Guillaume Faye (1949–2019) fu, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, uno dei teorici più brillanti e combattivi del GRECE — insieme ad Alain de Benoist, la voce intellettuale dominante dell’“età d’oro” della Nouvelle Droite. Ruppe con Alain de Benoist e il GRECE intorno al 1986–87, si ritirò dall’attività militante per circa un decennio e tornò alla ribalta alla fine degli anni ’90 con un corpus di opere nettamente più radicale — L’archeofuturismo(1998), La colonizzazione dell’Europa(2000). Il presente testo è opera del primo Faye: il teorico del GRECE dei primi anni ’80.
L’argomentazione di Faye ruota attorno a un’unica distinzione, volutamente provocatoria. L’«Occidente» non è in declino — si sta espandendo — ma è il declino stesso: una civiltà universalista, egualitaria e tecnicista la cui essenza è l’entropia, l’omogeneizzazione di tutte le forme di vita, rappresentata come una proliferazione cancerosa. L’«Europa», al contrario, non è un principio ma un popolo e una civiltà viva; è quindi semplicemente in decadenza, una malattia dalla quale può guarire attraverso l’autometamorfosi. Faye individua i semi della rigenerazione nell’«ignoranza colta» di una giovane generazione «neo-europea» immunizzata contro la vulgata occidentale, in un atteggiamento «anarchico» di stampo dionisiaco/jüngeriano e nel progetto di «zone autocentrate» distaccate dal mercato planetario.
Tradotto da Alexander Raynor (Questa traduzione è opera mia.)
A prima vista, l’errore di Oswald Spengler fu immenso: egli annunciò per il XX secolo il declino dell’Occidente, mentre stiamo assistendo, al contrario, all’affermazione della civiltà occidentale, all’occidentalizzazione della Terra, alla generalizzazione di questo “Occidente” auto-istituito come cultura della specie umana — di cui, per supremo paradosso, le nazioni neo-industriali dell’Oriente costituiranno forse presto l’avanguardia. A prima vista, tuttavia, è al declino dell’Europa che siamo chiamati ad assistere. L’ascesa al potere dell’Occidente e la perdita di sostanza dell’Europa: i due fenomeni sono indubbiamente collegati, l’uno comporta l’altro. Tutto avviene come se, dopo aver dato vita all’Occidente — oggi diffuso su tutto il pianeta —, un’Europa esausta stesse entrando in una nuova era buia.
La tesi qui presentata sarà semplice: l’Occidente non è in declino — è, al contrario, in espansione — ma è il declino stesso. Ed è così sin dalle sue fondamenta, sin dal suo decollo ideologico nel XVIII secolo. L’Europa, dal canto suo, è semplicemente in decadenza. Già l’etimologia lo dice: l’«Occidente» è il luogo dove il sole tramonta. E, nella sua essenza, la civiltà occidentale — un apparente movimento ascendente — si fonde in realtà con una metafisica del declino, un appassimento del principio solare che, superficialmente, sembra fondarla. Questo declino intrinseco, che è la legge dell’Occidente, non è tuttavia facile da discernere, tanto è intriso di paradossi.
• Primo paradosso: mentre l’ideologia occidentale entra in una fase di declino — declino delle teorie progressiste, rivoluzionarie, democratiste, ecc. — la civiltà occidentale registra, anche sul piano politico, un’espansione inarrestabile dei propri regimi economici e politici, siano essi socialisti o capitalisti, a scapito delle tradizioni locali di sovranità e cultura.
• Secondo paradosso: mentre l’Europa sembra — ahimè — iniziare a deperire, nel suo insieme continentale, in un numero impressionante di ambiti, l’Occidente — che costituisce, per Abellio come per Heidegger, il figlio metafisico e geopolitico di questa Europa — esplode su scala planetaria.
• Terzo paradosso: mentre nel cuore stesso della nostra cultura assistiamo all’implosione del significato, al declino dei grandi valori costitutivi, al crollo delle molle spirituali, vediamo al contempo l’ascesa al potere della componente materiale della nostra cultura, della sua “forma” — vale a dire delle sue manifestazioni tecnologiche e scientifiche, che stanno per assumere il dominio assoluto sulla Terra. La civiltà tecnica ed economica che, partita dall’Europa e dal Nord America, sta conquistando l’intero pianeta, non può essere seriamente confusa con un fenomeno di «decadenza». Gli storici ci hanno dimostrato, ad esempio, che la famosa «decadenza dell’Impero Romano» — troppo spesso e erroneamente paragonata alla nostra situazione — fu accompagnata da una regressione delle «forme» della civiltà: tecniche, istituzioni, città, infrastrutture, scambi, ecc. Sempre più strade, fabbriche, aerei, scuole, ospedali, libri, inquinamento ed esseri umani. Più la «struttura» esplode, meno le sue fondamenta ideologiche e morali sembrano solide. Assistiamo parallelamente a un’esplosione delle forme di civiltà e a un’implosione dei valori, delle ideologie e, soprattutto, di tutte le fondamenta morali e spirituali che conferiscono un «senso» globale alle società.
• Quarto paradosso: se ci si limita a considerare il settore dell’economia pura, si osserva una crisi dei meccanismi mondiali di libero scambio commerciale e monetario, ma al tempo stesso un progresso inarrestabile delle tecnologie e dell’organizzazione commerciale e scientifica dell’umanità.
• Quinto paradosso: mentre il crollo dei tassi di fertilità in tutto il mondo (iniziato in Francia nel XVIII secolo e nel Terzo Mondo negli ultimi anni) ha finora determinato uno spopolamento solo nei paesi industrializzati, la popolazione mondiale, in virtù di una semplice legge aritmetica, continua a crescere a un ritmo esponenziale.1
Questi cinque paradossi sono inquietanti. Anziché attraversare declini globali e lineari come le altre civiltà che ci hanno preceduto, viviamo quello che si potrebbe definire un «declino annidato in un’espansione». Come se la civiltà occidentale fosse una macchina impazzita, il cui centro implode mentre la periferia esplode. L’Europa regredisce, l’Occidente si espande. Il significato scompare, le forme crescono. Il «sangue» evapora, ma le vene si ramificano in reti sempre più vuote. Sempre meno cervello, ma sempre più corpo e muscoli. Sempre meno umanità, ma sempre più uomini. Sempre meno culture, ma sempre più civiltà. Tutto ciò assomiglia stranamente a una proliferazione cancerosa. Un cancro, infatti, è il declino della differenziazione qualitativa delle cellule a vantaggio del trionfo della riproduzione quantitativa.
La logica profonda dell’Occidente — attraverso l’egualitarismo sociale, la conversione di tutte le culture agli stessi modelli politici ed economici, attraverso la razionalizzazione dell’esistenza che nemmeno i regimi che la combattono nelle loro dottrine possono evitare — è, fin dalle sue fondamenta, la riduzione dell’organico al meccanico. Il paradosso supremo dell’Occidente è che il suo presupposto è, sotto l’apparenza di crescita e giovinezza, un’entropia, vale a dire una crescente omogeneizzazione delle forme di vita e di civiltà. Ora, l’unica vera forma di declino, come ci insegnano l’astrofisica e la biologia, è proprio l’entropia: la crescita cancerosa di cellule indifferenziate o, secondo il secondo principio della termodinamica, la perdita di energia attraverso l’omogeneizzazione. Da questo punto di vista, l’essenza dell’Occidente è il declino, poiché la sua ragion d’essere è l’uniformazione delle forme di vita umane. E l’essenza del «progresso» è l’entropia. La moltiplicazione esplosiva delle tecnologie serve a mascherare questo declino agli occhi dei suoi stessi protagonisti, esattamente come, nel tragico processo di remissione del cancro, la proliferazione di cellule indifferenziate dà, per un certo tempo, l’illusione della salute e della crescita organica. L’Occidente è un vecchio che si crede un adolescente.
Ma nella misura in cui questa civiltà occidentale entra nella sua “terza età”, vivendo al tempo stesso il trionfo delle sue forme, delle sue quantità, della sua espansione statistica e geografica, e tuttavia l’esaurimento del suo significato, della sua ideologia, dei suoi valori, ci si può chiedere se non sia proprio sull’orlo della risoluzione di quel declino che porta in sé. Ipotesi: sarebbe allora l’intera Terra ad entrare nel periodo del declino, poiché, per la prima volta, un’intera civiltà la unifica — una civiltà minata dall’interno. La civiltà occidentale assomiglia agli alberi di Parigi: continuano a crescere anche mentre vengono rosicchiati.
Si potrebbe ritenere che l’uniformazione dell’intera Terra sotto la legge di un’unica civiltà — politica, economica e culturale — sia un processo bio-cibernetico, poiché si tratta, come hanno dimostrato Lupasco e Nicolescu, di un’omogeneizzazione delle energie. Per il momento questa entropia è “espansiva”; un giorno, come ogni entropia nella sua fase n. 2, diventerà implosiva. E non crediamo, come immagina Lévi-Strauss, che possano sorgere «nuove differenze» e nuove eterogeneità all’interno di una civiltà mondiale ormai occidentalizzata.2Si tratterebbe solo di specificità superficiali, elementi folcloristici o “varianti”.
E nella misura in cui questa adesione storica dell’umanità a un’unica e stessa civiltà occidentale — democratica, prospera, individualista ed egualitaria — costituisce da oltre un secolo il progetto delle ideologie del Progresso, siano esse socialiste o liberali, non ci si deve forse chiedere se l’idea stessa di Progresso non sia la figura centrale del Declino? La materia e l’essenza del Progresso sono l’adesione di tutti gli uomini alla stessa condizione e alla stessa morale sociale, ritenuta universale. In questo senso, le dottrine progressiste, secolarizzando le religioni monoteiste della verità rivelata, hanno messo in moto un processo di fine della storia, di fine delle storie di ciascun popolo. Oggi intravediamo questa fine della storia: uno status quo planetario attraverso la minaccia termonucleare, un condominio sovietico-americano sul mondo che congela le indipendenze nazionali, una «gestione» tecno-economica e finanziaria di un’economia mondiale che uniformizza i modi di produzione e di consumo, ecc. Si ripete all’infinito, sulla scia di Alvin Toffler, che stiamo entrando nella «terza rivoluzione industriale»; questo è vero, ma non perdiamo comunque di vista questo sorprendente paradosso: al fantastico sconvolgimento delle forme socio-economiche corrisponde la glaciazione delle forme politiche e «storiche». Viviamo una «mutazione immobile». Tutto vibra (tecnologie, relazioni sociali ed economiche) ma nulla «si muove» (geopolitica); o meglio, nulla si muove ancora. E, come la coscienza storica, anche le idee e i valori si stanno congelando.
Dietro al suo trionfo, la civiltà occidentale vede oggi spezzata la sua molla motrice: i suoi miti fondanti e le sue ideologie appassiscono e si sclerotizzano. Il progressismo, l’egualitarismo, lo scientismo, il socialismo hanno disincantato i propri sostenitori e non riescono più a mobilitare energie. I modelli politici di una civiltà quantitativa, interamente fondata sull’economia, hanno prodotto in Oriente un totalitarismo tirannico, in Occidente il totalitarismo morbido e dispotico della società dei consumi previsto da Tocqueville, e nel Terzo Mondo l’etnocidio e il pauperismo di massa — quest’ultimo mascherato dalla triste mistica dello «sviluppo».
Assumendo un carattere antirivoluzionario, le ideologie occidentali, a immagine della civiltà neoprimitiva che rappresentano, convergono oggi in un social-liberalismo tiepido, cinico, privo di progetti, manageriale e irrilevante, incentrato sulla vulgata accademica dei “Diritti dell’Uomo”, di cui Claude Polin ha ben dimostrato l’insensatezza e l’inefficacia.3Priva di ogni trascendenza, organizzata nel suo principio attorno al rifiuto di qualsiasi riferimento allo spirituale, la civiltà occidentale è l’organizzazione tecnico-razionale dell’ateismo. Ora, mutilata dei suoi dei, qualunque essi siano, una cultura umana si condanna a lungo termine, anche se altrove risplende lo splendore di Mammona, anche se l’accumulo tecnologico, la progressione nominale dei redditi o il «progresso della giustizia sociale» danno l’illusione di vitalità.
Ma questa ascesa dell’economia e della tecnica — in nome di cosa si dovrebbe considerarla un miglioramento? È facile dimostrare, ad esempio, che i processi mentali della società dei consumi — anche dal punto di vista dell’intelligenza gnoso-pratica e tecnica — non sono necessariamente più elaborati di quelli delle società tradizionali. La società tecnica vede, concretamente, il declino dell’«spirituale» (Evola) o dell’«essere» (Heidegger), e forse anche dell’intelligenza nelle sue forme di vita.4E, paradossalmente, poiché il mondo — contrariamente alle concezioni cristiane — non è dualista ma associa, in un’apparente contraddizione, ciò che è più immateriale e ciò che è più biologico nella stessa unità organica e vitalista, non sorprende che al declino spirituale corrisponda anche il declino dello spirito di stirpe, il declino demografico. La coscienza biologica e la coscienza spirituale sono legate. La separazione operata dal dualismo cristiano tra Dio e il mondo ha profondamente segnato la civiltà occidentale, rompendo con l’unità del trascendente e dell’immanente propria della tradizione ellenica. Penetrando nell’inconscio collettivo e nelle forme della civiltà, questo dualismo ha progressivamente dato origine a un disincanto e a una desacralizzazione del mondo, a una civiltà schizofrenica: da qui le separazioni mutilanti tra lo Stato-Padre-e-Giudice e la società, tra la Legge e il popolo, tra le razionalità del liberalismo e del socialismo e lo slancio vitale «cieco» (ma per questo chiaroveggente perché «oscuro») delle civiltà, tra l’individuo elevato a monade e le sue comunità, tra l’apparente legittimità dell’Occidente — vale a dire questa «democrazia» di cui tutti (tiranni compresi) sostengono di far parte senza percepirne il significato — e le reali aspirazioni delle popolazioni, tra la Tecnica, figura dominante dell’epoca, e l’ideologia.
Questi ultimi due punti meritano una precisazione. Il divario tra la Tecnica — oggi prosaica e disincantata — e l’ideologia è stato spesso frainteso, in particolare da Spengler e Jünger. A nostro avviso, non è la Tecnica a costituire la causa del materialismo, dell’uniformismo e della destinalizzazione dell’Occidente; è piuttosto l’ideologia occidentale stessa ad aver fatto di questa Tecnica il motore della sua logica mortifera. La tecnica è disincantata, ma non è il disincanto nella sua essenza. La ragione di ciò sta nel divorzio tra l’essenza della Tecnica — che è, come intuì Heidegger, poetica, lirica, faustiana, quindi spirituale e «artistica» — e le ideologie dominanti in Occidente, che attribuiscono a questa Tecnica solo il prosaismo meccanico dell’addomesticamento attraverso il benessere e la riducono a una «tecnologia della felicità individuale». Se il razzo Ariane non fa sognare quando dovrebbe, quando dovrebbe rappresentare per il nostro immaginario la «trasfigurazione degli dei», è perché la sua finalità è la ritrasmissione di programmi televisivi, vale a dire l’espressione della più piatta «banalità».
E quando Gilbert Durand invoca la rinascita delle ombre dell’immaginario, forse le uniche in grado di contrastare il disincanto della società tecno-consumistica, non è nel consumo del passato, nei musei, negli studi, nelle nostalgie, nei miti archiviati su schede informatiche, che esse potranno essere ritrovate. È, paradossalmente, nella contemplazione pura dei computer stessi, nei razzi e nelle centrali elettriche — in breve, in una Tecnica che porta in sé il più grande potenziale di sogno che l’umanità sia mai riuscita a trovare, e che oggi è neutralizzata, scollegata, da ideologie e modelli sociali interamente dominati dalla meschinità domestica e dalla fredda logica contabile delle burocrazie.
La seconda grave conseguenza del dualismo occidentale riguarda il divario tra il regime politico ufficiale (la famosa “democrazia”) e il modo in cui tale regime viene concretamente percepito, e socialmente vissuto, dai cosiddetti “cittadini”. Possiamo qui solo elencare, senza approfondirli, gli effetti di questa separazione: la radicale non rappresentatività della classe politica, l’onnipotenza delle feudalità minoritarie (organizzazioni sindacali, media, reti bancarie, organismi tecnocratici), il simulacro della partecipazione elettorale dei cittadini al potere attraverso il carattere irrilevante della posta in gioco nelle votazioni, la costante volontà dei partiti politici di distorcere a proprio vantaggio la reale opinione del popolo, ecc. Più che mai, l’opposizione tra il paese reale [pays réel] e il paese legale [pays légal] rimane la regola.
Fondato sulla sovranità del popolo, l’Occidente la attua ancora meno delle società tradizionali tanto denigrate come tiranniche. A questo proposito, la cosa più grave non è l’assenza di “democrazia” (sarebbe meglio, tutto sommato, avere un potere che riconosca ufficialmente l’impossibilità della democrazia e che fondasse la sovranità su — ad esempio — un’autocrazia sacralizzata), ma la schizofrenia endemica, la menzogna permanente di un sistema di potere che, in Oriente come in Occidente, trae la propria legittimità da un principio (il Popolo sovrano) che non solo non viene applicato, ma la cui applicazione le classi dominanti si preoccupano principalmente di impedire. Infatti, cosa temono e combattono maggiormente i partiti, i sindacati, i grandi organismi, i media progressisti (e, nell’URSS, il PCUS), se non la democrazia diretta, se non il cesarismo referendario in cui l’opinione brutale del popolo si esprime senza giri di parole? E perché temono così tanto questo popolo? Perché sanno bene che nelle sue profondità l’umanesimo, l’egualitarismo illuminato, il cosmopolitismo sradicato non trovano spazio. Sanno che all’interno del popolo «ignorante», lasciato a se stesso senza la supervisione delle «élite» sindacali, partitocratiche e giornalistiche, vivono ancora valori e aspirazioni che non corrispondono a ciò che si aspettano gli scribi, i tecnocrati, i politici e i sacerdoti.
Questi, che ricoprono il ruolo di “élite europee” ma non ne hanno la statura, preda del vuoto intellettuale e ideologico, si aggrappano alla vulgata occidentale come a un salvagente. La “destra” e la “sinistra” politiche fanno convergere i loro discorsi impoveriti nello stesso atlantismo social-liberale. Con sfacciataggine, la sinistra francese, dopo il prevedibile fallimento del proprio «socialismo», ne celebra il funerale discreto e si autoproclama portavoce del capitalismo e dell’individualismo, abbandonando definitivamente ogni discorso rivoluzionario. Nasce così, sul piano ideologico come sul terreno politico, una «sinistra-destra», il nuovo partito unico delle democrazie occidentali, che si riconosce nell’atlantismo, nella difesa dell’Occidente (tema un tempo proprio dei criptofascisti), nel reaganismo, nella filosofia sommaria dei diritti dell’uomo e nel conservatorismo.
Questo “asse sinistra-destra” ideologico e politico è caratterizzato non solo dal suo occidentalismo, ma anche dalla sua deriva antieuropea, mascherata da un antisovietismo di primo piano e da un discorso apparentemente filoeuropeo. L’obiettivo è negare all’Europa ogni specificità e ogni indipendenza, definendola una mera zona (e uno scudo) dell’Occidente atlantico.5
Ora accade che, senza dubbio per la prima volta nella sua storia, l’Europa non condivida più gli interessi dell’Occidente (culturali, geopolitici ed economici), e che sia diventato necessario un distacco tra l’Europa e l’Occidente di impronta americana. È proprio perché fa parte esclusivamente della civiltà occidentale — che un tempo era europea ma ora non lo è più — che l’Europa è entrata in decadenza. Le figure della decadenza europea sono note. Ricordiamole per la cronaca: questa civiltà, che è ancora praticamente la più densa e potente della Terra, giace, come un Gulliver incatenato, smembrata dal condominio sovietico-americano. Privata dell’indipendenza politica, futuro campo chiuso di uno scontro tra i due Super-Grandi, l’Europa vive con la prospettiva del proprio genocidio nucleare. Il «giorno dopo» non preoccupa, in realtà, i nostri due protettori. Vittima di una guerra economica che la deindustrializza, preda al centro della colonizzazione e dell’occupazione e, a ovest, della deculturazione e dello sfruttamento, l’Europa è anche in caduta libera demografica. In ogni ambito, dopo essere esplosa, l’Europa, come un buco nero, implode. Entra, come dopo la caduta di Roma, in una nuova era buia.
Ma la decadenza europea è meno grave e non sembra della stessa natura del “declino esplosivo” che affligge l’Occidente. Quest’ultimo, ripetiamolo, è il declino; porta in sé il deperimento di tutte le cose. Il declino di un organismo è senza rimedio, perché ne tocca le fondamenta e il principio. L’Occidente ha un principio, astratto: è l’ideologia (l’americanismo o il sovietismo, entrambe secolarizzazioni del cristianesimo). Ora, l’Europa non è un principio, ma un popolo, una civiltà, una storia, di natura viva e organica e non meccanica. In questo senso l’Europa è semplicemente in decadenza. Sta attraversando un’epoca buia dalla quale può riprendersi. È malata e può guarire attraverso l’autometamorfosi, mentre l’Occidente è incurabile perché non può metamorfizzarsi, poiché obbedisce a una logica lineare, ignara di ogni polimorfismo.
Come afferma lo storico Robert Steuckers, l’Occidente americano è l’alleanza tra l’Ingegnere e il Predicatore; l’Occidente sovietico è l’alleanza tra l’Ingegnere e l’Ideologo. Ora l’Ideologo e il Predicatore stanno perdendo, proprio in questo momento, la loro legittimità, il loro fascino, il loro incanto. L’opera dell’Ingegnere, che si fondava esclusivamente sull’equilibrio precario dei propri discorsi e che continua, ancora per un po’, per effetto di inerzia, il proprio percorso, è destinata a fallire nel lungo periodo perché non è più alimentata. L’Europa, d’altra parte, è l’alleanza tra l’Ingegnere e lo Storico. Il discorso di quest’ultimo — irrazionale, fondato sulle profondità dell’immaginario — può senza dubbio entrare in crisi come oggi, ma è inesauribile perché può rigenerarsi secondo il principio dionisiaco della perpetua efflorescenza. L’Europa è legata al discorso occidentale solo in via provvisoria. I suoi «principi di vita» sono molteplici: un popolo non deve la propria esistenza, a differenza dell’Occidente americano o sovietico, a un meccanismo ideologico, a una legittimità «politica» che deve essere incessantemente giustificata, o, peggio ancora, alla logica quantitativa dell’economia. Per sopravvivere, un vero popolo — come nel caso dell’Europa e di molte civiltà del «Terzo Mondo» — non ha nulla «da dimostrare». L’Occidente, dal canto suo, deve incessantemente «dimostrare»; ora, questo è proprio ciò che non è più in grado di fare…
La decadenza europea è legata agli effetti della civiltà occidentale, che si tratti di americanismo o di sovietismo. Ma, paradossalmente, il declino già iniziato di questa civiltà, anche se a prima vista sembra essere la causa della decadenza europea, costituirà, in una seconda fase, la condizione per una rigenerazione della cultura europea. La condizione per una rinascita europea va ricercata in un’autometamorfosi, come la nostra storia ne ha conosciute diverse: l’abbandono delle ideologie occidentali e la nascita di nuovi fondamenti che ancora non conosciamo, che non potranno che essere irrazionali e spirituali e che, a loro volta, dureranno solo per un certo tempo. Ma la civiltà normalizzata, avendo trasformato i propri principi spirituali fondanti in una moralità prosaica e normativa, non lascia più spazio alla creazione di valori mobilitanti. Il narcisismo diventa il destino degli individui che si isolano nel presentismo, di fronte a una società ormai autonoma, le cui norme non hanno altri fini se non se stesse. In queste condizioni, si possono considerare come un «ritorno del senso», come una risposta spontanea della società alle strutture normalizzanti, le molteplici manifestazioni contemporanee che, nelle loro «esplosioni», sembrano sconfiggere la trasparenza razionale dei discorsi e la freddezza dei meccanismi tecno-economici?
I recenti fenomeni di liberalizzazione dei costumi, la creatività dei gruppi che si presentano in “ritardo” rispetto a quanto la sociologia ritiene di scoprire in termini di nuovi tipi di relazioni umane, il diffuso movimento di ri-radicamento culturale che sembra preannunciare un risveglio delle culture popolari contro la cultura di massa mercantile, ecc. — tutto ciò fa presagire un rinnovamento di un “paganesimo sociale” contro la normalizzazione degli Stati del benessere? Oppure non stiamo assistendo alla nascita di «valvole di sfogo», come porosità nel corpo della norma attraverso le quali sfuggirebbero, in quantità programmate, energie potenzialmente pericolose che verrebbero recuperate e neutralizzate, trasformate in «distrazioni», riprodotte come «tempo libero»? È difficile rispondere.
Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la nostra epoca vede coesistere due fenomeni opposti: da un lato il rafforzamento delle norme tecno-economiche, dall’altro la liberazione delle moralità private. L’eteronomia sociale risponde all’autonomizzazione delle regole non economiche dell’esistenza. Questo parallelismo, che non è necessariamente frutto del caso, ci spinge a considerare con grande attenzione la funzione dei movimenti di liberazione e di innovazione dei costumi, senza tuttavia trascurare le speranze che essi possono anche suscitare. In ogni caso, per rispondere a questo desiderio di normalità — diventato effettiva normalizzazione — in cui l’ideologia occidentale ci rinchiude, sono incline a riporre maggiore speranza nei popoli piuttosto che nelle società: quei popoli messi in moto non dalle «vibrazioni» dei costumi, ma dai movimenti della storia. Ora, l’Europa, prima di essere una società, non è forse innanzitutto un popolo? Paradossalmente, la possibilità dell’Europa risiede forse nella sua vecchiaia, che può trasformarsi in giovinezza: l’Europa, toccata per prima dalla civiltà occidentale, sarà forse la prima a reagire contro di essa. In tal caso, la decadenza sarebbe un fattore di anti-declino, e la senescenza un fattore di esperienza e ringiovanimento: disillusi, tornati da ogni cosa, i neo-europei delle giovani generazioni che, nella loro «ignoranza colta», non vogliono nemmeno più sapere cosa significhino politica, democrazia, uguaglianza, diritti dell’uomo, sviluppo, ecc. , che non credono più nel volgare prometeismo delle mistiche socialiste o capitaliste, tornano, grazie a questa apparente depoliticizzazione, alle cose essenziali: «non vogliamo morire, insieme al nostro popolo, schiacciati da una guerra atomica in Europa la cui posta in gioco non è la nostra; non vogliamo “impegnarci” a destra o a sinistra, in un occidentalismo o in un sovietismo che sono solo le facce falsamente antagoniste dello stesso totalitarismo». Questo discorso è frequente tra i giovani. Tanto meglio; è quello dell’«Anarch» di Ernst Jünger. È un discorso rivoluzionario e impegnato sotto le apparenze del disimpegno e dell’incivismo. È l’atteggiamento dei neutralisti tedeschi, che non esprimono affatto una rassegnazione, ma una prodigiosa energia, l’eterna astuzia del popolo che sa che ci si può riprendere da un «regime politico» ma non da un olocausto.
La rinascita arborescente — astuta o inconsapevole — delle vitalità popolari di ogni genere contro il freddo ordine dei pianificatori o dei liberali, dei centralizzatori o dei decentralizzatori, dei politici, degli “umanisti”, dei sacerdoti, dei professori, dei socialismi, dei liberalismi, dei fascismi — e persino degli “anarchismi”… — contro i regolamenti, le reti, i programmi e i circuiti, contro l’uguaglianza e la disuguaglianza, la giustizia e la tirannia, la libertà e l’oppressione, la democrazia e il dispotismo, la società permissiva o il totalitarismo — in breve, contro tutti questi falsi opposti, queste false finestre delle ideologie occidentali il cui disegno comune è, come quello di Mosè nell’antichità, quello di imporre la propria Legge contro la vita e il reale — questa rinascita, dunque, costituisce oggi, in particolare nelle giovani generazioni, la principale forza di anti-declino. Al di fuori degli Stati e delle istituzioni ufficiali dei paesi occidentali, che oggi sono diventate forze di appassimento, si deve parlare di una resistenza popolare. Resistenza alle decadenze, allo statalismo sociale, ai piatti preconfezionati dell’angelismo umanitario e delle credenze progressiste, resistenza della saggezza dionisiaca di fronte alla follia prometeica dei livellatori — una resistenza multiforme di cui la crescente indifferenza verso la politica è solo un aspetto.
Questo vitalismo sociale non è un disimpegno, ma un impegno. In un mondo in cui tutto ciò che si vuole legittimo e istituzionalizzato fa appello al narcisismo di massa, al lavoro alienato, al presentismo, al macchinismo, allo sradicamento, nuove energie emergono spontaneamente e, nonostante le pressioni dei poteri e delle pedagogie, osano «fare musica senza solfeggio». Figli della decadenza, i neo-europei, nuovi barbari, non conoscono nemmeno più la vulgata del moralismo umanitario occidentale. Questo è l’effetto perverso — e dal nostro punto di vista quello positivo — del declino dell’educazione culturale in Europa: con il pretesto dell’uguaglianza e dell’universalismo, l’ideologia dominante ha trascurato l’insegnamento della cultura d’élite. Ma ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. Le giovani generazioni si ritrovano forse deculturate, private della memoria — che era l’obiettivo perseguito dai professori dello sradicamento — ma anche (il che è senza dubbio un evento considerevole) liberate dagli scolastici e dai tabù delle ideologie mortifere dell’Occidente. I grandi concetti sacri (Uguaglianza, Democrazia, Politica, Libertà, Economia, Sviluppo, ecc.), responsabili del declino, galleggiano ormai come cadaveri nel pantheon mentale delle giovani generazioni.
Allora si verificherà una delle due cose: o questa fine radicale della “cultura classica” (alla quale, nonostante tutto, appartengono tutte le attuali categorie politiche e tutta la mistica egualitaria dell’Occidente) darà origine solo al vuoto e all’immersione nel neoprimitivismo, oppure farà emergere la profondità purificata della psiche europea, quella profondità che scaturisce dal nostro “istinto greco”. Alla diagnosi apparentemente pessimistica della «fine della storia» che sembra toccare gli europei, si può senza dubbio obiettare che, a livello del quotidiano, dell’intensità della vita delle società, le «storie» continuano a dispiegare le loro strategie, e che non bisogna fare la Cassandra. Ma, private della dimensione «storica» (e non di quella «politica», poiché «politica», «individualismo» e «fine della storia» vanno di pari passo) della loro esistenza, spogliate di una prospettiva sovrana, le società europee potrebbero ancora conoscere, nelle loro dinamiche private e quotidiane, nell’energia segreta del popolo, «storie», avventure, impulsi creativi?
Nessuno può rispondere. Due indicatori positivi, due potenti fattori di rigenerazione, possono tuttavia essere individuati all’interno della decadenza stessa. Primo indicatore: la proliferazione dionisiaca di nuovi comportamenti sociali paralleli, secessionisti e sensuali, legati a una rinascita contemporanea dell’estetica europea, che aggirano le istituzioni, le conoscenze istituzionalizzate, le reti tecnocratiche, e che la sociologia di Maffesoli porta alla luce — costituiscono al tempo stesso il segno che la moralità regolamentata, che il borghismo tecnomorfo della civiltà occidentale (vale a dire del declino) si scontra con l’inerzia del popolo, ma anche che stiamo assistendo a una rinascita dell’immaginario, dell’irrazionale, delle forze quotidiane inconsapevoli del proprio potere. Queste forze sono quelle che danno alle nazioni i loro grandi artisti, i loro grandi imprenditori. Come il seme durante l’inverno, dobbiamo a tutti i costi sperare che le energie della società civile germoglino. Domani potrebbero essere fecondate da una sovranità a venire, se il Destino — che non rimane mai a lungo in silenzio — così decidesse.
Secondo indicatore. A questo fattore di rigenerazione interna si aggiunge un possibile motivo di rigenerazione esterna. Si tratta, paradossalmente, del grande “rischio” di vedere la civiltà progressista e globale dell’Occidente naufragare in una crisi gigantesca. Il declino latente diventerebbe, nel senso inteso da Thom, una catastrofe. Infatti, all’attuale periodo di auto-risoluzione delle crisi attraverso una fuga in avanti tecnologica, alla macro-stabilità del sistema occidentale, potrebbe benissimo succedere una destabilizzazione piuttosto brutale. Ci stiamo infatti dirigendo verso una fine di secolo in cui convergeranno evoluzioni il cui parallelismo è per il momento un fattore di «crescita» (canceroso), ma il cui incontro e fusione rischiano di essere la causa di un gigantesco squilibrio planetario. Queste «linee evolutive» sono: i crescenti squilibri economici provocati dallo «sviluppo» neocoloniale del Terzo Mondo; gli effetti cumulativi del congelamento geostrategico (status quo) imposto dalle superpotenze, combinati con la sofisticazione e la densificazione degli armamenti iperdistruttivi; il proseguimento del declino della democrazia sia in Occidente che in Oriente; l’ampliamento del divario demografico Nord-Sud; il divario tra popolazione e risorse nei paesi poveri; l’ascesa delle forze di autoaffermazione nazionale e religiosa nel Terzo Mondo, parallelamente al rafforzamento di una tecnostruttura mondiale; e così via.
La nostra epoca è dominata dalla minaccia di un “punto di rottura” che si profila all’orizzonte della fine del XX secolo, dove un’umanità sovraffollata si scontrerà con sfide convergenti di natura alimentare, ecologica, geopolitica e così via. Ormai, nessuna società tradizionale è in grado di risolverle. Il ritorno a un modello di civiltà “olistico” e antitecnologico è impossibile. Siamo condannati alla normalità occidentale? L’ambiguità della modernità è riconoscibile nel fatto che essa si afferma come unico rimedio ai mali che essa stessa ha provocato. Eppure — per citare solo l’esempio dell’economia — sarebbe interessante prestare ascolto alle nuove dottrine che tentano di risolvere questa contraddizione; esse ci sembrano di gran lunga più originali dell’impostura intellettuale del ritorno di Adam Smith sotto la maschera pubblicitaria dei «nuovi economisti».
Queste nuove dottrine a cui alludo, difese in Francia da François Perroux, André Grjebine, François Partant e altri, sostengono l’abbandono, non dell’industria e della tecnologia, ma della norma universale di un mercato planetario e di un sistema di scambio e produzione. Si pronunciano a favore della costruzione progressiva di zone «autocentrate», in cui le unità culturali, politiche, economiche e geopolitiche si sovrapporrebbero, dove il produttivismo mercantile, il contenuto dei «bisogni» umani e il ruolo dell’economia nella società verrebbero ripensati da cima a fondo. Il punto è, in un certo senso, concepire una modernità che non sia più globalmente normativa.
Brutale o progressista che sia, la vera crisi è davanti a noi. O porterà a un declino definitivo, al bacio dei megatoni, al grande sole nucleare che potrebbe benissimo illuminare la fine di questo secolo con il fuoco dell’olocausto dei vertebrati superiori; oppure, al di fuori di questa prospettiva al tempo stesso terrificante e altamente estetica, la civiltà occidentale, scontrandosi con questa «convergenza delle evoluzioni», non sarà più fisicamente in grado di continuare a funzionare. Non essendo riusciti a prevederla con serenità, saremmo allora costretti a organizzare, sull’orlo della tomba, l’autarchia economica, la post-democrazia — in breve, nuovi principi politici di vita in società. Questi principi non sarebbero certamente più quelli del progressismo occidentale. Ogni regione del mondo improvviserebbe la propria soluzione…
Allora, per evitare una simile improvvisazione, spetta forse agli intellettuali illuminati — coloro che oggi sfuggono ai grandi dogmi raggrinziti dell’umanesimo, del liberalismo, del socialismo, ecc. — riflettere su questi nuovi principi, sui valori postmoderni in grado di prendere il posto di questa lunga processione di illusioni che oggi si confondono con il declino e che ancora costituiscono, ahimè, il corpo di quella vulgata occidentale che funge da sapere per le élite europee.
Cfr. a questo proposito, Laurent Joffrin, La sinistra in via di estinzione(La sinistra in via di scomparsa), Seuil, 1984.
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Un archivio dedicato alla Nuova Destra Europea (ENR) a cura di Alexander Raynor. Mi occupo di tradurre opere dell’ENR, scrivere articoli sui concetti e le idee chiave dell’ENR e recensire libri dell’ENR.
La fase finale del secondo turno ha accentuato la polarizzazione tra i gruppi sociali e religiosi, con pressioni dell’ultimo minuto sulle comunità e sui social network. Secondo lui, con la gara così serrata, qualsiasi fattore potrebbe decidere l’esito. La situazione è talmente incerta che qualsiasi fattore potrebbe ora far pendere la bilancia a favore o contro, che si tratti di queste ultime 24 ore di campagna elettorale, del dibattito o della pioggia.
22.10.2026 Toledo: Il vantaggio di Flávio si è ridotto, ma il candidato resta il favorito
José Roberto de Toledo Il vantaggio di Flávio Bolsonaro nei sondaggi si è ridotto nelle fasi finali della campagna elettorale , ma il candidato è ancora considerato il favorito, secondo quanto riportato dal giornalista José Roberto de Toledo nel programma A Hora su Canal UOL.
I candidati alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro (PL) si presentano al dibattito di TV Globo di questo venerdì, il secondo e ultimo della campagna elettorale, con una maggiore disponibilità a discutere del futuro del Paese, ma senza rinunciare al confronto politico quando necessario. Dopo un confronto giudicato scadente e ricco di attacchi domenica scorsa, la valutazione degli addetti ai lavori di entrambe le campagne è che il tono sarà diverso.
23.10.2026 Meno provocazioni, più proposte? Flávio e Lula si preparano a evitare di ripetere gli errori del primo dibattito su TV Globo Dopo un incontro giudicato deludente e pieno di attacchi domenica scorsa, la valutazione delle persone vicine a entrambe le campagne è che il tono sarà diverso
Di Jennifer Gularte e Luisa Marzullo I candidati alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e Flávio Bolsonaro (PL) si presentano al dibattito di TV Globo di questo venerdì, il secondo e ultimo della campagna elettorale, con una maggiore disponibilità a discutere del futuro del Paese, ma senza rinunciare al confronto politico quando necessario.
Nel calcolo dei voti validi, utilizzato dalla Corte Elettorale per determinare il risultato elettorale e che esclude le schede bianche, le schede nulle e le risposte degli indecisi, i due candidati risultano in parità, con il 50% ciascuno. L’istituto ha intervistato 2.520 persone in questo sondaggio tra martedì (20) e giovedì (22).
22.10.2026 Datafolha: Flávio e Lula appaiono a pari merito con il 50% dei voti validi L’istituto ha intervistato 2.520 persone in questo sondaggio tra martedì (20) e giovedì (22)
Il sondaggio Datafolha , pubblicato giovedì 22, tre giorni prima del secondo turno, mostra Flávio Bolsonaro (PL) con il 47% delle intenzioni di voto, mentre il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) registra il 46%. I due candidati sono tecnicamente in parità. Tra gli intervistati, il 5% dichiara di votare scheda bianca o nulla, e il 2% è indeciso.
Nel calcolo dei voti validi, utilizzato dalla Corte Elettorale per determinare il risultato elettorale e che esclude le schede bianche, le schede nulle e le risposte degli indecisi, i due candidati risultano in parità, con il 50% ciascuno.
La Corte Elettorale sta discutendo la possibilità di limitare l’accesso ai canali WhatsApp politici con più di 200.000 follower nelle 48 ore precedenti la votazione. La portata formale sarebbe generale, ma l’impatto politico del divieto sarebbe disomogeneo: l’esercito di Lula, con oltre 7 milioni di iscritti, è diventato uno strumento centrale della reazione del Partito dei Lavoratori sui social media e nelle piazze, mentre il canale truppa di Flávio ne conta 2,5 milioni. Meta ha ammesso che i suoi filtri non sempre riconoscevano i candidati identificati dalla combinazione di nome e numero elettorale. Il Tribunale Elettorale Superiore ha ordinato correzioni e prove di parità di trattamento e, ieri, ha concesso 24 ore per valutare i provvedimenti. La Corte dovrebbe pronunciarsi nel corso della giornata.
21.10.2026 L’instabilità degli elettori aumenta e la Corte Elettorale Superiore (TSE) discute la possibilità di vietare i canali WhatsApp. In attesa di chiarimenti da parte di Meta, la Corte Elettorale Superiore ammette di aver limitato i canali WhatsApp a carattere politico con più di 200.000 follower nelle 48 ore precedenti le votazioni
Di Luiz Carlos Azedo Nella fase finale della campagna presidenziale, il numero e la volatilità degli elettori indecisi sono aumentati, forse perché la durezza degli attacchi tra i candidati ha provocato anche un maggiore distacco.
A quattro giorni dalle elezioni, il distacco tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) è di appena un punto percentuale, secondo un sondaggio Quaest commissionato da GLOBO e TV Globo. L’acuirsi della competizione si verifica in un contesto di crescente indecisione tra gli elettori, secondo il sondaggio spontaneo che misura il grado di convinzione di coloro che dichiarano il proprio sostegno all’uno o all’altro candidato: il numero degli indecisi è raddoppiato in una settimana, raggiungendo il 14%.
21.10.2026 Il rifiuto di Flávio, il timore del ritorno dei Bolsonaros, l’approvazione del governo: i segnali positivi per Lula nel sondaggio Quaest L’intensificarsi della disputa si verifica in un contesto di crescente indecisione degli elettori nel sondaggio spontaneo, che misura il grado di convinzione di coloro che dichiarano il proprio sostegno a un candidato o all’altro Di Caio Sartori, Julia Cople,Luis Felipe Azevedo ,Lucas Altoni, Luisa Marzullo, JenniferGularte e Victoria Azevedo, Rio de Janeiro e Brasilia Sondaggio Quaest: Flávio è al 45%, Lula al 44%; il divario si riduce a quattro giorni dalle elezioni.
A quattro giorni dalle elezioni, il distacco tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) è di appena un punto percentuale, secondo un sondaggio Quaest commissionato da GLOBO e TV Globo e pubblicato ieri.
La maggioranza assoluta del PP al Senato dopo le elezioni del 29 novembre è a rischio, secondo i sondaggi, a causa della decisione del PSOE e del Frente Amplio di presentarsi con liste congiunte alla Camera alta. Tale mossa ha avuto eco nella destra, che aspira non solo a confermare i propri risultati, ottenendo oltre il 50% dei 266 seggi. Il PP e Vox non possono più presentarsi in coalizione, poiché il termine per la presentazione delle liste è scaduto. Vox sta valutando di non presentarsi in diversi territori per non frammentare il voto e il leader del PP ha proposto di cedere seggi senatoriali regionali a Vox affinché quest’ultimo non si presenti in alcune circoscrizioni. Le proiezioni elaborate da EL PAÍS sono chiare: se Vox non si presentasse in 19 province, le sue possibilità di ottenere la maggioranza assoluta salirebbero al 90% e quelle di raggiungere i tre quinti dei seggi al 49%. Gli accordi sono importanti perché il sistema elettorale del Senato è fortemente maggioritario: premia il partito più votato in ogni provincia e annienta i terzi classificati.
21.10.2026 La maggioranza del PP al Senato dipende dal ritiro di Vox in 19 province Il controllo del Tribunale costituzionale scatena una dura battaglia per raggiungere i tre quinti dell’Assemblea. Vox sta valutando di non presentarsi in diversi territori per non frammentare il voto. Il sistema elettorale del Senato premia il partito più votato e schiaccia i terzi
Di B. ANDRINO / J. MARCOS, Madrid La maggioranza assoluta del PP al Senato dopo le elezioni del 29 novembre è a rischio, secondo i sondaggi, a causa della decisione del PSOE e del Frente Amplio di presentarsi con liste congiunte alla Camera alta.
Il Tribunale Costituzionale esaminerà il ricorso di tutela costituzionale presentato dal Difensore del Popolo contro la decisione della Corte Suprema di sospendere il diritto di voto dei beneficiari della «legge dei nipoti» in vista delle prossime elezioni generali del 29 novembre.
21.10.2026 IL VOTO ALL’ESTERO Il Tribunale Costituzionale (TC) cerca una «maggioranza consistente» sulla «legge dei nipoti» I magistrati di entrambi gli schieramenti del tribunale sostengono che il ricorso del Difensore del Popolo debba essere respinto in quanto prematuro. Conde-Pumpido circoscrive la competenza alla Corte Suprema mentre la questione è in fase di esame 163.020 naturalizzati. Questo è il numero di persone il cui diritto di voto potrebbe essere compromesso
Di ÁNGELA MARTIALAY MADRID Mercoledì, in seduta plenaria, il Tribunale Costituzionale (TC) esaminerà il ricorso di tutela costituzionale presentato dal Difensore del Popolo contro la decisione della Corte Suprema (TS) di sospendere il diritto di voto dei beneficiari della «legge dei nipoti» in vista delle prossime elezioni generali del 29 novembre.
La coalizione siglata tra la maggior parte dei partiti di sinistra per presentarsi con un’unica lista al Senato ha stravolto gli equilibri, aumentando le loro possibilità di conquistare seggi e riducendo, di conseguenza, quelle della destra. Per questo motivo i due partiti dello spettro conservatore stanno ora negoziando contro il tempo per trovare una «formula» che soddisfi entrambi e che ristabilisca l’equilibrio. Sulla base dei dati elettorali del 2023, la coalizione di sinistra avrebbe ribaltato le maggioranze al Senato. Una delle opzioni che si profilano è che Vox, il partito minoritario tra i due, rinunci a presentarsi in alcune circoscrizioni per invitare il voto della destra a concentrarsi sul PP. Il leader del PP ha lasciato intendere la sua offerta: concedere a Vox senatori di nomina autonoma in cambio della rinuncia da parte di quest’ultimo in alcune province.
21.10.2026 17 province senza Vox per annullare il patto di Sánchez Sulla base dei dati del 2023, solo così si potrebbe impedire la maggioranza assoluta della sinistra
Di PALOMA H. MATELLANO, MADRID A Genova e a Bambú, dove hanno sede il PP e Vox, in questi giorni si stanno facendo i conti. La coalizione siglata tra la maggior parte dei partiti di sinistra per presentarsi con un’unica lista al Senato ha stravolto gli equilibri, aumentando le loro possibilità di conquistare seggi e riducendo, di conseguenza, quelle della destra.
Feijóo vuole che il PP dia il massimo per lottare fino all’ultimo, anche nei collegi più difficili, come Lérida e Gerona. Il fatto è che il problema per non si chiama PSC, in Catalogna, né Junts ed ERC. O non solo. L’ostacolo per il PP è Vox. Il compito di Albiol è titanico. Migliorare i sei seggi di tre anni e mezzo fa; competere con Vox, da un lato, e con i socialisti e i gruppi indipendentisti, dall’altro; e strappare seggi a Lérida e Gerona. «Ci sono mancati quattro seggi per governare e due di essi erano proprio qui, a Lérida e a Gerona», gli ha ricordato Feijóo.
21.10.2026 Albiol punta a due seggi chiave di cui Feijóo ha bisogno in Catalogna Le difficoltà del Partito Popolare a farsi strada a Girona e a Lérida impediscono loro di ridurre il divario con il PSOE
Di Daniel Tercero, Barcellona «Le chiedo di percorrere tutta la Catalogna». Con queste parole, Alberto Núñez Feijóo ha affidato a Xavier García Albiol un compito titanico: far sì che il PP conquisti un seggio a Lérida e un altro a Gerona il 29 novembre. In altre parole, il candidato di Barcellona dovrà impegnarsi in tutta la regione.
Con l’obiettivo di ripulire la propria immagine in vista di elezioni in cui si misurerà la purezza della sinistra con diverse liste sul versante progressista, i socialisti hanno escluso dalle proprie liste i deputati che fino ad ora rappresentavano il partito e che possono essere considerati grandi proprietari immobiliari.
21.10.2026 Il PSOE esclude dalle liste i quattro deputati con il maggior numero di proprietà L’esclusione di Perea, Taibo, Mercadal e Martínez Salmerón, volta a rafforzare il discorso sulla questione abitativa durante la campagna elettorale, fa sì che Sánchez risulti il candidato socialista al Congresso che ricava il maggior reddito dagli affitti. Il presidente del Governo, Pedro Sánchez, sarà il candidato tra i deputati che hanno votato a favore dei decreti e che ricava il maggior reddito dalle proprie proprietà tramite gli affitti.
Di Joan Guirado La composizione delle liste del PSOE in vista delle prossime elezioni generali previste per il 29 novembre sta rappresentando un vero e proprio grattacapo per Pedro Sánchez.
A partire da questa settimana, secondo diverse fonti, l’Esecutivo avvia una serie di sedute – denominate internamente «martedì sociali» – che proseguirà senza interruzioni fino al 29 novembre. In ogni Consiglio dei Ministri è prevista l’approvazione di misure proposte dai vari dipartimenti governativi e rimaste in sospeso, al fine di portarle a termine prima delle elezioni. Con queste misure il Governo intende lanciare un chiaro messaggio politico: mentre Alberto Núñez Feijóo parla di «sacrifici» alludendo così a possibili tagli, vuol dimostrare che il suo progetto politico è completamente diverso e consiste nel continuare a migliorare i diritti e ad aumentare la spesa sociale nella misura consentita dai conti pubblici.
19.10.2026 Sánchez conclude il proprio mandato con decreti volti ad ampliare i diritti e i pacchetti sociali La Commissione permanente favorisce il raggiungimento di accordi per l’approvazione delle misure, poiché i voti di cui dispone Junts in seno a tale organo risultano irrilevanti
DI CARLOS E. CUÉ, Madrid Il Governo ha preso molto sul serio l’idea lanciata da Pedro Sánchez lo stesso giorno in cui ha indetto le elezioni. Ovvero, l’intenzione di «continuare a governare fino alle elezioni».
Elettori che si sono astenuti al primo turno o hanno votato per candidati di terzi partiti: come intendono posizionarsi questa domenica? Le campagne del senatore Flávio Bolsonaro (PL) e del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) stanno lavorando per ottenere il sostegno di questa fetta di popolazione. Il sondaggio commissionato da GLOBO e TV Globo ha indicato uno scenario di parità tecnica.
21.10.2026 Astensione, voti nulli e terze opzioni: come i voti del primo turno confluiscono verso Flávio o Lula Le campagne elettorali si stanno adoperando per conquistare il sostegno di questa fetta di popolazione nella fase finale della campagna A cura di O Globo — Rio de Janeiro
Nel bel mezzo di una corsa serrata in questo secondo turno, un sondaggio Quaest pubblicato la scorsa settimana ha mostrato come gli elettori che si sono astenuti al primo turno o hanno votato per candidati di terzi partiti intendono posizionarsi questa domenica.
Decenni dopo l’emanazione della legge sulla pena di morte, il programma di rilascio temporaneo è diventato un tema centrale nelle discussioni sulla sicurezza pubblica al Congresso Nazionale . La proposta di eliminare tale beneficio ha preso slancio in seguito ad episodi di violenza che hanno coinvolto detenuti che non hanno fatto ritorno in carcere dopo aver ottenuto l’autorizzazione al rilascio temporaneo. Nell’ultimo giorno utile per la presentazione delle osservazioni, il presidente Lula da Silva ha approvato la proposta, ponendo il veto su due disposizioni chiave: una che vietava le scarcerazioni temporanee per visite familiari e un’altra che eliminava la possibilità di lasciare il carcere per attività di reinserimento sociale.
21.10.2026 Criticato dalla destra, il programma di rilascio temporaneo fu creato durante la dittatura dal nonno di un alleato di Flávio Concepito fin dal 1984, il rilascio temporaneo fu istituito dall’ultimo presidente della dittatura
Nel dibattito sulla sicurezza pubblica, la liberazione temporanea dei prigionieri, nota come “saidinha”, è stata oggetto di critiche da parte degli ambienti di destra e affonda le sue radici nella dittatura militare brasiliana. Tale beneficio fu previsto dalla Legge sulle Esecuzioni Penali, promulgata nel 1984 dall’allora presidente João Batista Figueiredo, nonno di Paulo Figueiredo, alleato politico di Flávio Bolsonaro.
Il provvedimento, spesso messo in discussione dai parlamentari conservatori e associato a dispute politiche che coinvolsero il governo Lula (PT), fu inserito nella legislazione durante il regime militare che governò il Brasile tra il 1964 e il 1985.
Feijóo presenterà lunedì a Madrid il suo «Contratto con la Spagna», che intende fungere da «chilometro zero» del suo progetto per il Paese. Il leader del PP solennizzerà le sue promesse «personali e morali», al di là delle proposte programmatiche, in un atto che «rappresenta l’atto costitutivo della nuova era che avrà inizio il 29 novembre», secondo fonti del PP. «Si tratta di come intendiamo che debba essere esercitata la presidenza; è una dichiarazione di principi su come si debba esercitare il potere».
19.10.2026 Feijóo promette di «rafforzare» lo Stato e di garantire che il 50% della popolazione della Catalogna sia di origine spagnola Presenta il suo «Contratto con la Spagna» come «punto di partenza» per «risanare» le istituzioni
Di JUANMA LAMET MADRID L’11 febbraio 2009, Alberto Núñez Feijóo firmò un «contratto» con i galiziani in cui si impegnava a realizzare «14 obiettivi» qualora fosse stato eletto, affinché alla fine della legislatura potesse essere chiamato a renderne conto qualora non li avesse rispettati.
L’ascesa conservatrice prevista dal sondaggio si delinea seggio per seggio e, di conseguenza, provincia per provincia. È su questa scala che si spiega l’emorragia di deputati che il blocco progressista sta ora affrontando: Pedro Sánchez e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau – investita leader di Frente Amplio – perdono seggi rispetto a quelli ottenuti dal PSOE e da Sumar tre anni fa in 23 province spagnole, alle quali se ne possono aggiungere altre sei in cui la contesa è ancora aperta. In altre parole: la sinistra rischia di vedere ridotta la propria rappresentanza in più della metà del territorio nazionale.
19.10.2026 Crollo della sinistra su tutto il territorio nazionale: potrebbe subire sconfitte in 29 province Nella maggior parte dei casi, Vox trae vantaggio dalle perdite subite dal PSOE e dal Frente Amplio, rafforzando così il blocco di destra, che si impone nell’80% del Paese. Sánchez può vincere solo in cinque circoscrizioni, Feijóo, fino a 27. INDECISI: Gli ex elettori della sinistra sono quelli che, in questo momento, nutrono maggiori dubbi
DI PALOMA H. MATELLANO, MADRID Fino a una trentina di seggi che nella legislatura uscente appartenevano a deputati di sinistra passeranno a ricoprire leader di destra se, il prossimo 29 novembre, si avverrà quanto preannuncia l’ultimo sondaggio di Sigma Dos per EL MUNDO, condotto durante la prima metà di ottobre.
Il presidente e candidato alla rielezione Lula ha annunciato oggi di aver autorizzato il suo team legale a consegnare informazioni riservate su di lui, sulla first lady Janja e sui suoi figli, tra cui Lulinha, alla Corte Elettorale Superiore e alla Corte Federale Suprema. Secondo quanto affermato dalla campagna elettorale, la pubblicazione dei documenti riservati è subordinata alla stessa condizione che il senatore e candidato Flávio Bolsonaro faccia altrettanto.
20.10.2026 Lula afferma che consegnerà documenti riservati che lo riguardano, che riguardano suo figlio Lulinha e Janja, se Flávio farà lo stesso
Fi Bruno Luiz , Fabíola Cidral e Tatiana Farah, a San Paolo e Brasilia Il presidente e candidato alla rielezione Lula (PT) ha annunciato oggi di aver autorizzato il suo team legale a consegnare informazioni riservate su di lui, sulla first lady Janja e sui suoi figli, tra cui Lulinha, alla Corte Elettorale Superiore (TSE) e alla Corte Federale Suprema (STF).
Ci sono 26.864 seggi in cui sarebbe possibile cambiare il risultato semplicemente convincendo queste persone a votare per Lula. La piattaforma guida gli elettori a concentrare le proprie iniziative in queste zone e fornisce indicazioni su come parlare “faccia a faccia” con gli altri elettori. Le campagne presidenziali di Lula e del senatore Flávio Bolsonaro stanno sfruttando i social media per colmare il divario di 2,2 milioni di voti che li separa al primo turno. Per condurre questa battaglia, i sostenitori di entrambi condividono strumenti e siti web.
19.10.2026 Le campagne di Lula e Flávio utilizzano strumenti di guerra digitale Le piattaforme di intelligence e gli strumenti di condivisione del materiale elettorale di Lula e Flávio guadagnano terreno al secondo turno Di Victor Correia
Le campagne presidenziali di Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e del senatore Flávio Bolsonaro (PL-RJ) stanno sfruttando i social media per colmare il divario di 2,2 milioni di voti che li separa al primo turno.
Domenica, Band ha ospitato il primo dibattito tra i candidati alla presidenza della Repubblica che si contendono il secondo turno, il 25. È stato anche il primo confronto tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e l’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva (PT), dopo aver saltato i dibattiti del primo turno. Secondo gli opinionisti di GLOBO, Flávio Bolsonaro ha avuto la performance migliore , sebbene molto vicina a quella del candidato del PT. Lula è caduto nella trappola delle provocazioni di Flávio e ha proiettato un’immagine di impazienza e nervosismo. Flávio è stato addestrato a non rispondere assolutamente a nulla.
19.10.2026 Chi ha vinto il dibattito tra i due, Flávio Bolsonaro o Lula? Gli opinionisti di GLOBO esprimono le loro valutazioni. I candidati alla presidenza che si sfideranno al secondo turno il 25 si sono confrontati per la prima volta questa domenica
Dibattito presidenziale su Band: i commentatori di GLOBO commentano il primo incontro tra Lula e Flávio Bolsonaro. Dibattito sulla banda musicale: Sidônio affronta Flávio durante la pausa pubblicitaria, dopo che il senatore appare ripetutamente sullo sfondo dell’inquadratura di Lula. Domenica, Band ha ospitato il primo dibattito tra i candidati alla presidenza della Repubblica che si contendono il secondo turno, il 25. È stato anche il primo confronto tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e l’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva (PT), dopo aver saltato i dibattiti del primo turno. Secondo gli opinionisti di GLOBO, Flávio Bolsonaro ha avuto la performance migliore , sebbene molto vicina a quella del candidato del PT.
Flávio Bolsonaro a Morro do Cristo, a Salvador. Da lì i suoi sostenitori hanno marciato fino a Farol da Barra, dove si è tenuto un comizio elettorale per il senatore. Il candidato ha completato il percorso a bordo di un camion con impianto audio. Al suo fianco c’erano personalità politiche provenienti da fuori dello stato, come il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas (Republicanos), e il deputato federale Nikolas Ferreira (PL-MG). Questo evento rientra nelle attività della campagna elettorale del senatore in vista del secondo turno delle elezioni del 2026, che si terrà il 25 ottobre.
18.10.2026 Flávio Bolsonaro riceve il titolo di cittadino onorario di Salvador in una cerimonia al Farol da Barra Il senatore ha ricevuto l’onorificenza dal consigliere comunale Cezar Leite (PL), autore della proposta. Mettere
Di Sara Santos Il senatore e candidato alla presidenza Flávio Bolsonaro (PL-RJ) ha ricevuto sabato 17 il titolo di cittadino onorario di Salvador. Nel corso di una cerimonia svoltasi durante un evento politico al Farol da Barra , nella capitale di Bahia, il parlamentare ha ricevuto l’onorificenza dal consigliere comunale Cézar Leite (PL), autore della proposta.
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Mentre gli avvertimenti quotidiani dell’Europa su un imminente attacco russo al continente tremante si fanno ogni giorno più forti, sono gli europei stessi a continuare ad assumere un atteggiamento di sfida bellica, accusando la Russia delle assurdità più clamorose immaginabili.
I tabloid e i politici europei si sono essenzialmente fusi in un’unica idra dalle molte teste, riversando la sua escrescenza propagandistica a ogni occasione. Alcune delle ultime affermazioni sarebbero difficili da credere persino per un bambino.
Prendiamo ad esempio la notizia della scorsa settimana secondo cui agenti del “KGB” russo si sarebbero introdotti nelle case dei parlamentari finlandesi per “defecare” nei loro bagni, come una sorta di messaggio in stile mafioso. Allo stesso tempo, i media britannici accusavano Putin di far sborsare ai contribuenti britannici miliardi di sterline all’anno:
“La Russia è stata accusata di aver inviato agenti segreti a defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi, in una bizzarra escalation della sua guerra ibrida contro l’Occidente.”
Ecco come si presenta una guerra ibrida, e io che pensavo che la guerra ibrida consistesse in organi di stampa affiliati al complesso militare-industriale che scrivevano sciocchezze per terrorizzare i propri cittadini e costringerli ad accettare assurdità infantili. Che ingenuo che sono stato!
Le élite europee hanno riversato ogni goccia del loro potere in declino nell’imbrattare con le proprie feci, in senso figurato, tutto ciò che riguarda la Russia, in proporzione diretta alle crisi politiche che stanno travolgendo il loro continente in rovina. Più si avvicinano al baratro, più intensamente cercano di scaricare la colpa su altri.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ammesso apertamente questa settimana che nulla gli sta più a cuore della questione russa, né l’economia tedesca né il benessere del popolo tedesco:
L’eminente dirigente di BlackRock ha delineato con chiarezza la posizione di tutte le élite europee: la Russia rimane il loro principale punto di riferimento ancestrale e surclassa persino la Cina nella minaccia esistenziale che rappresenta per il Vecchio Ordine.
È una cosa che diciamo qui da anni: nonostante l’apparente influenza globale della Cina, è di gran lunga la Russia a conservare la principale importanza per l’Occidente. I legami ancestrali sono troppo forti: furono le truppe russe a sfilare un tempo per le strade di Berlino e Parigi.
Ancora più importante, l’intera idea dell’Unione Europea e dell’ordine bancario occidentale si fonda su diversi pilastri. Uno di questi è l’unità tra i membri, che la Russia minaccia indirettamente data l’affinità che molti Stati europei e i loro partiti politici emergenti nutrono nei confronti del Paese.
Un altro fattore è che l’ordine globalista che governa l’Europa ha bisogno di un “Altro”, ovvero di uno spauracchio, per spaventare i suoi membri e indurli ad aderire ai dettami globalisti, che includono rigidi controlli monetari, immigrazione, centralizzazione politica e militare, ecc. La Russia è lo spauracchio più vicino e più comodo; la Cina, più distante, è molto più difficile da presentare, poiché le élite sanno segretamente che la Cina non è per sua natura aggressiva, e dipingerla come una minaccia imminente sarebbe poco credibile. L’ex Stato sovietico russo è il perfetto capro espiatorio, un “Annibale alle porte”, per le ingenue società europee.
Ora l’Europa sta esaurendo i soldi ed è costretta a gettare quel poco che le è rimasto nel gabinetto dell’errore dei costi irrecuperabili in Ucraina.
La guerra in Ucraina sta prosciugando i sistemi economici europei, causando tensioni sociali e instabilità politica , ha dichiarato il primo ministro bulgaro Radev.
Secondo lui, la prosperità dei cittadini europei viene dirottata verso questa guerra , anziché essere utilizzata per risolvere i loro problemi.
Parigi e Milano sono in fiamme e, come al solito, la colpa è della Russia. Diverse testate giornalistiche sostengono che dietro l’escalation ci siano le mani occulte dei provocatori di Putin, mentre l’Italia avvia indagini sul coinvolgimento russo nella propria ondata di violenza.
Parigi brucia e i soldi affluiscono a Kiev. Coincidenza?
Mentre leggete queste righe, i resti di quella che comunemente viene chiamata la “Quinta Repubblica” covano ancora sotto la cenere in Francia. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza – le stime variano da 550.000 a 800.000. A Parigi, la folla si è avvicinata al Palazzo dell’Eliseo fino a 300 metri. A Limoges, il municipio, vecchio di 143 anni, è stato dato alle fiamme. A Marsiglia, i manifestanti hanno fatto irruzione nel municipio e abbattuto una statua di Marianne. Più di 1.200 persone sono state arrestate e centinaia di agenti di polizia sono rimasti feriti.
La scintilla è scattata con il bilancio 2027. Il governo vuole stringere la cinghia: congelare l’indicizzazione delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e aumenti delle tasse. Dato il debito pubblico di 3.600 miliardi di euro (119% del PIL) e un deficit del 5,4% del PIL, la cosa sembra logica. Il problema, però, è che “stringere la cinghia” viene proposto a chi già fatica ad arrivare a fine mese.
Ora parliamo dell’Ucraina. Senza allarmismi.
Dal 2022 al 2026, Parigi ha speso circa 26-27 miliardi di euro per Kiev. In media, si tratta di circa 6 miliardi di euro all’anno. Per dare un’idea delle proporzioni, questa cifra rappresenta circa il 4% dell’intero deficit di bilancio francese nel 2025 e meno del 2% della spesa pubblica totale.
La cifra non è catastrofica. Ma è irritante. Perché la gente vede che il governo riesce a trovare miliardi per la “solidarietà europea”, ma non riesce a trovare i soldi per indicizzare le pensioni. Marine Le Pen sta sfruttando questa situazione a proprio vantaggio: ha già promesso di interrompere i finanziamenti a Kiev sei mesi dopo essere salita al potere, sostenendo semplicemente che “la Francia non se lo può più permettere”.
Ed è qui che la situazione si fa interessante. Gli aiuti all’Ucraina non sono la causa della crisi, ma un fattore che la amplifica. Il bilancio francese era già in difficoltà ben prima del 2022. Ma quando i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle (gas +40%, diesel e benzina quasi +30%), e allo stesso tempo miliardi sono stati dirottati dallo stesso bilancio verso la politica estera, la pazienza della gente è giunta al limite. Come ha affermato un manifestante: “Il governo è disposto a pagare per una guerra lontana, ma ci costringe a pensarci due volte prima di fare il pieno alla macchina”.
Cosa succederà dopo? Tre possibilità.
Innanzitutto, una crisi prolungata fino alle elezioni del 2027. I sindacati hanno già annunciato nuove azioni di protesta. Ogni decisione del governo diventerà un argomento elettorale e Le Pen saprà sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
In secondo luogo, una vittoria per “l’ordine”. Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città. Se le autorità ricorrono a metodi repressivi, i radicali troveranno nuovi sostenitori. È un ciclo che la Francia ha già vissuto molte volte.
In terzo luogo, un ritiro silenzioso dall’Ucraina. Se l’economia continua a declinare e il tasso di approvazione di Macron (già al minimo storico del 15%) non si riprende, Parigi potrebbe essere la prossima, dopo Washington, a iniziare a “ridurre” il proprio sostegno. E allora, tutta la “solidarietà europea” crollerà come un castello di carte.
La morale della storia?
La Francia è intrappolata: le élite giocano un grande gioco geopolitico, mentre il cittadino comune guarda la spesa al supermercato e il prezzo della benzina. Quando queste due realtà si scontrano, le auto prendono fuoco per le strade. E nessuna “solidarietà europea” potrà spegnere quell’incendio.
A conferma di quanto affermato dall’autore, gli ultimi dati mostrano Le Pen in forte ascesa, spinto dal disgusto dei manifestanti nei confronti dello status quo:
Nel frattempo, la spinta verso la guerra contro la Russia si intensifica con l’aggravarsi delle crisi che attanagliano l’Europa. Ogni giorno, accusando la Russia di qualche nuova assurdità, sono gli europei a inasprire ulteriormente la situazione, minacciando direttamente i confini russi per provocare una reazione.
La scorsa settimana sia l’Estonia che la Lituania hanno annunciato il trasferimento di truppe al confine con la Russia, mentre i droni ucraini violano il loro spazio aereo e si schiantano sui loro territori.
Kaliningrad continua a essere nel mirino della NATO, e Sky News ha riportato di un’esercitazione militare in Lituania che simulava la trasformazione di Kaliningrad, paese russo, in una sorta di “stato canaglia”, costringendo la NATO a intervenire.
L’ultimo numero di Atlantic descrive nel dettaglio come gli stati baltici si stanno preparando alla guerra contro la Russia:
L’articolo analizza i molteplici modi in cui questi piccoli stati si illudono, cadendo nella sindrome di Davide contro Golia. Ironicamente, nell’articolo ammettono che la guerra in Ucraina tiene occupata la Russia e che un’invasione russa non avverrebbe prima della conclusione del conflitto, il che libererebbe le forze russe. Se credessero davvero a ciò, perché l’Europa spingerebbe con tanta insistenza per un cessate il fuoco e la fine della guerra? È una contraddizione che abbiamo già sollevato più volte.
Anche la Russia ne sta prendendo atto, e il suo principale consigliere per i diritti umani, Nikolai Patrushev, ha aggiunto che l’ombra di Londra incombe su queste iniziative:
Le accuse dell’Occidente si sono fatte ogni giorno più assurde: praticamente nulla è escluso per le élite europee in preda al panico pur di seminare il terrore e intensificare il sostegno militare e finanziario allo Stato ucraino morente. Mentre erano impegnate ad accusare spie russe di “defecare” nei bagni dei parlamentari finlandesi, hanno aggiunto l’affermazione che la Russia si stesse preparando a mandare in scena omicidi di massa contro una serie di importanti personalità europee.
La Svezia annuncia l’intenzione di bombardare direttamente la Russia in caso di un “attacco russo”:
Ma al di là della retorica bellicosa e della spavalderia, le élite europee hanno iniziato a comprendere, in silenzio, la disperazione della loro situazione e che vincere una spirale di escalation contro la Russia sta compromettendo il loro stesso destino continentale.
Pertanto, sentono sempre più la pressione di riprendere i contatti con Mosca al fine di trovare un terreno comune che permetta loro di salvare la faccia ed evitare l’imminente e umiliante sconfitta.
Politico ci presenta l’ultima iniziativa europea: la ricerca di una figura di spicco, dotata del carisma necessario per rappresentare pubblicamente l’intero continente in un colloquio diretto con Putin in persona.
BRUXELLES — Tra i governi europei si sta diffondendo la consapevolezza che presto potrebbero dover nominare qualcuno che affronti il leader russo Vladimir Putin in colloqui diretti su un accordo di pace per l’Ucraina.
Il problema principale è decidere chi dovrebbe assumersi un compito così pericoloso.
Si noti la strana scelta dell’aggettivo “pericoloso”. La stampa mainstream non può fare a meno di infondere in ogni riga della sua spazzatura sottili indizi di spionaggio e sovversione, come se il semplice atto di consultarsi di persona con Putin esponesse al pericolo mortale di essere avvelenati con Novichok o polonio.
Un aspetto che l’articolo sottolinea correttamente è che Putin “ignora” l’Unione Europea come autorità e, giustamente, si rifiuterebbe di trattare con Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come rappresentanti di qualcosa di più di un mero mero atto burocratico. Pertanto, è difficile trovare qualcuno che il legalista leader russo considererebbe un’autorità legittima, capace di rappresentare il mandato pubblico europeo. Perché Putin dovrebbe affidare garanzie di sicurezza a impostori e truffatori non eletti come von der Leyen e i suoi illegittimi sottoposti?
Ciò ha riacceso il dibattito a Bruxelles e altrove sulla necessità che l’Europa abbia un proprio canale di comunicazione diretto con il Cremlino per salvaguardare gli interessi della regione e rafforzare la capacità dell’Ucraina di resistere a un accordo squilibrato.
“Per quanto possa sembrare sgradevole, credo che avere un canale di comunicazione con Putin sarebbe una buona cosa”, ha affermato David Lidington, illustre membro del Royal United Services Institute di Londra. “Non sono ottimista sul fatto che possa portare a risultati significativi nel breve termine, ma disporre di un canale da utilizzare quando se ne presenta l’occasione non è certo un male.”
Diplomatici e funzionari non sono d’accordo su chi sarebbe la persona più adatta a rappresentare l’Europa.
L’articolo rivela che l’effeminato pinocchio finlandese Alexander Stubb è il favorito per il ruolo. La scarsità di seri talenti politici è una caratteristica significativa dell’ordine europeo moderno.
Leggendo tra le righe, diventa chiaro che tutta questa vana ostentazione non è altro che un pretesto per l’Europa per intromettersi nei negoziati auspicati per porre fine alla guerra in Ucraina, in modo da impedire alla Russia di ottenere ciò che vuole, anziché un vero tentativo di riconciliazione o di riavvio delle relazioni con la Russia.
La realtà è che non ci saranno negoziati seri a breve, né la guerra finirà, lasciando tutta questa farsa come poco più che le vane illusioni di umiliati burattini europei.
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Marco Rubio fraintende ciò che rende grande l’Occidente
Il suo discorso in Grecia esaltava il potere e la forza, trascurando l’idea rivoluzionaria dei diritti universali.
Di Fareed Zakaria, conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions.
Un uomo in abito scuro e cravatta blu è in piedi su un podio di legno recante lo stemma del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con sullo sfondo antiche rovine in pietra situate sulla cima di una collina rocciosa, illuminate da una luce calda.
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16 ottobre 2026, ore 10:01
In un discorso ben scritto pronunciato la scorsa settimana sullo splendido sfondo dell’Acropoli di Atene, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato l’Occidente a riscoprire ciò che lo rende eccezionale. Ha descritto le qualità che definiscono la civiltà occidentale come «il fuoco della passione, la forza, il coraggio, l’orgoglio» e ne ha celebrato l’ambizione, il nazionalismo e l’incessante ricerca dell’eccellenza. Ha ammonito che l’Occidente si è vergognato proprio di quelle cose che lo hanno reso grande.
Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente ha talvolta perso fiducia nelle proprie tradizioni e nei propri ideali — e che non dovrebbe farlo. Ma lo stesso Rubio sembra profondamente confuso su ciò che rende l’Occidente eccezionale.
Si considerino le qualità che egli esalta: coraggio, forza, ambizione e orgoglio. Gengis Khan possedeva tutte queste qualità in abbondanza. Lo stesso valeva per gli imperatori persiani, gli zar russi e i sovrani della Cina imperiale. Ogni grande civiltà ha celebrato i propri guerrieri, glorificato le proprie conquiste e creduto nella propria superiorità.
Ciò che contraddistingue davvero la civiltà occidentale non è la sua potenza militare né l’orgoglio nazionale, bensì le sue tradizioni intellettuali e politiche. Dalla filosofia greca e dal diritto romano, passando per il cristianesimo, fino alla rivoluzione scientifica e all’Illuminismo, l’Occidente ha sviluppato un corpus di idee che ha messo in discussione l’esercizio arbitrario del potere. La ragione, l’indagine scientifica, la libertà individuale, la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani universali sono diventati elementi centrali della civiltà occidentale e l’hanno resa unica.
Altre culture hanno tradizioni di moralità, giustizia e dignità umana. Ma in Occidente, queste idee si sono evolute in proposizioni politiche rivoluzionarie: che ogni essere umano possiede determinati diritti semplicemente in virtù del fatto di essere umano, che i governi esistono per garantire tali diritti e che nessun governante o tradizione è al di sopra di ogni controllo. La caratteristica più radicale di questi principi — ispirati in parte dal cristianesimo — era la loro universalità. Si applicavano non solo agli occidentali ma, in linea di principio, a tutti.
Si pensi alla schiavitù. L’Occidente ha praticato la schiavitù su vasta scala e in modo brutale, come del resto ha fatto praticamente ogni grande civiltà della storia. Ma l’Occidente ha anche dato vita a un potente movimento abolizionista, attingendo alle credenze cristiane, agli ideali dell’Illuminismo e alle lotte degli stessi schiavi. Le società occidentali hanno sviluppato principi che potevano essere utilizzati per condannare la propria condotta.
Allo stesso modo, per secoli le società occidentali hanno trattato le donne e le minoranze religiose e razziali come cittadini di seconda classe, così come ha fatto la maggior parte delle altre civiltà. Ma le idee occidentali sull’uguaglianza e sui diritti individuali hanno contribuito a dare vita a movimenti per il suffragio femminile, la tolleranza religiosa e i diritti civili. Questi movimenti non hanno respinto gli ideali più alti dell’Occidente. Hanno preteso che l’Occidente fosse all’altezza di essi. Il reverendo Martin Luther King Jr. fece appello all’idea della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui «tutti gli uomini sono creati uguali» proprio perché quella promessa era universale, anche se la società americana l’aveva ripetutamente tradita.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con i giornalisti mentre partecipa alla prima mondiale del film “Melania” della Amazon MGM Studios al Kennedy Center di Washington il 29 gennaio.La vera «cancellazione della civiltà» sta avvenendo in AmericaL’espansione del potere statale voluta da Trump mina il risultato fondamentale dell’Occidente: i limiti all’autorità.Argomento |Fareed Zakaria
Lo stesso vale per l’imperialismo. Quasi tutte le grandi potenze hanno cercato di estendere il proprio dominio. L’Occidente ha avuto un successo straordinario in questo senso, e non si può che rimanere stupiti dalla sua enorme portata. Ma le società occidentali hanno anche finito per riconoscere i diritti dei popoli colonizzati, mettendo in discussione la moralità della conquista e ammettendo la brutalità del dominio coloniale. Questa capacità di autocritica non è una debolezza. È uno dei maggiori punti di forza dell’Occidente il fatto di sapersi spingere a essere all’altezza dei propri ideali. È anche, in parte, l’uso incessante della ragione che ha permesso all’Occidente di guidare il mondo nella scienza e nelle scoperte.
E questo ci porta forse al punto più importante che Rubio trascura: la straordinaria influenza dell’Occidente sul mondo moderno non deriva semplicemente dalle conquiste militari o dal dominio economico. Deriva piuttosto dal fascino intellettuale delle sue idee. Il potere occidentale è stato spesso oggetto di risentimento, resistenza e, in ultima analisi, espulsione. Eppure gli ideali associati all’Occidente sono sopravvissuti perché le persone di ogni parte del mondo possono farli propri.
Gli inglesi governarono l’India per quasi due secoli, spesso ricorrendo allo sfruttamento, alla repressione e alla violenza. Eppure, quando gli indiani conquistarono l’indipendenza, non rinnegarono la democrazia parlamentare, il governo costituzionale, la magistratura indipendente né lo Stato di diritto. Abbracciarono queste istituzioni, le adattarono e le combinarono con le proprie tradizioni. L’India ha adottato il suffragio universale per gli adulti sin dalla nascita della sua repubblica, un impegno straordinario a favore dell’uguaglianza politica in un paese povero e in gran parte analfabeta. Questo è il potere straordinario delle «idee universali» formulate dall’Occidente: chiunque può farle proprie e acquisire potere grazie ad esse.
Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente dovrebbe essere orgoglioso della propria storia e delle proprie conquiste. Tuttavia, sebbene gli aspetti su cui Rubio pone l’accento — forza, coraggio e gloria nazionale — rendano effettivamente potente l’Occidente, non sono questi a renderlo rivoluzionario. La sua conquista più duratura non sta nell’aver conquistato territori, costruito eserciti potenti e monumenti o prodotto ricchezza. L’Impero Ottomano fece tutte queste cose.
Ciò che rende l’Occidente eccezionale è la sua capacità di superare le ristrette rivendicazioni della tribù, della nazione e dell’impero, e di sviluppare idee sulla libertà, l’uguaglianza e la dignità umana in grado di parlare a tutti i popoli, ovunque. L’Occidente ha conquistato gran parte del mondo con la forza. Ma ha cambiato il mondo attraverso le idee. Mi auguro che il segretario di Stato degli Stati Uniti celebri queste idee e che questa amministrazione si dimostri all’altezza di esse.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul “Washington Post” e ripubblicato qui nell’ambito di una regolare diffusione degli articoli di Fareed Zakaria.
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Fareed Zakaria è il conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions. Scrive una rubrica settimanale sul Washington Post, pubblicata anche su Foreign Policy. X: @FareedZakaria
La “civiltà occidentale” è un messaggio subliminale del movimento MAGA
Rubio sbaglia a citarlo come fondamento dell’alleanza degli Stati Uniti con l’Europa.
Di Philip H. Gordon, ricercatore della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio lascia Monaco dopo aver partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 15 febbraio.
Il discorso del Segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno ha fornito agli europei preoccupati una certa rassicurazione sul fatto che gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, fossero ancora impegnati nella loro alleanza di sicurezza con l’Europa. Dopo che l’amministrazione Trump aveva seminato per mesi dubbi sulla validità della garanzia di difesa prevista dall’articolo 5 della NATO, pubblicato una Strategia di Sicurezza Nazionale che invitava a «coltivare la resistenza» all’«attuale traiettoria dell’Europa» e aveva persino lanciato velate minacce di ricorrere alla forza militare per acquisire la Groenlandia, Rubio ha sottolineato che il partenariato con l’Europa rimane un interesse centrale degli Stati Uniti.
Questa era la buona notizia. La cattiva notizia è che la base di questa partnership proposta non è più la minaccia russa, un interesse comune nella difesa dell’ordine mondiale o i valori condivisi dalle democrazie liberali — pilastri che hanno ben servito americani ed europei per decenni. L’amministrazione Trump invoca invece ora un’alleanza fondata su una “civiltà occidentale” mal definita che, secondo quanto sostiene, deriva da «secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici [dei] nostri antenati». A parte la sua vaghezza e incoerenza come concetto, la civiltà occidentale è una base terribile su cui fondare l’alleanza più longeva e importante del mondo.
Mettiamo da parte, se possibile, quanto ciò sia offensivo per i milioni di americani ed europei che non condividono la “fede cristiana” o la “cultura e il patrimonio” comuni a cui Rubio fa riferimento, o quanto sia offensivo per i milioni di vittime del colonialismo in tutto il mondo, che non possono che indignarsi quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti elogia «civiltà che si estende su più continenti, ha attraversato gli oceani ed è sopravvissuta per migliaia di anni» e dichiara che «la civiltà occidentale deve abbracciare la sua nobile eredità se vuole invertire il proprio declino». Con il pretesto di presentare una base per il partenariato transatlantico, il concetto di «civiltà comune» suona più come un segnale subliminale rivolto ai sostenitori dell’agenda MAGA di Trump e come un appello ai suoi sostenitori populisti in Europa, alcuni dei quali sono tanto ostili agli Stati Uniti quanto solidali con la Russia.
Ma l’amministrazione Trump non sta solo cercando di elevare la “civiltà comune” a nuova base del partenariato. Sta contemporaneamente abbandonando i pilastri tradizionali di quel partenariato, che oggi sono più attuali che mai. Questo dovrebbe preoccupare gli europei.
Ad esempio, mentre la terribile aggressione della Russia contro l’Ucraina entra nel suo quinto anno, verrebbe da pensare che difendersi dalla minaccia proveniente da Mosca – la missione originaria della NATO – rimanga lo scopo centrale dell’alleanza atlantica. Infatti, il giorno prima che Rubio intervenisse a Monaco, il capo dei servizi segreti tedeschi, Martin Jager, ha tracciato un quadro straziante della «guerra ibrida» russa contro l’Europa, che va ben oltre l’Ucraina o le minacce militari convenzionali. Essa comprende interferenze elettorali, campagne di disinformazione, sabotaggi, tentativi di assassinio, spionaggio, attacchi informatici e attacchi con droni.
Eppure, lungi dal sollevare preoccupazioni riguardo a tale minaccia o dal presentare un piano per affrontarla, Rubio non ha nemmeno menzionato la Russia nel suo discorso. Né ha parlato dell’interesse americano a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione non provocata e ancora in corso da parte della Russia. Nel frattempo, Trump, dopo aver già interrotto ogni forma di assistenza militare e finanziaria diretta degli Stati Uniti all’Ucraina, continua assurdamente a incolpare l’Ucraina per la guerra e a esercitare pressioni affinché si «sbrighi» a concludere un accordo, senza dire quasi nulla sulla minaccia russa. Infatti, nella visione civilizzazionalista di Trump, la Russia del presidente Vladimir Putin potrebbe essere vista come parte dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa piuttosto che come la più grande minaccia alla sicurezza che essa deve affrontare. Se alla base dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa vi sono storia, cultura e origini comuni, dove, esattamente, inizia e finisce tale impegno?
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno inoltre iniziato a ridimensionare — e persino a denigrare — il sostegno alle regole, alle norme e alle leggi internazionali. Nel suo discorso a Monaco, Rubio ha contrapposto il “cosiddetto ordine globale” agli interessi nazionali degli Stati Uniti, come se uno dei loro interessi nazionali fondamentali non fosse proprio l’ordine globale, mentre Elbridge Colby, un alto funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense, ha liquidato l’“ordine basato sulle regole” come un’“astrazione da castello in aria”. ” In tali osservazioni era implicito che ricorrere all’alleanza per difendersi da “astrazioni” come il principio di non modificare i confini con la violenza, come sta cercando di fare la Russia in Ucraina, fosse di minima importanza.
Una simile prospettiva rappresenta un ulteriore passo verso l’avallo di un mondo in cui la forza fa da legge, dove l’aggressione da parte delle grandi potenze — e non solo degli Stati Uniti — non incontrerebbe alcuna opposizione. Se l’ordine globale non vale la pena di essere difeso, allora perché la Cina non dovrebbe semplicemente annettersi Taiwan o il Mar Cinese Meridionale, e perché la Russia dovrebbe astenersi dall’annettersi l’Ucraina? Nelle sue schiette osservazioni al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, all’inizio di quest’anno, il primo ministro canadese Mark Carney ha sottolineato che l’«ordine basato sulle regole», spesso dichiarato come fondamento delle decisioni politiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, era «parzialmente falso». Su questo aveva ragione, ma allo stesso tempo era anche «parzialmente vero». Un mondo in cui regole, norme e leggi non abbiano alcun ruolo negli affari internazionali è più pericoloso sia per gli americani che per gli europei — come entrambi hanno tragicamente scoperto nei decenni che hanno preceduto l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti instaurato dopo il 1945.
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio gesticola mentre parla durante una conferenza stampa di fine anno nella sala stampa del Dipartimento di Stato a Washington, DC, il 19 dicembre 2025.Cosa ha ragione (e cosa no) Rubio riguardo all’emisfero occidentaleWashington deve competere con determinazione nel proprio cortile di casa senza fare affidamento esclusivamente sulla forza. Governo ombra |Juan S. González
L’amministrazione Trump si è dimostrata altrettanto sprezzante nei confronti dei valori transatlantici condivisi — almeno quelli liberali, come il sostegno alla democrazia e alla libertà, che un tempo costituivano il fondamento dell’alleanza — come base per la collaborazione. A Monaco, Colby ha liquidato i richiami a tali valori definendoli «osanna o slogan» e ha persino ammesso candidamente che la maggior parte dei valori europei potrebbe non essere condivisa dalla «nostra parte dello spettro politico», riferendosi ai repubblicani sostenitori di Trump. Il fatto che Rubio sia partito in jet dopo il suo discorso alla volta di Budapest per dare il proprio sostegno al leader ungherese autoritario, filorusso e antieuropeista, Viktor Orbán, ha confermato che l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sostenuta dall’amministrazione Trump non è quella che la maggior parte degli attuali leader o dell’opinione pubblica europea ha in mente.
Già prima di Monaco, la maggior parte degli europei era giunta alla conclusione, seppur a malincuore, che gli Stati Uniti, il loro partner strategico, economico e morale più stretto da oltre 80 anni, non fossero più impegnati in quel partenariato. La minaccia di ulteriori dazi in tutto il continente e di una potenziale conquista della Groenlandia con la forza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo molti europei a prepararsi a un mondo in cui non potranno più contare sugli Stati Uniti. Di conseguenza, la fiducia negli Stati Uniti è crollata: i sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza degli europei ha ora un’opinione sfavorevole del Paese e non lo considera più un alleato. Inoltre, il turismo verso gli Stati Uniti sta crollando, studiosi e scienziati stanno cercando di studiare e fare ricerca altrove, e i leader parlano di ridurre i rischi per le loro economie e la loro sicurezza non rispetto a Pechino, ma rispetto a Washington.
È comprensibile che gli europei continuino a cercare disperatamente di preservare un partenariato di sicurezza con gli Stati Uniti. Attualmente, da soli, non dispongono delle risorse militari necessarie per difendersi dalla Russia, e ci vorrà molto tempo prima che ne dispongano. La deterrenza nucleare statunitense estesa all’Europa non può essere facilmente sostituita, e anche aiutare l’Ucraina a impedire un’occupazione russa senza un sostegno militare, finanziario e di intelligence costante da parte degli Stati Uniti sarà difficile. Per questi motivi, qualsiasi riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’importanza dell’Europa e qualsiasi espressione di sostegno statunitense all’alleanza sono ben accetti.
Ma gli europei non dovrebbero farsi illusioni. Mentre l’amministrazione Trump abbandona i pilastri della vecchia alleanza, propone ora di sostituirli con una visione di partenariato basata su un «patrimonio comune» tanto mitico quanto insostenibile. La maggior parte degli europei non se la beve, né dovrebbe farlo.
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Philip H. Gordon è titolare della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution. Ha ricoperto diversi incarichi di alto livello nel governo degli Stati Uniti, tra cui, più recentemente, quello di consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente nell’amministrazione Biden-Harris. X: @PhilGordonDC
Il discorso di Marco Rubio a Monaco è più pericoloso di quanto si pensi
Ciò che il segretario di Stato americano ha messo a nudo riguardo alla visione del mondo di Trump.
Non appena Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha concluso il suo discorso l’altro giorno alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, gli opinionisti su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno iniziato a discutere degli applausi che ne sono seguiti.
Per alcuni, la standing ovation esprimeva un sincero sollievo per il fatto che Rubio non avesse parlato con lo stile minaccioso del suo capo, il presidente Donald Trump, né con la spavalderia offensiva del vicepresidente J.D. Vance, che un anno prima aveva tenuto un discorso a Monaco. Per altri, non era altro che la risposta cortese di un’élite europea che ha abbandonato le illusioni su una visione condivisa del mondo e vuole semplicemente ridurre al minimo gli attriti con Washington, mentre le due parti si allontanano sempre più.
A mio avviso, entrambe le reazioni sono state premature. È vero, Rubio si è sforzato di affermare la sopravvivenza di un progetto comune tra Europa e Stati Uniti. Ma poiché i modesti gesti compiuti da questa amministrazione verso ciò che è stato a lungo considerato la normalità nelle relazioni internazionali sono stati spesso seguiti da violazioni senza precedenti dell’ordine globale — come le recenti e ripetute minacce di Trump di annettere la Groenlandia dopo dichiarazioni blande e concilianti sulla NATO — ho aspettato di vedere cosa sarebbe successo.
A conti fatti, non è stato Trump in persona, bensì Rubio — ampiamente applaudito — a fornire il seguito più significativo al discorso di Monaco; e sebbene la stampa statunitense ne abbia parlato poco, si è trattato di un fatto profondamente allarmante.
Dopo Monaco, Rubio si è recato in Ungheria, dove ha espresso l’allineamento di Washington con Viktor Orbán, il primo ministro profondamente autocratico del Paese, dicendogli che il successo dell’Ungheria era il successo degli Stati Uniti. È difficile immaginare come ciò possa rassicurare i principali alleati statunitensi in Europa, tutti fermamente impegnati a favore del liberalismo democratico. Peggio ancora, Orbán, oltre a minare lo stato di diritto democratico in Ungheria, è un convinto etnonazionalista.
Ormai è stato ampiamente affermato che la seconda amministrazione Trump sta conducendo un attacco alle norme democratiche negli Stati Uniti. Molti dei difensori di Trump lo negano, ma è difficile interpretare l’alleanza con Orbán, affermata con tanto entusiasmo, come qualcosa di meno di una dichiarazione d’intenti autoritaria. Il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump ai partiti di estrema destra in Europa va di pari passo con i suoi sforzi volti a minare le norme democratiche sul proprio territorio, sia che si tratti di diffondere false accuse di brogli elettorali passati, di proporre il controllo federale sulle elezioni, di accennare a un possibile terzo mandato di Trump, o di suggerire – come ha fatto Vance – che l’esecutivo non debba essere vincolato da sentenze giudiziarie sfavorevoli.
La convergenza tra ciò che si potrebbe definire “Orbanismo” e “Trumpismo” era già evidente nel discorso di Rubio a Monaco, anche se è passata quasi inosservata. Gli europei, e in effetti molti americani che auspicano una maggiore continuità nella politica estera del proprio Paese, potrebbero aver abbassato la guardia troppo in fretta, lasciandosi trasportare dal clima di compostezza che regnava alla conferenza. Ciò che gli analisti su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero dovuto fare era collegare i puntini.
Nel suo discorso, Rubio ha sottolineato i punti in comune insiti nelle relazioni transatlantiche, ma ha sbagliato su quasi tutti i dettagli — e per di più ha assunto un tono paternalistico. Orban a parte, le società europee rimangono in gran parte impegnate a favore della democrazia partecipativa, delle libertà individuali e dello Stato di diritto. Gli americani che credono nella democrazia nel proprio Paese dovrebbero sperare che ciò continui ad essere così. Un giorno potrebbero essere proprio gli europei a lanciare l’appello che esorti gli americani a ritrovare il buon senso e, con esso, le tradizioni che sono state spesso considerate norme occidentali.
Nel frattempo, un compito fondamentale è quello di analizzare a fondo le implicazioni del consiglio di Rubio all’Europa, e di farlo in modo meticoloso, al fine di metterne in luce le contraddizioni e le implicazioni preoccupanti. Il punto di partenza migliore è la denuncia fatta da Rubio a Monaco di Baviera riguardo a «un’ondata senza precedenti di migrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli».
Questa affermazione faceva parte dell’appello lanciato da Rubio affinché l’Europa difendesse la civiltà occidentale — ma solo quella immaginaria, strettamente allineata all’etnonazionalismo bianco e cristiano di Orbán. Proprio come alcune dichiarazioni occasionali dell’amministrazione che lasciano intendere che gli Stati Uniti siano stati in gran parte costruiti da coloni bianchi, essa si basa su un’intenzionale fraintendimento della storia, se non su pura ignoranza.
Gli europei si trovano a fare i conti con la prospettiva di un declino demografico in questo secolo su una scala che non si vedeva dai tempi delle due guerre mondiali. La Germania, ad esempio, secondo le proiezioni perderà quasi il 5 per cento della sua popolazione entro il 2050, lasciando una società sempre più sbilanciata verso gli anziani e con una carenza di giovani in età lavorativa. Il consiglio dell’amministrazione Trump è quello di rafforzare i confini europei e di puntare con ancora maggiore determinazione su una falsa concezione dell’Europa come luogo di identità nazionali fisse, radicate nella razza bianca, negli stereotipi popolari del XIX e dell’inizio del XX secolo e nel cristianesimo come standard universale.
La nuova enfasi sul cristianesimo — sostenuta da Rubio e Vance, oltre che da alcuni editorialisti americani — non mira semplicemente a escludere i musulmani, come si potrebbe sospettare. Alcuni dei suoi sostenitori la considerano parte di un arsenale di strumenti revivalisti volti a ripristinare i presunti valori familiari e ad aumentare i tassi di fertilità, garantendo così la sopravvivenza della razza bianca di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo.
I tassi di fertilità sono in forte calo in tutti i paesi ricchi. Nonostante gli sforzi, che comportano costi ingenti, nessun paese ricco — né la Cina, che ha saputo coniugare una rapida crescita economica con un potere autocratico altamente concentrato — è riuscito a trovare un modo per invertire questa tendenza. E difficilmente ci riuscirà nemmeno un appello al cristianesimo promosso dal governo.
Ci vuole curiosità per scoprire i fatti relativi alle storie nazionali europee — e la verità non solo è più interessante, ma anche ostinata. Si pensi all’immaginario folcloristico delle identità europee fisse. Molti degli attuali Stati-nazione europei hanno iniziato ad acquisire le loro forme contemporanee e una parvenza di omogeneità linguistica e culturale solo nella tarda modernità, in particolare nel XX secolo. Prima di allora, le identità erano molto più localizzate e fluide, e la migrazione era la norma.
È particolarmente sorprendente che lo Stato europeo che abbia assunto una posizione in netto contrasto con la visione del mondo di Trump riguardo alla minaccia che l’immigrazione rappresenta per la sopravvivenza culturale e razziale dell’Europa sia proprio la Spagna.
Questa nazione iberica non solo è stata profondamente plasmata dall’immigrazione di popoli non cristiani nel passato, ma è stata anche conquistata e governata dai musulmani per secoli. Certo, è successo molto tempo fa, ma l’esistenza stessa di una nazione di lingua spagnola si deve tanto all’adattamento quanto alla riconquista cattolica che si concluse nel XV secolo. Ciò testimonia la resilienza delle culture locali e la fluidità intrinseca alle vicende umane.
At bottom, the Trump view that Europe should erect high barriers to immigration, much as the United States has, conveys the opposite of self-confidence. Trump, Vance, and Rubio would have us see Europe as weak. Yet strong and self-assured states are more willing to wager that they can assimilate diverse newcomers—not in unlimited numbers or in one fell swoop, but deliberately and in alignment with their demographic needs.
It is hard to avoid the conclusion that race lies at the heart of the Trump administration’s stance on immigration. Aging and demographic decline are indeed sweeping the rich world, but that does not mean that the planet is running out of people. Indeed, the human population is projected to continue growing impressively at least until the end of this century. The problem that arises, for those who think in such terms, is that the young people of tomorrow will largely come from brown- and Black-skinned countries.
Qui si riscontra una inquietante convergenza di idee: lo spettro interno della cosiddetta “teoria del grande rimpiazzo” promossa da Trump e da alcuni dei suoi più stretti collaboratori, come Stephen Miller — secondo cui i migranti minacciano di “avvelenare” il sangue dell’America — e una forma molto più antica di panico razziale globale. Tale panico risale agli inizi del XX secolo, quando autori statunitensi di grande popolarità come Lothrop Stoddard avvertivano che il mondo stava per essere invaso da razze presumibilmente inferiori, o «subumani», in libri come The Rising Tide of Color: The Threat Against White World-Supremacy.
L’Europa non ha affatto raggiunto un consenso sul fatto che un’immigrazione consistente, pur se gestita con attenzione, sarà fondamentale per la sua futura prosperità e sopravvivenza, ma sembra aver compiuto maggiori progressi in questa direzione rispetto agli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. È probabile che le esigenze demografiche degli Stati Uniti, unite al loro passato variegato e alla loro tradizione di apertura, finiscano per spingerli nella direzione dell’Europa, piuttosto che in quella indicata da Rubio. La domanda è: quanti danni causeranno gli Stati Uniti a se stessi – e al resto del mondo – nel frattempo?
Questo articolo fa parte della copertura continua di FP sull’amministrazione Trump. Segui gli aggiornamenti qui.
Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.
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I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.
“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha elogiato apertamente il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .
Ma ora, quegli strumenti tradizionali per preservare la sua posizione di leader mondiale si stanno rivelando meno efficaci contro gli stati che possiedono alternative: Cina, Russia e Iran sono chiari indicatori della tendenza secondo cui le guerre economiche, finanziarie e persino militari non producono risultati rapidi. Le vittorie immediate per la Matrix non sono più così facilmente raggiungibili.
Suggerire, d’altro canto, che gli stati civilizzati potrebbero opporsi con maggiore forza agli Stati Uniti ignora completamente la natura profonda di questo conflitto. Il “Grande Progetto di un Governo Globale Unico” è una guerra volta a eliminare quegli stati civilizzati che offrono una diversa prospettiva con cui osservare e comprendere il mondo.
Che cosa significa? Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli a dedurre nel 1846: “Il mondo è governato da personaggi ben diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte”.
Disraeli mise ripetutamente in guardia esplicitamente contro la “rivoluzione mondiale” (o rivoluzioni colorate, per usare la terminologia odierna). Disraeli individuò e denunciò ripetutamente “un disegno” dietro la serie di scoppi rivoluzionari che si verificarono in molte parti del mondo a metà del XIX secolo.
Oggi è Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese, a farsi portavoce delle idee di Disraeli: anche Todd vede nelle guerre odierne qualcosa di ben più profondo di una serie di conflitti territoriali separati e distinti.
Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.
“Attraverso l’Ucraina, l’Ucraina si trova a fronteggiare l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.”
Ucraina, Iran, Yemen o Cina: sono tutti semplici teatri operativi; un campo di battaglia tra i tanti (che si svolgono in uno spazio ibrido), accomunati solo dall’essere stati trascinati in una guerra mondiale latente.
Per Todd, le guerre odierne rappresentano uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e sovrana dell’ordine politico e sociale. Wolfgang Münchau suggerisce che le guerre in Ucraina e in Medio Oriente potrebbero plausibilmente fondersi in un unico conflitto, mentre la rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti rimarrebbe il conflitto primordiale dei nostri tempi.
Emmanual Todd ha sottolineato come l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, stia mostrando segni di profonda fragilità: un invecchiamento demografico, una crisi di fiducia, la deindustrializzazione e la perdita di punti di riferimento ideologici.
«Il nucleo occidentale ha prosperato grazie alla finanziarizzazione e alla delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso costo del lavoro, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l’estrazione di rendite, l’inflazione degli asset e il riciclo dei risparmi globali attraverso il sistema del dollaro. Il quasi collasso del 2008 ha messo in luce quanto questa struttura fosse vicina al baratro… Gli anni del Covid hanno ripetuto lo stesso schema su scala maggiore. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Ciò che è stato costruito, tuttavia, è un sistema più indebitato e fragile».
Questo sistema finanziario basato sulla leva finanziaria è ora vulnerabile a una crisi finanziaria potenzialmente devastante.
Fino al 2022, quando l’Europa scelse di intervenire a fianco dell’Ucraina, gli strati dirigenti europei erano partecipi di questo progetto del “Grande Disegno”, guidato dal blocco di potere del “governo globale”. Gli strati dirigenti europei sono ancora asserviti a questo “disegno”. Ma in quest’era trumpiana, non ne sono più un partner a pieno titolo. Oggi, la realtà è che l’America non può rischiare un’escalation verticale verso una guerra totale contro i suoi concorrenti per preservare il suo primato globale. Le sue forze armate sono troppo indebolite e disfunzionali.
In risposta, avversari come la Russia e l’Iran hanno scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche molto più ambiziosa, suggerisce Todd. Si tratta di una strategia che combina pressione militare, guerra economica, battaglie diplomatiche, influenza geopolitica e guerra dell’informazione. L’obiettivo non è solo vincere militarmente, ma rimodellare in modo duraturo l’ordine mondiale .
Per gestire questo nuovo paradigma bellico, gli Stati Uniti stanno scaricando l’aspetto del “confronto verticale” su gruppi per procura:
«Il continente europeo si sta trasformando da alleato in risorsa: economicamente impoverito, politicamente conquistato e militarmente preparato come teatro in cui pagare i costi della riparazione imperiale» (Forsgren).
La massima espressione della strategia statunitense è un’escalation controllata del confronto che mantiene il territorio americano come rifugio, mentre l’Europa assorbe sia l’usura convenzionale che il rischio nucleare .
Continuando ad agire come un prestanome volontario, continuando a fornire missili e droni all’Ucraina per il lancio in profondità nel territorio russo, l’Europa deve aspettarsi una rappresaglia russa, seppur attentamente modulata e diretta contro le “risorse” europee vulnerabili. Ciononostante, l’Europa si troverebbe in guerra con la Russia, una guerra che, come riconosce Wolfgang Münchau , l’Europa non è in grado di vincere.
«Quali mercati obbligazionari saranno i primi a crollare? Chi rimarrà senza missili intercettori per primo? Grazie alla tanto criticata Politica Agricola Comune, l’Europa non rimarrà senza cibo. Ma su tutti gli altri fronti – militare, energetico, finanziario – l’Europa è svantaggiata».
Poiché l’Europa non dispone delle risorse militari convenzionali necessarie per attuare una propria escalation decisiva, le armi nucleari rischiano di apparire come l’unica “soluzione rapida” disponibile.
Il mantra secondo cui le minacce nucleari del presidente Putin sono un ” bluff ” serve principalmente ad abbassare la cautela psicologica nei confronti di un’escalation europea, un’escalation che rischierebbe di indurre Mosca a ritenere di non avere altra alternativa se non quella di ricorrere alle armi nucleari tattiche come mezzo per ripristinare la credibilità del deterrente nucleare russo.
In un contesto del genere, e con il potenziale di escalation degli Stati Uniti ampiamente esaurito, è quasi certo che gli USA non sarebbero disposti a ipotizzare il rischio che le città statunitensi possano essere colpite da bombe atomiche in caso di escalation del conflitto.
“Le armi nucleari tattiche statunitensi erano state progettate per essere utilizzate all’interno dell’Europa, contro forze presenti sul suolo europeo, proprio per mantenere qualsiasi scambio nucleare geograficamente limitato” , sostiene Forsgren.
“Pertanto, i fautori della strategia ‘Design’ mirano a mettere la Russia alle strette, in una posizione in cui le sue uniche alternative siano la ritirata strategica o la distruzione dell’Europa per procura, una distruzione che tuttavia costerebbe alla Russia i danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al territorio e alle forze russe… mentre nel frattempo il territorio americano e la sua sovrastruttura finanziaria rimangono fuori dalla portata”.
Forsgren suggerisce —
“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.
L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.
«Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo».
Gli europei devono certamente rendersi conto di come vengono usati per trascinare la Russia in una guerra che né essa, né i comuni cittadini europei, desiderano. Eppure, avendo abbracciato con tanto zelo il conflitto in Ucraina come un totem “virtuoso” attorno al quale riunire tutte le fazioni europee più divise, potrebbero trovarsi ad affrontare una catastrofe economica e politica se l’Europa continuerà sulla sua attuale linea di provocazione nei confronti della Russia.
Raddoppiare la posta in gioco, come sembrano intenzionati a fare gli europei, non è una strategia. Il loro allarmismo su una (immaginaria) aggressione ibrida russa rischia facilmente di autoavverarsi, portando proprio a una guerra calda europea accidentale, ingenuamente concepita da alcuni esperti di sicurezza occidentali come il mezzo per mettere alle strette la Russia e costringerla alla capitolazione.
Siamo arrivati al punto in cui la classe politica europea semplicemente non permette che il tema della guerra venga discusso apertamente. Le élite europee si aggrappano alla loro negazione strategica del fatto che l’Ucraina stia perdendo la guerra contro la Russia. Eppure gli Stati Uniti e l’Europa vacillano sull’orlo del collasso del mercato obbligazionario e si trovano di fronte a prove inequivocabili che la loro unica arma contro la Russia – le sanzioni – non ha mai funzionato.
Le tergiversazioni di Trump sul mantenimento del blocco petrolifero contro la Russia (ovvero attraverso l’acquisto di gasolio russo per manipolarne il prezzo al dettaglio al ribasso negli Stati Uniti) e l’iniziativa di Witkoff per riavviare il Nord Stream come incentivo a Mosca per avviare i negoziati, incrineranno la facciata comune europea? Lo scopriremo.
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Le tensioni aumentano a livello globale con l’avvicinarsi di due elezioni cruciali: una per il controllo sionista della Palestina occupata e un’altra per il controllo sionista all’interno dell’impero statunitense fuorilegge. Per la maggior parte delle persone, queste tensioni non sono manifeste né vengono prese in considerazione; tuttavia, pesano enormemente sullo stato del mondo. Alastair Crooke ha coniato il termine “guerra del grande disegno” e ne discute nel suo recente articolo su Conflict’s Forum , che spero venga reso disponibile gratuitamente e pubblicato lunedì da Strategic Culture, come di consueto. A mio avviso, il grande disegno si riferisce al documento/piano/agenda “Clean Break” pubblicato nel 1996, unitamente alla Dottrina Wolfowitz del 1992 e all’edizione del 1996 di Joint Vision 2010, che propugnava la politica del dominio a spettro completo. Crooke ha lavorato a poco a poco alla stesura della sua tesi per molti anni, certamente durante i sette anni in cui ho seguito il suo lavoro. Il blog The Gym si è concentrato sul mostrare la crescente divisione tra l’impero fuorilegge statunitense/NATO e il mondo multipolare emergente guidato da Russia, Cina e ora Iran, forse in modo più evidente nell’ultimo articolo. È interessante notare come la narrativa occidentale si concentri sui valori, che a loro volta vengono definiti valori di civiltà da Russia, Cina, Iran e molte altre nazioni. I francesi scendono in piazza per difendere i propri valori, mentre il governo Macron si batte per distruggerli attraverso l’austerità neoliberista, altrimenti nota come Programmi Speciali di Aggiustamento (SAP) del FMI/Banca Mondiale, i famigerati SAP ben noti al Sud del mondo. Crooke inizia così:
Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.
I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.
Chi ha letto l’ultima edizione di Super Imperialism di Hudson sa quantomeno come funziona il sistema e per chi, come dettagliato nelle sue altre opere e nelle discussioni attuali. Il termine “Grande Disegno” usato da Crooke implica che si tratti di un progetto in corso da più tempo rispetto all’era attuale, il che rende fondamentale questa recente osservazione del Dr. Hudson:
Vorrei quindi spendere qualche parola sulla grande rivoluzione monetaria avvenuta alla fine del XVII secolo, quando divenne evidente che non c’era abbastanza moneta d’argento e d’oro per permettere ai re di pagare i debiti di guerra alla classe bancaria internazionale che si era sviluppata a partire dal XII e XIII secolo. I re di Francia, Spagna e Austria erano insolventi e i governi dovevano pagare tassi d’interesse altissimi perché acquistare titoli di stato era molto rischioso. Ebbene, immaginate i problemi che la Gran Bretagna dovette affrontare dopo la Gloriosa Rivoluzione anticattolica del 1688. Il problema era: come avrebbe fatto il governo a fare ciò che facevano i re britannici, ovvero entrare in guerra contro la Francia e altri paesi? Ovviamente, questo avrebbe comportato un enorme debito pubblico. Il governo britannico si era finanziato emettendo i tallies, bastoncini di legno che i cittadini potevano usare per pagare le tasse dovute e altri debiti. [Enfasi mia]
Leggete la trascrizione del podcast per saperne di più. Il risultato fu la formazione della Banca d’Inghilterra e delle sue controparti europee nei decenni successivi. Ho sottolineato la scarsità di monete perché, senza il saccheggio delle colonie da parte della Spagna e il trasferimento delle risorse in Europa, le monete disponibili si sarebbero esaurite ben prima del 1600. Non abbiamo più re; l’Occidente ha oligarchie guidate dai ricchissimi: la plutocrazia. Questa era una nuova classe, in qualche modo separata dalla preesistente classe feudale e dalla sua alleata classe clericale, tutte parte dei numerosi e importanti cambiamenti storici iniziati a metà del XV secolo, quando l’ideologia cattolica/vaticana fu attaccata, generando la Rivoluzione protestante/Riforma e un gran numero di guerre correlate in Europa e negli oceani per i possedimenti coloniali e per depredare i saccheggiatori. Questi eventi, combinati, posero fine all’era dell’eccezionalismo cattolico, sebbene ne rimangano ancora sacche oggi. Fu sostituito dall’eccezionalismo protestante, poi dall’eccezionalismo liberale, e al di sotto di tutto ciò si celava una piccola classe che praticava e promuoveva l’eccezionalismo libertario, da non confondere con il liberalismo o il libertarismo; si pensi al Marchese de Sade e a coloro che, come oggi, erano sempre ricchi e politicamente influenti. Si pensi alla classe di Epstein.
La nuova attività bancaria e l’aumento del capitale disponibile finanziarono l’espansione dell’imperialismo/colonialismo e del suo aspetto più importante: la tratta degli schiavi. Gran parte della popolazione europea era stata degradata da oltre 100 anni di guerre e una fonte di manodopera era necessaria affinché il capitale potesse essere utilizzato correttamente agli occhi dei suoi detentori. Purtroppo, sto tralasciando molti aspetti importanti della storia, proprio come fanno i corsi universitari, in particolare ciò che accadde durante l’era delle recinzioni in Europa e ciò che sarebbe diventato il Regno Unito. All’inizio di questa nuova era emerse una nuova classe emergente, distinta dalle classi bancarie e feudali: la classe mercantile, che divenne rapidamente un’importante influente forza politica, come dimostrano gli storici che hanno documentato l’ascesa della classe mercantile americana, ben distinta dai mercanti di schiavi delle piantagioni. Con l’ascesa di queste nuove classi, si assistette anche all’inizio del distacco dai valori religiosi, morali ed etici tradizionali e all’affermarsi del culto dell’individuo e della sua proprietà. Insieme al divorzio si affermò una nuova ideologia, denominata Ethos protestante, secondo la quale il successo di una persona era legato al duro lavoro, che si supponeva le conferisse benedizioni divine. La povertà divenne quindi una carenza etica/morale dell’individuo, non una questione di condizioni sociali o economiche, e certamente non di classe. A questo proposito, la storia nordamericana è molto diversa da quella europea a partire dalla Rivoluzione francese. Nonostante l’autentica radicalità della Rivoluzione americana, non le fu permesso di essere vista sotto tale luce, il che spiega la repulsione delle élite americane per la Rivoluzione francese, che sfociò in una guerra non dichiarata durante la presidenza di Adams, per lo più omessa dai libri di storia. E così nacque il mito americano della Rivoluzione francese come Faro, Luce splendente sulla collina, perché diversa dalla violenza della vecchia Europa, sebbene oggi tutto sia fuso insieme nell’Occidente collettivo, basato sulla Grecia e su Roma.
Ed è qui che arriviamo al punto in cui Crooke cita il discorso di Rubio ad Atene:
“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha apertamente elogiato il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .
Ma esiste davvero una civiltà nell’Occidente moderno, come si chiedeva Gandhi? A parte quello che viene definito il periodo classico greco-romano, la domanda/obiezione è valida alla luce della vasta mancanza di umanesimo che si osserva. La guerra definisce l’Occidente, ma si può definire questa civiltà? E se sì, che dire dell’era greco-romana? L’impero è l’unica via, afferma chi ha scritto il discorso di Rubio. Speravo che il saggio di Crooke venisse reso disponibile gratuitamente, ma al momento non è ancora successo. Gli iscritti a Gym dovranno invece ascoltare i due podcast in cui spiega la sua tesi, Judge Nap e Dialog Works . Molti definiranno la tesi di Crooke sulla Guerra del Grande Disegno una teoria del complotto, il che è piuttosto corretto e si basa su prove fornite dalla storia. Nella sua conversazione odierna con Judge Nap, Crooke allude alla “Classe dell’Inferno” derivata dagli Hellfire Club originari dell’Inghilterra, che costituiscono la base della Classe Epstein e della filosofia libertaria. Crooke anticipa e risponde:
Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli che nel 1846 affermò: “Il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte” .
Emmanuel Todd viene aggiunto come alleato:
Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.
“Attraverso l’Ucraina, si sta scontrando con l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.” [Formato originale]
E altri vengono mobilitati a sostegno. La recente pubblicazione della nuova iniziativa cinese “Pace”, che si aggiunge alle altre cinque che promuovono tutte una direzione opposta a quella occidentale, è chiaramente parte integrante dell’attuale conflitto per porre fine all’egemonia occidentale. Tuttavia, Crooke sembra sbagliarsi su Trump e le sue denunce contro i globalisti, poiché è evidente che la CIA sta conducendo la guerra contro la Russia, nonostante ciò che lui afferma di aver ordinato, come dimostrano i recenti attacchi con droni e missili da crociera su San Pietroburgo. Questa strategia è legata alla NATO – gestita dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti – utilizzata come strumento nucleare per costringere la Russia a cedere.
[Mattias] Forsgren suggerisce:
“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.
L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.
“Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo” .
Nel frattempo, Rubio, Trump e il loro Impero se ne stanno al sicuro dietro l’Atlantico, il Pacifico e l’Artico. Il centro del Grande Disegno si trova in Nord America, data la disponibilità a sacrificare tutti i loro alleati, persino i sionisti. Ma non si tratta forse di una ritirata, considerate le debolezze dell’Impero statunitense fuorilegge? I progettisti sembrano convinti che tali debolezze possano essere corrette sfruttando il Sud America e il resto del Nord America.
Eccezionalismo ed egemonia sono i grandi fallimenti dell’era moderna che devono essere spezzati e cancellati dall’avvento di un nuovo paradigma. I valori su cui tale nuovo paradigma potrebbe basarsi furono enunciati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma non furono mai imposti a causa dell’eccezionalismo egemonico che permise di persistere grazie ai creatori di quel tempo. Ora esistono nuovi creatori, altrettanto pericolosi di quelli che hanno sostituito. I valori promossi da Cina, Russia, Iran e molte altre nazioni devono diventare universali. Sì, come ho scritto, mi aspetto che il mondo si divida in due grandi blocchi prima che tale universalità diventi la norma. Spero che ciò possa accadere senza l’uso di armi nucleari, sebbene ci siano pochi malvagi privi di morale che probabilmente le useranno a meno che non vengano dissuasi e privati con la forza.
* * * È difficile chiedere contributi date le attuali circostanze incerte, ma devo farlo comunque. Vi prego di considerare la possibilità di contribuire al momento dell’abbonamento. Grazie mille a chi lo ha fatto in passato e a chi continua a farlo ora!
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Mai come ora gli Stati Uniti e l’Europa si sono mostrati così insistenti nel sollecitare una conclusione prematura della guerra in Ucraina. Sia la parte americana che quella europea si stanno dando da fare separatamente, correndo da una parte all’altra nel disperato tentativo di presentare una soluzione praticabile che possa essere accettabile per la Russia e che permetta all’Ucraina di cavarsela.
Oggi Witkoff è arrivato a Oslo, in Norvegia, per un altro incontro infruttuoso con Zelensky, con il presidente Alexander Stubb nel ruolo di mediatore. Successivamente, Witkoff si recherà a Mosca per presentare al Cremlino un altro piano mal concepito.
NOVITÀ: Secondo un articolo di Gideon Rachman pubblicato sul Financial Times, i leader europei potrebbero presto avviare colloqui diretti con Vladimir Putin e offrirgli due percorsi verso la pace in Ucraina.
Il primo prevedrebbe il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte in cambio della garanzia che l’Ucraina non entri mai a far parte della NATO.
La seconda prevederebbe che l’Ucraina rinunci al resto del Donbas, per poi aderire all’alleanza.
Rachman scrive che le capitali europee sono sempre più restie a lasciare a Washington il compito esclusivo di condurre i colloqui con Putin, citando la frustrazione per l’approccio di Trump.
Aggiunge che gli europei sono molto meno fiduciosi che Putin accetterebbe una delle due opzioni.
Non è altro che la solita storia: gli europei cercano di intromettersi nella mediazione tra Stati Uniti e Russia per il timore che Trump costringa Zelensky ad accettare concessioni estremamente sfavorevoli. Ecco perché la suddetta “offerta” europea è una proposta così assurda e irrealizzabile, che non è destinata a suscitare nemmeno una minima considerazione da parte della Russia.
Ma nonostante le divergenze sull’approccio specifico da adottare, le potenze occidentali rivali – Stati Uniti ed Europa – cercano una fine immediata della guerra con la massima urgenza mai dimostrata dall’inizio del conflitto. Il motivo è semplice: si rendono conto che l’Ucraina sta affrontando un nuovo approccio “senza esclusione di colpi” da parte di Putin, che minaccia di annientare il Paese una volta per tutte. Rubio sembrava ammetterlo:
«Uno dei motivi per cui questa guerra deve finire è che la rete elettrica ucraina sta subendo gravi danni.»
Osservano i segnali inequivocabili e capiscono che il tempo a disposizione dell’Ucraina sta per scadere. Gli europei, in particolare, si rendono conto che ogni anno i costi per l’Ucraina aumentano sempre di più, poiché la distruzione dell’Ucraina da parte della Russia continua ad accelerare. Gli europei sono ora soffocati dalla necessità di sostenere l’intero onere finanziario di uno Stato malato e morente che viene distrutto sotto i loro occhi: vedono ora il misero ritorno sull’investimento crollare in tempo reale.
Persino la stampa britannica ha deciso di fare marcia indietro rispetto alla sua posizione ultra-aggressiva e di esortare invece Zelensky a moderare i toni prima che la sua sfrontatezza nei confronti di Trump provochi conseguenze irreversibili per la sua nazione ormai condannata:
A questo proposito, gli Stati Uniti hanno sorprendentemente mantenuto la propria posizione sulle questioni relative alle informazioni di intelligence e alla limitazione della banda larga di Starlink. Zelensky si è mostrato quasi isterico nel suo discorso, in cui ha nuovamente lamentato la mancanza di un preavviso da parte degli Stati Uniti in merito all’ultima ondata di attacchi russi di ieri:
«È già la terza volta, in un breve lasso di tempo, che non riceviamo alcun avviso di questo tipo riguardo ai missili balistici. E non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione chiara dai nostri partner di Washington sul motivo per cui ciò stia accadendo».
Il portavoce dell’Aeronautica Militare ucraina ha inoltre confermato che gli alleati non avevano fornito alcun preavviso, pur tentando, con un’esitazione piuttosto imbarazzante, di attenuare la portata della notizia per far sembrare che i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Ucraina rimangano solidi:
Sebbene alcune fonti indichino che l’Ucraina riceva solo un terzo delle informazioni di intelligence complessive dagli Stati Uniti, mentre la parte del leone sia fornita dall’Europa, per quanto riguarda l’allerta precoce sui missili balistici, Zelensky ha precisato che solo gli Stati Uniti sono in grado di fornire all’Ucraina queste informazioni.
Anche la situazione relativa a Starlink rimane tesa, poiché il servizio continua a essere limitato alle velocità minime, nonostante gli Stati Uniti neghino che sia cambiato qualcosa:
Dopo aver incontrato Witkoff, tuttavia, Zelensky ha cambiato tono e ha annunciato che i servizi segreti torneranno presto alla normalità:
Ma c’è qualcosa di sospetto in tutto questo: è come se Witkoff lo avesse ammonito a smetterla con le sue recenti critiche a Trump e agli Stati Uniti, minacciandolo di conseguenze ancora più gravi. La sua affermazione secondo cui il sistema di allerta precoce «ora funziona» non ha senso, dato che al momento della sua dichiarazione la Russia non aveva ancora sferrato un nuovo attacco balistico per poter anche solo verificare tale ipotesi. Di conseguenza, è chiaro che gli sia stato ordinato – leggi: minacciato – di dare una interpretazione positiva all’ultimo scandalo a beneficio dell’immagine degli sforzi di pace degli Stati Uniti.
In questo periodo, le restrizioni imposte a Starlink hanno già iniziato a incidere sul campo di battaglia. Persino il canale Romanov Lite, molto seguito dagli addetti ai lavori del Ministero della Difesa, ha riferito che gli attacchi con droni ucraini sul corridoio della Crimea sono diminuiti in modo esponenziale da quando sono entrate in vigore le restrizioni su Starlink:
L’Ucraina aveva affermato di colpire oltre 50 camion e veicoli al giorno lungo questa rotta, ma secondo quanto riferito il numero di attacchi si è ora ridotto a uno solo in due giorni.
Allo stesso tempo, gli attacchi russi si sono moltiplicati. I droni a reazione russi a lungo raggio stanno ormai attaccando regolarmente le regioni più occidentali dell’Ucraina, comprese diverse sottostazioni elettriche vicino al confine con la Polonia:
Il valico di frontiera con la Polonia e la sottostazione “Yavoriv” nella regione di Leopoli sono stati oggetto di un attacco, causando interruzioni di corrente nella zona.
* Continuano gli attacchi con droni nell’Ucraina occidentale. * È stato sferrato un attacco al valico di frontiera «Rava-Ruska». * I droni “Geran-5” hanno colpito anche Novoyavorivsk. * Secondo le prime notizie, si tratterebbe del quarto attacco in due giorni alla sottostazione “Yavoriv” da 330/110/35 kV. * A seguito dell’attacco, nella regione di Leopoli si sono verificate interruzioni di corrente.
Oltre ai magazzini e ad altre imprese:
L’Ucraina occidentale è in fiamme: le imprese e le infrastrutture energetiche vengono distrutte.
A Dubno, nella regione di Rivne, il centro commerciale “Epicenter” è stato attaccato e ha preso fuoco. Ieri, secondo il Servizio statale di emergenza, un drone a reazione ha distrutto l’«Epicenter» a Kovel e ha colpito un’azienda di trasporti. A Leopoli si registrano interruzioni di corrente. Ivano-Frankivsk, Ternopil, Lutsk e Leopoli sono sotto costante attacco da parte dei droni Shahed.
Mentre permangono le restrizioni imposte da Starlink e dai sistemi di allerta precoce satellitari statunitensi, la Russia ha iniziato a limitare potenzialmente gli ultimi “occhi nel cielo” rimasti all’Ucraina. Diverse notizie stanno circolando sul satellite russo Kosmos-2612, che sta seguendo da vicino un satellite radar ad apertura sintetica (SAR) di ICEYE, allineandosi alla sua orbita:
Esistono diverse teorie su ciò che il satellite russo stia cercando di fare; il tweet sopra riportato suggerisce che, avvicinandosi al satellite ICEYE a una distanza così ravvicinata, stia cercando di costringerlo a compiere manovre che ne esaurirebbero le riserve di carburante. Gli Stati Uniti ritengono che il Kosmos-2612 rientri nella categoria dei satelliti “ispettori” russi, il cui ruolo segreto è quello di monitorare da vicino, e potenzialmente interferire con o sabotare, i satelliti nemici.
Due video che, secondo quanto riferito, mostrano il satellite russo Kosmos-2612 mentre si avvicina all’ICEYE-X36:
Dall’articolo collegato sopra, gli esperti discutono su quali altre azioni potrebbe compiere il satellite russo a una distanza così ravvicinata:
Cosa può fare la Russia a una distanza così ravvicinata?
Astrofisici come il dott. Marco Langbroek, docente di “Space Situational Awareness” ottica presso l’Università Tecnica di Delft (TU Delft) nei Paesi Bassi, sabato sul proprio account X, ha avvertito che operare a una distanza così ravvicinata potrebbe consentire a Cosmos-2612 di tentare un’interferenza localizzata delle frequenze radio, compromettendo potenzialmente le capacità radar di ICEYE-X36 o bloccandone i canali di comunicazione. Lo ha definito un «preoccupante gioco del gatto e del topo nello spazio».
Anche i meccanismi a energia diretta, tra cui i laser localizzati o i fasci di microonde, potrebbero comportare dei rischi, accecando i sensori del satellite o compromettendo il funzionamento delle sue antenne, senza tuttavia produrre i detriti tipici di un impatto esplosivo.
Esistono persino alcune teorie secondo cui la vicinanza di un satellite russo in metallo pesante potrebbe interferire con i segnali radar dell’ICEYE e renderlo praticamente “cieco” a causa dell’enorme superficie riflettente del satellite russo.
Oltre al lancio di proiettili, la capacità intrinseca di un veicolo spaziale di manovrare molto vicino ad altri oggetti in orbita e di mantenere tale posizione consente una serie di altre modalità di attacco, sia cinetiche che non cinetiche. Ciò include l’uso di bracci di presa per causare danni o semplicemente trainare un satellite fuori orbita, spruzzare aerosol per danneggiare o compromettere i sistemi ottici e i pannelli solari, nonché il disturbo elettronico. Un satellite potrebbe rivelarsi esso stesso un’arma, trasformandosi in un intercettore cinetico che si schianta contro il bersaglio a comando.
In ogni caso, sembra che la Russia stia compiendo uno sforzo concertato per approfittare della crescente mancanza di visibilità e delle restrizioni alle comunicazioni in Ucraina al fine di compromettere ulteriormente le operazioni delle Forze Armate Ucraine.
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Infine, forniamo un aggiornamento sulla situazione descritta nell’ultimo rapporto riguardo ai droni ucraini che, in qualche modo, sono riusciti a sorvolare lo spazio aereo polacco per raggiungere la Lituania durante gli attacchi a San Pietroburgo.
Il primo ministro polacco Tusk ha ora dichiarato ufficialmente al proprio parlamento che sta chiedendo chiarimenti all’Ucraina in merito alla questione, come riportato da diversi organi di stampa polacchi:
La Polonia chiede spiegazioni all’Ucraina in merito a un drone che ha sorvolato il proprio territorio diretto in Lituania.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato che Varsavia si aspetta spiegazioni da Kiev in merito all’incidente che ha visto un drone sorvolare il territorio polacco in direzione della Lituania. Secondo Tusk, il presidente della Lituania, Gitanas Nausėda, è giunto a Varsavia per discutere dell’incidente.
L’articolo di Poland-24 descrive in modo approfondito e dettagliato ciò che è accaduto esattamente. Si sostiene che sia stata la Lituania stessa a individuare per prima il drone all’interno del territorio polacco, cosa che la Polonia, a quanto pare, non ha fatto, il che fa sorgere l’ovvio sospetto che la Polonia fosse in qualche modo coinvolta e che le parole di Tusk servano semplicemente a coprire la realtà dei fatti:
La Lituania afferma che un drone è stato individuato all’interno del territorio polacco
Le autorità lituane hanno presentato lunedì una cronologia dettagliata dei movimenti dell’aereo, a seguito di una riunione della Commissione per la sicurezza nazionale del Paese.
Il contrammiraglio Giedrius Premeneckas, capo di Stato Maggiore della Difesa lituana, ha affermato che i sistemi di sorveglianza hanno rilevato per la prima volta l’oggetto a circa 30–40 chilometri all’interno del territorio polacco.
Le autorità hanno riferito che l’oggetto ha successivamente attraversato il confine con la Lituania alle 6:02 circa del mattino.
Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha affermato che le prove disponibili indicavano che l’aereo fosse ucraino e trasportasse esplosivi.
Anche l’ipotesi di un avvicinamento dalla Polonia non permette di stabilire da dove sia decollato originariamente l’aereo.
Come si può vedere di seguito, l’articolo conferma che i radar polacchi sono riusciti in qualche modo a non rilevare il velivolo nel proprio spazio aereo e ha persino accusato la Lituania di aver in qualche modo permesso il lancio del drone dal suo territorio:
Il Ministero della Difesa polacco smentisce l’ipotesi di un lancio alternativo
Le autorità polacche hanno ribadito che i propri sistemi radar militari non hanno confermato l’attraversamento del confine descritto dai funzionari lituani.
La controversia si è complicata lunedì quando i media polacchi, citandofonti anonime del settore della difesa, hanno suggerito che il drone potesse essere stato lanciato dall’interno della Lituania.
Il fatto che la Polonia respinga la teoria secondo cui il lancio sarebbe avvenuto dalla Lituania non dimostra, di per sé, che il drone abbia attraversato lo spazio aereo polacco.
Allo stesso modo, l’assenza di una traccia radar polacca corrispondente non smentisce in modo definitivo l’osservazione lituana.
Per risolvere questa discrepanza è necessaria l’analisi congiunta attualmente in corso.
Incredibile. Il Paese che si autoproclama come la forza armata europea più potente della NATO non è stato in grado di individuare i droni ucraini che attraversavano tranquillamente il proprio territorio e le tracce radar sembrano essere state cancellate a posteriori; che coincidenza perfetta.
L’intera vicenda puzza chiaramente di un’enorme operazione di insabbiamento e, viste le bizzarre scuse della Polonia e il suo atteggiamento da “ingenuo”, sembra sempre più probabile che sia stata proprio la Polonia a facilitare gli attacchi ucraini, il che, ovviamente, avrebbe perfettamente senso.
Le dichiarazioni di Tusk, quindi, non sono altro che una dichiarazione di facciata, fatta solo per salvare le apparenze, per fingere professionalità e innocenza mentre si cerca di coprire qualcosa di losco.
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nonché un suo “sequel” su quel “temerario” che cercò di rifondarla; articolo che poi non ho mai inviato perché per quanto l’ argomento sia FONDAMENTALE, specialmente per noi italiani, per capire la nostra storia e perché si sia arrivati in queste situazioni geostrategiche non mi sembrò allora di avere suscitato grande interesse in merito.
Ma niente di strano in questo. I più di coloro che si interessano di geopolitica lo fanno per capire “il domani”, così sbagliando, però; di fatti se è “l’ oggi” che determina “il domani”, è “il passato” che ha determinato “l’oggi” .
Non posso quindi che apprezzare questo contributo di “necrofilia” storica , (“necrofilia” perché oramai i suoi soggetti, gli stati europei, sono sostanzialmente morti ) e con una analisi con cui sono in gran parte d’accordo.
Ma il mio orecchio geopolitico non ha potuto fare a meno di coglierne “la stecca”; “stecca” appunto legata alla attualità geopolitica; quello che, appunto, interessa ai nostri lettori e che probabilmente giustifica la committenza di questo egregio lavoro storico e sicuramente un mio pronto commento.
E “la stecca” si chiama INTERMARIUM una cosa che nella storia europea non è mai esistita e che mai esisterà aldilà delle fantasticherie polacche.
E perché si è sentito adesso necessario inquadrare “ storicamente” questo “futuribile” progetto? Perché il piano originale de “l’ occidente combinato” ( cioè della dirigenza americana ) è fallito in una ovvietà : la Russia NON può essere sconfitta in CASA PROPRIA .
E questo è un concetto banale, già noto a molti : MAI MARCIARE CONTRO LA RUSSIA!
Lo ha detto in punta di morte quel Bismarck creatore del “l’ impero tedesco ”, lo ha ripetuto sarcasticamente BEN TRE volte Montgomery alla platea di ufficialetti inglesi della accademia a cui lui non era stato ammesso.
E adesso ai soliti inglesi glielo ha pure spiegato Crosetto: se non si vuole andare fino in fondo ( cioè alla guerra nucleare) con la Russia si dovrà trovare un modo di conviverci… ovviamente fino al momento del prossimo tentativo di metterla definitivamente “ sotto” !
Ma come “ricostruire” un “ equilibrio in Europa ” che mantenga le condizioni fondanti della NATO : la Russia FUORI , la Germania SOTTO e gli angloamericani DENTRO ?
L’ INTERMARIUM ovviamente; una specie di nuova “ Jugoslavia”, ma stavolta a “guida polacca” che si frapponga tra la morente €uropa e la Russia. Un guerrafondaio botolo “anglomericano” puntato contro la Russia, ma “ a spese” degli €uropei !
Ora sia chiaro , SE ( e sottolineo SE ) ci scampiamo da un ennesima guerra mondiale in EUROPA ( cosa che io non credo), un “ equilibrio” con una Russia “piuttosto arrabbiata” andrà comunque trovato; OVVIAMENTE questo non potrà essere la famosa “ pace giusta” di cui tutti blaterano in “occidente” perché ALLA RUSSIA delle VERE “ garanzie” andranno date, e altrettanto ovviamente quel “buco nero “ che allora sarà diventato questo cesso di €uropa a guida franco- tedesca andrà comunque “riempito” .
E di “idee” in proposito se ne possono avere tante, ma esercitarsi ORA su questa fantageopolitica è assolutamente inutile; PRIMA dovremo aspettare il responso del “campo di battaglia”. Che cali definitivamente ogni polvere sulle “macerie”.
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La Russia potrebbe trasferire legalmente la proprietà dei propri beni congelati agli Stati Uniti, che verrebbero poi restituiti alla Russia in cambio di partecipazioni statunitensi nel suo settore energetico, il che potrebbe anche scoraggiare gli attacchi ucraini contro di essa; tuttavia, Trump dovrà prima ottenere dall’Europa quelli che diventerebbero poi i fondi congelati degli Stati Uniti.
Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato in modo plateale durante il Forum sulla sicurezza di Varsavia che i beni russi congelati in Europa sarebbero stati restituiti solo “dopo la nostra morte”. Ciò ha coinciso con un articolo del Financial Times in cui si sosteneva che «gli Stati Uniti stiano valutando lo sblocco di alcuni beni russi per riavviare i colloqui di pace sull’Ucraina». Gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero suggerito la settimana precedente «di trasferirli in un nuovo veicolo finanziario a scopo speciale supervisionato da Washington».
Nonostante l’opposizione degli europei, questo obiettivo potrebbe comunque essere raggiunto grazie a una diplomazia energetica creativa. Lo si è spiegato nell’aprile 2025 in “Come i gasdotti e i beni russi sequestrati potrebbero dare agli Stati Uniti un forte potere di leva sull’UE”. La Russia potrebbe trasferire la proprietà legale dei propri beni congelati in Europa agli Stati Uniti, in tutto o in parte, come pagamento per acquisti su larga scala di aerei Boeing, come era stato presumibilmente discusso all’epoca, e/o affinché gli Stati Uniti restituiscano i fondi alla Russia in cambio di partecipazioni nei suoi gasdotti e/o nelle sue società energetiche.
Tutte e tre le contropartite risultano allettanti per Trump 2.0, specialmente le ultime due, mentre gli Stati Uniti procedono con il loro lungamente negoziatoincentrato sulle risorsepartenariato strategico con la Russia, come dimostrato dall’accordo sul gasolio, la cui importanza in questo contesto è stata spiegata qui. Le ultime notizie relative al tentativo degli Stati Uniti di acquisire una partecipazione nel Nord Stream, che in seguito potrebbe includere partecipazioni in Yamal e/o Brotherhood, coincide con un rapporto separato sui piani per un grande accordo energetico come parte di un compromesso per porre fine al conflitto ucraino.
In sostanza, le esportazioni russe via gasdotto verso l’Europa potrebbero riprendere per stimolare l’economia in declino dell’Unione, il cui mercato vede ridotta la propria capacità di acquistare beni e servizi statunitensi, a condizione che gli Stati Uniti detengano partecipazioni in questi progetti in grado di esercitare un’influenza duratura sui rapporti postbellici tra Russia e UE. Tale influenza potrebbe essere ottenuta attraverso la restituzione dei fondi russi congelati in Europa, a condizione che la Russia ne trasferisca la titolarità legale, in tutto o in parte, agli Stati Uniti, che a loro volta li restituirebbero alla Russia in cambio.
Allo stesso modo, i continui attacchi di Zelensky contro le infrastrutture energetiche russe in spregio alle richieste di Trump di smetterla potrebbero essere scoraggiati dagli interessi statunitensi nelle principali società energetiche russe, oppure gli Stati Uniti potrebbero giustificare l’interruzione delle forniture di armi e di informazioni di intelligence all’Ucraina per aver attaccato quelli che sarebbero, di fatto, gli investimenti statunitensi. In entrambi i casi, il conflitto finirebbe probabilmente poco dopo. Per raggiungere questo obiettivo finale, tuttavia, gli Stati Uniti devono avere la volontà politica di costringere l’UE a sbloccare i fondi ipoteticamente trasferiti dalla Russia.
Ad esempio, la minaccia di imporre dazi paralizzanti e/o di ritirare una quota significativa delle forze statunitensi dall’Europa sarebbe sufficiente per indurre il blocco a sbloccare quelli che sarebbero allora legalmente considerati fondi statunitensi, dopodiché potrebbero finanziare acquisti russi su larga scala dagli Stati Uniti e/o partecipazioni statunitensi nel settore energetico russo. L’UE versa in pessime condizioni economiche e le sue élite nutrono una paura patologica della Russia, quindi la combinazione delle suddette minacce dovrebbe bastare a indurre l’Unione a eseguire gli ordini di Trump.
Lo scenario più estremo, in cui gli Stati Uniti isolino completamente l’Ucraina qualora Zelensky si opponga alle richieste di Trump di cessare gli attacchi contro quelli che sarebbero allora, letteralmente, gli investimenti statunitensi nel settore energetico russo, accompagnato da dazi paralizzanti sull’UE e dal massiccio ritiro delle forze statunitensi dall’Europa, è insostenibile. L’Ucraina crollerebbe rapidamente e l’UE seguirebbe a sua volta la stessa sorte. Tutto ciò che Trump deve fare è trovare la volontà politica di mettere in atto tali minacce e il conflitto ucraino si concluderà poco dopo.
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La Polonia dovrebbe consolidare il suo ruolo centrale lungo il fianco occidentale del “cordone sanitario” assumendo la leadership sull’Intermarium e sfruttando poi le reciproche iniziative di de-escalation con la Russia per ottenere vantaggi economici condivisi, il che renderebbe la Polonia un partner molto più importante per la Russia rispetto alla Germania.
In un articolo per il noto quotidiano conservatore Rzeczpospolita , il giornalista polacco Marek Cichocki ha offerto un’interessante reazione al recente incontro tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo omologo tedesco, il primo in quattro anni. Nell’ultima parte del suo breve articolo, Cichocki ha affermato che “Impedire a Berlino di tornare alla sua precedente politica nei confronti della Russia è il nostro compito primario, e in questo senso l’Ucraina rappresenta un argomento cruciale”, per poi avvertire che “la Russia farà di tutto per riconquistare il suo principale alleato europeo”.
Per contestualizzare, il discorso nazionalista-conservatore polacco sulla Russia si concentra sul timore che la Polonia e la Germania possano stipulare un nuovo Patto Molotov-Ribbentrop per la spartizione dell’Europa centro-orientale in sfere d’influenza tra i due Paesi. Il Nord Stream è stato quindi interpretato come l’incarnazione di questo complotto, in quanto avrebbe fornito alla Germania un incentivo economico ad accettare un simile accordo con la Russia. Non sorprende pertanto che Cichocki abbia descritto il “compito principale” della Polonia come quello di mantenere separate le due potenze nell’era postbellica.
Le opzioni della Polonia per farlo sono tuttavia limitate, soprattutto alla luce della possibilità che gli Stati Uniti possano acquistare il Nord Stream nell’ambito di un accordo più ampio con la Russia per il controllo della ripresa postbellica delle sue esportazioni energetiche verso la Germania. Sia come sia, Lavrov ha recentemente ripreso il discorso nazionalista conservatore polacco sulla Germania avvertendo che “stiamo assistendo a tentativi di creare il Quarto Reich”, il che allude anche alla nuova percezione di minaccia della Germania da parte della Russia a seguito della sua rapida espansione.rimilitarizzazione .
A prescindere da ciò che potrebbe accadere, il modo più efficace per la Polonia di gestire la propria percezione della minaccia russa è quello di guidare l’Intermarium ed estendere la sua “diplomazia del bucaneve” con la Bielorussia a un riavvicinamento con la Russia, un processo in cui gli Stati Uniti potrebbero aiutare la Polonia. I lettori possono approfondire l’argomento qui e qui , ma in breve, l’essenza consiste nel consolidare il ruolo centrale della Polonia lungo il fianco occidentale del “cordone sanitario” e quindi sfruttare le reciproche iniziative di de-escalation a vantaggio dell’economia di entrambe le parti.
È probabile che gli Stati Uniti appoggino questa proposta per tre ragioni principali. In primo luogo, temono anch’essi le conseguenze geostrategiche di un potenziale riavvicinamento russo-tedesco nel dopoguerra, che potrebbe ridurre la nuova influenza egemonica degli Stati Uniti sull’UE, con tutto ciò che ne consegue. Di conseguenza, gli Stati Uniti potrebbero considerare la Polonia un alleato molto più affidabile per guidare il contenimento postbellico della Russia nell’ambito della NATO 3.0, compito che gli Stati Uniti intendono delegare all’Europa nell’ambito del loro “Pivot verso l’Asia” per un contenimento più incisivo della Cina.
In secondo luogo, gli Stati Uniti non vogliono che scoppi una guerra tra UE e Russia come potrebbe accadere se la Germania dominasse un’UE militarizzata, da qui il loro potenziale interesse in un Intermarium guidato dalla Polonia e sostenuto dagli Stati Uniti che controbilanci delicatamente la Germania e avvii un riavvicinamento con la Russia per gestire al meglio le tensioni postbelliche. E infine, gli Stati Uniti esplicitamente La Polonia, descritta come “alleata modello”, potrebbe quindi diventare il custode del commercio terrestre tra UE e Cina, qualora questo meccanismo venisse esteso attraverso la Bielorussia e la Russia, una situazione che gli Stati Uniti potrebbero sfruttare in caso di necessità.
Finora, nessuna figura pubblica del calibro di Cichocki ha proposto alternative realistiche alla soluzione qui presentata , riguardo al modo in cui la Polonia potrebbe gestire al meglio le relazioni russo-tedesche del dopoguerra. L’unica via percorribile è quella di assumere la leadership sull’Intermarium e di sfruttare le reciproche iniziative di de-escalation con la Russia a vantaggio dell’economia di entrambe le parti. In parole semplici, la Polonia deve diventare un partner molto più importante per la Russia rispetto alla Germania, e questo obiettivo può essere realisticamente raggiunto attraverso i mezzi sopra descritti, a patto che vi sia la volontà politica.
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Anche un allentamento parziale delle sanzioni, con o senza la fine delle ostilità in Ucraina, genererebbe in Russia la crescita del PIL di cui ha tanto bisogno per competere più agevolmente con l’Europa in questa corsa.
A metà ottobre, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha chiesto all’UE di intensificare la produzione militare-industriale portandola a livelli “di guerra”. L’emittente pubblica polacca TVP ha contestualizzato la richiesta citando un rapporto secondo cui la Russia avrebbe prodotto “circa sette milioni di munizioni per artiglieria, mortai, carri armati e razzi” lo scorso anno, a fronte di soli due milioni prodotti quest’anno da tutti i 27 Stati membri dell’UE più la Norvegia. Il contesto più ampio riguarda la Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti e la nuova “Teoria della Vittoria” della NATO .
Per quanto riguarda il primo punto, si afferma che “la NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, di conseguenza, potenziale militare”, da cui la logica alla base dei piani statunitensi per la NATO 3.0, che prevedono che gli europei assumano la guida nel contenimento della Russia, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. Per quanto riguarda il secondo punto, si auspica il ricorso a forze convenzionali, droni e munizioni di precisione per bloccare, indebolire e annientare la Russia. Il loro scopo combinato è quello di innescare una nuova corsa agli armamenti.
Il rapporto precedentemente citato da TVP affermava che la Russia ha speso circa il 7,5% del suo PIL per la difesa lo scorso anno, una cifra destinata ad aumentare ulteriormente con l’avvio della nuova corsa agli armamenti con la NATO europea (E-NATO), come previsto. Tuttavia, secondo le stime del Cremlino, il PIL russo dovrebbe crescere solo dello 0,6% quest’anno, quindi maggiori spese per la difesa avranno un impatto più significativo. Il complesso militare-industriale occupa già una quota considerevole dell’economia e non può alimentare la crescita indefinitamente.
Ciò che è quindi urgentemente necessario è un ritorno alla pre- speciale Il tasso di crescita del 5,6% registrato nel 2021 durante l’operazione è stato attribuito a cause naturali e non alla produzione militare-industriale, a differenza della crescita del 4,1% registrata nel 2023 e del 4,9% nel 2024, prima di crollare all’1% lo scorso anno. È estremamente improbabile che ciò accada nei prossimi anni, a meno che la Russia non ottenga un allentamento delle sanzioni, il che a sua volta contestualizza i piani di Putin per porre fine rapidamente al conflitto ucraino e concludere importanti accordi con gli Stati Uniti.
Per raggiungere il primo obiettivo, la Russia intensificherà i suoi attacchi sistematici contro le infrastrutture ucraine durante l’inverno, mentre l’ accordo sul diesel è stato un “gesto di buona volontà” che funge da passo verso il secondo. La logica del collegamento ipertestuale precedente è stata avvalorata dal successivo articolo del Washington Post sul previsto allentamento delle sanzioni statunitensi contro la Russia, finalizzato all'”integrazione economica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico”. La potenziale acquisizione del Nord Stream da parte degli Stati Uniti potrebbe rivestire un ruolo di primo piano in tale contesto.
In cambio di concessioni speculative sui suoi obiettivi massimalisti nel conflitto ucraino, la Russia otterrebbe l’allentamento delle sanzioni necessario per partecipare agevolmente a questa nuova corsa agli armamenti con la NATO orientale, dalla quale gli Stati Uniti trarranno profitto attraverso la vendita di armi ai propri alleati. Trump 2.0 crede che gli Stati Uniti ottengano maggiori vantaggi a lungo termine da un approccio incentrato sulle risorse.partenariato strategico con la Russia a costo di agevolare la sua partecipazione alla suddetta corsa, piuttosto che mantenere la pressione finanziaria sulla Russia a vantaggio militare della NATO.
Che lo si consideri diabolico o pragmatico, rappresenta una sorta di gioco di equilibri machiavellico, sebbene a vantaggio della NATO orientale, dato che gli Stati Uniti le venderanno armi che un giorno potrebbero uccidere i russi, ma non le venderebbero mai alla Russia per uccidere gli europei. Anche attraverso una revoca parziale delle sanzioni, la Russia riceverebbe quindi un sostegno indiretto dagli Stati Uniti nella sua corsa agli armamenti con la NATO orientale, che, ironicamente, ha già contribuito a finanziare con 250 miliardi di dollari attraverso gli acquisti di energia dalla Russia successivi al 2022.
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Non ripetere la retorica dei talebani non significa “rifiutarla”.
Sebbene sia vero che non abbia ripetuto la retorica dei talebani, ciò non equivale a “rifiutarla”, e lo stesso Lavrov ha lasciato intendere a luglio che munizioni e armi ucraine siano arrivate all’ISIS-K in Afghanistan attraverso il Pakistan, in quanto unico paese confinante in grado di facilitare realisticamente tale operazione. Ciononostante, come spiegato in precedenza in relazione alla recente fase dei rapporti bilaterali, la Russia non si è lasciata scoraggiare da questi sviluppi e non sarà certo la prima a peggiorare la situazione.
Dopo aver chiarito la verità in seguito al post di Yousaf che ha tratto in inganno oltre 18.000 persone che lo hanno visualizzato al momento della pubblicazione di questa verifica dei fatti, è opportuno riesaminare il discorso di Lavrov, che ha ripreso molti dei concetti espressi all’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutasi all’inizio di questo mese. Lavrov ha avvertito che “una presenza significativa di gruppi terroristici ed estremisti, insieme ai loro campi di addestramento e roccaforti, permane nelle aree afghane al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan”.
Ha aggiunto che “i membri di questi gruppi stanno tentando di infiltrarsi nei paesi dell’Asia centrale sotto le spoglie di rifugiati e persino di turisti. Secondo la nostra valutazione, condivisa dai nostri servizi di intelligence, la minaccia principale proviene dal gruppo Wilayat Khorasan”. Secondo Lavrov, l’ISIS-K “cerca apertamente di minare la capacità del governo di Kabul di mantenere la stabilità nel paese” e “di usare l’Afghanistan come trampolino di lancio per diffondere attività terroristiche in Asia centrale e in Russia”.
Questa valutazione della minaccia è significativa, soprattutto la parte in cui si afferma che è “condivisa dai nostri servizi di intelligence”, poiché contestualizza la storica visita del capo dei servizi segreti esteri russi a Kabul la scorsa settimana, che potrebbe preannunciare un armamento russo dei talebani contro l’ISIS-K . L’appello di Lavrov a “intensificare la cooperazione in seno al Gruppo di lavoro sull’Afghanistan nell’ambito del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva” suggerisce che egli si aspetta anche che gli alleati della Russia contribuiscano alla sicurezza dell’Afghanistan nel modo che ritengono più opportuno.
Inoltre, le sue lodi alla “difficile e intransigente lotta delle autorità afghane contro il Wilayat Khorasan e altri gruppi terroristici” probabilmente irriteranno il Pakistan, che ormai non si stanca mai di accusare i talebani di allearsi con i terroristi. La disputa russo-pakistana sull’Afghanistan guidato dai talebani, balzata agli onori della cronaca durante le recenti Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, è ora innegabilmente una variabile politica di primaria importanza nella regione, che probabilmente continuerà a plasmarne le dinamiche in futuro.
Il Pakistan non deve fraintendere il sostegno russo ai talebani, comprese le potenziali forniture di armi che potrebbero includere droni di ultima generazione, come un attacco diretto al Pakistan, poiché si tratta unicamente di contrastare la minaccia regionale rappresentata dall’ISIS-K. La Russia non vuole che il Pakistan intraprenda azioni che possano intensificare la guerra in corso contro l’Afghanistan con questo falso pretesto, né che possano peggiorare le relazioni bilaterali, ma i responsabili politici sono presumibilmente preparati agli scenari peggiori qualora si concretizzassero.
Rappresenta un equilibrio pragmatico di interessi tra tutte le parti.
Il Washington Post ha riportato che gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, stanno lavorando a un piano di pace in quattro punti per risolvere il conflitto ucraino . La prima parte riguarda la ricostruzione dell’Ucraina, in cui BlackRock e la Banca Mondiale avrebbero un ruolo guida. Una scelta sensata, considerando la loro esperienza nella gestione patrimoniale e nei prestiti. La seconda parte riguarda le garanzie di sicurezza, con l’Ucraina che dovrebbe riceverne di simili a quelle previste dall’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Di fatto, però, ne è già in possesso.
Come spiegato qui nel marzo 2025, l’articolo 5 non obbliga all’invio di truppe, ma solo che gli alleati considerino di fornire un certo grado di supporto a quei loro compagni che si trovano sotto attacco. Questo è precisamente ciò che la NATO ha fatto dall’inizio della missione speciale.operazione fornendo all’Ucraina armi, fondi e informazioni. Il presunto piano di pace di Trump formalizzerebbe questi legami per “scoraggiare” la Russia dal riprendere le ostilità, ma potrebbe incoraggiare l’Ucraina a mettere in atto un’operazione sotto falsa bandiera a questo scopo.
La terza parte è la più interessante delle quattro e consisterebbe nell’integrazione economica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico, in modo da dare a tutti un interesse comune nel mantenimento della pace. Il rapporto non lo menziona, ma questo obiettivo potrebbe essere raggiunto attraverso un controllo almeno parziale da parte degli Stati Uniti sui gasdotti Nord Stream, Yamal e/o Brotherhood, nell’ambito della partnership strategica incentrata sulle risorse che Russia e Stati Uniti stanno negoziando. I lettori possono trovare maggiori informazioni qui .
Infine, l’ultima parte prevede un cessate il fuoco completo che congelerebbe a tempo indeterminato il conflitto lungo la Linea di Controllo, presumibilmente senza che nessuna delle due parti rinunci alle proprie rivendicazioni sull’altra, in modo che i rispettivi leader possano “salvare la faccia” di fronte ai propri popoli, data la delicatezza di un simile compromesso. Dal punto di vista della Russia, e nell’ordine in cui sono state menzionate, alla Russia non importa chi ricostruirà l’Ucraina, vuole solo che i suoi beni congelati in Occidente non vengano sottratti per questo scopo.
Per quanto riguarda la formalizzazione delle garanzie di sicurezza ucraine simili all’articolo 5, la Russia ovviamente le disapprova, ma queste non l’hanno spinta ad attaccare la NATO europea. Ci si aspetta quindi che la Russia le accetti, seppur a malincuore, dato che non è riuscita a recidere questi legami nonostante quasi un lustro di tentativi. Inoltre, la Russia ha sempre chiesto la revoca totale delle sanzioni occidentali, comprese quelle sul suo settore energetico. Pertanto, è probabile che favorisca un accordo energetico globale tra sé stessa, l’Ucraina e l’UE.
Ciò include lo scenario di un controllo parziale da parte degli Stati Uniti sui propri oleodotti per facilitare tale operazione. Infine, sebbene la Russia riconosca la totalità delle regioni contese come proprie, Putin potrebbe accettare di perseguire queste rivendicazioni per via diplomatica anziché militare, qualora il resto dei termini di un accordo complessivo gli fosse gradito. Dopotutto, ha recentemente ribadito, durante la sessione di domande e risposte all’ultimo incontro annuale del Valdai Club, di aver accettato le condizioni poste dagli Stati Uniti ad Anchorage, che a quanto pare prevedevano una sorta di compromesso territoriale.
Riflettendo sull’analisi emersa, è plausibile che Putin accetti il piano di pace di Trump (se i dettagli riportati dal Washington Post sono accurati), soprattutto se la terza parte, relativa a un accordo energetico di ampio respiro, andrà a buon fine. Zelensky, invece, dovrebbe opporsi. Sarà quindi compito di Trump costringere Zelensky ad accettare, ad esempio interrompendo le forniture di armi e/o informazioni di intelligence, altrimenti tutto il duro lavoro svolto negli ultimi mesi dai suoi inviati speciali risulterà vano.
Come dice il proverbio, “più le cose cambiano, più restano le stesse”.
Il generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo della NATO, ha condiviso la tanto attesa “Teoria della Vittoria” del blocco durante il suo intervento al Forum sulla Sicurezza di Varsavia. Nelle sue parole , “se dovesse scoppiare la guerra, bloccheremo e neutralizzeremo qualsiasi attacco e, se non dovesse cessare, annienteremo le forze che conducono l’aggressione contro di noi”. Ha poi spiegato che le forze convenzionali bloccherebbero un attacco iniziale, i droni neutralizzerebbero qualsiasi invasione successiva e gli attacchi di precisione distruggerebbero il sistema bellico dell’avversario.
Non si tratta di una novità, dato che è considerato il metodo non nucleare per condurre una guerra tra potenze nucleari sin dall’inizio dell’era dei droni, inaugurata dal conflitto ucraino quasi cinque anni fa. Una potenza nucleare ricorrerà probabilmente a tali armi solo se completamente sopraffatta nella prima fase o se il suo sistema bellico verrà definitivamente compromesso. Recentemente, ” La Russia ha chiarito che una guerra nucleare seguirebbe qualsiasi aggressione seria contro Kaliningrad “, un’affermazione difficile da giustificare con metodi convenzionali.
Lo stesso non vale per nessuna parte della NATO, nemmeno per gli Stati baltici, che sono tutti collegati tra loro, a differenza dell’exclave russa di Kaliningrad. Persino nella fantasia politica di un’invasione russa del “corridoio/vuoto di Suwałki”, le controffensive potrebbero comunque essere lanciate dagli Stati baltici, Kaliningrad rimarrebbe esposta e Norvegia e Finlandia potrebbero aprire un fronte settentrionale. Riflettendo su questo, ” l’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia di quanto non lo sia l’UE “, il che è sempre stata la realtà.
Sebbene Grynkewich abbia affermato che la “Teoria della Vittoria” della NATO sia puramente difensiva e venga resa pubblica a scopo di deterrenza, è improbabile che ciò rassicuri la Russia, che giustamente considera la continua espansione verso est del blocco – in particolare la sua espansione di fatto in Ucraina – una minaccia. Di conseguenza, la sua strategia di difesa a medio termine mirerà probabilmente a contrastare lo scenario in cui la “Teoria della Vittoria” della NATO venga sfruttata a fini offensivi, il che implica un contro-piano in tre fasi.
Così come gli Stati baltici e la Polonia stanno costruendo la cosiddetta ” Linea di difesa europea ” lungo i loro confini con Russia e Bielorussia, allo stesso modo potrebbero realizzare infrastrutture simmetriche per impedire qualsiasi offensiva convenzionale. Per quanto riguarda la dimensione dei droni nella seconda fase, potrebbero replicare il ” muro di droni ” pianificato dall’UE , che includerà droni sia offensivi che difensivi (intercettori). Infine, un maggior numero di sistemi di difesa aerea potrebbe contrastare gli attacchi contro i loro sistemi bellici, ma ciò dovrebbe essere esteso a livello nazionale.
Come dice il proverbio, “più le cose cambiano, più restano le stesse”. In questo caso, la logica fondamentale di una guerra non nucleare tra NATO e Russia rimane la stessa, ovvero che ciascuna farebbe affidamento su una combinazione di forze convenzionali, droni e attacchi di precisione a lungo raggio. Le armi nucleari verrebbero probabilmente utilizzate solo nel caso in cui una delle due parti sopraffacesse l’altra o ne distruggesse i sistemi bellici, ma ciò potrebbe accadere molto rapidamente, forse già nella prima ora.
Ciò che serve urgentemente per evitare lo scenario peggiore di una Terza Guerra Mondiale, causato da un errore di valutazione, è una reciproca de-escalation tra la NATO europea e la Russia, soprattutto lungo la “Linea di Difesa Europea”, che costituisce la maggior parte del fianco orientale della NATO , e che Trump potrebbe contribuire a mediare. Come proposto qui , il primo passo potrebbe essere un canale di gestione delle crisi tra Stati Uniti, Polonia e Russia, seguito da reciproci ritiri militari, che potrebbero porre le basi per la stabilizzazione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
La Russia ha ancora tempo per proporre garanzie di sicurezza simili a quelle offerte all’Ucraina per scongiurare un’altra operazione speciale.
Politico ha recentemente pubblicato un articolo su come ” Francia e Turchia ostacolano l’iniziativa della NATO di rafforzare i legami con i paesi del Caucaso “, non per una questione di principio, ma perché la Turchia ha bloccato il rinnovo del piano di partenariato dell’Armenia dopo che la Francia si è rifiutata di approvare quello dell’Azerbaigian. Francia e Azerbaigian sono da tempo in disaccordo sul sostegno di Parigi all’Armenia, in particolare nel contesto del conflitto del Karabakh , e più recentemente sulla detenzione di cittadini francesi da parte dell’Azerbaigian (poi rilasciati).
Secondo Politico, “Il ritardo ha costretto la NATO a estendere temporaneamente le partnership obsolete tra Armenia e Azerbaigian, nonostante i negoziati sui nuovi piani siano quasi conclusi”, hanno affermato tre diplomatici. “I nuovi piani consentirebbero la loro partecipazione a esercitazioni militari congiunte, potenzierebbero l’addestramento militare reciproco e intensificherebbero la cooperazione culturale, arrivando persino a istituire corsi locali di inglese”, hanno aggiunto. Una volta approvato il piano, potrebbero tenersi esercitazioni congiunte della NATO sulla costa del Mar Caspio con l’Azerbaigian.
Niente di tutto ciò sorprende gli osservatori più attenti. Il “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ) dell’agosto 2025 ha il duplice scopo implicito di fungere da corridoio logistico militare della NATO verso il Mar Caspio e, da lì, verso l’Asia centrale. Il TRIPP è quindi il mezzo attraverso il quale la NATO mira a contenere la Russia lungo il fianco meridionale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno ad esso. L’Azerbaigian rappresenta per la Russia una sfida simile a quella ucraina , fungendo da stato di transito insostituibile del TRIPP.
Se l’Azerbaigian collaborasse con la Russia per garantire che l’accordo TRIPP non venisse sfruttato a fini militari, non ci sarebbe alcun problema, ma Baku non ha tali interessi e ha invece appoggiato l’Occidente. Di fatto, il presidente Ilham Aliyev ha annunciato lo scorso novembre che le forze armate del suo paese hanno completato l’adeguamento agli standard NATO e che i loro droni navali potrebbero minacciare la flotta russa del Caspio in scenari di crisi, proprio come i droni ucraini minacciano attualmente la loro flotta del Mar Nero.
L’Azerbaigian sta inoltre procedendo a ritmo sostenuto verso una maggiore integrazione della propria economia con quella dell’UE. Ciò non solo contribuisce a sostituire la dipendenza energetica russa con quella del blocco, ma faciliterà anche gli scambi commerciali con l’Asia centrale. A tal fine, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il mese scorso che “puntiamo a convogliare fino a 12 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati” nella logistica regionale lungo quello che è noto come il ” Corridoio di Mezzo “. Tutto ciò stringe ulteriormente la morsa attorno al fianco meridionale della Russia.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha suggerito il mese scorso che il suo popolo a volte è ottimista fino al punto di rasentare l’ingenuità e tende a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti. Con il massimo rispetto per coloro che sono responsabili della formulazione delle politiche, questo sembra essere il caso per quanto riguarda la minaccia che l’accordo TRIPP rappresenta per la Russia. Ciò non significa che la Russia debba intraprendere una guerra preventiva contro l’Azerbaigian, ma solo che dovrebbe urgentemente prendere coscienza delle minacce che provengono da esso.
Guardando al futuro, così come l’espansione de facto della NATO nel Mar Caspio è inevitabile, allo stesso modo è inevitabile che la percezione della minaccia da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian si intensificherà. Prima accade, meglio è, dato che la Russia ha ancora tempo per proporre garanzie di sicurezza simili a quelle ucraine per evitare un’altra guerra speciale.operazione . In questo contesto, potrebbero riguardare l’accordo dell’Azerbaigian con le ispezioni russe del carico del TRIPP e il divieto di esercitazioni congiunte della NATO sul suo territorio, ma Aliyev potrebbe non acconsentire a meno che Putin non lo spinga un po’.
Queste questioni e la vicenda ucraina saranno al centro delle prossime elezioni del Sejm polacco, previste per l’autunno del 2027, il cui esito determinerà se la politica estera polacca rimarrà in una situazione di stallo o si allineerà decisamente alla visione filoamericana di Nawrocki.
Il presidente conservatore polacco Karol Nawrocki ha dedicato gran parte della sua intervista al principale quotidiano conservatore Rzeczpospolita a criticare il primo ministro liberale Donald Tusk, rispondendo a domande pertinenti sulla rivalità tra i due che sta influenzando la politica estera e altre questioni di politica interna. Nawrocki ha ripetutamente ribadito di percepire la Russia come una minaccia, ma ha anche condannato Tusk per aver recentemente diffuso allarmismo su un presunto complotto russo per attaccare la Polonia in un futuro molto prossimo.
Ha poi dichiarato: “Il livello di minaccia non è cambiato in modo significativo negli ultimi sei mesi, ma non posso citare direttamente i rapporti né modificarne le clausole. Avevo già le informazioni che il Primo Ministro Donald Tusk sta rendendo pubbliche oggi quando sono diventato presidente. Una cosa è cambiata: un politico sta sfruttando persistentemente questa minaccia per il proprio tornaconto politico”. Nawrocki ha inoltre concordato con il suo interlocutore, il quale ha interpretato le sue osservazioni come un tentativo di Tusk di “creare un cosiddetto effetto bandiera attorno a sé”.
Successivamente, Nawrocki ha affermato che lui e Tusk dovrebbero concentrarsi sul “riarmarci, mantenere le relazioni internazionali, non offendere i nostri alleati più forti e, soprattutto, non diffondere paura per motivi di interessi personali e di parte”. Ha aggiunto che “dedicare tempo a diffondere paura invece di rafforzare la nostra resilienza è, a mio avviso, socialmente irresponsabile e potrebbe significare fare il gioco del nostro avversario”. Ciò implicava che Tusk, involontariamente, stesse assecondando gli ordini di Putin spaventando gli europei riguardo alla Russia.
La conversazione si è poi spostata sui legami transatlantici, in seguito alla recente conferma da parte di Trump dei progressi compiuti per la creazione di una base militare permanente statunitense in Polonia. Nawrocki ha affermato che “la garanzia più importante (per la sicurezza della Polonia) è l’esercito polacco, e la presenza di truppe americane rappresenta un’ulteriore garanzia”. Ha poi descritto Tusk come un politico “anti-americano”, “filo-tedesco” e “filo-europeo”, definendosi al contempo “filo-americano” e “filo-atlantico”.
A Nawrocki è stato prevedibilmente chiesto anche dei recenti resoconti secondo cui Trump avrebbe suggerito al Ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz di abbandonare la coalizione liberale al governo per guidare un nuovo governo conservatore con lui stesso come Primo Ministro. Ha risposto che “non posso dire con certezza quale sia l’atteggiamento della parte americana nei confronti del Primo Ministro anti-americano Tusk”, lasciando intendere che la cosa sia plausibile. In ogni caso, per quel che vale, ha affermato che né lui né Trump discutono degli affari interni dell’altro.
Infine, Nawrocki ha descritto la Confederazione della Corona Polacca, partito di opposizione libertario-nazionalista di Grzegorz Braun, considerato da alcuni ” filo-russo ” e coinvolto in quelli che alcuni percepiscono come scandali antisemiti , come “una presenza nella politica polacca”. Ciò lascia intendere la sua apertura a una coalizione tra i partiti di opposizione polacchi dopo le elezioni del Sejm dell’autunno 2027, nonostante l’ambasciatore statunitense (di origine ebraica) abbia presumibilmente sconsigliato un’alleanza con il partito di Braun. Anche Trump potrebbe appoggiare questa ipotesi.
L’importanza dell’intervista di Nawrocki in politica estera risiede nella sua riaffermazione della sua visione filoamericana/atlantica e del suo relativo pragmatismo (nel contesto polacco) nei confronti della Russia, in contrasto con la visione antiamericana, filotedesca e filoeuropea di Tusk e con la sua retorica allarmistica a fini elettorali nei confronti della Russia. Queste questioni, insieme alla vicenda ucraina, saranno al centro delle prossime elezioni del Sejm polacco, il cui esito determinerà se la politica estera polacca rimarrà in una situazione di stallo o si allineerà decisamente alla visione di Nawrocki.
Egli si oppone fermamente a tale retorica, poiché potrebbe ragionevolmente sospettare che essa alluda all’interesse degli Stati Uniti a concludere ulteriori accordi con la Russia, come quello sul diesel, anche mentre il conflitto ucraino è ancora in corso.
Il primo ministro liberale polacco Donald Tusk, che durante il periodo di transizione dell’era Biden aveva scandalosamente dato credito ad affermazioni palesemente false secondo cui il suo omonimo americano sarebbe un agente russo, ha attaccato nuovamente Trump, suggerendo con forza che la sua recente retorica sull’Ucraina sia un “regalo prezioso” per Putin. Durante il Forum sulla sicurezza di Varsavia, Tusk ha dichiarato : “Chiunque suggerisca che l’Ucraina sia responsabile della guerra sta facendo un regalo prezioso all’aggressore: Putin”. Questo fa seguito agli attacchi di Trump contro Zelensky.
Nell’aprile del 2025, Trump pronunciò una frase indimenticabile riferendosi a Zelensky: “Non si inizia una guerra contro qualcuno venti volte più grande di te e poi si spera che ti diano dei missili”. Qualche giorno prima delle suddette dichiarazioni di Tusk, Trump aveva poi affermato : “Zelensky avrebbe potuto risolvere questa guerra molte, molte, molte volte, e ha scelto di non farlo. Molto difficile. È una guerra che non avrebbe mai dovuto essere iniziata”. In sostanza, ribadisce quanto aveva detto 18 mesi prima, anche se recentemente in modo meno diretto.
Il contesto più ampio riguarda il recente accordo russo-americano sul diesel , raggiunto tra rinnovate indiscrezioni su un possibile accordo anche per il gasdotto Nord Stream, e il malcontento dell’Ucraina e degli europei per il primo accordo tra Russia e Stati Uniti dal 2022 senza clausole a favore dell’Ucraina. Tutto ciò coincide con le voci secondo cui Trump potrebbe tagliare le forniture di armi e informazioni all’Ucraina se questa continuasse a colpire le raffinerie russe. Questo garantirebbe che la Russia metta in ginocchio l’Ucraina entro l’inverno.
Anche se questo scenario peggiore dal punto di vista di Kiev non si verificasse, Russia e Stati Uniti potrebbero comunque concludere altri accordi tra loro, seguendo il precedente del diesel, con o senza la fine delle ostilità in Ucraina, cosa che la recente reiterazione da parte di Trump della responsabilità dell’Ucraina in questo conflitto lascia fortemente intendere. Mentre l’ approccio incentrato sulle risorseLa partnership strategica che stanno negoziando potrebbe non essere raggiunta fino alla fine del conflitto , ma qualsiasi altro accordo possano stipulare potrebbe comunque rappresentare un passo in quella direzione.
La coalizione liberale al governo di Tusk si oppone fermamente a questa ipotesi, ed è per questo che egli insinua ancora una volta che Trump sia un agente russo, descrivendo la retorica che quest’ultimo ha recentemente adottato come un “dono prezioso” per Putin. Tuttavia, nemmeno il presidente conservatore Karol Nawrocki gradisce questo scenario. Il capo del suo Ufficio per la Politica Internazionale ha ribadito che Nawrocki è favorevole al mantenimento delle sanzioni contro la Russia, ma, cosa importante, non critica mai i tentativi di Trump di riavvicinarsi alla Russia e intrattiene con lui ottimi rapporti.
Considerato che la politica estera polacca viene formulata attraverso un’interazione tra il Presidente, il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri, è possibile che il Presidente e il governo perseguano politiche contraddittorie qualora i rapporti tra Trump e Putin portassero a una partnership strategica incentrata sulle risorse. Il pragmatismo di Nawrocki potrebbe spingerlo a valutare una possibile partecipazione polacca a tale accordo, o quantomeno a considerare i benefici che i consumatori polacchi potrebbero trarne, mentre Tusk potrebbe rimanere fermamente contrario.
Qualsiasi stallo non si risolverebbe fino alle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, e solo nel caso in cui una coalizione nazionalista conservatrice sostituisse quella liberale, il che è possibile . Anche così, se il governo di Tusk espandesse il suo “ bucaneve Se Nawrocki riuscisse a portare avanti la diplomazia con la Bielorussia fino al punto di replicare il riavvicinamento degli Stati Uniti, allora potrebbe esplorare la suddetta possibilità come tattica elettorale. Sarebbe quindi saggio da parte di Nawrocki fare il primo passo verso Putin con la mediazione di Trump.
Le relazioni russo-pakistane sono a un bivio a causa dei sospetti di Mosca sulla veridicità delle affermazioni di Kabul riguardo ai legami tra Islamabad e l’ISIS-K, delle crescenti preoccupazioni del Cremlino che il Pakistan possa facilitare il ritorno delle infrastrutture militari statunitensi nella regione e della campagna di disinformazione condotta dal Pakistan contro la Russia, alimentata da troll, con false accuse di un presunto (anche indiretto) rafforzamento dei legami tra Pakistan e talebani.
Il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, Alexander Venediktov, ha offerto alcuni spunti di riflessione sui rapporti tra il suo Paese e l’Afghanistan in seguito all’incontro della scorsa settimana tra il segretario Sergey Shoigu e il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi. Pur non avendo aggiunto nulla di nuovo rispetto a quanto già affermato da altri funzionari russi, ha comunque fornito una sintesi concisa delle relazioni tra i due Paesi. Venediktov ha ribadito gli elogi espressi di recente dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov nei confronti dei talebani per i successi ottenuti nella lotta al terrorismo e nella gestione del governo.
Ha inoltre fatto riferimento alla cooperazione nella lotta alla produzione e al traffico di droga, in particolare di sostanze sintetiche, e ha ribadito che “l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sta discutendo il ripristino della cooperazione con l’Afghanistan attraverso il gruppo di contatto precedentemente esistente”. Venediktov ha inoltre affermato che “il ruolo dell’Afghanistan negli affari regionali non deve essere sottovalutato” perché “un Afghanistan prospero, pacifico e indipendente è nell’interesse di tutti i paesi della regione”.
Su questo argomento, ha affermato che “non dobbiamo permettere a un gruppo come l’ISIS di risorgere” e ha ricordato a tutti che “gli Stati Uniti non hanno fatto mistero dei loro piani di ripristinare le infrastrutture militari in Afghanistan. La creazione di una simile roccaforte rappresenterebbe una minaccia diretta per tutti i paesi della regione”. Lavrov ha espresso entrambi i concetti durante l’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan, dove lui e il rappresentante del Pakistan hanno assunto posizioni diametralmente opposte nei confronti dell’Afghanistan guidato dai talebani, come analizzato qui .
Il Pakistan è l’unico tra i paesi confinanti con l’Afghanistan che potrebbe realisticamente agevolare tutto ciò, ed è significativo che il briefing di Venediktov sia coinciso con la visita di quattro giorni del Ministro degli Interni Vladimir Kolokoltsev in Pakistan, che il Ministero degli Interni pakistano ha descritto come un ” nuovo capitolo ” nelle loro relazioni. L’ambasciata pakistana in Russia ha poi riferito che i colloqui si concentreranno “in particolare sul rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza interna, applicazione della legge e lotta al terrorismo”.
Considerata la gravità dei sospetti, impliciti nella Russia, sui legami del Pakistan con l’ISIS-K, sovversivi che riecheggiano quelli dei talebani, già espressi da Muttaqi durante il già citato incontro a Mosca e certamente discussi con Shoigu, la lunga visita di Kolokoltsev in Pakistan è probabilmente legata a questo. Si tratta tuttavia di una questione estremamente delicata, pertanto gli osservatori non dovrebbero aspettarsi che nessuna delle due parti confermi lo scopo, ragionevolmente ipotizzato, della sua visita. Anzi, è probabile che lo neghino se interrogate, ma tali smentite non dovrebbero essere prese per buone.
Da questa visita storica ci si aspetta una cooperazione antiterrorismo ben più significativa, come ad esempio il potenziale armamento dei talebani da parte della Russia contro l’ISIS-K.
Il capo del Servizio di intelligence estera russo (SVR), Sergey Naryshkin, è arrivato a Kabul mercoledì, tra le speculazioni secondo cui la Russia potrebbe armare i talebani contro l’ISIS-K. All’inizio del mese, una notizia falsa sosteneva che l’India stesse finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, ma questa analisi degli ultimi sviluppi nelle relazioni russo-pakistane sostiene che la notizia potrebbe essere stata diffusa dal Pakistan. Lo scopo, a quanto pare, è quello di creare un pretesto per un raffreddamento dei rapporti bilaterali.
Il recente rafforzamento delle relazioni russo-afghane non piace al Pakistan a causa della guerra in corso con i talebani e delle accuse secondo cui questi ultimi patrocinerebbero gruppi che Islamabad ha designato come terroristi. L’armamento dei talebani da parte della Russia, anche se fosse realmente finalizzato unicamente a combattere l’ISIS-K e non ad aiutare i talebani a combattere il Pakistan, come alcuni troll pakistani hanno falsamente affermato, verrebbe quindi percepito come una minaccia. È in questo contesto di tensione che il Ministro degli Interni russo ha compiuto la sua storica visita in Pakistan.
È il primo alto funzionario del suo ministero a recarsi in Pakistan, dove ha incontrato il Ministro degli Esteri , il Primo Ministro , il Presidente e persino il Capo delle Forze di Difesa Asim Munir , dittatore militare di fatto del Paese. Si tratta di un fatto insolito per un Ministro degli Interni e dimostra la serietà con cui il Pakistan ha preso la sua visita, il cui scopo non ufficiale è stato quello di indagare sui legami del Pakistan con l’ISIS-K, accusa mossa dai talebani, mentre alti funzionari russi si sono limitati a suggerirlo, come spiegato qui .
Allo stesso modo, si ritiene che il suo compito sia quello di spiegare la natura antiterrorismo del rapido rafforzamento dei legami tra la Russia e i talebani, in modo che il Pakistan non reagisca in modo eccessivo a un eventuale imminente armamento del gruppo da parte dell’Ucraina, il che infliggerebbe un duro colpo alle relazioni bilaterali. Una più stretta cooperazione antiterrorismo tra Russia e Pakistan potrebbe anche, in teoria, portare la Russia a chiedere al Pakistan di indagare su specifiche affermazioni dei talebani riguardo a campi dell’ISIS-K che i talebani trasmettono alla Russia.
In tale scenario, il Pakistan potrebbe anche ipoteticamente fare affidamento sulla Russia per trasmettere ai talebani richieste di indagine su specifiche affermazioni riguardanti campi terroristici in Afghanistan, il che potrebbe gradualmente portare la Russia a svolgere un ruolo cruciale nella de-escalation del conflitto, se tutte le parti avessero la volontà politica. Resta da vedere, ma l’importanza della visita di Naryshkin a Kabul e di quella del ministro degli Interni russo a Islamabad risiede nel fatto che il Cremlino sembra ora considerare Afghanistan e Pakistan come un’unica entità, con un trattino.
Il termine “coppigliamento” veniva utilizzato per caratterizzare i legami di alcuni paesi con l’India e il Pakistan, spingendoli a tenere in considerazione gli interessi reciproci nei rapporti con gli altri. Questo concetto caratterizza ora sempre più i legami della Russia con l’Afghanistan e il Pakistan. La Russia non può armare l’Afghanistan contro l’ISIS-K senza prima spiegare questa politica al Pakistan, altrimenti rovinerebbe i loro rapporti, così come non può rafforzare i legami con il Pakistan senza farlo anche con l’Afghanistan, altrimenti anche questi ultimi ne risentirebbero.
La “costituzione” di fatto dell’Afghanistan e del Pakistan da parte della Russia mira a mantenere un equilibrio tra questi rivali al fine di accelerare il suo ” ritorno in Asia meridionale ” negli ultimi anni. L’Afghanistan non ha problemi con questa strategia, ma il Pakistan potrebbe non gradirla, dato che la sua élite al potere tende a considerarsi superiore agli afghani, e quindi potrebbe sentirsi offesa dalla politica pragmatica russa. Finché ciò non comprometterà i rapporti bilaterali, non ci saranno problemi, ma la Russia non perderebbe molto nemmeno se ciò accadesse.
È lecito chiedersi se il Pakistan abbia diffuso la notizia falsa all’inizio del mese, scatenando da allora una guerra di informazione sempre più feroce da parte dei suoi troll contro la Russia, che potrebbe servire da pretesto per un raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi, causato dalle loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani.
Russia e Pakistan sembrano stiano riconsiderando le loro relazioni, come suggerito da una recente serie di eventi. Il processo è stato innescato da una notizia falsa diffusa da Afghan International il 1° ottobre, secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia. La fonte citava cinque figure di alto livello, tra cui ex funzionari della sicurezza, che avrebbero potuto coordinare la notizia con il Pakistan a causa della comune opposizione ai talebani. Questa ipotesi appare ancora più plausibile alla luce di quanto accaduto in seguito.
Meno di una settimana dopo, il 12 ottobre, il ministro degli Interni russo Vladimir Kolokoltsev è arrivato in Pakistan per una lunga visita di quattro giorni, la prima in assoluto per un ministro degli Interni russo. L’ambasciata pakistana in Russia ha riferito che avrebbe posto “particolare enfasi sul rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza interna, applicazione della legge e antiterrorismo”. Sembra quindi che la Russia abbia dato credito all’accusa dei talebani secondo cui il Pakistan sostiene l’ISIS-K e abbia deciso di inviare Kolokoltsev a indagare.
Lo stesso giorno, il 12 ottobre, il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo Alexander Venediktov ha condiviso alcune considerazioni sui legami del suo paese con l’Afghanistan, ribadendo semplicemente le posizioni già espresse in precedenza. In particolare, ha elogiato i talebani per il loro successo nella lotta al terrorismo e ha dichiarato che “il ruolo dell’Afghanistan negli affari regionali non deve essere sottovalutato” perché “un Afghanistan prospero, pacifico e indipendente è nell’interesse di tutti i paesi della regione”.
Dal rapporto di Afghan International del 1° ottobre ad oggi, sui social media è in corso una guerra di informazione sempre più feroce contro la Russia, condotta da account pakistani anonimi (“troll”) sulla falsa premessa che la Russia armi i talebani contro il Pakistan. Si sospetta che alcuni degli account più noti siano collegati all’establishment pakistano, ovvero alle potenti forze armate e ai servizi segreti, considerati la vera forza che governa il Pakistan, e non il governo civile.
È quindi lecito chiedersi se il Pakistan abbia diffuso quella notizia falsa che ha scatenato la guerra di informazione sempre più feroce dei suoi troll contro la Russia, e che potrebbe servire da pretesto per un raffreddamento delle relazioni bilaterali, causato dalle loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani. Shoigu e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov avevano precedentemente insinuato che il Pakistan avesse legami con l’ISIS-K, come documentato qui , ma la Russia non si è lasciata scoraggiare da ciò e ha continuato a cercare di rafforzare i rapporti bilaterali, e non sarà certo la prima a peggiorarli.
La Conferenza CSTO-CIS-SCO sulla sicurezza in Asia centrale e in Afghanistan, che si terrà a Mosca dal 15 al 16 ottobre, rappresenterà la prossima opportunità per Russia e Pakistan di condividere le loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani. È persino possibile che le loro posizioni si siano irrigidite dopo l’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan, data la sequenza di eventi sopracitata, il che suggerisce una rivalutazione delle loro relazioni, ma si spera che il Pakistan non decida di peggiorarle ulteriormente.
È in programma una partnership strategica a tutto campo.
I recenti elogi della Russia per i successi antiterrorismo dei talebani, la storica visita a Kabul del capo dei servizi segreti esteri Sergey Naryshkin e l’ imminente viaggio del vice primo ministro Alexei Overchuk come parte di una delegazione economica hanno suscitato l’interesse globale per la strategia russa in Afghanistan. È evidente che qualcosa di significativo sta accadendo. Quasi certamente va oltre l’armamento dei talebani contro l’ISIS-K e con ogni probabilità riguarda la conclusione di una partnership strategica in tutti i settori.
Per quanto riguarda la sicurezza, ciò potrebbe includere armi, addestramento all’uso dei droni ed esercitazioni antiterrorismo congiunte, queste ultime modellate su quelle annuali che la Russia svolge con il Pakistan. Ciò consentirebbe ai talebani di sconfiggere l’ISIS-K dalle sue roccaforti vicino al confine con gli alleati della Russia in Asia centrale, di cui il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha messo in guardia la scorsa settimana . Questa “Internazionale terroristica”, come l’ha definita in modo memorabile, sta attivamente cercando di infiltrarsi in Asia centrale e deve essere fermata a tutti i costi.
La dimensione della sicurezza del partenariato strategico russo-afghano si collega a quella degli investimenti, in particolare all’interesse del Cremlino per l’ industria mineraria del paese, che vale 1.000 miliardi di dollari . La Russia è molto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina nella corsa tecnologica che definirà la ” Quarta Rivoluzione Industriale “, ma può recuperare terreno grazie ai minerali critici afghani, fondamentali per l’intelligenza artificiale, i data center, la robotica e l'”Internet delle cose”. I colloqui sull’accesso prioritario a tali risorse, ovviamente a condizioni eque, saranno probabilmente il tema centrale della visita di Overchuk.
Gli interessi interconnessi della Russia in materia di sicurezza e attività minerarie gettano le basi per i suoi interessi economici, in particolare per quanto riguarda il ruolo che potrebbe svolgere nella ricostruzione dell’Afghanistan dopo decenni di guerra. Parte dei proventi derivanti dagli investimenti russi nel settore minerario potrebbe essere reinvestita nella costruzione (o quantomeno nella progettazione) di centrali elettriche, scuole, infrastrutture urbane, iniziative agricole e progetti di connettività. Su richiesta, la Russia sarebbe lieta di aiutare l’Afghanistan a elaborare un piano di ricostruzione realistico, che potrebbe costituire il fulcro della loro partnership.
Per agevolare quanto sopra, nonché gli sforzi complementari degli altri partner dell’Afghanistan come India e Cina , che costituiscono il nucleo della rete BRICS che sta accelerando la transizione sistemica globale verso la multipolarità, la Russia probabilmente aprirà molto presto un canale finanziario con l’Afghanistan. La Russia è finora l’unico paese ad aver formalmente riconosciuto il ritorno al potere dei talebani, quindi i suoi servizi bancari possono essere legalmente collegati all’Afghanistan, facilitando così il flusso di capitali da e verso. Prestiti Halalpuò essere offerto anche .
L’ultimo pilastro del partenariato strategico russo-afghano riguarda la connettività regionale , in particolare la ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan, che la Russia prevede possa un giorno raggiungere l’India qualora essa e il Pakistan risolvessero finalmente la loro decennale disputa sul Kashmir . Affinché ciò accada, tuttavia, è necessario che la guerra tra Afghanistan e Pakistan finisca. L’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, si è offerto di mediare , ma a condizione che entrambe le parti ne facessero richiesta, sebbene il Pakistan abbia fatto finta di niente al riguardo.
Questo ci porta al proverbiale elefante nella stanza, il Pakistan, che insiste con rabbia sul fatto che i talebani siano alleati dei terroristi. Il suo establishment, ovvero il potente esercito e i servizi segreti che di fatto governano il paese, potrebbe quindi reagire in modo eccessivo a un’eventuale futura partnership strategica russo-afghana, soprattutto nella sua dimensione di sicurezza. Se così fosse, rimarrebbero solo parte dei problemi dell’Afghanistan, con grande costernazione della Russia, che spera invece di diventare parte della soluzione .
Il Pakistan può avere qualsiasi opinione sui presunti legami dei talebani con i terroristi, ma non convincerà il Cremlino a ritirarsi dall’Afghanistan, e qualsiasi tentativo in tal senso potrebbe addirittura accelerare il loro già rapido riavvicinamento in segno di sfida.
Il quotidiano pakistano Dawn ha recentemente pubblicato un editoriale intitolato ” Stato di negazione “, in cui si sosteneva che le smentite dei talebani sui legami con gruppi terroristici “non reggono”, nonostante il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov li abbia elogiati due volte questo mese (qui e qui) per la loro lotta antiterrorismo. Dawn insinuava che i talebani stessero permettendo all’ISIS-K di operare dall’Afghanistan “nonostante i rapporti tesi con i talebani” e suggeriva che questa situazione potesse un giorno rappresentare una minaccia per la Russia.
Sebbene il secondo discorso di Lavrov citato avvertisse che “una presenza significativa di gruppi terroristici ed estremisti, insieme ai loro campi di addestramento e roccaforti, permane nelle aree afghane al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan”, è importante sottolineare che non implicava che i talebani approvassero tale situazione. Al contrario, la storica visita a Kabul la scorsa settimana del capo del Servizio di intelligence estera russo, Sergey Naryshkin, lascia intendere che Mosca potrebbe presto armare i talebani contro l’ISIS-K per ragioni di sicurezza regionale.
Dopo aver chiarito la politica russa nei confronti dell’Afghanistan, è il momento di affrontare il resto dell’editoriale di Dawn, in particolare l’affermazione secondo cui i talebani sarebbero legati al terrorismo. La Russia considera il Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP, “Talebani pakistani”) un gruppo terroristico, in virtù della sua approvazione della designazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma non considera legalmente terroristi l'” Esercito di liberazione del Balochistan ” o altri separatisti del Balochistan. Ha tuttavia accettato questa terminologia in un accordo multilaterale.dichiarazioni con Cina, Iran e Pakistan.
Si sospetta che entrambi i gruppi siano presenti in Afghanistan, ma la Russia non ha valutato pubblicamente la potenziale relazione tra i talebani e questi ultimi. Tuttavia, come si evince dai recenti segnali che indicano una seria considerazione da parte della Russia di armare i talebani contro l’ISIS-K – in particolare la storica visita di Naryshkin a Kabul e la dichiarazione di Lavrov nel primo dei suoi due discorsi citati, secondo cui “fornire assistenza materiale e specialistica” ai talebani “risponde agli interessi di tutti” – la Russia non crede che i talebani cederebbero loro le proprie armi.
L’editoriale di Dawn concludeva che “Se il regime talebano si impegna a impedire ai gruppi con base sul suo territorio di attaccare gli stati vicini, il processo di normalizzazione e integrazione regionale dell’Afghanistan può iniziare”, ma questo processo è già iniziato con la leadership russa. Il Cremlino non crede affatto che i talebani permettano ai gruppi terroristici di attaccare gli stati vicini dal proprio territorio. Questo è il nodo cruciale della disputa tra Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani, come spiegato in dettaglio qui .
Nel secondo dei discorsi di Lavrov citati, egli dichiarò addirittura che “stiamo lavorando per consolidare il sostegno esterno alle autorità di Kabul e ai loro sforzi che rispondono oggettivamente agli interessi di sicurezza regionale”. Chiese inoltre “un approfondimento della cooperazione in seno al Gruppo di lavoro sull’Afghanistan presso il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e la ripresa delle riunioni del Gruppo di contatto SCO-Afghanistan, che rimane sospeso”. Tutto ciò dimostra che la Russia non considera i talebani una minaccia.
Il Pakistan può avere l’opinione che vuole sui talebani, ma non convincerà il Cremlino a ritirarsi dall’Afghanistan, e un eventuale tentativo in tal senso potrebbe addirittura accelerare il loro già rapido riavvicinamento in segno di sfida. Se il Pakistan crede davvero che i talebani abbiano legami con i terroristi, allora dovrebbe rafforzare il confine con l’Afghanistan per impedire l’infiltrazione di terroristi nel Paese. Pertanto, è il Pakistan, e non la Russia, a dover ritirarsi dall’Afghanistan, porre fine alla guerra contro il Paese e lasciarlo in pace.
È necessario fare alcuni chiarimenti per dissipare le false percezioni sulla politica russa.
Kamran Yousaf, corrispondente senior per gli affari esteri dell’Express Tribune, il cui precedente articolo sulla “Scommessa dei talebani in Russia” è stato oggetto di una risposta qui , ha pubblicato un articolo sul ” Segnale russo per il Pakistan “. Sosteneva che l’invio di alti funzionari della sicurezza russa a Kabul , Islamabad e Delhi fosse significativo. A suo dire, “Nulla di tutto ciò dimostra che il coinvolgimento simultaneo di Mosca a Islamabad, Kabul e Nuova Delhi rappresenti una strategia coordinata mirata al Pakistan o all’accordo di Mecca”.
Comunque sia, “la tempistica non dovrebbe essere liquidata come una semplice coincidenza”, considerando le tensioni tra Pakistan, Afghanistan e India, né la recente formalizzazione della cosiddetta NATO islamica. Secondo Yousaf, “alcuni diplomatici collegano le valutazioni di Mosca ai mutamenti degli equilibri strategici successivi al Patto della Mecca. La Russia potrebbe star valutando le implicazioni del nuovo assetto per i propri interessi nel Golfo e nella regione in generale”.
Ha inoltre affermato che “un diplomatico si è spinto oltre, sostenendo che la Russia sta fornendo assistenza agli Houthi e che un prolungato conflitto nel Golfo avvantaggia Mosca attraverso prezzi dell’energia più elevati”. Yousaf ha concluso che “la Russia sta chiaramente diventando più attiva in una regione in cui le vecchie linee di faglia si stanno allargando e stanno emergendo nuove alleanze. Osservate attentamente le prossime mosse di Mosca; potrebbero essere un messaggio per Islamabad e i suoi alleati”. È necessario un chiarimento per dissipare le false percezioni sulla politica russa .
Innanzitutto, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso il suo sostegno alla NATO islamica il mese scorso, un aspetto che è stato analizzato qui all’inizio di ottobre. L’unica minaccia percepita dalla Russia nei confronti del gruppo è legata al potenziale sfruttamento da parte della Turchia della “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025 come corridoio logistico militare della NATO a guida turca lungo l’intera periferia meridionale della Russia . La risposta a Yousaf citata in precedenza ha evidenziato i sospetti separati della Russia sui legami del Pakistan con l’ISIS-K.
Queste iniziative non sono collegate alla NATO islamica, pertanto l’opinione dei diplomatici pakistani, rimasti anonimi, secondo cui le recenti mosse della Russia in Asia meridionale sarebbero connesse alla formazione di tale blocco è errata. Allo stesso modo, la Russia non sta aiutando gli Houthi, il che comprometterebbe i suoi rapporti, faticosamente conquistati, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. La sua politica nei confronti dello Yemen è stata chiarita qui alla fine di settembre per coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento, in particolare i funzionari e gli esperti pakistani che dovessero imbattersi in questa analisi.
Se Islamabad percepisce erroneamente le mosse di Mosca in Asia meridionale come una risposta all’adesione del Pakistan alla NATO islamica, come insinuato da Yousaf, o se i funzionari pakistani sanno che ciò non è vero ma continuano comunque a diffondere questa falsa narrativa, allora aumentano le probabilità di una risposta ostile da parte del Pakistan con questo pretesto, o dell’armamento dei talebani da parte della Russia contro l’ISIS-K (reale o ipotetico che sia). Ciò potrebbe comportare l’armamento dell’Ucraina, le cui conseguenze, come analizzato in precedenza , potrebbero peggiorare le relazioni bilaterali.
A giudicare dall’articolo di Yousaf, i diplomatici pakistani hanno una percezione errata delle mosse regionali della Russia, che non sono dirette contro il Pakistan né sono in alcun modo collegate alla sua adesione alla NATO islamica. Se queste false percezioni non verranno dissipate, i rapporti bilaterali si raffredderanno inevitabilmente, se non addirittura peggioreranno. È quindi dovere dei diplomatici pakistani ammettere di essersi sbagliati sulle mosse regionali della Russia, ricalibrare le proprie valutazioni di conseguenza e non fare nulla che possa peggiorare i rapporti.
Potrebbe inavvertitamente portare a una spaccatura con gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, se Trump interpretasse una simile mossa, che potrebbe essere incoraggiata dal Regno Unito e dai suoi nemici del “deep state”, come un tentativo di minare i suoi recenti sforzi per porre fine al conflitto ucraino, incoraggiando ulteriormente Zelensky a respingere le sue richieste di raggiungere un accordo.
Lo scenario di un possibile armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan sta dilagando sui social media, nel contesto della guerra di informazione contro la Russia , condotta da troll pakistani a causa del presunto armamento russo dei talebani contro l’ISIS-K . Una notizia falsa, secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, è stata sfruttata come pretesto per questa campagna, che sostiene che la Russia stia armando i talebani contro il Pakistan. Questi troll pakistani ora incitano il loro Paese ad armare l’Ucraina “per vendetta”.
Tutti questi account sostengono il loro establishment, che si riferisce alle potenti agenzie militari e di intelligence che di fatto governano il Pakistan, e si sospetta da tempo che alcuni degli account più importanti siano collegati ad esso. Un ipotetico armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan non cambierebbe tuttavia le dinamiche del conflitto e potrebbe persino, inavvertitamente, portare a una rottura con il suo alleato americano. Prima di approfondire ulteriormente l’argomento, è necessaria una breve premessa per fornire ai lettori meno esperti un quadro generale della situazione.
Nel settembre 2023, The Intercept ha riportato che il Pakistan aveva accettato di vendere armi all’Ucraina per un valore di 900 milioni di dollari l’anno precedente, poco dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, in cambio del sostegno americano per ottenere un altro piano di salvataggio dal FMI. Due mesi dopo, nel novembre 2023, la BBC Urdu ha pubblicato un rapporto dettagliato, citando documenti pubblici, per affermare che il Pakistan aveva venduto proiettili per un valore di 364 milioni di dollari a due compagnie militari private statunitensi, che li avrebbero poi spediti in Ucraina.
Il Pakistan ha sempre negato queste affermazioni e l’ambasciatore russo in Pakistan ha dichiarato nel marzo 2025: “Non abbiamo trovato alcuna prova di forniture di armi pakistane nel conflitto tra Ucraina e Russia . Tutte queste affermazioni sono infondate”. La sua dichiarazione in merito potrebbe essere stata intesa a mantenere lo slancio positivo complessivo nelle relazioni bilaterali, nel contesto di negoziati pluriennali su un importante accordo petrolifero sul quale, secondo alcuni, gli Stati Uniti avrebbero di fatto ottenuto un potere di veto dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022.
Non si tratta di speculazioni infondate, dato che la Russia chiude un occhio sulle vendite di droni cinesi all’Ucraina , che hanno contribuito notevolmente a perpetuare il conflitto fino ad oggi. Inoltre, non ha ( almeno non ancora? ) permesso che le vendite di armi turche all’Ucraina danneggiassero le relazioni bilaterali. Pertanto, è plausibile che la Russia possa aver chiuso un occhio sulle precedenti vendite di armi pakistane all’Ucraina, soprattutto se percepite come effettuate “sotto costrizione” a causa della combinazione di pressioni economiche e richieste statunitensi.
Di conseguenza, un ipotetico armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan potrebbe essere interpretato da Trump come un affronto volto a perpetuare ulteriormente il conflitto, nonostante i suoi recenti sforzi per porvi fine, rischiando così di scatenare la sua ira con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare per le relazioni bilaterali, data la sua imprevedibilità. Per questo motivo, sebbene quegli elementi dell’establishment pakistano maggiormente influenzati dal Regno Unito e dai nemici del “deep state” di Trump potrebbero considerare l’idea di armare l’Ucraina qualora la Russia armasse i talebani, farebbero bene a pensarci due volte prima di farlo.
Il fatto che l’ipotesi che la Russia armi i talebani sia ora plausibile testimonia il pragmatismo di entrambe le parti nel superare il difficile passato di epoca sovietica per perseguire interessi comuni.
La visita a Kabul del capo dei servizi segreti esteri russi potrebbe preannunciare un armamento russo ai talebani contro l’ISIS-K, uno scenario che ha scatenato il panico tra i commentatori pakistani, in particolare tra gli account anonimi pakistani sui social media (“troll”). È in corso una campagna di disinformazione coordinata tra questi e “NAFO” per screditare rispettivamente i talebani e la Russia, accusandoli di essersi venduti ai loro ex nemici. In realtà, ciò soddisferebbe gli interessi di entrambi. Ecco cinque motivi per cui la Russia dovrebbe farlo:
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1. I talebani impediscono l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale
L’ISIS-K non ha mai nascosto i suoi piani di espansione in Asia centrale dall’Afghanistan, il che destabilizzerebbe la periferia meridionale della Russia con tutte le conseguenze di sicurezza non convenzionali che ne deriverebbero. Da qui l’interesse della Russia ad armare i talebani, in modo da poter prevenire questo scenario oscuro. A prescindere da ciò che si possa pensare del sistema socio-politico dei talebani, questi non hanno assolutamente alcuna intenzione di esportare questo modello in Asia centrale, quindi gli alleati regionali della Russia non si sentirebbero minacciati da un eventuale armamento del gruppo.
2. Il Pakistan è già stato informato sulla politica della Russia
Il Pakistan è in guerra con i talebani e li accusa di essersi alleati con terroristi designati da Islamabad, quindi non approverebbe un eventuale armamento dei talebani da parte della Russia. Tuttavia, il Pakistan è già stato informato della convinzione russa che i talebani rappresentino la forza più efficace per impedire l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale. Pertanto, il Pakistan non dovrebbe reagire in modo eccessivo se la Russia armasse i talebani contro l’ISIS-K fornendo armi all’Ucraina , il che indurrebbe la Russia a sospettare che il Pakistan stia cercando un pretesto per una provocazione premeditata.
3. La stabilità generale dell’Afghanistan è nell’interesse della Russia.
Sebbene la Russia non vorrebbe che i talebani usassero le armi appena ricevute contro il Pakistan, Mosca probabilmente non si opporrebbe al loro utilizzo contro gruppi armati come il ” Fronte di Resistenza Nazionale ” (NRF), sospettato di essere sostenuto dal Pakistan nell’ambito della sua strategia ibrida.Guerra in Afghanistan. Questa valutazione si basa sulla recente dichiarazione del vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, secondo cui “un Afghanistan prospero, pacifico e indipendente è nell’interesse di tutti i paesi della regione”.
4. La sicurezza è il prerequisito per vantaggi economici reciproci
Senza sicurezza, la maggior parte dei vantaggi economici reciproci che Russia e Afghanistan potrebbero trarre dalla loro partnership strategica rimarranno irraggiungibili, il che contestualizza ulteriormente il motivo per cui la Russia potrebbe armare i talebani affinché possano sconfiggere l’ISIS-K, l’NRF e altre minacce che ostacolano questo obiettivo. A tal fine, la Russia potrebbe anche addestrare i talebani in materia di antiterrorismo, guerra con droni e operazioni delle forze speciali, competenze che potrebbero poi essere utilizzate contro i suddetti gruppi.
5. Gli affari socio-politici dell’Afghanistan non riguardano la Russia.
Il rispetto della Russia per la sovranità dei suoi partner si estende naturalmente anche agli affari socio-politici dell’Afghanistan, che non la riguardano direttamente, sebbene possa comunque esprimere discretamente alcune preoccupazioni riguardo a vari aspetti di tali affari che, se non affrontati o migliorati, potrebbero avere implicazioni per la sicurezza nazionale. Ciò non significa, tuttavia, che la Russia subordinerà la cooperazione economica e di sicurezza alle riforme socio-politiche. La Russia rispetta il diritto dell’Afghanistan di gestire la propria società e la propria politica come meglio crede.
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Il fatto che l’ipotesi che la Russia armi i talebani sia ora plausibile testimonia il pragmatismo di entrambe le parti nel superare il difficile passato di epoca sovietica per perseguire interessi comuni. Il rapido riavvicinamento tra questi ex nemici rappresenta inoltre un esempio positivo per il resto del mondo. Se il partenariato strategico russo-afghano riuscirà a portare pace e prosperità a tutti gli afghani, si tratterebbe di un traguardo storico, e molti altri Stati potrebbero in seguito riconoscere la leadership dei talebani, che è stata ripristinata.
L’Azerbaigian potrebbe migliorare significativamente le sue relazioni con la Russia e rafforzare i legami militari e di sicurezza con Israele per bilanciare la Turchia, qualora Aliyev sospettasse che Erdogan nutra ambizioni egemoniche nel caso in cui Baku giungesse alla conclusione che Ankara stia giocando un ruolo nell’organizzazione di queste manifestazioni.
” La fratellanza azero-turca sta attraversando un momento difficile ” dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha criticato il divieto dell’hijab nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, poco prima dell’adozione della nuova politica sulle uniformi scolastiche dell’alleato Azerbaigian, interpretata da alcuni amministratori scolastici in questo modo. Il suo omologo azero Ilham Aliyev ha poi criticato non meglio specificati alcuni paesi per l’ingerenza negli affari del suo paese in un discorso al partito di governo, proprio mentre i turchi sui social media iniziavano a criticare l’Azerbaigian per il suo presunto divieto.
In Azerbaigian si sono svolte alcune proteste a favore dell’hijab,in seguito a notizie secondo cui le autorità avrebbero bloccato diversi social media che avrebbero potuto essere utilizzati per coordinare tali attività. Per contestualizzare, l’Azerbaigian è una società a maggioranza sciita ma storicamente laica, mentre la Turchia, alleata, è una società a maggioranza sunnita ma sempre più islamista. Entrambi i paesi sono di etnia turca e i loro leader hanno notoriamente descritto per decenni le relazioni bilaterali come quelle tra “una nazione, due stati”.
Ciononostante, la fratellanza azero-turca viene messa a dura prova dalle proteste pro-hijab in Azerbaigian, poiché alcuni sospettano che attori turchi stiano giocando un ruolo poco chiaro nell’organizzazione di tali proteste, e si moltiplicano le speculazioni sul fatto che si tratti di attivisti indipendenti o in qualche modo collegati allo Stato. A dire il vero, gli stessi sospetti circolano anche riguardo a un presunto coinvolgimento iraniano negli eventi, ma il punto cruciale è che alcuni azeri si chiedono ora se i loro fratelli turchi li stiano pugnalando alle spalle.
L’avversione dell’Iran per gli stretti legami tra Azerbaigian e Israele è ben nota, ma è stato solo con la spaccatura turco-israeliana sulla questione di Gaza che Ankara ha iniziato a preoccuparsi dei rapporti del suo alleato con Tel Aviv. Per contestualizzare, nel 2012 Foreign Policy riportò che Israele aveva pianificato di utilizzare l’Azerbaigian come base militare clandestina contro l’Iran. Nell’estate del 2025, l’emittente statale iraniana trasmise le testimonianze di residenti vicino al confine che affermavano di aver visto aerei e droni israeliani attraversare il confine dall’Azerbaigian durante la Guerra dei Dodici Giorni .
I loro disaccordi sull’Afghanistan governato dai talebani non devono necessariamente peggiorare le loro relazioni, a patto che il Pakistan non armi l’Ucraina con questo pretesto.
I legami tra i popoli dovrebbero essere la priorità, poiché i rapporti commerciali non possono espandersi senza una connettività terrestre attraverso l’Afghanistan e/o l’Iran, impraticabile a causa della guerra afghano-pakistana e della terza guerra del Golfo, mentre gli Stati Uniti esercitano di fatto un potere di veto sui principali accordi energetici e infrastrutturali. Di conseguenza, si dovrebbe valutare l’ammissione di un maggior numero di studenti pakistani nelle università russe, così come l’esportazione di lavoratori a contratto pakistani in Russia, un’iniziativa che la visita del Ministro degli Interni russo potrebbe agevolare .
Sulla base di quanto detto sopra, è possibile anche una certa cooperazione tecnologica, ad esempio ingegneri informatici pakistani formatisi in Russia che lavorano da remoto per aziende russe dopo essere tornati in patria, ricevendo una retribuzione elevata per gli standard pakistani, ma comunque bassa per quelli russi. L’obiettivo è che i legami tra i popoli costruiscano ponti tra le nazioni, anziché limitarsi a programmi accademici o contratti di lavoro occasionali. Ciò potrebbe gettare le basi per un’espansione degli scambi commerciali qualora si rendesse possibile la realizzazione di collegamenti terrestri.
Il prossimo ambito su cui concentrarsi è quello della sicurezza, non solo in termini di verifica dei suddetti cittadini pakistani che si recheranno in Russia per studiare e lavorare, ma anche in materia di antiterrorismo. In particolare, le esercitazioni congiunte annuali dovrebbero proseguire, unitamente a una maggiore condivisione di informazioni di intelligence. Quest’ultima potrebbe realisticamente concretizzarsi nella richiesta da parte della Russia al Pakistan di indagare su presunti campi dell’ISIS-K sulla base di informazioni provenienti dai talebani. Un meccanismo di questo tipo, se efficace, potrebbe contribuire a ridurre le tensioni tra Afghanistan e Pakistan.
Infine, Russia e Pakistan possono continuare a cooperare in ambito politico internazionale su questioni di interesse comune in seno alle Nazioni Unite e in altri forum multilaterali, il che risulta reciprocamente vantaggioso. I loro disaccordi sull’Afghanistan governato dai talebani non sono quindi destinati a deteriorare i rapporti, a patto che il Pakistan non armi l’Ucraina con questo pretesto. Se Russia e Stati Uniti compiranno progressi concreti nella loro partnership strategica incentrata sulle risorse, di cui i lettori possono approfondire l’argomento qui , ciò potrebbe giovare alle relazioni russo-pakistane.
Sarebbero quindi possibili accordi trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Pakistan nei settori dell’energia e delle infrastrutture, che aiuterebbero il Pakistan a ridurre ulteriormente la sua sproporzionata dipendenza dalla Cina in modo amichevole, moderato e non ostile, senza allarmare la Repubblica Popolare Cinese come farebbero i grandi accordi tra Stati Uniti e Pakistan in questi settori. Gli Stati Uniti porrebbero il veto a quelli tra Russia e Pakistan, e il Pakistan non vede di buon occhio quelli tra Stati Uniti e Pakistan, poiché la Cina potrebbe intuire la situazione e interrompere il CPEC; da qui la necessità di questo possibile compromesso trilaterale.
Guardando al futuro, le relazioni russo-pakistane conservano ancora un certo potenziale, a prescindere dai disaccordi sull’Afghanistan governato dai talebani, ma non si prevedono svolte significative a meno che gli Stati Uniti non le autorizzino. In assenza di un accordo globale tra Russia e Stati Uniti, come quello in fase di negoziazione per una partnership strategica incentrata sulle risorse, le relazioni russo-pakistane rimarranno ben al di sotto del loro pieno potenziale. Per il momento, entrambe le parti dovrebbero mantenere la rotta intrapresa ed è fondamentale che il Pakistan non armi l’Ucraina.
Il loro concetto, da loro reciprocamente dichiarato, di “una nazione, due stati” non è più credibile come un tempo.
Recentemente è stato affermato che ” la fratellanza azero-turca viene messa alla prova dalle proteste pro-hijab in Azerbaigian “, dopo che alcuni azeri hanno sospettato che alcune di queste manifestazioni fossero orchestrate, almeno in parte, da attivisti turchi sospettati di avere legami con lo Stato. Ciò è avvenuto dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato non meglio specificati alcuni Paesi per aver vietato l’hijab, poco prima dell’entrata in vigore della nuova politica sulle uniformi scolastiche in Azerbaigian, che alcuni amministratori hanno interpretato in tal senso.
L’analisi di cui sopra ha anche valutato che gli stretti legami militari e di sicurezza dell’Azerbaigian con Israele preoccupano la Turchia, poiché l’Azerbaigian e la Turchia si considerano ufficialmente “una nazione, due stati”, eppure l’Azerbaigian mantiene stretti rapporti con Israele, rivale della Turchia dopo il 7 ottobre . Questa osservazione chiarisce come il presidente azero Ilham Aliyev abbia presumibilmente utilizzato il suo omologo israeliano Isaac Herzog per lanciare tre frecciate a Erdogan durante l’ultimo vertice della CICA, tenutosi la scorsa settimana a Baku.
CICA si riferisce alla “Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia”, uno dei principali forum multilaterali asiatici che ospita vertici dei leader ogni quattro anni. Il Middle East Eye ha confermato le notizie diffuse sui social media turchi secondo cui Herzog è arrivato in Azerbaigian con la compagnia aerea nazionale, Azerbaijan Airlines, che ha transitato attraverso lo spazio aereo turco. Questo è stato interpretato come la prima frecciata di Aliyev a Erdogan tramite Herzog da quando la Turchia ha vietato i voli israeliani sul suo spazio aereo.
La seconda frecciata nei suoi confronti riguardava il nome dell’aereo, Shusha, che, secondo quanto riportato da Middle East Eye citando i social media turchi, potrebbe essere un riferimento deliberato alla Dichiarazione di Shusha del 2021 , che ha formalizzato un patto di difesa reciproca tra Azerbaigian e Turchia. Alcuni turchi considerano quindi il volo di Herzog verso Israele a bordo di un aereo azero che porta il nome di questa alleanza e che ha attraversato lo spazio aereo turco violando il divieto di Ankara sui voli israeliani, un affronto grave, se non imperdonabile.
L’ultima frecciata di Aliyev a Erdogan è stata segnalata dall’account ” Turkish Century “, che ha evidenziato come lui e sua moglie abbiano condiviso separatamente una foto del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan che si inchina rispettosamente mentre stringe la mano ad Aliyev, interpretandola come “un pessimo tentativo di insultare la Turchia”. Dopotutto, Fidan è ritratto in un modo che potrebbe essere interpretato come un segno di deferenza nei confronti di Aliyev, ma quest’ultimo potrebbe “plausibilmente negare” che si tratti di un affronto se messo alle strette e dare la colpa a un social media manager se incalzato.
Più che una frecciata, la foto di Aliyev del suo incontro a tu per tu con Fidan li ritrae mentre assumono freddamente la stessa postura sulle sedie, mentre la foto del suo incontro a tu per tu con Herzog li mostra impegnati in una conversazione amichevole. Questo contrasto comunica il disagio che Aliyev prova nei confronti della Turchia, in seguito alle proteste pro-hijab che alcuni azeri attribuiscono ad attivisti turchi legati al governo, e al contempo dimostra la sua familiarità con Israele, nonostante l’accesa rivalità con la Turchia.
Tornando al modo in cui Aliyev ha usato Herzog per attaccare Erdogan tre volte durante un singolo evento, è chiaro che nutre un profondo disappunto nei suoi confronti e vuole che il mondo intero lo sappia. Dal punto di vista turco, tuttavia, Aliyev potrebbe aver oltrepassato un limite. Invece di ridurre la loro campagna sui social media contro l’Azerbaigian e contro di lui personalmente, i suoi attivisti (che siano effettivamente legati allo Stato o solo sospettati di esserlo) potrebbero intensificarla con un gesto di sfida, bruciando così gli ultimi barlumi di fratellanza tra i due Paesi.
Tutti gli equilibri geostrategici degli Stati richiedono una messa a punto costante, che diventerà sempre più frequente nell’era della complessità, al fine di salvaguardare al meglio la propria autonomia strategica, faticosamente conquistata, di fronte alle crescenti sfide multiformi, provenienti anche da partner stretti.
Le crescenti tensioni tra Azerbaigian e Turchia, di cui i lettori possono approfondire l’argomento qui , hanno spinto il noto esperto azero Turan Rzayev a pubblicare di recente un articolo intitolato ” Il piano ‘neo-ottomanista’ di Erdogan: l’Azerbaigian non sarà l’avamposto di nessuno “. Rzayev ha sostenuto che la relazione tra i due Paesi, basata sul principio “una nazione, due stati”, non dovrebbe essere sfruttata da Ankara. Questo ha a sua volta ispirato il presente articolo, che condividerà sei suggerimenti per affinare l’equilibrio geostrategico dell’Azerbaigian.
I primi tre sono consigli benintenzionati volti a stimolare una discussione tra gli esperti azeri sulle proposte di ricalibrazione delle politiche, mentre gli ultimi tre ribadiscono la validità delle politiche esistenti. L’obiettivo generale è esplorare le modalità con cui l’Azerbaigian può prevenire la minaccia percepita del neo-ottomanismo senza danneggiare inavvertitamente le relazioni con la Turchia. Le future azioni dell’Azerbaigian avranno ripercussioni in tutta l’Eurasia, data la sua posizione strategica in questa regione.
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1. Assicurarsi che TRIPP non venga militarizzato clandestinamente dalla Turchia
Lo scenario peggiore è che questo dilemma di sicurezza porti a una crisi devastante per entrambe le parti, simile a quella ucraina, ma ciò potrebbe essere evitato grazie a un gesto di buona volontà da parte dell’Azerbaigian, che consentirebbe agli agenti doganali russi di ispezionare i carichi TRIPP, sul modello del precedente concordato nel novembre 2020 per l’Armenia meridionale. Un gesto di buona volontà analogo potrebbe essere anche quello di non ospitare le forze NATO per esercitazioni congiunte, partecipandovi solo all’estero. Il rischio di una crisi simile a quella ucraina scomparirebbe immediatamente.
2. Mantenere il CAC distinto dall’OTS
L’inclusione formale dell’Azerbaigian nella Riunione Consultiva dei Capi di Stato dell’Asia Centrale, avvenuta lo scorso anno, è stata accompagnata da una proposta di trasformazione dell’organizzazione nella ” Comunità dell’Asia Centrale ” (CAC). È tuttavia fondamentale che la CAC rimanga distinta dall'” Organizzazione degli Stati Turchi ” (OTS), guidata dalla Turchia, altrimenti l’OTS potrebbe di fatto sostituire la CAC, perseguendo le ambizioni neo-ottomane della Turchia a scapito degli interessi degli altri membri.
Sebbene i paesi del CAC condividano importanti legami socio-culturali con la Turchia, tra di loro esistono legami economici, storici e di sicurezza molto più stretti. Quest’ultima dimensione non deve essere gradualmente sostituita dalla TSI, altrimenti si potrebbe verificare una crisi con la Russia simile a quella ucraina. Dopotutto, la Russia potrebbe facilmente interpretare tale sviluppo come un’espansione di fatto dell’influenza della NATO in Ucraina, con tutto ciò che ne consegue; pertanto, i paesi del CAC devono fare tutto il possibile per scongiurarlo preventivamente.
3. Fare maggiore affidamento su Israele e India come contrappesi regionali
Si ritiene che le relazioni di fatto di alleanza tra l’Azerbaigian e Israele siano una delle ragioni per cui la Turchia nutre risentimento nei confronti del suo Paese fratello. Ciononostante, questi legami controbilanciano la duplice minaccia percepita del neo-ottomanismo e dell’Iran, e pertanto sono indispensabili per l’equilibrio geostrategico dell’Azerbaigian. L’adesione simbolica dell’Azerbaigian agli Accordi di Abramo, sull’esempio del Kazakistan dello scorso anno, e l’avvio di un vertice annuale o biennale tra la CAC e Israele potrebbero rappresentare i prossimi passi per rafforzare i legami.
Allo stesso modo, un significativo riavvicinamento con l’India potrebbe contribuire ad attenuare la percezione di minaccia da parte dell’Iran delle relazioni di fatto alleate tra l’Azerbaigian e Israele, che potrebbero concretizzarsi in una più stretta cooperazione sul ramo occidentale del Corridoio di trasporto Nord-Sud attraverso il Caucaso meridionale. L’attuale vertice biennale India-Asia centrale potrebbe essere ampliato per diventare un vertice India-CAC con la partecipazione dell’Azerbaigian. La potenziale partecipazione dell’Iran, anche in qualità di osservatore, potrebbe ulteriormente migliorare i legami bilaterali.
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4. Mantenere con orgoglio il continuo rafforzamento militare dell’Azerbaigian
La prima delle tre politiche che devono essere mantenute è la dichiarazione fatta da Aliyev al partito al governo all’inizio di ottobre, secondo cui il Paese continuerà il suo rafforzamento militare a scopo di deterrenza. L’Azerbaigian sa meglio di molti altri Stati di poter contare solo su se stesso per garantire la propria sicurezza nazionale. Chiunque chieda un rallentamento di questo processo incontrerà la diffidenza degli azeri patriottici. Questa politica non è negoziabile, come è giusto che sia, ma può anche essere affinata per scongiurare preventivamente potenziali problemi di sicurezza.
Ad esempio, si potrebbero esplorare accordi sul controllo degli armamenti con Russia e Iran per quanto riguarda il numero e il tipo di forze schierate vicino ai loro confini e/o nel Mar Caspio , una proposta che riaffermerebbe che l’Azerbaigian non nutre intenzioni ostili nei confronti di nessuno dei due. Ciò risulterebbe tanto più convincente se le tre proposte di cui sopra fossero già in fase di attuazione o oggetto di seria discussione. L’aspetto più importante è che nessuno dei due percepisca il continuo rafforzamento militare dell’Azerbaigian come una minaccia.
5. Rinforzare delicatamente lo status di Aliyev come modello di riferimento turco
Il presidente Ilham Aliyev è il capo di Stato in carica da più tempo tra i Paesi turcofoni della CAC, con l’eccezione del presidente tagiko non turco Emomali Rahmon, il che lo rende un modello naturale per la comunità turca. Sebbene il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sia in carica da un periodo leggermente più lungo e sia un po’ più anziano, gli manca la comprensione socio-culturale, storica e politico-regionale delle Repubbliche dell’Asia centrale che caratterizza Aliyev. Questo perché si è formato in un contesto totalmente diverso. Inoltre, non è laico come loro.
Per questi motivi, le controparti turche del CAC e i membri delle loro società potrebbero naturalmente guardare a lui come fonte di ispirazione e guida, piuttosto che a Erdogan. Sia chiaro, non si intende insinuare che Aliyev e il suo Paese stiano esercitando pressioni su altri, né tantomeno imponendo loro qualcosa. Si sta semplicemente richiamando l’attenzione sul ruolo di Aliyev come modello di riferimento e su quello dell’Azerbaigian in generale. Se questo ruolo viene rafforzato con delicatezza attraverso una diplomazia creativa e il soft power, può apportare grandi benefici a lui e alla sua nazione.
6. Preservare il principio “Una nazione, due stati” entro certi limiti
Azeri e turchi sono popoli fratelli, veramente un’unica nazione, due stati. Chiunque cerchi di dividerli, quindi, arreca danno a entrambi e persegue secondi fini. Non ci si dovrebbe più fidare di loro. Ciononostante, le critiche di Rzayev al neo-ottomanismo dovrebbero essere prese sul serio dalla Turchia, poiché riflettono con lucidità le preoccupazioni di alcuni azeri, soprattutto alla luce delle proteste a favore dell’hijab che alcuni suoi compatrioti sospettano siano organizzate, almeno in parte, da attivisti turchi (che potrebbero essere legati allo stato).
Di conseguenza, per preservare il principio “una nazione, due stati” è necessario tracciare confini chiaramente definiti. L’Azerbaigian ha il diritto sovrano di formulare la propria politica interna secondo le modalità che la sua leadership ritiene opportune, per quanto delicata possa essere la questione. Lo stesso vale per la sua politica estera, in merito alle partnership con qualsiasi stato e per qualsiasi motivo. In poche parole, la Turchia deve rispettare la nuova politica azera sull’uniforme scolastica, che alcuni interpretano come un divieto dell’hijab, così come la sua alleanza di fatto con Israele.
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Tutti gli Stati devono costantemente effettuare dei precisi aggiustamenti geostrategici, un processo che diventerà sempre più frequente nell’era della complessità, al fine di salvaguardare al meglio la propria autonomia strategica, faticosamente conquistata, di fronte alle crescenti e molteplici sfide, anche provenienti da partner stretti. Nel caso dell’Azerbaigian, la minaccia percepita rappresentata dal neo-ottomanismo dell’alleata Turchia è seria, ma può essere affrontata efficacemente attraverso i tre consigli benintenzionati sopracitati e le tre riaffermazioni politiche suggerite.
Come leader saggio ed esperto quanto Erdogan, Aliyev sembra aver compreso appieno il compito da svolgere, contestualizzando così le recenti mosse formali e informali dell’Azerbaigian. Lo stesso vale per i diplomatici, gli esperti e i giornalisti del suo paese. Tutti concordano sul fatto che il grande obiettivo strategico dell’Azerbaigian sia quello di proseguire la sua rapida ascesa a potenza di medio livello. Ciò richiede un affinamento del suo equilibrio geostrategico, e questo articolo si propone di fornire un supporto in tal senso per il mantenimento della pace, della stabilità e della prosperità nell’intera regione del Mar Caspio.
Un articolo azero, ora cancellato, pubblicato nel fine settimana e inizialmente percepito da molti turchi come avallato dallo Stato, ha suscitato una protesta da parte dell’ambasciata turca a Baku e ha acuito i sospetti reciproci tra questi popoli fratelli sulle attività dei rispettivi governi.
L’ambasciata turca a Baku ha rilasciato una dichiarazione nel fine settimana smentendo un articolo di un media locale secondo cui la foto dell’ex capo dei servizi segreti, ora ministro degli Esteri, Hakan Fidan, con alcuni membri della “Fondazione per l’assistenza ai giovani”, scattata durante il suo recente viaggio a Baku per partecipare a un evento multilaterale, fosse la prova di un incontro segreto. L’articolo è stato successivamente rimosso, ma in sostanza sosteneva che il suddetto gruppo e altri operassero sotto l’influenza della Turchia per strumentalizzare le recenti proteste a favore dell’hijab a fini di cambio di regime.
Per contestualizzare, la condanna da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan dei divieti sull’hijab imposti da alcuni Stati non specificati, espressa nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il mese scorso, ha preceduto l’entrata in vigore della nuova normativa azera sull’uniforme scolastica, interpretata da alcuni amministratori in tal senso, scatenando così un’ondata di proteste. Il suo omologo azero, Ilham Aliyev, ha poi accusato alcuni Stati non specificati di ingerenza negli affari interni dell’Azerbaigian, durante un discorso ai membri del partito al governo. Alcuni azeri sospettano che le proteste siano state organizzate da attivisti turchi.
Prima dell’evento precedentemente menzionato a Baku, Aliyev ha inviato la sua compagnia aerea nazionale a prelevare la sua controparte israeliana su un aereo che portava il suo omologo israeliano su un aereo che prendeva il nome dall’alleanza azero-turca per farlo volare a Baku attraverso lo spazio aereo turco, nonostante Ankara vietasse tutti i voli israeliani, cosa che alcuni turchi hanno considerato un affronto. Da allora, le criticheArticoli su Turkiye sono apparsi sui media azeri, considerati da alcuni influenzati dallo Stato. Ciò ha ulteriormente alimentato le dispute in corso sui social media. Ecco tre brevi note di contesto:
Due forze trainanti sono alla base di questa disputa senza precedenti tra queste nazioni fraterne che si considerano “una nazione, due stati”. Si tratta del disagio della Turchia nei confronti dell’alleanza di fatto tra l’Azerbaigian e Israele, con cui la Turchia è in rivalità dal 7 ottobre , e del disagio dell’Azerbaigian nei confronti di quelli che alcuni percepiscono come piani neo-ottomani della Turchia. Alcuni turchi ora sospettano che Israele sia dietro il presunto divieto dell’hijab in Azerbaigian, mentre alcuni azeri sospettano che la Turchia sia dietro le proteste.
Inoltre, alcuni azeri temono che i presunti piani della Turchia di trasformare la “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025 in un corridoio logistico NATO a guida turca lungo la periferia meridionale della Russia possano scatenare una guerra simile a quella ucraina , mentre alcuni turchi credono che Israele abbia alimentato questi timori. La questione dell’hijab è stata quindi solo la scintilla che ha spinto azeri e turchi a esprimere le proprie lamentele reciproche sui social media, non la causa principale, ma ora sembra aver assunto una vita propria.
Questo contesto chiarisce l’articolo citato in precedenza, poi cancellato dopo la protesta dell’ambasciata turca. Sebbene la sua veridicità non sia certa, è molto più certo che la sua pubblicazione sia stata probabilmente autorizzata per segnalare alla Turchia di frenare gli attivisti sui social media che si sono intromessi direttamente nel dibattito sull’hijab in Azerbaigian, un’ingerenza che Baku considera tacitamente tale, visti i disordini che ne sono seguiti. Se non dovessero fermarsi presto, gli azeri potrebbero interpretare questo comportamento come un tradimento della loro fratellanza.
Le fiamme che divampano per le strade della Francia rivelano qualcosa di ben più significativo di una semplice esplosione di rabbia popolare. Dietro le solite scene di veicoli in fiamme, vetrine infrante e scontri tra polizia e manifestanti, potrebbe profilarsi una trasformazione politica. Tensioni simili in tutta Europa suggeriscono che il continente stia entrando in un periodo di profonda instabilità. Eppure, le conseguenze di questo disordine si rivelano straordinariamente convenienti per certi potenti interessi. I governi liberali perdono la loro residua autorità, la popolazione esige azioni decisive e i movimenti di destra si preparano a ereditare lo Stato. Quella che appare come la disgregazione dell’ordine esistente potrebbe diventare il mezzo attraverso il quale tale ordine rinnova il proprio potere sotto una diversa bandiera politica.
C’è qualcosa di sospettosamente teatrale nella sequenza degli eventi. Certamente esistono autentiche rimostranze sociali, e la rabbia della gente comune non richiede l’intervento di un’organizzazione segreta per essere spiegata. Tuttavia, la possibilità che alcune frange di questa protesta vengano deliberatamente incoraggiate, manipolate o lasciate degenerare merita seria considerazione. Un’operazione politica di questo tipo non richiederebbe né l’invenzione di ogni singola rimostranza né l’organizzazione diretta di ogni manifestazione. Le tensioni esistenti potrebbero essere sfruttate attraverso provocazioni mirate, fallimenti calcolati delle forze dell’ordine e l’incessante amplificazione della violenza attraverso i media. Sebbene non sia ancora stato dimostrato un piano coordinato, gli effetti politici assomigliano a quelli di un’operazione attentamente pianificata: prima il caos, poi le richieste di autorità e infine l’emergere di una nuova classe dirigente che promette la salvezza nazionale.
Le radici più profonde di questa crisi risiedono nel sistema liberale stesso. Per decenni, i governi europei hanno perseguito politiche migratorie le cui conseguenze sociali si sono mostrati sempre meno disposti ad affrontare, mentre l’insicurezza economica, il declino dei servizi pubblici e l’erosione della coesione nazionale indebolivano la fiducia dei cittadini. Le tensioni che ne sono derivate hanno creato le condizioni in cui movimenti radicali, criminali opportunisti e cittadini sinceramente frustrati possono convergere nelle piazze. L’establishment politico presenta quindi il disordine come un’emergenza esistenziale che richiede misure straordinarie. In questo modo, lo stesso sistema di governo che ha contribuito a generare la crisi può rivendicare l’autorità per risolverla. La popolazione viene incoraggiata a cercare protezione da forze che potrebbero avere ben poca intenzione di cambiare le strutture di potere sottostanti.
La Francia offre un esempio particolarmente illuminante. Emmanuel Macron incarna una classe politica la cui autorità si fonda su un’amministrazione tecnocratica, sull’integrazione europea e su una stretta collaborazione con l’establishment di sicurezza atlantista. I suoi fallimenti hanno rafforzato Marine Le Pen e l’opposizione nazionalista in vista delle elezioni presidenziali del 2027. Ogni nuovo scontro nelle piazze accresce l’attrattiva delle figure politiche che promettono disciplina, sicurezza e restaurazione nazionale. Tuttavia, la questione cruciale riguarda l’orientamento internazionale delle forze che potrebbero sostituire Macron. Un cambio di governo avrebbe poco significato se la Francia continuasse ad accettare gli stessi obblighi strategici, le stesse dipendenze economiche e gli stessi impegni militari. Il linguaggio politico potrebbe assumere toni fortemente nazionalisti, mentre il rapporto essenziale con Washington rimarrebbe intatto.
Jean-Luc Mélenchon e la sinistra radicale occupano una posizione altrettanto rivelatrice in questo processo. I loro sostenitori possono considerare le manifestazioni come una lotta contro la disuguaglianza e i fallimenti dello Stato francese, ma lo spettacolo di rivolte e distruzioni può produrre conseguenze del tutto opposte ai loro obiettivi. Ogni edificio in fiamme diventa materiale per le campagne politiche dei loro avversari. Ogni scontro accresce la simpatia dell’opinione pubblica per un maggiore controllo della polizia e un governo più severo. La sinistra rischia di diventare, suo malgrado, partecipe dell’ascesa della destra, fornendo le immagini attraverso cui una futura svolta autoritaria potrebbe essere giustificata. Questo non significa che gli organizzatori di sinistra stiano segretamente collaborando con i loro oppositori. Dimostra piuttosto con quanta facilità un movimento possa servire interessi politici completamente diversi da quelli che crede di difendere.
L’esito più pericoloso sarebbe l’avvento di una destra neoconservatrice sostenuta dagli Stati Uniti, che si presentasse come difensore della civiltà europea. Un simile sviluppo rappresenterebbe un inganno politico straordinario. Gli elettori europei potrebbero credere di rifiutare il globalismo liberale, per poi scoprire che i nuovi governi rimangono saldamente ancorati alla NATO, al confronto con la Russia e alla leadership strategica americana. L’Italia di Giorgia Meloni dimostra già come le politiche nazionaliste interne possano coesistere con forti impegni di politica estera atlantista. Altri movimenti di destra europei perseguono posizioni diverse, soprattutto nei confronti della Russia, e non possono essere tutti accomunati. Ciononostante, la possibilità di incanalare l’insoddisfazione nazionalista in un blocco politico saldamente atlantista offre una prospettiva allettante per coloro che sono determinati a preservare il predominio geopolitico occidentale.
In questo contesto, il pensiero di Ernst Niekisch diventa imprescindibile. Tra le figure associate alla Rivoluzione Conservatrice tedesca, Niekisch interpretò la questione nazionale attraverso una critica intransigente della civiltà liberale occidentale e della dipendenza della Germania dalle potenze straniere. La sua posizione nazionalbolscevica mirava a una trasformazione rivoluzionaria della vita politica tedesca attraverso un orientamento verso est, in particolare verso la Russia. Per Niekisch, la questione decisiva riguardava la capacità di una nazione di determinare il proprio destino storico. La sua opera del 1932, Hitler: ein deutsches Verhängnis ( Hitler: una calamità tedesca ), avvertiva che il nazionalsocialismo avrebbe portato la Germania alla rovina. In seguito, si oppose al regime di Hitler e subì anni di prigionia. Il suo esempio dimostra che un linguaggio nazionalista radicale non offre alcuna garanzia di autentica indipendenza nazionale. Un movimento può celebrare la nazione pur perseguendo politiche che conducono direttamente alla sua rovina.
Da una prospettiva niekischiana, l’ascesa di una destra atlantista europea rappresenterebbe quindi una profonda ironia storica. Partiti che invocano l’identità nazionale, la tradizione e la sovranità potrebbero diventare strumenti di un ordine geopolitico che nega alle nazioni europee un’esistenza strategica indipendente. La loro opposizione all’immigrazione e alle politiche sociali liberali fornirebbe la forza emotiva necessaria per mobilitare la popolazione, mentre la loro politica estera rimarrebbe subordinata al sistema di sicurezza guidato dagli Stati Uniti. Niekisch avrebbe riconosciuto la contraddizione tra le aspirazioni rivoluzionarie nazionali e la dipendenza dal potere americano. La questione decisiva riguarderebbe la direzione in cui questa rinnovata energia nazionale verrebbe incanalata. Se la sua destinazione finale fosse un altro confronto continentale con la Russia, la presunta rinascita nazionale culminerebbe in una catastrofe europea già vista.
Il pericolo aumenta se si considerano questi sviluppi politici insieme all’accelerazione dei preparativi militari in Europa. I governi stanno incrementando le spese per la difesa, rafforzando le industrie belliche e preparando le proprie società alla possibilità di un confronto prolungato. Una trasformazione politica nazionalista potrebbe fornire l’entusiasmo popolare che i governi tecnocratici hanno faticato a generare. Le richieste di confini più sicuri e di una maggiore disciplina nazionale potrebbero gradualmente trasformarsi in richieste di sacrifici militari in nome della sicurezza europea. Lo Stato moderno possiede inoltre straordinari mezzi tecnologici di sorveglianza, coordinamento e controllo sociale. Il concetto di mobilitazione totale di Ernst Jünger, altro importante contributo al panorama intellettuale della Rivoluzione Conservatrice, acquista qui un significato rinnovato. Una popolazione spaventata dal caos interno potrebbe diventare sempre più disposta ad accettare una mobilitazione generale contro un nemico esterno designato.
Il significato geopolitico più ampio emerge dal conflitto tra unipolarità e multipolarità. La predominanza americana è storicamente dipesa dalla capacità di impedire la formazione di una concentrazione eurasiatica indipendente di potere economico, tecnologico e militare. Un’Europa in grado di sviluppare una duratura cooperazione strategica con la Russia disporrebbe di immense capacità industriali, risorse scientifiche, risorse energetiche e accesso all’intero continente eurasiatico. Una tale configurazione altererebbe radicalmente gli equilibri di potere mondiali. Di conseguenza, l’establishment atlantista ha un forte interesse strategico nel mantenere la dipendenza europea e nell’impedire una riconciliazione duratura tra Berlino, Parigi e Mosca. In quest’ottica, la trasformazione della politica europea diventa uno strumento per preservare l’unipolarità attraverso nuovi metodi ideologici. L’universalismo liberale potrebbe cedere il passo al nazionalismo militante, mentre la struttura geopolitica rimarrebbe sostanzialmente invariata.
Una politica europea autenticamente multipolare si muoverebbe nella direzione opposta. Riconoscerebbe la Russia come una grande potenza europea ed eurasiatica, i cui interessi di sicurezza non possono essere semplicemente cancellati dall’equazione continentale. Cercherebbe una maggiore autonomia strategica da Washington, stabilendo al contempo relazioni indipendenti con la Cina, l’India e altri centri di potere mondiali. L’orientamento orientale di Niekisch offre un precedente storico per riconsiderare il rapporto tra Germania e Russia. Il principio essenziale è l’indipendenza del destino politico dell’Europa. Un autentico conservatorismo europeo difenderebbe il carattere storico delle nazioni europee, rifiutandosi al contempo di trasformarle in strumenti della strategia militare americana. La sovranità dovrebbe estendersi oltre l’immigrazione, la cultura e la legislazione interna, fino agli ambiti decisivi della diplomazia, della politica economica e della guerra.
Il pericolo principale, dunque, risiede nella possibilità che il disordine europeo produca una rivoluzione politica i cui esiti siano già stati determinati dagli attuali centri di potere. Resta da vedere se l’attuale instabilità sia deliberatamente coordinata o semplicemente sfruttata da interessi contrapposti. Tuttavia, l’opportunità strategica è evidente. Una popolazione spaventata potrebbe sostituire amministratori liberali esausti con leader nazionalisti che promettono ordine, preservando al contempo il sistema atlantista e preparando il continente allo scontro con la Russia. Questo rappresenterebbe il tradimento definitivo della sovranità europea. Il vecchio ordine dominante sopravvivrebbe sotto nuove bandiere e le energie della resistenza nazionale verrebbero reindirizzate verso la preservazione dell’egemonia americana. L’Europa si crederebbe rinata proprio nel momento in cui si mobilita per un’altra disastrosa guerra al servizio di un impero oltreoceano.
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Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa
Scritto da Branda De Lucioni
Elaborato tra i mesi di marzo ed agosto dell’anno 2025
Rivisto nell’ottobre del 2026
Premessa Esplicativa:
L’equilibrio di potere in Europa, in relazione alla Russia, non è mai esistito ogniqualvolta e quando la Germania abbia tentato di espandere la sua influenza verso Est.
Invece, in converso, l’equilibrio di potere in Europa è esistito per 1000 anni, nel Medioevo ed in Età Moderna, quando la Germania non era governata dalle classi dirigenti dei brandeburghesi, sassoni, e prussiani — come è stato negli ultimi due secoli —, ma invece quando precedentemente era sottoposta dall’alternanza o interconnessione bilanciata — seppure con qualche supremazia temporanea — del potere dei lussemburghesi, svevi, bavaresi, ed austriaci.
Inoltre, la Germania bilanciata nell’equilibrio di potere quando questa era integrata con l’Italia Settentrionale, e quando era costituita su di un asse d’estensione Nord-Sud, dalle Fiandre, attraverso le Alpi, fino all’Italia del Nord, e viceversa.
In sostanza, questo assetto rendeva l’Europa divisa in blocchi di potere reciprocamente stabili:
Spagna;
Francia;
Inghilterra e Isole Britanniche;
Germania + Fiandre + Austria + Italia Settentrionale (Sacro Romano Impero);
Confederazione Polacco-Lituana (simile all’idea geopolitica dell’Intermarium del XX e XXI secolo);
Russia;
Turchia;
Scandinavia.
Questo manteneva, più o meno stabilmente, l’equilibrio di potere europeo, e lo ha mantenuto con variazioni minime (se non scontri di frontiera o per “terre di frontiera”), per almeno 1000 anni (cioè per ben 1 millennio).
Le terre di frontiera, contese, e dove le potenze si scontravano, e che cambiavano di mano in mano e di volta in volta, e dove si concentrava il conflitto attivo erano generalmente: le isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Carpazi, i Balcani, i Paesi Baltici, etc., etc., etc.
Mentre, nel resto, si aveva, dunque, un equilibrio di potere in Europa, ed una stabilità certa e sicura, con un bilanciamento di potere che durò non solamente per qualche decennio, come fu invece quello stabilito da Metternich a Vienna nel 1815, ma che invece, fu tale e stabile — e fu stabile in sé — per 1000 anni.
Invece, da quando la Germania è stata governata dai Prussiani, dai Brandeburghesi, dai Sassoni, ha sempre spinto per un’espansione verso Est, sopra gli Slavi, sopra al Baltico sopra la Mitteleuropa, e nel XX secolo — e si sta ponendo ancora all’orizzonte oggi in questi contemporanei anni del XXI secolo — finisce per porla a testa a testa contro la Russia.
Da, ed in ragione di, questa dinamica, sempre, si conflagra una titanica tensione od un titanico conflitto: come gli ultimi due secoli (questo compreso) dimostrano.
In sostanza, tale dinamica, di estensione ad Est della Germania, anche solo economicamente ed in soft power all’inizio, porta lo spazio vitale tedesco ad estendersi sopra a quella che nel XIX secolo il cancelliere non a caso prussiano Bismarck chiamava “la nostra Africa”— ossia l’Europa Orientale e la Mitteleuropa— cosa che si sta ripetendo ancora oggi in questi odierni — e futuri — decenni del XXI secolo, dove influenza geoeconomica e di soft power attuale della Germania si espande in tali aree (cioè sui paesi dell’ex Patto di Varsavia, e dello spazio Post-Sovietico), portandola inevitabilmente a scontrarsi direttamente con lo spazio vitale russo (o con quantomeno come tale è percepito dalle classi dirigenti russe).
Perciò, la Germania non deve essere governata dai prussiani, dai sassoni, dai brandeburghesi, ma deve invece essere guidata dai tedeschi meridionali e dagli austriaci, e deve essere integrata con l’Italia Settentrionale.
Dunque, la direttrice di potere e politica della Germania deve essere Nord-Sud: Fiandre-Alpi-Italia Settentrionale: cioè quello che diede una Balance of Power in Europa, stabile in sé, e che durò per ben 1000 anni!
Va dunque rimossa strutturalmente l’espansione ostinata verso Est, che ci fu nell’ ‘800, che si ripetè con ancora più forza nel ‘900, e che si è rimanifestata preponderantemente anche oggi in questi decenni del XXI secolo. Una dinamica d’espansione d’influenza, sulla direttrice Ovest-Est, che porta la Germania allo scontro con la Russia (prima indiretto, e riguardante le sfere d’influenza, ma poi chissà — vista l’esperienza concreta del secolo scorso — probabilmente ancora e di nuovo anche in modo di conflitto aperto e diretto).
Dunque, in quest’ottica, al fine di costituire una stabilità strutturale in Europa (cioè su tutto il Continente Europeo), anche la capitale della Germania dovrebbe essere Regensburg, oppure Vienna. Necessariamente la capitale non dovrebbe essere più Berlino in modo tassativo. In quanto, storicamente, Regensburg era la capitale del Sacro Romano Impero, e Vienna era la capitale del Sacro Romano Imperatore (quantomeno considerando il periodo del Basso Medioevo e dell’Età Moderna). Nonché, così come anche si fa oggi con l’UE, dove vi è un’alternanza di capitale tra Strasburgo e Bruxelles, pertanto, si potrebbe avere — in quest’ottica decentralizzata — un’alternanza di capitale tedesca tra Vienna e Regensburg (un certo numero di mesi in un luogo ed un altro numero di mesi nell’altro).
Questione essenziale:
Come può essere compensata la Francia, se l’Italia Settentrionale entra nella sfera tedesca?
Si può farlo in modo concreto guardando alle dinamiche di compensazione per cui l’Europa, a discapito di conflitti, fu stabile in modo perenne, per 1000 anni. Cioè la Francia, in tale ottica, avrà influenza sulla zona Papale / del Vaticano / Stato Pontificio / del Centro Italia.
Tutto questo ristabilirà l’equilibrio di potere, il balance of power, in modo certo e stabile in Europa in modo duraturo.
Alfine, ad Est, tra la Germania e la Russia, ci sarà l’Intermarium, come un tempo c’era la cosiddetta Confederazione Polacco-Lituana, che deve strutturalmente separare la Russia dalla Germania. Questo con la finalità d’eliminare la traiettoria d’espansione d’influenza tedesca Ovest-Est. In quanto, tale traiettoria è nociva, ed è sempre andata a riempiere i vuoti che trovava. Così come anche, recentemente, a partire dal 1989-1991, post caduta dell’Urss, ripetendo strutturalmente questo pattern, è andata a riempire i vuoti da dove la debole Russia si dovette ritrarre… Portando però, così, allo scontro reciproco quando la Russia, revanscista e rafforzata, come nell’ultimo ventennio ed ancora più decennio, si è riaffacciata con forza da Est sul Continente Europeo.
Ecco, questo è quello che va evitato a livello propriamente strutturale, e strategico di grandissima portata, ed è proprio sulla demolizione geopolitica di cotale dinamiche che si concentrano come riflessioni questi prolegomeni ad una geopolitica per 1000 anni di pace in Europa.
Analisi Ragionata:
Come visto, si tratta di un’analisi storico-geopolitica convincente, radicata nella classica idea di equilibrio di potere in Europa, costruita attraverso una lente che unisce precedenti storici, logica geografica, geo-economia, e conseguenze strategiche. Di seguito, si concentrerà sul riflettere sul nucleo dell’argomentazione sovraesposta e sulle sue implicazioni.
Tesi Centrale:
La leadership e l’orientamento geopolitico della Germania determinano se essa agisce come forza stabilizzatrice in un’Europa equilibrata oppure se diventa una fonte di conflitto—soprattutto quando si orienta verso Est.
Punti Storico-Strategici Chiave:
1. Equilibrio Storico di Potere:
La Germania era un attore stabile e di stabilità in Europa, questo quando non era sotto la dominazione prussiano-brandeburghese (e sassone), ma quando invece era un mosaico di alternanza più o meno stabile di dinastie e di classi dirigenti meridionali e parzialmente occidentali, provenienti da: Lussemburgo, Svevia, Baviera, Austria; che era al contempo interconnessa con l’Italia Settentrionale.
In questa configurazione, la Germania era orientata Nord-Sud, con forti legami con le Fiandre, con le Alpi, e con i ducati e le repubbliche (o città-stato) italiane del Nord Italia (più la Toscana). Riflettendo il modello del Sacro Romano Impero. Il quale era decentralizzato, e integrato su basi culturali, di eredità tradizionali lunghissime, e di realtà economiche, piuttosto che volto ed una proiezione espansionistico-imperialista.
2. Destabilizzazione causata dal Prussianesimo:
La leadership prussiana, sassone e brandeburghese nella storia tedesca (in particolare tra il XIX e il XX secolo, e si sta cominciando a ripetere anche oggi nel XXI secolo), ha generato una Germania rigida, militarizzata, orientata verso Est, spingendosi nei territori slavi — che sul lungo corso l’ha portata irrimediabilmente e senza soluzione di continuità — contro la Russia. Il pattern strutturale è sempre stato il medesimo: prima geo-economico e di soft-power, che poi apre a proxy-conflicts, ed alla fine porta sul medio-lungo periodo al vero e proprio conflitto aperto.
La tendenza di proiezione Ovest-Est della Germania è culminata nelle due Guerre Mondiali, e nelle attuali tensioni in Europa orientale con la Russia. Dove, dietro alle quinte, nei Paesi Baltici, nella guerra in Ucraina, etc., si può vedere uno scontro del soft-power e della sfera d’influenza tedesca contro la sfera d’influenza russa. Se nei Baltici ed in Mitteleuropa, nei Carpazi lo scontro è ancora di Guerra Ibrida, in Ucraina la guerra è già vera (seppure contenuta). Tutto ciò però tende ad aumentare, seppure senza picchi, ma comunque in modo costante, portando — rispetto al medio e lungo periodo — ad un sempre più esplosivo rischio di escalation Berlino-Mosca. Ancora più reale considerando che al costante revanscismo, alle aggressioni, ed alla crescita militare della Russia, la Germania sta ora pianificando ed iniziando un potente piano di ri-armamento.
Questa tendenza strutturale, ripetutasi ciclicamente negli ultimi due secoli, che si struttura e manifesta sulla dinamica d’estensione Ovest-Est della Germania, ha infranto il precedente equilibrio di potere europeo del Medioevo e dell’Età Moderna (che garantì stabilità continentale, a discapito dei conflitti, per ben 1000 anni, cioè per 1 millennio). Nonché, questa dinamica ciclica di espansione e conflitto verso Est di cui la Germania è stata protagonista negli ultimi due secoli, ha costantemente finito per generare enormi distruzioni ed a manifestazioni di instabilità prolungata.
La spinta della Germania verso Est, radicata nel retaggio prussiano, ha avuto un impatto devastante sull’equilibrio di potere europeo negli ultimi due secoli. Ogni tentativo di espandere l’influenza tedesca verso l’Est, che sia stato economico, di soft power, e militare, ha innescato un’esponenziale reazione a catena che ha portato inevitabilmente sul medio-lungo termine al conflitto aperto. Distruggendo così la stabilità che l’Europa aveva conosciuto in precedenza. La Germania di Berlino — invece di concentrarsi su un asse Nord-Sud come fece il Sacro Romano Impero (che produsse 1000 anni di stabilità continentale) — negli ultimi due secoli ha scelto ripetutamente di estendersi ad Est, ponendo i semi tanto di guerre devastanti, quanto della destabilizzazione dell’intero Continente Europeo.
3. Blocchi Geopolitici per l’Equilibrio:
Questa proposta geopolitica si basa su di un equilibrio multipolare continentale, simile all’Europa del Medioevo e dell’Età Moderna, divisa in zone che si controbilanciano reciprocamente a livello strutturale, geo-economico, e strategico, dove si avranno:
Germania, Fiandre, Austria, Italia Settentrionale (zona economico-culturale e politica costituitasi sull’asse Nord-Sud, qual era l’asse del Sacro Romano Impero), che sia dominata in alternanza intrecciata dagli austriaci e dai tedeschi Meridionali quali svevi e bavaresi, con collaborazione talvolta di quelli occidentali come i lussemburghesi.
Francia con influenza su Centro-Sud Italia e Vaticano e libera proiezione sul Mediterraneo (per proiettarsi nell’area MENA: Middle East North Africa).
Inghilterra come potenza insulare di bilanciamento: in tale ordine, così strutturato, garante aggiuntiva di questa balance of power e pace continentale così disposta.
Russia separata dalla Germania da un Intermarium interposto tra le due diverse potenze(evitando così che possa esservi un feroce conflitto diretto).
Intermarium in stile Confederazione Polacco-Lituana (includendo l’Ucraina) come blocco stabilizzatore, interposto tra Berlino e Mosca, e che sia una realtà strategica e geo-economica pesante, strutturata, e solida: al fine di evitare che si possano ripetere le dinamiche passate che portino ad un maggiore conflitto distruttivo.
Spagna, Turchia, Scandinavia, etc., come proprie sottosfere regionali bilanciate alle altre, e con le proprie traiettorie d’interesse ed influenza.
Infine: le Isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Balcani, i Paesi Baltici, ed i Carpazi, etc., restano territori contesi, frontiere porose, zone-cuscinetto, etc., come lo sono stati per secoli (terre di frontiera contese fra le maggiori potenze stabili).
II. Implicazioni Strategiche:
Questa visione geopolitica propone una ri-orientazione della strategia tedesca.Dall’espansione lineare verso Est (cioè dal tradizionale Drang nach Osten) ad un’integrazione verticale Nord-Sud, come nei mille anni precedenti in cui vi esistette il Sacro Romano Impero, ristabilendo così l’equilibrio continentale:
Ciò ridurrebbe le tensioni dirette di Berlino con la Russia, assegnando a ciascuna grande potenza la propria sfera strategica, isolata l’una dell’altra, per via dell’interposto Intermarium (integrante l’Ucraina), evitando così una competizione diretta tra la Germania e la Russia nei Baltici, in Mitteleuropa, in Ucraina, etc.
La Francia viene compensata con un’influenza culturale-religiosa sul Vaticano / Pontificio, sul Centro Italia, e con la piena libertà nella dinamica proiezione Mediterranea (verso il MENA).
La Germania torna a essere una forza stabilizzatrice dell’Europa, orientata su un asse Nord-Sud, non più egemone o potenziale sfidante continentale, come è, e come è stata, come quando condotta dalle classi dirigenti coadiuvanti e sviluppanti le dinamiche d’orientamento Ovest-Est (dinamica cui deve rinunciare).
L’Ucraina ha riconosciuta la propria prodezza, la propria gloria, la propria potenza ed indipendenza, integrata nell’Intermarium con la Polonia e la Lituania, producendo un baluardo di difesa orientale dell’Europa, che ponga la Germania al riparo del conflitto diretto con Mosca.
La Germania (riorientata su di un’asse Nord-Sud come fu con il Sacro Romano Impero, dominata da classi dirigenti austriache, sveve, bavaresi, etc.), l’Intermarium (integrante l’Ucraina), la Francia con la potenza sul Vaticano-Pontificio e Centro Italia, l’Inghilterra, etc., garantirebbero uno stabile strutturale equilibrio di potenza sul continente Europeo (così come nei 1000 anni del Medioevo ed Età Moderna).
III. Conclusione Riassuntiva:
Questo modello propone una riorganizzazione del potere europeo su basi storico-culturali, tradizionali e di lungo respiro, guardando alle esigenze strategiche e geo-economiche degli attori presenti, sostenendo che:
La Germania debba tornare a essere decentralizzata, guidata dagli austriaci e dai tedeschi del Sud, con un asse di orientamento Nord-Sud (come fu nei 1000 anni del Sacro Romano Impero), integrata con Italia Settentrionale, più la Toscana, ed anche Austria ovviamente e quintessenzialmente.
La Francia deve essere compensata con un’influenza sul Vaticano / Pontificio sul Centro-Sud Italia (con tutto ciò che ne scaturisce in proiezione mediterranea).
La Russiadeve essere arginata dal contatto con l’Intermarium, non più con la proiezione tedesca in loco, e tale Intermarium deve essere modellato sulla locale tradizione strategica, storica, e geo-economica della Confederazione Polacco-Lituana (che includa anche l’Ucraina), ciò per evitare conflitti diretti della Russia con la Germania.
Tutto questo ristabilirebbe un vero equilibrio di potere in Europa, con sfere d’influenza ben definite, che limitano le ambizioni imperialistiche altrui, lasciando però valvole di sfogo che non sopprimano o minacciano gli altri, assicurando così sul lungo periodo sia la stabilità regionale che strutturale.
Dunque, in conclusione, con questi prolegomeni (che tali sono e rimangono, principi d’indirizzo di ragionamento, e non saggio compiuto), siamo davanti ad una visione geopolitica radicata tanto nella geografia quanto nella storia. Che vede l’Europa non come un blocco unico monolitico, a discapito del ruolo che l’Unione Europea o la Nato possano avere (anche al di sopra di questa visione proposta), ma come un insieme di nuclei civilizzazionali sovrapposti, con periferie stabilizzatrici, dove scontri possano avvenire, senza alterare i blocchi stabili, e senza scatenare tensioni che inneschino guerre titaniche.
Mappe per visualizzazione geopolitica:
PIL pro capite, per regioni, d’Europa [da fonti Eurostat per il 2023]:
Base materiale per il [“Nuovo”] Sacro Romano Impero:
Sacro Romano Impero al X secolo:
Sacro Romano Impero al XVI secolo:
Sacro Romano Impero al 1789 [poco prima della sua fine]:
L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel X secolo:
L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel 1789:
Glosse storiche:
Sulla resistenza degli italiani alla distruzione dell’Italia nel Sacro Romano Impero:
La rivolta di Pavia del maggio 1796 in nome del Sacro Romano Impero:
Il 28 aprile 1796, con la firma dell’armistizio di Cherasco, la guerra si avvicinò minacciosamente a Pavia, al punto che persino l’Università fu costretta a sospendere temporaneamente le proprie attività. Pochi giorni più tardi, il 10 maggio, Napoleone Bonaparte, alla guida dell’Armata d’Italia, sconfisse le truppe austriache nella battaglia del ponte di Lodi, aprendosi così la strada verso la Lombardia austriaca e imprimendo alla campagna militare francese una svolta decisiva.
Il 14 maggio, il generale Pierre François Charles Augereau, protagonista delle operazioni militari, entrò a Pavia alla testa di circa seimila soldati. Ad accoglierlo furono il vescovo Giuseppe Bertieri e il podestà, espressione delle autorità cittadine, che scelsero di collaborare con i nuovi occupanti nella speranza di preservare l’ordine pubblico e l’integrità delle istituzioni locali. Augereau, constatata la disponibilità delle autorità a un atteggiamento conciliante, non procedette alla sostituzione degli organi di governo municipali, le cui cariche erano detenute prevalentemente dall’aristocrazia, e garantì tanto la tutela della proprietà quanto la libertà del culto religioso.
Tale condotta, improntata a una prudente continuità amministrativa, non riuscì tuttavia a placare le tensioni che attraversavano la città. I giacobini locali, ormai guidati da Giovanni Antonio Ranza, giudicarono insufficienti le misure adottate, mentre una parte dei ceti popolari, educata per anni alla diffidenza nei confronti della Rivoluzione dalla propaganda antirivoluzionaria promossa dal governo asburgico, dalle autorità cittadine e dal clero, interpretò la moderazione del vescovo e del podestà come un segno di viltà. Si delineava così una frattura profonda fra le diverse componenti della società pavese, nella quale il conflitto politico e ideologico si intrecciava con antiche fedeltà dinastiche, convinzioni religiose e risentimenti sociali.
Il 16 maggio, in un gesto che suscitò l’indignazione di numerosi cittadini, alcuni giacobini abbatterono dal suo piedistallo il Regisole, l’antica statua equestre in bronzo di origine tardo-romana, raffigurante un imperatore a cavallo e da secoli annoverata fra i simboli più venerati dell’identità pavese [che nei secoli era stata collegata simbolicamente al Sacro Romano Impero, a cui la città da un millennio, ininterrottamente, seppure ormai da secoli all’interno del Ducato di Milano, n.d.a.]. Al suo posto venne innalzato l’albero della libertà, emblema della nuova stagione rivoluzionaria. La distruzione del monumento, compiuta contro la volontà e la sensibilità di gran parte della popolazione, assunse un significato che trascendeva il semplice mutamento dell’arredo urbano: essa apparve come la deliberata cancellazione di una memoria storica nella quale la città riconosceva una parte essenziale della propria identità. Soltanto l’intervento di Pietro Tamburini impedì che fosse abbattuta anche la statua bronzea di papa Pio V.
Augereau deplorò la distruzione del Regisole. Il 21 maggio, tuttavia, lasciò Pavia per fare ritorno al fronte, affidando il castello Visconteo a una guarnigione di appena 447 uomini, comandata dal capitano Guillaume Latrille de Lorencez. Alcuni ufficiali francesi, contravvenendo agli ordini di Napoleone, avevano nel frattempo favorito l’azione dei giacobini, contribuendo ad alimentare il malcontento cittadino e ad aggravare una situazione già estremamente precaria.
Nelle campagne circostanti, intanto, cominciarono a diffondersi voci circa un imminente ritorno delle truppe austriache. Alcuni membri della municipalità, appartenenti all’aristocrazia e titolari di vaste proprietà fondiarie, iniziarono a mobilitare i propri contadini e fittabili. La controrivoluzione prese avvio a Trivolzio il 17 maggio e si estese, il 21, a Casorate Primo e Binasco. In tale processo ebbero un ruolo anche i parroci di Samperone e Trivolzio, la cui influenza sulle comunità rurali favorì la mobilitazione, già alimentata dal risentimento per le pesanti requisizioni di prodotti agricoli imposte dalle autorità francesi.
La rivolta non fu, dunque, il semplice moto spontaneo di una popolazione ostile agli occupanti, ma il risultato dell’intreccio fra fedeltà tradizionali, opposizione religiosa e politica, interessi dei proprietari terrieri e insofferenza per gli oneri imposti dalla guerra. Al centro di questo risentimento vi era anche la persistente fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero, la cui autorità, pur messa in discussione dall’avanzata francese, continuava a rappresentare per molti abitanti delle campagne il principio legittimo dell’ordine politico e dinastico. Le grida in favore dell’Imperatore avrebbero costituito, di lì a poco, uno dei segni più eloquenti della natura insieme popolare, religiosa e monarchica dell’insurrezione.
Il 23 maggio, migliaia di contadini armati di fucili, pistole, picche, roncole, forche e strumenti di lavoro agricolo entrarono improvvisamente a Pavia, inneggiando all’Imperatore del Sacro Romano Impero. Le campane delle chiese presero a suonare a martello, diffondendo per le vie cittadine il segnale della sollevazione. I rivoltosi, probabilmente guidati da emissari degli aristocratici e degli ecclesiastici che avevano contribuito a organizzare il movimento, si misero dapprima alla ricerca dei francesi e dei giacobini; successivamente irruppero negli ex conventi di Santa Croce e di San Tommaso, nonché nella sede della Confraternita di San Rocco, dove gli austriaci avevano nascosto armi e munizioni.
Una volta entrati in possesso di tali risorse, i contadini si organizzarono e riconobbero come proprio capo il capomastro Natale Barbieri, il quale si rivolse immediatamente alle autorità municipali per ottenere pane, vino e formaggio destinati ai suoi uomini. L’iniziale successo dell’insurrezione, tuttavia, non tardò a trasformarsi in una fonte di inquietudine. L’afflusso di una moltitudine armata, priva di una disciplina militare stabile e inebriata dai primi risultati conseguiti, suscitò crescente preoccupazione tanto fra gli amministratori cittadini quanto fra gli stessi abitanti di Pavia.
I rivoltosi catturarono il generale francese Honoré Alexandre Haquin, che evitò il linciaggio soltanto grazie al tempestivo intervento di alcuni membri della municipalità. Subito dopo posero sotto assedio il castello Visconteo, dove si era asserragliata la guarnigione francese. Seguì uno scontro violento, nel quale entrambe le parti subirono perdite, finché i soldati francesi, sopraffatti, furono costretti alla resa. Disarmati, vennero condotti nell’ex monastero di Santa Chiara.
La notizia dell’insurrezione raggiunse rapidamente Napoleone, che si trovava a Lodi e che, impegnato nell’avanzata verso est contro gli austriaci, non poteva tollerare che alle proprie spalle si consolidasse un focolaio di resistenza. Bonaparte ordinò pertanto al generale Hyacinthe François Joseph Despinoy di reprimere la rivolta con estrema durezza. Per il comandante francese, la riconquista di Pavia non costituiva soltanto una necessità militare, ma anche una questione di autorità: lasciare impunita la sollevazione avrebbe potuto incoraggiare altre comunità lombarde a insorgere contro l’occupazione.
Il 24 maggio Binasco cadde nelle mani dei francesi. La città fu saccheggiata, numerose abitazioni vennero incendiate e circa un centinaio di abitanti persero la vita. Nel tentativo di evitare che la medesima sorte toccasse a Pavia, l’arcivescovo di Milano, Filippo Maria Visconti, accompagnato da monsignor Giuseppe Rosales, fu inviato nella città per persuadere gli insorti ad arrendersi. Ogni proposta di capitolazione venne tuttavia respinta.
Il 25 maggio, le forze francesi, composte da circa duemila fanti, trecento dragoni e sei pezzi d’artiglieria, mossero pertanto all’assalto della città. Le porte furono forzate, fra esse quella di Milano, e i soldati penetrarono nelle vie urbane, dando inizio a combattimenti feroci e disordinati. I francesi colpirono tanto i contadini insorti quanto i cittadini estranei alla rivolta; gli insorti, dal canto loro, risposero aprendo il fuoco dai tetti e dai campanili e scagliando tegole contro gli assalitori. Nel caos dello scontro, alcuni militari francesi si abbandonarono al saccheggio, aggravando ulteriormente le sofferenze della popolazione. Il bilancio dei combattimenti fu di circa ottanta rivoltosi uccisi, mentre fra i francesi si contarono almeno nove morti e una sessantina di feriti.
Nel tardo pomeriggio, una volta soffocata la resistenza, Napoleone giunse personalmente a Pavia, accompagnato da Antoine Christophe Saliceti, commissario del Direttorio. Stabilì il proprio quartier generale presso il collegio Caccia e convocò al suo cospetto il vescovo, alcuni ecclesiastici e diversi esponenti dell’aristocrazia cittadina. Costoro implorarono il perdono per quanto era accaduto, cercando di scongiurare ulteriori rappresaglie contro la città.
Bonaparte accordò una misura di clemenza, disponendo che il saccheggio cessasse alle nove del mattino successivo, anziché protrarsi per altri due giorni, come inizialmente previsto. Si trattò di una concessione limitata, che non cancellò la durezza della repressione né le devastazioni già compiute. Il 26 maggio Natale Barbieri, riconosciuto come capo degli insorti, fu fucilato davanti al castello Visconteo. La sua esecuzione costituì la prima di sette fucilazioni comminate ai controrivoluzionari; in seguito, tuttavia, i tribunali militari interruppero le esecuzioni, risparmiando la vita alla maggior parte di coloro che avevano partecipato, direttamente o indirettamente, alla sollevazione. Non ebbe seguito neppure la proposta dei giacobini pavesi di deportare ad Antibes sessantaquattro nobili, ecclesiastici e proprietari terrieri.
Le ferite lasciate dal saccheggio, nondimeno, rimasero profonde e durature. Case, botteghe, chiese, conventi e persino il Monte di Pietà furono depredati. La violenza non risparmiò neppure i più indigenti: sono conservate le denunce di almeno centinaia di persone vittime di furti, benché numerosi aristocratici e popolani rinunciassero a presentare alle autorità municipali una richiesta formale di risarcimento. Vennero sottratti denaro, gioielli e argenterie, ma anche oggetti di uso quotidiano, segno di una spoliazione che investì ogni strato della società. Una parte dei beni fu successivamente riscattata dal Comune attraverso la costituzione di un fondo di solidarietà.
La rivolta di Pavia del maggio 1796 si configura così come un episodio emblematico della frattura che attraversò la Lombardia durante l’avanzata napoleonica: da una parte, la pretesa rivoluzionaria di rifondare l’ordine politico e cancellare i simboli del passato; dall’altra, la resistenza di una popolazione nella quale la devozione religiosa, il radicamento delle tradizioni e la fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero continuavano a costituire potenti elementi di identità e legittimazione. L’abbattimento del Regisole, l’insurrezione al grido di fedeltà all’Imperatore, inteso duplicissimamente, sia nel simbolo della statua, sia nel senso del Sacro Roman Impero, a cui la città millenariamente apparteneva, dimostrano quanto potesse essere forte, nel richiamo alla tradizione, un’istituzione distante e apicale, ma, in ultima istanza, garante delle libertà, e comunità, locali.
Sulla resistenza anti-giacobina, anti-francese, e anti-napoleonica in Nord Italia:
Consideriamo ora gli avvenimenti che ebbero luogo nella valle del Po, dove, fra l’inizio di maggio del 1796 e il febbraio del 1797, le forze francesi avrebbero trascorso nove mesi impegnate in una dura campagna militare contro gli austriaci. […] è opportuno soffermarsi preliminarmente sulle caratteristiche geografiche del territorio, il cui paesaggio non avrebbe potuto presentare un contrasto più marcato con quello della Riviera ligure. Se quest’ultima si distingue per la natura montuosa e la fitta copertura boschiva, la pianura padana si configura come una distesa ampia, pianeggiante e aperta, interrotta soltanto, in alcune zone, da modesti rilievi collinari. Coltivata intensivamente da secoli, essa è caratterizzata da una pressoché totale assenza di estese superfici forestali.
Diversamente dalle montagne della Riviera ligure, dove una popolazione rurale sparsa traeva a fatica il proprio sostentamento da terreni magri e poco generosi, in un contesto privo di grandi centri urbani, la valle del Po si presentava come una regione fertile, densamente popolata e costellata di città prospere, fra le quali spiccava Milano. Si trattava, in altri termini, di un ambiente geografico apparentemente poco propizio alla guerra di guerriglia.
La scarsità di rifugi naturali nei quali occultare uomini e armi rendeva infatti assai più difficile organizzare e mantenere formazioni irregolari al riparo dalle forze nemiche. Inoltre, la conformazione pianeggiante del territorio accresceva sensibilmente l’efficacia della cavalleria e dell’artiglieria, rendendo al contempo meno agevole per i combattenti irregolari sottrarsi alla loro azione. Proprio queste erano, del resto, le componenti militari di cui le bande guerrigliere erano generalmente prive, circostanza che le poneva in una condizione di evidente inferiorità rispetto agli eserciti regolari operanti in pianura.
Non sorprende, pertanto, che le più significative manifestazioni di resistenza armata contro i francesi nella valle del Po assumessero prevalentemente la forma di insurrezioni popolari, anziché concretizzarsi nelle incursioni improvvise e nelle imboscate che avevano caratterizzato l’opposizione delle popolazioni civili nelle regioni montuose. La maggior parte di queste sollevazioni ebbe luogo in Lombardia […] (Boycott-Brown, Martin, Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, in Esdaile, Charles J (a cura di), Popular Resistance in the French Wars. Patriots, Partisans and Land Pirates, Palgrave MacMillan, New York, 2005, pp. 45 – 66: 51) [qui, e di seguito, ogni traduzione dell’inglese delle citazioni mia, n.d.a.].
Non soltanto l’arrivo delle truppe francesi aveva sconvolto gli equilibri economici della Lombardia, ma aveva altresì profondamente alterato il suo assetto politico e istituzionale. Il governatore austriaco, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, governatore del Ducato di Milano [appartenente al Sacro Romano Impero, n.d.a.], era stato costretto ad allontanarsi precipitosamente, affidando il potere a un gruppo di notabili locali. Tale soluzione provvisoria, tuttavia, ebbe vita assai breve: le autorità francesi procedettero rapidamente a smantellarla, mentre numerosi rivoluzionari lombardi e simpatizzanti della Francia, che fino ad allora avevano mantenuto un profilo prudente e defilato, cominciarono a manifestare apertamente le proprie ambizioni, forti della protezione garantita dall’esercito invasore, che si presentava come forza di «liberazione».
Nelle piazze delle città e dei borghi iniziarono così a sorgere gli alberi della libertà, nuovi emblemi dell’ordine rivoluzionario, mentre gli ardenti giacobini, animati dall’entusiasmo politico e dall’ostilità verso il passato regime, si dedicarono alla distruzione dei simboli ritenuti espressione della tirannide, reale o presunta. Uno di questi gesti, in particolare, avrebbe contribuito in misura determinante allo scoppio della più grave manifestazione di violenza popolare contro i francesi [quella di Pavia del 1796, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 54).
La sollevazione, tuttavia, non coinvolse soltanto il territorio pavese. Nello stesso periodo, anche Como fu teatro di un’insurrezione, così come Varese, mentre a Milano si verificarono gravi disordini. Gli episodi di rivolta interessarono dunque diverse località della Lombardia, mostrando come l’opposizione alla presenza francese non fosse circoscritta alla sola Pavia, ma si manifestasse anche in altri centri della regione (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 56).
[…] I francesi erano ben consapevoli che il pericolo maggiore proveniva dai contadini, piuttosto che dagli abitanti delle città, i quali, com’era loro noto, avevano subito in misura minore le razzie e le devastazioni perpetrate dai razziatori [delle truppe francesi, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 57).
È significativo che la resistenza armata delle popolazioni civili nella valle del Po abbia assunto prevalentemente la forma di insurrezioni di massa, generalmente concentrate nei centri urbani e nei villaggi, sfociando in manifestazioni di lotta che presentavano alcune somiglianze, seppur vaghe, con la guerra convenzionale: la conquista di posizioni fortificate, l’impiego dell’artiglieria e l’azione collettiva di forze numerose. Tale modalità di combattimento si distingueva nettamente dalle tattiche fondate sulle imboscate e sulle incursioni improvvise, e appare plausibile che la conformazione del territorio abbia costituito il fattore determinante di questa differenza [diversamente soprattutto dalle altre forme di resistenza che si svilupparono nelle Alpi e nella Riviera ligure, n.d.a.].
Merita inoltre attenzione il rilievo assunto dalle motivazioni politiche e religiose, apparentemente più marcato rispetto ad altri contesti, nonché il ruolo che potrebbe aver avuto la percezione di una minaccia all’identità delle comunità locali [legate alla tradizione millenaria del Sacro Romano Impero, seppur distante, garante delle libertà e diritti delle comunità locali di tradizione ereditata plurisecolare, n.d.a.] nel suscitare e alimentare la rivolta (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 59).
Colpisce, in questo contesto, il notevole grado di organizzazione e di pianificazione che caratterizzò le misure difensive predisposte dalle comunità locali, fino a comprendere forme di cooperazione fra villaggi diversi. La situazione sembrava ormai giunta a un punto critico, e non è difficile comprendere come l’escalation della violenza avrebbe potuto condurre a ulteriori sviluppi, inducendo gruppi di uomini a rifugiarsi sulle montagne e nei boschi e a intraprendere una guerra di guerriglia contro i francesi (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 62).
In conclusione, si può affermare che, sebbene nell’Italia settentrionale, fra il 1792 e il 1797, si siano verificate numerose manifestazioni di resistenza armata delle popolazioni civili contro i francesi, soltanto una parte assai limitata di esse corrispose a ciò che oggi si intende propriamente per guerra di guerriglia. Le sollevazioni che ebbero le ripercussioni più significative sulle operazioni militari francesi (in Lombardia e in Emilia) [comunità tradizionali, le cui libertà, seppure a livello distante, erano garantite dai vincoli tradizionali dal millenario Sacro Romano Impero: quale massimo garante apicale, tanto lontano quanto al contempo pur sempre presente, n.d.a.], sembrano essere state, più che autentiche manifestazioni di guerra irregolare, tentativi maldestri di affrontare il nemico secondo modalità riconducibili alla guerra convenzionale, anziché ricorrere alle tattiche di attacco e ripiegamento improvviso generalmente associate alla guerriglia.
L’unica regione nella quale si sviluppò una forma di lotta assimilabile alla guerriglia fu la Riviera ligure, il cui territorio si prestava particolarmente a questo genere di combattimento. In tale contesto, la guerriglia sembra essersi evoluta a partire da forme di brigantaggio preesistenti [strettamente legate ai proprietari terrieri che godevano di diritti garantiti dai vincoli feudali, che – anche quest’ultimi – derivavano in giustificazione dal Sacro Romano Impero. Inoltre, va poi altresì considerato che vi furono simili resistenze di guerriglia anche nelle Alpi, n.d.a.]. Nonostante le difficoltà e i disagi che provocò alle forze francesi, essa non esercitò, tuttavia, un’influenza significativa sull’andamento delle loro operazioni militari.
In un’altra area, quella nei pressi di Rivoli, dove la guerriglia avrebbe potuto facilmente svilupparsi, la situazione fu invece ricondotta entro limiti meno conflittuali grazie alla disponibilità tanto delle popolazioni locali quanto dei francesi a individuare soluzioni ai problemi della convivenza e a raggiungere un modus vivendi. In tale processo risultarono determinanti la tutela delle proprietà locali, il rispetto delle tradizioni e la conservazione delle istituzioni preesistenti.
Se questa lezione [cioè riguardo all’accomodazione e alla mediazione tra le esigenze apportate dal nuovo regime e le precedenti libertà e comunità tradizionali delle popolazioni locali, n.d.a.] fosse stata compresa e applicata anche altrove, […], è persino possibile che la parola “guerrilla” non sarebbe mai entrata a far parte della lingua inglese (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., pp. 64 – 65).
Sul Branda Lucioni e la “Massa Cristiana” del 1799 [la “Vandea Italiana”]:
Due sono le fonti note sulla sua nascita. In un foglio matricolare del reggimento d’ussari Wurmser, presso cui fu ufficiale, datato 24 ag. 1791, il Branda Lucioni è detto “gebürtig von Mayland, aus Lombardie” e “51 1/12 jahre alt” (Albera – Sanguineti, p. 40). Ciò porrebbe, quindi, la sua nascita a Milano, nel luglio 1740. Nell’atto di matrimonio del figlio Giovanni Battista, in data 28 luglio 1829, il L. risulta nato in data imprecisata a “Wittemberg, in Boemia”, cioè Winterberg o Winperk, nella Boemia meridionale (Consonni, p. 247). Comunque, in quasi tutti i documenti il L. è definito o si definì “milanese”.
[…] Diciassettenne, il Branda Lucioni si arruolò e iniziò la carriera militare [nell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, e non nell’Esercito Imperiale, riservato quest’ultimo soprattutto a tedeschi, n.d.a.] partecipando alla guerra dei Sette anni. Nel 1770 era Leutnant in un reggimento di cavalleria leggera; fu promosso Ober-leutnant nel 1773. Nello stesso 1773, il 22 maggio, sposò a Gallarate Maria Teresa Landriani (nata nel 1753), figlia del conte Pietro Paolo, del ramo di Trezzo d’Adda.
Il matrimonio lo legò a una delle più antiche famiglie della nobiltà lombarda, ben inserita nelle strutture di governo milanese [da qui ebbe il diritto di aggiungere “De” al proprio cognome, divenendo Branda De Lucioni, n.d.a.]. […] I tentativi di controllare l’eredità familiare lo portarono a liti con gli zii Giovan Battista e Antonio; nel 1774 fu imprigionato nel Castello di Milano in seguito a uno scontro con quest’ultimo.
[…] Queste disgrazie e insuccessi furono la probabile origine del rientro nell’esercito [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.], che aveva lasciato poco dopo il matrimonio (documenti del 1775 lo dicono “giubilato tenente”). Nel 1779 il Branda De Lucioni prese servizio nel reggimento degli ussari imperiali Wurmser, del colonnello conte D.S. von Wurmser. […].
Per un quindicennio visse secondo i ritmi del reggimento, di stanza nel Centro-Nord del Sacro Romano Impero, dove aveva già combattuto da giovane. […] Il 1 Nov. 1783 fu promosso zweiter Rittermeister (capitano in seconda) e ottenne il comando di uno squadrone. Il 16 genn. 1789 fu promosso Rittermeister (primo capitano), passando al comando di un nuovo squadrone. Il Branda De Lucioni era allora in Galizia, a Tuchow, […].
Nel 1790 il reggimento fu impegnato contro gli insorti belgi e nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria [nella Guerra della Prima coalizione che le potenze fautrici dell’ordine tradizionale combatterono contro la Francia “giacobinistica” e/o comunque rivoluzionaria dal 1792 al 1797, n.d.a.], fu inviato sul Reno e nei Paesi Bassi. Nel giugno 1793, tuttavia, il Branda De Lucioni fu pensionato con il grado di capitano e fece ritorno a Milano.
Lavorò per alcuni mesi a un progetto “per rendere invulnerabili le armate austriache”. Nel luglio 1794 ne chiese il permesso di stampa all’abate A. Longo, l’antico collaboratore del Caffè divenuto regio censore per le stampe; di fronte alla sua veemenza il Longo, temendo che scendesse a vie di fatto, concesse un parere favorevole, ma appena il Branda De Lucioni lasciò il suo ufficio scrisse una lettera per sconfessarlo, affermando di aver dato il suo consenso solo per paura.
La vita del Branda De Lucioni dal luglio 1794 all’inizio del 1798 resta per ora ignota; il cui unico dato certo è che rientrò nell’esercito come maggiore, non è chiaro se nel reggimento Wurmser o in un altro. Gli avvenimenti del 1798-1801 [nel periodo della Guerra della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria dal 1798 al 1802, in cui lungamente Napoleone fu in Egitto e in Medio Oriente e assente dall’Europa, n.d.a.], però, accreditano la prima ipotesi; i libri del Wurmser tacciono sulla circostanza, ma tale silenzio sarebbe congruo all’assegnazione al Branda De Lucioni di incarichi oltre le linee nemiche [in sostanza, al Branda De Lucioni, in qualità di ufficiale dell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, con lunghissima esperienza sul campo, furono assegnati compiti d’intelligence militare relativi all’organizzazione di una resistenza anti-francese – oltre le linee nemiche – nelle aree del Nord Italia di cui era nativo, n.d.a.].
Secondo una relazione inviata a Parigi da Carlo Botta [un fanatico giacobino ideologico del Nord Italia, n.d.a.] il 5 giugno 1799 (edita in C. Sforza, L’amministrazione generale del Piemonte e Carlo Botta, in Memorie della R. Acc. delle scienze di Torino, s. 2, LIX [1909], p. 281), il Branda De Lucioni fu uno dei capi dell’insurrezione di Pavia del maggio 1796 e, fatto prigioniero dai Francesi, fu liberato per un atto di pietà […].
All’inizio del 1798 Branda De Lucioni era a Rovigo, dove era di stanza il Wurmser. Profittando dell’armistizio tra Francia e Impero, nel febbraio 1798 fece un breve ritorno in Lombardia: il 14 era a Milano, da dove si portò ad Abbiate Guazzone. Tornò poi in Veneto, dove si trovava quando nel marzo 1799 la guerra riprese. Il 14 apr. 1799 era a Verona quando vi giunse il feldmaresciallo Aleksandr Vasil’evič Suvorov, comandante dell’esercito austro-russo nell’Italia settentrionale.
Il 5 genn. 1800, in una memoria al conte Luigi Cocastelli, plenipotenziario “austriaco” in Lombardia [Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore, i quali, per la maggior parte, nei lunghi decenni del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati scelti fra i nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], narrò di avere trascorso “quattro ore e più in chiesa” facendo un voto non precisato se Dio gli avesse concesso di “mantenere la parola data alli Milanesi” di andare “con Suvorov a Milano con la sciabola alla mano a far atterrare quell’albero infame” [l’albero dei giacobini s’intende, n.d.a.].
La mattina del 28 apr. 1799, alla testa di un drappello di ussari (probabilmente distaccati dal Wurmser, stanziato in un’altra area del fronte), il Branda De Lucioni entrava in una Milano non ancora del tutto abbandonata dai Francesi, inviato dal Suvorov quale avanguardia dell’esercito appostato poco fuori città. Chiese alla Municipalità e all’arcivescovo, F. Visconti, di inviare una delegazione al quartier generale austro-russo.
Quando la mattina seguente le truppe entrarono in città egli l’aveva già lasciata, dopo avere abbattuto l’albero della libertà e altri simboli rivoluzionari: uno schema che da allora avrebbe ripetuto più volte.
Il 29 aprile il Branda De Lucioni varcò il Ticino e penetrò in territorio sabaudo verso Novara, dove il 3 maggio emanò un proclama in cui si definiva “maggiore dell’armata imperiale austriaca [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.] e comandante dell’ordinata Massa Cristiana” [la forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi, da egli guidata, n.d.a.].
Con i suoi ussari operava all’avanguardia dell’esercito austro-russo, agendo di stretta intesa con Suvorov, che in un proclama del 4 maggio invitò apertamente le popolazioni “a prendere l’armi contro i francesi repubblicani ed a recarsi a militare sotto il comando del maggiore Branda De Lucioni, comandante la Massa Cristiana” (Storia della vita e dei fasti di s.a. il conte Alessandro Suwarov Rymniski (coll’aggiunta delle campagne d’Italia e Piemonte), Milano 1799, p. 42).
Facendo leva sull’ostilità agli occupanti di gran parte della popolazione, il Branda De Lucioni raccolse in breve alcune migliaia di seguaci (soprattutto, ma non solo, contadini). Come ufficiali sceglieva per lo più nobili che avevano militato nell’esercito sabaudo e che, appartenendo all’aristocrazia locale, avevano la fedeltà dei contadini arruolati: fra loro il fossanese G.A. Bava (avo del più celebre F. Bava Beccaris), il saviglianese M. De Rossi di Santa Rosa (già aiutante di campo di Vittorio Amedeo III e padre di Santorre), il casalese F. Radicati di Primeglio e il cuneese C.O. Arnaud di San Salvatore (poi generale di Napoleone e di Carlo X) [a dimostrazione che la “Massa Cristiana”, cotale forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi – al servizio parimenti tanto dei Savoia quanto degli Asburgo – combatteva in nome al pari “del Re” e “dell’ Imperatore”, sotto le insegne degli stendardi dell’aquila bicipite del Sacro Romano Impero, divenendo una vera e propria “Vandea Nord-Italiana” sotto la direzione del Branda De Lucioni stesso, n.d.a.].
[Altresì, nella “Massa Cristiana”, n.d.a.] Diversi erano i religiosi, scelti soprattutto per la capacità di garantire la fedeltà degli armati e di animarli alla lotta. Il reclutamento nel territorio che stava liberando dagli occupanti permetteva al Branda De Lucioni di disporre di uomini motivati, che congedava appena raggiunto l’obiettivo [cioè il successo nelle azioni a tenaglia tra forze regolari e irregolari nel conquistare i vari punti e luoghi strategici; una volta raggiunti questi obbiettivi sul territorio, parte degli irregolari popolani erano congedati, mentre il nucleo più professionale rimaneva in attivo, n.d.a.].
La “Massa Cristiana” non fu quindi una struttura stabile, ma un insieme cronologicamente successivo di milizie locali, create e sciolte all’arrivo e alla partenza del Branda De Lucioni [in accordo con le esigenze operazionali sul territorio, n.d.a.].
Tale caratteristica rende difficile distinguere la “Massa Cristiana” propriamente detta sia da gruppi che rifiutavano di deporre le armi al momento dello scioglimento, continuando ad agire in proprio, sia anche da bande di briganti che la fiancheggiarono, ma che con essa non vanno confuse, e da gruppi armati indipendenti. Tanto più che la propaganda filofrancese usò l’appellativo “Branda” [o anche “Brandalucioni”, n.d.a.] per indicare tutti gli oppositori armati.
Allo stesso Branda De Lucioni, poi, fu riferita una lunga serie di episodi, spesso non provati (alcuni dei quali almeno riguardavano capi della “Massa Cristiana”), designati genericamente come “il Branda” [o “el Branda” nei dialetti del Nord, n.d.a.].
[Di seguito si potrà anche capire la diffidenza, all’interno dei legami di quella confederazione che fu il Sacro Romano Impero, tra i Savoia e gli Asburgo in Nord Italia. Cotali sospetti e rivalità reciproche, si dovevano tanto al tentativo dei Savoia di salire al soglio di Principi Elettori del Sacro Romano Impero nel 1788, sostenuti in questo dalla Prussia e dalla Sassonia, in funzione della potenzialità di eleggere un imperatore non-Asburgo. Ma, altresì, si dovevano anche alla contesa su territori quali l’Alessandrino, il Vigevanasco, Voghera, la Lomellina, etc., o il braccio di ferro per assumere l’influenza nel dietro alle quinte su Genova. Cotali frizioni portarono, durante l’invasione napoleonica del 1796, al rifiuto da parte dell’Imperatore di accorrere in aiuto dei Savoia (quanto quest’ultimi lo richiesero, in nome dell’essere comunque parte del Sacro Romano Impero, e l’Imperatore proprio garante superiore). Pertanto, la non collaborazione tra le due forze armate nel 1796, di fronte all’invasione di Napoleone, fu la rovina di entrambe. Una difesa, invece, che sarebbe stata possibile in nome del Sacro Romano Impero. Non a caso, ciò succedette più e più volte nel corso del lungo 1700: si pensi all’epopea della comune difesa anti-invasione-francese fra Savoia e Asburgo di cui fu protagonista decenni prima il Principe Eugenio di Savoia. La quale fu portata avanti, specificamente, in nome della comune appartenenza al Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Il riferimento alla fede minacciata era un potente collante per popolazioni che, in maggioranza, non avevano né compreso né condiviso la politica francese; inoltre, aveva il vantaggio di porre in secondo piano la fedeltà al Re.
Va osservato, infatti, che il Branda De Lucioni agiva come ufficiale imperiale e che il governo […] non era affatto incline a restituire lo Stato a Carlo Emanuele IV (nel caso, lo avrebbe fatto solo dopo avere riannesso le parti della Lombardia conquistate nella prima metà del Settecento da Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III).
Indicativa, in questo senso, la differenza tra i proclami che il Branda De Lucioni stampò a Novara il 3 maggio e a Vercelli il 5. Nel primo non fece cenno alla restituzione dello Stato a Carlo Emanuele IV: “Sua Maestà Imperiale e Regia viene a rimettere il buon ordine e la tranquillità ed a ripristinare nel suo vigore la Religione”, nonché “a riacquistare questi stati”). Nel secondo dichiarò [evidentemente a seguito delle pressioni dei suoi superiori nella catena di comando, n.d.a.], invece, che l’armata austro-russa entrava “in tutto lo Stato del Re di Sardegna per render quello che si aspetta alla sagrosanta Chiesa cristiana ed al suo legittimo sovrano”: questo testo fu poi utilizzato, con minime varianti, in tutti i centri ove presero stanza il Branda De Lucioni e i suoi ussari.
Mentre l’esercito austro-russo entrava a Vercelli, il Branda De Lucioni si era già trasferito a Ivrea, concentrando la sua attività nel Canavese.
Dunque, una volta posto il quartiere generale a Chivasso, mosse la “Massa Cristiana” contro Torino, agendo in sintonia con Suvorov, che stava invece muovendo verso Alessandria e Tortona per chiudere la ritirata ai Francesi di J.-V. de Moreau. Il Branda De Lucioni riuscì a bloccare a Torino le truppe del generale P. Fiorella fino all’arrivo di Suvorov (24-25 maggio 1799).
Puntualmente, domenica 26 maggio, a Pecetto, piccolo centro fuori Torino, sciolse la “Massa Cristiana”.
Dopodiché, raccolti nuovi uomini, il 28 maggio partiva per Carmagnola (dove quel giorno stampò il consueto proclama) e da lì seguitò ad agire nel Piemonte sudoccidentale almeno sino a metà giugno, per tagliare la strada ai Francesi in ritirata.
Non è esatto, quindi, come scritto da Botta e più volte ripetuto, che a Pecetto la “Massa Cristiana” si sciogliesse definitivamente; più attendibile appare, invece, P. Custodi che nel suo diario scrisse che quella ricostituita dopo Pecetto fu sciolta dal Branda De Lucioni il 16 giugno.
[Va poi anche presa in seria considerazione, seppure tratta da poche fonti disponibili, n.d.a] […] la tesi del Botta (ripresa da N. Bianchi e D. Carutti), secondo la quale le autorità austro-russe, preoccupate dell’attività del Branda De Lucioni, lo avrebbero arrestato e detenuto per tre mesi [cosa che non dovrebbe apparire strana, giacché egli mobilitava le genti sfruttando un mix esplosivo di motivazioni legate tanto alla religione cattolica tradizionalmente radicata nel popolo quanto alle tradizioni e libertà comunitarie ereditate millenariamente sin dal medioevo per tramite del Sacro Romano Impero (distante manto, pur sempre presente, e massimo garante). Aizzando così le masse e mobilizzando le moltitudini – sia la nobiltà locale, sia il clero, e sia le masse contadine armate, a lato del nucleo di truppe professionali da egli personalmente guidate – il tutto sullo sfondo dell’autonomia localistica tradizionalmente ereditata. Pertanto, davanti a risultati straordinari, come quello relativo all’assedio e liberazione di Torino dallo straniero, essendo poi lui un ufficiale tanto con pluridecennale esperienza sul campo, quanto d’intelligence operativa, tutto questo, raggiunta una certa dimensione sia qualitativa che quantitativa del proprio fenomeno politico-sociale-militare non poteva che destare una profonda preoccupazione nelle catene di comando ufficiali e superiori. Rendendo, pertanto, più che plausibile la possibilità di un suo arresto, n.d.a.].
Pertanto, conclusa l’esperienza della “Massa cristiana”, egli riprese il suo posto nell’armata, come prova anche un manifesto che Suvorov emanò da Alessandria l’11 luglio 1799 a difesa dell’operato del conte Arnaud, divenuto nel frattempo suo aiutante di campo, accusato di aver dato “ordini e composti scritti senza la saputa ed il consenso del signor maggiore imperiale Branda De Lucioni”. Suvorov negò che ciò fosse vero e non solo difese Arnaud, “essendo esso e gli suoi seguaci degni d’ogni lode e distinzione”, ma si assunse la responsabilità di quanto operato dalla “Massa Cristiana” nei mesi precedenti.
All’inizio di settembre il Branda De Lucioni seguì Suvorov in Svizzera, per contrastare l’esercito di A. Massena e favorire la liberazione della Repubblica.
Infine, stando a una lettera scritta dopo il ritorno a Milano, con i suoi ussari funse ancora da avanguardia e partecipò a tutte le fasi della guerra, fra cui le battaglie di Chänis e Nafels (25 settembre e 1-2 ottobre 1799).
In novembre l’alleanza austro-russa si interruppe, e così il rapporto fra il Branda De Lucioni e Suvorov.
Ad ogni modo, il 5 genn. 1800, in una supplica al conte Luigi Cocastelli plenipotenziario imperiale per la Lombardia [cioè, il Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore: tipicamente, la maggior parte di quest’ultimi, nel corso del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], il Branda De Lucioni, affermando di scrivere su preghiera di Suvorov, rivendicò i meriti della “Massa Cristiana” e chiese di ripetere l’esperienza, dandole un più forte significato politico con il porla sotto il supremo comando dell’imperatore e del pontefice [cioè, in una visione super-Tradizionale, con la T maiuscola, quasi “neo-medievale”, d’insurrezione di massa dal basso ma militarmente diretta dall’alto da chi con esperienza e addestrato, di natura militare-politica, di mobilitazione di massa, in funzione anti-francese, anti-giacobina, anti-rivoluzionaria, anti-napoleonica – e si potrebbe dire anche anti-capitalista (essendo tutti quei fenomeni all’epoca intrinsecamente collegati) – in nome tanto dell’Imperatore del Sacro Romano Impero quanto del Pontefice Papa della Chiesa Cattolica Romana: da qui di si può anche comprendere il perché dell’opposizione delle gerarchie superiori ufficiali, molto più attente al realismo ed alla “realpolitik” dei bilanciamenti e scontri al fine di salvaguardare i propri privilegi e potere strutturale acquisito, n.d.a.].
Non si hanno notizie della sua attività nei mesi successivi. Da una lettera scritta dalla moglie il 12 genn. 1801 risulta che era passato dalla Lombardia nel Veneto fra maggio e giugno del 1800, subito dopo Marengo. Nella primavera del 1801 era a Verona, da dove fece almeno brevemente ritorno a Milano in giugno [ad ogni modo, va osservato che a seguito della sconfitta di Marengo da parte delle forze del Sacro Romano Impero e dell’Imperatore nel 1800, nel Trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801, firmato in Francia da Giuseppe Bonaparte per la Repubblica francese e dal conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl per l’Impero, si poneva fine alla Guerra della Seconda coalizione in Europa. Ma, in cui, al contempo, il Sacro Romano Impero e l’Imperatore abdicavano non solo sostanzialmente ma anche formalmente alle pretese sull’Italia del Nord. Vanificando così una tradizione d’appartenenza durata per un intero millennio, n.d.a.].
Tornato in Veneto e lasciato il servizio militare attivo, nel marzo 1802 il Branda De Lucioni. era a Vicenza. Vi morì il 22 ag. 1803, come risulta dal Militäralmanach del 1804 (p. 368), che lo definì “pens. Major”.
[Va considerate che di lì a breve anche il Sacro Romano Impero verrà a mancare. Interrompendo così un millennio di storia e tradizione. Giacché, in risposta al fatto che il 18 maggio 1804 il Senato conservatore francese (Senato Consulto) avesse il governo repubblicano in “Impero”, nominando Napoleone “Imperatore dei Francesi” (il titolo fu poi confermato – democraticamente – da un plebiscito popolare), rompendo ogni logica tradizionale di relazioni, ruoli, e giurisdizioni, dunque, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, che era Francesco II d’Asburgo-Lorena, si autoproclamò “Imperatore d’Austria” sui territori di sua dinastica diretta giurisdizione: assumendo su di essi il nome Francesco I d’Austria. Successivamente, nel 6 agosto del 1806, Francesco II (anche per via del dar retta ai propri consiglieri “realisti”), abdicò il titolo di Imperatore dei Romani e sciolse il Sacro Romano Impero. Rimanendo però “imperatore”, col nuovo auto-inventato titolo di “Imperatore d’Austria”, ristretto ai propri territori dinastici. Qui noterei ancora di più la grave cosa, che, durante il Congresso di Vienna, nel 1814 – 1815, per stabilire l’ordine post-Napoleonico, evidenti scelte folli e di tradimento vennero fatte. Non a caso, in tal contesto, Francesco I, profondamente influenzato dalle direttive di quel proprio “Rasputin” che fu Klemens von Metternich, e dalle veline che provenivano dall’ordine Whig di Londra, venne convinto ad andare contro i Tradizionalisti – con la T maiuscola – che volevano la restaurazione del Sacro Romano Impero in toto; e di mantenersi invece il solo il neo-creato “Impero d’Austria”. Quindi, infine, di porsi esso stesso come sovrano assoluto di uno stato di polizia centralizzato e non-tradizionale. Nonché, si vedrà poi quanto bene queste scelte daranno agli Asburgo: dopo aver dominato per 354 anni sul Sacro Romano Impero, e dopo che il Sacro Romano Impero era durato per 1000 anni – un millennio – dall’800 d.C. al 1806 d.C., regneranno per meri 114 anni sull’Austria, finendo in disastro e perdendo tutto nel 1918, n.d.a.].
[Tornando ora sul Branda De Lucioni, si può osservare come tanto in vita, quanto in post-morte, fu pesantemente sottoposto a denigrazione e diffamazione, n.d.a.] […] La pubblicistica avversaria attuò una denigrazione sistematica. Il Diario torinese, dal 12 al 25 maggio 1799 (23 fiorile – 6 pratile anno VII), quasi a esorcizzare (senza successo) l’assedio che stava ponendo alla città, lo chiamava “Illustrissimo”, “Celebre Illustrissimo”, “Illustrissimo Signor Maggiore”, autore di proclami “curiosi”. I Francesi lo presentarono sistematicamente come un millantatore, privo di serietà e legittimità. Il generale Fiorella nei suoi proclami non gli riconobbe il grado di maggiore e gli negò il ruolo militare. Tale linea riprese in grande stile quando i Francesi, dopo Marengo, rioccuparono il Piemonte.
[A lato di una propaganda ideologica, pubblicistica, e teatrale contro il Branda De Lucioni che venne fatta capillarmente in tutto il Nord Italia durante il quasi-quindicennio napoleonico, in cui veniva presentato in termini grotteschi e diffamatori, n.d.a.] […] La stessa immagine diede Botta [uno storico giacobino fanatico, n.d.a.] nella Storia d’Italia ed essa passò, senza tanti problemi, alla storiografia risorgimentale (che, pur non amando troppo la Rivoluzione, vide nel Branda De Lucioni soprattutto l’ufficiale austriaco) [una sofisticata falsificazione storica di stampo capitalista, liberale, radicale, etc. tipica del “Risorgimento”, turpemente anti-Tradizionale, che faceva slittare nell’Impero dell’Austria il Sacro Romano Impero – senza contare che fu una parte della classe dirigente dell’Austria traditrice stessa e pugnalatrice alle spalle, per mano di Metternich e Francesco I, del Sacro Romano Impero, da loro stessi distrutto (in scelte scellerate, per quanto disperate) – che permetteva di annichilire, cancellare, ed annullare, in nome della “liberazione dallo straniero”, secoli e secoli, se non un millennio, di ordini ereditati, forme sociali, e tradizioni, gettando tutto quanto – se non comodo e ingombrante per le nuove classi dirigenti dello sfruttamento economico senza limiti – sotto il tappetto. Recidendo però così, in modo davvero vile e turpe e menzognero, un millennio di tradizione che aveva definito gran parte dell’identità e del senso stesso del Nord Italia: “lobotomizzando” e denaturando un’intera società e un’intera realtà geopolitica, un intero popolo, e un intero precedentemente ininterrotto millennio di tradizione, n.d.a.].
In conclusione, gran parte della storiografia […] del Novecento, [è stata, n.d.a.] disattenta a dati […]. Solo di recente si è iniziato ad avvertire la necessità di sfuggire alla vera e propria leggenda nera del Branda De Lucioni e di affrontarne la figura con un approccio più attento alle fonti e alla loro analisi [seppure, ancora oggi, viste le profonde implicazioni politiche retrostanti tutte cotali questioni, le mezze verità abbondano (seppure esposte come neutre verità), e queste tematiche, come la resistenza in nome di una struttura millenaria quale fu il Sacro Romano Impero, così come si manifestò anche in Nord Italia, risulta ancora oggi – qualora tutto ciò fosse trattato seriamente e non in modo “incartapecorito” e antiquario, ma considerando invece tutte le implicazioni tradizionalistiche e geopolitiche – un tema fortemente “radioattivo”, n.d.a.].
In una lettera del 5 gennaio 1800 al conte Luigi Cocastelli (1745-1824), plenipotenziario imperiale per la Lombardia, Lucioni riassume le sue imprese di guerra, sottolineando i meriti da lui avuti nella liberazione di Milano e del Piemonte — definita «un miracolo» — e rivelando una lucida comprensione del quadro strategico. […] Formatosi in un ambiente familiare profondamente religioso, epigono di una pregevole tradizione italiana di servizio all’Impero, Lucioni — a differenza di molti leader naturali dell’Insorgenza italiana — si rivela un intelligente e implacabile avversario della Rivoluzione, incarnata da coloro che chiama i «perfidi francesi» e dai giacobini. Uomo di azione che sa comprendere acutamente i «problemi dell’ora presente» e intuisce l’essenza non solo materiale della lotta contro la Rivoluzione, Branda de’ Lucioni è un soldato, che non esita, a cinquantanove anni di età, a sporcarsi le mani in prima persona in una guerra civile, per la quale avrà senz’altro provato la naturale ripugnanza propria del militare di carriera. Credente forse sui generis — ma che prima di partire per la campagna del 1799 non esita, «[…] in Verona restando in quel freddo 4 ore e più in chiesa», a chiedere a Dio la grazia di mantenere l’impegno di liberare i milanesi dalla Rivoluzione —, Lucioni dimostra uno zelo fuori del comune nel restaurare i diritti di Dio e l’ordine tradizionale, che per lui, legittimista, coincide tout court con il ritorno dell’aquila bicipite [il simbolo, bandiera, stemma, e stendardo, del Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Buon conoscitore del popolo, l’ardito e alquanto pittoresco maggiore «a riposo» Branda de’ Lucioni ha creato un’autentica leggenda — quella degl’invincibili «branda» —, sedimentata a lungo nella memoria e nell’immaginario popolare dei piemontesi. La sua audacia, il suo impegno, il suo amor di patria e la sua devozione ai sovrani legittimi [e la sua devozione nei confronti di quella costruzione sopra locale, sopra dinastica, e garante apicale – seppur distante, e mai pressante, e sempre esistente – di ogni giurisdizione sotto il proprio manto, in tutela delle libertà e dei “modi ed ordini” delle comunità locali, quale fu il Sacro Romano Impero, n.d.a.], gli meritano senz’altro un posto non secondario nell’ideale galleria delle glorie militari e civili degl’italiani.
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