18° podcast_ all’ultimo sangue; la battaglia in Alabama, di Gianfranco Campa

La guerra di movimento tra il vecchio establishment democratico-neoconservatore e le forze che hanno portato Trump alla Presidenza ha trovato il proprio punto di attrito decisivo nelle recenti elezioni in Alabama. L’elezione del rappresentante al Senato rappresentava la ridotta, il baluardo difensivo apparentemente secondario, dalla quale avrebbe dovuto ripartire l’offensiva di Bannon tesa a sconvolgere l’assetto del Partito Repubblicano. Ha trovato invece un muro di gomma, una classe dirigente disposta a sacrificare se stessa pur di non concedere spazio all’avversario. Per il rotto della cuffia è riuscita nell’intento, ma difficilmente potrà ricostruire su tali e tante macerie una credibilità sufficiente a riprendere il pieno controllo degli spazi politici. Una battaglia aperta e senza esclusione di colpi rischia di tramutarsi in un conflitto sordo e strisciante difficilmente controllabile e dalle implicazioni poco prevedibili. Con il ridimensionamento definitivo di Steve Bannon, almeno nei prossimi anni, Trump perde l’unica sponda cui appoggiarsi per resistere al progressivo logoramento della sua azione politica. Avrà forse guadagnato un momento di tregua ed una attenuazione della presa nelle spire che lo condannano al soffocamento; di certo non guadagnerà alcuna libertà di movimento. Potrà forse togliersi qualche amara soddisfazione. Le pedine a lui avverse più esposte probabilmente non serviranno più e potranno essere offerte in sacrificio alla plebe delusa ed assetata di sangue. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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Un commento

  • Commentano il diciassettesimo podcast per “L’Italia e il mondo” di Gianfranco Campa “La guerra di Bannon, la guerra a Bannon” scrivevo: «Perché questo 17° podcast è in un certo senso il perfetto esempio degli ammaestramenti teorici che possiamo trarre dalle analisi di Campa? Molto semplicemente perché come in nessun altro emerge in questo podcast quel fenomeno che attraversa non solo la società americana ma anche tutte quelle società sotto il suo influsso politico culturale e che potrebbe essere definito, se ci si ostina ad usare un linguaggio ed una mentalità mitologica, di progressivo indebolimento della democrazia (detto col lessico dell’attuale scienza politica dell’evoluzione della democrazia verso la postdemocrazia) ma se ci si sforza ad impiegare lenti appena appena un poco più realiste, molto meglio potrebbe essere detto di progressivo ed apparentemente inarrestabile affievolimento a livello di massa di una mentalità e di una cultura che, più o meno consapevolmente, ponga il conflitto strategico al centro delle proprie riflessioni.» Ora, attraverso il diciottesimo podcast di Gianfranco Campa “All’ultimo sangue. La battaglia in Alabama” attraverso il quale apprendiamo dei trucchetti per far prevalere, a scapito di Steve Bannon, Doug Jones su Roy Moore, non solo abbiamo la contezza di quanto i mass media abbiano volutamente omesso sulle elezioni in Alabama (si è trattato di una vicenda tutta interna al partito repubblicano e non di uno scontro fra i democratici e i repubblicani e questo scenario di maschere e pugnali con finti antagonisti e reali scontri appena sotto il pelo dell’acqua è non solo un bell’ insegnamento generale per quanti si vogliano occupare di studi politici in generale ma anche per la nostra attuale lotta politica nazionale italiana) ma anche – e soprattutto – abbiamo la conferma che nei moderni regimi politici retti dalla cosiddetta “democrazia rappresentativa” lo scontro politico che si va sempre più con nettezza delineando è quello che contrappone quelle forze politiche che, anche se con un bassissimo tasso di consapevolezza, danno espressione a quella che è una mentalità strategica (cioè quella mentalità e quell’ atteggiamento verso la politica che i media e gli attuali studiosi – somari quando non traditori del loro ruolo – chiamano populista, e ci sia consentito con questa nostra riscrittura del frusto termine del ‘populismo’ di aver dato un non piccolo contributo per il progresso delle scienze politiche e/o filosofico-poliltiche) e quelle che continuano ad imbrogliare gli elettori (chi più da destra chi più da sinistra, non importa, si tratta sempre della stessa compagnia di giro) perpetuando quella mentalità di tipo magico-mitologica di originale derivazione giusnaturalista e che è poi sfociata lungo tutto il corso della modernità politica occidentale prima nella fantasmagorica credenza nei diritti dell’uomo che naturalmente esisterebbero in natura e poi nell ’altrettanto fantasmagorico convincimento che la democrazia liberale proprio da questi magici diritti deriverebbe non solo il suo diritto di essere al mondo ma anche il suo diritto a prevalere, costi quel che costi, non solo su tutti gli altri regimi politici che non condividono questa metafisica ma anche su quelli ancora a venire (fine della storia di Fukuyama). Questa volta, nelle elezioni dell’Alabama, contro la mentalità strategica ha prevalso la mentalità magica di origine giusnaturalista (e cosa se non infatti una Weltanschauung magica ed intimamente, parliamoci chiaro, babbea può giustificare l’abbandono da parte di una piccola porzione, ma decisiva, dell’elettorato di Roy Moore, basato su lontanissime e non provate accuse di un cattivo comportamento sessuale?) e temiamo che, visto che la mentalità strategica è – se vogliamo essere ottimisti – dal punto di vista della consapevolezza teorica ai suoi albori (e visto anche che “mentalità strategica” non significa proprio fare sempre la scelta giusta: vedi l’elezione di quella tremebonda e meschinamente astuta personalità che va sotto il nome di Donald Trump) che rovesci tipo l’Alabama non siano finiti in America come da noi. Sotto questo punto di vista, i prammatici auguri di buon Natale, pur non rinnegandone il significato religioso, possono, alla stessa stregua dell’evento tradizionalmente celebrato, rimandare ad eventi passati ma ancora attuali che nel Novecento hanno significato, al di là dei loro errori, la nascita di questa mentalità strategica. Che fare per farla diventare adulta, al di là della ridicola ed immaginaria linea di faglia destra-sinistra – anche questa frutto della mentalità magico-mitologica di origine giusnaturalista –, è il nostro compito.

    Massimo Morigi – 24 dicembre 2017

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