L’ORA X DELLA CATALOGNA, L’ULTIM’ORA DI PUIGDEMONT, di Giuseppe Germinario

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Carles Puigdemont ha confermato la dichiarazione di indipendenza della Catalogna ed auspicato una trattativa con il Governo Centrale di Spagna

Raramente accade di una classe dirigente così platealmente votata al suicidio come quella catalana, senza nemmeno l’aura romantica che spesso riveste i predestinati al sacrificio patriottico. Un epilogo tanto tragico quanto farsesco del destino individuale di questi condottieri. Non di tutti, beninteso. I più scaltri e furbi hanno istigato, hanno saputo defilarsi e alcuni arrivano ora a proporsi come mediatori con buone probabilità di qualche riconoscimento istituzionale nel prossimo futuro.

Un gruppo dirigente evidentemente privo di qualsiasi memoria storica. La Catalogna, in epoca moderna, ha conosciuto vari moti indipendentistici conclusisi inesorabilmente tutti più o meno tragicamente nel giro di pochi giorni o mesi.

Privo di cultura istituzionale visto che non solo ha violato apertamente la legge dello Stato centrale, anche se questo è pressoché la norma nei tentativi secessionistici, pur con le recenti eccezioni legate al dissolvimento del blocco sovietico; ha forzato, violato e gestito malamente le procedure della propria istituzione regionale che hanno portato al referendum e alla proclamazione di indipendenza e dirottato apertamente risorse pubbliche a fini privati legati alla promozione mediatica e lobbistica del progetto secessionistico in particolare negli Stati Uniti.

Privo soprattutto di basilare cultura ed accortezza politiche.

Ha con ogni evidenza del tutto sottostimato le implicazioni militari di un tale atto e la capacità reattiva di uno stato e governo centrale lesi in una delle loro prerogative fondamentali. Il recente accordo tra il Governo Centrale e la Regione Basca che riconosce ad essa ulteriore ampia autonomia e addirittura la prerogativa dell’imposizione fiscale deve averli indotti a sopravvalutare gravemente l’indebolimento delle capacità di difesa delle prerogative dello Stato Centrale. Un indebolimento certamente in atto grazie al processo di integrazione militare nella NATO e politico-economico nell’Unione Europea che ne ha accentuato la subordinazione politica e ridotto l’agibilità, ma non ancora del tutto compiuto. La Spagna ha infatti pagato il proprio relativo e fragile sviluppo economico incentrato soprattutto sull’edilizia, sulla creazione di infrastrutture e sul turismo con una cessione significativa del controllo delle proprie attività industriali più importanti; al pari dell’Italia e di altri paesi europei politicamente malconci e a causa di un contesto territoriale determinato dall’esistenza di ben quattro principali grandi nazionalità, ha ceduto maggiormente alle lusinghe europeiste di una regionalizzazione sovrana in grado di agire direttamente con le istituzioni comunitarie, aggirando le prerogative, il coordinamento e gli indirizzi dello stato centrale. Il risultato è la sovrapposizione di una subordinazione storica alla potenza americana a quella franco-tedesca, analoga a quella italiana anche se parzialmente contenuta dai retaggi nazionalistici più pervasivi legati al recente passato franchista.

Ha sorprendentemente glissato sulla indispensabile compattezza quantomeno della popolazione catalana necessaria a sostenere un confronto così aspro e definitivo. Il movimento indipendentista si sta rivelando invece una realtà politica significativa ma minoritaria non solo nell’intera Catalogna, compresa quella non interessata dall’azione referendaria, ma anche nell’epicentro stesso del conflitto, la zona di Barcellona.

Riguardo all’indispensabile sostegno internazionale necessario a rompere l’isolamento e a trarre energia, aiuto militare e appoggio politico sembra aver ignorato le conseguenze dell’appartenenza della Spagna alla Unione Europea e alla NATO. I legami ed il sostegno internazionale, i quali comunque non mancano, non possono infatti manifestarsi con le stesse modalità che hanno caratterizzato le primavere arabe e i movimenti secessionisti e sovvertitori di questi ultimi anni. La grande novità dell’evento di rottura riguarda proprio la sua collocazione geopolitica; non più ai margini della sfera occidentale e nelle zone di attrito con Russia e Cina, bensì al centro dell’Europa occidentale.

Sul tavolo dei congiurati non potevano certo mancare opzioni più graduali ed avvolgenti che implicassero un’alleanza con le altre comunità nazionali di Spagna, compresa quella della costruzione di uno stato federale ormai resa verosimile e praticabile dal recente accordo già citato con i Paesi Baschi.

Quale nefasta congiunzione astrale ha determinato alla fine l’attuale piega degli eventi?

Certamente hanno assunto un ruolo importante le ambizioni e le rivalità all’interno del gruppo dirigente catalano il quale tenta alla fine di trovare una loro compensazione ed uno loro spazio nella neonata entità statale; ma queste trovano espressione solo nel particolare humus e retroterra alimentatosi nella regione.

Nella Catalogna di questi ultimi anni si è condensato un sodalizio sempre più complice tra un gruppo di politici locali, ben radicati negli interessi della comunità e con una visione megalomane della propria collocazione nel contesto internazionale, e la componente sinistrorsa e movimentista riconducibile a Podemos e Sinistra Unita.

Dei primi va sottolineata la pervicacia con la quale hanno confermato la propria collocazione nella NATO e nella UE, l’ostinazione nella ricerca di un sostegno lobbistico negli ambienti angloamericani, per la verità con ampio dispiego di risorse e scarsi risultati. Apparentemente nulla di anomalo rispetto alla necessaria ricerca di alleanze, sostegno o quantomeno neutralità che tutte le forze irridententistiche, rivoluzionarie portano avanti nella loro azione. I legami professionali e la storia di gran parte di questi dirigenti inducono però a pensare a qualcosa di deleterio.

Dei secondi, in particolare di Podemos, va rilevata con qualche attenzione in più la loro impostazione politica. La formazione di questo gruppo dirigente, in particolare di Pablo Iglesias inizia negli ambienti universitari di Los Angeles, la fucina che ha generato il movimento degli indignati e di Occupy Wall Street  http://italiaeilmondo.com/2017/10/11/dal-nostro-indignato-speciale-di-giuseppe-germinario-scritto-il-18102011/( http://italiaeilmondo.com/2017/10/11/dal-nostro-indignato-speciale-di-giuseppe-germinario-scritto-il-18102011/ )di alcuni anni fa; prosegue con un immersione, non priva di contrasti, nei movimenti culturali latinoamericani che hanno sostenuto le svolte di numerosi regimi di quel continente; si insedia nelle università di Madrid e Barcellona, in particolare negli ambienti accademici, dalle quali partono le spinte organizzative e la formazione del soggetto politico. La quasi totalità dell’impegno si fonda su tecniche di comunicazione basate su un particolare recupero del concetto gramsciano di egemonia; elude il problema del controllo degli strumenti coercitivi e punta sulla manipolazione dei sistemi mediatici, per altro nemmeno controllati direttamente. Si tratta in particolare di imporre un linguaggio e i propri contenuti. Il mondo viene schematicamente diviso tra un 1% di dominanti e un 99% di defraudati; il conflitto deve concentrarsi con azioni di partecipazione dal basso; le rivendicazioni si riducono a mere politiche di diritti e di redistribuzione. In Spagna il successo politico del movimento si basa su una campagna mediatica su scala nazionale e sull’alleanza su base locale con le forze autonomistiche e le varie opposizioni sociali.

Il movimento indipendentista catalano è figlio di queste impostazioni, in linea per altro con i tentativi passati. Fonda la propria azione politica sulla base di colpi di mano e di smaccata manipolazione mediatica degli eventi. Una esasperazione analoga a quella cui stiamo assistendo negli Stati Uniti e che sta minando progressivamente la credibilità degli artefici. La gestione strumentale ed approssimativa del referendum, la montatura della critica verso atti repressivi in realtà alquanto blandi stanno spingendo in un vicolo cieco il gruppo dirigente catalano in una azione puramente simbolica e verbale che potrà trovare alimento, probabilmente, solo in provocazioni sempre più pericolose e strumentali. Non si conoscono le effettive capacità e propensioni del governo catalano a condurre in questa maniera e sino in fondo il gioco; c’è di che dubitarne. Come c’è da dubitare delle solide convinzioni di un popolo indipendentista così lesto a smobilitare la piazza, un minuto dopo le dichiarazioni solenni del Presidente Puigdemontes, non ostante l’ombra minacciosa delle forze lealiste in campo.

La conferma della dichiarazione di indipendenza di oggi al parlamento catalano, con un dilazionamento dei suoi effetti, rappresenta una mossa disperata che non cambierà un destino personale ormai segnato dei responsabili catalani e il declino delle formazioni politiche citate già per altro in corso.

Una debolezza che rischia di spingerli sempre più sotto la protezione e il salvacondotto esterni. Non sono mancati a queste forze gli incoraggiamenti, il sostegno e il supporto dei soliti centri di potere che hanno contribuito a sconvolgere l’intera area mediterranea; nemmeno è mancato il sostegno discreto e qualche incoraggiamento altrettanto discreto di centri presenti nei paesi europei.

È mancato rumorosamente, questa volta, l’aperto e sfrontato supporto diplomatico americano messo all’opera direttamente nelle piazze in Egitto, in Ucraina, in Siria, in Kossovo nel recente passato.

Segno che il fronte non è più così compatto e che il confronto in corso negli Stati Uniti sta lasciando la propria impronta anche in Europa.

Quello in corso in Catalogna rappresenta comunque un test, probabilmente anche una forzatura determinata dalla perdita parziale delle leve di comando, di quanto la politica di destabilizzazione e del caos sia ormai esportabile in Europa. Qualche riflesso visibile lo stiamo vivendo anche in Italia con la vicenda del referendum lombardo-veneto. Friedman tempo fa ci aveva avvertiti. Il suo fallimento indurrà, probabilmente, a riproporre, ma sotto mutate spoglie, quella politica; certamente contribuirà a mettere in crisi e a far piazza pulita di queste sedicenti forze di opposizione perfettamente complementari all’azione degli attuali establishment sino a determinarne l’ulteriore sopravvivenza. Si auspica da più parti il successo di una qualsiasi politica di destabilizzazione, perché potrebbe favorire di per sé la formazione di nuove classi dirigenti più autonome e più sensibili alla costruzione di formazioni sociali più coese ed eque, adatte a sostenere il confronto che sta covando nel mondo. È invece proprio la modalità di svolgimento di questo confronto sia all’interno che tra esse che determina la qualità della formazione dei centri strategici.

Il compito faticoso degli analisti e soprattutto dei pochi politici dediti alla causa è appunto quello di discernere il grano dal loglio piuttosto che dedicarsi alla contemplazione del caos primordiale.

12 commenti

  • roberto buffagni

    Bella analisi, grazie e complimenti all’Autore.
    La domanda chiave mi pare: “Quale nefasta congiunzione astrale ha determinato alla fine l’attuale piega degli eventi?”
    Le ipotesi di risposta proposte dall’articolo sono tutte verisimili, ma questa vicenda resta difficile da spiegare senza ricorrere alla psichiatria. D’altro canto, le spiegazioni psichiatriche non tengono, quando si dovrebbero sottoporre a TSO alcuni milioni di persone, e quando NON rilevano la patologia della vicenda commentatori intelligenti e preparati come Jacques Sapir [https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-la-catalogne-ensanglantee-par-jacques-sapir/] o, in Italia, Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta [https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/10701-mimmo-porcaro-e-ugo-boghetta-l-intrigo-catalano-e-la-chiarezza-italiana-senza-effetti.html?utm_source=newsletter_385&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete]

    Perchè qui il problema, politico e culturale, è capire come mai alcuni milioni di persone hanno intrapreso un’azione politica senza tenere conto di dati di realtà elementari. E’ come se domani qualche milione di persone decidesse di uscire di casa dalla finestra invece che dalla porta senza tener conto della legge di gravità. Cosa ci è successo, santo Dio?

  • Il tempo determina l’uomo in ogni attimo che passa, e limita anche le volontà più potenti; ogni momento diviene così, per i romantici, qualcosa di oppressivo, di irrazionale, di spettrale, poiché implica l’ininterrotta negazione e la distruzione delle possibilità infinite. Davanti a questa potenza il romantico si rifugia nella storia: il passato è la negazione del presente, e poiché il presente nega e distrugge ogni possibilità, il passato è la negazione di questa negazione; tutte le limitazioni vengono così superate. I fatti passati hanno la qualità di esistere realmente, di essere concreti, e non arbitrarie creazioni, e tuttavia non hanno l’invadenza importuna della realtà attuale, che opprime il romantico in ogni attimo della vita quotidiana; sono contemporaneamente reali e non reali, possono essere reinterpretati, combinati e plasmati a piacimento, e, in quanto già trascorsi, nelle mani del romantico possono assumere le più meravigliose figure.
    Carl Schmitt, Romanticismo politico

    Veramente paradossale il percorso umano e politico di Carl Schmitt. Nel “Politische Romantik” (1) del 1919 che fu l’opera che lo pose fra i pensatori politici tedeschi della Konservative Revolution più influenti e conosciuti del primo dopoguerra, quello che in seguito, anche se per brevissimo tempo, sarebbe diventato il Kronjurist del Terzo Reich, liquidava con lapidarie affermazioni il ‘romanticismo politico”, voleva cioè investire del più ampio discredito umano e politico proprio quello stato d’animo che vedendo in un fantastico passato la perfezione, sarebbe stato in seguito. attraverso la mitologia del Blut und Boden, l’elemento fondamentale per il radicamento del nazismo fra le masse e per la sua conquista del potere. Leggendo l’acuta analisi svolta da Giuseppe Germinario in “L’ora X della Catalogna, l’ultim’ora di Puigdemont” (2) è quindi del tutto naturale riandare allo schmittiano “Politische Romantik” perché l’impostazione delle critiche quivi svolte sulla classe dirigente catalana sembrano veramente riecheggiare quelle svolte da Schmitt riguardo le enorme contraddizioni che si palesano qualora la mentalità romantica venga applicata alla politica. Scrive Germinario: «Raramente accade di una classe dirigente così platealmente votata al suicidio come quella catalana, senza nemmeno l’aura romantica che spesso riveste i predestinati al sacrificio patriottico.» Ora non si veda in questa negazione di Germinario dell’ “aura romantica” ai dirigenti autonomisti catalani una divaricazione dell’articolo in questione dall’analisi schmittiana della Stimmung politica romantica svolta in “Politische Romantik”, perché per il saggio schmittiano due sono le principali tare politiche del politico romantico. La prima l’abbiamo già vista nella citazione in esergo: avere il proprio orizzonte esistenziale e politico occupato da una rappresentazione del passato che ha una caratteristica anfibia e, in definitiva, proprio per questa sua ambivalenza, distruttiva rispetto a quella che potrebbe essere una vera (e dialettica aggiungiamo noi ma anche Schmitt non sarebbe stato proprio contrario a questa ulteriore nostra aggettivazione) azione politica. Caratteristica anfibia perché, da un lato, questo passato è in qualche modo realmente esistito e quindi si presta benissimo ad operare in un mondo secolarizzato dove non sono più possibili mobilitazioni di cuori e di menti secondo le esplicite vecchie categorie teologiche derivanti da una religione positiva che ha sempre meno seguito e dall’altro, perché la teologia cacciata dalla porta rientra dalla finestra attraverso la mitizzazione del passato che si vorrebbe oggettivo ma, in realtà, anch’esso è una costruzione dell’uomo come la vecchia teologia. Ma è nella seconda caratteristica del “politico romantico” così come ce la restituisce Schmitt nel “Politische Romantik” che, per paradosso, vediamo nell’inapplicabilità per Germinario dell’ “aura romantica” ai dirigenti autonomisti catalani perché non disposti, appunto, a romantici sacrifici ed olocausti personali, la piena aderenza dell’analisi di Germinario con la critica schmittiana al “politico romantico”. Scrive infatti Schmitt nel “Politische Romantik”: « L’atteggiamento romantico può essere qualificato nel modo più chiaro attraverso il concetto particolare e specifico di “occasio”; la si potrà descrivere come pretesto, occasione, o anche come caso, ma il suo significato più proprio viene fornito da una contrapposizione: “occasio” è il contrario del concetto di “causa”, cioè a dire di ogni causalità necessaria e chiaramente calcolabile, come anche di ogni solido legame ad una norma fissa. È infatti un concetto altamente dissolvitore, poiché tutto ciò che può fornire un ordine consequenziale alla vita e ai fatti storici – sia una causalità meccanicamente calcolabile, sia un rapporto finalistico o normativo – è assolutamente incompatibile con la rappresentazione della mera occasionalità: chi eleva a principio l’occasionale o il casuale viene a trovarsi in una posizione di grande superiorità rispetto alla normalità e a tutti i suoi limiti. Nei sistemi metafisici che vengono di solito definiti occasionalisti, poiché hanno come momento decisivo questa relazione con l’occasionalità, come ad esempio nella filosofia di Malebranche, è Dio che costituisce l’istanza ultima ed assoluta, mentre il mondo con tutto ciò che vi accade è soltanto la semplice occasione per il suo esclusivo operare. Quest’immagine dell’Universo è davvero grandiosa, e la trascendenza divina ne viene innalzata a vertici fantastici ed incommensurabili. Ora, questo atteggiamento occasionalistico può fermarsi a questo punto, ma può anche collocare al posto di Dio, come istanza suprema e fattore decisivo, qualcosa d’altro, come lo Stato, il popolo, o anche il singolo soggetto: quest’ultimo è proprio il caso del romanticismo. Io propongo dunque la seguente definizione: il romanticismo è occasionalismo soggettivizzato; il soggetto romantico, cioè, considera il mondo come occasione e pretesto per la sua produttività romantica.». (3)
    Sulla scorta, quindi, dell’impeccabile analisi di Germinario non solo sulla intrinseca debolezza della classe dirigente catalana ma anche di quella parte di popolo che l’ha fin qui seguita, entrambi schmittianamente classicabili sotto l’etichetta di “occasionalisti romantici”, e delle illuminazioni del Kronjurist del Terzo Reich che ci vengono dal “Politische Romantik”, una definitiva condanna del – per ora – molto velleitario tentativo catalano di secedere dalla Spagna? Su questo punto è necessario procedere con estrema prudenza, perché la Catalogna, con tutta la sua storia e tutta la sua cronaca, è anche una cosa nostra: res nostra agitur, si tratta cioè anche di una vicenda che ci riguarda direttamente e in prima persona perché la costruzione dell’Europa delle nazioni è stata principalmente forgiata proprio da quei “politici romantici” tanto icasticamente e limpidamente stigmatizzati da Carl Schmitt. Per un personaggio grandioso nel bene e nel male e contraddittorio come Carl Schmitt è impossibile trovare un’opera che ne possa rappresentare una sorta di testamento umano e morale ma, se vogliamo scegliere un suo lavoro che ne rappresenti tutte le sue contraddizioni, certamente “Politische Romantik” può svolgere benissimo questo ruolo. Carl Schmitt, proprio colui che per la sua disperata ricerca dell’ordine politico era arrivato alla lucida e spietata dannazione del “romanticismo politico” prestò alla fine la sua maestria giuridica proprio a quel movimento, il nazismo, che nei suoi peggiori elementi bestiali rappresentava la più fedele traduzione, ancorché degenerata al massimo grado, dell’occasionalismo politico romantico, tratto questo tragicamente contraddittorio di Schmitt, come fu puntualmente rilevato da Karl Löwith che nel 1935 sotto lo pseudonimo di Hugo Fiala pubblicò “Politische Dezisionismus”, scritto in cui il bersaglio polemico era proprio l’ “occasionalismo” di Carl Schmitt.(4) Vengo rapidamente alla conclusione. Proprio perché non possiamo evitare il monito del “res nostra agitur”, al di là delle palese deficienze e della classe dirigente catalana favorevole alla secessione dalla Spagna e della stessa popolazione, entrambe impregnate di una deleteria “Stimmung” “Politische Romantik”, non è possibile glissare sul fatto che tutto il mondo contemporaneo è stato costruito sulla mentalità romantico-occasionalistica e che anche coloro che apparentemente se ne vollero tenere espressamente alla larga alla fine accadde che piombarono in pieno in questa mentalità (qui abbiamo parlato di Carl Schmitt ma non bisogna fare troppi sforzi per rendersi conto che quanto di meglio – e allo stesso tempo di peggio – è accaduto nel Novecento reca il segno indelebile dell’occasionalismo romantico). È sempre antipatico, nonché ridicolo (ridicolo perché se non si condivide la grandiosa contradditorietà di Carl Schmitt salire in cattedra in nome della storia si viene proiettati in pieno nell’occasionalismo romantico e piuttosto, senza l’intima tragicità del giuspubblicista fascista di Plettenberg, facendo il verso al “Miles gloriosus” di Plauto) autoassegnarsi ruoli e compiti storici ma visto che la politica romantica è, nel bene come nel male, la vera storia di famiglia della modernità politica occidentale (l’altra storia di famiglia alternativa a questa è la fine della storia di fukuyamesca memoria e non è proprio il caso di considerarla una valida alternativa …, anche se, per ora, almeno sul piano meramente ideologico, sembra quella vincente), il compito che deve assumersi un qualsivoglia pensiero politico che non voglia rinnegare la sua intima teleologia è caricarsi sulle spalle il “romanticismo politico” superandone – come cerca di fare il Repubblicanesimo Geopolitico – attraverso una sorvegliata ma non per questo distante quanto, piuttosto, intensamente partecipata e dialettica “filosofia della prassi”, le micidiali derive occasionalistiche. Da questo punto di vista l’intervento di Germinario sulla crisi catalana non costituisce solo una chiara fotografia delle debolezze romantico-occasionaliste del movimento indipendentista catalano ma in quanto indicatore della necessità del superamento di questo occasionalismo deve essere indicato anche come un indispensabile contributo per l’elaborazione di questa rivoluzionaria filosofia della prassi che per non rinnegare la sua origine romantica sappia anche fare ammenda della sua deriva occasionalistica. Deriva occasionalistica che, a monito di tutti gli odierni “politici romantici” – fra i quali, lo ripetiamo per l’ultima volta, ci siamo anche noi – Carl Schmitt fu nel Novecento il più illustre (ed anche intimamente tragico) rappresentante.

    Note
    1 Carl Schmitt, “Politische Romantik”, München und Leipzig, Duncker & Humblot, 1919.
    2 All’URL http://italiaeilmondo.com/2017/10/10/lora-x-della-catalogna-lultimora-di-puigdemont-di-giuseppe-germinario/ .

    3 Carl Schmitt, “Romanticismo politico”, Milano, Giuffrè, 1981, pp. 20-21.
    4 Hugo Fiala (pseudonimo di Karl Löwith), “Politische Dezisionismus”, in “Internationale Zeitschrift für Theorie des Rechts”, 1935, IX, n. 2, pp. 101-123. Questo saggio di Karl Löwith fu nello stesso anno pubblicato anche in Italia col titolo “Il concetto della politica di Carl Schmitt e il problema della decisione” nella rivista “Nuovi Studi di diritto, economia e politica” (1935, VII, pp. 58-83). Il saggio fu nuovamente pubblicato in italiano nel 1967 in Karl Löwith, “Critica dell’esistenza storica”, Napoli, Morano, 1967, con il cambiamento di titolo , “Il decisionismo occasionale di Carl Schmitt”, pp. 113-161. In questa nuova versione Löwith modifica il saggio originario attribuendo il vuoto occasionalismo schmittiano anche a Martin Heidegger e al teologo Friedrich Gogarten.

    Massimo Morigi – 12 ottobre 2017

  • roberto buffagni

    Io qui più del romanticismo politico tirerei in ballo Nietzsche e le sue (corrette) previsioni, anzitutto quella sull’Ultimo Uomo. Poi questa, del 1880, ne “La volontà di potenza”: “L’intera nostra civiltà europea si muove torturata da una tensione, che si accresce di decennio in decennio, verso la catastrofe.” Il nuovo periodo sarà caratterizzato da: “All’esterno: un’epoca di guerre immense, rivoluzioni, esplosioni. All’interno: a causa della sempre crescente debolezza degli uomini, gli eventi come eccitanti.” [N. scrive “eventi” ed “eccitanti” in corsivo].
    Perchè la “invenzione della felicità” dell’Ultimo Uomo non produce una società pacificamente despiritualizzata e felice. Quando la capacità dello spirito di organizzare la personalità si indebolisce, ne consegue un caos di passioni e valori. La felicità despiritualizzata è la sorella gemella della brutalità despiritualizzata. Dipende solo dall’occasione e dalle circostanze perchè inizi l’attacco a un ordine senza dignità. (Il segreto di Pulcinella: tra il popolo dei gessetti colorati e i fanatici assassini che lo falciano c’è una fraternità necessaria).

  • Massimo Morigi

    Intervento composito, la prima parte di servizio. 1) Nella nota 2 al mio commento de “L’ora X della Catalogna, l’ultim’ora di Puigdemont” è stato indicato solo l’URL dell’articolo di riferimento (http://italiaeilmondo.com/2017/10/10/lora-x-della-catalogna-lultimora-di-puigdemont-di-giuseppe-germinario/) mentre per ragioni tecniche a me sconosciute non è stato possibile procedere con il congelamento dello stesso tramite WebCite. Non essendo riuscito di venire a capo del problema, ho provveduto non tramite il “congelamento” dell’URL ma attraverso l’inserimento dell’articolo di Germinario nella piattaforma InternetArchive, dimodoché ora “L’ora X della Catalogna, l’ultim’ora di Puigdemont” può essere letta oltre che al suo URL originario anche agli URL https://archive.org/details/CatalognaSecessione e https://ia601506.us.archive.org/25/items/CatalognaSecessione/CatalognaSecessione.pdf . 2) È evidente che per l’amico Buffagni l’aggressività o la volontà di potenza che dir si voglia è un elemento negativo, come è altrettanto evidente per chi si è preso la briga di leggere i miei lavori che le cose stanno in maniera diametralmente inversa. Il problema sta nell’utilizzo che si fa di questa volontà di potenza. Ma in sede di queste breve risposta non voglio dilungarmi sull’argomento. Piuttosto, preferisco ritornare sul tema romanticismo e politica e sull’ambiguità sia semantica che operativa che il termine e la Stimmung ingenerata dal romanticismo introducono nella politica. Senza ulteriori commenti me la caverò con la solita citazione di Carl Schmitt: «Il tipo immortale di questa politica, diretta verso oggetti costruiti romanticamente, è don Chisciotte, che è un politico romantico, non un romantico politico. Era infatti capace di scorgere, invece dell’armonia “superiore”, la differenza fra diritto e ingiustizia, e di decidersi per ciò che gli sembrava giusto; una capacità che ai romantici politici manca a tal punto che perfino il legittimismo romantico di Schlegel e di Müller può essere spiegato con la loro mancanza d’interesse per il diritto. […] Ma anche in don Chisciotte si rivelano accenni all’epoca nuova [dei romantici politici, ndr], nella quale l’ontologia si fa problematica. Da questo punto di vista l’hidalgo si avvicina spesso all’occasionalismo soggettivistico; infatti egli dichiara che il rappresentarsi Dulcinea è per lui più importante del suo aspetto reale, dato che non importa chi sia Dulcinea, ma solo che ella rimanga l’oggetto di una adorazione ideale che infiamma a grandi imprese (libro II, cap- II, IX, cap. XV). »: Carl Schmitt, “Romanticismo politico”, Milano, Giuffrè, 1981, pp. 214-215.

    • roberto buffagni

      Per evitare equivoci: per me la volontà di potenza, oltre ad essere il titolo di una celebre opera di Nietzsche, è un dato permanente della natura umana, e non ho obiezioni sulla natura umana. Poi dipende da chi guida l’automobile “natura umana”. Secondo me, hanno visto giusto Platone e Aristotele, quindi: la natura umana o psiche che dir si voglia è composta da tre elementi fondamentali, uno inferiore che si occupa dell’utile, uno mediano che si occupa della difesa e dell’attacco, uno superiore che si occupa del vero, del bello e del buono (stessa cosa vista da diversi pdv). La guida sicura si ha solo quando guida l’elemento superiore. Forte probabilità di sbandate e gravi incidenti per eccesso di velocità se guida l’elemento mediano (sede elettiva della volontà di potenza). Uscita di strada o panne garantita se guida l’inferiore.
      Negli ultimi due casi, volontà di potenza = pleonexia = non va bene.
      Preciso poi che ho citato Nietzsche e l’Ultimo Uomo piuttosto del romenticismo politico schmittiano perchè i catalani sono a mio avviso dei minus habentes (guida sicuramente l’elemento inferiore, gli altri due dormono o sono in coma).
      Romanticismo politico è quello di Carlo Pisacane, che tenta un’azione impossibile sapendo benissimo che è impossibile nei termini del realismo politico, rischia consapevolmente la vita e consapevolmente la sacrifica, da coraggioso ufficiale qual era.

  • Caro Buffagni, la tua è un’antropologia un po’ complicatella, nella quale, comunque, si avvertono nobili assonanze con la dialettica crociana dei distinti. Il problema è che Croce non seppe comprendere il fascismo (mentre Gentile, certamente filosoficamente più scaltrito, col suo attualismo contribuì, suo malgrado e contro le sue stesse intenzioni, a giustificare le peggio imprese del fascismo e per questa sua ingenuità politica – unita ad un temperamento buono e generoso, cosa che in politica è sempre sommamente dannosa – pagò con la vita ). Quanto a Pisacane concordo anch’io con la sua natura romantica ma sono anche del parere, e qui le nostre opinioni divergono, che l’eroe di Sapri possa bene rappresentare la natura anfibia del romanticismo politico. In lui ci fu moltissimo del Don Chisciotte – nell’ambivalente senso schimittiano voglio dire – ma non dimentichiamo che se Don Chisciotte non ha ucciso giganti né fondato imperi o nazioni alla fine sarà un simbolo ancora vivo ed operante quando la Spagna, la Catalogna, l’ Italia, l’Europa e l’attuale assetto geopolitico del mondo non saranno che un pallido ricordo consegnato ai polverosi scaffali dei libri di storia o – meglio o forse peggio – alle memorie dei luciferini e numinosi computer quantistici … Massimo Morigi – 13 ottobre 2017

  • roberto buffagni

    E infatti, onore a Pisacane, che come eroe romantico sarebbe due o tremila volte meglio del Che Guevara, ma questa è un’altra storia.
    La mia antropologia non è complicata, è solo antiquata, molto più antiquata di Croce. E’ l’antropologia della classicità greco-romana, poi ripresa e integrata dal cristianesimo, vedi San Tommaso. Roba vecchia che continua a funzionare bene, perchè buttarla? Anzi, anzi…sono per il rispolvero, vedrai che tornerà di moda.

  • Croce non è antiquato (è quanto sostiene l’odierno ceto semicolto di sinistra, e tu caro Buffagni non ne fai certo parte, anzi …! né pensi una simile assurdità, dico solo questo per fare il punto sull’odierno stato pietoso della (non) filosofia contemporanea che dopo la fine del marxismo si è rifugiata prima nel positivismo logico, poi nel poststrutturalismo e nell’heideggerismo, che non è altro che la versione di destra del poststrutturalismo stesso), il suo problema filosofico irrisolto fu che per volere mantenere saldi i valori del mondo borghese e liberale elaborò una dialettica azzoppata, la dialettica dei distinti appunto. Ora io sostengo (e questo non lo giustifico in questa sede perché lo ho già più volte argomentato) che un pensiero che voglia essere autenticamente rivoluzionario (non stiamo qui a spiegare cosa intendiamo per rivoluzione, limitiamoci idealisticamente a definirlo un pensiero che giunga alla sua piena autocoscienza e che attraverso questa autocoscienza rivoluzioni conseguentemente l’ambiente in cui si trova ad agire) debba identificarsi con una dialettica totale che faccia piazza pulita di qualsiasi tipo di distinti (poi ovviamente nel discorso empirico scientifico i distinti, la logica, servono eccome: Hegel parlava di Verstand contrapposta a Vernunft …) e poco importa, sempre secondo il modesto scrivente, che questi distinti risalgano a Croce (ripeto: illustrissima genealogia) o a S. Tommaso o a Platone o a Aristotele, che sempre a giudizio dello scrivente non vanno assunti per i loro particolari distinti, evidentemente storicamente datati, ma per come la loro particolare totalità espressiva si connette oggi dialetticamente con la nostra (e, per farla breve, si connette per il semplice fatto che in questi pensatori il centro del loro pensiero verte sempre sullo Zoon Politikon e non su una legalità esterna ad esso che deterministicamente lo dirige senza alcuna possibilità di scelta e di compiere il bene e il male. Ovviamente le loro particolari teologie ed ontologie differiscono e io posso ben volentieri ammettere che le giudico sorpassate e comunque da collocarsi nel loro tempo mentre tu cerchi di assumerle nella loro, diciamo, purezza ma questo non dovrebbe costituire un ostacolo insormontabile al nostro comune discorso una volta d’accordo sul significato autentico e profondo di questi pensatori che hanno formato il pensiero occidentale). E, oltre che a livello filosofico, un comune discorso deve essere praticato anche sul piano di come formulare il giudizio storico, qualora si concordi che la scelta dei valori che ci devono weberianamente muovere nelle nostre ricostruzioni storiografiche e, ancora più arduo, nel nostro fare storia, sono proprio quei valori “politici” espressi da quei pensatori di cui ho appena detto e che a te, come a me, sono assolutamente cari. A questo punto poco veramente importa se per te possa essere stilata una classifica degli eroi dell’umanità più o meno romantici che siano, mentre per me me, crocianamente, “la storia non è mai giudistiziera ma sempre giustificatrice”. L’importante è essere d’accordo sui valori che questi personaggi, più o meno istintivamente o con più o meno consapevole sensibilità teorica, cercarono di incarnare e quale è il loro lascito morale per noi e presso coloro che ne coltivarono e ne praticano tuttora il ricordo e l’esempio. E anche da questo punto di vista penso proprio che si apra un percorso comune. Massimo Morigi – 13 ottobre 2017

  • roberto buffagni

    Ma certo, caro Massimo, che c’è il terreno per un dialogo, al di là delle differenze di pensiero e di gerarchie di valori. Questo terreno è la realtà, anzitutto la realtà dell’uomo e del suo mondo, e dunque anche del mondo politico. Il dialogo è impossibile solo con gli ideologi, cioè con i “surrealisti”, quelli che la realtà pensano di potersela fare à la carte.

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  • carles puigdemont,non è un imbecille,è solo un venduto ai tedeschi,e la spagna ha fatto bene a prenderlo a calci in culo!viva l europa,l europa in mano agli euroatlantici

    • roberto buffagni

      Grazie della replica. Se Puigdemont è un venduto ai tedeschi, mi sembra che i tedeschi non abbiano fatto un affare.

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