriore pressione.

Diverse forze si contendono ora lo stesso capitale. La guerra con l’Iran, presentata come una breve campagna, si è protratta per sei mesi, alimentando la pressione inflazionistica. Le aziende americane di intelligenza artificiale stanno contraendo prestiti per trilioni di dollari per data center e infrastrutture informatiche, mettendo la domanda privata di capitali accanto all’immenso fabbisogno del governo. Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, si trova di fronte a validi motivi per adottare una politica monetaria più restrittiva, mentre Trump preme per condizioni più accomodanti. Hobbes temeva una repubblica dilaniata da potenze rivali. Nell’America di oggi, debito pubblico, spese militari, investimenti tecnologici, inflazione e politica monetaria tirano tutti la stessa corda finanziaria.

Anche l’entità del debito ha una storia. Nel 1981, il debito federale si aggirava intorno a 1.000 miliardi di dollari. Negli ultimi due decenni, è quadruplicato, accelerato dal salvataggio del sistema bancario durante la crisi finanziaria, dai vasti programmi fiscali del periodo Covid e dai ripetuti cicli di tagli fiscali. Durante le due presidenze di Trump, il debito federale è aumentato di circa 11.600 miliardi di dollari a causa dei programmi per la pandemia, delle riduzioni fiscali e della continua spesa in deficit. Marx considerava il debito pubblico come un mezzo attraverso il quale i governi potevano far fronte alle spese correnti senza gravare immediatamente sui contribuenti, impegnando al contempo le future entrate pubbliche al pagamento degli interessi e all’aumento delle tasse. Ogni nuovo trilione rappresenta quindi un’entrata che i futuri contribuenti dovranno contribuire a pagare.

Jerome Powell, membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve, ha già definito la traiettoria insostenibile e ha avvertito di un esito negativo se la politica monetaria dovesse rimanere su questa linea. La sua preoccupazione si concentra sul tasso di crescita. I deficit federali si stanno espandendo più rapidamente dell’economia che li sostiene. Il linguaggio dell’accumulazione di Marx si adatta perfettamente al problema: una quantità si accumula rispetto a un’altra e l’equilibrio cambia nel tempo. Trump risponde con il linguaggio della forza nazionale, insistendo sul fatto che gli Stati Uniti possiedono la forza necessaria per gestire tassi di interesse elevati. Eppure il mercato obbligazionario misura la forza in base al flusso di cassa, all’inflazione, alla crescita e al rimborso previsto. La fiducia patriottica ha poco peso in questa aritmetica.

Gli Stati Uniti sono sfuggiti al tipo di crisi che ha colpito l’Argentina o la Grecia, anche se alcuni costi di indebitamento americani superano ora quelli pagati da Atene. L’economista americano Paul Krugman vede margini per una stabilità duratura, a condizione che i governi futuri risanino la situazione fiscale. Un grande vantaggio rimane: gli Stati Uniti si indebitano in dollari, la valuta che controllano. Hobbes sosteneva esplicitamente che uno Stato sovrano potesse rinunciare al potere di coniare moneta senza rinunciare alla sovranità stessa. Per gli Stati Uniti, la principale fonte di potere finanziario è stata la fiducia nel dollaro: gli stranieri devono continuare a essere disposti a detenere valuta americana e a utilizzare i propri risparmi per finanziare il debito di Washington. Dopo il 1945, il dollaro è diventato la principale valuta di riserva mondiale e i risparmi esteri sono confluiti in titoli americani. Gli investitori europei e asiatici hanno finanziato i consumi, la potenza militare, i deficit pubblici e gli investimenti privati ​​statunitensi a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Quel sistema conferì a Washington uno straordinario privilegio. Per decenni, gli Stati Uniti poterono assorbire più beni e capitali di quanto il loro saldo interno da solo avrebbe consentito, perché gli stranieri desideravano attività in dollari. Marx descrisse il credito come un modo per concentrare risorse a distanza e nel tempo. Il sistema del dollaro svolse questo compito su scala globale. Le fabbriche tedesche, gli esportatori giapponesi, gli stati petroliferi del Golfo, le banche centrali asiatiche e i fondi internazionali accumularono dollari e riciclarono gran parte di quel denaro in debito americano. Gli Stati Uniti ricevevano beni e capitali; il resto del mondo riceveva titoli del Tesoro. Il finanziamento a basso costo divenne parte integrante dell’architettura del potere americano.

Trump ha sottoposto tale struttura a una pressione insolita. Le guerre tariffarie hanno sconvolto i vecchi rapporti commerciali. Le minacce rivolte agli alleati europei hanno indebolito le basi politiche della cooperazione finanziaria. I discorsi di annessione (Groenlandia, Canada, ecc.) e un attacco più ampio all’ordine commerciale consolidato hanno reso la politica americana più difficile da prevedere per i creditori. Marx intendeva il credito come una relazione basata sull’aspettativa. Un prestatore eroga denaro oggi perché il domani appare sufficientemente sicuro. Quando il futuro diventa più incerto, il prestatore esige un compenso. I rendimenti più elevati dei titoli del Tesoro sono il prezzo da pagare per tale incertezza.

Il Giappone offre un chiaro esempio di questa nuova pressione. Le autorità giapponesi hanno venduto ingenti quantità di titoli del Tesoro statunitensi nel tentativo di difendere lo yen, che ha toccato il suo livello più basso degli ultimi quarant’anni. Secondo alcune fonti, il Tesoro americano avrebbe poi collaborato con Tokyo sul mercato valutario per sostenere la valuta giapponese e ridurre la necessità di ulteriori vendite di titoli. Il Leviatano di Hobbes, si dice, piega al proprio volere anche gli attori più deboli. In questo caso, lo Stato americano si trova a dover modificare la propria politica in parte perché un importante creditore straniero potrebbe vendere troppi dei suoi titoli. La dipendenza finanziaria ribalta la consueta immagine del comando imperiale.

Le conseguenze si propagano rapidamente da Wall Street alla vita di tutti i giorni. I rendimenti dei titoli del Tesoro forniscono un punto di riferimento per il credito nell’intera economia americana. Quando il debito pubblico diventa più costoso, anche i mutui, i prestiti alle imprese, i finanziamenti auto e altre forme di credito al consumo tendono a diventare più cari. Marx dedicò gran parte del suo lavoro a ricondurre i movimenti astratti del capitale alle concrete relazioni della vita quotidiana. Un aumento del rendimento dei titoli del Tesoro a trent’anni appare come un numero sullo schermo di una borsa valori; in seguito si manifesta come la rata mensile di un mutuo, un acquisto di una casa non andato a buon fine, un conto della carta di credito più salato o un’azienda che accantona un investimento.

El-Erian interpreta quindi l’intervento del Tesoro tanto come un segnale politico quanto come una misura tecnica. Rendimenti più elevati acuiscono quella che lui definisce la “pressione sulla capacità di spesa” che grava sulle famiglie americane e potrebbero diventare un tema centrale nelle elezioni di medio termine per il Congresso. Le famiglie a basso reddito sono le più esposte, poiché il credito al consumo, spesso costoso, assorbe una quota maggiore del loro reddito e gli alti tassi ipotecari impediscono a un numero sempre maggiore di famiglie di acquistare una casa. Marx avrebbe trovato familiare questa ironia politica. Un governo persegue politiche in nome della propria base elettorale, mentre le conseguenze finanziarie ricadono pesantemente su quella stessa base. Molti elettori di Trump potrebbero quindi trovarsi a fronteggiare la crisi del debito attraverso le bollette mensili ben prima di rendersene conto attraverso le statistiche economiche.

L’intero sistema si basa ormai su una scommessa sulla crescita futura. Washington presume che un’America più ricca si farà carico dell’attuale debito federale. Le aziende di intelligenza artificiale scommettono in modo analogo che i profitti futuri giustificheranno i trilioni di dollari investiti oggi. I creditori accettano entrambe le scommesse finché i rendimenti attesi rimangono convincenti. Hobbes costruì il suo Leviatano per contenere la paura attraverso un’autorità politica indiscussa; l’America moderna ha costruito un Leviatano finanziario sostenuto dalla fiducia nel dollaro, nel debito del Tesoro e nella capacità produttiva dell’economia statunitense. Trump potrà anche comandare il governo, ma la creatura ha acquisito regole proprie. Man mano che il debito raggiunge livelli sempre più elevati e i creditori chiedono ricompense sempre maggiori, la domanda decisiva diventa brutalmente semplice: quanta fiducia nel futuro dell’America è ancora in vendita, e a quale prezzo?

La strategia dell’Iran si è rivelata vincente, mentre la catena logistica degli Stati Uniti è stata compromessa e messa a dura prova dai primi attacchi _ di Simplicius

La strategia dell’Iran si è rivelata vincente, mentre la catena logistica degli Stati Uniti è stata compromessa e messa a dura prova dai primi attacchi

Simplicius 17 agosto
 
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Sul fronte iraniano, la notizia più interessante giunta oggi è costituita da nuovi resoconti che confermano quanto molti analisti avessero ipotizzato sin dall’inizio del conflitto. Vale a dire che i problemi navali degli Stati Uniti in quel teatro operativo derivavano tutti dalla strategia deliberata dell’Iran volta a distruggere le basi statunitensi nella regione, con il risultato di un allungamento estremamente inefficiente della catena logistica di rifornimento bellico degli Stati Uniti:

https://www.nytimes.com/2026/14/08/us/politics/uss-abraham-lincoln-trump-supplies-diego-garcia.html

L’articolo sostiene che i problemi della Marina degli Stati Uniti siano iniziati subito dopo la prima ondata di attacchi lanciata dall’Iran all’inizio della guerra, che ha visto il principale centro logistico regionale della Marina, situato in Bahrein, andare in fumo a causa dei missili e dei droni iraniani:

I problemi di rifornimento della portaerei U.S.S. Abraham Lincoln sono iniziati subito dopo il primo giorno di guerra, quando missili e droni d’attacco iraniani hanno colpito una base della Marina nel Bahrein.

L’attacco iraniano, in rappresaglia all’assalto statunitense-israeliano a Teheran, ha distrutto gran parte della base. E mentre questa andava in fumo, lo stesso è accaduto a un importante centro logistico su cui la Marina si è affidata per decenni.

La Marina aveva bisogno di un piano B per continuare a sfamare i marinai che lavoravano senza sosta per garantire che gli aerei da guerra potessero continuare a compiere missioni di attacco e, in seguito, per mantenere il blocco dei porti iraniani.

I media israeliani avevano già riportato la notizia secondo cui il Pentagono avrebbe avviato un’operazione “segreta” volta essenzialmente a ritirare le risorse strategiche dal raggio d’azione immediato degli attacchi iraniani verso “centri di retrovia protetti”, il che ha portato al limite le forze armate statunitensi, ormai obsolete e sclerotiche:

C14 News Israele • Titoli principali@c14israelIl Pentagono ha avviato in segreto l’operazione “Defensive Arc”, trasferendo le risorse aeree strategiche dalle basi di prima linea in Medio Oriente, vicine all’Iran, verso hub protetti nelle retrovie. A seguito della cancellazione degli attacchi, gli Stati Uniti sono passati a una strategia di “deterrenza oltre l’orizzonte” per proteggere le proprie forze dai missili iraniani11:43 · 4 agosto 2026 · 1,51K visualizzazioni1 risposta · 6 condivisioni · 18 Mi piace

L’articolo del NYT prosegue:

La perdita della base operativa in Bahrein ha contribuito a una serie di problemi segnalati sulle portaerei impegnate nelle operazioni contro l’Iran, mentre i senatori democratici esprimono preoccupazione per i 5.000 marinai della Lincoln e per il loro dispiegamento di quasi nove mesi.

Il New York Times spiega in dettaglio come la USS Lincoln, ormai in condizioni precarie, verrà ora sostituita dalla USS George Washington, che giunge a fatica dall’INDOPACOM, lasciando la Settima Flotta senza portaerei dispiegate in prima linea sul cruciale “fronte cinese”.

https://apnews.com/article/portaerei-trump-cina-pacifico-iran-guerra-87cfb838de8c13464fa3cab1840ad87d

La notizia arriva mentre circolano informazioni secondo cui la USS Benfold avrebbe avuto gravi “problemi tecnici” che l’hanno costretta a rimanere inattiva per quattro giorni nel Mar Cinese Meridionale:

https://news.usni.org/2026/08/14/la-uss-benfold-è-rimasta-bloccata-nel-Mar Cinese Meridionale-per-quattro-giorni-a-seguito-di-un-incidente-tecnico

Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Benfold (DDG-65) ha trascorso quattro giorni nel Mar Cinese Meridionale senza alimentazione elettrica a causa di un guasto tecnico, secondo quanto appreso da USNI News.

Il mese scorso la Benfold ha subito un guasto tecnico che ha causato un’interruzione dell’alimentazione elettrica, ha dichiarato in un comunicato il comandante Matthew Comer, portavoce della Settima Flotta degli Stati Uniti, a USNI News.

L’interruzione di corrente ha privato i marinai dei servizi di cambusa, dei servizi igienici e dell’aria condizionata. Anche l’approvvigionamento di acqua potabile ne ha risentito, ha affermato Comer. Non ha risposto a una domanda su come i marinai gestissero i rifiuti.

Non lontano da lì, un altro cacciatorpediniere statunitense della classe Arleigh Burke — che alcuni hanno identificato come il DDG-74, anche se la cosa non è stata ancora pienamente confermata — è stato avvistato in condizioni precarie, a quanto pare da qualche parte nei pressi del Giappone:

La situazione della Marina degli Stati Uniti ha sconvolto gli osservatori che non si aspettavano un deterioramento così rapido delle condizioni, soprattutto nel contesto di un conflitto di grande portata in cui la Marina avrebbe dovuto svolgere un ruolo fondamentale di sostegno.

Ora il Washington Post riferisce che gli alleati statunitensi del Golfo stanno nuovamente riconsiderando la presenza delle basi americane sul proprio territorio, a causa della frustrazione per la gestione imprevedibile e dilettantesca del conflitto con l’Iran da parte di Trump:

https://www.washingtonpost.com/world/2026/08/15/la-frustrazione-nei-confronti-di-trump-cresce-tra-gli-alleati-del-Golfo-Persico-secondo-i-funzionari/

Alcuni hanno iniziato a discutere sull’opportunità di continuare ad ospitare grandi basi militari statunitensi sul proprio territorio.

«È stato Trump a scatenare questa guerra», ha affermato un funzionario del Golfo, «e ora ne stiamo pagando il prezzo». Come altri intervistati in questo articolo, ha parlato a condizione di rimanere anonimo per poter discutere di un argomento delicato. La rabbia nei confronti degli Stati Uniti, ha aggiunto il funzionario, ha raggiunto il livello più alto da quando, a febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

Gli Stati del Golfo continuano a fare affidamento su Washington come stretto partner in materia di sicurezza e importante fornitore di armi, mentre il Qatar e il Bahrein ospitano grandi basi statunitensi. Tuttavia, la frustrazione sta spingendo alcuni Stati a prendere in considerazione nuovi accordi. È improbabile che queste dinamiche possano, nel breve termine, ridefinire in modo significativo l’assetto della regione, affermano gli analisti, ma alcuni paesi hanno iniziato a valutare le opzioni a loro disposizione.

Possiamo concludere che la strategia dell’Iran ha funzionato: eliminare gli occhi e le orecchie degli Stati Uniti nella regione prendendo di mira i sistemi radar, saturare le difese aeree — le cui scorte non possono essere ricostituite — con droni a basso costo e missili balistici di prima generazione usa e getta; poi, quando il campo di battaglia è stato sufficientemente modellato, iniziare a lanciare i missili balistici più avanzati e precisi per colpire i veri nodi logistici, i quartier generali di comando e controllo (C2), ecc., in modo da costringere gli Stati Uniti a ritirare l’intera flotta il più lontano possibile fuori dal raggio d’azione. Questo mette poi a dura prova la catena logistica già in deterioramento fino al punto di rottura, come stiamo vedendo ora con il drastico deterioramento del morale.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/13/l-esercito-statunitense-ha-perso-circa-25-dei-suoi-droni-Reaper-la-guerra-con-l-Iran-sta-esaurendo-il-suo-arsenale/

Secondo tre funzionari statunitensi a conoscenza della questione, l’esercito statunitense avrebbe perso almeno 45 droni MQ-9 Reaper durante la guerra con l’Iran, ovvero circa il 25% della propria flotta.

Come già sottolineato, il Washington Post “conferma” che gli Stati Uniti hanno perso 45 Reaper, pari al 25% dell’intera flotta di droni. Alcuni hanno aggiunto che gli Houthi ne avrebbero già abbattuti circa un ulteriore 10%, il che porterebbe probabilmente la percentuale totale delle perdite registrate nell’ultimo anno o due più vicina al 35%.

È interessante notare che, secondo il Washington Post, non tutti sono stati abbattuti, ma molti sarebbero stati vittime delle operazioni di guerra elettronica dell’Iran — forse di provenienza russa:

Un quarto funzionario statunitense, che come gli altri ha parlato a condizione di rimanere anonimo per poter discutere dei dati del Pentagono, ha affermato che non tutti i Reaper dispersi sono stati abbattuti. Un numero non specificato di velivoli si è schiantato dopo che il collegamento di comunicazione tra gli operatori e i droni si è interrotto, ha aggiunto il funzionario.

A dire il vero, le perdite potrebbero ammontare addirittura a più del 35%, poiché il numero totale di droni della flotta non implica necessariamente che siano tutti in condizioni di funzionamento o in grado di volare, almeno in un dato momento.

In assenza totale di opzioni militari, gli Stati Uniti continuano a guadagnare tempo, portando avanti la farsa del “controllo dello Stretto”. L’ex deputata Marjorie Taylor Greene ha affermato di disporre di informazioni privilegiate su quali tipi di opzioni disperate vengano effettivamente prese in considerazione in questo momento nella frenetica sala operativa di Trump:

L’ex deputata Marjorie Taylor Greene@Ex deputatoDurante le riunioni strategiche si sta discutendo dell’uso di armi nucleari contro l’Iran. Sì, avete letto bene. È vero. Non sto speculando, lo so. Ed è pura malvagità. L’ultima volta che è stata utilizzata un’arma nucleare è stato il 6 e il 9 agosto del 1945 su due città del Giappone, Hiroshima e19:19 · 16 agosto 2026 · 17,3K visualizzazioni154 risposte · 136 condivisioni · 506 Mi piace

Ebbene, quando si esauriscono le munizioni utilizzabili — sia per attaccare che per difendersi — si suppone che prendere in considerazione un’opzione nucleare totale sia semplicemente logico — in un atto di pura disperazione. Dato che il declino dell’America è chiaramente giunto alla sua fase terminale, sarebbe quasi una sorta di addio poetico, in un certo senso contorto: il Paese che è salito alla ribalta come «superpotenza» con il primo utilizzo in assoluto di armi nucleari nel 1945 chiude il cerchio per arrivare alla resa della propria civiltà in declino con un altro addio nucleare finale.

È però più probabile che nulla del genere accada, e l’unica cosa che assomiglierà a una ricaduta nucleare sarà l’economia statunitense, con il protrarsi della cieca intransigenza di Trump sulla questione iraniana. Abbiamo ormai visto che è disposto a mettere in gioco tutto per il suo progetto vanitoso di Hormuz, compreso il benessere e il sostentamento di tutti gli americani.

Ieri ha osservato che l’economia sta andando «in modo incredibile… dal punto di vista di Wall Street»—e poco dopo ha spiegato che l’aumento dei prezzi della benzina è un piccolo prezzo da pagare per impedire a una «nazione malvagia» di dotarsi di armi nucleari:

Ma tanti “piccoli costi” possono sommarsi piuttosto rapidamente fino a diventare un unico grande costo.


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Bis al Cirque Du Hormuz – Il più grande spettacolo del mondo! _ di Simplicius

Bis al Cirque Du Hormuz – Il più grande spettacolo del mondo!

Simplicius 13 agosto
 
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La natura delirante della debacle iraniana di Trump continua a degenerare in qualcosa di veramente patetico.

Ciò richiama alla mente la famosa descrizione della caduta di Roma, una delle cui varianti recita più o meno così: «Il cittadino romano medio non si era accorto che il proprio impero fosse crollato finché, un giorno, le strade e i ponti smisero semplicemente di essere riparati».

In questo caso, la società americana vive in uno stato di “pregiudizio della normalità”, mentre i politici dall’abbronzatura artificiale blaterano di una sorta di “età dell’oro”, e praticamente tutto ciò che è legato all’impero americano sta lentamente andando a rotoli.

La situazione è a dir poco sbalorditiva.

L’operato della Marina statunitense contro l’Iran continua a lasciare gli osservatori sbalorditi, alla luce delle nuove notizie secondo cui alcuni marinai starebbero letteralmente cercando di gettarsi dalla portaerei USS Lincoln:

https://www.militarytimes.com/news/your-military/2026/08/11/ Diversi marinai della USS Abraham Lincoln hanno tentato di gettarsi in mare durante un dispiegamento prolungato, secondo quanto riferito dalle famiglie/
https://www.independent.co.uk/news/world/americas/middle-east-abraham-lincon-sailors-iran-b3031718.html

Secondo quanto riferito dalle loro famiglie, alcuni marinai in preda alla disperazione a bordo della USS Abraham Lincoln hanno tentato di gettarsi in mare durante una missione prolungata in Medio Oriente.

La portaerei, con un equipaggio di circa 5.000 marinai e marines, è in missione dal 21 novembre, ma negli ultimi tempi ha fornito supporto alle operazioni militari statunitensi nel conflitto con l’Iran. Secondo quanto riferito dalle famiglie al *The Military Times*, la missione avrebbe dovuto concludersi a maggio, ma è stata prorogata senza una data di ritorno attualmente prevista.

Queste parole provengono direttamente dalle famiglie degli stessi marinai coinvolti:

Annabelle Loma, moglie di un marinaio in servizio sulla “Abraham Lincoln”, ha dichiarato alla testata che suo marito è ora in congedo per motivi medici dopo aver tentato di gettarsi dalla portaerei.

«Ha paura», disse Loma. «Pensa che verrà congedato con disonore e che, solo perché era esausto, la sua carriera di tredici anni sia rovinata, proprio così».

Maria Rodriguez, moglie di un altro marinaio, racconta che suo marito ha impedito a un altro uomo di gettarsi in mare. La Rodriguez ha riferito a The Military Times che suo marito ha afferrato il compagno di bordo per le braccia e lo ha tirato sul ponte, mentre altri tre marinai sono accorsi in suo aiuto.

Secondo alcune notizie, le condizioni di carenza di rifornimenti, gli orari di lavoro prolungati e il morale a terra a bordo della nave sarebbero talmente terribili da aver provocato una crisi di salute mentale, con i marinai che arrivano ad augurarsi di “non svegliarsi domani”.

https://www.ms.now/news/condizioni-sicurezza-uss-lincoln-guerra-in-iran

Dal seguente articolo di MS NOW (ex MSNBC):

Aaron Parnas@AaronParnasESCLUSIVA: Alcuni messaggi di testo inviati da un militare a bordo della USS Abraham Lincoln descrivono condizioni terribili. Non hanno alcun cibo fresco. Uno dei militari si è chiesto se il governo stia agendo intenzionalmente in questo modo per vedere fino a che punto riesca a “spingere al limite i marinai”.22:17 · 12 agosto 2026 · 231.000 visualizzazioni197 risposte · 1,2K condivisioni · 3,71K Mi piace

Il membro del Congresso degli Stati Uniti Mike Levin scrive:

Link

Fin dalla culla:

La culla@TheCradleMediaVIDEO | “Sei persone hanno tentato di gettarsi dalla [USS Lincoln]. L’ultimo caso risale a lunedì scorso.” Il produttore multimediale Andrew Brown ha denunciato una grave crisi di salute mentale a bordo della USS Lincoln, sostenendo che la Marina stia attivamente insabbiando le segnalazioni relative a quanto sta accadendo8:44 · 11 agosto 2026 · 685.000 visualizzazioni430 risposte · 3,95K condivisioni · 8,64K Mi piace

La situazione sembra confermare le varie voci di sabotaggio a bordo di altre navi di cui sentiamo parlare ormai da mesi.

Da un punto di vista più speculativo, l’emittente iraniana PressTV sostiene di disporre di “informazioni privilegiate” su una rissa mortale scoppiata a bordo della nave, che avrebbe causato la morte di sette marinai:

https://www.presstv.co.uk/Detail/2026/08/11/ 774174/Sconto-mortale-a-bordo-della-portaerei-statunitense-Abraham-Lincoln-che-causa-sette-morti-e-diversi-feriti

Secondo quanto riferito, sette membri della Marina degli Stati Uniti sono rimasti uccisi e molti altri feriti in un violento scontro a bordo della USS Abraham Lincoln, mentre i crescenti disordini tra l’equipaggio della portaerei hanno messo in luce le pressioni sempre più intense all’interno delle forze armate statunitensi, in un contesto di dispiegamento prolungato.

L’incidente è scoppiato dopo che un consigliere del capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), Brad Cooper, è salito a bordo della portaerei per affrontare le crescenti lamentele dei membri dell’equipaggio, a seguito delle proteste delle loro famiglie per il prolungato dispiegamento della nave, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim, che cita una fonte militare ben informata.

Secondo quanto riferito, il consulente sarebbe stato accolto da fischi e gli sarebbero state lanciate bottiglie d’acqua mentre parlava a un gruppo di dipendenti.

Secondo la fonte, lo scontro è poi degenerato in una rissa tra i membri dell’equipaggio, durante la quale sono stati utilizzati coltelli e altre armi da taglio, causando la morte di sette persone e il ferimento di diverse altre.

Data la mancanza di fonti attendibili, probabilmente si tratta solo di una mossa propagandistica ironica da parte dell’Iran, ma a questo punto chi può dirlo con certezza?

Come se l’immagine della guerra non fosse già abbastanza negativa, ieri è giunta la notizia che Trump è stato costretto a darsi alla fuga dalla Turchia attraverso una via di fuga ignominiosa, nascondendosi in un furgone di catering, dopo che sarebbero state rilevate minacce iraniane all’Air Force One.

Ron Filipkowski@RonFilipkowskiESCLUSIVA. Meidas è entrata in possesso di un filmato che mostra Trump nascosto nel furgone del catering mentre cambiava aereo.2:05 · 11 agosto 2026 · 207.000 visualizzazioni212 risposte · 1,38K condivisioni · 6,84K Mi piace

Poco dopo, Trump, desideroso di mantenere un atteggiamento sereno e di “tenere tutto sotto controllo”, è stato avvistato mentre giocava tranquillamente a golf a Bedminster, nel New Jersey, con un sistema mobile di difesa antiaerea AN/TWQ-1 Avenger, dotato di missili Stinger, che lo scortava intorno ai green:

Hai giocato una partita circondato dal filo spinato a fisarmonica di recente?

È uno spettacolo surreale.

Soprattutto in un momento in cui i media occidentali deridono Putin per aver presumibilmente circondato il suo “rifugio sul lago Valdai” con uno scudo anti-aereo e prendono in giro Mojtaba Khamenei perché “si nasconde come un topo”. Il Presidente degli Stati Uniti d’America sta giocando a golf circondato da filo spinato, con una batteria mobile terra-aria che gli fa da carrello da golf, solo pochi giorni dopo essere fuggito dalla Turchia in una cella frigorifera, mentre i marinai statunitensi si gettano letteralmente dalle murate delle navi ammiraglie della Marina per sfuggire a una guerra che ha visto ogni base americana nella regione essere svuotata.

Gente. Questi non sono tempi normali: potremmo essere giunti alla fase finale.

Il “bias della normalità” ci ha impedito di apprezzare appieno gli eventi straordinari e storici che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. L’impero degli Stati Uniti sembra essere entrato davvero nella sua fase terminale.

A sottolineare tali difficoltà vi sono le notizie secondo cui il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore degli Stati Uniti, ritiene che gli Stati Uniti, in sostanza, non abbiano più alcuna opzione in Iran e che sia necessaria una via d’uscita che consenta di salvare la faccia per evitare il disastro:

https://www.cnn.com/2026/08/07/politica/il-generale-dan-caine-via-d’uscita-dalla-guerra-con-l’Iran

Nelle ultime settimane, il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore, ha chiarito in privato ad altri consulenti di alto livello di Trump che gli Stati Uniti devono trovare una via d’uscita dalla guerra con l’Iran — poiché le opzioni militari sul tavolo per intensificare il conflitto potrebbero ritorcersi contro di loro e la sola potenza aerea difficilmente consentirà di raggiungere gli obiettivi dichiarati dal presidente Donald Trump, secondo quanto riferito da tre fonti informate sulla questione.

«Caine sta cercando una via d’uscita», ha affermato senza mezzi termini una delle fonti.

Alla luce di ciò, Trump ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti stanno ora adottando un approccio “discreto” nei confronti dell’Iran, un eufemismo per indicare che si sta evitando un umiliante tentativo su larga scala di sottomettere l’Iran, ricorrendo invece a pressioni economiche poiché ciò gli consente di mantenere l’illusione che gli Stati Uniti abbiano una certa iniziativa grazie al controllo sullo Stretto di Hormuz.

https://www.axios.com/2026/08/09/trump-iran-interview

«Stiamo solo conducendo una sorta di negoziazione con loro. Ci limitiamo a osservare l’Iran, con la sua altissima inflazione e il fatto che non abbia soldi.»

[Trump] ha sottolineato che l’Iran «verso in condizioni economiche molto gravi» e non ha soldi per pagare le proprie truppe. Il blocco navale statunitense ha aggravato la crisi economica del regime iraniano, ha affermato Trump.

Trump ha descritto il presunto controllo degli Stati Uniti come un “muro d’acciaio” impenetrabile, nonostante avesse ammesso in precedenza che potrebbero esserci alcune fastidiose mine a impedire alle compagnie di navigazione più caute di far transitare le proprie navi:

Molti altri esperti del settore hanno espresso l’opinione opposta, ovvero che non vi siano prove che una quantità significativa di petrolio transiti attraverso la rotta dell’Oman, che Trump sostiene di agevolare con il suo “muro di latta”:

Il WSJ riferisce ora che Trump, in sostanza, sa di aver perso ed è disposto a rinunciare alla guerra con l’Iran anche senza un accordo sul nucleare, purché l’Iran sia così gentile da riaprire lo Stretto di Ormuz, che è diventato lo spauracchio dell’intera sua eredità presidenziale.

Dall’articolo:

WASHINGTON — Da settimane il presidente Trump stava preparando il terreno per dichiarare vittoria nella guerra contro l’Iran nel caso in cui Teheran avesse riaperto completamente lo Stretto di Ormuz, arrivando persino a ventilare in privato ai suoi collaboratori di alto livello l’idea di essere disposto a rinunciare all’accordo nucleare, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi.

Ma quell’obiettivo ridimensionato è diventato più difficile da raggiungere quando sabato l’Iran ha ribadito le sue richieste più esorbitanti mai avanzate per consentire il libero transito nella via navigabile, chiedendo, tra le altre cose, pagamenti per miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti, il ritiro delle truppe americane dalla regione e la fine del blocco navale statunitense.

Proseguono poi osservando che l’Iran è consapevole del dilemma di Trump e sta deliberatamente aumentando sempre più i costi per impedire a Trump di ritirarsi salvando la faccia, dato che ora è l’Iran ad avere tutte le carte in mano e a controllare l’intera situazione:

«Le recenti richieste intransigenti dell’Iran riguardo alla riapertura dello stretto rendono sempre più difficile per il presidente trovare una via d’uscita dal conflitto che gli consenta di salvare la faccia», ha affermato Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente presso il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington.

Gregory Brew, esperto di Iran presso la società di consulenza Eurasia Group, ha affermato: «Gli iraniani sono pienamente convinti che Trump voglia tirarsi fuori e che sia concentrato sull’apertura dello stretto, ed è per questo che stanno adottando una linea dura».

Con le elezioni di medio termine alle porte e i prezzi della benzina ancora alle stelle, a Trump sta finendo il tempo in questa sfida all’ultimo sangue contro l’avversario che ha “distrutto” ben cinque volte.

Ora, a meno di tre mesi dalle elezioni di medio termine e con il prezzo della benzina ancora molto più alto rispetto a prima dell’inizio della guerra alla fine di febbraio, Trump sta cercando il modo di far credere all’opinione pubblica americana che la guerra sia stata vinta.

Si suppone che la “polvere nucleare” verrà nuovamente considerata irrilevante.

Per l’Iran, la vittoria nella guerra ha inaugurato una fase completamente nuova di sviluppo nazionale:

Un rappresentante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha affermato che i missili balistici iraniani vengono ora prodotti a un ritmo più veloce di quello con cui vengono lanciati, e che l’Iran è in grado di sostenere la guerra a tempo indeterminato:

Un alto consigliere del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha dichiarato mercoledì che tutte le armi, le munizioni e le attrezzature iraniane sono ora di produzione nazionale, che i missili balistici vengono prodotti a un ritmo più veloce di quello con cui vengono lanciati e che l’Iran potrebbe sostenere la guerra per anni.

Il generale di brigata Mohammad Reza Naghdi, consigliere di alto livello del comandante in capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), ha dichiarato alla televisione di Stato che «il fattore determinante della nostra vittoria nella guerra contro l’America è la forza della nostra fede».

Nell’ambito della nuova dottrina, secondo quanto riferito l’Iran starebbe aprendo alla possibilità di portare la guerra sul “territorio nemico”, forse in un certo senso ricalcando la recente strategia dell’Ucraina nei confronti della Russia:

https://www.ibtimes.co.uk/la-Guardia-Rivoluzionaria-iraniana-minaccia-il-territorio-statunitense-stretto-di-Hormuz-fallimento-dei-colloqui-1813806

La nuova dottrina militare iraniana incarica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) di attaccare il nemico sul proprio territorio

TABNAK, 12 agosto – Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniano deve essere in grado di portare la guerra in territorio nemico, ha affermato mercoledì un alto comandante, aggiungendo che all’IRGC era stato ordinato di sviluppare la capacità di condurre operazioni offensive oltre i confini nazionali.

Le cose non potrebbero andare peggio per la manovra di distrazione di Trump sullo Stretto di Hormuz.

https://www.economist.com/interactive/trump-approval-tracker

Con l’Economist che registra un indice di gradimento ai minimi storici negli ultimi sondaggi, in un contesto di immagini sempre più umilianti, non si può fare a meno di chiedersi per quanto tempo ancora Trump potrà continuare a recitare la parte di Leslie Nielsen.


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LA SITUAZIONE GEOPOLITICA STRATEGICA IN MEDIO ORIENTE NELL’ESTATE DEL 2026 _ di Lucio Cornelio Silla

LA SITUAZIONE GEOPOLITICA STRATEGICA IN MEDIO ORIENTE NELL’ESTATE DEL 2026
di Lucio Cornelio Silla –

Riceviamo e pubblichiamo _ Giuseppe Germinario

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La corrente situazione geopolitica strategica in Medio Oriente è molto diversa da quanto le narrazioni giornalistico-politiche, di molti think tanks, di molti esperti “professori”, e di molti mass media, e mass social media, lascino trasparire.
La situazione di costante latenza, ma con continui raids non decisivi, senza un attacco decisivo degli Stati Uniti d’America e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che fa sì che l’Iran ritagli contro i Paesi sunniti e ricchi di petrolio e gas del Medio Oriente, e lascia il controllo dello Stretto di Hormuz nelle mani di Teheran (e per estensione, sempre nelle mani iraniane, per via degli houthi, anche di Bab el Mandeb all’entrata sud del Mar Rosso).
In sostanza, questo conflitto-non-conflitto, ma con molti raid, sta dando il controllo all’Iran dell’export di petrolio dal Golfo Persico, e dell’import-export più in generale sia per lo stretto di Hormuz che per il Mar Rosso.
Pertanto, questa situazione, al prezzo di molti anziani gerarchi (sia clericali che militari, risentiti dalle leve più basse) liquidati, l’Iran sta diventando una potenza regionale, a livello della geopolitica strategica del Medio Oriente.
In pratica la proiezione già presente con milizie in Iraq, la potenzialità di colpire con missili balistici e droni l’Iraq, il Kuwait, il Bahrein, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, lo Yemen, ma anche l’Oman se non collabori con loro, sommato al controllo sui due stretti, sta rendendo, pian piano l’Iran la potenza che “il che
dire”, ed il “potere esecutivo indiretto ma strutturale”, sul Medio Oriente, su importantissime tratte dell’import-export globale (e ricordiamo che dall’85% al 90% del commercio globale avviene via mare), su gran parte delle più importanti riserve energetiche, cioè gas e petrolio del mondo.
Da questo conflitto, chi sono i più perdenti dal punto di vista della geoeconomia, dell’economia politica, e della macroeconomia? La Turchia, la Germania (e per estensione gran parte dell’Unione Europea), la Cina e, in un certo senso, anche il Giappone.
La Germania (e l’Ue), la Cina, ed il Giappone sono Paesi manifatturieri, ed esclusa per una porzione la Cina che dipende in gran parte dal carbone ed in parte dal nucleare interno, dipendono tutte dall’import energetico dal Medio Oriente (non a caso, nei Paesi sunniti del Golfo la popolazione economicamente più attiva dopo i locali
erano proprio i cinesi prima che questo conflitto scoppiasse).
Il fatto che l’Iran controlli Hormuz e Bab el Mandeb pone l’Europa (soprattutto la Germania e la sua sfera economica), il Giappone, e la Cina sono ricatto da parte dell’Iran, che ha il coltello dalla parte del manico.
Inoltre, sempre per via del controllo degli stretti, questi tre poli: Giappone, Cina, Europa/Germania, essendo sia consumatori che soprattutto industriali-manifatturieri, con sistemi mercantilistici di export (anche se la Cina cerca anche di crescere il mercato interno, con coscienza delle tradizioni economiche nazionaliste non-
neoclassiche), vengono posti sotto la pressione della spada ricattale dell’Iran.
4 Agosto 2026
(Foto: Depositphotos).
Chi ovviamente ci perde sono anche tutti i Paesi sunniti del Medio Oriente, tutte le varie monarchie esportatrici di petrolio, che si trovano a dover essere sotto l’avanzante ombra dell’esecutività dell’Iran sciita nel caso vogliano continuare ad esportare petrolio ed importare investimenti e beni di consumo.
Infine, chi perde più di tutti come attore dell’area MENA? La Turchia.

Questo perché, a discapito di quanto possa apparire dall’incoerente e “andreottiana” condotta di Erdogan, gli apparati della Turchia riconoscono bene quanto la loro costruita nei decenni proiezione a Sud su quel quadrante di mondo, tanto nel dietro alle quinte, che nell’evidente alla luce del sole, sia messa sotto
scacco e ricatto dall’ascesa di potenza così prepotentemente immediata e militare sui Paesi sunniti esportatori di petrolio e di gas.
Quale sistema-Paese strategico era messo in profondo disagio, avanzando pubblicamente anche parole su futuri conflitti, dall’avanzata della Turchia nel mondo sunnita del Medio Oriente?
Israele.

Quale sistema-Paese nell’area del Mediterraneo e MENA da quantomeno tre lustri contrasta, non efficacemente, l’espansione della Turchia e vede con disagio l’espansione Turca nel Medio Oriente Sunnita? La Francia.

Quale sistema-Paese guadagna di più dal poter tornare ad esportare risorse primarie (tra cui un grande palco energetico-gasifero-petrolifero), unico suo reale modello di sviluppo a seguito dalla deindustrializzazione perseguita volutamente a partire dal 1991 da classi dirigenti di mentalità economica post-Manchesteriana e neoclassica? La Russia. Dunque, nella situazione odierna, dove l’Iran appare essere il più grande vincitore a livello di geopolitica strategica, la situazione appare avente l’Iran con costruentesi proiezione di potere esecutivo strutturale diretto-indiretto sugli stretti sul Medio Oriente.
Ma da ciò, ponendo sotto ricatto sia sull’import energetico e che d’export manifatturiero, ci guadagnano anche gli Usa.

Perché? Perché i due più grandi competitor strategici a livello geo-economico, politico economico e macro-economico sono la Germania (e per estensione il suo mercato nell’Ue) e la Cina; e in un senso lato il Giappone (lo erano fino agli anni ’90 prima dell’ascesa della Cina), seppure ora gli possa, ipoteticamente, servire in baluardo armato anti-Cina. In quanto le due cause strutturali della deindustrializzazione degli Usa sono il suo deficit delle partite correnti e il suo deficit commerciale, e le due cause maggiori sono i competitor industriali quali la Germania e la Cina. La guerra commerciale tra Usa e Germania va avanti sottotraccia da circa il 2004, mentre la guerra commerciale tra Usa e Cina, seppure con litigi al WTO sin dal 2007/2008, è esplosa dal 2017/2018, e non si è mai arrestata.
La Cina rimane schermata, comunque, da diversi fattori. In primo luogo, essa ha una potenza industriale immensa, un risparmio titanico, e un tandem tra organi strategici dello stato e produttività economica privata senza eguali, laddove allungare le tratte commerciali via Capo di Buona Speranza, invece che passare dal Mar Rosso, rimane un costo ed un peso affrontabile da Pechino. In secondo luogo, seppure abbia già perso, con il “regime change” di inizio 2026, il Venezuela, una della sue più grandi fonti di approvvigionamento di petrolio, e rischi di rimanere orfana del petrolio del Golfo Persico – o comunque di essere posta sotto ipotetico ricatto dall’Iran – la Cina sin dal principio persegue la diversificazione d’approvvigionamento energetico in ambito di gas e petrolio, e, per quanto costoso, può sempre, nei limiti del possibile, ricalibrare, seppure patendo l’urto, altrove. Infine, d’altra parte, con lungimiranza strategica preventiva di fronte a cotali sviluppi, la Cina rimane per la stragrande maggioranza del suo fabbisogno energetico dipendente dalla vastissima produzione interna di carbon fossile e delle proprie centrali elettriche a carbone (ed in parte dal proprio nucleare civile).
La Germania, e per estensione il suo mercato in Ue, sono i più sfortunati, perché, da un lato, si auto-sabotano sul nucleare, mentre, dall’altro lato, in nome di narrazioni ecologiste rigettano la produzione energetica a carbone (che pure avrebbero come risorsa mineraria sul proprio territorio, si pensi alla Saar – Saarland; e non solo). Questo fa sì che la Germania subisca fortemente il colpo della fine dell’esportazione di petrolio e gas dal Golfo.
Ad ogni modo, a livello locale, a livello regionale – macroregionale, tra i più grandi perdenti vi è in assoluto la Turchia.

La sua espansione nel Mediterraneo e nell’area MENA è da Occidente speronata dalla Francia.

A livello locale, nel Medio Oriente, viene posta sotto pressione da Israele. Mentre oggi, con questi sviluppi del 2026, la sua traiettoria di espansione d’influenza a Sud verso la Penisola Araba, si trova schiacciata a mo’ di tenaglia anche da Oriente, dall’espansione di forza ed in influenza da parte dell’Iran.
In sostanza, davanti a questa situazione, è la Turchia è il paese più danneggiato, perché la sua traiettoria d’influenza ed espansione, verso Sud, verso la Mesopotamia, verso il Golfo Persico, verso la Penisola Araba, e verso il mondo arabo-sunnita, verso le risorse di gas e petrolio, etc., è schiacciata e compressa da una manovra a tenaglia, rappresentata ad Est dall’espansione violenta dell’Iran mentre ad occidente da Israele (e per estensione dalla Francia).
Questo è davvero rilevante, giacché, la Turchia, la quale già da anni collabora in tandem nel Medio Oriente, seppure come “azionista di maggioranza” in influenza locale, con la Germania, e questo si vede in tanti investimenti che vanno da settori industriali strategici, al metodo di avanzamento del soft-power, ai settori industriali manifatturieri, alla difesa ed alla sicurezza, alla costruzione infrastrutturale. Si pensi solo che, dopo il “cambio di regime” in Siria di fine 2024, a lato dell’influenza acquisita in loco dalla Turchia, e per tramite di rappresentanti industriali e manageriali turchi, la ristrutturazione totale del sistema educativo e formativo, dall’elementare al più elevato, ha visto l’operare attivo di società di lobbying tedesche, finanche al fatto che la Siria, sin dalla decolonizzazione del Secondo dopoguerra avente un sistema educativo alla francese, abbia nell’ultimo paio d’anni impostato la sua educazione sul modello tedesco della Germania, e l’abbia fatto per tramite di esponenti manageriali della Turchia, per conto di lobbisti tedeschi. Altro importante esempio è la costruzione infrastrutturale, o anche i progetti a monte di queste realizzazioni, o progetti di realizzazione a valle, laddove capitali, manager, progettisti e scelte strategiche tra tedeschi e turchi vengono prese in tandem.
Sia per questioni di progetti di gasdotti ed oleodotti. Sia per progetti di sviluppo autostradale e ferroviario.
Progetti che puntano a fare della connettività tra l’Anatolia e la Mesopotamia, tra l’Anatolia e la Penisola Araba, un che di centrale.
Questo è ancora più rilevante sapendo che, la proiezione turca dall’Anatolia nei Balcani e nei Carpazi, si allaccia a quella tedesca dalla Mitteleuropa, ai Carpazi ed ai Balcani. Dunque, finendo del Medio Oriente, per questioni che per la Turchia saranno anche d’espansione “imperiale” d’influenza sul mondo sunnita, quanto per l’industria della Germania rappresentano sia un’apertura di mercato, ma anche una tratta via terra, evitante mare ed oceani, d’approvvigionamento delle risorse energetiche dal mondo delle monarchie arabe.
Ad ogni modo, questa proiezione verso Sud, come sopra visto in precedenza, è posta alle strette da una tenaglia, che danneggia al massimo la Turchia, e per estensione la Germania ed il suo mercato nell’Ue, ponendo la proiezione turca nel Medio Oriente sunnita schiacciata a tenaglia da ovest e da est. E da Est l’attore principale che danneggia questo sviluppo è dunque questa proiezione di potenza dell’Iran (e la sua abilità di bombardamento ad arbitrio con droni e missili sul Medio Oriente: ponendo i programmi di sviluppo infrastrutturale, economici, e d’influenza in cui la Turchia è partecipe, totalmente in pericolo e totalmente sotto ricatto).
Infine, chi è ulteriormente perdente nella situazione odierna? Ovviamente lo sono le monarchie dei paesi arabo-sunniti del Golfo e della Penisola Araba. Questo perché, posti sotto ricatto militare offensivo ad arbitrio, da un lato, perdono gli investimenti esteri, mentre, dall’altro lato, perdono la possibilità di continuare ad arricchirsi con l’export delle risorse primarie energetiche (e non è che tali paesi desertici e vuoti abbiano altra via per arricchirsi se non con questo ruolo all’interno delle tratte del commercio globale, sennò tornerebbero ad essere vuoti e poveri come prima della globalizzazione).
Pertanto, è da qui, è da queste ragioni strutturali, che emergono le costanti e lamentose “grida” all’armi da parte dei frontmen delle classi dirigenti dell’Arabia Saudita che chiedono un intervento militare dei Paesi volonterosi.
Ad ogni modo, la situazione di stallo odierna non appare andare in queste direzioni, appare invece che gli Stati Uniti ed Israele mantengano la situazione in una stasi talvolta animata da brevi scontri non decisivi, che, in cambio, permettono all’Iran di avanzare attacchi missilistici e di droni sui paesi sunniti (facendo danni economici, strategici, e pure strutturali rispetto all’equilibrio delle locali classi dirigenti).
La Turchia, che, seppure dietro un improbabile silenzio tombale, e dietro un atteggiamento di Erdogan probabilmente troppo tentennante, è una delle potenze più danneggiate in assoluto sotto ogni punto di vista, apparirebbe essere, a lato della comunanza di fede nell’islam sunnita, ed alla memoria dell’antico califfato ottomano un tempo protettore di quei luoghi, l’unica potenza militarmente rilevante che possa davvero mettersi in gioco in risposta alla chiamata disperata e dall’allarme delle monarchie sunnite arabe peninsulari e del Golfo.
Eppure, se questa strada venisse mai intrapresa, e la Turchia entrasse manu militari contro l’Iran, come si scioglierebbe il “nodo di gordio” di tutte le rilevanti situazioni e contraddizioni strutturali sopra rilevate?
Israele lascerebbe mai, in modo pacifico, alla Turchia intraprendere tale ruolo d’influenza e di sicurezza nel mondo sunnita del Medio Oriente? C’è da dubitarne. Probabilmente, a discapito dell’iniziale conflitto, si porrebbe, in mera linea di crudo interesse, in linea con Teheran in funzione anti-turca (semmai la Turchia si ponesse di peso in tali regioni). Questo, per tutte le relazioni d’influenza transnazionali d’Israele, porrebbe la Turchia in una posizione difficilissima. Un quinto della popolazione di Israele è russa. La popolazione ebraica più grande dell’Europa è in Francia. Ma la Francia è avversario strategico della Turchia in tutta l’area MENA. Gli Stati Uniti, per via dall’influenza di una certa destra evangelica, difenderebbero Israele contro la Turchia, e lo farebbero a spada tratta.
In sostanza, la Turchia, in Medio Oriente, dopo una lenta partita di decenni di avanzamento d’influenza sia di soft-power che economica, ed in certi casi di hard power, sta vedendo se stessa messa in una posizione di “scacco matto” (o di un durissimo colpo che porterebbe ad una perdita di lunghissimi di sviluppi).
Ma potrà mai reagire? Cosciente dei rischi, potrà mai la Turchia rispondere, nella propaganda ovviamente posto sotto il frame di fratellanza islamica e sunnita, o di ricordi “ottomaneschi”, al richiamo di aiuto di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, ecc.?

Nei fatti, a livello regionale e macroregionale, Ankara è la maggiormente penalizzata e danneggiata dall’aggressivo avanzamento di Teheran. Ma, tutti i contraccolpi, ad effetto domino (prima enunciati), di un suo potenziale intervento, sono vastamente rilevanti.
Pertanto, risponderanno mai le classi dirigenti della Turchia ai colpi che il loro progetto d’influenza sta prendendo?
Tale è una lecita domanda su cui vale la pena riflettere.
Di certo, la situazione odierna, in cui l’Iran pone sotto ricatto di bombardamenti l’intero Medio Oriente, controlla gli stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb (via houthi), ed espande la sua ombra sopra i paesi sunniti, danneggia in modo infinito la Turchia.
Per ora, con Israele e gli Usa che perseguono questi attacchi non risolutivi contro l’Iran, che hanno come solo effetto il contraccolpo dell’espansione di potere esecutivo in proiezione di violenza arbitraria a distanza dell’Iran su tutto il Medio Oriente, lasciano intravedere che, semmai non ci sarà una risposta ed un intervento decisivo, l’Iran degli Ayatollah apparirebbe essere sulla via di diventare il “padrone” del Medio Oriente.
Quanto la Turchia potrà accettare queste demolizioni a picconate del proprio progetto di traiettoria d’espansione, infrastrutturale ed economica e d’influenza senza rispondere?
Che conseguenze mai potranno accadere, ad effetto domino, se la Turchia, sulla scorta della memoria dell’antico califfato ottomano, si facesse carico militare, unica a poterlo fare in modo effettuale ed efficiente immediato nella regione, delle richieste di aiuto e sicurezza delle monarchie arabo-sunnite?
Oppure, la Turchia, con portamento “andreottiano” di Erdogan starà a guardare, a “denti stretti”, a discapito dei colpi… Attendendo, ed auspicando, invece, un intervento in grande stile “ground invasion” degli Usa contro l’Iran?
Ma, guardando la situazione interna degli Stati Uniti, è possibile ipotizzare che impongano la leva obbligatoria, e facciano uno sforzo industriale-economico bellico per portare una guerra totale ed industriale all’Iran?
Sono gli Stati Uniti, ed Israele, disposti a questo intervento?
Ad oggi, purtroppo, non appare che gli Stati Uniti, al contrario di quanto fecero per la Corea negli anni ’50 e per il Vietnam negli anni ’60 si siano preparando a questo sviluppo.
Anche se, da moltissime classiche dirigenti, locali nel mondo connesse a rete e diffuse nel mondo macchia di leopardo, dell’ordine neoliberale e neoclassico della globalizzazione, pur di porre fine alla situazione odierna, seppure originariamente contrarie al conflitto, e tra queste rientra anche quella di cui Erdogan è frontman in Turchia, appaiono essere auspicanti in questo possibile sviluppo.
Ad ogni modo, questo sviluppo, non appare venire intrapreso, neppure preparativamente, in modo coerente e sistematico da parte delle odierne apicali classi dirigenti degli Usa.
Dunque, questo, seppure annunciati e paventati in precedenza, aprirebbe ad altri scenari, molto più in stile da “polveriera dei Balcani” di fine XIX secolo ed inizio XX secolo, similitudine e/o metafora già molto cara al pensatore strategico Zbigniew Brzeziński, ma trasportata nell’odierno Medio Oriente, Mesopotamia, e Golfo Persico, degli odierni decenni del XXI secolo.
Infine, in conclusione, va osservato che, cosa che parrebbe essere sostenuta da diversi analisti, anche se, nei prossimi mesi ed anni, lo scenario più probabile nei prossimi anni non sia né un dominio dell’Iran sul Medio Oriente né una guerra tra Iran e Turchia, bensì un prolungato periodo di equilibrio instabile, questo continuerebbe ad affossare i Paesi sunniti e le monarchie sunnite, e, in special modo, la proiezione di potere della Turchia. Non solo nel lungo periodo, ma anche solo nel breve e nel medio periodo, quanto potranno tanto le monarchie sunnite quanto la Turchia continuare ad accettare cotale situazione in cui allo sviluppo ordinato, ed ad un proprio giardino di sviluppo, si sostituisce invece una situazione di caos ed incertezza in cui di certo gli attori che potranno giovare non saranno coloro che porgono sviluppo economico infrastrutturale e di soft power ma invece coloro capaci di ardire in modo diretto ed indiretto, simmetrico ed asimmetrico, la proiezione di forza bruta in un contesto caotico, violento, e mai stabilizzabile? Quanto certi attori sono e saranno disposti a subire, patire, ed a perdere prima di dire “Alea iacta est”?

“The Telluric Sting”: la lezione dell’Iran per la Germania _ di Ali Mohammad Mohajer Nasser

“The Telluric Sting”: la lezione dell’Iran per la Germania

Il prezzo del non avere radici

Ali-Mohammad Mohajer Nasser7 agosto∙Articolo di un ospite
 
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Ali-Mohammad Mohajer Nasser sostiene che la resistenza dell’Iran alle potenze atlantiche offra alla Germania una dura lezione di geografia, sovranità e sul prezzo da pagare quando si rinuncia al proprio territorio.

I.

Ci sono sconfitte che non hanno cause militari. Quando gli Stati Uniti e il loro satellite sionista diedero il via alla loro guerra di quaranta giorni contro l’Iran nella primavera del 2026, ogni manovra era sostenuta dal peso schiacciante della supremazia tecnologica: portaerei, bombardieri stealth, catene di attacco collegate via satellite, flussi di dati che sfrecciavano in tempo reale attraverso i server del Pentagono. Gli strateghi di Washington avevano calcolato il crollo delle infrastrutture iraniane entro settantadue ore, la disintegrazione delle strutture di comando, l’inevitabile implosione di una società sotto il peso combinato dell’assalto aereo e navale. Nulla di tutto ciò avvenne. Ciò che accadde invece fu esattamente l’opposto: le portaerei — quelle cattedrali galleggianti della talassocrazia — divennero bare alla deriva nello Stretto di Ormuz. L’F-35, fiore all’occhiello della superiorità aerea occidentale, si è schiantato sull’altopiano di Isfahan. E la popolazione iraniana, che avrebbe dovuto essere annientata dallo «shock and awe», è scesa a decine di migliaia nelle strade di Teheran già il secondo giorno di guerra, senza alcun appello dello Stato alla mobilitazione.

Le spiegazioni a posteriori fornite dagli stati maggiori occidentali hanno invocato variabili ben note: una sopravvalutazione della propria tecnologia stealth, una sottovalutazione delle batterie missilistiche disperse dell’Iran, la famigerata arroganza degli stati maggiori imperiali. Tutto ciò è vero, ma tutto ciò manca il punto. Ciò che è emerso durante quei quaranta giorni non è stata la sconfitta di un esercito da parte di un altro. È stata la sconfitta di un modo di essere da parte di un altro. Più precisamente: è stato il momento in cui l’ordine talassocratico dell’Occidente si è frantumato contro la realtà tellurica dell’Iran — non perché l’Iran possedesse armi superiori, ma perché incarnava una verità che il pensiero tecnico occidentale non è più nemmeno in grado di formulare: che la geografia non è una griglia di coordinate neutra, ma un alleato vivente di coloro che sanno come abitarla.

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Per cogliere questa verità, occorre guardare allo Stretto di Ormuz. Nel linguaggio banale della strategia marittima, si tratta di un “punto di strozzatura” — un collo di bottiglia da controllare per garantire il libero flusso degli scambi commerciali. Per l’Occidente — erede della potenza marittima britannica, esecutore del mare liberum — il mare è uno spazio vuoto, una superficie di transito, un vuoto da dominare con la tecnologia. Lo Stretto di Ormuz, in questa ottica, non è altro che un problema di proiezione di forza. Per l’Iran, al contrario — uno Stato che emerge dalle profondità di quattromila anni di esistenza sedentaria — questo stesso stretto è qualcosa di fondamentalmente diverso: la soglia di una casa. Il funzionario della difesa iraniano che, pochi giorni prima di essere assassinato da un attacco con droni israeliani, disse ad Al-Mayadeen che «il Golfo Persico è la nostra casa» non stava pronunciando uno slogan propagandistico. Stava articolando un fatto ontologico che il pensiero occidentale non è più in grado di cogliere, perché ha dimenticato la differenza tra uno spazio che si occupa e uno spazio che si abita.

Carl Schmitt ha colto questa distinzione in *Il Nomos della Terra*. Ogni ordine giuridico-politico, sosteneva Schmitt, affonda le sue radici in un atto originario di appropriazione del territorio — non in un contratto, né in una costituzione, ma nell’atto esistenziale con cui un popolo si lega a un determinato suolo e, a partire da quel legame, instaura un ordine. ¹ Il nomos è l’unità di luogo e ordine. Tuttavia questa unità non è una costante antropologica; ha una storia, e questa storia, per Schmitt, è la storia di una lotta: la lotta tra l’ordine tellurico, radicato nella terra, e l’ordine talassocratico, radicato nel mare. ² Il potere tellurico ragiona in termini di confini, di spazi concreti, di «case». Il potere talassocratico ragiona in termini di reti, di correnti, di illimitatezza. L’uno difende la terra; l’altro ne dissolve i limiti. L’uno conosce il sacro; l’altro conosce solo il mercato.

Nella guerra del 2026, questi due nomoi si scontrarono con una forza che nessun gioco di guerra del Pentagono avrebbe potuto prevedere. I cacciatorpediniere americani che entrarono nello Stretto di Ormuz non si stavano semplicemente addentrando in acque territoriali straniere: stavano entrando in una diversa modalità di spazialità, in cui la terra è il polo dominante e il mare il suo annesso dipendente. I missili che li colpirono non erano proiettili in uno scontro navale simmetrico. Erano atti di difesa del territorio, lanciati da batterie costiere nascoste, dalle viscere delle montagne a picco sul mare, da una geografia che una civiltà — una civiltà che non ha mai dimenticato come farlo — aveva trasformato in un’arma. Questo è il carattere tellurico che Schmitt attribuiva al partigiano moderno reso senza luogo: la capacità di combattere con il terreno, non contro di esso. Il combattente iraniano, annidato nelle gole dello Zagros, opera non nonostante le montagne, ma attraverso di esse. Le montagne sono il suo scudo, il suo nascondiglio, la sua logistica. Il soldato americano, al contrario, opera da una portaerei – un’isola artificiale, una dimora d’acciaio senza radici che non è legata ad alcun suolo se non a quello della propria capacità di proiezione di potenza. In queste due figure diventa palpabile l’opposizione tra una civiltà tellurica che sa a quale luogo appartiene e una macchina talassocratica che concepisce ogni luogo solo come una posizione temporanea.

È qui che risiede la prima e forse più profonda lezione della guerra dei quaranta giorni: la geografia non è una categoria obsoleta in un mondo globalizzato. È il destino stesso. È il sovrano silenzioso che, prima o poi, chiamerà ogni arroganza tecnologica davanti al proprio tribunale. L’Occidente, inebriato dalla frenesia della velocità e dai flussi di dati, se n’è dimenticato. L’Iran glielo ha ricordato — non con un sermone morale, ma con il rombo dei razzi lanciati dalla roccia.

II.

Cosa c’entra tutto questo con la Germania? Tutto. Infatti, mentre l’Iran ha saputo sfruttare la propria posizione geografica come arma, la Germania ha permesso che quella stessa posizione geografica diventasse una trappola. Il palcoscenico di questo auto-intrico si chiama Ucraina.

A questo punto occorre sfatare un’illusione: la guerra in Ucraina non è una guerra europea. È una guerra talassocratica, condotta dagli Stati Uniti alle spalle dell’Europa, combattuta sul suolo di un paese che è stato sacrificato all’alleanza atlantica — come la Polonia prima di esso, come gli Stati baltici — in quanto cuscinetto, carne da cannone, massa strategica sacrificabile in una lotta planetaria il cui obiettivo non è la difesa dell’Ucraina, ma la paralisi strategica della Russia e, in ultima analisi, la sottomissione permanente del continente europeo agli interessi della potenza marittima anglo-americana.

La Germania ricopre un ruolo tragico in questo dramma. Si è lasciata coinvolgere, senza alcuna volontà propria percepibile, fino a diventare il centro logistico e il finanziatore di una guerra che va diametralmente contro i propri interessi vitali. Secondo i dati ufficiali del governo, gli aiuti militari tedeschi all’Ucraina avevano superato i 32 miliardi di euro a metà del 2026. ³ Miliardi in forniture di armi confluiscono in un conflitto che priva l’industria tedesca della sua base energetica, spinge l’inflazione a livelli senza precedenti,⁴ e non rafforza la sicurezza del proprio territorio, ma piuttosto la mette in pericolo in modo esistenziale. L’Istituto ifo ha stimato il costo totale della guerra in Ucraina per l’economia tedesca a circa 200 miliardi di euro entro la fine del 2024. ⁵ Ogni carro armato Leopard che brucia nella steppa dell’Ucraina orientale, ogni missile da crociera Taurus oggetto di dibattito a Berlino,⁶ ogni nuova tornata di sanzioni che interrompe le restanti rotte commerciali verso l’Est: questi non sono atti di autoaffermazione. Sono atti di automutilazione. Non servono agli interessi tedeschi, ma alla conservazione di un ordine unipolare i cui beneficiari siedono a Washington e a Londra.

E mentre Berlino svuota i propri arsenali e rovina la propria economia, la linea del fronte di una potenziale guerra totale si avvicina sempre più ai confini orientali dell’Europa. La spirale di escalation, guidata dai falchi atlantici e dai loro volenterosi esecutori a Bruxelles, ha ormai da tempo acquisito uno slancio che non può più essere controllato da Berlino — ammesso che lo sia mai stato. L’idea che si possa mettere in ginocchio la Russia – una potenza nucleare con le risorse di un continente – attraverso una guerra per procura senza essere trascinati a propria volta nell’abisso non è audace. È delirante.

La Germania paga questa illusione con il proprio futuro. Finanzia la propria emarginazione strategica attraverso il continuo riarmo dell’Ucraina. Accumula debiti per fornire armi che minano la propria sicurezza. Sacrifica la prosperità dei propri cittadini sull’altare di una lealtà transatlantica che Washington non ha mai ricambiato se non con disprezzo. La distruzione dei gasdotti Nord Stream — un atto di guerra economica contro il più stretto alleato dell’Europa — è stata accolta a Berlino con un silenzio più eloquente di qualsiasi protesta.⁷ È stata un’ammissione della propria irrilevanza. Il successivo distacco dal gas russo ha innescato un grave shock energetico e ha portato a interruzioni della produzione in settori chiave quali l’industria chimica, siderurgica e dei fertilizzanti.⁸

III.

Eppure c’è una via d’uscita. Non sta nel ritorno a un passato trasfigurato dal romanticismo, né nella fuga verso un certo provincialismo, ma nel sobrio riconoscimento di ciò che è. E la realtà è questa: l’ordine mondiale unipolare dichiarato eterno dopo il 1991 non esiste più. Si è frantumato contro il rifiuto delle potenze telluriche – Iran, Russia, Cina – di sottomettersi al diktat dell’egemonia talassocratica. La guerra in Ucraina non è una prova della forza di quell’ordine; è l’ultima, disperata convulsione di una configurazione morente. La guerra in Iran è stata la confutazione definitiva delle sue premesse.

La multipolarità non è un’utopia. È un dato di fatto. E richiede alla Germania nientemeno che un riorientamento fondamentale del proprio pensiero politico. L’Occidente – e con esso la Germania – deve imparare a riconoscere ciò che non può sconfiggere: l’esistenza di potenze sovrane che possiedono una concezione dello spazio, del tempo e dell’ordine diversa da quella della democrazia liberale del modello atlantico. L’Iran è una di queste potenze. È ciò che, nel linguaggio della filosofia tedesca, si potrebbe definire un’Ordnungsmacht – uno Stato che non solo difende se stesso, ma garantisce una stabilità regionale che, senza di esso, sprofonderebbe nell’anarchia e nel caos. Coloro che negano questo fatto, che continuano a puntare sul cambio di regime e sulla destabilizzazione, potrebbero chiedersi perché proprio quelle regioni del Medio Oriente che l’Occidente ha «liberato» attraverso l’intervento – Iraq, Libia, Siria – siano oggi campi di macerie, mentre l’Iran, nonostante quattro decenni di sanzioni e accerchiamento, rimane in piedi.

Riconoscere la multipolarità non è una concessione al nemico. È un passo verso la ragione. Significa smettere di considerare il pianeta come un’unica sfera di mercato omogenea da plasmare a immagine dell’Occidente, ma come un intreccio di diversi nomoi, diversi modi di abitare la terra. Significa comprendere la guerra per ciò che è sempre stata, secondo la definizione di Clausewitz: la continuazione della politica con altri mezzi — e non, come nella distorsione nichilista del presente, la continuazione del mercato con mezzi letali.

IV.

Il fatto che la Germania trovi questo passo così difficile è dovuto a molte ragioni. Una di queste è l’esistenza di una classe politica che ha preso in ostaggio il proprio popolo per le proprie crociate morali. È soprattutto l’ambiente dei Verdi e dei loro compagni intellettuali che va qui menzionato. Questo strato sociale ha instaurato un discorso in cui la difesa della democrazia, la tutela dei diritti umani e la solidarietà con Israele sono diventati slogan intercambiabili che soffocano qualsiasi pensiero strategico.

Il militarismo morale di questi ambienti è il cavallo di Troia dell’atlantismo nel cuore dell’Europa. Sotto la bandiera dei valori, si giustifica ciò che è inammissibile: la fornitura di armi pesanti alle zone di guerra, l’impoverimento economico della propria popolazione, il sostegno acritico a un governo che, sotto gli occhi del mondo, sta commettendo un genocidio a Gaza e cerca di realizzare i propri sogni espansionistici attraverso il bombardamento dell’Iran. Questa politica non ha più nulla a che vedere con la moralità. È ideologia in senso patologico: un sistema chiuso di giustificazioni immune a qualsiasi confutazione empirica.

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Dietro questa facciata ideologica, tuttavia, si sta verificando una frattura ancora più profonda, di natura ontologica. Ciò che sta accadendo attualmente in Germania non è semplicemente una politica errata. È il graduale abbandono del proprio radicamento a favore di un internazionalismo astratto, senza luogo e senza storia. La dottrina dominante – che si potrebbe definire, seguendo Carl Schmitt, globalismo liberale – ha contrapposto l’ideologia alla cultura, l’internazionalismo all’autoctonia, l’individuo del mercato universale al cittadino radicato. Il sistema politico ed economico della Repubblica Federale, sotto questo segno, non è più al servizio della popolazione autoctona; si è reso partecipe volontario di ogni guerra atlantica scatenata dalla talassocrazia anglo-americana. Con ogni intervento militare, ogni fornitura di armi, ogni fedeltà incondizionata a Washington e Londra, Berlino apre le porte a forze transnazionali distruttive che operano per la dissoluzione del popolo tedesco come unità storica.

Questo processo presenta una dimensione demografica che non può più essere considerata un tabù se si vuole analizzare seriamente la situazione. Le incessanti guerre imperialistiche dell’Occidente — in Medio Oriente, in Nord Africa, nell’Hindu Kush — hanno sradicato milioni di persone, trasformandole in flussi di rifugiati che ora si riversano verso l’Europa e, in particolare, verso la Germania. Il numero di sfollati forzati in tutto il mondo ha superato per la prima volta i 120 milioni alla fine del 2024.⁹ L’ironia di questa situazione è tanto amara quanto rivelatrice: la Germania partecipa a quelle guerre che creano le cause stesse della fuga, e poi apre le proprie frontiere a chi fugge dalle macerie di quelle stesse guerre. Ciò che a prima vista appare come una contraddizione si rivela, a un esame più attento, come la logica coerente di un sistema che considera gli esseri umani non come membri di una comunità storicamente consolidata, ma come Bestand — risorse usa e getta che possono essere spostate, scambiate e sfruttate a seconda delle necessità.

In questo contesto, la diagnosi di Martin Heidegger sul Gestell riveste una rilevanza terrificante.¹⁰ Sotto il dominio del Gestell, tutti gli esseri — il fiume, la foresta, l’animale e infine l’uomo stesso — diventano mero Bestand, riserva disponibile per un processo di sfruttamento che non ha altro fine se non la propria perpetuazione. L’attuale politica migratoria tedesca presenta proprio queste caratteristiche. Essa considera il cittadino autoctono, che vede il proprio Paese e la propria cultura come qualcosa di inviolabile, al tempo stesso eredità e obbligo, come un ostacolo — un fattore di disturbo da sostituire attraverso l’importazione di manodopera nuova, presumibilmente più flessibile. La legge riformata sull’immigrazione qualificata del 2023 ha abbassato significativamente le barriere all’immigrazione dai Paesi terzi e punta al reclutamento di fino a 400.000 lavoratori qualificati all’anno. ¹¹ Allo stesso tempo, tratta il migrante non come una persona con una propria storia, dignità e destino, ma come una massa manovrabile, come un riempitivo demografico per colmare le lacune che una società con un basso tasso di natalità e alienata dal proprio futuro ha essa stessa aperto. Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, nel 2023 circa il 24 per cento della popolazione totale aveva un background migratorio; tra i minori, questa quota superava il 40 per cento. ¹² Allo stesso tempo, il tasso di natalità è sceso a 1,35 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione.¹³

Una popolazione autoctona, tuttavia, che intrattiene un rapporto organico con la propria terra natale, il proprio paesaggio, le tombe dei propri antenati, non può essere scambiata arbitrariamente. Non è “capitale umano” da ridistribuire secondo le esigenze del mercato. Essa realizza il proprio destino e non è disposta a sacrificarlo agli interessi di profitto dei cartelli internazionali o alle ambizioni geopolitiche dell’ordine atlantico. È proprio qui che risiede la differenza decisiva tra il modo di esistere tellurico dell’Iran e l’esistenza sradicata e senza luogo della Germania odierna. L’Iran, nel momento decisivo, non ha considerato i propri figli e le proprie figlie come risorse disponibili, ma come portatori di un destino la cui difesa li ha spinti nelle strade e sulle montagne. La Germania odierna, al contrario, sembra disposta a mettere a disposizione la propria popolazione — nella sua composizione storicamente maturata, nella sua impronta culturale, nella sua pretesa di essere più di un semplice insieme di contribuenti e consumatori.

Questa è la conseguenza estrema dell’abbandono di sé: un popolo che rinuncia alla propria geografia, alla propria storia e alla propria cultura diventa materia prima a disposizione di progetti stranieri. Cessa di essere soggetto della propria storia e diventa un oggetto — Bestand, risorsa, riempitivo demografico in un gioco le cui regole sono stabilite da altri. Il militarismo morale dei Verdi e dei loro alleati, che sotto la bandiera dei valori giustifica l’inestimabile, è solo la superficie ideologica di questo processo più profondo. Sotto di esso si nasconde la trasformazione di un popolo in una mera popolazione: un insieme di individui senza destino, senza radici, senza la capacità e la volontà di distinguere l’amico dal nemico.

V.

Queste sono le due facce di un’unica verità: la geografia è destino, e chi la tradisce tradisce se stesso. L’Iran ha saputo usare la propria geografia come arma e resiste. La Germania ha tradito la propria geografia e vacilla.

Fu Oswald Spengler che, nelle pagine più cupe de *Il tramonto dell’Occidente*, delineò la visione di una civiltà che aveva completamente perso il contatto con il suolo da cui era nata — una civiltà il cui popolo vive solo nelle città, il cui pensiero circola solo in astrazioni, le cui guerre non si combattono per la vita ma per il vuoto. ¹⁴ Siamo giunti a questa visione. Lo spettacolo del campo di battaglia ucraino, le bombe su Gaza, i razzi su Teheran: questi non sono i dolori del parto di un nuovo ordine, ma le convulsioni di un ordine che sta affondando.

La Germania può liberarsi da questo vortice — ma solo se è disposta ad ammettere un pensiero che l’ideologia dominante ha bandito come eresia: che esiste una sovranità non certificata a Washington, ma nelle profondità della propria storia e nella gravità della propria situazione. Che non deve confrontarsi con le potenze telluriche dell’Oriente come nemici, ma come vicini in un intreccio di mondi diversi. Che la prosperità e la sicurezza dei suoi cittadini vanno difese non in Crimea o nello Stretto di Ormuz, ma nella capacità di rifiutare gli imperativi delle potenze straniere. E che la propria popolazione – i tedeschi che vivono in questo Paese da generazioni, ne hanno plasmato i paesaggi, ne parlano la lingua, vi seppelliscono i propri morti – non deve né essere sostituita da esperimenti demografici né essere privata della propria identità da programmi di rieducazione ideologica, se la Germania vuole tornare un giorno a essere un soggetto sovrano della storia.

L’Iran ha dimostrato nella Guerra del Ramadan che l’esistenza tellurica — la consapevolezza della propria patria — può resistere all’assalto della macchina talassocratica, non grazie a una potenza di fuoco superiore, ma grazie alla risoluta determinazione a rimanere sul proprio terreno, a combattere e, se necessario, a morire. Questa capacità, quella di «massacrare la morte ai piedi dell’Assoluto», come recita la tradizione iraniana, può risultare estranea alla sensibilità laica dell’Occidente. Ma è la ragione ultima per cui l’Iran non è caduto e non cadrà. È anche la ragione ultima per cui la Germania, se continuerà ad agire come se la geografia fosse una categoria obsoleta, fallirà in un campo che non padroneggia.

La geografia è destino. Si può negarlo. Si può ignorarlo. Si può cercare di soffocarlo con flussi di dati e missili ipersonici. Ma non ci si può sfuggire. La Germania si trova di fronte alla scelta di affrontare questa verità oppure di lasciarsi trascinare nel vortice che altri hanno preparato per lei, perdendo non solo la propria prosperità ma, in ultima analisi, se stessa. Il momento di decidere non è domani. È adesso.

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1

Schmitt, Carl. Il Nomos della Terra nel diritto internazionale del Jus Publicum Europaeum (The Nomos of the Earth in the International Law of the Jus Publicum Europaeum). Berlino: Duncker & Humblot, 1950, pp. 13–20.

2

Ibid., pp. 143–155.

3

Governo federale, “Sostegno militare all’Ucraina” (Military Support for Ukraine), panoramica costantemente aggiornata. La Germania è quindi il secondo maggiore sostenitore militare dell’Ucraina dopo gli Stati Uniti.

4

Ufficio federale di statistica (Destatis), “Tasso di inflazione al +7,9% nel 2022”, comunicato stampa n. 017 del 17 gennaio 2023. Si è trattato del tasso di inflazione annuale più elevato dalla riunificazione del 1990.

5

Istituto ifo, “La guerra in Ucraina è costata finora alla Germania circa 200 miliardi di euro”, comunicato stampa del 21 febbraio 2024. L’importo comprende sia i costi diretti (aiuti militari, assistenza ai rifugiati) sia quelli indiretti (shock dei prezzi dell’energia, perdite di produzione, effetti dell’inflazione).

6

Sul dibattito relativo ai missili Taurus: nel mese di ottobre 2023 il cancelliere Olaf Scholz ha pubblicamente respinto la fornitura di missili da crociera Taurus all’Ucraina, citando il rischio di coinvolgere la Germania nel conflitto. Il dibattito ha diviso la coalizione “a semaforo” e ha provocato tensioni persistenti con l’opposizione CDU/CSU.

7

Le esplosioni si sono verificate il 26 settembre 2022 nel Mar Baltico, nei pressi di Bornholm. Le autorità investigative danesi e svedesi hanno confermato che si è trattato di un atto di sabotaggio. Il giornalista investigativo Seymour Hersh ha pubblicato un articolo nel febbraio 2023 in cui suggerisce un coinvolgimento degli Stati Uniti (Seymour Hersh, “How America Took Out the Nord Stream Pipeline”, Substack, 8 febbraio 2023). Il New York Times ha riportato la notizia di un possibile coinvolgimento ucraino («Intelligence Suggests Pro-Ukrainian Group Sabotaged Pipelines», 7 marzo 2023). Il governo federale tedesco non ha ancora presentato un rapporto finale sulle indagini.

8

Agenzia federale delle reti, “Relazione sullo stato dell’approvvigionamento di gas” (Report on the Provision of Gas), relazione periodica 2022–2023. Vedi anche: Federazione delle industrie tedesche (BDI), “I costi energetici come rischio di localizzazione” (Energy Costs as a Locational Risk), settembre 2023.

9

UNHCR, *Tendenze globali: sfollamenti forzati nel 2024*, giugno 2025. I principali paesi di origine sono stati la Siria, l’Afghanistan, l’Ucraina, il Venezuela e il Sudan.

10

Heidegger, Martin. «La questione della tecnica» (The Question Concerning Technology) (1953). In: *Conferenze e saggi*. Pfullingen: Neske, 1954.

11

Governo federale, “Neues Fachkräfteeinwanderungsgesetz” (Nuova legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati), in vigore dal 18 novembre 2023. La legge abbassa le soglie salariali per la Carta blu UE e introduce una “Carta delle opportunità” basata su un sistema a punti.

12

Ufficio federale di statistica (Destatis), “Bevölkerung mit Migrationshintergrund – Ergebnisse des Mikrozensus 2023” (Popolazione con background migratorio – Risultati del microcensimento 2023), serie 1, sottoserie 2.2, 2024. Si considera che una persona abbia un background migratorio se lei stessa o entrambi i suoi genitori non sono nati con la cittadinanza tedesca.

13

Ufficio federale di statistica (Destatis), “Il tasso di natalità nel 2023 è sceso a 1,35 figli per donna”, comunicato stampa n. 318 del 17 settembre 2024.

14

Spengler, Oswald. Il tramonto dell’Occidente: Lineamenti di una morfologia della storia universale. Vol. 2: Prospettive di storia universale. (The Decline of the West: Outlines of a Morphology of World-History. Vol. 2: Prospettive di storia mondiale.) Monaco: C. H. Beck, 1922, capitoli “Macchina e denaro” e “La città mondiale e le masse sradicate.”

Un articolo scritto da un ospiteAli-Mohammad Mohajer NasserIraniano orgoglioso | Scienze politiche (SBU) e governance globale (Jena) | Scrivo di filosofia, politica, teologia, tradizione e geopolitica | Tutti i contenuti sono gratuiti — un contributo volontario è gradito; non esitate a contattarmi in privato per offrirlo.

Una visione iraniana del nuovo Medio Oriente _ di M. Javad Zarif

Una visione iraniana del nuovo Medio Oriente

Per porre fine alla guerra e garantire la pace è necessario un nuovo approccio alla sicurezza regionale

M. Javad Zarif

20 luglio 2026

Un modello di missile iraniano a Teheran, luglio 2026Majid Asgaripour / Agenzia di stampa West Asia / Reuters

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M. JAVAD ZARIF è professore associato di Studi globali presso l’Università di Teheran, nonché fondatore e presidente di Possibilities Architects. In precedenza ha ricoperto le cariche di vicepresidente dell’Iran, ministro degli Esteri e rappresentante permanente presso le Nazioni Unite.

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Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro l’Iran. Il memorandum d’intesa che Teheran e Washington avevano siglato il mese scorso in Svizzera, rimasto in bilico per settimane, è finalmente saltato. «Penso che sia finita», ha dichiarato l’8 luglio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Non voglio più avere a che fare con [l’Iran]».

Il fatto che il memorandum sia fallito non è sorprendente. L’Iran e gli Stati Uniti avevano interpretazioni divergenti delle disposizioni dell’accordo, in particolare quelle relative allo Stretto di Hormuz. Teheran riteneva di aver promesso, secondo la formulazione del memorandum, di «adottare tutte le misure possibili per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali a titolo gratuito, per soli 60 giorni». Riteneva inoltre che, insieme all’Oman e agli altri Stati del Golfo Persico, avrebbe «definito la futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto di Ormuz». Washington, invece, riteneva che l’Iran avesse accettato di consentire incondizionatamente il libero passaggio attraverso lo stretto e che gli Stati Uniti non fossero tenuti a rispettare le disposizioni stabilite dall’Iran. L’accordo non avrebbe mai potuto sopravvivere a una tale divergenza. La ripresa del confronto militare non era tanto una questione di «se», quanto piuttosto di «quando».

Tuttavia, non è nell’interesse né dell’Iran né degli Stati Uniti perpetuare la guerra. Sebbene il popolo e le forze armate iraniane abbiano difeso il proprio Paese da due potenze dotate di armi nucleari, continuano a considerare il conflitto come qualcosa che è stato loro imposto, uno scontro che non hanno mai desiderato iniziare. Washington, dal canto suo, sta distogliendo l’attenzione dal proprio obiettivo geopolitico principale. Da oltre un decennio, le successive amministrazioni statunitensi condividono l’obiettivo generale di ridurre l’onere a lungo termine del proprio Paese in Asia occidentale per concentrarsi sull’Indo-Pacifico, avviando quella che vari funzionari hanno definito una «svolta verso l’Asia». Le passate politiche di Washington nei confronti dell’Iran – tra cui l’accordo nucleare del 2015, gli Accordi di Abramo (in cui diversi Stati arabi hanno normalizzato le relazioni con Israele dopo negoziati mediati dagli Stati Uniti, creando un solido blocco contro l’Iran e di fatto esternalizzando gran parte del ruolo regionale degli Stati Uniti a Israele), i suoi attacchi del giugno 2025 contro il Paese e la guerra che ha lanciato a febbraio – sono tutti strumenti che ha impiegato per raggiungere questo fine. Ma, come dimostra chiaramente l’attuale conflitto, Washington non può eliminare il governo iraniano. Solo la diplomazia, un nuovo accordo di pace e un nuovo quadro di sicurezza elaborato dagli Stati della regione e per gli Stati della regione consentiranno agli Stati Uniti di rivolgere la propria attenzione altrove.

PARLIAMO CHIARO

Gli scontri militari dell’ultimo anno non si sono limitati a mettere alla prova le capacità dell’Iran, di Israele e degli Stati Uniti. Hanno messo in discussione presupposti di lunga data riguardo alla coercizione, alla deterrenza e al futuro dell’Asia occidentale. Gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via ai recenti conflitti con l’Iran partendo dal presupposto che una pressione militare prolungata potesse costringere Teheran alla sottomissione o innescare il crollo della Repubblica Islamica. Invece, si sono ritrovati impantanati in una situazione strategica senza via d’uscita. Nessuna delle loro azioni, compresi gli attacchi senza precedenti contro la leadership politica e militare iraniana e i danni significativi inflitti alle infrastrutture del Paese, ha costretto Teheran a cambiare rotta. La sua integrità territoriale e il suo sistema politico hanno resistito, dimostrando la resilienza della nazione iraniana e la sua capacità di difendere la propria sovranità anche nelle circostanze più estreme.

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Le potenze esterne devono prendere atto di questo fatto e comprenderne le implicazioni. La capacità dell’Iran di resistere a una pressione militare prolungata ha reso più difficile escludere Teheran da qualsiasi futura architettura di sicurezza regionale. Ciò include, innanzitutto, il ruolo fondamentale dell’Iran nel garantire il passaggio delle forniture energetiche e del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. Teheran ha nuovamente bloccato gran parte dell’accesso allo stretto — cosa che molti analisti occidentali hanno interpretato come prova del fatto che l’Iran sia una potenza ostile che intende esercitare coercizione economica, destabilizzare i mercati petroliferi globali e limitare la libertà di navigazione. Ma l’Iran ha destabilizzato i mercati energetici per una ragione strategica ben precisa: costringere gli Stati Uniti e i loro partner a porre fine alla loro campagna volta a distruggere l’Iran.

La guerra, in altre parole, ha costretto l’Iran a considerare ora lo stretto come una questione esistenziale per la propria sicurezza. Prima che le ostilità su larga scala avessero inizio alla fine di febbraio, l’Iran tollerava generalmente la navigazione attraverso quella via d’acqua senza interferenze, anche se le sanzioni statunitensi — sostenute dai partner di Washington — impedivano all’Iran di accedere a molte delle merci che transitavano attraverso lo stretto. Le sanzioni americane hanno di fatto chiuso lo Stretto di Ormuz al commercio iraniano, lasciandolo invece aperto a quasi tutti gli altri. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno posto fine a tale tolleranza, sia tra i comandanti militari iraniani sia, cosa ancora più importante, tra la stragrande maggioranza della popolazione. Oggi, l’obiettivo primario dell’Iran nello stretto è garantire che gli avversari non possano sfruttare la via navigabile per preparare, facilitare o sostenere azioni coercitive contro l’Iran, siano esse di natura militare, politica o economica. La distinzione, in precedenza accettata, tra traffico commerciale e transito militare è stata offuscata. In tempo di pace, il diritto marittimo internazionale definisce le aspettative. Ma in tempo di guerra, anche le leggi internazionali di guerra danno priorità alla sopravvivenza nazionale.

Se vogliono la pace, gli Stati Uniti devono considerare il ruolo di Israele.

L’Iran agisce ora nella convinzione che le rotte marittime non possano essere politicamente neutre se facilitano il trasporto di sistemi d’arma, componenti aeronautici, risorse di intelligence o supporto logistico per gli Stati Uniti e i loro partner regionali. Poiché le armi e le tecnologie che in seguito hanno colpito il territorio, le infrastrutture e i civili iraniani sono transitate attraverso lo Stretto di Hormuz, i responsabili politici iraniani hanno tutto il diritto di limitare il flusso del traffico fintanto che la guerra persiste, fintanto che continua la coercizione economica contro l’Iran e fintanto che vengono attivamente perseguiti gli sforzi volti a minare il diritto dell’Iran di salvaguardare i propri interessi nello stretto. È semplicemente troppo difficile per Teheran determinare quali navi trasportino merci commerciali e quali invece trasportino materiali che minacciano il diritto all’esistenza dell’Iran. I movimenti marittimi nel Golfo Persico devono essere interpretati alla luce delle norme relative ai conflitti armati e delle intenzioni strategiche, piuttosto che in base alle regole che disciplinano i periodi di pace.

Tuttavia, per Teheran, il potere di leva offerto dallo stretto è fragile. Se l’Iran minacciasse ripetutamente il traffico marittimo, potrebbe mettere gran parte del mondo contro di sé. Una chiusura prolungata potrebbe inoltre portare ad un’accelerazione degli investimenti internazionali in oleodotti, porti e corridoi logistici terrestri che aggirino del tutto la via navigabile. Se i mercati globali riuscissero a diversificare le proprie rotte allontanandosi dallo stretto, l’Iran non sarebbe più in grado di utilizzare la sua potenziale chiusura come deterrente. Teheran deve quindi dar prova di moderazione, così come gli altri Stati devono astenersi dall’adottare misure economiche, politiche e militari che potrebbero nuocere agli interessi dell’Iran nello stretto. Tra queste figurano l’imposizione di sanzioni che impedirebbero di fatto all’Iran di beneficiare della libertà di navigazione, la formazione di una coalizione diplomatica contro l’Iran o il trasporto attraverso le acque dello stretto di equipaggiamento militare dannoso per la sicurezza iraniana. Il modo migliore per realizzare questi obiettivi sarebbe istituire una rete di sicurezza regionale che rafforzi la fiducia tra gli Stati costieri del Golfo Persico attraverso il dialogo e la cooperazione. Questo approccio porrebbe fine alla presenza militare destabilizzante e all’avventurismo delle potenze esterne, eliminando la ragion d’essere della loro presenza. Come previsto nel memorandum, l’Iran e l’Oman «definiranno la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Ormuz, in consultazione con gli altri Stati costieri del Golfo Persico, in linea con il diritto internazionale applicabile e i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Ormuz».

TRATTATIVA SERIA

Lo Stretto di Ormuz rimane un punto nevralgico cruciale. Ma non è certo l’unica fonte di tensione tra Teheran e Washington. Per porre fine ai combattimenti, l’Iran e gli Stati Uniti devono gestire le loro divergenze più ampie.

Gli obiettivi di entrambe le parti dovrebbero essere modesti: Teheran e Washington non possono essere amiche. Le recenti guerre, in cui gli Stati Uniti e Israele hanno ucciso la guida suprema dell’Iran, i suoi alti comandanti e innocenti scolari, hanno aggravato le ferite storiche del Paese. Questi rancori non saranno dimenticati né perdonati, ma non devono necessariamente sfociare in continui scontri o in un’escalation. La chiave sarà garantire che i futuri impegni diplomatici, a differenza di quelli passati, gestiscano le divergenze in modo pragmatico. Le controversie tra Stati Uniti e Iran sono talvolta il risultato di differenze identitarie fondamentali che richiedono un dialogo chiarificatore. Altre volte, sono il frutto di una reciproca diffidenza che ostacola la cooperazione su interessi tattici comuni. A volte, si tratta di questioni politiche negoziabili che si prestano a un compromesso strategico. Per andare avanti, entrambi i Paesi dovranno distinguere tra valori esistenziali e obiettivi condivisi e transazionali, evitando di impegnarsi in inutili tentativi di acquisire maggiore potere contrattuale.

Un accordo di sicurezza realistico tra Stati Uniti e Iran richiederà, in ultima analisi, un quadro di non aggressione reciproca che impedisca alle controversie sull’identità di sfociare nella violenza. Teheran e Washington potrebbero quindi coordinarsi sulle sfide comuni, quali la stabilizzazione dell’Afghanistan, la lotta al traffico di droga e la gestione dei flussi migratori. Gli Stati Uniti riconoscerebbero l’integrità territoriale dell’Iran, rimuoverebbero le designazioni di terrorismo dall’Iran e dalle sue agenzie e revocerebbero definitivamente tutte le sanzioni. Washington si impegnerebbe inoltre ad aiutare l’Iran a ricostruirsi dalle devastazioni causate dalla propria aggressione, come promesso nel memorandum, istituendo un fondo di investimento da 300 miliardi di dollari a favore del Paese. In cambio, l’Iran acconsentirebbe a fornire garanzie permanenti di non proliferazione nucleare, quali la ratifica del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che garantisce agli ispettori dell’AIEA un accesso più ampio agli impianti nucleari di uno Stato. L’Iran potrebbe codificare a livello legislativo la fatwa contro le armi nucleari emanata dal defunto leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei.

Se vogliono la pace, gli Stati Uniti devono considerare il ruolo di Israele. Oltre ad aver dato il via alla prima guerra contro l’Iran, nel giugno 2025, e ad aver convinto Trump a partecipare all’inizio della seconda, i governi israeliani che si sono succeduti si sono costantemente opposti alle iniziative statunitensi volte a ridurre le tensioni e a stabilizzare l’Asia occidentale, tra cui l’accordo nucleare del 2015 e il recente memorandum d’intesa. Qualsiasi sforzo volto a impedire il riaccendersi del conflitto deve quindi fare i conti con questo elemento di disturbo, il cui desiderio di continuare a combattere – a prescindere dai costi – va contro gli interessi degli Stati Uniti. Il comportamento di Israele non solo impedisce la pace con l’Iran, ma destabilizza anche l’intero Asia occidentale. Attraverso l’espansione degli insediamenti occupati, il genocidio a Gaza e la devastazione del Libano, Israele ha dimostrato ripetutamente di voler seminare il caos in tutta la regione per mantenere il proprio dominio militare.

Spetterà agli Stati Uniti e ai loro partner affrontare questa persistente fonte di instabilità. Sia Trump che il vicepresidente statunitense JD Vance si sono impegnati, nel primo paragrafo del memorandum, a «garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Allo stesso tempo, tuttavia, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha avviato una campagna attiva volta a minare tale disposizione durante la sua visita nella regione il mese scorso, in parte ricorrendo a misure coercitive per costringere il governo libanese a un accordo unilaterale con Israele, mentre Israele continua a occupare parti del Libano. Le incoerenze dell’amministrazione e la sua indifferenza nei confronti delle difficoltà quotidiane del popolo palestinese devono cessare. Washington deve invece iniziare a esercitare una pressione concreta su Israele.

NESSUN PUNTO DEBOLE

Israele non è certo l’unico attore in grado di influenzare il successo di un accordo di pace tra Teheran e Washington. L’Iran e i suoi vicini più prossimi nel Golfo Persico farebbero bene a elaborare un piano che ponga fine ai decenni di tensione tra loro — iniziata con la guerra Iran-Iraq del 1980-88 e proseguita fino ad oggi, a discapito di tutti. Ciò significa che l’Asia occidentale deve abbandonare un modello di sicurezza che fa affidamento sulle potenze straniere, una tendenza che ha portato le forze statunitensi nella regione e ha causato il protrarsi del conflitto. Per anni questo approccio si è rivelato disastroso, come ha dimostrato per la prima volta l’invasione irachena del Kuwait a seguito della guerra Iran-Iraq e come hanno ulteriormente illustrato le recenti ostilità. Cercare di affidare la sicurezza alle potenze globali non può garantire una sicurezza autentica, per non parlare della stabilità necessaria per uno sviluppo economico sostenibile.

I paesi dell’Asia occidentale dovrebbero invece iniziare a integrarsi meglio tra loro, in modo che la forza di ciascuno Stato rafforzi la stabilità di tutti gli altri. Gli iraniani hanno già proposto diversi elementi fondamentali per questo tipo di ordine. In qualità di vicepresidente nel 2024, ho chiesto l’istituzione di un dialogo istituzionalizzato tra gli Stati della regione, basato sul rispetto reciproco, sulla non ingerenza e, infine, su accordi di non aggressione. Tale dialogo prevederebbe misure volte a rafforzare la fiducia, quali programmi di assistenza umanitaria nelle zone di conflitto, iniziative congiunte di lotta al terrorismo e campagne mediatiche collaborative volte a promuovere la convivenza. Ho inoltre proposto una rete nucleare regionale, compreso un consorzio per l’arricchimento dedicato esclusivamente all’applicazione pacifica della scienza nucleare. I suoi membri metterebbero in comune le competenze regionali, promuoverebbero la collaborazione scientifica e rafforzerebbero la fiducia attraverso accordi di verifica cooperativa che garantiscano che nessun membro persegua lo sviluppo di armi nucleari. La Cina e la Russia, insieme agli Stati Uniti, potrebbero contribuire a istituire tale consorzio per l’arricchimento del combustibile con l’Iran e i paesi vicini interessati nel Golfo Persico, che dovrebbe poi diventare l’unico impianto di arricchimento del combustibile per l’Asia occidentale.

Per garantire che il successo di ciascun paese vada a beneficio degli altri, i governi dell’Asia occidentale vorranno creare un ecosistema economico regionale integrato. Potrebbero, ad esempio, istituire un fondo di sviluppo per l’Asia occidentale che finanzi la ricostruzione post-conflitto, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e le infrastrutture essenziali. Una connettività regionale senza soluzione di continuità — ferrovie transnazionali, condotte energetiche, infrastrutture digitali e rotte marittime — potrebbe facilitare la circolazione di capitali e merci. Altre istituzioni comuni potrebbero aiutare gli Stati dell’Asia occidentale ad affrontare minacce esistenziali condivise, quali il cambiamento climatico e la scarsità d’acqua.

Se questa regione riuscisse a costruire istituzioni significative e condivise, potrebbe conoscere uno sviluppo senza precedenti. Essa possiede abbondanti risorse naturali, civiltà profondamente radicate e una popolazione giovane e istruita. Il solo Iran apporta un vasto territorio, competenze scientifiche avanzate e un capitale umano di livello mondiale. Gli Stati arabi offrono capacità finanziarie, di investimento e gestionali senza pari, insieme a reti commerciali globali. Il Pakistan e la Turchia contribuiscono con significative capacità industriali e peso geopolitico.

Nulla di tutto ciò sarà facile, dati i decenni di sfiducia e sospetto all’interno della regione, anche tra alcuni Stati arabi e tra questi ultimi e l’Iran. Ma l’Asia occidentale non deve necessariamente rimanere prigioniera del suo passato violento. Le recenti guerre hanno dimostrato non solo i costi catastrofici dello scontro militare, ma anche i limiti di ciò che la coercizione può ottenere. Sia Washington che i paesi arabi devono accettare che l’Iran sia una realtà permanente nel panorama regionale e che la regione non possa raggiungere la stabilità escludendolo. Allo stesso tempo, l’Iran deve accompagnare la sua fiducia, recentemente riaffermata, con la disponibilità a tendere una mano di amicizia ai propri vicini e a perseguire la sicurezza attraverso la cooperazione oltre che attraverso la deterrenza. E il mondo intero deve riconoscere che una stabilità duratura non può essere importata dall’esterno in Asia occidentale né imposta con la forza. Deve essere costruita dagli stessi popoli e Stati della regione.

Gli Stati Uniti precipitano in una insensata escalation con l’Iran in mancanza di alternative _ di Simplicius

Gli Stati Uniti precipitano in una insensata escalation con l’Iran in mancanza di alternative.

Simplicius 1 agosto
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La recente visita di Netanyahu a Washington è stata accompagnata da ordini precisi, che, secondo quanto riportato, Trump starebbe diligentemente eseguendo con l’intenzione di lanciare una massiccia campagna di attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.

Non sappiamo ancora con certezza se accadrà, ma ci sono sicuramente dei segnali, come questo resoconto che segue i movimenti dei gruppi di portaerei statunitensi e che indica come le portaerei inizino sempre ad allontanarsi dalle coste iraniane poco prima di attacchi di grande portata:

MoloMonitor @MoloWarMonitor Vorrei fornire un po’ di contesto per questo post riguardo alla posizione della portaerei americana. Mi occupo di questo da mesi e, in genere, ogni volta che ho visto queste risorse allontanarsi dalla costa iraniana, è stato poco prima che si verificasse una grave escalation, MoloMonitor  @MoloWarMonitorHo appena individuato una portaerei di classe Nimitz (USS Abraham Lincoln o USS George HW Bush) nelle immagini satellitari Sentinel-2 del 30/07/2026. Attualmente sta navigando verso sud nel Mar Arabico, scortata da un singolo cacciatorpediniere. Coordinate: 22.307628, 60.54910914:47 · 31 luglio 2026 · 53.400 visualizzazioni29 risposte · 118 condivisioni · 506 Mi piace

È stato nuovamente registrato un caso in cui una delle portaerei statunitensi si è diretta verso le coste orientali dell’Oman per mantenere la distanza dottrinale di circa 300 km dai lanciatori antinave costieri iraniani.

Dietro le quinte, si moltiplicano le voci secondo cui un Trump fuori di testa starebbe semplicemente perdendo la ragione per l’incapacità dei suoi collaboratori e scagnozzi di elaborare un piano credibile per la vittoria contro l’Iran:

Italiano: https://www.dailymail.com/debate/article-16003555/ANDREW-NEIL-Mi-hanno-detto-che-Trump-la-salute-fisica-mentale-è-visibile-declino-che-parlano-di-invasione-terrestre-150-giorni-che-non-rimangono-buone-opzioni-a-fase-della-debacle-dell’Iran.html

Anche nelle ultime conferenze stampa, Trump non ha avuto altra scelta che ammettere che l’Iran è molto più ostinato del previsto, ma ha comunque affermato che alla fine capitolerà se gli Stati Uniti continueranno a bombardarlo:

Ora l’intero establishment si sta affannando per trovare soluzioni all’intricata crisi iraniana che sta distruggendo gli ultimi rimasugli di credibilità che la temuta macchina militare statunitense un tempo possedeva.

In un articolo per il Financial Point, due autori del think tank Atlantic Council hanno fornito una valutazione realistica dell’approccio di Trump:

https://foreignpolicy.com/2026/07/29/trump-iran-hormuz-mou-cease-fire-energy-peace/

Sostengono che la fallacia dei costi irrecuperabili della guerra di Trump porterà solo a una diminuzione del potere negoziale degli Stati Uniti quanto più a lungo si protrarrà, il che equivale essenzialmente ad ammettere che l’Iran sta ormai prendendo il sopravvento e che gli Stati Uniti dovrebbero semplicemente limitare i danni:

L’amministrazione è ripetutamente caduta vittima della fallacia dei costi irrecuperabili. Di fronte a questo fallimento strategico, il presidente Donald Trump si è comportato perlopiù come se il problema fosse di portata o durata. In realtà, il potere negoziale degli Stati Uniti si è ridotto con il progredire della guerra e probabilmente continuerà a erodersi man mano che gli Stati Uniti esauriranno le proprie munizioni e le conseguenze politiche interne si aggraveranno. I nuovi attacchi degli Houthi contro le esportazioni di petrolio saudita aggiungono ulteriore precarietà a una guerra che ha già provocato shock economici globali, danneggiato la credibilità degli Stati Uniti e coinvolto gli alleati regionali americani in un conflitto contro il quale si erano schierati.

È vero, soprattutto alla luce delle recenti ammissioni dell’ammiraglio Brad Cooper, che gli Stati Uniti hanno esaurito gli obiettivi validi da colpire lungo la costa iraniana e, a causa della carenza di armi a lungo raggio, non sono comunque in grado di colpire con regolarità obiettivi più in profondità nel Paese.

Particolarmente rilevante nell’articolo di FP è il passaggio in cui si parla del tentativo di piegare l’Iran attraverso la “pressione”, strategia che Trump e i suoi consiglieri israeliani continuano a considerare praticabile:

A Washington circola il mito che la sola pressione possa piegare l’Iran. Per quasi cinquant’anni, gli Stati Uniti hanno utilizzato ogni forma di pressione militare, economica e politica disponibile per cercare di piegare l’Iran alla propria volontà. Non ha funzionato. La pressione ha talvolta influenzato le decisioni iraniane, ma solo quando abbinata ad altri strumenti, come incentivi, coalizioni, rispetto reciproco e pazienza. Se Trump continuerà a credere che l’Iran si arrenderà semplicemente al potere statunitense, fallirà.

Gli autori dell’Atlantic Council propongono una soluzione sorprendentemente intelligente e politicamente astuta per il conflitto. Riconoscono giustamente che l’unico modo per porvi fine sarebbe che entrambe le parti avessero spazio sufficiente per rivendicare la vittoria di fronte al proprio pubblico nazionale, il che ridurrebbe l’ego e la necessità politica di continuare a perseguire un irraggiungibile colpo di grazia.

La chiave per un accordo duraturo è che entrambe le parti possano legittimamente rivendicare la vittoria. Entrambe le parti possono raggiungere questo obiettivo puntando a piccoli risultati concreti. Per gli Stati Uniti, ciò significa invertire il controllo unilaterale attivo esercitato dall’Iran sul passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz e individuare un percorso praticabile verso un futuro accordo sul nucleare. Per l’Iran, significa un significativo risarcimento finanziario e il riconoscimento della sua nuova posizione nello stretto.

Forniscono numerose raccomandazioni specifiche e prescrittive su come raggiungere questo obiettivo, ma è probabile che cadranno tutte nel vuoto, dato che la politica estera di Trump ha sede a Tel Aviv, ed è per questo che, subito dopo la visita di Bibi, Trump ha iniziato a sollecitare un’estensione della campagna di nuovi attacchi.

Un’ammissione ancora più sorprendente è giunta tramite un nuovo articolo del Washington Post, in cui il capo del Comando europeo degli Stati Uniti ha dichiarato con urgenza che la mancanza di risorse lo avrebbe presto costretto a scegliere tra la difesa della “patria” e Israele:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/01/general-warns-pentagon-he-lacks-sufficient-forces-protect-israel/

Secondo quanto riferito, “problemi di manutenzione” avrebbero messo fuori servizio molte navi statunitensi logorate dalla campagna di dragaggio contro l’Iran:

La Marina statunitense dispone di cinque cacciatorpediniere che operano dal porto di Rota, in Spagna, e un sesto dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno, secondo quanto affermato da funzionari del Pentagono. Tuttavia, i problemi di manutenzione si sono accumulati a causa dell’intensità della guerra con l’Iran, complicando la situazione per Grynkewich, hanno aggiunto i funzionari. Il Washington Post ha omesso di fornire dettagli specifici sulla disponibilità delle navi su richiesta dei funzionari militari, che hanno citato motivi di sicurezza.

Come riportato dal Washington Post a maggio, le valutazioni del Pentagono condotte all’inizio della guerra hanno dimostrato che le forze statunitensi si sono fatte carico del peso maggiore della difesa di Israele dai missili balistici iraniani. Le valutazioni hanno rilevato che le armi americane, tra cui il sistema di difesa missilistica THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e i missili intercettori navali lanciati dal Mediterraneo orientale, sono state utilizzate con una frequenza di gran lunga superiore rispetto ai sistemi di difesa aerea israeliani.

Come già accennato, le forze statunitensi si sono “assunte il peso maggiore” della difesa di Israele perché alleati americani più saggi hanno scelto di evitare proprio quel tipo di palude caustica e interminabile di cui si lamenta il generale Grynkewich.

Praticamente tutti al mondo, a parte Trump, riconoscono la vicenda iraniana come tale: una crociata insensata e inutilmente egocentrica.

Il Washington Post osserva il crollo dell’opinione pubblica sulla guerra:

La guerra con l’Iran sta diventando sempre più impopolare tra l’opinione pubblica statunitense e i membri del Congresso, di entrambi gli schieramenti politici, sono sempre più frustrati dall’amministrazione, poiché i funzionari di alto livello faticano a elaborare un piano per porre fine al conflitto a condizioni ritenute favorevoli agli Stati Uniti. Cresce la preoccupazione, soprattutto tra molti repubblicani, che l’impatto della guerra sul prezzo della benzina, dei generi alimentari e di altri beni possa costare caro al partito nelle elezioni di medio termine di novembre.

Le fonti continuano a riferire che le Guardie Rivoluzionarie hanno ormai il pieno controllo e che gli uomini di Trump si rivolgono solo a “figure di rappresentanza” prive di reale autorità.

Zachary Cohen@ZcohenCNN I funzionari ora ritengono che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) abbia il pieno controllo del processo decisionale in Iran, relegando le figure politiche con cui gli Stati Uniti hanno dialogato a ruoli puramente simbolici. A complicare le cose ci sono le dinamiche interne dello stesso IRGC, dove una manciata di alti comandanti si contendono il potere. 13:22 · 31 luglio 2026 · 557.000 visualizzazioni100 risposte · 208 condivisioni · 775 Mi piace

Certo, qualsiasi notizia proveniente da testate giornalistiche mainstream dovrebbe essere accolta con scetticismo, ma è vero che Stati Uniti e Israele hanno cercato disperatamente un modo per raggiungere un’autorità con cui poter ragionare. Il problema? Con “ragionare” gli Stati Uniti intendono generalmente qualcuno che si pieghi alle richieste americane, come è successo in Venezuela; ma ormai abbiamo visto più volte che l’Iran non è il Venezuela.

https://www.thetimes.com/world/middle-east/article/mojtaba-khamenei-supreme-leader-mossad-cia-iran-xkjp36gzt

Alla vigilia di un’altra nefasta escalation che, nel profondo dei recessi sclerotici del suo cervello confuso, Trump deve intuire non porterà ad altro che a ulteriori disastri, si avverte il disperato bisogno di dare un senso a quello che è diventato un enigma imperscrutabile per il complesso militare-industriale statunitense. La ormai leggendaria dottrina del mosaico iraniano ha completamente disorientato un impero che si è arricchito a spese di stati facili da manipolare e di nazioni nane di yes-men.

L’articolo del Times citato sopra avverte che il nuovo leader supremo potrebbe presto essere costretto a uscire allo scoperto per placare la richiesta pubblica di sapere dove si trovi: un fatto ironico, in netto contrasto con la situazione della sua controparte americana, il cui pubblico a questo punto sarebbe probabilmente sollevato di vederlo meno.

Prima o poi, il popolo iraniano chiederà di vedere il suo nuovo leader supremo. Non si è presentato al funerale del padre questo mese. L’unica prova della sua esistenza sono alcune dichiarazioni ufficiali sulla guerra rilasciate a suo nome.

Al momento in cui scriviamo, circolano numerose voci riguardo al dispiegamento da parte dell’Iran di funzionari e membri delle Guardie Rivoluzionarie nell’Hormozgan e in altre province costiere, in preparazione di potenziali attacchi statunitensi.

Altre fonti sostengono che l’Iran stia spostando attrezzature pesanti verso ovest, apparentemente in preparazione di qualcosa di più grande:

Guerra OSINT@OSINTWarfare È stato avvistato l’esercito della Repubblica Islamica dell’Iran mentre spostava carri armati principali T-72M/M1 lungo la Strada 39 dell’autostrada Ahvaz-Abadan in direzione di Abadan, vicino ai confini con l’Iraq e il Kuwait. 11:44 · 1 agosto 2026 · 44.100 visualizzazioni20 risposte · 73 condivisioni · 624 Mi piace

Le ultime indiscrezioni sostengono che Trump voglia interrompere completamente la fornitura di elettricità a Teheran, punendo così il popolo iraniano che aveva tanto coraggiosamente affermato di voler difendere dal “regime” che ora non riesce nemmeno a localizzare.

Ma è proprio questa incomprensione del popolo iraniano che sta fatalmente conducendo Trump al suo momento Waterloo. L’articolo del Times ha offerto uno spaccato di come gli abitanti di Teheran già percepiscono questo goffo vecchio brontolone, anche senza che egli alimenti ulteriormente la loro ira:

https://www.thetimes.com/world/middle-east/article/mojtaba-khamenei-supreme-leader-mossad-cia-iran-xkjp36gzt

Interrompere il loro potere li farà sicuramente rivoltare contro il “regime” questa volta!

Alla vigilia di un’ulteriore insensata escalation, l’Impero statunitense rimane sempre asintoticamente a “solo un altro bombardamento” dalla vittoria totale.


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Riflessioni sulla strategia dell’Iran _ di George Friedman

Riflessioni sulla strategia dell’Iran

Di

 George Friedman

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27 luglio 2026Apri come PDF

Nell’analisi geopolitica, la strategia consiste nel definire l’interesse nazionale, disporre del potere militare ed economico necessario per perseguirlo, valutare con precisione la forza del nemico, individuarne il punto di maggiore vulnerabilità e, soprattutto, trarne vantaggio. Se una nazione riesce a sfruttare correttamente la debolezza del nemico, spesso ne trae beneficio anche se è militarmente inferiore.

In questo senso, è difficile capire quale sia la strategia dell’Iran. Se Teheran osservasse le guerre più recenti combattute dagli Stati Uniti – Vietnam, Iraq e Afghanistan – emergerebbe uno schema ricorrente. In ciascun caso, vi sono due punti deboli. Il primo è che nessuna di queste guerre era esistenziale per gli Stati Uniti – vale a dire che l’esito della guerra non avrebbe mai determinato il benessere fondamentale dell’America. Il secondo è che, man mano che le guerre si protraevano senza una fine in vista, il sostegno negli Stati Uniti è venuto meno.

Non era così durante la Seconda guerra mondiale. Una sconfitta da parte del Giappone o della Germania avrebbe ridotto drasticamente la potenza americana, aumentando al contempo in modo esponenziale quella del Giappone in Asia e nel Pacifico e quella della Germania in Europa e nell’Atlantico. Insieme, entrambe avrebbero minacciato profondamente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ridefinito le relazioni economiche dell’America. Pertanto, la risposta americana dopo l’attacco a Pearl Harbor e dopo la dichiarazione di guerra tedesca innescò un cambiamento radicale a livello interno, sia sul piano sociale che politico.

Il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan non sono state guerre di secondaria importanza, ma non hanno influenzato gli Stati Uniti in modo sostanzialmente simile. Di conseguenza, il sistema sociale e politico americano ha reagito in modo diverso. All’inizio di queste guerre, c’era una certa opposizione alla posizione del governo, ma non sufficiente a impedirne lo scoppio. Tuttavia, man mano che le guerre si protraevano, senza né una vittoria né una fine, il sostegno interno alle guerre è cambiato. Non fu tanto l’opposizione attiva alle guerre a costituire l’aspetto cruciale (sebbene in Vietnam l’intensità e l’elevato numero di vittime abbiano suscitato maggiore opposizione man mano che il conflitto si protraeva), quanto piuttosto la sensazione diffusa che, anche in caso di vittoria, non valesse la pena combattere quella guerra. Dato che si trattava in ciascun caso di una guerra facoltativa, e considerando il prezzo che si stava pagando, la sensazione era che le guerre dovessero essere portate a termine, anche se le forze nemiche avessero avuto la meglio.

Questa equazione si basava anche sull’apparente volontà dei Vietcong, degli islamisti e dei baathisti in Iraq, nonché dei talebani in Afghanistan, di continuare a resistere, di imporre alla popolazione dei propri paesi la volontà di resistere e di incutere timore in coloro che avrebbero desiderato la fine della guerra.

La realtà era che la guerra rappresentava una questione esistenziale per queste nazioni. Di conseguenza, gli Stati Uniti non furono sconfitti militarmente, ma non furono in grado di portare avanti i conflitti per ragioni politiche – una questione ancora oggi oggetto di dibattito – il che portò a una richiesta politica di porre fine alle guerre.

I vertici iraniani conoscono certamente bene questo modello di guerra. La guerra attuale è stata avviata dagli Stati Uniti per il timore che l’Iran potesse diventare una potenza nucleare, ed è stata condotta partendo dal presupposto che un uso limitato della forza da parte americana avrebbe costretto l’Iran a sottomettersi alla volontà statunitense. Così è avvenuto in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq – senza la componente nucleare.

La posizione dell’Iran sembra seguire questa logica. L’Iran sa che la guerra è impopolare negli Stati Uniti, persino tra molti repubblicani, che hanno sostenuto il presidente Donald Trump quando prometteva di evitare guerre di questo tipo. L’Iran non può sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, ma se mantiene la solidarietà sociale e politica, basata sia sull’ideologia che sul timore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), ritiene che la guerra finirà come sono finite le altre guerre statunitensi. E poiché si tratta di una guerra esistenziale per l’Iran, o almeno per l’IRGC, il Paese è in grado di sostenere costi ben più elevati – sia in termini economici che di vite umane – rispetto agli americani.

Dal punto di vista della politica tattica, l’Iran è consapevole dei dati dei sondaggi su Trump alla vigilia delle elezioni di medio termine. Ecco perché Teheran compie gesti volti a porre fine alla guerra e poi li vanifica continuando a combatterla. Per l’Iran, il controllo sull’opinione pubblica iraniana è maggiore di quello che Trump esercita sugli americani. Il governo iraniano sa bene che, se riuscirà a resistere ancora un po’, la guerra potrebbe costare a Trump il controllo del Congresso, compromettendo gravemente la sua presidenza.

Se questa logica è corretta, la strategia iraniana consiste nel prolungare la guerra fino a quando Trump non sarà costretto a porvi fine per necessità politica. Trump sarebbe molto meno propenso a concludere un accordo di pace basato su concessioni significative all’Iran in prossimità delle elezioni, poiché ciò potrebbe aggravare le perdite dei repubblicani. In altre parole, un accordo di pace dovrebbe essere raggiunto mesi prima delle elezioni, il che significa molto presto.

La mia teoria è che l’Iran sia pronto a due opzioni negoziali: un accordo con Washington a condizioni più favorevoli per l’Iran, basato su considerazioni di politica interna, oppure una guerra prolungata, che Washington finirà per porre fine come ha fatto in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq. Sospetto che Teheran preferisca la prima opzione, ma sia pronta anche per la seconda. Pertanto, continuerà a prolungare la guerra finché gli Stati Uniti non faranno le concessioni decisive.

Per il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e forse per molti iraniani, questa è una guerra esistenziale. Per gli Stati Uniti, invece, non lo è (se non per quanto riguarda il programma nucleare iraniano). L’esito è ancora incerto, ma sembrerebbe che la logica della situazione stia venendo alla luce.

Se Trump non dovesse accettare l’accordo proposto dall’Iran e se l’opinione pubblica statunitense non dovesse rivoltarsi in massa contro di lui per questo motivo – cosa del tutto possibile –, ciò significherebbe che i cicli delle altre tre guerre non si applicano in questo caso. In tal caso, il regime iraniano dovrebbe preparare l’opinione pubblica iraniana a continui attacchi statunitensi. In caso contrario, il regime potrebbe trovarsi in pericolo, indipendentemente da quanto sia spietato. Per gli iraniani, la posta in gioco è alta.

Gli Houthi non stanno combattendo la guerra dell’Iran

La rete regionale di Teheran sta diventando sempre meno una forza per procura e sempre più una coalizione di partner autonomi che perseguono i propri obiettivi.

Di

 Kamran Bokhari

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24 luglio 2026Apri come PDF

La guerra in Iran deve ora fare i conti con il problema degli Houthi. Gli attacchi iraniani contro tre petroliere commerciali nello Stretto di Hormuz l’8 luglio hanno infranto la fragile tregua dichiarata solo poche settimane prima, spingendo gli Stati Uniti ad abbandonare la moderazione e a riprendere i raid aerei quasi notturni in tutto l’Iran. Teheran ha reagito con attacchi missilistici balistici e con droni contro basi statunitensi e territori alleati in Giordania, Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita, anche se questi attacchi non bastano a fermare la costante erosione delle capacità militari dell’Iran. L’ingresso degli Houthi nel conflitto ha lo scopo di aumentare la pressione su Washington interrompendo le esportazioni energetiche attraverso il Mar Rosso. L’Arabia Saudita, nel frattempo, non può permettersi che il traffico attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb venga limitato mentre lo Stretto di Hormuz rimane conteso, e lavorerà a stretto contatto con gli Stati Uniti e con il Pakistan, suo alleato per trattato, per salvaguardare le proprie rotte di esportazione energetica.

L’entrata in scena degli Houthi nel conflitto è particolarmente degna di nota, sebbene tardiva. Nonostante sia stato ampiamente descritto come il membro più attivo della rete regionale di partner dell’Iran, il gruppo aveva finora evitato l’escalation. La loro moderazione ha chiarito che non consideravano la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran – la peggiore crisi che il regime iraniano abbia affrontato sin dalla sua nascita – abbastanza importante da esporsi a ritorsioni. Ha invece dato priorità alla tutela delle proprie conquiste. L’obiettivo centrale del movimento è consolidare il proprio potere come forza politica e militare dominante nello Yemen. Ogni sua mossa è finalizzata a tale obiettivo.

Arabian Peninsula


(clicca per ingrandire)

Ciononostante, gli ultimi scontri tra Washington e Teheran creano opportunità che gli Houthi difficilmente potranno ignorare. L’instabilità regionale accresce la gravità della minaccia che essi rappresentano per il traffico marittimo attraverso il Mar Rosso e Bab el-Mandeb, uno dei punti di strozzatura commerciali più importanti al mondo. Interrompendo il commercio globale in un momento di crisi generalizzata, gli Houthi acquisiscono potere e rilevanza e, così facendo, ricordano all’Arabia Saudita che sono ancora in grado di infliggere un vero e proprio danno economico e politico.

Per Riyadh, la pressione esercitata dagli Houthi minaccia anche la relativa calma raggiunta dopo anni di costosi interventi militari. I leader sauditi non desiderano altro che salvaguardare i propri piani di trasformazione economica, la cui attuazione richiede stabilità regionale. Gli Houthi comprendono che un’escalation limitata e attentamente calibrata può sfruttare tale priorità senza necessariamente innescare un ritorno completo alla guerra. Le loro azioni vanno quindi interpretate come strumenti di coercizione politica, non come dimostrazioni di adesione ideologica alla guerra dell’Iran contro gli Stati Uniti.

In altre parole, hanno le loro ragioni per coordinarsi con Teheran in materia di tecnologia militare, intelligence e comunicazione. L’Iran fornisce risorse che rafforzano le capacità del movimento, ma non esercita il comando e il controllo tipici di un tradizionale rapporto di delega. Gli Houthi mantengono una notevole libertà di agire come ritengono opportuno.

Questa indipendenza spiega anche perché la partecipazione degli Houthi a qualsiasi futuro conflitto regionale sarà probabilmente moderata. Il movimento sfrutterà le opportunità create da un più ampio confronto geopolitico fintantoché i benefici supereranno i costi militari, politici ed economici. Una volta che un’escalation prolungata minaccerà la sua posizione interna nello Yemen o provocherà ritorsioni inaccettabili, ci si può aspettare che faccia marcia indietro indipendentemente dalle preferenze di Teheran. L’opportunismo, non l’obbligo ideologico, rimane la caratteristica distintiva del comportamento degli Houthi.

Il movimento sta inoltre osservando il mutamento degli equilibri di potere nella regione, mentre la posizione dell’Iran diventa sempre più limitata. Le successive battute d’arresto militari, le pressioni economiche e l’indebolimento dei gruppi alleati hanno frenato l’influenza iraniana. Questi sviluppi sollevano interrogativi sulla futura affidabilità del sostegno iraniano, fornendo al movimento ogni motivo per diversificare le proprie opzioni pur continuando ad avvalersi dell’Iran fintanto che l’aiuto rimane disponibile. Nel frattempo, gli Houthi staranno attenti a non spingersi troppo oltre; ricordano fin troppo bene l’Operazione Rough Rider, la campagna statunitense durata 52 giorni nel 2025 che consistette in oltre 1.000 attacchi contro di loro, e non vogliono riviverla.

La preoccupazione maggiore per gli Houthi è il sostegno iraniano. Man mano che l’Iran perde influenza, essi perdono terreno rispetto al governo riconosciuto a livello internazionale con sede ad Aden. Se Teheran non fosse in grado di fornire sostegno, gli Houthi si troverebbero ancora più isolati. Hanno quindi tutte le ragioni per dimostrare di disporre di un potere coercitivo indipendente dall’Iran.

Gli Houthi hanno inoltre sfruttato la lunga frattura tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sul futuro politico dello Yemen. Riyadh sostiene il governo riconosciuto a livello internazionale con sede ad Aden, mentre Abu Dhabi appoggia il Consiglio di Transizione del Sud, la cui agenda secessionista complica il coordinamento contro gli Houthi. Questa divisione ha impedito a sauditi ed emiratini di formare un fronte unito contro gli Houthi, che ora dispongono di maggiore margine di manovra per consolidare il proprio controllo nel nord dello Yemen.

In sostanza, gli Houthi stanno sfruttando il conflitto con l’Iran per difendere i propri interessi in modo calcolato. Il 13 e 14 luglio hanno colpito l’aeroporto di Abha, in Arabia Saudita, con missili e droni, dopo aver accusato i sauditi di aver attaccato l’aeroporto internazionale di Sana’a mentre una delegazione houthi di ritorno da Teheran tentava di atterrare. Tale attacco ha fatto seguito agli scontri avvenuti a Hodeidah tra le forze houthi e quelle del governo yemenita ed è stato a sua volta seguito, il 21 luglio, dall’annuncio che gli Houthi avrebbero imposto un blocco marittimo all’Arabia Saudita. Riyadh ha condannato questa mossa definendola una minaccia alle esportazioni di petrolio.

Ciononostante, è improbabile che il movimento riesca a sostenere un’escalation di fronte a una forza schiacciante. Gli Houthi non vogliono scontrarsi con la potenza aerea statunitense, il supporto navale pakistano e gli Emirati Arabi Uniti, ora allineati con gli Stati Uniti. Una coalizione del genere minaccerebbe la loro sicurezza interna e rafforzerebbe il governo di Aden e l’STC. Di fronte a tale scenario, è probabile che gli Houthi facciano marcia indietro, poiché non sono interessati a combattere una guerra che non possono vincere.

Le azioni degli Houthi non vanno interpretate come prova di un’offensiva su scala sempre più ampia guidata dall’Iran, bensì come le mosse di un attore sempre più autonomo che sfrutta un momento di transizione geopolitica senza esserne travolto. Man mano che la posizione dell’Iran si deteriora, la coesione della sua rete regionale dipenderà sempre più dai calcoli indipendenti dei suoi membri piuttosto che dalle direttive provenienti da Teheran. Questa dinamica limita la capacità dell’Iran di compensare le proprie perdite militari convenzionali attraverso i propri partner. Ed è proprio per questo che l’equilibrio di potere regionale si sta spostando a sfavore dell’Iran, nonostante sporadici «successi» nel Mar Rosso e nel Golfo.

La promessa del complesso militare-industriale ucraino

Il Paese sta ora esportando attrezzature e competenze nei Paesi occidentali.

Di

 Prospettive geopolitiche

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21 luglio 2026Apri come PDF

Di Andrew Ryvkin

Nel 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina, Kiev disponeva di una base industriale della difesa obsoleta, incapace di soddisfare le esigenze del conflitto. Nel primo anno di guerra, il Paese dipendeva quasi interamente dalle forniture di armi occidentali. Sebbene l’Ucraina non sia ancora in grado di produrre molte delle armi necessarie per respingere l’invasione, come aerei da combattimento e missili intercettori, ha subito una delle trasformazioni in tempo di guerra più rapide della storia. La capacità produttiva della difesa ucraina è passata da circa 1 miliardo di euro nel 2022 a una cifra stimata di 55 miliardi di euro nel 2026.

Un tempo costituito da una rete informale di ingegneri indipendenti e piccole aziende che assemblavano droni improvvisati nei magazzini, il mercato interno è ora dominato da aziende locali: nel 2025, l’82 per cento dei fornitori dell’esercito ucraino era di provenienza nazionale. Negli anni successivi all’inizio dell’invasione, il Paese è diventato il maggiore produttore mondiale di droni militari, uno dei principali sviluppatori di software per il campo di battaglia, compresi i sistemi autonomi, e, sempre più, un esportatore di tecnologia e competenze nel settore della difesa.

È difficile sopravvalutare l’importanza dei droni. L’Ucraina ne produce ora 10 milioni all’anno, rispetto ai 300.000 del 2023. Il settore è cresciuto così rapidamente che, a un certo punto, ha iniziato a produrre più armi di quante l’esercito potesse acquistarne. Un altro problema per i produttori ucraini di droni era la mancanza di finanziamenti interni: le banche ucraine non volevano investire in linee di produzione che rappresentavano un obiettivo prioritario per i missili russi. Stringere partnership con gli alleati era quindi fondamentale per l’industria della difesa ucraina, motivo per cui, a partire dal 2024, Kiev ha costituito joint venture con produttori di armi occidentali, tra cui la tedesca Rheinmetall, la britannica BAE Systems e la franco-tedesca KNDS.

L’Unione Europea ha quindi iniziato a istituzionalizzare la propria cooperazione con il settore della difesa ucraino. È passata da un modello in cui si limitava a finanziare le aziende ucraine o ad acquistare i loro prodotti, a uno in cui sta integrando nella propria base industriale della difesa il sistema ucraino di innovazione e aggiornamento continui delle armi in base alle condizioni del campo di battaglia. L’Ucraina fornisce progetti e competenze collaudati sul campo di battaglia, anche sotto forma di dati raccolti durante decine di migliaia di voli di combattimento, consentendo ad alcuni dei suoi partner di addestrare modelli di intelligenza artificiale. L’UE, a sua volta, fornisce capitali, accesso ai sistemi di appalto, capacità produttive su larga scala e strutture industriali meno esposte agli attacchi russi.

Il miglior esempio di questa partnership è BraveTech EU – un’iniziativa congiunta tra l’Unione Europea e l’Ucraina volta ad accelerare lo sviluppo e l’implementazione di tecnologie collaudate sul campo di battaglia – che collega la piattaforma tecnologica della difesa ucraina con il Fondo europeo per la difesa, l’Agenzia europea per la difesa e il Programma di innovazione per la difesa dell’UE. L’iniziativa contribuisce a integrare le aziende ucraine negli acceleratori di impresa europei e, cosa importante, garantisce loro l’accesso a sovvenzioni, finanziamenti e meccanismi di appalto europei. L’iniziativa è sostenuta da 50 milioni di euro (57 milioni di dollari) stanziati dall’Unione Europea, a cui si aggiungono altri 50 milioni di euro messi a disposizione dal governo ucraino. Sono inoltre in atto programmi separati dell’UE, volti a sbloccare centinaia di milioni di euro di ulteriori investimenti privati.

Tuttavia, il problema che Kiev doveva affrontare era che pochi acquirenti erano interessati a ciò che l’Ucraina e le sue circa 1.200 aziende del settore della difesa avevano da offrire. La situazione è cambiata con la guerra contro l’Iran.

La soluzione, ironia della sorte, è scaturita da anni di cooperazione militare tra Mosca e Teheran. Quando le bombe statunitensi hanno iniziato a cadere sull’Iran, è apparso chiaro che l’Ucraina era l’unico Paese in grado di offrire soluzioni pronte all’uso, efficienti e convenienti per difendersi dalle minacce poste dall’Iran. La più significativa di queste soluzioni era la competenza dell’Ucraina nella realizzazione di un sistema di difesa aerea a più livelli contro i tipi di droni utilizzati dall’Iran contro gli Stati del Golfo. A differenza del sistema esistente negli Stati del Golfo, l’Ucraina offriva soluzioni che non si basavano su missili intercettori dal costo di milioni di dollari.

A marzo 2026, 11 paesi del Medio Oriente avevano chiesto a Kiev assistenza per difendersi dai droni iraniani. L’Ucraina, un paese che per anni era stato visto semplicemente come una nazione che resisteva all’assalto russo, ha inviato centinaia di esperti militari negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, in Arabia Saudita, in Kuwait e altrove per aiutare nella difesa contro i droni. Mentre i combattimenti in Medio Oriente proseguivano, l’Ucraina ha firmato accordi decennali con l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti riguardanti la tecnologia anti-drone, la difesa aerea, la sicurezza informatica, la produzione congiunta e l’addestramento. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha affermato che gli accordi prevedono anche investimenti dei Paesi del Golfo nell’industria della difesa ucraina.

Negli Stati Uniti, un’azienda ucraina chiamata Swarmer, che produce software basato sull’intelligenza artificiale per droni, ha fatto il suo debutto sul mercato pubblico del NASDAQ. General Cherry, un produttore di droni con visuale in prima persona con sede a Zaporizhzhia, ha firmato accordi per aprire siti produttivi negli Stati Uniti. Sine Engineering, un’azienda che aiuta i produttori di droni a proteggere i propri prodotti dalle interferenze, è stata scelta come primo progetto del Fondo di investimento per la ricostruzione USA-Ucraina, che fa parte dell’«accordo sui minerali» tra Kiev e Washington.

L’Ucraina dipende ancora dall’assistenza militare occidentale e non è ancora in grado di produrre molti dei sistemi convenzionali necessari per una guerra di lunga durata. Tuttavia, il rapporto con i suoi alleati sta diventando sempre più reciproco. L’Europa e gli Stati Uniti continuano a fornire all’Ucraina finanziamenti e armi, mentre l’Ucraina fornisce tecnologie ed esperienza operativa che Bruxelles, Washington, gli Stati del Golfo e, secondo alcune voci, persino il Giappone e Taiwan stanno cercando di integrare nei propri settori della difesa. Mentre le esportazioni di armi russe stanno crollando, l’Ucraina, un Paese con un complesso militare-industriale significativamente più piccolo, sta iniziando a occupare una nicchia nel mercato della difesa incentrata su droni, intelligenza artificiale, guerra elettronica e software per la gestione del campo di battaglia.

Ma la spinta a fornire all’Occidente e ai suoi alleati armi e soluzioni di difesa ucraine non deriva solo da realtà economiche o addirittura militari, ma anche da quelle politiche. Sebbene l’Ucraina goda ancora del sostegno dell’opinione pubblica delle nazioni occidentali, sta diventando sempre più difficile per i leader occidentali far accettare massicci pacchetti di aiuti ai contribuenti che, in ultima analisi, devono pagarli. Con la guerra ormai entrata nel suo quinto anno, Kiev è fin troppo consapevole che la stanchezza da guerra ha preso piede in tutta Europa e tra molti degli alleati dell’Ucraina.

Grazie alla sua efficace campagna di attacchi in profondità contro le infrastrutture petrolifere russe e alla sua collaborazione con gli Stati del Golfo nella difesa dagli attacchi iraniani, l’Ucraina sta ottenendo un cambiamento di percezione di cui c’era grande bisogno: un cambiamento che la posiziona non più come una vittima perenne dell’aggressione russa, ma come partner strategico e attore attivo nell’architettura di sicurezza globale.

Andrew Ryvkin è un giornalista e analista che scrive per Air Mail e The Atlantic sulla Russia e sulle relazioni tra Stati Uniti e Russia. In precedenza ha lavorato nel campo della politica e dei media russi e ha tenuto conferenze in diverse università, tra cui Harvard e Yale, sulla comunicazione politica del Cremlino.

Trump, stanco della guerra, si tira indietro di nuovo, mentre i suoi consiglieri temono che il conflitto stia consumando la sua presidenza _ Simplicius

Trump, stanco della guerra, si tira indietro di nuovo, mentre i suoi consiglieri temono che il conflitto stia “consumando la sua presidenza”.

Simplicio 25 luglio       
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Continuano a circolare voci secondo cui Trump sarebbe sbalordito e starebbe perdendo la pazienza dietro le quinte, mentre la guerra con l’Iran si trascina e logora lentamente il colosso di argilla dell’esercito americano:

  

https://www.wsj.com/politics/policy/trump-is-losing-patience-over-an-iran-war-with-no-clear-end-in-sight-c411d3cd

Secondo alcune fonti, i consiglieri di Trump temono ora che questa guerra stia “consumando la sua presidenza”:

Mentre la guerra in Iran entra nel suo quinto mese, Trump è sempre più frustrato dal fatto che un conflitto che un tempo pensava si sarebbe concluso in poche settimane si stia protraendo senza una fine in vista, secondo quanto riferito da funzionari dell’amministrazione e da altre persone vicine al presidente.

Alcuni consiglieri di Trump temono ora che la guerra – che ha provocato un aumento dei prezzi, un calo dei consensi e la morte di oltre una dozzina di militari statunitensi – stia consumando la sua presidenza e danneggiando le già scarse prospettive dei repubblicani nelle prossime elezioni di medio termine.

La verità è che, consumando la sua presidenza, la guerra sta esattamente raggiungendo il suo scopo. Uno dei motivi principali alla base di questa guerra era distogliere l’attenzione dallo scandalo Epstein, che minacciava di per sé di distruggere la presidenza di Trump. In questo modo, coprendo il fuoco con una coperta, la guerra è riuscita a spegnerlo, ma ora minaccia a sua volta di soffocare il resto della carriera e dell’eredità politica di Trump.

L’articolo rileva che persino i principali collaboratori di Trump ora temono per la propria vita a causa delle informazioni dell’intelligence della CIA secondo cui l’Iran li starebbe prendendo di mira per eliminarli:

La guerra ha avuto un impatto personale sul presidente e su alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Secondo fonti a conoscenza dei fatti, alcuni di loro sarebbero stati avvertiti dai servizi segreti che gli iraniani intendono ucciderli e avrebbero ricevuto l’ordine di interrompere l’utilizzo di servizi di trasporto privato.

La parte più rivelatrice dell’articolo svela la frustrazione di Trump per l’impossibilità di trattare con la leadership iraniana, poiché ritiene che ogni volta che gli Stati Uniti hanno fatto progressi nei negoziati, l’Iran ricorra agli attacchi:

Mentre la guerra si protrae, Trump è diventato meno fiducioso nella possibilità che Stati Uniti e Iran trovino una soluzione diplomatica al conflitto. Secondo fonti vicine alla vicenda, si è lamentato con i suoi consiglieri della difficoltà di individuare chi parli a nome dei vertici del Paese e del fatto che ogni volta che gli Stati Uniti ritengono di aver fatto progressi al tavolo delle trattative, l’Iran riprende gli attacchi.

Questo, più di ogni altra cosa, testimonia quanto profondamente radicata sia la superbia imperialista che ha preso il sopravvento nel cuore stesso della politica estera americana. L’eccezionalismo sfacciato è diventato così pervasivo che Trump si basa semplicemente sul presupposto che gli accordi stipulati dagli Stati Uniti debbano essere rispettati dalla controparte. Gli Stati Uniti stessi sono esenti, non soggetti ad alcun criterio perché, in quanto potenza egemone globale, la loro posizione nei negoziati è data per scontata e può essere “flessibile”.

Si tratta forse di un altro aspetto dell’onnipresente privilegio esorbitante .

  

Tutti sanno che in realtà sono stati gli Stati Uniti a violare e disattendere tutti gli accordi, o semplicemente a ignorare clausole come l’inclusione di Israele e Libano, tra le altre cose.

Ieri si è rivelato il primo giorno in cui gli Stati Uniti non sono riusciti ad attaccare l’Iran, tra i timori che stiano semplicemente esaurendo le proprie risorse e non siano in grado di mantenere l’elevato ritmo degli attacchi quotidiani.

  

Ciò è stato confermato dalla CBS, che ha citato funzionari della difesa anonimi i quali hanno ammesso che gli Stati Uniti semplicemente non possono sostenere questo ritmo di spesa:

  

https://www.cbsnews.com/news/interceptor-precision-guided-weapons-use-trump-administration/

I funzionari statunitensi, che hanno parlato con la CBS News a condizione di anonimato data la delicatezza dell’argomento, hanno affermato che gli Stati Uniti non possono sostenere il ritmo con cui hanno impiegato munizioni di precisione all’inizio della campagna contro l’Iran.

Ricordate quando si levavano scherni sul ritmo “in calo” dei lanci di missili balistici da parte dell’Iran, mentre Hegseth e soci si vantavano del fatto che gli Stati Uniti continuassero a effettuare centinaia di sortite al giorno nei primi giorni di guerra? A quanto pare, il colosso di argilla si è ormai impantanato per davvero, perché il pallone aerostatico del “juggernaut” militare statunitense si è sgonfiato fino a diventare un misero lamento.

Il Telegraph si è spinto ancora oltre:

  

https://www.telegraph.co.uk/us/news/2026/07/21/pentagon-hiding-missile-shortage-white-house/

Leggete qui di seguito le incredibili indiscrezioni:

Ma all’interno dell’amministrazione si stanno diffondendo voci secondo cui il Pentagono starebbe nascondendo una carenza di missili intercettori, necessari per riprendere la guerra. Si ipotizza inoltre che la Casa Bianca non voglia essere a conoscenza dell’entità di tale carenza.

Condividere “cattive notizie, o notizie realistiche, non sembra mai finire bene per nessuno”, ha detto una fonte interna al Telegraph. Un’altra fonte ha affermato che una “cultura del silenzio” sta causando problemi a Pete Hegseth, il segretario alla Difesa statunitense.

Come riportato dalla CBS, gli Stati Uniti sono stati costretti a utilizzare sempre più bombe plananti JDAM, con una gittata molto più limitata, perché hanno esaurito la maggior parte dei loro missili da crociera avanzati JASSM e Tomahawk:

  

Questo espone i vettori di JDAM a rischi crescenti, poiché devono avvicinarsi ai loro obiettivi, per non parlare del lancio delle munizioni da un’altitudine estremamente elevata per garantire la distanza di planata, il che li espone a un ulteriore pericolo di essere individuati dai radar iraniani a lungo raggio e abbattuti.

L’effetto a catena è che l’Iran è quindi in grado di spostare le sue risorse più importanti più in profondità nel paese, dove le armi di precisione a lungo raggio statunitensi non possono più raggiungere con costanza . La conseguenza finale è che gli Stati Uniti stanno lentamente sprofondando in un dilemma del tutto insostenibile, in cui le loro migliori risorse sono esposte agli attacchi iraniani, mentre quelle iraniane sono al sicuro dagli attacchi statunitensi.

Un esempio concreto:

Pagamento rateale @LayBay_ish     Uno degli attacchi annunciati nella notte dal CENTCOM, durante la dodicesima notte consecutiva di operazioni contro l’Iran, ha preso di mira un motoscafo sull’isola di Qeshm, Iran GEO: 26°41’07.00″N 55°55’23.14″E @GeoConfirmed @FaytuksNetwork Geolocalizzato da @LayBay_ish   10:41 · 23 lug 2026 · 57.500 visualizzazioni 9 risposte · 12 condivisioni · 104 Mi piace  

Sta diventando sempre più evidente che gli Stati Uniti stanno colpendo obiettivi vuoti per dare l’ impressione di forza e iniziativa, quando in realtà l’apparato militare iraniano non subisce quasi più alcuna perdita di efficacia:

  

L’Iran, d’altro canto, continua a distruggere completamente le risorse più critiche degli Stati Uniti nella regione, colpendo nell’ultima settimana numerosi importanti radar a lungo raggio e basi militari:

Patarames @Pataramesh     Immaginate una stazione radar con un radar a lungo raggio FPS-117, proprio accanto ai confini dell’Iran, rimasta intatta per circa 4 mesi… solo per essere distrutta ora… Il comportamento dell’Iran in materia di obiettivi rimane… misterioso…   9:18 · 22 lug 2026 · 128.000 visualizzazioni 59 risposte · 298 condivisioni · 2.660 Mi piace  

Le immagini satellitari mostrano la completa distruzione, da parte di missili iraniani, di un hangar contenente munizioni per le unità delle forze speciali dell’esercito statunitense presso la base aerea King Faisal in Giordania.

  

Nel frattempo, la capacità dell’Iran di ricostruirsi a partire dalle proprie presunte perdite continua a sconvolgere l’establishment occidentale:

  

https://www.wsj.com/world/middle-east/satellite-images-show-iran-is-rebuilding-fast-199978f7

Da quanto sopra:

Secondo funzionari israeliani e occidentali e un’analisi di immagini satellitari, l’Iran ha ricostruito rapidamente le infrastrutture danneggiate durante la campagna di bombardamenti statunitensi e israeliani degli ultimi mesi, dalle basi missilistiche annidate n

elle profondità delle montagne a ponti, porti e impianti di produzione.

I progressi più rapidi del previsto preoccupano alcuni funzionari israeliani. Ciò contribuisce a spiegare la continua resistenza dell’Iran, nonostante una campagna aerea che ha visto oltre 20.000 attacchi al culmine della guerra e che prosegue lungo la costa iraniana nel tentativo di spezzare il controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz.

A titolo di breve digressione, si noti ancora una volta il famigerato “ritardo nella scoperta” dei media mainstream: praticamente tutto ciò che noi analisti indipendenti abbiamo riportato per mesi finisce invariabilmente per essere considerato “notizia dell’ultima ora” quando lo sforzo di mantenere la struttura informativa della propaganda inizia a prevalere sulla sua utilità.

Praticamente fin dal primo giorno di questa guerra, abbiamo riportato qui che:

  1. Gli Stati Uniti non stavano colpendo alcun obiettivo militare di rilievo, poiché l’Iran aveva disperso tutte le sue risorse in preparazione della guerra.
  2. L’Iran stava ricostruendo tutte le infrastrutture civili che gli Stati Uniti stavano attaccando con incredibile rapidità.
  3. Le scorte statunitensi di munizioni di precisione non sarebbero sufficienti fino a quando non si concretizzasse la tanto auspicata “vittoria”.

Ora, a distanza di mesi, tutto quanto sopra viene ammesso, seppur a malincuore , come una sorta di rivelazione sconvolgente.

  

“Hanno ricostituito le loro scorte”, ha affermato. “Hanno capacità di industrializzazione e ricostruzione davvero notevoli.”

No, davvero? È un paese di 90 milioni di abitanti, per l’amor del cielo, con, almeno secondo una fonte, il quarto QI più alto di qualsiasi nazione sulla Terra .

I media continuano a segnalare il persistente fallimento degli Stati Uniti nell’impedire all’Iran di controllare Hormuz:

Ricerca HFI @HFI_Research     Follia. FT: Rimanendo vicino alla costa omanita, le navi Kavomaleas e Acheloos hanno tentato la traversata domenica sera, le uniche due navi a farlo, secondo persone a conoscenza della situazione. Nonostante il supporto aereo statunitense rinforzato e giorni di pesanti attacchi su   05:07 · 23 luglio 2026 · 72.000 visualizzazioni 4 risposte · 140 condivisioni · 680 Mi piace  

Il Financial Times descrive come due navi abbiano tentato di infiltrarsi nelle acque territoriali dell’Oman, presumibilmente sotto la “brillante” guida di funzionari statunitensi. Ma anche sotto la protezione della formidabile forza aerea americana che le scortava e le difendeva, le navi sono state illuminate come un albero di Natale da missili iraniani:

Rimanendo vicino alla costa omanita, le navi Kavomaleas e Acheloos hanno tentato la traversata domenica sera, le uniche due ad averlo fatto , secondo fonti a conoscenza della situazione.

Nonostante il rafforzamento del supporto aereo statunitense e giorni di intensi attacchi contro obiettivi militari lungo la costa, entrambe le navi furono colpite e danneggiate dai missili iraniani.

“Colpire le navi della Dynacom ha cambiato le carte in tavola, e persino gli armatori disposti a correre dei rischi avranno bisogno di qualcosa di più che semplici titoli di giornale sulla pace per tornare a operare”, ha affermato Amrita Sen, fondatrice della società di consulenza Energy Aspects.

Nel frattempo, l’economia statunitense si dissangua:

Charlie Bilello @charliebilello     Le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti sono ora al livello più basso da marzo 1983. Negli ultimi 5 anni abbiamo assistito a un calo di 310 milioni di barili, pari al 50%.   16:59 · 25 lug 2026 · 14.500 visualizzazioni 9 risposte · 13 condivisioni · 66 Mi piace  

Certo, 311 milioni di barili sono ancora tanti, ma corrispondono al consumo del paese per soli 15 giorni circa.

Ora il New York Times riporta che Trump ha, per il momento, deciso di non lanciare un’operazione “molto più ampia” contro l’Iran.

  

https://www.nytimes.com/2026/07/25/us/politics/trump-iran-military.html

La ragione addotta è ovvia:

Tra le preoccupazioni vi è quella che un’intensificazione delle ostilità possa esaurire pericolosamente le già ridotte scorte di munizioni per la difesa aerea in Medio Oriente.

Ironia della sorte, nell’articolo sopra citato vengono riportate le dichiarazioni di alcuni funzionari secondo cui i bombardamenti di Trump sull’Iran starebbero in realtà contribuendo a rafforzare il cosiddetto “regime” iraniano:

Il funzionario ha affermato che gli attacchi hanno l’effetto opposto a quello desiderato, mantenendo l’Iran coeso e consentendo ai leader iraniani di concentrare l’attenzione su una minaccia esterna.

Con lo Yemen che ora sembra sul punto di entrare in guerra, le scorte di missili di difesa aerea statunitensi potrebbero crollare a livelli catastrofici, dato che gli Stati Uniti dovrebbero rifornire tutti i paesi della regione per respingere sia gli attacchi di Ansar Allah che quelli iraniani.

A integrazione del precedente articolo a pagamento, che trattava dello stupore occidentale per l’evoluzione della potenza di fuoco iraniana, presentiamo un articolo del Wall Street Journal su uno dei missili di maggior successo dell’Iran, il Kheibar Shekan:

  

https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-kheibar-shekan-missile-5776a6e4

Spiegano come le tattiche in continua evoluzione dell’Iran abbiano tenuto gli Stati Uniti sulla difensiva, impedendo loro di fronteggiare l’offensiva:

Il missile Kheibar Shekan è il cavallo di battaglia dell’arsenale di Teheran: un’arma economica, mobile e precisa con una gittata di almeno 900 miglia. E recentemente, l’Iran lo ha utilizzato in attacchi complessi, dimostrandosi un avversario adattabile per gli Stati Uniti.

Da quando i combattimenti sono ripresi questo mese, l’Iran ha lanciato missili Kheibar Shekan contro le basi americane, hanno affermato funzionari statunitensi. Stanno usando una combinazione di diverse traiettorie di volo, manovre e velocità per cercare di confondere le difese statunitensi, hanno aggiunto.

Proprio come il missile Emad di cui abbiamo parlato nell’articolo a pagamento, scrivono che anche il Kheibar può essere equipaggiato con un MaRV dotato di propulsione propria, e quindi può mantenere la capacità di puntamento e di guida durante l’arco terminale finale:

Secondo analisti e funzionari, in alcune varianti del missile, la sezione anteriore, che contiene la testata esplosiva e si stacca durante la fase finale del volo, è dotata di un piccolo motore che le consente di correggere la traiettoria mentre si avvicina al bersaglio a una velocità di 6.000 miglia orarie.

Confermano inoltre indirettamente una delle “fughe di notizie” dell’articolo a pagamento. Ricordate questo, che si dice sia stato scritto da un soldato americano con informazioni riservate in una delle basi statunitensi:

  

Ora prendete in considerazione questo passaggio di conferma tratto dall’articolo del Wall Street Journal:

I missili balistici viaggiano nell’alta atmosfera o nello spazio prima di ricadere verso un bersaglio, ma non tutti sono in grado di manovrare. Gli analisti militari che hanno studiato il Kheibar Shekan affermano che può variare la sua traiettoria più di altri missili balistici, nel tentativo di renderne più difficile l’individuazione e la distruzione .

  

A giudicare da quanto detto sopra, sembra che quegli iraniani siano più intelligenti di quanto gli Stati Uniti credessero.

Poco dopo la pubblicazione del nostro articolo a pagamento, altri media occidentali hanno pubblicato informazioni a conferma di quanto affermato, indicando che l’Iran ha colpito con tale precisione strutture segrete della CIA da indurre gli esperti a concludere che la Russia fosse responsabile degli obiettivi.

     

https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-strikes-cia-facilitys-prompt-questions-about-possible-russian-role-2026-07-22/​​​​

Un promemoria interno di un’agenzia di intelligence occidentale, descritto da un funzionario della regione che aveva accesso al documento, concludeva che la Russia aveva probabilmente avuto un ruolo nel prendere di mira le strutture regionali della CIA. Il funzionario ha parlato del promemoria a condizione che la sua esatta paternità non venisse rivelata.

L’attacco alla stazione della CIA a Riyadh, in particolare, sarebbe stato condotto utilizzando varianti del drone Shahed “potenziate” dalla Russia, la cui precisione ha lasciato i funzionari in cerca di risposte.

Secondo quanto riferito, uno dei velivoli ha aperto una falla in un punto vulnerabile della facciata esterna dell’ambasciata, mentre il secondo, dopo aver attraversato l’apertura, è esploso.

Uno dei miglioramenti è stata la fornitura di moduli antenna per la navigazione satellitare russa Kometa-M CRPA, di cui abbiamo già parlato diverse volte:

I due funzionari occidentali presenti nella regione hanno affermato che la Russia ha aiutato l’Iran a migliorare la capacità dei suoi droni Shahed di raggiungere gli obiettivi, e che gli analisti sospettano che l’Iran abbia utilizzato queste versioni nell’attacco a Riyadh.

Secondo un’altra fonte, la Russia avrebbe aiutato Teheran a migliorare la precisione dei suoi Shahed-136 fornendo un sistema di navigazione satellitare, il Kometa-M, che secondo gli esperti è molto più preciso e difficile da disturbare rispetto a quello prodotto dall’Iran.

Beh, se si tratta degli ultimi modelli Kometa-M, il motivo per cui sono molto più precisi e più difficili da mandare in crash è che integrano fino a 16 o più moduli di questo tipo su un’unica scheda, mentre i modelli precedenti ne avevano solo 2 o 4.

Affermano che molte delle stazioni della CIA colpite erano “segreti gelosamente custoditi”, il che presumibilmente implica che solo la Russia avrebbe potuto rivelarne le coordinate:

Le strutture della CIA all’estero includono gli uffici principali dell’agenzia nei singoli paesi, che tradizionalmente si trovano all’interno delle ambasciate e sono chiamati stazioni. Inoltre, la CIA gestisce uffici, rifugi sicuri, centri logistici e siti coinvolti in attività di sorveglianza o altre operazioni.

L’ubicazione di questi siti è un segreto gelosamente custodito.

Le fonti si sono rifiutate di rivelare il numero esatto o l’ubicazione delle strutture della CIA colpite dai droni iraniani. Una fonte ha indicato un numero compreso tra “più di uno e meno di una dozzina”. Una seconda fonte ha affermato che diverse strutture sono state colpite.

  

O forse l’Occidente ha nuovamente sottovalutato le capacità di intelligence interne dell’Iran.

Dopotutto, secondo l’ultima farneticazione di Trump, la nazione “sconfitta” si è ridotta a una satrapia disfunzionale governata da un “dittatore gay”:

Si suppone che, da questo punto in poi, finirli dovrebbe essere facile.

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L’establishment statunitense è sconvolto dal rapido e paradossale aumento della “letalità” dell’Iran. _ di Simplicius

L’establishment statunitense è sconvolto dal rapido e paradossale aumento della “letalità” dell’Iran.

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La stampa statunitense continua a esprimere grande stupore per le capacità, paradossalmente crescenti, dell’Iran :

https://www.wsj.com/politics/irans-missiles-have-gotten-faster-and-deadlier-the-big-question-is-how-41c81ad7

Riassunto dell’articolo per chi non desidera leggerlo per intero:

Nonostante gli attacchi da parte di Stati Uniti e Israele, i missili iraniani stanno diventando sempre più veloci e sofisticati – The Wall Street Journal.

Nonostante i raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele contro infrastrutture militari, depositi e fabbriche, l’Iran ha conservato una parte significativa del suo arsenale balistico (stimato in migliaia di unità) e la capacità di continuare a sviluppare e produrre nuove armi.

La pubblicazione sottolinea come, nel corso del tempo, l’Iran abbia spostato la sua attenzione dai droni lenti e dai missili obsoleti ai missili balistici a propellente solido, veloci e di elevata precisione. Le nuove versioni dei missili sono più rapide da preparare al lancio e dotate di testate manovrabili, il che ne complica notevolmente l’intercettazione.

Per Israele e le forze statunitensi, intercettare massicci attacchi balistici richiede il costante impiego di costosi sistemi antimissile (come Arrow 3, THAAD e Patriot), le cui scorte sono limitate. Il Wall Street Journal osserva che l’Iran ha imparato a sfruttare le vulnerabilità dei sistemi di difesa missilistica multistrato, sopraffacendoli con decine di bersagli in rapido movimento contemporaneamente.

Si comincia con l’apertura:

Dopo quasi cinque mesi di guerra, le capacità missilistiche dell’Iran rimangono letali. Almeno due militari statunitensi sono rimasti uccisi in Giordania sabato, in seguito a un attacco iraniano con missili balistici e droni.

Nessuno riesce a capire come sia possibile che, sotto un bombardamento statunitense così “senza precedenti”, che a quanto pare sta “degradando” l’Iran al punto da renderlo irriconoscibile, il Paese possa continuare ad aumentare la letalità dei suoi attacchi.

L’articolo rileva che gli Stati Uniti stanno addirittura cercando di identificare “ulteriori resti” nella stessa base aerea giordana dove sono stati appena uccisi dei militari americani, il che significa che le prime voci di un numero ancora maggiore di vittime sepolte sotto le macerie sono probabilmente vere:

Inoltre, domenica i funzionari statunitensi stavano lavorando per cercare di identificare ulteriori resti umani rinvenuti sul luogo dell’attacco in Giordania, mentre un terzo militare risultava ancora disperso. Un altro militare statunitense è rimasto ucciso questo fine settimana durante la detonazione controllata di un drone d’attacco iraniano abbattuto nel nord dell’Iraq .

Ma tornando all’argomento principale, sorge spontanea la domanda del WSJ:

Il testo prosegue evidenziando le affermazioni di Trump di inizio giugno, secondo cui l’esercito iraniano sarebbe stato “totalmente distrutto”, contrapponendole alla paradossale constatazione che i missili balistici iraniani stanno diventando solo “più veloci” e “più manovrabili”, il che riflette un esercito che si sta “adattando, non necessariamente sgretolando”.

Ciò ha scatenato una cacofonia di sconcerto nei principali media, che ora si interrogano su dove l’Iran stia prendendo questa meravigliosa “nuova tecnologia”.

Trump, ammettendo che l’Iran “ha fatto franca” in Giordania, incolpa gli operatori della difesa aerea giordana, sostenendo che se al loro posto ci fossero stati operatori più competenti , gli Stati Uniti non avrebbero subito le perdite che hanno subito.

Quindi gli Stati Uniti non possono permettersi di avere i propri operatori per proteggere le proprie basi e truppe? Com’è possibile?

Questa “nuova” capacità iraniana è stata dimostrata al meglio da una serie di foto trapelate, che si presume provengano dal sito della base statunitense colpita in Giordania: leggete la parte evidenziata in rosso.

Da quanto ho capito, stiamo ricevendo dati sull’impatto previsto, ma i missili cambiano traiettoria più volte durante il volo, quindi gli avvisi sull’impatto previsto non sono affidabili.

È evidente che i dati sugli obiettivi vengono forniti all’Iran dalla Cina o dalla Russia, perché la precisione con cui vengono individuati e colpiti è incredibile.

Qual è il vero segreto di questa ritrovata precisione? È merito degli obiettivi cinesi/russi, o ha più a che fare con le maggiori capacità missilistiche dell’Iran?

La risposta:

Probabilmente si tratta di una combinazione di entrambi.

Innanzitutto, è stato annunciato proprio ieri che la Russia ha lanciato il secondo lotto di satelliti della nuova costellazione Rassvet, considerata la “Starlink russa”, per quest’anno.

https://tass.ru/ekonomika/27932981

Il massimo esperto ucraino Serhiy “Flash” Beskrestnov ha commentato l’evento, affermando che ora ce ne sono fino a 40 in orbita:

La Russia ha lanciato il secondo lotto di satelliti “Razvedka”, destinati a essere la controparte di “Starlink”. Attualmente, in orbita si trovano circa 40 satelliti.

Va notato che i satelliti non hanno ancora raggiunto le posizioni designate all’interno della costellazione orbitale, ma potrebbero farlo a breve.

Per iniziare a utilizzare la costellazione “Razvedka” per scopi militari, l’avversario dovrebbe lanciare almeno diverse centinaia di satelliti.

Attualmente SpaceX possiede oltre 15.000 satelliti.
OneWeb ha 600-700 satelliti.
Il progetto Kuiper di Amazon prevede di avere 400-500 satelliti (con l’obiettivo di arrivare fino a 4.000).

Non che questo abbia ancora un effetto rilevante sull’Iran, almeno in teoria, ma dimostra che la Russia sta costantemente aumentando le proprie capacità e ha un forte incentivo a sfruttarle per aiutare l’Iran in molti modi possibili. Va ricordato che i satelliti Rassvet operano con un orientamento nord-sud:

Considerato che Iran e Ucraina non sono molto distanti in longitudine, sembrerebbe possibile utilizzare questo numero limitato di satelliti, almeno in parte, in entrambi i teatri operativi.

Dal punto di vista dei progressi compiuti dall’Iran, il cambiamento chiave è stato il completo annientamento della rete di difesa aerea statunitense che l’Iran era riuscito a mettere in piedi nella regione. Continuano a circolare affermazioni secondo cui l’Iran avrebbe colpito con successo una vasta gamma di radar statunitensi durante l’ultimo scontro.

MenchOsint@MenchOsint Continuano gli sforzi sistematici dell’Iran per smantellare la rete radar del CENTCOM nella regione. Dalla scorsa notte, le forze iraniane hanno preso di mira almeno dieci radar di vario tipo, inclusi sistemi di allerta precoce e un radar a lungo raggio AN/TPY-117. Arya Yadegaar @AryJeayBackupLe Guardie Rivoluzionarie hanno colpito l’isola di Bubiyan in Kuwait. In una nuova dichiarazione, le Guardie Rivoluzionarie affermano di aver colpito:  Un radar di allerta precoce  Un complesso radar tattico vicino alla base aerea di Ali Al Salem  Un sistema radar sull’isola di Bubiyan in Kuwait. Questi sistemi radar sono stati distrutti e messi fuori servizio.20:05 · 21 lug 2026 · 25.100 visualizzazioni11 risposte · 184 condivisioni · 745 Mi piace

Gli Stati Uniti hanno perso gran parte dei loro occhi e delle loro orecchie, e i pochi mezzi aerei rimasti sono costretti ad allontanarsi sempre di più per timore di essere colpiti al suolo.

Con la diminuzione di queste risorse statunitensi cruciali, l’Iran ha anche aumentato le proprie capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) nella regione. Ad esempio, ci sono state segnalazioni non verificate di droni da ricognizione iraniani Ababil-3 che hanno sorvolato il Kuwait, sebbene alcuni abbiano affermato di averle smentite.

Da tempo si ipotizza che l’Iran abbia tenuto da parte i suoi missili più avanzati proprio per questo momento. Inizialmente, l’Iran sapeva che le difese aeree degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali erano ancora efficienti, quindi la sua strategia è stata quella di saturarle con lanci massicci di missili monostadio più economici. Ora che la copertura radar e le scorte di intercettori sono state ridotte, l’Iran ha iniziato a schierare missili multistadio sempre più costosi , come il Sejjil-2, dotati di una precisione di gran lunga superiore.

Inizialmente, l’invio di questi missili si sarebbe rivelato potenzialmente uno spreco, dato che l’Iran non ne possiede un gran numero. Questo spiega i primi attacchi missilistici a tappeto, che sembravano colpire vaste aree a caso. Ora che i sistemi di difesa antiaerea statunitensi sono esauriti, l’Iran può utilizzare le armi più efficaci per colpire con precisione obiettivi specifici, probabilmente scelti con l’ausilio della sorveglianza satellitare russo-cinese.

Ecco un video incredibile di un attacco avvenuto un paio di settimane fa, passato inosservato (e non è un gioco di parole). Notate come i missili balistici iraniani sfreccino proprio accanto ai missili intercettori Patriot, che sparano direttamente all’arrivo dei missili:

Mentre guardate, ricordate la precedente fuga di notizie:

Da quanto ho capito, stiamo ricevendo dati sull’impatto previsto, ma i missili cambiano traiettoria più volte durante il volo, quindi gli avvisi sull’impatto previsto non sono affidabili.

È evidente che i dati sugli obiettivi vengono forniti all’Iran dalla Cina o dalla Russia, perché la precisione con cui vengono individuati e colpiti è incredibile.

I missili più avanzati che l’Iran sta utilizzando ora, forse come l’Emad a propellente liquido. Ecco cosa diceva l’agenzia di stampa iraniana Fars News a proposito dell’Emad alcuni anni fa :

“Questo missile, la cui intera progettazione e costruzione è stata realizzata dagli scienziati e dagli specialisti dell’Organizzazione per le Industrie Aerospaziali del Ministero della Difesa, è il primo missile a lungo raggio della Repubblica Islamica dell’Iran dotato di capacità di guida e controllo fino al momento dell’impatto sul bersaglio , ed è in grado di colpire i bersagli designati con elevata precisione e di distruggerli completamente.

Da Wikipedia:
L’Emad è dotato di un veicolo di rientro di nuova concezione con un sistema di guida e controllo più avanzato, che lo rende il primo missile balistico a raggio intermedio (IRBM) iraniano a guida di precisione.

In breve, si diceva che fosse il primo missile balistico intercontinentale (IRBM) iraniano ad alta precisione, in cui il veicolo di rientro stesso – presumibilmente un MaRV – ha un proprio sistema di guida e controllo che gli permette di essere guidato fino al momento esatto dell’impatto. Ciò significa che il MaRV deve avere un sistema di propulsione di qualche tipo e, a differenza di armi come l’Oreshnik, le cui submunizioni vengono guidate da un “bus” giroscopico nello spazio, la testata iraniana può correggere la traiettoria fino al bersaglio. L’altra grande conseguenza di avere un proprio sistema di propulsione è la capacità di eseguire manovre fino alla fase terminale, il che sembra coincidere con la “fuga di notizie” statunitense di cui sopra, che descrive missili in grado di eseguire così tante manovre che gli Stati Uniti non sono in grado di prevedere il punto d’impatto.

La fuga di notizie, tra l’altro, è solo una parte di una più ampia operazione di “denuncia” descritta dal NYT e dal Telegraph nei loro ultimi articoli, che indicano perdite statunitensi negli ultimi attacchi iraniani molto più pesanti di quelle ammesse:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/07/21/hundred-us-soldiers-injured-iranian-strikes-pentagon/

Ora il Washington Post ha fatto una rivelazione ancora più sconvolgente, tramite una fuga di notizie da un altro “funzionario anonimo”: le scorte statunitensi sono in condizioni così pessime che non ci sono munizioni a sufficienza nemmeno per sostenere le operazioni. La parte più scioccante è che Trump a quanto pare viene tenuto all’oscuro di tutto questo, un fatto non così sorprendente per la maggior parte di noi che abbiamo seguito questa disastrosa follia.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/07/19/us-teeters-return-all-out-war-with-iran-after-more-troops-killed/

Un funzionario ha inoltre dichiarato al Washington Post che un’operazione di terra è irrealistica, poiché gli “attacchi a distanza” iraniani avrebbero il controllo del fuoco su qualsiasi forza di terra statunitense:

“Credo che sarebbe un errore schierare forze di terra su qualsiasi isola dello stretto o sulla terraferma”, ha affermato Seth Jones, a capo del dipartimento di difesa e sicurezza del Center for Strategic and International Studies di Washington, riferendosi allo Stretto di Hormuz. “Non credo che le forze statunitensi siano preparate ad attacchi a distanza da parte degli iraniani”.

Ora l’ultima spinta è quella di far sì che gli Stati Uniti prendano di mira la “Montagna del Piccone” iraniana, che è diventata la nuova ossessione di Israele:

https://www.wsj.com/world/middle-east/israel-believes-iran-moved-nuclear-centrifuges-into-pickaxe-mountain-d29d21c0

Secondo fonti israeliane e statunitensi, l’intelligence israeliana ritiene che lo scorso autunno l’Iran abbia spostato migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio in tunnel sotterranei all’interno di una montagna , uno sviluppo che aumenterebbe i timori che Teheran possa ricostituire il suo programma nucleare.

Israele ha trasmesso i risultati dell’intelligence agli Stati Uniti , affermando che le centrifughe sono state trasferite al sito di Pickaxe Mountain lo scorso autunno, dopo la guerra di 12 giorni di giugno, durante la quale attacchi americani e israeliani hanno colpito i tre principali siti nucleari iraniani.

Israele continua a escogitare nuovi e disperati obiettivi per tenere gli Stati Uniti in guerra e impedire qualsiasi via d’uscita che comprometterebbe definitivamente le possibilità di Israele di vedere l’Iran fuori gioco. È diventato imbarazzante vedere gli Stati Uniti cadere goffamente in ogni trappola di questo falso obiettivo fornito da Israele come stratagemma diversivo.

Ma tra la folla si sono levate anche alcune voci di buon senso. Fonti del Washington Post ammettono che è improbabile che il governo iraniano subisca una reale pressione a causa degli attacchi statunitensi, che si stanno rivelando sempre meno efficaci:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/07/20/us-strikes-unlikely-move-iran-intelligence-reports-say/

Secondo una nuova valutazione dell’intelligence, descritta da funzionari statunitensi, sia in servizio che in pensione, è improbabile che il governo iraniano risenta in modo significativo o ammorbidisca la propria posizione negoziale a seguito di nuove ondate di attacchi militari statunitensi come quelli attualmente in corso .

È la conclusione a cui sono giunte la maggior parte delle persone intelligenti fin dall’inizio.

Come ultima frecciata, ecco un altro membro del Congresso americano che, con noncuranza, chiede l’invio di truppe statunitensi sul terreno per impadronirsi del territorio iraniano e usarlo come leva per “portare l’Iran al tavolo dei negoziati”:

Il deputato statunitense Carlos Gimenez:

“Forse ciò che costringerà l’Iran a sedersi al tavolo delle trattative sarà l’occupazione di parte del suo territorio, con la conseguente dichiarazione: ‘Bene, questo non appartiene più all’Iran’.”

Lo stesso schema si ripete ogni volta, sia in Russia che in Iran. Quando imparerà l’establishment americano che le grandi potenze non cedono a “incentivi” ostili di questo tipo?


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