Italia e il mondo

Giorgia Meloni. Una nuova liturgia di governo, di Antonio Rossello

Giorgia Meloni. Una nuova liturgia di governo

Sottotitolo: Da “esclusa” a timoniera dell’ingegneria semantica. Come il governo Meloni ricostruisce la realtà politica italiana attraverso il linguaggio, e quanto costa questa ricostruzione.

Introduzione: tre fatti e una domanda

Nel settembre 2026, il governo guidato da Giorgia Meloni supera il record di 1.412 giorni detenuto dal secondo governo Berlusconi, diventando l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana. A questo dato se ne affiancano altri due ugualmente solidi: è il primo governo guidato da una donna, e proviene da una tradizione politica che nella Prima Repubblica era stata strutturalmente esclusa dal sistema della conventio ad excludendum. Tuttavia, queste tre “condizioni” da sole non bastano a comprendere il fenomeno Meloni. Ciò che merita davvero indagine è un’altra questione: quando una tradizione politica a lungo esclusa conquista finalmente il potere, in che modo “governa”? E in che modo “parla”?

La risposta forse risiede in un concetto: lo sfondamento semantico. Questo termine, da me introdotto in alcuni miei recenti articoli, indica una pratica linguistica in cui le parole non descrivono più la realtà, ma la sostituiscono. La tesi di questo editoriale è che la peculiarità del governo Meloni non risieda nel grado di radicalità dei contenuti politici, bensì nella sistematicità con cui esso trasforma il linguaggio da strumento descrittivo a strumento di governo, costruendo così un modello di azione politica che possiamo definire “liturgia di governo meloniana”.

Primo: le condizioni storiche, dall’esclusione all’occupazione

Per comprendere la politica linguistica di Meloni, bisogna prima comprendere la posizione storica della sua genealogia politica. La logica di governo della Prima Repubblica si fondava su un meccanismo di esclusione tacitamente condiviso: tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano esisteva una sorta di riconoscimento reciproco sotterraneo, ma il PCI rimase sempre escluso dalla maggioranza di governo. Il Movimento Sociale Italiano e i suoi successori affrontarono una condizione simile, se non più severa. Negli anni Settanta, l’esclusione del MSI salì persino dal piano della non inclusione politica a quello della proposta di scioglimento costituzionale.

La svolta arrivò nel 1994. Gianfranco Fini trasformò il MSI in Alleanza Nazionale, tentando di completare la rottura con il passato fascista. Ma la vera continuità non si spezzò, fu piuttosto ricodificata. Nel 2012, Fratelli d’Italia, nato dalla scissione dal Popolo della Libertà, fu fondato da Meloni, La Russa e Crosetto, con una collocazione che oscillava ambiguamente tra estrema destra e destra radicale, mantenendo un legame non solo simbolico ma anche emotivo con il MSI e le sue origini fasciste.

La vittoria di Meloni nel 2022 ha dunque un duplice significato: è il primo governo guidato da una donna, ma è anche la prima volta che una tradizione politica mai costituzionalmente inclusa ottiene il controllo assoluto del governo. Questa sovranità tardiva genera una dinamica particolare: quando chi è stato a lungo escluso occupa improvvisamente il centro, si trova di fronte a una scelta: integrarsi nella grammatica istituzionale esistente, oppure riscrivere la grammatica stessa.

Meloni ha scelto la seconda strada.

Secondo: lo sfondamento semantico come quadro analitico

Il concetto di sfondamento semantico da me introdotto offre uno strumento preciso per comprendere questa scelta. Secondo la sua formulazione sistematica, lo sfondamento semantico indica la frattura tra il segno e il suo referente originario, quando il linguaggio smette di descrivere la realtà oggettiva e si propone invece di sostituirla, trasformandosi in uno strumento puramente pragmatico di dominio.

Questo quadro distingue tre tipi di mutamento semantico: la deriva, cioè un’alterazione spontanea e progressiva dell’uso dei termini, priva di una regia centrale; la rifondazione, cioè una riscrittura dichiarata, motivata e strategica del linguaggio operata da un attore specifico; e la manipolazione, cioè l’uso strategico del vocabolario mirato a esercitare una forma di controllo ideologico o normativo.

La distinzione cruciale è questa: il vero mutamento semantico, come l’estensione di significato di parole quali “rete” o “cellulare”, è guidato dal basso, da cambiamenti condivisi della realtà. Lo sfondamento semantico manipolatorio, al contrario, è imposto dall’alto e non corrisponde ad alcun cambiamento condiviso della realtà. Quando ciò accade, il potere non dice “questo non è vero”, dice “questo non significa questo”.

La pratica linguistica del governo Meloni è precisamente un ibrido tra rifondazione e manipolazione. L’analisi che segue si articola su tre dimensioni.

Terzo: la ricostruzione semantica nella comunicazione politica

Un primo esempio riguarda il linguaggio delle politiche migratorie. La strategia centrale del governo Meloni in materia di immigrazione offre un caso esemplare di sfondamento semantico. Nel novembre 2023, l’Italia ha firmato con l’Albania un accordo da 200 milioni di euro per istituire sul territorio albanese centri di accoglienza gestiti dall’Italia, destinati a trasferire in Albania una parte dei migranti irregolari diretti in Italia. A livello tecnico, questa politica viene definita “esternalizzazione”, ma il suo confezionamento linguistico è decisivo: la “detenzione” viene presentata come “accoglienza”, il “controllo extraterritoriale” come “cooperazione”.

Non si tratta di semplice eufemismo. L’eufemismo occulta un significato negativo noto, mentre lo sfondamento semantico trasforma la struttura referenziale delle parole: quando il “centro di accoglienza” sostituisce il “centro di detenzione”, chi critica si trova costretto a dibattere all’interno del quadro della “cooperazione umanitaria” anziché in quello della “violazione dei diritti umani”. Come rivela la teoria dello sfondamento semantico, quando il segno viene modificato e il concetto viene ridefinito, il referente stesso viene forzato in un nuovo campo di significato.

Un secondo esempio riguarda lo spostamento semantico dell'”identità” nei conflitti simbolici. Nel giugno 2026, l’eurodeputata Salis ha proposto di abolire la parata del 2 giugno, Festa della Repubblica, sostenendo che in un’epoca di “riarmo, militarismo e guerra sempre più vicina” la Festa della Repubblica dovrebbe recuperare il suo “originario carattere civile e democratico”. La risposta di Meloni è un esempio da manuale di sfondamento semantico.

Meloni ha spostato il dibattito dalla questione sostanziale, se la parata sia adeguata o meno al contesto geopolitico attuale, a una questione morale, se si rispetti o meno chi indossa l’uniforme. Le sue parole: quelle dichiarazioni sono “non solo vergognose, ma indegne” di coloro che “ogni giorno servono l’Italia con disciplina, onore e spirito di sacrificio”. Subito dopo, ha ridefinito la Festa della Repubblica come celebrazione “dell’identità nazionale, della coscienza nazionale e del valore di coloro che difendono, rappresentano e onorano la nazione”.

Questo è il meccanismo centrale dello sfondamento semantico: trasformare il dibattito politico in un test di lealtà identitaria. Quando la Festa della Repubblica viene ricodificata come “liturgia dell’identità nazionale”, opporsi alla parata non è più una divergenza politica, ma diventa una negazione della “nazione” stessa. Lo spazio del dibattito viene così chiuso, perché ogni ulteriore messa in discussione cade automaticamente nella trappola semantica del “non patriota”.

Quarto: la narrazione economica e fiscale, lo spostamento semantico della “stabilità”

Il più significativo spostamento semantico del governo Meloni in campo economico riguarda la ricodificazione della parola “stabilità”. La narrazione centrale ripetuta dal governo è quella dei “conti in ordine” e di un’Italia “meglio del resto d’Europa”.

Dal punto di vista dei dati, Meloni ha effettivamente realizzato un recupero della disciplina fiscale: il deficit è sceso dall’8,1 per cento del 2022 a circa il 3,0 per cento del 2025. Ma il punto cruciale dello sfondamento semantico è un altro: la “stabilità” viene ridefinita come miglioramento degli indicatori fiscali, escludendo sistematicamente la performance dell’economia reale.

La critica della senatrice di opposizione Misiani colpisce con precisione questo spostamento semantico: nel 2025 il PIL italiano è cresciuto solo dello 0,5 per cento, meno della metà della media dell’eurozona; l’indice della produzione industriale è calato di circa il 7,5 per cento in tre anni; la produzione manifatturiera si è contratta per tre anni consecutivi; i salari reali restano inferiori ai livelli di cinque anni prima. La pressione fiscale è salita dal 41,7 al 43,1 per cento, il livello più alto degli ultimi undici anni.

In altri termini, la “stabilità” di Meloni è semanticamente valida, ma sostanzialmente richiede una ridefinizione: è stabilità contabile, non stabilità della vita economica. Quando la parola “stabilità” viene fissata all’indicatore del deficit fiscale, la “crescita debole”, il “calo della produttività”, la “contrazione dei salari reali” vengono esclusi dal campo semantico della “stabilità”. Non è una menzogna, è l’operazione che la teoria dello sfondamento semantico descrive come ridefinizione del concetto per adattarlo alle esigenze narrative del potere, mentre il referente, cioè la condizione reale dell’economia italiana, resta invariato.

Quinto: la costruzione della liturgia, lo stile come tecnica di governo

Se gli esempi precedenti mostrano le operazioni concrete dello sfondamento semantico, la peculiarità della “liturgia di governo meloniana” sta nel fatto che essa ritualizza, normalizza e stilizza queste operazioni semantiche.

La comunicazione politica natalizia del 2025 offre un chiaro spaccato. La comunicazione festiva di Meloni combina due simboli apparentemente contraddittori: da un lato la solennità del quadro religioso-culturale, con l’enfasi su “identità”, “dignità” e attenzione ai deboli; dall’altro la foto in “maglione di Natale”, che dissolve la solennità con una leggerezza ironica. Gli analisti definiscono questa operazione “ingegneria della narrazione politica”, che combina “ritualità e quotidianità, istituzionalità e familiarità”.

Non è solo tecnica di comunicazione. Quando il “governo” viene presentato come una liturgia continua, attraverso auguri festivi, foto sui social e gesti simbolici, il confine tra contenuto sostanziale delle politiche e performance simbolica si dissolve. I cittadini non sono invitati a una deliberazione razionale sulle politiche, ma all’appartenenza emotiva a una comunità rituale.

Questo è pienamente coerente con la logica interna dello sfondamento semantico: quando il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a sostituirla, la politica si sposta dalla domanda “che cosa si fa” alla domanda “a chi si appartiene”. La “liturgia” di Meloni è l’espressione stilizzata di questo spostamento: non chiede ai cittadini di condividere le politiche, chiede loro di identificarsi con un’identità.

Conclusione: il costo dello sfondamento semantico

Il governo Meloni ha effettivamente stabilito record storici. Ma tra “il mandato più lungo” e “il cambiamento più profondo” non esiste un rapporto necessario. Letto attraverso la lente dello sfondamento semantico, il vero lascito di Meloni forse non sta in ciò che ha “fatto”, ma in ciò che ha ridefinito riguardo a cosa significa “fare”.

Quando la “stabilità” può non riferirsi alla crescita economica, quando la Festa della Repubblica può non riferirsi al dibattito politico, quando il “centro di accoglienza” può non riferirsi alla detenzione, la base linguistica della politica viene sistematicamente ricostruita. Nel breve periodo questa ricostruzione è efficace: consente al governo di occupare il terreno semantico nelle controversie politiche sostanziali, mettendo l’opposizione in una posizione difensiva, tacciata di “antipatriottismo” o di “non capire la realtà”.

Ma lo sfondamento semantico ha un costo interno. Quando le parole non riescono più a descrivere i problemi, non possono più essere usate per risolverli. Le reali difficoltà del controllo migratorio, le debolezze strutturali dell’economia, le tensioni tra giustizia e amministrazione: tutto questo richiede un linguaggio preciso per essere identificato, analizzato e affrontato. Se il linguaggio stesso è già stato ritualizzato e trasformato in arma, il governo diventa ripetizione di pose, non soluzione di problemi.

Il record di 1.413 giorni dimostra la capacità di sopravvivenza politica, non la profondità del cambiamento politico. La vera prova forse è un’altra: quando l’energia semantica della “liturgia meloniana” si sarà esaurita, la politica italiana saprà ritrovare un linguaggio capace di descrivere la realtà, anziché soltanto di occuparla.

La vera offerta, di Jon Kurpis

La vera offerta

Analisi critica dell’accordo trilaterale del 22 settembre 2026 tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca in materia di difesa, protezione e sfruttamento della Groenlandia.

Jon Kurpis7 ottobre
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .


Per quanto a volte Donald Trump possa essere roboante nella sua retorica, il tema della Groenlandia non è una sua esclusiva, dato che l’idea è stata formalmente esplorata da diverse amministrazioni precedenti. L’unica cosa che è cambiata è la consapevolezza, da parte degli Stati Uniti, che la Groenlandia oggi è più importante che mai.

Per questo motivo, il Presidente degli Stati Uniti ha continuato a lanciare segnali diretti che indicavano la Groenlandia come obiettivo primario dell’America. Il 22 dicembre 2025, Trump ha dichiarato: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale… Dobbiamo averla”. E il 9 gennaio 2026, Trump ha ribadito: “Faremo qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no”. Questo tipo di pressione è continuata, con intensità variabile, da allora fino all’estate del 2026. Ciononostante, è stata comunque una sorpresa quando, nel settembre 2026, l’amministrazione Trump ha annunciato che un accordo era stato sostanzialmente raggiunto.

Considerata la tendenza del presidente Trump a cantare vittoria troppo presto, unita alla scarsa esperienza della sua amministrazione in materia di diplomazia tradizionale, questo annuncio iniziale ha lasciato un notevole margine di incertezza su cosa fosse stato effettivamente concordato e su quanto seriamente dovesse essere preso.

Tuttavia, l’accordo ufficiale del 2026 è stato pubblicato e ora possiamo valutarlo per comprenderne i termini e le potenziali implicazioni.

Per farlo efficacemente, è necessario non solo comprendere il nuovo accordo del 2026 nella sua interezza, ma anche gli accordi originari su cui si basa. Ciò include il documento del 1941 che ha dato il via all’intero processo, lo storico accordo del 1951 che costituisce il fondamento dell’attuale rapporto di difesa e l’accordo del 2004 che modifica e integra l’accordo del 1951 per riconoscere la maggiore influenza e il ruolo della Groenlandia all’interno di tale rapporto. Infine, il nuovo accordo del 2026 deve essere valutato in relazione a tutti questi documenti precedenti al fine di comprendere sia come il rapporto si è evoluto sia quali elementi degli accordi precedenti continuano a essere in vigore.

Questo articolo esaminerà tutti e quattro gli accordi (1941, 1951, 2004 e 2026), fornendo spiegazioni concise dei loro termini più importanti e rimandando al testo integrale di ciascun documento in calce all’articolo. Ove opportuno, l’analisi citerà direttamente gli accordi, lasciando che i documenti parlino da soli il più possibile. Allo stesso tempo, la trattazione eviterà di diventare eccessivamente tecnica, trasformando l’articolo in un saggio accademico anziché in un’analisi accessibile.



L’accordo del 1941
L’accordo del 1941 relativo alla difesa della Groenlandia fu stipulato il 9 aprile1941 e fu la conseguenza dell’invasione e dell’occupazione della Danimarca nel 1940 da parte delle forze naziste. Poiché il popolo groenlandese era stato isolato dalla madrepatria, agli Stati Uniti fu chiesto di proteggere la posizione esposta di questo territorio danese, la Groenlandia, e la popolazione danese che vi risiedeva.

Per quanto riguarda i dettagli, l’accordo del 1941 riconosceva la sovranità del Regno di Danimarca sulla Groenlandia e che la guerra europea (la seconda guerra mondiale) rappresentava un pericolo sia per la Groenlandia che per gli Stati Uniti, poiché l’isola avrebbe potuto essere conquistata e utilizzata contro il continente americano. Il documento afferma:

“La difesa della Groenlandia da un attacco da parte di una potenza non americana è essenziale per la salvaguardia della pace e della sicurezza del continente americano ed è una questione di vitale importanza sia per gli Stati Uniti d’America che per il Regno di Danimarca;”

A causa di tale pericolo, agli Stati Uniti fu concesso il diritto di stabilire installazioni militari sull’isola e di utilizzarle per scopi connessi alla difesa comune dell’emisfero occidentale e della Groenlandia stessa.

L’accordo del 1941 affrontò inoltre altre questioni pertinenti che potevano sorgere, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, la garanzia che non venissero imposte tasse o dazi doganali al personale statunitense che lavorava in quel territorio o a determinati materiali introdotti dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la durata del rapporto, l’accordo del 1941 stabilisce:

“L’accordo rimarrà in vigore fino a quando non si concorderà sul fatto che gli attuali pericoli per la pace e la sicurezza del continente americano siano cessati.”

Ciò detto, la partnership era anche soggetta al fatto che ciascuna delle parti poteva rescindere l’accordo, dopodiché gli Stati Uniti avrebbero dovuto ritirarsi dalla Groenlandia entro 12 mesi.

L’accordo del 1951
L’accordo del 1951 riveste un’importanza fondamentale in quanto ha stabilito gli elementi cardine di tutto ciò che è accaduto dalla sua firma. In particolare, il governo degli Stati Uniti e il Regno di Danimarca furono considerati nazioni e parti uguali, legate dalla comune appartenenza alla NATO e dalle rispettive responsabilità all’interno dell’Alleanza.

“ Il Governo degli Stati Uniti d’America e il Governo del Regno di Danimarca, al fine di promuovere la stabilità e il benessere nell’area del Trattato del Nord Atlantico unendo i loro sforzi per la difesa collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza e per lo sviluppo della loro capacità collettiva di resistere agli attacchi armati, adotteranno ciascuno le misure necessarie o opportune per svolgere con sollecitudine le rispettive e comuni responsabilità in Groenlandia, in conformità con i piani della NATO.”

In definitiva, ciò significa che non si tratta di un accordo incentrato esclusivamente sugli Stati Uniti o sulla Danimarca. Piuttosto, l’accordo opera in conformità con la NATO e nel quadro di come la NATO è concepita per funzionare.

Affinché la relazione potesse funzionare, gli Stati Uniti e la Danimarca concordarono di gestire e/o istituire zone di difesa entro i confini della Groenlandia. Queste zone di difesa avrebbero sventolato le bandiere di entrambi i paesi, si sarebbero divise le responsabilità e avrebbero mantenuto una struttura di comando che includeva personale di entrambe le nazioni. L’accordo prevedeva inoltre tutto il supporto logistico necessario per svolgere tali responsabilità all’interno della Groenlandia, sulla base del fatto che queste attività erano finalizzate alla protezione dell’area del Trattato del Nord Atlantico e di tutto ciò che tale protezione comportava.

Inoltre, le forze armate statunitensi avrebbero il diritto di attraversare la Groenlandia, via mare, terra o aria, senza incontrare ostacoli. Gli Stati Uniti potrebbero anche far entrare in Groenlandia personale e materiali necessari senza che tali persone o materiali siano soggetti a tasse o restrizioni simili.

Per quanto riguarda la durata dell’accordo, quest’ultimo sarebbe rimasto in vigore per tutta la durata del Trattato del Nord Atlantico, o Trattato NATO.

“Il presente accordo, essendo attuativo del Trattato del Nord Atlantico, rimarrà in vigore per tutta la durata del Trattato del Nord Atlantico.”

L’accordo del 2004
Il 6 agosto2004 , l’accordo del 1951 è stato aggiornato in quello che è diventato noto come Accordo di Igaliku. Questa nuova versione aveva lo scopo di emendare e integrare l’accordo del 1951 in diversi punti importanti.

Innanzitutto, alla Groenlandia è stata riservata maggiore considerazione, in linea con il suo nuovo status. Ciò è dovuto al fatto che la Groenlandia è passata dall’essere una colonia a essere parte integrante del Regno di Danimarca, in virtù della Costituzione danese, e ha ottenuto un’ampia autonomia. Pertanto, l’accordo di Igaliku del 2004 è stato concepito per sottolineare questo sviluppo e riconoscere che anche la Groenlandia deve partecipare e agire in stretta cooperazione all’interno della NATO per garantire la sicurezza dell’Atlantico settentrionale.

Nello specifico, l’accordo del 2004 stabilisce che la base aerea di Thule (ora nota come base spaziale di Pituffik) è l’unica area di difesa in Groenlandia. Tuttavia, le disposizioni dell’articolo II dell’accordo di difesa originale del 1951 sono rimaste invariate, in modo da poter continuare ad applicarsi all’eventuale istituzione di aree di difesa in futuro.

Inoltre, l’accordo di Igaliku del 2004 prevede la modernizzazione della base aerea di Thule al fine di migliorare la capacità di svolgere missioni di allerta missilistica, difesa missilistica e sorveglianza spaziale.

“Le Parti convengono che il Governo degli Stati Uniti può modernizzare il sistema di allerta precoce per missili balistici presso la base aerea di Thule al fine di migliorarne la capacità di svolgere le missioni di allerta missilistica e sorveglianza spaziale, anche a supporto della difesa missilistica.”

Oltre all’accordo di Igaliku del 2004, sono state incluse due dichiarazioni congiunte che dimostrano ulteriormente l’ampliamento del ruolo della Groenlandia.

Il primo è la Dichiarazione congiunta sulla cooperazione economica e tecnica. Questo documento prevede la cooperazione tra gli Stati Uniti e la Groenlandia in settori quali ricerca e tecnologia, energia, istruzione, turismo, commercio e altri ambiti di interesse comune.

La seconda dichiarazione congiunta riguarda la cooperazione in materia ambientale in Groenlandia. Essa riconosce la particolare vulnerabilità dell’ambiente artico e prevede la cooperazione tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia per combattere l’inquinamento che potrebbe avere un impatto negativo sulla salute umana, sull’aria, sull’acqua, sui ghiacci e sul suolo, nonché per proteggere la natura, gli animali selvatici, le piante e i loro habitat. La dichiarazione affronta anche la tutela del paesaggio, delle aree di importanza storica e delle aree di valore scientifico.


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L’accordo del 2026
L’accordo più recente relativo alla Groenlandia, firmato il 22 settembre2026 , è stato concepito anche per emendare e integrare l’accordo del 1951 e tutti i successivi accordi pertinenti ad esso correlati.

E fin da subito, il preambolo di questo documento del 2026 presenta molti aspetti importanti che meritano di essere discussi.

Nel primo paragrafo, il governo degli Stati Uniti, il governo del Regno di Danimarca e il governo della Groenlandia vengono riconosciuti e indicati collettivamente come le “Parti”. Ciò stabilisce che la Groenlandia è parte di questo accordo, il che ha effettive implicazioni giuridiche.

Il preambolo riconosce e riafferma inoltre la sovranità e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, riconoscendo al contempo il diritto all’autodeterminazione del popolo della Groenlandia.

Nel preambolo dell’accordo del 2026 si riconosce anche la necessità di proteggere l'”ambiente incontaminato” della Groenlandia, nonché i diritti del popolo groenlandese. L’accordo afferma:

“Riconoscere i diritti economici, sociali e culturali del popolo della Groenlandia, anche in relazione alle loro terre e al loro stile di vita, compresa la caccia, la pesca e altre attività e sviluppi tradizionali, culturali, storici e futuri;”

Il preambolo del 2026 riconosce formalmente anche l’esistenza di sfide alla sicurezza nell’Artico. Nello specifico, afferma:

“Riconoscendo le sfide alla sicurezza nell’Artico e nell’Alto Nord poste dall’intensificarsi dell’attività militare degli avversari e dal crescente interesse strategico nella regione;”

Altrettanto importante è il fatto che il preambolo dell’accordo ribadisce che l’obiettivo comune è anche quello di massimizzare i benefici per i groenlandesi. Esso afferma:

“Ribadendo l’obiettivo comune di massimizzare i benefici reali, tangibili e sostanziali per la popolazione della Groenlandia derivanti dalle aree di difesa;”

Infine, il preambolo riconosce anche che le Parti hanno un interesse comune nel consentire agli Stati Uniti di accedere al territorio per la realizzazione di un sistema di difesa Golden Dome. Nello specifico:

“Riconoscendo il comune interesse delle Parti a consentire agli Stati Uniti di avere accesso militare al territorio della Groenlandia nella misura necessaria a difendere l’area del Trattato del Nord Atlantico, la Groenlandia e il continente americano, anche attraverso la creazione di un sistema di difesa Golden Dome;”

A seguire il preambolo del 2026 si trova la Sezione 1 “Obiettivi”.

Si ritiene che gli obiettivi dell’accordo del 2026 siano quelli di modificare e integrare il precedente accordo di difesa al fine di adempiere alle responsabilità relative alla difesa della Groenlandia e dell’area del Trattato del Nord Atlantico, nonché del nuovo “continente americano” incluso, rappresentando al contempo gli interessi della Groenlandia e apportando benefici alla società groenlandese.

L’importanza di questo aspetto non può essere sottovalutata, poiché stabilisce formalmente che il “continente americano” ora rientra negli obiettivi dell’accordo e, al contempo, che la Groenlandia e la società groenlandese devono beneficiarne. In altre parole, queste due considerazioni principali sono ora espressamente incorporate negli obiettivi dell’accordo di difesa stesso.

Dopo il preambolo e gli obiettivi, la Sezione 3 dell’accordo del 2026 si concentra sulle definizioni cruciali. Di particolare importanza sono le definizioni di “Area di Difesa” e “Settori o Attività Particolarmente Sensibili”, che sono elencate di seguito.

Per “Zona di Difesa” si intende un’area della Groenlandia in cui gli Stati Uniti stabiliscono e/o gestiscono una base militare in conformità con gli Accordi di Difesa.

Per “settori o attività particolarmente sensibili” si intendono i settori o le attività considerati particolarmente sensibili, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, le infrastrutture critiche e l’estrazione di risorse.

La sezione 4 dell’accordo del 2026, intitolata “Aree di difesa”, è la successiva area di notevole importanza.

Innanzitutto, questa sezione consente agli Stati Uniti di potenziare l’area di difesa di Thule, ora denominata base spaziale di Pituffik. Permette inoltre agli Stati Uniti di istituire future aree di difesa a Narsarsuaq e Mestersvig. Considerando che l’area di difesa di Thule si estende per circa 254 miglia quadrate, l’aggiunta di altre due aree di difesa non è affatto insignificante.

L’accordo del 2026 prevede inoltre la possibilità di creare in futuro un numero ancora maggiore di zone di difesa.

“ Gli Stati Uniti possono istituire ulteriori aree di difesa in Groenlandia e rafforzare le proprie operazioni o strutture militari… Le Parti si riuniranno immediatamente per avviare consultazioni tramite il Comitato permanente al fine di decidere i dettagli dell’attuazione sulla base di un accordo reciproco.”

In particolare, la formulazione indica che l’istituzione di ulteriori zone di difesa non è tanto oggetto di dibattito quanto di accettazione, con i dettagli che verrebbero poi definiti tra le parti.

Proseguendo, la Parte 4 dell’accordo del 2026 è altrettanto importante in quanto impone agli Stati Uniti di impiegare, ove possibile, cittadini della Groenlandia in tutti gli appalti e le attività commerciali.

“ Gli Stati Uniti assegneranno tutti i contratti a imprese commerciali per beni e servizi relativi alla creazione, manutenzione e gestione, compresi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, progetti di costruzione e smantellamento, delle aree di difesa in Groenlandia, a fornitori groenlandesi nella massima misura possibile…”

Ciò è particolarmente importante alla luce dell’enfasi posta in precedenza dall’accordo sul garantire che la società groenlandese riceva benefici reali e tangibili dalla collaborazione in materia di difesa.

La Sezione 5 dell’accordo del 2026 consente agli Stati Uniti di stabilire installazioni militari senza equipaggio, mentre la Sezione 6 ribadisce il diritto degli Stati Uniti di muoversi liberamente in tutta la Groenlandia per via aerea, terrestre e marittima. Stabilisce inoltre il diritto degli Stati Uniti di effettuare movimenti sottomarini senza impedimenti.

“Gli aeromobili degli Stati Uniti possono sorvolare e atterrare in qualsiasi territorio della Groenlandia, comprese le acque territoriali, e le navi pubbliche degli Stati Uniti possono avere accesso sottomarino e muoversi all’interno delle acque territoriali, senza restrizioni…”

Al contempo, la sezione richiede che tali attività siano svolte in modo da tutelare lo stile di vita groenlandese.

“Questi diritti devono essere esercitati nel massimo rispetto della società groenlandese e del suo stile di vita, comprese la caccia, la pesca e altre attività tradizionali, culturali, storiche e future.”

La Sezione 7 è significativa per numerose ragioni. Innanzitutto, attribuisce agli Stati Uniti un ruolo nella pianificazione e nello sviluppo di aree al di fuori e nelle vicinanze delle zone di difesa designate. Prevede inoltre che le parti collaborino per contrastare lo spionaggio.

Le sezioni 9, 10 e 11 rivestono tutte grande importanza e introducono alcune disposizioni del tutto nuove per l’accordo.

La Sezione 9 disciplina il coinvolgimento di Stati terzi. In base alle sue disposizioni, gli Stati terzi non possono stabilire installazioni militari, con o senza equipaggio, in Groenlandia, né possono mantenere una presenza militare permanente o stazionare forze sul territorio, a meno che non siano membri della NATO.

“Nessuno Stato che non sia membro della NATO potrà stabilire proprie installazioni militari, con o senza equipaggio, in Groenlandia, né potrà mantenere una presenza permanente di forze militari in Groenlandia, salvo diverso accordo tra le Parti.”

La Sezione 10 disciplina gli investimenti diretti esteri e altre attività in Groenlandia. In sostanza, limita la partecipazione ad attività e investimenti esteri che coinvolgono risorse naturali o altri beni di valore in Groenlandia ai membri della NATO, ai partner della NATO e ai membri dell’UE.

“Considerata la minaccia alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico rappresentata dai crescenti sforzi degli avversari per espandere la propria influenza e il proprio controllo in Groenlandia, le Parti convengono che agli Stati o agli investitori di uno Stato che non sia membro della NATO, partner della NATO o Stato membro dell’UE non sarà consentito di avere controllo, influenza significativa o accesso a informazioni non pubbliche che possano costituire una minaccia alla sicurezza nazionale o all’ordine pubblico all’interno di settori o attività particolarmente sensibili nel territorio della Groenlandia (incluse le acque territoriali), a meno che le Parti non convengano che le attività di tali Stati o investitori non costituiscano una minaccia alla sicurezza nazionale o all’ordine pubblico.

L’obiettivo sarà garantito dalla Groenlandia in stretta collaborazione con le autorità del Regno di Danimarca nell’applicazione di tutte le sue leggi, attuali o future, in materia di controllo degli investimenti.

La Sezione 11 riguarda la natura permanente dell’accordo e prevede che la Groenlandia debba continuare a rispettarlo anche qualora in futuro ottenesse la piena indipendenza. Inoltre, a differenza dell’accordo del 1951, che si sarebbe estinto in caso di scioglimento della NATO, il nuovo accordo rimane in vigore a tempo indeterminato, a meno che tutte le parti non concordino sulla sua rescissione. In termini pratici, ciò conferisce agli Stati Uniti la possibilità di impedire in modo permanente la rescissione dell’accordo senza il loro consenso.

“Natura permanente del presente accordo

Il presente accordo non ha una data di scadenza e può essere modificato solo di comune accordo, conformemente all’articolo XIII dell’accordo di difesa del 1951.

Nel caso in cui la Groenlandia eserciti il ​​suo diritto all’autodeterminazione per diventare indipendente, il Governo del Regno di Danimarca e il Governo della Groenlandia garantiranno congiuntamente che lo Stato groenlandese indipendente accetti di rimanere nella NATO, anche presentando domanda di adesione se necessario, e assuma espressamente, a partire dalla data dell’indipendenza, tutti i diritti e gli obblighi del Regno di Danimarca specificati nel presente Accordo, compresi eventuali accordi o intese di attuazione tra le Parti, nonché gli Accordi di Difesa.

Cerchio completo
Per tutti i lettori che sono giunti a questo punto dell’articolo, ora avete una solida comprensione della storia di questi 4 accordi relativi alla Groenlandia, nonché delle disposizioni, modifiche e aggiunte più significative contenute nel nuovo accordo del 2026. Detto questo, dobbiamo ancora approfondire queste informazioni per comprenderne appieno il significato. Solo allora potremo valutare obiettivamente i meriti e le implicazioni dell’accordo ed esaminare come Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca potrebbero procedere in futuro.

Nella mia esperienza, il modo migliore per comprendere appieno accordi internazionali complessi di questa natura è quello di analizzare nel dettaglio cosa ciascuna parte ottiene in cambio della propria partecipazione all’accordo.

U.S.A.
Per gli Stati Uniti, i vantaggi dell’accordo del 2026 sono considerevoli. Gli Stati Uniti potranno potenziare la base spaziale di Pituffik, ottenendo al contempo la possibilità di istituire due nuove aree di difesa fin da subito e potenzialmente di crearne altre in futuro. Inoltre, acquisiranno una significativa autorità su aree al di fuori di tali zone di difesa, nonché la possibilità di stabilire ulteriori siti per le operazioni con velivoli senza pilota.

Il nuovo accordo del 2026 consolida ulteriormente la libertà di movimento degli Stati Uniti per aria, terra e mare in tutta la Groenlandia, compresa la libertà di movimento sottomarino. Inoltre, garantisce agli Stati Uniti la possibilità di perseguire l’iniziativa Golden Dome dalla Groenlandia. Oltre a ciò, l’accordo del 2026 stabilisce che la presenza militare americana in Groenlandia serve, in larga parte, a proteggere il continente americano.

Altrettanto significativo è il fatto che gli Stati Uniti saranno anche in grado di impedire a determinati paesi stranieri di stabilire presenze militari, effettuare investimenti o partecipare allo sfruttamento delle risorse naturali della Groenlandia.

Infine, l’accordo ha carattere permanente. La sua continuazione non dipende più dal fatto che la NATO rimanga intatta come organizzazione, né si estinguerebbe automaticamente qualora la Groenlandia dovesse ottenere la piena indipendenza in futuro.

Groenlandia
Nell’ambito dell’accordo del 2026, la Groenlandia riceve significative tutele e impegni. Ad esempio, l’accordo prevede il rispetto dell’ambiente, della cultura, della storia, della pesca, della caccia e, più in generale, dello stile di vita della Groenlandia. Inoltre, la Groenlandia beneficia di una protezione a lungo termine da parte degli Stati Uniti, unitamente a contratti, investimenti, opportunità di lavoro e altre opportunità finanziarie che accompagneranno la creazione e l’espansione di queste aree di difesa.

Danimarca
Infine, c’è il Regno di Danimarca e ciò che riceve dall’accordo. A tutti gli effetti, gran parte dei benefici per la Danimarca sono di natura politica e simbolica. La bandiera danese continua a sventolare sulle basi, la sovranità danese viene formalmente rispettata e la Danimarca mantiene un ruolo nelle opportunità economiche legate alla Groenlandia. Insieme ai membri della NATO, ai partner della NATO e all’UE, la Danimarca rimane saldamente in posizione per partecipare a opportunità di investimento e legate alle risorse. Di conseguenza, i danesi non perdono completamente le potenziali opportunità di estrazione di risorse, investimenti o altre attività economiche associate al territorio.

Una questione ancora aperta
Oggettivamente parlando, gli Stati Uniti sono usciti come i maggiori vincitori del nuovo accordo del 2026. Anche la Groenlandia può dirsi averne tratto un discreto vantaggio. Se c’è una parte che esce meno bene dall’accordo, tuttavia, è il Regno di Danimarca.

Ora che è stato raggiunto un accordo, il risultato solleva un’ultima questione:

Il presidente Trump doveva necessariamente affrontare i negoziati in questo modo per ottenere questi risultati?

A mio parere, la risposta è sia sì che no.

La verità è che con una semplice telefonata privata e l’uso della diplomazia convenzionale, l’amministrazione Trump avrebbe potuto ottenere molte delle disposizioni contenute nell’accordo del 2026. Ad esempio, gli Stati Uniti avrebbero potuto potenziare l’attuale base spaziale di Pituffik, potenzialmente assicurarsi due ulteriori aree di difesa, istituire zone per le operazioni con velivoli senza pilota, estendere la libertà di movimento alle attività sottomarine e riaffermare la propria capacità di utilizzare la Groenlandia per la difesa del continente americano. Questi obiettivi avrebbero potuto essere raggiunti in modo più tradizionale e amichevole.

Ho meno certezze sul fatto che la diplomazia convenzionale avrebbe potuto produrre alcune delle disposizioni più importanti dell’accordo. Tra queste, la possibilità legale di impedire a determinati paesi stranieri di investire in Groenlandia, di stabilirvi presenze militari o di partecipare allo sfruttamento delle risorse e, forse ancora più importante, la natura permanente dell’accordo, indipendentemente dalla continua esistenza della NATO.

È qui che l’approccio non convenzionale di Trump diventa rilevante. L’amministrazione Trump, e il presidente Trump in particolare, hanno ripetutamente fatto ricorso alla pressione dell’opinione pubblica e a una retorica provocatoria anziché ai tradizionali canali diplomatici. Sebbene ciò venga spesso considerato una scelta, non ne sono così sicuro, poiché nulla fa pensare che il presidente Trump sappia come gestire con successo la diplomazia ordinaria. Sebbene l’approccio di Trump appaia immaturo e certamente metta a dura prova i rapporti con gli alleati degli Stati Uniti, potrebbe essere l’unica cosa di cui sia capace. E in questo caso specifico, si può quantomeno sostenere che queste tattiche non ortodosse abbiano contribuito a ottenere risultati che sarebbero stati molto più difficili da raggiungere attraverso la diplomazia ordinaria.

Pertanto, sebbene molti, se non la maggior parte, degli obiettivi raggiunti attraverso questo accordo del 2026 avrebbero probabilmente potuto essere perseguiti in modo più diplomatico e meno conflittuale, bisogna riconoscere i risultati ottenuti con l’approccio di Trump. In particolare, la natura permanente dell’accordo, le restrizioni imposte ai concorrenti strategici che cercano di accedere alle risorse della Groenlandia e diverse altre disposizioni dell’accordo vanno oltre ciò che altrimenti sarebbe stato realizzabile.

Considerazioni finali
In definitiva, l’accordo del 22 settembre2026 tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia è epocale e di grande importanza. È anche affascinante, poiché tocca diversi ambiti cruciali, tra cui quello militare e della difesa, le risorse delle terre rare, le popolazioni indigene, gli interessi europei e americani, l’Artico, nonché la diplomazia e i negoziati internazionali.

In sostanza, il nuovo accordo del 2026 garantisce di fatto agli Stati Uniti una presenza permanente e irrevocabile in Groenlandia, insieme alla possibilità di impedire per sempre agli avversari di accedere alle immense risorse del continente.

Sebbene le modalità con cui l’amministrazione Trump ha condotto questi negoziati possano e debbano essere oggetto di dibattito, non di critica, i risultati finali, almeno per quanto riguarda ciò che gli Stati Uniti hanno ottenuto, sono inequivocabilmente “Un vero affare”.

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

Accordi degli Stati Uniti riguardanti la Groenlandia

Accordo del 1941

Accordo del 1951

Accordo del 2004

Accordo del 2026


NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.


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La guerra oltre la NATO, di the Daily Duran – L’AfD e la strada per Mosca, di Bob Hickok _La politica dello stato di emergenza permanente, di the Daily Duran

La guerra oltre la NATO

L’Ucraina potrebbe anche escludere l’adesione alla NATO dalla propria costituzione, ma il profondo confronto militare tra Russia ed Europa si sta rivelando sempre più difficile da superare.

Il quotidiano Duran7 ottobre
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La disputa sull’adesione dell’Ucraina alla NATO potrebbe giungere a una conclusione insolita. L’adesione stessa potrebbe scomparire dalle ambizioni costituzionali di Kiev, proprio mentre il confronto strategico che l’espansione della NATO ha contribuito a creare si consolida ulteriormente.

Questa distinzione è importante. Le alleanze sono sancite da trattati e costituzioni. Gli allineamenti strategici si costruiscono attraverso armi, finanziamenti, intelligence, logistica e impegni politici. Eliminare una frase dalla costituzione ucraina risolverebbe il primo problema, ma non necessariamente modificherebbe il secondo.

Questa è sempre più la contraddizione centrale del conflitto ucraino. La questione formale dell’adesione alla NATO sembra passare in secondo piano proprio mentre l’integrazione pratica dell’Ucraina nel sistema di sicurezza occidentale – e il confronto dell’Europa con la Russia – assume un’importanza crescente.

Dall’adesione alla realtà militare
Secondo alcune fonti, il parlamento ucraino starebbe valutando la possibilità di eliminare l’impegno costituzionale all’adesione alla NATO, pur mantenendo il percorso di avvicinamento del Paese all’Unione Europea. Anche Marco Rubio ha lasciato intendere che l’adesione alla NATO non è più un’opzione contemplata.

Sulla carta, questo sembra significativo. La traiettoria dell’Ucraina nella NATO si trovava quasi al centro della disputa sulla sicurezza che ha preceduto la guerra. Ma è improbabile che Mosca giudichi la futura posizione dell’Ucraina basandosi esclusivamente sul testo costituzionale.

Le costituzioni possono essere modificate. I governi cambiano. Gli assetti di sicurezza si evolvono.

La questione più rilevante è se l’Ucraina rimanga militarmente integrata con gli stati della NATO anche senza diventarne membro: rifornita di armi occidentali, sostenuta finanziariamente, collegata alle reti di intelligence occidentali e preservata come piattaforma militare al confine con la Russia.

Ecco perché la neutralità è considerevolmente più complessa del semplice abbandono di una domanda di adesione. L’autentica neutralità strategica riguarda le capacità e le relazioni, non solo il linguaggio giuridico.

La guerra potrebbe quindi spingersi oltre il dibattito sull’adesione alla NATO senza risolvere il conflitto di sicurezza di fondo che ha reso tale dibattito così importante.

La logistica diventa strategia
La pressione militare esercitata dalla Russia riflette sempre più la stessa logica.

Gli sviluppi strategicamente più importanti non sono necessariamente spettacolari conquiste sul campo di battaglia. Si tratta piuttosto di attacchi contro i sistemi che permettono all’Ucraina di continuare a funzionare come un’economia di guerra.

Gli attacchi russi hanno esercitato una pressione crescente su Odessa, sulle infrastrutture per l’esportazione, sulle ferrovie e sulle comunicazioni. Secondo le informazioni esaminate per l’edizione odierna, l’Ucraina ha quasi esaurito le sue riserve di locomotive a seguito dei ripetuti attacchi alla sua rete ferroviaria. La loro sostituzione è difficile perché l’Ucraina utilizza uno scartamento ferroviario diverso da quello di gran parte dell’Europa occidentale, costringendo Kiev a cercare materiale rotabile compatibile in Polonia e in altri paesi dell’Europa orientale.

Si tratta di una guerra strategica contro la produttività.

Gli eserciti necessitano di munizioni, carburante e personale, ma gli stati in guerra hanno bisogno anche di ferrovie, porti, sistemi elettrici, telecomunicazioni e canali di esportazione funzionanti. Distruggere una locomotiva può attirare meno attenzione rispetto alla conquista di una città. Le sue conseguenze possono estendersi ben oltre.

L’attacco ucraino, che avrebbe coinvolto oltre 600 droni diretti verso Mosca, dimostra che Kiev conserva la capacità di imporre costi all’interno della Russia. Alcuni droni avrebbero penetrato le difese aeree russe e colpito infrastrutture per lo stoccaggio di carburante. Tuttavia, la maggiore asimmetria risiede nella capacità di sostenere tali scambi.

La Russia sta esercitando una pressione crescente sul tessuto connettivo dello stato ucraino.

È più difficile che il solo aiuto finanziario occidentale possa porvi rimedio.


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La Germania oltrepassa una soglia retorica
Proprio nel momento in cui Kiev potrebbe formalmente ritirarsi dalla NATO, la Germania si sta muovendo retoricamente verso una concezione più esplicita di confronto con la Russia.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato di patriottismo e mobilitazione in caso di un futuro conflitto. Il capo del BND, Martin Jäger, ha avvertito il parlamento che la Germania rischia di essere trascinata in un violento scontro con Mosca.

Ciò crea un’inversione straordinaria.

Tradizionalmente, la tesi a favore dell’espansione della NATO era che l’allargamento avrebbe stabilizzato l’Europa estendendo la deterrenza verso est. Tuttavia, l’Ucraina potrebbe ora abbandonare l’ambizione di aderire alla NATO, mentre la Germania, al sicuro all’interno dell’alleanza, discute più apertamente la possibilità di un confronto diretto con la Russia.

Il fronte istituzionale potrebbe stabilizzarsi anche se quello politico si militarizza sempre più.

Il linguaggio di Berlino illustra anche quanto profondamente il conflitto in Ucraina abbia cambiato il pensiero strategico europeo. La Russia non viene più considerata semplicemente un problema da contenere all’interno dell’Ucraina. I governi europei descrivono sempre più spesso il confronto come qualcosa che potrebbe coinvolgere direttamente le loro società, economie e strutture militari.

Tale trasformazione potrebbe in definitiva rivelarsi più importante dello status formale dell’Ucraina all’interno di un’alleanza.

L’architettura sopravvive all’etichetta
Il problema emergente degli insediamenti è quindi di portata ben maggiore rispetto alla sola appartenenza alla NATO.

La Russia sembra sempre più determinata a indebolire la capacità dell’Ucraina di funzionare come un’efficace piattaforma militare. L’Europa resta impegnata a sostenere tale piattaforma. Kiev potrebbe diventare costituzionalmente non-NATO pur mantenendo legami strategici con gli stati NATO.

In tal caso, il linguaggio diplomatico sarà cambiato più rapidamente dell’architettura strategica.

Ecco perché l’eliminazione della NATO dalla costituzione ucraina potrebbe rivelarsi al contempo importante e insufficiente. Riconoscerebbe il fallimento di uno dei presupposti centrali dell’ordine europeo prebellico, ma lascerebbe irrisolta la questione più complessa: quale sistema di sicurezza lo sostituirà?

Le guerre raramente finiscono semplicemente perché una clausola controversa scompare dai documenti. Finiscono quando gli accordi politici e militari che sottendono a tale clausola diventano sufficientemente accettabili per le principali potenze, che smettono così di metterli alla prova.


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L’AfD e la strada per Mosca

di Bob Hickok

7 ottobre
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Bob Hickok analizza come l’AfD stia trasformando l’opposizione alla guerra in Ucraina in una più ampia campagna per ripristinare i legami economici e politici della Germania con la Russia.

L’AfD (Alternativa per la Germania) si sta orientando verso una politica estera che rappresenterebbe una netta rottura con la linea politica seguita da Berlino dall’inizio della guerra in Ucraina. Al centro di questa politica c’è una semplice proposta: la Germania dovrebbe smettere di considerare il confronto permanente con la Russia come una condizione inevitabile della vita europea. Il partito auspica la fine del sostegno militare tedesco all’Ucraina, la priorità dei negoziati con Mosca rispetto a un’ulteriore escalation, il ritorno dell’energia russa sul mercato tedesco e lo smantellamento delle sanzioni economiche con il miglioramento delle relazioni. Questa posizione è diventata ancora più evidente il 7 ottobre, quando l’AfD ha annunciato la sua adesione alla BSW (Alleanza dei Wageknecht di Sahara Occidentale) nel parlamento della Sassonia-Anhalt per chiedere la fine del sostegno militare tedesco all’Ucraina. La mozione non può determinare la politica estera federale, ma il suo simbolismo è innegabile. Il leader regionale dell’AfD, Ulrich Siegmund, ha affermato che Berlino dovrebbe adoperarsi per porre fine alla guerra anziché prolungarla e reindirizzare le risorse destinate all’Ucraina verso la Germania stessa. L’iniziativa, pertanto, coniuga la politica estera con la questione interna che ha contribuito maggiormente all’ascesa dell’AfD: ovvero se lo Stato tedesco debba continuare a destinare fondi, armi e attenzione politica a un conflitto nell’Europa orientale, mentre cresce il malcontento interno.

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Dietro questa argomentazione si cela una disputa più ampia su quale debba essere il rapporto tra Germania e Russia una volta che i combattimenti saranno terminati. L’AfD non si limita a sostenere una riduzione delle forniture di armi. Nei dibattiti al Parlamento tedesco, i suoi rappresentanti hanno invocato un compromesso negoziato, si sono opposti all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea e alle garanzie militari che potrebbero impegnare la Germania in un’altra guerra, e hanno sostenuto che gli interessi tedeschi richiedono il ripristino, in futuro, di normali relazioni con Mosca. All’inizio dell’estate, uno dei fondatori dell’AfD, Alexander Gauland, ha affermato in Parlamento che l’Ucraina ha il diritto di continuare a combattere se lo desidera, ma che la Germania non è obbligata a farsi carico del conflitto. Questa distinzione è centrale nella posizione del partito. La Germania, secondo l’AfD, dovrebbe smettere di definire i propri interessi attraverso le priorità strategiche di Kiev o attraverso un confronto militare indefinito tra Russia e Occidente. Berlino dovrebbe invece recuperare spazio per una diplomazia indipendente, lasciando l’Ucraina al di fuori delle strutture che potrebbero trasformare l’attuale conflitto in una linea di demarcazione permanente in Europa.

La dimensione economica potrebbe rivelarsi ancora più rilevante. Prima del 2022, la Russia forniva alla Germania oltre la metà del suo gas naturale e più di un terzo delle sue importazioni di petrolio greggio. Tale rapporto è stato gravemente compromesso dopo l’invasione russa dell’Ucraina, lo scontro legato alle sanzioni, la riduzione e l’interruzione dei principali flussi di gas e la distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream nel settembre 2022. L’AfD sostiene che il conseguente ordine energetico abbia indebolito l’industria tedesca, sostituendo il gas relativamente economico trasportato tramite gasdotto con alternative più costose. Markus Frohnmaier, vicecapogruppo parlamentare dell’AfD, ha giustificato la sua visita di giugno al Forum economico internazionale di San Pietroburgo proprio su queste basi, affermando al parlamento tedesco che abbandonare il gas russo a basso costo, mentre le aziende tedesche si trovano ad affrontare prezzi energetici elevati, è contrario agli interessi economici della Germania. Anche Kay Gottschalk, esperta di finanza dell’AfD, ha dichiarato che il partito auspica la riapertura di Nord Stream 1 e 2 e il ritorno del trasporto di petrolio russo nell’Europa centrale attraverso il gasdotto Druzhba, una volta raggiunto un accordo di pace. I critici della CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del cancelliere Merz), dei Verdi e di altri partiti sostengono che un ritorno all’energia russa ricreerebbe una dipendenza strategica. Il disaccordo, quindi, va ben oltre il prezzo di un metro cubo di gas: verte sulla questione se l’interdipendenza economica tedesco-russa sia stata un errore strategico o uno dei fondamenti della precedente potenza industriale della Germania.

È in questo contesto che il forum economico russo-tedesco-americano proposto per il 2027 assume particolare rilevanza. Kirill Dmitriev, inviato speciale di Vladimir Putin per la cooperazione economica internazionale e capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha proposto pubblicamente l’incontro a settembre, chiedendo esplicitamente la partecipazione dell’AfD. Reuters ha successivamente riferito che erano in corso i preparativi per colloqui tra Dmitriev e i leader dell’AfD Alice Weidel e Tino Chrupalla, possibilmente già a marzo 2027. L’obiettivo sarebbe quello di valutare il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania e il possibile futuro del Nord Stream, sebbene una fonte abbia dichiarato a Reuters che l’incontro dipenderebbe dal raggiungimento di un quadro di pace tra Russia e Ucraina. Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India sono stati menzionati come possibili sedi. Markus Frohnmaier ha poi confermato che l’AfD rimane in contatto con Dmitriev in merito al forum e che il rinnovato impegno per la cooperazione economica sarà uno degli argomenti di discussione. Dmitriev ha affermato che oltre venti aziende tedesche hanno già manifestato interesse, mentre la Camera di Commercio americana in Russia ha accolto pubblicamente la proposta. Questi segnali indicano un reale interesse per un rinnovato dialogo commerciale, ma non vanno confusi con un accordo tra i tre governi.

La componente americana è particolarmente intrigante, ma richiede anche cautela. Secondo quanto riportato, gli organizzatori speravano che personalità come Steve Witkoff e Jared Kushner potessero partecipare all’incontro, ma un alto funzionario americano ha dichiarato a Reuters che nessuno dei due era stato informato o invitato al vertice in programma. Pertanto, non vi sono ancora le basi per definire l’evento una conferenza ufficiale americano-tedesco-russa. Ciononostante, anche solo l’idea rivela quanto rapidamente potrebbe cambiare il panorama diplomatico relativo alla guerra in Ucraina se i negoziati dovessero portare a una soluzione duratura. Un forum che riunisca funzionari russi, politici dell’opposizione tedesca, rappresentanti di imprese americane e aziende interessate a ripristinare i legami commerciali segnerebbe l’inizio di una lotta per l’ordine economico postbellico. Sanzioni, beni congelati, oleodotti, contratti energetici, investimenti industriali e accesso al mercato russo tornerebbero immediatamente all’ordine del giorno. Il presidente Vladimir Putin ha aggiunto un ulteriore elemento a questa discussione il 1° ottobre, affermando che le aziende occidentali potrebbero potenzialmente recuperare i beni russi posti sotto amministrazione statale se le relazioni migliorassero. Tali dichiarazioni non garantiscono la riconciliazione, ma dimostrano che Mosca sta già parlando delle condizioni economiche che potrebbero seguire a un disgelo politico.

Di conseguenza, l’AfD sta cercando di presentarsi non semplicemente come il partito tedesco contrario alla fornitura di armi all’Ucraina, ma come la forza politica pronta a un diverso rapporto con la Russia dopo la guerra. La sua argomentazione combina diplomazia, energia, industria e sovranità: fermare l’escalation militare, cercare una soluzione negoziata, rimuovere le sanzioni con la normalizzazione delle relazioni, ripristinare gli scambi commerciali e consentire alla Germania di perseguire interessi economici che non devono necessariamente coincidere con ogni preferenza strategica dei suoi alleati. Il governo di Friedrich Merz ha una visione quasi opposta, mantenendo il sostegno militare a Kiev e avvertendo che una rinnovata dipendenza dall’energia russa renderebbe la Germania nuovamente vulnerabile. È probabile che questo conflitto di visioni si acuisca anziché attenuarsi. Il forum proposto per il 2027 offre uno spaccato di ciò che è in gioco. Se rimarrà un semplice incontro tra politici dell’opposizione e imprenditori interessati, le sue conseguenze immediate saranno limitate. Se, tuttavia, i negoziati di pace progrediranno e importanti attori commerciali americani e tedeschi inizieranno a partecipare, potrebbe diventare una delle prime sedi in cui si discuterà dell’assetto economico successivo alla guerra in Ucraina. In tal caso, il dibattito sul Nord Stream cesserebbe di riguardare principalmente un gasdotto distrutto sotto il Mar Baltico. La questione si inserirebbe in un quadro ben più ampio: se la Germania intenda preservare la separazione economica dalla Russia creatasi dopo il 2022 o tentare, in circostanze radicalmente mutate, di costruire una nuova relazione a livello continentale europeo.

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La politica dello stato di emergenza permanente

Il quotidiano Duran8 ottobre
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Con l’accumularsi della pressione strategica, i governi stanno ampliando la definizione stessa di sicurezza, trasformando l’ambiguità militare, i disordini interni, la debolezza economica e le interruzioni energetiche in elementi dello stesso campo di battaglia politico.

Un sistema politico non ha bisogno di dichiarare guerra per iniziare a organizzarsi secondo presupposti tipici del periodo bellico. È sufficiente che ridefinisca la gamma di eventi considerati parte del conflitto.

Questo processo sta diventando visibile in tutta Europa. Gli incidenti militari diventano prove di guerra ibrida. L’interruzione delle infrastrutture diventa sabotaggio strategico. La protesta politica diventa una vulnerabilità all’influenza straniera. L’energia diventa sicurezza nazionale. Il commercio diventa allineamento geopolitico. Le sanzioni diventano strumenti permanenti di politica estera anziché misure coercitive temporanee.

Il risultato è ben più significativo di qualsiasi singolo drone, protesta o pacchetto di sanzioni. I confini che separano guerra, economia e politica interna diventano sempre più difficili da definire.

L’ambiguità diventa strategica
La dichiarazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui la Russia non sta semplicemente combattendo l’Ucraina ma sta anche “dichiarando guerra contro di noi”, illustra in modo particolarmente chiaro questo cambiamento. La trascrizione colloca tale affermazione in relazione al caso irrisolto del drone all’aeroporto di Lipsia, mettendo in discussione le prove che stabiliscono la responsabilità russa.

Il punto cruciale non è se ogni accusa si rivelerà poi corretta, bensì cosa accade a livello politico quando i governi iniziano ad agire partendo dal presupposto che eventi ambigui appartengano a una più ampia campagna ostile.

I funzionari europei stanno già discutendo su come l’UE dovrebbe rispondere a un potenziale “attacco ibrido” letale, prendendo in considerazione aspetti quali il coordinamento delle emergenze, i finanziamenti e la comunicazione in situazioni di crisi. Secondo quanto riportato, tali discussioni si sono intensificate in seguito all’incidente di Lipsia.

Questo cambia il contesto strategico. Un attacco informatico non attribuito, l’avvistamento di un drone, un cavo danneggiato o un guasto infrastrutturale possono acquisire rilevanza geopolitica prima ancora che ne venga accertata la responsabilità. L’ambiguità non rallenta più l’escalation, ma può accelerarla.

Questo è importante perché la guerra ibrida è una categoria insolitamente elastica. Si colloca a metà strada tra spionaggio, sabotaggio, interferenza politica, operazioni informatiche e pressione militare convenzionale. Più ampia diventa la sua definizione, più facile sarà per i governi interpretare future perturbazioni come componenti di un conflitto in corso.

La geografia dell’incertezza
Il Mar Nero presenta un problema simile.

La trascrizione descrive attacchi contro navi mercantili vicino alla Bulgaria, sottolineando al contempo che le responsabilità non erano ancora state accertate. Le autorità bulgare inizialmente evitarono di attribuire colpe, e anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen riconobbe che le circostanze erano ancora in fase di accertamento.

Tale incertezza è strategicamente importante.

Il Mar Nero non è più semplicemente un teatro marittimo che circonda il conflitto in Ucraina. Sta diventando un punto di incontro tra operazioni militari, traffico marittimo commerciale, esportazioni alimentari, assicurazioni, rotte energetiche e territorio NATO.

Un attacco a una nave ha quindi conseguenze che vanno oltre il danno fisico inflitto. Ogni incidente inspiegabile solleva interrogativi sulla libertà di navigazione, sulle soglie di escalation e sulla possibilità di considerare le infrastrutture economiche come un’estensione del campo di battaglia.

La guerra si sta espandendo geograficamente perché i suoi sistemi di supporto – porti, trasporti marittimi, energia, logistica e comunicazioni – stanno diventando a loro volta risorse strategiche.


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La politica interna si muove nella stessa cornice
La stessa logica è sempre più evidente anche all’interno degli stati occidentali.

Le proteste in Francia sono apparentemente di natura interna. Eppure, la trascrizione descrive Donald Trump che inquadra le manifestazioni nel contesto del dibattito americano sull’immigrazione, mentre i funzionari francesi lamentano che voci russe, iraniane e di altre nazionalità stiano sfruttando gli eventi per influenzare la percezione della Francia.

Qui sono in atto due processi politici differenti, ma il risultato è lo stesso.

Trump interpreta il disordine francese attraverso le categorie politiche più utili alla sua coalizione interna. Parigi, dal canto suo, interpreta i commenti stranieri su tale disordine in parte attraverso il linguaggio della guerra dell’informazione.

La protesta, pertanto, cessa di appartenere esclusivamente alla Francia.

Questo sta diventando un tratto distintivo della geopolitica contemporanea. L’instabilità interna viene internazionalizzata quasi immediatamente. Manifestazioni, elezioni, migrazioni e malcontento pubblico diventano materiale per i governi in competizione, che cercano di legittimare le proprie narrazioni politiche.

Di conseguenza, la distinzione tra politica estera e politica interna si indebolisce da entrambe le direzioni.

L’economia dopo l’emergenza
La trasformazione è forse più evidente nei settori dell’energia e delle sanzioni.

La trascrizione passa dal conflitto tra Yemen e Arabia Saudita ai disagi in una raffineria venezuelana, per poi tornare a un altro importante pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. Questi sviluppi sono geograficamente distinti, ma strategicamente collegati dalla crescente militarizzazione delle infrastrutture economiche.

Un tempo, i mercati energetici venivano analizzati principalmente in termini di prezzo, investimenti e offerta. Oggi, invece, se ne discute in termini di resilienza, sanzioni, interdizione, dipendenza strategica e vulnerabilità.

L’Europa incarna la contraddizione.

L’UE continua a cercare di ridurre la dipendenza strategica dagli avversari, affrontando al contempo le conseguenze economiche del restringimento delle proprie relazioni di approvvigionamento. La trascrizione si conclude con i funzionari europei che promettono di affrontare gli elevati costi energetici, anche se le considerazioni geopolitiche continuano a determinare quali fornitori l’Europa considera accettabili.

Questo è il paradosso centrale della politica economica. Le politiche di sicurezza possono ridurre una vulnerabilità creandone al contempo un’altra.

Le sanzioni, la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento e il disaccoppiamento strategico potrebbero quindi autoalimentarsi. Maggiore è la perturbazione economica che producono, più i governi interpretano la resilienza come un requisito di sicurezza, e maggiore è la giustificazione per ulteriori interventi.

Un sistema senza confini ben definiti
Il sistema internazionale non sta semplicemente diventando più conflittuale. Sta diventando meno compartimentato.

La competizione militare si svolge ormai attraverso i mercati finanziari. La politica energetica si intreccia con la sicurezza nazionale. Le proteste interne entrano a far parte della guerra dell’informazione. Il trasporto marittimo commerciale si trasforma in calcolo militare. La politica commerciale diventa politica di alleanza.

Ecco perché eventi apparentemente scollegati appaiono sempre più spesso collegati tra loro.

Il cambiamento più profondo è di natura istituzionale. I governi stanno imparando a operare in un contesto in cui quasi ogni questione politica di rilievo può essere inquadrata come una questione di sicurezza.

Una volta che ciò accade, l’emergenza cessa di essere eccezionale.

Diventa la condizione determinante.

Il Dipartimento della Guerra presenta il “Comando di Guerra Autonomo” (e altri progetti fallimentari), di Simplicius

Il Dipartimento della Guerra presenta il “Comando di Guerra Autonomo” (e altri progetti fallimentari).

Simplicius 8 ottobre
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Qualche giorno fa, Sean Parnell, assistente del Segretario alla Guerra per gli affari pubblici, ha annunciato che il Dipartimento della Guerra di Pete Hegseth sta creando l’Autonomous Warfare Command, essenzialmente una nuova branca delle forze armate dedicata ai droni:

Sean Parnell@SeanParnellASW Oggi, su indicazione del Segretario Hegseth, il Dipartimento della Guerra sta avviando la creazione del Comando di Guerra Autonoma. Si tratterà di un nuovo comando combattente a 4 stelle, con autorità simili a quelle delle forze armate, progettato per estendere le capacità autonome e robotiche a tutta la Forza Congiunta nel… DOW Rapid Response@DOWResponse.@SECWAR “Oggi, su mia indicazione, annunciamo la creazione dell’Autonomous Warfare Command, o AutoWarCom: un nuovo comando combattente a 4 stelle, con autorità simili a quelle delle forze armate, costruito per scalare le capacità autonome e robotiche in tutta la Forza Congiunta nel più rapido cambiamento in tempo di pace20:21 · 30 settembre 2026·439.000 visualizzazioni213 risposte·809 condivisioni·4.020 Mi piace

Si tratterà di un nuovo comando combattente a 4 stelle, con autorità simili a quelle delle forze armate, creato per estendere le capacità autonome e robotiche a tutte le forze congiunte, nel più rapido cambiamento in tempo di pace della storia militare moderna.

Hegseth chiama il nuovo comando Comando di Guerra Autonomo o AUTOWARCOM:

Non sarebbe americano se non avesse un suono aziendale accattivante.

Per coloro che sono confusi dal riferimento a “SI” nel video qui sopra, precisiamo che la scorsa settimana Trump ha ufficialmente rinominato l’Intelligenza Artificiale in Super Intelligenza, firmando un decreto della Casa Bianca in cui il nome del suo stesso paese è scritto in modo errato come “Stati Uniti”.

Sì, il post è ancora presente sull’account ufficiale:

La Casa Bianca@CasaBianca Accordo della Casa Bianca sulla superintelligenza 13:44 · 30 settembre 2026·24,1 milioni di visualizzazioni5.880 risposte·3.610 condivisioni·25.300 Mi piace

È giusto che il documento sia firmato da una cricca tecnologica semi-straniera che ormai di fatto governa il paese: per loro non importa più come si chiami quel paese, non è altro che un pascolo digitale per la loro operazione di estrazione di capitali.

Ricordiamo che solo poche delle principali aziende tecnologiche hanno rappresentato la parte del leone dei guadagni del mercato azionario negli ultimi due anni e che solo le prime sette circa aziende tecnologiche costituiscono quasi il 50% dell’attuale capitalizzazione di mercato dell’indice S&P 500.

È preoccupante quanta importanza —senza giochi di parole—l’amministrazione stia riponendo nelle capacità dell’IA (ndr: mi scuso con le autorità competenti, l’autore intendeva usare la denominazione ufficiale di SI)—

https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/117406176604364910

—visto che la tanto decantata SISI (Semi-Intelligent Super Intelligence) non riesce a individuare errori di battitura come “Stati Uniti” nei decreti ufficiali o a distinguere tra una scuola femminile e un covo di terroristi. Allo stesso modo, il poliedrico clan Hegseth non sembra minimamente turbato dai risultati della guerra contro l’Iran, pianificata da Claude Al-Ai, che ha portato a una storica sconfitta strategica per gli Stati Uniti.

Ma in concomitanza con quanto sopra, il Dipartimento della Guerra ha annunciato un’altra nuova iniziativa di punta chiamata Project Meridian, che mira a coinvolgere Elon Musk e Palmer Luckey di Anduril per elaborare e concettualizzare come sarà la guerra del futuro, al fine di preparare al meglio le Forze Armate statunitensi ad affrontarla.

Pirate Wires ha diffuso la notizia, con l’account ufficiale di DoW che l’ha ripubblicata:

CTO del Dipartimento della Guerra@DoWCTO Il PROGETTO MERIDIAN fornirà la visione trasformativa per garantire il dominio americano in ogni futuro ambito bellico. I soldati americani saranno armati di una superiorità tecnologica assoluta perché abbiamo la lungimiranza di menti innovative, OGGI. 21:23 · 30 settembre 2026·88.600 visualizzazioni173 risposte·470 condivisioni·2.320 Mi piace

Oggi, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth annuncia il Progetto Meridian, guidato da Elon Musk, Palmer Luckey e dall’ex Presidente della Camera Newt Gingrich. Il progetto, secondo il Pentagono, indagherà su dove si svolgeranno i futuri scontri militari (si pensi a Marte, alla Fossa delle Marianne o a qualsiasi luogo intermedio) e sulle nuove tecnologie che il Dipartimento della Guerra dovrà acquisire per avere la meglio.

Il team avrà a disposizione un lasso di tempo limitato e il massimo accesso al DoW per redigere il proprio rapporto sul futuro:

Fonti interne che conoscono bene l’iniziativa mi hanno riferito che la rapidità d’azione sarà accompagnata da un accesso privilegiato all’interno del Dipartimento della Guerra: il team avrà a disposizione esperti provenienti da settori raramente coinvolti nella ricerca o nelle riforme, come la comunità dell’intelligence o la Defense Innovation Unit (la sede del Dipartimento della Guerra nella Silicon Valley).

Certo, Palmer ed Elon non sono esperti di politica o del Pentagono. Sono fondatori. Il loro compito, qui, è quello di immaginare soluzioni per il futuro della guerra, un futuro che potrebbe includere di tutto, dal combattimento sotterraneo (molemaxxing) alle armi nello spazio cislunare.

Avranno un margine di manovra considerevole nel farlo.

Sembra davvero utile.

Nel caso in cui abbiate dei dubbi, il paragrafo seguente dovrebbe rassicurarvi sull’utilità di questa nuova iniziativa:

Un funzionario del Pentagono mi ha detto che Meridian non si concentrerà esclusivamente sulla “risoluzione di problemi di intelligenza artificiale, sicurezza informatica o spazio”. Non ci sono aree di competenza obbligatorie; al contrario, Elon e Palmer hanno carta bianca, insieme agli altri esperti del settore privato, per pensare a ciò che io chiamo “cose ​​strane per la guerra”. Per citare l’ex capo del Pentagono Donald Rumsfeld, esploreranno “incognite sconosciute”, andando oltre le carenze note del Pentagono (software, intelligenza artificiale e produzione) per indagare sulle vulnerabilità future.

Beh, almeno è perfettamente in linea con l’approccio da “ragazzo di confraternita” di Hegseth e con la sua attitudine “rivoluzionaria” nelle forze armate. Aspettatevi di sentire altri slogan aziendali altisonanti, frasi fatte e la solita retorica militare fatta di “etica del guerriero”, “letalità ineguagliabile in tutti i domini” e cose del genere.

“Gli americani hanno sempre dato il meglio di sé quando hanno riunito i loro scienziati, ingegneri e tecnologi più brillanti per risolvere i problemi più complessi in materia di sicurezza nazionale”, ha affermato Palmer. “Il Progetto Meridian si propone proprio questo obiettivo. Insieme, non solo studieremo le guerre in corso oggi, ma rifletteremo seriamente anche sulle guerre che non potremo permetterci di combattere nel 2030, nel 2050 e nel 2100, e su ciò che l’America deve costruire ora per prevenirle”.

Beh, questo è rassicurante: il futuro delle forze armate americane nelle mani di due eccentrici “playboy” bohémien e incoerenti. Se funziona nei film Marvel, perché non dovrebbe funzionare nella vita reale? Il lato positivo è che ci saranno lauti contratti governativi da aggiudicarsi.

In realtà, i veri progressi si compiono in prima linea, grazie a chi vive la guerra in prima persona. Ecco Eric Schmidt che ribadisce come la Russia abbia acquisito un vantaggio innovativo in Ucraina:

Ricordate, questi ultimi sviluppi lungimiranti provengono dalla stessa amministrazione e dallo stesso account ufficiale del Dipartimento della Guerra che pubblica cose come questa, vista stamattina:

CTO del Dipartimento della Guerra@DoWCTO Il Grande Risveglio Quantico. L’ETÀ DELL’ORO DELLA SCIENZA 16:58 · 8 ottobre 2026·138.000 visualizzazioni423 risposte·1.220 condivisioni·4.540 Mi piace

Chi può più prendere sul serio questo circo? L’intero paese sta cadendo sotto l’incantesimo del silicone di un cartello tecnologico di pagliacci e truffatori della Silicon Valley.

Quando si tratta di risultati concreti, l’esercito statunitense non ha dimostrato lo stesso livello di interesse che riserva agli aspetti astratti, teorici e fantasiosi dello sviluppo degli armamenti. Un mese fa, un funzionario nominato da Hegseth ha bocciato una nuova unità di droni che avrebbe dovuto apprendere direttamente dall’esperienza sul campo nella guerra in Ucraina:

A gennaio, l’esercito ha compiuto un passo importante per prepararsi alle guerre del futuro, istituendo in Europa un nuovo battaglione specializzato nell’addestramento all’uso di droni e robot terrestri.

L’idea era quella di trarre insegnamenti dal conflitto in Ucraina, che infuria alle porte della NATO, e sviluppare sistemi e tattiche militari all’avanguardia per contrastare la minaccia russa.

Ma il tanto decantato battaglione droni d’assalto sta per essere gradualmente dismesso.Dopo aver partecipato a una grande esercitazione in Germania ad agosto e settembre, l’unità riferirà i suoi risultati all’esercito per orientare le future sperimentazioni, abbandonerà il ruolo di battaglione droni d’assalto e “si concentrerà nuovamente sui suoi compiti bellici principali come battaglione di fanteria aviotrasportata”, ha dichiarato un funzionario dell’esercito al Wall Street Journal in un comunicato.

A quanto pare, non hanno imparato granché, a giudicare dalle immagini diffuse di un’esercitazione congiunta dello scorso anno, in cui i droni ucraini hanno fatto a pezzi in breve tempo le unità corazzate americane:

L’UCRAINA STA INSEGNANDO ALL’AMERICA COME SI COMBATTE LA PROSSIMA GUERRA.

Durante un’esercitazione congiunta, un drone ucraino sgancia una pallina da tennis, simulando una granata a frammentazione, attraverso il portello aperto di un veicolo da combattimento per la fanteria Bradley, con a bordo soldati americani.

Un membro dell’equipaggio sembra sentire il drone e si avvicina al portello. La pallina lo colpisce alla testa, rimbalza all’interno del Bradley e lui chiude il portello di scatto. In combattimento, avrebbe sigillato la granata all’interno insieme all’equipaggio.

Nonostante ciò, Bloomberg non si lascia scoraggiare e annuncia che la NATO sta pianificando di sconfiggere “rapidamente” la Russia con droni e intelligenza artificiale:

https://www.bloomberg.com/ news/articles/2026-10-05/nato- drafts-plan-to-defeat-a- russian-attack-with-drones- and-ai

Il comandante militare di più alto grado della NATO sta lavorando a una strategia per ottenere una rapida vittoria contro un attacco russo sul fianco orientale, concentrandosi in particolare sull’integrazione di nuove tecnologie di difesa come droni e intelligenza artificiale nelle tradizionali capacità militari.

Bloomberg è venuto in possesso di un documento opportunamente intitolato “Teoria della Vittoria” (con particolare enfasi sulla parola “teoria”), che delinea i piani della NATO per una risposta militare all’imminente invasione russa dell’Europa:

Il documento, intitolato “Teoria della Vittoria”, che Bloomberg ha visionato in una versione non classificata, sarà presentato dal Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, il Generale Alexus Grynkewich, in Polonia il 12 ottobre, in un clima di crescenti tensioni tra NATO e Russia.

L’obiettivo è chiarire come l’alleanza gestirebbe una possibile incursione in territorio NATO, secondo quanto riferito da alti funzionari e diplomatici a conoscenza della questione. Numerose notizie recenti indicano che Mosca starebbe valutando un’azione del genere.

Sta a te decidere quanto realistico sembrerà il documento:

Ma se la NATO venisse attaccata, bloccherebbe un’incursione con un mix di forze di terra e altre risorse provenienti dall’Iniziativa di deterrenza sul fianco orientale della NATO, un concetto che si basa su droni a basso costo, sistemi con equipaggio minimo e sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale.Una volta ottenuta la libertà di manovra, cercherebbe di distruggere il comando e il controllo nemico con l’obiettivo di sconfiggere rapidamente e in modo schiacciante le forze russe.

Si ha l’impressione che queste persone stiano semplicemente scegliendo slogan a caso, sperando di sembrare convincenti. In realtà non hanno la minima idea di come si combatta una guerra e probabilmente i loro “sistemi di intelligenza artificiale avanzati” consiglierebbero loro di capitolare per evitare l’imbarazzo.

Il Wall Street Journal ha riscontrato una sorprendente differenza tra le utopistiche aspirazioni dell’amministrazione e la realtà di ciò che la sua sclerotica base industriale è effettivamente in grado di produrre:

https://www.wsj.com/politics/national-security/defense-firms-are-rushing-to-boost-missil-output-its-coming-too-late-ea6dd7ea​​​​

Da quanto sopra:

In seguito alla guerra in Ucraina, l’Army Science Board, un comitato consultivo, ha condotto uno studio sulla capacità dell’industria della difesa di incrementare la produzione di munizioni.Il comitato ha riscontrato che la base industriale era stata svuotata.

“È un miracolo che esploda qualcosa”, ha affermato Mackenzie Eaglen, membro del gruppo di esperti che coordina lo studio.

Nonostante sia in circolazione dagli anni ’80, il Tomahawk rimane il missile da crociera a lungo raggio preferito dagli Stati Uniti e da molti dei loro alleati.

Ma gli ordini di missili del Pentagono per lo stabilimento di Tucson sono calati così drasticamente negli ultimi anni che ulteriori tagli avrebbero rischiato di portare alla chiusura della linea di produzione dei Tomahawk. I contratti per l’ammodernamento dei vecchi missili con nuovi sistemi di navigazione hanno contribuito a mantenere lo stabilimento attivo.

Ma sostengono che le cose stiano lentamente cambiando, con nuovi contratti governativi che porteranno a un periodo di “boom”, almeno per la produzione di missili.

Visti i risultati sconvolgenti emersi dall’impianto “futuristico” in Texas, destinato alla produzione di proiettili da 155 mm, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, non possiamo che rimanere scettici:

Rapporto clamoroso: la tanto decantata fabbrica “futuristica” da 155 mm in Texas non ha prodotto nemmeno un proiettile, rivelandosi un clamoroso flop nel mercato interno.
Più semplice·15 agosto
Rapporto clamoroso: la tanto decantata fabbrica "futuristica" da 155 mm in Texas non ha prodotto nemmeno un proiettile, rivelandosi un clamoroso flop nel mercato interno.
ProPublica ha pubblicato un rapporto esplosivo che sta circolando da tempo e riguarda il tanto decantato nuovo stabilimento della General Dynamics a Mesquite, in Texas, destinato ad aumentare massicciamente la produzione statunitense di proiettili di artiglieria da 155 mm, fondamentali per l’Ucraina e altri paesi.
Leggi la storia completa

Ma non preoccupatevi, sono sicuro che quei tipi scurrili con le camicie hawaiane e i nomi che sembrano usciti da un videogioco giapponese degli anni ’90 mal localizzato salveranno la situazione con il loro genio fuori dagli schemi e la loro propensione per le “cose ​​strane”.

Dopotutto, nell’America baudrillardiana del XXI secolo, creare il simulacro della “vittoria” ha la precedenza sul raggiungimento effettivo della vittoria.


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Burnham vuole rilanciare l’industria britannica. Ecco perché fallirà, di Matt Oliver

Burnham vuole rilanciare l’industria britannica. Ecco perché fallirà

Dalle importazioni cinesi a basso costo agli elevati costi energetici, le fabbriche si trovano ad affrontare minacce da ogni parteMatt Oliver Redattore del settore. Emma Taggart Giornalista economico. Szu Ping Chan Responsabile della rubrica di economia

Pubblicato 4 ottobre 2026, ore 6:00 BST

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Part of the steel works site owned by Tata is being demolished at Llanwern near Newport, Wales
Tata sta smantellando il proprio stabilimento siderurgico di Llanwern: un altro segnale di deindustrializzazione Crediti: Dimitris Legakis

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Una gru gigante si fa lentamente strada tra i vasti edifici abbandonati dell’acciaieria di Llanwern.

Nel periodo di massimo splendore, il sito situato alla periferia di Newport era un elemento fondamentale di uno dei più grandi poli industriali del mondo.

Ora, i lavoratori possono solo stare a guardare mentre il complesso viene smantellato.

«Stiamo letteralmente assistendo alla distruzione del luogo in cui lavoriamo proprio davanti ai nostri occhi», afferma un dipendente di lunga data.

Lo stabilimento, di proprietà del conglomerato indiano Tata, produce attualmente acciaio zincato, ma il suo ruolo si è notevolmente ridotto nel corso del tempo.

Più recentemente, l’acciaieria è stata messa a dura prova dagli elevati costi energetici e dall’afflusso di acciaio straniero a prezzi più bassi, conseguente all’allentamento delle restrizioni tariffarie.

Ad agosto funzionava solo a metà della sua capacità e si temeva che centinaia di posti di lavoro fossero a rischio.

«Sembra proprio una tempesta perfetta», si lamenta il dipendente.

Più avanti lungo la costa gallese, a Port Talbot, Tata ha tagliato circa 2.000 posti di lavoro nell’ambito dei piani di chiusura dei suoi storici altiforni.

Queste difficoltà – insieme a quelle dell’industria siderurgica britannica nel suo complesso – sono tra gli esempi più evidenti del declino del potere industriale del Regno Unito.

Le aziende nazionali operanti nei settori automobilistico, chimico e in altri comparti stanno faticando a tenere il passo con i concorrenti internazionali.

Ma al congresso annuale del Partito Laburista della scorsa settimana, Andy Burnham e John Healey hanno promesso di invertire questa tendenza con una “nuova era di industrializzazione”.

Hanno esaltato il settore manifatturiero, sostenendo che sia fondamentale per la sicurezza nazionale in un’epoca di instabilità, ottenendo un’accoglienza entusiastica da parte dei fedeli del partito.

Ma cosa significa in pratica? E si tratta solo di una fantasia assurda?

Andy Burnham and John Healey
Andy Burnham e John Healey hanno promesso di reindustrializzare la Gran Bretagna al congresso del Partito Laburista Crediti: Rasid Necati Aslim/Anadolu via Getty Images

Stephen Phipson, amministratore delegato dell’associazione di categoria Make UK, avverte che, lungi dal registrare una ripresa, l’industria sta affrontando minacce provenienti da “ogni direzione”.

«La reindustrializzazione non si realizzerà grazie a discorsi, strategie o slogan provenienti da Whitehall», afferma.

“Sarà il risultato delle decisioni prese da migliaia di singole imprese in materia di assunzioni, investimenti ed espansione.”

«E in questo momento troppe di quelle decisioni vengono rinviate.»

Incidente stradale

Nel XIX secolo, la Gran Bretagna era al centro della rivoluzione industriale che diede il via a un’era di crescita economica vertiginosa.

Ma nel dopoguerra, la forza industriale della nazione si è gradualmente indebolita con lo spostamento del baricentro dell’economia globale.

Negli anni ’70 il settore manifatturiero rappresentava circa il 30% dei posti di lavoro a livello nazionale. Da allora, tale percentuale è scesa al 7,8% dei lavoratori.

Il drastico calo ha trasformato città industriali un tempo fiorenti in focolai di disoccupazione dopo che i principali datori di lavoro hanno chiuso i propri stabilimenti e si sono trasferiti all’estero.

Ora, alcuni temono che l’impegno di Healey a inaugurare «una nuova era di industrializzazione» rischi di richiamare alla mente un’epoca ormai passata.

La reindustrializzazione dovrebbe invertire una tendenza “che va avanti da decenni”, afferma Paul Johnson, ex direttore dell’Institute for Fiscal Studies, quando “in realtà, la nostra forza risiede proprio nel fatto di essere un’economia basata sui servizi”.

I dati lo confermano. Lo scorso anno il settore manifatturiero ha rappresentato l’8,3% del valore aggiunto lordo (VAL) totale del Regno Unito, a fronte di un contributo dell’81% da parte del settore dei servizi.

Quando, negli anni Ottanta, la situazione delle aziende manifatturiere del Paese iniziò a migliorare, un raro raggio di speranza per il settore fu rappresentato dal successo dell’iniziativa di Margaret Thatcher volta ad attirare le case automobilistiche giapponesi, che portò Nissan ad aprire il suo primo stabilimento nel Regno Unito a Sunderland nel 1984.

Da allora, però, l’affermarsi della Cina come superpotenza manifatturiera ha esercitato un’ulteriore pressione sull’industria britannica, a cui si sono aggiunte la carenza di manodopera qualificata e l’impennata dei costi energetici.

Oggi, persino lo stabilimento di Sunderland della Nissan, notoriamente altamente efficiente, è stato costretto a ridurre la propria capacità produttiva al 50%.

Nissan's Sunderland plant
Lo stabilimento Nissan di Sunderland sta operando a solo metà della sua capacità a causa di una flessione della produzione Crediti: Scott Heppell / AFP via Getty Images

I vertici aziendali hanno indicato l’aumento dei costi come una delle ragioni principali della fermata dello stabilimento, sottolineando che lo stabilimento “paga l’elettricità più di qualsiasi altro stabilimento Nissan al mondo”.

«In definitiva, oggi il Regno Unito non è un luogo competitivo per la produzione di automobili», ha affermato Alan Johnson, vicepresidente senior responsabile della produzione presso Nissan, nel corso di un’audizione parlamentare tenutasi lo scorso anno.

Ci sono pochi segnali che indichino un rallentamento di questa tendenza al ribasso. Lo scorso anno Stellantis ha chiuso il suo storico stabilimento Vauxhall a Luton, mettendo a rischio circa 1.000 posti di lavoro. Jaguar Land Rover (JLR) – il più grande produttore automobilistico britannico – sta tagliando 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, alle prese con i dazi e la forte concorrenza estera.

In questo contesto, i ministri hanno cercato di attirare l’attenzione di marchi cinesi come BYD, Chery (proprietaria di Jaecoo) e SAIC Motor (proprietaria di MG), nella speranza che decidano di investire.

Ma fonti del settore affermano che anche loro nutrono qualche perplessità riguardo ai costi di fare affari in Gran Bretagna. Nel frattempo, i marchi occidentali temono che quelli cinesi possano batterli sul prezzo, in parte grazie al sostegno statale di Pechino.

Ciò ha sollevato interrogativi sul fatto che la Gran Bretagna debba accogliere pienamente le case automobilistiche cinesi oppure seguire l’esempio dell’Unione Europea e imporre dazi per proteggere l’industria nazionale – una richiesta che, secondo quanto riferito, Bruxelles avrebbe posto come condizione per qualsiasi accordo sugli standard della catena di approvvigionamento “Made in Europe”.

Settore chimico in crisi

Ma il settore automobilistico è solo uno dei campi in cui la concorrenza cinese ha stravolto radicalmente il panorama.

Da quando la Cina si è trasformata in una potenza esportatrice ed è entrata a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, il Regno Unito, come molte altre economie occidentali, non è riuscito a tenere il passo con l’afflusso di importazioni a basso costo, lasciando molte aziende manifatturiere nazionali in una posizione di svantaggio.

Il magnate britannico del settore petrolchimico Sir Jim Ratcliffe ha avvertito il mese scorso che la Cina sta “sovradimensionando” la capacità produttiva degli impianti di cloruro di polivinile (PVC) – utilizzato nei settori dei servizi igienico-sanitari, della sanità, dell’edilizia e degli imballaggi alimentari – per poi “scaricare” la produzione in eccesso sul mercato europeo.

«Il risultato è un’accelerazione del ritmo di chiusura delle nostre aziende del settore chimico», ha affermato Sir Jim, la cui società, Ineos, ha presentato un reclamo ufficiale alle autorità europee garanti della concorrenza.

Il settore chimico era un tempo il fiore all’occhiello dell’industria britannica. Da allora, però, gli imprenditori si sono trovati a lanciare appelli disperati al governo, in un contesto caratterizzato da un’ondata di chiusure di stabilimenti: 25 dal 2021, e il numero continua a salire.

A ciò si è accompagnato un crollo della produzione del settore, scesa del 60% nello stesso periodo, secondo l’Associazione delle Industrie Chimiche.

Alcuni economisti hanno tuttavia suggerito che il flusso di merci cinesi a prezzi estremamente bassi sia, in definitiva, a vantaggio dell’Europa.

Ma Sander Tordoir, capo economista del Centre for European Reform, avverte che la “pericolosa” dipendenza dell’Occidente dalle importazioni è uno dei motivi principali per cui i responsabili politici negli Stati Uniti e in Europa stanno spingendo per la reindustrializzazione – con Pechino considerata un partner commerciale tutt’altro che benevolo.

«Alla base del desiderio di reindustrializzazione c’è una logica geostrategica più profonda», aggiunge Tordoir.

A differenza delle case automobilistiche britanniche, numerosi altri settori sono riusciti a sopravvivere e hanno persino continuato a crescere.

«Abbiamo una base farmaceutica molto solida e un settore delle scienze della vita più ampio che difficilmente scomparirà nel breve periodo, anche perché è fortemente incentrato sulla ricerca e lo sviluppo», afferma Liam Sides, direttore di Oxford Economics.

Anche il settore della difesa e l’ingegneria aerospaziale sono considerati settori dell’industria manifatturiera britannica in forte crescita grazie ai recenti progressi tecnologici.

Eppure, per molte altre aziende la domanda rimane: il piano di Burnham per rilanciare il settore funzionerà davvero, oppure sono destinate a perdere ogni rilevanza?

Una nuova era dell’industrializzazione

Mentre migliaia di funzionari del Partito Laburista si affollavano al congresso annuale del partito la scorsa settimana, il negozio di articoli promozionali di Liverpool era pieno zeppo di cimeli dedicati all’ex leader Harold Wilson.

Harold Wilson
L’impegno di Harold Wilson a rilanciare l’industria britannica nel “calore incandescente” della tecnologia alla fine fallì Crediti: Rolls Press/Popperfoto via Getty Images/Getty Images

Sono passati 60 anni dalla seconda vittoria elettorale di Wilson nel 1966 – e 63 da quando promise di rilanciare l’industria britannica nel “calore incandescente” della tecnologia.

Il piano si basava, in ultima analisi, su una radicale riorganizzazione del settore manifatturiero guidata dallo Stato, che portò alla nascita di colossi quali la casa automobilistica British Leyland, la General Electric Company (GEC) e la International Computers Ltd, che complessivamente davano lavoro a oltre mezzo milione di persone.

Eppure, la politica di Wilson è oggi considerata da molti un fallimento rispetto ai suoi stessi obiettivi.

La spinta alla crescita economica che egli sperava ne derivasse non si è mai concretizzata, mentre tutte e tre le grandi aziende nate da fusioni orchestrate dal governo erano fallite o state smantellate 40 anni dopo.

Nel frattempo, la precaria situazione finanziaria del governo, di fronte alle difficoltà economiche globali, pose un freno alle ambizioni di Wilson, costringendolo a una umiliante svalutazione della sterlina nel 1967.

Gran parte del coinvolgimento dello Stato britannico nell’industria fu poi smantellato sotto il governo Thatcher negli anni Ottanta con la privatizzazione di aziende quali British Aerospace, British Telecom, British Gas, British Airways, Rolls-Royce e British Steel.

Ironia della sorte, però, Burnham e Healey, il suo ministro delle Finanze, stanno ora spingendo affinché il governo riprenda un ruolo più incisivo in una “nuova era di industrializzazione”.

Nel suo discorso al congresso del Partito Laburista, Healey ha tracciato un quadro nostalgico dei “cuori industriali” che un tempo alimentavano l’economia britannica, sottolineando al contempo che alcune fonti di occupazione, come l’estrazione del carbone, “non torneranno più”.

Il Cancelliere ha invece scelto di seguire l’esempio di Wilson, sostenendo che il settore manifatturiero dovesse essere “rifatto a misura del mondo moderno”. Ha inoltre illustrato i piani del Governo per stimolare la domanda attraverso l’iniziativa “Buy British” (Acquistiamo prodotti britannici).

«Questa è la nuova era dell’industrializzazione», ha detto ai delegati. «Non venite a dirmi che non è possibile».

Burnham ha sostenuto, analogamente, che la Gran Bretagna dovrebbe puntare a diventare leader mondiale nell’implementazione e nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale, citando al contempo la proposta di Gordon Brown di creare una “nazione dell’innovazione” a sostegno delle start-up.

«È stato proprio dalle Midlands e dal Nord dell’Inghilterra che abbiamo guidato la prima rivoluzione industriale al mondo», ha affermato Burnham. «Allora perché non potremmo guidare anche la prossima?»

Come hanno tuttavia sottolineato i critici, il piano di reindustrializzazione sembra finora piuttosto frammentario.

L’annuncio più costoso è stato quello di stanziare 6 miliardi di sterline a favore dei cantieri navali nazionali per la costruzione di nuovi bacini galleggianti per sottomarini: infrastrutture importanti, senza dubbio, ma difficilmente definibili come tecnologie del futuro.

Si intravedono inoltre segnali di un divario tra quanto propongono i ministri e le ambizioni più radicali dei sostenitori sindacali del Partito Laburista.

Unite, il GMB, Unison, l’RMT, il Communication Workers Union e il Trades Union Congress hanno chiesto, in vari modi, la nazionalizzazione dei settori dell’energia, dell’acqua, dei trasporti, delle poste, delle telecomunicazioni, della cantieristica navale e della siderurgia.

«Se ci riusciranno, la reindustrializzazione dovrebbe significare un rilancio delle comunità operaie e dei centri industriali del Regno Unito», afferma Charlotte Brumpton-Childs, responsabile nazionale del GMB per il settore manifatturiero.

«Significa opportunità di apprendistato per i ragazzi che non possono andare all’università e comunità come Scunthorpe, da dove provengo, che prosperano invece di limitarsi a gestire il declino.»

Ritiene che il declino dell’industria britannica a partire dagli anni Ottanta sia la prova che la privatizzazione non ha funzionato, lasciando che «soggetti stranieri detengano il controllo di alcune delle nostre industrie più importanti dal punto di vista strategico».

Tuttavia, una maggiore nazionalizzazione dell’economia potrebbe inizialmente costare al governo centinaia di miliardi di sterline e rischiare di far gravare sui contribuenti perdite ingenti qualora gli investimenti dovessero rivelarsi fallimentari.

La decisione di nazionalizzare la British Steel, ad esempio, si sta già rivelando costosa, dato che i bilanci mostrano che l’azienda in difficoltà sta perdendo quasi 700.000 sterline al giorno.

The British Steel in plant in Scunthorpe, Lincolnshire.
La nazionalizzazione della British Steel e del suo stabilimento di Scunthorpe si sta rivelando un’impresa costosa Crediti: Annabel Lee-Ellis/PA Wire

Per invertire la tendenza occorreranno tempo, impegno e ingenti investimenti, afferma Gareth Stace, direttore generale dell’associazione di categoria UK Steel, oltre a una decisione su quando chiudere gli ultimi altiforni di Scunthorpe e sostituirli con forni ad arco elettrico di nuova generazione.

Il governo ha stanziato 2,5 miliardi di sterline a favore del settore siderurgico e martedì Blair McDougall, ministro responsabile del settore, ha affermato che i funzionari lo considerano “importante per la nostra sicurezza nazionale”.

«Ci attendono decisioni difficili», ha detto ai partecipanti durante un aperitivo di lavoro del settore.

«Ma il nostro impegno… è quello di garantire che si vada avanti… che si investa e che si prendano le decisioni necessarie per assicurarci che questo sia un settore redditizio, resiliente e, ancora una volta, di livello mondiale.»

Ancora una volta, regna l’ambiguità su ciò che il Partito Laburista intende ottenere.

Il mese scorso, i parlamentari della commissione per i conti pubblici hanno affermato che il Governo non era ancora riuscito a definire un piano per la British Steel che andasse oltre il semplice “sostegno” all’azienda.

Un modello di successo citato dai ministri è quello di un gruppo di imprese che hanno stabilito la propria sede nel South Yorkshire.

Lì, il fulcro dell’economia si è spostato dall’estrazione del carbone alla produzione high-tech, con aziende di primo piano come Rolls-Royce, Boeing e McLaren che ora hanno sede in un parco industriale sorto proprio sul sito dell’ex miniera di Orgreave.

È proprio qui che l’Università di Sheffield ha inaugurato nel 2004 l’Advanced Manufacturing Research Centre (AMRC), con l’obiettivo di riunire il mondo accademico e le imprese per sviluppare tecniche di produzione all’avanguardia.

Chris Read, presidente del consiglio comunale di Rotherham, afferma che queste collaborazioni costituiscono il fondamento del successo dell’AMRC.

«Nessuno di quei partner sarebbe stato in grado di farlo da solo», afferma, aggiungendo che «i ragazzi che vivono nel mio quartiere ora possono ottenere posti di apprendistato presso aziende per le quali altrimenti non avrebbero mai potuto lavorare» in settori come quello dell’energia pulita.

Ma ritiene anche che l’epoca in cui “c’erano decine di migliaia di uomini” impiegati nei settori tradizionali sia probabilmente finita, anche se crisi come quella del Covid e le guerre commerciali di Donald Trump costituiscono un argomento a favore del potenziamento della produzione interna.

I ministri sostengono di essere sulla stessa lunghezza d’onda. La scorsa settimana, Jonathan Reynolds, ministro per le Imprese, ha ribadito che il governo intende concentrarsi sulle tecnologie “orientate al futuro”.

Ha inoltre affermato che lo Stato intende assumere un ruolo più attivo nel sostenere l’innovazione, utilizzando i dati per individuare in modo proattivo le imprese che meritano di ricevere investimenti dalla British Business Bank.

Una fonte vicina a Reynolds confuta le accuse secondo cui il piano del governo sarebbe privo di sostanza, sostenendo che il Partito Laburista conferma la “strategia industriale” pubblicata dai ministri sotto la guida di Sir Keir Starmer nell’estate del 2025.

Tuttavia, le imprese sostengono che quel documento non fosse sufficientemente approfondito e fosse carente di dettagli, sottolineando che anche il “piano decennale” promesso da Burnham per la Gran Bretagna potrebbe discostarsene in modo significativo.

Nel vuoto di potere che ne è derivato, alcuni dei pezzi grossi del Partito Laburista stanno lottando per conquistare influenza. Gordon Brown riunirà i magnati del mondo degli affari a Manchester la prossima settimana in occasione di una conferenza per discutere la sua idea di “nazione dell’innovazione”, mentre Sir Tony Blair sta esortando ad adottare rapidamente l’intelligenza artificiale.

Sir Tony Blair and Gordon Brown
Le voci di Sir Tony Blair e Gordon Brown continuano a risuonare con forza nel dibattito sul futuro della Gran Bretagna Crediti: Kirsty O’Connor – WPA Pool/Getty Images)

Come Wilson, anche Burnham si è impegnato a garantire che la Gran Bretagna contribuisca a guidare la rivoluzione tecnologica in arrivo, anziché esserne travolta.

Ma gli esperti avvertono che esiste un altro parallelismo, meno rassicurante, tra i due leader: ovvero che le promesse di Burnham dipendono da forze che non sono tutte sotto il suo controllo.

Costi energetici da capogiro

Sulle rive dell’Humber, a Hull, il vasto polo chimico di Saltend è da oltre un secolo un centro produttivo di fondamentale importanza.

Eppure, nelle ultime settimane, tre stabilimenti della zona hanno cessato l’attività, mettendo potenzialmente a rischio circa 4.000 posti di lavoro.

Ineos, la società proprietaria, ha attribuito la colpa a uno dei maggiori grattacapi del governo: l’impennata dei costi energetici nel Regno Unito.

Saltend plants
Sir Jim Ratcliffe ha attribuito al Partito Laburista la responsabilità della chiusura temporanea degli stabilimenti Ineos di Saltend Crediti: Christopher Furlong/Getty Images

«Sono certo che la gente farà fatica a credere che siamo costretti a mettere fuori servizio alcuni degli impianti più efficienti d’Europa», ha affermato Sir Jim Ratcliffe, fondatore di Ineos.

«Ma con i prezzi della benzina che ora sono 12 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e otto volte superiori a quelli della Cina, non possiamo proprio competere.»

E non si tratta solo del gas. In generale, i prezzi dell’elettricità per le imprese britanniche hanno raggiunto livelli insostenibili.

Le statistiche ufficiali pubblicate in precedenza hanno evidenziato che le imprese industriali britanniche dovevano sostenere costi energetici più elevati rispetto a quelle di qualsiasi altro paese sviluppato.

Dati separati forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia mostrano inoltre che, nell’ultimo anno, i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica nel Regno Unito sono stati superiori di quasi il 200% rispetto a quelli degli Stati Uniti, del 45% rispetto a quelli del Giappone e del 41% rispetto a quelli della Francia.

Si tratta di una minaccia particolarmente grave perché l’energia elettrica a basso costo è indispensabile per il funzionamento di molte delle industrie “orientate al futuro” che i ministri intendono promuovere, dall’acciaio forgiato ad arco elettrico alla produzione di batterie e alla fabbricazione di veicoli elettrici, afferma Tordoir del CER.

Egli ritiene che l’approccio corretto sia quello di fornire, da parte dei governi del Regno Unito e dell’Unione europea, un sostegno mirato ai settori promettenti, come ad esempio quelli britannici dei semiconduttori e dell’aerospaziale.

Altri, tuttavia, sono più scettici sul fatto che l’attenzione del Partito Laburista verso l’industria rappresenti l’approccio giusto.

Sides, di Oxford Economics, ha avvertito la scorsa settimana: «Personalmente non riesco a pensare a un’economia avanzata meno adatta a una rinascita industriale».

Anche Simon French, capo economista di Panmure Liberum, avverte che non ci sarà “alcuna reindustrializzazione” a meno che il Partito Laburista non riesca a migliorare in modo più ampio i fondamentali economici del Paese, compresi i costi dell’energia, del capitale, dell’edilizia e del lavoro.

Molte aziende lamentano che Starmer e ora anche Burnham stiano facendo esattamente il contrario: aumentando le tasse e imponendo leggi e normative onerose in materia di lavoro.

«Se non si creano le condizioni preliminari giuste per la crescita economica, nessuna pianificazione industriale potrà ovviare a questo problema», afferma French.

Qualsiasi tentativo da parte dei ministri di concentrarsi su settori o aziende specifici, anziché consolidare queste basi fondamentali, «fallirà miseramente», aggiunge.

Anche l’ex direttore dell’IFS, Johnson, si mostra scettico riguardo all’attenzione rivolta specificamente al settore manifatturiero.

«Una strategia di crescita è una strategia di crescita per l’economia nel suo complesso, piuttosto che per la lavorazione dei metalli», afferma.

Egli sostiene che le complesse norme urbanistiche e i regolamenti edilizi del Paese stiano ostacolando gli investimenti e rendendo più difficile l’espansione delle imprese.

Anche Andrew Sentance, ex membro del comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra, ritiene che il piano di reindustrializzazione rischi di “andare nella direzione sbagliata” e che la Gran Bretagna farebbe meglio a concentrarsi sulle “industrie della conoscenza” in cui eccelle oggi.

«C’è stato un tempo, negli anni Sessanta, in cui il settore manifatturiero rappresentava un terzo della nostra economia», afferma.

«Ma non possiamo fingere di essere ancora in quel mondo.»

Le imprese stanno comunque esercitando forti pressioni per ottenere agevolazioni. La Confederazione dell’Industria Britannica (CBI) segnalerà la prossima settimana che le aziende britanniche pagano il 45% in più per l’energia necessaria alle loro attività rispetto a quelle di altri paesi ricchi.

Da una ricerca condotta dal più grande gruppo imprenditoriale britannico emergerà che le bollette energetiche sono raddoppiate.

È ora di passare all’azione

Phipson, di Make UK, avverte inoltre che, prima che i ministri possano reindustrializzare la Gran Bretagna, devono «innanzitutto smettere di rendere più costoso produrre qui».

«Il bilancio autunnale rappresenta quindi un semplice banco di prova.»

Eppure si tratta di una richiesta impegnativa, proprio mentre Healey si prepara ad affrontare un bilancio difficile il 28 ottobre.

Secondo gli economisti, la guerra in Medio Oriente ha provocato un buco di 10 miliardi di sterline nelle finanze pubbliche che il ministro del Tesoro dovrà colmare per mantenere tranquilli i mercati obbligazionari. 

Egli ha già avvertito i delegati laburisti a Liverpool che «i fondi di cui disponeva il New Labour negli anni Novanta semplicemente non ci sono più».

Andy Burnham
Andy Burnham si trova ora sotto pressione affinché mantenga le promesse contenute nel suo messaggio di speranza Crediti: Andrew Aitchison / Foto fornite da Getty Images

Ciò solleva ulteriori interrogativi sulla capacità di Burnham di tradurre in fatti concreti la retorica sempre più altisonante del suo governo in materia di reindustrializzazione.

Ma il mancato raggiungimento delle aspettative del suo partito comporterà delle conseguenze in vista delle prossime elezioni generali, avverte Brumpton-Childs del GMB.

«Se non manterranno le promesse fatte, sarà un suicidio politico», afferma.

«La cosa più importante della speranza è che si realizzi, non è vero?»

A Llanwern, la posta in gioco sembra fin troppo alta per i lavoratori che rischiano il posto di lavoro.

In questa zona, le promesse del Partito Laburista di rilanciare l’industria siderurgica sono state accolte con favore. Tuttavia, sussistono seri dubbi sul fatto che il piano possa concretizzarsi in tempo.

«Non voglio sembrare troppo pessimista su tutto», dice il lavoratore di lunga data. «Ma ho la sensazione che ci aspettino tempi difficili prima che la situazione inizi a migliorare».

Gli Stati Uniti affermano che l’Iran ha “perso” mentre, a quanto pare, i flussi petroliferi sono tornati ai livelli prebellici, di Simplicius

Gli Stati Uniti affermano che l’Iran ha “perso” mentre, a quanto pare, i flussi petroliferi sono tornati ai livelli prebellici.

Simplicius 6 ottobre
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Il conflitto per lo Stretto di Hormuz continua a disconnettersi dalla realtà, come avevamo già previsto la volta scorsa. Ora, a quanto pare, nessuno riesce a mettersi d’accordo su cosa stia realmente accadendo al petrolio, o su chi stia “vincendo”.

Molti media riportano ora che il flusso di petrolio è tornato ai livelli “prebellici”, il che ha naturalmente portato molti commentatori a concludere trionfalmente che l’Iran ha perso la guerra, o è in procinto di perderla:

https://www.wsj.com/business/energy-oil/middle-east-crude-oil-exports-back-at-prewar-levels-analysts-say-b5582027

Secondo gli analisti, le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente sono tornate ai livelli prebellici, poiché i principali produttori della regione hanno aumentato le forniture attraverso oleodotti, porti e trasferimenti nave-nave alternativi per far fronte alle interruzioni causate dal conflitto con l’Iran.

Secondo le stime di Goldman Sachs, le esportazioni di greggio dai produttori del Golfo Persico hanno raggiunto i 19 milioni di barili al giorno nell’ultima settimana, fino a lunedì. Il greggio ha rappresentato quasi il 90% della ripresa delle esportazioni petrolifere complessive della regione a settembre, trainata dall’aumento delle spedizioni attraverso Hormuz. La capacità dell’Iran di bloccare il flusso di petrolio attraverso Hormuz si sta indebolendo e il Paese non è in grado di trasportare il proprio greggio attraverso il canale da quando gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco marittimo a luglio, come riportato dal Wall Street Journal.

Va detto che l’articolo di cui sopra risale a quasi una settimana fa e la situazione cambia quotidianamente, con nuove notizie di attacchi iraniani a ulteriori navi negli ultimi giorni che hanno nuovamente ribaltato il consenso generale:

https://www.wsj.com/world/middle-east/oil-was-pouring-through-the-strait-of-hormuz-again-then-attacks-on-shipping-resurged-fe9f0dd9

L’articolo sopra citato afferma che, dopo una breve “ripresa” delle esportazioni di petrolio, l’Iran ha ricominciato ad attaccare le navi:

DUBAI – Una nuova ondata di attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz minaccia la ripresa delle esportazioni di petrolio mediorientale , proprio mentre i produttori del Golfo hanno riportato le spedizioni di greggio ai livelli prebellici.

La rapida ripresa delle spedizioni nelle ultime settimane è stata determinata dalla protezione navale statunitense, coadiuvata da precedenti ondate di attacchi che hanno messo fuori uso i radar e le comunicazioni iraniane lungo lo stretto conteso. Gli Emirati Arabi Uniti e altri produttori hanno messo a punto un elaborato sistema di navette in cui le petroliere caricano il greggio all’interno del Golfo Persico, escono da Hormuz e lo trasferiscono su navi in ​​attesa al di fuori del canale.

Dopo diversi giorni senza segnalazioni di attacchi a navi verso la fine del mese scorso, l’UK Maritime Trade Operations, affiliata alla Royal Navy, ha segnalato sette attacchi a imbarcazioni lungo il canale a partire dal 28 settembre. Domenica ha segnalato un altro attacco, senza però specificare quando sia avvenuto.

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ E ancora nessuna risposta americana La deterrenza iraniana funziona. 4:06 del mattino · 6 ottobre 2026·21.000 visualizzazioni6 risposte·41 condivisioni·455 Mi piace
Bloomberg@Attività commerciale Negli ultimi giorni l’Iran ha intensificato gli attacchi contro le petroliere nello Stretto di Hormuz, proprio mentre le spedizioni di petrolio attraverso questo punto strategico per il trasporto di energia si avvicinano ai livelli prebellici. bloomberg.comL’Iran intensifica gli attacchi alle navi a Hormuz mentre aumentano i flussi di petrolio e gas19:00 · 6 ottobre 2026·24.900 visualizzazioni10 risposte·22 condivisioni·90 Mi piace

La conclusione che possiamo trarre da ciò è duplice:

L’Iran sembra avere la capacità di interrompere, o quantomeno ridurre drasticamente, questi transiti in qualsiasi momento. Quando i transiti hanno successo, ciò sembra avvenire solo grazie al permesso implicito, ma forse segreto, dell’Iran. Perché l’Iran concederebbe tali permessi? Persistono voci secondo cui l’Iran avrebbe stretto accordi speciali con alcuni paesi che pagano tangenti “sottobanco” per ottenere il permesso di transito, persino attraverso la rotta omanita.

Ricordiamo che in passato era stato praticamente confermato che tali accordi segreti fossero in corso. Ne avevamo parlato qui in un articolo all’inizio di quest’anno , citando resoconti come i seguenti:

https://www.israelhayom.com/2026/06/15/trump-secretly-approved-qatar-iran-cash-deal/

Il quale affermava:

Gli Stati Uniti hanno segretamente approvato un accordo finanziario e marittimo tra Qatar e Iran, in base al quale miliardi di dollari sono stati versati a Teheran in cambio del libero passaggio di petroliere e navi qatariane attraverso lo Stretto di Hormuz, come confermato ora da tre funzionari diplomatici.

Ora, potrebbe benissimo trattarsi di un’estensione dello stesso gioco in atto:

Il motivo di questi giochi è che, in definitiva, avvantaggiano entrambe le parti: Trump può vantare la “vittoria” di fronte al suo pubblico interno, mentre l’Iran ottiene aiuti economici e può comunque rivendicare il controllo di Hormuz, dato che i trasferimenti notturni “segreti” degli Stati Uniti sono sostanzialmente infalsificabili. Quando un conflitto raggiunge una fase di stallo strategico, è logico che entrambe le parti stringano accordi segreti per garantire la continuità. In sostanza, dicono: “Nessuno di noi ha il potere di estromettere completamente l’altro dal gioco, e nessuno dei due può permettersi di arrendersi o ritirarsi pubblicamente. Pertanto, la nostra unica opzione è quella di stringere degli accordi che vadano a vantaggio di entrambe le parti”.

Un ricercatore solleva alcune valide questioni riguardo agli sviluppi in corso, scrivendo che anche se i flussi prebellici venissero ristabiliti, ciò avrebbe poco senso se le tariffe di trasporto del petrolio greggio rimanessero insostenibilmente elevate:

Matt Burnell@mdburnell Da qualche settimana sto cercando di ribadire questo messaggio a coloro che sostengono che il petrolio scorre a livelli quasi prebellici e che l’Iran ha perso il controllo. Potreste ottenere il 100% del flusso prebellico dal Golfo Persico e questo non cambierebbe minimamente il prezzo del greggio perché… Ed Finley–Richardson@ed_fin“Le tariffe delle VLCC hanno raggiunto livelli senza precedenti, attestandosi ora a 1,3 milioni di dollari al giorno (43 volte il valore di gennaio). Ciò equivale a quasi 33 dollari al barile, ovvero il 27% del costo di consegna del petrolio greggio.”7:01 · 4 ottobre 2026·272.000 visualizzazioni115 risposte·434 condivisioni·2.100 Mi piace

Potremmo ottenere il 100% del flusso prebellico dal Golfo Persico e ciò non cambierebbe minimamente per il prezzo del greggio, perché finché le navi continueranno a subire danni, il costo intrinseco per il trasporto di quel petrolio rimarrà astronomico.

Le tariffe di trasporto del petrolio greggio, che un tempo si aggiravano sul 2-3% del costo di consegna, ora si avvicinano al 30%. Questa situazione è semplicemente insostenibile per il settore e continuerà ad aumentare con l’intensificarsi e il successo degli attacchi iraniani contro le navi mercantili.

L’Iran non sta perdendo il controllo dello Stretto, ma sta allentando la presa. Conserva comunque un’ampia capacità di rafforzare tale controllo se necessario, come abbiamo visto questa settimana con un forte aumento degli attacchi e una riduzione delle esportazioni rispetto alla settimana precedente.

Cosa significa questo per il futuro? Nulla di buono. La Marina statunitense è ancora troppo terrorizzata dalle capacità antinave iraniane per schierare cacciatorpediniere nelle vicinanze dello Stretto e, senza una presenza navale di scorta, l’Iran continuerà ad avere successo con questi attacchi, mantenendo le tariffe di trasporto merci astronomicamente alte e, come al solito, questo costo verrà scaricato sui consumatori.

La situazione peggiorerà prima di migliorare. Non mi sorprenderei se domani il Brent aprisse sopra i 103 dollari, a meno che l’amministrazione non intervenga con una massiccia manipolazione del mercato domenicale.

Scrivendo per CFR, Max Boot concorda:

https://www.cfr.org/articles/more-oil-same-war-why-increased-exports-arent-a-sign-of-irans-collapse

Le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente sono in ripresa, alimentando le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti starebbero vincendo la guerra contro l’Iran. Ma lo Stretto di Hormuz rimane insidioso, Teheran non è più vicina ad accettare le condizioni di Washington e i costi del conflitto continuano a salire per entrambe le parti.

Egli afferma che i prezzi rimangono molto più alti rispetto al periodo prebellico perché la maggior parte dei flussi di ritorno proviene ora da percorsi alternativi più costosi:

Ma la maggior parte dell’aumento delle esportazioni non proviene dallo stretto, bensì da rotte alternative, di bypass, attraverso il Mar Rosso, il Mediterraneo (attraverso il Canale di Suez) e il Mar Arabico. Queste rotte alternative sono più lunghe e costose di quella che stanno sostituendo : il Wall Street Journal riporta che il costo per trasportare una petroliera dal Medio Oriente alla Cina è schizzato da 7 dollari al barile prima della guerra a 35 dollari al barile oggi.

È vero, come menziona, che l’Iran sta subendo le conseguenze economiche del blocco petrolifero imposto in larga misura dagli Stati Uniti. Il New York Times riporta le dichiarazioni del capo della sicurezza iraniana, Mohsen Rezaei, in merito al peggioramento delle condizioni economiche:

https://www.nytimes.com/2026/ 10/04/world/middleeast/iran- economy-rial.html

L’inclusione dell’articolo del NYT serve unicamente a contrapporre le due parti, a dimostrare come la narrazione occidentale, esagerata, possa dipingere scenari catastrofici anche inesistenti. Il titolo sopra riportato sembra sottintendere che l’Iran stia precipitando in una crisi terminale. In realtà, la riunione dei vertici dell’industria e dell’economia citata nell’articolo, presieduta da Mohsen Rezaei, è stata perlopiù formale, finalizzata al rafforzamento di diverse misure di risposta economica. I media occidentali si sono aggrappati febbrilmente all’unica affermazione casuale di “difficoltà” pronunciata da Rezaei, ingigantendola a dismisura. Ecco la dichiarazione ufficiale rilasciata dai media iraniani al termine della riunione :

In un’altra parte dell’incontro, Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, riferendosi alle particolari circostanze del Paese, ha sottolineato l’importanza della sinergia e del sostegno di tutte le agenzie per la gestione esecutiva del Paese. Esprimendo gratitudine per le azioni del governo e del presidente,ha descritto la situazione attuale come uno dei periodi più difficili per il Paese.

Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, riferendosi all’andamento dei negoziati, ha inoltre sottolineato la serietà di questo percorso, affermando che in ambito economico il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale è pronto a fornire tutto il supporto e la cooperazione necessari per far progredire la situazione e contribuire alla gestione delle condizioni economiche del Paese.

Certo, è un periodo difficile: il Paese è in guerra con la più potente alleanza militare della storia, per l’amor del cielo! Come altro si potrebbe descrivere? Ma questo significa forse che l’Iran si sta degradando fino al punto di capitolare? Assolutamente no: l’Iran può e riuscirà facilmente a sopravvivere agli Stati Uniti.

https://www.bloomberg.com/ news/articles/2026-10-02/fuel- subsidies-may-top-1-trillion- as-iran-war-drags-un-says

Le riserve petrolifere dei paesi occidentali si stanno esaurendo a causa del conflitto con l’Iran.

▪️Secondo Russell Hardy, CEO di Vitol, la più grande società indipendente di trading petrolifero, le riserve petrolifere dei paesi occidentali sono state quasi completamente esaurite a causa del conflitto con l’Iran.
➖ “In Occidente non ci sono più riserve che si possano vendere. Abbiamo venduto tutto quello che avevamo”, ha dichiarato, secondo quanto riportato da Bloomberg.
▪️Secondo Hardy, la situazione dei prodotti petroliferi rimane particolarmente tesa e la carenza di riserve potrebbe persistere con l’avvicinarsi dell’inverno.
▪️Anche Amin Nasser, CEO di Saudi Aramco, ha affermato che il “buffer” petrolifero globale è diventato criticamente sottile: le riserve commerciali sono inferiori a 6 miliardi di barili e, a causa di vincoli tecnici e logistici, meno del 10% di questo volume è effettivamente disponibile.
▪️In primavera, JPMorgan aveva avvertito che, se le interruzioni fossero continuate, un livello di 7,6 miliardi di barili avrebbe costituito una zona di stress operativo, mentre 6,8 miliardi di barili sarebbero stati il ​​volume minimo necessario per il normale funzionamento di oleodotti, impianti di stoccaggio e raffinerie.
▪️In questo contesto, il rischio di una nuova escalation rimane: i negoziati tra Stati Uniti e Iran restano in una fase di stallo e Donald Trump ha ipotizzato la possibilità di riprendere gli attacchi su larga scala in assenza di un accordo.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, ai capitani delle navi vengono ora pagate cifre esorbitanti per attraversare lo stretto:

https://www.ft.com/content/0d665e5b-d8c8-4f1e-acf5-bba7193b4e6e​​

Quanto sostenibile potrebbe essere?

Ricordiamo che gli Stati Uniti stanno attualmente impiegando circa il 30% delle loro forze navali per sorvegliare lo stretto, che l’Iran occuperebbe completamente non appena gli Stati Uniti si ritirassero. Ciò significa che, per mantenere questo status quo di “blocco dell’Iran”, gli Stati Uniti devono essenzialmente confinare metà della loro flotta operativa in questo settore del mondo a tempo indeterminato , indebolendo enormemente le proprie capacità di proiezione di potenza a livello globale.

Ora Trump sta cercando di deviare la colpa dai suoi fallimenti megalomani a Hormuz sull’Ucraina:

Il tutto continuando a minacciare la totale annientamento dell’Iran… e persino di Los Angeles:

Naturalmente, è tutta una messinscena: la misera tigre di carta non è in grado di fare nulla all’Iran, a parte l’uso di armi nucleari, cosa che ovviamente non accadrà, a parte forse una probabilità dell’1% di usarle contro la Montagna Piccone.

Trump continua a sfruttare al massimo la flotta, inviando presumibilmente la portaerei USS Roosevelt in Iran, nell’ambito di un altro presunto piano di rafforzamento militare che non porterà a nulla.

Alla luce di questo clamoroso fallimento, il New York Times ha pubblicato un interessante articolo che sottolinea ancora una volta la resa dei conti storica che si sta abbattendo sull’ordine occidentale:

https://www.nytimes.com/2026/ 10/05/business/economy/iran- war-oil-geography.html

Si annuncia che la geografia è “tornata alla carica”, dopo che un mondo assopito dalla globalizzazione si era cullato in un falso senso di sicurezza:

La geografia è tornata alla ribalta con prepotenza.

“Quando pensiamo all’economia globale o all’economia moderna, spesso dimentichiamo l’infrastruttura di base, ovvero la logistica”, ha affermato Shannon O’Neil, vicepresidente senior per gli studi e titolare della cattedra Maurice R. Greenberg presso il Council on Foreign Relations. “Le merci devono pur arrivare da qui a lì”.

E qual è la lezione più importante che questi autori ottusi possono trarre? La supremazia geografica ha la meglio sui gadget tecnologici più sofisticati:

Paesi e gruppi armati che non possono minimamente eguagliare la potenza militare, tecnologica o economica degli Stati Uniti hanno, in una certa misura, tenuto in ostaggio l’economia mondiale semplicemente a causa della loro posizione geografica.

Proseguono annunciando che l’ordine globale del dopoguerra è diventato subordinato a forze e realtà geografiche:

L’ordine globale del dopoguerra è crollato.

La geografia è sempre stata una forza potente negli affari mondiali. Nel V secolo a.C., Sparta sfruttò il suo controllo sullo stretto dei Dardanelli per interrompere i rifornimenti di grano di Atene durante la guerra del Peloponneso.

Nel corso della nostra vita, tuttavia, da quando la globalizzazione ha preso slancio negli anni ’90, la tecnologia ha spesso eclissato la geografia.

Ma quell’ordine internazionale si fondava su una visione di cooperazione globale reciprocamente vantaggiosa e su un sistema di regole e leggi che si sta erodendo.

Ancora una volta, notate la frase finale: “Il sistema di regole e leggi si sta erodendo”. Chi lo ha eroso? Chi commette pirateria palese, rubando e distruggendo navi dopo averle arbitrariamente private delle polizze assicurative e averle etichettate come “navi fantasma”? A quanto pare, la redazione del NYT non è interessata a saperlo.

La buona notizia è che, almeno, stanno iniziando ad accettare silenziosamente che l’era del globalismo sfrenato è giunta al termine:

“Credo che questo segnali quanto ci siamo allontanati dal paradigma della globalizzazione, al punto che persino le caratteristiche geografiche vengono utilizzate come armi”, ha affermato Fishman, ex diplomatico. “E penso che questa tendenza sia destinata a continuare”.

Ma questa ammissione cela una palese menzogna: solo ora che il Sud del mondo ha cominciato a usare le stesse regole dell’Occidente contro di esso, si dichiara la fine di un’era di legge e ordine.

La minaccia solleva interrogativi sul libero accesso alle vie navigabili mondiali, un diritto dato per scontato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.Gli Stati Uniti sono stati essenzialmente i garanti della libera navigazione, ma la loro volontà di mantenere questo ruolo è andata scemando, mentre altre potenze si sono sentite incoraggiate a sfidarli.

Gli Stati Uniti sono stati “garanti della libera navigazione”? Per sé stessi e i propri alleati, forse. Per tutti gli altri, hanno sfruttato queste stesse realtà geografiche per ostacolare, bloccare e tenere in ostaggio le economie di tutti gli altri avversari.

Pertanto, non è una qualche rinascita del potere della “geografia” con cui l’Occidente è ora costretto a confrontarsi, bensì il privilegio arbitrario dell’Occidente stesso, che si è democratizzato in conseguenza di anni di pratiche predatorie, frodi e abusi di equità e libertà nei mercati globali.

Ogni volta che l’Occidente è costretto a subire le conseguenze delle proprie azioni, la cosa viene salutata come la “fine di un’era” o come la grande scoperta di una nuova e intrinseca realtà globale.

A quanto pare, le urla che hanno tanto scosso il New York Times non sono i singhiozzi di una geografia che rinasce, ma semplicemente gli orribili spasmi di morte del vecchio imperialismo.


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Rassegna stampa tedesca, 80a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Da fonti del Ministero dell’Economia è emerso che permane «senza se e senza ma» l’aspettativa
che tutti gli operatori di mercato adempiano al proprio obbligo di immagazzinare gas in vista
dell’inverno. Una cosa è certa: i mercati del gas sono in una situazione di tensione come
raramente si è vista. L’abolizione dei livelli minimi di riempimento e un sistema basato sul mercato
offrono i risultati più efficienti in condizioni di mercato stabili, evitando distorsioni dei prezzi.
Tuttavia non offre però alcuna protezione aggiuntiva in scenari di rischio estremo.

01.10.2026
«Non ancora pronti per l’inverno»
Per aiutare la Germania ad affrontare la stagione fredda, lo Stato punta ora sulla propria società del gas.
La strategia del Ministero dell’Economia potrà avere successo?

Di C. Krapp, J. Olk, K. Stratmann, K. Witsch Berlino, Düsseldorf
I prezzi elevati del gas e le scorte ridotte creano tensione alla vigilia dell’inizio della stagione di
riscaldamento.

Anche se per molte ragioni è inammissibile equiparare l’AfD al Partito di Sinistra, entrambi i
movimenti mettono sotto pressione il centro politico in declino, aggravando la polarizzazione. Il loro
successo rende più difficili le maggioranze e i compromessi e potrebbe trasformare la Repubblica
Federale. A Berlino città l’avanguardia di sinistra è giovane. Tra gli elettori al loro primo voto, Die
Linke è nettamente in testa: tra i 16 e i 24 anni raggiunge il 43 per cento, mentre tra i 25 e i 34 anni
arriva addirittura al 49 per cento. Non esistono dati affidabili sul numero di persone con origini
migratorie che hanno votato per Die Linke. Ma dovrebbero essere molte, se si considera quanto
sia elevata la percentuale di immigrati agli eventi del partito. Anche questo rappresenta una novità
nella politica tedesca.

STERN
24.09.2026
UNA SVOLTA A SINISTRA
Mentre l’AfD festeggia i propri successi nelle campagne della Germania orientale, Die Linke conquista in
modo sensazionale le elezioni a Berlino. Vi presentiamo un partito rinato, i cui sostenitori sono molto
giovani – e radicali

Di Lisa Becke e Martin Debes
Elif! Elif! Elif! È questo il coro che risuona domenica sera nella sala delle feste Kreuzberg a Berlino. Elif Eralp,
45 anni, sorride. «Oggi abbiamo scritto tutti insieme la storia», esclama dal palco. La visione è stata più
forte di tutti gli attacchi.

A Berlino va in scena un dramma tedesco, che racconta della fine di un mandato di Cancelliere, di
un malinteso di portata storica. Non si può fare a meno di considerare fallito questo mandato di
cancelleria – a prescindere dal fatto che Merz in questi giorni si dimetta volontariamente dalla
carica, inciampi o venga costretto dal suo partito a ritirarsi nel prossimo futuro. Anche se dovesse
tirare avanti a fatica fino alla fine della legislatura, i tedeschi hanno già emesso il loro verdetto:
ormai non ne verrà più fuori nulla. Quasi tutte le accuse mosse contro di lui sono fondate: Friedrich
Merz non sa comunicare. Anziché riunire le persone attorno a sé e al suo programma, le mette
ripetutamente contro di sé. È un campione mondiale nel fare annunci, ma un dilettante nell’attuarli.
Eppure, nel fallimento di questo Friedrich Merz si cela una profonda tragicità. Un dramma in cui
anche questa Germania e questi tedeschi svolgono un ruolo fondamentale. Il Cancelliere Merz non
ha fallito solo a causa sua e dei suoi difetti, ma è fallito anche a causa di questo Paese, dei suoi
cittadini. Della loro mancanza di volontà di cambiare.

STERN
24.09.2026
FRIEDRICH MERZ: UN DRAMMA TEDESCO
Questo cancelliere ha fallito. Per colpa sua, ma anche per colpa nostra. I tedeschi hanno espresso il loro
giudizio sulla cancelleria di Friedrich Merz: ormai non ne verrà più fuori nulla. La sua lotta per la
sopravvivenza si sta trasformando in un dramma

Di Julius Betschka, Martin Debes, Nico Fried, Veit Medick e Jan Rosenkranz
Questa singola frase descrive il dramma meglio di qualsiasi risultato elettorale.

Negli anni ’70 si manifestarono le prime crepe nel sistema dominato dai partiti popolari. Nel 1976 la
concentrazione raggiunse il suo apice: CDU/CSU, SPD e FDP totalizzarono insieme oltre il 99 per
cento dei voti. Grazie alla loro capacità di integrare le frange e di attirare nuove forze verso il
centro attraverso offerte di alleanza, i partiti popolari hanno mantenuto in equilibrio il sistema
partitico tedesco per un periodo sorprendentemente lungo. Oggi quasi nessuno crede più nelle
capacità della CDU. Non occorre essere chiaroveggenti per intuire a cosa ciò sia dovuto. Su tutti i
temi, senza eccezioni, l’AfD è ormai in testa. Da tempo ormai il voto a favore dell’autoproclamata
«Alternativa» non è più una mera espressione di protesta, molti elettori le ripongono fiducia. Non
perché abbiano dimostrato la propria competenza, bensì perché, dopo quattro anni travagliati di
governo «Ampel» e un anno e mezzo di governo Merz ancora più caotico, si sono fatti un’idea
dell’incompetenza degli altri. Se tutti i segnali non fossero ingannevoli, nei prossimi mesi il sistema
politico si troverebbe di fronte a una svolta epocale. È del tutto possibile che questa volta la
Repubblica Federale diventi davvero una repubblica diversa.

Ottobre 2026
Un autunno tedesco

Quanto possano essere instabili i sistemi partitici è emerso chiaramente dopo la caduta della Cortina di
Ferro nell’Europa dell’Est. L’AfD è stata bollata come il “bambino sporco”: prima è stato eretto il muro di
separazione, poi si è verificata la radicalizzazione del partito

Di MICHAEL SOMMER, classe 1970, docente di Storia Antica presso l’Università di Oldenburg. La sua attività di ricerca
si concentra sulla storia economica, sociale e delle mentalità dell’Impero romano. È autore di numerosi libri. È appena uscito il suo
nuovo volume “Dirty Rome – Il lato oscuro dell’antichità” (C.H.Beck)

La Sassonia-Anhalt è un piccolo Land. Tra l’Elba, l’Harz e la Saale vivono solo poco più di due milioni di
persone. Eppure, il 6 settembre, la Sassonia-Anhalt è diventata l’epicentro di un terremoto che ha
provocato potenti onde d’urto nel panorama politico dell’intera Repubblica.

La democrazia cristiana tedesca è a rischio retrocessione. E ci si deve chiedere se, con un
risultato del 17,2 per cento alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, il partito giochi ancora
politicamente in serie A (per non parlare del Meclemburgo-Pomerania Anteriore). È possibile che
la CDU, sotto la guida – da tempo messa in discussione – del suo presidente Friedrich Merz, stia
semplicemente seguendo la strada della Democrazia Cristiana italiana. E questa strada non
conduce alle leve del potere, bensì a un graduale oblio.

Ottobre 2026
Editorale
LIMES

Sono passati appena sei anni: siamo nel giugno 2020 e la CDU festeggia il suo 75° anniversario.

Il quadro è inequivocabile: nel quinto anno di guerra, il sostegno all’Ucraina è ancora presente, ma
sta vacillando. Per il governo federale tedesco la situazione è delicata. Sia il cancelliere Friedrich
Merz (CDU) che il suo vice Lars Klingbeil (SPD) sono fermamente al fianco dell’Ucraina. Entrambi
hanno ripetutamente chiarito, sia internamente che esternamente, che la loro solidarietà con il
Paese aggredito è incrollabile. Sia nell’Unione che nell’SPD si avverte che sta diventando sempre
più difficile giustificare l’impegno tedesco. Dall’inizio della guerra, la solidarietà è costata circa 72,2
miliardi di euro. La cifra è riportata in una panoramica del Ministero delle Finanze classificata come
«riservata – solo per uso di servizio», di cui lo SPIEGEL è in possesso. Per molto tempo la
Germania si è vantata del proprio aiuto, ma a causa dei piani di austerità del governo in materia di
sanità, assistenza, pensioni, sussidi abitativi e assegni parentali, il clima sta cambiando. Accuse
del tipo «Spendete miliardi per le armi e l’Ucraina, ma su di noi si risparmia» si sentono spesso agli
stand informativi.

02.10.2026
La svolta epocale
Politica estera: un numero sempre maggiore di persone si oppone alle forniture di armi all’Ucraina,
soprattutto nella Germania orientale. La pressione sul governo aumenta

Di Matthias Gebauer, Paul-Anton Krüger, Andreas Niesmann, Christian Teevs, Gerald Traufetter
Quando gli americani pensano alla Germania, le Alpi e le autostrade non sono lontane. Anche a Fort Worth,
in Texas, la settimana scorsa sui maxischermi lampeggiavano panorami montani e fiumi di automobili.

Per decenni è stato considerato un principio di equità indiscusso che contributi di pari entità
dovessero portare a pensioni di pari entità, indipendentemente dalla professione, dal livello di
istruzione o dalla durata del periodo assicurativo. La pensione a partire dai 63 anni, tuttavia, viola
tale principio. Infatti, i suoi beneficiari possono andare in pensione due anni prima del limite di età
generale senza dover subire le consuete riduzioni. La pensione anticipata senza decurtazioni è
una prestazione che ridistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto.

02.10.2026
EDITORIALE
Privilegio per i privilegiati
L’SPD è alle prese con la propria posizione in merito al pensionamento dopo 45 anni di contributi. Se
vuole essere socialmente equa, non deve attenersi a questa norma

Di Michael Sauga
A partire dalle tre elezioni regionali tenutesi nell’est del Paese, due concetti caratterizzano il dibattito sulle
riforme all’interno dell’SPD.

I risultati elettorali hanno scosso la coalizione nero-rossa a tal punto che, nel frattempo, entrambi i
partner di coalizione nutrono dubbi sul percorso di riforme intrapreso. Solo che l’Unione e l’SPD
giungono a conclusioni completamente diverse. Tra i deputati della CDU e della CSU circolano
sondaggi che prevedono dure perdite per i cristiano-democratici alle prossime elezioni federali.
Secondo l’influente canale Instagram «Merzrevolution», sarebbero a rischio fino a 60 seggi. In una
macchina del potere come l’Unione, ciò non rimane senza conseguenze. Sono in gioco le carriere
politiche. E con ogni giorno che passa senza che accada nulla, cresce la pressione sul
Cancelliere.

25.09.2026
Una fuga in avanti nonostante la rabbia
Il Cancelliere federale si trovava sull’orlo del baratro. Eppure nessuno lo ha mai spinto. Ora Friedrich
Merz promette: una volta che le riforme avranno effetto, si andrà avanti. Il suo partito vuole credergli.
Ma per quanto tempo?

Testo di Felix Heck
Ora spetterà al 7 ottobre decidere. Mercoledì, tra due settimane, si riunirà la commissione di coalizione tra
CDU e SPD.

Sui giornali si leggono regolarmente notizie di bambini vittime di bullismo perché non sono
musulmani. Molti Verdi a Berlino hanno messo al sicuro i propri figli portandoli in periferia, dove si
sta ancora tra di noi. Ma nemmeno questo funzionerà più, quando la signora Eralp siederà nel
Municipio Rosso. Anche il «noi» dei migranti è inclusivo, solo in modo diverso da come lo si
conosce. Chi viene riconosciuto come bambino cristiano farebbe meglio a tacere e a sottomettersi,
altrimenti la situazione può diventare molto brutta in un batter d’occhio.

25.09.2026
OPINIONE
La fine del Brandmauer
Un «chiaro impegno» contro l’antisemitismo: questa è la condizione che i Verdi pongono per un’alleanza
con il Partito di Sinistra. Se non occorre altro per chiudere un occhio su ogni sorta di follia, allora anche
l’AfD è ora degna di entrare in una coalizione

La strada per un’alleanza con l’AfD è libera. All’AfD basta rilasciare un «chiaro impegno» a garantire che nei
propri ranghi non vi sia posto per i nemici della Costituzione, e i negoziati con l’Unione potranno avere
inizio. È questa la strada che, proprio i Verdi, hanno aperto.

Volkswagen rescinde poco meno di una dozzina di contratti collettivi a fine anno e sta valutando
l’introduzione di orari di lavoro più lunghi. IG Metall e il comitato aziendale annunciano una forte
opposizione. In occasione del Capital Market Day, l’amministratore delegato di BMW presenta la
nuova strategia. Particolare attenzione è rivolta alla Cina, regione in crisi. In futuro, il gruppo
quotato nel DAX non offrirà più una determinata classe di veicoli in quel mercato.

01.10.2026
VW rescinde i contratti collettivi
e valuta l’estensione dell’orario
di lavoro

Il CEO di BMW definisce gli
obiettivi intermedi per uscire dalla
crisi

Il sindacato protesta. Il gruppo intende sfruttare
ulteriori possibilità. Volkswagen ha rescisso
diversi contratti collettivi con decorrenza dalla
fine dell’anno. Il quotidiano “Handelsblatt” aveva
già riferito in precedenza di tali piani. L’azienda
intende ridurre i costi del lavoro; a tal fine, tra le
altre cose, si prevede anche una rinegoziazione
delle condizioni di lavoro. IG Metall e il comitato
aziendale hanno annunciato che opporranno
resistenza a ulteriori tagli. Secondo quanto
dichiarato dalla stessa VW, l’azienda intende
attuare le misure già concordate e «sfruttare
appieno tutte le ulteriori possibilità di una
riduzione del personale socialmente sostenibile».

Milan Nedeljkovic presenta la sua strategia e fissa
un nuovo obiettivo di rendimento entro il 2028. La
casa automobilistica di Monaco BMW intende
tornare a raggiungere nel settore automobilistico
un margine EBIT compreso tra l’8 e il 10 per cento –
ma solo all’inizio del prossimo decennio. In
precedenza, il management guidato dal nuovo
amministratore delegato Milan Nedeljkovic
prevede un obiettivo intermedio: entro il 2028,
BMW punta a un rendimento compreso tra il tre e il
cinque per cento. Nedeljkovic intende raggiungere
tale intervallo attraverso un riassetto dei processi e
delle strutture, un’offerta rinnovata e una nuova
strategia per la Cina

I dipendenti VW dovranno lavorare più a
lungo?

Di Lazar Backovic, Wolfsburg


Alla Volkswagen si profilano i prossimi aspri

Il piano sui margini del nuovo amministratore
delegato di BMW

Di Felix Stippler, Irlbach-Strasskirchen
L’amministratore delegato di BMW, Milan

Il viaggio di tre giorni di Wüst in Turchia è insolito. Ufficialmente, lo scopo della visita è quello di
celebrare il cosiddetto accordo di reclutamento dei «lavoratori stranieri» stipulato 65 anni fa. E di
confrontarsi con i rappresentanti del mondo economico. Poco prima delle elezioni regionali nel
Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, Wüst aveva apposto la propria firma su una tiepida
dichiarazione di solidarietà degli otto ministri presidenti della CDU a sostegno del Cancelliere. Ora,
questa settimana, osserva tutto ciò da una certa distanza. Anche questa è una presa di posizione.
Una dimostrazione di potere con un messaggio al partito: intervengo solo quando la situazione
diventa davvero importante. Ma naturalmente la crisi del Cancelliere, del governo e della CDU lo
segue fino in Turchia. E così anche all’interno della delegazione ci si chiede quale sia il vero scopo
di questo viaggio di Wüst. Si tratta di un tentativo di crescere sul piano della politica estera. Wüst
ha incontrato il ministro delle Finanze turco, il ministro dell’Industria e della Tecnologia, il ministro
degli Affari Esteri e importanti parlamentari. Tutti avevano tempo a disposizione, tutti erano
disponibili al dialogo: in Turchia a Wüst è stato steso il tappeto rosso, come altrimenti – bisogna
dirlo – si farebbe solo per il Cancelliere federale.


01.10.2026
Le intenzioni di Wüst si rivelano attraverso
messaggi nascosti
Dimostrazione di forza nella crisi del Cancelliere: il Ministro Presidente della Renania Settentrionale-
Vestfalia, indicato all’interno dell’Unione come possibile candidato a un «cambio di Cancelliere», fa
vedere i muscoli in Turchia

Di NIKOLAUS DOLL
In testa al corteo diretto al mausoleo di Atatürk, nel cuore di Ankara, cammina un ufficiale turco con un
elmo luccicante in testa e una sciabola in mano.

Nella capitale Baghdad, la fine della presenza militare americana viene celebrata con quattro giorni
festivi ufficiali. A Erbil il ritiro è già in pieno svolgimento. Da settimane rombano i motori dei pesanti
velivoli militari, trasportando soldati e attrezzature fuori dal Paese. Dopo oltre dieci anni di
presenza, in questi giorni si conclude la missione internazionale contro l’ISIS, una coalizione
composta inizialmente da 90 partner sotto il comando degli Stati Uniti. Alla fine, oltre agli americani
e ai tedeschi, nel Kurdistan iracheno erano ancora di stanza francesi, olandesi e italiani. Ora se ne
vanno tutti. Masrur Barzani, primo ministro della Regione curda, definisce ingiusto il ritiro
dell’alleanza internazionale. «La minaccia è reale: siamo vulnerabili, veniamo attaccati». Essere
lasciati soli senza un adeguato sistema di difesa sarebbe «una vergogna». Il governo regionale
curdo non può acquistare sistemi di difesa aerea propri; solo Baghdad può farlo. Eppure, proprio
nella parte curda dell’Iraq la minaccia è maggiore che altrove.


01.10.2026
Ritiro da un Paese in preda all’instabilità
Ufficialmente, il governo iracheno festeggia la partenza delle ultime truppe statunitensi. Tuttavia, il
timore di nuove violenze è forte. In particolare, la regione del Kurdistan, nel nord del Paese, si sente
indifesa

Di BIRGIT SVENSSON
Humam Aljboori si dondola avanti e indietro sulla sedia della sua scrivania. «Festeggiare il fatto di esserci
liberati degli americani?», chiede il preside, visibilmente irritato.

Perché Putin potrebbe finalmente decidere di mettere in ginocchio l’Ucraina dopo quasi cinque anni?…e altro_di Andrew Korybko

Perché Putin potrebbe finalmente decidere di mettere in ginocchio l’Ucraina dopo quasi cinque anni?

Andrew Korybko5 ottobre
 
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A prescindere dal motivo per cui Putin possa aver rimandato a lungo questa decisione, ora è probabilmente spinto, almeno in parte, dall’allettante possibilità di concludere accordi di grande portata nel settore delle risorse con gli Stati Uniti una volta terminato il conflitto, i cui dettagli sono oggetto di negoziazioni da parte dei suoi inviati e di quelli di Trump già da oltre un anno.

Il New York Times ha citato alcune comunicazioni russe che sarebbero state intercettate per riferire che la Russia avrebbe intenzione di distruggere le reti elettriche, di riscaldamento e idriche dell’Ucraina quest’inverno. Sebbene tale affermazione non possa essere confermata, è in linea con la strategia di Putin di «escalation moderata per ottenere una de-escalation» adottata durante l’estate in risposta alla campagna di attacchi di Zelensky, che ha assunto la forma di un intensificarsi degli attacchi alle infrastrutture ucraine. Se la notizia fosse vera, la Russia non mirerebbe solo a interrompere la logistica militare dell’Ucraina, ma a mettere l’Ucraina in ginocchio.

Putin finora ha evitato di farlo probabilmente perché convinto che russi e ucraini siano popoli affini. Alcuni hanno ipotizzato che la Russia potesse non disporre in precedenza della capacità in termini di droni e/o missili necessaria per farlo, sia a causa della scarsa produzione registrata fino ad ora, sia per proteggersi dall’eventualità di una guerra aperta con la NATO. In ogni caso, Putin sembra ora aver fatto i conti con le conseguenze umanitarie di porre fine alla guerra alle condizioni della Russia il prima possibile, o almeno il più possibile in linea con esse.

Potrebbe essere spinto da qualcosa di più della semplice “guerra di logoramento” dell’Ucraina contro la Russia, iniziata durante l’estate con il sostegno degli Stati Uniti e, cosa abbastanza interessante, anche della Francia. Il segretario al Tesoro Scott Bessent avrebbe detto al suo omologo russo durante l’estate che non sono possibili accordi commerciali fintanto che il conflitto continua. Da allora, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Putin per discutere di tali accordi tra gli altri argomenti, dopodiché Kirill Dmitriev si è recato negli Stati Uniti per dare seguito alla questione.

Per contestualizzare, Putin si è vantato alla fine di febbraio 2025 che le aziende americane “realizzeranno un discreto profitto” dagli investimenti nel settore delle risorse naturali russe, e l’inviato speciale di Trump in Bielorussia, John Coale ha recentemente confermato di aver ricevuto l’approvazione per proporre a Putin un accordo simile a quello bielorusso. L’accordo prevedrebbe l’alleviamento delle sanzioni in cambio del rilascio dei «prigionieri politici». L’alleato di Putin, Alexander Lukashenko, ha già accettato diversi accordi di questo tipo e sta ora negoziando un enorme accordo sul potassio con Trump.

Proprio la scorsa settimana, Lukashenko ha anche proposto un accordo trilaterale tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti per la realizzazione di un impianto di fertilizzanti, ma ciò richiede che gli Stati Uniti revocino le sanzioni contro Gazprom. I funzionari russi, a partire da Putin, hanno chiesto all’Occidente di revocare le sanzioni contro la Russia e, sebbene gli Stati Uniti possano revocarne alcune se Putin accetta una contropartita simile a quella bielorussa, il conflitto ucraino dovrà prima terminare affinché ciò avvenga su larga scala. La conseguente partnership strategica incentrata sulle risorse potrebbe quindi rivoluzionare l’architettura economica globale.

L’economia russa è riuscita a resistere all’ondata di sanzioni senza precedenti da parte dell’Occidente, grazie soprattutto alla combinazione delle sue risorse naturali e del sistema di pagamenti nazionale, ma il Ministero dello Sviluppo Economico prevede una crescita del PIL pari solo allo 0,6% quest’anno. La schiacciante vittoria di «Russia Unita» alle elezioni della Duma del mese scorso, le prime dall’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino, conferisce a Putin il mandato di fare tutto il necessario per vincere la guerra e garantire in seguito maggiore prosperità al suo popolo.

È quindi possibile, in linea con la politica russa volta a esigere la revoca delle sanzioni occidentali, che Putin sia motivato, almeno in parte, a porre fine al conflitto il prima possibile e alle condizioni più favorevoli alla Russia, in modo da poter poi concludere accordi di grande portata con gli Stati Uniti nel settore delle risorse. Questa necessità, che potrebbe rivoluzionare l’architettura economica globale e garantire maggiore prosperità al suo popolo, contestualizza la notizia del *New York Times* secondo cui Putin avrebbe intenzione di mettere in ginocchio l’Ucraina.

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Quali sono le tre principali sfide strategiche della Russia?

Andrew Korybko4 ottobre
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Il nuovo “cordone sanitario” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia, la difficoltà nel mantenere il suo delicato equilibrio sino-indonese e i meccanismi di feedback interrotti che affliggono il suo Ministero degli Esteri sono i principali rischi strategici che devono essere affrontati con urgenza per garantire al meglio il futuro della Russia.

Nel suo saggio discorso di apertura all’ultima riunione annuale del Valdai Club, Putin ha consigliato ai russi : “Abbiamo certamente bisogno di una tabella di marcia per il nostro cammino verso il futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un pio desiderio , una costruzione astratta e speculativa o una visualizzazione irrealistica dei nostri desideri, ma una valutazione realistica dei rischi, delle capacità e degli obiettivi essenziali”. Il suo appello ha ispirato il presente articolo, che elencherà le tre principali sfide strategiche della Russia e proporrà soluzioni pragmatiche per affrontarle.

La minaccia principale è rappresentata dal ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia. Esso circonda la Russia nell’Artico e nel Baltico attraverso il blocco vichingo guidato dalla Svezia , l’Europa centrale tramite la competizione tra Polonia e Germania , il Caucaso meridionale e l’Asia centrale attraverso quelle che possono essere definite le ambizioni neo-ottomane della Turchia , e il Giappone, nucleo dell’AUKUS+ , nell’Asia nord-orientale. Le analisi con collegamenti ipertestuali incorporate in questo paragrafo descrivono ciascuna di queste minacce in modo più dettagliato.

Quelli lungo il fianco occidentale potrebbero essere mitigati attraverso la creazione di un Intermarium guidato dalla Polonia e sostenuto dagli Stati Uniti, abbinato ad accordi sul controllo degli armamenti che ridurrebbero complessivamente i rischi associati a un’UE militarizzata e dominata dalla Germania . Ciò potrebbe essere facilitato da un approccio incentrato sulle risorse. Partenariato strategico con gli Stati Uniti. La mitigazione delle minacce lungo il fianco meridionale richiede un accordo con l’Azerbaigian per la smilitarizzazione del TRIPP, mentre quelle lungo il fianco orientale possono essere mitigate attraverso un accordo con il Giappone sulle isole Curili .

La prossima sfida strategica per la Russia è impedire qualsiasi significativa perturbazione del suo delicato equilibrio sino-indiano. Anche la sola percezione di una dipendenza russa dalla Cina potrebbe indurre l’India a riavvicinarsi agli Stati Uniti, per il timore che la Cina possa strumentalizzare questa dipendenza per costringere la Russia a interrompere le forniture di armi e pezzi di ricambio all’India, al fine di obbligarla a concessioni unilaterali nei confronti della Cina e del suo alleato pakistano nelle loro dispute territoriali. Questo scenario oscuro può essere scongiurato concedendo all’India privilegi militari e commerciali.

Ciò potrebbe concretizzarsi nella produzione congiunta di tecnologie militari all’avanguardia e nella concessione di un accesso preferenziale al mercato russo ai prodotti indiani. Se lo scenario oscuro accennato in precedenza non verrà scongiurato, un potenziale riorientamento dell’India verso gli Stati Uniti potrebbe costringere la Russia a riorientarsi verso la Cina, rendendo così la sua percepita dipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese un fatto compiuto. Infine, la Russia deve urgentemente riparare i meccanismi di feedback interrotti che affliggono i suoi processi di formulazione e attuazione delle politiche.

Il pensiero illusorio, le forti allusioni di Lavrov del mese scorso secondo cui il suo popolo può essere ottimista fino alla ingenuità e la sua esplicita critica al fatto che tenda a non affrontare proattivamente le crisi latenti, insieme al fondato sospetto che la propaganda (in particolare la sua variante ” potemkinista “) si sia insinuata in questi circoli viziosi, sono i tre problemi principali che devono essere risolti al più presto. Non si può escludere la scomoda possibilità che questo problema impedisca ai decisori politici di vedere le altre due sfide strategiche.

I meccanismi di feedback interrotti della Russia devono quindi essere urgentemente riparati per garantire al meglio la formulazione e l’attuazione delle politiche più efficaci per contrastare le minacce militari e di sicurezza poste dal “cordone sanitario”, nonché quelle economico-politiche che una significativa perturbazione dell’equilibrio sino-indiano tra Russia e India potrebbe rapidamente innescare. Si tratta di compiti titanici, ma la Russia ha già affrontato sfide ben più ardue in passato, quindi ci si aspetta che lo faccia anche questa volta.

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L’“Istituto per lo studio e il sostegno della russofilia” può correggere gli errori della comunità.

Andrew Korybko3 ottobre
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La comunità “non russa filo-russa” necessita urgentemente di una riforma guidata da figure autorevoli al suo interno, che abbiano dimostrato in modo inequivocabile la propria russofilia culturale e politica, al fine di correggere le false percezioni sulla politica russa diffuse da influenti esponenti della sinistra, dell’islamismo e del “terzomondismo”.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha confermato, durante il suo intervento al quarto congresso del Movimento Russofilo Internazionale , tenutosi a metà settembre , che “il vostro congresso darà il via all’attività dell’Istituto per lo Studio e il Sostegno della Russofilia, un’organizzazione di ricerca autonoma e senza scopo di lucro”. È importante distinguere tra le forme politiche e culturali della Russofilia, spesso erroneamente confuse sin dall’ascesa della comunità “Non-Russa Pro-Russa” (NRPR) all’interno dei media alternativi .

I NRPR (Non-Repubblicani Regionali) sono sempre esistiti, e la maggior parte di loro era filo-russa per motivi culturali e politici, ma hanno acquisito maggiore notorietà a livello globale dall’inizio del conflitto ucraino nella primavera del 2014, dopo il colpo di stato di “EuroMaidan” che portò alla riunificazione della Crimea con la Russia e alla guerra civile ucraina nel Donbass. Gli elementi di sinistra che combattevano al fianco dei ribelli in quest’ultimo conflitto portarono un numero crescente di esponenti della sinistra in tutto il mondo a diventare NRPR. Gli islamisti della scuola dell'”Asse della Resistenza” li seguirono poi dopo l’inizio dell’operazione russa in Siria nell’autunno del 2015.

Più recentemente, molti di coloro che sono diventati NRPR dopo l’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino che è iniziata all’inizio del 2022 con lo speciale L’operazione è opera di “terzomondisti”, termine che si riferisce a persone che odiano l’Occidente e vogliono distruggerlo per vendicarsi di ciò che l’Occidente ha fatto al Sud del mondo in passato. I sinistroidi, gli islamisti e i “terzomondisti” che si sono uniti alla comunità NRPR in queste tre fasi a partire dal 2014 sono per lo più falsi russofili politici che apprezzano la Russia solo per il ruolo che le viene erroneamente attribuito.

Essi ritengono, rispettivamente, che la sua sfida geopolitica all’Occidente stia esacerbando la “crisi del capitalismo”, che il suo coinvolgimento in Asia occidentale sia motivato da ragioni antisioniste e che la sua opposizione al neocolonialismo implichi il desiderio di distruggere l’Occidente. Questi gruppi costituiscono oggi collettivamente la maggioranza dei NRPR, in particolare i loro principali opinion leader, e la falsa associazione della politica russa con le loro illusioni ideologiche (intenzionali o meno) ha tratto in inganno innumerevoli persone.

I “supervisori del soft power” russi – ovvero i rappresentanti statali che promuovono questi personaggi influenti – tollerano questa situazione, poiché presumibilmente calcolano che sia meglio per le persone sostenere la Russia sulla base di false premesse piuttosto che non sostenerla affatto. Questa strategia di soft power è stata definita ” potemkinismo “. I suoi sostenitori non spingono mai, in modo discreto, questi personaggi influenti a ricalibrare le proprie posizioni affinché riflettano più accuratamente la politica russa, anche se poi questi la criticano in modo costruttivo secondo la loro ideologia.

Figure di spicco dell’Istituto per lo Studio e il Sostegno della Russofilia, che hanno dimostrato la loro russofilia culturale e politica al di là di ogni dubbio, potrebbero assumere un ruolo guida nella correzione di questi errori, sollecitando discretamente i principali esponenti non russi dei media pubblici (NRPR) individualmente, quando necessario, dato che i “supervisori del soft power” russi non lo faranno. Potrebbero anche condurre briefing su larga scala in occasione di importanti eventi legati alla Russia, come il Forum sulla Multipolarità , e collaborare con la Rete Globale di Verifica dei Fatti russa , che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali influencer degli NRPR.

L’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di porre fine alla rappresentazione distorta della politica russa da parte dei principali influencer di NRPR; quello a medio termine dovrebbe essere quello di sostituirli con veri russofili politici (che conoscano e sostengano le politiche russe reali); e gli obiettivi a lungo termine dovrebbero essere quelli di promuovere una maggiore russofilia culturale. Il grave squilibrio tra queste forme all’interno della comunità ha rubato l’anima culturale del movimento e ha trasformato la russofilia in una causa di moda di cui opportunisti ideologici si approfittano.

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La Russia ha chiarito che qualsiasi aggressione seria contro Kaliningrad sarebbe seguita a una guerra nucleare.

Andrew Korybko2 ottobre
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Né la Polonia né la Lituania osano bloccare, tanto meno invadere, questa exclave russa.

A metà settembre, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski propose che la Polonia “si esercitasse in modo così aggressivo sulla nostra parte (dell’exclave russa di Kaliningrad) da rendere… [il presidente russo Vladimir Putin] incerto su cosa faremo, e da costringerlo a ritirare le forze dall’Ucraina “. Entro la fine del mese, il quotidiano britannico The i Paper pubblicò un articolo su come “il piccolo avamposto russo in Europa potrebbe essere la più grande debolezza di Putin”, citando ex funzionari della NATO che fantasticavano su un possibile blocco.

La risposta della Russia è stata immediata. Pochi giorni dopo l’articolo provocatorio di The i Paper, l’ambasciata russa nel Regno Unito ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “Coloro che sostengono piani per bloccare o attaccare Kaliningrad non dovrebbero illudersi sulle conseguenze. Qualsiasi azione militare britannica o della NATO contro il territorio russo incontrerebbe una risposta che utilizzerebbe tutti i mezzi a disposizione della Russia, comprese le armi nucleari”. L’ambasciata russa in Irlanda ha rilasciato una dichiarazione analoga lo stesso giorno.

Dopo che il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha confermato di essere a conoscenza dell’avvertimento russo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha chiarito che “la suddetta lettera e i relativi rapporti non devono essere interpretati come una dichiarazione di sfida”, aggiungendo che “Kaliningrad è parte integrante della Russia; è una regione molto importante della Russia, la più occidentale. In sostanza, il punto è che la Russia garantirà senza dubbio la sicurezza di questa regione in conformità con la propria legislazione”. Ha inoltre consigliato alla NATO di moderare i toni.

A ciò ha fatto seguito Nikolai Patrushev, amico di lunga data e stretto collaboratore di Putin, che ha minimizzato le minacce della NATO a Kaliningrad dichiarando : “Non saranno in grado di mettere in atto alcuna minaccia. Rimarranno solo parole. Se anche solo tentassero di intraprendere azioni concrete, ci sarà una risposta rapida e adeguata. Lo abbiamo affermato più volte. Tutto assumerà una dimensione completamente diversa”. Lo stesso Putin ha poi lasciato intendere che in tale scenario verrebbero effettivamente utilizzate armi nucleari.

Questa serie di dichiarazioni dovrebbe dissuadere la NATO europea (E-NATO) dal compiere qualsiasi aggressione seria contro Kaliningrad, come potrebbe accadere in seguito a una potenziale operazione sotto falsa bandiera ucraina (in Polonia?), nel contesto della recente isteria che ha attraversato il blocco per un presunto imminente attacco russo. Dopo che il presidente finlandese Alexander Stubb ha cercato di far ragionare i suoi omologhi, Sikorski è passato dal seminare paura di una guerra con la Russia all’affermare che “la Russia non ha le forze per un attacco di vasta portata contro la NATO”.

Il nuovo Primo Ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha poi dichiarato, in una conferenza stampa al fianco di Rutte, che non vi sono prove che la Russia “si stia preparando a qualcosa”. Le dichiarazioni di questi due funzionari sono significative poiché il “corridoio/vuoto di Suwałki” tra Bielorussia e Kaliningrad, che la NATO ipotizza da tempo possa essere invaso dalla Russia, attraversa i loro territori. Essi riconoscono quindi chiaramente le conseguenze apocalittiche di un tentativo di blocco, per non parlare di un’invasione, di Kaliningrad.

Questo scenario peggiore, quindi, probabilmente non si concretizzerà nemmeno in caso di un’operazione sotto falsa bandiera ucraina (in Polonia?), dato che i guardiani polacchi e lituani di Kaliningrad non sono interessati a scatenare la Terza Guerra Mondiale per questa exclave russa. Sikorski potrà anche usare toni duri, e forse la Polonia presto effettuerà esercitazioni su larga scala e magari regolari vicino a Kaliningrad, ma sia il suo paese che la Lituania sanno bene che è meglio non arrecare alcun danno concreto a quella regione russa, dato che Putin li bombarderebbe con armi nucleari se osassero.

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Qual è lo scopo del “Gruppo Bergen” del Pentagono, che riunisce gli alleati europei?

Andrew Korybko2 ottobre
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Si tratta del “contesto a piccoli gruppi” preferito dagli Stati Uniti per “promuovere progressi verso il contenimento della Russia a guida europea nell’ambito della NATO 3.0”.

Politico ha recentemente riportato che ” il Pentagono esclude alleati chiave dalla riunione della NATO ” in Polonia alla fine di questo mese, alla quale parteciperanno anche Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Germania. I primi tre costituiscono quello che è stato definito il Blocco Vichingo, mentre gli ultimi due, insieme alla Polonia, sono stati i promotori dello ” Schengen militare ” all’inizio del 2024, volto a ottimizzare la logistica militare est-ovest della NATO. La prossima riunione in Polonia sarà la terza per il ” Gruppo di Bergen “, come è stato chiamato, da giugno.

Il report di Politico ha richiamato l’attenzione sull’esclusione di Francia, Regno Unito e Stati baltici, i primi due dei quali sono potenze nucleari, mentre gli ultimi tre confinano con la Russia. Ci sono ragioni comprensibili per cui non sono stati invitati a partecipare al Gruppo di Bergen. La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump 2.0 snobba l’Europa occidentale a causa dei suoi radicali cambiamenti demografici che gli Stati Uniti ritengono mettano a rischio la futura stabilità politico-militare di questi paesi, mentre gli Stati baltici sono noti per il loro comportamento irrazionale nei confronti della Russia.

In sostanza, la NATO 3.0 prevede che gli alleati affidabili e razionali degli Stati Uniti contengano la Russia in Europa, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. Come spiegato, non ci si può fidare di Francia e Regno Unito, mentre gli Stati Uniti temono che gli irrazionali Stati baltici possano provocare una guerra con la Russia. Gli Stati Uniti faranno quindi affidamento sul blocco vichingo per contenere la Russia nella regione artico-baltica, su Germania e Polonia per contenerla nell’Europa centrale e sui Paesi Bassi per facilitare la logistica militare transatlantica.

Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, ideatore della NATO 3.0, ha spiegato lo scopo del Gruppo di Bergen alla fine di settembre, durante un aggiornamento al Comitato per le Forze Armate del Senato sull’attuazione della Strategia di Difesa Nazionale . In quell’occasione, ha dichiarato: “Stiamo anche coinvolgendo alleati altamente performanti in contesti di piccoli gruppi, come il formato selettivo del Gruppo di Bergen, accelerando così gli sforzi per costruire coalizioni e promuovere i progressi verso la NATO 3.0”.

Il riferimento di Colby alla “costruzione di coalizioni” può essere interpretato come l’interazione, guidata dagli Stati Uniti, tra i tre principali attori sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia. Mentre il ruolo e la portata geografica del Blocco Vichingo sono chiari, lo stesso non si può dire per Polonia e Germania, impegnate in una ” competizione amichevole ” per guidare il contenimento della Russia nell’Europa centrale. L’esito di questa rivalità, sulla quale gli Stati Uniti sono in grado di esercitare un’influenza, rimodellerà la geostrategia continentale.

Ci sarà o un regime dominato dai tedeschi Un’UE militarizzata in cui la Polonia è subordinata alla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, sostenuto dagli Stati Uniti e guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca e ne integra gli sforzi per contenere la Russia. L’interesse degli Stati Uniti a ottenere una base militare permanente in Polonia, il cui costo sarebbe a carico di Varsavia , suggerisce una preferenza per il secondo scenario. Tutto diventerà più chiaro, tuttavia, dopo l’imminente conclusione della revisione del dispiegamento delle forze europee da parte del Pentagono.

Indipendentemente dall’esito della “competizione amichevole” tedesco-polacca per guidare il contenimento della Russia nell’Europa centrale, questi due paesi, il loro partner olandese nell’area Schengen “militare”, i cui porti svolgono un ruolo insostituibile nella logistica militare transatlantica, e il blocco vichingo sono i principali alleati europei degli Stati Uniti. Tutti e sei sono considerati affidabili e razionali, da qui la loro inclusione nel Gruppo di Bergen, che è il “gruppo ristretto” preferito da Colby per “promuovere progressi verso il contenimento della Russia a guida europea nell’ambito della NATO 3.0”.

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L’analisi di Lavrov sul carattere dei russi contestualizza la loro cultura strategica.

Andrew Korybko1 ottobre
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Ha suggerito che sono pragmatici, a volte ottimisti fino al punto di una implicita ingenuità, e che tendono anche a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti.

All’inizio di settembre , durante un intervento presso la sua alma mater, l’Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca, gestito dal Ministero degli Esteri russo e più noto nel mondo con l’acronimo russo MGIMO, Lavrov ha condiviso alcune riflessioni sul carattere del suo popolo. Il primo punto rilevante che ha sottolineato è stato: “Ogni volta che stipuliamo un accordo con qualcuno, lo facciamo guidati dal pragmatismo. Da parte nostra, determinate emozioni possono far parte dell’accordo, data la forza del nostro carattere”.

Ha poi aggiunto, in modo significativo: “Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegnano l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente. Non concludiamo alcun accordo senza pragmatismo o un equilibrio di interessi”. Il suo ultimo spunto di riflessione sul carattere dei russi è stato quando ha affermato: “Sapete che fa parte anche del nostro carattere, intendo dire, aspettare la crisi prima di agire. Chi di voi viene dai paesi vicini la pensa allo stesso modo”.

Tutto ciò contestualizza la cultura strategica russa, che si riferisce al modo in cui le sue burocrazie diplomatiche, di esperti, di intelligence e politiche vedono il mondo. È rilevante per comprendere come interpretano le nuove informazioni, nonché come formulano e attuano le politiche, in particolare quelle relative alla politica estera e alla sicurezza. Riesaminando quanto rivelato da Lavrov, i russi sono pragmatici, ma a volte ottimisti fino al punto di una implicita ingenuità. Tendono inoltre a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti.

Tenendo a mente queste caratteristiche, dovrebbe essere relativamente più facile per gli osservatori comprendere perché la Russia sia stata ingannata dagli Accordi di Minsk, ovvero a causa dell’ingenuità, al limite dell’ottimismo, dei suoi funzionari, che li ha accecati di fronte alla realtà che si presentava loro davanti agli occhi per tutti quegli anni, ovvero il massiccio afflusso di armi occidentali in Ucraina. Di conseguenza, la Russia “ha aspettato la crisi per agire”, intendendo con ciò che non ha cercato attivamente di costringere l’Ucraina ad attuare gli Accordi di Minsk fino a quando non è venuta a conoscenza di un’offensiva pianificata sul Donbass.

In modo meno significativo, ma non per questo meno rilevante, ciò spiega anche perché la Russia abbia presentato le sue richieste di garanzie di sicurezza agli Stati Uniti e alla NATO alla fine del 2021, nonostante fosse ovvio che sarebbero state respinte col senno di poi. Come ha affermato Lavrov, “Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegna l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente”. Di conseguenza, la Russia riteneva che l’Occidente avrebbe preferito stringere una serie di accordi pragmatici che avrebbero evitato in modo umano l’imminente conflitto che stava preannunciando.

La parte relativa al fatto che molti russi “aspettano che la crisi inizi ad agire” spiega anche perché la Russia non abbia cercato di impedire la graduale defezione dell’Armenia, la caduta di Assad nonostante la fragilità del suo governo e l’ultima guerra in Mali , scatenata in parte dal fatto che Bamako avesse annullato l’accordo con i Tuareg 15 mesi prima. È anche il motivo per cui la Russia non ha cercato di impedire al Blocco Vichingo , alla Polonia , alla Turchia e al Giappone di assemblare il loro ” cordone sanitario ” nell’Artico-Baltico, nell’Europa centrale, nel cuore dell’Eurasia e nell’Asia nord-orientale.

Va da sé che l’amore dei russi per “fiabe e favole” è una delle ragioni principali per cui il pensiero illusorio è ancora diffuso nella loro cultura strategica, nonostante l’avvertimento di Putin nell’estate del 2022. Ciononostante, sembra che i membri delle burocrazie russe competenti abbiano finalmente compreso la necessità di modificare questi aspetti della loro cultura strategica, il che potrebbe consentire loro di correggere i meccanismi di feedback difettosi responsabili della persistenza di questi problemi di percezione.

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Quali benefici si aspettano Bielorussia e Polonia dalla loro “diplomazia del bucaneve”?

Andrew Korybko1 ottobre
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Ciascuna delle loro aspettative è realistica e può persino essere combinata in una sequenza trifase se esiste la volontà politica da entrambe le parti, come fortemente suggerito dall’avvio stesso della “diplomazia del bucaneve”.

Il riavvicinamento tra Bielorussia e Polonia è noto come ” diplomazia del bucaneve ” a causa della battuta del ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, pronunciata poco dopo l’incontro con il suo omologo bielorusso, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”. Il Ministero degli Esteri bielorusso ha poi ripreso la metafora in un post su X. Sikorski ha anche rivelato che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”. Ciò ha sorpreso la maggior parte degli osservatori, dato che fino ad allora la Polonia aveva adottato una linea dura nei confronti della Bielorussia.

La Polonia e la Bielorussia accetterebbero realisticamente un riavvicinamento solo in presenza di una concreta aspettativa di benefici tangibili. Dal punto di vista polacco, Varsavia probabilmente desidera che Minsk ponga fine al presunto utilizzo come arma dei migranti di diversa provenienza culturale, riduca la propria presenza militare vicino al confine e richieda una riduzione della presenza militare russa nel paese. Tutte queste richieste sono ragionevoli dal punto di vista degli interessi nazionali polacchi, se analizzate obiettivamente.

Dal punto di vista bielorusso, Minsk probabilmente desidera che Varsavia ponga fine al suo sostegno alla cosiddetta “opposizione bielorussa” che ha orchestrato la fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020, che riduca la sua presenza militare vicino al confine e che ponga il veto all’estensione delle sanzioni dell’UE alla fine del prossimo febbraio. Proprio come i benefici concreti che la Polonia probabilmente si aspetta dalla sua “diplomazia del bucaneve”, anche questi sono ragionevoli dal punto di vista degli interessi nazionali bielorussi, se analizzati obiettivamente.

Ciascuna delle loro aspettative è realistica e può persino essere combinata in una sequenza trifase se esiste la volontà politica da entrambe le parti, come fortemente suggerito dall’avvio della “diplomazia del bucaneve” in primo luogo. Per chiarire, il presunto utilizzo da parte della Bielorussia di migranti culturalmente diversi come arma è probabilmente una risposta al sostegno polacco all'”opposizione” e alla fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020, quindi ne consegue che la Bielorussia porrebbe fine a questa presunta politica una volta terminato il sostegno polacco all'”opposizione”.

Se accettano un simile accordo, forse su richiesta degli Stati Uniti che si considerano il principale alleato della Polonia e il più recente alleato della Bielorussia Se i due Paesi , grazie al loro riavvicinamento, riuscissero a instaurare una reciproca buona volontà, la de-escalation militare potrebbe facilitare il raggiungimento di un accordo. Se anche questo obiettivo venisse raggiunto, ovvero se la Polonia volesse alleviare i timori di un’invasione del “corridoio/vuoto di Suwałki” da parte della Bielorussia (e della Russia) e la Bielorussia volesse a sua volta alleviare i timori di un’invasione polacca , allora l’ultimo passo diventerebbe molto più probabile.

La Polonia potrebbe quindi subordinare il suo accordo sull’estensione delle sanzioni UE contro la Bielorussia alla revoca di alcune di esse, probabilmente concordate in anticipo con la Bielorussia, a condizione che la Bielorussia ottenga dalla Russia una riduzione della sua presenza militare nel paese. A tal proposito, la Bielorussia rimarrebbe comunque sotto l’ombrello nucleare russo e le sue armi nucleari tattiche resterebbero nel paese, ma un ritiro parziale delle forze russe (e un possibile ridispiegamento a una certa distanza dal confine polacco) è un’ipotesi realistica.

L’UE non prenderà in considerazione l’estensione delle sanzioni contro la Bielorussia per altri cinque mesi, quindi c’è tempo sufficiente perché Bielorussia e Polonia negozino la sequenza in tre fasi proposta in questa analisi. Casualmente, questo periodo coincide anche con la fioritura dei bucaneve in entrambi i paesi. Se avrà successo, la “diplomazia dei bucaneve” potrebbe davvero portare a un disgelo nella nuova Guerra Fredda, ma richiede che la Polonia abbia la volontà politica di raggiungere ciascuno di questi compromessi reciproci, sempre più significativi, con la Bielorussia.

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La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti è una mossa geniale.

Andrew Korybko30 settembre
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Potrebbe innescare una rapida sequenza di eventi che ridurrebbe significativamente le tensioni della Nuova Guerra Fredda, a condizione che Trump accetti di partecipare a questo progetto come previsto.

Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha appena annunciato che “Vladimir Vladimirovich [Putin] ed io abbiamo concordato che Gazprom si unirà a noi nella realizzazione del progetto per la costruzione di un impianto di azoto. Dovremmo proporlo agli americani. Hanno bisogno di fertilizzanti, compresi quelli azotati, quindi costruiamolo insieme. Usando la vostra tecnologia. Voi [USA], Gazprom e Bielorussia. Abbiamo già scelto un sito, con tutte le infrastrutture necessarie già presenti. In caso contrario, lo costruiremo con Gazprom e i russi e venderemo il prodotto finito”.

La sua proposta fa seguito all’annuncio di Trump della settimana precedente, secondo cui “gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo di enorme portata per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia. Il prezzo sarebbe sostanzialmente inferiore a quello che paghiamo attualmente al Canada, un’ottima notizia per i nostri agricoltori e allevatori”. L’annuncio è arrivato lo stesso giorno in cui The Atlantic ha riportato che Trump aveva autorizzato il suo inviato speciale in Bielorussia a replicare questo accordo con la Russia, in base al quale “accordi di enorme portata” sarebbero seguiti al rilascio di “prigionieri politici”.

La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti richiederebbe a Trump di revocare le sanzioni imposte dal suo Paese a Gazprom , ma ciò potrebbe avvenire in cambio del rilascio da parte di Putin di alcuni “prigionieri politici”, secondo il modello bielorusso che intende replicare con la Russia. Se gli Stati Uniti partecipassero alla costruzione dell’impianto, eventualità che probabilmente interesserebbe a Trump vista l’importanza attribuita all’accordo sui fertilizzanti in Bielorussia, altri progetti congiunti con la Russia potrebbero presto seguire.

In tal caso, un cambiamento nella politica europea nei confronti della Bielorussia potrebbe presto seguire, affinché il blocco non rimanga troppo indietro rispetto agli eventi, con la Polonia in prima linea con la sua ” diplomazia del bucaneve “, avviata a sorpresa la scorsa settimana dopo il primo incontro tra i rispettivi ministri degli Esteri in un decennio. Radek Sikorski ha rivelato poco dopo che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”. Questa rivelazione aumenta le probabilità di una svolta diplomatica decisiva entro l’inizio del 2027.

Il 28 febbraio l’UE valuterà la possibilità di estendere le sanzioni contro la Bielorussia e, poiché basta il veto di un solo Paese per revocarle, la Polonia potrebbe giocare questo ruolo per trarre vantaggio dal miglioramento delle relazioni bilaterali. Come minimo, potrebbe chiedere la revoca di alcune sanzioni in cambio dell’estensione di altre, ma l’avvento della “diplomazia del bucaneve” fa sì che questo scenario non sia più una mera fantasia politica. ” La Bielorussia ha più da offrire alla Polonia di quanto non faccia l’Ucraina “, e a quanto pare la Polonia se ne è finalmente resa conto.

Qualsiasi cambiamento significativo nella politica dell’UE nei confronti della Bielorussia, come la revoca parziale delle sanzioni su richiesta della Polonia, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, potrebbe nel tempo portare a un analogo cambiamento nei confronti della Russia. Anche in questo caso, la Polonia potrebbe assumere un ruolo guida. Come suggerito qui e qui , le reciproche misure di de-escalation lungo il confine polacco-bielorusso potrebbero gettare le basi per iniziative simili in altre zone del fianco orientale della NATO , e un canale di gestione delle crisi tra i leader polacchi, russi e statunitensi potrebbe contribuire a mantenere la pace.

La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti è quindi una mossa geniale, perché potrebbe innescare una rapida sequenza di eventi per allentare le tensioni della Nuova Guerra Fredda, a condizione che Trump accetti di partecipare al progetto, come previsto. Anche se non lo facesse, questa proposta dimostrerebbe comunque l’interesse di Lukashenko a facilitare tale esito, facendo della Bielorussia un ponte tra Est e Ovest, ruolo che probabilmente continuerà a perseguire in nome della pace.

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Trump ha intenzione di replicare con la Russia il suo accordo di successo con la Bielorussia.

Andrew Korybko30 settembre
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Secondo quanto riportato da The Atlantic, il suo inviato speciale in Bielorussia starebbe pianificando di offrire a Putin un allentamento delle sanzioni, che potrebbe assumere la forma di importanti accordi nel settore delle risorse naturali, in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”, sulla scia dell’accordo recentemente raggiunto con Lukashenko.

Secondo quanto riportato da The Atlantic , Trump avrebbe autorizzato il suo inviato speciale per la Bielorussia, John Coale, a convincere Putin a rilasciare i cosiddetti “prigionieri politici” in cambio di un allentamento delle sanzioni, sulla scia dell’accordo positivo raggiunto con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. A quanto pare, il maxi-accordo bielorusso-americano sulla fornitura di potassio, negoziato da Trump 2.0, potrebbe essere seguito da accordi altrettanto ingenti con la Russia, forse sulla falsariga di quanto riportato dal New Yorker a metà settembre.

Hanno citato un rapporto riservato di un servizio di spionaggio europeo non specificato per informare il loro pubblico che “Trump e le persone a lui vicine” stanno valutando la possibilità di “riaprire il gasdotto Nord Stream 2 sotto il controllo americano, riprendere le attività di ExxonMobil a Sakhalin e trivellare per estrarre petrolio nel Mare di Okhotsk. Secondo il rapporto, si è discusso anche dello scongelamento di beni russi soggetti a sanzioni americane”. Queste proposte sono in linea con la partnership strategica incentrata sulle risorse che stanno negoziando.

Ricordiamo che Putin, all’inizio del 2025, all’avvio dei colloqui tra Russia e Stati Uniti, dichiarò che le sue aziende “avrebbero realizzato un buon profitto” in uno scenario del genere, come spiegato qui e qui nel dicembre dello scorso anno. In breve, si sostiene che l’apertura di Putin a un simile accordo si basi in parte sul suo desiderio di alleviare la crescente dipendenza della Russia dalla Cina, mentre quella di Trump si basi in parte sulla stessa motivazione, oltre che sul suo interesse a impedire alla Cina l’accesso a ulteriori risorse russe attraverso investimenti statunitensi nei suoi giacimenti.

Tornando al report di The Atlantic, si afferma che Trump autorizzò Coale a valutare la possibilità di replicare l’accordo raggiunto in Bielorussia con la Russia “qualche mese fa”, il che coincide con la sua decisione di ” intensificare per poi allentare la tensione ” contro la Russia attraverso una ” guerra di logoramento ” guidata dall’Ucraina (e, curiosamente, sostenuta dalla Francia ) . Stava quindi scommettendo sul fatto che la serie di attacchi con droni condotti dall’Ucraina durante l’estate, che hanno preso di mira anche infrastrutture civili , avrebbe costretto Putin ad accettare un cessate il fuoco senza precondizioni.

L’operazione di influenza di Zelensky, durata 40 giorni, si è ritorta contro di lui , spingendo Putin a una lieve “escalation per de-escalation” con attacchi più sistematici contro ogni tipo di infrastruttura ucraina . Questo aumenta la probabilità di una svolta russa sul fronte entro l’inverno. Allo stesso modo, queste dinamiche militari e strategiche aumentano il rischio di un’operazione sotto falsa bandiera ucraina all’interno dell’UE ( forse in Polonia? ), che potrebbe essere condotta per manipolare il blocco e spingerlo in guerra con la Russia , nel disperato tentativo di salvare l’Ucraina.

Nonostante le affermazioni allarmistiche della coalizione liberale al governo in Polonia su un possibile attacco russo, le voci di un accordo simile a quello con la Bielorussia proposto da Trump e la consapevolezza delle difficoltà che l’Ucraina sta affrontando durante l’inverno potrebbero averli spinti ad avviare un riavvicinamento con la Bielorussia per non rimanere troppo indietro rispetto agli eventi. Anche gli Stati Uniti potrebbero aver consigliato loro di farlo. A patto che non si tratti di un’operazione sotto falsa bandiera, questa svolta potrebbe diventare parte di un accordo più ampio con la Russia per la definizione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

Un singolo accordo di grande portata (probabilmente legato alle risorse) tra Stati Uniti e Russia sarebbe probabilmente sufficiente a innescare un cambiamento radicale nella politica europea nei confronti della Russia, seguendo il precedente polacco nei confronti del suo alleato Bielorussia, per la stessa presunta ragione di non voler rimanere troppo indietro rispetto agli eventi. Con questa aspettativa, Putin potrebbe persino offrire a Trump condizioni molto vantaggiose, il che scontenterebbe i suoi sostenitori ma potrebbe essere ciò che serve per giungere alla tanto agognata soluzione diplomatica al conflitto ucraino .

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La NATO europea teme che gli Stati Uniti non accorreranno in suo aiuto se provocherà una guerra con la Russia.

Andrew Korybko30 settembre
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La prevista creazione da parte dell’UE di un meccanismo simile all’articolo 4 suggerisce che la NATO europea sospetti che il leader americano del blocco potrebbe non condividere la loro percezione della minaccia, qualunque essa sia (e che, in questo contesto, può riferirsi solo alla Russia), che spinge almeno uno di loro a richiedere consultazioni urgenti.

Il Financial Times ha recentemente riportato che l’UE intende dare seguito alla proposta della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di istituire un meccanismo simile all’articolo 4 tra gli Stati membri del blocco. Secondo la Carta della NATO , “Le Parti si consulteranno ogniqualvolta, a giudizio di una qualsiasi di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una qualsiasi delle Parti siano minacciate”. Tuttavia, la maggior parte degli Stati membri dell’UE sono già membri della NATO, quindi questa proposta potrebbe sembrare superflua.

Ciò è sostanzialmente vero, ma il punto cruciale sta nell’insinuazione che la NATO europea (E-NATO) sospetti che il leader americano del blocco potrebbe non condividere la loro percezione della minaccia, qualunque essa sia, che spinge almeno uno di loro a richiedere consultazioni urgenti. Estrapolando da ciò, l’insinuazione è che non ci si possa fidare degli Stati Uniti per un sostegno incondizionato attraverso l’invio di truppe e/o il lancio di attacchi qualora le tensioni (che in questo contesto possono riferirsi solo alla Russia) dovessero sfociare in una guerra vera e propria.

Di conseguenza, l’E-NATO sta sviluppando meccanismi decisionali paralleli per lo scenario in cui agisca da sola contro la Russia, nel qual caso gli Stati Uniti potrebbero rimanere in disparte, avendo sconsigliato qualsiasi linea d’azione proposta dall’E-NATO durante le consultazioni previste dall’articolo 4. Ciononostante, nello spirito dell’articolo 5, gli Stati Uniti potrebbero comunque fornire supporto con armi, intelligence e logistica, proprio come stanno facendo attualmente con l’Ucraina insieme al resto della NATO .

I leader della NATO europea hanno seminato il timore che la Russia possa mettere alla prova la loro determinazione a breve , o al più tardi entro il 2030 , da qui l’urgenza con cui intendono procedere con la proposta di von der Leyen, simile all’articolo 4. Parallelamente, gli Stati Uniti starebbero pianificando di ritirare fino a 40.000 dei loro 80.000 soldati presenti in Europa, in vista dell’imminente conclusione della revisione della postura delle forze europee da parte del Pentagono entro la fine dell’anno, conferendo così ulteriore urgenza a questo compito, anche qualora gli Stati Uniti ottenessero una base permanente in Polonia .

Su questo argomento, la coalizione liberale al governo in Polonia ha guidato l’isteria della NATO orientale riguardo a un possibile attacco russo contro il blocco, eppure il suo Ministro degli Esteri ha appena incontrato il suo omologo bielorusso a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro tra i massimi diplomatici dei due Paesi in un decennio. La conseguente ” diplomazia del bucaneve “, ispirata alla battuta di Radek Sikorski subito dopo, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”, potrebbe attenuare l’isteria che lui e la sua coalizione hanno scatenato, se avrà successo.

Anche in questo scenario ottimistico, che potrebbe comunque facilmente deragliare, la Polonia e il resto della NATO orientale probabilmente non si sentirebbero mai completamente a proprio agio a causa del sincero timore delle loro élite liberali nei confronti della Russia (indipendentemente dalla sua irrazionalità), quindi è comunque importante per loro dare priorità alla creazione di un meccanismo simile all’articolo 4. Il ruolo principale in questo contesto sarà probabilmente svolto dalla Polonia, data la sua posizione centrale sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia, che le conferisce un’importanza sproporzionata nella nuova architettura di sicurezza.

In tal caso, la garanzia più realistica di stabilità sarebbe il ritiro parallelo di alcune forze NATO europee dagli Stati baltici e di alcune forze russe dalla Bielorussia, previo ritiro da parte degli Stati Uniti di alcune delle proprie truppe dagli Stati baltici, con la Polonia che si assumerebbe la responsabilità della loro sicurezza in caso di crisi. La creazione di un canale di controllo delle crisi tra la Russia (responsabile della Bielorussia), la NATO europea (con la Polonia in prima linea e responsabile degli Stati baltici) e gli Stati Uniti garantirebbe quindi la pace.

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Tutte le parti interessate nella guerra in Yemen dovrebbero prendere in considerazione la mediazione russa.

Andrew Korybko1 ottobre
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Il punto di convergenza tra gli interessi sauditi e quelli del Consiglio di Transizione del Sud (STC) è fermare gli Houthi, e il modo più efficace per farlo è probabilmente una coraggiosa decisione politica di riconoscere il loro piccolo stato nel Nord e, di conseguenza, anche il Sud come stato sovrano separato, in cambio della cessazione delle ostilità.

La notizia riportata da South24 , secondo cui l’ambasciatore russo in Yemen, Yevgeny Kudrov, avrebbe avuto una videochiamata con il viceministro degli Esteri Houthi, Abdulwahid Abu Ras, il 12 settembre, ha suscitato interesse per l’approccio della Russia all’ultima fase della guerra in Yemen. L’offensiva lampo degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso e la conquista di diverse isole strategiche hanno permesso loro di ottenere il controllo della parte orientale di Bab el-Mandeb. Hanno inoltre lanciato attacchi contro l’Arabia Saudita e messo fuori uso il gasdotto East-West Pipeline.

Come prevedibile, al Ministro degli Esteri Sergey Lavrov è stato chiesto un commento su questi sviluppi durante una conferenza stampa con il suo omologo saudita l’8 settembre. Ha affermato: “Consideriamo gli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture saudite, comprese quelle civili, controproducenti. Sosteniamo pienamente la determinazione dell’Arabia Saudita a proseguire nell’attuazione della tabella di marcia concordata e approvata, che ho menzionato nel mio intervento iniziale”.

Lavrov ha aggiunto: “Riteniamo inaccettabile tentare di risolvere questi problemi con mezzi militari, un approccio che non solo mette in pericolo la popolazione civile e le infrastrutture civili, ma ha anche un effetto profondamente negativo sull’economia mondiale, data l’importanza della penisola arabica e di tutte le zone marittime che la costeggiano per il normale funzionamento delle rotte commerciali globali”. La vice rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, Anna Evstigneeva, ha poi informato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite due giorni dopo.

Il 10 settembre, rivolgendosi al Consiglio, ha sottolineato in modo significativo: “Ribadiamo la posizione di lunga data del nostro Paese a difesa della libertà di navigazione marittima in tutte le acque del mondo, comprese quelle adiacenti allo Yemen… Esortiamo Ansar Allah a esercitare moderazione e a rispettare la sovranità degli Stati vicini, che – al momento opportuno – potrebbe contribuire a stabilizzare lo Yemen, a preservarne l’unità e a facilitarne la ripresa economica”.

Il giorno successivo, l’11 settembre, il viceministro degli Esteri russo Georgij Borisenko ha incontrato l’ambasciatore saudita. Il suo ministero ha rilasciato una dichiarazione in cui si affermava che “le parti hanno ribadito l’importanza di porre fine alle ostilità in Yemen il prima possibile, nonché il loro sostegno agli sforzi diplomatici volti a creare condizioni favorevoli per l’avvio di un dialogo su vasta scala mediato dalle Nazioni Unite tra le parti in conflitto”. Due giorni dopo, sono seguite le dichiarazioni del portavoce del Cremlino Dmitrij Peškov.

In risposta a una domanda del 13 settembre su quale governo yemenita la Russia consideri legittimo, alludendo al fatto che Mosca riconosca o meno il piccolo stato degli Houthi con capitale a Sana’a, ha affermato: “Aspettiamo e vediamo come si evolve la situazione. Al momento è gravemente destabilizzata e rischia una forte escalation. La cosa più importante ora è stabilizzare la situazione”. Il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, si è poi rivolto al Consiglio di Sicurezza due giorni dopo, il 15 settembre.

Non ha detto nulla di nuovo, se non raccomandare che “La risposta di questo organismo, a cui è affidata la responsabilità di prevenire le minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere razionale, ponderata con attenzione e, soprattutto, commisurata a quanto sta accadendo sul campo. La spiacevole esperienza con la risoluzione 2722 del Consiglio di sicurezza , le cui disposizioni sono state successivamente travisate da alcuni membri del Consiglio, ci mette in guardia contro passi affrettati e avventati”.

Una settimana dopo, il 22 settembre, il presidente russo Vladimir Putin ha parlato con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MBS). Il comunicato del Cremlino riportava che “le parti hanno ribadito la necessità di una cessazione immediata delle ostilità (nello Yemen) e della creazione delle condizioni per l’avvio di un dialogo costruttivo intra-yemenita sotto l’egida delle Nazioni Unite. Hanno inoltre sottolineato l’importanza di garantire il passaggio sicuro e senza ostacoli delle navi attraverso le vie navigabili internazionali della regione”.

Da queste dichiarazioni ufficiali si evince l’approccio della Russia all’ultima fase della guerra in Yemen. Mosca condanna gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita e la loro offensiva nel Mar Rosso. Inoltre, auspica l’unità dello Yemen e, pertanto, non riconosce la legittimità del governo Houthi, nonostante il dialogo politico in corso con esso. Il ritorno al dialogo mediato dalle Nazioni Unite rappresenta la soluzione preferita per evitare minacce alla navigazione regionale e ad altri soggetti che potrebbero trarre vantaggio da questi sviluppi.

Contrariamente a quanto alcuni hanno ipotizzato , la Russia non ha intenzione di fornire alcun tipo di assistenza militare, tecnica o di intelligence agli Houthi, il che comprometterebbe immediatamente i suoi faticosamente conquistati legami strategici con l’Arabia Saudita, il governo di Aden in Yemen e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, il cui leader Putin è notoriamente molto vicino. La recente assicurazione degli Houthi di non voler prendere di mira il traffico marittimo regionale, ma solo le navi collegate all’Arabia Saudita, è in linea con le aspettative dichiarate dalla Russia nei confronti del gruppo.

A differenza di quanto si afferma, ovvero che gli interessi della Russia risiedano nello scatenare il caos globale, come quello che potrebbe seguire il blocco di Bab el-Mandab da parte degli Houthi in segno di solidarietà con l’alleato iraniano qualora la Terza Guerra del Golfo dovesse inasprirsi nuovamente, un’altra crisi economica globale danneggerebbe indirettamente la Russia. Sebbene i prezzi globali dell’energia potrebbero inizialmente impennarsi, portando così maggiori entrate nelle casse del Cremlino, la serie di attacchi ucraini contro le sue raffinerie di quest’anno ha già ridotto le esportazioni, impedendo quindi alla Russia di trarne il massimo profitto.

Inoltre, il conseguente rallentamento dell’economia globale potrebbe portare a un crollo dei prezzi per un periodo prolungato, con conseguenti ripercussioni sul bilancio del Cremlino. Un’altra preoccupazione per la Russia è il grande impatto strategico che un simile rallentamento potrebbe avere sulla Cina, in particolare sulla sua capacità di resistere alle pressioni statunitensi per un accordo commerciale sbilanciato, al fine di ostacolare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza. La Cina potrebbe quindi diventare più cedevole alle richieste statunitensi di sanzioni anti-russe.

Probabilmente gli osservatori occasionali non ne sono a conoscenza, ma nell’estate del 2023 Dilma Rousseff, presidente della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, ha confermato che il suo istituto con sede in Cina rispetta tali sanzioni. Poco meno di un anno dopo, nell’estate successiva, un’azienda cinese si è ritirata dal megaprogetto russo Arctic LNG 2 in risposta alle pressioni legate alle sanzioni, infliggendo così un duro colpo ai piani del Cremlino. Nell’ottobre del 2024, un funzionario russo ha confermato che anche l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), con sede in Cina, rispetta tali sanzioni.

Non è cosa da poco che queste due importanti istituzioni multipolari con sede in Cina aderiscano alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Se l’Iran e i suoi alleati Houthi dovessero, metaforicamente, distruggere l’economia globale prendendo di mira su vasta scala tutte le infrastrutture energetiche del Golfo, sia come primo attacco che come rappresaglia per una significativa escalation militare americana, l’emisfero occidentale se la caverebbe relativamente meglio di quello orientale. La Cina potrebbe inoltre essere sufficientemente indebolita da sottomettersi pienamente alle richieste di sanzioni statunitensi contro la Russia.

Pertanto, qualsiasi cosa possa anche solo lontanamente portare a questo scenario è osteggiata dal Cremlino, come gli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e la possibilità che blocchino il Bab el-Mandeb. Anche l’imposizione di un cosiddetto “pedaggio” è qualcosa a cui la Russia si oppone, come dimostrato dalla dichiarazione di Lavrov a fine agosto, quando disse al suo interlocutore : “Non vogliamo che venga introdotto un pedaggio (per il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz), ma questo è un argomento da discutere ulteriormente”.

Passando alla parte della politica russa relativa alla speranza che lo Yemen rimanga unito, dopo aver espresso la propria opposizione agli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e alla loro offensiva nel Mar Rosso, la Russia non riconoscerà il piccolo stato degli Houthi poiché ciò comprometterebbe i suoi rapporti con Riad e Aden. Da una simile mossa diplomatica non deriverebbe alcun beneficio tangibile, mentre ne deriverebbero costi altrettanto tangibili. Detto questo, se Aden cedesse formalmente il Nord controllato dagli Houthi, Mosca probabilmente lo riconoscerebbe.

Per essere più precisi, l’Arabia Saudita non è riuscita a sconfiggere gli Houthi dopo oltre un decennio di tentativi, e il suo tradimento del Consiglio di Transizione del Sud (STC) tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, durante la breve campagna di bombardamenti di Riyadh, ha distrutto, col senno di poi, l’unico baluardo affidabile contro l’espansione verso sud degli Houthi. Gli Stati Uniti non sono ancora intervenuti in soccorso dell’Arabia Saudita e potrebbero non farlo mai, ma anche se riprendessero la precedente campagna di bombardamenti contro gli Houthi, non vi è alcuna ragionevole aspettativa che ciò li distrugga completamente.

Bisogna quindi dare per scontato, a prescindere dalle speranze personali, che gli Houthi siano destinati a rimanere e che il loro piccolo stato possa essere infine riconosciuto in qualche forma come parte di una soluzione politica alla guerra in Yemen. I meridionali non vogliono più convivere con i settentrionali nello stesso stato, dopo che il loro fallimentare tentativo di fusione ha portato all’oppressione da parte del Nord. Una soluzione a due stati potrebbe quindi essere inevitabile, ma poiché l’Arabia Saudita ora controlla completamente il Sud, Riyadh dovrebbe acconsentire.

MBS potrebbe essere riluttante ad accettare quella che equivarrebbe alla sconfitta del suo Regno, riconoscendo uno Yemen del Nord alleato dell’Iran e controllato dagli Houthi (indipendentemente da come si chiami), ma potrebbe anche essere l’unico modo per preservare le infrastrutture energetiche del suo Regno e forse persino il potere della sua famiglia. Qualora si convincesse che questa sia la linea d’azione più pragmatica, potrebbe permettere al Consiglio di Transizione del Sud (STC) di tornare al potere nello Yemen del Sud, ristabilendo così l’unico baluardo contro l’espansionismo degli Houthi.

Gli interessi dell’Arabia Saudita in quello che può essere definito Yemen orientale, sostanzialmente la storica regione di Hadramout, potrebbero essere affrontati attraverso il dialogo con il Consiglio di transizione del Sud (STC) una volta arrestata l’avanzata degli Houthi verso sud. Una possibilità è rappresentata da elezioni sotto la supervisione delle Nazioni Unite sul futuro amministrativo del rinato Yemen del Sud/Arabia, che potrebbe ipoteticamente trasformarsi in una federazione tra il Sud e l’Est, prevedendo anche un’ampia autonomia simile a quella bosniaca per quest’ultima parte.

Ad ogni modo, gli interessi dell’Arabia Saudita e del Consiglio di Transizione del Sud (STC) coincidono nel fermare gli Houthi, e il modo più efficace per farlo è probabilmente una coraggiosa decisione politica di riconoscere il loro piccolo stato nel Nord e quindi, ipso facto, anche il Sud come stato sovrano separato, come contropartita per la cessazione delle ostilità. Se vi fosse interesse da parte di tutte le parti coinvolte – Arabia Saudita, governo di Aden, STC e Houthi – allora la Russia probabilmente accetterebbe di mediare tra loro per raggiungere questo obiettivo, qualora i suoi servizi diplomatici fossero richiesti.

In questo risiede il ruolo strategico che la Russia potrebbe svolgere nell’ultima fase della guerra in Yemen, ovvero quello di mediatore tra le parti coinvolte, dati gli stretti legami che la legano a tutte, compreso l’alleato iraniano degli Houthi, qualora quest’ultimo decidesse di collegare la risoluzione di questo conflitto a quella della Terza Guerra del Golfo. In assenza di tale interesse, è probabile che la Russia si limiti a rilasciare dichiarazioni di circostanza sulla guerra in Yemen, sulla quale non ha alcuna influenza a meno che le parti interessate non acconsentano alla sua mediazione.

Questa analisi è stata originariamente pubblicata su South24 .

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I piani degli Stati Uniti per un cambio di regime graduale in Sudan potrebbero portare a una spartizione simile a quella libica.

Andrew Korybko1 ottobre
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Secondo un esperto di fama, la motivazione degli Stati Uniti è quella di “tenere lontana l’influenza russa dal Mar Rosso”.

Un importante consigliere del generale sudanese Abdel Fattah al-Burhan, leader delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e rappresentante del Sudan all’estero, ha messo in guardia sui piani degli Stati Uniti per il loro Paese. Amjad Farid ha descritto la proposta di cessate il fuoco di 90 giorni avanzata dal consigliere senior statunitense per gli affari arabi e africani, Massad Boulos, come un tentativo di “esercitarci pressione affinché accettiamo una spartizione di fatto del Paese, simile al modello libico “. Ciò è avvenuto dopo che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente negato il visto a Burhan per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in seguito al suo rifiuto di tale proposta.

Radio France Internationale ha recentemente condotto un’intervista con il ricercatore sudanese Suliman Baldo, direttore del Sudan Transparency and Policy Observatory, con sede negli Stati Uniti, in merito alla politica statunitense. Baldo ha valutato che gli Stati Uniti hanno deciso di affrontare Burhan, indicando i media americani rapporti sul presunto utilizzo di armi chimiche da parte delle SAF contro i ribelli delle “Forze di supporto rapido” (RSF) guidati da Mohamed Hamdan Daglo (“Hemedti”), nonché la dichiarazione del Dipartimento di Stato secondo cui entrambe le parti sono illegittime.

Baldo ha concluso che gli Stati Uniti vogliono “tenere lontana l’influenza russa dal Mar Rosso. La Russia è uno dei fornitori di armi all’esercito sudanese e sta ancora portando avanti i piani per stabilire una base militare sul Mar Rosso a Port Sudan. Gli americani non vogliono sentirne parlare, né i sauditi. Ecco perché gli americani rimangono impegnati in Sudan”. Questi interessi sono stati analizzati in diversi articoli all’inizio della guerra, all’inizio del 2023, e sono stati elencati in questo articolo del mese scorso sulla politica russa in merito.

Mettendo a confronto l’analisi di Baldo con quella di Farid, alla luce del piano di cessate il fuoco statunitense, della nuova campagna di pressione contro Burhan per il presunto uso di armi chimiche da parte della sua fazione e della dichiarazione del Dipartimento di Stato secondo cui sia lui che Hemedti sono illegittimi, emerge chiaramente la politica americana nei confronti del conflitto. Essa mira a un cambio di regime graduale in entrambi gli schieramenti, istituzionalizzando la spartizione di fatto del Sudan attraverso la concessione di ampia autonomia a ciascuna parte e inducendo le nuove autorità nazionali a rinnegare l’accordo sulla base navale russa.

Gli interessi della Russia sono quindi opposti: aiutare le Forze Armate del Sudan (SAF) ad annientare le Forze di Supporto Rapido (RSF); preservare l’unità funzionale del Sudan; e infine attuare l’accordo, a lungo rimandato, sulla base navale. I primi due interessi coincidono con quelli della NATO islamica (Arabia Saudita, Turchia e Pakistan) e del suo stretto partner egiziano, i quali, per semplici ragioni geografiche, forniscono a Burhan un aiuto ben più significativo di quello della Russia, con l’Egitto in prima linea. Allo stesso modo, questi interessi sono in contrasto con quelli degli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF.

Questo nonostante Putin, alla fine del 2023, avesse descritto gli Emirati Arabi Uniti come il “principale partner commerciale della Russia nel mondo arabo” e nonostante la sua stretta amicizia con il presidente Mohamed bin Zayed. Allo stesso modo, la NATO islamica e l’Egitto sono entrambi vicini agli Stati Uniti, eppure questi ultimi continuano a opporsi a Burhan (e anche a Hemedti, nonostante la vicinanza degli Emirati Arabi Uniti agli Stati Uniti). Ipoteticamente, un grande accordo potrebbe quindi consentire a questi due di rimanere al potere, con la spartizione di fatto del Sudan istituzionalizzata e Khartoum che finalmente concede a Mosca la sua base navale, ma la volontà politica non esiste.

Ciascuna parte crede ancora di poter sconfiggere l’altra o quantomeno espandere il proprio territorio prima di istituzionalizzare la spartizione di fatto del Sudan. Pertanto, è probabile che il conflitto continui e si intensifichi fino a quando una delle due parti non costringerà l’altra ad accettare un accordo squilibrato o uno stato straniero non interverrà direttamente. Se l’Egitto dovesse intervenire su vasta scala a sostegno delle Forze Armate del Sudan, dopo che l’Etiopia, storica rivale del Cairo, ha accusato sia l’Egitto che il Sudan di appoggiare una nuova alleanza ribelle, i due conflitti potrebbero fondersi, con conseguenze disastrose per la regione.

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L’India dovrebbe valutare investimenti congiunti con gli Stati Uniti nel settore delle risorse naturali in Russia.

Andrew Korybko2 ottobre
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Alla luce dei recenti sviluppi, questo scenario non è così inverosimile come potrebbe sembrare a prima vista.

Il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha avuto una telefonata con Trump che RT ha correttamente inquadrato come avvenuta al termine dei loro colloqui per finalizzare un accordo commerciale, in un contesto di rinnovata pressione statunitense sull’India affinché abbandoni il petrolio russo. La telefonata ha fatto seguito anche alla notizia riportata da The Atlantic, secondo cui l’inviato speciale di Trump per la Bielorussia, John Coale, avrebbe confermato di aver ricevuto l’approvazione per proporre a Putin un accordo in base al quale la Russia avrebbe ottenuto un allentamento delle sanzioni in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”, secondo il modello da lui stesso sperimentato con Lukashenko.

Lo stesso giorno, Lukashenko ha proposto che Bielorussia, Russia e Stati Uniti costruissero congiuntamente un impianto di fertilizzanti, una settimana dopo che Trump aveva annunciato che “gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo di vasta portata per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia”. Data la probabilità che gli Stati Uniti acconsentano ad almeno un allentamento parziale delle sanzioni contro la Russia, il che probabilmente interesserebbe il settore delle risorse naturali in cui Putin aveva precedentemente invitato le aziende americane a investire , l’India farebbe bene a valutare investimenti congiunti con gli Stati Uniti.

L’importazione su larga scala di petrolio russo a prezzi scontati da parte dell’India è indirettamente essenziale per la sua sicurezza nazionale, ma il Paese non vuole nemmeno compromettere l’accordo commerciale quasi finalizzato con gli Stati Uniti sfidando Trump qualora decidesse di minacciare dazi fino al 100% come punizione per questi acquisti. Da qui la saggezza di proporre investimenti congiunti nelle risorse russe, alla luce della probabilità che gli Stati Uniti lo facciano presto autonomamente. Di seguito, cinque brevi note esplicative per illustrare ai lettori la logica alla base di questa proposta:

* 13 maggio: “ L’Estremo Oriente russo potrebbe aiutare il Quad a diversificare la propria produzione e a ridurre la dipendenza dalla Cina per quanto riguarda i minerali critici ”

* 16 giugno: “ Il vice primo ministro russo ha illustrato la strategia del suo Paese in materia di terre rare ”

* 12 settembre: “ Il massimo diplomatico indiano ha segnalato che l’India sfiderà qualsiasi nuova pressione statunitense sugli acquisti di petrolio russo ”

* 30 settembre: “ Trump sta pianificando di replicare con la Russia l’accordo di successo che ha raggiunto con la Bielorussia ”

* 30 settembre: “ La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti è una mossa geniale ”

Per riassumere, in modo da non dilungarci troppo, il vice primo ministro russo Denis Manturov ha dichiarato, durante un discorso estivo sulla strategia del suo Paese in materia di terre rare: “Abbiamo una stretta relazione strategica di cooperazione con la Cina. E acquistiamo i loro prodotti. Ma siamo interessati alla sovranità tecnologica e continueremo a muoverci in quella direzione”. L’allusione è che la dipendenza dalla Cina in questo settore rappresenti una vulnerabilità dalla quale la Russia cerca di liberarsi attraverso maggiori investimenti esteri.

Questi investimenti non si sono ancora concretizzati a causa delle sanzioni statunitensi, eppure è nell’interesse degli Stati Uniti ridurre la dipendenza della Russia dalla Cina attraverso investimenti nei suoi giacimenti di risorse, in modo da privare la Cina di tali risorse e, di conseguenza, rallentare la sua ascesa a superpotenza. L’India condivide gli stessi interessi, è un partner strategico della Russia da decenni e necessita di queste risorse per accelerare il suo percorso di ascesa a grande potenza, un obiettivo che è anche nell’interesse degli Stati Uniti agevolare. Questa logica costituisce la base degli investimenti congiunti in questo settore.

L’India farebbe quindi bene a proporre il proprio coinvolgimento in eventuali futuri investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo, derivanti dal quid pro quo che il progetto Coale presenterà a Putin. L’immagine di una possibile sostituzione del ruolo cinese nel progetto Arctic LNG 2, da cui la Cina si è ritirata nell’estate del 2024 a causa delle sanzioni statunitensi, sarebbe, ad esempio, nell’interesse di Delhi e Washington. Ciò potrebbe accadere già entro la fine dell’anno, se Putin, Trump e Modi avessero la volontà politica di farlo.

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L’India sta finanziando il presunto acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani?

Andrew Korybko3 ottobre
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La tempistica di questa notizia è sospetta, così come la testata che l’ha diffusa.

L’ organizzazione londinese Afghanistan International ha recentemente riportato che l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani. Il giornalista Jamshid Yama Amiri , residente in Germania e che ha collaborato con diverse testate giornalistiche private e governative in Afghanistan durante l’occupazione statunitense, ha scritto un articolo sull’argomento, pubblicato sul loro sito web, mentre l’ex giornalista di Voice of America, Samsama Sirat, ha realizzato un servizio sul loro canale YouTube . Questi dettagli sono sufficienti per accogliere tale affermazione con scetticismo.

Il contesto più ampio riguarda la ripresa degli attacchi transfrontalieri tra Afghanistan e Pakistan, nell’ambito della guerra iniziata a fine febbraio, nonché i negoziati tra Stati Uniti e Bielorussia su quello che Trump ha recentemente definito un “enorme” accordo sulla potassa . La maggior parte dei media della diaspora afghana si oppone ai talebani e si sospetta che siano finanziati da ricchi afghani anti-talebani e/o da governi occidentali. È quindi possibile che questo articolo sia un attacco orchestrato per screditare tutte le parti coinvolte.

Comunque sia, esiste una certa logica che rende la cosa credibile, ovvero la convergenza di interessi stranieri coinvolti. L’Afghanistan ha concluso un accordo tecnico-militare con la Russia questa primavera per la riparazione di attrezzature di fabbricazione russa, la Bielorussia è integrata nel complesso militare-industriale russo in quanto suo principale alleato militare, e l’India è la rivale del Pakistan. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha anche avvertito durante l’estate che armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan.

L’unico modo realistico attraverso cui questi droni potrebbero essere introdotti clandestinamente in Afghanistan è tramite il Pakistan, attualmente in guerra con l’Afghanistan, e questa constatazione conferma la percezione di minaccia latente che la Russia nutre nei confronti del Pakistan . Non si può quindi escludere che l’India stia finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani, con l’approvazione della Russia, nell’ambito di un’operazione clandestina congiunta, motivata dalla rivalità tra Delhi e Islamabad, dalla crescente percezione di minaccia da parte di Mosca e dalle comuni preoccupazioni relative all’ISIS-K.

Allo stesso tempo, come già accennato, la tempistica è troppo sospetta, e lo stesso si può dire della testata che ha diffuso la notizia; pertanto, questo rapporto dovrebbe essere accolto con scetticismo anziché essere dato per scontato come vero. Ha appena iniziato a circolare, quindi sarà interessante vedere se verrà ripreso dai principali media occidentali, per non parlare del fatto che qualche governo occidentale lo sfrutterà come pretesto per minacciare ulteriori sanzioni contro l’Afghanistan, la Bielorussia e/o la Russia, o addirittura se lo farà davvero.

Il Pakistan prenderà certamente nota di questo rapporto, se non ne è già in qualche modo coinvolto, anche se i funzionari non commenteranno pubblicamente le sue affermazioni a causa della loro delicatezza. Sebbene ci si aspetterebbe che non perdano l’occasione di screditare i loro rivali afghani e indiani, continuano a portare avanti la farsa di una partnership con la Russia, che non si è ancora concretizzata in un accordo energetico a lungo discusso a causa del potere di veto di fatto del protettore americano del Pakistan. Pertanto, potrebbero agire con cautela.

Nell’improbabile eventualità che presentassero i resti di un drone presumibilmente di fabbricazione bielorussa, qualora decidessero di abbandonare la loro farsa con la Russia (ipotesi improbabile ma non da escludere), non si può escludere che li abbiano ricevuti dall’Ucraina per dare una falsa credibilità a questa affermazione. In assenza di una conferma ufficiale di questa notizia da parte di Afghanistan, Bielorussia, India e/o Russia, essa rimarrà quindi nel regno delle speculazioni, per quanto alcuni possano ritenerla plausibile nella versione descritta.

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Analisi dell’intervista rilasciata dall’ambasciatore iraniano in Russia a Vedomosti.

Andrew Korybko4 ottobre
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Sebbene Jalali non abbia descritto esplicitamente la NATO islamica come una minaccia, ha affermato in modo inquietante che “la presenza di potenze non regionali ha portato alla situazione attuale”, lasciando così intendere la preoccupazione dell’Iran che ciò possa un giorno innescare un conflitto regionale.

A fine settembre , l’ambasciatore iraniano in Russia, Kazem Jalali, ha rilasciato un’intervista al popolare quotidiano economico Vedomosti sulle relazioni bilaterali e sugli affari regionali. Ha esordito affermando: “Abbiamo deciso da tempo che se avremo bisogno di qualcosa e questa sarà disponibile in Russia, ci rivolgeremo alla Russia per soddisfare le nostre esigenze”. Ha poi aggiunto che “la pressione che il nemico sta esercitando su di noi, cercando di coinvolgere i nostri paesi vicini in un blocco, può aiutare e promuovere lo sviluppo dei nostri due paesi: Russia e Iran”.

Questo ha portato a chiedergli informazioni sulla tratta ferroviaria Rasht-Astara, ramo occidentale del Corridoio di Trasporto Nord-Sud attraverso l’Azerbaigian, che deve ancora essere costruita. Jalali ha affermato: “Ci auguriamo che un accordo operativo esecutivo venga firmato a breve tra Iran e Russia. I nostri colleghi russi hanno già iniziato a studiare il tracciato ferroviario. A seguito di questo studio, inizieranno i lavori operativi e il progetto ferroviario verrà realizzato”.

Analogamente, per quanto riguarda il gasdotto che intendono costruire attraverso l’Azerbaigian, Jalali ha affermato che “i finanziamenti proverranno in gran parte dalla Russia. Ma stiamo lavorando tutti insieme a questo progetto: Russia, Iran e Azerbaigian”. A ben vedere, questi due progetti di integrazione complementari non hanno ancora compiuto progressi tangibili, ma ciò non significa che alla fine non porteranno a nulla. Passando ad altro, Jalali ha confermato che i progetti congiunti nel settore dell’energia nucleare continuano a progredire, il che è importante.

L’intervista si è poi spostata sulla Terza Guerra del Golfo e sulla questione se la Russia avesse aiutato l’Iran. Jalali ha risposto: “C’è un proverbio persiano che potrebbe sembrarvi buffo: ‘Nessuno può grattarti la schiena tranne le tue stesse dita’. Potete ben vedere che sia nella Guerra dei Dodici Giorni che in quella attuale, abbiamo usato solo missili di fabbricazione nazionale”. Lo spirito della sua risposta si allinea con quanto Lavrov aveva ironizzato durante l’estate, affermando che è ” imbarazzante ” sostenere che la Russia abbia armato l’Iran durante il conflitto.

Le altre dichiarazioni di Jalali sul conflitto riguardavano la posizione del suo Paese, secondo cui gli Stati Uniti hanno disatteso l’accordo con l’Iran per porre fine alla guerra, il nuovo status giuridico dello stretto deve essere rispettato e l’acquisizione pianificata da parte dell’Arabia Saudita di F-35 non le garantirà la sicurezza, che potrà essere assicurata solo da un nuovo sistema di sicurezza regionale . Ha poi risposto in modo significativo “assolutamente no” alla domanda se il Patto della Mecca possa contribuire alla formazione di un tale sistema, aggiungendo che le potenze non regionali dovrebbero plasmare la sicurezza delle proprie regioni.

Dall’intervista di Jalali si possono trarre tre conclusioni. In primo luogo, i legami russo-iraniani rimangono solidi, ma non si tratta di un’alleanza militare, contrariamente a quanto affermato da alcuni, sia amici che nemici. In secondo luogo, la responsabilità di perpetuare le ostilità regionali è da attribuire agli Stati Uniti, a causa della presunta volubilità di Trump, e non all’Iran. Infine, l’acquisizione pianificata da parte dell’Arabia Saudita di armi avanzate dagli Stati Uniti e il recente Patto della Mecca rappresentano una minaccia per la sicurezza iraniana, con la conseguente implicazione di una destabilizzazione della regione.

L’ultima parte relativa al Patto della Mecca è probabilmente la più significativa, a causa delle speranze di alcuni che la NATO islamica che ne deriverebbe possa diventare un polo d’influenza indipendente nel nascente ordine mondiale multipolare, in grado di collaborare con l’Iran e contribuire così a stabilizzare l’Asia occidentale. Sebbene Jalali non l’abbia esplicitamente descritta come una minaccia, ha affermato in modo inquietante che “la presenza di potenze non regionali ha portato alla situazione attuale”, alludendo così alla preoccupazione dell’Iran che ciò possa un giorno innescare un conflitto regionale.

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L’intervista del ministro dell’Energia pakistano a Sputnik è stata un fiasco.

Andrew Korybko4 ottobre
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Era privo di sostanza e non affrontava il problema principale, ovvero il potere di veto di fatto degli Stati Uniti su importanti accordi tra Pakistan e Russia, come quello energetico di cui si discute dal 2022.

Il direttore di Sputnik International, Dimitri Simes Jr., ha recentemente intervistato il Ministro dell’Energia pakistano Sardar Awais Ahmad Khan Leghari, che è anche co-presidente della Commissione intergovernativa Pakistan-Russia. Leghari ha esordito ribadendo la politica del Primo Ministro Shehbaz Sharif, secondo cui la Russia è un partner prioritario per il Pakistan, ma ha lamentato il basso livello degli scambi commerciali bilaterali, inferiori a 400 milioni di dollari. Ha quindi suggerito che è necessaria una maggiore connettività tra i due Paesi per liberare appieno il loro potenziale economico.

La successiva domanda di Simes Jr. sul Trattato sulle acque dell’Indo, sospeso dall’India in seguito al coinvolgimento del Pakistan nell’attentato terroristico di Pahalgam del 2025, ha spinto Leghari ad accusare l’India di “terrorismo”, senza che Simes Jr. replicasse, nonostante l’India sia ufficialmente un partner strategico “speciale e privilegiato” della Russia. La conversazione si è poi spostata sull’invito di Leghari alla Russia a partecipare a progetti idroelettrici e sulla ripetizione della proposta del suo governo di rilanciare il progetto delle acciaierie pakistane, risalenti all’epoca sovietica.

Nella parte successiva, Simes Jr. ha chiesto a Leghari informazioni sulla partecipazione del Pakistan al Corridoio di Trasporto Nord-Sud tra Russia e India, attraverso l’Iran. Leghari ha descritto il progetto come un mezzo promettente per incrementare gli scambi commerciali bilaterali. Tuttavia, è stato di fatto sospeso a causa della Terza Guerra del Golfo, così come la proposta, altrettanto promettente, di una ferrovia trans-afghana, a causa delle ostilità bilaterali. Quest’ultima, inoltre, rende superflua la successiva domanda di Simes Jr. sulla proposta di una ferrovia Minsk-Mosca-Karachi.

L’intervista si è conclusa con Leghari che ha elogiato il ruolo di Sputnik nel migliorare i rapporti tra i popoli ed ha espresso la speranza che vengano organizzati altri eventi per unire le popolazioni dei due Paesi. Riflettendo sull’intervista, ha volutamente omesso di confermare qualsiasi accordo per migliorare il commercio bilaterale, e le due vie di collegamento terrestri che potrebbero facilitare tale processo sono di fatto sospese. L’unico aspetto degno di nota è che ha accusato l’India di “terrorismo” su uno dei principali organi di informazione russi, senza subire alcuna reazione.

Il motivo per cui l’intervista di Leghari è risultata priva di sostanza è probabilmente da attribuire all’influenza che gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, hanno esercitato sulle sue politiche sin dal colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, ora in carcere con accuse pretestuose e di natura politica. Il ministro delle Finanze pakistano ha inoltre dichiarato il mese scorso una sorta di riorientamento finanziario filo-americano , riducendo così la probabilità che il Pakistan scelga aziende russe anziché statunitensi per gli appalti di maggiore entità.

L’ovvietà della suddetta osservazione potrebbe anche spiegare perché Simes Jr. abbia ostinatamente evitato di chiedere a Leghari informazioni sulle prospettive di conclusione del grande accordo petrolifero tra i due Paesi , di cui si discute dal 2022, nonostante Leghari, in qualità di Ministro dell’Energia, fosse la persona più informata sull’argomento. L’intervista è stata chiaramente strutturata in modo da enfatizzare l’importanza dei grandi accordi tra Pakistan e Russia, senza però affrontare il problema principale, ovvero il potere di veto di fatto degli Stati Uniti su tali accordi.

Comunque sia, e a prescindere dal fatto che Leghari abbia ingannato Simes Jr. sulla sincerità del suo governo nel concludere importanti accordi con la Russia, è comunque uno sviluppo positivo il fatto che abbia parlato in termini così lusinghieri delle relazioni con la Russia. Quanto meno, la sua intervista contribuisce a migliorare la percezione reciproca tra coloro che l’hanno vista o almeno ne hanno letto, e si spera che un giorno il Pakistan abbia il coraggio di sfidare gli Stati Uniti per raggiungere l’accordo energetico di lunga data con la Russia.

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La fratellanza azera-turca sta attraversando un periodo difficile.

Andrew Korybko5 ottobre
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La loro complessa interdipendenza reciproca riduce i rischi di una spaccatura geopolitica, poiché ora ciascuna fa molto affidamento sull’altra per promuovere i propri interessi strategici, visto che la Turchia è il ponte energetico dell’Azerbaigian verso l’UE e l’Azerbaigian è il ponte logistico militare della Turchia verso l’Asia centrale.

Le comunità azere e turche su X sono state recentemente al centro di accesi dibattiti, nonostante la famosa autodefinizione dei rispettivi governi secondo cui le loro relazioni bilaterali sarebbero “una nazione, due stati”. Due questioni dominano questi dibattiti, che a loro volta hanno portato ad altre due problematiche che stanno emergendo sempre più frequentemente nelle loro dispute online. La prima riguarda la nuova politica azera in materia di uniformi scolastiche, interpretata da alcuni amministratori scolastici come un divieto dell’hijab, dopo la diffusione di filmati che mostravano alcune ragazze rimandate a casa per averlo indossato.

Poco prima della sua entrata in vigore, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato i divieti sull’hijab imposti da non meglio specificati Stati, definendoli una forma di “islamofobia” nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite . Il suo omologo azero, Ilham Aliyev, ha poi tenuto un discorso la scorsa settimana all’ottavo congresso del suo partito, che molti turchi hanno interpretato come un velato attacco al loro Paese. Ha affermato che nessuno ha aiutato l’Azerbaigian nel Karabakh. Il conflitto , le armi sono state vendute a prezzo di mercato o superiore e i media stranieri in lingua azera si stanno intromettendo.

Molti turchi ritengono che Aliyev stia riscrivendo la storia per cancellare il sostegno del loro paese all’Azerbaigian contro il comune nemico armeno, sostegno che si è concretizzato in addestramenti congiunti in conformità con gli standard NATO e nella vendita dei droni Bayraktar, considerata da molti una svolta decisiva. Alcuni media turchi finanziati con fondi pubblici, come TRT, trasmettono anche in lingua azera. La conseguente faida online tra questi fratelli turchi ha assunto dimensioni nazionalistiche, settarie e geopolitiche.

Hanno inoltre dato origine a dibattiti su altre due questioni correlate, vale a dire gli strettissimi legami dell’Azerbaigian con Israele, il nuovo nemico della Turchia, nonostante il loro rapporto “una nazione, due stati”, e l’ascesa dell’Azerbaigian a potenza di medio livello dopo la vittoria nel conflitto del Karabakh. Questi argomenti hanno portato alcuni turchi a ipotizzare che Israele stia influenzando negativamente l’Azerbaigian e a sostenere che Aliyev sia diventato arrogante, come dimostrato da quella che considerano l’estrema ingratitudine nei confronti della Turchia nel suo recente discorso.

Da parte loro, alcuni azeri ritengono che la Turchia si stia comportando in modo molto paternalistico nei confronti del loro paese, il che sottintende intenzioni egemoniche, e temono inoltre che le sue reti di soft power possano essere utilizzate come arma nel tentativo di islamizzare gradualmente la loro società storicamente laica per ragioni ideologiche. Diversi stati stranieri trarrebbero vantaggio dall’ipotetica fine della fratellanza azero-turca, ma è improbabile che le crescenti dispute online tra le loro società portino a una spaccatura geopolitica.

Le esportazioni energetiche dell’Azerbaigian verso l’UE transitano attraverso la Turchia, mentre l’Azerbaigian è lo stato di transito insostituibile della ” Via Trump per la pace e la prosperità internazionali “, che serve al duplice scopo di corridoio logistico militare NATO a guida turca verso l’Asia centrale lungo l’intera periferia meridionale della Russia. Entrambi i paesi sono inoltre membri dell'”Organizzazione degli Stati Turchi” a guida Ankara, che comprende i loro connazionali dell’Asia centrale ed è considerata lo strumento istituzionale per erodere gradualmente l’influenza russa nella regione.

Questa complessa interdipendenza reciproca riduce i rischi di una spaccatura geopolitica, poiché ora entrambi i Paesi dipendono fortemente l’uno dall’altro per promuovere i propri interessi strategici, visto che la Turchia rappresenta il ponte energetico dell’Azerbaigian verso l’UE e l’Azerbaigian il ponte logistico militare della Turchia verso l’Asia centrale. La percezione reciproca è stata danneggiata dalla loro aspra faida online, che potrebbe lasciare un segno indelebile; per questo motivo, i loro leader potrebbero presto organizzare un servizio fotografico o quantomeno una videoconferenza per limitare i danni.

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Le nuove tensioni nel Corno d’Africa rischiano di riaccendere le ostilità tra Egitto e Israele

Andrew Korybko5 ottobre
 
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La sopravvivenza dell’Etiopia è indispensabile per la sicurezza di Israele, poiché lo sfruttamento da parte dell’Egitto delle ricchezze naturali di un’Etiopia “balcanizzata” – che potrebbe verificarsi a seguito della guerra ibrida che l’Egitto sta orchestrando contro l’Etiopia – potrebbe alla fine consentire all’Egitto di diventare (ancora una volta) una minaccia esistenziale per Israele.

I leader di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si sono impegnati a rafforzare in modo globale le loro relazioni, anche attraverso un coordinamento quadrilaterale nella regione più ampia, nella Dichiarazione congiunta di El-Alamein che hanno firmato al termine del loro ultimo vertice. Questo passo viene ampiamente interpretato come una mossa diretta contro l’Etiopia dopo che le forze federali hanno ripreso il controllo della capitale della regione ribelle del Tigray nel secondo conflitto del nord appena scoppiato e che Addis Abeba ha accusato Egitto, Sudan ed Eritrea di aver scatenato tramite i propri proxy.

Anche l’Etiopia e l’Eritrea hanno interrotto le relazioni diplomatiche, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha espresso preoccupazione per l’escalation delle tensioni militari tra i due paesi, e notizie non confermate hanno appena iniziato a circolare sui social media, secondo cui le forze eritree starebbero invadendo le restanti regioni del Tigray ancora controllate dai ribelli. Alla luce di questi sviluppi, alcuni etiopi hanno chiesto alle forze federali di «tagliare la testa al serpente» rovesciando il leader eritreo, al potere da tre decenni, a causa del sostegno offerto dal suo Stato alla nuova alleanza ribelle.

L’Etiopia ritiene che l’Egitto stia armando, finanziando e organizzando la guerra ibrida dell’Eritrea contro di essa, che potrebbe includere anche un coinvolgimento più diretto da parte del Sudan e della Somalia. Il Sudan accusa l’Etiopia di sostenere i ribelli delle RSF, cosa che Addis Abeba ha sempre negato, mentre la Somalia mal vede il protocollo d’intesa del 2024 che l’Etiopia ha firmato con il Somaliland, indipendente de facto, sul quale Mogadiscio continua a rivendicare la sovranità. L’Egitto è il loro principale sostenitore militare, e le sue ~1.000–15.000 truppe in Somalia potrebbero, ipoteticamente, rappresentare una minaccia anche per l’Etiopia.

Il terreno è quindi pronto per una guerra regionale, nella quale potrebbero essere coinvolti anche gli stretti partner dell’Etiopia, gli Emirati Arabi Uniti e Israele, sia a sostegno dell’Etiopia che del Somaliland, qualora anche quest’ultimo fosse minacciato. A differenza dell’alleanza quadrilaterale non ufficiale che si è recentemente consolidata in Egitto, basata su quella trilaterale della fine del 2024 che il Cairo aveva stretto con l’Eritrea e la Somalia, non è stata ancora istituita alcuna piattaforma di coordinamento tra Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Israele e Somaliland, sebbene non si possa escludere che ne venga creata una in futuro.

Israele è l’unico Stato a riconoscere il Somaliland, cosa che questo articolo qui attribuisce in parte alla sua rivalità con la Turchia, la cui influenza in Somalia rivaleggia con quella dell’Egitto. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno investito nelle infrastrutture di connettività del Somaliland, che alcuni sospettano vengano utilizzate per rifornire di armi le RSF attraverso l’Etiopia (e da lì, in alcuni casi, attraverso il Sud Sudan), nonostante le smentite di tutte le parti coinvolte. L’ipotetica sconfitta dell’Etiopia e la conseguente «balcanizzazione» potrebbero inoltre trasformare l’Egitto in una superpotenza araba, a discapito degli interessi strategici di Israele e degli Emirati Arabi Uniti.

È quindi nel loro interesse scongiurare tale scenario; di conseguenza, è probabile che intervengano in misura non ben definita nel caso in cui la nuova alleanza egiziana, ora ampliata e che include in modo significativo le Forze Armate sudanesi, temprate dalle battaglie, scatenasse una guerra totale contro l’Etiopia. La sopravvivenza dell’Etiopia è indispensabile per la sicurezza di Israele, poiché lo sfruttamento da parte dell’Egitto delle ricchezze di risorse naturali di un’Etiopia «balcanizzata» potrebbe alla fine consentirgli di diventare (ancora una volta) una minaccia esistenziale per Israele.

L’intera regione si trova quindi sull’orlo di una guerra su vasta scala che, nel peggiore dei casi, potrebbe riaccendere le ostilità tra Egitto e Israele, per non parlare della distruzione delle vite degli oltre 150 milioni di persone del Corno d’Africa, se non si troverà presto una soluzione diplomatica. La corsa al potere dell’Egitto per ottenere lo status di superpotenza araba – che si aspetta di ottenere dopo quella che ritiene sarà l’inevitabile «balcanizzazione» dell’Etiopia, causata dalla grande guerra che l’Egitto sta orchestrando – è responsabile di tutti gli orrori che potrebbero verificarsi a breve.

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Russia e Pakistan hanno visioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani.

Andrew Korybko5 ottobre
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Finché il Pakistan non darà credito infondato alla notizia secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, una situazione che il suo alleato statunitense potrebbe sfruttare per convincere il Pakistan ad armare l’Ucraina “per vendetta”, allora i loro legami dovrebbero rimanere saldi, anche se dovessero raffreddarsi presto.

Durante l’ottava riunione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutesi lunedì e avviate dieci anni fa, Russia e Pakistan hanno espresso opinioni diametralmente opposte sulla situazione dei talebani in Afghanistan. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha descritto il ritorno al potere dei talebani cinque anni fa come una “liberazione”, ha elogiato la loro “buona” gestione del Paese, ha lodato il graduale sviluppo economico nonostante le difficoltà, ha celebrato la guerra alla droga e ha lodato le capacità antiterrorismo del Paese.

Approfondendo quanto detto finora, ha affermato che “le forze di sicurezza afghane stanno conducendo una lotta senza compromessi contro l’ISIS e altri gruppi terroristici”, eliminando “centinaia di militanti” e “sventando” “numerosi attacchi terroristici di alto profilo”. Lavrov ha poi dichiarato che “è importante sottolineare che contribuire a rafforzare le capacità antiterrorismo di Kabul fornendo assistenza materiale e specialistica e mantenendo i contatti tra i servizi di intelligence e le forze dell’ordine è nell’interesse di tutti noi”.

Nell’ultima parte del suo intervento, ha “ribadito che il dispiegamento di infrastrutture militari della NATO in Afghanistan e nei paesi limitrofi, con qualsiasi pretesto, è categoricamente inaccettabile”. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza, Sergey Shoigu, aveva già messo in guardia in merito in un articolo dell’agosto 2025 , in cui metteva in guardia anche sul trasferimento di terroristi in Afghanistan, e successivamente, a maggio, lui e il Ministro della Difesa Andrey Belousov hanno sollevato la questione in occasione di due eventi separati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). L’insinuazione è che il Pakistan stia agevolando questo processo.

Lo stesso vale per l’avvertimento lanciato da Lavrov a luglio, secondo cui armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan. Il Pakistan è l’unico Stato attraverso il quale tutto questo materiale potrebbe realisticamente transitare. Il rappresentante speciale pakistano per l’Afghanistan, Mohammad Sadiq, ha espresso un’opinione completamente diversa . Ha messo in dubbio che i talebani abbiano realmente aiutato i cittadini afghani comuni e risposto alle legittime preoccupazioni dei Paesi vicini, prima di condannarli come un “regime” e accusarli di legami con diversi gruppi terroristici.

Tra questi figurano gruppi anti-pakistani, l’ETIM anti-cinese, l’ISIS-K e al-Qaeda. Sadiq ha poi difeso la campagna di attacchi del Pakistan, iniziata a febbraio e proseguita fino ad ora, contro quelli che ha definito obiettivi legati al terrorismo. A tal proposito, il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi ha accusato il Pakistan di collusione con l’ISIS-K e con ex militari del governo afghano sostenuto dall’Occidente e rovesciato dai talebani, i quali, a suo dire, avrebbero tentato senza successo di infiltrarsi oltre confine nel tentativo di destabilizzare il Paese.

La valutazione della minaccia latente che la Russia attribuisce al Pakistan, fortemente implicita e descritta in precedenza, coincide con quella esplicitamente dichiarata dai talebani. Il Pakistan potrebbe quindi presto dare credito alla recente notizia secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, a causa di divergenze tra i due Paesi. La Russia non è parte di alcuna presunta guerra per procura condotta dall’India contro il Pakistan tramite i talebani, né lo è il suo alleato Bielorussia, ma gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, potrebbero sfruttare questa falsa affermazione per convincerlo ad armare l’Ucraina “per vendetta”.

Nel 2025, l’ambasciatore russo in Pakistan ha smentito le precedenti notizie in tal senso , mantenendo così sulla buona strada il riavvicinamento faticosamente conquistato negli ultimi anni. Tuttavia, questo potrebbe rapidamente crollare se il Cremlino ottenesse prove del fatto che il Pakistan stia armando l’Ucraina. Finché il Pakistan non intensificherà le divergenze con la Russia sulla questione afghana, i loro legami dovrebbero rimanere saldi, anche se dovessero raffreddarsi in futuro, come sta già accadendo tra alcuni pakistani su X che hanno iniziato a criticare e persino a insultare la Russia.

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Qual è il futuro della cooperazione militare russo-afghana?

Andrew Korybko6 ottobre
 
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La Russia potrebbe mostrarsi riluttante a vendere equipaggiamento letale ai talebani nel contesto della sua guerra non dichiarata in corso con il Pakistan, nonostante la minaccia rappresentata dall’ISIS-K per l’Afghanistan, per il timore che tale equipaggiamento possa essere utilizzato in quel conflitto a scapito del riavvicinamento russo-pakistano, faticosamente raggiunto negli ultimi anni.

Il Ministero della Difesa afghano ha confermato nel fine settimana che una delegazione di alto livello del proprio Paese ha partecipato alle recenti esercitazioni militari su larga scala “Center-2026” organizzate dalla Russia. Le esercitazioni si sono concentrate sulla guerra di ultima generazione, con particolare attenzione ai droni e ad altre apparecchiature automatizzate. Putin si era recato in precedenza sul luogo dell’evento per osservare queste esercitazioni. News18 India, uno dei principali organi di informazione del Paese, in un articolo sulla partecipazione dell’Afghanistan a queste esercitazioni si è chiesto se ciò fosse inteso come un messaggio rivolto al Pakistan.

Questo sviluppo fa seguito a una notizia non confermata secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto da parte dei talebani di droni bielorussi con l’approvazione della Russia, diversi mesi dopo l’accordo tecnico-militare russo-afgano che, ufficialmente, riguarda solo la riparazione di attrezzature di fabbricazione russa. Qualunque sia la verità, il Pakistan sta certamente osservando con grande attenzione l’espansione dei legami militari e di sicurezza tra Russia e Afghanistan, data la sua guerra non dichiarata in corso con l’Afghanistan, che recentemente si è intensificata dopo una tregua durata diversi mesi.

L’ipotesi che i talebani dispieghino sofisticati droni russi e altre attrezzature potrebbe aumentare i danni inflitti al Pakistan e forse spingere quest’ultimo a intensificare la propria campagna di attacchi. Riguardo a tale possibilità, uno dei motivi alla base della decisione della Russia, lo scorso anno, di diventare il primo Paese a riconoscere il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan è stata probabilmente quella di coordinarsi più strettamente contro l’ISIS-K, le cui reclute straniere e attrezzature militari possono realisticamente entrare nel Paese solo dal Pakistan.

Non è quindi impossibile che i talebani possano ricevere dalla Russia droni e altre attrezzature a fini antiterroristici – se non l’hanno già fatto – per poi utilizzarle invece contro il Pakistan. Questo potrebbe essere un mezzo attraverso il quale il gruppo cerca di riequilibrare la propria asimmetria militare rispetto al Pakistan, ma potrebbe ritorcersi contro di loro, come avvertito in precedenza, se il Pakistan intensificasse la propria campagna di attacchi in risposta. In ogni caso, il punto saliente è che la cooperazione militare russo-afghana, visibilmente più stretta, suggerisce che questo scenario non sia impossibile.

Per essere chiari, la Russia non ha alcun interesse a condurre una guerra per procura contro il Pakistan attraverso i talebani, e sarebbe un tradimento della loro fiducia se il gruppo utilizzasse equipaggiamento militare fornito dalla Russia contro il Pakistan e/o ne trasferisse parte ai propri alleati dei “talebani pakistani” (TTP). Questo perché la Russia è sinceramente intenzionata a rafforzare i legami con il Pakistan e, in particolare, a concludere un giorno il loro importante accordo petrolifero di cui si discute da tempo, nonostante il Pakistan, secondo quanto riferito, stia fornendo armi all’Ucraina (cosa che l’ambasciatore russo ha successivamente smentito).

Ciononostante, il Pakistan potrebbe essere indotto dal proprio protettore americano a considerare l’ipotetico utilizzo da parte dei talebani di droni russi e altre attrezzature contro di esso e/o il loro trasferimento al TTP come parte di un complotto russo-indiano, compromettendo così il riavvicinamento faticosamente conquistato negli ultimi anni. La Russia è probabilmente consapevole di questa possibilità e potrebbe quindi procedere con estrema cautela nella sua nuova cooperazione tecnico-militare con l’Afghanistan, al fine di ridurre il rischio che si verifichi questo scenario preoccupante.

Comunque sia, i talebani hanno bisogno almeno di droni di sorveglianza per potenziare le proprie capacità contro l’ISIS-K, quindi potrebbero presto riceverli, se ciò non è già avvenuto, poiché la Russia non rischierebbe una rottura dei rapporti con il Pakistan qualora tali droni venissero utilizzati contro le sue forze. Se però la Russia vendesse armi letali ai talebani nel pieno della loro guerra con il Pakistan, ciò indicherebbe che la Russia ritiene la minaccia rappresentata dall’ISIS-K sufficientemente grave da mettere a rischio i propri rapporti con il Pakistan, qualora i talebani le utilizzassero contro di esso.

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Anche la “NATO islamica” ha nel mirino le RSF, l’Etiopia e/o il Somaliland?

Andrew Korybko6 ottobre
 
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Il rapido dispiegamento delle forze militari del Pakistan e della Turchia nella regione del Golfo di Aden e del Mar Rosso potrebbe preannunciare il loro impiego contro i ribelli dell’RSF sudanese, lo storico rivale egiziano dell’Etiopia qualora la sua controffensiva dovesse estendersi all’Eritrea, e/o al Somaliland, oltre che contro i potenziali obiettivi houthi.

Gli alleati dell’Arabia Saudita, ovvero il Pakistan e la Turchia, tutti e tre membri del Patto della Mecca, popolarmente noto come NATO islamica, hanno acconsentito al “ rapido dispiegamento” delle loro “forze e capacità militari” nel Regno, nel contesto della controffensiva guidata dall’Arabia Saudita contro gli Houthi da parte degli alleati locali di Riyadh. Il mese scorso era stato valutato che “La mossa di potere degli Houthi ha messo a nudo la vacuità della NATO islamica”, ma tale conclusione potrebbe ora dover essere riconsiderata a seconda delle prossime mosse del Pakistan e della Turchia.

Reuters ha recentemente riferito che il Pakistan ha inviato equipaggiamento agli alleati locali di Riyadh nello Yemen e che i suoi consiglieri militari sono sul campo insieme alle controparti saudite. Secondo quanto riferito, il Regno avrebbe inoltre dispiegato droni turchi nello Yemen. Il coinvolgimento di questi due paesi nel conflitto potrebbe limitarsi a questo, ma indipendentemente da ciò che accadrà in futuro a questo proposito, il «rapido dispiegamento» delle loro «forze e capacità militari» nella regione del Golfo di Aden e del Mar Rosso (GARS) è significativo per l’Africa.

Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha recentemente affermato che più di sei paesi desiderano aderire alla NATO islamica. Mentre alcuni hanno ipotizzato che altri paesi dell’Asia occidentale e forse persino il Bangladesh potrebbero aderirvi a breve, non si può escludere che Egitto, Sudan, Eritrea, Gibuti e Somalia possano essere i prossimi o almeno richiedere l’aiuto militare della NATO islamica. L’Egitto è già vicino a tutti e tre i membri fondatori e ha appena ampliato la sua alleanza regionale de facto con l’Eritrea e la Somalia per includere il Sudan.

Si ritiene che questo blocco guidato dal Cairo sia diretto contro la sua storica rivale, l’Etiopia, che sta reprimendo i ribelli che hanno recentemente dato inizio al Secondo Conflitto del Nord, di cui Addis Abeba attribuisce la responsabilità a Egitto, Eritrea e Sudan. Come spiegato qui, il Sudan accusa l’Etiopia di sostenere i ribelli della RSF, l’Eritrea dipinge qualsiasi controffensiva etiope nel proprio territorio come una «invasione immotivata», e la Somalia mal vede la partnership strategica dell’Etiopia con il Somaliland, di fatto indipendente Somaliland, che Mogadiscio continua a rivendicare come proprio.

Anche il Pakistan e la Turchia hanno rafforzato i propri legami militari con il Sudan e la Somalia. Secondo quanto riferito, all’inizio di quest’anno il Pakistan stava negoziando un accordo per la fornitura di armi del valore di oltre 1 miliardo di dollari con il Sudan e, successivamente, ha firmato un protocollo d’intesa in materia di difesa con la Somalia durante l’estate. Per quanto riguarda la Turchia, secondo quanto riferito, starebbe collaborando strettamente con l’Egitto in Sudan e avrebbe dispiegato degli F-16 in Somalia con la motivazione della lotta al terrorismo. Il dispiegamento delle loro forze nella regione del GARS potrebbe preannunciare il loro impiego contro le RSF, l’Etiopia, e/o il Somaliland in futuro.

Ciò potrebbe avvenire come una “dimostrazione di forza”, indipendentemente dal loro coinvolgimento diretto nello Yemen, qualora l’Egitto entrasse a far parte della “NATO islamica” e richiedesse tale aiuto, oppure se tutti e quattro (Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia, con la possibile adesione anche di Gibuti per completezza, in modo da includere l’intera costa meridionale del GARS) si unissero a tal fine. Gli Houthi sono molto più forti della RSF e del Somaliland, quindi qualsiasi operazione di successo contro di loro potrebbe portare a operazioni contro questi ultimi due, ma l’Etiopia è molte volte più forte di tutti e tre messi insieme.

Pertanto, la “NATO islamica” potrebbe non avere intenzione di attaccare l’Etiopia qualora la sua controffensiva dovesse estendersi in Eritrea, o almeno gli stretti partner dell’Etiopia, Turchia e Arabia Saudita, potrebbero mostrarsi riluttanti a farlo, mentre i “mercenari” pakistani rappresentano un altro discorso. In tale scenario, il rapido rafforzamento del blocco nella regione del GARS potrebbe essere un bluff per «scoraggiare» l’Etiopia, ma potrebbe anche precedere un coinvolgimento diretto contro le RSF e/o, in particolare, il Somaliland, anche se solo come «dimostrazione di forza» (per «salvare la faccia» qualora gli Houthi li umiliassero?).

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Berlino riapre il Canale di Mosca, di the Daily Duran – UE-CINA, L’INTERDIPENDENZA DIVENTA POLITICA, IndoPacific salad – UE, il prezzo della dipendenza energetica, di Duran Daily

Berlino riapre il Canale di Mosca.

I primi colloqui a livello di ministri degli esteri tra Germania e Russia dal 2022 rivelano meno un’imminente pace e più la crescente necessità per l’Europa di riprendere il dialogo con Mosca.

Il quotidiano Duran28 settembre
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Per venti minuti a New York, la Germania ha fatto qualcosa che aveva in gran parte evitato dall’inizio della guerra in Ucraina: ha parlato direttamente con la Russia a livello di ministri degli esteri.

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha incontrato Sergey Lavrov a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro bilaterale tra i ministri degli Esteri dei due Paesi dal gennaio 2022. Non si è registrata alcuna svolta. Non è emerso alcun quadro negoziale. La parte russa ha affermato di non aver appreso nulla di sostanzialmente nuovo, mentre Berlino si è lamentata della scarsa disponibilità al compromesso mostrata da Mosca.

A rigor di termini, si è trattato di un incontro fallimentare. Politicamente, tuttavia, il fatto stesso che si sia svolto è più significativo di qualsiasi cosa sia stata apparentemente detta all’interno della stanza.

Negli ultimi quattro anni la Germania ha contribuito a definire la politica europea di sostegno militare all’Ucraina, di sanzioni economiche contro la Russia e di isolamento diplomatico di Mosca. Berlino non ha abbandonato nessuna di queste politiche. Tuttavia, la Germania è giunta alla conclusione che sia nuovamente necessario un contatto diretto con la Russia.

Questo cambio di metodo merita attenzione. La questione non è se la Germania abbia improvvisamente cambiato posizione sulla guerra. Non l’ha fatto. La questione è perché Berlino creda che sia giunto il momento di riaprire un canale che aveva lasciato di fatto chiuso.

L’incontro che non avrebbe dovuto avere importanza
L’incontro in sé fu breve. Wadephul e Lavrov parlarono per circa venti minuti. La Russia affermò che la Germania aveva richiesto l’incontro. Wadephul fornì una versione più complessa, sostenendo che paesi terzi avevano espresso la disponibilità di Mosca al dialogo e incoraggiato Berlino a cogliere l’occasione.

Anche la disputa su chi abbia avviato il dialogo è rivelatrice. Nessuna delle due parti vuole apparire come quella che cerca l’altra. Per Mosca, ciò rischierebbe di suggerire che le pressioni occidentali stiano funzionando. Per Berlino, chiedere apertamente alla Russia di avviare un dialogo rischierebbe di minare la narrativa politica europea costruita attorno all’idea che Mosca debba prima dimostrare un cambiamento di comportamento.

Eppure, a prescindere dalla coreografia diplomatica che ha preceduto l’incontro, entrambe le parti hanno infine concordato di sedersi al tavolo delle trattative. Già solo questo rappresenta una rottura con lo schema degli ultimi anni.

Wadephul ha sfruttato l’incontro per ribadire le posizioni tedesche consolidate: cessate il fuoco, ripresa dei negoziati e misure volte a ridurre la pressione sull’Ucraina, tra cui la discussione sull’accesso al Mar Nero e sulle infrastrutture energetiche. Lavrov sembra aver offerto ben poco incoraggiamento. Tale esito non avrebbe dovuto sorprendere Berlino. Attualmente la Russia ha scarsi incentivi ad accettare un cessate il fuoco alle condizioni europee.

Il problema del cessate il fuoco e perché la Russia ha pochi incentivi a sospenderlo
Il disaccordo fondamentale non riguarda semplicemente la necessità o meno di fermare gli scontri a fuoco, bensì gli obiettivi che un cessate il fuoco dovrebbe prefissarsi. I governi europei, in genere, presentano il cessate il fuoco come il primo passo necessario verso la diplomazia. I combattimenti cessano, la pressione umanitaria ed economica diminuisce, si avviano i negoziati e si rende possibile una soluzione politica più ampia.

Mosca vede la situazione in modo diverso. La posizione russa è che un cessate il fuoco che lasci irrisolta la controversia strategica di fondo si limiti a congelare il conflitto. Da questa prospettiva, interrompere le operazioni militari prima di un accordo sul territorio, sulle capacità militari ucraine, sul coinvolgimento della NATO e sulla più ampia architettura di sicurezza europea darebbe a Kiev e ai suoi sostenitori il tempo necessario, senza richiedere loro di cedere su nulla di fondamentale.

È qui che l’esperienza di Minsk diventa rilevante. Non dimostra che la Germania di oggi stia tentando di ripetere il 2015, ma influenza il modo in cui Mosca interpreta le proposte occidentali. Durante i combattimenti a Debaltseve, Angela Merkel e François Hollande intensificarono la loro azione diplomatica man mano che la situazione militare in Ucraina si deteriorava. A questo seguì Minsk II.

Le circostanze storiche erano diverse, ma la memoria strategica rimane. I responsabili politici russi hanno quindi validi motivi per esaminare qualsiasi proposta di cessate il fuoco europea non semplicemente come un’iniziativa di pace, ma come una potenziale pausa in un confronto in corso. Ciò è particolarmente vero se Mosca ritiene che l’equilibrio militare si stia attualmente muovendo a suo favore.

Una proposta di cessate il fuoco ha molto più peso quando entrambe le parti ritengono che la prosecuzione dei combattimenti stia diventando meno vantaggiosa. Questa condizione non sembra sussistere al momento.

La Russia continua ad esercitare pressione lungo diversi settori del fronte, ampliando progressivamente la gamma di infrastrutture oggetto di attacco. Reti ferroviarie, sistemi energetici, infrastrutture di telecomunicazione e altri nodi a supporto dello Stato ucraino e dell’economia di guerra sono sempre più al centro del conflitto.

Allo stesso tempo, Kiev continua ad affrontare interrogativi riguardanti le risorse umane, i finanziamenti, le munizioni e la sostenibilità del suo impegno militare. Dal punto di vista di Mosca, fermarsi a questo punto significherebbe quindi rinunciare alla pressione militare senza prima aver ottenuto concessioni politiche.

Si tratta di una proposta difficile da far accettare. Questo aiuta a spiegare perché gli appelli della Germania sembrano aver prodotto una risposta così scarsa. Berlino sta chiedendo alla Russia di interrompere una strategia che Mosca apparentemente ritiene efficace. Ciò non rende impossibili i negoziati. Significa però che i negoziati richiedono più di semplici appelli alla moderazione. Affinché la diplomazia possa progredire, le parti dovrebbero affrontare gli interessi che alimentano il conflitto, piuttosto che limitarsi ai suoi sintomi militari immediati.


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La contraddizione di Berlino
La posizione della Germania è particolarmente interessante perché Berlino sta cercando di perseguire due politiche contemporaneamente. Si sta preparando a un confronto prolungato con la Russia e, allo stesso tempo, sta riaprendo i canali di comunicazione con Mosca. La spesa per la difesa tedesca sta aumentando vertiginosamente. Berlino sta ampliando le proprie capacità militari. I funzionari tedeschi parlano sempre più spesso della Russia come di una minaccia alla sicurezza a lungo termine. In tutta Europa, i leader politici e militari discutono apertamente della possibilità di un confronto con la Russia entro la fine di questo decennio.

Mosca cita ripetutamente queste dichiarazioni come prova che è l’Europa, piuttosto che la Russia, a istituzionalizzare il confronto. Lavrov è tornato su questo argomento a New York. I governi europei accusano la Russia di nutrire ambizioni che vanno oltre l’Ucraina, ha sostenuto, mentre gli stessi governi discutono pubblicamente della preparazione militare per una possibile guerra con la Russia entro il 2028, il 2029 o il 2030.

Berlino si trova quindi di fronte a un’evidente contraddizione strategica. La Germania si sta preparando all’eventualità che la Russia rimanga il principale avversario militare dell’Europa, pur riconoscendo al contempo che una qualche forma di relazione diplomatica con Mosca è inevitabile. L’incontro di Wadephul è una delle prime manifestazioni di questa contraddizione. L’Europa può desiderare il contenimento. Può desiderare la deterrenza. Può desiderare le sanzioni. Ma prima o poi, ha bisogno anche di un canale negoziale.

La Germania non può esternalizzare la diplomazia per sempre.
Dietro a questo incontro si cela un problema europeo più ampio. Per gran parte della guerra, l’Europa ha di fatto esternalizzato a Washington i contatti diplomatici più importanti con Mosca. I governi europei hanno fornito denaro, armi, sanzioni e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto la possibilità di comunicare direttamente con il Cremlino quando necessario. Tale assetto diventa sempre più problematico se Washington inizia a perseguire i propri interessi indipendentemente dall’Europa.

La Germania, la Francia e gli altri principali Stati europei non possono basare in modo permanente le proprie politiche di sicurezza sul presupposto che gli Stati Uniti negozieranno con la Russia per loro conto. La Germania in particolare non può sottrarsi a questo problema. È la più grande economia europea, uno dei principali sostenitori dell’Ucraina e, sempre più, una delle principali potenze militari del continente. Le relazioni tedesco-russe non sono quindi una questione secondaria, ma parte integrante del problema della sicurezza europea stessa.

Se Berlino desidera accordi che riguardino le infrastrutture energetiche, la navigazione nel Mar Nero, il controllo degli armamenti, l’escalation militare o, eventualmente, una soluzione più ampia, la Germania dovrà prima o poi trattare direttamente con la Russia. L’alternativa è rimanere dipendenti da decisioni prese altrove. La conversazione di venti minuti a New York potrebbe quindi riguardare meno un cessate il fuoco immediato e più la cauta riscoperta da parte della Germania di una vecchia realtà. La geografia non può essere ignorata con le sanzioni.

L’ombra di Minsk
La tentazione di paragonare il momento attuale al 2015 è comprensibile. Allora, come ora, la pressione sul campo di battaglia era accompagnata da un’urgente azione diplomatica europea. Allora, come ora, la Germania si trovò a dover affrontare la possibilità che gli eventi sul terreno si evolvessero più rapidamente della strategia politica europea. Ma le differenze sono sostanziali.

La portata della guerra è enormemente maggiore. La posizione militare della Russia è diversa. La dipendenza dell’Ucraina dagli aiuti occidentali è più profonda. Le relazioni tra Europa e Russia si sono deteriorate ben oltre la situazione di un decennio fa. Cosa ancora più importante, la valutazione di Mosca sulla diplomazia occidentale è cambiata. I funzionari russi citano ripetutamente gli accordi di Minsk come prova che le soluzioni temporanee possono essere utilizzate per guadagnare tempo militare piuttosto che per risolvere le controversie di fondo. Che i governi europei accettino o meno questa interpretazione è quasi irrilevante. Mosca sì.

Ciò significa che un altro accordo simile a quello di Minsk è molto più difficile da realizzare. Qualsiasi proposta seria di cessate il fuoco dovrebbe superare proprio i sospetti generati dal precedente. Berlino non può semplicemente chiedere alla Russia di fermarsi. Dovrebbe spiegare cosa accadrà dopo la cessazione delle ostilità.

L’importanza dei venti minuti
Non vi è alcuna prova che la Germania si stia preparando a una rottura radicale con l’attuale politica europea. Berlino continua a sostenere l’Ucraina. Continua a esercitare pressioni su Mosca. Continua a considerare la Russia una minaccia per la sicurezza. E continua a insistere sul fatto che qualsiasi soluzione diplomatica debba tutelare gli interessi ucraini.

L’incontro Wadephul-Lavrov non dovrebbe quindi essere interpretato in modo esagerato come un’inversione di rotta strategica tedesca. Il suo significato è più sottile. La Germania ha iniziato a verificare se il confronto e la diplomazia possano coesistere. Per quattro anni, gran parte dell’Europa si è comportata come se dialogare con Mosca significasse rischiare di legittimarla. Ora uno dei governi più importanti d’Europa è giunto alla conclusione che rifiutarsi di dialogare potrebbe creare a sua volta dei problemi. Questo cambiamento giunge in un momento rivelatore.

Il contesto bellico rimane sfavorevole al tipo di cessate il fuoco auspicato dall’Europa. La Russia non vede molti motivi per fermarsi. L’Ucraina continua ad aver bisogno di un enorme sostegno esterno. Gli Stati Uniti perseguono i propri obiettivi diplomatici ed economici. In queste condizioni, Berlino ha scoperto che una politica estera basata interamente sulla pressione si scontra inevitabilmente con un dilemma pratico: cosa succede quando l’altra parte non cede?

A New York non si è giunti a nessuna conclusione. La Russia non ha fatto alcuna concessione visibile. La Germania non ha modificato la propria politica ufficiale. I due ministri degli Esteri non sono riusciti nemmeno a mettersi d’accordo pubblicamente su chi avesse richiesto l’incontro. Eppure, forse è proprio per questo che l’incontro è importante.

Berlino non ha riaperto i contatti perché le relazioni con Mosca stiano migliorando. Li ha riaperti perché le relazioni sono diventate troppo importanti per interromperle senza un canale di comunicazione. La Germania continua a sostenere l’Ucraina, a prepararsi militarmente e a confrontarsi politicamente con la Russia. Ma sta anche iniziando a riconoscere che la sicurezza europea non può essere organizzata in ultima analisi senza una qualche forma di impegno diretto con Mosca. L’incontro di venti minuti non ha prodotto quasi nulla. La decisione di tenerlo potrebbe rivelarsi ben più importante.


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Il prezzo della dipendenza energetica

L’Europa ha sostituito l’energia russa con una rete più ampia di fornitori. Il dibattito sul diesel a Washington sta rivelando la differenza tra cambiare fornitore e raggiungere l’autonomia strategica.

Il quotidiano Duran29 settembre
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La sicurezza energetica, in definitiva, non si misura dalla provenienza del combustibile, bensì dal numero di decisioni che si frappongono tra un Paese e l’energia di cui ha bisogno.

La trasformazione energetica europea iniziata nel 2022 è stata presentata principalmente come un processo di diversificazione. L’utilizzo di idrocarburi russi sarebbe stato ridotto o eliminato, sarebbero entrati nel mercato fornitori alternativi e la dipendenza da Mosca avrebbe cessato di rappresentare una vulnerabilità strategica. Sotto un aspetto importante, questa politica ha avuto successo. La quota russa delle importazioni di petrolio nell’UE è diminuita drasticamente, raggiungendo solo l’1% nel secondo trimestre del 2026. Gli Stati Uniti, la Norvegia e il Kazakistan sono emersi come fornitori principali.

Ma diversificazione e autonomia non sono la stessa cosa.

La distinzione è diventata difficile da ignorare, soprattutto ora che Donald Trump sta valutando restrizioni sulle esportazioni di diesel americano. Trump ha pubblicamente appoggiato l’idea di un divieto di esportazione, mentre Washington si trova ad affrontare prezzi del carburante interni straordinariamente elevati. Tuttavia, la stessa amministrazione ha inviato segnali contrastanti: il Segretario all’Energia Chris Wright si è espresso contro un embargo generalizzato, mentre un funzionario della Casa Bianca ha smentito le indiscrezioni secondo cui si stava preparando un divieto di 90 giorni.

Non è quindi certo che la restrizione si concretizzerà. Il fatto più importante è che l’Europa è diventata sufficientemente vulnerabile da rendere rilevante tale possibilità.

La nuova dipendenza

Il diesel fornisce una misura insolitamente chiara del cambiamento.

Secondo i dati di Kpler riportati da Euronews, quest’anno gli Stati Uniti hanno fornito circa 180.000 barili al giorno dei circa 580.000 barili al giorno di gasolio importato dall’UE. Si tratta di circa il 32%, quasi il doppio rispetto al 17% registrato nel 2025. Nell’Europa nord-occidentale, le forniture americane rappresentano circa il 57% del gasolio proveniente da fuori della regione.

La Gran Bretagna illustra lo stesso cambiamento strutturale.

Prima della guerra in Ucraina, la Russia forniva circa un quinto del fabbisogno di gasolio del Regno Unito. Entro il 2025, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti insieme avrebbero fornito il 58% delle importazioni britanniche di gasolio bianco e soddisfatto il 32% del fabbisogno totale del Regno Unito. Nel frattempo, la produzione delle raffinerie britanniche è diminuita a seguito della chiusura di alcune di esse.

Tutto ciò non significa che l’Europa abbia semplicemente sostituito Mosca con Washington, uno a uno. La rete di approvvigionamento è più ampia di prima e le raffinerie europee producono ancora gran parte del gasolio del continente. L’Europa mantiene inoltre scorte sufficienti ad attutire un’eventuale interruzione temporanea.

Ma l’esposizione strategica è comunque reale.

Diversificazione senza autonomia

Il problema risiede nel modo in cui è stata definita la sicurezza energetica.

L’Europa ha considerato la diversificazione principalmente come una questione di geografia dei fornitori. Acquistare meno dalla Russia e più dagli Stati Uniti, dalla Norvegia, dal Medio Oriente e dai mercati internazionali delle materie prime ha ridotto il rischio di concentrazione. Ciò che non è riuscita a eliminare è stata la necessità fondamentale dell’Europa di importare idrocarburi.

Ciò è importante perché l’energia scambiata a livello internazionale rimane soggetta alle priorità nazionali.

Il dibattito di Washington lo dimostra. La restrizione proposta non è principalmente diretta contro l’Europa. Se ne discute perché i politici americani si trovano ad affrontare un problema interno: prezzi del diesel eccezionalmente elevati e la pressione per tutelare i consumatori americani. Un’amministrazione che si trova a fronteggiare l’aumento dei costi dei trasporti e dell’agricoltura ha motivazioni che potrebbero divergere da quelle dei suoi alleati.

Per Bruxelles, quindi, la vulnerabilità non richiede ostilità da parte di Washington. Richiede solo priorità diverse.

La Commissione europea sembra essere consapevole del pericolo. La scorsa settimana ha dichiarato di considerare con “preoccupazione” le notizie relative alle restrizioni alle esportazioni statunitensi, ha avvertito che tali interruzioni potrebbero avere ripercussioni negative su entrambe le economie e ha confermato l’avvio di colloqui di alto livello con Washington. La Commissione ha inoltre sottolineato che, per il momento, non vi è una reale carenza di gasolio nell’UE.

Questa precisazione è importante. Non si tratta ancora di una questione di esaurimento delle riserve di gasolio in Europa. Si tratta piuttosto di capire chi ha maggiore potere contrattuale quando i mercati si irrigidiscono.


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La politica della botte

Tale leva diventa più rilevante quando l’offerta di pezzi di ricambio è scarsa.

Se il petrolio americano scomparisse dal mercato internazionale, gli acquirenti europei cercherebbero alternative altrove. L’Europa nord-occidentale si troverebbe a competere con gli acquirenti del Mediterraneo, dell’America Latina e dell’Africa occidentale per accaparrarsi i carichi disponibili. Il meccanismo di trasmissione immediato sarebbe quindi probabilmente il prezzo, prima ancora della scarsità fisica.

E il gasolio non è semplicemente un altro bene di consumo.

Il gasolio alimenta camion, macchinari agricoli e attrezzature industriali. L’aumento dei costi del gasolio si ripercuote lungo le catene di approvvigionamento e finisce per ripercuotersi su alimenti, prodotti manifatturieri e trasporti. La Gran Bretagna sta già subendo questa pressione di trasmissione: il 28 settembre il prezzo medio del gasolio nel Regno Unito ha raggiunto il record di 199,18 pence al litro.

Il calcolo politico su entrambe le sponde dell’Atlantico diventa quindi piuttosto semplice. Washington ha interesse a proteggere i consumatori americani. I governi europei hanno interesse a proteggere i propri.

Un mercato energetico integrato funziona senza intoppi finché l’offerta è abbondante. La scarsità ricorda ai governi che l’energia rimane strategica.

Dall’efficienza alla resilienza

Questa è la lezione più importante che emerge dall’esperimento energetico europeo post-2022.

Per decenni, la politica energetica europea ha beneficiato del presupposto che l’offerta commercialmente disponibile fosse di fatto una fonte di approvvigionamento sicura. Dopo il 2022, i responsabili politici hanno posto sempre maggiore enfasi sull’identità geopolitica dei fornitori. La fase successiva potrebbe richiedere un calcolo più rigoroso: quanta capacità di raffinazione, stoccaggio, infrastrutture e produzione interna devono essere mantenute anche quando l’importazione appare economicamente più efficiente?

La chiusura di impianti di raffinazione illustra il compromesso. La raffineria britannica di Grangemouth è diventata un terminale di importazione nel 2025. Il governo britannico sostiene che il paese rimane ben rifornito grazie alla raffinazione interna e a importazioni diversificate, e che non si sono verificate interruzioni nell’approvvigionamento.

Questo può essere del tutto corretto in condizioni di mercato normali. Ma la resilienza viene messa alla prova proprio quando le condizioni smettono di essere normali.

Il problema strategico dell’Europa, dunque, è più ampio di Donald Trump e del diesel. Il continente ha impiegato quattro anni a riorganizzare la geografia del proprio approvvigionamento energetico. Ha indubbiamente ridotto la sua dipendenza dalla Russia e ampliato la sua base di fornitori.

Ciò che non le è sfuggito è la dipendenza da decisioni prese altrove.

Un oleodotto russo, una raffineria americana, una rotta marittima mediorientale e il mercato spot internazionale sono meccanismi molto diversi tra loro. Eppure, ognuno di essi espone il consumatore finale a eventi che sfuggono al controllo dell’Europa.

Il nuovo ordine energetico emergente impone quindi una distinzione che i responsabili politici hanno talvolta offuscato dopo il 2022. La diversificazione determina dove si distribuisce la dipendenza. L’autonomia strategica determina quanta dipendenza rimane.

L’Europa ha fatto notevoli progressi sul primo punto. Il dibattito sul diesel suggerisce che il secondo sia ancora incompiuto.


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UE-CINA, L’INTERDIPENDENZA DIVENTA POLITICA
A cura di Emanuele RossiMartedì ho partecipato a Roma a “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, una roundtable organizzata dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University su impulso del suo Associate Director, il professor Enrico Fardella, che da anni contribuisce in modo importante al dibattito italiano sulla Cina e sull’Indo-Pacifico. Inutile quasi dire che è stata un’occasione per confrontarsi con esperti internazionali provenienti dal mondo dell’accademia, dei think tank e di diverse istituzioni (italiane ed europee), che lavorano da vicino su questi dossier, partendo da una domanda apparentemente semplice: quanto sta cambiando davvero la politica europea verso la Cina? L’incontro si è svolto secondo la Chatham House Rule: utilizzo quindi soltanto parte delle idee e informazioni emerse nella discussione, senza attribuzioni, come dimensione analitica generale. La risposta che mi porto a casa è meno lineare di quanto suggerisca il lessico del “de-risking”: in Europa sta effettivamente cambiando qualcosa, ma non siamo davanti a un percorso ordinato verso il decoupling (tecnicamente impossibile al momento e nel prossimo futuro), né a una strategia già definita. Piuttosto, commercio, sicurezza economica, politica industriale e geopolitica stanno entrando nello stesso campo decisionale. E questo rende il rapporto con Pechino più difficile da gestire, perché obbliga l’Unione a decidere quali interdipendenze siano accettabili, quali vadano ridotte e, soprattutto, quali costi sia disposta a sostenere per farlo. 
Oggi parliamo di… come sta cambiando il rapporto tra Europa e Cina, perché il vecchio equilibrio costruito intorno all’interdipendenza economica è sempre più sotto pressione e perché la vera questione, per Bruxelles, riguarda ormai la capacità di trasformare la sicurezza economica in una politica industriale credibile. Andiamo avanti! Nuovo equilibrio
Il punto di partenza è un dato politico prima ancora che commerciale. Dopo aver definito il summit UE-Cina del luglio 2025 un “inflection point”, Bruxelles ha trascorso buona parte del 2026 cercando di tradurre quella diagnosi in strumenti concreti. Il contesto economico aiuta a capire perché. Nel 2025 le esportazioni europee di beni verso la Cina sono diminuite del 6,5%, a 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni sono cresciute del 6,4%, raggiungendo 559,4 miliardi. Il deficit commerciale dell’UE ha così sfiorato i 360 miliardi di euro. La Cina rimane il principale mercato di origine delle importazioni europee, mentre l’UE riesce a collocarla soltanto al quarto posto tra le destinazioni del proprio export. Ma fermarsi al deficit rischia di far perdere il punto centrale della discussione europea. Il problema non riguarda semplicemente quanti beni l’Europa compri e venda alla Cina. Riguarda la struttura industriale che sta dietro quei flussi. La combinazione tra domanda interna cinese relativamente debole, capacità produttiva sostenuta dalla politica industriale e crescente competitività tecnologica delle imprese cinesi sta aumentando la pressione sui produttori europei. E questa pressione non si manifesta soltanto nel mercato cinese: riguarda il mercato europeo e, sempre più spesso, i mercati terzi nei quali imprese europee e cinesi competono direttamente. È qui che la questione commerciale diventa industriale.
Cosa cambiaNegli ultimi mesi Bruxelles ha progressivamente ampliato la propria cassetta degli attrezzi. Il Foreign Subsidies Regulation, gli strumenti di screening degli investimenti, la politica sulle materie prime critiche, l’International Procurement Instrument e le proposte per introdurre criteri europei negli appalti pubblici appartengono formalmente a dossier differenti. Politicamente, però, stanno cominciando a rispondere alla stessa esigenza: evitare che l’apertura del mercato europeo produca dipendenze difficili da gestire o contribuisca all’erosione di capacità industriali considerate strategiche. Il cambiamento è importante perché modifica anche il significato di “de-risking”. All’inizio il termine permetteva all’Europa di prendere le distanze dal decoupling americano senza negare l’esistenza di vulnerabilità nei rapporti con Pechino. Nel corso del 2026 quella formula si è progressivamente riempita di contenuto industriale. A giugno, per esempio, il dibattito europeo ha cominciato a mettere nello stesso quadro sussidi distorsivi, squilibri commerciali, materie prime critiche, catene di approvvigionamento della difesa e rapporti sino-russi. Pochi giorni dopo, Bruxelles e Pechino hanno avviato le China-EU Trade and Investment Consultations, articolate intorno a quattro aree: riequilibrio di commercio e investimenti, controlli alle esportazioni, proprietà intellettuale e riforma del WTO. È un passaggio meno tecnico di quanto sembri. Significa che dossier fino a poco tempo fa affrontati separatamente — veicoli elettrici, procurement, terre rare, accesso al mercato, sussidi — vengono sempre più spesso letti come parti di un problema complessivo.
Sicurezza economicaQui emerge una delle questioni più interessanti discusse martedì: che cosa deve essere effettivamente “messo in sicurezza”? È relativamente facile riconoscere una vulnerabilità quando una supply chain essenziale dipende quasi interamente da un unico fornitore. È molto più difficile distinguere una dipendenza strategica dalla normale interdipendenza che caratterizza un’economia aperta, oppure una minaccia alla sicurezza da una perdita di competitività. La distinzione conta. Se ogni settore sottoposto a forte concorrenza cinese viene interpretato attraverso la lente della sicurezza economica, il rischio è trasformare progressivamente la politica industriale in protezione dalla concorrenza. Se invece l’Europa restringe troppo la definizione di vulnerabilità, può ritrovarsi priva di alternative nel momento in cui una dipendenza economica acquista improvvisamente valore geopolitico. Le materie prime critiche mostrano bene il problema. La dipendenza europea dalla capacità cinese di lavorazione e dalle licenze all’export non può essere eliminata rapidamente. Diversificazione, stockpiling e investimenti in capacità alternative possono ridurla, ma richiedono tempo, capitale e spesso costi più elevati.  La sicurezza economica, insomma, non consiste nell’eliminare le dipendenze. Consiste nel decidere quali dipendenze siamo disposti ad accettare e quali capacità vogliamo pagare per mantenere.
Interdipendenza gestitaQuesto porta al punto che, a mio avviso, descrive meglio la fase attuale. Il rapporto UE-Cina non è più semplicemente un problema di apertura commerciale, ma di gestione politica dell’interdipendenza. Bruxelles continua ad avere interesse a commerciare, investire e cooperare con Pechino. La Cina, allo stesso tempo, ha interesse a preservare l’accesso a uno dei maggiori mercati del mondo. Nessuna delle due parti sta quindi preparando seriamente una separazione economica generale. Ciò che cambia sono le condizioni dell’apertura. L’UE vuole continuare a beneficiare dell’interdipendenza limitando la possibilità che questa produca erosione industriale, dipendenze eccessive o strumenti di pressione politica. Pechino contesta invece la diagnosi europea: considera molte difficoltà dell’industria del continente come problemi di competitività interna e sostiene che un riequilibrio dovrebbe avvenire aumentando le esportazioni europee verso la Cina, anziché limitando quelle cinesi verso l’Europa. Dietro la parola “riequilibrio” convivono quindi obiettivi piuttosto diversi. Può significare meno esportazioni cinesi, maggiori acquisti cinesi di beni europei, più accesso delle aziende europee al mercato cinese oppure una maggiore localizzazione della produzione cinese in Europa. Ed è precisamente su questa ambiguità che si giocherà buona parte del negoziato.
Geopolitica industrialeC’è poi una dimensione che va oltre il rapporto bilaterale. La politica europea verso la Cina non viene elaborata nel vuoto. Gli Stati Uniti stanno a loro volta ridefinendo il proprio rapporto economico con Pechino e ogni restrizione imposta da Washington modifica indirettamente gli incentivi delle imprese cinesi e la geografia delle loro esportazioni. Così come lo fanno e lo faranno i nuovi equilibri dopo il vertice Trump-Xi della scorsa settimana (su cui approfondiamo sotto). Per l’Europa questo crea un problema particolare: evitare di diventare il mercato di assorbimento della capacità produttiva che incontra maggiori ostacoli altrove. È una delle ragioni per cui il dibattito sulla sovraccapacità cinese ha assunto una dimensione politica molto più ampia rispetto a pochi anni fa. Ma c’è anche un secondo effetto, meno discusso: più l’UE introduce preferenze europee, requisiti di localizzazione e criteri di resilienza, più diventa necessario stabilire cosa significhi davvero “europeo”. Una fabbrica cinese di batterie costruita in Ungheria o in Spagna, che impiega lavoratori europei ma utilizza tecnologia, componentistica e capitale cinese, contribuisce alla sicurezza economica europea oppure riproduce la dipendenza in una forma diversa? Non esiste una risposta valida per ogni settore. Ed è proprio per questo che la fase successiva del de-risking sarà probabilmente molto più complicata della precedente: non basta diversificare i fornitori, bisogna capire dove risiede il controllo della tecnologia, della proprietà intellettuale, degli input critici e delle decisioni industriali.
Europa divisaResta infine il problema politico interno all’Unione. Le differenze tra gli Stati membri non sono scomparse. La Francia ha sostenuto da tempo una politica industriale e commerciale più difensiva, mentre la Germania è stata tradizionalmente più cauta per l’esposizione delle proprie grandi imprese industriali al mercato cinese. Nel 2026, però, anche il dibattito tedesco ha cominciato a cambiare, sotto la pressione del calo delle esportazioni verso la Cina e della crescente concorrenza delle imprese cinesi in Europa e nei mercati terzi. Anche Italia e Spagna hanno mostrato maggiore apertura verso interventi nei settori più esposti alla sovraccapacità cinese. Questo avvicinamento non significa che esista già un consenso europeo stabile. La vera prova arriverà quando gli strumenti di sicurezza economica produrranno costi distributivi concreti. Una tariffa protegge alcuni produttori ma aumenta i costi per altri. Un requisito di contenuto locale può sostenere la produzione europea, ma rendere più costosa la transizione energetica. La diversificazione delle supply chain aumenta la resilienza, ma difficilmente replica nel breve periodo prezzi e scala della produzione cinese. Finché si discute di “de-risking”, le convergenze sono relativamente facili; quando bisogna stabilire chi paga per il de-risking, lo sono molto meno.
Il punto chiaveÈ probabilmente questa la conclusione più utile che porto via dalla discussione di Roma. L’Europa sta cercando di costruire una politica verso la Cina che si collochi tra due estremi poco realistici: tornare all’idea che l’interdipendenza economica possa essere gestita quasi esclusivamente dal mercato oppure trasformare la competizione strategica in separazione economica. Il risultato che sta emergendo è qualcosa di più selettivo: apertura dove l’interdipendenza viene considerata sostenibile, intervento dove produce vulnerabilità giudicate eccessive, maggiore condizionalità per investimenti e accesso al mercato. Sulla carta è una posizione ragionevole. Nella pratica richiede qualcosa che l’Europa ha spesso faticato a produrre: priorità industriali condivise, capacità di assorbire costi nel breve periodo e sufficiente coesione politica tra economie con esposizioni alla Cina molto diverse. Per questo la domanda più interessante non è più se l’Europa stia diventando “più dura” con Pechino. Adesso quello che c’è da chiedersi è se l’UE disponga delle capacità industriali e politiche necessarie per sostenere nel tempo la strategia che sta costruendo.
In sintesiIl rapporto tra Europa e Cina sta entrando in una fase nella quale l’interdipendenza non è più il contesto della politica: è diventata essa stessa oggetto della politica. Il commercio continuerà. Gli investimenti continueranno. Il dialogo continuerà. Ma sempre più spesso verranno valutati anche in funzione di resilienza, capacità industriale, dipendenze tecnologiche e sicurezza. La parte difficile comincia adesso, perché ridurre una dipendenza sulla carta è relativamente semplice. Costruire un’alternativa industriale credibile lo è molto meno.

Europei al fronte nucleare!

L’Europa marcia verso l’abisso nucleare.

Stanislav Krapivnik30 settembre∙Articolo ospite
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Stanislav Krapinski spiega come la disponibilità dell’Europa ad ospitare armi nucleari stia avvicinando pericolosamente la prospettiva di attacchi nucleari russi sul suolo europeo.

La Lituania è diventata l’ultimo, ma certamente non l’ultimo, Paese della lista il cui parlamento ha votato per revocare le restrizioni sullo stazionamento di armi nucleari. In altre parole, un altro Stato europeo con un desiderio di autodistruzione ha deciso di rimuovere gli ostacoli legali al dispiegamento di testate nucleari sul proprio territorio. Si prevede che le armi in questione saranno principalmente americane, sebbene potrebbero essere potenzialmente utilizzate anche armi nucleari francesi. L’arsenale nucleare britannico – che, a rigor di termini, non è interamente britannico ma fortemente dipendente da sistemi americani – non è preso in considerazione, poiché si basa esclusivamente su sottomarini, molti dei quali sono attualmente in manutenzione a causa della carenza di fondi. Semplicemente, non ci sono i soldi.

Si sta discutendo dell’armamento nucleare americano, in particolare della bomba nucleare a caduta libera B61-12. Queste armi possono essere trasportate non solo da bombardieri strategici, ma anche da aerei tattici come l’F-16 e l’F-35.

C’è, tuttavia, un piccolo dettaglio che non è stato adeguatamente preso in considerazione. Poiché i moderni caccia F-16 e F-35 sono in grado di trasportare una bomba nucleare da 50 chilotoni, in caso di un eventuale conflitto armato tra Stati Uniti e Russia, la parte russa sarebbe costretta a distruggere tutti i depositi e le basi aeree pertinenti.

Ipotizzando che questi bunker siano dispersi in tutta l’Unione Europea e siano pesantemente fortificati, la loro neutralizzazione richiederebbe l’uso di armi nucleari di media potenza, ad esempio nell’ordine dei 50-100 chilotoni, equivalenti, al massimo, a circa cinque bombe del tipo sganciato su Hiroshima.

Data l’elevata densità di popolazione dell’Unione Europea, una serie di attacchi di questo tipo si tradurrebbe in una catastrofe e potrebbe potenzialmente causare la morte di una parte consistente della popolazione. Ciò che colpisce, tuttavia, è che la popolazione dell’UE nel suo complesso sembra così miope da non riuscire a comprendere la portata delle conseguenze. Gli europei stanno attivamente contribuendo alla creazione delle condizioni affinché il loro territorio possa effettivamente fungere da “scudo umano” per le armi nucleari americane.

Che dire?

Come dice un proverbio americano: “La stupidità dovrebbe far male”.

(Tradotto dal russo)

Putin finalmente si toglie i guanti? La demolizione dei ponti di Kiev è in corso, mentre il Ponte Nord viene colpito da un drone, di Simplicius

Putin finalmente si toglie i guanti? La demolizione dei ponti di Kiev è in corso, mentre il Ponte Nord viene colpito da un drone.

Simplicius4 ottobre∙Pagato
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Ancora una volta, subito dopo il nostro ultimo report sull’attacco dei droni russi Geran-4 al ponte Pivdennyi (Ponte Sud) di Kiev, la Russia ha colpito oggi il ponte Nord:

Inizialmente si era ipotizzato che la munizione utilizzata fosse un missile Banderol, ma a giudicare dal filmato sembra che si muova troppo lentamente e che si tratti probabilmente di un grosso drone.

Questo ponte, tuttavia, non presenta lo stesso tipo di cavi di sostegno di quello meridionale, e il drone sembra aver preso di mira intenzionalmente la carreggiata stessa.

Sono circolate foto di quello che si presume essere lo stesso Ponte Nord in costruzione durante l’era sovietica, per darci un’idea della sua sezione trasversale rinforzata:

Sembra improbabile che un drone possa distruggerlo semplicemente colpendo la superficie stradale, ma una visita quotidiana di droni potrebbe certamente rendere il ponte inutilizzabile a tempo indeterminato, mantenendolo costantemente chiuso e in fase di costruzione.

Le autorità ucraine hanno già annunciato che, a titolo precauzionale, verranno costruiti una serie di ponti galleggianti per attraversare il fiume.

https://suspilne.media/1418591-pontonni-perepravi-j-tunel-pid-dniprom-u-kievi-gotuut-alternativu-mostam/

A partire dalla prossima settimana, Kiev prevede di avviare la costruzione di diversi ponti di riserva sul Dnepr. Si sta valutando anche la possibilità di costruire in futuro un tunnel sotto il fiume.

Lo ha dichiarato Mykola Kalashnik, Ministro della Ricostruzione, delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’Ucraina, in un’intervista a Suspilny.

I pontoni limiterebbero enormemente il flusso del traffico e, sebbene siano facili da sostituire in caso di danni, una visita periodica dei droni dovrebbe tenerli fuori servizio a tempo indeterminato. La ragione principale addotta dalla Russia per colpire i ponti è quella di bloccare i trasferimenti militari attraverso le rive, che rallenterebbero drasticamente se fossero costretti a utilizzare solo pontoni insieme al traffico civile.

È interessante notare che un’unità russa ha diffuso un video in soggettiva del drone che ieri ha colpito il ponte sud:

Attacchi condotti dall’unità “Geran” della 50ª Brigata separata di truppe aviotrasportate “Varyag” contro i cavi di sostegno del Ponte Sud di Kiev negli ultimi due giorni.

La solita schiera di commentatori occidentali ha mostrato ancora una volta la sua totale ipocrisia, scandalizzandosi per gli ultimi successi dopo aver festeggiato il crollo del ponte di Kerch:

Allo stesso modo, anche i media occidentali sono rimasti scioccati dal fatto che la Russia potesse potenzialmente usare contro l’Ucraina le sue consolidate pratiche:

https://www.nytimes.com/2026/10/03/world/europe/russia-ukraine-bridges-kyiv.html

L’articolo sopra riportato lamenta che il primo ponte è stato colpito mentre un treno della metropolitana lo stava attraversando:

Il primo attacco al ponte sud, avvenuto giovedì, si è verificato mentre un treno della metropolitana stava attraversando il ponte.

È interessante, visto che una delle immagini più celebrate del grande “successo” dell’Ucraina contro il ponte di Kerch era quella di un treno civile russo in fiamme, distrutto durante l’attacco:

Senza contare i civili morti durante ciascuno degli attacchi ucraini contro Kerch.

Ma veniamo al dunque. L’aspetto più intrigante degli attacchi è che la Russia sembra aver scelto strategicamente di iniziare a disattivare i ponti a sud e a nord, lasciando per ora intatti quelli centrali:

È come eliminare il primo e l’ultimo veicolo di una colonna per intrappolare i rimanenti al centro di una carreggiata stretta. La Russia sta forse cercando di convogliare tutti verso i ponti centrali, neutralizzando i due più importanti tra quelli esterni? Condividete le vostre riflessioni sulla possibile strategia in atto.

Dopo i primi attacchi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è precipitato a Kiev in treno, in quella che sembrava una missione di contenimento dei danni per rassicurare gli ucraini e il mondo intero sull’arrivo degli aiuti. In modo umiliante, ha iniziato a implorare la Russia per un cessate il fuoco, ben consapevole di ciò che attende ora l’Ucraina, visto che Putin sembra aver tolto ogni freno inibitorio.

Oh, ora sei pronto per i “colloqui”.

Va notato che, in seguito agli attacchi, il Ministero degli Esteri russo ha nuovamente avvertito tutte le missioni straniere di lasciare l’Ucraina, data la natura dell’escalation degli attacchi russi. All’unisono, le delegazioni globaliste hanno letto il loro copione prestabilito sui social media, giurando “coraggiosamente” e con audacia di rimanere a Kiev:

Sempre gli stessi mantra preconfezionati.

Dimostrando una sorprendente mancanza di autoconsapevolezza, lo stesso terrorista del ponte di Kerch ha annunciato che la Russia sta ora commettendo “terrorismo” tagliando i ponti a Kiev:

In precedenza, Zelensky affermava che la Russia voleva costringere la popolazione ad abbandonare Kiev. Questo lo spaventava particolarmente, viste le sue famigerate precedenti dichiarazioni secondo cui i civili dovevano essere costretti a rimanere a Kiev perché, se se ne fossero andati, la Russia avrebbe potuto bombardare la città impunemente, sottintendendo in sostanza di aver bisogno dei civili come scudi umani per “difendere” le varie attività militari e politiche a rischio di bombardamento russo.

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2022/11/16/7376677/

Per la cronaca, la dichiarazione ufficiale del Ministero della Difesa russo prosegue la linea di giustificazioni secondo cui gli attacchi sarebbero semplicemente una “risposta” alle provocazioni dell’Ucraina:

Il Ministero della Difesa ha annunciato un’intensificazione degli attacchi contro Kiev e altre regioni dell’Ucraina in seguito alla dichiarazione di Zelensky sull’intenzione di incrementare gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe.

Il ministero ha dichiarato che gli attuali attacchi di massa sono una risposta agli attacchi terroristici da parte ucraina.
Tra questi, il Ministero della Difesa ha citato gli attacchi ai seggi elettorali durante le elezioni della Duma di Stato, il tentativo di lanciare un massiccio attacco con droni che ha coinvolto oltre 1.600 droni il 19 e 20 settembre, gli attacchi durante il forum economico di San Pietroburgo e l’attacco a Belgorod della scorsa notte.
Il Ministero della Difesa ha inoltre affermato che la leadership ucraina è responsabile di queste azioni e che gli attacchi di rappresaglia continueranno e saranno intensificati molte volte.

Detto questo, precisano che questi attacchi “continueranno e saranno intensificati”. Dovremo aspettare per vedere se si tratta di una vera e propria campagna sistematica per neutralizzare i ponti o solo di una deterrenza psicologica per impedire all’Ucraina di tentare ulteriori provocazioni. Dato che un mese o due fa erano trapelate informazioni che preannunciavano una nuova campagna di attacchi contro i ponti di Kiev, possiamo solo supporre che si tratti di un’escalation pianificata da parte della Russia e che la giustificazione di cui sopra sia solo una sorta di mera facciata diplomatica.

Nel frattempo, l’Ucraina continua a combattere il suo più grande fardello: il buco di bilancio che minaccia di annientare la capacità del Paese di proseguire la sua campagna militare. In una recente intervista , Zelensky ha dichiarato che per colmare il divario per il resto del 2026, intende utilizzare i fondi stanziati a partire dal 2027.

Anticipare i prestiti UE e i contratti per i droni del 2027

Zelensky ha spiegato che il governo intende anticipare a inizio gennaio parte degli stanziamenti di credito europei originariamente previsti per il 2027, garantendo così che le aziende nazionali del settore della difesa ricevano in anticipo i capitali necessari per mantenere ininterrotte le linee di produzione.

“Non è stato facile. Abbiamo lavorato con il nostro budget, con i nostri partner, in particolare con l’Unione Europea, e cercheremo anche di utilizzare parzialmente i fondi del prestito per il prossimo anno”, ha detto Zelensky. “Porteremo avanti questo processo verso gennaio e useremo questi soldi per ordinare i droni per gennaio e febbraio 2027. Il mio team è tornato da Bruxelles e ha riferito. Tutto sta funzionando bene. Spero che continui così.” – Fonte

Per contestualizzare la situazione, ricordiamo che Zelensky ha ammesso che il deficit di bilancio del 2026 è stato causato dal fatto di aver anticipato parte del budget della seconda metà del 2026 all’acquisto di droni per la prima metà dello stesso anno. Ora Zelensky intende coprire nuovamente il deficit per i prossimi mesi ricorrendo a prestiti dal bilancio del prossimo anno. È evidente che l’Ucraina si trova in una spirale discendente dal punto di vista del bilancio, costretta a continuare disperatamente a indebitarsi per un futuro sempre più incerto.

Ma ora, secondo alcune fonti, il Politburo dell’UE avrebbe respinto questo piano:

https://hromadske.ua/en/ukraine/271930-eu-rejects-ukraine-request-to-bring-forward-2027-funding-presses-kyiv-on-reforms-ft

Bruxelles ha respinto la richiesta di Kiev di utilizzare anticipatamente i fondi stanziati per il 2027, affermando che l’Ucraina dovrebbe invece attuare le riforme necessarie per sbloccare i finanziamenti già disponibili per il 2026.

Naturalmente, durante la sua visita d’emergenza a Kiev, Merz portò in dono all’Ucraina il denaro faticosamente guadagnato dai cittadini tedeschi:

https://kyivindependent.com/germany-announces-1-46-billion-in-aid-for-ukraine-including-interceptor-drones/

Ma è evidente il circolo vizioso tra le misure di contenimento dei danni sempre più disperate adottate dai politici europei per salvare l’Ucraina e il crollo delle loro stesse carriere politiche. Con ogni pacchetto di aiuti concesso all’Ucraina, gli stati corrotti dell’Unione Europea si avvicinano sempre di più al collasso politico e alla rivoluzione populista. Pertanto, questa farsa ha una durata limitata e l’Ucraina non potrà continuare in questo modo all’infinito. È chiaro che la Russia sta lentamente strangolando l’intera UE con il cordone ombelicale del suo aborto nato morto, il Proxy 404.

Ora Zelensky ha annunciato che la Russia ha accumulato oltre 700 missili Iskander e che presto scatenerà l’inferno su Kiev:

Ciò è vero, dato che la Russia ha ridotto l’utilizzo degli Iskander nell’ultimo mese, chiaramente in preparazione di una campagna invernale su larga scala.

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Passiamo ora a un ultimo argomento importante.

Considerato che la Russia inasprirà presto le tensioni e Zelensky promette di “rispondere” per le rime, ecco alcuni nuovi sviluppi che garantiranno che le future campagne di attacco dell’Ucraina causino danni progressivamente minori.

Innanzitutto, ricordiamo che la Russia è stata a lungo criticata per la lentezza con cui ha proceduto allo sviluppo di hangar per aerei nella maggior parte delle sue basi aeree. Ora, nell’ultimo anno, la Russia ha assistito a un vero e proprio boom nella costruzione di giganteschi hangar praticamente in tutte le sue basi più importanti. Ecco alcuni esempi degli ultimi aggiornamenti:

Aeroporto di Ramenskoye nella regione sud-orientale di Mosca ( clicca su tutte le immagini per ingrandirle ):

Avanzamento dei lavori di costruzione dei grandi hangar presso l’ aeroporto di Ramenskoye , nella regione di Mosca.

Il primo hangar ha dimensioni di 100x230x33 metri, mentre il secondo misura 90×220 metri.

Attualmente, l’aeroporto ospita anche 1 Tu-95MSM , 2 Tu-160M ​​e 1 aereo cisterna Il-78M2 .

Base aerea di Marinovka a Volgograd:

Nella base aerea di Marinovka, nella regione di Volgograd, sono stati costruiti numerosi hangar di protezione, da cui i velivoli da ricognizione Su-34R e Su-24MR conducono missioni lungo la linea del fronte.

Il ritardo nella costruzione dei rifugi presso questo aeroporto ha provocato un attacco nemico sull’area di parcheggio dei Su-34, allora esposta, nel 2025, con conseguenti perdite e danni ai velivoli.

Base aerea di Lipetsk, non lontano dall’Ucraina:

Il processo di costruzione degli hangar di protezione presso la base aerea di Lipetsk .

In totale, il nemico ha identificato 12 caratteristiche strutture in cemento armato
.

Si presume che almeno alcune di esse saranno utilizzate per immagazzinare munizioni e/o droni kamikaze.

Engels, nella regione di Saratov, è una delle basi strategiche più importanti della Russia:

Nuove immagini satellitari della costruzione di 16 hangar per i bombardieri strategici Tupolev Tu-95 e Tu-160presso la base aerea Engels-2 dell’aeronautica militare russa nella regione di Saratov, catturate da satelliti occidentali.

Infine, un recente esempio del successo di tali strutture. Un attacco di droni ucraini ha preso di mira una base russa nella regione di Oryol, anch’essa al confine con l’Ucraina. I droni ucraini hanno colpito i nuovi hangar, lasciando solo qualche graffio e senza riuscire a causare danni significativi.

L’ultimo attacco con droni contro la base per droni vicino al villaggio diTsimbulovo, nella regione di Oryol, ha provocatosolo danni superficiali ai bunker di protezione.

Considerando il costante rafforzamento e ampliamento della base per droni,l’efficacia degli attacchi con droni ucraini contro di essa si stariducendo sempre più rapidamente.

Lo stesso fenomeno si sta verificando anche per le raffinerie, che vengono coperte con reti e altre strutture di cui abbiamo parlato più volte di recente.

Ora la Russia sta addirittura riproponendo tattiche risalenti alla Seconda Guerra Mondiale per proteggere potenzialmente obiettivi fissi come le raffinerie. Bentornati all’era degli aerostati e dei palloni di sbarramento:

Ecco un annuncio relativo a un rapporto russo incentrato sullo sviluppo di dirigibili in Russia per il trasporto di barriere di cavi a protezione di infrastrutture all’interno della Federazione Russa da droni kamikaze di tipo aereo.

Nel complesso, si tratta di un concetto molto interessante e di un approccio piuttosto non convenzionale al contrasto dei droni, che ricorda i cieli degli anni ’40.

È incoraggiante constatare che i dirigibili vengano finalmente considerati come una piattaforma, un potenziale che finora è stato seriamente sottovalutato. I dirigibili possono anche fungere da vettori per sistemi radar, agendo come postazioni fisse di allerta precoce e controllo, e possono trasportare sistemi optoelettronici e acustici, inclusi droni FPV antiaerei e ripetitori aerei.

In generale, c’è ampio margine di innovazione e sviluppo in questo settore.

Alcuni potrebbero obiettare che tali palloni aerostatici rappresenterebbero un facile bersaglio per i droni. Ma bisogna ricordare che i droni a lungo raggio inviati in profondità nel territorio russo per attaccare le raffinerie sono guidati dal GPS e in genere volano verso la loro destinazione seguendo una traiettoria pre-programmata.

Un nuovo video girato dal ponte in Crimea ha inoltre mostrato una vasta gamma di barriere difensive di recente costruzione, erette per impedire il passaggio dei droni navali ucraini:

Il propagandista ucraino Dmitriy Gordon conclude illustrando cosa attende ora Kiev:


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