Trump, Pareto e la caduta delle élite, di Norman Rogers

Il significativo manifesto di una élite emergente

https://www.americanthinker.com/articles/2019/05/trump_pareto_and_the_fall_of_the_elites.html

Trump, Pareto e la caduta delle élite

Il sociologo ed economista italiano Vilfredo Pareto morì nel 1923. Vide le credenze e le azioni degli uomini motivate dal sentimento e dall’interesse personale. Le motivazioni apparenti date per certe credenze e azioni, come aiutare i non privilegiati, sono spesso la copertura di azioni realmente motivate dal desiderio di proteggere i privilegi delle élite – la struttura del potere. Ad esempio, i democratici sostengono di essere motivati ​​dal desiderio di aiutare i meno abbienti. Ma le loro azioni sono chiaramente motivate dal desiderio di proteggere il proprio potere e privilegi. Incoraggiare l’immigrazione di massa di clandestini che competono per posti di lavoro di livello inferiore non aiuta i diseredati, ma crea un nuovo gruppo di elettori che sosterrà i democratici. Aiuta anche gruppi privilegiati fornendo manodopera a basso costo.

Prendiamo, ad esempio, la ricca contea di Marin , in California. Marin è in gran parte popolato da professionisti benestanti e altamente istruiti. Una sottoclasse di immigrati spesso illegali fornisce servizi a prezzi accessibili come il lavoro in giardino e il servizio di babysitting. Nelle elezioni presidenziali del 2012, Marin ha votato il 74% per Obama . Nelle elezioni del 2016, Marin ha votato il 77% per Hillary e solo il 16% per Trump. Un’altra ricca contea della California, Santa Clara County, è il cuore della Silicon Valley. Nelle elezioni del 2016, la Contea di Santa Clara ha votato solo il 21% per Trump. La Contea di Fresno, in California, una contea a maggioranza ispanica con un tasso di povertà molto elevato, ha votato il 43% per Trump. La California nel suo complesso ha votato il 32% per Trump. La nazione nel suo complesso ha votato il 46% per Trump. Nel distretto di Manhattan, a New York City, uno dei posti più ricchi del paese, solo il 10% dei voti è andato a favore di Trump. Chiaramente la classe privilegiata vota democratica e si oppone fortemente a Trump.

In luoghi abitati da élite, i democratici dominano. La vittoria di Trump è stata costruita con il voto pesante delle persone della classe operaia che non condividono il patrocinio che i Democratici conferiscono ai gruppi di identità considerati vittime. I gruppi che sono vere vittime, come le persone il cui lavoro è stato esternalizzato a paesi a basso reddito, si sono ribellati ai democratici ed hanno eletto Trump. Chiaramente i democratici rappresentano l’élite, classe dominante. Questo non vuol dire che i repubblicani non sono compagni di viaggio con i democratici. Gran parte delle classi intellettuali e politiche di destra si schiera con i democratici nel loro odio per Trump. Molti politici nascondono la loro antipatia per Trump per paura di essere primari.

La reazione delle élite all’elezione di Trump fu di lanciare un attacco extra-giudiziario con accuse false di collusione russa. L’FBI e il Dipartimento di Giustizia hanno adottato tattiche di stato di polizia come intercettazioni, intrappolamento e persino il collocamento di sospetti in isolamento per lunghi periodi al fine di esercitare pressioni su di loro per testimoniare contro Trump. La maggior parte della stampa, a sua volta parte dell’élite, ha partecipato con tutto il cuore a questo sforzo per distruggere Trump e rimuoverlo dall’incarico.

Trump ha, finora, respinto gli attacchi dell’élite establishment. La sua prestazione come presidente è stata molto forte. Ha cambiato le leggi fiscali con l’effetto di migliorare notevolmente la competitività dell’economia statunitense. Ha risollevato l’industria del petrolio e del gas. Gli Stati Uniti ora sono indipendenti dal punto di vista energetico e diventeranno uno dei maggiori esportatori di energia. È in procinto di rinegoziare le condizioni commerciali di vecchia data che sono state sfavorevoli ai lavoratori statunitensi e americani, in particolare con la Cina. Ha cambiato la relazione tra gli Stati Uniti e i nemici della Corea del Nord e dell’Iran, mettendo quei nemici sulla difensiva. Ha fatto queste cose di fronte agli attacchi implacabili dei media e dell’élite establishment.

L’élite, i democratici e i repubblicani, che gestivano il paese prima che Trump presiedesse a un lento declino nazionale.L’economia era incatenata dalla regolamentazione e dalle tasse. I problemi non sono stati risolti ma buttati giù per la strada.La crisi del riscaldamento globale è un esempio di una crisi fasulla, credenza in cui è diventata una necessità politicamente corretta.Le soluzioni proposte per il riscaldamento globale non in crisi, come capovolgere l’economia e alimentarla con mulini a vento, sarebbero comiche se non che i sostenitori di tali politiche sono seri. Ovviamente le misure per ridurre le emissioni di CO2 sono inutili perché l’86% delle emissioni proviene da altri paesi, molti dei quali non hanno intenzione di aderire al Green New Deal suicida. Prima di Trump, gli Stati Uniti erano alla deriva senza direzione e distratti da mode irrilevanti e problemi immaginari.

Trump è entrato in carica con una serie di politiche completamente diverse che hanno rimesso in discussione la precedente saggezza convenzionale sull’economia, il commercio, la difesa e l’energia. Le sue politiche stanno cambiando opinione pubblica e intellettuali. È arrivato un nuovo paradigma e sta guadagnando terreno. Questa è una minaccia per il vecchio establishment dell’élite. Devono fermare Trump e screditarlo, altrimenti il ​​vecchio establishment sarà ulteriormente screditato e perderà la sua capacità di governare.

Pareto ha visto la vita di un paese influenzato dalla crescita e dal declino delle classi dirigenti d’élite. Quando una classe dirigente perde la sua vitalità, è probabile che una nuova classe dominante sorgerà e sostituirà la vecchia classe dominante. In questa transizione, la vecchia classe dominante potrebbe tentare di preservare i suoi privilegi attaccando selvaggiamente l’aspirante classe dominante. Trump è il capo dell’aspirante classe dominante. Lui e i suoi sostenitori sono selvaggiamente attaccati. Trump è raffigurato come un criminale, un eccentrico conoscitore, come qualcuno guidato da una mancanza di controllo degli impulsi o da un razzista. Ma Trump è un vero talento politico. Ha astutamente respinto gli attacchi e ha un’eccellente possibilità di essere rieletto. È aiutato dalla disorganizzazione e dall’estremismo dei suoi avversari nella classe dirigente in declino.

Se una nuova classe dirigente, ispirata da Trump, consolida il potere, molti degli occupanti di sinecure nel governo e nell’istruzione correranno il rischio di perdere il lavoro. Sotto la vecchia élite, le università sono diventate mostri sovrafinanziati, sfruttando gli studenti il ​​cui futuro è ipotecato dal debito degli studenti. Questo oltraggio può continuare perché le università fanno il lavaggio del cervello ai giovani per sostenere la vecchia classe dirigente e perché le università forniscono supporto intellettuale per le politiche della vecchia classe dominante. Sotto la vecchia classe dominante, il governo è diventato pesantemente popolato da server temporali il cui impiego continuato sarebbe diventato inutile in seguito a una riorganizzazione del governo ispirata da Trump.

Il cambiamento è un pericolo chiaro e presente per i responsabili. Questo è ciò che sta dietro gli attacchi feroci e illegali contro Trump. Trump è chiaramente la migliore speranza per il futuro degli Stati Uniti. Siamo molto fortunati che Trump sia riuscito a superare in astuzia l’establishment e rimanere presidente.

Norman Rogers è l’autore del libro: Dumb Energy: A Critique of Wind and Solar Energy .

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO? di Gianfranco Campa

 

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO?

 

Il vecchio caro Joe Biden rompe gli indugi e si presenta alle primarie democratiche per giocarsi la possibilità di sfidare Donald Trump alle presidenziali del 2020. Zio Joe dovrà scalare una montagna molto ripida. Il partito democratico di zio Joe non esiste più. Quello di oggi è un partito democratico orientato decisamente verso l’estrema sinistra. Zio Joe rappresenta il vecchio establishment democratico centrista Clintoniano (Bill…), mentre la nuova leva del partito democratico si è spostata su tematiche e politiche decisamente lontane dai parametri dell’establishment tradizionale del vecchio asinello.

L’ ex vicepresidente Joe Biden ha 76 anni e dovesse vincere le elezioni, il senatore democratico del Delaware, sarebbe il più vecchio presidente Americano mai insediatosi alla Casa Bianca. Il più vecchio fino ad ora è l’attuale presidente Donald Trump, investito nel gennaio del 2017 a 70 anni. Prima di Trump, il più anziano presidente è stato il repubblicano Ronald Reagan, che la momento della sua inaugurazione, nel Gennaio del 1981, aveva 69 anni. Un eventuale presidenza di Biden prenderebbe l’avvio nel gennaio del 2021 alla veneranda età di 78 anni; un record assoluto che lo vedrebbe alla fine della sua prima legislatura oltre la soglia degli 82 anni e dovesse vincere un secondo mandato, alla fine della sua presidenza, Biden supererà gli 86 anni. Con tutto il rispetto per zio Joe, le interviste i giornalisti le andrebbero a fare in una Casa Bianca trasformata in casa di cura presidenziale.

A livello di salute Biden sembra per il momento abbastanza vitale; quello che più preoccupa è lo stato mentale di zio Joe. Per chi non lo sapesse, nel febbraio del 1988, a 45 anni, Joe Biden ha subito un intervento chirurgico per correggere un aneurisma che gli aveva procurato un ictus emorragico ad un’arteria del lato destro del cervello. Biden svenne in una stanza d’albergo poco dopo aver tenuto un discorso sulla politica estera. Biden perse i sensi per oltre quattro ore prima di svegliarsi in un ospedale di Wilmington, nel Delaware. La situazione risultò subito talmente grave che venne trasferito al Walter Reed Medical Center, il tutto mentre riceveva l’estrema unzione dal prete. Il chirurgo, che ha eseguito l’intervento al cervello, all’epoca disse che l’operazione era stata più seria di quanto inizialmente si fosse pensato. Biden infatti fu sull’orlo di muorire.

Trattandosi di un rappresentante democratico, lo stato di salute mentale e fisico di Biden non è mai stato messo in discussione dai mass media. Quelle poche volte infatti che si sono sollevate obiezioni, ci sono sempre state potenti levate di scudi tese a proteggere Biden con dichiarazione di medici e di esperti lesti a minimizzare i problemi riguardanti la sua reale condizione fisica e soprattutto mentale. Ma se dobbiamo tenere conto delle dichiarazioni fatte di impeto durante l’emergenza medica di Biden, tutte sono, meno che rassicuranti.  La moglie di Biden, Jill, disse all’epoca che “Il nostro medico ci ha detto che c’era il 50% di possibilità al che Joe non sarebbe sopravvissuto all’operazione. Il medico ha anche detto che era ancora più probabile che Joe avrebbe avuto danni permanenti al cervello se fosse sopravvissuto…” Questo potrebbe spiegare le ripetute gaffe e atteggiamenti compromettenti dei quali Biden ha dato ampio sfoggio negli ultimi trenta anni. Biden è certamente un uomo fortunato ad essere sopravvissuto fino ad ora nonostante una miriade di altri problemi medico/fisici, tra i quali un battito cardiaco irregolare. Fortuna che potrebbe esaurirsi da un momento all’altroIn questo contesto bisognerà porre particolare attenzione alla scelta di chi sara` il suo vicepresidente, quella scelta ci dirà molto su quale reale binario la campagna elettorale di Biden si indirizzerà. E`più che probabile che il vicepresidente di Biden sarà quello/a che finirà la legislatura e avrà quindi il comando della situazione alla casa Bianca.

Bisogna in ogni caso chiarire che Biden non aveva nessuna intenzione di presentarsi alle primarie democratiche del 2020; dopo le elezioni presidenziali del 2016 riteneva ormai concluso il suo ciclo in politica. A quel tempo Biden, vice presidente uscente dell’amministrazione Obama, avrebbe voluto presentarsi alle primarie democratiche con la concreta possibilità non solo di vincere le primarie ma di ottenere senza problemi la presidenza. Biden sarebbe stato un avversario formidabile per Trump poiché avrebbe vinto in molti dei cosiddetti  stati del Rust Belt, quegli stessi stati che hanno consegnato la presidenza a Donald Trump. Biden politicamente parlando è sempre stato visto come un moderato centrista molto vicino alle cause dei colletti blu. Figlio della Pennsylvania, vicino ai movimenti sindacali, Biden avrebbe vinto senza problemi proprio in quegli stati che la Clinton non si è neanche degnata di visitare. Biden fu costretto a farsi da parte per non ostacolare la corsa della Clinton, poiché la avrebbe di sicuro relegata a un ruolo secondario, senza se e senza ma. La presidenza del 2016 era stata promessa alla Clinton; era il suo turno e nessuno poteva opporsi alla sua potenza e richiesta di lasciapassare. La scusa per giustificare la messa da parte di Biden fu la morte per un tumore al cervello del figlio, Beau Biden, avvenuta qualche mese prima delle primarie Democratiche. Biden e la sua famiglia non sono nuovi a tragedie simili. Nel Dicembre del 1972, la prima moglie di Biden, Neilla Hunter e la figlia di un anno, Naomi, rimasero uccise in un incidente automobilistico mentre facevano lo shopping natalizio a Hockessin, nel Delaware. I due figli maschi che erano nella macchina con la madre e la sorellina rimasero feriti non gravemente. A quell’epoca Biden era stato appena eletto al Senato e fu incoraggiato a continuare la sua carriera politica nonostante la tragedia personale e famigliare.

Fonti vicino alla famiglia hanno sempre sostenuto che zio Joe avrebbe espresso il desiderio di presentarsi alle primarie del 2016 ma fu sempre scoraggiato dai vertici del partito Democratico. Per bocca dello stesso Biden, il figlio morente avrebbe chiesto al padre di presentarsi alle elezioni del 2016. Ora quegli stessi vertici democratici presi dallo scoramento emotivo nel vedere Bernie Sanders in testa ai sondaggi, hanno supplicato Biden di salvare il salvabile e presentarsi alle primarie del 2020.  Un grido di aiuto arrivato anche dai Mass Media, dall’Establishment repubblicano e da molti dei componenti dello stato ombra. Biden come cura contro il Trumpismo e il Sanderismo, l’ultima speranza di salvare il salvabile e rinsaldare una struttura composta da capitalismo sfrenato, complesso della macchina militare, establishment politico e stato ombra che vedono in Trump e nel cambiamento politico in atto nel partito democratico i nemici principali e mortali.  Quello stesso Biden che era stato confinato, relegato al ruolo comprimario prima con Obama e poi con Hillary Clinton è ora diventato il salvatore della patria. Il problema però è che ormai, come ho detto prima, il partito democratico di Biden è in via di estinzione. L’ostacolo maggiore per Biden non è superare Trump e vincere le prossime presidenziali bensì vincere le primarie democratiche ed aver la meglio sugli altri candidati democratici.

La disperazione dell’establishment politico si rivela nella volontà di voler Joe Biden candidato a tutti i costi. Lo stesso Biden ha dichiarato che molti esponenti dei poteri forti, inclusi alcuni leaders politici mondiali (sarei curioso di sapere chi siano questi leaders mondiali) lo avrebbero supplicato di presentarsi alle presidenziali del 2020. Non sono mancate dichiarazioni di sostegno da entrambe gli schieramenti politici; per esempio dalla famiglia di John Mccain la quale avrebbe sostenuto che alle presidenziali, in un’ipotetica corsa Biden contro Trump, loro avrebbero votato sicuramente per Biden. Questo ardente desiderio di voler Biden, candidato a tutti i costi, si scontra con le molte ombre che affliggono il vecchio zio Joe. Obama per esempio è rimasto muto all’annuncio di Biden di rendere ufficiale la sua candidatura alle presidenziali, cosa alquanto strana. Di solito un presidente uscente sostiene il suo vice presidente come candidato a succedergli più che altro per ragioni di eredità politica. Un presidente uscente vede benevolmente la candidatura del suo vicepresidente come una opportunità di continuare a costruire e consolidare il retaggio amministrativo del presidente uscente. Stranamente, sia nel 2016, sia ora Obama su Biden è rimasto in silenzio. Cosa sa Obama di Biden? Il silenzio e il mancato supporto di Obama e solo dovuto ad una diversità di opinione politica oppure dietro questo silenzio si nasconde qualcosa  di più sinistro? Biden nel giorno dell’annuncio della sua candidatura ufficiale ha dichiarato che avrebbe detto lui stesso ad Obama di non sostenerlo ufficialmente durante le primarie. Questa dichiarazione di Biden non è assolutamente credibile e porta a speculare sui motivi del mancato sostegno di Obama.

Biden era già stato candidato alla presidenza in due precedenti tornate elettorali; nel 1988 e nel 2008. Nel 1988 dovette scusarsi e abbandonare la corsa presidenziale per accuse di plagio e per aver mentito sul suo curriculum accademico. Le bugie e le gaffe verbali di zio Joe sono apertamente ben note nei circoli di Washington.

Joe Biden ha sempre affermato che nel 1972, la responsabilità del tragico incidente stradale in cui persero la vita la sua prima moglie e sua figlia, era dell’autista del camion ubriaco. Accusa sempre smentita dalla polizia e dai documenti che affermano al contrario che purtroppo l’incidente fu causato da una manovra maldestra della moglie. La famiglia del camionista coinvolto nel tragico incidente, Curtis C. Dunn, ha sempre respinto le accuse di Joe Biden e  ha  sempre manifestato l’angoscia che pervade la famiglia per la continua menzogna perpetrata da Biden ai loro danni. Pamela Hamill, una delle figlie, ha  chiesto più volte a Biden di smetterla di infangare la memoria del suo defunto padre, scomparso nel 1999 e quindi non più in grado di difendersi. Dunn era il conducente del camion a rimorchio coinvolto nell’incidente del dicembre 1972. Secondo il giudice della Corte Suprema del Delaware, Jerome O. Herlihy, che ha supervisionato le indagini della polizia come procuratore capo, non ci sono prove a sostegno della accusa di Biden: “Le voci sulla guida in stato di ebbrezza come fattore di corresponsabilità, in particolare per il camionista (Dunn), non sono corrette.” La polizia ha stabilito che la prima moglie di Biden aveva tagliato involontariamente la strada al camion, senza accorgersi del suo arrivo. Nonostante il tentativo di Dunn di evitare la collisione, nella sterzata per evitare una collisione,  il mezzo si è rovesciato distruggendo la macchina dei Biden. Dunn fu il primo a fornire assistenza, una scena che ha lasciato un segno indelebile per il resto della vita di Dunn fino alla sua morte.

Ci sono altre ombre nel passato e presente di zio Joe; le ha sommarizzate bene l’altro nostro vecchio indipendente, esponente di spicco di questa pazza stagione della politica  americana, Bernie Sanders: “Il popolo americano è stanco di sentire parlare del nepotismo, del vezzeggiare, del plagio, della corruzione in Ucraina, della corruzione nelle Isole Vergini, del tentativo di colpo di stato contro il presidente Trump, del mentire sulla morte di sua moglie, dell’installare un governo mondiale aprendo i confini degli Stati Uniti.” Infatti una degli aspetti più ombrosi di Biden è la partecipazione attiva dell’altro figlio, Hunter Biden, negli affari loschi del governo Ucraino di Poroshenko e nel ruolo attivo che Biden e i suoi associati hanno probabilmente avuto nella costruzione del Russiagate.

Strana famiglia quella dei Biden; ricorda molto quella dei Kennedy. Una famiglia attraversata da tragedie e controversie, incluso la scioccante relazione di Hunter Biden, che nel 2017 avrebbe divorziato da sua moglie Kathleen Buhle, madre dei suoi tre figli, per mettersi insiema alla cognata, la vedova del fratello Beau, Hallie Olivere. La stessa Buhle ha accusato più volte Hunter di essere un cocainomane e giocatore d’azzardo.

Zio Joe in tempi normali avrebbe potuto essere il candidato principale dei Democratici. In tempi normali Biden avrebbe un percorso relativamente facile per la nomina. Ma questi non sono tempi normali e Joe Biden non è un candidato normale. Per zio Joe si prospettano delle primarie ostiche nel Partito Democratico. Dovrà correre inventandosi una nuova formula politica, denunciando e negando tutto ciò che è stato nel passato; tutto da capo per cercare di adeguarsi al volo a questo nuovo spirito che aleggia nel partito democratico.

Biden nel video della presentazione alla sua candidatura ha dichiarato che “Se diamo a Donald Trump otto anni alla Casa Bianca, cambierà per sempre e fondamentalmente il carattere di questa nazione e non posso quindi restare a guardare e assistere che ciò accada… ” Bisognerà vedere se il nuovo partito democratico, avverso al vecchio uomo bianco, rappresentante del decadente establishment politico americano, gli offrirà la possibilità di fermare Donald Trump. Io ho piu` di qualche dubbio su questo…

 

Russiagate, un evento epocale sorprendente!_di Gianfranco Campa

 

Il rapporto finale sul Russiagate redatto dal procuratore speciale Robert Mueller è stato consegnato al procuratore generale, il ministro della giustizia Bill Barr. Il testo rappresenta l’atto conclusivo dell’inchiesta sul Russiagate durata due anni, costata ai contribuenti americani più di trenta milioni di dollari, anche se la cifra esatta non è ancora stata ufficializzata. Leggo direttamente dal sommario del Ministro della Giustizia Bill Barr “L’inchiesta stabilisce che i membri dello staff elettorale di Trump non hanno cospirato nè si sono coordinati con il governo russo nelle sue attività di ingerenza elettorale “. L’intero rapporto di Mueller verrà reso pubblico entro la metà di Aprile.

Per due anni i media e gli opinionisti politici ci hanno martellato con la farsa del Russiagate, senza mai tentare realmente di accertare che le illazioni scritte sui giornali o recitate di fronte alle  telecamere fossero veritiere, verificabili, serie e inconfutabili. L’odio cieco verso Trump e il desiderio di vederlo spodestato dal trono di Washington hanno fatto perdere qualsiasi logica nei resoconti di molti giornalisti e politici, trasformandoli in pupazzi in mano allo stato ombra. Sono diventati casse di risonanza, propagandisti di frasi e concetti costruiti su misura a sostegno del Russiagate. Questi personaggi sono in fin dei conti gli elitisti di Washington, persone nate per vivere all’interno di una gerarchia di potere e di posizioni disconnessa da qualsiasi realtà esterna alla bolla in cui vivono. Il loro senso di onnipotenza è incoraggiato dallo stato di perenne egocentrismo in cui sono immersi.  Confessano, attraverso la loro condotta quotidiana, la negazione dell’esistenza stessa di una realtà al di fuori del mondo in cui operano. In altre parole gli elitisti di Washington, New York , Los Angeles, San Francisco non riconoscono e non condividono nulla con i mandriani del Texas, i minatori del West Virginia, gli agricoltori della California.

Per tutti però è ora arrivata la resa dei conti; soprattutto per i mass media tradizionali e i cosiddetti esperti politici e geopolitici. Queste entità sono state ingannate e strumentalizzate, consapevolmente o inconsapevolmente, nell’inseguire la fantomatica costruzione del Russiagate, l’accusa cioè che Trump avrebbe colluso con i Russi per vincere le elezioni presidenziali del 2016. Un fallimento giornalistico di proporzioni colossali , senza precedenti nella storia del giornalismo moderno. I giornalisti della MSNBC, della CNN, della CBS, NBC, ABC e via dicendo hanno ingannato se stessi e il loro pubblico soprattutto per il modo approssimativo e propagandistico con cui hanno diffuso le bugie del Russiagate. Sicuramente molti di loro sapevano che la trama del Russiagate era stata partorita negli angoli più profondi dello stato ombra – nei quali sono annidati  elementi del l’FBI, della CIA, del Dipartimento di Giustizia e altre componenti della cosiddetta “Intelligence Community.” Questo relazione, questa unità diabolica di intenti e di odio verso Donald Trump ha creato la triade, diventata protagonista principale, dello scandalo Russiagate, cioè: mass media, servizi segreti, entità politiche e governative.

È giusto anche chiarire che Trump ha agito, per inesperienza politica e per l’emotività del personaggio, in maniera maldestra e incompetente  agevolando le trame dello stato ombra. Quindi anche lui dovrà prendersi le sue responsabilità. Una fra tutte il licenziamento del Generale Flynn in un momento cruciale nella tessitura delle trame dello stato profondo. Il licenziamento di Flynn fu il buco call’origine della falla nella diga (già insufficiente) di sbarramento allo stato ombra.

Il russiagate è ora archiviato, ormai negli annali della storia politica americana e mondiale. Ci vorranno mesi, anni per decifrare e comprendere l’entità, le trame e il peso degli attori di questo gigantesco scandalo, al cui confronto il Watergate appare ben poca cosa. Probabilmente tutta la verità sulle trame del russiagate non verrà mai completamente alla luce.  La terra bruciata lasciata dal Russiagate sarà difficile da risanare. Un solco profondo, probabilmente incolmabile, è stato scavato nelle dinamiche geopolitiche, in particolare nei rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia. Rapporti difficilmente ricucibili, avviati ormai verso una guerra fredda ancora più pericolosa di quella precedente

Nella memoria di questa Russiagate rimarranno i nomi gli attori che hanno indossato le vesti da protagonisti e da comparse. Nomi conosciuti, meno conosciuti e invisibili, che hanno agito dietro le quinte in questo tentativo, che il professore Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha descritto come un fallito colpo di stato giuridico e burocratico.

Con il Russiagate si chiude anche la fase della Republica imperialista americana monocratica. Il Rubicone è stato attraversato: James Comey, John Brennan, James Clapper, Sally Yates, Andrew McCabe, Bruce e Nellie Ohr , Lisa Page, Peter Strzok , Robert Mueller, Rod Rosenstein, Jeff Sessions, Loretta Lynch, Hillary Clinton, fino a finire a Barack Obama sono l’equivalente di un Giulio Cesare in versione moderna, ma senza la sua grandezza.  Per questo motivo, quando questa guerra sarà terminata, nel futuro remoto i libri di storia non saranno certo benevoli con i cospiratori e carnefici della Repubblica Americana; repubblica che con le crescenti minacce interne ed esterne, si sta lacerando e indirizzando verso un percorso dall’esito incerto.

Lo scandalo del  Russiagate non solo ha esposto i Mass Media , l’establishment politico, larghi settori governativi e la comunità dell’intelligence nella loro credibilità e autorevolezza come entità corrotte e compromesse; il Russiagate è stato soprattutto la  ripetizione di un film già visto. Il russiagate è stato definito dal giornalista del “Rolling Stone” Matt Taibbi, come la versione moderna, di una  delle più colossali bugie mai  perpetrate ai danni dei cittadini americani; cioè la stessa della fantomatica narrazione di Saddam Hussein possessore di armi di distruzione di massa. Balla colossale, costruita in laboratorio, sempre dai soliti perversi attori che hanno fabbricato il Russiagate.  La falsità della versione delle armi di distruzione di massa  portò alla guerra in Iraq che costò centinaia di migliaia di vittime, la destabilizzazione e la distruzione di un paese, di un’intera area geografica e infine un ingente sperpero di denaro pubblico dei contribuenti americani. Il Russiagate, quindi, è stato orchestrato secondo la stessa formula vista nel 2002-2003; una formula che possiamo definire élitista neo conservatrice, interventista liberale. A differenza della costruzione fasulla delle armi di distruzione di massa,  questa volta sono stati i liberal democratici a posizionarsi al centro di questa farsa assumendo il ruolo di attori principali, relegando i neoconservatori ad un ruolo di comprimari. Per questo i democratici di oggi sono esattamente come i neocon del 2003 e proprio come i neocons che si rifiutarono e si rifiutano tuttora di scusarsi e di riconoscere i danni che ha causato la bufala delle armi di distruzione di massa, oggi i democratici si rifiutano di scusarsi per aver perpetrato e alimentato quella del Russiagate. Questo quindi conferma per l’ennesima volta come i neocons e i liberali democratici altro non sono che due facce della stessa medaglia.

Ora l’attacco a Trump abbandona la palude del Russiagate e passa alle accuse generate dal Pornogate e dal reato di Ostruzione della Giustizia che dovrebbe aprire la strada all’impeachment. Il Russiagate non è la conclusione, ma segna solo la fine di una fase nel contesto dello scontro in atto all’interno della compagine politica e della società americana. La transizione al prossimo capitolo è già iniziata. Dopo la sconfitta del Russiagate, pur spostando e riposizionando il bersaglio, la strategia di guerra da parte dello stato ombra e dei democratici rimane essenzialmente la stessa; a differenza di qualche giorno fa ora però i rischi per nemici di Trump aumentano esponenzialmente. Queste entità avverse a Trump, pur mantenendo un potere enorme, da ora in poi dovranno stare molto attenti a come si muoveranno e come giocheranno e gestiranno le loro mosse. Sono molti i pericoli che i nemici di Trump dovranno affrontare. Con la fine del russiagate Trump acquisisce più autorità e autorevolezza; molti sondaggi infatti, dopo l’annuncio della fine dell’inchiesta del Russiagate, ci dicono che oltre il 58 % degli americani sono stufi del Russiagate e desiderano che i democratici si concentrino su altre tematiche più importanti, soprattutto quelle dei programmi politici. Di conseguenza con l’acquisto di una maggiore legittimità cresce anche il suo potere all’interno delle istituzioni di Washington e come conseguenza la capacità di contrastare lo stato ombra. C’è da aspettarsi un possibile capovolgimento di fronte, dove lo stato ombra si trasforma da cacciatore a preda. Questi attori sovversivi e sinistri rischiano di diventare simili a un veicolo impantanato nel fango, dove le ruote girano freneticamente a vuoto alzando detriti in aria ma senza muoversi di una millimetro. Possiamo considerare lo stato ombra e I democratici come Il generale Lee nella battaglia di Gettysburg quando ordinò la carica di fanteria su larga scala verso il centro della linea dell’Unione. I soldati Confederati dovettero marciare per oltre un miglio senza copertura, su campi aperti, esposti all’artiglieria e al fuoco di moschetto dei soldati dell’Unione. Sappiamo tutti come andò a finire. E’ proprio di ieri la notizia che Il Dipartimento  di Giustizia, sotto la ferma guida di Bill Barr sta considerando la nomina di  un procuratore speciale per indagare sugli elementi che hanno contribuito alla creazione dello scandalo Russiagate. Sarebbe un decisione che ha dell’incredibile; darebbe anche una risposta all’eterno dilemma:  Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?  Comunque sia questo tira e molla fra Trump e i suoi nemici continuerà fino a quando uno trionferà sull’altro oppure se Trump verrà sconfitto alle elezioni del 2020. Considero la possibilità di un’azione eclatante e destabilizzante altamente  probabile soprattutto se i democratici e lo stato ombra dovessero ritenere probabile la vittoria di Trump alle elezioni del 2020. Se dovesse vincere, Trump consoliderebbe il suo potere e avrebbe quattro anni a disposizione per annientare tutti i suoi cecchini, uno alla volta fino al vertice stesso;cioè Barack Obama. Una possibilità terrificante per molti. Mi aspetto da qui al novembre 2020 una o più operazioni sovversive di alta drammaticità, tipo un attacco militare o terroristico provocatorio che porterebbe a sabotare la presidenza di Trump. Una provocazione in Venezuela, una in Ucraina, oppure una con l’Iran.  In alternativa un’operazione stile Dallas può sempre tornare opportuna.

Vi lascio con alcune statistiche inerenti l’inchiesta del Russiagate :Di tutti i soggetti perseguiti da Mueller, quindi  Paul Manafort, George Papadopoulos, Carter Page, Michael Flynn, Michael Cohen e Roger Stone, nessuno è accusato del crimine di collusione Trump-Russia. Ricordo che l’unica ragione della nomina del procuratore speciale Robert Mueller era quella di indagare e smascherare il complotto fra Trump e Putin teso a manipolare le elezioni presidenziali, appunto la fantomatica collusione. Sono 10,000 i funzionari governativi obamiani rimasti nei settori chiave ad operare ancora dopo l’uscita di scena di Barack Obama. Un esercito sovversivo versione Gladio contemporanea.La squadra del procuratore speciale Mueller era composta da 19 avvocati tutti iscritti al partito democratico, eccetto lo stesso Robert Mueller, l’unico del gruppo iscritto al partito repubblicano. Anche se Muller è un repubblicano stile vecchio establishment.

40 agenti FBI a disposizione

22 mesi di inchiesta

34 imputazioni

230 autorizzazioni a procedere

500 mandati di perquisizione eseguiti

500 testimoni intervistati

2,800 mandati di comparizione

Più di 35,000,000 di dollari a carico dei contribuenti americani.

L’agenzia indipendente del Tyndall Report ha quantificato il tempo speso, solo nell’anno 2018, dai telegiornali serali di ABC, CBS e NBC in 332 minuti dedicati esclusivamente al Russiagate. La copertura mediatica su Donald Trump è stata negativa per il 93 percento dei casi. Il Russiagate è diventata una delle narrazioni mediatiche più citate e riportate nella storia del giornalismo americano. Di seguito il numero di narrazioni dedicate all’inchiesta di Mueller da settembre 2018 fino a oggi, senza neanche prendere in considerazione le statistiche riguardanti il resto del 2018,  tutto il 2017, indietro fino al 2016:

Washington Post: 1,184

The New York Times: 1,156

CNN: 1,965

MSNBC 4,202

Dal settembre 2018 fino ad oggi ci sono state in media 3 report al giorno dedicati al Russiagate, tenendo conto solo di quattro entità mediatiche: Il Washington Post, Il NYT, la CNN e infine la MSNBC.

Sarà necessaria una dettagliata disamina del Russiagate e dello scontro Trump-stato ombra per decifrare e comprendere, passo per passo, tutto le dinamiche dello scandalo del Russiagate. Ci aspetta un lavoro tedioso, difficile che richiederà mesi, se non anni, per arrivare a comprendere gli aspetti, i dettagli e le trame su come sia nata, cresciuta e alimentata questo mostruosa creatura del Russiagate.

31° podcast_ I terzi incomodi, di Gianfranco Campa

Dopo il Partito Democratico ed il Partito Rebubblicano è la volta dei terzi incomodi ad apparire sulla scena delle prossime elezioni presidenziali americane. Potrebbero essere l’ago della bilancia in grado di far pendere decisamente la bilancia a favore di uno dei due candidati principali. Più verso Trump, in caso di una sua ricandidatura, che verso il suo avversario democratico. Non solo! La loro apparizione quantomeno aumenterà le fibrillazioni appena sopite, nella compagine democratica, dall’avversione generale a Trump. La crisi dei due partiti apre comunque la strada verso mete inesplorate in quegli ambienti politici, compresa la possibilità di nuove formazioni. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

29° podcast_Stati Uniti 2020; il prossimo firmamento democratico, di Gianfranco Campa

I prossimi due anni si prospettano incerti ed avvincenti, decisivi. Sia nello scenario geopolitico mondiale che nell’agone interno agli Stati Uniti. A prescindere dall’esito delle elezioni presidenziali americane del 2020, ogni velleità meramente restauratrice dello status quo ante è destinata a rivelarsi una pura suggestione. Peggio! Se dovesse avere successo non farebbe che accelerare il processo di decomposizione e frammentazione sociale e politica di quel paese sino a trascinarlo inesorabilmente verso un distruttivo ed imprevedibile conflitto interno o ad una implosione. Trump è il rappresentante di una versione originale di una componente “isolazionista” da sempre presente negli Stati Uniti, molto militante, ma costantemente minoritaria. Lo è ancora adesso; nel suo momento di massimo fulgore, l’attuale, non riesce a superare un 20/25% dell’elettorato; uno zoccolo duro autenticamente sostenitore del Presidente ma scarsamente radicato negli apparati di potere. Da qui la tattica di infiltrazione all’interno del Partito Repubblicano e i continui compromessi al ribasso di Trump, sino al sacrificio dei suoi uomini migliori e più fedeli. L’indole e la propensione di “the Donald” è rimasta e riaffiora comunque, estemporanea, come un sussulto, ogni qualvolta appare un qualche margine di autonomia nelle proprie scelte. Più o meno consapevolmente Trump con la sua azione ha comunque eroso ogni residuo spazio effettivo di conduzione unipolare del gioco geopolitico e sancito l’esistenza politica di forze avverse e concorrenti pur con le sue azioni più dure e apparentemente discriminatorie. Ha determinato la crisi e lo stallo delle élite politiche europee globaliste ed europeiste, ha ridicolizzato e privato di autorevolezza la quasi totalità del ceto politico americano a lui avverso o apparentemente amico. Le primarie del Partito Democratico annunciano un rinnovamento radicale della leadership e il tramonto definitivo, con l’eccezione di Obama, dei vecchi santoni. Molto più precaria e incerta la situazione nel Partito Repubblicano. Una fase di transizione che sembra offrire margini di azioni a personalità più o meno “indipendenti” esterni agli schieramenti classici. Gianfranco Campa, da par suo, ci offrirà un affresco esauriente e documentato di queste dinamiche così influenti anche in casa nostra. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-29

 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?, di Gianfranco Campa

Passate le elezioni americane di medio termine, mancano poche settimane all’avvio dell’estenuante campagna per le prossime elezioni presidenziali del 2020. Probabilmente una delle più importanti nella storia degli Stati Uniti. Come per il passato Italia e il Mondo seguirà la campagna con la dovuta attenzione e originalità_Giuseppe Germinario

 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?

Il partito democratico, dopo la mezza, direi deludente rispetto al dispiegamento di mezzi, timida vittoria alle elezioni di medio termine è alla ricerca di una strategia vincente da attuare in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Il tempo stringe, le primarie incombono, sono virtualmente già dietro l’angolo e cominciano ad affiorare i primi nomi dei potenziali candidati democratici alla corsa presidenziale. L’obiettivo è chiaro: spodestare l’usurpatore arancione, riconsegnare al vecchio establishment l’Impero e reinsediare l’imperatore legittimo , restituire alla natura l’armonia delle cose.

Tanti sono i nomi che veleggiano nell’immaginario della gente, che sbucano dal cilindro delle speranze democratiche. Alcuni sono nomi validi, altri sono chimere fantasiose pescate direttamente da un libro di fantascienza di Isaac Asimov. Nel reame dei candidati seri appaiono i nomi di Michelle Obama, Gary Booker, Kamala Harris, Sherrod Brown, Chris Murphy, Terry McAuliffe, Kirsten Gillibrand, Elizabeth Warren, Michael Bloomberg e il nostro vecchio caro Joe Biden. Bernie Sanders rappresenta invece l’incognita poiché non è più iscritto al partito Democratico visto che ora si professa indipendente. Poi ci sono nomi inverosimili come Oprah Winfrey, LeBron James e la nostro amata, mai dimenticata, Hillary Clinton. Ogni tanto rialza la testa, dispensa perle di saggezza e altezzosità politica, fra un lancio di anatemi contro Donald Trump e altri contro il sistema malvagio che gli ha pregiudicato l’ascesa al trono presidenziale cui teneva come a un diritto acquisito.

Hillary Clinton, non direttamente, ma attraverso i “suoi” canali mediatici più fedeli ha annunciato che correrà di nuovo alle elezioni del 2020,; parteciperà quindi alle primarie Democratiche. Inutile dire che la reazione è stata visceralmente negativa, non da parte dei Repubblicani badate bene, bensì da una larga fetta dello stesso elettorato democratico. Se l’accenno della Clinton a ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali è stato fatto per sondare, testare il terreno politico, vista la reazione negativa, la Clinton dovra` quindi arrivare alle dovute conclusioni; non la vuole virtualmente più nessuno. Ho messo la signora Clinton nell’elenco dei candidati fantastici proprio perché il suo desiderio di ricandidarsi rimarrà nel mondo delle fantascienza e nella sua testa da megalomane cui nessuno, a parte pochi nel partito democratico, vuole più sentire, vedere o dar credito.

Adesso il problema serio, il dilemma sempiterno che si pone nel partito democratico è quello di spiegare, convincere la Clinton che l’elettorato Democratico stesso ha ormai voltato pagina e che pochissimi sono disposti ad accettare una sua qualche ingerenza nella futura costruzione del partito democratico. La Clinton rappresenta il passato; lo sanno tutti, meno che lei. Lo stesso povero Bill Clinton, negli ultimi mesi si è defilato dal palcoscenico pubblico, mostrando più buon senso della moglie la quale si ostina o forse fa finta di credere che la sua figura politica sia ancora rilevante.

Fatto sta che nessuno dei candidati Democratici alle ultime elezioni di Medio Termine appena concluse, sia al Senato che alla Camera, ha chiesto il suo sostegno, il suo aiuto. Tutt’altro; hanno accuratamente evitato anche solo di menzionare in pubblico il nome della Clinton, preferendo invece invitare ai loro comizi personaggi politici del calibro di Joe Biden, Barack Obama e Bernie Sanders.

Allora si torna al questione che ho posto sopra. Chi avrà l’ardire di annunciare la cattiva novella alla Clinton? Ci saranno dei volontari disposti a subire la sua furia? Dovranno probabilmente essere precettati controvoglia e farsi  immortalare, sacrificandosi sull’altare della causa Democratica. Dovranno andare da Hillary Clinton e spiegarle che il suo regno dittatoriale è finito, la sua carriera politica sepolta e il suo delirio di potenza completamente fuori luogo.

In attesa di assistere ai fuochi pirotecnici, ci godiamo lo spettacolo offerto fin qui dalla signora Clinton. La settimana scorsa Hillary in un’intervista al theguardian, esaminando l’ascesa del cosiddetto populismo, ha dichiarato che l’Europa ha bisogno di leggi migratorie molto più severe per tenere lontano i fantasmi dei risorgenti nazionalismi. L’Europa dovrebbe chiudersi a riccio, perchè l’immigrazione di massa sta riaccendendo pericolosamente le torce dei movimenti nazionalisti.

La Clinton afferma che: “l’Europa ha fatto la sua parte e deve ora mandare un messaggio chiaro:  ‘non siamo più in grado di offrire rifugio e supporto a tutte queste persone’ questo perché se non si affronta il problema dell’immigrazione, le conseguenze saranno catastrofiche per la politica tradizionale.”  La Clinton ha poi proceduto a condannare Trump e la sua retorica incendiaria nel contesto dela tematica dell’immigrazione.

Prima di Trump però c’è stato un altro presidente che ha usato sul tema parole altrettando “incendiarie”. Quel presidente non era altro che il consorte di Hillary Rodham: Bill Clinton. Qui sotto un video del 1995 quando Clinton si riferiva al problema immigrazione usando le stesse parole di Trump oggi:

Detto questo, le dichiarazioni di Clinton contengono una parte di verità. Ma in queste dichiarazioni ha dimenticato, naturalmente, di prendersi le proprie responsabilità omettendo la parte in cui dovrebbe dichiarare che i motivi dei risorgenti nazionalismi sono figli delle decisioni disastrose prese,in termini geopolitici, dalla stessa Clinton nella sua opera di destabilizzazione di molte aree geografiche vicino all’Europa; tra le tante la Siria e la Libia.  Le politiche europee dell’austerità economica, imposte con le buone o con le cattive dalla dittatura UE, hanno anche contribuito al riaffacciarsi di questo populismo tanto odiato dalle élite politiche e finanziarie.

Le reazioni alle sue parole di condanna delle politiche migratorie europee sono state dure da parte dell’ala più  progressista del partito Democratico, incolpando la Clinton di ipocrisia e di paranoie razziste.  Tanto è bastato che la Clinton, il giorno dopo, su twitter, facesse un passo indietro specificando cosa intendeva nelle dichiarazioni fatti al theguardian: “ In una recente intervista, ho parlato di come l’Europa deve respingere il nazionalismo di destra e l’autoritarismo, anche affrontando il problema migrazione con coraggio e compassione. Su questo argomento ho anche tenuto un discorso completo il mese scorso.” “Su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo bisogno di riforme. Non frontiere aperte, bensì leggi sull’immigrazione applicate con equità e rispetto dei diritti umani. Non possiamo lasciare che la paura o il pregiudizio ci costringano a rinunciare ai valori che hanno reso le nostre democrazie sia grandi che buone.”

La precisazione alle sue dichiarazioni non ha calmato i bollenti spiriti negli ambienti della sinistra americana che vuole la Clinton consegnata per sempre agli annali della storia; non ha impressionato la destra che considera le dichiarazioni di Clinton semplicemente un atteggiamento da pre-candidata, in linea con la sua tipica ipocrisia.  La sua dichiarazione anti-immigratoria va ricercata nella necessità di Clinton di rimanere rilevante nel gioco politico.  Possiamo dire che Hillary doppia il Trumpismo, testando il terreno, nella speranza che possa aiutarla eventualmente nella sua potenziale corsa presidenziale per il 2020. Alla fine con le sue dichiarazioni non ha fatto felice nessuno.

Rimane un’ultima considerazione da fare: Può essere che la Hillary Clinton non abbia nessuna intenzione di ricandidarsi, ma abbia semplicemente lanciato un messaggio alle élite del globalismo e della Unione Europea; prevenire l’avvento di regimi populisti è ancora più importante della acquisizione di manodopera a basso costo…

https://www.theguardian.com/world/2018/nov/22/hillary-clinton-europe-must-curb-immigration-stop-populists-trump-brexit

ELEZIONI DI MEDIO TERMINE: Mezzo smacco, mezza vittoria, di Gianfranco Campa

Le elezioni di medio termine più attese, più politicamente esplosive nella storia della politica americana si sono concluse. Le sentenze che arrivano dai seggi elettorali sono chiare.  La strategia della tensione,  attuata dai democratici e dallo stato ombra, è stata solo parzialmente vincente . La discesa insolita in campo di mostri sacri, di Obama in particolare, ha sortito un effetto positivo solo parziale in campo democratico e ha risvegliato gli umori militanti nel campo repubblicano.

I repubblicani incrementano i senatori, i democratici riprendono la Camera. L’onda blu non c’è stata, l’apoteosi dei democratici si è spenta. Il nostro sito è stato l’unico in Italia a pronosticare con molte settimane di anticipo che i Repubblicani avrebbero aumentato il numero dei deputati al Senato e perso il controllo della Camera per pochi seggi.

La mappa geografica elettorale dell’ Americana conferma la dinamica ormai  in corso da decenni ma che ha subito bruscamente una accelerazione con le presidenziali del 2016: la polarizzazione estrema della politica e con essa della società americana. Le Città Stato e le regioni costiere delle élite americane sono andate appannaggio dei Democratici; il centro e l’interno del paese si è invece, per l’ennesima volta, colorato di Rosso. I liberali-progressisti democratici contro i conservatori della destra Repubblicana. Due mondi che non s’incontrano, che non si parlano e che non comunicano più tra di loro.  Una divisione che non sarà più colmabile e che porterà alla frattura del paese e molto probabilmente, col tempo,  a una nuova guerra civile.

Questi due mondi se le sono cantate e dette di tutti i colori. Dalle elezioni di Trump nel 2016 ad oggi è stato un crescendo di accuse, tensione e violenza. La narrazione, la versione raccontata dai media e dai democratici, incluso l’Establishment Repubblicano, è stata prima la illegittimità della presidenza Trump in quanto burattino di Putin, eletto grazie alle interferenze Russe nelle elezioni americane. Accuse che hanno portato  all’inchiesta, non ancora conclusa, del Russiagate. Il Russiagate ha però fallito nell’obiettivo di influenzare e convincere  i Repubblicani, ma soprattutto la base elettorale di Trump della illegittimità del presidente, descritto come un traditore in modo tale da scalfirne l’immagine. Successivamente si è poi passati all’inchiesta, non ancora conclusa, del Pornogate. Anche il Pornogate ha però fallito nell’obiettivo di influenzare e convincere i Repubblicani, ma soprattutto la base elettorale di Trump, della immoralità del Presidente; non ne ha scalfito ancora una volta l’immagine. Si è poi passati alle bombe e alle sparatorie di massa, sempre con lo stesso obbiettivo, insinuandone la pericolosità in quanto razzista e suprematista bianco. Tutto questo condito nel frattempo da due anni di intensi abusi e pressioni verso gli elettori Trumpiani che hanno dovuto subire attacchi verbali e fisici da parte della massa democratica.

Si è accusato Trump di razzismo, omofobia, antisemitismo, collusione, tradimento etc. Si è accusato Trump di linguaggio incendiario, inaccettabile, rude, primitivo etc. Di riflesso le accuse erano dirette anche ai suoi elettori. Un disprezzo sempre più ostentato verso una larga parte di cittadini americani da parte dei media, dei democratici e dell’establishment repubblicano, che non ha precedenti nella storia politica moderna a stelle e strisce e che è iniziato molto prima dell’avvento di Trump.

Questo disprezzo delle élite americane verso gli elettori di Trump è lo stesso riservato al defunto Tea Party dell’era Obamiana. Obama aprì il vaso di pandora di questo sentimento quando in campagna presidenziale si riferì a una larga fetta di cittadini americani come a coloro che si aggrappano alla bibbia e alla pistola. Si è poi passati a Hillary Clinton la quale durante le presidenziali del 2016 ha descritto quegli stessi cittadini americani come un cesto di deplorabili. Questa retorica incendiaria continuerà per molto tempo ancora fino a quando la corda si spezzerà. Nel frattempo i servizi segreti incaricati di protteggere il presidente Trump hanno diramato la lista ufficiale del numero di indagini finora condotte contro persone o entità che hanno minacciato Trump di morte: 197, un numero senza precedenti.

Torniamo alle elezioni. Storicamente il partito del presidente in carica alle elezioni di medio termine perde la Camera,  a volte anche il Senato; per Trump non è stato diverso anche se, come ho detto prima, la cosiddetta onda blu non si è materializzata. I dati, se paragonati con altre elezioni presidenziali, sono positivi per Trump:

 

2010 Obama:: -63 seggi

1994 Clinton: -52

1958: Eisenhower: -48

1974 Ford (Nixon): -48

1966 Johnson: -47

1946 Truman: -45

2006 Bush: -30

1950 Truman: -29

1982 Reagan: -26

2018 Trump: -26

 

Trump ha limitato i danni, nonostante la mostruosa macchina da guerra politica ( e non solo) messa in atto contro di lui e contro i Repubblicani, almeno la fazione a lui fedele. I Democratici hanno speso due volte di più dei Repubblicani. Dati ufficiali non sono a disposizione e quantificare l’ammontare dei soldi spesi dal Partito Democratico è difficile. Secondo stime non ufficiali sarebbero più di 300 milioni i dollari investiti dai candidati democratici per queste elezioni. Cifre non sorprendenti soprattutto se si considera che miliardari come Michael Bloomberg, Tom Steyer e George Soros hanno speso una somma enorme del loro tesoro nella loro crociata anti-Trump sostenendo i vari candidati Democratici. Le stesse aziende del firmamento virtuale sono entrate direttamente in campo contro il Presidente. Allo stesso tempo i soliti donatori Repubblicani come i fratelli Koch ( Charles G. Koch and David H. Koch)  sono rimasti a guardare poiché fanno parte dell’apparato dell’Establishment Repubblicano e non avevano nessun interesse a sostenere l’agenda di Trump.

Altre considerazioni importanti. Anche se i Repubblicani  avessero mantenuto il controllo alla Camera, il margine sarebbe stato così piccolo, che nulla di importante avrebbe potuto essere approvato.

Con il controllo del senato i Repubblicani continueranno a nominari giudici alle corti federali, cosa non di poco conto.

Il controllo dei Democratici alla camera comporta comunque forti rischi per Trump. I pericoli in vista sono ostruzione e indagini continue da parte dei deputati democratici.

L’affluenza è aumentata, ma non ai livelli presidenziali. Nelle ultime tre elezioni presidenziali, circa 130 milioni hanno votato. Sembra che ieri siano andati a votare circa 100 milioni.

La quota degli elettori bianchi è in calo. Gli elettori bianchi erano il 79% di tutti gli elettori nel 2006; 77% nel 2010; 75% nel 2014 e 72% ieri. Nel 2006, l’ultima volta che i Democratici presero il controllo della Camera, persero fra gli elettori bianchi più di quattro punti. Ieri i Democratici hanno perso 10 punti di elettorato bianco.

Il problema di consenso dei Repubblicani da parte delle donne è cresciuto. Nel 2006, i repubblicani hanno perso fra le donne dodici punti. Ieri, hanno perso altri diciannove punti rispetto al 2006.

L’affluenza degli elettori 65+ è aumentata, probabilmente grazie a Trump che riesce a caratterizzare le elezioni attribuendo ad esse una rilevanza nazionale. Ieri, gli anziani  hanno raggiunto il 26% dell’elettorato. Nelle ultime tre elezioni, erano  rispettivamente 19, 21 e 22%.

Il voto giovanile non è stato molto positivo. La fascia dei 18-29 anni ieri erano il 13% degli elettori. Nelle ultime tre elezioni mediamente erano il 12, 12 e 13%.

Il divario scolastico è diventato più ampio. Nel 2006 i laureati erano +7% a favore dei democratici. Ieri erano circa  +30%. Sta di fatto che l’elettorato è sempre più diviso in nicchie; una tendenza che lascia presagire un futuro particolarmente inquieto e spietato.

Trump, intanto, ha immediatamente dimissionato Jeff Sessions, reo da tempo di non aver minimamente contrastato l’azione e le scorribande del Procuratore Muller nel Russiagate e Pornogate. Lo stesso Muller potrebbe essere la prossima vittima designata prima che, a gennaio, si insedi la nuova Camera del Congresso. Qualche scheletro nell’armadio da scovare per agevolare la defenestrazione sarà sempre disponibile. Trump ha ormai dimostrato di poter contare anche lui sul sostegno efficace anche se ancora minoritario di componenti significative degli apparati. Il prezzo pesante di questo salvacondotto lo abbiamo evidenziato più volte nel corso di questi due anni. L’esito finale dello scontro, per altro, non prevede prigionieri. La caduta di peso dei neocon in campo repubblicano e il mancato successo della componente più radicale e sinistrorsa del partito democratico non farà che rendere ancora più netti gli schieramenti almeno sino a quando il successo di Trump potra fungere da parafulmine e nascondere e sopire le faide che covano in campo democratico. Intanto guerra si vuole, guerra sarà. Anzi, guerriglia all’interno e prosecuzione dello scompiglio nel mondo multipolare prossimo venturo

 

 

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON, di Gianfranco Campa

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON

Uno si chiama Cesar Altieri Sayoc, l’altro si chiama Robert D. Bowers. Il primo è il 56enne bombarolo della Florida, il secondo il 46enne assassino di innocenti ebrei che partecipavano, di sabato, alla funzione religiosa in una Sinagoga (Tree of Life) di Pittsburg. Il primo ha spedito 14 bombe ad altrettanti rappresentanti dell’apparato del partito Democratico, fra mass media, donatori e politici. Il secondo ha assassinato a sangue freddo 11 persone e ferito 6. Il primo è un “bodybuilder” che odia i democratici, il secondo un demente suprematista bianco, antisemita, che odia gli ebrei.

Questi due individui sarebbero accomunati, secondo la versione mass mediatica e politica di stampo democratico, da un odio viscerale per tutto quello che viene individuato come la fogna dell’establishment del potere e entrambi, sempre secondo i mass media e i democratici, sarebbero stati influenzati, aizzati nel loro impeto criminale dalla retorica odiosa proveniente dal Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

Le azioni violente di questi due individui possono considerarsi vero e proprio terrorismo. Mentre Robert D. Bowers ha distrutto undici vite, le “bombe” di Sayoc non hanno fatto danni né materiali né fisici, se si esclude lo stress emotivo causato alle organizzazioni e persone che hanno ricevuto le bombe, stress che non deve essere minimizzato, perché per definizione tecnica, il terrorismo si esplica anche senza violenza vera, semplicemente nel momento in cui si crea terrore attraverso la sola minaccia di danno fisico a persone e cose. La minaccia di violenza per ragioni politiche, religiose o ideologiche corona una volta per tutte la definizione di terrorismo.

Le analogie però finiscono qua, poiché le storie di questi due terroristi viaggiano su due binari completamente separati; nonostante le ginnastiche mentali dei mass media intente a connettere questi due eventi al comportamento e alle parole di Trump, la realtà è molto lontana da quella rappresentata dalle fonti mediatiche.

Indagando un po più a fondo su questi atti di terrorismo si scoprono aspetti interessanti e lugubri.

Partiamo da Bowers:  Era ormai da molti mesi che Robert D. Bowers continuava a rigurgitare sul sito Gab, tramite i suoi post, la sua intolleranza antisemita, affermando che gli ebrei erano il “nemico dei bianchi” fino a quando poi, sabato scorso, ha concretizzato i suoi propositi entrando nella sinagoga Tree Of Life di Pittsburgh con un fucile d’assalto e tre pistole e aprendo il fuoco al grido di: “Non posso stare seduto a guardare la mia gente  (i Bianchi) essere massacrata.”  Al Termine della follia omicida di Bowers 11 persone hanno terminato il loro viaggio terreno.

Bowers, aveva 21 pistole registrate a suo nome, ma secondo le dichiarazioni ufficiali non era noto alle forze dell’ordine prima della sparatoria.

Bowers frequentava il sito Gab, un social network che si autoproclama piattaforma dedicata alla libera espressione della parola. Sito che è molto popolare tra gli attivisti di estrema destra e i nazionalisti bianchi. Dopo essersi iscritto a Gab, lo scorso Gennaio, Bowers aveva condiviso un fiume di insulti antiebraici e teorie complottistiche. Fra questi messaggi si trova anche la smentita alla tesi sostenuta dai mass media secondo la quale è stato istigato ad agire perché ispirato dalla retorica di Donald Trump: “Trump è un globalista non un nazionalista…”  sentenziava Bowers. In altre parole Trump e tutto il suo movimento MAGA (Make America Great Again) erano influenzati dagli ebrei. Bowers nei suoi post e nella sua retorica considerava Trump un nemico della razza bianca quanto gli ebrei stessi. Questo smentisce la teoria secondo cui Trump abbia ispirato il demente Bowers a commettere il suo codardo atto di terrorismo. Qui trovate il link ai post di Bowers: https://imgur.com/a/cwB9QkR

Del passato di Bowers si sa poco o niente. Sino alla furia omicida mostrata in Pittsburgh, Bowers era una figura del tutto anonima, apparsa all’improvviso, come una cometa di sventura, pochi mesi fa sull’universo di Gab.

Quello che invece si sa dell’altro terrorista Cesar Sayoc è abbastanza da scriverci un libro; allo stesso tempo, quella delle bombe inesplose spedite da Sayoc alle vittime democratiche è una storia che pone molte domande e offre poche risposte.

Le quattordici bombe inoperative, spedite da Sayoc a personaggi del calibro di Hillary e Bill Clinton, George Soros, John Brennan, Barack Obama e alla CNN hanno scatenato la rabbia dei mass media e dei democratici, tutta diretta contro Trump per aver motivato con il suo linguaggio incendiario la sua mano. Sayoc è stato arrestato in Florida, dove risiedeva. Il suo furgone bianco, tappezzato di adesivi contenenti messaggi pro-Trump e anti-Democratici è diventato l’autoveicolo più famoso in America dai tempi della famigerata limousine su cui viaggiava Kennedy nel 1963.

Ma chi era esattamente Sayoc? A differenza di Bowers, Sayoc ha una lunga, estesa lista di precedenti penali. Sono almeno dieci, secondo il Dipartimento di Giustizia della Florida, gli arresti di cui il prode è stato oggetto negli anni, incluso uno  nel 2002 per aver minacciato di far saltare in aria la sede della Florida Power and Light (Azienda elettrica della Florida.) Il suo appuntamento più recente con le forze dell’ordine è stato nel 2015.

L’arresto di Sayoc, da parte del FBI è avvenuto a Ventura, in Florida, quarantotto ore dopo la spedizione da parte sua dei pacchi bomba. Sayoc era anche noto su Facebook come Cesar Altieri Randazzo. Al suo arresto tutti i mass media lo hanno prontamente etichettato come un fanatico sostenitore di Trump. Dopo l’arresto, le foto e i video del furgone bianco di Sayoc, appena sequestrato dall’FBI e tapezzato di molteplici adesivi e memorabilia pro-Trump, hanno fatto il giro del mondo. E’ stato immediatamente ribattezzato il  “Trump Van” ed è diventato lo strumento usato dai media per attaccare Trump; il furgone di Sayoc simbolo dell’odio dell’America di Trump.

Ma è proprio a partire dal furgone che sorgono i primi seri dubbi sulla legittimità della versione ufficiale su questa storia del terrorista Trumpiano. Le foto mostrano un vecchio Ford Bianco, tappezzato di messaggi, posters, adesivi e cappelli di baseball Pro-Trump in evidenza sul cruscotto; un vero e proprio appariscente cartellone pubblicitario itinerante, un bel pugno nell’occhio che difficilmente sfugge all’attenzione della gente. Il furgone non mostra grandi segni di ammaccature o rigature sulla carrozzeria, un fatto alquanto strano poiché negli ultimi tre anni i sostenitori di Trump sono stati vittime di vari atti di vandalismo, specialmente se si permettono di ostentare i simboli del loro sostegno. Un furgone così avrebbe attratto l’attenzione di molti curiosi e presumibilmente di potenziali vandali militanti anti-Trump. Un altra perplessità sul furgone suscita la relativa integrità degli adesivi affissi sui finestrini. Gli adesivi appaiono ancora molto vividi nel loro colore originale, come se fossero stati attaccati non due-tre anni prima, bensì pochi giorni prima. Normalmente questi adesivi dovrebbero mostrare segni di scolorimento o ingiallimento, specialmente se si considera il sole cocente che batte sulla Florida per buona parte dell’anno.

Ma veniamo ai misteri sulla personalità di Sayoc. Ex calciatore professionista, ex ballerino spogliarellista, ex bodybuilder, promotore di eventi e coordinatore di marketing per un Casinò.

Il Casinò presso cui lavorava si chiamava Seminole Hard Rock Casino in Florida, una società di proprietà della Tribù Indiana Seminole. Casinò di proprietà e gestione della Nazione Sovrana Seminole, un fatto questo importante poiché tradizionalmente, vigorosamente e pubblicamente, i Seminole non hanno mai nascosto la loro foga anti-Trump e pro-democratica, al punto tale che parte del loro lucrosi introiti finanziari  viene reinvestito nel partito democratico sotto forma di donazioni. Sembra alquanto strano quindi che un’azienda apertamente schierata nel sostegno ai Democratici, tolleri un loro impiegato, Sayoc, così vistosamente, pacchianamente sostenitore di Trump. Infatti la direzione di Hard Rock Casino ha smentito che Sayoc sia un loro lavoratore, ma a quel punto era troppo tardi perché la notizia era già stata resa pubblica sui siti di informazione. Il profilo social di Sayoc diceva chiaramente che lavorara per i Seminole. C’è di più; fino al 2016, secondo i dati ufficiali, Sayoc era iscritto al Partito Democratico per poi trasformarsi in un  ‘fanatico” sostenitore di Trump. Intendiamoci una scelta non di per sé strana o impossibile visto che molte persone decidano di cambiare alleanza politica da un partito ad un altro, nel caso di Sayoc però questo cambio ha il sapore più di fabbricazione, di depistaggio, che di genuino cambio di fede politica.

Da dove deriva questo dubbio che tutto l’affare Sayoc sia una completa macchinazione occulta? La teoria che tutta questa storia delle bombe sia ingannevole e manipolata scaturisce dalla rivelazione più  inquietante. Secondo quanto riferito dalla televisione locale della Florida WPTV, Cesar Sayoc ha lavorato anche presso un locale di spogliarelli come buttafuori e DJ, l’Ultra Gentleman’s Club di West Palm Beach, in Florida. In questo locale, fino allo scorso Aprile, cioè un po` prima che scoppiasse lo scandalo del pornogate, si è esibita la famosa pornodiva  Stormy Daniels. Una “coincidenza” alquanto curiosa che pone una serie di domande sulla legittimità di questa storia del bombarolo della Florida.

Altra coincidenza “anomala”,  l’esibizione di  Stormy Daniels ad Aprile è avvenuta in concomitanza  con la visita del presidente Donald Trump in Florida. Abbastanza interessante anche il fatto che lo strip club si trova vicino al campo da golf di proprietà di Trump. Il DJ di quella serata, inutile dirlo, era appunto Sayoc.

L’affare Sayoc è costellato di informazioni alquanto bizzarre. Secondo il manager del club, Stacey Saccal, il locale stesso non ha ricevuto mai lamentele da parte di altri membri dello staff o clienti sul comportamento di Sayoc; a tutti è sembrato un “bravo ragazzo”. “Non ho mai saputo che il suo furgone era coperto di adesivi politici, pensavo fosse un camioncino di gelati”, ha detto Saccal a WPTV. Saccal ha anche detto che i suoi dipendenti non avevano idea che Sayoc fosse un militante politico. Non ha mai parlato di politica al lavoro e nessuno ha notato gli adesivi sul suo furgone. Un particolare importante visto che darebbe credito all’ipotesi che gli adesivi erano di recente affissione, cioe` poco prima che Sayoc spedisse le bombe.

Questa storia di Sayoc e di Bowers lascia molto perplessi e solleva una serie di domande più che legittime. Perché tutti e due questi personaggi hanno fatto scattare il loro impeto terrorista ed omicida a pochi giorni dalle elezioni di medio termine? L’incrocio Stormy Daniels-Sayoc è stato realmente frutto di una coincidenza? Come ha fatto il furgone di Sayoc a rimanere anonimo, tappezzato come era da “camioncino di gelati” ?  Come mai nessuna delle bombe è esplosa nonostante che l’FBI si sia affrettata a dichiarare che le bombe erano perfettamente funzionanti, cosa poi smentita da un gruppo di esperti di esplosivi? Come ha fatto l’FBI a risolvere la matassa terroristica del bombarolo anti-democratico nel giro di quarantotto ore, dopo che a più di un anno di distanza ha chiuso le indagini sulla strage di Las Vegas senza trovare un movente alla follia omicida di Stephen Paddock? Chi era Bowers prima che apparisse improvvisamente sulla scena delle reti sociali con i suoi post antisemiti? Chi si celava realmente dietro quegli individui che alimentavano l’odio di Bowers partecipando attivamente con commenti e condividendo link sui suoi post su Gab?

A queste domande probabilmente non avremo mai una risposta. Quello che a mio parere però appare chiaro è che una “manina” abbia prenotato tutte le “fermate” prima delle elezioni di medio termine. Può essere che a forza di bomba o non bomba arriveranno a Washington. Martedì sapremo se questa strategia avrà funzionato nell’esito elettorale.

Intanto ha funzionato nella tempistica di una stampa e di un sistema mediatico così solerti nel costruire uno scenario così fosco e compromettente nei confronti di Trump e dei suoi sostenitori, ma così distratti ed evanescenti quando atti ben più gravi, minacciosi e pericolosi, nelle settimane a ridosso delle prodezze dei due energumeni, hanno interessato la sicurezza e l’incolumità fisica di personaggi di primo piano dello staff presidenziale e di uomini politici a lui vicini. Appostamenti, tentativi di avvelenamento, provocatorie manifestazioni di ostilità nei momenti più riservati e improvvisati che lasciano sospettare una capacità di intelligence e una regia occulta e troppo ben attrezzata per essere condotta solo da gruppi di scalmanati.

 

 

27°-2 podcast_elezioni di medio termine, di Gianfranco Campa

Il 27° podcast di Gianfranco Campa è una autentica gemma; un pezzo di grande giornalismo degno di essere ospitato nelle più autorevoli riviste di analisi politica. Offre informazioni ed analisi introvabili nell’editoria più affermata. La grande stampa, però, è ormai schiava della peggiore e più ottusa partigianeria, condita da un livello di approssimazione sconcertante; offre rarissimi spazi ad analisi obbiettive ed approfondite. questo blog ha sottolineato più volte la crucialità della scadenza delle elezioni americane di medio termine sia per quella nazione che per le dinamiche geopolitiche. Sino ad ora si è soffermato soprattutto sulle vicende della Presidenza Trump, sul suo rapporto conflittuale, aspro con il Partito Repubblicano e con i settori maggioritari e più potenti dello Stato. A prezzo di pesanti cedimenti e compromessi del Presidente, ha tuttavia rivelato sì la forza di questi settori, ma anche la loro mancanza di una strategia coerente e di una prospettiva convincente tale da consentire il controllo accettabile della situazione e un recupero di credibilità. Una situazione che ha consentito l’acquisizione di un controllo accettabile del Partito Repubblicano da parte di Trump a costo però di una fronda disposta a tutto pur di affossarlo e ridurlo in minoranza rispetto ai democratici. La scadenza elettorale sta rivelando un accenno di strategia coerente del fronte di opposizione a Trump. Una strategia tesa a paralizzare il Presidente, presumibilmente, sino alla fine del suo mandato ma anche a controllare le possibili fratture che minacciano la tenuta anche del Partito Democratico americano. Si deve ricordare che la Clinton, in cambio del sostegno tiepido di Sanders, successivo alla vittoria fraudolenta alle primarie, ha dovuto cedere il controllo di ampi settori del partito in cambio della rinuncia all’astensione e ad una probabile scissione dei settori radicali di quel partito. La strada scelta è del tutto inedita e sorprendente; inquietante soprattutto. Si assiste, ormai, all’ingresso esplicito e massiccio nella scena politica di esponenti dello stato profondo. Una dimostrazione di forza e di debolezza allo stesso tempo. Per questo l’ascolto del podcast merita grande attenzione. La situazione in Italia e in Europa, del resto, dipende in gran parte dall’evolversi di questa situazione.

Qui sotto sono forniti i link ai quali fa riferimento Campa nel suo intervento e la lista parziale ma significativa dei candidati direttamente legati ai servizi di intelligence. Sono circa la metà del totale delle candidature alla Camera, al Senato e ai Governatorati. Se volete avete tutta la possibilità di approfondire e verificare l’attendibilità delle informazioni. 

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

24° podcast_ Botta e risposta, di Gianfranco Campa

Il Russiagate avrebbe dovuto essere la pietra tombale della Presidenza Trump. Si sta rivelando una caccia ai mulini a vento che rischia di ridicolizzare e discreditare ulteriormente i promotori. Per uscire dalla palude nella quale stanno annaspando senza vie di uscita cercano di aprire pretestuosamente nuovi filoni di indagine con veri e propri colpi di mano e abusi delle proprie funzioni e del proprio mandato. Un logoramento che sta consentendo a Trump di esibire nuovi campioni in grado di tener testa alle scorribande e di rendere la pariglia anche allo stesso livello. La discesa in campo di Rudolph Giuliani è particolarmente significativa. Efficace nel ribattere gli attacchi personali, al prezzo però del sacrificio progressivo dello staff che ha portato Trump alla Casa Bianca sull’onda di prospettive e strategie alternative oramai sempre più vaghe. Un duello che spinge a concentrare sempre più le forze nella tenzone con il risultato di allentare i fili che controllano le dinamiche nei paesi alleati più stretti. Tanto più che uno degli oggetti reali del contenzioso che fanno da sfondo alle faide riguarda il mantenimento o meno della rete di rapporti multilaterali costruiti in questi ultimi trenta anni oppure la loro ridefinizione attraverso una rinegoziazione  bilaterale con i principali paesi, compresi quelli aderenti al Patto Atlantico. Una dinamica che porta ad acuire le rivalità tra le varie potenze regionali ma che sembra altresì offrire qualche margine di azione inaspettato a nuovi centri politici in via di emersione. Ciò che sta accadendo in Italia potrebbe testimoniare un ulteriore passo verso questa direzione. Un processo che rende ancora più interessante ed offre un contesto verosimile alla narrazione inedita che Gianfranco Campa continua ad offrirci_ Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-24

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