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DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti, di Giuseppe Gagliano

DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra

Par Giuseppe Gagliano / 12.09.2026

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Le réarmement européen
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)

Quando la sicurezza diventa una fonte di reddito

Il riarmo europeo viene presentato come una necessità storica, quasi come un dovere morale. La Russia, l’Ucraina, l’incertezza statunitense, la fragilità dell’Alleanza Atlantica, il ritorno della guerra convenzionale sul continente: tutto viene addotto per spiegare perché gli Stati europei debbano aumentare le loro spese militari. Ma dietro questa narrazione si nasconde un altro fenomeno, meno evidente e molto più concreto: la trasformazione della paura in un prodotto finanziario.

La guerra non è più solo appannaggio degli stati maggiori, dei ministeri della Difesa e delle industrie degli armamenti. È diventata un mercato. Nel maggio 2025 BlackRock ha lanciato un fondo quotato dedicato alla difesa europea, concepito per replicare la performance delle società che traggono vantaggio dalla nuova corsa al riarmo. Lo stesso gestore indica come data di lancio del fondo il 23 maggio 2025 e lo collega a un indice europeo incentrato sulla difesa.

Non si tratta di un caso isolato. Nel 2026 BNP Paribas ha annunciato di aver intensificato il proprio sostegno al settore della difesa con 6,5 miliardi di euro in più di investimenti e 2 miliardi di finanziamenti. Allo stesso tempo, la banca francese ha rivisto la propria politica sulle cosiddette armi controverse, adeguandola al nuovo clima politico e industriale europeo.

Il denaro pubblico entra, il profitto privato esce

È proprio qui che sta il nodo politico. Il riarmo europeo è finanziato dagli Stati, quindi dai contribuenti. Ma i profitti vanno alle banche, ai fondi, ai gestori patrimoniali, ai grandi gruppi industriali e agli intermediari finanziari. La sicurezza diventa così un circolo vizioso: il bilancio pubblico si indebita, l’industria privata riceve commesse, la finanza trasforma questi flussi futuri in strumenti di investimento e l’opinione pubblica è invitata a considerare tutto ciò come patriottismo.

Il caso di BPCE è esemplare. Nel 2025 il gruppo bancario francese ha emesso un’obbligazione da 750 milioni di euro destinata al settore della difesa, con una domanda che ha raggiunto i 2,8 miliardi, ovvero quasi quattro volte l’importo offerto. I proventi sono destinati al finanziamento o al rifinanziamento di attività nel settore militare.

La lezione è semplice: il riarmo non coinvolge solo le fabbriche e gli arsenali. Coinvolge anche i mercati. Ogni promessa di aumento delle spese militari diventa una garanzia implicita per gli investitori. Ogni piano pluriennale di difesa diventa una previsione di entrate. Ogni allarme sulla minaccia russa diventa una leva per convincere i parlamenti e i cittadini ad accettare tagli in altri settori.

Ecco perché la questione non è se l’Europa debba difendersi. La questione è chi guida il processo, chi lo finanzia, chi ne trae vantaggio e chi ne paga il conto.

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Il Lussemburgo come laboratorio

Il Lussemburgo, che nell’immaginario collettivo rimane il piccolo Stato della finanza, delle società di gestione e della riservatezza bancaria, entra in questo contesto con un ruolo molto più ampio di quanto suggeriscano le sue dimensioni. Yuriko Backes ricopre tre incarichi: Difesa, Mobilità e Lavori pubblici, Parità di genere e Diversità. Il governo lussemburghese conferma ufficialmente questa concentrazione di competenze.

La sua affermazione secondo cui l’Europa non può più aspettarsi che siano gli americani a risolvere al suo posto il problema della difesa coglie una verità concreta: il vecchio equilibrio, in cui Washington garantiva la sicurezza mentre gli europei spendevano relativamente poco, non regge più. Ma il modo in cui questa verità viene interpretata è determinante. Se per autonomia strategica si intende la capacità politica, industriale e diplomatica di agire per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, allora si tratta di una prospettiva seria. Se, al contrario, significa trasformare l’Europa in un nuovo spazio di rendita militare, ci troviamo di fronte a un pericoloso malinteso.

Anche la nuova Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza va interpretata in questo contesto. In occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, nove paesi, tra cui Canada, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina, hanno aderito all’iniziativa. Secondo Reuters, la banca dovrebbe avere sede in Canada e puntare a raccogliere fino a 100 miliardi di sterline per offrire finanziamenti vantaggiosi e garanzie ai progetti nel settore della difesa.

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La valutazione militare

Dal punto di vista militare, il riarmo europeo nasce da una reale debolezza. Le scorte sono insufficienti, la produzione di munizioni è lenta, molte forze armate sono state ridimensionate nel corso dei decenni, la mobilità militare rimane fragile e le infrastrutture non sono sempre pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità. Anche la Banca europea per gli investimenti ha ampliato il proprio sostegno all’industria della difesa, triplicando a 3 miliardi di euro le risorse disponibili per prestiti e garanzie intermedie e firmando un primo accordo con Deutsche Bank per favorire finanziamenti pari a un miliardo di euro destinati alla ricerca militare e alle infrastrutture legate alla sicurezza.

Il problema è che l’Europa rischia di confondere la preparazione militare con l’acquisto compulsivo di sistemi d’arma. Difendersi non significa solo spendere di più. Significa sapere contro chi, con quali mezzi, secondo quale dottrina, con quale autonomia industriale, con quale catena di comando. Senza una strategia comune, il riarmo diventa una somma di ordini nazionali, rivalità industriali e dipendenze tecnologiche. In questo caso, non nasce una difesa europea, ma un grande mercato europeo della difesa.

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La valutazione geopolitica e geoeconomica

Il paradosso è evidente. L’Europa afferma di voler diventare autonoma rispetto agli Stati Uniti, ma gran parte della nuova architettura di riarmo continua a favorire anche l’industria e la finanza americane. Warburg Pincus, importante società di investimento americana, ha creato una piattaforma europea per gli investimenti nei settori della difesa, della sicurezza e della resilienza strategica, in collaborazione con MEAG, società di gestione patrimoniale legata al gruppo Munich Re.

La Deutsche Bank, dal canto suo, ha costituito un gruppo dedicato alla difesa e alle infrastrutture correlate, composto da circa quaranta banchieri, secondo quanto riportato dalla stampa finanziaria internazionale.

La geoeconomia del riarmo è quindi chiara: il denaro europeo finanzia l’espansione di un settore in cui gli Stati Uniti mantengono un vantaggio decisivo in termini di tecnologia, sistemi d’arma, intelligence, logistica e mercati finanziari. L’Europa parla di sovranità, ma spesso acquista dipendenza. Parla di autonomia, ma opera all’interno di circuiti finanziari e militari ancora fortemente atlantici.

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Il costo sociale della nuova economia militare

La domanda finale è la più semplice e la più inquietante: da dove arriveranno i soldi? Se i bilanci pubblici dovranno sostenere maggiori spese per la difesa, maggiori interessi sul debito, maggiori aiuti militari, maggiori infrastrutture strategiche, qualcosa dovrà essere sacrificato. Sanità, istruzione, pensioni, trasporti, politiche sociali: lo Stato sociale europeo rischia di diventare la vittima silenziosa della nuova economia militare.

Il riarmo viene presentato come una forma di crescita, ma non tutte le forme di crescita hanno lo stesso valore. Una società che investe nella produzione di missili, droni, munizioni e sistemi di sorveglianza può aumentare il proprio prodotto interno lordo, ma non necessariamente la sicurezza delle persone. Può arricchire gli azionisti e gli intermediari, ma impoverire i cittadini. Può creare posti di lavoro nell’industria, ma anche costruire un’economia dipendente dal perdurare della minaccia.

La guerra, quando diventa un modello economico, non ha alcun interesse alla pace. Ha interesse alla tensione permanente, all’urgenza continua, alla paura indotta. Ed è proprio qui che l’Europa dovrebbe fermarsi a riflettere. Perché un continente che ha costruito la propria identità sul superamento della guerra rischia ora di trasformare la guerra in un nuovo motore finanziario.

Il risultato è una contraddizione storica: i cittadini sono invitati ad accettare sacrifici in nome della sicurezza, mentre le banche e i fondi trasformano quella stessa sicurezza in dividendi. Questa non è autonomia strategica. È la privatizzazione del pericolo. E quando il pericolo diventa una fonte di rendimento, ci sarà sempre qualcuno che avrà interesse a che non finisca mai.

ANALISI – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti

Par Giuseppe Gagliano / 11.09.2026

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Le huitième front d’Israël
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)

Quando la potenza militare non basta più

Israele afferma di aver combattuto su sette fronti dal 7 ottobre 2023. Ne esiste tuttavia un ottavo, meno visibile ma forse più decisivo: quello dell’opinione pubblica americana. Una battaglia condotta non con divisioni corazzate o aerei da combattimento, ma con società di comunicazione, gruppi di pressione, creatori di contenuti, campagne pubblicitarie e, ormai, sistemi di intelligenza artificiale.

Secondo un’indagine di Nick Cleveland-Stout, pubblicata dal Quincy Institute for Responsible Statecraft, da ottobre 2023 il governo israeliano avrebbe stanziato oltre un miliardo di dollari per la propria diplomazia pubblica. Oltre 100 milioni sarebbero stati spesi negli Stati Uniti nell’ambito delle attività soggette alla legislazione sui rappresentanti di interessi stranieri.

Questo aumento spettacolare riflette non tanto una dimostrazione di fiducia quanto piuttosto la portata di una certa inquietudine. I leader israeliani godono ancora di un notevole sostegno all’interno delle istituzioni statunitensi, ma constatano che la loro influenza storica non è più sufficiente a impedire l’erosione della loro immagine nella società.

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Dall’influenza indiretta all’intervento governativo

Per decenni, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono basate su una vasta rete statunitense composta da organizzazioni politiche, donatori privati, associazioni cristiane evangeliche e gruppi filoisraeliani. Il loro finanziamento da parte degli Stati Uniti e la loro indipendenza ufficiale dal governo israeliano li esentavano generalmente dall’obbligo di registrarsi come rappresentanti diretti di una potenza straniera.

Il cambiamento avvenuto dal 2023 è notevole. Israele non si limita più a trarre vantaggio da questo contesto favorevole: il suo governo ingaggia direttamente aziende specializzate per controllare i messaggi, rivolgersi a determinate categorie sociali e rispondere rapidamente alle crisi politiche.

Sembra che nel 2024 e nel 2025 siano state registrate diciassette nuove società per operare a favore degli interessi israeliani. Una parte significativa dei contratti passa attraverso il gruppo francese Havas Media, che a sua volta subappalta alcune operazioni ad aziende statunitensi.

L’obiettivo è chiaro: riconquistare gli ambienti in cui il sostegno a Israele si sta erodendo più rapidamente, in particolare i giovani, i conservatori e alcuni cristiani evangelici. Questo calo preoccupa tanto più le autorità israeliane in quanto questi gruppi costituivano finora i pilastri sociali dell’alleanza con Washington.

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Dai creatori di contenuti ai bot conversazionali

I metodi utilizzati vanno oltre la comunicazione diplomatica tradizionale. Comprendono il finanziamento di creatori di contenuti, l’acquisto di spazi pubblicitari, l’invio massiccio di messaggi telefonici e l’organizzazione di viaggi per giornalisti, leader religiosi e personalità influenti.

Nel 2025, il Ministero degli Affari Esteri israeliano avrebbe finanziato circa 300 delegazioni, per un totale di 6.000 partecipanti provenienti da 70 paesi. Queste visite consentono di selezionare gli interlocutori, costruire una narrazione coerente e instaurare relazioni durature con coloro che possono poi influenzare il proprio pubblico.

La novità più importante riguarda l’intelligenza artificiale. Alcune aziende hanno il compito di creare reti di siti e contenuti in grado di influenzare le informazioni utilizzate dai bot conversazionali. La sfida non consiste più solo nel convincere direttamente gli utenti di Internet, ma nell’agire sulle fonti da cui i sistemi automatici traggono le loro risposte.

Questa strategia apre una nuova dimensione della guerra dell’informazione. Non si tratta più semplicemente di occupare i social network, ma di intervenire a monte sul contesto documentario che plasmerà la conoscenza di milioni di utenti.

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La trasparenza degli Stati Uniti alla prova

Queste operazioni non sono necessariamente illegali. La legislazione statunitense autorizza le attività di influenza svolte per conto di Stati stranieri, a condizione che siano dichiarate. Il problema risiede nell’applicazione incompleta degli obblighi di trasparenza.

Alcune aziende avrebbero fornito informazioni insufficienti sulle proprie attività. Alcuni creatori di contenuti retribuiti non avrebbero sempre rivelato i propri rapporti finanziari con il governo israeliano. Altre organizzazioni che apparentemente svolgono attività politiche avrebbero eluso l’obbligo di registrazione.

Esiste quindi un divario tra la legalità formale e la possibilità per i cittadini statunitensi di sapere chi finanzia realmente i messaggi che ricevono. È difficile per una democrazia valutare una campagna di influenza se la sua origine rimane nascosta dietro una serie di subappaltatori.

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Un potere politico trasformato in potere economico

La battaglia dell’immagine è anche un mercato. Gli stanziamenti previsti per la diplomazia pubblica israeliana nel 2026 dovrebbero ammontare a 2,35 miliardi di shekel, pari a circa 750 milioni di dollari. Questo settore alimentare alimenta società di consulenza, agenzie pubblicitarie, gruppi di comunicazione e intermediari digitali.

Il denaro pubblico israeliano entra così nel sistema americano di creazione del consenso. Finanzia posti di lavoro, contratti e reti professionali che hanno poi interesse a mantenere la percezione di una minaccia permanente contro Israele. L’influenza diventa un settore economico i cui attori sono retribuiti per produrre legittimità politica.

Questa spesa va messa in relazione con i circa 300 miliardi di dollari di aiuti che gli Stati Uniti avrebbero concesso a Israele dal 1948. Il rapporto non si basa quindi solo su una vicinanza diplomatica o ideologica: costituisce un sistema economico e militare in cui si intrecciano aiuti pubblici, vendite di armi, campagne elettorali e contratti di comunicazione.

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Il messaggio può cancellare la politica?

Nonostante le somme stanziate, l’opinione pubblica americana continua ad allontanarsi da Israele, soprattutto tra i giovani. Il paradosso è evidente: più le operazioni militari a Gaza, in Libano e in Iran diventano impopolari, più il governo israeliano investe per spiegare che il problema risiede in una comunicazione insufficiente.

Ma nessuna campagna può separare in modo duraturo l’immagine di uno Stato dalle sue decisioni. Si può migliorare una narrazione, selezionare i dati, invitare personalità di spicco o saturare i social media. È molto più difficile convincere il pubblico che ciò che vede quotidianamente non esiste o non debba influenzare il suo giudizio.

Israele potrebbe quindi vincere alcune battaglie tecniche, pur perdendo progressivamente la guerra politica. I suoi messaggi possono penetrare nei social network, nelle chiese, nelle università e nei sistemi di intelligenza artificiale senza però invertire l’andamento dell’opinione pubblica.

L’ottavo fronte rivela così una debolezza strategica. Una potenza in grado di colpire i propri avversari in tutta la regione si rende conto di non poter costringere una società straniera ad approvare le proprie scelte. Quando la diplomazia pubblica diventa il surrogato di una revisione politica, la propaganda non risolve più la crisi: ne conferma l’esistenza.


Giuseppe Gagliano

Giuseppe Gagliano ha fondato nel 2011 la rete internazionale Cestudec (Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis), con sede a Como (Italia), con l’obiettivo di studiare, in una prospettiva realista, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali. Questa rete pone l’accento sulla dimensione dell’intelligence e della geopolitica, ispirandosi alle riflessioni di Christian Harbulot, fondatore e direttore dell’École de Guerre Économique (EGE)
 
Collabora con il Centro Francese di Ricerca sull’Intelligence (CF2R) (Link),https://cf2r.org/le-cf2r/gouvernance-du-cf2r/
con l’Università della Calabria nell’ambito del Master in Intelligence e con l’Iassp di Milano (Link). https://www.iassp.org/team_master/giuseppe-gagliano/
 
Libri in italiano
 
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Libri in francese
https://www.va-editions.fr/giuseppe-gagliano-c102x4254171
 
Link utili
 
Biografia sul sito del Cestudec
http://www.cestudec.com/biografia.asp
 
Intelligence Geopolitica
https://intelligencegeopolitica.it/
 
Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis
https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/?_gl=1*1nwazl2*_gcl_au*MTY0MDE3Njc2LjE3Mjg3NDI3NTM

L’ordine di sicurezza post-americano in Europa _ di Kamran Bokhari

L’ordine di sicurezza post-americano in Europa

I negoziati diretti di Washington con Mosca sull’Ucraina e la sua richiesta che l’Europa assuma un ruolo guida nella propria difesa sono due facce della stessa strategia.

Di

 Kamran Bokhari

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9 settembre 2026Apri come PDF

Il passaggio di Washington da un ordine post-seconda guerra mondiale a uno che scarica la responsabilità della sicurezza sui partner regionali pone l’Europa in una situazione difficile. Nonostante decenni di sviluppo istituzionale, il continente deve affrontare sfide formidabili nel costruire un’architettura di sicurezza coerente con una minore partecipazione degli Stati Uniti. Il sistema transatlantico ha funzionato in gran parte perché Washington deteneva saldamente il comando, in particolare all’interno della NATO, ed era responsabile di conciliare le varie prerogative nazionali europee. Sta già emergendo un mosaico di coalizioni guidate da interessi particolari e, man mano che queste si consolidano, Washington farà sempre più affidamento su molteplici accordi bilaterali e multilaterali piuttosto che su un unico punto di contatto europeo coeso a cui poter trasferire le proprie responsabilità.

Recentemente ho potuto osservare in prima persona queste dinamiche quando ho partecipato alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Sarajevo, tenutasi dal 4 al 7 settembre. L’evento è stato organizzato dal New Lines Institute in collaborazione con istituzioni europee quali la NATO, l’UE, l’Europe Center dell’Atlantic Council e il Center for European Policy Studies. La conferenza ha riunito eminenti esperti di politica, professionisti del settore, comandanti militari attuali ed ex comandanti, nonché leader del mondo industriale, per valutare la transizione in corso e le sue implicazioni per la sicurezza europea.

Nello stesso fine settimana, gli emissari del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, si sono recati a Mosca per un incontro con il presidente Vladimir Putin: l’ultimo tentativo di porre fine alla guerra in Ucraina. In altre parole, mentre l’Europa si interroga su come assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, Washington si sta sempre più posizionando per dialogare direttamente con Mosca sulle questioni di sicurezza più rilevanti per il continente.

I Balcani rappresentavano il luogo ideale per discutere di questo tipo di sviluppi: la regione è stata a lungo un crogiolo di conflitti e un laboratorio per iniziative di pace. Dalla battaglia del Kosovo del 1389 all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, le potenze europee in competizione e gli ordini politici hanno sempre avuto la tendenza a convergere nei Balcani. È stato teatro della competizione tra grandi potenze durante la Seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista e i suoi alleati dell’Asse occuparono e smembrarono la Jugoslavia, e durante la Guerra Fredda, quando la Jugoslavia di Tito ruppe con Stalin e perseguì una posizione distintiva tra il blocco sovietico e quello occidentale. Poi, quasi esattamente nel momento in cui l’Unione Sovietica stessa crollò nel 1991, la Jugoslavia iniziò a implodere, dando origine a una serie di guerre che durarono oltre un decennio.

Negli anni ’90 la NATO si è assunta la responsabilità primaria della stabilizzazione dei Balcani. In Bosnia, l’intervento militare della NATO ha contribuito a creare le condizioni per gli Accordi di Dayton del 1995, mentre nel 1999 l’Alleanza ha condotto una campagna di bombardamenti di 78 giorni contro la Jugoslavia per costringere Belgrado a ritirare le proprie forze dal Kosovo. Negli anni 2000, la NATO ha ampliato il proprio ruolo, passando dall’intervento in situazioni di crisi alla garanzia della sicurezza a lungo termine, mantenendo missioni di mantenimento della pace, sostenendo la riforma del settore della difesa e incorporando nell’alleanza diversi Stati dell’ex Jugoslavia. Questa esperienza ha rafforzato il patto centrale dell’ordine europeo del dopoguerra fredda: Washington forniva la spina dorsale strategica, mentre gli Stati europei operavano sempre più all’interno di un quadro guidato dagli Stati Uniti, anziché dover costruire una propria architettura di sicurezza autonoma.

Western Balkans


(clicca per ingrandire)

Da allora, i Balcani occidentali si sono stabilizzati in una pace precaria e irrisolta, piuttosto che in una vera e propria stabilità, con l’adesione all’UE e alla NATO ripetutamente promessa ma spesso in fase di stallo. L’ordinamento istituzionale della Bosnia-Erzegovina sta affrontando la crisi più grave dai tempi di Dayton, a causa della continua spinta secessionista dell’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, mentre gli sforzi per normalizzare le relazioni tra Serbia e Kosovo rimangono in gran parte inattuati.

In questo vuoto, le potenze esterne hanno ampliato la propria influenza: la Russia sostiene gli attori nazionalisti serbi e serbo-bosniaci, mentre la Turchia esercita la propria influenza attraverso la mediazione – tra cui la Piattaforma di pace balcanica lanciata nel luglio 2025 – oltre che tramite investimenti, legami religiosi e il ripristino delle istituzioni dell’epoca ottomana. Di conseguenza, la regione continuerà a essere plasmata da potenze esterne rivali che sfruttano le linee di frattura per promuovere interessi che spesso hanno ben poco a che fare con i Balcani stessi.

La più ampia linea di frattura tra Occidente e Russia è emersa dalla stessa trasformazione post-guerra fredda che ha ridisegnato i Balcani. Le rivoluzioni del 1989 che hanno travolto l’Europa orientale e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica due anni dopo hanno smantellato la sfera d’influenza di Mosca e spianato la strada all’espansione verso est della NATO e dell’UE. L’allargamento, avvenuto nell’arco di 15 anni, ha portato gran parte dell’Europa centrale e orientale a far parte delle istituzioni occidentali entro il 2004, ma ha anche creato una nuova frontiera strategica con la Russia, che considerava sempre più l’erosione della sua ex zona cuscinetto come una minaccia alla propria sicurezza e alla propria influenza. La guerra russo-georgiana del 2008 fu una delle prime manifestazioni di questa convinzione, ma il caso di gran lunga più significativo fu quello dell’Ucraina, la cui affermazione come Stato sovrano fu segnata da sconvolgimenti politici, disgregazione economica, identità nazionale contestata, potere oligarchico e ripetute lotte sul proprio orientamento geopolitico. L’Ucraina era, in altre parole, l’esempio emblematico delle conseguenze irrisolte del crollo dell’Unione Sovietica, poiché il tentativo della Russia di preservare una sfera d’influenza e l’espansione verso est dell’Occidente finirono per convergere in una guerra aperta.

La guerra in Ucraina, quindi, ha messo in luce una realtà strategica fondamentale: la Russia odierna non rappresenta la minaccia che un tempo era l’Unione Sovietica. A quasi cinque anni dall’inizio della guerra, la Russia non è riuscita a conquistare più del 20 per cento circa dell’Ucraina; pertanto, pur rimanendo una grave minaccia regionale, non rappresenta più lo stesso tipo di minaccia convenzionale schiacciante per l’Europa. Anziché invertire la traiettoria strategica post-sovietica di Washington, la guerra l’ha accelerata, rafforzando le ragioni per liberarsi della responsabilità della sicurezza europea e destinare le risorse statunitensi a teatri operativi di maggiore priorità e all’emisfero occidentale. L’amministrazione Trump ha formalizzato questa logica: nella Strategia di Sicurezza Nazionale del dicembre 2025 e nella Strategia di Difesa Nazionale del gennaio 2026, il governo ha esplicitamente sottolineato la condivisione degli oneri e invita gli alleati europei ad assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale.

Ora spetta all’Europa elaborare un nuovo sistema di sicurezza collettiva. L’obiettivo di Washington è porre fine al conflitto in Ucraina e poi far sì che i propri alleati assumano un ruolo guida nella difesa dell’Europa. Il modo in cui tale architettura prenderà forma dipenderà meno da Bruxelles che dalla volontà dei governi europei di conciliare le rispettive percezioni delle minacce, le priorità strategiche e le concezioni di sovranità. L’UE fornirà finanziamenti e coordinamento, ma non ha l’autorità di imporre un unico modello di sicurezza ai propri membri.

La portata del riarme in atto è tuttavia notevole: la Polonia è in prima linea in questo rafforzamento, con una spesa per la difesa che si avvicina ai 60 miliardi di dollari nel 2026; la Germania dispone di un fondo di investimento da 580 miliardi di dollari e sta rapidamente ampliando i propri bilanci della difesa; il Regno Unito si sta orientando verso un obiettivo di spesa per la difesa pari al 3% del prodotto interno lordo; la Svezia e la Finlandia hanno abbandonato la neutralità aderendo alla NATO; e la Danimarca, l’Estonia e altri Stati stanno accelerando la propria espansione militare. Questi sforzi nazionali sono rafforzati dal meccanismo di prestiti “Security Action for Europe” dell’UE, pari a circa 162 miliardi di dollari, ma la sfida principale non è più se l’Europa sia in grado di generare le risorse per difendersi, bensì se i governi siano in grado di trasformare tali risorse in un’architettura strategica coerente.

A complicare la questione è la Turchia. Ankara esercita una forte influenza nel Mediterraneo e nel Mar Nero e vanta la seconda forza militare più grande della NATO, per cui è diventata un attore di primo piano nell’Europa orientale. La posizione geografica della Turchia, le sue capacità militari, l’industria della difesa e il suo ruolo crescente nel bacino del Mar Nero la rendono una componente sempre più importante di qualsiasi architettura di sicurezza europea post-americana. (La Polonia ha già iniziato ad approfondire la cooperazione bilaterale in materia di difesa con Ankara.)

In definitiva, la transizione dell’Europa dall’ordine postbellico guidato dagli Stati Uniti non darà vita a un unico pilastro europeo di sicurezza, quanto piuttosto a una costellazione mutevole di coalizioni nazionali e regionali che uniscono paesi con interessi e capacità che si sovrappongono. L’Europa si trova in una posizione unica per assorbire il passaggio di Washington dal ruolo di garante della sicurezza a quello di partner nella condivisione degli oneri, ma proprio quella frammentazione che rende possibile tale transizione potrebbe anche far sì che l’ordine emergente risulti meno coerente, più transazionale e più dipendente da alleanze mutevoli rispetto al sistema guidato dagli Stati Uniti che va a sostituire.

Kamran Bokhari

Kamran Bokhari, PhD, è un collaboratore abituale ed ex analista senior (2015-2018) di Geopolitical Futures. Esperto di previsioni strategiche, il dottor Bokhari è attualmente Senior Resident Fellow presso il Middle East Policy Council e direttore senior presso il New Lines Institute for Strategy & Policy a Washington, DC. Bokhari insegna inoltre Geopolitica eurasiatica presso il Programma di Studi sulla Sicurezza della Georgetown University. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di coordinatore per gli studi sull’Asia centrale presso il Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Seguitelo su X (ex Twitter) all’indirizzo @Kamran Bokhari

Gli esperti affermano che l’Ucraina sta perdendo il proprio vantaggio tecnologico a causa delle innovazioni rivoluzionarie della Russia, di Simplicius

Gli esperti dichiarano che l’Ucraina sta perdendo il suo vantaggio tecnologico a causa dell’innovazione rivoluzionaria russa.

Simplicius13 settembre∙
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Sono circolati due articoli illuminanti sull’Ucraina, che rivelano il clima sempre più cupo che regna dietro le quinte tra gli intellettuali e i personaggi influenti dell’establishment riguardo alla situazione attuale e alle prospettive future dell’Ucraina.

Va sottolineato che i media mainstream stanno assumendo toni sempre più schietti nelle loro valutazioni, come si evince da diversi articoli recenti che invocano “onestà” nel dibattito occidentale sul vero status dell’Ucraina.

Il problema è che l’onestà deve partire dai principi fondamentali: ciò significa stabilire i fatti più elementari, fondamentali e cruciali di un determinato scenario. Nel caso dell’Ucraina, una valutazione basata sui principi fondamentali dovrebbe derivare dai costi di guerra quantificabili di base, in particolare quello relativo a vittime. Se l’Occidente non è in grado di analizzare con onestà la situazione dell’Ucraina perdite effettivese lo facesse con la stessa frequenza settimanale con cui lo fa per la Russia, non si avvicinerebbe mai alla realtà dei fatti. Questo perché praticamente tuttiMolti dei problemi attuali dell’Ucraina derivano dall’elevatissimo numero di vittime, ed è proprio questo il problema fondamentale che l’Occidente continua a ignorare palesemente.

Passiamo ora ai pezzi.

Il primo articolo tratto da Spectator lancia un messaggio forte:

https://spectator.com/article/ukraine-is-losing-the-war-kushner-witkoff/

L’articolo inizia con tre “conclusioni deprimenti” sulla scia dell’ultimo, inutile botta e risposta diplomatico tra Kushner e Witkoff:

Vladimir Putin non ha modificato minimamente i suoi obiettivi di guerra dal 2022 e rimane determinato a continuare a combattere. Donald Trump non ha alcun nuovo piano di pace se non quello di porre fine alla guerra in Ucraina alle condizioni di Putin. E Kiev sta esaurendo sia i fondi che gli uomini necessari per difendersi, proprio come ha già esaurito i missili intercettori Patriot per proteggere i propri cieli dai bombardamenti del Cremlino.

Queste sono le tre conclusioni deludenti che si possono trarre dall’ultima serie di incontri diplomatici a Mosca e Kiev condotti dal genero di Trump, Jared Kushner, e dall’inviato speciale Steve Witkoff.

L’autore mantiene il tono cupo della sua analisi nel descrivere il crescente vantaggio della Russia sul campo di battaglia, che avrà un ruolo chiave nella nostra interpretazione che seguiremo più avanti:

Ma soprattutto, mentre il Cremlino prosegue la sua spietata campagna volta a rendere invivibili le città ucraine, a distruggere l’economia del Paese e a privarlo del suo futuro, la capacità di Kiev di difendersi è seriamente messa in dubbio.

Parte dell’incubo che si sta consumando in Ucraina è di natura tattica. Ciascuno dei sistemi d’attacco a lungo raggio della Russia è diventato sempre più devastante. Una nuova generazione di droni d’attacco Geran a propulsione a reazione, molto più veloci e precisi rispetto ai vecchi modelli iraniani Shahed, viene dispiegata su larga scala. La Russia sta sviluppando almeno due nuovi sistemi di missili da crociera a basso costo e sta intensificando la produzione di missili balistici lanciati dall’aria e da terra.«Questa è una guerra tra città e infrastrutture. Nessuno la vincerà», ha dichiarato questo fine settimana al Guardian Serhii Beskrestnov, consigliere di Zelensky in materia di tecnologie di difesa e figura di spicco dell’apparato difensivo di Kiev. «L’attacco è diventato più forte della difesa». Beskrestnov prevede che l’Ucraina non riuscirà a procurarsi un numero sufficiente di missili per proteggere completamente le città ucraine dalla devastazione quest’inverno.

L’articolo è sorprendentemente perspicace nella sua analisi sincera dei mille modi in cui l’Ucraina sta perdendo la guerra:

Ma una parte consistente della sconfitta dell’Ucraina, che si sta lentamente delineando, è di natura strategica…

…il terzo e più grave errore è il rifiuto di prendere in seria considerazione la possibilità di coinvolgere il Cremlino in negoziati di pace, nonché la convinzione ostinatamente radicata che incoraggiare l’Ucraina a combattere all’infinito porterà in qualche modo, come per magia, alla vittoria.

Cosa ancora più importante, l’autore fa riferimento all’imminente disastro di bilancio dell’Ucraina in un momento in cui la disponibilità europea a concedere prestiti senza fine si è esaurita:

Il momento cruciale – in cui quelle promesse si scontreranno definitivamente con la realtà – arriverà presto sotto forma di un’imminente crisi fiscale a Kiev. Il primo ministro ucraino Serhii Koretsky ha recentemente annunciato che Kiev ha già speso la maggior parte dei fondi destinati alla difesa per il 2026 e si trova ad affrontare un incombente buco di bilancio di 26 miliardi di euro (30 miliardi di dollari), nonostante un recente prestito di 90 miliardi di euro (104 miliardi di dollari) concesso dall’UE. Quel prestito, ottenuto dopo mesi di trattative a Bruxelles, ha rappresentato il massimo che l’UE è realisticamente in grado di raccogliere. Mentre l’Ucraina si appresta ad affrontare l’inverno più duro e devastante di tutta la guerra, sta per esaurire non solo i missili Patriot e gli uomini per il fronte, ma anche i fondi necessari per continuare a combattere.

Un esempio calzante:

https://www.wsj.com/world/europe/defending-ukraine-is-getting-more-expensive-and-europe-is-struggling-to-foot-the-bill-eaecea4a

Il colpo di scena finale dell’autore è il più onesto e realistico: invece di invocare subdolamente un aumento delle armi e un’escalation senza fine, come hanno fatto la maggior parte di questi articoli nei loro paragrafi conclusivi, l’autore ammette che l’unico modo rimasto per salvare l’Ucraina è dialogare diplomaticamente con la Russia, osservando giustamente che ogni singola offerta di pace è stata progressivamente peggiore della precedente:

Cosa può salvare l’Ucraina dal collasso politico e militare? Ci sono segnali che indicano che il tabù politico europeo sul dialogo con Putin si stia incrinando. Alice Weidel dell’AfD tedesca, reduce dalla vittoria alle elezioni in Sassonia, ha chiesto “un canale aperto con la Russia per giungere a un’intesa e raggiungere una soluzione pacifica”. Secondo Iuliia Mendel, addetta stampa di Zelensky dal 2019 al 2021, «stanno emergendo nuove forze, che stanno diventando sempre più forti» e che rappresentano «la nostra unica possibilità per un’Europa pacifica… Più armi non ci salveranno. Non l’hanno mai fatto».

Ad oggi, ogni successiva proposta di pace si è rivelata peggiore per Kiev rispetto alla precedente. Sembra che l’intenzione chiara di Putin sia quella di infliggere alle città ucraine un ultimo, brutale colpo prima di porre definitivamente fine alla guerra alle sue condizioni, forse l’anno prossimo. L’amministrazione Trump ha da tempo rinunciato all’idea di sostenere una vittoria completa dell’Ucraina, e spetterà agli storici decidere se quella decisione di ritirare gli aiuti e le armi americane sia diventata una profezia che si autoavvera. L’Europa, dal canto suo, continua a fare belle promesse. Ma non ha alcun piano concreto per aiutare, o salvare, l’Ucraina dalla furia del Cremlino – tanto meno per schiacciare l’economia russa o spezzare la volontà di Putin.

Questo ci porta al prossimo articolo, il più significativo, corredato da due titoli alternativi:

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/09/09/how-russia-is-erasing-ukraines-battlefield-advantage/

L’articolo è stato scritto per il Washington Post dall’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt, che ha vissuto una seconda carriera in ascesa come organizzatore e imprenditore nel settore delle tecnologie belliche anti-russe. Sulla scia di un recente viaggio a Kiev, la valutazione di Schmidt è più cupa che mai:

Ho viaggiato in Ucraina durante tutta la sua lunga guerra con la Russia, aiutando le forze armate ucraine a sviluppare tecnologie all’avanguardia per il campo di battaglia. Ma sono tornato da questo ultimo viaggio più preoccupato di quanto non lo sia mai stato dai primissimi giorni dell’invasione.

Prosegue poi descrivendo con lucidità come la Russia stia acquisendo una superiorità tecnologica determinante sull’Ucraina, grazie all’avvio di una massiccia industrializzazione in tempo di guerra che può essere eguagliata solo dall’intero Occidente messo insieme:

La Russia sta diventando sempre più abile nel condurre questo conflitto, e Washington deve rendersi conto che sta virando verso una strategia di guerra totale, mobilitando le proprie fabbriche e le proprie risorse umane per costringere l’Ucraina alla resa con i bombardamenti.Per sconfiggere la Russia oggi non basta più la semplice fornitura di armi. L’Ucraina avrà bisogno che l’Occidente mobiliti le proprie risorse collettive in misura tale da superare il nemico in termini di produzione e resistenza.

L’Ucraina ha goduto a lungo di un vantaggio asimmetrico, scrive. Mentre la Russia puntava sulla “massa industriale”, ovvero sulla quantità piuttosto che sulla qualità, l’Ucraina ha sfruttato l’innovazione come contrappeso. Ora, afferma, la Russia ha compiuto un balzo in avanti in entrambicategorie: una portata senza precedenti, unita a un’innovazione fulminea che sta riducendo l’Ucraina a brandelli:

Questo vantaggio si sta rapidamente riducendo. Quando l’Ucraina ha sviluppato intercettori in grado di distruggere gli sciami di droni Shahed russi, la Russia si è adattata, schierando Shahed a reazione più veloci e molto più difficili da intercettare. La Russia sta attualmente implementando una costellazione di satelliti in grado di rivaleggiare con Starlink, che le unità di droni ucraine utilizzano per colpire le forze russe nell’Ucraina occupata. Per anni la strategia del Cremlino è consistita nel contrapporre la forza industriale all’innovazione ucraina, ma ora sta combinando tale forza con le proprie innovazioni.

È interessante notare che il suo articolo ruota attorno al tema della “sopravvivenza all’inverno”. L’Ucraina ha bisogno di aiuto, poiché l’inverno più rigido di tutta la guerra si avvicina rapidamente. I fili della vicenda si stanno intrecciando davanti ai nostri occhi: l’establishment si è reso conto che l’Ucraina, ferita, zoppicante e a corto di fondi, quest’inverno sarà ormai agli sgoccioli.

https://www.reuters.com/world/ukraine-braces-harsh-winter-russian-attacks-hit-economy-2026-09-12/

L’articolo di Reuters riferisce che la chiusura dei porti di Odessa da parte della Russia sta mandando in tilt il bilancio dell’Ucraina.

[La presidente della commissione parlamentare per il bilancio, Roksolana Pidlasa] ha affermato che la guerra sta diventando sempre più costosa e che l’Ucraina non è più in grado di finanziare interamente le proprie esigenze di difesa attingendo alle risorse interne, come aveva fatto negli anni precedenti.

Ora la Russia sta prendendo di mira i valichi di frontiera dall’Ucraina verso la Romania e la Moldavia. Il posto di controllo di Orlovka, al confine con la Romania, è stato colpitoall’inizio di settembre, mentre il posto di controllo di Starokazachye, che conduce in Moldavia, è stato preso di mira nella notte del 9 settembre:

https://hromadske.radio/news/2026/09/09/unochi-rf-atakuvala-punkt-propusku-starokozache-na-kordoni-z-moldovoiu-ie-zahybli-ta-poraneni

Questi posti di blocco venivano utilizzati dall’Ucraina lungo le rotte terrestri nel tentativo di trasportare il proprio grano dopo che i terminal cerealicoli di Odessa erano stati messi fuori uso. Ma ora anche queste rotte vengono bloccate dalla Russia, privando l’Ucraina delle entrate necessarie in un momento critico.

Il tema dominante che emerge dai rapporti sopra citati, compreso quello di Eric Schmidt, è il modo in cui la Russia si sta adattando e innovando, in particolare attraverso l’uso di una nuova generazione di droni che stanno mettendo in difficoltà le difese aeree ucraine, incapaci di tenere il passo:

https://www.ft.com/content/7f01b434-0209-4783-b8eb-5a095ca5bd4f

L’articolo del Financial Times riportato sopra verte sugli ultimi modelli russi di Geran a reazione, le serie -4 e -5:

I nuovi droni russi Geran-4 e Geran-5, dotati di motore a reazione, hanno martellato le città ucraine nelle ultime settimane, eludendo le difese aeree con una frequenza molto maggiore rispetto ai loro predecessori a elica, rappresentando così una nuova grave minaccia.

Si tratta di un cambiamento sorprendente per un esercito le cui conquiste sul campo di battaglia, dall’invasione di Vladimir Putin nel 2022, sono state ottenute a un costo umano enorme e con pesanti perdite di equipaggiamento di epoca sovietica. Sebbene l’Ucraina si sia distinta nell’innovazione tecnologica in campo difensivo a livello nazionale, secondo gli esperti i nuovi droni dimostrano che anche la Russia è in grado di sviluppare, perfezionare e impiegare nuove armi su larga scala.

Una delle rivelazioni che ha fatto scalpore contenute nel rapporto è che gli sviluppi russi relativi a questi droni hanno spinto l’Iran a mostrare un forte interesse nell’acquisizione delle ultime versioni per uso proprio:

Secondo funzionari occidentali della sicurezza e una fonte vicina al Cremlino, le capacità della Russia nel campo dei droni sono migliorate a tal punto che quest’anno Teheran ha chiesto a Mosca di fornirle droni Geran di ultima generazione da impiegare nella guerra contro Israele e gli Stati Uniti.

In particolare, le squadre antidrone mobili ucraine hanno riscontrato estrema difficoltà a tenere il passo con questi droni. In precedenza, i Geran a elica, che volavano lentamente, venivano individuati dai radar e da altri sistemi di preallarme, il che consentiva alle squadre antidrone mobili a bordo di pick-up “tecnici” di raggiungere rapidamente un punto di intercettazione lungo la traiettoria di volo del drone. Ma i droni a reazione ora impediscono tutto ciò, poiché i veicoli terrestri civili semplicemente non possono raggiungere una velocità sufficiente per intercettare le traiettorie di volo dei droni.

L’Ucraina intercetta solo circa il 60% dei droni a propulsione a reazione, rispetto alle percentuali comprese tra il 90% e il 95% che raggiunge abitualmente rispetto ad altre versioni, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’aeronautica militare Yuriy Ihnat.

«Probabilmente presto vedremo questi droni dotati di capacità di occultamento», e questo significa che diventerà ancora più costoso produrli, acquistarli e utilizzarli, ma anche distruggerli”, ha affermato.

Una volta che questi droni saranno integrati con il sistema russo “Starlink”, denominato Rassvet e attualmente in fase di implementazione, ciò rappresenterà un problema del tutto nuovo e inarrestabile per l’Ucraina, in particolare nelle regioni dell’estremo ovest che finora hanno goduto di una relativa sicurezza nelle “retrovie” protette.

Un importante comandante ucraino ha recentemente suscitato scalpore ammettendo che ciò porterà alla sconfitta totale dell’Ucraina entro il prossimo anno:

ULTIME NOTIZIE: Entro il prossimo anno la Russia disporrà di una copertura di comunicazione satellitare su tutto il territorio dell’Ucraina, “e questo porterà alla nostra sconfitta,”ha affermato il comandante del 1° Battaglione d’assalto delle Forze armate ucraine, “Perun”.

Un importante analista ucraino esprime una valutazione altrettanto pessimistica:

Link

Per ora l’economia russa continua ad andare avanti, contrariamente alle previsioni occidentali più catastrofiche che ne prevedevano il crollo. Secondo Bloomberg:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-09/russia-records-its-biggest-monthly-budget-surplus-in-a-year

Concludiamo con un video in cui Medvedev torna a smentire le voci secondo cui la Russia avrebbe bisogno di una sorta di mobilitazione di massa per sconfiggere l’Ucraina, un meccanismo di difesa ormai diffuso tra i sostenitori dell’Ucraina, alla disperata ricerca di un vantaggio narrativo:


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Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda e avida porzione di generosità.

Rassegna stampa tedesca, 79a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Stefan Evers, candidato CDU alle elezioni di Berlino: farò di tutto per tenere gli estremisti lontani dal
potere. Viviamo in un’epoca in cui i partiti radicali sono più forti che mai e a Berlino minacciano le
fondamenta di questa città libera. Non vorrei dovermi chiedere tra cinque anni se ho davvero fatto
tutto il possibile per impedirlo. A Berlino si percepisce un evidente degrado. Anche questo non è
solo colpa della politica, ma è espressione di un’evoluzione sociale. Il nostro servizio di nettezza
urbana svolge un lavoro infernale, ma per le strade vediamo che molte persone stanno perdendo il
rispetto per la propria città e per il prossimo. La libera circolazione nell’area Schengen è soggetta a
determinate condizioni. Chi non è in grado di provvedere autonomamente al proprio
sostentamento in modo permanente deve lasciare questo Paese. Questa è la legge vigente.
Dobbiamo farla rispettare. Molti paesi, tuttavia, non sono affatto disposti a riaccogliere i propri
cittadini. Così non può andare. Dobbiamo parlare chiaro con i paesi di origine.

04.09.2026
«Si nota un evidente stato di degrado»
A dieci settimane dalle elezioni, la CDU di Berlino ha sostituito il proprio candidato di punta. Ora Stefan
Evers sta lottando contro la tendenza negativa a livello federale e contro una forte sinistra

Intervista di Felix Heck e Alisha Mendgen
Stefan Evers riceve ancora i visitatori in un semplice ufficio del sindaco. Qui, nel Municipio Rosso, il
senatore alle finanze è vice del sindaco in carica Kai Wegner.

L’Iran dispone, oltre alle rotte di contrabbando e ai confini terrestri con, tra gli altri, la Turchia e il
Pakistan, anche di una via d’accesso via mare a nord finora poco considerata. E, a differenza di
quanto avviene nel Golfo, gli Stati Uniti non hanno un accesso così facile in quella zona. Il Mar
Caspio, nonostante il nome, non è un mare, bensì un lago, per la precisione il più grande specchio
d’acqua interno del mondo. Non ha accesso diretto agli oceani ed è, soprattutto per l’Occidente,
una sorta di buco nero. Solo le marine degli Stati rivieraschi sono autorizzate ad accedervi: Iran,
Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan. Esse non ostacolano il commercio tra Mosca e
Teheran, sebbene un numero sempre maggiore di compagnie di navigazione figuri nelle liste delle
sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e nonostante vi siano indicazioni secondo cui le
navi da carico avrebbero temporaneamente disattivato il proprio sistema di identificazione
automatica. In questo modo non è più possibile tracciare la posizione e la rotta di una nave. Tutto
ciò rende il Mar Caspio il corridoio di trasporto ideale per la Russia e l’Iran, due degli Stati più
pesantemente soggetti a sanzioni al mondo.

05.09.2026
La porta sul retro dell’Iran
Nella guerra contro l’Iran, tutti gli occhi sono puntati sullo Stretto di Hormuz. Ma Teheran ha ancora una
carta da giocare: IL MAR CASPIO

Di Franziska Tschinderle

Il 25 luglio 2026 i servizi segreti ucraini sono riusciti a mettere a segno un’operazione azzardata. L’episodio
si è verificato lontano dal fronte vero e proprio con la Russia, a circa 1700 chilometri a est di Kiev.

La Repubblica Federale sta attualmente vivendo un nuovo estremismo di sinistra, come non se ne
vedevano più dalla fine della RAF negli anni ’90. Chi si nasconde esattamente dietro queste nuove
coalizioni di estrema sinistra? Dal punto di vista ideologico, in ogni caso, i servizi di sicurezza
attribuiscono i «gruppi Vulcano» allo spettro anarchico orientato alla violenza. Gli investigatori della
polizia ritengono che i «gruppi vulcanici» costituiscano una rete e che il nome venga utilizzato
come una sorta di etichetta per diverse formazioni. L’obiettivo dei «vulcanici»: paralizzare, per
quanto possibile, la vita civile in questa Repubblica. Durante i festeggiamenti di Capodanno del
2026 a Berlino, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: non solo decine di migliaia di persone
sono rimaste per cinque giorni senza elettricità, riscaldamento e rete mobile, ma anche la fiducia
nei rappresentanti politici ha subito un grave danno. Tuttavia, nonostante tutti gli sforzi degli
investigatori, fino ad oggi i funzionari non sono riusciti ad arrestare i criminali del gruppo «Vulkan».
E ciò nonostante l’Ufficio federale di polizia criminale (BKA) avesse già assunto le indagini in
precedenza, nel marzo 2024, in seguito al loro incendio più devastante fino a quel momento –
contro un traliccio elettrico dello stabilimento Tesla di Grünheide – con l’accusa di «sabotaggio
anticostituzionale».

Settembre 2026
Il silenzio dopo l’attentato incendiario
La RAF si è sciolta più di 25 anni fa. All’epoca la Repubblica tirò un sospiro di sollievo. Oggi le forze di
sicurezza si trovano ad affrontare strutture terroristiche ben più complesse. Le informazioni che
emergono dalle loro indagini sono allarmanti

Di BUTZ PETERS – giornalista e avvocato a Dresda. È uno dei massimi esperti tedeschi di storia della RAF

All’inizio di gennaio, quando il 2026 era iniziato da appena tre giorni, alcune immagini dall’aspetto
apocalittico sono diventate virali, suscitando sgomento in tutta la Repubblica: con temperature sotto lo
zero e nevicate, 45.000 famiglie nella zona sud-occidentale di Berlino si sono ritrovate improvvisamente
senza elettricità né riscaldamento.

Elenco delle decisioni della classe politica che quasi nessuno al di fuori della Germania
comprende. Anche all’interno della Repubblica Federale, molti cittadini considerano una follia ciò
che accade nei settori dell’energia e dell’economia, ma anche della migrazione e in molti altri
ambiti, a volte con un metodo, a volte senza. Una vasta coalizione che va dall’estrema sinistra fino
all’Unione, tuttavia, come è noto, la valuta diversamente. Essa vede la Germania come un pioniere
e un innovatore moderno. È proprio qui che risiede il problema centrale: nell’incapacità e nella
riluttanza a correggere anche gli errori più evidenti. Ad esempio, qualche tempo fa il Cancelliere
federale Friedrich Merz ha affermato che l’uscita dal nucleare è stata un «errore strategico» – per
poi annunciare, allo stesso tempo, che non si può tornare indietro, ma solo proseguire con
determinazione in quel vicolo cieco già intrapreso. Ciò si può definire coerenza, irresponsabilità o,
semplicemente: stupidità.

Numero di Settembre 2026
UN DISASTRO CHE CI SIAMO COSTRUITI DA
SOLI
Le dodici maggiori follie della Germania, dall’immigrazione incontrollata alla politica energetica costosa
e inefficiente, fino alla distruzione dell’industria: quando i leader berlinesi si assumono un incarico, lo
fanno con grande determinazione. Una panoramica delle follie politiche dalle conseguenze più gravi. La
buona notizia: si potrebbe quasi fare marcia indietro su tutto
DI A L E X A N D E R WENDT

Del medesimo autore
Disprezzo verso il basso. Come un’élite morale minaccia la società
civile – e come possiamo difenderla
Editore Lau, 372 pagine, 26 €.
Disponibile su www.tichyseinblick.shop

Per stilare un elenco delle più grandi follie politiche in Germania, si presenta innanzitutto un problema di
definizione: «Stupidità»: suona come un errore involontario, come goffaggine, ma non come un atto
intenzionale.

Di fronte alla schiacciante vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt e al crollo della CDU in
quella regione, anche i più fedeli sostenitori di Merz vacillano. La coalizione, che dopo la pausa
estiva voleva finalmente migliorare ogni cosa e approvare le più grandi riforme sociali degli ultimi
decenni, sta perdendo fiducia in se stessa. Nel frattempo, fuori, nel Paese, la situazione si sta
aggravando. L’economia implora un segnale che confermi il proseguimento delle riforme. L’energia
è troppo costosa. La concorrenza cinese sta schiacciando gli imprenditori. I dazi doganali
precludono le prospettive sul mercato americano. Il Paese non può permettersi una situazione di
stallo o addirittura di instabilità politica. I governi vanno e vengono, questa è la normalità in una
democrazia. Ma per il Cancelliere e la sua coalizione la posta in gioco va ben oltre il mantenimento
del potere. Si tratta dell’eredità liberale della Repubblica, del legame politico ed economico con
l’Occidente, dell’adesione all’economia sociale di mercato e alla moneta europea. È tutto in gioco.
Per la prima volta dalla fine della dittatura nazista, nella storia della Repubblica Federale un partito
di estrema destra può sperare di ricoprire cariche di governo.

11.09.2026
Paralisi da paura
L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista del governo federale. Gli economisti
mettono in guardia dalle drastiche conseguenze per la più grande economia europea

Il crepuscolo dei cancellieri
L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista della coalizione. Friedrich Merz
intende mantenere la rotta. Ma il suo partito è ancora al suo fianco?
Di D. Delhaes, J. Fokuhl, M. Greive, J. Hanke Vela, J. Hildebrand, M. Koch, J. Münchrath, D. Neuerer, J. Olk Berlino, Bruxelles,
Düsseldorf

Mercoledì sera, poco dopo le 19, Friedrich Merz dà il benvenuto al suo «fan club».

Merz, dopo il disastro elettorale della CDU in Sassonia-Anhalt, ha sottolineato: «Arrendersi non è
un’opzione». È stato eletto per quattro anni e adempirà alle proprie responsabilità. Un colpo di
mano interno al partito per indurre il Cancelliere a dimettersi è considerato un tabù. Per Wüst vi
sono fattori di rischio: dovrebbe essere certo del consenso dei gruppi parlamentari della coalizione,
ovvero Unione e SPD, che insieme dispongono solo di una maggioranza risicata di dodici voti in
Parlamento. All’interno dell’SPD potrebbe esserci la disponibilità a sostenere un nuovo Cancelliere
al Bundestag, al fine di evitare nuove elezioni. Ma si tratterebbe più di una speranza che di una
certezza. Con la sua richiesta di una procedura di verifica costituzionale nei confronti dell’AfD,
Wüst si è isolato all’interno delle proprie file e ha suscitato incomprensione. Ha invece riscosso
ampio consenso presso SPD, Verdi e Sinistra, che stanno lavorando per ottenere la messa al
bando dell’AfD. Non sarebbe inoltre chiaro come un cancelliere Wüst riuscirebbe a rapportarsi con
gli uomini di fiducia di Merz.


11.09.2026
Perché la crisi di Merz giunge in un momento
inopportuno per Wüst
Il primo ministro della Renania Settentrionale-Vestfalia coltiva la propria reputazione di aspirante
cancelliere. Tuttavia, i rischi per lui sono enormi. E cosa intende fare Söder?

Di KRISTIAN FRIGELJ E NIKOLAUS DOLL
Qualche giorno fa Hendrik Wüst ha avuto difficoltà a fornire una risposta chiara. Al presidente del Land
della Renania Settentrionale-Vestfalia è stato chiesto se fosse «senza riserve» disponibile come candidato
di punta della CDU per le elezioni regionali del 27 aprile 2027.

Un viaggio attraverso la Sassonia-Anhalt. Molti raccontano con orgoglio di aver votato l’AfD, ma
poi non vogliono rivelare il proprio nome. Tutti, invece, esprimono una speranza: che ora qualcosa
cambi. Ma cosa dovrebbe cambiare? «La situazione economica», dicono alcuni, «l’immigrazione»,
dicono altri; e «i prezzi», dicono quasi tutti. E nella loro vita personale? A questa domanda molti
rispondono: «In realtà sto bene». «Qui nel comune, in realtà, sono d’accordo con la politica»,
afferma un ex meccanico di macchine edili di 74 anni. Parla di un «voto di frustrazione». Allo
stesso tempo, per lui un tema decisivo in occasione delle elezioni è stato il sistema educativo. Su
questo fronte l’AfD promette grandi cambiamenti: un allentamento dell’obbligo scolastico e
l’abolizione dell’inclusione nelle scuole della Sassonia-Anhalt figurano nel programma del partito. E
anche dal punto di vista dei contenuti l’AfD intende intervenire sui programmi scolastici. «Più
Bismarck, meno Hitler», è il motto secondo il deputato dell’AfD Hans-Thomas Tillschneider.


11.09.2026
Sperare che qualcosa cambi
Non sono solo gli elettori dell’AfD a ritenere che il partito abbia individuato i veri problemi. Altri si
chiedono come possano ancora dialogare con i propri concittadini. Un viaggio attraverso la Sassonia-
Anhalt

Di Luca Neuschaefer-Rube, Neinstedt/Quedlinburg
Il quaranta per cento si presenta così: una lunga strada statale, campi gialli, sullo sfondo le montagne e gli
alberi verdi dell’Harz.

Mosca ha gradualmente ridotto le forniture. Inizialmente Gazprom accettava solo rubli come
pagamento, poi il gruppo ha interrotto le forniture verso la Bulgaria e la Polonia, successivamente
attraverso il gasdotto ucraino «Soyuz» e, infine, alla fine di agosto 2022, anche attraverso il
gasdotto del Mar Baltico «Nord Stream 1». La Russia intendeva così mettere sotto pressione i
sostenitori dell’Ucraina. Poiché il gas è fondamentale anche per la produzione di energia elettrica, i
prezzi dell’elettricità hanno subito un aumento. Gli importatori di gas, in primis il gruppo Uniper di
Düsseldorf, non sono più riusciti a onorare i propri contratti e hanno dovuto a loro volta essere
salvati. In 27 voci il Ministero elenca quanto è costato lo «scudo protettivo».


11.09.2026
La crisi del gas di Putin è costata 50 miliardi
Dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, il governo federale ha garantito l’approvvigionamento di
elettricità e gas ai cittadini. Ora rende noto quanto ha speso a tal fine. Alcuni sostengono che la cifra sia
stata molto più elevata

Di Michael Bauchmüller e Georg Ismar
La situazione era grave, ma a causa del coronavirus il Cancelliere è rimasto nel proprio appartamento per
precauzione. Solo tramite schermo, alla fine di settembre 2022, Olaf Scholz ha annunciato il «doppio
colpo».

Siegmund sente il profumo del potere. Eppure ha temuto proprio questa situazione. Un governo
senza una maggioranza sicura rappresenterebbe un rischio per lui, ma anche per la sua
sostenitrice, la presidente federale Alice Weidel. Dopotutto, Magdeburgo dovrebbe essere solo il
punto di partenza per la marcia verso la capitale federale. Un fallimento metterebbe a rischio
anche il piano di potere della Weidel per Berlino. Un primo ministro Siegmund eletto con un
margine risicato dovrebbe sentirsi dire che ora sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato
ai partiti tradizionali, ovvero mettere insieme a malapena delle maggioranze. Oppure ha addirittura
intenzione di chiamare ripetutamente Sahra Wagenknecht per sapere se porrà il suo veto su
questo o quel progetto di legge? Siegmund non è sotto pressione solo da parte del suo partito, ma
anche da parte dei suoi elettori. Ora ha un impegno anche nei confronti di quelle persone che ha
incontrato a migliaia durante i mesi della campagna elettorale e dalle quali si è lasciato acclamare
come una pop star. Ha scattato selfie a raffica con loro, ha autografato magliette con la sua effigie
e ha promesso loro ciò che era scritto sui manifesti blu in tutto il Paese: «Tutto è possibile». E ora
che tutto sembra davvero possibile, vuole tirarsi indietro? Siegmund sa che non è così semplice.

STERN
10.09.2026
ESTREMO, NAZIONALISTA, INCAZZATO…
L’AfD nella Sassonia-Anhalt ha il potere a portata di mano, ma ha bisogno di un partner. La lotta per il
potere a Magdeburgo potrebbe sconvolgere anche il partito a livello federale

Di Martin Debes
Il potere assume molte forme. Può presentarsi freddo e silenzioso – oppure ardente e chiassoso. E brutale.

E’ visibile la linea di frattura che divide la Repubblica in due schieramenti. Mentre in uno si teme
per la sopravvivenza della democrazia liberale, per i diritti di libertà e i principi dello Stato di diritto,
nell’altro si mette apertamente in discussione il sistema stesso. Il Paese sembra più politicizzato
che mai. Nulla è più scontato, tutto è ideologicamente controverso, come due fronti in lotta per la
nuova Germania. Al vertice, nella Cancelleria, siede una persona che dovrebbe condurre questa
battaglia con sicurezza, ma al momento non si può nemmeno pensare a una leadership. «Sembra
proprio come ai tempi della caduta del muro nel 1989, quando abbiamo già mandato a casa un
sistema», esulta Oliver Kirchner al microfono, insieme a Siegmund, capogruppo dell’AfD nella
Sassonia-Anhalt. Ulrich Siegmund e la sua AfD sono riusciti a dare il via a un movimento che in
molti ha risvegliato il desiderio di tornare a essere protagonisti della propria storia. Il giorno delle
elezioni si è trasformato in un momento di autoaffermazione. Il risultato della Sassonia-Anhalt non
è un monito, è una dichiarazione di guerra. Con la bocciatura dei partiti di governo, molti cittadini
esprimono la loro rottura interiore con un sistema che questi partiti hanno rappresentato per così
tanto tempo. Sarebbe un’illusione credere che qualche correzione alla riforma delle pensioni o
l’aggiustamento di alcune leve nel sistema fiscale possano placare questo malcontento. Gli sguardi
si spostano ora da Magdeburgo a Berlino. Per il Cancelliere, lì è iniziata la fase decisiva.

STERN
10.09.2026
UNA NUOVA GERMANIA?
Le elezioni in Sassonia-Anhalt stanno cambiando la Repubblica – e potrebbero far cadere il Cancelliere

L’AfD mette in discussione il sistema. Il Cancelliere ha ancora abbastanza forza per opporre resistenza?
QUALE PAESE VOLETE?
Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt dimostra quanto sia divisa la Repubblica. Ora è in gioco il futuro
della democrazia – e quello del Cancelliere.

Di Julius Betschka, Nico Fried, Paul Krauß, Veit Medick, Jan Rosenkanz
A mezzogiorno Catalina Möwes nutre ancora speranze. «A metà scrutinio abbiamo già raggiunto il 50 per
cento di affluenza alle urne», afferma l’insegnante quarantaduenne.

Quanto sarebbe pericoloso questo primo governo dell’AfD per la democrazia liberale? Quali sono
le sue intenzioni in Sassonia-Anhalt? E da lì può davvero conquistare la Cancelleria? Il partito
cercherà di aumentare la pressione su CDU e CSU e di dividere la coalizione. L’Unione è già in
stato di shock dopo la debacle elettorale in Sassonia-Anhalt, mentre nel Meclemburgo-Pomerania
Anteriore si profila un nuovo crollo. Gli estremisti di destra intendono sfruttare questa incertezza
per continuare a scuotere il muro di contenimento, già di per sé fatiscente. Se la CDU e la CSU,
sotto la pressione dell’AfD, dovessero spostarsi a destra, ciò destabilizzerebbe la coalizione con
l’SPD e porterebbe ulteriormente i temi centrali dell’AfD nel mainstream. In Sassonia-Anhalt e in
altre regioni della Germania orientale, l’AfD è già riuscita a modificare profondamente il clima
sociale a proprio favore. Ora dovrebbe essere il turno del resto della Repubblica.

11.09.2026
Ecco come l’AfD sta ora cercando di conquistare
il potere
All’AfD mancano pochi voti per ottenere la maggioranza assoluta, ma dopo la vittoria elettorale in
Sassonia-Anhalt gli estremisti di destra vogliono assolutamente governare. Alcuni esponenti del partito
sognano già la Cancelleria

Di Astrid Geisler, Fabian Hillebrand, Ann-Katrin Müller, Philipp Wittrock
La Sassonia-Anhalt dovrebbe essere solo l’inizio, almeno così se lo immagina l’AfD. «Si tratta della
Germania», afferma Ulrich Siegmund, seduto alla conferenza stampa federale a Berlino il giorno dopo la
sua vittoria elettorale.

È in gioco ciò che dal 1945 ha garantito stabilità alla Repubblica Federale: un conservatorismo
democratico che sa cosa va preservato, ma anche come conciliare progresso e apertura al mondo.
Se l’Unione continuerà su questa strada, dopo le elezioni federali del 2029 rischia di diventare
irrilevante – e alla Germania si prospetta un governo di estrema destra. Le dimissioni del
Cancelliere o un ricambio di alcuni volti non cambierebbero il quadro generale: la guerra in
Ucraina, Donald Trump alla Casa Bianca, la concorrenza con la Cina e la crisi industriale. L’Unione
ha bisogno di una risposta molto più radicale, proveniente dal centro del partito: Merz è in grado di
garantirla? Forse. Per ora può ancora impostare la rotta. Se non ci riuscirà, sussiste il rischio che il
conservatorismo democratico in Germania perda la propria rappresentanza politica.

11.09.2026
EDITORIALE
L’ultima possibilità dell’Unione
Friedrich Merz si trova con le spalle al muro. Tuttavia, un semplice cambio di leadership non basterà a
salvare la CDU. Il partito deve osare un nuovo inizio all’insegna di un conservatorismo convincente

Di Swantje Karich
L’Unione ha un problema di fiducia. Con maggiore «emotività», come ha affermato Friedrich Merz dopo il
devastante risultato elettorale in Sassonia-Anhalt, si vorrebbe ora raggiungere i cittadini. Sembrava tuttavia
che il Cancelliere federale stesse annunciando un programma politico.

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La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran? – La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente? _ di Thibault de Varenne

La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran?

Ansarullah controlla Bab el-Mandeb. Ma Moka non è caduta: è stata abbandonata. Chi combatte nello Yemen, perché la fazione avversaria è crollata e cosa ci perde l’Europa in tutto questo.

Pubblicato il 12 settembre 2026·20 minuti di lettura


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Di Thibault de Varenne

Il 10 settembre, le forze della Resistenza nazionale yemenita hanno lasciato il porto di Moka prima dell’alba. Il giorno dopo, Ansarullah — il movimento che la stampa occidentale chiama «gli Houthi» — controllava l’intera costa yemenita del Mar Rosso e l’isola di Perim, al centro dello stretto di Bab el-Mandeb. Da questa via di transito passano il petrolio e i container diretti a Marsiglia, Genova e Rotterdam. Prima di dire chi ha vinto, bisogna chiarire chi sta combattendo e perché.

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Cominciamo dai fatti e dal costo.

Giovedì 10 settembre all’alba, alcuni combattenti di Ansarullah sono entrati a Moka, sulla costa occidentale dello Yemen. Venerdì hanno raggiunto Dhoubab, per poi imbarcarsi alla volta di Mayyoun — l’isola di Perim — e insediarsi nel campo di al-Omari, che domina il passaggio. Al Jazeera riassume la situazione in una frase: il movimento controlla ormai l’intera costa yemenita del Mar Rosso.

Questa costa domina uno stretto largo trenta chilometri, tra la punta sud-occidentale dell’Arabia e il Corno d’Africa. Gli arabi lo chiamano Bab el-Mandeb, la Porta dei Lamenti. È l’imbocco meridionale del Mar Rosso, quindi l’imbocco meridionale del Canale di Suez, e quindi la rotta attraverso la quale il greggio del Golfo e i container dall’Asia risalgono verso l’Europa. Si stima comunemente che vi transiti dal 12 al 15 per cento del commercio marittimo mondiale. Da febbraio, questa rotta non è più una semplice opzione: è l’unica rimasta, e tornerò su questo punto.

Un lettore francese non ha alcun motivo di conoscere i protagonisti di questa vicenda. Ha però ottimi motivi per volerli conoscere, dato che ora sono in parte responsabili del suo approvvigionamento. Prendiamoci quindi il tempo di nominarli.

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I. Chi combatte nello Yemen e per quale motivo

Lo Yemen si trova all’estremità sud-occidentale della penisola arabica, di fronte a Gibuti. Conta 34 milioni di abitanti, circa la metà della popolazione francese, su un territorio montuoso a nord e desertico a est. Va ricordato che questo paese non è sempre esistito in questa forma: fino al 1990 c’erano due Yemen, quello del Nord intorno a Sanaa e quello del Sud intorno ad Aden, quest’ultimo essendo stato una repubblica marxista e poi uno Stato a tutti gli effetti.  L’unificazione del 1990 è avvenuta senza che venisse mai risolta la questione della ripartizione del potere e delle risorse. Nel 1994 è scoppiata una guerra civile, che ha causato da settemila a diecimila morti. Il problema allora sollevato non è stato risolto, ma solo rinviato. Tutto ciò che segue ne è una conseguenza.

Ansarullah, «i sostenitori di Dio», è nato sulle montagne di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, a cavallo tra gli anni Novanta e il 2000. Il movimento si rifà allo zaydismo, un ramo dell’Islam sciita proprio del nord dello Yemen, distinto dallo sciismo duodecimano che è quello dell’Iran — la parentela esiste, ma è più labile di quanto si dica. I suoi membri si definiscono Ansarullah; in Occidente vengono chiamati Houthi, dal nome della famiglia del suo fondatore, Hussein al-Houthi, ucciso nel 2004. Sei guerre lo hanno contrapposto al potere centrale tra il 2004 e il 2010. Nel settembre 2014, è sceso dalle montagne e ha conquistato Sanaa, la capitale. Non l’ha mai ceduta: il territorio che amministra ospita oggi la grande maggioranza della popolazione yemenita. Da marzo 2015, sta affrontando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e sta tenendo duro. Teheran lo arma, lo consiglia e lo loda ; ciò non significa però che sia una sua marionetta, il che sarà importante per il seguito.

Il governo riconosciuto è ciò che resta dello Stato cacciato da Sanaa. Ha sede ad Aden e non si definisce più un governo, ma un Consiglio di direzione presidenziale : otto uomini, insediatisi nell’aprile 2022, che esercitano collegialmente un’autorità riconosciuta dalla comunità internazionale, ma molto meno sul campo. Questi otto uomini non fanno capo allo stesso capo. Alcuni sono gli uomini di Riyadh, altri quelli di Abu Dhabi.

Il Consiglio di transizione del Sud, fondato nel maggio 2017 e presieduto da Aïdarous al-Zoubaïdi, ha sede anch’esso ad Aden e non persegue lo stesso obiettivo: vuole l’indipendenza del Sud, ovvero il ritorno ai confini precedenti al 1990. Eppure fa parte del Consiglio presidenziale. Gli Emirati Arabi Uniti lo hanno sostenuto, finanziato e armato.

Le forze della Resistenza nazionale sono il terzo attore di questo schieramento, quello che ci interessa oggi. Controllano — o meglio, controllavano — la costa del Mar Rosso e sono comandate da Tareq Saleh, nipote di Ali Abdallah Saleh, l’uomo che ha presieduto lo Yemen per trentatré anni, si è alleato con gli Houthi nel 2014, si è rivoltato contro di loro nel 2017 e  fu ucciso proprio da loro il 4 dicembre dello stesso anno. Anche Abu Dhabi sostiene questo nipote.

I due sostenitori, infine, sono il fulcro della questione. L’Arabia Saudita sta conducendo una guerra nello Yemen per un motivo semplice: non vuole un governo allineato con Teheran al suo confine meridionale, né missili a portata dei suoi giacimenti petroliferi. Gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo una guerra contro lo Yemen per un altro motivo, altrettanto semplice: vogliono porti, isole e sbocchi sul Mar Rosso, il che li porta a preferire un Sud separato e docile a uno Yemen unificato. Questi due obiettivi non sono complementari. Sono contrari. Da dieci anni la si chiama «coalizione».

Ecco il quadro della situazione. Ricordiamo tre cose, che bastano: un Paese diviso in due, la cui linea di demarcazione non ha mai tenuto; un fronte anti-Houthi che obbedisce a due capitali con obiettivi opposti; e uno stretto che, da febbraio, vale più di tutto il resto.

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II. Quello che è andato in pezzi ad Aden

Perché la conquista di settembre non si spiega con settembre. Si spiega con l’inverno precedente e con il Sud.

Il 2 dicembre 2025, il Consiglio di transizione del Sud lancia un’offensiva generale in tutto lo Yemen meridionale. Non si tratta di uno scontro minore. Nel giro di pochi giorni, i separatisti conquistano Seiyoun e Tarim, poi l’Hadramaut petrolifero e la Mahra — strappandole a unità che fanno capo allo stesso governo di cui fanno parte loro, ma che sono sostenute da Riyadh.  La nota della biblioteca della Camera dei Comuni osserva che non sono stati segnalati scontri di rilievo. Le alleanze si sono semplicemente spostate, tutto qui.

Il 2 gennaio, Zoubaïdi annuncia un referendum sull’indipendenza e una costituzione per lo Stato del Sud, da varare entro il 2028. Il 7 gennaio, le forze governative entrano ad Aden. Il 9, il Consiglio di transizione del Sud annuncia il proprio scioglimento. Il suo leader viene allontanato dal Consiglio presidenziale, accusato di tradimento, e si rifugia negli Emirati. Subito dopo, Abu Dhabi ritira le sue ultime truppe dallo Yemen.

Cinque settimane. Una secessione proclamata, una capitale conquistata, un movimento sciolto, un protettore che fa i bagagli. Si è parlato molto della rapidità; si è prestata poca attenzione al prezzo da pagare. Per due mesi, il fronte che da dieci anni combatte contro Ansarullah ha dedicato tutta la propria energia militare, le proprie munizioni e la propria coesione interna a combattere contro se stesso. Gli Houthi, dal canto loro, non hanno dovuto fare altro che stare a guardare. Il comunicato del Consiglio dei Comuni lo afferma senza enfasi: essi sono stati «ampiamente risparmiati» da questi eventi.

Andreas Krieg, docente del King’s College, descrive ciò che resta oggi del fronte anti-Houthi: un fronte «altamente frammentato», in cui «diversi sostenitori hanno comprato la fedeltà con il denaro», dove sono state radunate milizie per contendersi le clientele locali nel Sud senza mai concentrarsi sugli Houthi nel Nord. Aggiunge che la narrazione di un fronte unito era una costruzione, promossa principalmente dagli emiratini e in parte dai sauditi.

Quella cosa si è chiamata “alleanza” per dieci anni. Aveva un vertice, un segretariato, comunicati congiunti e una dottrina ufficiale. È bastato il primo inverno.

E il Sud non è per questo scomparso. È proprio questo che lo scioglimento del 9 gennaio nasconde più di quanto risolva: una questione politica che viene affrontata con l’incriminazione del leader e il suo esilio non viene risolta, ma solo rinviata. Alcuni membri del movimento contestano lo scioglimento, mentre altre manifestazioni lo hanno sostenuto. Il Sud aspetta il suo turno dal 1990. E continuerà ad aspettarlo.

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III. Ciò che Ansarullah ha raccolto

Passiamo ora alla seconda parte, quella del raccolto — che spiega perché tutto questo stia accadendo proprio ora.

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele danno il via a una guerra aerea contro l’Iran. Teheran risponde bloccando di fatto lo stretto di Ormuzall’imbocco del Golfo Persico, attraverso il quale transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, si ripiega allora sull’altra via d’uscita: il Mar Rosso. In quel preciso istante, uno stretto che nessuno in Europa sapeva individuare diventa l’arteria di soccorso del mercato petrolifero mondiale. E si dà il caso che una delle sue due sponde sia yemenita.

Il seguito è una questione di routine. A luglio, le forze governative bombardano l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran; i combattimenti riprendono. Lo stesso mese, Ansarullah decreta un blocco delle navi saudite nel Mar Rosso. Il 3 settembre, l’offensiva si apre su tre fronti: Taiz occidentale, Hodeida meridionale e Moka. L’8, missili balistici e droni colpiscono Abha, Khamis Mushait, Jizan e Najran, nel sud del regno: settantatre feriti secondo il portavoce della coalizione; sono state colpite anche alcune strutture dell’Aramco. Il 10, Moka. L’11, Bab el-Mandeb.

I mercati hanno reagito lo stesso giorno: il prezzo del barile ha superato i cento dollari per la prima volta dalla metà di maggio. Un membro dell’ufficio politico di Ansarullah, Hazem al-Assad, ha subito assicurato che la navigazione internazionale non correva «alcun pericolo» da parte yemenita. Forse è vero. Ma è soprattutto la frase pronunciata da chi ha appena acquisito il potere di rendere vero il contrario. Non è una garanzia: è l’affermazione di una leva.

Ancora una parola su come è andata, perché chiarisce tutto. Le forze di Tareq Saleh si sono ritirate da Moka durante la notte. Il corrispondente di Al Jazeera a Taëz parla di un «ritiro tattico e di un riposizionamento», con l’ordine di istituire un posto di comando sostitutivo. L’analista militare Wolfgang Pusztai aggiunge il dettaglio che conta: il porto di Moka era l’ultimo che il governo riconosciuto controllava interamente. Un esercito che si ritira prima dell’alba, un porto che non viene difeso, un comando che annuncia un riposizionamento: sono le parole che si usano quando non si vuole dire ciò che è realmente accaduto.

A questo punto sorge l’obiezione secondo cui: Ansarullah sta vincendo perché è l’unica forza yemenita autenticamente nazionale, l’unica che abbia resistito per dieci anni ai bombardamenti di una coalizione dotata di una aviazione moderna, l’unica che si rifiuta di svendere la sovranità del Paese. Lo si sente dire da Teheran, dove il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento ha elogiato uno Yemen che «resiste da solo contro l’egemonia imperiale». Lo si sente dire, in termini più sommessi, anche da osservatori che non nutrono alcuna simpatia per l’Iran, ma che ne constatano la tenacia.

La durata è un dato di fatto. L’obiezione non regge, e occorre spiegare con precisione il perché.

Innanzitutto perché un potere viene giudicato in base alle sue azioni, e le azioni sono documentate. Il Programma alimentare mondiale — l’agenzia delle Nazioni Unite che sfama le popolazioni in guerra — ha interrotto le sue operazioni nelle zone controllate da Ansarullah nel marzo 2026, dopo mesi di perquisizioni negli uffici dell’ONU e di detenzioni arbitrarie del personale.  Le Nazioni Unite contano decine di agenti tuttora detenuti, e le restrizioni riguardano le zone in cui si concentra circa il settanta per cento dei bisogni umanitari del Paese. Allo stesso tempo, oltre diciotto milioni di yemeniti — la metà della popolazione — si trovano in una situazione di insicurezza alimentare acuta, e più di due milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta. Un movimento che allontana i convogli di generi alimentari dal territorio che amministra non conquista un Paese: lo tiene sotto controllo. Non è la stessa cosa, e la differenza si misura in termini di bambini.

In secondo luogo, perché la sovranità a cui ci si appelliamo è in questo caso un termine dal doppio significato. Un potere che chiude uno stretto da cui dipende il commercio di tre continenti non afferma la propria sovranità: prende in ostaggio quella degli altri, il che è esattamente la critica che rivolge ai propri nemici. Lo stesso presidente iraniano, dieci giorni fa, avvertiva che la multipolarità ha senso solo se non sostituisce un centro di egemonia con un altro. L’affermazione era corretta. E non si applica solo a Washington.

Infine, perché la vittoria di settembre non è, dal punto di vista militare, ciò che si dice. Moka non è caduta: è stata abbandonata. Si può controllare uno stretto senza aver vinto una battaglia. È proprio questa la definizione di ciò che è appena accaduto.

Che l’altra parte ne esca indenne in questo quadro, non se ne parla proprio. L’aviazione saudita bombarda Mareb, al-Jawf e Taëz; Ansarullah le attribuisce la distruzione di una prigione e la morte di diciassette uomini; il bilancio delle agenzie umanitarie solo per le ultime due settimane si attesta a centonovantaquattro morti e ottocentottanta feriti, con oltre ventimila persone costrette a fuggire lungo le strade intorno a Taëz e Hodeïda. In questa vicenda non c’è nessuna parte innocente. C’è un Paese conteso da dodici anni, i cui abitanti pagano a caro prezzo ogni fase del conflitto.

IV. Ciò che ci riguarda

Rimane la questione che ci riguarda e che raramente viene posta nell’ordine giusto.

Due stretti controllano oggi l’approvvigionamento energetico dell’Europa. Quello di Ormuz è chiuso dall’Iran da febbraio. Quello di Bab el-Mandeb è nelle mani di un movimento che l’Iran arma e appoggia. Attraverso il Mar Rosso risalgono il greggio del Golfo verso il Mediterraneo e i container dall’Asia verso i nostri porti. Il Paese che paga il prezzo più alto per la chiusura di queste due vie di accesso non è né l’Iran, né l’Arabia Saudita, né gli Stati Uniti, che producono il proprio petrolio. È l’Europa.

E l’Europa cosa fa? Si limita a commentare. Il portavoce del Foreign Office ha dichiarato che gli Houthi sono «gli unici responsabili di questa crisi» e li ha esortati a cessare immediatamente le ostilità. Probabilmente è vero, ma è del tutto inutile. La Francia non ha detto nulla, per quanto ne so, e non è detto che avesse qualcosa da dire.

Nel frattempo, si stanno organizzando senza di noi. L’accordo di La Mecca, concluso ad agosto tra Riyadh, Ankara e Islamabad, stabilisce che un attacco contro uno di essi è un attacco contro tutti — la clausola dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, trasposta nel mondo musulmano. Il 9 settembre, il ministro della Difesa pakistano ne ha precisato la portata: «Se dovesse verificarsi un’aggressione non provocata, o se la situazione nello Yemen dovesse estendersi all’Arabia Saudita, l’accordo della Mecca entrerà in vigore. » Bisogna valutare bene questa affermazione: una potenza nucleare dell’Asia meridionale ha appena indicato che potrebbe intervenire in una guerra civile nella penisola arabica. I tre firmatari schierano complessivamente quasi un milione e quattrocentomila uomini sotto le armi. L’Oman, dal canto suo, riunisce gli Stati del Golfo per discutere della riapertura dello Stretto di Ormuz.

A Parigi nessuno ha chiesto il suo parere. A Bruxelles nessuno ha chiesto il suo parere. In questa vicenda, siamo gli utenti di una strada la cui sicurezza viene negoziata tra Riyadh, Ankara, Islamabad, Muscat e Teheran.

C’è qui una lezione che ci rifiutiamo di imparare da trent’anni. Ci siamo abituati a considerare le rotte commerciali come un dato di fatto naturale, alla stregua dei venti e delle maree: ci sono, le navi passano, i prezzi si formano. Ma non è affatto così. Una rotta marittima è un fatto politico, garantito da qualcuno, e quel qualcuno lo fa perché ne ha interesse e perché ne ha i mezzi. Abbiamo creduto che la garanzia fosse acquisita. In realtà era stata solo delegata. Oggi sta passando di mano, e noi non abbiamo né i mezzi per riprenderla, né le alleanze per esercitare pressione su chi se ne sta appropriando, né tantomeno — e questa è la cosa più grave — l’abitudine intellettuale di porre la questione in questi termini.

Un Paese che era presente a Suez, che detiene ancora Gibuti all’altra estremità dello stesso stretto, che arma fregate e dispone della prima marina d’alto mare dell’Unione avrebbe avuto qualcosa da dire sulla sicurezza di Bab el-Mandeb. Ha scelto di tacere, non avendo riflettuto su ciò che voleva fare in quella zona. Il silenzio, in queste materie, non è prudenza: è il nome che assume l’assenza di politica quando dura abbastanza a lungo da sembrare una scelta.

Il verdetto è semplice. Ansarullah non ha vinto una guerra; ha raccolto ciò che un fronte diviso aveva lasciato cadere, e lo ha raccolto proprio nel momento in cui valeva di più. Riyadh e Abu Dhabi hanno perso, a causa delle loro divisioni, ciò che non erano riusciti a conquistare con le armi, e lo stanno pagando a caro prezzo. Quanto a noi, non abbiamo perso nulla a Moka, poiché ormai da tempo non avevamo più nulla lì. È l’unica cosa che possiamo dire a nostra discolpa, e non è di alcuna consolazione.

La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente?

Guerra di logoramento: scelta o subita? Piuttosto che gli istituti occidentali, tre documenti russi e le dogane cinesi. Ciò che dimostrano e ciò che non dimostrano

Pubblicato il 10 settembre 2026·15 minuti di lettura


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Di Thibault de Varenne

Da quattro anni, due narrazioni si scontrano senza che nessuna delle due ceda. Per alcuni, la Russia sta impantanandosi. Per altri, procede al proprio ritmo, logora l’avversario e aspetta il momento giusto. Entrambe le parti hanno annunciato la propria vittoria, sbagliando con la stessa regolarità. Propongo di lasciarle da parte e di andare a leggere ciò che lo Stato russo scrive di sé stesso.

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Esiste una tesi, sostenuta da persone serie, che occorre innanzitutto esporre nella sua versione più estrema, poiché è così che la si conosce meglio.

Lei afferma quanto segue. La Russia non ha mai cercato quella rapida conquista che le viene attribuita. Sta conducendo una guerra di logoramento metodica, il cui obiettivo dichiarato fin dal primo giorno era la smilitarizzazione del proprio avversario — e tale obiettivo lo sta raggiungendo. Non ha decretato la mobilitazione generale: combatte con soldati a contratto, il che sarebbe assurdo se ne andasse della sua sopravvivenza. La sua economia avrebbe dovuto crollare sotto il peso delle sanzioni; lo si annunciava per l’autunno, ogni autunno, e invece ha registrato una crescita di quasi il quattro per cento nel 2024. I suoi avversari, dal canto loro, hanno svuotato i propri arsenali — l’Istituto internazionale di studi strategici parla di escalation e non di stallo. E questo mese, due emissari americani si sono recati a Mosca e poi a Kiev, il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al Cremlino e sono stati annunciati dei negoziati — senza che nessun europeo fosse al tavolo delle trattative. Chi negozia bilateralmente con Washington quattro anni dopo essere stato condannato all’isolamento non sembra affatto un sconfitto.

Tutto ciò è esatto. Non ne tolgo nulla.

Ecco ora tre fatti che, anch’essi, sono esatti e che non si conciliano facilmente con il quadro precedente.

Lo scorso 28 giugno, davanti al congresso del suo partito, il presidente russo ha riconosciuto pubblicamente una carenza di carburante sul proprio territorio — «stiamo attraversando un periodo difficile», ha affermato, pur giudicandola non critica e ricordando che era già in vigore un divieto temporaneo di esportazione di benzina e carburante per aerei. Il 2 luglio, il suo primo ministro ha firmato un decreto che autorizza le raffinerie a produrre benzina Euro-3 anziché Euro-5 fino alla fine dell’anno — con un contenuto di zolfo quindici volte superiore — e il divieto di esportare tale carburante. E il 25 febbraio, un ambasciatore del Ministero degli Affari Esteri russo ha dichiarato che gli obiettivi dell’operazione speciale non erano stati raggiunti e che «i territori costituzionali della Russia non sono stati liberati».

Nessuna informazione occidentale in questi tre documenti. Un discorso presidenziale, un decreto governativo, un comunicato diplomatico. Tutti russi, tutti di dominio pubblico.

Allora possiamo porci le domande con sincerità. Una potenza che ha scelto di procedere con lentezza ha bisogno di legalizzare un carburante di qualità inferiore per continuare ad averne? Uno Stato che raggiunge i propri obiettivi invia la propria diplomazia a spiegare che non li sta raggiungendo? E se la lentezza non fosse né una scelta né un fallimento, ma la conseguenza di qualcosa di cui non si parla mai — né a Mosca, né a Bruxelles, né nei nostri dibattiti?

I documenti sono di dominio pubblico. Lo stesso vale per i registri del commercio e per le statistiche doganali cinesi. Ciò che vi si trova non assomiglia né alla storia di una situazione di stallo, né a quella della pazienza strategica.

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Primo documento: la Costituzione russa

Cominciamo dal punto di riferimento, e prendiamo quello che la Russia si è data da sé. Nell’autunno del 2022, la Federazione Russa ha sancito nella propria Costituzione l’annessione di quattro regioni ucraine: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson. Non si tratta di una rivendicazione retorica, ma di un atto costituzionale — e da allora il Cremlino ha escluso qualsiasi passo indietro nel corso di un negoziato.

Quattro anni dopo, non ne detiene il controllo totale: né Kherson né Zaporizhzhia, le due capitali regionali, sono sotto il suo controllo. Ed è proprio il suo Ministero degli Affari Esteri ad ammetterlo, lo scorso febbraio, nei termini citati in precedenza.

Questo documento non chiarisce le intenzioni: si può sempre sostenere che l’inserimento nella Costituzione fosse uno strumento di negoziazione. Stabilisce invece un fatto che nessuna delle due versioni può aggirare: l’obiettivo che Mosca ha definito, messo per iscritto e promulgato non è stato raggiunto, e Mosca lo ammette. Qualsiasi discussione sulla vittoria parte da qui, oppure non parte affatto.

Secondo documento: il decreto del 2 luglio

Un Paese può scegliere di procedere lentamente. Non sceglie però di abbassare gli standard del carburante che vende ai propri cittadini. Lo standard Euro 5 ammette dieci milligrammi di zolfo per chilogrammo; l’Euro 3 ne ammette centocinquanta. Questa decisione non viene presa per strategia: viene presa quando mancano le capacità di raffinazione e bisogna comunque rifornire le stazioni di servizio. La cronologia della crisi è di dominio pubblico, e un’agenzia turca — che nessuno sospetterà di atlantismo — la riporta negli stessi termini.

Mi si obietterà che si tratta di una misura congiunturale, adottata a seguito dei bombardamenti, e che ogni guerra danneggia le infrastrutture. È vero. Ma allora il quadro di una potenza che logora l’avversario senza subire danni deve essere corretto di conseguenza: il retroterra russo non è più un rifugio sicuro, e non lo è più da abbastanza tempo da giustificare l’adozione di una legge in materia.

Terzo documento: una legge sul reclutamento

Per quanto riguarda le vittime, non citerò alcuna cifra. Le stime variano da una a tre volte a seconda dell’ente che le pubblica, ognuno dei quali ha una propria posizione; basarsi su di esse significa fornire al proprio interlocutore l’unica risposta di cui ha bisogno.

Ma ci sono gli stipendi, e gli stipendi sono pubblici. Lo scorso 1° maggio, una legge russa ha cancellato i debiti dei neoassunti a contratto, fino a dieci milioni di rubli. A ciò si aggiungono i bonus di firma che rappresentano diverse volte uno stipendio medio annuo. Nessuno Stato concede una cosa del genere per un posto di lavoro per cui c’è grande concorrenza. Una tabella retributiva non ha opinioni politiche: indica quanto costa una firma, quindi quanto vale, e quindi ciò che si sa di ciò che l’aspetta.

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Ciò a cui si riferiscono i tre documenti, e di cui nessuno parla

Resta da capire perché una potenza di queste dimensioni, con un’economia dieci volte superiore a quella del proprio avversario e una popolazione tre volte più numerosa, non sia riuscita in quattro anni a raggiungere un obiettivo che aveva sancito nella propria Costituzione.

La risposta non sta né nel coraggio degli uni né nell’astuzia degli altri. Sta nel modo in cui i due paesi producono armi.

Da un lato, un apparato verticale, concentrato, sostenuto dallo Stato e da alcuni grandi gruppi. Eccelle in termini di dimensioni: il complesso industriale del Tatarstan, che produce mezzi d’attacco a lungo raggio si è esteso di oltre trecento ettari in un anno, e ora produrrebbe  diverse migliaia di velivoli al mese — questa stima proviene dai servizi segreti militari ucraini, parte in causa nel conflitto, e la riporto con questa riserva; l’espansione del sito, invece, è visibile via satellite. Si tratta di un successo industriale. È anche un unico prodotto, un unico sito, un’unica catena decisionale.

D’altra parte, qualcosa che nessuno aveva previsto. L’Ucraina contava sette produttori di droni prima del 2022; ora ne conta circa cinquecento. La piattaforma pubblica che cataloga questo ecosistema riunisce un migliaio e mezzo di aziende e diverse migliaia di prodotti. Soprattutto, le unità al fronte ordinano autonomamente il proprio materiale, spendendo i punti guadagnati in combattimento, scegliendo tra centinaia di modelli concorrenti. Il soldato che ritiene che un apparecchio voli male smette di ordinarlo; il produttore lo viene a sapere entro quindici giorni; chi non lo viene a sapere scompare.

Ecco ciò che nessun bilancio può sostituire. Il sapere che determina l’esito di questa guerra — quale frequenza viene disturbata questa settimana, quale angolo di trasmissione funziona ancora, quale batteria resiste al freddo intenso — non è detenuto da nessun stato maggiore. È sparso tra migliaia di uomini sul campo e diventa obsoleto nel giro di poche settimane. Un’amministrazione centrale non può né raccoglierlo né utilizzarlo in tempo. Un mercato, invece, sì.

Aggiungete ciò che emerge dalla collusione, e che gli stessi tribunali russi hanno accertato: un ex viceministro della Difesa condannato a tredici anni nel 2025 per appropriazioni indebite che ammontano a miliardi di rubli, un altro a  diciannove anni lo scorso aprilealmeno nove alti funzionari del ministero perseguiti in pochi mesi. Non si tratta di accuse occidentali: sono sentenze russe. Quando un sistema deve ripulire il proprio apparato di approvvigionamento nel bel mezzo di una guerra, ciò indica dove veniva destinata una parte delle risorse.

Le obiezioni, con tutta la loro forza

Tre, e non li escludo.

L’ecosistema ucraino non è irreprensibile: l’ufficio anticorruzione di Kiev ha documentato casi di appropriazione indebita relativi all’acquisto di droni e ha provocato le dimissioni di un ministro. Un sistema vivo è anche un sistema in cui si ruba.

È finanziato dall’estero: un mercato sovvenzionato dall’estero non è proprio un mercato, e non si potrà sapere quanto valga finché non dovrà reggersi sulle proprie entrate. È l’obiezione più forte contro quanto sostengo, e non ho una risposta.

Finalmente la Russia sta imparando. In tre anni ha sviluppato una capacità che prima non possedeva, ha cambiato modello, ha aumentato i ritmi di produzione; un centro di ricerca turco descrive un conflitto giunto a un bivio, non un crollo. Affermare che il colosso rimanga immobile sarebbe una cecità opposta a quella che descrivo.

Nel frattempo

Le autorità doganali cinesi pubblicano i propri dati, che valgono più di molte analisi. Nei primi due mesi del 2026, le forniture russe di greggio alla Cina sono aumentate di oltre il quaranta per cento in volume e di meno del sei per cento in valore. Tutta la differenza sta nello sconto. Uno studio basato su questi stessi dati stima che gli sconti concessi alle raffinerie cinesi solo nel 2025 ammontino a oltre due miliardi di dollari. Lo yuan e il rublo regolano ormai la quasi totalità degli scambi tra i due paesi.

Non è Washington a dirlo. Sono le autorità doganali di Pechino.

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Conclusione

Ho dimostrato che la Russia sta impantanandosi? No, e non lo sostengo. La tesi della guerra lenta e metodica non è confutata da quanto esposto sopra: non si dimostra un’intenzione con dei documenti, e sarà sempre possibile sostenere che Mosca abbia scelto questo ritmo. Non dispongo di alcuna prova che lo escluda.

Ciò che è stato stabilito è più modesto e più solido. La Russia non ha messo in pratica ciò che ha sancito nella propria Costituzione, e lo ammette il suo Ministero degli Affari Esteri. Ha dovuto abbassare gli standard dei propri carburanti. Si compra la fedeltà dei propri soldati cancellando i loro debiti. Vende il proprio petrolio a prezzo scontato a un cliente che ha capito che non ne ha altro. Questi quattro fatti non dimostrano alcuna intenzione; descrivono semplicemente una situazione.

Ognuno giudicherà se una strategia che porta a questa situazione meriti il nome di strategia. Ma si noti bene questo, che vale a prescindere dalla posizione che si sostenga: coloro che si aspettavano che questa potenza venisse a rimettere in sesto l’Occidente le chiedevano di essere, da noi, ciò che Washington è stata per altri. Non ci si libera da una condizione di vassallaggio cambiando sovrano. E un popolo che spera nella propria liberazione da un capo straniero ha già risposto, senza volerlo, alla domanda se sia ancora in grado di conquistarsela da solo.

Europa: una nuova prospettiva _ di Robert Steukers – L’ascesa degli stati multietnici in un mondo non egemonico e multi-nodale, di Karl Sanchez

Europa: una nuova prospettiva

di Robert Steuckers

1 settembre
 LEGGI NELL’APP 

Robert Steuckers spiega come l’Europa possa sfuggire al dominio straniero e recuperare la propria sovranità attraverso una Terza Via radicale radicata nei suoi popoli, nella sua storia e nel suo destino continentale.

Questo saggio è stato originariamente pubblicato su The Scorpion , numero 9, primavera 1986.

Innanzitutto, possiamo stabilire se esista una “storia europea” e, in caso affermativo, in che modo la intendiamo? Come storia dei popoli europei o come storia delle strutture che hanno governato i territori oggi considerati parte dell’Europa? La domanda può apparire nuova, complessa o persino priva di scopo. L’apparente semplicità della domanda cela una reale complessità. La novità della domanda rischia di svanire se non comprendiamo lo scopo per cui la poniamo.

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Nel definire il paradigma della storia europea, ci troviamo immediatamente di fronte a una scelta: siamo a favore dei popoli o delle strutture ? A favore dei popoli o dei sistemi ? Attraverso questa cruciale opposizione possiamo giungere a comprendere l’antitesi della filosofia e della storia delle idee politiche. La parola “popoli” può essere qui sostituita da ” mythos” e la parola ” strutture” da ” logos” . La prima implica un risveglio dell'”irrazionale” interiore, una mobilitazione per mezzo di un senso di storia e di destino. La seconda implica una gestione “razionale”. D’altra parte, è possibile difendere i popoli richiamandosi a un logos che trascende tutte le istituzioni che, pur radicate nelle loro origini, sono diventate ingiuste. Ribaltando la situazione, possiamo difendere le strutture creando miti artificiali o estranei. Il fatto è, tuttavia, che le strutture sono effimere e i popoli sopravvivono alle strutture imposte loro.

Per un europeo, schierarsi con i popoli contro le strutture significa prendere una chiara decisione politica. Significa riaffermare l’immemorabile tradizione di rivolta: delle ribellioni contadine contro il clero, la dinastia o la falsa aristocrazia: in breve, contro ogni potere arbitrario che cerchi di sovvertire le leggi ancestrali. Per l’africano, ciò significherebbe una lotta contro le borghesie e le tirannie militari al servizio degli interessi del neocolonialismo. Per il latinoamericano, significherebbe combattere contro le oligarchie dipendenti dalla macchina economica yankee. Per comprendere ciò, dovremmo ricordare il nostro passato: le rivolte di Arminio, Marbod e Civilis contro Roma; la ribellione dei Sassoni di Witukind contro gli ufficiali carolingi e un clero straniero; la tenace resistenza dei Frisoni; la tragica lotta di Stedinger in Vestfalia contro la manipolazione delle leggi ancestrali; Jacqueries in Piccardia; La rivolta di Zannekin sulla costa fiamminga; le rivolte contadine in Inghilterra, Boemia e Ungheria e nella Germania del XVI secolo; la rivolta della Vandea contro la Repubblica francese e così via. Tutti episodi della storia europea, della nostra storia, in cui i popoli si ribellano contro sistemi oppressivi che cercano di sovvertire le vecchie leggi e tradizioni. Non è difficile trovare parallelismi al di fuori dell’Europa.

Germania dell’Est, 1953: La rivolta contro l’occupazione sovietica.

Schierarsi con le strutture contro i popoli significa, per l’europeo di oggi, aderire a una o all’altra delle vecchie ideologie, originariamente ispirate alla religione ma oggi più comunemente viste in una forma completamente secolarizzata. In pratica, significa difendere la causa della nuova Roma: un “Impero Romano” che si estende oltre il mondo latino, difendere l’ordine economico liberale con centro a Washington, oppure, d’altra parte, lavorare per l’ordine comunista con centro a Mosca, operante ben oltre il mondo slavo. Il modello comunista è seriamente screditato – molto più di quello occidentale – ma si sta assistendo a un nuovo sviluppo nel fenomeno delle sette che offrono a una gioventù alienata in Europa una “soluzione” ben lungi dall’essere per il bene del nostro popolo. La setta lunare, ad esempio (la Chiesa Unitaria Mondiale), gode di una crescente influenza nell’Europa occidentale. In Francia, l’influenza della setta lunare si estende agli ambienti conservatori e intellettuali. Rivestita di un manto di ispirazione mitica, la religione lunare è in realtà al servizio dell'”Occidente” liberal-economico di destra. L’influenza di un gruppo del genere sui potenziali ribelli è estremamente deleteria.

Se ci schieriamo dalla parte di un’Europa dei popoli contro un’Europa delle istituzioni, dei manager, da dove cominciamo a rintracciare le origini della storia europea? Non dall’Impero di Augusto, ma molto prima, dalla comparsa degli Indoeuropei nella preistoria. Provenienti da un’unica patria centroeuropea (come hanno dimostrato gli studi del tedesco Lothar Kilian e del francese Jean Haudry), questi Indoeuropei hanno influenzato una periferia europea ed extraeuropea, che a sua volta è stata influenzata da altri popoli. La storia antica dell’Europa occidentale e la fusione della cultura megalitica con quella degli Indoeuropei sono state esaminate in modo esaustivo dall’archeologo francese Roger Joussaume; e non credo che un pubblico britannico abbia bisogno di essere ricordato della tesi rivoluzionaria di Colin Renfrew, secondo la quale l’area mediterranea è, in termini umani, il prodotto di popoli provenienti dalla patria matriciale indoeuropea e di popoli provenienti da altri “grembi”, camitici, pelagici e semitici. Secondo Renfrew, la “razza latina” è il prodotto di una mescolanza di queste tre componenti principali. Nell’Europa nord-orientale possiamo osservare una sintesi simile tra i gruppi indoeuropeo e finno-ugrico. Ciononostante, il fattore cruciale che costituisce il patrimonio europeo è la nostra comune eredità linguistica.

Presente fin dagli albori della cosiddetta “epoca storica”, il patrimonio linguistico fu rafforzato dalle migrazioni germaniche. Il mondo e l’unità medievale corrispondono infatti essenzialmente all’ordine degli insediamenti teutonici, conquista delle ultime tribù provenienti dall’originaria patria indoeuropea. L’ordine medievale coniugava la nozione romana di impero universale con i concetti sociali e politici germanici (cavalleria, feudalesimo, corporazioni).

Gli Indoeuropei sono dunque al centro della storia europea, la tela, per così dire, su cui è dipinta la nostra storia; ma riferirsi agli Indoeuropei in questo modo è insufficiente, poiché non implica deduzioni politiche. La questione fondamentale è questa: qual è la caratteristica organizzativa rappresentativa (sia storica che mitica) degli Indoeuropei? Come molti altri popoli che ebbero origine da un ordine matriarcale (Bantus, Nativi Americani, Camito-Semiti), essi nacquero come comunità autogovernate , comunità ordinate secondo principi di cui esse stesse erano le generatrici. È in questo senso che l’antropologo Dumézil usa il termine “ideologia indoeuropea” e Jean-Paul Roux il termine “religioni primordiali” quando discute dei Turco-Mongoli. Spengler e Toynbee parlano di comunità originarie autogovernate, capaci di sussistere in uno stato latente al di là della pseudomorfosi delle istituzioni del momento, ovvero al di là di ogni modifica superficiale operata da ideologie (effimere), ideologie forgiate da tutti quegli elementi distaccati dalla cultura matriarcale, tutti elementi estranei a un tipo di mondo in cui i popoli generano la propria autonomia. Da questa prospettiva, è possibile immaginare un paradigma policentrico delle istituzioni umane e non, come accade con le ideologie odierne, un universalismo riduzionista e monocentrico. Se definiamo l’universalismo in questo modo, dovremmo sforzarci di distinguerlo dall’universalità, una percezione del mondo che, al contrario, ammette una diversità illimitata, per usare le parole di Herder: “un giardino di fiori multiformi”.

L’indipendenza politica fondata su uno “spazio matriciale” è il duplice assioma politico che ci offre l’eredità indoeuropea, sia nella forma della ” nouvelle pensée ” della Nuova Destra francese, sia nella visione di Taine, Renan o Houston Chamberlain, dai filologi tedeschi fino alla tradizione socialista, in particolare in Germania e Danimarca, una tradizione che ispirò Engels nella stesura della sua opera sulle origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Se ripercorriamo tutte queste tradizioni ideologiche e storiche, saremo costretti ad ammettere l’insensatezza della polarizzazione Destra/Sinistra che ha pervertito il dibattito politico fin dalla Rivoluzione francese. La teoria e l’azione politica possono essere riassunte nella loro essenza in tre questioni: la salvaguardia di una popolazione umana definita, (contemporaneamente) la garanzia dell’indipendenza politica a tutti i livelli e, infine, la protezione dello spazio vitale del popolo dall’aggressione. Queste sono sempre state le realtà politiche, dai primi insediamenti umani fino all’era contemporanea delle superpotenze, nonostante l’universalismo della retorica ideologica dei portavoce delle superpotenze.

Esistono molti esempi di sistemi politici che adottano politiche “riduzioniste” e “antitradizionali”: l’Impero spagnolo, la Francia giacobina con la sua divisione artificiale in dipartimenti e, più recentemente, gli Stati Uniti con il loro dogma universalista militante (e nonostante l’importanza dell’etnia nel sistema sovietico, è innegabile che l’Unione Sovietica metta in pericolo molti gruppi etnici e minacci di estirpare completamente il patrimonio delle nazioni baltiche).

Il Bundschüh , simbolo delle rivolte contadine del XVI secolo. La sconfitta di questo movimento ha spianato la strada allo stato centralizzato in Europa. Dobbiamo recuperare la tradizione europea di ribellione contro i sistemi in nome dei popoli.

La matrice europea, insieme alle periferie sotto influenza europea e che a loro volta hanno influenzato l’Europa, costituisce uno spazio vitale sul continente eurasiatico. La massa continentale eurasiatica ospita diversi centri di civiltà: oggi ne sono la prova il mondo cinese, il mondo induista e l’Islam. Se la Cina e l’India si percepiscono come entità unitarie, e nel caso dell’India come unità capaci di contenere una considerevole diversità, se l’Islam è una forza nel mondo nonostante le sue divisioni, l’Europa odierna è fatta esclusivamente di divisioni: abbiamo la divisione nord/sud, la spaccatura est/ovest, l’antagonismo tedesco/slavo, la divisione tra Mediterraneo e Paesi nordici, l’antico antagonismo tra cristianesimo occidentale e Chiesa ortodossa, la divisione tra liberale e autoritario, tra uno stato-nazione e l’altro e così via.

Lo storico americano Craig ha osservato che la Santa Alleanza, creata nel 1815 principalmente grazie alla diplomazia di Metternich, a prescindere da ciò che si possa dire al riguardo, ebbe quantomeno il merito di fornire un concetto politico che consentiva ai suoi aderenti di risolvere i problemi comuni relativi al subcontinente, alla madrepatria. La Rivoluzione Industriale e lo sconvolgimento sociale che ne derivò vanificarono questi sforzi. I conservatori spesso accusano i movimenti rivoluzionari del XIX secolo di aver distrutto il consenso della Santa Alleanza a favore di un utopismo umanitario irrealistico. In realtà, i rivoluzionari nazionali tedeschi del 1832 che firmarono la Dichiarazione di Hambach rimasero saldamente ancorati alla tradizione europea. Ad Hambach non c’erano solo tedeschi, ma anche rappresentanti francesi, polacchi e greci. Furono piuttosto le contraddizioni e la nostalgia dei governanti prussiani e del Papa a trasformare la Santa Alleanza in un mero strumento di reazione e poco altro.

La volontà di creare un ordine europeo è presente da tempo. Era già presente nella mente di Bismarck quando propose al Kaiser l’istituzione di un’unione doganale europea centrale. Il Patto di Locarno del 1938 fu un tentativo fallito di raggiungere lo stesso obiettivo. A frustrare i tentativi di creare una zona europea fu principalmente l’espansione coloniale: l’imperialismo britannico contribuì ad alimentare il colonialismo di Germania, Francia, Belgio e Olanda, una tendenza che spinse le nazioni interessate ad allontanarsi dall’Europa e, al contempo, acuì la frammentazione europea, con gli stati nazionali europei impegnati in una feroce competizione commerciale e militare. Col senno di poi, possiamo constatare che questa frammentazione fu la prima manifestazione di un declino europeo , per quanto paradossale possa sembrare; infatti, mentre gli stati europei si armavano gli uni contro gli altri, gli Stati Uniti avevano elaborato una dottrina di potere politico, la celebre Dottrina Monroe del 1823, che si può riassumere nella semplice formula: le Americhe agli Stati Uniti! Nessuna potenza europea sarebbe stata autorizzata a insediarsi nel Nuovo Mondo. Monroe aveva ideato il principio di non intervento in vaste aree di territorio geograficamente definito. L’Europa non seguì l’esempio degli Stati Uniti, come avrebbe potuto fare, pronunciando una propria “Dottrina Monroe”. In questo risiede la causa principale del declino dell’Europa negli anni successivi.

Alcuni, dotati di grande lungimiranza, compresero l’importanza della Dottrina Monroe. Ad esempio, il ministro austriaco Johann Georg Hülsemann, che sostenne l’adozione di una dichiarazione europea di non ingerenza simile alla Dottrina Monroe. Il suo appello rimase inascoltato. In seguito, Carl Schmitt e Haushofer argomentarono sulla stessa linea, ma senza alcun risultato. Tra gli intellettuali socialisti odierni, alcuni auspicano un'”europeizzazione dell’Europa”: Peter Bender in Germania, Brugsma e Rik Coolsaet nelle Fiandre. Il libro di Bender è stato descritto da Craig come uno dei più importanti pubblicati in Europa negli ultimi anni, ma rimane in gran parte ignorato. La debolezza europea consiste nel continuare ad aggrapparsi ai fittizi o divisivi “diritti” giuridici dei singoli stati europei e nel trascurare l’importanza della geopolitica e dello spazio compatto in politica. Gli americani e i sovietici non soffrono di questo tipo di equivoci, il che spiega perché l’Europa rimanga saldamente loro e non nostra .

Avviare una “Terza Via per l’Europa” significa tenere conto di due fattori essenziali: il senso di appartenenza a una civiltà millenaria, una civiltà prodotta da una popolazione originaria del cuore del subcontinente europeo, il cui contributo è stato determinante per la nostra storia. Il secondo fattore da comprendere è il significato geopolitico dell’Europa, per capire gli assi di potere che operano in Europa e da dove provengono. I due fattori sono quindi il fattore umano (la storia degli europei) e quello geografico.fattore (la nostra posizione rispetto alle forze di potere extraeuropee). È nel rispetto di questi due fattori primari che dobbiamo progettare la Terza Via che dovrebbe essere la nostra nel ventunesimo secolo.

In economia, la Terza Via richiede il ripudio dell’assioma centrale del liberalismo classico: l’individualismo. La Terza Via ragiona in termini di popoli, di collettività dotate di memoria storica. Rifiutando l’individualismo in economia, quest’ultima viene posta al servizio del collettivismo storico: diventa lo strumento per la sopravvivenza di un popolo. L’ascesa del neoliberismo negli ultimi anni si accompagna a una regressione della solidarietà comunitaria e a uno spostamento delle economie nazionali a favore di individui o organizzazioni i cui interessi sono lontani da quelli delle economie comunitarie, anzi, generalmente opposti ad essi. Persone completamente estranee a qualsiasi comunità originaria costituiscono una nuova classe benestante, una classe che si crogiola nel successo redditizio del “nuovo” conservatorismo. Ciò non implica alcuna simpatia per il modello keynesiano di “stato sociale” che istituisce burocrazie altrettanto estranee alle comunità che dovrebbero servire. Il fatto che tale “statalismo” elabori “costrutti” del tutto irrealistici è stato ben argomentato da neoliberisti come Hayek e Popper. L’alternativa “di sinistra” al neoliberismo ispira ben pochi.

Esiste già, tuttavia, una notevole varietà di alternative in campo economico. La più convincente, a mio avviso, è quella di François Perroux, che ha sviluppato l’importante tesi dello “spazio egocentrico e semi-autarchiano”. Questa tesi è stata elaborata da André Grjebine. Il ceco Ota Šik ha indicato i modi in cui le persone stesse possono essere direttamente responsabili della gestione economica. Nei lavori di Šik e Perroux, i fattori di popolazione e spazio giocano un ruolo essenziale. È assente il preconcetto dell’individuo umano come astrazione o come teoria che pretende di essere applicabile all’intero universo.

Oltre a questa revisione delle dottrine economiche e delle dottrine filosofiche e teologiche che ad esse sono connesse, dobbiamo elaborare una solida dottrina militare europea che si ponga in totale contrapposizione all’attuale divisione Est/Ovest. Il destino dell’Europa non risiede né nella NATO né nel Patto di Varsavia. Gli stati neutrali di Svezia, Finlandia, Irlanda, Svizzera, Austria, Jugoslavia e Albania costituiscono il modello da seguire in materia di alleanze militari. Svezia e Svizzera sono nazioni neutrali da molti anni, mentre le altre hanno ottenuto l’indipendenza solo di recente. La Svezia rappresenta un modello particolarmente valido, poiché mira alla completa autonomia nella produzione di armamenti: Volvo, SAAB, ecc. Questa autonomia deve essere elevata al livello europeo. La Svizzera è particolarmente interessante come modello di difesa territoriale. Ogni cittadino svizzero è armato. Ciò è in linea con un’antica tradizione celtica e germanica, secondo la quale l’intero popolo è responsabile della propria difesa. Questa è vera democrazia. Jean Charles de Sismondi deplorava la scomparsa di queste tradizioni al di fuori della Svizzera: niente più yeomanry inglese, niente più schutterij fiamminga , niente più Garde Civique in Belgio, niente più Garde nationale francese …

Altri esempi: la Finlandia è riuscita a mantenere il rispetto di sé e l’autonomia di fronte al potente nemico al quale si arrese nel 1944. La posizione della Finlandia ha ispirato i militanti di Solidarność . Accettando le proposte sovietiche di neutralità dell’Austria, la Repubblica austriaca riuscì a liberarsi delle truppe straniere nel 1955. Nonostante le argomentazioni del generale Spannocchi basate su una difesa alpina, l’Austria non possiede una capacità credibile di alcun tipo: ciò non ha impedito al cancelliere austriaco Kreisky di sviluppare una prospettiva politica alternativa, in particolare verso il Medio Oriente. Il sistema politico jugoslavo sembra essere più “proudhoniano” che marxista. Dal canto suo, l’Albania marxista ha dimostrato che l’autarchia è fattibile, anche per un piccolo stato privo di significative risorse naturali.

La sfida più grande ai sistemi dell’Est e dell’Ovest proviene dai movimenti di massa apartitici; ma senza una valida alternativa di una Terza Via per l’Europa, esiste il forte rischio che tali movimenti diventino strumenti dell'”altra parte” nella divisione Est/Ovest dell’Europa.

La “tentazione” del neutralismo è una realtà sia a Est che a Ovest. Ho già menzionato Solidarność in Polonia ; c’è anche la disponibilità ungherese ad aprire un dialogo sulla questione, ad esempio da parte di pensatori politici come Szűrös; ci sono i ripetuti tentativi del governo rumeno di prendere le distanze dagli altri Stati del Patto di Varsavia, l’opposizione ai missili accennata in certi ambienti in Bulgaria. Qui nella zona “occidentale” abbiamo il distanziamento gollista dalla NATO e la Force de frappe¹ ; il panellenismo e il non allineamento del premier greco Papandreou; il non allineamento della “sinistra” britannica; i due milioni e mezzo di persone in Olanda che hanno firmato una petizione per negare il permesso alla NATO di installare missili nucleari sul territorio olandese; il movimento pacifista nella Germania Ovest (e segretamente nella Germania Est) con la sua forte impronta neutralista. Nella Repubblica Federale Tedesca, molti strateghi militari hanno elaborato strategie di difesa alternative a quella ipotizzata dai teorici della NATO. Il tenente colonnello Mechtersheimer, ad esempio, ha messo in discussione una strategia che pone la Germania al centro di un’eventuale conflagrazione nucleare. Vale la pena menzionare in questo contesto anche il polemista Horst Afheldt, che ha sviluppato le idee del generale francese Brossolet, il quale ideò un sistema di difesa militare basato sulla ” maillage ” (complessi di difesa a maglie profonde) e sui “commando tecnologici”. Non pretendo che queste teorie siano inattaccabili, ma dimostrano che sono in molti, persino all’interno delle forze armate della NATO, a pensare in termini di una strategia militare basata sulle esigenze e le aspirazioni della sicurezza europea e dello spazio vitale europeo.

La terza via per l’Europa consiste dunque nell’essere pienamente consapevoli del destino geopolitico dell’Europa; nel perpetuare l’avventura umana iniziata dai primi Indoeuropei; nel far uscire l’Europa dai due blocchi militari esistenti con una rigida politica di neutralità rispetto al confronto americano/sovietico, garantendo al contempo che il subcontinente europeo possa essere protetto dall’autosufficienza militare, creando in Europa un blocco economico in grado di soddisfare i propri bisogni, uno spazio economico organico più flessibile e adattabile del Mercato Comune.

Scegliere una Terza Via significa dotarsi di un sistema economico completamente nuovo, basato sul continente europeo, un sistema economico al servizio del popolo e non al suo padrone, che non obbedisca alle teorie di élite avide di denaro. Per garantire la pace e la sicurezza del continente sarà necessario dotarsi di un corpo militare totalmente nuovo, capace di difendere il continente in quanto tale e anche ogni singolo chilometro quadrato grazie a una milizia popolare adeguatamente armata, una milizia equipaggiata per affrontare carri armati e attacchi aerei.

La creazione di una Terza Via richiede anche una nuova visione storica, capace di confrontarsi con le argomentazioni dei sostenitori delle strutture in nome delle leggi ancestrali. Ciò significa interpretare la storia europea alla luce delle rivolte popolari. Mentre gli svizzeri riuscirono a instaurare una repubblica federale contadina, i Paesi Bassi e la Germania non furono in grado di creare sistemi simili nel XVI secolo. Anche le rivoluzioni in Francia, Inghilterra, Irlanda, Tirolo e Bulgaria, che nei secoli successivi si sforzarono di andare in questa direzione, fallirono, e le loro sconfitte contribuirono a consolidare la vittoria dei sistemi sui popoli.

Per rispettare la diversità dell’Europa e come soluzione alle diverse aspirazioni che queste varie ribellioni indicano, l’Europa dovrebbe includere costituzioni federaliste. Tali costituzioni non minaccerebbero l’unità di civiltà dell’Europa, tutt’altro. È piuttosto la pluralità degli stati nazionali che ha minato l’unità di civiltà dell’Europa e che è arrivata quasi a distruggerla, in nome dello sciovinismo nazionale.

Le regioni d’Europa costituirebbero una Grande Federazione Europea, capace di realizzare il destino dell’Europa. Le regioni d’Europa potrebbero superare alcuni dei vecchi “punti critici” dell’antagonismo nazionale: i vecchi conflitti dovrebbero e potrebbero essere superati grazie all’esistenza di una nuova federazione europea in cui i corsi, i baschi, i catalani e gli altri non esisterebbero più in conflitto con lo stato-nazione a cui appartengono.

La Terza Via esiste già in Europa a livello teorico. Ciò di cui ha bisogno sono militanti.

1

Nota del redattore: La Force de frappe è il deterrente nucleare indipendente francese, istituito sotto la presidenza di Charles de Gaulle nel 1964 per salvaguardare l’autonomia strategica del paese. De Gaulle riteneva che la sovranità nazionale richiedesse che la Francia controllasse la propria difesa nucleare, anziché dipendere da potenze straniere, in particolare dagli Stati Uniti.

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Il cambiamento di paradigma del XXI secolo

Karl Sanchez8 settembre
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Con la fine dell’era dell’imperialismo, del colonialismo e dell’impero, il mondo che ne deriva è composto da circa 193 stati con popolazioni multietniche e generalmente multiculturali, che vivono in un mondo multipolare. (Il termine multipolare è oggetto di contestazione in quanto fuorviante, poiché il termine polare si riferisce a un punto di potere geopolitico, e il mondo non sta sviluppando oltre 190 poli di potere). L’obiettivo ultimo di questo mondo emergente è perseguito attraverso diverse iniziative: sicurezza globale, governance globale e sviluppo globale. Si può affermare che la sicurezza sia necessaria prima che possano realizzarsi una buona governance e un adeguato sviluppo, e per ottenerla è necessario eliminare l’egemonia e gli egemoni: oltre 160 nazioni concordano su questo requisito. Oltre all’attuale guerra globale contro Iran e Russia, sono in corso almeno altri 50 conflitti in varie fasi. Alcuni sono dispute etniche derivanti dall’era coloniale, mentre altri riguardano le risorse. La maggior parte è alimentata da ex potenze coloniali o attuali potenze neocoloniali, e la stragrande maggioranza è legata alla politica di abolizione dell’impero statunitense.

La sfida più grande per il mondo è convincere l’impero fuorilegge degli Stati Uniti a cessare il suo imperialismo, la sua megalomania e la sua pleonessia e a diventare un attore mondiale benevolo. Lo stesso si può chiedere ai sionisti in Palestina. Anche alcuni nella penisola europea dell’Eurasia condividono questa visione del mondo. A mio parere, queste entità sono guidate da persone che si considerano eccezionali e superiori a tutti gli altri esseri umani. Si tratta di visioni del mondo incompatibili con il nuovo paradigma globale emergente. Un punto di vista altrettanto inquietante è quello, diffuso tra troppi, che rasenta l’eccezionalismo: ciò che viene definito razzismo, sebbene esista una sola razza umana. Ciò che differenzia gli esseri umani è la cultura e l’etnia, la più evidente delle quali è la lingua. Tuttavia, tutti gli esseri umani nascono con la capacità di apprendere le strutture grammaticali di tutte le lingue umane: quella che viene definita grammatica universale. In altre parole, qualsiasi essere umano può essere qualsiasi altro essere umano. Rifletteteci un attimo. Purtroppo, questo fatto fondamentale e importantissimo viene raramente insegnato. Il fatto che venga praticato, perfezionato e affinato il contrario è un problema enorme, la russofobia ne è un esempio lampante, mentre l’obiettivo sionista di uccidere tutti coloro che vivono sulla terra che vogliono rubare ne è un altro.

Invece di quegli esempi, ciò di cui l’umanità ha bisogno è la benevolenza globale. Quest’idea mi ha fatto venire in mente “It’s a Small World (After All)”, a cui aggiungerei che è il nostro unico mondo e dobbiamo condividerlo. La pleonessia che alimenta il saccheggio e che presumibilmente esiste fin dagli albori della proprietà privata e della scarsità di risorse è qualcosa che molti genitori cercano di eliminare insegnando ai propri figli che devono condividere con gli altri. Il problema per i genitori è che l’ambiente insegna il contrario, al punto che pochissimi bambini riescono a superare ciò che l’ambiente insegna loro e diventano benevoli. La musica è piena di canzoni che trattano questo problema sociale e i molti ad esso correlati. È facile cantarne e parlarne, mentre trovare soluzioni è diventato un compito ingrato, il che è parte del problema. Dove si può trovare conforto o salvezza? Come suggeriscono gli Alcolisti Anonimi, il problema deve prima essere ammesso prima di poter trovare una soluzione. Bisogna dare atto ai cinesi di aver preso il concetto di “mondo piccolo” e di averlo modificato in un mondo con un futuro condiviso per l’umanità, obiettivo ultimo delle loro iniziative. La tragica supplica di Rodney King, “Non possiamo andare tutti d’accordo?”, sembra essere difficile da comprendere per troppi. Non ho sentito nessuno ricordarci lo scorso 28 agosto che ricorreva il 63° anniversario del discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King.

Esistono diverse organizzazioni regionali che cercano di realizzare il mondo auspicato da Martin Luther King Jr. sulla scena globale – SCO, ASEAN, BRICS, CELAC sono solo alcune di queste – mentre NATO e UE le ostacolano perché entrambe sono guidate/gestite dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti. I sionisti genocidi sono in un patto con se stessi. Un tempo si sperava che le Nazioni Unite lavorassero per raggiungere gli obiettivi della propria Carta, ma sono state essenzialmente cooptate dall’Occidente collettivista e impedite di perseguire tali obiettivi. Sarà molto interessante vedere cosa diranno i membri dell’ONU al dibattito generale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di quest’anno, che inizierà tra poche settimane. Le Nazioni Unite stesse potrebbero essere il centro del mondo multi-nodale emergente se non fosse per il loro status di cooptazione. La prova di questa cooptazione si riscontra nelle numerose nazioni che desiderano aderire a BRICS e SCO come vie per promuovere un volume molto maggiore di scambi tra le persone, che contribuiscono a ridurre l’alterità promuovendo la comunità. Una soluzione possibile è la costruzione di comunità a tutti i livelli di interazione umana, che può iniziare al meglio a livello di quartiere. È possibile che alcune persone trovino minaccioso l’invito a costruire una comunità, dato che non hanno mai avuto prima un’opportunità simile. Molti sono resi introversi dal loro ambiente, una condizione da cui è molto difficile uscire. Ricordo una scena di un film ambientato in un condominio di New York in cui i residenti avevano diverse serrature alle porte, non una o due, ma da sei a otto. Anche solo arrivare a fine giornata è un trionfo. Convivo con persone che hanno queste caratteristiche. La logica della comunità è condivisa, ma non si cerca di costruirne una da soli o nemmeno in un piccolo gruppo. In qualche modo, i gruppi interni devono fondersi con i gruppi esterni, in modo da ridurre al minimo la distinzione. Sì, facile a dirsi, più difficile a farsi. Penso anche che la cultura occidentale sia più disfunzionale di quelle dei paesi del Sud del mondo, sebbene alcuni principi universali, come l’alterità, siano validi. A mio parere, non ci si dovrebbe sorprendere che BRICS, ASEAN e SCO sembrino collettivamente più funzionali, dato che operano su base consensuale.

È chiaro che coloro che gestiscono l’Impero statunitense fuorilegge non vogliono avere nulla a che fare con un “Piccolo Mondo” in cui si nutre il sogno di opportunità condivise e desiderano continuare nel loro tentativo di governare il mondo intero, come impongono i loro documenti dottrinali, e lo stesso si può dire dei loro parenti sionisti. Dal momento che uccidono quotidianamente/annualmente molti innocenti e sembrano non avere alcun desiderio di condividere la vita con la maggior parte degli esseri umani, cosa faremo noi – la maggior parte degli esseri umani – per fermare le loro uccisioni e, quantomeno, contenerli, una domanda che viene spesso posta? Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha incontrato oggi il suo omologo saudita e ha osservato che attualmente esistono quattro proposte diverse ma molto simili per un sistema di sicurezza condiviso per le nazioni del Golfo Persico/Asia occidentale: quella dell’Iran, dell’Arabia Saudita, della Russia e della Cina. Si noti che non ci sono proposte sioniste o americane per la pace e la sicurezza; Hanno proposte per ulteriori morti e conquiste che sono favorite da oltre il 60% dei sionisti, mentre quasi l’80% degli americani si oppone alla guerra di Trump contro l’Iran, una guerra che il Grande Fratello sta cercando di far passare per tale, in modo che coloro che muoiono durante il conflitto, lasciando le loro famiglie, non ricevano le indennità di morte. A livello internazionale, la diplomazia mira a isolare gli attori negativi (NATO/UE, Giappone), mentre l’Iran sta facendo la sua parte per cacciare l’Impero dalla sua regione, il che significa essenzialmente estromettere tutti gli interessi americani ed eliminare la capacità dei sionisti di continuare i loro crimini, costringendoli a conformarsi alle consolidate sentenze del diritto internazionale. Molti temono che il criminale planetario numero 1, Netanyahu, userà armi nucleari sioniste illegali per cercare di eliminare l’Iran, non avendo altra scelta. L’Iran afferma di essere ben consapevole di questa minaccia, ma non si lascerà dissuadere dal raggiungere gli obiettivi del suo memorandum d’intesa. L’Iran è un eccellente esempio di stato multietnico e multiconfessionale.

Alcuni anni fa, l’Africa è giunta alla conclusione che non valesse la pena di continuare i conflitti per ridisegnare i confini statali dopo essersi liberata dal colonialismo, sebbene l’emancipazione al 100% non sia ancora stata raggiunta. Ciononostante, si sono verificate alcune secessioni e sono stati tracciati nuovi confini. A mio parere, si è trattato di una decisione molto coraggiosa, che implicava la capacità degli africani di convivere e risolvere i propri conflitti interni: “Soluzioni africane per gli africani” è il mantra di Russia e Cina nelle loro relazioni. Gli ex dominatori coloniali e l’impero fuorilegge statunitense si sono alleati per cercare di mantenere il loro controllo neocoloniale sull’Africa e, per farlo, hanno infiltrato nel continente la Legione Straniera Terroristica dell’Impero. Inutile dire che la maggior parte dei conflitti africani è causata da questi terroristi. Eppure, nonostante tutto, molte nazioni africane stanno diventando esempi eccellenti, come l’Iran, e stanno sviluppando quelle che assomigliano a comunità nazionali in cui la maggioranza condivide quel poco che possiede.

Il Messico, l’America Centrale e Meridionale sembrano essere le regioni più stratificate e divise, poiché nessuna di queste nazioni è rimasta libera dall’Impero abbastanza a lungo da poter raggiungere una vera indipendenza. Tutte hanno subito il terrore per mano degli americani e una nuova invasione è iniziata con Obama. A mio parere, sono destinate a essere le ultime nazioni liberate dalla morsa dell’Impero neoliberista fuorilegge. Ciò che accadrà nelle prossime elezioni presidenziali in Brasile e le sue conseguenze saranno cruciali. Uno dei problemi più grandi, se non il più grande, che affligge molte nazioni del Sud del mondo, e il più grande fardello a sud del confine, è rappresentato dai debiti dollarizzati contratti con il Nord, la maggior parte dei quali inaccettabili. Il Dott. Hudson ha recentemente presentato un documento molto ben strutturato che propone una soluzione spesso discussa. Affinché diventi realtà, dovrà essere discussa da un’ampia comunità di nazioni, poiché rappresenta un’alternativa all’attuale sistema finanziario globale disfunzionale. Eliminare i debiti inaccettabili significherebbe eliminare una sostanziale capacità di esercitare un controllo egemonico.

Le migliori opportunità di progresso sembrano provenire dal contesto internazionale, in particolare dall’Eurasia, piuttosto che dall’interno dell’Impero. I BRICS si riuniranno la prossima settimana, il 12 e 13, in India. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite inizierà il 22 settembre. Le elezioni russe si terranno dal 18 al 20 settembre. Potrebbero esserci elezioni nella Palestina occupata a ottobre e nell’Impero a novembre.

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Perché la Cina non interrompe le vendite di droni all’Ucraina?…e altro _ di Andrew Korybko

Perché la Cina non interrompe le vendite di droni all’Ucraina?

Andrew Korybko7 settembre
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Prolungare indefinitamente il conflitto ucraino attraverso questi mezzi ritarda indefinitamente la piena attuazione del “Pivot (di ritorno) all’Asia (orientale)” pianificato dagli Stati Uniti, può portare la Russia a vendere le sue ricchezze di risorse naturali alla Cina a prezzi stracciati e mantiene la “neutralità attiva” della Cina.

In un articolo pubblicato alla fine del mese scorso, Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) ha fatto riferimento all’erogazione, avvenuta in estate, del primo miliardo di euro da parte dell’UE all’Ucraina per l’acquisto di droni, nell’ambito dei 6 miliardi promessi per questo programma, in un articolo intitolato ” La guerra dei droni dell’Ucraina mette in luce una scomoda dipendenza dalla Cina “. L’emittente ha richiamato l’attenzione sulla clausola che permetteva all’Ucraina di acquistare componenti cinesi con questi fondi, da cui l’osservazione politicamente scorretta di allora secondo cui ” L’UE intende pagare la Cina per aiutare l’Ucraina a uccidere i russi “.

Secondo quanto riportato da RFE/RL, “sebbene Kiev abbia ridotto gli acquisti di droni già pronti dalla Cina, componenti come motori, batterie al litio e fibre ottiche sono ancora molto richiesti”. Inoltre, “nei primi sei mesi del 2026, le importazioni di componenti cinesi avevano già raggiunto circa il 76% del totale registrato nell’anno precedente”. L’agenzia ha anche citato un rapporto ucraino secondo il quale “il 38% del valore dei componenti per droni importati dall’Ucraina nella prima metà del 2025 proveniva dalla Cina”.

Lo scopo del loro articolo sembra essere quello di instillare un senso di urgenza sia in Ucraina che in Occidente per incrementare drasticamente la produzione nazionale di droni al fine di ridurre quella che uno degli esperti citati ha definito la “interdipendenza ostile” dell’Ucraina dalla Cina. Hanno spiegato che “Pechino rimane il principale partner commerciale di Kiev, mentre l’Ucraina è un fornitore chiave di prodotti agricoli per la Cina”. Questo è vero, ed è uno dei motivi per cui la Cina non interromperà le vendite di droni all’Ucraina, ma c’è dell’altro.

Sebbene i rapporti sino-russi siano migliori che in qualsiasi altro momento storico, già all’inizio del 2023 si sospettava che ” la Cina non volesse che nessuno vincesse in Ucraina “, poiché una guerra apparentemente gestibile e senza fine avrebbe ritardato indefinitamente la piena attuazione del ” Pivot (di ritorno) all’Asia (orientale) ” pianificato dagli Stati Uniti . Inoltre, la Russia, ricca di risorse, avrebbe potuto diventare eccessivamente dipendente dalla Cina, portando Mosca a vendere le proprie ricchezze naturali a Pechino a prezzi stracciati.

Nel perseguire questo cinico obiettivo, la Cina ha svolto un ruolo insostituibile nel fornire all’Ucraina droni, componenti e fibre ottiche (anche se solo indirettamente tramite intermediari, come ipotizzato dagli apologeti), fungendo al contempo da valvola di sfogo insostituibile contro la pressione delle sanzioni nei confronti della Russia. L’Ucraina è quindi in grado di tenere il passo con i progressi tecnico-militari della Russia, l’economia russa evita la crisi che l’Occidente ha cercato di innescare con le sanzioni e la Cina mantiene la sua “neutralità attiva”.

L’ultimo punto si riferisce al sostegno attivo della Cina all’Ucraina e alla Russia, che la rende neutrale nel senso di non schierarsi da nessuna delle due parti. La Cina trae profitto finanziario dagli acquisti di droni da parte dell’Ucraina, la sua economia continua a crescere grazie all’importazione su larga scala di energia russa a prezzi fortemente scontati e riduce relativamente la pressione occidentale su di essa dimostrando di non essere segretamente “alleata” con la Russia. Questa politica, a prescindere da ciò che si possa pensare dei suoi meriti, ha indiscutibilmente contribuito a prolungare il conflitto .

Se la Cina avesse interrotto le vendite di droni all’Ucraina nello spirito della sua partnership “senza limiti” con la Russia, dichiarata diverse settimane prima dell’inizio della guerra speciale Se l’operazione fosse conclusa, la Russia avrebbe potuto raggiungere più obiettivi dichiarati nel conflitto, se non addirittura ottenere la vittoria definitiva . Il supporto militare e di intelligence degli Stati Uniti all’Ucraina è più importante delle vendite di droni da parte della Cina, ma poiché non si intravede una fine al supporto statunitense , la Russia dovrebbe cercare di convincere la Cina a interrompere definitivamente i collegamenti con l’Ucraina.

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L’Ucraina ha trascorso l’ultimo anno a preparare il terreno per chiedere risarcimenti e territori alla Polonia.

Andrew Korybko7 settembre
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Gli attivisti patriottici polacchi hanno scoperto solo ora cosa ha tramato silenziosamente l’Ucraina.

A fine agosto , il giornalista indipendente Konrad Rękas ha portato all’attenzione del pubblico una legge approvata silenziosamente dall’Ucraina nel luglio 2025, relativa all'” Operazione Vistola ” della Polonia dell’era comunista. Tale operazione portò alla deportazione di slavi orientali che si identificavano con l’Ucraina nella Repubblica sovietica omonima e al reinsediamento forzato di altri nelle ex regioni controllate dai tedeschi, che la Polonia chiama Territori Recuperati. La legge definisce tale operazione un crimine e impegna lo Stato a ripristinare i “diritti” dei cittadini colpiti.

Poco dopo, il giornalista polacco Radosław Patlewicz ha condiviso un articolo dal suo sito Magna Polonia su come ” l’Ucraina si stia preparando a rivendicare territori polacchi “, un’affermazione che faceva eco alle preoccupazioni di Rękas. La nuova consapevolezza della legge dello scorso anno avvalora lo scenario di un’Ucraina postbellica che avanza formalmente rivendicazioni sulla Polonia sud-orientale o che sostiene ufficiosamente gruppi ultranazionalisti – inclusi veterani traumatizzati , sia in Polonia che all’estero – che potrebbero agire autonomamente per portare avanti tali rivendicazioni.

Nella sua forma più semplice, questa campagna giuridico-politica mira a equiparare l’“Operazione Vistola” alla Volinia. Genocidio con l’obiettivo di indurre la Polonia a normalizzare le relazioni con l’Ucraina, dopo che la recente glorificazione a livello statale da parte di Zelensky dei responsabili del genocidio, appartenenti all’OUN-UPA, ha ulteriormente aggravato la situazione. Nella sua forma più estrema, questa campagna politico-legale potrebbe condurre allo scenario, già descritto, di un’Ucraina ibrida postbellica. Guerra contro la Polonia. Ecco dieci documenti informativi che trattano, in misura diversa, questa possibilità concreta:

* 6 agosto 2023: “ La previsione di Kiev di una competizione postbellica con la Polonia non promette nulla di buono per i rapporti bilaterali ”

* 4 giugno 2024: “ La Polonia teme che l’Ucraina possa un giorno avanzare rivendicazioni irredentiste nei suoi confronti? ”

* 31 ottobre 2024: ” Una mappa spazzatura della Polonia ha spinto il capo dell’OUN a lanciare l’allarme: ‘I polacchi stanno giocando con il fuoco’ “

* 20 settembre 2025: “ L’ambasciatore ucraino in Polonia ha ammesso che i suoi connazionali non vogliono assimilarsi ”

* 7 ottobre 2025: “ Una lobby etnica ucraina potrebbe presto prendere forma nel Sejm polacco ”

* 24 ottobre 2025: “ L’incitamento al terrorismo di Osama Bin Sikorski rischia di ritorcersi contro la Polonia ”

* 1 gennaio 2026: ” Non sorprende che una nota testata ucraina si lamenti della perdita di ‘Zakerzonia’ a favore della Polonia “

* 18 maggio 2026: “ Il ‘Progetto Trident’ mira a contrastare l’ondata di criminalità ucraina post-conflitto in Polonia ”

* 25 giugno 2026: “ Przemysław Piasta ha ragione: l’Ucraina post-conflitto rappresenterà una seria minaccia per la Polonia ”

* 29 giugno 2026: “ Un sergente ucraino di alto grado ha minacciato la Polonia con attacchi di droni contro le sue città ”

” Un importante esperto polacco ha avvertito all’inizio dell’estate che l’Ucraina potrebbe usare la Polonia come capro espiatorio per la sua sconfitta a favore della Russia”, quindi non si può escludere che la rabbia degli ucraini contro la Polonia, fomentata dallo Stato, possa essere diretta verso questa causa irredentista per distogliere l’attenzione dai fallimenti del loro governo e dell’Occidente. Potrebbe anche instillare nella popolazione la convinzione di poter compensare le perdite territoriali subite a favore della Russia rivendicando i territori dell’odierna Polonia che il loro Stato, di breve durata dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva rivendicato.

Anche se non dovesse scoppiare una guerra, la silenziosa campagna politico-legale dell’Ucraina contro la Polonia potrebbe comunque essere sfruttata per estorcere concessioni socio-economiche, che potrebbero includere il ripristino di programmi che garantivano agli ucraini in Polonia diritti equivalenti a quelli dei polacchi e/o risarcimenti. Il punto è che questa campagna non è stata lanciata invano e diventerà quasi certamente una causa celebre nel dopoguerra, indipendentemente dal fatto che la Polonia sconfigga o meno la Germania . L’Ucraina nella sua competizione per la leadership regionale .

La Polonia potrebbe scongiurare preventivamente questo scenario attraverso la deportazione di massa degli ucraini, parallelamente al rafforzamento delle sue difese anti-drone e all’estensione del suo ” Scudo orientale ” fino al confine ucraino. Probabilmente, tuttavia, non lo farà, poiché lo Stato continua a ignorare la minaccia territoriale rappresentata dall’Ucraina. Per questo motivo, è dovere dei polacchi patriottici continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, il che potrebbe indurre uno dei partiti di opposizione a prenderlo sul serio e almeno a informare il presidente alleato Karol Nawrocki.

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Il sequestro di una nave da ricerca russa da parte della Norvegia porta la nuova Guerra Fredda nell’Artico

Andrew Korybko7 settembre
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Considerando il quadro generale, l’esacerbazione artificiale delle tensioni regionali attraverso questi mezzi può innescare un maggiore coordinamento all’interno del Blocco Vichingo, ovvero il blocco subregionale della NATO formato da Scandinavia, Finlandia e Stati baltici.

Il governatore delle Svalbard , l’arcipelago norvegese che gode di diritti speciali per diverse decine di paesi, tra cui la Russia, in virtù dell’omonimo trattato del 1920 , ha inaspettatamente sequestrato una nave da ricerca russa su ordine di Oslo, al fine di far rispettare una sentenza dell’Aia del 2023 del valore di oltre 4 miliardi di dollari a sostegno della compagnia ucraina Naftogaz. Questa mossa è giunta dopo che il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov , in un articolo pubblicato pochi giorni prima, aveva dichiarato l’inizio di una nuova era di sviluppo nell’Artico russo e aveva messo in guardia contro le minacce della NATO alla regione .

Si tratta quindi probabilmente di una risposta a quanto da lui scritto ed è stata quasi certamente coordinata con la NATO. Questa provocazione mirava a perseguire diversi obiettivi. Il primo è dimostrare che le navi russe possono essere sequestrate dai paesi della NATO nell’Artico, mentre il secondo è ampliare la portata dei sequestri, includendo ipoteticamente qualsiasi imbarcazione con il pretesto di risarcire l’Ucraina. In terzo luogo, l’Ucraina si sente ora incoraggiata a presentare ulteriori rivendicazioni contro la Russia, che la NATO potrà poi far rispettare per suo conto.

In quarto luogo, l’immagine di un Paese NATO che sequestra una nave russa in un’area artica dove Mosca gode legalmente di diritti speciali è volta a sollevare dubbi tra i partner della Russia sulla fattibilità della Rotta Marittima del Nord, con l’intento di scoraggiarne l’utilizzo e i relativi investimenti stranieri lungo tale rotta. Infine, le nuove tensioni tra Norvegia e Russia potrebbero essere sfruttate per giustificare un maggiore rafforzamento militare norvegese, soprattutto se la Russia sequestrasse (o tentasse di sequestrare) una nave norvegese come ritorsione .

In un’ottica più ampia, l’esacerbazione artificiale delle tensioni regionali attraverso questi mezzi potrebbe innescare un maggiore coordinamento all’interno del Blocco Vichingo , ovvero il blocco subregionale della NATO formato da Scandinavia, Finlandia e Stati baltici. Esso costituisce il fianco nord-occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che si è formato attorno alla Russia nell’ultimo anno. La Polonia, che aspira a una propria sfera d’influenza nell’Europa centro-orientale, dovrebbe coordinarsi con il Blocco Vichingo per contenere la Russia in Europa.

Il risultato finale potrebbe essere la realizzazione della proposta avanzata a metà agosto dal Primo Ministro polacco Donald Tusk per un sottoblocco baltico all’interno della NATO attraverso “una nuova alleanza tra Polonia, Svezia, Norvegia, Finlandia e Stati baltici con la partecipazione attiva di Gran Bretagna, Danimarca e Germania”. La Svezia, aspirante leader del Blocco Vichingo, ha già in programma di schierare aerei e navi da guerra per aiutare la Finlandia a pattugliare il confine con la Russia, e potrebbe quindi estendere la portata di questa missione anche alla Norvegia e agli Stati baltici.

Visto che anche gli Stati baltici potrebbero rientrare nella sfera d’influenza che la Polonia intende estendere, quest’ultima potrebbe schierarvi aerei da guerra in coordinamento con la Svezia, trasformando di fatto questi tre paesi in protettorati congiunti. Certo, questo processo potrebbe non concretizzarsi immediatamente, ma i segnali sono ormai evidenti. Lentamente ma inesorabilmente, i fianchi nord-occidentali e occidentali del nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia si stanno consolidando con il sostegno britannico, francese e tedesco .

Sebbene il sequestro da parte della Norvegia della nave da ricerca russa alle Svalbard potrebbe non innescare una drastica accelerazione del processo sopra descritto, si prevede comunque che contribuisca al suo sviluppo. Ricordando che questa mossa è stata del tutto immotivata, è quindi prevedibile che la NATO tenterà ulteriori provocazioni contro la Russia nell’Artico, tutte con l’obiettivo di raggiungere il suddetto risultato. La Russia deve pertanto prepararsi a reagire, altrimenti i suoi avversari saranno incoraggiati a spingersi oltre.

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Nella sua recente intervista, Lavrov ha condiviso alcuni aneddoti interessanti sulla politica russa.

Andrew Korybko6 settembre
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Forse gli aspetti più interessanti sono le previsioni della Russia di una “crisi di sovrapproduzione” in Cina e la sua opposizione ai pedaggi proposti dall’Iran per il transito attraverso lo Stretto di Hormuz.

La recente intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov a RBC è andata ben oltre la solita, in quanto ha condiviso alcuni spunti interessanti sulle politiche del suo paese in merito. Il primo di questi riguardava la rappresentanza non paritaria della Russia nel G8, dove “le questioni più delicate riguardanti la governance del sistema monetario, finanziario e commerciale internazionale sono state discusse dal G7” senza il contributo della Russia “nella maggior parte dei casi”. Ha poi messo in guardia contro “una possibile crisi di sovrapproduzione”.

A suo dire, ciò è dovuto a “ciò che l’Occidente ha fatto alle proprie economie: potrebbe non esserci più un mercato per tutto ciò che la Cina produce. Ma questa è una questione pratica e verrà risolta”. Il successivo dettaglio interessante di Lavrov lasciava intendere che “alcuni elementi di compromesso” concordati da Putin e Trump ad Anchorage riguardavano l’impegno della Russia a non perseguire militarmente le proprie rivendicazioni sull’intera regione di Zaporozhye e Kherson qualora l’Ucraina fosse costretta dagli Stati Uniti a ritirarsi dal Donbass.

Questa interpretazione si basa su quanto affermato da Lavrov, secondo cui “[Trump] ha detto che, in sostanza, rimaneva solo una questione difficile. Mi riferisco a ciò che ormai tutti sanno: la parte della Repubblica Popolare di Donetsk ancora sotto il controllo delle forze armate ucraine”. Ne consegue che gli Stati Uniti non hanno acconsentito a costringere l’Ucraina a ritirarsi dalle regioni di Zaporozhye e Kherson, ma si sono rifiutati di costringerla a ritirarsi dal Donbass. Il suddetto ipotetico scambio di favori potrebbe quindi essere credibile.

In seguito, Lavrov ha espresso la sua opinione secondo cui il Regno Unito “non ha mai avuto alleati permanenti. Gli Stati Uniti non fanno eccezione. Hanno sempre guardato con una certa diffidenza agli anglosassoni che hanno fondato il proprio stato oltreoceano”. Ha poi inaspettatamente elogiato il programma Lend-Lease, dichiarando che “molti storici scrivono che ha svolto un ruolo quasi decisivo nel permetterci di resistere durante il primo anno, fino alla battaglia di Mosca”. La maggior parte dei funzionari russi, tuttavia, tende a minimizzarne l’importanza.

Lavrov è poi passato a parlare di Zelensky, ironizzando sul fatto che stia “superando tutti in astuzia” e “dettando legge per tutti”, ignorando persino le “istruzioni” degli Stati Uniti per reprimere la corruzione. Quanto al conflitto in Ucraina , ha affermato: “Non abbiamo mai vissuto niente di simile nella nostra storia” perché “il fronte collettivo dell’Occidente contro di noi è universale” e “le uniche persone nelle trincee al nostro fianco erano militari nordcoreani. Tutti gli altri sono dall’altra parte”.

In conclusione, Lavrov ha affermato che “nemmeno noi vogliamo che venga introdotta una tariffa (per il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz), ma questo è oggetto di ulteriori discussioni”. Ha inoltre osservato che la divisione del mondo in blocchi dell’intelligenza artificiale guidati da Stati Uniti e Cina è dovuta alle richieste a somma zero degli Stati Uniti nei confronti dei propri partner. Infine, ha ammesso che “forse” “il nostro ‘soft power’ è troppo blando e dovrebbe essere più assertivo”, ma ha aggiunto che la Russia non ha mai imparato a “orchestrare colpi di stato” come ha fatto l’Occidente.

In sintesi, gli spunti più interessanti che Lavrov ha condiviso sulla politica estera russa riguardano probabilmente l’aspettativa di una “crisi di sovrapproduzione” in Cina, il suo accenno ai compromessi raggiunti dalla Russia ad Anchorage, la sua opposizione ai pedaggi di Hormuz e la sua critica al soft power russo. Le parti relative alla Cina e all’Iran sono le più importanti e, si spera, ispireranno i membri della comunità dei media alternativi a discuterne apertamente al fine di comprendere meglio questi aspetti della politica russa.

La storica rivalità russo-svedese sta per riaccendersi nel corso di questo autunno.

Andrew Korybko6 settembre
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La Svezia aiuterà la Finlandia a pattugliare i suoi confini terrestri e marittimi con la Russia.

A maggio, dopo l’intervista rilasciata dall’ambasciatore russo all’agenzia TASS, si è valutato che ” la Finlandia è sulla buona strada per diventare uno dei nemici più ostinati della Russia ” a causa del suo nuovo ruolo nelle operazioni di sorveglianza militare della NATO contro la Russia, della sua rapida militarizzazione e dell’accordo che consente agli Stati Uniti di schierare fino a 15 basi. Da allora, la Finlandia ha modificato la propria legislazione nazionale per consentire l’ospitalità di armi nucleari, rafforzando così la crescente percezione di minaccia da parte della Russia nei confronti della Finlandia, una percezione che non esisteva prima dell’adesione del Paese alla NATO.

La stessa percezione si applica alla Svezia, che ha deciso di aderire al blocco dopo l’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino , e viene ulteriormente rafforzata dall’annuncio, a fine agosto, che la Svezia schiererà aerei e navi da guerra in autunno per aiutare la Finlandia a pattugliare il confine con la Russia. Per contestualizzare, la Finlandia è stata sotto il controllo svedese per oltre 650 anni prima di cadere sotto il controllo russo all’inizio del XIX secolo , quindi ciò che sta per accadere è essenzialmente una sorta di ritorno alla storia.

Secondo l’annuncio, “le unità svedesi potrebbero essere poste sotto il comando finlandese se necessario”, ma il punto cruciale è che Svezia e Russia si troveranno presto l’una contro l’altra lungo il confine finlandese. A posteriori, ciò era prevedibile, dato che si sta formando un blocco vichingo tra le nazioni del Nord Europa. Sebbene la Norvegia avesse previsto di guidarlo grazie alla sua lunga appartenenza alla NATO e al PIL più elevato, la Svezia ha una popolazione maggiore, fondamentali economici più solidi e in passato è stata una grande potenza.

Inoltre, e questo è un aspetto importante, confina con un’ampia porzione del Mar Baltico che la NATO vuole trasformare nel suo cosiddetto “lago”, quindi è naturale che la Svezia intensifichi le sue attività militari nella regione. In un’ottica più ampia, il fronte artico-baltico, sempre più integrato , che la Svezia guiderà di fatto sotto la supervisione degli Stati Uniti e con il sostegno del tradizionale rivale britannico della Russia, costituisce il fronte nord-occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia.

Appena a sud della Svezia si trova la Polonia, che compete con l’Ucraina , sostenuta dalla Germania , per guidare un proprio blocco nell’Europa centro-orientale, e i due fronti di contenimento europei si fonderanno inevitabilmente. Che il risultato sia un’UE militarizzata a guida tedesca, con l’Ucraina che sostituisce la Polonia come leader del fianco orientale della NATO (pur rimanendo formalmente fuori dal blocco ), o un Intermarium guidato dalla Polonia , una cosa è certa: le storiche rivali europee della Russia si stanno alleando contro di essa.

Dal 2022, britannici, francesi e tedeschi sono apparsi alle porte della Russia grazie ai rispettivi dispiegamenti militari regionali; la Polonia ora comanda il più grande esercito europeo della NATO e la Svezia contribuirà presto al pattugliamento del confine finlandese con la Russia. Polonia e Svezia stanno inoltre collaborando più strettamente nel Mar Baltico attraverso esercitazioni congiunte e la costruzione da parte della Svezia di tre sottomarini diesel-elettrici per la Polonia. La minaccia europea combinata per la Russia sta quindi diventando sempre più formidabile.

Guardando al futuro, la Russia dovrebbe concettualizzare questa sfida come una sfida europea sostenuta dagli Stati Uniti, pur riconoscendo i blocchi regionali al suo interno, in particolare il Blocco Vichingo che la Svezia si appresta a guidare con il suo parziale patrocinio militare della Finlandia nel corso di questo autunno. La Russia quasi certamente non si aspettava prima dello speciale un’operazione che avrebbe portato a un nuovo scontro con la Svezia lungo il confine finlandese, ma è proprio quello che sta per accadere, riaccendendo così la loro storica rivalità di diversi secoli fa.

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La nuova e violenta rivalità tra GUR e SBU rappresenta la dinamica politica interna più importante dell’Ucraina.

Andrew Korybko5 settembre
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Entrambe sono strettamente legate alla CIA, ma mantengono anche una certa autonomia, il che significa che la sparatoria della scorsa settimana non è stata necessariamente orchestrata dagli Stati Uniti e potrebbe benissimo essere stata uno sviluppo spontaneo caratteristico delle condizioni entropiche in cui operano.

Le dinamiche politiche interne dell’Ucraina in tempo di guerra sono sempre state oscure, ma finora nessun osservatore obiettivo aveva dubitato dell’esistenza di fazioni all’interno delle sue istituzioni militari, di intelligence, di sicurezza e politiche, né dell’esistenza di rivalità tra di esse, che sono state appena confermate. La scorsa settimana, il GUR e l’SBU, rispettivamente l’intelligence militare e la polizia segreta ucraine, si sono scontrati a fuoco dopo che l’SBU aveva temporaneamente arrestato un neonazista russo la cui milizia opera sotto il patrocinio del GUR.

Ciò ha preceduto un misterioso attacco con droni contro il quartier generale dell’SBU a Kiev, di cui Zelensky ha incolpato la Russia , ma che alcuni, come il popolare duo di podcaster ” Russians With Attitude “, hanno ragionevolmente ipotizzato potesse essere una rappresaglia “plausibilmente negabile” del GUR contro l’SBU. Qualunque sia la verità, la nuova e violenta rivalità tra GUR e SBU segue le brevi proteste su larga scala dell’estate scorsa a sostegno del ministro della Difesa recentemente destituito, proteste che, secondo questa analisi, erano collegate agli Stati Uniti.

La tendenza più ampia riguarda il crescente disprezzo degli ucraini nei confronti di Zelensky a causa dei sospetti di corruzione a suo carico, dopo che molti hanno ipotizzato che l’ indagine in corso sulla cricca al potere, che ha già portato alla caduta del suo “cardinale grigio” Andrey Yermak, lo coinvolga in qualche modo. Non si tratta di “piacere”, come potrebbero ironizzare gli scettici, ma di un’ipotesi ampiamente discussa dalla rivista Foreign Policy , che ha citato un recente sondaggio ucraino che mostra quanto seriamente l’opinione pubblica si sia schierata contro di lui nell’ultimo anno.

Secondo il loro rapporto, “ben il 90% degli ucraini ritiene che la corruzione sia a livelli elevati o estremamente elevati. L’aspetto più significativo e emblematico di questo cambiamento è che quasi il 57% degli ucraini attribuisce a Zelensky la responsabilità della diffusa corruzione, quasi il doppio rispetto a un sondaggio simile condotto da SOCIS nell’aprile 2025. Il sondaggio SOCIS prevede inoltre che tre diversi rivali lo sconfiggerebbero al secondo turno delle elezioni, ciascuno con un margine schiacciante di circa 2 a 1.”

Questo contesto suggerisce che la nuova e violenta rivalità tra GUR e SBU potrebbe essere parte di una lotta di potere preventiva sul futuro politico dell’Ucraina, considerando che l’inevitabile fine del conflitto ucraino , quando e come avverrà , porterà a elezioni a lungo attese. Ancora più interessante è il fatto che sia il GUR che l’SBU siano strettamente legati alla CIA, mentre gli organi anticorruzione ucraini sono ” direttamente controllati ” dagli Stati Uniti, secondo Putin, il che lascia un’impronta americana su tutti questi sviluppi.

Nonostante l’influenza della CIA sul GUR e sull’SBU, queste organizzazioni mantengono una certa autonomia, e l’imprevedibilità e la spontaneità sono caratteristiche delle condizioni entropiche in cui operano. Ciò significa che probabilmente gli Stati Uniti non hanno orchestrato la sparatoria, ma certamente hanno un interesse nella loro rivalità, che i vari elementi del loro “stato profondo” – potenzialmente anche rivali – potrebbero cercare di plasmare attraverso la loro influenza. Lo stesso vale, seppur in misura minore, per gli altri partner stranieri di queste due organizzazioni, come il Regno Unito.

L’esito della rivalità tra GUR e SBU è quindi destinato a determinare in larga misura il futuro politico dell’Ucraina. Potrebbe persino accadere prima della fine della guerra , se una o entrambe le fazioni, emulando il Giappone del periodo tra le due guerre , dovessero perpetrare una serie di assassinii politici, di propria iniziativa o su ordine di uno dei loro protettori stranieri, che potrebbero persino prendere di mira Zelensky se lo percepissero come un sostenitore del rivale. L’unica certezza è che la rivalità tra GUR e SBU rappresenta ora la dinamica politica interna più importante dell’Ucraina.

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Il rapporto del Ministero degli Esteri russo sulla diffusione del neonazismo in Polonia è controverso.

Andrew Korybko5 settembre
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Due degli esempi citati come presunta prova di ciò, vale a dire l’obbligo imposto agli studenti stranieri di imparare la lingua nazionale e l’opposizione all’OUN-UPA, sono anche politiche russe.

Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato un rapporto intitolato ” Sulla situazione relativa all’esaltazione del nazismo, alla diffusione del neonazismo e ad altre pratiche che contribuiscono all’escalation delle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza correlata “. Il capitolo sulla Polonia è controverso a causa di alcuni degli esempi citati. Come prevedibile, menziona la posizione della Polonia sulle origini della Seconda Guerra Mondiale, la demolizione dei monumenti dell’Armata Rossa e il voto contrario alle risoluzioni anti-naziste della Russia all’ONU .

Il presente articolo si limiterà a ricordare ai lettori che la Polonia ha un’interpretazione della storia diversa da quella della Russia e che le risoluzioni sopra menzionate condannano la demolizione dei monumenti dell’Armata Rossa che simboleggiano queste differenze, contestualizzando così il motivo per cui la Polonia vota sempre contro. L’obiettivo non è riaprire tali controversie, bensì richiamare l’attenzione su altri esempi di neonazismo, ecc., che un pubblico più ampio considererebbe ragionevolmente controversi.

Il primo esempio è la Marcia dell’Indipendenza polacca, che si tiene ogni anno. Sebbene in passato vi abbia partecipato una minoranza statisticamente insignificante, che potrebbe essere considerata neonazista, l’evento nel suo complesso rappresenta un’espressione di orgoglio nazionale che tutti i popoli del mondo hanno il diritto di manifestare. Lo stesso vale per l’organizzazione di manifestazioni anti-immigrati. Lo slogan correlato, “La Polonia ai polacchi”, citato nel rapporto, auspica la preservazione dell’omogeneità etno-culturale post-bellica, di cui Stalin fu responsabile, e lui ovviamente non era un nazista.

Nemmeno le politiche anti-immigrazione della Polonia lungo il confine orientale con la Bielorussia sono un esempio di neonazismo. È inoltre ironico che il Ministero degli Esteri abbia citato le critiche della “Fondazione di Helsinki per i Diritti Umani” sull’ostilità polacca verso i migranti, quando lo stesso Ministero ha rilevato nel proprio rapporto che l’organizzazione è bandita in Russia in quanto “indesiderabile”. Allo stesso modo, ci si aspetterebbe che la Russia accogliesse con favore la diminuzione del sostegno polacco ai rifugiati ucraini , ma il rapporto la considera un esempio di neonazismo.

Lo stesso vale per l’obbligo imposto dalla Polonia agli scolari ucraini di imparare il polacco, nonostante la Russia abbia già una politica che impone agli scolari migranti di imparare il russo. La cosa più surreale, tuttavia, è che il Ministero degli Esteri citi un sondaggio secondo il quale quasi tre quarti dei polacchi vorrebbero che Zelensky si scusasse per aver glorificato la Volinia. I responsabili del genocidio a livello statale sono l’OUN-UPA . Questi gruppi sono designati come terroristi dalla Russia, quindi opporsi a loro non è certo una prova di neonazismo.

I due esempi sopra riportati suggeriscono che i diplomatici che hanno redatto la parte polacca del rapporto del loro ministero non siano nemmeno a conoscenza delle politiche russe. Sembra quindi che stessero semplicemente cercando esempi da presentare come prova della loro conclusione, presumibilmente già preconcetta. Se è vero che hanno ingenuamente equiparato due politiche russe al neonazismo, allora significa che ci sono problemi più seri, poiché i loro superiori avrebbero dovuto accorgersi di questi errori prima della pubblicazione.

In definitiva, a prescindere da ciò che si pensi dei noti esempi storico-politici citati nel rapporto del Ministero degli Esteri sulle presunte prove di neonazismo in Polonia, quelli menzionati in questo articolo sono piuttosto controversi. Ciò vale soprattutto per i due esempi che, inavvertitamente, equiparano le politiche russe a questa ideologia. Le critiche costruttive rappresentano una delle forme più sincere di sostegno, quindi si spera che il Ministero degli Esteri, qualora dovesse leggere questo articolo, ne comprenda il significato e adotti i provvedimenti necessari.

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Il nuovo monumento russo dedicato alla guerra del 1945 contro il Giappone simboleggia la loro rivalità tornata a farsi sentire

Andrew Korybko8 settembre
 
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La responsabilità di tutto ciò non è della Russia, bensì degli Stati Uniti, che si sono rifiutati di consentire al loro protettorato giapponese de facto di risolvere la controversia sulle Curili meridionali in conformità con il loro compromesso del 1956, che avrebbe restituito Shikotan e le isole Habomai al controllo di Tokyo.

Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi ha espresso il proprio disappunto riguardo al nuovo monumento russo dedicato alla guerra del 1945 contro il Giappone. Il giornalista irlandese Brian McDonald ha condiviso alcune immagini del monumento per «dare un’idea delle sue dimensioni e della sua posizione prominente affacciata sul fiume Amur» a Khabarovsk. Ha inoltre riferito che «Il soldato, chiamato Ivan dalle autorità locali, è raffigurato mentre distrugge un posto di frontiera su cui è raffigurato un crisantemo, simbolo dell’autorità imperiale giapponese. I funzionari lo hanno descritto come il più grande monumento russo dedicato alla vittoria sul Giappone.»

Il contesto più ampio riguarda il viaggio di Putin a Iturup, una delle quattro isole russe rivendicate dal Giappone, che ha suscitato indignazione a Tokyo. Mentre il massimo esperto russo di Asia, Georgy Toloraya, ha suggerito in un recente articolo che il viaggio di Putin potrebbe innescare una rapida successione di eventi che complicherebbero la sicurezza della Russia, quisi è sostenuto che Putin probabilmente ritenesse che tali sviluppi fossero inevitabili e che, pertanto, abbia cercato di reagire in modo preventivo. Ciò risulta logico alla luce dell’inaugurazione di questo monumento.

Dopotutto, ci vuole tempo per costruire un monumento, quindi si può dedurre che Putin avesse già pianificato, già prima del suo viaggio a Iturup, di attirare maggiore attenzione sul fronte nord-orientale del nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia. Questi sviluppi interconnessi indicano che la Russia è consapevole dei piani di contenimento del Giappone sostenuti dagli Stati Uniti; da qui la riaffermazione da parte di Putin della sovranità russa su Iturup e l’effetto che questo nuovo monumento avrà nel ricordare ai russi la rivalità storica del loro Paese con il Giappone.

Per chi lo avesse dimenticato, la loro rivalità ebbe inizio alla fine del XIXsecolo, dopo che l’espansione della Russia nell’Asia nord-orientale le permise di acquisire influenza sulla regione cinese della Manciuria e sulla Corea, per la quale il Giappone entrò in guerra contro la Cina nel 1894-1895. La guerra russo-giapponese, scoppiata un decennio dopo, rappresentò la prima volta in cui una potenza asiatica sconfisse una potenza europea. Ciò portò ben presto all’annessione della Corea da parte del Giappone e, infine, alla creazione di uno Stato fantoccio in Manciuria. La Russia ottenne la sua rivincita nell’agosto del 1945.

In conformità con quanto concordato a Yalta, l’URSS lanciò l’Operazione Strategica Offensiva in Manciuria, che espulse rapidamente le forze giapponesi dalla Manciuria, dalla metà settentrionale della Corea e dalle zone meridionali di Sakhalin e delle Isole Curili. È proprio questo che commemora il nuovo monumento. Ricordando questo fatto ai russi, il governo li sta delicatamente preparando ad accettare la ripresa della loro rivalità storica con il Giappone, che si prevede caratterizzerà i loro rapporti per un futuro indefinito.

La responsabilità di tutto ciò non è della Russia, bensì degli Stati Uniti, che si sono rifiutati di consentire al loro protettorato giapponese de facto di risolvere la controversia sulle Curili meridionali in conformità con il loro compromesso del 1956, che avrebbe restituito Shikotan e le isole Habomai al controllo di Tokyo. Di conseguenza, questa controversia si è protratta per quasi tre quarti di secolo, diventando così una parte importante dell’identità geopolitica del Giappone e una questione emotivamente delicata per molti dei suoi cittadini. Gli Stati Uniti ora stanno sfruttando questa situazione.

Al Giappone è stato affidato il compito di guidare la progetto AUKUS+ di una rete militare simile alla NATO in tutta l’Asia-Pacifico, e sebbene l’obiettivo primario sia quello di contenere la Cina, ciò rafforzerà anche il fianco nord-orientale del “cordone sanitario” attorno alla Russia, man mano che il Giappone si rimilitarizza e diventa una minaccia sempre più concreta per essa. È quindi perfettamente logico che Putin riaffermi la sovranità della Russia su Iturup e che il governo prepari con delicatezza i russi ad accettare la ripresa della loro storica rivalità con il Giappone.

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Cosa spiega le differenze tra le politiche sui visti adottate da Russia e Unione Europea per i rispettivi cittadini?

Andrew Korybko8 settembre
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Sembra che l’UE abbia qualcosa da nascondere ai cittadini russi, mentre la Russia è totalmente trasparente per qualsiasi europeo che abbia i requisiti per ottenere un visto elettronico in tempi rapidi.

La richiesta del Primo Ministro lettone Andris Kulbergs, a metà agosto, di vietare il rilascio di visti UE a tutti i cittadini russi, ha riportato la questione sotto i riflettori. All’inizio dell’estate, l’UE si era rifiutata di imporre restrizioni più severe sui visti in risposta alla richiesta avanzata dalla Lettonia e da altri dieci Paesi, probabilmente a causa delle posizioni divergenti all’interno del blocco, già discusse qui alla fine del 2022. Tutto ciò ha provocato una risposta da parte di Artem Studennikov, direttore del Primo Dipartimento Europeo del Ministero degli Esteri russo.

A fine agosto , ha dichiarato a Sputnik : “Se gli europei sono così determinati a continuare a darsi la zappa sui piedi limitando i flussi turistici dalla Russia e vietando alle agenzie di viaggio europee di operare sul mercato russo, è una loro scelta. Lasciamo alla loro coscienza il compito di erigere una nuova ‘Cortina di Ferro’ in Europa”. Per completezza, ricordiamo che, mentre i cittadini russi non possono più ottenere visti per ingressi multipli nell’UE dallo scorso novembre, i cittadini dell’UE possono richiedere visti elettronici rapidi per la Russia.

La politica russa di agevolare le visite e i viaggi dei cittadini provenienti da tanti governi ostili è pragmatica. Innanzitutto, permette a quanti più di loro possibile di constatare che la Russia non è sull’orlo del collasso come affermano i media occidentali. Sebbene sia vero che alcune delle nuove restrizioni legate alla sicurezza siano scomode, come la procedura per la registrazione di nuove schede SIM, il blocco dei social media occidentali e la “guerra alle VPN”, possono comunque rendersi conto di essere stati ingannati sulla Russia nel suo complesso.

Il secondo motivo è che questa politica porta più denaro nel paese, soprattutto valuta occidentale, sebbene la quantità di denaro che la maggior parte dei turisti spende sia ancora limitata a causa delle sanzioni che li obbligano a portare contanti. Infine, il terzo motivo per cui questa politica è pragmatica è che alcuni di questi stessi occidentali potrebbero poi decidere di trasferirsi in Russia per studiare o stabilirvisi definitivamente, quest’ultima opzione ora più facile che mai grazie al nuovo visto per valori condivisi offerto dalla Russia .

Per quanto pragmatica sia la politica russa, quella dell’UE è tutt’altro che pragmatica. Un minor numero di russi può visitare comodamente il blocco, rendendo così più difficile per il soft power europeo influenzarli, sebbene questo ostacolo rappresenti ovviamente un vantaggio involontario per il governo russo nel contesto del conflitto ucraino . Di conseguenza, spendono meno denaro nell’UE e, di conseguenza, un minor numero di visite rende meno probabile che prendano seriamente in considerazione l’idea di trasferirsi permanentemente nel Paese, qualora non vi avessero mai soggiornato prima.

In termini di immagine generale, l’UE sembra avere qualcosa da nascondere ai cittadini russi, mentre la Russia è completamente trasparente per qualsiasi cittadino UE idoneo a ottenere un visto elettronico rapido. L’immagine dell’UE è quindi l’esatto opposto di quella che aveva durante la Guerra Fredda, quando il blocco incoraggiava il maggior numero possibile di persone provenienti dall’Est a visitarla. Questa percezione probabilmente non danneggerà gli interessi dell’UE in modo tangibile, nemmeno se dovesse portare a ulteriori restrizioni sui visti per i russi, ma è comunque interessante rifletterci.

Per concludere, la Russia è aperta ai cittadini dell’UE già da diversi anni, mentre per i russi viaggiare nell’UE sta diventando sempre più difficile. La politica russa si basa sul pragmatismo, mentre quella dell’UE è probabilmente un bigottismo mascherato da sicurezza. Dopotutto, la Russia si trova ad affrontare la stessa identica minaccia di spie provenienti da paesi avversari che si infiltrano nel paese sotto la copertura del turismo, eppure i suoi servizi di sicurezza sono sufficientemente competenti da sventare questo fenomeno in modo preventivo. Lo stesso, evidentemente, non si può dire dell’UE.

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I piani dell’Azerbaigian per i droni navali rappresentano una minaccia latente per gli interessi della Russia.

Andrew Korybko9 settembre
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Ciò consentirà al sistema di difendere il corridoio logistico militare NATO guidato dalla Turchia, nell’ambito del progetto TRIPP, attraverso il Mar Caspio, e qualsiasi concreta ripresa del progetto, a lungo discusso, del gasdotto transcaspico.

JAMnews ha riportato la visita del presidente azero Ilham Aliyev al quartier generale della marina militare all’inizio di settembre, durante la quale è stato “informato sullo scopo e sulle specifiche tattiche e tecniche dei veicoli di superficie armati senza equipaggio SALVO (AUSV) e dei veicoli di superficie kamikaze senza equipaggio KAYRA (KUSV)”. Questi veicoli sono prodotti congiuntamente dalla MIRAS, azienda del Ministero della Difesa, e dalla società turca DEARSAN. JAMnews ha sottolineato che non si trattava di una presentazione inedita, ma la visita è stata comunque molto significativa.

Secondo la fonte, “Il cambiamento fondamentale è che ora vengono prodotti in uno stabilimento congiunto in Azerbaigian, e il processo produttivo è stato ufficialmente presentato per la prima volta alla leadership del Paese. Ciò suggerisce che l’Azerbaigian intende andare oltre il semplice acquisto di equipaggiamento militare finito dalla Turchia, puntando alla produzione interna, alla manutenzione e potenzialmente al trasferimento tecnologico”. Il pieno significato strategico di questo sviluppo può essere dedotto dalle osservazioni precedenti.

La produzione congiunta di droni navali tra Azerbaigian e Turchia rappresenta una concreta espansione dell’influenza militare della NATO nel Mar Caspio, a meno di un anno dall’annuncio di Aliyev relativo al completamento dell’adeguamento delle forze armate del suo Paese agli standard del blocco. Il precedente che si è creato potrebbe portare a una produzione congiunta nel settore della difesa con il Regno Unito e l’Ucraina, dopo che l’Azerbaigian ha rafforzato i legami di difesa con il primo lo scorso dicembre e ha poi firmato sei accordi di produzione congiunta con la seconda alla fine di aprile .

Tutto ciò ha fatto seguito all’annuncio, nell’agosto del 2025, del “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ), che servirà al duplice scopo non dichiarato di creare un corridoio logistico militare NATO a guida turca lungo la periferia meridionale della Russia. L’obiettivo finale è che il blocco “sottragga” il Kazakistan , facendo sì che l’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS), sempre più militarizzata, sostituisca gradualmente le funzioni di sicurezza della CSTO a guida russa nel Paese. Ciò richiede un corridoio logistico militare transcaspico complementare.

La componente navale del TRIPP potrebbe anche incoraggiare l’Azerbaigian e il Turkmenistan a sfidare la Russia tentando di costruire il tanto discusso gasdotto transcaspico , ma entrambe le iniziative dovrebbero essere difese, il che ci porta all’argomento di questa analisi. L’unico modo realistico per l’Azerbaigian di farlo è attraverso un massiccio sviluppo di droni navali, frutto di una produzione congiunta con la Turchia e possibilmente con il Regno Unito, l’Ucraina e altri paesi. Un potenziamento navale convenzionale delle dimensioni necessarie richiederebbe troppo tempo.

Per essere chiari, né il TRIPP né la sua componente navale sarebbero puramente militarizzati, ma entrambi dovrebbero essere sfruttati per scopi logistici militari dalla NATO e dall’OTS attraverso esportazioni ibride militari-commerciali. La Russia non ha mezzi per intercettare esportazioni sospette lungo il TRIPP, ma potrebbe fare affidamento su una combinazione di forze aeree (elicotteri) e navali per intercettare quelle in mare, da qui l’importanza di SALVO (che può essere equipaggiato con missili a guida laser e mitragliatrici) e KAYRA per la deterrenza.

I piani dell’Azerbaigian relativi ai droni navali rappresentano quindi una minaccia latente per gli interessi della Russia, consentendole di difendere il corridoio logistico militare NATO guidato dalla Turchia nell’ambito del TRIPP attraverso il Mar Caspio e qualsiasi effettiva ripresa del progetto, a lungo discusso, del gasdotto transcaspico. In precedenza era stato avvertito che ” l’Azerbaigian rischia di mettersi su una rotta di collisione con la Russia simile a quella con l’Ucraina ” e, nonostante la recente normalizzazione dei rapporti, purtroppo sembra che la situazione non sia cambiata, come dimostra il rapido sviluppo del programma di droni navali con il sostegno della Turchia.

L’ultima campagna di allarmismo anti-russo dell’Ucraina è un tentativo di rinnovare la propria immagine.

Andrew Korybko9 settembre
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Il suo ministro degli Esteri vuole far credere che l’Ucraina offra all’UE un valore aggiunto che vada oltre il semplice ruolo di alleato anti-russo, al fine di garantire che il blocco continui a fornire un considerevole sostegno finanziario al suo paese una volta conclusa la fase su larga scala del conflitto con la Russia.

Il ministro degli Esteri ucraino Andrey Sibiga ha sfruttato la provocazione dell’attentato di Lipsia per seminare il panico affermando che “la Russia sta già attaccando attivamente l’Europa” e proponendo tre politiche come “l’ultima possibilità per i governi europei di proteggere i propri cittadini, le proprie economie e le proprie istituzioni democratiche”. Queste politiche prevedono la riduzione al minimo assoluto dei visti d’ingresso per i russi, l’interruzione di tutti gli scambi commerciali con la Russia, la fine di ogni cooperazione culturale con essa, il divieto di tutti i suoi media e la denuncia dei suoi presunti partner corrotti.

La prima proposta è stata discussa a lungo, ma non è ancora stata attuata e potrebbe non esserlo mai, dato che i paesi dell’Europa meridionale non vogliono perdere le entrate derivanti dal turismo russo. Per quanto riguarda la seconda, i paesi dell’UE che ancora importano energia dalla Russia faticano a trovare alternative, soprattutto a causa della crisi energetica globale provocata dalla Terza Guerra del Golfo. Pertanto, non ci si aspetta che adottino questa politica a breve termine, ma resta comunque un obiettivo a lungo termine.

L’ultima proposta di Sibiga, tuttavia, è molto più realistica, pur non avendo nulla a che fare con la sicurezza. Qualsiasi agente dei servizi segreti russi possa operare sotto copertura nei centri culturali del paese è presumibilmente già stato identificato da tempo e monitorato. Espellerli non avrebbe quindi alcuno scopo pratico, dato che presumibilmente non sono in grado di operare liberamente. Lo stesso vale per i loro presunti complici corrotti. Anche vietare i media russi non avrà alcun effetto a meno che l’UE non vieti anche le VPN.

A prescindere dal fatto che l’UE accetti o meno la sua ultima proposta, l’importanza del fatto che lui le abbia condivise tutte e tre risiede nel far apparire l’Ucraina più preziosa per il blocco rispetto al semplice ruolo di alleato anti-russo, ruolo che dal 2022 è costato ai contribuenti europei centinaia di miliardi di dollari. Considerando che il suo ruolo attuale è diventato molto controverso per gli elettori, danneggiando la reputazione politica dei partiti al governo in tutto il continente, Sibiga vuole rinnovare l’immagine dell’Ucraina nella loro mente.

Ciò è suggerito dalle sue parole: “L’Ucraina ha accumulato un’enorme esperienza nel contrastare l’aggressione russa in tutte le sue forme. Siamo pronti a condividere attivamente la nostra esperienza e a svolgere un ruolo cruciale nella protezione della pace e della stabilità in tutto il continente europeo. Siamo aperti a qualsiasi richiesta di cooperazione da parte dei governi europei”. Questo dimostra che le proposte di Sibiga mirano a far credere ad alcuni degli elettori che di recente hanno perso fiducia nell’Ucraina che quest’ultima stia finalmente ripagando in qualche modo l’UE.

Probabilmente è troppo poco e troppo tardi, e qualsiasi appello pubblico da parte di Zelensky per ulteriori miliardi di sostegno potrebbe vanificare il successo che il blando tentativo di riposizionamento dell’immagine di Sibiga potrebbe aver ottenuto. Anche in questo scenario, tuttavia, è possibile che Sibiga e altri continuino a muoversi in questa direzione con l’intento di garantire che l’Ucraina mantenga un considerevole sostegno europeo anche dopo la fine della fase su larga scala del suo conflitto con la Russia . Ciò potrà accadere solo se l’Ucraina verrà percepita come avente un valore superiore al semplice ruolo di alleata anti-russa.

Sarà una dura battaglia per l’Ucraina convincere i politici e gli elettori europei di ciò, dato che in realtà non offre nulla di valore al di fuori del ruolo già menzionato, il cui finanziamento su larga scala diventerà meno urgente una volta terminato il conflitto in corso. Pertanto, tutto ciò che Sibiga e i suoi simili possono fare è cercare di manipolare le loro opinioni con affermazioni simili a quella appena fatta, che mira a presentare l’esperienza ucraina post-Maidan come indispensabile per aiutare l’UE a garantire la propria sicurezza postbellica.

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Interpretazione dell’invito dei talebani agli investimenti americani

Andrew Korybko4 settembre
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Si trattava probabilmente di una mossa preventiva di de-escalation, volta anche a valutare le intenzioni degli Stati Uniti.

Il New York Times (NYT) ha intervistato il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi a Kabul, nell’ambito della sua copertura del quinto anniversario del ritorno al potere dei talebani. Muttaqi ha invitato gli Stati Uniti a riaprire la propria ambasciata e a investire nelle risorse minerarie, nelle dighe e nelle infrastrutture stradali del suo Paese. Ha inoltre dichiarato: “Consideriamo concluso il capitolo della guerra e, d’ora in poi, desideriamo relazioni basate sul rispetto reciproco e su un nuovo capitolo di impegno positivo”. Questa nuova politica richiede un’interpretazione.

Dopotutto, Trump ha ripetutamente chiesto il ritorno delle forze statunitensi alla base aerea di Bagram e, nell’ultimo anno e mezzo del suo secondo mandato, gli Stati Uniti hanno virato verso il nuovo nemico dei talebani, il Pakistan , entrambi fattori che il New York Times ha indicato come possibili ostacoli. I talebani si rifiutano inoltre di restituire le armi e le attrezzature statunitensi lasciate in Afghanistan, negando al contempo di tenere prigioniero un cittadino con doppia cittadinanza afghana e americana. Il Dipartimento di Stato ha quindi prevedibilmente comunicato al New York Times che le relazioni bilaterali non saranno normalizzate.

Due degli esperti intervistati dal NYT hanno fatto riferimento alla politica estera di Trump 2.0, orientata al business; ecco perché alcuni potrebbero essere sorpresi dal fatto che il Dipartimento di Stato abbia respinto la normalizzazione dei rapporti bilaterali come contropartita per un presunto accesso privilegiato alle ricchezze di minerali delle terre rare dell’Afghanistan. Questo dimostra che la geostrategia, non la geoeconomia, sta attualmente determinando la politica di Trump 2.0 nei confronti dell’Afghanistan. Curiosamente, però, con i talebani accade il contrario. Ecco tre brevi note informative:

* 2 luglio: “ Analisi dell’ultimo briefing della Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’Afghanistan ”

* 19 luglio: “ Lavrov ha avvertito che armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan ”

* 16 agosto: “ Cinque riflessioni sul quinto anniversario del ritorno al potere dei talebani ”

In sintesi, il Pakistan sta passivamente agevolando il flusso di armi all’ISIS-K nell’ambito della sua guerra non dichiarata contro l’Afghanistan, che gli Stati Uniti approvano discretamente come mezzo per fare pressione sui talebani affinché si conformino alle loro richieste. Se i talebani venissero indeboliti o deposti, potrebbero non recuperare mai più la loro forza di un tempo, poiché il loro storico protettore pakistano li ha tagliati fuori e il loro nuovo partner tecnico-militare russo non è in grado di sostituire il supporto multiforme che Islamabad forniva in precedenza.

Il risultato finale potrebbe essere la ri-sottomissione dell’Afghanistan, ma questa volta come stato satellite degli Stati Uniti e del Pakistan, che fungerebbe da trampolino di lancio per espandere la loro influenza militare ed economica in Asia centrale, in linea con la dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0 volta a contrastare l’influenza russa. La Turchia è già pronta a fare lo stesso da ovest attraverso la “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025, che funge anche da corridoio logistico militare della NATO , quindi l’effetto combinato potrebbe essere profondo.

Considerate le gravi conseguenze strategiche che si verificherebbero se Stati Uniti e Pakistan riuscissero a riassoggettare l’Afghanistan, è comprensibile la logica che ha spinto Trump 2.0 a rifiutare l’opportunità offerta dai talebani di sfruttare le risorse di terre rare. Il gruppo ha probabilmente agito in questo modo come mossa preventiva di de-escalation, al fine di valutare le intenzioni degli Stati Uniti, ora chiarissime. In prospettiva, si prevede pertanto un aumento della pressione congiunta tra Stati Uniti e Pakistan sull’Afghanistan, il che potrebbe portare a un rafforzamento dei legami tecnico-militari tra Russia e talebani.

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Il massimo esperto russo di Asia ha criticato in modo costruttivo il viaggio di Putin a Iturup.

Andrew Korybko6 settembre
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Le critiche costruttive alla politica estera russa sono estremamente rare in Russia, soprattutto tra esperti come Toloraya, che sono tra i massimi esperti del settore.

Non è un’esagerazione definire Georgy Toloraya, che vanta numerosi riconoscimenti tra cui la direzione del Centro per la strategia russa in Asia presso l’Istituto di Economia dell’Accademia Russa delle Scienze, il massimo esperto russo di Asia. È quindi di grande importanza che abbia criticato in modo costruttivo le recenti tensioni tra Russia e Giappone, scaturite dalla visita senza precedenti di Putin a Iturup, una delle quattro isole rivendicate da Tokyo , nella sua ultima analisi per il prestigioso think tank russo Valdai Club.

Toloraya ha esordito con una previsione audace: “È del tutto possibile che gli storici del futuro faranno risalire l’emergere di una nuova configurazione geopolitica in Asia proprio a questo evento”. Ha poi spiegato che “se Washington interpreta il cambiamento di approccio della Russia nei confronti del Giappone non come un episodio isolato, ma come la prova dell’intento di Mosca di affermare il proprio status di ‘grande potenza del Pacifico’, potrebbe benissimo rispondere alla sfida proprio su quel piano”. A quel punto potrebbe seguire un’escalation in dieci fasi, volta a rimodellare radicalmente la sicurezza regionale.

Ha descritto la sequenza come segue: “1. Proteste diplomatiche; 2. Nuove sanzioni; 3. Intensificazione delle attività di ricognizione intorno alle isole Curili; 4. Esercitazioni militari giapponesi a Hokkaido; 5. Esercitazioni congiunte USA-Giappone; 6. Aumento della presenza navale americana; 7. Schieramento di nuovi missili giapponesi a lungo raggio; 8. Schieramento temporaneo di sistemi d’attacco americani; 9. Presenza missilistica statunitense permanente. Tensioni per la sicurezza nell’Asia nord-orientale”, con il suo ultimo punto che alludeva alla potenziale nuclearizzazione del Giappone.

Questo autorevole studioso della “Strategia russa in Asia” concluse che, “dal punto di vista della politica russa nell’intera regione Asia-Pacifico, il precedente modello ‘multipolare’ – in cui la Russia aveva la possibilità di ‘bilanciare’ la sua dipendenza dalla Cina attraverso le relazioni con altri centri di potere, come il Giappone e la Repubblica di Corea – è stato ormai definitivamente distrutto”. Toloraya predisse quindi che ciò avrebbe potuto accelerare la formazione di blocchi USA-Giappone-Corea del Sud e Russia-Cina- Corea del Nord .

Le sue ultime parole furono che “avendo acquisito peso strategico nella regione Asia-Pacifico, la Russia potrebbe perdere terreno nello spazio di manovra diplomatica disponibile. Nell’attuale fase del conflitto globale, un simile ‘compromesso’ sembrerebbe giustificato, ma la diplomazia asiatica è abituata a pensare su orizzonti temporali molto più lunghi. È essenziale evitare di creare l’impressione di una gamma di opzioni sempre più ristretta per la Russia e continuare a riaffermare la sua reputazione di partner affidabile e prevedibile nel lungo periodo”.

Le critiche costruttive alla politica estera russa sono eccezionalmente rare in Russia, soprattutto tra esperti come Toloraya, che sono tra i massimi esperti del settore. Il sottotesto della sua analisi può essere interpretato come un suo rammarico per il viaggio di Putin a Iturup, a causa delle profonde conseguenze strategiche che prevede ne deriveranno. Con tutto il rispetto dovuto, la sua analisi non esclude la possibilità che Putin creda che tali processi siano inevitabili, il che è ragionevole considerando i piani degli Stati Uniti per l’Asia.

In sintesi, l’obiettivo è quello di costruire una rete militare simile alla NATO, che potremmo definire AUKUS+ , di cui i lettori possono trovare maggiori informazioni nell’analisi precedente, a cui si fa riferimento tramite il link. Questa strategia si basa su quanto affermato dal Sottosegretario alla Guerra per le Politiche, Elbridge Colby, all’inizio di agosto, prima del viaggio di Putin. Potrebbe quindi darsi che Putin abbia deciso di visitare Iturup, nell’ambito del suo viaggio programmato nell’Estremo Oriente russo, per segnalare di essere a conoscenza dei piani degli Stati Uniti e di star reagendo preventivamente.

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L’Asia meridionale potrebbe precipitare in una grave guerra regionale se il Bangladesh aderisse alla NATO islamica.

Andrew Korybko5 settembre
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Qualsiasi risposta transfrontaliera dell’India al Pakistan o al Bangladesh, a seguito del loro sostegno a gruppi terroristici separatisti rispettivamente sul fianco occidentale o orientale del paese, potrebbe scatenare una guerra su due fronti che potrebbe facilmente sfuggire al controllo e rappresentare di conseguenza una minaccia esistenziale per tutti e tre.

A fine agosto, il principale consigliere per la politica estera del nuovo Primo Ministro del Bangladesh, Tarique Rahman, ha dichiarato ai media locali che “il Bangladesh mantiene un atteggiamento positivo nei confronti della possibilità di aderire a un quadro economico o di difesa che coinvolga Arabia Saudita, Pakistan e Turchia”. La potenziale adesione del Paese alla NATO islamica, composta dai tre Paesi musulmani sopracitati, rimodellerebbe la sicurezza dell’Asia meridionale in modi che aumenterebbero il rischio di una guerra regionale di vasta portata.

Dal cambio di regime dell’estate 2024, sostenuto dagli Stati Uniti, il Bangladesh ha subito un’accelerazione del processo di “pakistanizzazione”: l’islam politico è tornato in primo piano nella vita socio-politica, l’ultranazionalismo si è diffuso in tutto il paese e l’esercito ha riacquistato un ruolo preminente nella società. Parallelamente, la leadership ad interim ha preso in considerazione la ripresa del precedente sostegno pakistano ai terroristi-separatisti nel nord-est dell’India, il che potrebbe scatenare una guerra aperta tra il Bangladesh e l’India.

Dal punto di vista dei nazionalisti al potere, la rinascita delle cause sopra menzionate potrebbe rafforzare il loro consenso interno, parallelamente alla “vendetta” contro l’India per presunti torti subiti. Se il Bangladesh aderisse alla NATO islamica, qualsiasi risposta transfrontaliera indiana al terrorismo sostenuto da Dacca nel nord-est dell’India potrebbe innescare una guerra su due fronti con il Pakistan e viceversa per quanto riguarda qualsiasi risposta transfrontaliera indiana al terrorismo sostenuto da Islamabad nel Kashmir. Ecco cinque brevi note di contesto:

* 22 dicembre 2024: “ Una mappa provocatoria condivisa dall’assistente speciale del leader del Bangladesh avanzava rivendicazioni all’India ”

* 1 aprile 2025: “ Il Bangladesh ha piani di integrazione regionale o di guerra ibrida per l’India nord-orientale? ”

* 5 maggio 2025: ” Il Bangladesh ci riprova con un’altra rivendicazione territoriale ‘plausibilemente negabile’ nei confronti dell’India “

* 2 novembre 2025: “ La continua ‘pakistanizzazione’ del Bangladesh rappresenta una minaccia crescente per l’India ”

* 13 febbraio 2026: “ Il ritorno al governo nazionalista in Bangladesh probabilmente aggraverà ulteriormente le tensioni con l’India ”

Gli osservatori dovrebbero ricordare che l’India non nutre alcuna rivendicazione territoriale sul Bangladesh e, di conseguenza, non rappresenta una minaccia credibile per esso. Tutto ciò che l’India desidera dal Bangladesh è un vicino stabile, prevedibile e responsabile che non permetta che il suo territorio venga utilizzato da terroristi-separatisti anti-indiani sostenuti dal Pakistan. L’India desidera inoltre un Bangladesh amico che faciliti gli scambi commerciali tra l’India continentale e il suo nord-est, il che sarebbe reciprocamente vantaggioso e rafforzerebbe la loro complessa interdipendenza economica.

Al contrario, i nazionalisti al governo del Bangladesh credono che l’India voglia subordinare politicamente il loro paese, il che li predispone a riprendere il loro sostegno ai terroristi-separatisti anti-indiani in coordinamento con il Pakistan. Il Pakistan ha perfezionato l'”arte” di condurre un’azione ibrida “plausibilmente negabile”. Le guerre contro l’India potrebbero insegnare molto al Bangladesh su come aprire un secondo fronte di guerra ibrida efficace sul fianco orientale dell’India, a complemento di quello esistente (ma recentemente represso) sul fianco occidentale.

In tale scenario, l’India si troverebbe sulla difensiva, impegnata in una prolungata “guerra di logoramento” che farebbe fatica a vincere a meno che non costringesse almeno uno degli stati sostenitori di questi fronti a ritirarsi da questa guerra ibrida. Tuttavia, se a quel punto avessero già stipulato un patto di mutua difesa, potrebbe scoppiare una grave guerra regionale. L’adesione del Bangladesh alla NATO islamica potrebbe quindi rappresentare una minaccia esistenziale non solo per l’India, ma anche per il Bangladesh stesso e per il suo alleato pakistano; pertanto, il Bangladesh dovrebbe riconsiderare il proprio interesse ad aderire a questo blocco.

La storica vittoria dell’AfD provoca un’ondata di “sconcerto” nell’establishment tedesco, di Simplicius

La storica vittoria dell’AfD provoca un’ondata di “sconcerto” nell’establishment tedesco

Simplicius 8 settembre
 
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Ieri sera il partito tedesco AfD, spesso oggetto di critiche, ha ottenuto una vittoria schiacciante e storica. Molti stanno già minimizzando l’importanza di questa vittoria, dato che la Sassonia-Anhalt è tecnicamente uno degli Stati più piccoli e meno influenti della Germania. Ma c’è molto di più dei semplici numeri, poiché questa vittoria segna una svolta non solo nella politica tedesca ma anche in quella europea e consolida il graduale declino della classe dirigente globalista che da decenni cerca disperatamente di impedire ai movimenti populisti di arrivare al potere, in particolare utilizzando il “Brandmauer” o “firewall” per reprimere la cosiddetta estrema destra.

La distruzione di questo firewall rappresenta un evento storico, anche se dovesse avvenire per mano di uno Stato apparentemente così insignificante.

Naturalmente, ci sono anche altre critiche. L’AfD è vista da molti come una sorta di cavallo di Troia, un partito tedesco “MAGA” guidato da una donna lesbica, Alice Weidel. Ciononostante, rappresenta una notevole perdita di potere per le élite e una svolta che abbatte una sorta di barriera psicologica, il che non farà altro che dare slancio ad altri partiti anti-establishment, di “estrema destra” o populisti in tutta Europa.

Un altro effetto secondario della vittoria è che ha costretto l’establishment tedesco al potere a riconsiderare le proprie politiche più impopolari, come quelle in materia di immigrazione, per adeguarsi a un contesto in netto mutamento.

Merz ha espresso il proprio “profondo sconcerto” per il risultato elettorale, prevedendo che esso avrà ripercussioni significative sulla Germania nel suo complesso:

L’AfD, tuttavia, è rimasta a soli tre seggi dalla “maggioranza assoluta” che le avrebbe consentito di governare lo Stato da sola. Alcuni commentatori hanno segnalato alcune gravi “anomalie” relative al confronto tra voti per corrispondenza e voti espressi di persona. Proprio come nelle elezioni americane del 2020, caratterizzate da gravi irregolarità, tutti i partiti tranne l’AfD sarebbero stati accusati di aver ottenuto un numero sproporzionato di voti per corrispondenza:

Lord Bebo@MyLordBebo ANOMALIA NEL VOTO PER CORRISPONDENZA: ALCUNI PARTITI HANNO REGISTRATO UN NUMERO MAGGIORE DI SCHEDE PER CORRISPONDENZA NEL 2026 RISPETTO A QUANTO AVVENUTO DURANTE I LOCKDOWN DEL COVID. Questo non ha senso. Perché mai un numero maggiore (o uguale) di persone dovrebbe ricorrere al voto per corrispondenza rispetto a quanto avvenuto durante l’isteria e i lockdown del COVID? È logico che meno persone ricorrano al voto per corrispondenza…Lord Bebo @MyLordBebo ANOMALIA NEL VOTO PER CORRISPONDENZA: TUTTI I PARTITI, TRANNE L’AfD, HANNO OTTENUTO PIÙ VOTI PER CORRISPONDENZA CHE VOTI DI PERSONA! Agli elettori dell’AfD non piace la posta? Ma dai. Come è possibile che tutti gli altri partiti abbiano ricevuto più voti per corrispondenza che voti in persona, e con un margine così ampio? Se eliminassimo i voti per corrispondenza11:27 · 7 settembre 2026 · 37,7K visualizzazioni56 risposte · 381 condivisioni · 1,31K Mi piace

Forse qualcuno potrebbe obiettare che i sostenitori dell’AfD sono più “all’antica” e preferiscono votare di persona, come ha suggerito un utente:

Si può spiegare gran parte di tutto questo senza ricorrere a espedienti.

L’AfD invita i propri elettori a recarsi alle urne. Gli elettori per corrispondenza sono più anziani, più urbani, con un livello di istruzione più elevato. L’ondata del 2026 è stata costituita da ex astenuti ed ex elettori della CDU che votavano solo il giorno delle elezioni.

Questo continua a minare la fiducia. Si ottengono due schede elettorali valide, due Germanie, un unico risultato.

Ma questo può davvero spiegare tali disparità, come si vede in questo grafico?

comazo – Amore per la patria@comazo2@MyLordBebo Ecco un grafico che mostra le differenze tra il voto per corrispondenza e il voto in persona8:35 · 7 settembre 2026 · 51.000 visualizzazioni4 risposte · 27 condivisioni · 216 Mi piace

Certo, questo tipo di partiti populisti e anti-establishment spesso criticano il voto per corrispondenza e invitano espressamente i propri sostenitori a recarsi alle urne di persona. Tuttavia, ciò non può che suscitare grande stupore, soprattutto quando le disparità sono così evidenti e sbilanciate proprio in una direzione “prevedibile”, come sembra sempre accadere.

La vittoria dell’AfD segna un’altra importante pietra miliare: il fatto che il partito al governo scenda per la prima volta sotto il 20% a livello nazionale, il che mette in prospettiva le dimensioni cosiddette “irrilevanti” della Sassonia-Anhalt e indica un cambiamento più ampio che sta investendo la Germania:

Link

Una delle ragioni, ovviamente, è legata alla diffusa insoddisfazione della popolazione nei confronti del governo federale, come emerge da sondaggi come quello riportato di seguito, che mostra un’insoddisfazione pari all’88%:

Link

Nel frattempo, l’AfD ha registrato un’impennata di consensi in molti altri Länder:

Xavi Ruiz@xruiztruL’AfD sta raggiungendo livelli di consenso senza precedenti in Germania. Dopo aver ottenuto il 43,8% in Sassonia-Anhalt, nei sondaggi registra percentuali vicine o superiori al 40% anche in Sassonia e in Turingia. La sua ascesa è più marcata nell’est del Paese, ma il crescente sostegno negli Stati occidentali dimostra che la sua influenza si sta espandendo.12:12 · 7 settembre 2026 · 23,5K visualizzazioni20 risposte · 56 condivisioni · 368 Mi piace

L’establishment è in preda al panico morale, con i media mainstream che sfoderano le solite tattiche allarmistiche sull’ascesa della cosiddetta “estrema destra”, una definizione ritenuta pretestuosa dalla maggior parte delle persone quando si parla dell’AfD:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/sep/07/afd-vittoria-in-germania-estrema-destra-europa-democrazia

L’articolo sopra riportato sottolinea che i partiti di estrema destra stanno iniziando a dominare in tutta Europa e che la formazione di coalizioni e le tattiche volte a creare barriere artificiali non funzionano più come un tempo

Sebbene la Sassonia-Anhalt, e la Germania orientale in generale, rappresentino un caso estremo, esse riflettono tendenze simili nel resto dell’Europa. I partiti di estrema destra stanno acquisendo sempre più forza, mentre i vecchi partiti dominanti sono decimati e i sistemi partitici frammentati. Di conseguenza, la formazione di coalizioni sta diventando sempre più complicata, in particolare se si vuole tenere l’estrema destra lontana dal potere. In molti paesi, province e città, la maggior parte dei partiti democratici è costretta a governare insieme per escludere l’estrema destra. Ciò porta spesso a coalizioni inefficienti e instabili, che a loro volta alimentano un’ulteriore insoddisfazione politica e il sostegno all’estrema destra.

Egli sottolinea un punto importante già menzionato da altri esperti: la vittoria dell’AfD costringerà i partiti al governo a un continuo indebolimento, poiché non avranno altra scelta che allearsi tra loro, finendo così per fare proprie le politiche peggiori e più impopolari degli altri.

Come ha giustamente sottolineato il seguente commentatore:

Dries Van Langenhove@DVanLangenhoveI risultati elettorali in Germania sono perfetti. Se la CDU vuole impedire all’AfD di arrivare al potere, dovrà formare una coalizione con TUTTI gli altri partiti, compresi i comunisti di estrema sinistra. Ora sarà ancora più evidente a tutti che c’è solo una vera scelta: la riemigrazione o…20:29 · 7 settembre 2026 · 12,8K visualizzazioni21 risposte · 113 condivisioni · 1,1K Mi piace

Nota di:

I risultati elettorali in Germania sono perfetti.

Se la CDU vuole impedire all’AfD di arrivare al potere, dovrà formare una coalizione con TUTTI gli altri partiti, compresi i comunisti di estrema sinistra.

Ora sarà ancora più evidente a tutti che esiste una sola vera scelta: la riemigrazione o la sostituzione.

I partiti di centro-destra (come la CDU) sono ora costretti a dimostrare a tutti di far parte dello schieramento della sostituzione insieme ai globalisti e ai comunisti.

Per noi era ovvio fin dall’inizio, ma non bisogna mai sottovalutare fino a che punto le masse siano state indottrinate e accecate. Per molti di loro, questa sarà una rivelazione.

Il centro-destra firmerà ora la propria condanna a morte schierandosi con l’estrema sinistra, oppure si frammenterà e verrà assorbito dall’estrema destra.

Ma nonostante sia una veemente apologia dell’euro-liberalismo dell’establishment, che ci è ostilel’articolo solleva in realtà alcuni punti validi. In particolare, il fatto che la gente abbia iniziato ad allontanarsi dai partiti della classe dirigente perché i loro leader politici hanno esaurito le idee valide per migliorare concretamente la società e la vita dell’uomo comune:

A peggiorare le cose, la maggior parte dei politici tradizionali ha accettato di essere impopolare e cerca di rimanere al potere sostenendo di rappresentare il male minore e mobilitando la gente ad andare a votare contro l’estrema destra. In definitiva, questa situazione è insostenibile. Se i partiti democratici non elaboreranno programmi elettorali stimolanti su ciò che intendono realizzare una volta al governo, i democratici liberali si rifiuteranno di andare a votare e l’estrema destra otterrà la maggioranza dei voti – anche se rappresenta solo una minoranza della popolazione.

L’elaborazione di tali programmi richiederà realismo da parte dei politici…

Uno dei problemi emblematici di questo tipo di analisi, tuttavia, è l’insensata richiesta di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” come soluzione alle questioni. L’autore prosegue esortando a concentrarsi maggiormente su una gestione di bilancio più equa, sulla spesa pubblica, sulle misure per l’edilizia abitativa e così via. Ciò non ha alcun senso se si continua a sostenere la posizione dell’establishment europeo, fortemente favorevole alla guerra contro la Russia, alla militarizzazione e all’iniziativa volta a rendere la Germania la potenza militare più forte dell’UE, ecc. Non si può avere tutto: proprio quelle stesse politiche sostenute dai radicali di sinistra europea come l’autore sono le stesse che impediscono la possibilità di elaborare bilanci ragionevoli, occuparsi dell’edilizia popolare e risanare la spesa pubblica.

Lo ha sottolineato la stessa Alice Weidel: «La Germania è di fatto in bancarotta.»

L’attenzione concentrata sulla guerra contro la Russia ha distrutto l’economia tedesca. Ancora una volta: non si può avere tutto, come immagina l’opinionista irrimediabilmente idealista. L’«antidoto» ai mali della Germania è esso stesso intriso proprio del veleno che sta uccidendo la nazione.

Questa settimana Volkswagen ha annunciato la chiusura di altri quattro stabilimenti:

https://www.washingtontimes.com/news/2026/sep/3/consiglio-di-amministrazione-volkswagen-approva-il-taglio-di-50.000-posti-di-lavoro-e-la-cessazione-della-produzione-4/

FRANCOFORTE, Germania — Il consiglio di amministrazione di Volkswagen ha approvato giovedì un piano di riduzione dei costi di ampia portata che prevede il taglio di 50.000 posti di lavoro, il ridimensionamento della gamma di modelli dell’azienda della metà e la cessazione della produzione automobilistica in quattro stabilimenti tedeschi.

A proposito, qualcuno ha mai riflettuto sull’ironia dell’ultima follia autodistruttiva della Germania? Il Paese ha accusato la Russia di terrorismo su larga scala in relazione agli “incidenti” con i droni negli aeroporti tedeschi, ignorando al contempo il vero e proprio atto terroristico comprovato compiuto dall’Ucraina con la distruzione del Nord Stream, che ha di fatto paralizzato l’intera economia tedesca.

Ora la situazione sta chiaramente peggiorando per l’establishment europeo. Le elezioni presidenziali francesi si terranno l’anno prossimo e, secondo tutti gli ultimi sondaggi, Marine Le Pen è già la grande favorita:

Link

Allo stesso modo, nel Regno Unito, il partito Reform di Nigel Farage è balzato in testa nei sondaggi nazionali e, sebbene le elezioni generali non si terranno prima del 2029, lo stesso Farage ritiene che possano tenersi nel giro di alcuni mesi:

Politico – Europa@POLITICOEuropeNigel Farage ha un obiettivo principale: convincere gli elettori di essere pronto ad assumere la carica di primo ministro britannico in occasione di elezioni che, secondo lui, potrebbero tenersi già tra pochi mesi.politico.euNigel Farage vuole diventare un uomo di Stato di livello mondiale. Per prima cosa deve prendere le distanze da Trump. 7:48 · 6 settembre 2026 · 11,3 mila visualizzazioni2 risposte · 2 condivisioni · 13 Mi piace

L’articolo di Politico EU riporta:

Nigel Farage ha un obiettivo prioritario: convincere gli elettori di essere pronto ad assumere la carica di primo ministro britannico in vista di elezioni che, secondo lui, potrebbero tenersi già tra pochi mesi.

Farage ritiene che la grave crisi del governo costringerà a indire una sorta di elezioni anticipate entro il prossimo anno, momento in cui potrebbe arrivare al potere.

Sebbene ciò possa non essere particolarmente probabile, la tendenza in Europa è chiara. I partiti “populisti”, euroscettici e di “estrema destra” stanno lentamente prendendo il sopravvento, gettando nel panico i globalisti, che si affannano a escogitare nuovi stratagemmi e truffe per mantenere il potere ancora per un po’. Questa tendenza è chiaramente il motivo per cui Putin rimane così particolarmente fiducioso riguardo all’Ucraina: sa infatti che, fintanto che la Russia riuscirà a mantenere l’equilibrio economico mentre porta avanti gradualmente la propria campagna militare, le basi di sostegno dell’Ucraina in Europa crolleranno e non resterà quasi più alcuna resistenza.

Il tempo non è più dalla parte dei globalisti, e qualsiasi nuova misura a metà strada che adottino per guadagnare tempo non fa altro che minare ulteriormente le loro stesse piattaforme, mettendo in luce quanto le loro politiche precedenti siano state gravi errori. I partiti della classe dirigente si trovano ora in una vera e propria situazione di zugzwang, incapaci di compiere qualsiasi mossa che non sia dannosa per la loro stessa esistenza: più erigono un «cordone sanitario» contro i partiti di «estrema destra» ora in ascesa, più mettono a nudo sia la propria irrilevanza che la propria malevolenza. Se aprono le porte alla formazione di coalizioni, finiscono per annacquare le proprie politiche radicali – che possono funzionare solo se espresse in tutta la loro forza radicale – oltre ad assorbire i tratti peggiori gli uni degli altri, a scapito della loro immagine pubblica e del loro capitale politico.

In breve: ora sono con le spalle al muro e non hanno via di scampo. Esistono alcuni precedenti citati di un sottile smantellamento di un movimento “di estrema destra” nascente. La Danimarca ci è riuscita con successo nei primi anni 2000, dopo che i partiti al governo avevano adottato alcune delle posizioni anti-immigrati del partito «di linea dura» DF, indebolendo così il crescente predominio del DF. Ma quelli erano tempi diversi: il globalismo non era ancora stato smascherato come causa dell’impoverimento dell’intero continente in misura pari a quella dell’attuale periodo di crisi.

È quasi impossibile che l’attuale schiera di leader fantoccio – alcune delle peggiori caricature della storia – come Merz e compagni riesca a ribaltare la situazione; agli occhi della gente hanno semplicemente perso ogni legittimità.


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AfD contro il partito unico _ di Constantin von Hoffmeister – Perché l’AfD vince, di Cristopher Caldwell

AfD contro il partito unico

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Constantin von Hoffmeister6 settembre
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In Sassonia-Anhalt, l’AfD ha vinto le elezioni con un margine che un tempo avrebbe risolto qualsiasi controversia su chi dovesse governare. Secondo le ultime proiezioni, il partito ha ottenuto il 44% dei voti, più del doppio rispetto al 2021. La CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito della cancelliera Merz) è crollata dal 37,1% al 17,8%. L’SPD (Partito Socialdemocratico) ha raggiunto il 9,1%, la Sinistra l’8,8% e i Verdi l’8,7%. L’Alleanza Sabra Wagenknecht (BSW) ha superato la soglia di sbarramento con il 5,1%, mentre l’FDP (Partito Liberale Democratico, di orientamento libertario) è uscito dal parlamento regionale con il 2,4%. L’AfD ha quindi chiuso con oltre ventisei punti percentuali di vantaggio sul suo principale rivale e ha ottenuto quasi tanti voti quanti CDU, SPD, Verdi e Sinistra messi insieme. Tuttavia, non avendo raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, i partiti che ha sconfitto potrebbero ancora impedirle di entrare al governo. Le elezioni hanno prodotto un vincitore indiscusso, ma il sistema partitico tedesco potrebbe rifiutarsi di accettare il significato politico del risultato.

I numeri svelano la vera struttura della politica tedesca. Sulla carta, la Germania ha molti partiti. In pratica, ha due schieramenti politici: l’AfD e tutti gli altri. CDU, SPD, Verdi e Sinistra usano colori, slogan e manifesti elettorali diversi, ma quando l’ordine costituito viene minacciato, si stringono a fazione. Le loro dispute riguardano le cariche, i bilanci e la velocità con cui le politiche comuni dovrebbero essere attuate. Sulle questioni fondamentali – immigrazione di massa, trasferimento del potere a Bruxelles, sanzioni contro la Russia, programma climatico, radiotelevisione pubblica, sorveglianza politica ed esclusione dell’AfD – la direzione rimane la stessa. I governi passano da guidati da SPD a guidati da CDU e viceversa, mentre le politiche procedono sempre nella stessa direzione. L’elettore può cambiare il conducente, ma il veicolo non cambia direzione.

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La prossima lotta per il governo della Sassonia-Anhalt lo dimostrerà chiaramente. Le proiezioni attuali attribuiscono all’AfD 39 degli 83 seggi del parlamento regionale. La CDU ne ha 16, mentre l’SPD, i Verdi e Sinistra ne hanno otto ciascuno. Il BSW detiene i restanti quattro seggi. Insieme, CDU, SPD, Verdi e Sinistra hanno solo 40 seggi, due in meno dei 42 necessari per la maggioranza. Avranno quindi bisogno del BSW, sia come quinto partner formale, sia come sostenitore esterno di un governo di minoranza guidato dalla CDU. Il risultato probabile è un governo di “muro di fuoco” che si estende dalla CDU, nominalmente conservatrice, alla Sinistra post-comunista, con il BSW che fornisce i voti o le astensioni finali necessari per mantenerlo in vita. I partiti lo definiranno una difesa della democrazia. In parole povere, significa che cinque partiti potrebbero unirsi per impedire il potere al partito che ha ottenuto il 44% dei voti e ha sconfitto la CDU con un margine di oltre due a uno.

La CDU si troverà al centro di questo scenario e il suo comportamento dissiperà ogni dubbio sulla sua vera natura. Un partito conservatore considererebbe una vittoria schiacciante dell’AfD come una richiesta di cambio di rotta su immigrazione, energia, sovranità nazionale, istruzione e ordine pubblico. La CDU, invece, cercherà il sostegno dell’SPD, dei Verdi, di Sinistra e forse anche del BSW, per poter continuare a governare dopo aver perso più della metà dei suoi elettori. Un partito disposto a dipendere dalla Sinistra per reprimere una rivolta elettorale conservatrice non può onestamente definirsi conservatore. La CDU è ormai un partito di estrema sinistra travestito da conservatore. La sua funzione è quella di impedire alla destra tedesca di salire al potere, conferendo al contempo alle politiche di sinistra una parvenza di rispettabilità borghese. Offre il linguaggio dell’ordine durante le campagne elettorali e il programma della sinistra una volta contati i voti.

Ecco perché la parola “democrazia” ha assunto un significato così strano in Germania. L’AfD può partecipare alle elezioni, ma non può esercitare il potere dopo averle vinte. I suoi elettori possono partecipare, a condizione che il loro voto non influisca sulla composizione del governo. Più l’AfD cresce, più grande deve diventare il blocco di opposizione. Gli ex nemici si riconciliano da un giorno all’altro. La CDU può governare con i Verdi, l’SPD può sostenere la CDU, la Sinistra può salvare entrambi e il BSW può fornire i voti decisivi. I principi considerati sacri prima delle elezioni diventano negoziabili dopo. L’unico principio fisso è che l’AfD deve rimanere fuori. Il muro di protezione non difende la democrazia dall’estremismo. Protegge i partiti consolidati dalla competizione elettorale.

Il BSW ora detiene la posizione decisiva. La candidata del BSW, Claudia Wittig, ha escluso la semplice elezione del candidato dell’AfD Ulrich Siegmund o del candidato della CDU Sven Schulze alla carica di ministro-presidente della Sassonia-Anhalt, pur lasciando aperta la porta alla cooperazione con l’AfD su singole misure. Ha affermato che le decisioni dovrebbero essere prese in base alla sostanza e ha definito “completamente antidemocratico” escludere totalmente l’AfD dal governo dopo un simile risultato. Questa posizione è più onesta di quella assunta dagli altri partiti, ma non è sufficiente. Votare con l’AfD su una mozione occasionale non può sostituire un governo in grado di attuare un programma coerente. Le proiezioni attuali attribuiscono all’AfD e al BSW insieme 43 seggi, una maggioranza assoluta in Parlamento. Il BSW si trova quindi di fronte a una scelta: rendere possibile un cambiamento politico o aiutare i partiti sconfitti a mantenere il potere.

Rifiutare una coalizione diretta con l’AfD sarebbe un grave errore strategico per il BSW. I suoi elettori non lo hanno sostenuto perché diventasse un semplice ingranaggio di un governo guidato da CDU, SPD, Verdi e Sinistra. Sono stati attratti dal BSW perché rifiutava la politica bellicosa contro la Russia, l’immigrazione incontrollata, le politiche economiche che penalizzano i lavoratori e le prediche moralistiche dell’establishment liberale. Su questi temi, gli elettori del BSW sono molto più vicini all’elettorato dell’AfD che a quello dei Verdi o dell’attuale CDU. È quindi ragionevole credere che la maggior parte preferirebbe una coalizione diretta AfD-BSW a qualsiasi accordo che mantenga in vita il vecchio sistema di governo. Se il BSW utilizzerà i suoi quattro seggi per difendere il muro di separazione, dimostrerà che la sua ribellione si ferma dove inizia il potere.

Un governo AfD-BSW sarebbe caratterizzato da profonde divergenze. I partiti differiscono su questioni economiche, politiche sociali e su alcuni aspetti delle loro tradizioni politiche. Tuttavia, le coalizioni si formano tra partiti diversi quando nessuno di essi ottiene la maggioranza assoluta. Il terreno comune è già ampio: pace con la Russia, limitazione dell’immigrazione, energia a prezzi accessibili, opposizione all’indottrinamento ideologico nelle scuole e resistenza al dominio di Berlino e Bruxelles. Un accordo di coalizione potrebbe definire questi obiettivi condivisi, lasciando aperte altre questioni. Un governo di questo tipo rispetterebbe anche il messaggio centrale delle elezioni: la Sassonia-Anhalt ha votato per una rottura con il passato. Un governo di coalizione a cinque partiti, al contrario, otterrebbe l’effetto opposto.

La scelta che si pone al BSW è anche una scelta sul suo stesso futuro. Può dimostrare di essere un partito di opposizione disposto a usare il potere, oppure può diventare un ulteriore pilastro del sistema che afferma di contrastare. Se consentirà la formazione di un governo guidato dalla CDU, i vecchi partiti lo elogeranno come responsabile. I suoi elettori potrebbero giungere a una conclusione diversa. Potrebbero decidere che solo l’AfD è disposta a trasformare l’opposizione in azione. In tal caso, il BSW avrebbe preservato la sua posizione difensiva a costo della sua stessa ragion d’essere.

L’AfD non ha ottenuto seggi sufficienti per governare da sola. Questo è il dato di fatto su cui ora si baserà l’intero establishment. Ma il resto del risultato è altrettanto chiaro. La CDU è stata annientata. Il modello di governo è stato respinto. L’AfD è diventata il partito dominante in Sassonia-Anhalt, mentre i partiti che l’hanno esclusa sono sopravvissuti solo riunendosi dietro una barricata comune. Se ora formeranno un altro governo senza Ulrich Siegmund, la presunta democrazia multipartitica tedesca si mostrerà nella sua vera forma. Ci sono due partiti: l’AfD e l’Uniparty. Domenica l’AfD ha vinto le elezioni. L’Uniparty potrebbe ancora arrivare al governo.

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Perché l’AfD vince

Christopher Caldwell 7 settembre 2026

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Tre settimane prima che lo Stato tedesco della Sassonia-Anhalt andasse alle urne per eleggere un nuovo parlamento il 6 settembre, la principale rivista di attualità tedesca, Der Spiegel, ha pubblicato in copertina una foto segnaletica di Ulrich Siegmund, candidato di punta del partito Alternativa per la Germania (AfD), con la didascalia “L’uomo più pericoloso della Germania”. Ciò che lo rendeva così pericoloso non era evidente a prima vista. Siegmund è giovane, inesperto, un po’ affabile e, per certi versi, bizzarro. Ha studiato aromacologia e marketing all’università e nutre un particolare interesse per l’influenza degli odori sul comportamento dei consumatori. Gli piace andare in giro su vecchie motociclette della Germania dell’Est. Ma non era questo a preoccupare Der Spiegel. Ciò che li turbava di più era il timore che un politico di estrema destra stesse per prendere il potere in Germania – sebbene a livello locale – per la prima volta dai tempi di Adolf Hitler.

Naturalmente, ciò che costituisce l’«estrema destra» dipende dal punto di vista di chi guarda. Lo Stato tedesco dispone di un sistema costituzionale articolato, volto a individuare le minacce interne e a stroncarle sul nascere. Concepito alla fine degli anni ’40, mentre la Germania stava ricostruendo il proprio Stato sotto la tutela degli Alleati, viene talvolta definito wehrhafte Demokratie, un’espressione coniata negli anni ’30 dal sociologo Karl Loewenstein per descrivere una democrazia fortificata, una democrazia in grado di difendersi da chi vorrebbe distruggerla. 

La versione tedesca prevede che i partiti ottengano il 5% dei voti prima di poter accedere ai seggi in parlamento, partendo dal presupposto che i piccoli partiti abbiano un carattere “marginale” che non può essere lasciato proliferare. Esiste un Ufficio federale per la difesa della Costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz) che ha sedi in tutti i Länder. I funzionari del Verfassungsschutz possono sorvegliare i contatti e intercettare le telefonate di coloro che appartengono a partiti ritenuti estremisti. Sulla base delle prove raccolte, possono attribuire al partito una classificazione che lo espone al rischio di essere messo al bando dalla Corte costituzionale federale (Bundesverfassungsgericht). In modo meno formale, la Germania ha sviluppato una consuetudine di ostracismo partitico nota come «firewall» (Brandmauer), in cui i partiti rivali negano la cooperazione e le prerogative parlamentari e sociali a cui un partito emarginato ha tradizionalmente diritto. La Germania non è l’unica società occidentale in cui esistono tabù nei confronti di idee, immagini e retorica dissidenti, ma da ottant’anni è quella in cui tali tabù sono definiti, applicati e protetti dalle contestazioni con la massima fermezza.

Se l’AfD è davvero il partito estremista che Der Spiegel lascia intendere, allora qualcosa è andato terribilmente storto nella democrazia fortificata della Germania. L’AfD è infatti oggi – di gran lunga – il partito più popolare del Paese; il 28 per cento degli elettori a livello nazionale dichiara che voterebbe per esso alle prossime elezioni nazionali, davanti al 21 per cento che voterebbe per l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) del cancelliere Friedrich Merz, che (in coalizione) ha governato la Germania quasi ininterrottamente da quando Angela Merkel ha vinto per la prima volta nel 2005. A settembre si terranno le elezioni in tre stati dell’est dove l’AfD è popolare: in Sassonia-Anhalt era data al 42 o 43 per cento dei voti, un multiplo del suo rivale più vicino. Era vicina al primo posto a Berlino e in testa nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I giovani, in particolare, non si sentono in sintonia con gli Altparteien — i «vecchi partiti», come vengono definiti la CDU e i suoi rivali socialdemocratici (SPD). Sven Schülze, il ministro-presidente della CDU in lizza contro Siegmund, ha solo 24.000 follower sui social media contro gli 1,7 milioni di Siegmund. 

L’ipotesi secondo cui l’AfD in questa parte del Paese presenti un’ala radicale non è priva di fondamento: almeno quattro membri di spicco della sezione della Sassonia-Anhalt del partito, tra cui un portavoce di Siegmund, hanno fatto parte della “Heimattreue Deutsche Jugend”, un’organizzazione giovanile definita neonazista dal Verfassungsschutz fino al suo scioglimento nel 2009. (Il nome dell’organizzazione potrebbe essere tradotto come «Gioventù tedesca fedele alla patria»; la parola Heimat evoca idee di esclusività etnica che nell’ultima generazione sono state considerate offensive in quasi ogni contesto.) Ma il 2009 è ormai un po’ lontano nel tempo: all’epoca Siegmund era un adolescente. (Quando cadde il Muro di Berlino, «l’uomo più pericoloso della Germania» non era nemmeno ancora nato.) Se l’AfD è finita nei guai con le autorità, non è in quanto covo di nazisti irriducibili e revanscisti della metà del XX secolo che propongono di rimilitarizzare il Paese e di dichiarare guerra ai suoi vicini — almeno, non solo per questo. È piuttosto per aver protestato contro certi elementi del progressismo moderno. Siegmund è particolarmente appassionato di istruzione domiciliare. È scettico riguardo al cambiamento climatico. L’AfD della Sassonia-Anhalt è stata classificata come «di comprovata estrema destra» per la sua concezione etnica della cittadinanza tedesca. Anche il partito nazionale è stato designato come estremista quando i socialdemocratici controllavano il ministero dell’Interno nel 2025, ma questa decisione è stata criticata, non solo dall’AfD, come di parte. A febbraio, all’AfD è stata concessa un’ingiunzione che vietava al governo di utilizzare tale designazione fino alla risoluzione del caso.

Forse il problema non è che la democrazia consolidata abbia esaurito la sua efficacia, ma che abbia esaurito la sua logica. Può rivelarsi una trappola per chi la esercita. Nella Sassonia-Anhalt, i vecchi partiti, anche ammesso che ottengano i voti necessari, potranno contrastare l’AfD solo, in effetti, cospirando contro di essa con quello che, agli occhi di molti tedeschi, è un partito ancora più radicale: il Partito di Sinistra, discendente dal vecchio Partito Socialista Unificato dell’era comunista, che concentra sempre più la propria ira contro Israele. 

È proprio questo che ha trasformato le elezioni in Sassonia-Anhalt in un voto sull’integrità e la sostenibilità del sistema politico. Gli ultimi due decenni hanno visto susseguirsi una serie di crisi che hanno sia peggiorato le prospettive della Germania sia ridotto la sua autonomia: l’instabilità dell’euro, l’immigrazione incontrollata, il COVID, la guerra in Ucraina, il crollo del modello industriale e un protettore americano sempre più imprevedibile. L’AfD è salita alla ribalta proprio a causa di queste crisi. In tutta la società è cresciuto il sospetto che i partiti tradizionali non siano in grado di affrontare i problemi più gravi del Paese e, peggio ancora, si rifiutino di parlarne in modo franco e onesto. Sempre più spesso, per riflettere con lucidità sul futuro della Germania è necessario comprendere la mentalità dell’AfD. Il partito è stato plasmato da un decennio e mezzo cruciale, durante il quale le sue preoccupazioni – alcune delle quali apertamente conservatrici, altre genuinamente dirompenti e radicali – si sono continuamente scontrate con un consenso dell’establishment costruito per un mondo diverso dal nostro. Ciò, a sua volta, ha permesso ai tedeschi di discutere dell’AfD solo in modi distorti ed eufemistici. 

Gli inizi

L’AfD è nata come risultato delle pressioni che si sono accumulate dopo la crisi finanziaria del 2008 e del 2009. L’instabilità delle garanzie dei mutuatari a livello mondiale ha provocato una crisi dell’euro. È curioso che proprio l’euro abbia causato una tale esplosione in Germania. Gli economisti vicini al presidente francese François Mitterrand pensavano che la Francia avrebbe tratto vantaggio dall’eliminazione del marco tedesco, la valuta perennemente forte che aveva permesso alla Germania di dominare l’economia europea. Che errore madornale hanno commesso! L’euro ha intrappolato le economie europee indebitate e dipendenti dalle importazioni in un mercato unico con le aziende tedesche, più efficienti, e i singoli paesi non disponevano più delle proprie valute, che in passato potevano essere svalutate per mitigare gli squilibri commerciali.

Quindici anni fa, la Germania occupava una posizione inattaccabile come prima economia dell’Europa occidentale. Era una potenza delle esportazioni, fondata sull’industria automobilistica e su un solido modello economico che necessitava solo di tre cose: energia russa a basso costo, manodopera centroeuropea a basso costo e la domanda cinese in crescita esponenziale di automobili e macchinari industriali. C’era però un mistero. In un momento in cui tutto sembrava andare per il meglio, l’opinione pubblica stava perdendo fiducia nella CDU e nella SPD, al punto che quei due partiti hanno dovuto di fatto unirsi in tre delle quattro coalizioni con cui Angela Merkel ha governato la Germania dal 2005 al 2021. Sembrava che, indipendentemente da chi si votasse, al potere ci fossero sempre gli stessi partiti.

Una diagnosi è stata formulata dall’ex funzionario delle finanze di Berlino Thilo Sarrazin nel suo libro Deutschland schafft sich ab (“L’abolizione della Germania”) del 2010. Sarrazin, un socialdemocratico, sosteneva che la Germania stesse effettuando molti investimenti sbagliati, che nel tempo avrebbero minato la sua economia. Il peggiore di questi era l’immigrazione di massa. Lungi dall’aiutare l’economia, stava accumulando passività invisibili nei sistemi pensionistici, scolastici e sanitari. E parte del motivo, aggiunse senza mezzi termini Sarrazin, con le statistiche sull’istruzione a portata di mano, era che gli immigrati non erano in genere brillanti quanto i nativi di cui stavano prendendo il posto. Il libro scatenò una furia intellettuale senza precedenti. Era come se tutti i libri del sociologo americano Charles Murray — sul welfare, l’intelligenza e la disuguaglianza — fossero stati pubblicati tutti in una volta. La Germania era ormai talmente poco abituata a discussioni schiette su tali argomenti che si è subito mosso per espellere Sarrazin dai Socialdemocratici. Il processo è durato undici anni, ma ha confermato la tesi fondamentale di Sarrazin: il problema più grande della Germania era il sistema che aveva ideato per non parlare dei propri problemi.

Sebbene Sarrazin non abbia mai avuto nulla a che fare con l’AfD, la sua idea secondo cui le minacce al benessere della Germania venivano occultate da tabù è stata proprio ciò che ha dato vita al partito. Le principali ragioni di malcontento erano già presenti, ma facili da trascurare, quando l’AfD è stata fondata nel 2013. La molla scatenante fu di natura quasi tecnocratica: sembrava che la Grecia, pesantemente indebitata, a meno che non avesse trovato un garante esterno per i propri debiti, sarebbe precipitata in una spirale di bancarotta e sarebbe uscita dall’euro. Quel garante non poteva che essere la Germania. La maggior parte degli economisti dell’Unione Europea a Bruxelles vedeva in questo una semplice questione di giustizia. Ma un gruppo di professori di economia e imprenditori di Francoforte era convinto che la Germania non potesse permettersi un salvataggio della Grecia. Fondarono l’AfD in gran parte per sostenere questa tesi. I suoi primi leader furono la carismatica imprenditrice Frauke Petry, il giornalista conservatore Konrad Adam e Bernd Lucke, un macroeconomista un po’ goffo ma affabile dell’Università di Amburgo. Fu proprio Lucke a guidare il partito nascente alle elezioni nazionali. Senza sorprendere nessuno, l’AfD non ottenne alcun seggio, ma con grande stupore dei partiti dell’establishment mancò la soglia del 5 per cento per un soffio. Altrimenti ne avrebbe conquistati decine.

Se Lucke avesse conquistato quei seggi, l’AfD avrebbe potuto imboccare una strada diversa. Avrebbe potuto diventare un partito tecnocratico “di controllo”, che denunciasse la cattiva gestione e gli sprechi come un tempo facevano i Liberaldemocratici — anziché un “partito popolare” che mirasse a incanalare tutte le aspirazioni e le lamentele della società, come un tempo facevano i Cristiano-democratici. Ma nel 2013 i Cristiano-democratici erano ancora abbastanza forti da aggiudicarsi la vittoria senza sforzo. Durante la festa organizzata la notte delle elezioni per celebrare la sua rielezione, una trionfante Angela Merkel fece qualcosa che da allora è diventato un simbolo di orrore per gli attivisti dell’AfD. Attraversando il palco davanti a una folla che ballava e cantava, alla Merkel fu consegnata una bandierina tedesca. La guardò con evidente repulsione e si precipitò verso il bordo del palco per toglierla dalla vista. A differenza di quanto accaduto in Inghilterra o in Italia, il ritiro totale dall’Unione Europea non è mai diventato un’aspirazione fondamentale del populismo tedesco, nemmeno all’interno dell’AfD. Ma il gesto della Merkel ha lasciato l’amaro in bocca. Stava crescendo un nuovo tipo di nazionalismo.

Crisi migratoria

Le regole di base della Germania (e dell’UE) per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di altri migranti venivano progressivamente allentate. Nel 2015, migliaia di migranti hanno iniziato ad affluire in Europa a causa della guerra civile siriana. La Merkel ha guidato l’intera Europa in una decisione affrettata di accoglierne centinaia di migliaia. Wir schaffen das, era il suo motto: «Ce la faremo». A quei siriani si sarebbero presto aggiunti migranti opportunisti provenienti da altri paesi musulmani. La Merkel ne prevedeva circa 800.000, ma ancora oggi è difficile stabilire quanti migranti siano effettivamente arrivati. La popolazione di origine straniera in Germania, pari a 8,1 milioni nel 2014, alla vigilia della crisi migratoria, aveva raggiunto i 13,4 milioni nel 2022, l’anno successivo alla fine del mandato della Merkel. Il momento in cui si è verificato questo massiccio afflusso non era dei più propizi. Il 2015 è iniziato con l’uccisione, per mano di terroristi islamisti, di gran parte della redazione della rivista Charlie Hebdo a Parigi, e si è concluso con centinaia di aggressioni sessuali nel centro di Colonia la notte di Capodanno, la maggior parte delle quali commesse da bande di «origine migrante», per usare la descrizione ufficiale. 

L’AfD era ben attrezzata per affrontare questa crisi, almeno a livello retorico. Alla sua fondazione, era stata una coalizione che si sarebbe ben inserita nel Partito Repubblicano americano: sostenitrice del capitalismo di libero mercato e incline a gesti patriottici. Ma, com’era prevedibile col senno di poi, la sua promessa di un’«alternativa» attirò quasi immediatamente una varietà di ribelli, revanscisti e conservatori intransigenti. Era questa la gloria e il pericolo del partito. Bernd Lucke considerava l’immigrazione principalmente una questione economica; Frauke Petry la considerava una minaccia al tessuto sociale e sosteneva che qualsiasi partito che si definisse «alternativo» avrebbe dovuto affrontare di petto la migrazione di massa. Il partito era d’accordo. Nel 2015, lei estromise Lucke e iniziò l’ascesa dell’AfD. Così iniziarono anche le grandi polemiche sulla sua reputazione, che ora proseguono nelle elezioni della Sassonia-Anhalt. 

Nel 2015, il partito dovette scegliere tra potere e purezza, una scelta che rischiò di dividerlo in due. I sostenitori di Lucke stavano costruendo un partito di nicchia, in grado di sfruttare l’economia per conquistare la fedeltà di una ristretta fetta dell’opinione pubblica rispettabile. I sostenitori di Petry stavano costruendo un movimento, una rivolta. Lei rappresentava un ponte estremamente intrigante tra le due fazioni del partito: un’imprenditrice a proprio agio nelle città cosmopolite della Germania occidentale, ma originaria della Germania orientale.

La sua origine dalla Germania dell’Est era importante, perché la crisi migratoria presentava un aspetto specifico legato proprio a quella regione. La Germania dell’Est si stava svuotando. La città di Bitterfeld, nella Sassonia-Anhalt, ad esempio, aveva perso metà della sua popolazione. Queste città, che prima non avevano mai conosciuto una migrazione di massa, divennero un luogo attraente per le autorità per ospitare i siriani e i pakistani che erano entrati in Germania senza essere stati invitati. Improvvisamente si ritrovarono ammassati negli alloggi popolari della Germania orientale, ormai in via di abbandono. Già allora un movimento della Germania orientale dal carattere piuttosto violento, chiamato Pegida, organizzava marce contro l’immigrazione. (Il nome del movimento era l’acronimo di «Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente».) 

L’AfD, in questa seconda fase, si è trovata a discutere su quanto allinearsi a tali movimenti. Il dibattito ha portato piuttosto naturalmente all’idea, diffusa tra l’opinione pubblica, che l’AfD fosse in realtà composta da due partiti: uno orientale e uno occidentale, uno radicale e uno moderato, un partito che invocava la “responsabilità” riguardo all’euro e uno “ossessionato” dai migranti, un’AfD buona e un’AfD cattiva. Ciò che stava realmente accadendo era che un progetto intellettuale (anche se non tutti i suoi membri erano intellettuali) si stava trasformando da un giorno all’altro in un partito di massa. La preoccupazione per la sfida che l’euro rappresentava per la sovranità nazionale stava cedendo il passo a una preoccupazione per la sopravvivenza nazionale.

Uno scontro era inevitabile, poiché il progetto dell’AfD si scontrava ormai con i tabù più sacrosanti della Germania. Questi riguardano il modo in cui, o addirittura se, i tedeschi possano parlare di sé stessi come nazione, come popolo. La Germania rimane un paese in cui praticamente tutti vengono indottrinati da praticamente ogni istituzione secondo cui la violazione di questi tabù è ciò che un tempo ha trasformato il loro paese in un vero e proprio inferno e in un paria internazionale. Ecco perché la Merkel ha aggrottato le sopracciglia e si è rifiutata di sventolare la bandiera tedesca: lo sciovinismo è pericolosamente irresponsabile. L’antipatriottismo è la vera forma di patriottismo tedesco. 

L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) della Merkel, insieme al suo partito gemello bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), aveva svolto un ruolo quasi costituzionale nella costruzione della “democrazia fortificata” tedesca. Franz-Josef Strauss, che dominò la politica bavarese dagli anni ’60 agli anni ’80 e che per poco non divenne egli stesso cancelliere della Germania, trasformò il suo ultraconservatorismo in una sorta di moderazione virtuosa: «A destra dell’Unione», affermò, «non può esistere alcuna forza democraticamente legittima». Per Strauss ciò significava che la CDU e la CSU dovevano essere davvero, davvero conservatrici, poiché nessun’altra formazione poteva rappresentare legittimamente i conservatori. Era capitalista, populista e tradizionalista.

La Merkel interpretò il motto di Strauss in modo diametralmente opposto. Se tutti i rivali di destra della CDU erano ipso facto illegittimi, la mossa più sensata, dal punto di vista della teoria dei giochi, era quella di spostare progressivamente il partito verso sinistra. La Merkel introdusse il matrimonio gay (pur votando lei stessa contro), eliminò gradualmente l’energia nucleare, sospese la leva obbligatoria e aprì le frontiere — facendo sostanzialmente propria la linea programmatica degli storici avversari del suo partito. Agli occhi dei conservatori delusi, la Merkel non appare come una leader ben intenzionata che ha commesso qualche errore. Appare piuttosto come la cancelliera più cinica nella storia della repubblica. (Vedi «Il Paese della Merkel», First Things, marzo 2025.)

In tali circostanze, è difficile farsi un’idea chiara dell’AfD. Il vocabolario che consentirebbe al partito di definire la propria identità non è facilmente reperibile. Ci vorrebbero anni per unificare l’AfD, e il progetto, ancora oggi, rimane piuttosto complicato.

Contro la memoria storica

Igiovani si sono riversati nell’AfD. Hanno formato gruppi giovanili. All’inizio dell’anno elettorale del 2017, Björn Höcke, un giovane insegnante che era stato tra i primi membri del partito, ha tenuto un discorso a Dresda davanti a uno di quei gruppi. Da allora quel discorso è stato citato come sintesi di ciò che c’è di spaventoso in quel partito. Nato nella Germania occidentale ma legato per indole all’Est e residente in Turingia, Höcke ha invocato un riorientamento nel modo in cui la Germania ricorda il proprio passato. Ha citato la ricostruzione della Frauenkirche a Dresda:

[Era] un barlume di speranza per noi patrioti. Con piccole scintille di autoaffermazione tedesca. Finora è solo in superficie. Finora il nostro stato d’animo è totalmente quello di un popolo sconfitto. . . . Noi tedeschi . . . siamo l’unico popolo al mondo ad aver eretto un monumento della vergogna [ein Denkmal der Schande] nel cuore della propria capitale. Invece di far conoscere alle nuove generazioni i grandi benefattori — i filosofi illustri che hanno cambiato il mondo, i musicisti, i brillanti scopritori e inventori di cui disponiamo in così gran numero — . . . quella storia — la storia tedesca — viene denigrata e ridicolizzata.

Chiunque sia nato nel mondo anglofono negli anni ’50, abituato al racconto che i propri padri e zii avrebbero fatto di ciò che rappresentava la Seconda guerra mondiale, rimarrà sconcertato da quel discorso. Il monumento della vergogna a cui Höcke si riferisce è il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, un campo di blocchi di pietra, drammatico e solenne, che si estende per cinque acri nel centro di Berlino. Ma per chi è nato negli anni ’90 nella Germania orientale, come Ulrich Siegmund — e quindi separato da un ricco patrimonio culturale non solo da Hitler ma anche da due generazioni di dittatura comunista — il bisogno di riconnettersi con ciò che di glorioso, pio e sano c’è nella Germania potrebbe sembrare disperato, e l’offesa di Höcke all’opinione comune nient’altro che una scorrettezza. 

Höcke è un esponente dell’estrema destra e, in un certo senso, un troll. È anche, nonostante i suoi discorsi energici, un politico locale: non è membro del Bundestag a Berlino, ma del Landtag della Turingia nella provinciale Erfurt. Il suo discorso è ambiguo sul fatto che la “vergogna” di cui parla si riferisca all’Olocausto o alla sua commemorazione eccessivamente zelante. Ma il fatto che una singola osservazione ambigua tratta da un discorso tenuto da un politico nove anni fa sia ancora considerata la prova principale contro il partito indica che le violazioni dei canoni della decenza democratica occidentale sono rare tra i membri dell’AfD. L’AfD mantiene una «lista di incompatibilità» di tredici pagine, che elenca i partiti e i movimenti a cui i suoi membri non possono appartenere – e a cui non possono aver appartenuto. Ogni partito in Germania ha regole di questo tipo, ma l’ascesa dell’AfD potrebbe minarne l’utilità. Quest’anno, in Sassonia-Anhalt, la CDU ha dichiarato che non avrebbe stretto accordi né con l’AfD (al 43% nei sondaggi) né con il Partito di Sinistra (al 13% nei sondaggi) – una solida maggioranza dell’elettorato. La CDU stava di fatto chiedendo agli elettori di consentirle di entrare a far parte di un governo (di qualsiasi orientamento) al quale aveva promesso di non partecipare.

Il sociologo Rolf Peter Sieferle, autore di numerose pubblicazioni, era morto l’anno prima del discorso di Höcke del 2017. Sieferle era incredibilmente eclettico. I suoi interessi spaziavano dalla storia ambientale dell’attività mineraria all’interazione tra guerra, tecnologia e politica fin dall’antichità (argomento di un libro di 1.500 pagine), fino al conservatorismo tedesco dei primi anni del XX secolo (cioè pre-hitleriano). Quest’ultimo interesse si rivelò non solo una curiosità, ma una vera e propria affinità. Due delle sue opere postume, pubblicate nel 2017, attirarono l’attenzione e suscitarono allarme (tra chi non era di destra), poiché sembravano proporre una versione più salonfähig della tesi di Höcke. Manuscriptum, una casa editrice affiliata alla rivista trimestrale anticonformista Tumult (che si autodefinisce «una rivista per turbare il consenso»), ha pubblicato Das Migrationsproblem di Sieferle. In quest’opera, Sieferle ha seguito l’esempio di Sarrazin nel porre una domanda scomoda: la migrazione di massa era compatibile con uno Stato sociale già consolidato? 

L’altro libro di Sieferle, Finis Germania, ha fornito una risposta ancora più scomoda. Si tratta di una raccolta di appunti che attinge a un lavoro precedente e si concentra sul declino della cultura politica tedesca; è stata pubblicata da una casa editrice della Sassonia-Anhalt vicina all’AfD, chiamata Antaios. La casa editrice è stata fondata da Götz Kubitschek, a sua volta formidabile saggista e teorico. Vicino a Höcke e alla sua ala del partito, Kubitschek gestisce un’impresa ideologica di straordinaria portata: una rivista trimestrale intitolata Sezession, un sito web sul quale gli autori di Sezession e vari politici e teorici si confrontano, e la stessa Antaios, che ha pubblicato, tra le altre cose, una serie di libricini incisivi, di qualità molto variabile, che spesso analizzano un fenomeno sociale non ancora approfondito o avanzano una tesi storica o politica radicale. Il libro di Sieferle Finis Germania è uno di questi; ora ce ne sono circa un centinaio. 

Per Sieferle, la cultura della memoria e del pentimento della Germania dopo la Seconda guerra mondiale, per quanto ammirevole di per sé, era inadatta a un mondo globalizzato e sempre più pericoloso. Proprio a causa di questa cultura, la Germania non è stata in grado di dire no all’ondata migratoria che l’ha minacciata nel 2015. Il Paese si era lanciato in un’impresa multiculturale insostenibile. Stava «vivendo moralmente al di sopra delle proprie possibilità», secondo la memorabile espressione di Sieferle. Il libro suscitò uno scandalo: Finis Germania raggiunse il nono posto nella classifica dei libri di saggistica del mese, a quel punto gli sponsor della classifica ne sospesero la pubblicazione. 

Le frange più radicali della destra tedesca, ruotanti attorno a Sezession e Tumult, assunsero ora un’aura d’avanguardia. Cominciarono a influenzare i media mainstream che forse non si sarebbero nemmeno riconosciuti come vicini all’AfD. In precedenza, i lettori tedeschi alla ricerca di un’offerta ideologica più variegata erano stati attratti dalla stampa svizzera, che non era stata coinvolta nello sforzo di elaborare il senso di colpa nazionale. Man mano che la Frankfurter Allgemeine Zeitung, un tempo conservatrice, scivolava verso una posizione più progressista sulle questioni culturali, i conservatori tedeschi si rivolgevano alla Neue Zürcher Zeitung, o addirittura alla rivista zurighese Die Weltwoche, dal tono decisamente più populista. Il mensile relativamente conservatore Cicero era stato fondato nel 2004 per occuparsi di questioni culturali, mentre l’ex giornalista della WirtschaftsWoche Roland Tichy aveva lanciato Tichys Einblick nel 2014. Queste testate non sostenevano l’AfD, ma non ne erano nemmeno allarmate. Erano un segno dei tempi. Nelle elezioni del 2017, l’AfD non si è limitata a entrare in parlamento: ha conquistato novantaquattro seggi.

Conservatorismo eclettico

Nel periodo successivo, l’attuale AfD ha preso forma attraverso una serie di scontri interni di cui la stampa ha parlato poco. Il successore di Bernd Lucke, Jörg Meuthen, anch’egli economista, si è impegnato a ridurre l’influenza della fazione di Höcke all’interno del partito. Non si trattava solo di una tendenza o di una corrente di opinione, bensì di un’organizzazione chiamata Der Flügel («l’Ala»), che Höcke aveva fondato nel 2015 e guidato in collaborazione con Andreas Kalbitz, turbolento attivista di Pegida e membro del Landtag del Brandeburgo. Kalbitz, secondo i colleghi dell’AfD, era più strettamente legato alle reti estremiste — in particolare alla stessa Heimattreue Deutsche Jugend che Der Spiegel aveva accusato i collaboratori di Siegmund nella Sassonia-Anhalt di frequentare. Secondo la legge tedesca, è molto difficile espellere qualcuno da un partito politico, e attribuire irregolarità a Kalbitz era complicato. Come già osservato, l’organizzazione giovanile neonazista era stata sciolta nel 2009, e già allora si trattava di un fatto lontano nel tempo. Ciononostante, è emerso che Kalbitz, che aveva partecipato agli eventi della «Heimattreue» fino al 2007, aveva nascosto questa affiliazione di estrema destra al momento della richiesta di adesione al partito nel 2013. Dire la verità avrebbe significato il rifiuto

Kalbitz è stata espulsa dall’AfD con un margine di voti minimo, tra aspre recriminazioni. L’organizzazione “Flügel” di Höcke è stata posta sotto osservazione dalle autorità investigative tedesche e sciolta dall’AfD nel 2020. Meuthen è finito per essere una delle vittime di questa lotta interna al partito. Ha perso la presidenza e ha lasciato il partito nel 2022. Ma la sua decisione di espellere Kalbitz potrebbe rappresentare il momento cruciale nella storia dell’AfD. 

I movimenti radicali tendono a radicalizzarsi ulteriormente. I membri che ritengono che un movimento abbia una missione ideologica sono più propensi a dedicarvi i propri sforzi rispetto ai pragmatici, e col passare del tempo questa differenza si fa sentire. L’AfD stava attraversando proprio una radicalizzazione di questo tipo. Eppure, ironia della sorte, la sorveglianza da parte dello Stato tedesco ha reso l’AfD più duraturo: ha rafforzato la posizione dei pragmatici che avvertivano che, per quanto soddisfacente potesse essere un dibattito ideologico libero e spensierato, bisognava rispettare un certo decoro se si voleva che il movimento potesse continuare a esistere. Altrettanto paradossalmente, l’eliminazione della minaccia rappresentata da Kalbitz non ha avuto l’effetto di annacquare l’ideologia del partito. La co-leader del partito e sua migliore oratrice, Alice Weidel — che affascina il pubblico con la sua omosessualità, il suo cinese colloquiale, la sua carriera presso Goldman Sachs e la sua residenza in Svizzera — era stata una detrattrice di Höcke, ma all’epoca delle elezioni federali del 2025 i due si erano riconciliati. 

Questo strano contesto tedesco ha reso il partito più attraente di quanto sarebbe stato altrimenti. Poiché la sua sopravvivenza si basa su determinati principi relativi al rispetto della diversità di opinione, l’AfD è diventata, volente o nolente, una formazione conservatrice eclettica che tollera una varietà sorprendentemente ampia di punti di vista, non solo quelli estremi. 

Questo profilo le permette di mobilitare una corrispondente diversità di elettori. Il suo fascino è risultato evidente durante la crisi del COVID. Il COVID non era una priorità politica centrale per l’AfD, ma l’AfD è stato l’unico partito a opporsi alla vaccinazione obbligatoria. Tra i paesi europei, le misure tedesche non erano né le più draconiane (un primato che spetta alla Spagna) né le più efficaci (un primato che la Svezia, con la sua scarsa regolamentazione, condivide con un paio di altri paesi nordici). Tuttavia, le norme anti-COVID sono state emanate e applicate con una certa ipocrisia teutonica, sia dal governo che dai media che lo sostenevano. Chi si opponeva ai lockdown veniva descritto come Corona-leugner, ovvero “negazionista”, un termine preso in prestito dal dibattito sull’Olocausto. In altre parole, un’opinione su una questione sanitaria veniva equiparata a un’opinione che poteva portare all’esclusione definitiva dal dibattito pubblico. Gli oppositori del lockdown e altri manifestanti si definivano, in modo un po’ difensivo, Querdenker, persone che pensano fuori dagli schemi. Alcuni erano esperti di scienza, altri no, ma la cosa importante è che erano in tanti. Messi sotto pressione dal mainstream, hanno cominciato a gravitare verso l’AfD, e ancora di più dopo le elezioni del 2021, quando i socialdemocratici sono tornati al potere alla guida di una nuova coalizione e hanno nominato ministro della Salute il loro impopolare portavoce sul COVID, Karl Lauterbach. Nelle elezioni dello scorso anno, l’opinione pubblica ha respinto i socialdemocratici, riportando al potere i loro storici rivali, i cristiano-democratici, e nominando Friedrich Merz cancelliere. Ma Merz non è riuscito a formare un governo senza l’SPD. Così sono tornati. Grazie al 16 per cento dei voti, ai socialdemocratici sono stati assegnati importanti ministeri economici, il controllo della politica climatica e – cosa significativa per l’AfD – la difesa.

Verso un divieto? 

L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha sconvolto profondamente la scena politica tedesca. In linea con le tradizioni pacifiste del suo partito, il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz ha esitato a trascinare la Germania in guerra. Ma nel giro di poche settimane ha annunciato un piano da 100 miliardi di euro per il riarmo della Germania. Merz, neoeletto nel 2025, è andato oltre. Con quella che i tedeschi considerano una manovra subdola, dopo la sua elezione ha sfruttato il parlamento uscente per riclassificare la spesa per la difesa come esente dalle regole del pareggio di bilancio, approvando poi 800 miliardi di euro di nuove spese per armamenti e infrastrutture. 

Questo ingente esborso per l’armamento, in un paese storicamente pacifista con enormi bisogni interni, incontrerà quasi certamente resistenze politiche nei prossimi anni. I politici tedeschi giustificano costantemente le loro spese assicurando all’opinione pubblica che Vladimir Putin miri a invadere e occupare vari paesi europei lontani — o che, quantomeno, lo farà una volta che sarà riuscito a conquistare i primitivi villaggi ucraini che hanno tenuto a bada la Russia per quattro anni. 

L’invasione russa ha cambiato la situazione dell’AfD in due modi. Il primo è di natura economica. A causa delle pressioni americane — e poi della misteriosa esplosione del gasdotto tedesco-russo Nord Stream 2 nei primi giorni di guerra — la Germania è stata costretta ad acquistare energia più costosa, gran parte della quale sotto forma di gas naturale liquefatto americano. Gli Stati Uniti hanno inoltre esercitato pressioni sulla Germania affinché “riducesse i rischi” del proprio commercio, sollecitando controlli più severi sui rapporti commerciali con la Cina. E l’industria automobilistica tedesca, superata dalla concorrenza cinese nel settore dei veicoli elettrici, ha iniziato a contrarsi drasticamente, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Il crollo è stato quasi del tutto inaspettato e gli effetti si sono estesi alle numerose industrie collegate alla produzione automobilistica. Il potenziamento militare voluto da Merz è in parte un modo per convertire alcune delle fabbriche automobilistiche tedesche all’avanguardia in stabilimenti per la produzione di armi.

L’AfD adotta un approccio diverso: chiede una revisione radicale della politica energetica tedesca. Dall’inizio del mandato della Merkel, la Germania ha vietato l’energia nucleare e ha investito miliardi nei parchi eolici. Ora ha l’energia più costosa d’Europa. L’AfD è l’unico partito che promette un’inversione di rotta totale rispetto all’abbandono del nucleare avviato sotto la Merkel. L’energia a basso costo non è solo di per sé popolare tra gli elettori. Permette all’AfD di attribuire la colpa degli alti prezzi del gas al Partito dei Verdi — che ha dominato il dibattito politico dalla caduta del Muro di Berlino fino a circa cinque anni fa — e ai socialdemocratici e ai cristiano-democratici che li hanno imitati.  

Ma la guerra in Ucraina sta influenzando l’AfD anche in un altro modo. A molti membri del partito sembra infatti che i partiti rivali o le fondazioni per i diritti umani (o entrambi, agendo di concerto) possano cercare in essa un pretesto per vietarne l’attività. Tino Chrupalla, un imbianchino della Sassonia che condivide la guida del partito con Weidel, ha assunto una posizione decisamente neutrale sulla guerra. «Non mi ha fatto nulla», disse Chrupalla riferendosi a Vladimir Putin lo scorso anno — una posizione che piace all’ampio elettorato pacifista tedesco. Ma per i partiti tradizionali, qualsiasi atteggiamento di non belligeranza o di scetticismo riguardo alle motivazioni degli Stati Uniti o dell’Occidente è «influenza russa», proprio come i politici americani si fissavano sulla «collusione russa» un decennio fa. I membri dell’AfD temono che, qualora le tensioni tra la Russia e l’Occidente dovessero intensificarsi, i politici potrebbero avvalersi di vari poteri d’emergenza per limitare le attività dell’AfD. O addirittura metterlo al bando.

Considerato il ruolo svolto dalla Russia nel contrastare il nazionalismo tedesco nel corso dell’ultimo secolo, non è affatto logico descrivere l’AfD come un partito al tempo stesso filo-russo e nazionalista tedesco. Eppure tutti gli altri partiti lo fanno. L’entusiasmo per l’idea di ostacolare ufficialmente o vietare il partito rimane forte, anche se le prove del suo “estremismo di destra” stanno perdendo di attualità. Una fazione della CDU guidata dall’attivista per il clima Roderich Kiesewetter ha raccolto prove che potrebbero garantire il divieto. A giugno, secondo quanto riferito, Kiesewetter avrebbe affermato che le promesse di Alice Weidel di riallacciare le relazioni con la Russia, qualora l’AfD vincesse le elezioni nazionali, stavano distorcendo il dibattito nazionale. Quando una delegazione dell’AfD si è recata in Russia lo scorso novembre, il segretario generale della CSU Martin Huber li ha accusati di «tradimento». A giugno, un’associazione per i diritti umani affiliata ai Verdi ha pubblicato un documento di tremila pagine a sostegno della messa al bando. Il testo ha affrontato ogni argomento, dal femminismo al COVID, spiegando che molti dei messaggi del partito possono essere compresi solo «leggendo tra le righe». 

Luigi Pantisano, nuovo co-leader del Partito di Sinistra, ha dichiarato questa primavera al quotidiano Bild di non vedere «alcuna differenza tra la CDU, che persegue politiche fasciste, e l’AfD, che è di per sé fascista». Ma lo stesso Partito di Sinistra è certamente più radicale dell’AfD su questioni quali le relazioni della Germania con Israele. Diversi partiti hanno cercato di convincere gli elettori tedeschi che un voto a favore dell’AfD avrebbe allontanato gli investitori internazionali, anche se Martin Blessing, consulente per gli investimenti della cancelliera, ha dichiarato al quotidiano Handelsblatt a giugno che gli investitori con cui parla sono più preoccupati per le espropriazioni proposte dal Partito di Sinistra. Ciò è dovuto in parte al sostegno del Partito di Sinistra a un piano di espropriazione degli immobili dei grandi proprietari terrieri di Berlino — un piano, tra l’altro, molto popolare, che la maggioranza degli elettori berlinesi ha approvato in un referendum non vincolante nel 2021.

Nessuna vittoria dell’AfD nella Sassonia-Anhalt potrebbe essere così schiacciante da garantire il regolare funzionamento del governo locale. Lo Stato versa in condizioni finanziarie disastrose e i dibattiti sul bilancio saranno inevitabilmente tesi. Il controllo della burocrazia da parte dei partiti tradizionali creerà ostacoli ai piani dell’AfD. Nell’attuale clima politico, sono prevedibili piccole violazioni del protocollo. Lo scorso inverno a Berlino, l’SPD ha ricevuto l’avallo della Corte costituzionale quando la sua delegazione si è rifiutata di lasciare la seconda sala più grande del Reichstag, nonostante l’AfD, il secondo partito per grandezza, la superi ormai di trentadue seggi.

Ma mettere al bando l’AfD? È ormai troppo tardi per farlo. Il partito è troppo grande, raccogliendo circa due voti su cinque in Sassonia-Anhalt. È in circolazione da troppo tempo senza aver causato danni al sistema politico. Il Meinungskorridor — il termine tedesco che indica la gamma di opinioni accettabili — si è allargato troppo. E gli eventi che hanno dato origine a queste restrizioni alla libertà di espressione e di associazione, per quanto straordinariamente orribili, risalgono a troppo tempo fa: negli ultimi mesi, nel corso della campagna elettorale in Sassonia-Anhalt, sono state lanciate accuse di fascismo contro un candidato che non solo non era ancora nato quando i nazisti erano al potere, ma non era nemmeno nato quando cadde il Muro di Berlino, quasi mezzo secolo dopo. 

Senza un legame emotivo diretto con i suoi giorni più bui, la versione tedesca della democrazia — in cui alcuni partiti politici hanno il diritto costituzionale di sollecitare un tribunale a mettere al bando altri partiti — è diventata troppo bizzarra per poter essere mantenuta. Harald Martenstein, editorialista conservatore della Welt e tutt’altro che un sostenitore dell’AfD, lo scorso inverno ha partecipato a un dibattito ad Amburgo sull’opportunità di vietare l’AfD, lasciando sbalordito il pubblico quando ha ribaltato con disprezzo la domanda sul pubblico, in maggioranza progressista. «Sapete bene che non state cercando di impedire il Quarto Reich, ma solo di eliminare la vostra concorrenza politica», ha affermato Martenstein. «Sarebbe un gioco da ragazzi tenere a bada l’AfD. Basterebbe solo affrontare alcuni problemi che sono problemi reali».

La trappola geopolitica: gli incentivi strutturali che prolungano la guerra in Ucraina [i] _ di Black Mountain Analysis

La trappola geopolitica: gli incentivi strutturali che prolungano la guerra in Ucraina [i]

La guerra in Ucraina che non accenna a finire…

3 settembre 2026

Mentre la guerra in Ucraina entra nella sua fase successiva, gli osservatori internazionali continuano a cercare segnali di una via d’uscita diplomatica o di una soluzione negoziata. Tuttavia, un’analisi approfondita delle dinamiche politiche, di intelligence e strategiche sottostanti suggerisce che è altamente improbabile che il conflitto si concluda nel prossimo futuro. Il protrarsi della guerra non è semplicemente il risultato di situazioni di stallo sul campo di battaglia, ma il prodotto di una complessa rete di imperativi di sopravvivenza, del predominio delle agenzie di intelligence e di una cruda utilità strategica. Da questa prospettiva, il protrarsi del conflitto serve gli interessi immediati dei principali attori coinvolti, creando un circolo vizioso che ostacola una risoluzione pacifica.

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L’imperativo della sopravvivenza: intrappolati tra l’Occidente e i nazionalisti

Al centro di questa dinamica c’è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la cui sopravvivenza politica è ormai indissolubilmente legata al protrarsi della guerra. Operando in un contesto fortemente dettato dalle potenze occidentali, la legittimità di Zelensky e il suo mantenimento al potere dipendono interamente dal suo allineamento alle narrazioni strategiche della NATO e dei suoi sostenitori occidentali.

Tuttavia, Zelensky si trova di fronte a un dilemma mortale proveniente da più fronti. Se tentasse di negoziare la pace o di cedere alle richieste russe, andrebbe incontro a un’immediata eliminazione non solo da parte delle potenze occidentali, che si sbarazzerebbero di una risorsa non più utile ai loro scopi, ma anche dall’interno della stessa Ucraina. Il Paese ha assistito all’ascesa di potenti milizie nazionaliste e battaglioni di estrema destra che, dal 2014, hanno notevolmente accresciuto la propria influenza e capacità militare. Questi gruppi, alcuni dei quali con legami documentati con ideologie e simbolismi neonazisti, hanno manifestato chiaramente la loro assoluta opposizione a qualsiasi accordo negoziato con la Russia.

Per Zelensky, la minaccia è esistenziale e immediata. Se dovesse mostrare la minima disponibilità a arrendersi o ad accettare condizioni sfavorevoli agli obiettivi bellici massimalisti, queste fazioni nazionaliste armate probabilmente si ribellerebbero contro di lui. Il presidente si trova quindi in una situazione senza via d’uscita: deve continuare la guerra per soddisfare i suoi sostenitori occidentali che finanziano e armano il suo governo, e allo stesso tempo placare o tenere sotto controllo gli elementi nazionalisti che lo eliminerebbero se mostrasse segni di debolezza. Ciò crea una struttura di incentivi perversa in cui l’escalation diventa l’unica via politica praticabile, mentre qualsiasi mossa verso la pace diventa politicamente impossibile e personalmente pericolosa.

Il presidente si trova stretto tra i sostenitori occidentali di estrema destra e il proprio Paese… mantenere lo status quo è probabilmente l’unica opzione rimasta.

Lo “Stato profondo” e l’apparato dei servizi segreti

L’idea che l’Ucraina operi come entità pienamente sovrana e in grado di prendere decisioni autonome è smentita dall’influenza pervasiva dei servizi segreti occidentali, in particolare dell’MI6 britannico. La strategia bellica dell’Ucraina è in gran parte determinata dall’estero, con i servizi segreti britannici profondamente integrati nei processi decisionali militari e politici del Paese.

Questa realtà è chiaramente illustrata dal ruolo di figure come l’ex comandante in capo Valerii Zaluzhnyi. Sebbene spesso descritto dai media occidentali come un’alternativa popolare e indipendente a Zelensky, gli analisti che operano in questo contesto non vedono Zaluzhnyi come un nazionalista ucraino sovrano, ma come una risorsa controllata dai servizi segreti occidentali. La sua ascesa, la sua immagine pubblica e la sua successiva emarginazione sono state gestite in modo da garantire che, indipendentemente da chi occupi la carica presidenziale o il comando militare, la strategia generale rimanga allineata agli obiettivi occidentali. Nulla di strategicamente rilevante accade a Kiev senza l’approvazione implicita o esplicita di questi apparati di intelligence stranieri, il che assicura che lo sforzo bellico rimanga su una traiettoria predeterminata e immutabile.

Semplicemente una “risorsa”…

L’economia dei mercenari: terreno di prova per i conflitti futuri

Uno degli sviluppi più preoccupanti che contribuiscono a prolungare il conflitto è il massiccio afflusso di mercenari stranieri in Ucraina, che sta dando vita a quella che è a tutti gli effetti una sorta di campo di addestramento internazionale con implicazioni di vasta portata per la sicurezza globale. Combattenti provenienti da decine di paesi hanno invaso l’Ucraina, spinti da ideologie, spirito d’avventura o compensi economici, ma la loro presenza va ben oltre le esigenze immediate del campo di battaglia.

Particolarmente degna di nota è la significativa presenza di mercenari provenienti dal Sudamerica, tra cui veterani di vari conflitti e individui con un passato militare provenienti da paesi come la Colombia, il Brasile e il Cile. Questi combattenti stanno acquisendo un’esperienza di combattimento inestimabile contro un avversario di livello quasi pari al loro, imparando tattiche di guerra moderne, operazioni con droni, guerra elettronica e tecniche di combattimento urbano direttamente applicabili ad altre zone di conflitto.

Gli analisti della sicurezza hanno espresso serie preoccupazioni su ciò che accadrà quando questi mercenari torneranno a casa. Le competenze che stanno acquisendo in Ucraina — uso avanzato delle armi, tattiche di guerriglia, fabbricazione di bombe, raccolta di informazioni e tecniche di assassinio — sono molto richieste sul mercato. Al loro ritorno in Sudamerica, si prevede che molti offriranno i propri servizi al miglior offerente, in particolare ai potenti cartelli della droga che da tempo affliggono la regione. Ciò crea un circolo vizioso inquietante in cui un conflitto europeo alimenta direttamente la violenza e l’instabilità in America Latina, poiché veterani temprati dalle battaglie applicano tattiche conformi agli standard della NATO alla guerra tra cartelli, con il rischio di far escalare la violenza a livelli senza precedenti.

Mercenari colombiani: le loro competenze sono molto apprezzate dai cartelli della droga. Dove altro potrebbero lavorare? Nelle forze dell’ordine? Ne dubito fortemente… i cartelli pagano molto meglio… e questo è solo l’inizio

Le forze della NATO e i preparativi per una guerra su più ampia scala

Forse ancora più significativo del fenomeno dei mercenari è la presenza documentata di personale militare occidentale, tra cui operatori delle forze speciali in servizio attivo ed ex membri provenienti dai paesi della NATO, che partecipano direttamente alle operazioni di combattimento in Ucraina. Sebbene i governi occidentali sostengano ufficialmente che le loro forze non siano impegnate in combattimenti diretti, numerose segnalazioni e indagini hanno rivelato che il personale delle operazioni speciali proveniente dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Polonia e da altri membri della NATO è attivamente coinvolto in vari ruoli di combattimento.

Questi membri del personale non sono semplici consulenti o istruttori; partecipano alla raccolta di informazioni, alle operazioni di individuazione degli obiettivi, alla guerra con i droni e, in alcuni casi, a scontri a fuoco diretti con le forze russe. Questo coinvolgimento offre alle forze speciali della NATO un’opportunità senza precedenti di acquisire esperienza di combattimento sul campo contro un avversario sofisticato, dotato di moderni sistemi di difesa aerea, capacità di guerra elettronica e potenza militare convenzionale.

Da un punto di vista strategico, ciò rappresenta un’opportunità di addestramento inestimabile che non può essere replicata nelle esercitazioni o nelle simulazioni. Le forze della NATO stanno apprendendo le tattiche russe, mettendo alla prova le proprie attrezzature contro i sistemi russi, sviluppando contromisure alla guerra elettronica russa e perfezionando le operazioni interforze in un contesto di conflitto ad alta intensità. Ogni battaglia, ogni scontro e ogni perdita forniscono dati ed esperienze che la NATO integrerà nella propria dottrina e nei programmi di addestramento. I critici sostengono che ciò equivalga a prepararsi per una futura guerra su vasta scala tra la NATO e la Russia, utilizzando l’Ucraina come banco di prova e le vite degli ucraini come costo di tale addestramento.

Le truppe della NATO sono in Ucraina… ufficiali di collegamento, operatori, istruttori, truppe di comunicazione, istruttori, forze speciali…

Il poligono di prova per le armi occidentali

Al di là dell’addestramento del personale, il conflitto funge da laboratorio reale senza precedenti per la NATO e per le armi di fabbricazione occidentale. Per decenni, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno dominato i conflitti globali, ma questi sono stati in gran parte combattuti contro avversari asimmetrici del Terzo Mondo privi di moderne difese aeree, capacità di guerra elettronica o artiglieria di pari livello. Nonostante questa schiacciante superiorità tecnologica, gli Stati Uniti hanno comunque subito sconfitte strategiche in conflitti protratti come quelli in Iraq e in Afghanistan.

L’Ucraina offre un paradigma nettamente diverso: una guerra convenzionale ad alta intensità contro un avversario di livello quasi pari, dotato di una difesa sofisticata e a più livelli. I governi occidentali e le aziende appaltatrici del settore della difesa sono ansiosi di vedere come i loro sistemi di punta — quali il Patriot, l’HIMARS, i carri armati Leopard e i missili Storm Shadow — si comportino di fronte alla guerra elettronica russa, agli sciami di droni e alle difese aeree avanzate. Questi test sul campo sono inestimabili, poiché mettono a nudo le vulnerabilità e i limiti della tecnologia occidentale che né gli opuscoli di marketing né le esercitazioni militari edulcorate rivelerebbero mai. Consentono all’Occidente di raccogliere dati cruciali su come le proprie armi falliscono, su come possono essere disturbate e su come debbano essere potenziate in vista di futuri conflitti di alto livello.

La vera prova delle armi della NATO contro un avversario di pari livello… finora, è ben lontana dalla presentazione pubblicitaria diffusa dai media

La base industriale e la realtà dell’attrito

Tuttavia, questo stress test nel mondo reale ha messo in luce un difetto critico, forse fatale, nel paradigma militare occidentale: l’incapacità di sostenere una guerra di logoramento prolungata. La base militare-industriale occidentale è fondamentalmente ottimizzata per conflitti expeditionary brevi e ad alta intensità — interventi in stile blitzkrieg contro nemici tecnologicamente inferiori. Non è progettata per il logoramento estenuante e basato sull’uso massiccio dell’artiglieria che si sta verificando in Ucraina.

La difficoltà dei paesi della NATO nel produrre munizioni in quantità sufficiente, in particolare proiettili di artiglieria da 155 mm e missili a guida di precisione, è stata palesemente evidente. Le scorte accumulate nel corso di decenni si sono rapidamente esaurite e aumentare la produzione si è rivelato incredibilmente difficile a causa della deindustrializzazione, delle strozzature nella catena di approvvigionamento e della mancanza di capacità di espansione. Questa realtà logistica mette in luce una profonda debolezza strategica: sebbene l’Occidente sia in grado di proiettare la propria potenza a livello globale per alcune settimane, attualmente non è adeguatamente equipaggiato per combattere una guerra convenzionale prolungata, che si protragga per diversi anni, contro una grande potenza industriale come la Russia. L’incapacità di eguagliare il fuoco di artiglieria russo e i ritmi di produzione delle munizioni costringe l’Occidente a fare affidamento sulle pressioni diplomatiche ed economiche per mantenere viva la guerra, piuttosto che su soluzioni puramente militari.

Incendio in una fabbrica della NATO che produce munizioni per l’Ucraina…

La sopravvivenza collettiva dell’élite politica

Questa dipendenza dal conflitto perpetuo va oltre la figura del presidente e coinvolge l’intera élite politica e oligarchica ucraina. L’attuale classe dirigente ha intrecciato profondamente il proprio destino con lo status quo bellico. Anni di legge marziale, di consolidamento del potere e di riorientamento delle risorse statali hanno creato un sistema in cui la ricchezza, l’influenza e la sicurezza fisica dell’élite dipendono interamente dal mantenimento dell’attuale regime.

Se Zelensky dovesse cadere, o se un improvviso accordo di pace dovesse destabilizzare l’attuale struttura di potere, l’intero establishment politico si troverebbe di fronte a un pericolo esistenziale. Un contesto postbellico comporterebbe inevitabilmente richieste di rendicontazione, la potenziale perdita delle linee di credito occidentali e lo scioglimento dei poteri d’emergenza che attualmente li proteggono. Pertanto, l’élite politica è costretta a sostenere Zelensky e lo sforzo bellico, non per fervore ideologico, ma per un imperativo condiviso di sopravvivenza collettiva. Sono vincolati da un patto in cui il crollo del leader significa il crollo di tutti loro.

Coloro che controllano…
Un membro del Parlamento deve prendersi cura di sé stessa e del Paese…
È sempre una questione di soldi…

Il cupo calcolo strategico della Russia

Forse l’elemento più paradossale di questo conflitto prolungato è il calcolo strategico di Mosca. Mentre la Russia persegue ufficialmente la “demilitarizzazione e la denazificazione” dell’Ucraina, l’attuale leadership ucraina sta involontariamente realizzando questi obiettivi per conto della Russia.

Dal punto di vista del Cremlino, non vi è alcun incentivo strategico a eliminare Zelensky. Le sue politiche, dettate dalla necessità di soddisfare le richieste occidentali di una guerra totale, hanno portato allo smantellamento sistematico dello Stato ucraino. Il massiccio esodo demografico, la distruzione delle infrastrutture critiche, la fuga di milioni di cittadini e la devastazione economica sono tutti esiti in linea con gli obiettivi a lungo termine della Russia di neutralizzare l’Ucraina come minaccia indipendente e credibile ai propri confini. La Russia riconosce che Zelensky, nel suo disperato tentativo di rimanere utile all’Occidente, sta attivamente distruggendo il futuro del proprio Paese. Eliminarlo significherebbe rischiare di sostituirlo con qualcuno più competente, più capace di unire il popolo o più abile nel negoziare una pace che preservi la sovranità dello Stato ucraino. Finché l’attuale leadership continuerà a dissanguare il Paese in una guerra che non può vincere, Mosca lo considererà una risorsa strategica, seppur inconsapevole.

La camera di risonanza mediatico-militare-industriale

A queste realtà strategiche e industriali si aggiunge la profonda incompetenza e il distacco dei mass media occidentali e dei loro analisti militari. La narrativa pubblica in Occidente è in gran parte plasmata da un continuo avvicendamento di alti ufficiali in pensione e funzionari della difesa che passano senza soluzione di continuità a ruoli redditizi come analisti televisivi e consulenti proprio per quei media e quei complessi militar-industriali che un tempo servivano.

Queste figure operano in una “camera di risonanza” chiusa, profondamente scollegata dalle cupe realtà sul campo in Ucraina. Offrono sistematicamente valutazioni eccessivamente ottimistiche, sottovalutano gli adattamenti tattici russi e ripetono a pappagallo le linee guida ufficiali delle loro ex istituzioni. Questo consenso artificiale serve a oscurare l’effettivo andamento della guerra, nascondendo i fallimenti delle armi occidentali, l’esaurimento delle scorte e la situazione di stallo strategico. Dando priorità agli interessi finanziari dell’industria della difesa e alle narrazioni politiche dei propri governi piuttosto che a un’analisi obiettiva, questi commentatori fanno sì che l’opinione pubblica rimanga in gran parte all’oscuro dei veri costi e dei rendimenti decrescenti di questo conflitto prolungato.

Zelensky con i dirigenti delle aziende statunitensi del settore della difesa… gli affari vanno a gonfie vele…

Conclusione: Una guerra senza via d’uscita

Questi fattori convergono creando un ostacolo formidabile alla pace. Zelensky deve continuare la guerra per evitare di essere messo da parte dalle potenze occidentali o eliminato dalle fazioni nazionaliste all’interno dell’Ucraina. L’élite politica ucraina deve sostenerlo per proteggere il proprio potere e la propria sopravvivenza. Le agenzie di intelligence e le forze armate occidentali stanno utilizzando il conflitto come campo di addestramento e laboratorio di prova per futuri scontri con la Russia, mettendo al contempo in luce i limiti della propria base industriale. I mercenari internazionali stanno acquisendo competenze che destabilizzeranno regioni ben oltre l’Europa orientale. Nel frattempo, la Russia tollera l’attuale leadership perché le sue azioni stanno di fatto smantellando lo Stato ucraino dall’interno.

In questo cupo equilibrio, la guerra non è più solo una contesa militare; è un ecosistema politico, economico e militare autosufficiente, con potenti attori su tutti i fronti che traggono vantaggio dal suo protrarsi. La pace minaccerebbe la sopravvivenza dei leader politici, eliminerebbe preziose opportunità di addestramento per le forze occidentali ed esporrebbe le debolezze strategiche dell’alleanza NATO. Finché questi incentivi strutturali di fondo non cambieranno, la guerra in Ucraina continuerà. La pace rimane un’illusione lontana, messa in secondo piano dagli imperativi immediati e prevalenti della sopravvivenza politica, della preparazione militare e del profitto industriale.

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