PER 30 DENARI NO, PER 4700 DOLLARI Sì, di Gianfranco Campa

PER 30 DENARI NO, MA PER 4700 DOLLARI SI

Mentre scrivo queste due righe sto ascoltando la testimonianza del CEO di Google Sundar Pichai resa al Senato americano su molte delle problematiche, fino ad ora individuate, nel rapporto Google-Utenti-Governo Americano legate alla privacy, alla gestione dati e alla sicurezza. La completa testimonianza di Pichai si concluderà nelle prime ore di domani mattina, ora italiana. Ma fino a questo punto è stata una testimonianza, come posso dire, esilarante. Divertente per molti motivi, ma soprattutto riguardo alla questione del Russiagate. Alla domanda del senatore democratico Jerry Nadler sulla interferenza di entità russe nelle elezioni presidenziali americane del 2016, la risposta data da Pichai è stata a dir poco comica.

Ci si aspettava una risposta compromettente per Trump di fronte alle telecamere: invece Pichai ha affermato che il totale della somma spesa dai “russi” per influenzare le elezioni americane è stata di 4,700 dollari in contributi pubblicitari. In altre parole, tutte le presunte attività di ingerenza russa nelle piattaforme politiche del  2016 hanno comportato un onere di 4,700 dollari in pubblicità.  Con 4,700 dollari hanno “comprato”, influenzato, le elezioni americane. Se non fosse una cosa seria si potrebbe annoverare tra le barzellette più memorabili della politica americana.

Non è la prima volta che questi venditori ambulanti di Russiagate confrontati con i fatti reali, non cascano in piedi, ma col sedere per terra. Probabilmente Nadler avrebbe dovuto premunirsi con Pichai prima della udienza sulla reale consistenza di “influenza” politica dei russi sulle elezioni americane presidenziali. Avrebbe evitato di passare per un pagliaccio. Chissà cosa avrà pensato il procuratore speciale Robert Mueller a proposito della risposta di Pichai. Vedremo se i nostri famosi giornalai nazionali riprenderanno e divulgheranno questa notizia domani sui loro siti. Nel frattempo vi lascio con il video dello scambio Nadler-Pichai e con un’ultima riflessione. Ai russi sono stati sufficienti 4, 700 dollari per azzerare una campagna elettorale in cui Clinton ne ha spesi 1,4 miliardi. Come ha fatto notare qualcuno; hanno speso meno i russi per far perdere Hillary Clinton, di quanto sia costata a Clinton una visita dalla parrucchiera…

 

 

 

 

Heather Nauert. CHI E` LA NUOVA AMBASCIATRICE ALL’ONU?, di Gianfranco Campa

CHI E` LA NUOVA AMBASCIATRICE ALL’ONU?

Il presidente Donald Trump ha annunciato tre nuove importantissime nomine a tre altrettanti importantissimi posti del cabinetto del suo governo. In aggiunta la notizia che il generale John Kelly, capo di gabinetto, lascerà presto la sua posizione anche se non conosciamo ancora il nome del suo sostituto. La prima nomina è quella di Heather Nauert come nuova ambasciatrice all’ONU. Seconda nomina il nuovo Procuratore Generale che prenderà il posto di Jess Sessions, William Barr. La terza nomina quella del  generale a quattro stelle Mark Milley, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, a Presidente del Capo di Stato Maggiore Congiunto in sostituzione del generale Joe Dunford, prossimo alla pensione. Del sostituto di Kelly, quando sarà reso pubblico il nome e di William Barr parleremo in dettaglio nei prossimi giorni poiché queste due nomine richiedono un’analisi più minuziosa; vorrei solo soffermarmi su due aspetti importanti del curriculum di Barr: ha prestato servizio nella CIA tra il 1973 e il 1977. La cosa particolarmente significativa è che Barr è già stato Procuratore Generale sotto l’amministrazione di George H.W. Bush (padre, appena morto) dal 1991 al 1993. Perché Trump ha scelto Barr? Quale il significato della nomina di Barr nel contesto dello scontro in atto fra Trump e lo stato profondo? Quale sarà la differenza tra Barr e Sessions? Nella attesa di rispondere a queste domande, ritorniamo alla nomina di Heather Nauert come rimpiazzo della dimissionaria Nikki Haley. È stata la stessa Haley su Twitter a dare il benvenuto alla signora Nauert: “Congratulazioni a Heather Nauert per la sua nomina da parte del Presidente ad ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Le  auguriamo ogni bene e non vedo l’ora di aiutarla durante e dopo la transizione.

Heather Nauert arriva dal Dipartimento di Stato dove è stata portavoce prima sotto Rex Tillerson e poi sotto Mike Pompeo. A questo riguardo, annunciando la nomina di Heather Nauert, Trump l’ha così elogiata:  “Ha fatto un ottimo lavoro con Mike Pompeo presso il Dipartimento di Stato”, ha detto ai giornalisti. “È molto talentuosa, molto intelligente, molto sveglia e penso che sarà rispettata da tutti.”

Nauert, 48 anni, è anche sottosegretario di Stato per la diplomazia pubblica e gli affari pubblici. Prima di entrare nel Dipartimento di Stato ha lavorato come giornalista per Fox News e come corrispondente per la ABC News.

Prima della sua carriera da giornalista, Nauert, laureatasi alla Graduate School of Journalism della Columbia University e al Mount Vernon College di Washington, ha lavorato come consulente di un agenzia di assicurazione sanitaria a Washington. I detrattori di Nauert la considerano una bambola bionda di poca intelligenza. Lo scontato stereotipo insomma. Ma per chi la conosce bene la signora Nauert tutto è eccetto una persona stupida. Chi ha avuto modo di frequentare entrambi, sia la signora  Nauert che la signora Haley, Nauert è considerata più  intelligente, forse anche più diplomatica della dimissionaria ambasciatrice, ex governatrice della Carolina del Sud.

Durante il suo mandato, nel Dipartimento di Stato, Nauert ha impressionato per le sue capacità di gestire situazioni di importanza e difficoltà significative, ogni volta che è stata chiamata a farlo.

La signora Nauert non manca ovviamente di collegamenti politici importanti. Se così non fosse, intelligenza e bellezza non servirebbero comunque ad arrivare ai posti così importanti. Infatti Heather Nauert è membro del Council of Foreign Relations (CFR). Sposata inoltre con Scott Norby, direttore esecutivo di Private Credit e Equity per Morgan Stanley, il quale in precedenza aveva ricoperto anche incarichi presso la National Veterinary Associates, la UBS, la Goldman Sachs e Cargill.

La nomina arriva dopo che Nikki Haley ha annunciato in ottobre le proprie dimissioni per la fine dell’anno. Erano originariamente tre i nomi che circolavano tra i principali candidati a  sostituire Haley: Nauert, Richard Grenell e John James. Indipendentemente dalla nomina di questi tre candidati, tutti e tre avevano qualcosa che Nikki Haley non aveva: una incondizionata fedeltà al presidente Trump. Haley era stata ”imposta” a Trump all’inizio del sua mandato, vista la penuria di personale qualificato associato all’allora nuovo presidente, Trump accolse la nomina di Haley suo malgrado, visto che fra i due non è mai corso buon sangue. Infatti Haley è stata uno dei principali oppositori all’allora candidato Trump, incarnando perfettamente una creatura del vecchio establishment. Haley aveva più volte criticato apertamente Trump quando era la governatrice Repubblicana della Carolina, entrando di fatto nei ranghi dei “never trump” come una delle figure principali. Alle Nazioni Unite si è trovata quasi in sintonia con il pensiero geopolitico di Trump, dico quasi ma non sempre, poiché più di una volta i due hanno avuto contenziosi e differenze drastiche, soprattutto per quanta riguarda le politiche verso la Russia.  Fin dall’inizio dell’amministrazione Trump, Haley ha preso una posizione da falco nei confronti della Russia, mettendo a dura prova e probabilmente aiutando a dare un colpo mortale alla ora defunta, nuova distensione, auspicata da Trump durante la sua campagna elettorale.

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Nikki Haley esce, Heather Nauert entra. Cosa cambia nel rapporto tra Stati Uniti, amministrazione Trump e Nazioni Unite? Praticamente niente. La nomina di Nauert arriva in un momento delicatissimo per l’ONU e Trump. I rapporti tra gli Stati Uniti e molti dei rappresentanti dell’apparato dell’ONU, sono a dir poco animati. La linea politica finora tracciata rimarrà quasi la stessa: Pilastri della geopolitica dell’amministrazione Trump, come per esempio l’appoggio incondizionato ad Israele e il sostegno al Regno Saudita in contrasto con un inasprimento dei rapporti con l’Iran, non cambieranno di una virgola. Tra Haley e Nauert l’unica differenza sarà nella misura della loro fedeltà a Trump. Il resto, per noi mortali, cambierà poco o niente.

 

 

 

 

Le sette armi inarrestabili che permettono agli Stati Uniti di dominare il mondo, traduzione e commento di Giuseppe Germinario

Le sette armi inarrestabili che permettono agli Stati Uniti di dominare il mondo

Fonte: The Tribune, Michel Cabirol , 

L’articolo riportato tradotto qui sotto riveste un grande interesse. Svela una parte importante dei numerosi strumenti a disposizione della classe dirigente statunitense nell’ambito delle relazioni economiche e del controllo e gestione dei dati in grado di condizionare ed influenzare pesantemente le politiche degli altri stati e degli altri attori geopolitici, compresi quelli economici. Mette a nudo anche un’altra verità: i paladini e garanti della libertà del mercato in realtà non hanno fatto altro che dosare nel tempo e secondo le contingenze misure di protezionismo, di liberismo e di regolamentazione in modo tale da affermare e consolidare la propria posizione di influenza e di controllo predicando il disarmo altrui. Trump, affermando le prerogative degli stati nazionali, non ha fatto altro che svelare consapevolmente questi meccanismi da sempre operanti anche sotto le mentite spoglie di una globalizzazione mitizzata come una era di libertà ed emancipazione assoluta degli individui e delle formazioni politiche. Di fatto e tra mille contraddizioni in divenire cerca di perimetrare meglio e più stabilmente l’area di influenza americana rispetto alle velleità di realizzazione del dominio unipolare degli ultimi tre decenni che tanti squilibri pressoché ingovernabili ha creato nel contesto geopolitico e nella stessa formazione sociale statunitense. Un riconoscimento nella sostanza di un contesto geopolitico multipolare e multicentrico incipiente dove più che di dominio degli Stati Uniti si può parlare di sua prevalenza, pur se ancora netta. Una delle carenze di valutazione che inficia la validità generale dell’articolo. Alcune altre sono presto dette. Si tende ad attribuire alla amministrazione di Trump una bellicosità e una distruttività di gran lunga maggiore delle precedenti omettendo la cruda e caotica sostanza celata nella politica di ingerenza dirittoumanitarista incarnata dai Clinton, Bush e soprattutto Obama. Tende, ancora una volta, a surdeterminare la funzione dell’azione politica nell’economico rispetto agli altri ambiti di azione, compreso quello militare pur apprezzando il ruolo riconosciuto all’azione politica in essa piuttosto che la concessione unilaterale, prevalente in altre analisi, alle intrinseche leggi inesorabili dell’economico. Omette l’azione “positiva” non solo ostativa di tutto il vario e vasto armamentario disponibile nell’arsenale americano comprese le leve finanziarie. Omette le implicazioni tattiche e strategiche del riconoscimento del ruolo e delle prerogative degli stati nazionali ad opera della dottrina di Trump in via di formazione. Tutti elementi che impediscono una emersione adeguata del complesso di azioni e reazioni che stanno preparando un diverso e intricato scenario geopolitico dai molti attori e dalle molte variabili tendenzialmente sempre meno padroneggiabili da un unico soggetto rispetto alla condizione di fine secolo e lungi, quindi, da una condizione di dominio assoluto e da un ruolo di “poliziotto del mondo”. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Il protezionismo e una politica extraterritoriale aggressiva consentono agli Stati Uniti di Trump di dominare il resto del mondo. E il presidente degli Stati Uniti ha appena rafforzato le misure per controllare meglio gli investimenti stranieri negli Stati Uniti. In Francia, il Senato sostiene la creazione di piattaforme finanziarie specifiche e un ruolo maggiore dell’euro al fine di contrastare le sanzioni extraterritoriali statunitensi.

Gli Stati Uniti, l’iperpotenza alla quale nulla può resistere o quasi nulla. Con Donald Trump, Washington assume oggi completamente questo ruolo di poliziotto del mondo. L’attuale presidente americano non ha fatto altro che uso di un arsenale giuridico messo all’opera per un lungo periodo di tempo dai suoi predecessori come la legge Helms-Burton e d’Amato adottate nel 1996. Essi penalizzano le transazioni commerciali, rispettivamente con Cuba, la Libia e Iran. I precedenti presidenti degli Stati Uniti non hanno mai esitato a usare questo arsenale.

Di conseguenza, tra il 2009 e il 2016, le banche europee hanno per esempio pagato alle autorità degli Stati Uniti circa 16 miliardi di sanzioni previste per le violazioni alle sanzioni internazionali degli Stati Uniti  e / o alle norme anti-riciclaggio di denaro , tra cui 8,97 miliardi per BNP Paribas . Queste sanzioni inducono “anche, inevitabilmente, le domande su un possibile targeting delle imprese europee e la lealtà di certe pratiche di governo degli Stati Uniti” come hanno anche stimato a febbraio 2016 in un report gli autori commentando sulla extraterritorialità della legge Americana, Pierre Lellouche e Karine Berger.

Sovranità, Donald Trump risveglia una piccola Europa

Tuttavia, Donald Trump fa un passo avanti senza complessi. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti l’8 maggio scorso dall’accordo nucleare con l’Iran ratificato nel 2015 e la concomitante reintroduzione delle sanzioni americane si è indebolita, ha addirittura annientato l’attuazione di un accordo politico, tuttavia considerato capitale nella lotta contro la proliferazione nucleare e la stabilità regionale. Questa decisione porta a un massiccio ritiro di società europee dal commercio con l’Iran per timore di sanzioni extraterritoriali da parte degli Stati Uniti. Washington ha anche intensificato le sanzioni contro la Russia di Putin e ha anche lanciato una guerra commerciale contro la Cina. È molto Tanto che gli Stati Uniti praticano una politica estera giuridica senza complessi …

Al di là delle sanzioni economiche e finanziarie che gli Stati Uniti impongono a società non americane, Washington mette a repentaglio la qualità delle relazioni transatlantiche e colpisce principalmente l’autonomia delle decisioni economiche degli altri paesi e la loro sovranità diplomatica. Inoltre, vediamo la nascita di alleanze inimmaginabili solo poco tempo fa: l’Unione europea è alleata con la Cina e la Russia per contrastare gli Stati Uniti sul primato iraniano. In Francia, il Senato sostiene la creazione di piattaforme finanziarie specifiche e un ruolo maggiore dell’euro al fine di contrastare le sanzioni extraterritoriali statunitensi. In tal modo,

“Questa non è una banca, ma un dispositivo su cui registrare il + e -,” ha detto il senatore Philippe Bonnecarrere Mercoledì, salutando il suo lato sia “rustica e robusta”. “Quando l’Iran vende petrolio alla Cina o in India, il + sarebbe in linea con questa piattaforma in proporzione al fatturato,” ha detto il senatore centrista del Tarn (centrista Union), autore di un rapporto della Commissione Affari europei del Senato, dal titolo “L’extraterritorialità delle sanzioni statunitensi: quali risposte dall’Unione europea?”.

1 / L’arma di extraterritorialità

Il predominio degli Stati Uniti sul mondo poggia su alcune leggi degli Stati Uniti le quali si applicano alle persone fisiche o giuridiche nei paesi terzi a causa dei legami a volte tenui con gli Stati Uniti (un pagamento in dollari, per esempio). È l’arma inarrestabile degli Stati Uniti per punire persone e società non americane. Le leggi si applicano in particolare a tutte le società che operano su mercati finanziari statunitensi regolamentati. Queste leggi riguardano essenzialmente tre aree: le sanzioni internazionali imposte, anche unilateralmente, dagli Stati Uniti; corruzione di funzionari pubblici all’estero; e, infine, l’applicazione della tassazione personale degli Stati Uniti ai cittadini statunitensi non residenti. Per Donald Trump l’applicazione della dottrina di extraterritorialità è una costante

2 / L’arma delle sanzioni economiche

Ieri, Cuba, Libia, Sudan, oggi, ancora Iran, Russia. Gli Stati Uniti attuano le sanzioni economiche e gli embarghi caso per caso. Ad esempio, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la CAATSA (Controversia degli americani attraverso il Sanctions Act), per punire la Russia per “contrastare i nemici degli Stati Uniti attraverso le sanzioni”. Questa legge impone sanzioni economiche contro qualsiasi entità o paese che concluda contratti di armi con società russe. Gli Stati Uniti hanno anche ripristinato un embargo contro l’Iran a maggio e hanno esortato il resto del mondo a rispettarlo, oppure imporre sanzioni finanziarie a società americane e straniere che lo violerebbero. Donald Trump ha chiamato alla fine di settembre tutti i paesi del pianeta per isolare il regime iraniano, denunciando la “Dittatura corrotta” al potere secondo lui a Teheran.

E attenti a coloro che vogliono scivolare nelle fessure. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC), un dipartimento del Tesoro che applica le sanzioni finanziarie internazionali statunitensi, impiega circa 200 persone e ha un budget di oltre $ 30 milioni. In particolare, l’UFAC monitora le transazioni finanziarie globali per rilevare movimenti sospetti. Tutte le transazioni effettuate dai canali ufficiali sono registrate e quindi controllabili quando vi sono mezzi di elaborazione di massa. Questo è ovviamente il caso degli Stati Uniti.

Nel 2014, BNP Paribas ha ricevuto una multa stratosferica di quasi $ 9 miliardi per aver violato le sanzioni internazionali statunitensi. In questo caso, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sottolineato la dimensione della sicurezza nazionale, che è una delle giustificazioni tradizionali per l’extraterritorialità. All’inizio di settembre, Société Générale ha valutato le multe che dovrà pagare dopo aver effettuato transazioni in dollari coinvolgendo paesi soggetti a sanzioni statunitensi, tra cui l’Iran, a quasi 1,2 miliardi di euro.

Attualmente, Danske Bank, la più grande banca danese, ha annunciato all’inizio di ottobre di essere indagata dalle autorità statunitensi. La sua filiale estone, che è al centro dello scandalo, ha visto circa 200 miliardi di euro passare attraverso i conti di 15.000 clienti stranieri non residenti in Estonia tra il 2007 e il 2015. Le transazioni sono state fatte in dollari ed euro. Una gran parte di questi fondi è stata ritenuta sospetta, il che potrebbe portare l’ammontare di denaro sporco a diverse decine di miliardi di euro, principalmente dalla Russia.

3 / L’arma anticorruzione

Nessuna questione di giocare con la corruzione. Gli Stati Uniti stanno guardando. Ad esempio, la legge statunitense punisce la corruzione di funzionari pubblici all’estero. Questa lotta è incarnata nel 1977 dal Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) e gli Stati Uniti hanno messo i mezzi in atto. Come tali, sono stati tra i principali sostenitori della Convenzione sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle transazioni commerciali internazionali, adottata nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 1997. Inoltre, la lotta alla corruzione è chiaramente considerata la seconda priorità dell’FBI, subito dopo l’antiterrorismo.

Il mancato rispetto di questa legislazione ha comportato sanzioni molto gravi per le società europee. È il caso di Alstom, che nel 2014 ha ricevuto una multa di 772 milioni di dollari per aver violato la legislazione anti-corruzione degli Stati Uniti. Siemens, che ha acquistato l’attività di trasporto di Alstom, è stata anche raggiunta nel 2008 dal sistema di giustizia americano (800 milioni), proprio come Total (398 milioni), Alcatel (137 milioni) e molti altri … Airbus è altrove nel crocevia della giustizia americana, che controlla le indagini del Serious Fraud Office britannico e l’ufficio del procuratore nazionale francese lanciato contro il produttore europeo.

4 / L’arma del protezionismo commerciale

Questo è uno dei maggiori rischi per il commercio globale, l’aumento delle misure protezionistiche. Nel 2017, il 20% di questi sono state emanate dagli Stati Uniti, che aumenta notevolmente il loro impatto sull’economia globale, AON ha affermato nella sua 21 ° edizione della mappatura internazionale dei rischi politici, il terrorismo e la violenza politica. “L’impatto di includere la decisione di Donald Trump è significativa in metallurgia e aerospaziale e potrebbe portare a misure di ritorsione, soprattutto dalla Cina , aveva stimato in aprile Jean-Baptiste Ory, Responsabile Rischi politici Polo Aon Francia.

Non si sbagliava. Dopo l’imposizione di reciproche tariffe punitive del 25% su 50 miliardi di merci quest’estate, Donald Trump ha imposto tariffe punitive sui beni cinesi per un valore di 250 miliardi di dollari all’anno all’inizio di settembre. Inoltre minaccia di incassare 267 miliardi di dollari in importazioni aggiuntive, quasi tutte le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Pechino aveva promesso di contrattaccare con l’imposizione di tariffe del 5 o del 10% su prodotti statunitensi del valore di $ 60 miliardi di importazioni annuali.

5 / L’arma CFIUS

Gli Stati Uniti erano già uno dei paesi in cui gli acquirenti stranieri dovevano mostrare le loro parti riservate per acquisire una società americana con tecnologie sensibili. Non era abbastanza per Donald Trump. Mercoledì l’amministrazione statunitense ha deciso di adottare ulteriori misure per bloccare l’industria degli investimenti stranieri. Le nuove regole, relative alla riforma della commissione per gli investimenti esteri (CFIUS) adottata quest’estate, richiederanno agli investitori stranieri di presentare alle autorità qualsiasi acquisizione – non solo acquisizione di imprese – in una società statunitense appartenente ad uno dei 27 settori chiave designati, tra cui aeronautica, telecomunicazioni, industria informatica, semiconduttori e batterie. Questa riforma è il primo aggiornamento delle regole CFIUS da oltre 10 anni. Tuttavia, l’amministrazione Trump preparerebbe altri regolamenti per i campi dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture.

Queste nuove regole entreranno in vigore il 10 novembre prima della realizzazione finale in 15 mesi. Ora si aspettano che qualsiasi investimento straniero in una delle industrie chiave venga rivisto e alla fine bloccato se rappresenti “una minaccia di erosione della superiorità tecnologica” , secondo un alto funzionario del Tesoro. Tre criteri motivano l’ispezione del CFIUS: se c’è partecipazione straniera, da qualunque parte provenga, anche di minoranza; se esiste un’assegnazione straniera di un seggio nel consiglio di amministrazione della società americana in questione e se l’investitore straniero può influenzare il processo decisionale all’interno di tale società tecnologica.

Nessun paese straniero è stato preso di mira in modo specifico, ma in passato il CFIUS, un organismo intergovernativo la cui amministrazione fiduciaria è il Tesoro, ha bloccato le acquisizioni da parte degli investitori cinesi. Huawei ha già dovuto abbandonare l’acquisizione di aziende di computer statunitensi 3 Leaf nel 2012 e 3 Com nel 2008. Nel 2016, secondo le ultime cifre, il CFIUS aveva esaminato 172 transazioni, che erano al momento dell’acquisizione, e ha avviato 79 indagini con un’unica decisione negativa.

6 / L’arma ITAR

Quattro lettere preoccupano l’industria della difesa: ITAR (International Traffic in Arms Rules). Perché? Se un sistema di armamenti contiene almeno una componente statunitense ai sensi delle normative ITAR statunitensi, gli Stati Uniti hanno il potere di vietare la loro vendita all’esportazione in un paese terzo. Tuttavia, molte società francesi ed europee integrano componenti americane tra cui elettronica, in molti materiali, in particolare nei settori dell’aeronautica e dello spazio. “La nostra dipendenza da componenti soggetti alle regole ITAR è un punto critico” , aveva riconosciuto nel maggio 2011 all’Assemblea nazionale il CEO di MBDA, Antoine Bouvier.

Recentemente, Washington ha posto il veto sull’industria degli armamenti francesi, vietando l’esportazione del missile da crociera Scalp della MBDA in Egitto e Qatar. Di conseguenza, questa decisione impedisce la vendita di ulteriori Rafale al Cairo. Questo è chiaramente un attacco alla sovranità della Francia. Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti giocano con i nervi della Francia. Quindi, hanno esitato a lungo per utilizzare i regolamenti ITAR su un file francese in India. Alla fine non lo fecero. Nel 2013, avevano già rifiutato una richiesta di riesportazione negli Emirati Arabi Uniti di componenti “made in USA” necessario per la fabbricazione di due satelliti spia francesi (Airbus e Thales). La visita di François Hollande negli Stati Uniti nel febbraio 2014 ha risolto positivamente questo problema.

7 / L’arma del Cloud Act

Ora la legge Cloud (Overseas Chiarire Legale L’uso della legge sui dati) si applica a tutte le società sotto la giurisdizione degli Stati membri e che i dati di controllo, indipendentemente dal luogo in cui sono memorizzati, secondo l’avvocato Yann Padova . I principali cloud player statunitensi e le loro affiliate dovranno conformarsi. Proprio come faranno le altre compagnie del settore, anche europee, che operano sul territorio americano. Chiaramente, i dati memorizzati al di fuori degli Stati Uniti ma su server di proprietà di società statunitensi non possono più essere considerati sicuri. The Cloud Act offre agli Stati Uniti l’opportunità di accedere ai dati quando è ospitato dai fornitori di servizi cloud statunitensi, senza che gli utenti siano informati,

Fonte: The Tribune, Michel Cabirol , 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?, di Gianfranco Campa

Passate le elezioni americane di medio termine, mancano poche settimane all’avvio dell’estenuante campagna per le prossime elezioni presidenziali del 2020. Probabilmente una delle più importanti nella storia degli Stati Uniti. Come per il passato Italia e il Mondo seguirà la campagna con la dovuta attenzione e originalità_Giuseppe Germinario

 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?

Il partito democratico, dopo la mezza, direi deludente rispetto al dispiegamento di mezzi, timida vittoria alle elezioni di medio termine è alla ricerca di una strategia vincente da attuare in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Il tempo stringe, le primarie incombono, sono virtualmente già dietro l’angolo e cominciano ad affiorare i primi nomi dei potenziali candidati democratici alla corsa presidenziale. L’obiettivo è chiaro: spodestare l’usurpatore arancione, riconsegnare al vecchio establishment l’Impero e reinsediare l’imperatore legittimo , restituire alla natura l’armonia delle cose.

Tanti sono i nomi che veleggiano nell’immaginario della gente, che sbucano dal cilindro delle speranze democratiche. Alcuni sono nomi validi, altri sono chimere fantasiose pescate direttamente da un libro di fantascienza di Isaac Asimov. Nel reame dei candidati seri appaiono i nomi di Michelle Obama, Gary Booker, Kamala Harris, Sherrod Brown, Chris Murphy, Terry McAuliffe, Kirsten Gillibrand, Elizabeth Warren, Michael Bloomberg e il nostro vecchio caro Joe Biden. Bernie Sanders rappresenta invece l’incognita poiché non è più iscritto al partito Democratico visto che ora si professa indipendente. Poi ci sono nomi inverosimili come Oprah Winfrey, LeBron James e la nostro amata, mai dimenticata, Hillary Clinton. Ogni tanto rialza la testa, dispensa perle di saggezza e altezzosità politica, fra un lancio di anatemi contro Donald Trump e altri contro il sistema malvagio che gli ha pregiudicato l’ascesa al trono presidenziale cui teneva come a un diritto acquisito.

Hillary Clinton, non direttamente, ma attraverso i “suoi” canali mediatici più fedeli ha annunciato che correrà di nuovo alle elezioni del 2020,; parteciperà quindi alle primarie Democratiche. Inutile dire che la reazione è stata visceralmente negativa, non da parte dei Repubblicani badate bene, bensì da una larga fetta dello stesso elettorato democratico. Se l’accenno della Clinton a ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali è stato fatto per sondare, testare il terreno politico, vista la reazione negativa, la Clinton dovra` quindi arrivare alle dovute conclusioni; non la vuole virtualmente più nessuno. Ho messo la signora Clinton nell’elenco dei candidati fantastici proprio perché il suo desiderio di ricandidarsi rimarrà nel mondo delle fantascienza e nella sua testa da megalomane cui nessuno, a parte pochi nel partito democratico, vuole più sentire, vedere o dar credito.

Adesso il problema serio, il dilemma sempiterno che si pone nel partito democratico è quello di spiegare, convincere la Clinton che l’elettorato Democratico stesso ha ormai voltato pagina e che pochissimi sono disposti ad accettare una sua qualche ingerenza nella futura costruzione del partito democratico. La Clinton rappresenta il passato; lo sanno tutti, meno che lei. Lo stesso povero Bill Clinton, negli ultimi mesi si è defilato dal palcoscenico pubblico, mostrando più buon senso della moglie la quale si ostina o forse fa finta di credere che la sua figura politica sia ancora rilevante.

Fatto sta che nessuno dei candidati Democratici alle ultime elezioni di Medio Termine appena concluse, sia al Senato che alla Camera, ha chiesto il suo sostegno, il suo aiuto. Tutt’altro; hanno accuratamente evitato anche solo di menzionare in pubblico il nome della Clinton, preferendo invece invitare ai loro comizi personaggi politici del calibro di Joe Biden, Barack Obama e Bernie Sanders.

Allora si torna al questione che ho posto sopra. Chi avrà l’ardire di annunciare la cattiva novella alla Clinton? Ci saranno dei volontari disposti a subire la sua furia? Dovranno probabilmente essere precettati controvoglia e farsi  immortalare, sacrificandosi sull’altare della causa Democratica. Dovranno andare da Hillary Clinton e spiegarle che il suo regno dittatoriale è finito, la sua carriera politica sepolta e il suo delirio di potenza completamente fuori luogo.

In attesa di assistere ai fuochi pirotecnici, ci godiamo lo spettacolo offerto fin qui dalla signora Clinton. La settimana scorsa Hillary in un’intervista al theguardian, esaminando l’ascesa del cosiddetto populismo, ha dichiarato che l’Europa ha bisogno di leggi migratorie molto più severe per tenere lontano i fantasmi dei risorgenti nazionalismi. L’Europa dovrebbe chiudersi a riccio, perchè l’immigrazione di massa sta riaccendendo pericolosamente le torce dei movimenti nazionalisti.

La Clinton afferma che: “l’Europa ha fatto la sua parte e deve ora mandare un messaggio chiaro:  ‘non siamo più in grado di offrire rifugio e supporto a tutte queste persone’ questo perché se non si affronta il problema dell’immigrazione, le conseguenze saranno catastrofiche per la politica tradizionale.”  La Clinton ha poi proceduto a condannare Trump e la sua retorica incendiaria nel contesto dela tematica dell’immigrazione.

Prima di Trump però c’è stato un altro presidente che ha usato sul tema parole altrettando “incendiarie”. Quel presidente non era altro che il consorte di Hillary Rodham: Bill Clinton. Qui sotto un video del 1995 quando Clinton si riferiva al problema immigrazione usando le stesse parole di Trump oggi:

Detto questo, le dichiarazioni di Clinton contengono una parte di verità. Ma in queste dichiarazioni ha dimenticato, naturalmente, di prendersi le proprie responsabilità omettendo la parte in cui dovrebbe dichiarare che i motivi dei risorgenti nazionalismi sono figli delle decisioni disastrose prese,in termini geopolitici, dalla stessa Clinton nella sua opera di destabilizzazione di molte aree geografiche vicino all’Europa; tra le tante la Siria e la Libia.  Le politiche europee dell’austerità economica, imposte con le buone o con le cattive dalla dittatura UE, hanno anche contribuito al riaffacciarsi di questo populismo tanto odiato dalle élite politiche e finanziarie.

Le reazioni alle sue parole di condanna delle politiche migratorie europee sono state dure da parte dell’ala più  progressista del partito Democratico, incolpando la Clinton di ipocrisia e di paranoie razziste.  Tanto è bastato che la Clinton, il giorno dopo, su twitter, facesse un passo indietro specificando cosa intendeva nelle dichiarazioni fatti al theguardian: “ In una recente intervista, ho parlato di come l’Europa deve respingere il nazionalismo di destra e l’autoritarismo, anche affrontando il problema migrazione con coraggio e compassione. Su questo argomento ho anche tenuto un discorso completo il mese scorso.” “Su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo bisogno di riforme. Non frontiere aperte, bensì leggi sull’immigrazione applicate con equità e rispetto dei diritti umani. Non possiamo lasciare che la paura o il pregiudizio ci costringano a rinunciare ai valori che hanno reso le nostre democrazie sia grandi che buone.”

La precisazione alle sue dichiarazioni non ha calmato i bollenti spiriti negli ambienti della sinistra americana che vuole la Clinton consegnata per sempre agli annali della storia; non ha impressionato la destra che considera le dichiarazioni di Clinton semplicemente un atteggiamento da pre-candidata, in linea con la sua tipica ipocrisia.  La sua dichiarazione anti-immigratoria va ricercata nella necessità di Clinton di rimanere rilevante nel gioco politico.  Possiamo dire che Hillary doppia il Trumpismo, testando il terreno, nella speranza che possa aiutarla eventualmente nella sua potenziale corsa presidenziale per il 2020. Alla fine con le sue dichiarazioni non ha fatto felice nessuno.

Rimane un’ultima considerazione da fare: Può essere che la Hillary Clinton non abbia nessuna intenzione di ricandidarsi, ma abbia semplicemente lanciato un messaggio alle élite del globalismo e della Unione Europea; prevenire l’avvento di regimi populisti è ancora più importante della acquisizione di manodopera a basso costo…

https://www.theguardian.com/world/2018/nov/22/hillary-clinton-europe-must-curb-immigration-stop-populists-trump-brexit

PETER NAVARRO E I GLOBALISTI, a cura di Gianfranco Campa

Nei numerosi articoli e podcast sulle vicende politiche e sull’aspro scontro che contrappone una vecchia classe dirigente arroccata ed una nuova in via di formazione negli Stati Uniti ci siamo soffermati soprattutto sulle dinamiche di questo conflitto e sulle forze in campo. Con il commento all’intervento di Peter Navarro si intende sottolineare un degli aspetti alla base di queste dinamiche: la destabilizzazione della formazione sociale statunitense e della sicurezza militare legate al processo di globalizzazione e all’ambizione di dominio unipolare e la conseguente reazione_Giuseppe Germinario

 

 

PETER NAVARRO RIVOLGE UN MONITO AI GLOBALISTI

 

Peter Navarro, il principale consigliere sui trattati internazionali di Donald Trump, ha rivolto un pressante monito diretto ai rappresentanti di Wall Street e ai globalisti mondiali: non interferire nei colloqui in atto fra l’amministrazione Trump e i Cinesi sulla rinegoziazione dei trattati economici e sull’imposizione di nuovi pesanti dazi sui prodotti cinesi.

Le parole di Navarro non devono sorprendere, poiché il Professor Navarro è personalmente coinvolto in una battaglia che ormai conduce da molti anni sui pericoli della globalizzazione, in particolare per l’aspetto relativo al rapporto commerciale tra Stati Uniti e Cina.

La battaglia per il riposizionamento nel rapporto commerciale fra i vari paesi del mondo e gli Stati Uniti è una priorità della Casa Bianca di Trump. Termini come nazionalismo si sovrappongono al globalismo. Peter Navarro è la punta di lancia in questo scontro fra Wall Street, cioè i globalisti, e Main Street, cioè i nazionalisti.

Negli ultimi decenni, Wall Street, con il supporto della Camera di Commercio Americana, ha cannibalizzato Main Street a scapito del profitto, riducendo in cenere l’industria manifatturiera americana. Le politiche economiche di Wall Street sono diametralmente opposte a quelle di Main Street. Questo potere intrinseco di Wall Street è l’epicentro delle cosiddette “fogne di Washington”.

Lo scorso Venerdì, parlando al CSIS (Center for Strategic and International Studies) per oltre un’ora, Navarro ha sottolineato le problematiche degli scambi commerciali con la Cina e soprattutto come i banchieri di Wall Street e i manager di hedge funds stanno ostacolando i tentativi di ricalibrare il rapporto con la Cina da parte dell’amministrazione Trump. Le parole di Navarro indirizzate a queste entità sono state durissime, al limite della minaccia.

Qui sotto trovate la traduzione di un estratto di tre minuti, estrapolato dall intero intervento di Navarro. Intervento che ha suscitato molto scalpore in certi ambienti americani.

 

https://www.c-span.org/video/?c4759972/peter-navarro-billionaire-globalists-pushing-white-house-cut-trade-deal-china

 

https://www.youtube.com/watch?v=k7SkF6bbSkE

 

QUESTO RAPPORTO IDENTIFICA CON LA MASSIMA CHIAREZZA UNA MINACCIA ALLA BASE INDUSTRIALE DELLA DIFESA  USA:  QUESTA E’ LA VISIONE DEL DOD (Dipartimento di Difesa) E DEGLI ALTRI ELEMENTI DI QUESTO GOVERNO, ED E’  MOLTO DIVERSA DA QUELLA DEI BANCHIERI DI WALL STREET E DELLE ÉLITE GLOBALISTE. CONSIDERATE PER ESEMPIO LA DIPLOMAZIA OMBRA TRA U.S. E CINA CHE VIENE ATTUATA DA UN GRUPPO INDIPENDENTE, AUTO PROCLAMATOSI ALTERNATIVO AL GOVERNO AMERICANO, COMPOSTO DAI BANCHIERI DI WALL STREET E DIRIGENTI DI HEDGE FUNDS. NEL QUADRO DI UNA OPERAZIONE DI INFLUENZA DEL GOVERNO CINESE, MILIARDARI GLOBALISTI  ESERCITANO UNA FORTISSIMA PRESSIONE A 360° SULLA LA CASA BIANCA IN PREVISIONE DEL G20 IN ARGENTINA. LA MISSIONE DI QUESTI AGENTI UFFICIOSI DEL GOVERNO CINESE, PERCHÉ  E’ QUESTO CHE SONO, E’  FORZARE IL PRESIDENTE A FIRMARE UN ACCORDO. SU QUESTO, DUE PUNTI DEVONO ESSERE CHIARI: IL PRESIDENTE DONALD TRUMP HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE SUGLI ACCORDI COMMERCIALI, HA AVUTO ANCHE IL CORAGGIO E LA SAGGEZZA DI RESISTERE ALLE ELITE GLOBALISTE, DI RESISTERE AI PAESI CHE SI IMPEGNANO IN PRATICHE COMMERCIALI SLEALI, SCAMBI INEGUALI, ALTI DAZI, USANDO IL MONDO – USANDO IN PARTICOLARE GLI STATI UNITI – COME LA BANCA DEL MONDO. E PRODUCENDO UNO SBILANCIO COMMERCIALE, PERCHÉ’ QUESTO FANNO, OGNI ANNO UNO SBILANCIO COMMERCIALE DI UN TRILIONE DI DOLLARI. QUESTO È UN PURO E SEMPLICE TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA ALL’ESTERO: POSTI DI LAVORO, FATTORI PRODUTTIVI E SOLDI. DONALD TRUMP HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE, AFFRONTANDO QUESTA REALTA’, E SE IN PASSATO NON HA AVUTO BISOGNO DELL’AIUTO DI WALL STREET; NON HA AVUTO BISOGNO DELL’AIUTO DI GOLDMAN SACHS, ANCOR MENO NE HA BISOGNO OGGI. QUANDO QUESTI PSEUDOAGENTI STRANIERI SENZA TESSERA SI DANNO A QUESTO TIPO DI DIPLOMAZIA – COSIDDETTA DIPLOMAZIA, – NE VIENE PREGIUDICATA LA FORZA DEL PRESIDENTE E LA SUA POSIZIONE NEGOZIALE. NIENTE DI BUONO PUO’  VENIRE DA QUESTO. SE E QUANDO CI SARA’ UN ACCORDO, SARÀ ALLE CONDIZIONI DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP, NON A QUELLE DI WALL STREET. SE  WS E’ COINVOLTA E CONTINUA AD INTROMETTERSI IN QUESTO NEGOZIATO, SE NE SENTIRA’ IL CATTIVO ODORE INTORNO A QUALSIASI ACCORDO VENGA PATTUITO. AVRA’ LA FIRMA DI  WALL STREET. RIVOLGO UN PRESSANTE INVITO A QUESTI PSEUDOAGENTI A DESISTERE. NON NE PUÒ ‘VENIRE NIENTE DI BUONO. SE VOGLIONO FARE DEL BENE, SPENDANO I LORO MILIARDI A DAYTON, OHIO, NELLE CITTA’ INDUSTRIALI D’AMERICA, DOVE ABBIAMO BISOGNO DI FAR RINASCERE LA NOSTRA MANIFATTURA DI BASE  E RISOLVERE L’EPIDEMIA DI DIPENDENZE DA OPPIOIDI CHE HANNO CREATO DELOCALIZZANDO LA NOSTRA PRODUZIONE.”

IDENTIFIED THREAT TO AMERICA’S DEFENSE INDUSTRIAL BASE. NOTHING CAN BE CLEARER IN THIS REPORT. THIS IS A VERY DIFFERENT VIEW THAT DOD AND OTHER ELEMENTS OF THIS GOVERNMENT HAVE BEEN THE WALL STREET BANKERS AND GLOBALIST ELITES. CONSIDER THE SHADOW DIPLOMACY THAT IS NOW GOING ON BY A SELF-APPOINTED GROUP OF WALL STREET BANKERS AND HEDGE FUND MANAGERS BETWEEN U.S. AND CHINA. AS PART OF A CHINESE GOVERNMENT INFLUENCE OPERATION, GLOBALIST BILLIONAIRES ARE PUTTING THE FULL COURT PRESS ON THE WHITE HOUSE IN ADVANCE OF THE G20 IN ARGENTINA. THE MISSION OF THESE UNREGISTERED FOREIGN AGENTS, THAT’S WHAT THEY ARE, UNREGISTERED AGENTS TO PRESSURE THIS PRESIDENT INTO SOME KIND OF A DEAL. TWO POINTS HAVE TO BE MADE CLEAR ABOUT THIS. PRESIDENT DONALD TRUMP HAS DONE AN INCREDIBLE JOB — INCREDIBLE JOB ON TRADE. HE HAS HAD THE COURAGE AND WISDOM TO STAND UP TO THE GLOBALIST ELITES, TO STAND UP TO THE COUNTRIES OF THE WORLD THAT ARE ENGAGING IN UNFAIR TRADE PRACTICES, NONRECIPROCAL TRADE, HIGH TARIFFS, USING THE WORLD — USING THE UNITED STATES AS THE BANK OF THE WORLD. RUNNING UP A TRADE DEFICIT EVERY YEAR BECAUSE THEY DO THAT OF OVER A HALF $1 TRILLION. THAT IS A PURE TRANSFER OF WEALTH ABROAD. JOBS, FACTOR, AND MONEY. DONALD TRUMP HAS DONE AN AMAZING JOB OF ADDRESSING THAT ISSUE AND HE DIDN’T NEED THE HELP OF WALL STREET, HE DIDN’T NEED THE HELP OF GOLDMAN SACHS AND HE DOESN’T NEED IT NOW. WHEN THESE UNPAID FOREIGN AGENTS ENGAGE IN THIS KIND OF DIPLOMACY, SO CALLED DIPLOMACY, ALL THEY DO IS WEAKEN THIS PRESIDENT AND HIS NEGOTIATING POSITION. NO GOOD CAN COME OF THIS. IF AND WHEN THERE IS A DEAL, IT WILL BE ON PRESIDENT DONALD TRUMP’S TERMS NOT WALL STREET’S TERMS. IF WALL STREET IS INVOLVED AND CONTINUES TO INSINUATE ITSELF INTO THESE NEGOTIATION THERE WILL BE A STENCH AROUND ANY DEAL THAT IS CONSUMMATED. IT WILL HAVE THE FACTS OF WALL STREET. I WOULD URGE THESE AGENTS TO STAND DOWN ON THIS ISSUE. NO GOOD CAN COME OF IT. IF THEY WANT TO DO GOOD, SPEND THEIR BILLIONS IN DAYTON, OHIO, IN THE FACTORY TOWNS OF AMERICA, WHERE WE NEED A REBIRTH OF OUR MANUFACTURING BASE  AND TO THE OPIOID CRISIS WHICH I HAVE TO CREATE BY OFF SHORING OUR PRODUCTION.

Trump dovrebbe incontrare il presidente cinese Xi Jinping a Buenos Aires, in Argentina, alla fine di novembre a margine di un summit dei leader del G20 per discutere di una possibile via d’uscita dalla loro sempre più intensa guerra commerciale.

 

 

ELEZIONI DI MEDIO TERMINE: Mezzo smacco, mezza vittoria, di Gianfranco Campa

Le elezioni di medio termine più attese, più politicamente esplosive nella storia della politica americana si sono concluse. Le sentenze che arrivano dai seggi elettorali sono chiare.  La strategia della tensione,  attuata dai democratici e dallo stato ombra, è stata solo parzialmente vincente . La discesa insolita in campo di mostri sacri, di Obama in particolare, ha sortito un effetto positivo solo parziale in campo democratico e ha risvegliato gli umori militanti nel campo repubblicano.

I repubblicani incrementano i senatori, i democratici riprendono la Camera. L’onda blu non c’è stata, l’apoteosi dei democratici si è spenta. Il nostro sito è stato l’unico in Italia a pronosticare con molte settimane di anticipo che i Repubblicani avrebbero aumentato il numero dei deputati al Senato e perso il controllo della Camera per pochi seggi.

La mappa geografica elettorale dell’ Americana conferma la dinamica ormai  in corso da decenni ma che ha subito bruscamente una accelerazione con le presidenziali del 2016: la polarizzazione estrema della politica e con essa della società americana. Le Città Stato e le regioni costiere delle élite americane sono andate appannaggio dei Democratici; il centro e l’interno del paese si è invece, per l’ennesima volta, colorato di Rosso. I liberali-progressisti democratici contro i conservatori della destra Repubblicana. Due mondi che non s’incontrano, che non si parlano e che non comunicano più tra di loro.  Una divisione che non sarà più colmabile e che porterà alla frattura del paese e molto probabilmente, col tempo,  a una nuova guerra civile.

Questi due mondi se le sono cantate e dette di tutti i colori. Dalle elezioni di Trump nel 2016 ad oggi è stato un crescendo di accuse, tensione e violenza. La narrazione, la versione raccontata dai media e dai democratici, incluso l’Establishment Repubblicano, è stata prima la illegittimità della presidenza Trump in quanto burattino di Putin, eletto grazie alle interferenze Russe nelle elezioni americane. Accuse che hanno portato  all’inchiesta, non ancora conclusa, del Russiagate. Il Russiagate ha però fallito nell’obiettivo di influenzare e convincere  i Repubblicani, ma soprattutto la base elettorale di Trump della illegittimità del presidente, descritto come un traditore in modo tale da scalfirne l’immagine. Successivamente si è poi passati all’inchiesta, non ancora conclusa, del Pornogate. Anche il Pornogate ha però fallito nell’obiettivo di influenzare e convincere i Repubblicani, ma soprattutto la base elettorale di Trump, della immoralità del Presidente; non ne ha scalfito ancora una volta l’immagine. Si è poi passati alle bombe e alle sparatorie di massa, sempre con lo stesso obbiettivo, insinuandone la pericolosità in quanto razzista e suprematista bianco. Tutto questo condito nel frattempo da due anni di intensi abusi e pressioni verso gli elettori Trumpiani che hanno dovuto subire attacchi verbali e fisici da parte della massa democratica.

Si è accusato Trump di razzismo, omofobia, antisemitismo, collusione, tradimento etc. Si è accusato Trump di linguaggio incendiario, inaccettabile, rude, primitivo etc. Di riflesso le accuse erano dirette anche ai suoi elettori. Un disprezzo sempre più ostentato verso una larga parte di cittadini americani da parte dei media, dei democratici e dell’establishment repubblicano, che non ha precedenti nella storia politica moderna a stelle e strisce e che è iniziato molto prima dell’avvento di Trump.

Questo disprezzo delle élite americane verso gli elettori di Trump è lo stesso riservato al defunto Tea Party dell’era Obamiana. Obama aprì il vaso di pandora di questo sentimento quando in campagna presidenziale si riferì a una larga fetta di cittadini americani come a coloro che si aggrappano alla bibbia e alla pistola. Si è poi passati a Hillary Clinton la quale durante le presidenziali del 2016 ha descritto quegli stessi cittadini americani come un cesto di deplorabili. Questa retorica incendiaria continuerà per molto tempo ancora fino a quando la corda si spezzerà. Nel frattempo i servizi segreti incaricati di protteggere il presidente Trump hanno diramato la lista ufficiale del numero di indagini finora condotte contro persone o entità che hanno minacciato Trump di morte: 197, un numero senza precedenti.

Torniamo alle elezioni. Storicamente il partito del presidente in carica alle elezioni di medio termine perde la Camera,  a volte anche il Senato; per Trump non è stato diverso anche se, come ho detto prima, la cosiddetta onda blu non si è materializzata. I dati, se paragonati con altre elezioni presidenziali, sono positivi per Trump:

 

2010 Obama:: -63 seggi

1994 Clinton: -52

1958: Eisenhower: -48

1974 Ford (Nixon): -48

1966 Johnson: -47

1946 Truman: -45

2006 Bush: -30

1950 Truman: -29

1982 Reagan: -26

2018 Trump: -26

 

Trump ha limitato i danni, nonostante la mostruosa macchina da guerra politica ( e non solo) messa in atto contro di lui e contro i Repubblicani, almeno la fazione a lui fedele. I Democratici hanno speso due volte di più dei Repubblicani. Dati ufficiali non sono a disposizione e quantificare l’ammontare dei soldi spesi dal Partito Democratico è difficile. Secondo stime non ufficiali sarebbero più di 300 milioni i dollari investiti dai candidati democratici per queste elezioni. Cifre non sorprendenti soprattutto se si considera che miliardari come Michael Bloomberg, Tom Steyer e George Soros hanno speso una somma enorme del loro tesoro nella loro crociata anti-Trump sostenendo i vari candidati Democratici. Le stesse aziende del firmamento virtuale sono entrate direttamente in campo contro il Presidente. Allo stesso tempo i soliti donatori Repubblicani come i fratelli Koch ( Charles G. Koch and David H. Koch)  sono rimasti a guardare poiché fanno parte dell’apparato dell’Establishment Repubblicano e non avevano nessun interesse a sostenere l’agenda di Trump.

Altre considerazioni importanti. Anche se i Repubblicani  avessero mantenuto il controllo alla Camera, il margine sarebbe stato così piccolo, che nulla di importante avrebbe potuto essere approvato.

Con il controllo del senato i Repubblicani continueranno a nominari giudici alle corti federali, cosa non di poco conto.

Il controllo dei Democratici alla camera comporta comunque forti rischi per Trump. I pericoli in vista sono ostruzione e indagini continue da parte dei deputati democratici.

L’affluenza è aumentata, ma non ai livelli presidenziali. Nelle ultime tre elezioni presidenziali, circa 130 milioni hanno votato. Sembra che ieri siano andati a votare circa 100 milioni.

La quota degli elettori bianchi è in calo. Gli elettori bianchi erano il 79% di tutti gli elettori nel 2006; 77% nel 2010; 75% nel 2014 e 72% ieri. Nel 2006, l’ultima volta che i Democratici presero il controllo della Camera, persero fra gli elettori bianchi più di quattro punti. Ieri i Democratici hanno perso 10 punti di elettorato bianco.

Il problema di consenso dei Repubblicani da parte delle donne è cresciuto. Nel 2006, i repubblicani hanno perso fra le donne dodici punti. Ieri, hanno perso altri diciannove punti rispetto al 2006.

L’affluenza degli elettori 65+ è aumentata, probabilmente grazie a Trump che riesce a caratterizzare le elezioni attribuendo ad esse una rilevanza nazionale. Ieri, gli anziani  hanno raggiunto il 26% dell’elettorato. Nelle ultime tre elezioni, erano  rispettivamente 19, 21 e 22%.

Il voto giovanile non è stato molto positivo. La fascia dei 18-29 anni ieri erano il 13% degli elettori. Nelle ultime tre elezioni mediamente erano il 12, 12 e 13%.

Il divario scolastico è diventato più ampio. Nel 2006 i laureati erano +7% a favore dei democratici. Ieri erano circa  +30%. Sta di fatto che l’elettorato è sempre più diviso in nicchie; una tendenza che lascia presagire un futuro particolarmente inquieto e spietato.

Trump, intanto, ha immediatamente dimissionato Jeff Sessions, reo da tempo di non aver minimamente contrastato l’azione e le scorribande del Procuratore Muller nel Russiagate e Pornogate. Lo stesso Muller potrebbe essere la prossima vittima designata prima che, a gennaio, si insedi la nuova Camera del Congresso. Qualche scheletro nell’armadio da scovare per agevolare la defenestrazione sarà sempre disponibile. Trump ha ormai dimostrato di poter contare anche lui sul sostegno efficace anche se ancora minoritario di componenti significative degli apparati. Il prezzo pesante di questo salvacondotto lo abbiamo evidenziato più volte nel corso di questi due anni. L’esito finale dello scontro, per altro, non prevede prigionieri. La caduta di peso dei neocon in campo repubblicano e il mancato successo della componente più radicale e sinistrorsa del partito democratico non farà che rendere ancora più netti gli schieramenti almeno sino a quando il successo di Trump potra fungere da parafulmine e nascondere e sopire le faide che covano in campo democratico. Intanto guerra si vuole, guerra sarà. Anzi, guerriglia all’interno e prosecuzione dello scompiglio nel mondo multipolare prossimo venturo

 

 

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON, di Gianfranco Campa

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON

Uno si chiama Cesar Altieri Sayoc, l’altro si chiama Robert D. Bowers. Il primo è il 56enne bombarolo della Florida, il secondo il 46enne assassino di innocenti ebrei che partecipavano, di sabato, alla funzione religiosa in una Sinagoga (Tree of Life) di Pittsburg. Il primo ha spedito 14 bombe ad altrettanti rappresentanti dell’apparato del partito Democratico, fra mass media, donatori e politici. Il secondo ha assassinato a sangue freddo 11 persone e ferito 6. Il primo è un “bodybuilder” che odia i democratici, il secondo un demente suprematista bianco, antisemita, che odia gli ebrei.

Questi due individui sarebbero accomunati, secondo la versione mass mediatica e politica di stampo democratico, da un odio viscerale per tutto quello che viene individuato come la fogna dell’establishment del potere e entrambi, sempre secondo i mass media e i democratici, sarebbero stati influenzati, aizzati nel loro impeto criminale dalla retorica odiosa proveniente dal Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

Le azioni violente di questi due individui possono considerarsi vero e proprio terrorismo. Mentre Robert D. Bowers ha distrutto undici vite, le “bombe” di Sayoc non hanno fatto danni né materiali né fisici, se si esclude lo stress emotivo causato alle organizzazioni e persone che hanno ricevuto le bombe, stress che non deve essere minimizzato, perché per definizione tecnica, il terrorismo si esplica anche senza violenza vera, semplicemente nel momento in cui si crea terrore attraverso la sola minaccia di danno fisico a persone e cose. La minaccia di violenza per ragioni politiche, religiose o ideologiche corona una volta per tutte la definizione di terrorismo.

Le analogie però finiscono qua, poiché le storie di questi due terroristi viaggiano su due binari completamente separati; nonostante le ginnastiche mentali dei mass media intente a connettere questi due eventi al comportamento e alle parole di Trump, la realtà è molto lontana da quella rappresentata dalle fonti mediatiche.

Indagando un po più a fondo su questi atti di terrorismo si scoprono aspetti interessanti e lugubri.

Partiamo da Bowers:  Era ormai da molti mesi che Robert D. Bowers continuava a rigurgitare sul sito Gab, tramite i suoi post, la sua intolleranza antisemita, affermando che gli ebrei erano il “nemico dei bianchi” fino a quando poi, sabato scorso, ha concretizzato i suoi propositi entrando nella sinagoga Tree Of Life di Pittsburgh con un fucile d’assalto e tre pistole e aprendo il fuoco al grido di: “Non posso stare seduto a guardare la mia gente  (i Bianchi) essere massacrata.”  Al Termine della follia omicida di Bowers 11 persone hanno terminato il loro viaggio terreno.

Bowers, aveva 21 pistole registrate a suo nome, ma secondo le dichiarazioni ufficiali non era noto alle forze dell’ordine prima della sparatoria.

Bowers frequentava il sito Gab, un social network che si autoproclama piattaforma dedicata alla libera espressione della parola. Sito che è molto popolare tra gli attivisti di estrema destra e i nazionalisti bianchi. Dopo essersi iscritto a Gab, lo scorso Gennaio, Bowers aveva condiviso un fiume di insulti antiebraici e teorie complottistiche. Fra questi messaggi si trova anche la smentita alla tesi sostenuta dai mass media secondo la quale è stato istigato ad agire perché ispirato dalla retorica di Donald Trump: “Trump è un globalista non un nazionalista…”  sentenziava Bowers. In altre parole Trump e tutto il suo movimento MAGA (Make America Great Again) erano influenzati dagli ebrei. Bowers nei suoi post e nella sua retorica considerava Trump un nemico della razza bianca quanto gli ebrei stessi. Questo smentisce la teoria secondo cui Trump abbia ispirato il demente Bowers a commettere il suo codardo atto di terrorismo. Qui trovate il link ai post di Bowers: https://imgur.com/a/cwB9QkR

Del passato di Bowers si sa poco o niente. Sino alla furia omicida mostrata in Pittsburgh, Bowers era una figura del tutto anonima, apparsa all’improvviso, come una cometa di sventura, pochi mesi fa sull’universo di Gab.

Quello che invece si sa dell’altro terrorista Cesar Sayoc è abbastanza da scriverci un libro; allo stesso tempo, quella delle bombe inesplose spedite da Sayoc alle vittime democratiche è una storia che pone molte domande e offre poche risposte.

Le quattordici bombe inoperative, spedite da Sayoc a personaggi del calibro di Hillary e Bill Clinton, George Soros, John Brennan, Barack Obama e alla CNN hanno scatenato la rabbia dei mass media e dei democratici, tutta diretta contro Trump per aver motivato con il suo linguaggio incendiario la sua mano. Sayoc è stato arrestato in Florida, dove risiedeva. Il suo furgone bianco, tappezzato di adesivi contenenti messaggi pro-Trump e anti-Democratici è diventato l’autoveicolo più famoso in America dai tempi della famigerata limousine su cui viaggiava Kennedy nel 1963.

Ma chi era esattamente Sayoc? A differenza di Bowers, Sayoc ha una lunga, estesa lista di precedenti penali. Sono almeno dieci, secondo il Dipartimento di Giustizia della Florida, gli arresti di cui il prode è stato oggetto negli anni, incluso uno  nel 2002 per aver minacciato di far saltare in aria la sede della Florida Power and Light (Azienda elettrica della Florida.) Il suo appuntamento più recente con le forze dell’ordine è stato nel 2015.

L’arresto di Sayoc, da parte del FBI è avvenuto a Ventura, in Florida, quarantotto ore dopo la spedizione da parte sua dei pacchi bomba. Sayoc era anche noto su Facebook come Cesar Altieri Randazzo. Al suo arresto tutti i mass media lo hanno prontamente etichettato come un fanatico sostenitore di Trump. Dopo l’arresto, le foto e i video del furgone bianco di Sayoc, appena sequestrato dall’FBI e tapezzato di molteplici adesivi e memorabilia pro-Trump, hanno fatto il giro del mondo. E’ stato immediatamente ribattezzato il  “Trump Van” ed è diventato lo strumento usato dai media per attaccare Trump; il furgone di Sayoc simbolo dell’odio dell’America di Trump.

Ma è proprio a partire dal furgone che sorgono i primi seri dubbi sulla legittimità della versione ufficiale su questa storia del terrorista Trumpiano. Le foto mostrano un vecchio Ford Bianco, tappezzato di messaggi, posters, adesivi e cappelli di baseball Pro-Trump in evidenza sul cruscotto; un vero e proprio appariscente cartellone pubblicitario itinerante, un bel pugno nell’occhio che difficilmente sfugge all’attenzione della gente. Il furgone non mostra grandi segni di ammaccature o rigature sulla carrozzeria, un fatto alquanto strano poiché negli ultimi tre anni i sostenitori di Trump sono stati vittime di vari atti di vandalismo, specialmente se si permettono di ostentare i simboli del loro sostegno. Un furgone così avrebbe attratto l’attenzione di molti curiosi e presumibilmente di potenziali vandali militanti anti-Trump. Un altra perplessità sul furgone suscita la relativa integrità degli adesivi affissi sui finestrini. Gli adesivi appaiono ancora molto vividi nel loro colore originale, come se fossero stati attaccati non due-tre anni prima, bensì pochi giorni prima. Normalmente questi adesivi dovrebbero mostrare segni di scolorimento o ingiallimento, specialmente se si considera il sole cocente che batte sulla Florida per buona parte dell’anno.

Ma veniamo ai misteri sulla personalità di Sayoc. Ex calciatore professionista, ex ballerino spogliarellista, ex bodybuilder, promotore di eventi e coordinatore di marketing per un Casinò.

Il Casinò presso cui lavorava si chiamava Seminole Hard Rock Casino in Florida, una società di proprietà della Tribù Indiana Seminole. Casinò di proprietà e gestione della Nazione Sovrana Seminole, un fatto questo importante poiché tradizionalmente, vigorosamente e pubblicamente, i Seminole non hanno mai nascosto la loro foga anti-Trump e pro-democratica, al punto tale che parte del loro lucrosi introiti finanziari  viene reinvestito nel partito democratico sotto forma di donazioni. Sembra alquanto strano quindi che un’azienda apertamente schierata nel sostegno ai Democratici, tolleri un loro impiegato, Sayoc, così vistosamente, pacchianamente sostenitore di Trump. Infatti la direzione di Hard Rock Casino ha smentito che Sayoc sia un loro lavoratore, ma a quel punto era troppo tardi perché la notizia era già stata resa pubblica sui siti di informazione. Il profilo social di Sayoc diceva chiaramente che lavorara per i Seminole. C’è di più; fino al 2016, secondo i dati ufficiali, Sayoc era iscritto al Partito Democratico per poi trasformarsi in un  ‘fanatico” sostenitore di Trump. Intendiamoci una scelta non di per sé strana o impossibile visto che molte persone decidano di cambiare alleanza politica da un partito ad un altro, nel caso di Sayoc però questo cambio ha il sapore più di fabbricazione, di depistaggio, che di genuino cambio di fede politica.

Da dove deriva questo dubbio che tutto l’affare Sayoc sia una completa macchinazione occulta? La teoria che tutta questa storia delle bombe sia ingannevole e manipolata scaturisce dalla rivelazione più  inquietante. Secondo quanto riferito dalla televisione locale della Florida WPTV, Cesar Sayoc ha lavorato anche presso un locale di spogliarelli come buttafuori e DJ, l’Ultra Gentleman’s Club di West Palm Beach, in Florida. In questo locale, fino allo scorso Aprile, cioè un po` prima che scoppiasse lo scandalo del pornogate, si è esibita la famosa pornodiva  Stormy Daniels. Una “coincidenza” alquanto curiosa che pone una serie di domande sulla legittimità di questa storia del bombarolo della Florida.

Altra coincidenza “anomala”,  l’esibizione di  Stormy Daniels ad Aprile è avvenuta in concomitanza  con la visita del presidente Donald Trump in Florida. Abbastanza interessante anche il fatto che lo strip club si trova vicino al campo da golf di proprietà di Trump. Il DJ di quella serata, inutile dirlo, era appunto Sayoc.

L’affare Sayoc è costellato di informazioni alquanto bizzarre. Secondo il manager del club, Stacey Saccal, il locale stesso non ha ricevuto mai lamentele da parte di altri membri dello staff o clienti sul comportamento di Sayoc; a tutti è sembrato un “bravo ragazzo”. “Non ho mai saputo che il suo furgone era coperto di adesivi politici, pensavo fosse un camioncino di gelati”, ha detto Saccal a WPTV. Saccal ha anche detto che i suoi dipendenti non avevano idea che Sayoc fosse un militante politico. Non ha mai parlato di politica al lavoro e nessuno ha notato gli adesivi sul suo furgone. Un particolare importante visto che darebbe credito all’ipotesi che gli adesivi erano di recente affissione, cioe` poco prima che Sayoc spedisse le bombe.

Questa storia di Sayoc e di Bowers lascia molto perplessi e solleva una serie di domande più che legittime. Perché tutti e due questi personaggi hanno fatto scattare il loro impeto terrorista ed omicida a pochi giorni dalle elezioni di medio termine? L’incrocio Stormy Daniels-Sayoc è stato realmente frutto di una coincidenza? Come ha fatto il furgone di Sayoc a rimanere anonimo, tappezzato come era da “camioncino di gelati” ?  Come mai nessuna delle bombe è esplosa nonostante che l’FBI si sia affrettata a dichiarare che le bombe erano perfettamente funzionanti, cosa poi smentita da un gruppo di esperti di esplosivi? Come ha fatto l’FBI a risolvere la matassa terroristica del bombarolo anti-democratico nel giro di quarantotto ore, dopo che a più di un anno di distanza ha chiuso le indagini sulla strage di Las Vegas senza trovare un movente alla follia omicida di Stephen Paddock? Chi era Bowers prima che apparisse improvvisamente sulla scena delle reti sociali con i suoi post antisemiti? Chi si celava realmente dietro quegli individui che alimentavano l’odio di Bowers partecipando attivamente con commenti e condividendo link sui suoi post su Gab?

A queste domande probabilmente non avremo mai una risposta. Quello che a mio parere però appare chiaro è che una “manina” abbia prenotato tutte le “fermate” prima delle elezioni di medio termine. Può essere che a forza di bomba o non bomba arriveranno a Washington. Martedì sapremo se questa strategia avrà funzionato nell’esito elettorale.

Intanto ha funzionato nella tempistica di una stampa e di un sistema mediatico così solerti nel costruire uno scenario così fosco e compromettente nei confronti di Trump e dei suoi sostenitori, ma così distratti ed evanescenti quando atti ben più gravi, minacciosi e pericolosi, nelle settimane a ridosso delle prodezze dei due energumeni, hanno interessato la sicurezza e l’incolumità fisica di personaggi di primo piano dello staff presidenziale e di uomini politici a lui vicini. Appostamenti, tentativi di avvelenamento, provocatorie manifestazioni di ostilità nei momenti più riservati e improvvisati che lasciano sospettare una capacità di intelligence e una regia occulta e troppo ben attrezzata per essere condotta solo da gruppi di scalmanati.

 

 

IL LEGGIADRO FILO SPINATO, di Pierluigi Fagan

IL LEGGIADRO FILO SPINATO.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan?__tn__=%2CdC-RH-R-R&eid=ARCw5TGJ87JUTKj9tmT0_T6Wp4SJHFgCRC0vldc_c7P3znfOgHhwmobhgTsbuxt05tL6ZMVd2Ai0fUIB&hc_ref=ARRu_WEX732vEx9UNlFm3oi4_9TZBZGQUAzKJz71m8AT3o38F94hTd9-5t7vAJpN4b0&fref=nf

La geopolitica ha alcune costanti di lungo corso per via della parte “geo” che ne compone l’oggetto, la geografia fisica, in genere, non cambia. Così dalla Dottrina Monroe, ovvero dal 1823 (poi allargata dal Corollario Roosevelt 1904), ovvero da poco dopo che gli “americani” hanno avuto uno stato diventando quindi soggetto geopolitico, gli USA ritengono di dover esser il centro di un sistema che ha tutto intorno due fasce a cui non ci si deve/può avvicinare: 1) tutta la terra continentale (tant’è che chiamiamo “americani” gli statunitensi); 2) tutti e due gli oceani su cui affacciano.

Entro questi spazi, le sovranità le decidono loro se non direttamente, almeno evitando il formarsi di backdoor per eventuali nemici. Molti anni dopo, ci hanno provato anche i tedeschi a tirar fuori una teoria del genere pervertendo il concetto di Lebensraum (spazio vitale) che in verità aveva origini bio-geografiche o con Schmitt col concetto di “grande spazio”. Ma di nuovo, ciò che la geografia e la storia permettono in un contesto, non è detto si possa replicare in altro contesto. Non c’è nulla di più resistente all’idealismo della geografia fisica.

Gli USA si sono momentaneamente allontanati dall’applicazione della Dottrina Monroe in coincidenza dell’affermarsi della strategia globalista che aveva una sua convinzione post-materialistica quindi a-geografica che alcuni teorici liberali continuano a teorizzare (con sempre minor convinzione). Raggiunta una inedita massa critica di governi di centro-sinistra o sinistra-sinistra al 2008, è poi iniziata la Reconquista che ha segnato punti importanti in Cile, Argentina ed ora Brasile. Il Latinobarometro del 2016, censiva un 28% di elettori di centro-destra e solo il 20% di centro-sinistra, con ovviamente un baricentro di 36% centrista, spesso inclinato più a destra che a sinistra.

Alcuni indicano a spiegazione un mix fatto di sette protestanti, insopportabilità della criminalità e corruzione, incapacità della sinistra di far funzionare il capitalismo secondo i suoi spiriti animali, crollo dei proventi da vendita di materie prime che rimangono il principale asset latino-americano. Morti Kirchner, Chavez, Castro e con Lula in galera, le seconde generazioni non hanno ben performato. I leader della speranza hanno un certo vantaggio su i manager della gestione che quelle speranze, in genere, debbono ridimensionare.

Archiviato il trionfo di Bolsonaro, ora la partita si giocherà tra il mantenimento delle promesse fatte dalle destre coadiuvate ovviamente dagli Stati Uniti da vedere però quanto in grado di condividere la loro ricchezza vista la postura neo-egoista da una parte e il messicano Obrador ragionevolmente social-democratico dall’altra. Il crollo dei prezzi delle materie prime permane (con grande gaudio dei statunitensi nel frattempo riconvertitesi al materialismo-realista che a questo punto si riproporranno come principale/unico partner commerciale dotandosi di una congrua riserva utile a trincerarsi maggiormente in casa visti gli incerti tempi multipolari), la contrazione generale degli scambi internazionali pure, fintanto che gli statunitensi continueranno a drogarsi intensamente la criminalità certo non diminuirà, il Venezuela (preda ambita per via delle corpose riserve petrolifere) cadrà e la Cina continuerà a corteggiare l’area offrendo una alternativa sempre più difficile da perseguire.

Nel migliore dei mondi immaginabili ma non necessariamente possibili, la vera alternativa sarebbe la costituzione di uno stato latino-mediterraneo europeo dove portoghesi, spagnoli ed italiani potrebbero rappresentare l’alternativa ideale per un sistema di co-evoluzione basato su familiarità, reciprocità e differenza. In fondo, la Monroe che è una dottrina non solo geografica ma geostorica, venne fatta ai tempi proprio contro gli europei perché legami e relazioni stratificate nel tempo storico, contano.

Il tempo e gli uomini ci diranno come andrà a finire, per ora “Monroe is back” (che poi in realtà la dottrina era di J.Q.Adams, quinto presidente USA).

«Oggi […] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.»

(Carlo Emilio Gadda, La meccanica, 1929)

RIEDUCAZIONE, di Antonio de Martini

ASSASSINIO PREMEDITATO IN PIENO SOLE A FINI EDUCATIVI

Nessun media del mondo ha pubblicato ( o ripubblicato) gli articoli ( e nemmeno singole frasi) del “ giornalista” Khassoghi che, in realtà abbiamo saputo essere stato il segretario del principe Turki (ex capo dei servizi segreti sauditi e ex ambasciatore negli USA fino a che non si è provato un finanziamento a uno degli attentatori dell’11 settembre da parte della moglie).

La ragione del mancato “scoop” giornalistico è che leggendo gli scritti si capirebbe che le “accuse” fatte sul Washington post ( giornale di Jeff Bezos, padrone di Amazon e amico di Mohammed mani di forbice) sono note dalla fondazione del regno, insignificanti e ignote alla stragrande maggioranza dei sauditi che sono in gran parte analfabeti anche nella loro lingua.

Nessun giornale occidentale ha mai citato testi o notizie scritte da questo signore, reso cauto anche dal fatto che il divieto di espatrio al figlio rimasto a Ryad lo aveva in pratica reso un ostaggio a garanzia di eventuali intemperanze giornalistiche.

Un poliziotto direbbe che a questo delitto non c’è movente.
Non si tratta certamente di in tentativo di conculcare la libertà di stampa o del “ cervello che deve essere messo a tacere” come disse Mussolini di Gramsci.

Trovare il movente – dato che il colpevole è certo e ormai confesso – richiede conoscere il segreto meglio custodito del momento: perché mai Khassoghi abbia messo la testa nella bocca della belva.

La spiegazione della richiesta di un certificato è risibile.

L’Arabia saudita non ha una anagrafe degna di menzione.
Per matrimonio e divorzio sono ancora più spicci: al maschio per divorziare basta pronunciare tre volte la parola “ ti ripudio” e per sposarsi basta tirar fuori l’attrezzo.

Se davvero avesser avuto bisogno di un certificato , gli sarebbe bastato chiedere al figlio che viveva in loco e una mancia a un impiegato per ottenere qualsiasi pezzo di carta timbrato e firmato.

Scoprire cosa, e chi, lo ha convinto a entrare nel consolato significherebbe fare un grande passo avanti nella ricerca della ragione vera dell’omicidio e dello scempio.

Tutte le pene che vengono inflitte in Arabia Saudita hanno intento esemplare.

Faccio un esempio noto alla mia famiglia: durante la seconda guerra mondiale, mio padre Francesco, mentre era a colloquio con uno sceicco, si trovò ad assistere all’arrivo di un giovanotto trafelato che disse al capo villaggio di aver visto, abbandonati, cinque sacchi di caffè all’entrata del villaggio.
“ come sai che è caffè?” Chiese il vecchio. “ ho aperto uno dei sacchi”.

Quando il capo villaggio ordinò di tagliare la mano allo sventurato, mio padre chiese come mai questa pena visto che nulla era stato rubato.

“ non ha rubato perché era caffè, se fosse stato oro se lo sarebbe tenuto” disse il vecchio sheikh respingendo l’appello, “avrebbe dovuto informarmi senza informarsi del contenuto”.

Ho maturato il convincimento che il delitto con annesso scempio ha tutte le caratteristiche della esecuzione esemplare: nulla è stato fatto per nasconderlo.

Il luogo, la squadra di killer giunta con due jet privati invece che alla spicciolata come da prassi, l’aver lasciata viva la fidanzata- testimone, la noncuranza per il “ cover up” , l’immediata dichiarazione americana che le forniture USA non sarebbero state interrotte, il disinteresse per le conseguenze internazionali e, in pratica , la candida ammissione, la partecipazione all’esecuzione di intimi servitori del crownprince, tutto mostra che è una pubblica esecuzione.

Il fiume di denaro che ha distratto in Occidente la pubblica opinione non è stato speso nel mondo arabo che oscilla tra l’orrore e l’ammirazione, tutto induceva pensare che nessuno voleva nascondere il delitto, anzi.

La sequela di errori politici con Yemen, Siria e Katar e l’omicidio di due familiari concorrenti al trono, hanno certamente creato una corrente contraria a Mohammed mani di forbice. In seno al Consiglio di famiglia che deve eleggere il successore di re Salman ormai con entrambi i piedi nella tomba.

Le orribili torture inflitte a un agente, che gli USA hanno deciso essere sacrificabile” sconsiglieranno molti membri della famiglia reale dal cercare un altro candidato ed un eventuale candidato dall’accettare la candidatura.

Un piano di questa complessità prevede assicurarsi la complicità USA (110 miliardi di forniture più altre dall’anno prossimo) per la copertura media e il non boicottaggio ; la complicità dei padroni del luogo ( vedrete che investimenti giungeranno in Turchia) e l’immediato permesso alla polizia a perquisire locali coperti da immunità diplomatica completano il panorama.
Per non uccidere i suoi fidi esecutori Mohammed ha pagato il prezzo del sangue ( liberando il figlio e i beni di Khassoghi e li lascerà processare in Turchia.

LA CRISI LIBANESE SARA’ LA TOMBA DELLA DINASTIA SAUDITA? IN OGNI CASO E’ UN ALTRO SCHIAFFO AGLI USA. di Antonio de Martini, scritto il 13 nov 2017

Immaginatevi che il Primo ministro Paolo Gentiloni vada in America,  all’arrivo invece del benvenuto di prammatica si veda sequestrato il telefonino, venga catapultato davanti a una telecamera a leggere una lettera di dimissioni e a chi lo contattasse per sapere quando torna in Italia, risponda ” a Dio piacendo” e avrete la fotografia di quel che è accaduto tra Libano e Arabia Saudita in questi giorni.

La motivazione del perché avviene è più complessa e andrebbe spiegata con la psicoanalisi prima che con l’analisi politica. Proviamo a dipanare questa intricata matassa di lana di cammello.Procediamo in ordine cronologico distinguendo tra interno ed estero..

Da quando il nuovo principe ereditario ( MOHAMMED BEN SALMAN) ha ottenuto dal re suo padre,( SALMAN BEN ABDULAZIZ)  approfittando della sua infermità, i pieni poteri, la situazione interna ed estera saudita ha iniziato a muoversi con un moto progressivamente accelerato. Impossibile oggi  capire se verso i vertici del mondo o verso il baratro.

SUL PIANO INTERNO

, col solito pretesto della ” lotta alla corruzione” il nuovo aspirante re ha fatto uccidere due tra i figli di  predecessori del re suo padre che avevano la caratura per contendergli il trono ( il figlio di Abdallah e quello di Fahd; ha messo agli arresto nella sua residenza il cugino ministro dell’interno Mohammed Ben Nayaf suo predecessore nel ruolo, arrestato cinque altri cugini figli di re predecessori del padre  e dieci principi minori più undici ex ministri e le tre fortune più importanti del regno.

E’ di stanotte la notizia che avrebbe arrestato l’ex capo dei servizi segreti Bandar ” Busch” Sultan che fu l’iniziatore della guerra alla Siria,  amico intimo dell’ex Presidente USA George W. Bush ( di qui il suo nomignolo) ed è stato lunghi anni ambasciatore saudita a Washington. Per metterci un po di pepe nel minestrone , sua moglie è stata notata dalla commissione di inchiesta come generosa contribuente di un pio conterraneo il cui nome figura tra quelli dei caduti sauditi che hanno condotto l’attentato alle due torri del World Trade Center.

Mohammed Ben Salman , ormai l Crownprince , è figlio dell’attuale re Salman ben Abdulaziz ,ultimo dei sette fratelli di stessa madre ( Hassa , la preferita del fondatore della dinastia) che si sono trasmessi il trono, per via adelfica, dal 1945.                                                                                                                                                                                               Prima d’essere vittima dell’Alzeimer, Salman era reputato come il più rigido della famiglia reale e il solo che nel 1991 si oppose  – nel Consiglio di famiglia composto da 150 persone – alla concessione di basi militari USA sul territorio saudita, con la motivazione che una volta installati non se ne sarebbero più andati. E’ stato facile profeta. Essndo l’ultimo figlio di Abdelaziz,  otttantenne e malato, si pensò che non avrebbe creato problemi , anzi che avrebbe dato tempo per pensare alla successione e al passaggio generazionale.

Appena salito al trono invece, Salman ha nominato – come da attese-  Crownprince Mohammed Ben Nayaf che da quattro anni era succeduto al defunto suo padre nella conduzione del ministero dell’interno. Dopo qualche tempo, però, il re creò una nuova carica: vice principe ereditario, mettendoci suo figlio Mohammed Ben Salman ( ministro della Difesa e capo della polizia religiosa).

I due Mohammed, in perfetto accordo giubilarono Bandar Bush ( creando per un breve periodo una sorta di Consiglio per la sicurezza nazionale con dentro il figlio), misero da parte il principe Muqrin che aspirava a fare da ago della bilancia tra i due  e poi iniziarono il confronto culminato nella nomina a principe ereditario ( che ha unicamente funzioni di primo ministro dato che il re viene nominato dal Consiglio di famiglia) del trentaduenne  figlio prediletto  Mohammed  il quale non ha esitato a sbarazzarsi del più anziano cugino , accoppare i due principi-cugini  più quotati alla successione e terrorizzare i membri più anziani del clan arrestando in totale quindici principi di varia caratura, oggi ospiti del Royal Carlton Hotel  trasformato in una fastosa prigione e ” fully booked” . L’inchiesta sulla corruzione prosegue senza fretta. Sono ostaggi nella più genuina tradizione beduina. E’ stato proibito in tutto il regno, il decollo di jet privati.

Posto che il piano riesca e il Crownprince prevalga, gli resterà da sciogliere il nodo della modernizzazione ( es la patente alle donne) con il fatto che egli ( e il padre) rappresenta l’ala conservatrice wahabita e si è appoggiato alla polizia religiosa nella sua scalata….

SUL PIANO ESTERO

 Come ministro della Difesa , Mohammed Ben Salman avrebbe dovuto passare per il tramite del Ministero degli Esteri per guerreggiare nello Yemen, ma come figlio del re non si attardò in quisquilie e mosse all’attacco, creandosi così una buona rete di amicizie USA tra i fornitori di materiale bellico.

Per la prima volta nella storia della dinastia il ministro degli esteri fu scelto NON tra i membri della famiglia reale e questo fu un primo segnale che sarebbe stata una partita a due.

Come nemico fu scelta la tribù degli Houti confinanti con l’Arabia Saudita a sud . Il pretesto era che stavano diventando una spina nel fianco alleata con l’Iran.        Inaspettatamente, gli Houti – privi di aeronautica-  resistettero, contrattaccarono, occuparono la capitale Sanaa e il giovane principe ebbe il suo primo “scacco al regno”.  Ossessionato dalla onnipresenza iraniana , il saudita si lanciò sulla scia USA nelle vicende irachene  che hanno visto trionfare l’Irak ufficiale ormai in mano agli sciiti per decreto ( 2003)  del proconsole USA Bremer. I Curdi rientrarono nell’ordine e l’Arabia Saudita si trovò confinante con un Irak ricostruito e diventato potenza sciita invece che sunnita come era sempre stato. Potenzialmente soggetto a influenze iraniane.

Sempre in cerca di successi napoleonici che lo legittimassero agli occhi dei sudditi, specie dopo le prime pessime figure, Mohammed Ben Salman decise di egemonizzare il Consiglio del Golfo ( una sorta di UE degli Emirati) fino ad allora gestito assieme al Katar della famiglia Al Thani. La politica del Katar è sempre consistita nel far fluire i denari in tutte le direzioni e supplire alla dimensione minima del paese ( 300.000 abitanti) con partecipazioni e sponsorizzazioni sportive di caratura mondiale.

Invitato a rompere i contatti con l’Iran ,  Tamim al Thani ,  emiro del katar, finse di non sentire. La reazione smodata fu l’accusa ufficiale  di sostenere nascostamente  il terrorismo e la sanzione lampo fu l’embargo.

Gli americani, per mostrare equidistanza autorizzarono comunque una significativa vendita di armi all’emirato. La famiglia al Thani, approfittando che il padre dell’emiro, Ahmad ben Khalifa al Thani,   ( defenestrato su richiesta USA quando iniziarono a girare le voci sui finanziamenti al Daesch) utilizzò il padre installato negli USA, per una intervista televisiva bomba: nella sua veste di ex primo ministro, dichiarò davanti alle telecamere di aver in effetti finanziato il Daesch, e di averlo fatto suprecisa, insistente  richiesta del re Abdallahben Abdulaziz , predecessore dell’attuale, e d’intesa con il governo americano e la Turchia che si sono occupati della distribuzione dei finanziamenti, delle armi, e della selezione dei mercenari. Il gruppo era destinato a ” una partita di caccia alla volpe” siriana. A conclusione della intervista, il vecchio sceicco ha anche posto la pietra tombale al progetto, dichiarandolo fallito.

Come e dove colpire l’odiato Iran? Come recuperare prestigio alla corona? Sconfitto in Siria, scornato in Yemen e ridicolizzato a Doha, restava il Libano.

Mohammed Ben Salman, convoca il primo ministro libanese Saad Hariri ( figlio dell’ex premier, arricchitosi in Arabia Saudita e  saltato in aria nel 2009) e dopo una accoglienza fredda ( nessuno all’aeroporto ad accoglierlo) e quattro ore di anticamera l’indomani, gli ingiunge di muovere guerra all’Hezbollah. Sarebbe come chiedere alla Romania di muovere guerra alla Russia.

Giudiziosamente Saad Hariri gli deve aver risposto che ci ha già provato nel 2006, subendo una sconfitta netta – come sconfitto fu l’esercito israeliano che aveva sottovalutato il problema –  Oggi l’Hezbollah fa parte del governo, alle elezioni ottiene il 50% dei voti ed è armato fino ai denti con in più la campagna di Siria in cui ha acquisito esperienza  operativa di manovra anche a livello di brigata, cosa che l’esercito regolare non ha. Hezbollah è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche in USA, ma un movimento che ha dietro di se metà del paese, è un problema politico , non di ordine pubblico.

Altra reazione furente: Mohammed ingiunge a Saad di dimettersi da primo ministro e lo vuole sostituire col fratello maggiore Bahaa che, guarda caso è in Arabia anche lui.  Il Libano insorge in favore del suo giovanotto in pericolo, i dirigenti del partito di Hariri ( il 14 marzo) rifiutano di andare a Ryad a prestare giuramento di fedeltà a Bahaa come richiesto,  spiegando sprezzantemente che in Libano i dirigenti dei partiti li sceglie il partito in un congresso. Pietosa bugia che rivela la paura di non tornare a casa.

il presidente  della Repubblica, generale Aoun ( i cui volontari cristiani hanno combattuto assieme all’Hezbollah in Siria) si rivolge agli USA e alla Francia per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Il dipartimento di Stato USA rilascia una dichiarazione di solidarietà e rispetto per Hariri, mentre il presidente francese Macron va in Arabia Saudita a parlare col focoso giovanotto. Esce dichiarando di non essere d’accordo con la politica iraniana del Crownprince e di ritenere che Hariri è trattenuto. Gli americani cerchiobbottisti avventizi, dichiarano che studieranno delle sanzioni a Hezbollah e la Camera dei rappresentanti autorizza eventuali spese in questo senso.

Consapevoli della gravità del momento, Israele e Hezbollah hanno tenuto un profilo basso e insolitamente silenzioso. Il quotidiano Haartez commenta che l’Arabia Saudita vuole far fare a Israele ” il lavoro sporco”.  In sede di analisi, spiega che non vuole intralciare il processo in corso di accordo tra Hamas e Fatah al Cairo e abbisogna di almeno un anno per completare le sistemazioni difensive del Sinai.

Credo che il silenzioso Hezbollah stia cercando tra i familiari del Crownprince la persona adatta a sbarazzarci del matto, mentre Saad Hariri , rintracciato da un giornalista che voleva sapere quando sarebbe tornato in Patria,  avrebbe risposto ” tra giorni”. Inchallah.

Gli USA adesso non sanno che pesci pigliare. Se seguire il rampollo reale nella sua spericolata discesa e inimicarsi anche il Libano, oppure guardare alla dinastia giordana che potrebbe sostituire i sauditi ( wahabiti) nella custodia dei luoghi santi dell’Islam, visto che ormai i wahabiti vengono sempre più considerati come estranei all’Islam. E guidati da due matti. Sono quasi certo che prenderanno la decisione sbagliata.

27°-2 podcast_elezioni di medio termine, di Gianfranco Campa

Il 27° podcast di Gianfranco Campa è una autentica gemma; un pezzo di grande giornalismo degno di essere ospitato nelle più autorevoli riviste di analisi politica. Offre informazioni ed analisi introvabili nell’editoria più affermata. La grande stampa, però, è ormai schiava della peggiore e più ottusa partigianeria, condita da un livello di approssimazione sconcertante; offre rarissimi spazi ad analisi obbiettive ed approfondite. questo blog ha sottolineato più volte la crucialità della scadenza delle elezioni americane di medio termine sia per quella nazione che per le dinamiche geopolitiche. Sino ad ora si è soffermato soprattutto sulle vicende della Presidenza Trump, sul suo rapporto conflittuale, aspro con il Partito Repubblicano e con i settori maggioritari e più potenti dello Stato. A prezzo di pesanti cedimenti e compromessi del Presidente, ha tuttavia rivelato sì la forza di questi settori, ma anche la loro mancanza di una strategia coerente e di una prospettiva convincente tale da consentire il controllo accettabile della situazione e un recupero di credibilità. Una situazione che ha consentito l’acquisizione di un controllo accettabile del Partito Repubblicano da parte di Trump a costo però di una fronda disposta a tutto pur di affossarlo e ridurlo in minoranza rispetto ai democratici. La scadenza elettorale sta rivelando un accenno di strategia coerente del fronte di opposizione a Trump. Una strategia tesa a paralizzare il Presidente, presumibilmente, sino alla fine del suo mandato ma anche a controllare le possibili fratture che minacciano la tenuta anche del Partito Democratico americano. Si deve ricordare che la Clinton, in cambio del sostegno tiepido di Sanders, successivo alla vittoria fraudolenta alle primarie, ha dovuto cedere il controllo di ampi settori del partito in cambio della rinuncia all’astensione e ad una probabile scissione dei settori radicali di quel partito. La strada scelta è del tutto inedita e sorprendente; inquietante soprattutto. Si assiste, ormai, all’ingresso esplicito e massiccio nella scena politica di esponenti dello stato profondo. Una dimostrazione di forza e di debolezza allo stesso tempo. Per questo l’ascolto del podcast merita grande attenzione. La situazione in Italia e in Europa, del resto, dipende in gran parte dall’evolversi di questa situazione.

Qui sotto sono forniti i link ai quali fa riferimento Campa nel suo intervento e la lista parziale ma significativa dei candidati direttamente legati ai servizi di intelligence. Sono circa la metà del totale delle candidature alla Camera, al Senato e ai Governatorati. Se volete avete tutta la possibilità di approfondire e verificare l’attendibilità delle informazioni. 

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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