Italia e il mondo

TERMODINAMICA DEL CONFLITTO, di Pierluigi Fagan

TERMODINAMICA DEL CONFLITTO. Come sappiamo, la “guerra fredda” fu appunto un lungo conflitto tenuto a bassa temperatura. La metafora prende il fatto che a basse temperature le molecole si muovono di meno e fanno meno attrito.
La guerra fredda rimane, nell’esperienza al conflitto americana, un prototipo del fatto che se sei di molto più forte nel senso che hai più risorse, prima o poi il tuo avversario perde la corsa a starti appresso. Memore della lezione, Putin ha fino ad oggi fatto una guerra a bassa intensità, motivo per il quale Prigozhin ed affiliati, dissentono vibratamente.
In fondo, conviene anche a Zelensky, perché tiene alta la tensione e quindi la richiesta di mezzi e fondi per supportare la sua resistenza ma anche il potere del suo inner circle. Oddio, a lui forse non dispiacerebbe neanche il darsele una volta per tutte di santa ragione, ma essendoci da una parte uno con quasi seimila testate nucleari e dall’altra un altro più o meno pari, la bassa intensità conviene a tutti.
Da un po’ e sempre più intensamente negli ultimi giorni, gli ucraini ci tengono a far sapere che loro, il ventilato “conflitto congelato” di cui molti parlano, non lo accetteranno mai. C’è chi pensa che la missione vaticana, ma è questo anche forse l’interesse di tutto quel resto del mondo che non partecipa alla tenzone e ne rimane disturbato per il disordine economico che provoca, abbia questo fine, trattare l’inizio di una trattativa.
Una trattativa finta, ovviamente, sul campo, dal punto di vista strategico, non esistono affatto condizioni per nessun tipo di pace e tra l’altro, manca anche la volontà almeno dei principali attori. Zelensky può alla fine far pace con l’idea di lasciare la Crimea, ma per tutto il resto neanche volesse potrebbe giustificare morte e distruzione per poi accettare di perdere altro. Putin uguale, a questo punto, neanche gli dessero Crimea ed il referendum in Donbass. Gli USA dovrebbero rinunciare a tutto il loro piano strategico lungamente preparato e nel quale, in fondo, le cose vanno come debbono andare. Forse una per quanto brutta pace piacerebbe oltre che al resto del mondo, all’Europa, ma tanto Europa è solo un’espressione geografica (per altro vaga). Comunque, non sono loro gli attori principali.
Tuttavia, il conflitto congelato, una trattativa probabilmente turca, in cui diplomatici gommosi vano avanti mesi a vedersi senza fare un passo avanti o forse lo possono fare ma solo se subito dopo ne fanno uno indietro per rendere la questione più interessante e giustificata, a questo punto potrebbe interessare anche russi ed americani.
Certo, agli americani è noto che il conflitto congelato dà respiro al nemico ed interrompe la pressione strategica necessaria e farlo prima o poi capitolare, tuttavia l’anno prossimo vanno ad elezioni. I repubblicani possono usare (fintamente tanto poi al Congresso se c’è da dare altri dollari al complesso militare industriale non sono certo loro a ritirare la manina) la guerra in Ucraina ed i suoi costi come leva propagandistica, soprattutto se Trump sopravvive alla tempesta giudiziaria. Ai russi, certo conviene in sé perché appunto dà respiro, ma dopo l’intemerata di Prigozhin anche di più poiché lì si debbono fare non pochi aggiustamenti interni, altrimenti non si dura molto.
Può darsi che le recenti molteplici dichiarazioni ucraine contro questa ipotesi abbiano a traguardo solo l’iniziativa vaticana che dietro potrebbe avere i multipolari ed anche i russi (magari anche gli europei che però pregano in silenzio impossibilitati a farsi soggetto attivo e dichiarato visto che hanno devoluto l’intera strategia geopolitica a Washington). Ma potrebbe anche darsi che qualcosa si possa muovere anche in Europa e soprattutto a Washington e non solo per la prospettiva elezioni.
Qui, va presa sul serio la faccenda dello spavento atomico per la rivolta poi afflosciatasi. Forse a Washington non dispiacerebbe dar respiro a Putin che a marzo prossimo, in teoria, dovrebbe andare ad elezioni, candidandosi o meno è da vedere, sempre che non le rimandi. Tanto la strategia guerra fredda vale su i tempi lunghi e dargli una piccola e parziale sospensiva non ne altera il disegno e comunque meglio lui di chissà chi. Come si dice in questi casi: meglio uno spavento senza fine che una fine spaventosa.
Naturalmente, se ne parlerebbe per iniziare dopo l’estate, prima gli ucraini debbono provare a mostrare e mostrarsi di essere in grado di riprendersi qualcosa sul campo. Anche a Zelensky serve poiché anche lui avrà i suoi Prigozhin ed i discorsi fatti in precedenza sulla fisica dl potere valgono anche lì, sebbene nessuno qui è autorizzato ad ipotizzare che anche loro abbiamo bande con interessi diversi. Magari se non vanno oltre qualche metro com’è probabile, anche loro si convincono a prendersi una pausa.
Comunque, tenete conto che anche l’Ucraina, in teoria, avrebbe le presidenziali l’anno prossimo, proprio a marzo, come i russi. Un motivo in più per sospendere la tenzone e ricevere un nuovo mandato lungo e pieno? A marzo scorso anche Prigozhin aveva annunciato di volersi candidare (a quelle ucraine, non russe! Il tipo ha mille risorse).
A metà luglio poi tutti a Vilnius, ad un concerto NATO che potrebbe trovare un vocabolario a tale scopo inventato per dire che Kiev va sotto protezione ufficiale e firmata senza entrare ufficialmente. Per cosa? Per inviare truppe d’appoggio visto che quelle ucraine vanno ad esaurimento? Difficile, oltretutto darebbe a Putin il destro per dimostrare internamente quanto effettivamente la NATO minacci la Russia. O per rassicurare Zelensky per il dopo tregua che potrebbe poi estendersi all’infinito? Magari l’anno prossimo gli ucraini trovano più interessante occuparsi di adesione all’UE e pioggia di miliardi ricostruttivi?
E dopo le presidenziali americane di novembre 2024? Ci saranno state quelle ucraine? Quelle russe? Biden o chi intorno a lui visto che abbiamo capito che lui non sembra molto in sé, saranno ancora lì con la stessa strategia neocon?
Vedremo … come al solito. A volte si scrive solo per ragionare e scambiarsi informazioni e punti di vista.

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RIVOLTE FRANCESI, UNA ANALOGIA STORICA ILLUMINANTE: GUERRA D’ALGERIA, di Roberto Buffagni

RIVOLTE FRANCESI, UNA ANALOGIA STORICA ILLUMINANTE: GUERRA D’ALGERIA.
Guardando “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo si capisce subito qual è il problema: risolvibile sul piano militare, insolubile sul piano politico. In Francia si sono formati diversi ghetti, cittadelle dell’immigrazione dove la polizia non entra, che sono di fatto sottratte alla sovranità dello Stato. Prima erano soprattutto le banlieues parigine e marsigliesi, poi lo Stato francese ha cominciato a distribuire gli immigrati in tutta la nazione, appunto per mitigare questo problema, ma lo ha solo esteso. Infatti le rivolte scoppiano dappertutto, anche nelle città medie e piccole, perché lo stesso fenomeno si riproduce dovunque ci sia un numero sufficiente di immigrati che formano un ghetto a scopo difensivo e di reciproca solidarietà culturale ed etnica, espellendone i francais de souche che scappano via perché non gli va di abitare a Casablanca 2 senza la polizia marocchina che garantisce l’ordine.
In questi ghetti, ci sono due fonti di autorità e di potere: gli imam, e i trafficanti di droga. Gli imam hanno l’autorità morale (e spesso sono estremisti perché i sauditi hanno largamente finanziato l’estremismo wahabita in Europa) i trafficanti di droga hanno i soldi, le armi, il monopolio della violenza e il prestigio che il successo sociale esercita sui giovani.
Come si fa, tecnicamente, per ripristinare la legge francese e l’autorità dello Stato in questi ghetti? Il modo c’è, ed è esattamente quello rappresentato, con grande fedeltà storica, ne “La battaglia di Algeri”, bellissimo film che si guarda in tutte le Accademie militari del mondo. Lo si vede verso la metà del film, quando viene descritto come i reparti di paracadutisti rastrellano la Casbah.
Lì lo fanno per sconfiggere lo FLN (e ci riescono), ora andrebbe fatto per sconfiggere i trafficanti di droga e gli imam, e riportare la legge e l’ordine nelle banlieues.
E’ una cosa tecnicamente fattibilissima, politicamente impossibile. Un’altra somiglianza delle rivolte odierne con la vicenda algerina è proprio questa: fattibilità tecnico-militare, impossibilità politica. Quando è stato richiamato de Gaulle al governo, egli ha fatto la seguente considerazione. Se teniamo l’Algeria, dobbiamo concedere la cittadinanza francese agli algerini, non è più culturalmente possibile una apartheid imperiale con gli algerini cittadini di serie B (N.B: stessa identica situazione di Israele). Questo implica che milioni di algerini mussulmani possono entrare liberamente in Francia, e vi entreranno perché verranno chiamati come forza lavoro a basso costo, e vi potranno insediare le loro famiglie. Inaccettabile perché olio e aceto non si mescolano, perché “non voglio che Colombey-les-Deux-Eglises (dove abitava de Gaulle) diventi Colombey-les Deux Mosquèes”, perchè così creiamo le condizioni per una guerra civile su base etnica.
A questo punto de Gaulle ha bruscamente concesso l’indipendenza all’Algeria. Chi vuole tenersela dà vita all’OAS (Organisation de l’Armée Secrète, i golpisti ripresero il nome resistenziale, e molti di essi, tra i quali quasi tutti gli ufficiali che sconfissero lo FLN ad Algeri, avevano in effetti combattuto nella resistenza francese). Si noti bene che l’OAS voleva concedere la piena cittadinanza francese a tutti gli algerini. Quando de Gaulle concede, bruscamente e di sorpresa, l’indipendenza all’Algeria, l’OAS (diversi reparti dell’esercito francese con alla testa ufficiali superiori + i pied noirs + varie formazioni politiche di destra) tenta il colpo di Stato contro di lui. Fu una cosa molto seria, in confronto Prigozhin fa ridere; cerca anche di farlo fuori (attentato fallito del ten.col. Bastien-Thiry, poi fucilato. De Gaulle rifiuta la grazia perché Bastien-Thiry gli ha sparato mentre in macchina c’era anche sua moglie, Tante Yvonne: attentato non cavalleresco, vai al muro Jean-Marie, e ringrazia che ti fucilo in quanto militare e non ti ghigliottino come un criminale qualsiasi. 🙂
Per ora la rivolta francese è disorganica perché non ha (ancora) un obiettivo politico chiaro, mentre la rivolta FLN ce l’aveva eccome (indipendenza dell’Algeria).
Ma a) l’obiettivo politico chiaro potrebbe darselo, per esempio la partizione del territorio francese (Hollande ha detto, dopo la sua presidenza, “andrà a finire con una partizione” e in effetti è logico b) anche senza un obiettivo politico queste rivolte destabilizzano lo Stato e la società francesi, guerra civile a bassa intensità, porzioni di territorio sottratte alla legge.
Aggiungi le diverse dinamiche demografiche tra immigrazione e francais de souche, e vedi dove si va a finire (un brutto posto). Sintesi gli immigrati SONO TROPPI.

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Temo che la guerra in Europa durerà a lungo e si estenderà. Di Claudio Martinotti Doria

Sono mesi che non scrivo più nulla sulla guerra in Ucraina e sulla situazione geopolitica generale, perché non sono un grafomane e non amo ripetermi e annoiare.

Altri autori e analisti hanno scritto quanto avrei riportato io stesso e quindi non intendevo sovrappormi vanamente. Inoltre c’è il pericolo ascrivibile alla scarsa memoria degli italiani, anche tra i miei lettori vi saranno quelli che non ricordano certamente quanto scritto in precedenza e rischierei di far la figura di chi arriva in ritardo a rilevare certi fatti, quando in realtà li avevo previsti e/o anticipati.

Mi riferisco ad esempio al numero dei soldati ucraini morti dall’inizio del conflitto.

Diverse fonti autorevoli occidentali da qualche giorno ammettono che potrebbero essere oltre 350mila, e per loro, asserviti alla propaganda istituzionale NATO-USA, simili affermazioni sono gravi e importanti, perché fino a poco prima era vietato affermare che fossero anche solo 100mila, i media mainstream si regolavano in base alle colossali menzogne della propaganda ucraina, che ne ammettevano poche decine di migliaia.

Qualche ottuso commentatore anche nei media cosiddetti indipendenti insiste ancora su cifre dimezzate rispetto a queste ultime, per significare come siano quasi tutti indottrinati e poco “indipendenti”, quantomeno nei ragionamenti.

Personalmente queste cifre le avevo fornite nei miei ultimi scritti di alcuni mesi fa, andrebbero ovviamente riviste al rialzo, considerando che solo negli ultimi giorni, con la fantomatica “controffensiva” ucraina, che tale non è, ma è tecnicamente un’offensiva e nei risultati è una farsa, un fallimento totale, le vittime sono tornate a essere un migliaio al giorno, tra morti e feriti gravi. Quanti morti vi sono stati tra gli ucraini non lo sapremo mai, anche perché le autorità naziste vietano di occuparsene e di parlarne, vietano l’accesso ai luoghi dove si potrebbero raccogliere dati, vietano le riprese video, distribuiscono i funerali in tutti i cimiteri del vastissimo paese, moltissimi cadaveri li hanno abbandonati al fronte facendoli seppellire ai russi, ecc.. Quando dico “vietano” intendo dire che finisci in galera (o peggio) se violi le regole imposte dal regime nazista di Kiev.

Inoltre pare assai verosimile che in due settimane le forze armate abbiano perso centinaia di mezzi corazzati, alcuni analisti occidentali (non russi) stimano queste perdite nel 30% di quanto disponevano gli ucraini per affrontare i russi e ricacciarli, come da loro velleitariamente dichiarato.

Allo stato dell’arte tutto quanto si poteva facilmente prevedere, se dotati di capacità neuronali di analisi e ragionamento (i nostri leader politici europei sono pertanto esonerati), si sta avverando. Non basta dotare di mezzi un esercito se questo non è fortemente motivato, sufficientemente addestrato, guidato da leader credibili, comandato da ufficiali minimamente carismatici, empatici e capaci, ecc.. L’esercito ucraino è allo sbando da parecchi mesi, e insistere su questa fantomatica offensiva serviva solo politicamente per la propaganda, per guadagnare tempo, si sapeva o si doveva prevederne l’esito, ed era sicuramente meglio evitare questo ennesimo fallimento, che era inevitabile.

I russi si erano preparati da mesi all’offensiva ucraina e hanno pure cambiato tattiche, creando difese mobili e dinamiche, che sono queste che hanno inferto duri colpi ai tentativi di avanzata dei reparti d’assalto ucraini.

Questi ultimi non sono mai arrivati neppure alle prime linee difensive russe, e dopo ve ne sono altre due da affrontare, quindi figuriamoci riuscire ad arrivare al Mare d’Azov e alla Crimea, pura illusione letale da minorati psichici.

Anche il comando supremo ucraino ha cambiato alcune tattiche, dopo le prime batoste subite e la perdita di centinaia di mezzi corazzati, anche quelli famosi che avrebbero dovuto cambiare le sorti della guerra, secondo la narrazione occidentale. Adesso combattono come si faceva oltre un secolo fa: mandano all’attacco solo la fanteria, coperta dai fumogeni. Ma vi rendete conto? Ma lo sanno i loro comandati (leggasi USA-NATO) CHE I RUSSI HANNO IN DOTAZIONE MEZZI DI RILEVAMENTO TERMICO, INFRAROSSI, DRONI CON SISTEMI OTTICI ULTRAMODERNI, satelliti militari che inquadrano anche un singolo metro quadrato? Solo per citare qualcosa di cui dispongono, tra le miriadi d’innovazioni tecnologiche militari in loro possesso e/o che presto disporranno perché in fase avanzata di progettazione e collaudo. Perché la Russia è un ciclopico paese dove la cultura è di casa, possiede da secoli le migliori accademie del mondo dove si formano centinaia di migliaia di giovani. Alcuni dei quali diverranno dei geni nel loro settore di competenza. Ecco perché hanno anticipato gli USA e non solo, con i missili ipersonici e tante altre armi avveniristiche e dalla potenza distruttiva mirata e apocalittica, non intercettabili, neppure immaginabili in Occidente nella loro concezione progettuale.

Tornando alle modalità primitive di combattere dell’esercito ucraino, a parte le mine che vengono ormai facilmente collocate dai droni, basterebbe un proiettile di artiglieria per uccidere decine di soldati, anche se sparpagliati, a causa delle schegge provocate dall’esplosione, e in aperta campagna non ci sono ripari, i cespugli e arbusti nascondono alla vista ma non evitano i proiettili.

Stanno pertanto mandano al massacro migliaia di soldati come fossero carne da macello. Che lo facciano gli USA-NATO non ci sorprende, lo hanno fatto capire fin dall’inizio del conflitto che gli ucraini erano solo utili idioti e che la guerra ai russi sarebbe durata fino all’ultimo ucraino, ma gli ucraini sono tutti d’accordo a prestarsi e a fare questa fine? Li hanno forse drogati e ipnotizzati?

Pare di no, perché sempre più reparti schierati al fronte si stanno arrendendo ai russi, magari dopo la morte del loro ufficiale (non mi stupirei fosse stata indotta), e non perché circondati e senza munizioni ma per scelta deliberata.

Sono chiari segnali che i soldati ucraini non intendono più combattere per favorire gli interessi stranieri e delle loro corrotte oligarchie. Dovranno combattere fino alla fine solo i soldati nazisti, perché sanno che sono nella lista nera dei russi, ma i nazisti nella loro maggioranza sono stati finora utilizzati per “catturare” i renitenti al servizio militare, quelli che si nascondevano ai richiami, numerosi e disertati in massa, alla faccia di Zelensky che mentiva spudoratamente parlando di file interminabili di volontari che volevano combattere. Ma quando mai?

Ci sono centinaia di video on line di testimonianze di civili che filmano vere e proprie aggressioni, sequestri di persona, arresti, violenze eseguite da nazisti su giovani per strada o padri di famiglia nelle loro case, per obbligarli ad arruolarsi e andare a combattere. E spesso tali persone si difendono, anche se poi vengono sopraffatte, tranne rari casi in cui intervengono anche i vicini per solidarietà e cacciano i nazisti.

Queste situazioni rivelano un’Ucraina in pieno conflitto sociale, nel caos più assoluto, prossima all’implosione, non certo in grado di affrontare un altro inverno di guerra.

La NATO a questo punto starà sicuramente ordendo qualche piano insidioso e perverso, ai limiti dell’aberrazione (fino a spingersi a una III Guerra Mondiale), per provocare un casus belli da attribuire ai russi (eseguito dagli ucraini o loro agenti infiltrati) che giustifichi un intervento se non diretto quantomeno indiretto, di qualche paese limitrofo (i cosiddetti “volenterosi”).

Dovendo scegliere, “a caso” direi la Polonia, che si sta preparando da parecchio a tale ipotesi, portando al 4% del PIL la spesa militare e raddoppiando gli effettivi dell’esercito (da 150 a 300mila), essendosi inoltre nel frattempo nazificata al suo interno a livello istituzionale e militare, divenendo profondamente russo-fobica e velleitaria verso la Galizia ucraina che vorrebbe annettersi, e in cambio della partecipazione alla guerra contro la Russia che potrebbe negargliela?

Ma questi polacchi, sono veramente convinti di poter sconfiggere i russi? Come lo erano 85 anni fa nei confronti dei tedeschi? Perché la Storia, quella con la esse maiuscola, non si apprende nei libri di scuola ma dai pochi storici seri e indipendenti, solo da loro, leggendo i loro libri, si viene a sapere che la Polonia a fine anni ‘30 non era affatto una vittima sacrificale debole e indifesa preda dei tedeschi espansionisti, ma era dominata dagli alti ranghi dell’esercito, fieri e autoritari, guerrafondai convinti di essere invincibili come nella migliore tradizione militare del paese.

Fino all’ultimo si sarebbe potuto evitare il II conflitto mondiale, se non fosse che la perfida Albione che voleva la guerra (non certo Chamberlain, ma Churchill si, lui e coloro i cui interessi rappresentava), aveva convinto l’élite militare che dominava la Polonia, che sarebbe stata protetta tempestivamente dall’Impero Britannico e dalla Francia, mentre poi l’abbandonò al suo destino, usandola solo come casus belli.

Potrebbe avvenire di nuovo, come sapete la Storia si ripete, perché gli uomini non apprendono da essa, anzi spesso non la conoscono proprio, la ripudiano. Dopo l’Ucraina la seconda vittima della cinica e spietata egemonia USA potrebbe essere la Polonia, consumata l’Ucraina potrebbe toccare alla Polonia, che di nuovo si sovrastima nelle sue capacità, perché lascia prevalere i sentimenti ostili all’intelligenza, prevale il desiderio di annettersi la Galizia e forse Kaliningrad per espandere e uniformare il territorio nazionale nella GRANDE POLONIA, con il beneplacito degli USA-NATO. Forse addirittura a scapito della Bielorussia, nei cui confronti sta organizzando milizie armate da infiltrare nel paese confinante per provocare conflitti civili interni, una sorta di golpe su emulazione degli USA. come fu l’Euromaidan in Ucraina nel 2014,

Le manie di grandezza della Polonia causeranno molte sofferenze all’Europa, le stanno già causando, perché sono loro i peggiori fomentatori di odio e conflitti bellici su incarico angloamericano, sono loro a portare la discordia, a sabotare, a fornire mercenari, a compiere le operazioni sporche, ecc.. Si stanno rivelando una vera e propria disgrazia per l’UE, ed è un paradosso tragico, perché è il popolo che ha maggiormente sofferto a causa della II Guerra Mondiale, in proporzione ancora di più dei russi, avendo perso oltre un quarto della popolazione durante i sei anni di conflitto.

Altra disgrazia per l’UE è stato il riconoscimento del Kosovo sottratto alla Serbia con la violenza per volontà americana, una regione servita agli USA come colonia per insediare la loro base militare più grande del continente, addestrare mercenari islamici per le loro operazioni sporche, organizzare traffici criminali di ogni tipo e crudeltà, per attizzare il fuoco della guerra nei Balcani in qualsiasi momento, contro la Serbia ovviamente, l’ultimo paese europeo rimasto fedele alla Russia. E purtroppo noi italiani avremo di nuovo modo di vergognarci in caso di conflitto, perché useranno di nuovo le nostre basi militari per aggredire la Serbia.

Mi dispiace ma non ci sarà una chiosa traboccante di speranza, ancor meno di ottimismo, non ci sono le condizioni, aspettatevi che la guerra si estenda (forse vicino ai nostri confini) e che duri a lungo, con tutto quello che ne consegue.

 

 

Cav. Dottor Claudio Martinotti Doria, Via Roma 126, 15039 Ozzano Monferrato (AL), Unione delle Cinque Terre del Monferrato,  Italy,

Email: claudio@gc-colibri.com  – Blog: www.cavalieredimonferrato.it – http://www.casalenews.it/patri-259-montisferrati-storie-aleramiche-e-dintorni

Independent researcher, historiographer, critical analyst, blogger on the web since 1996

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Ucraina, il conflitto! 40a puntata Un massacro Con Stefano Orsi e Max Bonelli

Siamo ad oltre due settimane di una offensiva ucraina non dichiarata, ma dai costi sempre più drammatici in materiale e vite umane. Una realtà che il regime e la NATO faticano sempre più a nascondere dietro il velo della propaganda e di azioni ad effetto dallo scarso significato militare. Con esso è il mito stesso della invincibilità della NATO che inizia a incrinarsi. Un altro importante tassello nella caduta di credibilità e autorevolezza della narrazione occidentale. Gli Stati Uniti hanno perseguito la logica dello scontro e inibito ogni possibilità di soluzione diplomatica. I russi sanno di dover risolvere sul terreno le questioni poste nell’ottobre 2021. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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La “grande battaglia, di Philippe Grasset

La “grande battaglia
10 giugno 2023 (18:00) – Devo confidarvi che difficilmente riuscirei a fornirvi un’analisi della battaglia in corso, o addirittura del suo esito, nonostante i segnali che si stanno accumulando in questa direzione. Capite a quale battaglia mi riferisco? Allora capirete anche la mia moderazione e cautela.

Nota di PhG-Bis: “Altri stanno facendo il duro lavoro, almeno di analisi della battaglia. PhG è particolarmente colpito dal lavoro di “Simplicius-The Thinker”, l’ultimo riferimento di cui parla l’intera AMC (“Alternative Media Community”, come Korybko chiama la stampa indipendente, che PhG chiama “Our Samizdat”). Date un’occhiata a Simplicius e capirete quanto sia difficile dare un quadro coerente della battaglia”.

Ma oltre a questa difficoltà di giudizio e di analisi che mi impedisce di dare un’opinione chiara e inequivocabile, mi ha colpito un’altra cosa, non priva di importanza. Se ne ha un’idea quando si sente fare riferimento, qua e là, alla grande battaglia di Kursk dell’estate del 1943, che, insieme a Stalingrado, fu il punto di svolta della Seconda guerra mondiale. Anch’io uso l’analogia con Kursk senza tener conto degli incomparabili fattori quantitativi (il numero di forze, essenzialmente), ma con un obiettivo diverso, anche se capisco perfettamente la ragione generale dell’analogia.

Quello che sappiamo e vediamo, in innumerevoli frammenti, notizie da tutte le parti, video, esplosioni, la confusione e la nebbia furiosa della guerra, l’accensione improvvisa di una manovra, le grida di guerra e i lamenti di morte, questa sensazione di immensa trepidazione dello scontro, è che questa è, come Kursk, una “grande battaglia”; e quindi sentiamo che, come in ogni “grande battaglia”, c’è la svolta di una guerra… E questo non vuol dire, contrariamente a quanto ho detto prima, che io sia convinto della vittoria di una parte e della sconfitta dell’altra! Sto dicendo che si tratta di una “grande battaglia”, nello stesso modo in cui parliamo di un fatto storico che nasconde l’ascesa alla dimensione metastorica, – qualcosa in cui gli dei hanno voce in capitolo.

È anche un momento terribile, in cui tutte le domande che si agitano nella testa delle persone e da una testa all’altra si uniscono in un’unica domanda. Questo è ciò che sta accadendo negli ultimi giorni, quando è diventato chiaro che la battaglia non seguirà la strategia dei cartoni animati che costituisce la spina dorsale del pensiero dei cervelli che non hanno le palle e i bulloni necessari, i cervelli che sorvegliano il futuro del mondo dal punto di vista strategico mantenuto da “D.C.-il pazzo”. Tutto questo porta a quel momento fatale in cui tutte le voci che contano in Occidente – tossicodipendenti e purganti – devono riunirsi per regolare i conti… Come ha detto ieri l’eccellente Mercouris:

“Alcuni dei leader, i Blinken, i Nuland, i Rasmussen, erano tra quelli che pensavano davvero che non appena fosse stata lanciata l’offensiva, i leader russi sarebbero andati nel panico, le truppe avrebbero perso tutto il morale e si sarebbero sciolte, e così via. Da qui l’aspetto molto strano della decisione di lanciare l’offensiva. Ma ora che sappiamo che non è così, ora [che l’offensiva non ha prodotto, tutt’altro, se non il risultato opposto, l’auspicato crollo della Russia], sorge la domanda: cosa dobbiamo fare? E tutti gli aspetti di questa domanda stanno convergendo verso il vertice della NATO [a Vilnius l’11 luglio]…”.

Il punto principale, dunque, è questo: visto che non c’è stato un crollo completo e immediato e non siamo a Mosca, dove il vertice di Vilnius potrebbe essere stato trasferito all’ultimo minuto per celebrare la vittoria di Blinken-Nuland-Rasmussen, cosa si può fare? Pochi osano saperlo, e pochissimi, se non nessuno, osano dirlo, – proprio questo: al ritmo con cui vanno le cose, si scopre che l’Ucraina non può sconfiggere la Russia, tutt’altro, e certamente il contrario, mentre l’Ucraina, con tutto quello che le è stato concesso, è già quasi la NATO. Riuscite a immaginare l’esito di questa logica, cosa significa? La finzione sta per crollare, improvvisamente così vicina ad essere abbracciata dalla gelida, insopportabile realtà – e la NATO trema dalla testa ai piedi.

Si può ben immaginare che in questo momento l’uno o l’altro stia brandendo un articolo di giornale, forse anche Rasmussen, in qualità di consigliere di Mister Z., si sarà infilato nella sala conferenze, e il testo del suo discorso – di cui si è parlato molto negli ultimi giorni – sarà brandito. Mercouris, aggirandosi tra la falange neocon, ha detto due giorni fa che i neocon hanno sempre un piano pronto da proporre, mentre nessuno nel resto della folla sconcertata ha un argomento da proporre… Permettetemi di ricordarvi la filosofia dei neocon, vista da Mercouris:

“I neocon non si tirano mai indietro. Se l’operazione che hanno lanciato ha successo, scelgono di intensificarla. Se l’operazione che hanno lanciato incontra grandi difficoltà, scelgono l’escalation”.

I neocon schiamazzano di piacere con il loro megafono Rasmussen, sicuri che il loro momento sia arrivato, mentre i polacchi esitano tra la loro famosa ubriachezza e una certa malinconia che deriva dai resoconti della battaglia in Ucraina: “È comunque un bel pezzo”. Il resto del pollame non osa dire ad alta voce ciò che non osa nemmeno pensare. Sul versante americano, Biden sta contando e ricontando le 32 o 34 accuse che i “federali” hanno mosso all’ex presidente Trump e le sta moltiplicando per 3,14116 (esattamente “3,14159265358979323846264338327950288419716939937510582” – e la lista continua – secondo i documenti riservati sequestrati dall’FBI con il codice “Pi”). Il suo obiettivo è ottenere proprio quella che ritiene essere la percentuale di voti favorevoli che i sondaggi gli assegneranno grazie a questo evento favorevole, e la facile vittoria che seguirà esattamente all’inizio del novembre 2024. A quel punto, giura, gli ucraini saranno seriamente aiutati – e lo dice come se pensasse che gli ucraini siano stati battuti nell’attuale controffensiva.

In generale, e nello stesso modo in cui vengono descritte nei dettagli le forze militari a nostra disposizione, ci viene detto quante persone manifesterebbero nelle strade e nelle urne se la NATO, con un unico gesto collettivo e compulsivo, decidesse di venire in aiuto dei coraggiosi polacchi, se questi ultimi, entrati in Ucraina, si trovassero a essere trattati male dalle orde russe – tanti “se”, ma come si muovono velocemente le cose! Come si vede e si osserva in anticipo, quasi con occhio divinatorio, “le sommet s’amuse”, come si diceva, ai tempi di Talleyrand, “Le Congrès s’amuse”.

Ma a differenza di Talleyrand, che era piuttosto pignolo, non si divertono per far andare meglio gli accordi e i compromessi, ma per dimenticare il loro sogno infranto. Vilnius potrebbe essere la loro strada per Damasco e, lo confessiamo, non sappiamo quali cose terribilmente terribili ci aspettano dopo. In ogni caso, ce lo siamo meritato e possiamo tutti unirci al coro del terribilmente sardonico Howard Kunstler, che si fa beffe degli sfortunati che hanno creduto in ciò che “le marionette fanno, fanno, fanno”:

“Quella che sembrava una grande idea per una certa cricca di cosiddetti neoconservatori nel nostro Paese – usare l’Ucraina come una trappola per orsi – ha invece improvvisamente rivelato i molteplici fallimenti dell’Europa e dell’America e ha indignato tutto il resto del mondo al di fuori della civiltà occidentale”. Oh, la meraviglia e la nausea!”.

Mi piace molto questa associazione, se non di idee, almeno di riflessi salvavita: “Oh, la meraviglia e la nausea!”.

https://www.dedefensa.org/article/la-grande-bataille

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L’Europa è seria riguardo all’autodifesa o al free riding?_ Di Emma Ashford

Con l’aumentare della tensione USA-Cina, aumenta anche la discussione sul fatto che gli stati europei stiano facendo la loro parte.

Di  , editorialista di Foreign Policy e senior fellow del programma Reimagining US Grand Strategy presso lo Stimson Center, e  , editorialista di Foreign Policy e vicepresidente e direttore senior dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council .

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Il presidente francese Emmanuel Macron fa un gesto mentre tiene un discorso al forum sulla sicurezza regionale Globsec a Bratislava, in Slovacchia, il 31 maggio.
Il presidente francese Emmanuel Macron fa un gesto mentre tiene un discorso al forum sulla sicurezza regionale Globsec a Bratislava, in Slovacchia, il 31 maggio.
Il presidente francese Emmanuel Macron fa un gesto mentre tiene un discorso al forum sulla sicurezza regionale Globsec a Bratislava, in Slovacchia, il 31 maggio. MICHAL CIZEK/AFP TRAMITE GETTY IMAGES

Matt Kroenig: Ciao Emma! Spero che ti stia godendo questo bel clima primaverile. Sono appena tornato da Stoccolma, dove ho avuto alcune discussioni affascinanti con funzionari del ministero degli esteri e del nuovo consiglio di sicurezza nazionale.

È discutibile

Ho anche avuto un po’ di tempo libero per visitare i musei e, tra le altre cose, ho potuto vedere il cavallo scuoiato, impagliato e montato del re Gustavo Adolfo il Grande!

Emma Ashford: Curiosità: quel cavallo ha partecipato a più azioni militari contro la Russia di alcuni dei nostri alleati europei di free riding.

Quindi gli svedesi entreranno a far parte della NATO? Ora che abbiamo avuto le elezioni turche, ho sentito che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan potrebbe cedere e lasciarli aderire.

MK: Beh, a loro avviso, Erdogan non avrebbe ceduto, ma sarebbe stato all’altezza della sua fine dell’accordo. La Svezia e la Turchia hanno concluso un accordo al vertice della NATO a Madrid lo scorso anno, e la Svezia ha seguito la sua parte, approvando una nuova legislazione per criminalizzare l’appartenenza a un’organizzazione terroristica, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Quindi, ora tocca a Erdogan. L’auspicio di Stoccolma è che la nuova normativa gli permetta di dirsi soddisfatto e che approverà l’ingresso della Svezia nell’alleanza prima del vertice di luglio a Vilnius, in Lituania.

Erdogan potrebbe anche dire, però, che ha bisogno di più tempo per vedere come funziona nella pratica la nuova legge svedese. Ad esempio, la Svezia perseguirà effettivamente i membri del PKK ai sensi di questa legge? Quindi, potrebbe rimandare la decisione.

Tuttavia, Stoccolma sta principalmente pianificando, come se si trattasse di quando, non se, entrerà a far parte della NATO.

Come Macron ha detto senza mezzi termini alla conferenza GLOBSEC di questa settimana: gli europei possono permettersi di lasciare la loro sicurezza nelle mani degli elettori americani ?

EA: Ad essere onesti, non è certo la domanda più importante per coloro che sono preoccupati per la sicurezza europea. La Svezia non è poi così significativa in termini di difesa, Gustavus Adolphus e il suo cavallo impagliato a parte. Forse è per questo che le conversazioni a Washington negli ultimi mesi si sono concentrate principalmente su questioni più importanti: chi dovrebbe garantire la sicurezza europea? Gli Stati Uniti dovrebbero dare la priorità all’Asia rispetto all’Europa? E, come ha detto senza mezzi termini il presidente francese Emmanuel Macron alla conferenza GLOBSEC di questa settimana a Bratislava, in Slovacchia: gli europei possono permettersi di lasciare la loro sicurezza nelle mani degli elettori americani ?

MK: Macron è semplicemente francese. Altri leader europei sono stati chiari sul fatto che parla per la Francia, ma non per l’Europa. Dopo la visita di Macron in Cina, ad esempio, un gruppo di legislatori europei si è sentito obbligato a rilasciare una dichiarazione in cui si affermava: “Va sottolineato che le parole [di Macron] sono gravemente in disaccordo con il sentimento diffuso nelle legislature europee e oltre”.

C’è un modello di sicurezza transatlantica che ha funzionato per tre quarti di secolo, con il contributo degli Stati Uniti e delle potenze europee. Gli alleati europei (come la Germania) devono fare di più, ma non c’è motivo di ripensare radicalmente questo modello di successo.

EA: Sono completamente in disaccordo. Come ho scritto con alcuni colleghi la scorsa settimana, Macron potrebbe essere eccessivamente schietto, ma sta facendo le domande giuste. L’Europa vuole essere un vassallo degli Stati Uniti o un partner capace di reggersi sulle proprie gambe? E perché, quasi 80 anni dopo la decisione degli Stati Uniti di aiutare l’Europa a rimettersi in piedi dopo la seconda guerra mondiale, Washington sta ancora fornendo la parte del leone in finanziamenti, armi e truppe per la sicurezza europea?

È vero che questo modello ha funzionato per molto tempo. Ma le circostanze globali stanno cambiando e ci sono dei costi per continuare a farlo! Gli Stati Uniti sono in relativo declino, la Cina è in crescita e ci sono minacce urgenti altrove che richiedono anche l’attenzione degli Stati Uniti. Continuare a concentrarsi sull’Europa ha costi di opportunità per la base industriale della difesa degli Stati Uniti e per la posizione militare. La politica del dopoguerra degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa ebbe un enorme successo! Perché gli americani hanno così paura di abbracciare il nostro successo e adottare un approccio più diretto alla sicurezza europea?

MK: Ho così tanto da dire, non so da dove cominciare. In primo luogo, gli Stati Uniti stanno crescendo. La sua quota del PIL globale è aumentata negli ultimi anni, mentre la crescita della Cina si sta stabilizzando. Washington ei suoi alleati possono gestire contemporaneamente Mosca e Pechino.

EA: Tutto dipende da quale misura usi. La quota degli Stati Uniti sul PIL globale è aumentata. Ma la Cina l’ha superata per alcune misure del reddito nazionale lordo e sta colmando il divario in termini di ricchezza nazionale totale. Nel contesto storico, gli Stati Uniti sono relativamente più deboli di quanto non fossero durante la Guerra Fredda; e in un contesto regionale, il quadro è anche peggiore. Il Lowy Asia Power Index , che tenta di costruire un quadro completo delle risorse militari, economiche e politiche in una regione, suggerisce che gli Stati Uniti e la Cina sono sempre più alla pari in Asia. Quindi puoi selezionare alcuni dati per dimostrare che non ci sono problemi, ma penso che uno sguardo più ampio suggerisca che le cose non sono così rosee.

Non importa che abbiamo appena avuto una resa dei conti sul tetto del debito e sulla spesa pubblica a Washington! Dici “Washington e i suoi alleati possono gestire Mosca e Pechino” – sono d’accordo. Ma con i crescenti vincoli sugli Stati Uniti, quegli alleati devono fare di più. Questo non dovrebbe essere controverso.

MK: La Cina ha superato economicamente gli Stati Uniti solo se si tiene conto della parità di potere d’acquisto. Ciò potrebbe avere senso per i tagli di capelli ma non per la geopolitica.

EA: Mi dispiace, ma non vedo perché dovrebbe essere così. Le armi cinesi sono più economiche; i cinesi ottengono più soldi per il loro dollaro. Letteralmente, nel caso delle spese militari! Questo è un punto che il presidente del Joint Chiefs of Staff Gen. Mark Milley ha fatto al Congresso.
La Germania o la Francia improvvisamente faranno un passo avanti e guideranno le questioni di difesa e sicurezza europee? Negli ultimi anni, il loro istinto è stato più quello di placare la Russia che di resisterle.

MK: Questo è vero. Anche gli ufficiali militari cinesi costano meno. Ma ottieni quello per cui paghi. Gli ufficiali militari statunitensi sono meglio addestrati, istruiti e curati.

Inoltre, per l’influenza internazionale, il commercio, gli aiuti, ecc., i numeri sono assoluti. La Cina non ottiene un bonus perché i noodles sono economici a Nanchino. Gli studiosi di relazioni internazionali usano tipicamente il PIL nominale per misurare il potere per questo motivo.

Sarebbe interessante, tuttavia, che qualcuno facesse uno studio più approfondito su dove gli aggiustamenti della parità di potere d’acquisto siano importanti per il potere e l’influenza internazionale, e dove invece no. Se uno studio del genere esiste, non l’ho visto.

Ma stiamo andando un po’ fuori strada.

Penso che siamo d’accordo sul fatto che gli Stati Uniti ei loro alleati debbano fare di più per la loro difesa collettiva sia in Europa che in Asia. La domanda è come farlo. Io sostengo che il modello tradizionale, in cui gli Stati Uniti guidano e gli alleati contribuiscono, è l’unica soluzione praticabile.

La mia più grande critica all’articolo stimolante di te e dei tuoi colleghi, e altri simili, è che l’alternativa che proponi non è delineata in alcun dettaglio. Dici che gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sull’Asia e che “l’Europa” dovrebbe “farsi avanti” per provvedere alla difesa dell’Europa. Non so cosa significhi.

Se vuoi che il tuo piano venga adottato, penso che dovresti fornire qualche dettaglio in più su come funzionerebbe.

EA: Beh, sono abbastanza sicuro di poter dire lo stesso della tua affermazione secondo cui “il modello attuale funziona”. Questo ha bisogno di un po’ più di dettagli, per essere sicuro. L’inerzia non è certo una strategia.

Ci sono un sacco di ottimi articoli e libri là fuori che descrivono in dettaglio come sarebbe un approccio più diretto degli Stati Uniti alla sicurezza europea. Barry Posen, ad esempio, ha diversi buoni pezzi che esplorano le ramificazioni della difesa, i costi e i rischi del trasferimento di maggiori responsabilità agli stati europei. Oppure ecco un fantastico forum del Center on Security Studies di Zurigo, con una varietà di autori. Ci sono molti dettagli là fuori se guardi, e molte persone intelligenti su entrambe le sponde dell’Atlantico stanno riflettendo su questo problema.

Ma in generale, farei un paio di punti chiave: 1) Il cambiamento dovrà essere graduale, forse fino a un decennio, per dare agli Stati europei il tempo di avviare la necessaria produzione industriale della difesa e costruire la necessaria forze, e 2) è importante notare che un approccio più diretto alla sicurezza europea non significa che gli Stati Uniti usciranno dalla NATO, né che si disimpegneranno dall’Europa. Affida semplicemente la responsabilità primaria della difesa agli stati europei, rendendo gli Stati Uniti più un backup e meno una prima risorsa.

MK: Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a guidare o non funzionerà. Cos’è questa “Europa” di cui parli? La Germania o la Francia (i due pesi massimi dell’economia in Europa) improvvisamente faranno un passo avanti e guideranno le questioni di difesa e sicurezza europee? Negli ultimi anni, il loro istinto è stato più quello di placare la Russia che di resisterle. I paesi dell’Europa orientale si affideranno a Berlino e Parigi per guidare la sicurezza europea? Non credo. Washington può fidarsi di Parigi e Berlino per garantire gli interessi degli Stati Uniti in Europa? La risposta è no. E la deterrenza nucleare? La Germania passerà al nucleare in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare? La Francia costruirà fino a 1.500 armi nucleari (un aumento di sette volte) come contrappeso all’enorme arsenale russo?

Queste sono grandi domande e le risposte significano quasi sempre che Washington e il popolo americano si troverebbero in una situazione molto peggiore se tentassero di esternalizzare i loro importanti interessi in Europa a Macron!
L’articolo 5 della NATO dovrebbe essere perfettamente sufficiente per la credibilità senza truppe statunitensi in prima linea.
EA: Matt, sono inglese. Non c’è bisogno che mi diciate che il concetto di “europeo” come identità è fortemente contestato.

Ma il fatto è che l’Europa si è unita in molti altri settori, anche dove ci sono interessi divergenti. La Comunità europea (e successivamente l’Unione) ha costruito un’area di libero scambio nonostante l’opposizione interna di gruppi potenti come gli agricoltori. L’euro è riuscito a sopravvivere alle crisi finanziarie degli ultimi due decenni con tutti i suoi membri intatti. Gli stati europei tendono ad essere relativamente bravi a superare i problemi di azione collettiva quando vogliono.

Per molti versi, è degno di nota il fatto che l’unica area in cui l’Europa continua a lottare per riunirsi sia la difesa, l’area in cui gli Stati Uniti hanno sempre risolto il problema dell’azione collettiva, eliminando la necessità di un compromesso.

Hai ragione sul fatto che gli stati europei non hanno necessariamente tutti le stesse opinioni sulla difesa e sulla politica estera. Forse il risultato finale sarà una sorta di accordo di difesa minilaterale, in cui stati come la Polonia si concentreranno sulla Russia e stati come l’Italia e la Grecia si concentreranno sul Mediterraneo. Ma dire semplicemente “non può succedere” non è una risposta soddisfacente. Gli stati europei si alzeranno in difesa se necessario, il che significa che il governo degli Stati Uniti deve essere chiaro e coerente sulle sue intenzioni e aiutare con una transizione ordinata nella sicurezza europea.

MK: Non sto dicendo “non può succedere” perché non so ancora cosa sia “esso”. Dire che la Polonia si prenderà cura della Russia non ha senso. La Polonia costruirà armi nucleari?

EA: Se gli Stati Uniti non lasciano la NATO, allora il suo ombrello nucleare continua ad applicarsi. E anche i francesi e gli inglesi sono potenze nucleari.

MK: Va bene. Quindi, se l’alleanza continuerà a fare affidamento sugli Stati Uniti per la deterrenza strategica, allora Washington dovrà continuare a svolgere un importante ruolo di leadership. Per essere credibili, gli Stati Uniti dovranno anche mantenere le forze in Europa, idealmente in prima linea, per collegare le forze strategiche statunitensi a una grande guerra convenzionale in Europa. È quello che avete in mente anche voi e i vostri colleghi?

Se sì, qual è il nuovo modello? La Germania fornisce più uomini, carri armati e artiglieria? Mi sembra fantastico, ma non sono sicuro che sia il cambiamento radicale che sembri chiedere.

EA: No. L’articolo 5 della NATO dovrebbe essere perfettamente sufficiente per la credibilità senza truppe statunitensi in prima linea. E onestamente non importa l’esatta composizione della forza nell’Europa orientale fintanto che è europea piuttosto che americana. Ci sono una varietà di opzioni che potrebbero funzionare: Germania e Francia che si fanno avanti, Stati dell’Europa orientale che uniscono le loro risorse e approfondiscono la cooperazione in materia di difesa con il Regno Unito, ecc. Spetterà agli europei decidere.

Ci sono alcuni pezzi eccellenti del Center for Strategic and International Studies proprio qui a Washington che esplorano come alcuni di questi cambiamenti potrebbero apparire in pratica per la difesa aerea , la logistica e le forze navali.

Solo gli Stati Uniti hanno il potere e il diffuso sentimento di buona volontà all’interno dell’Europa per guidare l’alleanza transatlantica.

MK: Questi articoli esaminano i pezzi in cui gli stati europei possono contribuire di più. Sarebbe il benvenuto.

Mi sto un po’ frustrando. So com’è l’attuale architettura di sicurezza transatlantica. Continuo a non capire l’alternativa che proponi.

EA: Non capisco cosa ci sia di così difficile da capire. Una divisione del lavoro all’interno della NATO in cui gli stati europei portano la maggior parte dell’onere – e svolgono la maggior parte del lavoro in termini pratici – di scoraggiare la Russia, difendersi e proteggere le frontiere dell’Europa, mentre gli Stati Uniti adottano un approccio più diretto per concentrarsi sull’Asia, ma è disponibile a fornire risorse e aiuti se una grave crisi lo richiede. Questa è una vera partnership, ed è dove credo che gli Stati Uniti e l’Europa debbano andare se si vuole che la relazione transatlantica continui a prosperare.

Va bene per gli Stati Uniti, va bene per gli alleati americani in Asia, va bene per gli stati europei. Dopotutto, come ha sottolineato Macron, quale Stato si sentirebbe a suo agio nel mettere la propria difesa ai capricci degli elettori di un altro Paese? Con il riscaldamento delle primarie repubblicane degli Stati Uniti, puoi scommettere che nei prossimi mesi sentirai parlare di più sui free rider europei.

MK: Penso che solo gli Stati Uniti abbiano il potere e il diffuso sentimento di buona volontà all’interno dell’Europa per guidare l’alleanza transatlantica. Dovrebbe continuare a fornire una visione d’insieme e un coordinamento. Solo Washington può fornire deterrenza strategica contro la Russia. E penso anche che gli stati europei dovrebbero fornire più dadi e bulloni della difesa convenzionale, dagli aerei ai carri armati al personale, ecc.

Allora, siamo d’accordo o no? Penso che stiamo esaurendo lo spazio, quindi potremmo aver bisogno di tornare su questo in una colonna futura.

EA: Non siamo d’accordo. Ma possiamo essere d’accordo su questo: non passerà molto tempo prima che Macron faccia un’altra dichiarazione da prima pagina che infastidisce i transatlantici di Washington!

MK: C’est la vie.

Emma Ashford è editorialista presso Foreign Policy e senior fellow del programma Reimagining US Grand Strategy presso lo Stimson Center, assistente professore aggiunto presso la Georgetown University e autrice di Oil, the State, and War. Twitter:  @EmmaMAshford

Matthew Kroenig è editorialista presso Foreign Policy e vice presidente e direttore senior dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council e professore presso il Department of Government e la Edmund A. Walsh School of Foreign Service presso la Georgetown University. Il suo ultimo libro è The Return of Great Power Rivalry: Democracy Versus Autocracy From the Ancient World to the US and China . Twitter:  @matthewkroenig

https://foreignpolicy.com/2023/06/02/nato-macron-defense-europe-spending-free-riding/

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Discorso del segretario Blinken: “Il fallimento strategico della Russia e il futuro sicuro dell’Ucraina”

Un compendio delle argomentazioni della componente più oltranzista e purtroppo dominante della amministrazione statunitense riguardanti. Assatanati! Un compendio che meriterebbe di essere chiosato, stigmatizzato e confutato punto per punto. Servirebbe a riordinare le idee. Blinken rappresenta una classe dirigente che vive in una sfera di cristallo, sino a diventare vittima delle proprie narrazioni; per questo condannata alle estreme conseguenze dei loro atti. Ma è una narrazione che guarda terribilmente lontano. Osservate cosa intende riservare al futuro dell’Ucraina e confrontatelo con il saggio dell’ex ministro ucraino pubblicato su Foreign Affairs e tradotto sul nostro sito tre giorni fa. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Discorso del segretario Blinken: “Il fallimento strategico della Russia e il futuro sicuro dell’Ucraina”.

DISCORSO

ANTONY J. BLINKEN, SEGRETARIO DI STATO

MUNICIPIO DI HELSINKI

HELSINKI, FINLANDIA

2 GIUGNO 2023

SINDACO VARTIAINEN:   Eccellenze, signore e signori, cari amici, è con grande piacere che vi do un caloroso benvenuto nella bellissima capitale della Finlandia, Helsinki, e nel municipio di Helsinki. Helsinki ha un grande onore di ospitare oggi questo evento speciale. Siamo onorati e molto grati di avere qui a Helsinki il Segretario di Stato americano Antony J. Blinken.

Helsinki è una città in cui converge l’armoniosa miscela di storia, innovazione, libertà e diplomazia. La nostra capitale è ed è stata un’arena per numerosi incontri ed eventi politici di alto livello, e siamo orgogliosi di fornire la piattaforma per questo momento storico, ora per la prima volta come l’orgogliosa capitale di un nuovo alleato della NATO.

Ora è con grande piacere che vi presento il co-organizzatore dell’evento, il dottor Mika Aaltola, direttore dell’Istituto finlandese per gli affari internazionali. Grazie. (Applausi.)

MR AALTOLA:   Eccellenze, signore e signori, questa è una giornata veramente storica. È la prima volta che un Segretario di Stato degli Stati Uniti si trova sul solido terreno granitico della NATO Finlandia. La visita del segretario Blinken rappresenta una nuova era nelle relazioni finlandesi-statunitensi che hanno legami storici di lunga data. Mai prima d’ora le relazioni tra i nostri due paesi sono state così strette.

Oltre ad essere ora alleati della NATO, la Finlandia e gli Stati Uniti stanno lavorando insieme per rafforzare la nostra cooperazione bilaterale in materia di difesa. Inoltre, la cooperazione economica è aumentata in modo significativo poiché lo scorso anno gli Stati Uniti sono diventati il ​​partner commerciale numero uno della Finlandia.

Anche se fisicamente separati da un oceano, i nostri paesi sono legati da legami che superano le distanze. Affrontiamo sfide di sicurezza comuni, ma, cosa ancora più importante, condividiamo la fede nella democrazia, nei nostri valori comuni e interessi condivisi.

Questi valori sono messi in discussione dalla brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Con il livello di sostegno economico e militare offerto all’Ucraina, gli Stati Uniti rimangono la forza indispensabile in Europa. Gli Stati Uniti erano già svegli quando la maggior parte dell’Europa dormiva ancora, relativamente indisturbata dai giochi politici di potere della Russia. La leadership statunitense è quanto mai necessaria. 

Questa leadership aiuta a tenere le porte aperte e i nemici a bada, ma non ci sarebbe leadership senza una partnership. Questa partnership è qualcosa che la Finlandia ha offerto agli Stati Uniti. La Finlandia è un valido alleato e un fornitore di sicurezza. Ci assumiamo le nostre responsabilità nella nostra regione e oltre, e ci impegniamo a sostenere l’Ucraina e a difendere noi stessi e   i valori che rappresentiamo. Questo impegno è condiviso dalla leadership finlandese ma, cosa ancora più importante, dal popolo finlandese.

La Finlandia si è classificata come il paese meno corrotto, più egualitario, uno dei paesi più istruiti e più democratici del mondo. È anche il paese più stabile del mondo. In questi tempi instabili, questa stabilità ha un valore proprio. Sorprendentemente per molti finlandesi, la Finlandia è anche il paese più felice del mondo. Mettiamo in discussione questo risultato ogni anno, ma ci viene segnalato che è così. È un dato di fatto, quindi quanto devono essere infelici gli altri se noi siamo i più felici. (Risata.)

Ma ora sono davvero felice di poter dare il benvenuto sul palco al Segretario di Stato degli Stati Uniti, il signor Antony Blinken. (Applausi.)

SEGRETARIO BLINKEN:   Grazie. Grazie mille. E sì, oggi provo un senso di felicità maggiore di quanto non provassi da molto tempo. (Risata.)

Sindaco Vartiainen, grazie per averci ospitato qui a Helsinki e in questo municipio assolutamente magnifico.

E Mika, i miei ringraziamenti a te, e anche a tutta la tua squadra – tutti i ricercatori dell’Istituto finlandese per gli affari internazionali, per aver approfondito la borsa di studio sulla diplomazia e anche per aver arricchito il dibattito pubblico.

Sono anche lieto che il mio amico e partner, Pekka Haavisto, sia qui con noi oggi. Abbiamo lavorato a stretto contatto insieme in questo ultimo anno davvero storico e sono grato per la vostra presenza.

A tutti gli illustri ospiti, due mesi fa, sono stato con i nostri alleati a Bruxelles mentre la bandiera della Finlandia è stata issata per la prima volta sul quartier generale della NATO. Il presidente Niinistö ha dichiarato, e cito: “L’era del non allineamento militare in Finlandia è giunta al termine. Inizia una nuova era”.

È stato un cambiamento epocale che sarebbe stato impensabile poco più di un anno prima. Prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, un finlandese su quattro sosteneva l’adesione del paese alla NATO. Dopo l’invasione su vasta scala, tre finlandesi su quattro hanno sostenuto l’adesione.

Non è stato difficile per i finlandesi immaginarsi nei panni degli ucraini. Ci erano entrati nel novembre del 1939, quando l’Unione Sovietica aveva invaso la Finlandia.

Come la cosiddetta “operazione speciale” del presidente Putin contro l’Ucraina, la cosiddetta “operazione di liberazione” dell’URSS ha falsamente accusato la Finlandia di aver provocato l’invasione.

Come i russi con Kiev, i sovietici erano fiduciosi di saccheggiare Helsinki in poche settimane, così fiduciosi che Dmitri Shostakovich compose la musica per la parata della vittoria, prima ancora che iniziasse la Guerra d’Inverno.

Come Putin in Ucraina, quando Stalin non è riuscito a superare la feroce e determinata resistenza dei finlandesi, è passato a una strategia del terrore, incenerendo interi villaggi e bombardando dal cielo così tanti ospedali che i finlandesi hanno iniziato a coprire le insegne della Croce Rossa sui tetti.

Come i milioni di rifugiati ucraini di oggi, centinaia di migliaia di finlandesi furono cacciati dalle loro case dall’invasione sovietica. Tra loro c’erano due bambini, Pirkko e Henri, le cui famiglie hanno evacuato le loro case in Carelia: la madre e il padre del nostro ospite, il sindaco della città.

Per molti finlandesi, i parallelismi tra il 1939 e il 2022 sono stati sorprendenti. Erano viscerali. E non avevano torto.

I finlandesi hanno capito che se la Russia avesse violato i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite – sovranità, integrità territoriale, indipendenza – se lo avesse fatto in Ucraina, avrebbe messo in pericolo anche la loro stessa pace e sicurezza.

Lo abbiamo capito anche noi. Ecco perché, nel corso del 2021, mentre la Russia aumentava le sue minacce contro Kiev e accumulava sempre più truppe, carri armati e aerei ai confini dell’Ucraina, abbiamo fatto ogni sforzo per convincere Mosca a ridurre la sua crisi fabbricata e risolvere i suoi problemi attraverso la diplomazia.

Il presidente Biden ha detto al presidente Putin che eravamo pronti a discutere le nostre reciproche preoccupazioni di sicurezza – un messaggio che ho ribadito più volte – anche di persona, con il ministro degli Esteri Lavrov. Abbiamo offerto proposte scritte per ridurre le tensioni. Insieme ai nostri alleati e partner, abbiamo utilizzato ogni forum per cercare di prevenire la guerra, dal Consiglio NATO-Russia all’OSCE, dall’ONU ai nostri canali diretti.

Attraverso questi impegni, abbiamo tracciato due possibili percorsi per Mosca: un percorso di diplomazia, che potrebbe portare a una maggiore sicurezza per l’Ucraina, per la Russia, per tutta l’Europa; o un percorso di aggressione, che comporterebbe gravi conseguenze per il governo russo.

Il presidente Biden ha chiarito che indipendentemente dal percorso scelto dal presidente Putin, saremmo stati pronti. E se la Russia scegliesse la guerra, faremmo tre cose: sostenere l’Ucraina, imporre costi elevati alla Russia e rafforzare la NATO, radunando i nostri alleati e partner intorno a questi obiettivi.

Mentre le nuvole temporalesche si addensavano, abbiamo aumentato l’assistenza militare, economica e umanitaria all’Ucraina. Prima nell’agosto 2021, e di nuovo a dicembre, abbiamo inviato attrezzature militari per rafforzare le difese dell’Ucraina, inclusi Javelins e Stingers. E abbiamo schierato un team del Cyber ​​Command degli Stati Uniti per aiutare l’Ucraina a rafforzare la sua rete elettrica e altre infrastrutture critiche contro gli attacchi informatici.

Abbiamo preparato una serie senza precedenti di sanzioni, controlli sulle esportazioni e altri costi economici per imporre gravi e immediate conseguenze alla Russia in caso di invasione su vasta scala.

Abbiamo adottato misure per non lasciare dubbi sul fatto che noi e i nostri alleati avremmo mantenuto il nostro impegno a difendere ogni centimetro del territorio della NATO.

E abbiamo lavorato incessantemente per radunare alleati e partner per aiutare l’Ucraina a difendersi e negare a Putin i suoi obiettivi strategici.

Sin dal primo giorno della sua amministrazione, il presidente Biden si è concentrato sulla ricostruzione e sul rilancio delle alleanze e dei partenariati americani, sapendo che siamo più forti quando lavoriamo a fianco di coloro che condividono i nostri interessi e i nostri valori.

Nel periodo precedente all’invasione della Russia, abbiamo dimostrato il potere di questi partenariati, coordinando la nostra pianificazione e strategia per una potenziale invasione con la NATO, con l’UE, con il G7 e altri alleati e partner di tutto il mondo.

Durante quelle fatidiche settimane di gennaio e febbraio del 2022, è diventato chiaro che nessuno sforzo diplomatico avrebbe fatto cambiare idea al presidente Putin. Avrebbe scelto la guerra.

E così, il 17 febbraio 2022, sono andato davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per avvertire il mondo che l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia era imminente.

Ho esposto i passi che la Russia avrebbe intrapreso: prima fabbricando un pretesto, e poi usando missili, carri armati, truppe, attacchi informatici per colpire obiettivi pre- identificati, tra cui Kiev, con l’obiettivo di rovesciare il governo democraticamente eletto dell’Ucraina e cancellare l’Ucraina dal mappa come un paese indipendente.

Speravamo – speravamo – di essere smentiti.

Sfortunatamente, avevamo ragione. Una settimana dopo il mio avvertimento al Consiglio di sicurezza, il presidente Putin ha invaso. Gli ucraini di ogni estrazione sociale – soldati e cittadini, uomini e donne, giovani e meno giovani – hanno difeso coraggiosamente la loro nazione.

E gli Stati Uniti si sono mossi rapidamente, con decisione e all’unisono con alleati e partner per fare esattamente quello che avevamo detto che avremmo fatto: sostenere l’Ucraina, imporre costi alla Russia, rafforzare la NATO – tutto questo con i nostri alleati e partner.

E con il nostro sostegno collettivo, l’Ucraina ha fatto quello che aveva promesso: ha difeso il suo territorio, la sua indipendenza, la sua democrazia.

Oggi, quello che voglio fare è illustrare questo e molti altri modi in cui la guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina è stata un fallimento strategico, riducendo notevolmente il potere della Russia, i suoi interessi e la sua influenza negli anni a venire. E condividerò anche la nostra visione del cammino verso una pace giusta e duratura.

Quando si guardano gli scopi e gli obiettivi strategici a lungo termine del presidente Putin, non c’è dubbio: la Russia oggi sta molto peggio di quanto non fosse prima della sua invasione su vasta scala dell’Ucraina – militarmente, economicamente, geopoliticamente.

Dove Putin mirava a proiettare forza, ha rivelato debolezza. Dove ha cercato di dividere, è unito. Quello che ha cercato di impedire, è precipitato. Questo risultato non è casuale. È il risultato diretto del coraggio e della solidarietà del popolo ucraino e dell’azione deliberata, decisa e rapida che noi e i nostri partner abbiamo intrapreso per sostenere l’Ucraina.

In primo luogo, per anni il presidente Putin ha cercato di indebolire e dividere la NATO, con la falsa affermazione che rappresentava una minaccia per la Russia. Infatti, prima che la Russia invadesse la Crimea e l’Ucraina orientale nel 2014, l’atteggiamento della NATO rifletteva la convinzione condivisa che un conflitto in Europa fosse improbabile. Gli Stati Uniti avevano ridotto significativamente le proprie forze in Europa dalla fine della Guerra Fredda, da 315.000 nel 1989 a 61.000 alla fine del 2013. La spesa per la difesa di molti paesi europei era in calo da anni. La dottrina strategica della NATO all’epoca definiva la Russia un partner.

Dopo l’invasione russa della Crimea e del Donbas nel 2014, la marea ha cominciato a cambiare. Gli alleati si sono impegnati a spendere il due per cento del PIL per la difesa e hanno dispiegato nuove forze sul fianco orientale della NATO in risposta all’aggressione della Russia. L’Alleanza ha accelerato la sua trasformazione dopo l’invasione su vasta scala della Russia – non per rappresentare una minaccia o perché la NATO cerca il conflitto. La NATO è sempre stata – e sempre sarà – un’alleanza difensiva. Ma l’aggressione, le minacce e le armi nucleari della Russia ci hanno costretto a rafforzare la nostra deterrenza e difesa.

Ore dopo l’invasione su vasta scala, abbiamo attivato la Forza di risposta difensiva della NATO. Nelle settimane che sono seguite, diversi alleati – tra cui Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Spagna, Francia – hanno inviato rapidamente truppe, aerei e navi per rafforzare il fianco orientale della NATO. Abbiamo raddoppiato il numero di navi che pattugliano il Mare del Nord e il Mar Baltico e raddoppiato il numero di gruppi tattici nella regione. Gli Stati Uniti hanno stabilito la loro prima presenza militare permanente in Polonia. E, naturalmente, la NATO ha aggiunto la Finlandia come suo 31° alleato, e presto aggiungeremo la Svezia come 32°.

Mentre ci dirigiamo verso il vertice della NATO a Vilnius, il nostro messaggio condiviso sarà chiaro: gli alleati della NATO sono impegnati a rafforzare la deterrenza e la difesa, a una spesa per la difesa maggiore e più intelligente, a legami più profondi con i partner indo-pacifici. La porta della NATO rimane aperta a nuovi membri e rimarrà aperta.

L’invasione della Russia ha anche portato l’Unione Europea a fare di più – e di più insieme agli Stati Uniti e alla NATO – che mai. L’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina oltre 75 miliardi di dollari di sostegno militare, economico e umanitario. Ciò include 18 miliardi di dollari in assistenza alla sicurezza, dai sistemi di difesa aerea ai carri armati Leopard alle munizioni. In stretto coordinamento con gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri partner, l’UE ha lanciato le sanzioni più ambiziose di sempre, immobilizzando oltre la metà dei beni sovrani della Russia. E le nazioni europee hanno accolto più di 8 milioni di rifugiati ucraini, la maggior parte dei quali non solo ha avuto accesso ai servizi pubblici, ma anche il diritto al lavoro, allo studio.

In secondo luogo, per decenni Mosca ha lavorato per accrescere la dipendenza dell’Europa dal petrolio e dal gas russi. Dopo l’invasione su vasta scala del presidente Putin, l’Europa ha compiuto un rapido e deciso allontanamento dall’energia russa. Berlino ha subito cancellato il Nord Stream 2, che avrebbe raddoppiato il flusso di gas russo verso la Germania.

Prima dell’invasione di Putin, i paesi europei importavano il 37% del loro gas naturale dalla Russia. L’Europa lo ha tagliato di oltre la metà in meno di un anno. Nel 2022, i paesi dell’UE hanno generato un quinto record della loro elettricità attraverso l’eolico e il solare, più elettricità di quella generata dall’UE attraverso carbone, gas o qualsiasi altra fonte di energia. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno più che raddoppiato la propria fornitura di gas all’Europa, e anche i nostri alleati asiatici – Giappone, Repubblica di Corea – si sono attivati per aumentare l’offerta europea.

Nel frattempo, il tetto massimo del prezzo del petrolio che noi e i nostri partner del G7 abbiamo messo in atto ha mantenuto l’energia della Russia nel mercato globale, riducendo drasticamente le entrate russe. A un anno dalla sua invasione, le entrate petrolifere della Russia erano diminuite del 43%. Le entrate fiscali del governo russo da petrolio e gas sono diminuite di quasi due terzi. E Mosca non riavrà i mercati che ha perso in Europa.

In terzo luogo, il presidente Putin ha trascorso due decenni cercando di trasformare l’esercito russo in una forza moderna, con armi all’avanguardia, un comando semplificato e soldati ben addestrati e ben equipaggiati. Il Cremlino ha spesso affermato di avere il secondo esercito più forte del mondo, e molti ci credevano. Oggi, molti vedono l’esercito russo come il secondo più forte in Ucraina. Il suo equipaggiamento, la tecnologia, la leadership, le truppe, la strategia, le tattiche e il morale, un caso studio di fallimento, anche se Mosca infligge danni devastanti, indiscriminati e gratuiti all’Ucraina e agli ucraini.

Si stima che la Russia abbia subito più di 100.000 vittime solo negli ultimi sei mesi, mentre Putin invia ondate dopo ondate di russi in un tritacarne di sua creazione.

Nel frattempo, le sanzioni e i controlli sulle esportazioni imposti dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri partner in tutto il mondo hanno gravemente degradato la macchina da guerra russa e le esportazioni di difesa, ritardandole per gli anni a venire. I partner e i clienti della difesa globale della Russia non possono più contare sugli ordini promessi, figuriamoci sui pezzi di ricambio. E mentre assistono alle scarse prestazioni della Russia sul campo di battaglia, stanno portando sempre più i loro affari altrove.

In quarto luogo, il presidente Putin voleva costruire la Russia come potenza economica globale. La sua invasione ha cementato il suo fallimento di lunga data nel diversificare l’economia russa, nel rafforzare il suo capitale umano e nell’integrare completamente il paese nell’economia globale. Oggi, l’economia russa è l’ombra di ciò che era, e una frazione di ciò che sarebbe potuta diventare se Putin avesse investito in tecnologia e innovazione piuttosto che in armi e guerra.

Le riserve estere della Russia sono diminuite di oltre la metà, così come i profitti delle sue imprese statali. Più di 1.700 compagnie straniere hanno ridotto, sospeso o terminato le operazioni in Russia dall’inizio dell’invasione. Sono decine di migliaia di posti di lavoro persi, un’enorme fuga di competenze straniere e miliardi di dollari di mancati introiti per il Cremlino.

Un milione di persone sono fuggite dalla Russia, tra cui molti dei migliori specialisti informatici, imprenditori, ingegneri, medici, professori, giornalisti, scienziati del paese. Anche innumerevoli artisti, scrittori, cineasti, musicisti se ne sono andati, senza vedere un futuro per loro stessi in un paese dove non possono esprimersi liberamente.

In quinto luogo, il presidente Putin ha investito notevoli sforzi per dimostrare che la Russia potrebbe essere un prezioso partner per la Cina. Alla vigilia dell’invasione, Pechino e Mosca hanno dichiarato una partnership “senza limiti”. Diciotto mesi dopo l’invasione, quella partnership a doppio senso sembra sempre più unilaterale. L’aggressione di Putin e l’uso come arma delle dipendenze strategiche dalla Russia sono servite da campanello d’allarme per i governi di tutto il mondo affinché compiano sforzi per ridurre il rischio. E insieme, gli Stati Uniti e i nostri partner stanno adottando misure per ridurre tali vulnerabilità, dalla costruzione di catene di approvvigionamento critiche più resilienti al rafforzamento dei nostri strumenti condivisi per contrastare la coercizione economica.

Quindi, l’aggressione della Russia non ci ha distratto dall’affrontare le sfide nell’Indo-Pacifico. In realtà ha affinato la nostra attenzione su di loro. E il nostro sostegno all’Ucraina non ha indebolito le nostre capacità di far fronte a potenziali minacce provenienti dalla Cina o da qualsiasi altro luogo, ma le ha rafforzate. E crediamo che Pechino stia prendendo atto del fatto che, lungi dall’essere intimidita da una violenta violazione della Carta delle Nazioni Unite, il mondo si è mobilitato per difenderla.

In sesto luogo, prima della guerra, il presidente Putin usava regolarmente l’influenza della Russia nelle organizzazioni internazionali per tentare di indebolire la Carta delle Nazioni Unite. Oggi la Russia è più isolata che mai sulla scena mondiale. Almeno 140 nazioni – due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite – hanno ripetutamente votato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per affermare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, per respingere i tentativi di Putin di annettere illegalmente il territorio ucraino, per condannare l’aggressione e le atrocità della Russia e per chiamare per una pace coerente con i principi della Carta delle Nazioni Unite. I governi dell’ovest e dell’est, del nord e del sud hanno votato per sospendere la Russia da numerose istituzioni, dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite all’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale.

Ogni rimprovero e sconfitta per Mosca non è solo un voto contro l’aggressione della Russia, è un voto per i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. E paesi di ogni parte del mondo stanno sostenendo gli sforzi per ritenere la Russia responsabile dei suoi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dalla creazione di una commissione speciale delle Nazioni Unite per documentare i crimini e le violazioni dei diritti umani commessi nella guerra della Russia all’assistenza alle indagini dei pubblici ministeri in Ucraina e presso la Corte Penale Internazionale.

Settimo, il presidente Putin, per anni, ha cercato di dividere l’Occidente dal resto, sostenendo che la Russia stava promuovendo i migliori interessi del mondo in via di sviluppo.    Oggi, grazie alla dichiarazione aperta delle sue ambizioni imperiali e all’armamento di cibo e carburante, il presidente Putin ha diminuito l’influenza russa su tutti i continenti. Gli sforzi di Putin per ricostituire un impero secolare hanno ricordato a ogni nazione che aveva sopportato il dominio coloniale e la repressione il proprio dolore. Quindi, ha esacerbato le difficoltà economiche che molte nazioni stavano già attraversando a causa del COVID e del cambiamento climatico, tagliando il grano ucraino dai mercati mondiali, facendo aumentare il costo del cibo e del carburante ovunque.

Al contrario, in una sfida globale dopo l’altra, gli Stati Uniti e i nostri partner hanno dimostrato che la nostra attenzione all’Ucraina non ci distrarrà dal lavorare per migliorare la vita delle persone in tutto il mondo e affrontare i costi a cascata dell’aggressione russa.

Il nostro aiuto alimentare di emergenza senza precedenti ha impedito a milioni di persone di morire di fame. Solo lo scorso anno, gli Stati Uniti hanno fornito 13,5 miliardi di dollari in assistenza alimentare. E gli Stati Uniti stanno attualmente finanziando più della metà del budget del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. La Russia finanzia meno dell’uno per cento.

Abbiamo sostenuto un accordo negoziato dal Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres e dalla Turchia per spezzare la stretta mortale della Russia sul grano ucraino, consentendo a 29 milioni di tonnellate di cibo di uscire dall’Ucraina e raggiungere persone in tutto il mondo. Ciò include 8 milioni di tonnellate di grano, che è l’equivalente di circa 16 miliardi di pagnotte.

Insieme ad alleati e partner, stiamo mobilitando centinaia di miliardi di dollari in finanziamenti per infrastrutture di alta qualità nei paesi in cui sono maggiormente necessarie e costruendole in modo trasparente e favorevole all’ambiente; responsabilizza i lavoratori e le comunità locali.

Stiamo rafforzando la sicurezza sanitaria globale, dalla formazione di mezzo milione di operatori sanitari nel nostro emisfero, nelle Americhe, all’aiutare l’azienda farmaceutica Moderna a finalizzare i piani con il Kenya per costruire il suo primo impianto di produzione di vaccini a mRNA in Africa.

Di volta in volta, stiamo dimostrando chi alimenta i problemi globali e chi li risolve.

Infine, l’obiettivo principale del presidente Putin – anzi, la sua ossessione – è stato quello di cancellare l’idea stessa di Ucraina – la sua identità, la sua gente, la sua cultura, la sua agenzia, il suo territorio. Ma anche qui le azioni di Putin hanno provocato l’effetto opposto. Nessuno ha fatto di più per rafforzare l’identità nazionale dell’Ucraina dell’uomo che ha cercato di cancellarla. Nessuno ha fatto di più per approfondire l’unità e la solidarietà degli ucraini. Nessuno ha fatto di più per intensificare la determinazione degli ucraini a scrivere il proprio futuro alle proprie condizioni.

L’Ucraina non sarà mai la Russia. L’Ucraina è sovrana, indipendente, saldamente in controllo del proprio destino. In questo – l’obiettivo primario di Putin – ha fallito in modo clamoroso.

Il presidente Putin afferma costantemente che gli Stati Uniti, l’Europa e i paesi che sostengono l’Ucraina sono decisi a sconfiggere o distruggere la Russia, a rovesciare il suo governo, a trattenere il suo popolo. Questo è falso. Non cerchiamo il rovesciamento del governo russo e non l’abbiamo mai fatto. Il futuro della Russia spetta ai russi deciderlo.

Non abbiamo nulla contro il popolo russo, che non ha avuto voce in capitolo nell’iniziare questa tragica guerra. Ci lamentiamo del fatto che Putin stia mandando a morte decine di migliaia di russi in una guerra che potrebbe finire ora, se lo desiderasse, e che sta infliggendo un impatto rovinoso sull’economia russa e sulle sue prospettive. In effetti, ci si deve chiedere: in che modo la guerra di Putin ha migliorato la vita, i mezzi di sussistenza o le prospettive dei comuni cittadini russi?

Tutto ciò che noi e i nostri alleati e partner facciamo in risposta all’invasione di Putin ha lo stesso scopo: aiutare l’Ucraina a difendere la sua sovranità, la sua integrità territoriale e indipendenza e difendere le regole e i principi internazionali che sono minacciati dalla guerra in corso di Putin.

Lasciatemelo dire direttamente al popolo russo: gli Stati Uniti non sono vostri nemici. Alla fine pacifica della Guerra Fredda, abbiamo condiviso la speranza che la Russia emergesse verso un futuro più luminoso, libera e aperta, pienamente integrata con il mondo. Per più di 30 anni, abbiamo lavorato per perseguire relazioni stabili e di cooperazione con Mosca, perché credevamo che una Russia pacifica, sicura e prospera fosse nell’interesse dell’America – anzi, nell’interesse del mondo. Lo crediamo ancora oggi.

Non possiamo scegliere il tuo futuro per te e non cercheremo di farlo. Ma non permetteremo nemmeno al presidente Putin di imporre la sua volontà ad altre nazioni. Mosca deve trattare l’indipendenza, la sovranità, l’integrità territoriale dei suoi vicini con lo stesso rispetto che esige per la Russia.

Ora, come ho chiarito, praticamente sotto ogni punto di vista, l’invasione dell’Ucraina da parte del presidente Putin è stata un fallimento strategico. Eppure, mentre Putin non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi, non ha rinunciato a questi. È convinto di poter semplicemente sopravvivere all’Ucraina e ai suoi sostenitori, mandando a morte sempre più russi, infliggendo sempre più sofferenze ai civili ucraini. Pensa che anche se perde il gioco a breve, può comunque vincere il gioco lungo. Putin ha torto anche su questo.

Gli Stati Uniti – insieme ai nostri alleati e partner – sono fermamente impegnati a sostenere la difesa dell’Ucraina oggi, domani, per tutto il tempo necessario. E in America, questo sostegno è bipartisan. E proprio perché non ci facciamo illusioni sulle aspirazioni di Putin, crediamo che il prerequisito per una diplomazia significativa e una pace reale sia un’Ucraina più forte, capace di scoraggiare e difendersi da ogni futura aggressione.

Abbiamo radunato una squadra formidabile attorno a questo sforzo. Con la guida del Segretario alla Difesa Austin, più di 50 paesi stanno collaborando attraverso il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina. E stiamo guidando con la forza del nostro esempio, fornendo decine di miliardi di dollari in assistenza per la sicurezza all’Ucraina con un sostegno forte e incrollabile da entrambi i lati delle ali nel nostro Congresso.

Oggi, l’America e i nostri alleati e partner stanno aiutando a soddisfare le esigenze dell’Ucraina sull’attuale campo di battaglia, sviluppando al tempo stesso una forza che può scoraggiare e difendersi dall’aggressione per gli anni a venire. Ciò significa aiutare a costruire un esercito ucraino del futuro, con finanziamenti a lungo termine, una forte forza aerea incentrata su moderni aerei da combattimento, una rete integrata di difesa aerea e missilistica, carri armati avanzati e veicoli corazzati, capacità nazionale di produrre munizioni e l’addestramento e supporto per mantenere le forze e le attrezzature pronte al combattimento.

Ciò significa anche che l’adesione dell’Ucraina alla NATO sarà una questione che spetta agli alleati e all’Ucraina – non alla Russia – decidere. Il percorso verso la pace sarà forgiato non solo attraverso la forza militare a lungo termine dell’Ucraina, ma anche la forza della sua economia e della sua democrazia. Questo è al centro della nostra visione per il futuro: l’Ucraina non deve solo sopravvivere, deve prosperare. Per essere abbastanza forte da scoraggiare e difendersi dagli aggressori oltre i suoi confini, l’Ucraina ha bisogno di una democrazia vibrante e prospera all’interno dei suoi confini.

È la strada per la quale ha votato il popolo ucraino quando ha conquistato l’indipendenza nel 1991. È la scelta che ha difeso al Maidan nel 2004, e ancora nel 2013: una società libera e aperta, rispettosa dei diritti umani e dello stato di diritto, pienamente integrato con l’Europa, dove tutti gli ucraini hanno dignità e l’opportunità di realizzare il loro pieno potenziale – e dove il governo risponde ai bisogni della sua gente, non a quelli degli interessi acquisiti e delle élite.

Ci impegniamo a lavorare con alleati e partner per aiutare gli ucraini a trasformare la loro visione in realtà. Non solo aiuteremo l’Ucraina a ricostruire la sua economia, ma a reinventarla, con nuove industrie, rotte commerciali, catene di approvvigionamento connesse con l’Europa e con i mercati di tutto il mondo. Continueremo a sostenere gli organismi anticorruzione indipendenti dell’Ucraina, una stampa libera e vibrante, le organizzazioni della società civile. Aiuteremo l’Ucraina a rinnovare la sua rete energetica – più della metà della quale è stata distrutta dalla Russia – e lo faremo in un modo più pulito, più resiliente e più integrato con i suoi vicini, in modo che l’Ucraina possa un giorno diventare un esportatore di energia .

La maggiore integrazione dell’Ucraina con l’Europa è vitale per tutti questi sforzi. Kiev ha compiuto un passo da gigante in questa direzione lo scorso giugno, quando l’Unione ha formalmente concesso all’Ucraina lo status di candidato all’UE. E Kiev sta lavorando per compiere progressi verso i parametri di riferimento dell’UE anche se lotta per la sua sopravvivenza.

Investire nella forza dell’Ucraina non va a scapito della diplomazia. Apre la strada alla diplomazia. Il presidente Zelenskyy ha ripetutamente affermato che la diplomazia è l’unico modo per porre fine a questa guerra, e noi siamo d’accordo. A dicembre ha presentato una visione per una pace giusta e duratura. Invece di impegnarsi in quella proposta o addirittura di offrirne una sua, il presidente Putin ha detto che non c’è nulla di cui parlare fino a quando l’Ucraina non accetterà, e cito, le “nuove realtà territoriali” – in altre parole, accetterà il sequestro da parte della Russia del 20% del patrimonio territoriale ucraino. Putin ha trascorso l’inverno cercando di assiderare i civili ucraini, e poi la primavera cercando di bombardarli a morte. Giorno dopo giorno, la Russia fa piovere missili e droni su condomini, scuole, ospedali ucraini.

Ora, da lontano, è facile diventare insensibili a queste e ad altre atrocità russe, come l’attacco dei droni la scorsa settimana contro una clinica medica a Dnipro, che ha ucciso quattro persone, compresi i medici; o i 17 attacchi a Kiev nel solo mese di maggio, molti dei quali con missili ipersonici; o l’attacco missilistico di aprile alla città di Uman – a centinaia di chilometri dalla linea del fronte – in cui sono rimasti uccisi 23 civili. L’attacco missilistico ha colpito diversi condomini a Uman prima dell’alba. In uno di quegli edifici, un padre, Dmytro, corse nella stanza dove dormivano i suoi figli: Kyrylo, 17 anni; Sophia, 11 anni. Ma quando ha aperto la porta della loro camera da letto, non c’era spazio, solo fuoco e fumo. I suoi figli se n’erano andati. Altre due vite innocenti estinte. Due dei sei bambini uccisi dalla Russia in un solo colpo. Due delle migliaia di bambini ucraini uccisi dalla guerra di aggressione russa. Altre migliaia sono state ferite e altre migliaia sono state rapite dalle loro famiglie dalla Russia e date a famiglie russe. Milioni di persone sono state sfollate. Tutti fanno parte di una generazione di bambini ucraini terrorizzati, traumatizzati, segnati dalla guerra di aggressione di Putin; ci ricordano perché gli ucraini sono così ferocemente impegnati a difendere la loro nazione e perché meritano – meritano – una pace giusta e duratura.

Ora, alcuni hanno sostenuto che se gli Stati Uniti volessero davvero la pace, smetterebbero di sostenere l’Ucraina, e quindi se l’Ucraina volesse davvero porre fine alla guerra, taglierebbe semplicemente le sue perdite rinunciando al quinto del suo territorio che la Russia occupa illegalmente. . Giochiamo per un minuto. Quali vicini della Russia si sentirebbero sicuri della propria sovranità e integrità territoriale se l’aggressione di Putin dovesse essere ricompensata con un quinto del territorio dell’Ucraina?

E del resto, come si sentirebbe al sicuro all’interno dei propri confini un paese che vive vicino a un bullo, con una storia di minacce e aggressioni? Quale lezione impareranno altri aspiranti aggressori in tutto il mondo se a Putin sarà permesso di violare impunemente un principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite? E quante volte nella storia gli aggressori che si impadroniscono di tutto o parte di un paese vicino si sono accontentati e si sono fermati lì? Quando mai questo ha soddisfatto Vladimir Putin?

Gli Stati Uniti hanno lavorato con l’Ucraina – e con alleati e partner in tutto il mondo – per creare consenso sugli elementi fondamentali di una pace giusta e duratura. Per essere chiari, gli Stati Uniti accolgono con favore qualsiasi iniziativa che aiuti a portare il presidente Putin al tavolo per impegnarsi in una diplomazia significativa. Sosterremo gli sforzi – siano essi del Brasile, della Cina o di qualsiasi altra nazione – se aiutano a trovare una via per una pace giusta e duratura, coerente con i principi della Carta delle Nazioni Unite.

Ecco cosa significa.

Una pace giusta e duratura deve sostenere la Carta delle Nazioni Unite e affermare i principi di sovranità, integrità territoriale e indipendenza.

Una pace giusta e duratura richiede la piena partecipazione e il consenso dell’Ucraina – niente sull’Ucraina senza l’Ucraina.

Una pace giusta e duratura deve sostenere la ricostruzione e la ripresa dell’Ucraina, con la Russia che paga la sua parte.

Una pace giusta e duratura deve affrontare sia la responsabilità che la riconciliazione.

Una pace giusta e duratura può aprire la strada a rilievi sanzionatori connessi ad azioni concrete, in particolare il ritiro militare. Una pace giusta e duratura deve porre fine alla guerra di aggressione della Russia.

Ora, nelle prossime settimane e mesi, alcuni paesi chiederanno un cessate il fuoco. E in superficie, sembra sensato, persino attraente. Dopotutto, chi non vuole che le parti in guerra depongano le armi? Chi non vorrebbe che le uccisioni finissero?

Ma un cessate il fuoco che semplicemente congela le attuali linee in atto e consente a Putin di consolidare il controllo sul territorio che ha conquistato, e poi riposare, riarmarsi e riattaccare – questa non è una pace giusta e duratura. È una pace Potëmkin. Legittimerebbe l’accaparramento della terra da parte della Russia. Ricompenserebbe l’aggressore e punirebbe la vittima.

Se e quando la Russia sarà pronta a lavorare per una vera pace, gli Stati Uniti risponderanno di concerto con l’Ucraina e altri alleati e partner in tutto il mondo. E insieme all’Ucraina, agli alleati e ai partner, saremmo pronti ad avere una discussione più ampia sulla sicurezza europea che promuova la stabilità e la trasparenza e riduca la probabilità di futuri conflitti.

Nelle settimane e nei mesi a venire, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con l’Ucraina, con i nostri alleati e partner e con tutte le parti impegnate a sostenere una pace giusta e duratura basata su questi principi.

Il 4 aprile 1949, 74 anni prima che la Finlandia entrasse a far parte della NATO, i membri originari dell’Alleanza si riunirono a Washington per firmare il suo trattato istitutivo. Il presidente Truman ha avvertito il gruppo, e cito: “Non possiamo avere successo se il nostro popolo è ossessionato dalla costante paura dell’aggressione e gravato dal costo di preparare le proprie nazioni individualmente contro l’attacco. [Speriamo] di creare uno scudo contro l’aggressione e la paura dell’aggressione – un baluardo che ci permetterà di andare avanti con il vero business di . . . raggiungere una vita più piena e più felice per tutti i nostri cittadini”.

Lo stesso è vero oggi. Nessuna nazione – né l’Ucraina, né gli Stati Uniti, né la Finlandia, né la Svezia, nessun altro paese può salvaguardare il proprio popolo se vive nella costante paura dell’aggressione. Ecco perché abbiamo tutti interesse a garantire che la guerra di aggressione del presidente Putin contro l’Ucraina continui a essere un fallimento strategico.

Nel suo discorso di Capodanno al popolo finlandese, il presidente Niinistö ha identificato uno dei difetti fondamentali del piano del presidente Putin per conquistare rapidamente l’Ucraina, un difetto che ha anche condannato il piano di Stalin per conquistare rapidamente la Finlandia. Come ha affermato il presidente Niinistö, e cito: “Come leader di un paese sotto un regime autoritario, Stalin e Putin non sono riusciti a riconoscere . . . che le persone che vivono in un paese libero hanno la propria volontà e le proprie convinzioni. E che una nazione che lavora insieme costituisce una forza immensa”.

I finlandesi hanno una parola per quella feroce combinazione di volontà e determinazione:  sisu . E oggi riconoscono  il sisu  nella lotta degli ucraini. E quando un popolo libero come gli ucraini ha alle spalle il sostegno di nazioni libere in tutto il mondo – nazioni che riconoscono il proprio destino e la propria libertà – i loro diritti e la loro sicurezza sono inestricabilmente legati insieme, la forza che possiedono non è semplicemente immensa. È inarrestabile.

Grazie mille. (Applausi.)

https://ru.usembassy.gov/secretary-blinken-russias-strategic-failure-and-ukraines-secure-future/

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Per la Moldavia, un vertice europeo attira più sostegno per scongiurare l’influenza russa_di Stratfor

Continua a stringersi la tenaglia intorno alla Russia. L’Occidente a guida statunitense, piuttosto che creare una zona franca, neutrale o di collegamento con la Russia, spinge i confini della NATO sempre più a ridosso del limite russo, vellicando ed istigando le contrapposizioni etniche e le ambizioni espansioniste dei paesi minori della Europa Orientale. I beoti europei si stanno scavando per la terza volta in poco più di un secolo la fosse dentro la quale languire. Tutta una serie di dirigenti, figure mediocri coltivate certosinamente nella scuola di Soros, da Sanin, a Sandu, a Trudeau a decine di esponenti italiani, tedeschi, ect, stanno seminando tempesta e raccogliendo frutti avvelenati. Giuseppe Germinario

Per la Moldavia, un vertice europeo attira più sostegno per scongiurare l’influenza russa

6 MIN LETTURA 1 giugno 2023 | 20:20 GMT

I leader europei posano per una foto prima del vertice della Comunità politica europea (CPE) a Bulboaca, in Moldavia, il 1° giugno 2023. 

I leader europei posano per una foto prima del vertice della Comunità politica europea (CPE) a Bulboaca, in Moldavia, il 1° giugno 2023.

(Carl Court/Getty Images)

Il sostegno dell’UE e una serie di iniziative interne daranno alla Moldova più strumenti per mantenere il suo corso filo-occidentale, ma non ridurranno del tutto le forze politiche filo-russe, che continueranno a fomentare disordini fino alle elezioni presidenziali del prossimo anno.Il 1° giugno la Moldavia ha ospitato il secondo vertice della Comunità politica europea (CPE), che l’UE ei paesi europei non membri hanno lanciato lo scorso anno come forum per discutere le questioni che interessano il continente a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Quasi 50 capi di stato e di governo europei, tra cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, hanno partecipato all’incontro, che si è tenuto a soli 20 chilometri (circa 12 miglia) dal confine ucraino in quello che i leader hanno definito un messaggio a Mosca. Il vertice ha segnato un ritorno sotto i riflettori globali per la Moldavia, che ha combattuto mesi di volatilità sociale, economica e politica legata al conflitto in corso tra la Russia e la vicina Ucraina. Nell’ultimo anno, il piccolo paese europeo ha affrontato un complotto russo trapelato per rovesciare il suo governo,minacce di interruzioni di energia , proteste in corso organizzate da moldavi filo-russi e sforzi di destabilizzazione relativi alla regione separatista della Transdniestria . In questo contesto, il vertice europeo ha visto diversi annunci di sostegno politico ed economico alla Moldavia e affermazioni delle sue aspirazioni ad entrare nell’Unione Europea, nel tentativo di sostenere la presidente filo- occidentale del Paese Maya Sandu . In combinazione con diversi sviluppi prima del vertice, questo aiuto ha lo scopo di evitare che le condizioni di vita in Moldavia peggiorino ulteriormente nei prossimi mesi, il che avrebbe potuto far deragliare il corso politico europeista del paese erodendo ulteriormente il sostegno all’amministrazione Sandu a favore del pro -Movimento di opposizione russo.

  • L’inflazione annuale in Moldavia è stata di circa il 28% nel 2022, trainata in gran parte dagli alti prezzi dell’energia. In risposta alla crisi del costo della vita, le forze politiche filo-russe nel paese hanno organizzato regolarmente dalla scorsa estate proteste contro il presidente Sandu e il suo Partito di Azione e Solidarietà al governo. Mentre l’inflazione è diminuita e le condizioni economiche generali sono migliorate negli ultimi mesi, i sondaggi mostrano che anche il sostegno al partito di Sandu è diminuito a favore dei partiti filo-russi.
  • In una conferenza stampa con Sandu il 31 maggio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha giustificato un nuovo pacchetto di sostegno per la Moldavia sottolineando che Chisinau ha “incarnato [ied] i valori fondamentali dell’Europa” di unità, solidarietà e resilienza nell’ultimo anno “collegando il suo destino all’Unione Europea”, accogliendo oltre 700.000 rifugiati ucraini e mantenendo il sostegno agli sforzi bellici dell’Ucraina nonostante l’ energia russa e il “ricatto” politico.
  • Il 9 febbraio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto ai leader dell’UE che il suo paese aveva intercettato e condiviso con il governo moldavo i piani russi per “distruggere” la Moldavia, cosa che i servizi di intelligence moldavi hanno successivamente confermato. Il giorno seguente, Sandu ha supervisionato una riorganizzazione del governo che l’ha vista nominare come primo ministro Dorin Recean, suo consigliere per le politiche di sicurezza e difesa, Dorin Recean, una mossa percepita dagli osservatori come un segno della determinazione delle forze filoeuropee a prendere una linea più dura contro influenza russa.

Nuove iniziative governative e un maggiore sostegno estero rafforzeranno la capacità della Moldavia di mantenere la stabilità interna e il suo corso europeista.Il 29 maggio, Sandu ha annunciato il lancio di nuove iniziative per combattere le minacce ibride russe, tra cui la creazione di un centro nazionale per la difesa informativa e la lotta alla propaganda, noto come PATRIOT, con la missione di coordinare la politica dello stato in materia di sicurezza informatica e lotta alla disinformazione a il livello nazionale. La nuova iniziativa, che secondo Sandu dovrebbe essere inviata al parlamento entro la fine di giugno, è particolarmente importante perché la Moldavia è considerata uno dei paesi europei più vulnerabili alla disinformazione russa e alle operazioni informatiche. L’iniziativa sosterrà anche una missione civile dell’UE svelata il 24 aprile volta a sviluppare capacità per gestire attacchi ibridi. L’Unione europea ha ulteriormente rafforzato il sostegno alla Moldavia il 30 maggio, annunciando che stava raddoppiando la sua assistenza macrofinanziaria precedentemente concordata al paese a 295 milioni di euro. Inoltre, il 31 maggio, von der Leyen ha annunciato un nuovo pacchetto di sostegno in cinque parti per la Moldavia per affrontare l’impatto della guerra in Ucraina alle sue porte e accelerare la sua integrazione nell’Unione Europea. Ciò porterà il sostegno totale dell’UE alla Moldova a 1,6 miliardi di euro, quasi triplicando l’obiettivo di sostegno del blocco rispetto all’obiettivo iniziale fissato nell’ottobre 2021.

  • La Moldova ha presentato domanda di adesione all’UE nel marzo 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. L’Unione europea ha concesso alla Moldova lo status di candidato nel giugno 2022 per inviare a Chisinau (e Mosca) un messaggio di sostegno politico al paese. Mentre lo status della Moldavia come candidato all’UE significa che il paese si qualifica per il sostegno finanziario, politico e istituzionale del blocco, è improbabile che Chisinau diventi presto membro dell’UE a causa dello scetticismo di molti membri attuali sull’espansione del blocco.
  • Il nuovo piano di sostegno dell’Unione Europea abbasserà le tariffe di roaming tra il blocco e la Moldavia, rendendo più economico per le persone e le aziende in Moldavia e negli Stati membri dell’UE telefonare, inviare SMS e inviarsi dati a vicenda. Il piano fornirà anche più di 100 milioni di euro per coprire i bisogni immediati di Chisinau nella sfera energetica, insieme ad altri 40 milioni di euro per l’esercito moldavo a corto di liquidità.
  • Il 26 ottobre, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato 12 entità e nove individui (compresi gli oligarchi moldavi Vlad Plahotniuc e Ilan Shor) per aver sequestrato e corrotto le istituzioni politiche ed economiche della Moldavia e aver guidato gli sforzi per installare una leadership filo-russa nel paese. Il 30 maggio, l’Unione Europea ha imposto sanzioni simili a Plahotniuc e Shor, tra gli altri politici filo-russi in Moldavia. Ma a differenza delle sanzioni statunitensi, le nuove sanzioni dell’UE hanno preso di mira anche la leader del movimento di protesta contro il governo di Sandu, Marina Tauber, che è stata arrestata il 1° maggio all’aeroporto di Chisinau mentre cercava di fuggire in Israele per unirsi a Shor. Le sanzioni contro Tauber forniranno terreno per un’azione più dura contro altri leader del movimento filo-russo ancora in Moldavia.

Sebbene sia improbabile che depongano il governo moldavo, le forze filo-russe nel paese rimangono potenti e continueranno a organizzare regolarmente proteste prima delle elezioni presidenziali del 2024.Il 21 maggio, il presidente Sandu ha convocato una manifestazione pro-UE nel centro di Chisinau. Il suo obiettivo era dimostrare il continuo sostegno pubblico al percorso di integrazione europeista del governo, nonostante le difficoltà economiche causate dall’invasione russa della vicina Ucraina. La polizia ha stimato che almeno 75.000 persone hanno partecipato alla manifestazione, facendo impallidire le più comuni manifestazioni filo-russe, che raramente hanno attirato più di 20.000 sostenitori. Tuttavia, con l’inflazione destinata a rimanere elevata mentre infuria la guerra della porta accanto della Russia, le forze politiche filo-russe continueranno probabilmente a cercare di sfruttare le lamentele economiche dei moldavi e a organizzare proteste antigovernative. Tali sforzi si intensificheranno con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2024, dove i rivali di Sandu cercheranno di estrometterla per iniziare a rallentare i progressi nell’integrazione della Moldavia nell’UE.

  • Il 15 maggio, Evghenia Gutul, 36 anni, del partito filo-russo Shor ha vinto le elezioni per guidare la regione semi-autonoma della Gagauzia della Moldavia. Le forze filo-russe hanno ampiamente dominato la scena politica della Gagauzia sin dall’indipendenza della Moldavia nel 1991.
  • Ma la vittoria di Gutul – e il fatto che abbia prevalso in un ballottaggio contro un altro candidato filo-russo – sottolinea comunque che i livelli di sentimento filo-russo rimangono alti in Moldavia, nonostante i cambiamenti generazionali e le nuove realtà geopolitiche dal 2022.

https://worldview.stratfor.com/article/moldova-european-summit-draws-more-support-ward-russian-influence

IL SABOTAGGIO DEL NORD STREAM: UN ATTO DI GUERRA CONTRO LA RUSSIA E L’EUROPA NELL’INTERESSE DI WASHINGTON E DELL’INIZIATIVA DEI TRE MARI? di PIERRE-EMMANUEL THOMANN

Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream e il dibattito su chi ne sia responsabile rimarranno uno dei grandi episodi di disinformazione del campo atlantista nel conflitto in Ucraina. Probabilmente non ci sarà mai una conferma ufficiale di chi ha ordinato questo atto di terrorismo di Stato, perché si sta facendo di tutto per insabbiare il tutto.

I governi interessati, Berlino e Parigi in particolare, sono in uno stato di complice stupore. Il loro silenzio su questa vicenda, o il rimescolamento delle tracce, sostenuto dai media dominanti e dagli pseudo-esperti che passano in loop sulle televisioni per trasmettere le narrazioni atlantiste, si spiega facilmente. Non possono rivelare al loro popolo che il loro cosiddetto principale alleato, Washington, ha commesso un atto di guerra contro i suoi stessi alleati, poiché ciò dimostrerebbe che il conflitto in Ucraina è una guerra provocata e mantenuta da Washington, non solo contro la Russia, ma contro l’intera Europa. L’intero discorso della cosiddetta unità occidentale e transatlantica verrebbe irrimediabilmente incrinato.

Non appena i gasdotti sono esplosi nel settembre 2022, mentre la Russia è stata immediatamente additata dagli esperti al servizio del campo atlantista, Mosca ha accusato Washington di essere dietro questo atto terroristico. Le rivelazioni del giornalista investigativo americano Seymour Hersh[1] sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream hanno tuttavia rafforzato la tesi della responsabilità di Washington. Non sorprende che questa versione sia stata messa al bando dai media mainstream, portavoce dei governi degli Stati membri dell’UE e della NATO. Il maldestro tentativo di diversione di Washington attraverso il New York Times[2], che indicava la responsabilità di un gruppo filo-ucraino, non ha convinto nessuno e il Ministro della Difesa ucraino è stato costretto a smentire, un raro episodio in cui il regime di Kiev è stato costretto a contraddire il suo mentore[3].

Va inoltre ricordato che Washington aveva esplicitamente annunciato l’intenzione di sbarazzarsi dei gasdotti per voce del presidente Biden[4]. Gli Stati coinvolti nell’inchiesta hanno anche sottolineato che i risultati delle indagini sarebbero rimasti confidenziali, poiché la verità non è ovviamente bella da raccontare[5]. L’ipotesi che Washington sia responsabile del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream è quindi la pista più probabile, e di fatto l’unica credibile.

La mancanza di reazioni da parte dei governi degli Stati europei interessati, Germania, Francia e Paesi Bassi, che sono stati direttamente presi di mira da questo atto terroristico assimilabile a un asso di guerra, rivela il grado di sottomissione geopolitica senza precedenti di questa classe politica a Washington,

E se analizziamo questo evento da un punto di vista geopolitico, arriviamo alla stessa conclusione: la responsabilità di Washington. Se si inserisce questo atto di guerra nel contesto del progetto geopolitico “Iniziativa dei tre mari”, avviato da Varsavia con il sostegno di Washington, ma immaginato da un think tank americano, si scopre il rovescio delle carte geopolitiche.

L’INIZIATIVA DEI TRE MARI

Il progetto dell’Iniziativa dei Tre Mari (STI) riunisce dodici Paesi dell’Europa centrale e orientale situati tra i mari Baltico, Nero e Adriatico: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lituania, Estonia, Lettonia, Croazia, Slovenia e Austria. Altri quindici partecipanti hanno scelto di aderire ad alcuni progetti, tra cui l’Ucraina. Lo scopo dell’iniziativa è rafforzare la connettività all’interno di quest’area geografica attraverso lo sviluppo di infrastrutture di trasporto stradale, ferroviario e fluviale, infrastrutture energetiche come gasdotti e reti elettriche e infrastrutture digitali. Gli obiettivi dichiarati sono il rafforzamento dello sviluppo economico, la coesione all’interno dell’Unione Europea e i collegamenti transatlantici[6].

 

 

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L’idea centrale è quella di sviluppare le infrastrutture energetiche e di comunicazione lungo un asse nord-sud, poiché le attuali infrastrutture sono orientate in direzione est-ovest dalla Russia. Questa infrastruttura ereditata storicamente è vista come una dipendenza geopolitica da Mosca, ma promuove anche il dominio economico della Germania dopo l’allargamento dell’UE ai Paesi dell’Europa centrale e orientale. L’Iniziativa dei Tre Mari è stata inaugurata congiuntamente nel 2016 da Polonia e Croazia. Formalizzata in occasione del primo vertice tenutosi a Dubrovnik il 25-26 agosto 2016, un secondo vertice si è tenuto a Varsavia il 6-7 luglio 2017. Il progetto ha iniziato ad attirare l’attenzione di altri membri dell’UE, non da ultimo per la presenza di Donald Trump.

Il presidente austriaco Alexander Von der Bellen ha sottolineato che il progetto ha avuto origine dai think tank americani[7] ed è stato fin dall’inizio attivamente promosso dal think tank atlantista Atlantic Council. Ian Brzezinski, figlio di Zbigniew Brzezinski, sostiene attivamente l’Iniziativa dei Tre Mari come consulente strategico dell’Atlantic Council[8] Una pubblicazione di questo think tank prefigura l’Iniziativa dei Tre Mari in modo molto preciso già nel 2014[9], ossia durante la presidenza Obama. Essa promuove un corridoio di trasporto nord-sud, in linea con gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, al fine di garantire la resistenza dei Paesi dell’Europa centrale e orientale alla Russia.

LE ORIGINI GEOPOLITICHE DEL PROGETTO E IL SUO ATTUALE RILANCIO

Le origini dell’Iniziativa dei Tre Mari risalgono a molto tempo fa. La TMI è l’erede delle rappresentazioni geopolitiche polacche emerse dopo la Prima guerra mondiale, più precisamente del progetto Intermarium (traduzione latina di Międzymorze in polacco) del generale Josef Pilsudski. Le idee chiave di questo vecchio progetto sono riemerse nell’attuale configurazione geopolitica. Poiché la Polonia era stata fatta a pezzi più volte nel corso della sua storia a vantaggio dell’Impero tedesco e della Russia, il generale Pilsudski cercò, già negli anni Venti, di promuovere un’Europa centrale e orientale al riparo dagli appetiti geopolitici dei suoi vicini, creando una federazione di Stati situati tra il Mar Baltico, il Mar Nero e il Mar Adriatico – l’Intermarium – per proteggersi dall’URSS e dalla Germania. Il progetto del generale Pilsudski doveva garantire la sopravvivenza della Polonia, ma fu abbandonato alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, l’idea sopravvisse nella diaspora polacca negli Stati Uniti, vicina agli strateghi americani. Questo ha portato a una forte sinergia tra le visioni geopolitiche americane e polacche dalla Guerra Fredda a oggi[10]. L’Iniziativa dei Tre Mari è quindi una rivisitazione polacco-americana dell’Intermarium. Inizialmente, per Varsavia, l’Intermarium mirava a promuovere una terza via tra l’impero russo e quello tedesco. Ma oggi la configurazione geopolitica è diversa perché Polonia e Germania, entrambe membri dell’Alleanza Atlantica, sono ormai alleate. Non c’è quindi più la volontà di formare un’Europa di mezzo indipendente dall’UE e dalla NATO. Oggi il progetto viene proposto con argomenti geoeconomici, come la necessità di ridurre la dipendenza dal gas russo e l’egemonia economica e politica tedesca nell’UE. Tuttavia, la posta in gioco geostrategica è molto reale e rimane implicita: dal ritorno della rivalità tra le potenze europee e mondiali – Russia, Stati Uniti, Cina e Stati membri dell’UE – è riemerso il dilemma geopolitico dell’Europa centrale e della sua sicurezza. I Paesi dell’UE dell’Europa centrale e orientale e la NATO sono ora visti come poli geopolitici. Sebbene la configurazione internazionale sia cambiata, la geografia e le costanti geopolitiche rimangono e la percezione che la Polonia ha della propria sicurezza deriva da rappresentazioni storiche che persistono indipendentemente dai governi. La sfiducia di Varsavia nei confronti della Russia ha ricevuto nuovo impulso dalla crisi ucraina del 2014 e i polacchi sono desiderosi di consolidare la propria sicurezza. Ai loro occhi, la coppia franco-tedesca non è considerata del tutto affidabile, in quanto troppo accomodante nei confronti della Russia, e l’UE è troppo divisa per affermarsi. Il progetto mira quindi a svilupparsi in sinergia con l’UE e la NATO. Il primo obiettivo dei polacchi è quello di contenere la Russia, percepita come la principale minaccia, ma anche di bilanciare la Germania, con la quale si sono accumulati disaccordi. L’Iniziativa dei Tre Mari è quindi, per la Polonia, un progetto volto a ridurre la dipendenza da Mosca e a mantenere il legame transatlantico. Per Varsavia e i suoi alleati nella TMI, l’alleanza privilegiata con gli Stati Uniti è ritenuta necessaria per aumentare il loro margine di manovra nell’UE. L’attenzione alla minaccia russa consente alla Polonia di posizionarsi come perno geopolitico regionale sul fianco orientale della NATO. Le viene assicurato il sostegno degli Stati Uniti per diventare il leader regionale dell’UE e della NATO. Varsavia è coinvolta in molti progetti di difesa con gli Stati Uniti[11], un settore in cui l’UE rimane secondaria nonostante i recenti progressi. L’UE è tuttavia un’organizzazione utile per ottenere finanziamenti – fondi strutturali e di coesione – per le infrastrutture[12].12 La diffidenza nei confronti della Germania si è inoltre cristallizzata in seguito alla messa in funzione del gasdotto Nord Stream I[13], inaugurato nel 2001, che rifornisce Berlino di gas russo attraverso il Mar Baltico e che doveva essere raddoppiato dal Nord Stream II. Questo progetto è stato descritto in modo fuorviante da Varsavia come il “secondo patto Molotov-Ribentrop”. Vecchie rappresentazioni storiche sono state riattivate in questa occasione, illustrando la permanenza delle paure storiche dei Paesi dell’Europa centrale nei confronti delle potenze vicine che li hanno sempre dominati.

LA SINERGIA TRA NATO, PARTENARIATO ORIENTALE DELL’UE, PESCO
E L’INIZIATIVA DEI TRE MARI

I polacchi sono riusciti a far convergere a loro vantaggio le varie iniziative prese a livello europeo, come il Partenariato orientale dell’UE, ma anche il nuovo programma PESCO[14] lanciato da Bruxelles nel campo della difesa. Il loro obiettivo è attrarre il massimo dei finanziamenti europei per le loro priorità. – La componente principale del programma PESCO è il progetto “Mobilità”[15], che mira a potenziare e sviluppare le infrastrutture per migliorare la mobilità delle forze armate della NATO. Questa priorità è anche un obiettivo dei dipartimenti per le infrastrutture della Commissione europea[16], sottolineato nella Dichiarazione congiunta NATO-UE[17]. Il legame tra l’Iniziativa dei Tre Mari e gli interessi dell’Alleanza Atlantica è quindi evidente. Il generale americano Ben Hodges, ex comandante delle forze americane in Europa (EUCOM), ha dichiarato che l’infrastruttura del progetto PESCO corrispondente alle priorità dell’Iniziativa dei Tre Mari – in particolare la Ferrovia Baltica e la Via Carpatia – era una priorità[18]. Il Partenariato orientale dell’UE è stato concepito dai polacchi e promosso con gli svedesi. Nasce dalla dottrina Sikorski, che mira a creare una zona cuscinetto contro la Russia[20]. Pertanto, il Partenariato orientale, l’Iniziativa dei tre mari e il progetto PESCO fanno parte della strategia di sicurezza di Varsavia nei confronti di Mosca. Il desiderio del governo polacco di ospitare una base militare della NATO sul proprio territorio è un’altra prova della coerenza delle intenzioni polacche. Questa convergenza di progetti a livello regionale permette di percepire che la Polonia sfrutta l’Iniziativa dei Tre Mari come strumento di influenza e sviluppo economico, ma anche come strumento per garantire la propria sicurezza. Varsavia si affida anche agli Stati Uniti, impegnati in una manovra a livello europeo – soprattutto per contenere la Germania e mantenere l’UE sotto la propria influenza – ma anche su scala globale nei confronti di Russia e Cina. Esaminiamo questi aspetti.

LA SINERGIA TRA L’INIZIATIVA DEI TRE MARI E IL PROGETTO GEOPOLITICO STATUNITENSE :
LA RIVALITÀ CON RUSSIA E GERMANIA

Se ci riferiamo alla posta in gioco geopolitica su scala globale, l’Iniziativa dei Tre Mari è un progetto che è anche in linea con le priorità geopolitiche degli Stati Uniti. Il loro coinvolgimento nel progetto, fin dal suo inizio, è coerente con la loro manovra strategica nei confronti dell’Eurasia per contrastare Russia e Cina, ma anche con la loro ambizione di diventare un grande esportatore di gas di scisto.

 


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L’obiettivo prioritario di Washington è infatti il controllo dell’Eurasia. Questa preoccupazione di lunga data viene ora esplicitamente riaffermata per preservare la propria leadership globale e rallentare l’emergere di un mondo multipolare[21]. 21] Con notevole continuità, la strategia degli Stati Uniti è quindi quella di opporsi alla Russia e di allargare il Rimland (secondo la dottrina geopolitica di Spykman), ma anche di frammentare l’Eurasia (secondo la dottrina di Mackinder) e di staccare l’Ucraina dalla Russia (dottrina di Brzezinski). Questa costante geopolitica è stata riaffermata alla fine della Guerra Fredda con la dottrina Wolfowitz (1992). Egli sottolineò che la missione dell’America nell’era post-Guerra Fredda sarebbe stata quella di garantire che nessuna superpotenza rivale emergesse in Europa occidentale, in Asia o nel territorio dell’ex Unione Sovietica[22]. Anche la rappresentazione strategica di Zbigniew Zbrezinski[23] – che pone come obiettivo la frammentazione geopolitica del continente eurasiatico per realizzare una maggiore integrazione degli Stati dell’Europa occidentale nello spazio euro-atlantico su un asse Parigi-Berlino-Kiev – ha avuto un’importante influenza[24] sull’amministrazione statunitense. Questo obiettivo è stato esplicitamente ripreso da Wess Mitchell, assistente segretario di Stato per l’Europa e l’Eurasia presso il Dipartimento di Stato sotto il presidente Donald Trump. Egli sostiene un ulteriore consolidamento degli Stati Uniti nel Rimland europeo[25]. 25] Questa strategia, combinata con quella nella regione indo-pacifica, garantisce che gli Stati Uniti circondino il continente eurasiatico. L’Iniziativa dei Tre Mari si inserisce perfettamente in questa visione ed è uno degli strumenti di Washington. Gli Stati Uniti stanno nuovamente reinvestendo nell’Europa centrale e orientale come parte della loro manovra verso l’Eurasia. La Polonia è il punto di riferimento per gli Stati Uniti per mantenere il proprio dominio sul progetto europeo, ed è per questo che gli Stati Uniti stanno cercando di rafforzare il peso di Varsavia nell’UE. Anche l’Ucraina era destinata a diventare più importante nell’ambito dell’Iniziativa dei Tre Mari. In effetti, il collegamento di Kiev con l’Europa occidentale era già nei piani iniziali e conferma il carattere geopolitico di questo progetto. Il ruolo dell’Ucraina è quello di territorio di transito per i corridoi energetici che evitano la Russia attraverso l’asse dell’Asia centrale.

L’intervento russo in Ucraina a partire dal 2023 ha vanificato questi piani, almeno per quanto riguarda l’inclusione di Kiev nel progetto, opzione che rimane dipendente dall’esito del conflitto. È in questo contesto che l’Iniziativa dei Tre Mari è stata sostenuta da Donald Trump durante la sua partecipazione al vertice di Varsavia[26] nel 2017. Il forte sostegno del presidente alla TMI statunitense rientra ovviamente nella rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Russia. Ma è anche legato al desiderio di Washington di esportare il suo gas di scisto, che è diventato un’arma geopolitica per gli Stati Uniti.[27] Questo sostegno può essere compreso anche nel contesto di una rivalità che è diventata esplicita tra Stati Uniti e Germania. La politica “America First!” di Donald Trump – un obiettivo che un tempo era più implicito che esplicito – ha comportato un’intensa pressione politica sulla Germania, dando maggior peso alle critiche della Polonia. Collegando energia e sicurezza[28], Trump ha accusato Berlino di importare gas russo, di aggravare il deficit commerciale degli Stati Uniti e di non contribuire abbastanza finanziariamente alla NATO. Queste pressioni hanno spinto Berlino a importare gas di scisto statunitense e ad aprire un porto per il gas naturale liquefatto (LNG) nel nord della Germania. Tuttavia, Berlino ha continuato a difendere strenuamente il progetto del gasdotto Nord Stream II contro il parere di Washington e Varsavia, fino all’avvio dell’operazione speciale russa nel febbraio 2022.

IL SABOTAGGIO DI WASHINGTON AL NORD STREAM: UN ATTO IN SINERGIA CON GLI OBIETTIVI DELL’INIZIATIVA DEI TRE MARI
DELL’INIZIATIVA DEI TRE MARI

L’arma energetica come strumento geopolitico è particolarmente importante per Washington. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, un’infrastruttura che evitava l’Ucraina ma favoriva la Russia e la Germania, deve essere visto nel contesto dell’attuale conflitto, dove alza la posta in gioco e fa salire la posta in gioco. Lo scoppio del conflitto in Ucraina provocato da Washington e Londra – in particolare a causa del progetto di allargamento della NATO – è stata l’occasione per prendere decisioni radicali per indebolire la Russia e gli Stati europei, in particolare la Germania, ma anche la Francia, allo stesso tempo. Gli Stati Uniti hanno l’ambizione di esportare il loro gas di scisto a scapito delle compagnie energetiche europee coinvolte nell’esplorazione delle risorse in Siberia (Russia) e nel progetto del gasdotto Nord-Stream II. Fin dall’inizio dell’operazione speciale russa in Ucraina, gli Stati Uniti hanno fatto pressione sugli alleati della NATO affinché bloccassero le importazioni di gas dalla Russia attraverso i gasdotti Nord Stream, ma non quelle attraverso i gasdotti che attraversano l’Ucraina, per dare risorse e leva a Kiev. Washington ha ottenuto questo risultato e il sabotaggio del Nord Stream nel settembre 2022 le ha permesso di assicurarsi questo guadagno, chiarendo alla Germania e ai suoi partner che non ci sarebbe stato alcun problema a utilizzare questi gasdotti una volta terminato il conflitto, poiché la Russia ha pianificato di ripararli[29], gli Stati Uniti costringono così gli europei a un radicale riorientamento geopolitico in direzione degli obiettivi dell’Iniziativa dei Tre Mari, che mira in ultima analisi a staccare la Russia dall’Europa occidentale riorientando le infrastrutture energetiche e di trasporto e rendendole più dipendenti dal gas di scisto americano. L’Unione Europea è così ridotta al rango di zona cuscinetto nella manovra americana in Eurasia, di cui sta diventando una periferia sempre più divisa e strumentalizzata da Washington.

COSTRINGERE LA GERMANIA A SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE E A STACCARSI DALLA RUSSIA

Vale la pena sottolineare la posizione di Berlino nel progetto. Oggi la Germania è una potenza centrale che persegue la sua espansione verso i Paesi dei Balcani, dell’Europa orientale e delle repubbliche dell’ex URSS (Ostmitteleuropa). L’ideologia che sta alla base di questa espansione è diversa da quella pangermanista della vigilia della Prima guerra mondiale, in quanto viene ora portata avanti in nome dell'”occidentalizzazione” e dell'”europeizzazione” del suo fianco orientale, da cui la crescente rivalità geopolitica con la Russia. Ma se l’ideologia cambia, i tropismi geografici restano. Da un punto di vista geopolitico, la Germania cerca di portare i Paesi dell’Europa centrale e orientale – compresa l’Ucraina – nello spazio euro-atlantico. Il sostegno degli Stati Uniti all’Iniziativa dei Tre Mari, nel contesto di crescenti disaccordi con Donald Trump, ha indubbiamente spinto Berlino a partecipare al TMI per evitare che diventi troppo antitedesco e per contrastare la politica statunitense di sostegno alle iniziative della Polonia. I governi tedeschi che si sono succeduti stanno quindi perseguendo la costruzione di una zona cuscinetto a est, di fronte alla Russia, attraverso il Partenariato orientale dell’UE, che il GTI completa.

Dal punto di vista economico, la Germania conta anche sull’apertura dei mercati dei Paesi del Partenariato orientale, in particolare dell’Ucraina. Berlino si considera responsabile della traiettoria geopolitica di questo Paese e utilizza la narrativa euro-atlantica per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, fino allo scoppio dell’offensiva russa, la Germania riteneva di aver bisogno del gas e del petrolio russo per mantenere il suo status di potenza economica. Tuttavia, rimane ancora sotto la protezione militare degli Stati Uniti, con l’ombrello nucleare statunitense come ultima difesa del territorio tedesco. Il sostegno al progetto dell’Iniziativa dei Tre Mari e l’accettazione delle importazioni di gas di scisto dagli Stati Uniti sono stati probabilmente visti da Berlino come il prezzo da pagare per preservare il Nord Stream II e la sua posizione di potenza centrale nell’UE, stando attenta a contenere l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso Mosca[30]. Tuttavia, il sostegno della Germania all’ITM non ha cancellato la sfiducia di Varsavia nei confronti di Berlino, molto pronunciata negli ambienti conservatori e filoamericani[31] in Polonia e nella diaspora statunitense. Varsavia si trova quindi di fronte al dilemma di mantenere la presa sull’Iniziativa dei Tre Mari, ma allo stesso tempo di attrarre i finanziamenti dell’UE con il sostegno tedesco.

Con l’aggravarsi della crisi ucraina nel 2022, Washington ha deciso che non avrebbe più tollerato l’equilibrismo tedesco di combinare un’alleanza strategica con la NATO e un’alleanza energetica con la Russia. Il sabotaggio del Nord Stream da parte degli Stati Uniti costringe Berlino a scegliere definitivamente il campo occidentale contro la Russia e ad abbandonare la politica di equilibrio a favore dell’egemonia geostrategica e geoeconomica americana.

Il dominio indiviso di Washington è reso possibile anche dall’incapacità di francesi e tedeschi di trovare un accordo su un’architettura di sicurezza europea che dia all’UE una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti, come sulle questioni energetiche in cui rimangono rivali. La decisione della Germania di abbandonare l’energia nucleare e di affidarsi pesantemente alle importazioni di gas russo, senza consultarsi con la Francia, spiega probabilmente la mancata reazione di Parigi al sabotaggio americano, secondo un sentimento di schadenfreude (“gioire delle disgrazie altrui”), anche se anche gli interessi di Parigi sono colpiti. Anche il campo atlantista francese, che aveva sempre temuto l’asse russo-tedesco, si è rafforzato. La rivalità geopolitica franco-tedesca è una falla del progetto europeo che gli americani hanno sempre sfruttato per indebolirlo e orientarlo a proprio vantaggio.

IL SUCCESSO DELLA STRATEGIA AMERICANA E LO SPOSTAMENTO DEL BARICENTRO DELL’UE

Il sabotaggio del Nord Stream da parte degli Stati Uniti rientra nella strategia geopolitica di frammentare il vecchio continente per silurare qualsiasi accordo europeo – ma anche eurasiatico – e la costituzione di un asse Parigi-Berlino-Mosca. Inoltre, Washington è determinata a continuare il suo accerchiamento dell’Eurasia contro la Russia e la Cina, al fine di preservare la sua supremazia in Europa e nel mondo. L’Iniziativa dei Tre Mari è uno degli strumenti di questa strategia. In questo contesto, il sabotaggio del gasdotto Nord Stream è un atto di guerra contro la Russia, ma anche contro la Germania, la Francia e i Paesi Bassi, e un attacco alla loro sovranità. È un atto di ostilità contro l’idea di un progetto europeo indipendente che includa la Russia, secondo la visione gollista di un'”Europa europea” che si oppone all'”Europa americana”.

L’UE è l’ultima area del mondo in cui gli Stati Uniti possono ancora esercitare la loro egemonia senza alcun ostacolo reale. Ma a lungo termine possono mantenere la pressione sulla classe politica del vecchio continente solo terrorizzando gli europei con atti come il sabotaggio dei gasdotti. La politica di Washington, dettata da ideologi neoconservatori spinti a preservare la supremazia americana a tutti i costi, rappresenta una grave minaccia geopolitica per le nazioni europee, in particolare per Francia e Germania. La loro mancanza di reazione si spiega con l’asservimento geopolitico dei loro governi, la cui legittimità si basa unicamente sull’appartenenza al campo atlantista sotto la guida di Washington, a cui hanno giurato fedeltà, e non più sui loro popoli, che sono incapaci di proteggere. Parigi e Berlino sono così impegnate in una corsa a perdifiato che le pone in una situazione di cobelligeranza con la Russia, a tutto vantaggio degli interessi americani e del loro strumento, il regime di Kiev. Le conseguenze prevedibili per gli europei sono una nuova crisi economica, una deindustrializzazione a vantaggio degli Stati Uniti, un abbassamento del tenore di vita e una destabilizzazione duratura del continente attraverso un conflitto militare che potrebbe portare a una terza guerra mondiale.

Il progetto dell’Iniziativa dei Tre Mari, che attrae sempre più investimenti dall’UE e dalla Germania, sta spostando il baricentro geopolitico dell’Unione Europea verso est. Il consolidamento della Germania in una posizione centrale e la conferma di una spaccatura tra la Russia e un’UE dominata dalle priorità tedesche e polacche, sostenute dagli Stati Uniti, rafforzeranno gli squilibri geopolitici in Europa. Tale sviluppo va a scapito dell’asse franco-tedesco e aggrava la rivalità con la Russia. Tuttavia, il possibile indebolimento economico della Germania – il cui accesso al gas e al petrolio russo a basso costo è ora più limitato – potrebbe ridurre il suo vantaggio geopolitico.

Dopo la riunificazione tedesca e l’allargamento dell’UE in Europa centrale e orientale, sta emergendo una nuova rivalità geopolitica tra Germania e Francia[32]. 32] In effetti, il rafforzamento dello status di potenza centrale della Germania contraddice il progetto d’avanguardia franco-tedesco e il progetto di un’Europa a più cerchi difeso dalla Francia. In passato, Parigi ha cercato di riequilibrare l’UE verso il Mediterraneo per contrastare lo spostamento del suo baricentro geopolitico verso est, provocando a sua volta iniziative come il Partenariato orientale[33] .

La crisi economica può rallentare l’ascesa dell’Iniziativa dei Tre Mari, ma se i flussi energetici dalla Russia si prosciugheranno, il suo obiettivo geopolitico sarà raggiunto. Il suo consolidamento si tradurrà in una politica di compensazione nei confronti della Francia, come è stata praticata dopo la riunificazione tedesca? Secondo i piani di Washington, l’ITM dovrebbe consentire di trasformare gli Stati membri dell’UE in “Stati di facciata” contro la Russia, perché l’Europa sarebbe tagliata fuori dal suo spazio orientale, come durante la Guerra Fredda, il che le impedirebbe di condurre una politica di equilibrio.

Berlino e Parigi oseranno mai reagire al sabotaggio dei gasdotti? La Francia sfiderà finalmente la corsa a capofitto dell’UE verso est? Per quanto riguarda l’Iniziativa dei Tre Mari, non c’è motivo per Parigi di partecipare, attraverso l’UE, al finanziamento di un progetto che porta alla sua emarginazione geopolitica. Se la costruzione di infrastrutture tra i Paesi dell’Europa centrale e orientale è legittima, l’interruzione dei flussi in direzione est-ovest deve essere evitata. È nell’interesse della Francia che gli Stati che partecipano alla GTI si pongano come ponti tra la Russia e l’UE, come l’Ungheria, e non come un sottoinsieme ferocemente opposto a Mosca, che frattura l’Europa.

Nel 2014, la Russia aveva offerto all’Ucraina di aderire al suo progetto di Unione eurasiatica, ma il colpo di Stato a Kiev ha riorientato il Paese verso lo spazio euro-atlantico e un accordo di libero scambio con l’UE. La Russia ha poi sviluppato nel 2016 il progetto della Grande Eurasia, che non era chiuso alla partecipazione dell’UE perché la sua visione era quella di una convergenza di interessi geopolitici comuni a tutto il continente[34]. L’Iniziativa dei Tre Mari, che tende a favorire le relazioni Nord-Sud, è in contraddizione con la visione Est-Ovest che la Russia cerca di mantenere. Dal febbraio 2022 si è diffusa l’isteria di una minaccia russa, che in realtà non esiste per i membri della NATO[35], anche se il conflitto attuale è dovuto principalmente alla mancata considerazione degli interessi di sicurezza della Russia. Mosca reagisce in base alle proprie percezioni, che derivano dal senso di accerchiamento da parte della NATO a causa del suo allargamento, dell’installazione di basi statunitensi in Europa orientale e del nuovo progetto di difesa missilistica. Le crisi georgiana (2008) e ucraina si inseriscono in questo contesto[36].

È necessario un migliore equilibrio geopolitico in Europa per evitare l’egemonia di Washington, che trascina la Francia e gli europei in conflitti contro la Russia e la Cina, a scapito dei loro interessi e ad esclusivo vantaggio dei neoconservatori di Washington e delle burocrazie allineate della NATO e dell’UE. Un confronto a lungo termine con Mosca deve essere evitato, in quanto si ripercuoterebbe su tutta l’Europa e sulla sua vicinanza geografica.

Al termine dell’attuale conflitto, la politica migliore per la Francia sarebbe quella di affermarsi come potenza equilibratrice attraverso un riavvicinamento franco-russo per controbilanciare l’asse euro-atlantico sotto l’egemonia americana. Praticare l’equilibrio non è neutralità, ma permette di controbilanciare il polo troppo dominante con un altro. Sarebbe saggio per la Francia e gli Stati aperti a una ripresa delle relazioni con la Russia – Italia, Spagna, Grecia, Cipro, ma anche Ungheria e Croazia, e auspicabilmente la Germania, se si stacca dalle sue illusioni atlantiste – promuovere un nuovo equilibrio più favorevole ai loro interessi.

Se Mosca rimane in conflitto con quello che chiama “Occidente collettivo”, la cooperazione con i Paesi occidentali – quelli dell’era della Guerra Fredda – rimarrà comunque rilevante, secondo il Cremlino. 37] Su scala globale, la sfida per gli europei è evitare un possibile condominio americano-cinese e la Russia può giocare un ruolo importante in questa prospettiva. Una nuova architettura di sicurezza europea, spesso citata ma mai attuata, che includa la Russia e l’Ucraina, rimane la condizione non solo per la pace in Europa, ma anche per il rilancio del progetto europeo verso un’Europa di nazioni sovrane, alleate e interdipendenti su scala continentale.

 


 

[1] https://seymourhersh.substack.com/p/how-america-took-out-the-nord-stream

[2] https://www.nytimes.com/2023/03/07/us/politics/nord-stream-pipeline-sabotage-ukraine.html

[3] https://www.reuters.com/world/europe/zelenskiy-aide-kyiv-absolutely-not-involved-nord-stream-attack-2023-03-07/

[4] https://www.youtube.com/watch?v=k93WTecbbks

[5] https://www.epochtimes.fr/la-suede-quitte-lenquete-conjointe-sur-la-fuite-du-nord-stream-et-refuse-de-partager-ses-conclusions-invoquant-la-securite-nationale-2135764.html

[6] « The overarching pillars of the Three Seas Initiative are threefold – economic development, European cohesion and transatlantic ties. The changing nature of global environment calls for their strengthening in order to be able to face new challenges and overcome dynamic threats.

Firstly, the Initiative seeks to contribute to the economic development of the Central and Eastern Europe through infrastructure connectivity, mainly, but not only on the North-South axis, in three main fields – transport, energy and digital.

The second objective is to increase real convergence among EU Member States, thereby contributing to enhanced unity and cohesion within the EU. This allows avoiding artificial East-West divides and further stimulate EU integration.

Thirdly, the Initiative is intended to contribute to the strengthening of transatlantic ties. The US economic presence in the region provides a catalyst for an enhanced transatlantic partnership. » (https://www.three.si/2019-summit).

[7] https://www.bundespraesident.at/aktuelles/detail/drei-meere-initiative-2018

[8] http://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/the-three-seas-summit-a-step-toward-realizing-the-vision-of-a-europe-whole-free-and-at-peace

[9] http://www.atlanticcouncil.org/images/publications/Completing-Europe_web.pdf

[10] Laruelle Marlène, Riviera Ellen, Imagined Geographies of Central and Eastern Europe: The Concept of Intermarium, Institute for Russian European, and Eurasian studies, The Georges Washington University, IERES Occasional Papers, March 2019 (https://www.ifri.org/sites/default/files/atoms/files/laruelle-rivera-ieres_papers_march_2019_1.pdf).

[11] Montgrenier Jean-Sylvestre, Dubois-Grasset Jeanne, La Pologne, acteur géostratégique émergent et puissance européenne, http://institut-thomas-more.org/2018/06/30/la-pologne-acteur-geostrategique-emergent-et-puissance-europeenne/

[12] https://www.ft.com/content/2e328cba-c8be-11e8-86e6-19f5b7134d1c

[13] https://www.ft.com/content/eb1ebca8-9514-11e5-ac15-0f7f7945adba

[14] « Permanent Structured Cooperation ». Ce projet a pour objectif de rendre la politique de sécurité et de défense européenne plus contraignante. Les États membres s’engagent à mettre en œuvre ensemble des projets de défense sélectionnés.

[15] https://www.consilium.europa.eu/media/32079/pesco-overview-of-first-collaborative-of-projects-for-press.pdf

[16] https://ec.europa.eu/transport/themes/infrastructure/news/2018-03-28-action-plan-military-mobility_en

[17] https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2016/07/08/eu-nato-joint-declaration/

[18] https://biznesalert.pl/hodges-centralny-port-komunikacyjny-mobilnosc-nato/

[19] https://www.politico.eu/article/dont-put-us-bases-in-poland/

[20] https://wikileaks.org/plusd/cables/08WARSAW1409_a.html

[21] Foucher Michel, La bataille des cartes, Analyse critique des visions du monde, Françoise Bourin, 2011.

[22] https://www.nytimes.com/1992/03/08/world/us-strategy-plan-calls-for-insuring-no-rivals-develop.html

[23] Brzezinski Zbigniew, The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives, Basic Books, 1997.

[24] Justin Vaïsse, Zbigniew Brzezinski, stratège de l’empire, Odile Jacob, 2016.

[25] Selon Mitchell, l’objectif des Etats-Unis est d’éviter la domination des masses eurasiennes par des puissances hostiles. Ainsi, il précise que « lors de trois guerres mondiales, deux chaudes et une froide, nous avons aidé à unifier l’Occident démocratique pour empêcher nos opposants brutaux de dominer l’Europe et le Rimland à l’ouest de l’Eurasie »[25]. Sans surprise, la Russie et la Chine sont désignées comme les adversaires stratégiques des Etats-Unis alors que la Guerre froide est terminée depuis plus d’un quart de siècle, car ils « contestent la suprématie des USA et leur leadership au XXIe siècle.» On retrouve donc avec constance l’objectif des Etats-Unis de contrôler l’Eurasie afin d’empêcher un rival géopolitique d’y émerger à nouveau et de relativiser leur propre puissance mondiale (https://ee.usembassy.gov/a-s-mitchells-speec).

[26]  Le Président Donald Trump a déclaré lors du sommet de l’Initiative des trois mers le 6 juillet 2017 à Varsovie que « L’Initiative des Trois Mers transformera et reconstruira l’ensemble de la région et veillera à ce que vos infrastructures, tout comme votre engagement en faveur de la liberté et l’état de droit, vous lient à toute l’Europe et, en fait, à l’Occident. (…) L’Initiative des trois mers permettra non seulement à vos peuples de prospérer, mais aussi à vos nations de rester souveraines, sûres et libres de toute coercition étrangère. Les nations libres d’Europe sont plus fortes et l’Occident l’est aussi. Les États-Unis sont fiers de constater qu’ils aident déjà les pays des trois mers à atteindre la diversification énergétique dont ils ont tant besoin. L’Amérique sera un partenaire fiable et sûr dans la production de ressources et de technologies énergétiques de haute qualité et à faible coût. »

[27] Le Financial Times a souligné que « Donald Trump est en train d’opérer un changement radical dans la politique énergétique américaine en utilisant les exportations de gaz naturel comme un instrument de politique commerciale, en se faisant le champion des ventes à la Chine et à d’autres régions d’Asie dans le but de créer des emplois et de réduire les déficits commerciaux américains. Dans une tentative de libérer les ressources énergétiques américaines, M. Trump essaie de promouvoir davantage d’exportations de gaz naturel liquéfié et pas seulement d’utiliser le GNL comme une arme géopolitique visant des nations telles que la Russie, comme c’était la position de son prédécesseur Barack Obama. ». « Trump looks to lift LNG exports in US trade shift », Financial Times, June 22, 2017 (https://www.ft.com/content/c5c1958c-5761-11e7-80b6-9bfa4c1f83d2).

[28]https://www.euractiv.com/section/energy/news/kremlin-accuses-trump-of-trying-to-bully-europe-into-buying-us-lng/

[29] https://www.lalibre.be/economie/conjoncture/2022/10/14/nord-stream-une-grande-section-du-tuyau-doit-etre-coupee-et-remplacee-G6ROQC3BGZF4RLFWETGX7NQ6Q4/

[30] Les sanctions allemandes contre la Russie étaient toujours calibrées afin de ne pas mettre en danger les intérêts fondamentaux de sa puissance économique, tout en satisfaisant les Etats-Unis mais aussi les pays d’Europe centrale et orientale, méfiants vis-à-vis de Moscou. Il s’agissait à la fois d’une politique d’équilibre, de réassurance, et d’endiguement de la Russie sur le plan géostratégique.

[31] https://www.tysol.pl/a23593-Najnowszy-numer-%E2%80%9ETygodnika-Solidarnosc%E2%80%9D-Po-co-Niemcom-Trojmorze-

[32] Thomann Pierre-Emmanuel, Le couple, franco-allemand et le projet européen, représentations géopolitiques, unité et rivalités, L’Harmattan, Paris, 2015.

[33] Le partenariat oriental avait été promu par la Pologne et la Suède pour contrer le tropisme euro-méditerranéen de la France, dans le contexte de la crise provoquée par le projet d’Union méditerranéenne de Nicolas Sarkozy en 2007/2008. L’Allemagne a toujours soutenu le partenariat oriental, mais en agissant dans les coulisses de l’Union européenne. Berlin a bloqué le projet d’Union méditerranéenne de la France pour éviter une division de l’UE et contrer l’émergence de Paris comme chef de file des pays méditerranéens en contrepoids de l’Europe allemande, afin d’éviter une fragmentation de l’Europe en alliances variables, et maintenir la France et les pays du sud de l’Europe dans le giron de l’UE.

[34] Glaser Kukartseva, M. et Thomann, P.-E., “The concept of “Greater Eurasia”: The Russian “turn to the East” and its consequences for the European Union from the geopolitical angle of analysis”, Journal of Eurasian Studies13(1), 3-15, 2022, (https://doi.org/10.1177/18793665211034183).

[35] Aucun État membre de l’OTAN protégé par l’article V n’a pourtant eu de différend militaire avec la Russie.

[36] Thomann Pierre-Emmanuel, « Guerre Russie-Géorgie : première guerre du monde multipolaire », Défense nationale, n°10, octobre 2008 (http://www.ieri.be/fr/node/329).

[37] Vladimir Putin Meets with Members of the Valdai Discussion Club. Transcript of the Plenary Session of the 19th Annual Meeting, october 27, 2022

https://valdaiclub.com/events/posts/articles/vladimir-putin-meets-with-members-of-the-valdai-club/

https://cf2r.org/tribune/sabotage-de-nord-stream-un-acte-de-guerre-contre-la-russie-et-leurope-dans-linteret-de-washington-et-de-linitiative-des-trois-mers/?fbclid=IwAR3FBpQos8PBHZ4c_XXbMi4jE30ZDTTD00jGgXv6DZEJuXWF5Haq6Kj7yqc

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Nella terra desolata nulla si collega, di AURELIEN

Nella terra desolata
Nulla si collega.

AURELIEN
17 MAG 2023

Siamo in un momento strano della storia politica occidentale. Per la prima volta, possiamo vedere chiaramente che un vecchio sistema sta morendo, ma non riusciamo a capire come, o addirittura se, ne nascerà uno nuovo; e nemmeno come sarà, anche se dovesse nascere. Sembra che qualcosa sia andato storto nei meccanismi della storia e della politica.

Quando Gramsci ha prodotto la famosa citazione che ho appena riportato, scriveva in un’epoca in cui i cambiamenti politici discontinui erano piuttosto comuni. Le monarchie erano state sostituite da repubbliche, gli imperi erano crollati, i nazionalisti erano riusciti a creare nuovi Paesi o a dividere quelli vecchi, e forze politiche estremiste avevano preso il controllo di Paesi, compresa la sua Italia. Ma non c’erano solo forze politiche dietro questi cambiamenti, c’erano anche ideologie. I marxisti si aspettavano la rivoluzione, i nazionalisti le rivolte etniche, le espulsioni e il controllo del territorio, i conservatori i movimenti di rinnovamento per cancellare ciò che consideravano decenni di decadenza. Non mancavano le teorie politiche strutturanti a cui attingere: anzi, ce n’era una sovrabbondanza e tutti sembravano avere la propria teoria su come il mondo potesse essere rifatto.

Oggi abbiamo superato da tempo quella situazione. La morsa di quello che Mark Fisher ha notoriamente definito “realismo capitalista” sui pensieri e sulle convinzioni di chi detiene il potere e degli opinionisti di ogni tipo è tale che, a tutti i fini pratici, potrebbe anche non esistere un’alternativa. E come suggerirò, anche se si potesse trovare la volontà di realizzare un cambiamento, altri meccanismi utilizzati nella storia non sono più disponibili per realizzarlo. Non so se la battuta – attribuita a varie persone – secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo sia davvero vera, ma in ogni caso, anche se si può immaginare qualcosa al di là del capitalismo, una cosa è immaginarla e un’altra è arrivarci davvero.

Se guardiamo alla storia – e lo faremo tra poco – vediamo che per realizzare un cambiamento politico fondamentale e discontinuo sono necessarie tre cose. Uno è un gruppo di individui con uno scopo comune (anche se non necessariamente identico). Il secondo è una visione chiara di ciò che si vuole, in termini di ideologia o almeno di obiettivi politici definiti. Il terzo sono le risorse e l’organizzazione in grado di realizzarlo. Avere solo due di questi elementi non è sufficiente. Tutto ciò può sembrare banale, ma in realtà lo sono molte cose della storia. E ci ricorda che la storia non è, di fatto, interamente il prodotto di forze cieche, ma piuttosto di una complessa interazione tra individui, gruppi e società.

Questo aspetto tende a essere mascherato dal modo incruento in cui gli scienziati politici e gli storici discutono dei cambiamenti discontinui. I governi “perdono potere”, sono “minati” e “cacciati dal potere” o “rovesciati”. Ma in generale, la politica non funziona con la voce passiva. Come ho già sottolineato in un altro contesto, le decisioni politiche sono prese e portate avanti da persone nominate, che generalmente lavorano insieme. Forse i politici intelligenti sanno come navigare sulle maree della storia, ma concetti come “politica” (o anche “storia”) non hanno un’agenzia indipendente in questi casi. Quindi le domande che gli storici si pongono dovrebbero essere sempre di tipo pratico: ad esempio, si chiede Machiavelli, ne Il Principe, perché il regno di Dario, conquistato da Alessandro, non si ribellò ai successori di Alessandro alla sua morte? Ed egli fornisce una risposta pratica, basata sulla comprensione delle strutture di potere comparate.

Tutti i cambiamenti politici discontinui di successo (esclusi quindi i semplici colpi di Stato o le dimissioni forzate) si basano sul funzionamento dei tre fattori sopra citati. Alcuni esempi sono noti. I bolscevichi non erano il partito più ovvio ad emergere vittorioso dal caos che seguì la caduta dello zar nel 1917. Se il potere era davvero “per strada”, come pare abbia detto Lenin, allora c’erano altri gruppi più grandi che avrebbero potuto raccoglierlo. Ma i bolscevichi avevano una leadership di cospiratori e rivoluzionari professionisti, una chiara dottrina per prendere e mantenere il potere, nonché una buona idea di cosa farne, e le forze necessarie per prendere e mantenere gli obiettivi più importanti in una società moderna. E’ importante notare che da vent’anni, dopo la scissione con i menscevichi, disponevano di un’organizzazione disciplinata, strutturata per impartire ed eseguire gli ordini. Lo stesso processo poteva funzionare anche al contrario. Ad esempio, il cosiddetto putsch di Kapp del 1920 (dal nome di uno dei suoi leader), che mirava a rovesciare il nuovo sistema politico democratico in Germania, fallì perché un numero massiccio di tedeschi, organizzati dai sindacati, obbedì all’appello del governo per uno sciopero generale, e il colpo di stato crollò.

Qualcosa di analogo accadde in Francia nel 1944, mentre le forze alleate stavano attraversando il Paese. Gli Stati Uniti avevano intenzione di installare un governo militare in Francia e di gestirlo in prima persona. Praticamente tutte le forze politiche in Francia e in esilio si opposero all’idea, dai nazionalisti ai comunisti. Tuttavia, de Gaulle era stato in grado di unificare i vari movimenti della Resistenza sotto la guida del grande martire della Resistenza Jean Moulin, e un intero governo ombra era già pronto nel Paese per essere attivato al momento dell’invasione. Così, quando le forze americane arrivarono, scoprirono che le città erano già state conquistate, i collaborazionisti erano in carcere o morti e la Resistenza controllava il territorio in attesa dell’arrivo delle truppe francesi. Quindi, ancora una volta, una leadership unita, un obiettivo chiaro e gli strumenti necessari avevano trionfato. È per questo che le forze rivoluzionarie hanno tipicamente un’ala militare e una politica, quest’ultima non solo per fornire una direzione politica, ma anche per prepararsi a governare. In alcuni casi, come l’ANC nel 1994, questo ha funzionato bene, in altri, come i Talebani nel 2021, molto meno.

Forse possiamo iniziare a vedere un modello che sta emergendo. L’entusiasmo o il malcontento popolare non sono in grado di produrre cambiamenti da soli: devono essere incanalati in qualche modo. Le idee non hanno valore se non vengono accolte da qualcuno che ha potere. E in gran parte si tratta di potere relativo, piuttosto che assoluto: è sufficiente avere il bastone più grosso, non necessariamente un bastone oggettivamente enorme. Vediamo un paio di esempi per capire come funziona in pratica e, così facendo, per gettare un occhio freddo sull’incapacità della maggior parte di coloro che oggi scrivono di cambiamenti politici di capire come avvengono.

Pochi episodi nella storia hanno avuto conseguenze maggiori e più disastrose della presa di potere nazista nel 1933. (Quando ero giovane, i libri su quell’epoca erano o memorie (che si concentravano sugli anni della guerra, per ovvie ragioni) o storie giornalistiche di scrittori come William Shirer, che avevano osservato da vicino gli eventi in Germania. Il periodo tra il 1933 e il 1939 non suscitò grande interesse, se non come racconto morale di debolezza, inazione e disastro, o come storia incomprensibile di manovre politiche da parte di persone con nomi strani. Per i marxisti, Hitler fu “messo al potere” (notare ancora il passivo) dai capitalisti, o addirittura “dal potere del capitale”. La spiegazione più diffusa è che egli era stato “trascinato alla vittoria” nelle elezioni, da una popolazione tedesca che era stata giustamente punita in seguito dai bombardamenti britannici e americani.

Tuttavia, anche all’epoca, la lettura dei resoconti del periodo 1932-3 era confusa. Dopo tutto, non più di un terzo dell’elettorato votò per i nazisti e il loro sostegno si ridusse tra le due elezioni del 1932. E nelle elezioni del dicembre 1932, i consensi per i partiti socialista e comunista combinati superarono quelli per i nazisti. Tutto questo, e ai nazisti furono offerti (e accettati) solo due seggi nel gabinetto del nuovo governo. Quindi, in che modo esattamente i nazisti furono “spazzati via dal potere”? Solo di recente, grazie alle sintesi di storici come Richard Evans, le cose sono diventate più chiare. Il fatto è che i nazisti stavano giocando una partita diversa da quella dell’establishment politico tedesco.

A Von Papen e Hindenburg deve essere sembrata una mossa intelligente. I nazisti erano il maggior partito del Reichstag, ma non potevano formare un governo da soli. Si pensava che, se si fosse dato loro qualche posto nel gabinetto, avrebbero portato i loro voti, si sarebbe potuto finalmente formare un governo vero e proprio e si sarebbe potuta riprendere la normale vita politica in Germania. I nazisti non potevano essere una minaccia: erano dilettanti in politica e potevano essere facilmente contenuti dai politici professionisti. Anche l’insistenza di Hitler nel voler diventare Cancelliere poteva essere sopportata: non avrebbe avuto alleati nel Gabinetto, a parte Goering, il Ministro dell’Aviazione, ma avrebbe avuto una macchina governativa ostile con cui confrontarsi. È vero che Hitler consolidò rapidamente il suo potere e portò altri nazisti al governo, ma questa non è la parte più importante di ciò che accadde.

Perché i nazisti non stavano facendo politica democratica: potevano avere poca esperienza di governo, ma avevano molta esperienza di violenza e una forza paramilitare di 400.000 uomini (la Sturmabteilung, popolarmente nota come “Brownshirts”) per amministrarla. Furono le SA a portare Hitler al potere, piuttosto che al governo, imponendo il regime nazista in tutto il Paese. Quindi, i nazisti non avevano solo una leadership con idee convergenti e un programma politico (vago), ma anche una concezione della politica attraverso la forza bruta e una grande organizzazione nazionale in grado di applicare tale forza a livello locale. L’esercito era troppo piccolo per intervenire, e comunque Hitler era il cancelliere. La polizia era largamente impotente, soprattutto dopo la nomina di Goering a Ministro-Presidente della Prussia.

Nessuna di queste componenti sarebbe stata sufficiente da sola. Hitler era un abile tattico politico, ma c’erano in giro molti tattici altrettanto abili. Il programma nazista non era particolarmente diverso da quello di molti altri partiti dell’epoca: ripudiare Versailles, ricostruire il Paese, combattere la minaccia comunista, ecc. Esistevano anche altre forze paramilitari, in particolare legate al Partito Comunista Tedesco, ma erano molto più piccole e non avevano la stessa copertura nazionale delle SA. Come spesso accade in politica, c’era un buco da riempire e i nazisti lo individuarono e vi si precipitarono. Uno dei vantaggi di un approccio meccanicistico alla comprensione della presa del potere da parte dei nazisti, tra l’altro, è quello di mettere al suo posto tutte le iperventilazioni, di allora e di allora, su una nazione che “impazzisce” e si “getta nelle mani” di un pazzo delirante. In realtà, il popolo tedesco non si è gettato da nessuna parte.

Vorrei ora soffermarmi brevemente su un’altra svolta estremamente inaspettata dopo un terremoto politico: ciò che accadde in Iran nel 1978 e nel 1979. Non solo questo episodio è poco compreso in Occidente, ma tale incomprensione ha contribuito a un più ampio fraintendimento sulla natura stessa delle transizioni politiche discontinue. È comune dire (e l’ho sentito dire anche da studenti di relazioni internazionali) che il governo dello Scià “cadde” o fu “rovesciato” dagli islamisti guidati da Khomeini. La verità è molto più complessa (per esempio, Khomeini non era nemmeno nel Paese quando lo Scià se ne andò), ma per i nostri scopi è sufficiente notare che l’opposizione allo Scià era diffusa, e andava dagli islamisti all’estrema sinistra, ma che gli islamisti sono usciti dalla confusione e dal caos del 1978-82 con il controllo della situazione perché avevano una leadership unita (sotto il venerato Khomeini), una dottrina chiara (la dottrina di Khomeni del governo islamico, “né Est né Ovest”) e forze massicce a disposizione organizzate dalla gerarchia religiosa. L’Occidente è rimasto completamente sbalordito dall’esito, poiché non si è verificato nessuno degli scenari ipotizzati. Le moderne forze “filo-occidentali” erano troppo piccole ed eccessivamente concentrate nelle grandi città, e l’esercito era confuso, scoraggiato e riluttante ad agire.

Tuttavia, anche in questo caso c’era molta contingenza. È vero che milioni di persone hanno partecipato alle manifestazioni anti-Shah nel 1978, per alcuni versi le più grandi manifestazioni nella storia del mondo. Tuttavia, c’era poca unità di vedute tra di loro e poca idea di ciò che sarebbe seguito al regime dello scià. Le manifestazioni di massa non causano di per sé rivoluzioni, ma ne creano semplicemente la possibilità. Allo stesso modo, Khomeini era in esilio in Francia all’epoca e le ragioni che spinsero il governo francese a rimandarlo in patria con una tale pubblicità rimangono ancora oggi oscure e controverse. È molto probabile che i francesi (e gli Stati Uniti) lo vedessero come una figura tranquillizzante, un ecclesiastico moderato che avrebbe frenato gli eccessi della Rivoluzione e contribuito a controbilanciare una tendenza pericolosamente di sinistra tra i suoi sostenitori. Alcuni sostenitori del suo ritorno in Iran sembravano vederlo come l’equivalente del vescovo Desmond Tutu in Sudafrica, o addirittura di Gandhi. Ebbene, tutti possiamo sbagliare: in realtà, Khomeini era un abile politico che si trovava a suo agio con l’idea di usare la violenza contro gli oppositori dell’Islam (quindi eretici e apostati) e che esprimeva un’ideologia che faceva appello al generale sentimento anti-occidentale del Paese. Se Khomeini fosse rimasto in Francia, la storia recente della regione sarebbe stata molto diversa.

Da tutto questo, credo, emerge un punto su tutti: l’importanza di quelli che i francesi chiamano Corps intermédiaires, meglio tradotti come “strutture intermedie”. Si possono avere le menti strategiche più brillanti e le idee più meravigliose, ma è necessario un meccanismo di trasmissione per mettere in pratica queste idee. Nel caso del tentato colpo di Kapp, citato in precedenza, esisteva un movimento sindacale grande e potente, legato al Partito socialista, probabilmente il più grande ed efficace partito politico mai visto in una democrazia occidentale. Aveva un’impressionante capacità organizzativa, molti funzionari pagati e persino un proprio giornale. Così, quando ha indetto lo sciopero, la gente ha scioperato e il putsch è stato sconfitto. Il 1° maggio di quest’anno, le forze che si opponevano ai cambiamenti delle pensioni in Francia hanno ingrossato i normali cortei del Primo Maggio: circa un milione di persone erano in piazza in tutta la Francia. Il governo non ne ha tenuto conto.

La differenza non è solo nelle dimensioni e nella scala. Se qualche centinaio di migliaia di lavoratori dei servizi essenziali si fossero uniti allo sciopero, il Paese si sarebbe potuto fermare. Ma ciò non è accaduto, in parte perché le strutture intermedie non sono potenti e ben supportate come in passato (solo il 5% circa dei lavoratori francesi è iscritto a un sindacato), ma anche perché la struttura della forza lavoro è cambiata. Il servizio postale, ad esempio, che potrebbe avere un effetto attraverso un’azione sindacale, è ora in gran parte occasionale e i lavoratori non sindacalizzati a salario minimo svolgono gran parte del lavoro. I lavoratori non vivono più in comunità e hanno a malapena il tempo di conoscere i loro colleghi, in una forza lavoro che cambia continuamente e che non sviluppa mai solidarietà. In queste circostanze, un’organizzazione efficace è impossibile, anche se ci fosse una leadership forte (che spesso manca) o un insieme chiaro di obiettivi (che spesso manca anch’esso).

Come indicato, i sindacati erano molto spesso legati ai partiti politici e in molti Paesi questi stessi partiti esercitavano un’influenza strutturante sulla società. In Francia e in Italia, ad esempio, il Partito Comunista era una sorta di governo parallelo (e un vero e proprio governo in alcune città) che spesso forniva ai poveri servizi che lo Stato non poteva o non voleva fornire. I partiti politici di massa fornivano un’intera serie di meccanismi per ottenere risultati al di fuori del potere dello Stato e, se necessario, in opposizione ad esso. Ma l’epoca dei partiti politici di massa, e persino l’interesse ad averli, è finita da tempo.

In Gran Bretagna lo sciopero dei minatori del 1984 è durato così a lungo perché l’industria mineraria era l’intera vita di varie comunità e intere famiglie erano coinvolte in tutti gli aspetti del lavoro e della sua cultura. Mentre gli uomini presidiavano i picchetti, le donne organizzavano la sopravvivenza sociale della comunità, cosa impensabile oggi. Comunità di questo tipo non esistono più, intorno a un centro Amazon o a un parco a tema. Un tempo le comunità esistevano nei centri cittadini e nei quartieri popolari più poveri. Oggi non è più così: in tutto il mondo, con la morte degli anziani residenti, gli appartamenti e le case vengono acquistati da speculatori e milionari. Il centro della maggior parte delle città occidentali è un deserto di notte.

Oltre ai sindacati, ai partiti politici e alle comunità di lavoro, l’altro tipo di struttura intermedia era la Chiesa. Le chiese hanno svolto ruoli così diversi nel cambiamento politico che è impossibile generalizzare, ma come minimo hanno operato come centri comunitari, raggruppando le persone socialmente e dando loro una capacità di azione, anche se in disaccordo su alcune cose. (Analogamente, la rete nazionale di moschee in Iran ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo delle strutture che hanno portato Khomeini al potere). La Chiesa cristiana è stata una forza di reazione e di progresso allo stesso tempo (ad esempio in America Latina) ed è stata un centro di resistenza sia contro il governo comunista in Polonia che contro il regime di apartheid in Sudafrica, negli anni Ottanta. A prescindere dalle questioni ideologiche, tuttavia, le chiese e le istituzioni religiose hanno spesso agito come meccanismi di coordinamento nella lotta per o contro il cambiamento politico. In Francia nel XIX secolo, ad esempio, la destra si organizzò attorno alla gerarchia ecclesiastica, così come la sinistra utilizzò la rete massonica nazionale.

È un’ovvietà dire che in generale queste reti non esistono più o, laddove esistono, servono a poco. Per esempio, in un paese occidentale medio nessun movimento che dipendesse dai sindacati per il suo sostegno potrebbe sperare di uscire trionfante da una competizione con il governo, ed è sempre più chiaro che le comunità virtuali di Internet sono proprio questo: virtuali, non reali. L’entusiasmo per l’uso dei social media nella Primavera araba si è ormai placato, poiché è diventato chiaro che la capacità di organizzare manifestazioni non è la stessa cosa della capacità di prendere e mantenere il potere. I beneficiari della Primavera araba in Tunisia e poi in Egitto non sono stati politici occidentali di classe media, ma movimenti politici islamisti che hanno potuto raccogliere i frutti di decenni di preparazione e organizzazione.

Questo non dovrebbe essere una sorpresa: la politica non tollera il vuoto e il gruppo meglio organizzato (o meno disorganizzato) tenderà a prevalere. Questi gruppi non devono necessariamente essere esplicitamente politici: a un estremo, la criminalità organizzata può spesso fornire una serie di funzioni statali surrogate, proprio perché è organizzata. La criminalità organizzata è notevolmente intollerante nei confronti della criminalità disorganizzata, che tende ad abbattere con metodi che non sarebbero politicamente accettabili in un sistema democratico. Ma l’esperienza di molti Paesi in crisi e in conflitto (Bosnia, Somalia, Liberia tra gli altri) è che tendono ad emergere dei para-stati, spesso a base etnica, che combinano le funzioni del racket e del contrabbando con un ordine pubblico approssimativo e pronto, oltre a garantire un certo grado di sicurezza.

È ovvio che uno dei criteri per sostituire o modificare pesantemente sistemi politici esauriti o screditati è l’esistenza di queste istituzioni intermedie, che possono fornire l’organizzazione e forse il personale per realizzare il cambiamento. Non è necessario che siano movimenti di massa per essere influenti: le varie società politiche che fiorirono nella Francia pre-rivoluzionaria ne sono un esempio. Ma il problema in Occidente è che attualmente non esistono quasi più. Il liberalismo considera tutte queste istituzioni come reliquie del passato, il cui unico effetto è quello di ostacolare il buon funzionamento del mercato. Il che va bene finché c’è un mercato e i vostri desideri e bisogni sono limitati a quelli che un mercato può, almeno teoricamente, fornire.

Il rischio ora è che i sistemi politici di molti Stati occidentali comincino a crollare e che nulla li sostituisca: l’anarchia nel senso popolare del termine. È abbastanza facile capire come ciò possa accadere. L’interesse e la fiducia dei cittadini nei sistemi politici esistenti si stanno riducendo in tutto il mondo occidentale. In molti Paesi, quasi la metà della popolazione si preoccupa di votare, anche alle elezioni nazionali. I partiti hanno ancora differenze tra loro, ma spesso sono relativamente minori e non corrispondono alle differenze di opinione e di interesse all’interno delle società stesse. Sebbene le questioni sostanziali di destra e sinistra siano in realtà salienti come non lo sono mai state, la distinzione operativa più importante nel modo in cui le persone si sentono è tra la minoranza (10-20% a seconda del Paese) che beneficia dell’attuale dispensazione neoliberale, o spera di farlo un giorno, e il resto, che non ne beneficia o teme di non farlo più. Non esiste un partito escluso in nessun Paese occidentale, anche se alcuni partiti, spesso etichettati come “estremi” di sinistra e di destra, raccolgono voti di protesta. Inoltre, nella maggior parte dei sistemi politici, il partito escluso è diviso tra più partiti con orientamenti e obiettivi superficialmente diversi. In Francia, quindi, gran parte del vecchio voto di sinistra si è diviso in due: la classe media è passata ai Verdi, mentre la classe operaia è andata all’Assemblea Nazionale di Le Pen. Eppure, in pratica, sarebbe possibile prendere il voto della classe operaia e medio-bassa tra i partiti sparsi della sinistra e il voto della classe operaia ora perso a favore della destra, e farne una coalizione vincente. L’ironia è che i leader della sinistra non riescono a rendersene conto o, se lo fanno, scelgono di non fare nulla perché trovano i sostenitori della destra comuni, rozzi e bigotti e non desiderano essere associati a loro. L’ulteriore ironia è che i punti di vista dell’elettore medio della RN e quelli dell’elettore medio del Partito Comunista non sono poi così distanti. Il problema è la leadership.

Quindi non ho idea di dove tutto questo possa andare a parare. Il problema è che se il sistema politico è screditato – e questo lo è sicuramente – allora la consueta progressione degli eventi, in cui un altro sistema lo sostituisce naturalmente, sembra essere stata invalidata questa volta. Poiché i partiti neoliberali elitari e carrieristi che dominano la politica occidentale sono per lo più in pessime condizioni, si presume che dovranno riformarsi (praticamente impossibile) o che scompariranno. E certamente è vero che godono di un sostegno popolare sempre minore e che sempre meno persone votano per loro. Anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la gente si sta stancando della politica del “pushme-pullyou”, in cui il governo viene semplicemente estratto dal meno screditato dei due partiti principali in un dato momento. Ma supponiamo che questi partiti si disintegrino. Quali partiti subentreranno e come saranno strutturati e organizzati, e su quali basi? E se l’intero sistema di democrazia liberale indiretta crolla, quali forze sono in attesa di sostituirlo e come si organizzeranno? In alcune parti dell’Europa centrale e orientale, abbiamo assistito a divisioni etniche e nazionalistiche che sono state alla base di partiti politici e, purtroppo, di conflitti. Ma nel mondo post-etnico e post-politico di Bruxelles, nemmeno questo accadrà. Ho la sgradevole sensazione che ci stiamo dirigendo verso una vera e propria forma di anarchia: niente regole, niente OK. Non ci sono precedenti, per quanto ne so, di un sistema politico che cade senza che nulla lo sostituisca, o perlomeno senza nulla di valido. Crimine organizzato, qualcuno? Milizie islamiste?

Forse stiamo entrando in una terra desolata dal punto di vista politico. “Sulle sabbie di Margate”, scriveva TS Eliot in un’omonima poesia, “non riesco a collegare nulla con nulla”. Beh, stava scrivendo di uno dei suoi abituali esaurimenti nervosi, che poi ha superato. Ma forse ora non c’è davvero una cura per il crollo di un intero sistema.

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