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La trappola dell’escalation del Mar Nero, di The Duran

La trappola dell’escalation del Mar Nero

Mentre la Russia intensifica la sua offensiva con i droni, la ricerca di strumenti di pressione occidentali si sta spostando verso due frontiere sempre più delicate: le comunicazioni satellitari e gli stretti turchi.

The Duran Insider3 novembre
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Le guerre diventano più pericolose quando le realtà militari cambiano più rapidamente delle aspettative politiche. La parte in grado di mantenere la pressione acquisisce un vantaggio che non può essere facilmente annullato con dichiarazioni diplomatiche o ulteriori promesse di assistenza.

La misura decisiva non è più semplicemente il territorio conquistato o le armi distrutte. È la capacità di mantenere le operazioni militari, rifornire le risorse, proteggere le infrastrutture essenziali e imporre costi che un avversario fatica sempre più ad assorbire.

Questa è la logica strategica che lega l’intensificarsi dell’offensiva russa con i droni, gli sforzi diplomatici di Zelensky a Istanbul, i negoziati imminenti ad Abu Dhabi e il rapporto sempre più complesso tra Washington e SpaceX di Elon Musk. Ogni sviluppo riflette la ricerca di una leva in un conflitto in cui le opzioni disponibili si stanno riducendo.

L’aritmetica della resistenza strategica

L’ultima offensiva russa con i droni dimostra come l’economia della guerra possa diventare altrettanto determinante quanto le manovre sul campo di battaglia.

La discussione di Duran cita circa 1.400 droni lanciati in 48 ore, sebbene tale cifra precisa non sia stata accertata in modo indipendente. I rapporti militari ucraini confermano attacchi su larga scala successivi, tra cui 433 droni lanciati nella notte tra il 1° e il 2 novembre e altri 193 nella notte tra il 2 e il 2 novembre, oltre a consistenti operazioni diurne.

L’Ucraina ha riferito di aver intercettato o neutralizzato la maggior parte di questi droni. Le sue difese sono quindi tutt’altro che inesistenti. Tuttavia, le intercettazioni riuscite non eliminano le conseguenze cumulative dei ripetuti attacchi alle infrastrutture energetiche, alle reti di trasporto e agli impianti industriali.

L’obiettivo apparente della Russia va oltre la distruzione immediata. La produzione continua di droni consente a Mosca di mantenere la pressione, costringendo al contempo l’Ucraina a dedicare risorse limitate alla protezione di una vasta rete di infrastrutture civili e militari.

Lo squilibrio economico diventa particolarmente rilevante quando i droni, relativamente economici, richiedono risposte difensive costose.

La recente approvazione da parte di Washington di ulteriori 500 intercettori Patriot PAC-3 dimostra il problema. Il programma di consegna previsto va dalla fine del 2030 al 2033. Per l’Ucraina, che si trova ad affrontare un altro inverno difficile, la capacità industriale promessa per i prossimi anni offre ben poco sollievo immediato.

Il conflitto centrale si gioca sempre più tra la capacità della Russia di sostenere un’offensiva prolungata e la capacità dell’Occidente di rimpiazzare i consumi dell’Ucraina.

Diplomazia senza de-escalation

In questo contesto militare, il calendario diplomatico offre un’attività decisamente più intensa rispetto ai progressi compiuti.

Sono in corso i preparativi per i negoziati ad Abu Dhabi che coinvolgono Russia, Ucraina e Stati Uniti. Tuttavia, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha esplicitamente respinto l’ipotesi che i preparativi debbano richiedere alla Russia di sospendere le operazioni militari.

La posizione di Mosca rimane invariata: un cessate il fuoco temporaneo che permetta all’Ucraina di rifornire le proprie forze non può sostituire un accordo che affronti le esigenze di sicurezza fondamentali della Russia.

Kiev affronta la questione in modo diverso. Zelensky continua a cercare un cessate il fuoco che riduca gli attacchi preservando al contempo la sovranità dell’Ucraina, gli accordi di sicurezza e la sua posizione negoziale.

Non si tratta di semplici divergenze procedurali. Rappresentano concezioni radicalmente diverse di ciò che un accordo transattivo dovrebbe raggiungere.

La stessa contraddizione circonda il vertice del G20 proposto a dicembre a Miami. Trump ha invitato Putin, ma Mosca ha respinto l’ipotesi di un incontro tra Putin e Zelensky, lasciando al contempo incerta la partecipazione di Putin al vertice stesso.

La distinzione è importante. Washington potrebbe vedere la diplomazia del vertice come un’opportunità per sbloccare i negoziati. Mosca sembra determinata a impedire che la prospettiva di un incontro prestigioso diventi un sostituto di concessioni sostanziali.

La diplomazia può instaurare la comunicazione. Non può, tuttavia, creare un accordo laddove le posizioni politiche essenziali rimangono incompatibili.

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Le strategie concorrenti di Washington

Il disaccordo più rilevante potrebbe risiedere all’interno della stessa Washington.

L’analisi di Duran individua due approcci contrapposti a quello che definisce “Progetto Ucraina”. Il primo si concentra su una maggiore pressione militare sulla Russia, mentre il secondo cerca di combinare il continuo sostegno a Kiev con negoziati, impegno economico e un eventuale accordo con Mosca.

Si tratta di tendenze politiche contrapposte, piuttosto che di due fazioni formalmente costituite con una leadership chiaramente definita.

La difficoltà sta nel fatto che i diversi approcci possono ostacolarsi a vicenda.

I tentativi di aumentare la pressione militare sulla Russia potrebbero convincere Mosca che Washington sta negoziando senza abbandonare l’obiettivo della sconfitta strategica. Al contrario, gli sforzi per esplorare la cooperazione economica con la Russia potrebbero apparire incoerenti con le richieste di un’ulteriore escalation.

L’amministrazione Trump deve inoltre trovare un equilibrio tra le pressioni del Congresso, gli impegni di alleanza, i vincoli sugli appalti militari e le priorità internazionali concorrenti.

Il risultato è una politica che può mantenere aperti i canali diplomatici, ma non riesce a stabilire un percorso coerente verso una soluzione.

Per l’Ucraina, le conseguenze sono immediate. L’impegno politico occidentale non si traduce automaticamente nella disponibilità di intercettori, in maggiori capacità militari o in un maggiore potere negoziale.

Le due frontiere dell’escalation

La ricerca di ulteriori strumenti di influenza si concentra sempre più su capacità e aree geografiche al di fuori del controllo diretto dell’Ucraina.

Il primo caso riguarda le infrastrutture satellitari. Starlink e Starshield sono diventati componenti importanti delle comunicazioni e delle operazioni militari ucraine. La controversia sulle restrizioni che interessano i terminali satellitari ad alta velocità ha messo in luce la dipendenza strategica che si crea quando capacità militari essenziali si basano su tecnologie gestite da aziende private.

Musk ha distinto i servizi commerciali di Starlink dai sistemi Starshield controllati dal governo, attribuendo le decisioni riguardanti questi ultimi alle autorità americane.

Qualsiasi estensione di questi sistemi a missioni offensive più delicate solleverebbe ulteriori interrogativi in ​​merito all’autorizzazione, all’esposizione commerciale e alle contromisure russe.

La seconda frontiera è il Mar Nero.

L’incontro tra Zelensky ed Erdoğan si è concentrato in parte sulla sicurezza marittima e sul rinnovato impegno diplomatico. L’importanza della Turchia risiede in un vantaggio geografico che né Washington né Kiev possono replicare: il controllo del passaggio marittimo tra il Mediterraneo e il Mar Nero.

In base alla Convenzione di Montreux, le navi da guerra straniere sono soggette a restrizioni di passaggio, mentre Ankara ha mantenuto i controlli in tempo di guerra volti a impedire la propagazione del conflitto.

La preoccupazione di Duran è che la crescente pressione sull’Ucraina possa incoraggiare proposte per una maggiore presenza navale occidentale nel Mar Nero, potenzialmente includendo scorte per il traffico mercantile.

Nessuna operazione di questo tipo è stata stabilita come politica della NATO. Tuttavia, le conseguenze di una simile decisione sarebbero considerevoli.

La presenza di ulteriori navi da guerra della NATO in prossimità delle forze russe creerebbe nuove opportunità di confronto. Alla Turchia verrebbe chiesto di assumersi rischi politici e strategici considerevoli per un’operazione i cui benefici militari rimangono incerti.

Quando l’escalation diventa la strategia

Il pericolo emergente non è semplicemente che la guerra si intensifichi. È che l’escalation stessa possa sempre più sostituire una strategia politica coerente.

La Russia sembra fiduciosa che una pressione militare costante rafforzerà la sua posizione negoziale. Washington, dal canto suo, continua a cercare modi per migliorare la posizione dell’Ucraina senza impegnarsi nelle conseguenze di un confronto più ampio. Il divario tra questi due approcci si sta facendo sempre più difficile da colmare.

Con l’avvicinarsi dell’inverno, è probabile che le infrastrutture ucraine subiscano ulteriori pressioni, così come continue manovre diplomatiche e rinnovate richieste di capacità occidentali in grado di alterare gli equilibri militari. Tuttavia, l’aggiunta di nuove tecnologie non può risolvere automaticamente uno svantaggio strutturale in termini di capacità industriale, risorse umane o resistenza strategica.

Il Mar Nero offre l’esempio più lampante di questo dilemma. La Turchia ha validi motivi per preservare le restrizioni esistenti ed evitare un coinvolgimento diretto in uno scontro navale con la Russia. Fare pressione su Ankara affinché cambi rotta rischierebbe di estendere il conflitto in un’area in cui i costi di un errore di valutazione potrebbero essere considerevolmente superiori a qualsiasi vantaggio militare immediato.

La scelta più importante per Washington non è quindi tra l’escalation e l’inazione, bensì tra il perseguire obiettivi che le risorse disponibili potrebbero non essere più sostenibili e lo sviluppo di una posizione negoziale coerente con la realtà del conflitto.

Il pericolo è che questo riconoscimento arrivi troppo tardi. Quando gli impegni politici si disgiungono dalle capacità militari, i governi spesso cercano nuovi strumenti di pressione anziché riconsiderare gli obiettivi stessi.

Il rischio maggiore quest’inverno potrebbe non essere che una delle due parti abbandoni la diplomazia. Il rischio è che la ricerca di ulteriori vantaggi trasformi il Mar Nero e le infrastrutture a supporto della guerra in nuove arene di scontro diretto prima che la diplomazia abbia tracciato un percorso credibile verso una soluzione.


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Lo spettro tedesco incombe su Varsavia: strani avvenimenti nella capitale polacca dopo il tentato colpo di stato di Tusk, di Simplicius

Lo spettro tedesco incombe su Varsavia: strani avvenimenti nella capitale polacca dopo il tentato colpo di stato di Tusk.

Simplicius 6 novembre
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In seguito al tentativo di colpo di stato giudiziario da parte del governo di Donald Tusk in Polonia, il paese ha assistito a una serie di strani avvenimenti.

Diversi funzionari polacchi legati all’opposizione hanno notato una netta influenza tedesca dietro il tentativo di colpo di stato. Abbiamo visto il video dell’eurodeputato Dominik Tarczynski, il quale rivela che la Germania, in quanto principale motore economico dell’UE, cerca di scaricare parte del suo onere finanziario sulla Polonia, considerata una sorta di scroccona dell’UE, dato il suo fastidioso status di “sovranità”. Pertanto, è nell’interesse dello Stato tedesco soggiogare la Polonia e usarla non solo come discarica per i migranti, ma anche come sostegno finanziario per l’UE in difficoltà.

Durante il tentato colpo di stato, circolarono diverse voci sul coinvolgimento tedesco, tra cui l’avvistamento di convogli tedeschi sulle autostrade polacche, nonché le affermazioni del politico di estrema destra polacco Grzegorz Braun, secondo cui la “polizia” che circondava il Sejm durante il colpo di stato era composta da “impostori” , con alcuni che addirittura sostenevano che non parlassero polacco e che potessero essere tedeschi travestiti.

Con sede in Polonia @Poland_Based La polizia tedesca sta guidando sulle strade polacche. I polacchi hanno avvistato auto della polizia tedesca sulla S8 vicino a Łódź, non a Varsavia. Perché la polizia tedesca sta guidando in Polonia? Questo spiega forse la brutalità della polizia contro i polacchi, dato che gli agenti di polizia tedeschi potrebbero essere travestiti da poliziotti polacchi? 4:54 del mattino · 28 ottobre 2026·512.000 visualizzazioni209 risposte·113 condivisioni·891 Mi piace

La maggior parte di queste affermazioni è stata successivamente smentita, sebbene alcune delle “smentite” siano risultate un po’ sospette: ad esempio, la nota della community relativa al video sopra citato liquida come “normale” il fatto che la polizia tedesca possa entrare in Polonia.

Certo, solo perché esiste una giustificazione legale, è assolutamente normale che la polizia tedesca pattugli Varsavia durante un grave tentativo di colpo di stato giudiziario. Il contesto è fondamentale.

Ciononostante, molte stranezze rimangono ancora.

In seguito al fallimento del colpo di stato, nel corso dell’ultima settimana diversi agenti di polizia tedeschi sono stati visti pattugliare Varsavia, e varie voci complottiste suggeriscono che fossero stati posizionati come ultima risorsa nel caso in cui la presa di potere di Tusk avesse avuto conseguenze negative.

Collegamento

Il video qui sotto mostra un membro del parlamento polacco che affronta queste truppe tedesche per le strade di Varsavia:

Come spiega il soldato tedesco, la Germania sta partecipando a un’esercitazione della “coalizione dei volenterosi” , insieme ad altri alleati della NATO, che si svolge proprio in Polonia.

Questa esercitazione, denominata Coalizione 2026 e che si svolgerà dal 9 al 22 novembre, è la prima del suo genere e prevede la “prima manovra militare in assoluto della ‘Coalizione dei Volenterosi’ a sostegno dell’Ucraina in Polonia” .

Il candidato alla presidenza francese Florian Philippot ha colto l’occasione della tempistica “opportuna” di queste esercitazioni:

Ebbene sì, proprio nel bel mezzo di un colpo di stato europeista, Francia e Regno Unito mobiliteranno quasi 3.000 soldati in Polonia tra pochi giorni per “prepararsi al dispiegamento in Ucraina”!

(cfr: https://lemonde.fr/international/article/2026/11/02/en-pologne-premier-exercice-militaire-grandeur-nature-pour-la-coalition-des-volontaires_6805259_3210.html )

“In Polonia, la prima esercitazione militare su vasta scala per la coalizione di volontari!”

L’esercitazione ‘Koalicja’ si svolgerà a Nowa Dęba, nel sud-est del Paese, dal 9 al 22 novembre.
Quasi 2.800 soldati, per lo più francesi, saranno schierati per testare la capacità di questa alleanza di intervenire in caso di cessate il fuoco in Ucraina!

Operazione euro-atlantica di ordine pubblico!
Proprio nel bel mezzo di un tentativo di colpo di stato guidato da Tusk e dall’UE contro le forze sovraniste e pacifiste in Polonia…

La Francia non ha alcun diritto di essere lì.

La Francia deve riconquistare la propria libertà uscendo urgentemente dall’UE e dalla NATO!

Sono sorte numerose teorie del complotto in relazione a questi eventi:

Professor Richard A. Werner@ProfessorWerner Ormai è opinione diffusa che il tentato colpo di stato di Donald Tusk, appoggiato dai dittatoriali commissari europei, sia stato in parte attuato con l’ausilio di militari e poliziotti tedeschi, che si muovevano liberamente a Varsavia, capitale della Polonia. Questo non è normale. La Germania si conferma lo strumento affidabile dei dittatori. GEWOON ️MEREL@gewoonmerels Duitse Bundeswehr-voertuigen gespot in het centrum van Warschau. Duitse militaire voertuigen werden gefilmd in het centrum van Warschau te midden van the grote politieke Crisis die werd veroorzaakt door of pro-EU-premier Donald Tusk. Zijn we getuige van een herhaling van de22:49 · 3 novembre 2026·106.000 visualizzazioni221 risposte·2.180 condivisioni·5.030 Mi piace

Diverse operazioni sotto falsa bandiera e altri scopi segreti vengono spesso attuati sotto la copertura di esercitazioni militari. Di fatto, si tratta di uno dei metodi classici per effettuare trasferimenti e posizionamenti clandestini di truppe in vista di future operazioni ibride. La Russia stessa lo ha fatto più volte, anche per l’annessione della Crimea e in preparazione all’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, durante la quale si è svolta in Bielorussia una serie di “esercitazioni” che hanno richiesto l’ammassamento di un gran numero di forze russe. Allo stesso modo, la Russia ha spesso accusato l’Ucraina di utilizzare esercitazioni, come la Sea Breeze del 2021, per trasferire segretamente armi e posizionare truppe in preparazione di una guerra nel Donbass.

Si tratta di una tattica vecchia come il mondo, e come tale non dovremmo liquidare l’importanza della presenza di truppe tedesche in Polonia semplicemente affermando che si trovano lì per innocue esercitazioni.

Uno degli indizi sulla natura più nefasta di questi avvenimenti clandestini è il fatto che, durante tutto questo, la Polonia ha improvvisamente lanciato un’“operazione di sicurezza speciale” lungo il confine russo di Kaliningrad, adducendo come motivazione una sorta di emergenza dovuta a una minaccia elevata:

Visegrád 24@visegrad24 ULTIM’ORA: La Polonia lancia un’operazione di sicurezza speciale lungo il confine con la Russia dopo che informazioni di intelligence suggeriscono che la Russia potrebbe lanciare attacchi di sabotaggio e incursioni armate oltre confine da Kaliningrad. Polizia, guardie di frontiera, soldati e unità antiterrorismo sono stati inviati 15:31 · 2 novembre 2026·167.000 visualizzazioni146 risposte·442 condivisioni·2.810 Mi piace

https://www.independent.co.uk/news/tusk-poland-kaliningrad-nato-warsaw-b3078316.html

Ascolta l’annuncio di Tusk in merito alla situazione:

Cosa possiamo dedurre da tutto ciò? Chiaramente, come minimo, Tusk sta tentando di usare la vecchia tattica di distogliere l’attenzione dal suo tentativo di colpo di stato. Qualsiasi leader che si trovi ad affrontare una questione urgente o “scomoda” tenderà sempre a deviare l’attenzione su qualche “grave pericolo” che necessita di un’attenzione immediata; un esempio: Trump, i documenti di Epstein, l’Iran.

Entrato in modalità di contenimento dei danni, Tusk sta disperatamente cercando di insabbiare il suo colpo di stato orchestrato da Bruxelles evocando fantomatici spauracchi ai confini della Polonia. Questo è certo. Tuttavia, il coinvolgimento “casuale” di truppe NATO, e in particolare tedesche, sul suolo polacco mentre tutto ciò accade, fa facilmente supporre altri motivi più oscuri dietro questi sviluppi. Dopotutto, nel suo discorso citato sopra, lo stesso Tusk spiega di aver ricevuto un “avvertimento” di una provocazione russa dal Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa della NATO, il generale Alexus Grynkewich; non è azzardato supporre che questi eventi siano strettamente collegati.

Nel frattempo, secondo quanto riferito, il Canada ha schierato truppe al confine tra Russia e Lettonia, sempre nell’ambito di alcune esercitazioni improvvisate denominate “Resolute Reforger 2026”, che guarda caso si stanno svolgendo proprio in quel periodo.

Sale da tavola @Tablesalt13NOTIZIA BOMBA: Carney ha inviato 2.000 soldati canadesi al confine russo in Lettonia! -L’intera brigata NATO a guida canadese si sta mobilitando verso est dalla base di Ādaži -È la prima volta in assoluto che l’intera formazione si sposta sul fianco orientale……~2.000 soldati canadesi + 1.000 provenienti da 14… 16:57 · 3 novembre 2026·398.000 visualizzazioni1.290 risposte·2.020 condivisioni·4.730 Mi piace

Gli elementi a disposizione sono troppo scarsi, ma possiamo almeno ipotizzare che la presenza della NATO e delle truppe tedesche in Polonia fosse intesa come una potenziale misura precauzionale nel caso in cui la situazione fosse degenerata. Dopotutto, sappiamo che Tusk calcolò meticolosamente i tempi del colpo di stato: attese la festività di Ognissanti e che il presidente polacco lasciasse il paese, in modo non dissimile dal colpo di stato dell’agosto 1991, quando Gorbaciov si era recato in Crimea da Mosca, momento in cui i golpisti lo attaccarono.

Ora il presidente Nawrocki ha umiliato Tusk per il suo tentativo:

Anche l’opposizione al Sejm ha rivolto stamattina un messaggio a Tusk, che si stava esibendo con aria di superiorità:

Per quanto riguarda il Tribunale costituzionale attorno al quale è scoppiato l’intero conflitto, Anna Korwin-Piotrowska, usurpatrice di Tusk, ha tentato di dichiarare il quorum con soli 8 dei 15 giudici, nel tentativo di assumere il controllo della corte.

Reti slave@SlavicNetworksULTIM’ORA: LA VICEPRESIDENTE DEL TRIBUNALE COSTITUZIONALE POLACCO ANNA KORWIN-PIOTROWSKA DICHIARA IL QUORUM CON SOLI 8 GIUDICI SU 15 — I CRITICI LA ACCUSANO DI AVER VIOLATO APERTAMENTE LA LEGGE IN DIRETTA TELEVISIVA! La crisi costituzionale polacca ha preso un’altra svolta drammatica. Durante un… 16:44 · 3 novembre 2026·41.500 visualizzazioni88 risposte·308 condivisioni·702 Mi piace

Ciò significa che il suo colpo di stato è ancora in corso, con lei che ha assunto il controllo de facto del Tribunale dopo aver estromesso il presidente Bogdan Swieczkowski. Mentre la parte avversaria ora giudica illegittime le sue azioni e quelle del Tribunale, la realtà è che ha preso il controllo per conto di Tusk e sta procedendo lentamente. Detto questo, il suo ordine di sospensione dell’ex presidente Bogdan Swieczkowski dovrebbe durare solo un mese e nessuno sa cosa succederà quando questo termine sarà scaduto. Anna Korwin-Piotrowska tenterà di estendere l’ordine a tempo indeterminato, come previsto dalla rivista NED per la “giustizia di transizione” e la rimozione degli uomini di Nawrocki, di cui abbiamo parlato la volta scorsa.

In sostanza, ciò significa che il colpo di stato è ancora in corso ed è ben lungi dalla sua conclusione definitiva.

Come ultimo video rilevante, ecco Christian Freuding, il più alto ufficiale delle Forze Armate tedesche, che spiega per cosa sta combattendo l’Europa con tutti questi sforzi per contrastare l’“influenza” russa, che include l’opposizione politica tedesca:

Vedete, sotto il regime di Bruxelles, la definizione di libertà è rinunciare a tutto per il privilegio di essere governati dal Politburo dell’UE. A quanto pare, la schiavitù è in fondo libertà, o forse era il contrario?

Sai dove l’abbiamo già sentita.


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MAGA può essere salvato solo se Trump stringe grandi accordi con Russia, Iran e Cina…e altro, di Andrew Korybko

MAGA può essere salvato solo se Trump stringe grandi accordi con Russia, Iran e Cina.

Andrew Korybko5 novembre
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Ognuno di loro è in grado di mantenere alto il costo della vita degli americani a spese dei sostenitori di MAGA nel 2028, a meno che Trump non raggiunga con loro una serie di compromessi reciproci che promuovano alcuni dei loro interessi più delicati in una rivoluzione di politica estera che rimodellerebbe radicalmente il nuovo ordine mondiale.

La disfatta appena subita dai Repubblicani rischia di ripetersi nel 2028, a meno che Trump non riduca il costo della vita, salito alle stelle nell’ultimo anno a causa della Terza Guerra del Golfo . In precedenza era stato affermato che ” Trump deve ridurre le esportazioni di energia verso l’Europa se il MAGA vuole avere qualche possibilità nel 2028 “, poiché reindirizzarle verso il mercato interno contribuirebbe a ridurre più rapidamente i prezzi dei carburanti. Risolvere la Terza Guerra del Golfo e il conflitto ucraino è inoltre fondamentale per ripristinare gradualmente la stabilità del mercato energetico globale.

Anche nello scenario migliore, in cui tutti e tre gli eventi si verificassero entro l’inizio del 2027, con una significativa riduzione dei prezzi del carburante nel corso dell’anno successivo che a sua volta ridurrebbe il costo della vita prima del 2028, tutto ciò potrebbe rivelarsi vano se la Cina dovesse innescare un’altra fase della guerra commerciale prima delle prossime elezioni. Xi potrebbe calcolare di poter ricattare Trump per ottenere importanti concessioni che quest’ultimo potrebbe accettare per disperazione, al fine di dare al movimento MAGA una possibilità di sopravvivenza anziché garantirne la distruzione nel 2028.

Dal punto di vista della Cina, un presidente democratico potrebbe essere relativamente migliore di un altro repubblicano, data la relativa indulgenza dei democratici nei confronti della Cina e la priorità data al contenimento della Russia rispetto a quello della Cina; pertanto, lo scenario sopra descritto è sensato e quindi realistico. In sostanza, il futuro del MAGA dipende quindi dalla capacità di Trump di stringere grandi accordi con Russia, Iran e Cina al fine di ridurre il costo della vita prima delle prossime elezioni e garantire che nessuno di questi Paesi intraprenda azioni che lo facciano aumentare prima di allora.

Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una serie di compromessi reciproci che promuovano alcuni dei loro interessi più delicati. Se non sono soddisfatti dei grandi accordi proposti, potrebbero rifiutarli nella speranza che vengano poi presentate condizioni migliori; altrimenti, contribuiranno a relegare il MAGA nel dimenticatoio della storia, facendo tutto il possibile per mantenere alto il costo della vita degli americani, cosa che tutti e tre sono in grado di fare. Trump lo sa, quindi potrebbe essere disposto a scendere a compromessi per il bene di un potenziale ritorno del MAGA.

La Russia potrebbe ridurre le esportazioni di energia per dare priorità al mercato interno, a fronte dei continui attacchi ucraini contro le sue raffinerie, con il rischio di un ulteriore aumento dei prezzi globali dei carburanti. L’Iran potrebbe proseguire con il suo blocco imperfetto dello stretto per lo stesso scopo, mentre la Cina potrebbe avviare un nuovo ciclo di guerra commerciale. Per scongiurare questi scenari, gli Stati Uniti dovrebbero promuovere i rispettivi interessi in Ucraina, nel Golfo e a Taiwan, in una rivoluzione della politica estera che ridefinirebbe radicalmente il nuovo ordine mondiale.

Le architetture economiche e di sicurezza europee del dopoguerra qui descritte rappresentano i compromessi più realistici per promuovere alcuni degli interessi più sensibili della Russia e scongiurare lo scenario sopra descritto. Per quanto riguarda l’Iran, gli Stati Uniti dovrebbero revocare le sanzioni legate al settore energetico, ritirarsi militarmente dal Golfo e chiarire che non interverranno a sostegno di Israele qualora quest’ultimo dovesse iniziare una nuova guerra contro l’Iran. Per quanto concerne la Cina, gli Stati Uniti dovrebbero isolare completamente Taiwan, portando così al suo ritorno nella Cina continentale.

L’aspetto russo di questa proposta sarebbe già in fase di elaborazione, ma mentre gli Stati Uniti hanno flirtato con quello iraniano, non è chiaro se Trump abbia la volontà politica di portarlo avanti. Ha anche criticato Taiwan per aver sottratto agli Stati Uniti l’industria dei semiconduttori , ma potrebbe mancargli la volontà politica di cederla di fatto alla Cina. In ogni caso, Trump potrebbe alla fine accettare tutto ciò se fosse convinto che sia l’unico modo per salvare il MAGA e quindi preservare la sua eredità, che sarebbe indiscutibilmente quella di un pacificatore globale.

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Lavrov ha fatto eco al famoso avvertimento di Kaczyński sull’ascesa del “Quarto Reich” in Germania.

Andrew Korybko6 novembre
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È interessante notare che proprio il ministro degli Esteri russo condivide ora, in modo indipendente, la stessa percezione della minaccia che i conservatori e i nazionalisti polacchi nutrono già da anni.

A fine settembre, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite , il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha messo in guardia contro l’ascesa di un “Quarto Reich”. In tale occasione, ha fatto riferimento alle ripetute dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che auspicava che la Germania “tornasse ad essere la principale potenza militare in Europa”, accennando anche alle tendenze revisioniste della storia e alla demolizione dei monumenti dell’Armata Rossa. Le sue parole riflettono la crescente percezione della minaccia tedesca da parte della Russia.

Questo processo si è sviluppato nel corso di lungo tempo, ma ha finalmente cominciato a manifestarsi pubblicamente con l’articolo dettagliato pubblicato in occasione del Giorno della Vittoria dall’ex Presidente e attuale Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev, in cui metteva in guardia contro la minaccia, simile a quella del 1941, rappresentata dalla rapida rimilitarizzazione della Germania. Si ipotizzò quindi che la Germania potesse sostituire gli Stati Uniti come principale avversario percepito della Russia. Il presunto prestito di 800 miliardi di euro che la Germania avrebbe pianificato di contrarre per scopi di rimilitarizzazione non fa che rafforzare questa tendenza.

Il grande obiettivo strategico che la Germania persegue è stato descritto come il ripristino della ” Fortezza Europa “, che nel contesto contemporaneo si riferisce a un’UE militarizzata e dominata dalla Germania, del tipo delineato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione. Sul fronte politico, l’influenza dominante della Germania sulle istituzioni europee è stata strumentalizzata per erodere la sovranità degli Stati membri a vantaggio di Berlino, facilitando così il suddetto grande obiettivo strategico.

È interessante notare che i suddetti sforzi della Germania per costruire un “Quarto Reich” a tutti gli effetti furono messi in guardia per la prima volta dal cardinale grigio dell’opposizione conservatrice polacca, Jarosław Kaczyński. Usò questa terminologia nel dicembre 2021, quando era Vice Primo Ministro. Relativamente più recentemente, nell’ottobre 2025, avvertì che la Germania stava costruendo un “superstato egemonico”, descrivendo gli sviluppi del dopoguerra come “una grande vittoria per la Germania e la creazione di una sorta di nuovo impero”.

A quasi quattro anni esatti dal primo avvertimento di Kaczyński sul “Quarto Reich”, il presidente alleato Karol Nawrocki ha fortemente alluso alla significativa minaccia non militare che la Germania rappresenta per la Polonia , ovvero al modo in cui la sua strumentalizzazione dell’UE rischia di cancellare l’identità e la sovranità polacca. Queste posizioni generali sono un principio consolidato del discorso nazionalista conservatore polacco, quindi è interessante vedere che sia stato proprio il ministro degli Esteri russo a farvi riferimento in termini così estesi.

Se questa tendenza dovesse persistere, la Russia potrebbe arrivare a preferire un Intermarium a guida polacca lungo il fianco occidentale del ” cordone sanitario ” anziché un’UE militarizzata e dominata dalla Germania, e a tal fine potrebbe incoraggiare questo esito nei colloqui con gli Stati Uniti sulla nuova architettura di sicurezza europea. I lettori possono approfondire la possibile sequenza degli eventi qui e qui , che coinvolge l’interazione tra la nuova “diplomazia del bucaneve” bielorusso-polacca, la diplomazia energetica con gli Stati Uniti e la NATO 3.0 .

A prescindere da ciò che potrebbe accadere lungo il fianco orientale della NATO , la rilevanza dell’avvertimento di Lavrov sul “Quarto Reich” tedesco risiede nel fatto che egli è giunto autonomamente alla stessa conclusione di Kaczyński, rappresentando quindi un relativo terreno comune tra i due. Questa osservazione non deve essere fraintesa come un’implicazione di una loro alleanza contro la Germania, ma piuttosto come un invito ai responsabili politici russi a prenderne atto per migliorare la loro comprensione della Polonia, che in alcuni casi risulta carente .

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Trump deve ridurre le esportazioni di energia verso l’Europa se vuole che il MAGA abbia qualche possibilità nel 2028.

Andrew Korybko5 novembre
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Dovrebbero essere reindirizzati al mercato interno al più presto per ridurre i prezzi del carburante in vista delle prossime elezioni del 2028, ma l’UE non verrebbe lasciata sola, poiché un accordo globale mediato dagli Stati Uniti tra essa, l’Ucraina e la Russia potrebbe portare alla ripresa delle esportazioni di gasdotti russi, in sostituzione delle importazioni statunitensi perse.

Si è valutato che ” l’eredità di Trump sarà in definitiva determinata dall’esito della terza guerra del Golfo “, poiché l’impennata del costo della vita, di cui è stata responsabile, ha portato alla disfatta dei repubblicani durante le elezioni di metà mandato, dopo che alcuni elettori MAGA si sono astenuti dal voto o hanno votato per i democratici per protesta. Questa spiegazione di quanto accaduto è stata ripresa indipendentemente poco dopo da JD Vance , che ha citato un sondaggista anonimo in un post su X, il quale lo avrebbe informato in anticipo di ciò che sarebbe successo e del perché.

Anche nello scenario migliore, in cui Stati Uniti e Iran concludono la loro guerra nelle prossime settimane, OilPrice.com ha riportato che ” la crisi globale del diesel è destinata a durare fino al 2027 inoltrato ” a causa della ridotta capacità di raffinazione nel Golfo e in Russia, entrambe attribuibili ai rispettivi conflitti. Pertanto, la fine della Terza Guerra del Golfo non è sufficiente, poiché anche il conflitto ucraino dovrebbe concludersi presto affinché vi sia qualche speranza di stabilizzazione del mercato energetico globale e, di conseguenza, di una possibilità di sopravvivenza per il MAGA nel 2028.

Il graduale ritorno sul mercato dell’energia del Golfo e della Russia nel corso del 2027 potrebbe non ridurre i prezzi interni dei carburanti statunitensi e il costo della vita in generale con la rapidità desiderata dagli elettori, e molti fattori potrebbero far impennare nuovamente i prezzi e vanificare i successi ottenuti. Pertanto, con ogni probabilità, Trump dovrà limitare le esportazioni di energia verso l’Europa per dare priorità al mercato interno. Secondo Eurostat , nel secondo trimestre del 2026 gli Stati Uniti hanno fornito il 18,8% del petrolio e il 63,2% del GNL dell’Unione Europea, una percentuale considerevole.

Ridurre le esportazioni di energia verso l’Europa è più realistico che ridurle verso l’Asia, poiché la Russia potrebbe ragionevolmente sostituire qualsiasi quantità che gli Stati Uniti si rifiutassero di vendere all’Europa. Diversi importanti gasdotti tra la Russia e l’UE sono fermi a causa delle sanzioni. Sebbene gli Stati Uniti abbiano riaffermato la loro influenza, in declino prima del 2022, sull’UE in gran parte sostituendo le importazioni russe che l’UE aveva volontariamente perso, questa strategia non è più politicamente sostenibile a causa della crisi energetica globale, che minaccia di relegare il movimento MAGA nel dimenticatoio della storia.

Gli europei non avrebbero altra alternativa che riprendere le importazioni di energia dalla Russia se Trump annunciasse a breve la riduzione delle esportazioni americane verso il blocco entro il mese prossimo, ad esempio, il che darebbe a questi tre Paesi e all’Ucraina tutto il mese di novembre per raggiungere un accordo globale . In precedenza era stato riportato che uno dei pilastri del piano di pace di Trump è la ripresa delle esportazioni di gasdotti russi verso l’UE al fine di ripristinare la loro complessa interdipendenza e ridurre le possibilità di un nuovo conflitto.

In modo complementare, ” Una diplomazia energetica creativa può portare gli Stati Uniti a convincere l’UE a sbloccare i beni russi “, che gli Stati Uniti potrebbero a loro volta restituire alla Russia in cambio di partecipazioni in questi stessi gasdotti e nelle relative società energetiche, come “salvaguardia politica” in vista della ripresa delle esportazioni energetiche russe verso l’Europa. Parallelamente, le caratteristiche della nascente architettura di sicurezza europea del dopoguerra, qui individuate , potrebbero quindi essere consolidate, il che rappresenterebbe un accordo davvero vantaggioso, in grado di salvare il MAGA nel 2028.

Porre fine alla Terza Guerra del Golfo consentirebbe di riportare gradualmente le esportazioni regionali sul mercato globale, mentre la fine di quella ucraina permetterebbe alla Russia di riparare le sue raffinerie danneggiate per lo stesso scopo; entrambi questi passaggi sarebbero importanti in tal senso. Ciononostante, senza reindirizzare parte delle esportazioni statunitensi dall’UE verso il mercato interno, i prezzi potrebbero non scendere abbastanza rapidamente per soddisfare le aspettative degli elettori. Sarà necessaria un’enorme volontà politica, ma Trump deve necessariamente attuare la sequenza proposta, altrimenti rischia di perdere tutto.

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L’ultima provocazione di Medvedev nei confronti di Tusk ha in realtà un fondamento politico.

Andrew Korybko5 novembre
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Il primo governo di Tusk tentò un riavvicinamento con la Russia che portò al miglior periodo storico nelle loro relazioni.

L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, ha risposto con un’emoji che ride “Non abbandoniamo i nostri uomini” a un utente polacco di X che chiedeva scherzosamente se il primo ministro liberale Donald Tusk potesse diventare il coinquilino di Bashar al-Assad a Mosca. Quella battuta era stata a sua volta condivisa in risposta a un post di Medvedev che derideva le affermazioni dell’Occidente secondo cui tutto ciò che va storto nella sua parte del mondo, compreso il tentato colpo di stato giudiziario di Tusk , è colpa della Russia.

Gli osservatori occasionali hanno liquidato con leggerezza l’ultima provocazione di Medvedev nei confronti di Tusk, ma in realtà essa ha un fondamento politico. Sotto il primo governo di Tusk, la Polonia tentò un riavvicinamento con la Russia, che venne però vanificato dal tragico incidente aereo in cui perse la vita l’allora presidente Lech Kaczyński, diretto a Smolensk per commemorare il massacro di Katyń . Nell’incidente persero la vita anche molti altri alti funzionari statali e militari. Si ritiene che Tusk stesse seguendo l’esempio della sua mentore Angela Merkel nel rafforzare i legami con la Russia.

Di conseguenza, nel gennaio 2024, poco dopo l’inizio del suo secondo governo, si valutò che ” il ritorno al potere di Tusk in Polonia potrebbe essere una buona notizia per la Russia se assecondasse gli interessi della Germania “, in quanto un eventuale riavvicinamento russo-tedesco sarebbe seguito da un riavvicinamento russo-polacco. A tal proposito, si affermò che ” l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra sta iniziando a prendere forma “, e una delle sue caratteristiche potrebbe essere la ripresa delle esportazioni di gasdotti russi verso l’UE, dopo che gli Stati Uniti avranno acquisito partecipazioni in tali infrastrutture.

Sia il gasdotto Yamal che quello Druzhba attraversano la Polonia e, finché il suo presunto protettore tedesco sarà d’accordo, Tusk potrebbe acconsentire alla ripresa del loro utilizzo. Il presidente conservatore Karol Nawrocki, tuttavia, probabilmente si opporrebbe, data la sua duplice convinzione che la parziale dipendenza energetica della Polonia dalla Russia costituirebbe un rischio per la sicurezza nazionale e che la ripresa delle esportazioni russe attraverso i gasdotti verso la Germania potrebbe indurre quest’ultima a cospirare nuovamente contro la Polonia.

Il potenziale interesse della Germania a ricevere la maggior quantità possibile di importazioni di gas naturale russo a basso costo e affidabili, al fine di rilanciare la propria economia in declino, qualora gli Stati Uniti acquisissero partecipazioni in questi progetti, potrebbe essere un’ulteriore ragione per cui Tusk ha tentato di attuare un colpo di stato giudiziario. In precedenza si era valutato che ” il colpo di stato giudiziario di Tusk equivale a un tentativo di presa di potere della Polonia da parte della Germania per interposta persona “, e sebbene ciò potrebbe preparare l’Europa a una guerra con la Russia, come paventato qui , questo scenario peggiore potrebbe non verificarsi.

Al contrario, la Federazione europea a predominanza tedesca, che potrebbe seguire la subordinazione della Polonia a Berlino attraverso il colpo di stato giudiziario di Tusk, potrebbe perseguire la pace con la Russia, soprattutto se gli Stati Uniti includessero “garanzie politiche” nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, come suggerito nell’analisi precedentemente citata. La principale di queste sarebbe la ripresa delle esportazioni russe attraverso gli oleodotti verso la Germania, una volta che gli Stati Uniti ne avessero acquisito delle quote, cosa a cui Nawrocki probabilmente si opporrebbe, da qui il colpo di stato giudiziario di Tusk per emarginarlo.

Per essere chiari, la Russia non ha avuto alcun ruolo nel suo sequestro armato del Tribunale Costituzionale, ma indubbiamente ne trarrebbe vantaggio se lo scenario sopra descritto si verificasse. Dopotutto, Tusk ha già tentato un riavvicinamento con la Russia seguendo l’esempio della Germania, quindi il precedente suggerisce che ne farebbe un secondo se la Russia facesse la prima mossa o segnalasse il suo consenso per le ragioni economiche e di interesse personale che sono state dettagliate. L’ultima provocazione di Medvedev nei confronti di Tusk ha quindi una certa rilevanza politica.

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L’eredità di Trump sarà in definitiva determinata dall’esito della terza guerra del Golfo.

Andrew Korybko4 novembre
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Se il conflitto si protrae o se egli provoca l’Iran spingendolo a distruggere le infrastrutture energetiche del Golfo per rappresaglia in seguito a un attacco nucleare, ad esempio, allora il conseguente aumento del costo della vita, responsabile dell’ultima carneficina dei Repubblicani, spazzerà via MAGA dalla storia nel 2028.

I Democratici hanno ripreso il controllo del Congresso con una disfatta elettorale che ha annientato i Repubblicani durante le elezioni di metà mandato. Molti avevano previsto che ciò sarebbe accaduto, e non a causa delle interferenze canadesi su cui la Casa Bianca ha recentemente richiamato l’attenzione, né per le iniziative di altri Paesi, bensì a causa dell’impennata del costo della vita, conseguenza della Terza Guerra del Golfo iniziata da Trump insieme a Bibi. L’aumento dei prezzi del petrolio si è naturalmente tradotto in un aumento generalizzato dei prezzi, che ha colpito duramente i cittadini americani medi.

Trump aveva precedentemente minacciato di diventare ” il signor Veto ” se i Repubblicani avessero perso il controllo del Congresso, spiegando che la Corte Suprema aveva recentemente rafforzato i suoi poteri esecutivi, e la condivisione sui social media di una foto di un cappellino rosso con la scritta “VETO” dopo l’arrivo dei risultati suggerisce che faccia sul serio. Il che è sensato, dato che sarebbe illogico per lui rinunciare all’opportunità di porre il veto su una legge contraria al suo programma quando i Democratici non hanno la supermaggioranza di due terzi in entrambe le camere per ribaltare la sua decisione.

I Democratici dovranno quindi scendere a compromessi nei prossimi due anni, oppure gli Stati Uniti rimarranno paralizzati a livello legislativo, con entrambe le parti che si incolperanno a vicenda in vista delle prossime elezioni. I Democratici potrebbero anche tentare nuovamente l’impeachment di Trump, ma non dispongono della supermaggioranza di due terzi al Senato necessaria per destituirlo, quindi si tratterebbe solo di un gesto simbolico. In ogni caso, se la politica interna dovesse rimanere in una situazione di stallo, Trump potrebbe virare verso la politica estera, il che potrebbe avere importanti implicazioni per molti Paesi.

Tra questi, spicca l’Iran, poiché l’eredità di Trump sarà in definitiva determinata dall’esito della Terza Guerra del Golfo. Entrambe le parti accusano l’altra di aver perpetuato il conflitto per tutto l’anno, ma proprio come i Democratici dovranno scendere a compromessi se vorranno che le loro proposte di legge vengano approvate, così anche Trump dovrà scendere a compromessi con l’Iran se vorrà salvare la sua eredità politica. Il motivo è semplice: perpetuare l’alto costo della vita, causato dall’aumento dei prezzi del petrolio, condannerà i Repubblicani alle elezioni del 2028.

Lo scenario di un presidente democratico alla guida di un Congresso a maggioranza democratica segnerebbe la fine di tutto ciò che Trump ha realizzato in patria e all’estero durante il suo secondo mandato, ed è uno scenario plausibile, dato che gli elettori sono più interessati all’economia che alla politica estera o alle cosiddette “guerre culturali”. A tal proposito, la schiacciante vittoria dei Democratici non sarebbe avvenuta senza che alcuni Repubblicani si fossero astenuti dal voto o avessero votato per i Democratici per protesta, cosa che hanno fatto a causa dell’aumento vertiginoso del costo della vita.

Questo non significa, tuttavia, che abbiano “tradito” Trump o le cause che sostenevano solo due anni prima, dato che la maggior parte di loro probabilmente credeva che Trump si sarebbe effettivamente trasformato in “Signor Veto” per preservare i suoi successi almeno per i prossimi due anni. Ciò che volevano fare era semplicemente dimostrargli che l’aumento del costo della vita causato dalla Terza Guerra del Golfo, che molti di loro considerano una guerra volontaria poiché non credono che l’Iran fosse sul punto di costruire un’arma nucleare, è inaccettabile.

Pertanto, nulla rinvigorirebbe maggiormente la sua base elettorale che un rapido compromesso con l’Iran, dimostrando così di aver recepito il loro messaggio in modo chiaro e forte. Questo faciliterebbe una graduale diminuzione del costo della vita, che potrebbe rilanciare l’economia entro il 2028 e contribuire alla vittoria dei Repubblicani. Se, ad esempio, dovesse rimanere impantanato nella questione del Golfo o provocare l’Iran spingendolo a distruggere le infrastrutture energetiche della regione in risposta a un attacco nucleare, allora il movimento MAGA rischierebbe di finire nel dimenticatoio.

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Tusk ha compiuto l’impossibile convincendo i polacchi a mettere in discussione le teorie del complotto sulla Russia.

Andrew Korybko4 novembre
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Questo non significa che da allora siano diventati filo-russi, tantomeno favorevoli alla Russia, ma solo che non mostrano più la reazione istintiva di credere automaticamente a ogni affermazione complottista al riguardo, dopo che lui li aveva insultati dicendo loro che stavano protestando contro il suo colpo di stato su ordine di Putin.

Il primo ministro liberale polacco Donald Tusk ha affermato durante una riunione di governo: “Osserviamo attività da parte della Russia e di politici filorussi, sia a livello internazionale che all’interno del Paese, incentrate sulla nostra causa”. Ha aggiunto che “stiamo assistendo a tensioni provocate dai russi… attraverso l’alimentazione di un senso di instabilità, basato sul comportamento aggressivo dei politici dell’opposizione e del presidente”. Queste dichiarazioni si aggiungono alle sue affermazioni e a quelle del suo governo riguardo all’ingerenza russa nella crisi polacca.

La suddetta crisi è stata in realtà innescata proprio da lui, dopo aver autorizzato il sequestro armato del Tribunale Costituzionale in un colpo di stato giudiziario che equivale a un’acquisizione per procura della Polonia da parte della Germania, al fine di preparare l’Europa alla guerra con la Russia . I costituzionalisti, guidati dal presidente conservatore Karol Nawrocki, si sono da allora schierati contro i golpisti di Tusk, impegnandosi a risolvere la crisi polacca attraverso lo stato di diritto, per ripristinare la sovranità della Polonia che Tusk sta cedendo all’UE guidata dalla Germania.

Il Paese è diviso tra conservatori e liberali, come dimostrano le elezioni presidenziali e parlamentari dell’ultimo decennio, in particolare le ultime che hanno portato alla formazione di un governo liberale guidato da un presidente conservatore, contestualizzando così la situazione di stallo legislativo che si protrae dal 2024. Entrambe le fazioni sono fortemente convinte delle proprie idee, ma mentre quelle dei liberali sono in larga misura influenzate da “ONG” americane ed europee di orientamento simile, nonché dai rispettivi media, quelle dei conservatori non risentono affatto dell’influenza russa.

La Polonia è uno dei paesi più russofobi al mondo e solo un numero statisticamente insignificante di polacchi si rivolge alla Russia per avere indicazioni su qualsiasi argomento. Un numero maggiore di persone potrebbe consultare occasionalmente alcuni dei prodotti informativi provenienti dalla Russia, ma non perché siano russi; ciò è dovuto unicamente al fatto che i media russi trattano notizie che i media occidentali a prevalenza liberale non osano affrontare, oppure le trattano da una prospettiva relativamente più conservatrice. La Russia stessa, tuttavia, è vista con scetticismo.

Russia e Polonia sono rivali da oltre un millennio , quindi c’è molto astio tra i loro stati, che ancora oggi non si comprendono, come dimostrano le varie gaffe commesse negli ultimi mesi da alti funzionari russi, da Putin in giù, riguardo alla Polonia, come documentato qui . Inoltre, la maggior parte degli influencer ” non russi filo-russi ” ha promosso il revisionismo di Katyń , ha “scherzando” invocato un’altra spartizione e/o ha usato o difeso l’insulto polonofobico “Polack” (simile al termine dispregiativo per i polacchi).

I russi medi non hanno problemi con i polacchi , cosa di cui i polacchi medi potrebbero non essere consapevoli, ma il punto è che quasi nessuno di loro prende sul serio ciò che il governo russo, i media russi e la maggior parte degli influencer “filo-russi non russi” dicono sulla Polonia. La maggior parte di loro dubita istintivamente di tutto ciò che dicono per le ragioni descritte sopra. Ecco perché l’affermazione di Tusk e del suo governo secondo cui la Russia sarebbe dietro le proteste contro il colpo di stato, a cui lo Stato Maggiore sembrava dare credito , è un insulto alla loro intelligenza.

Tusk ha quindi compiuto l’impossibile, convincendo oltre la metà dei polacchi che si oppongono al suo colpo di stato giudiziario a mettere in discussione le teorie del complotto sulla Russia. Questo non significa che siano diventati filo-russi, né tantomeno favorevoli alla Russia, ma semplicemente che non reagiscono più istintivamente credendo a ogni affermazione complottista riguardante quel paese. Più Tusk e i suoi sostenitori attribuiscono alla Russia la responsabilità delle proteste contro il colpo di stato, più è probabile che queste proteste si intensifichino.

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Quanto è significativo il fatto che tre ambasciatori polacchi si siano appena dimessi in segno di protesta contro il colpo di stato di Tusk?

Andrew Korybko3 novembre
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Hanno soprattutto provocato Sikorski, inducendolo a commettere la gaffe di paragonare il colpo di stato giudiziario di Tusk al periodo della legge marziale in Polonia, il che potrebbe inimicargli ancora più polacchi di quanti già non ne abbiano.

Un altro ambasciatore polacco si è appena dimesso per protestare contro il colpo di stato giudiziario del primo ministro liberale Donald Tusk, che in realtà rappresenta un’acquisizione per procura della Polonia da parte della Germania per preparare l’Europa alla guerra con la Russia . Il rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, il professor Krzysztof Szczerski, ha seguito le orme dell’ambasciatore in Cina Jakub Kumoch e dell’ambasciatore in Romania Paweł Soloch, venerdì scorso. Il ministro degli Esteri Radek Sikorski non ha gradito la vicenda e ha espresso il suo disappunto in un post su Instagram.

Secondo lui , “Quando, per protestare contro la legge marziale, gli ambasciatori [della Repubblica Popolare Polacca] Rurarz e Spasowski si dimisero, rischiarono la vendetta del regime comunista. Oggi, [il presidente conservatore Karol Nawrocki] esorta gli ambasciatori ad abbandonare le loro missioni e sarà sicuramente lautamente ricompensato per le sue gesta eroiche. ‘La storia fa rima, prima come tragedia, poi come farsa’”. Alcuni hanno fatto notare quanto fosse autolesionista da parte di Sikorski paragonare il colpo di stato giudiziario di Tusk al periodo della legge marziale in Polonia.

Kumoch ha risposto a Sikorski scrivendo: “Mi dispiace di doverlo fare, perché speravo che la questione fosse risolta. Non ho parlato né comunicato con il Presidente prima di prendere questa decisione”. Anche Marcin Przydacz, capo dell’Ufficio di politica internazionale di Nawrocki, ha commentato la vicenda. Nelle sue parole : “In un momento critico, mentre la Polonia si prepara al vertice del G20 e la Russia continua la sua aggressione contro l’Ucraina, il nostro servizio diplomatico perde tre diplomatici di grande esperienza”. Ha aggiunto che:

“Tutti e tre hanno giustificato le loro decisioni facendo riferimento ad azioni intraprese dal governo polacco che, in quanto cittadini polacchi, non potevano accettare e che non intendevano avallare continuando le loro missioni diplomatiche. La Polonia ha impiegato più di trent’anni per costruire la sua reputazione di partner internazionale stabile, sicuro e affidabile. Oggi il mondo vede immagini di agenti di polizia schierati presso una delle più importanti istituzioni costituzionali polacche, insieme alle dimissioni di alti diplomatici polacchi”.

Przydacz li ha quindi ringraziati per il loro servizio e ha affermato di rispettare il loro “coraggio nel prendere decisioni personali difficili in risposta ad azioni governative che violano la legge e minano la credibilità della Polonia come partner internazionale stabile”. L’importanza complessiva di questa vicenda, anche se si conclude con le dimissioni dei soli tre alti diplomatici e non con quelle di altri, risiede nel fatto che ha portato all’attenzione dei paesi ospitanti il ​​fatto che non tutti i membri del Ministero degli Affari Esteri appoggiano il colpo di stato giudiziario di Tusk.

Questo è importante in relazione alle dimissioni di Kumoch e Szczerski, poiché la Cina e gli Stati Uniti sono molto più influenti della Romania. Certo, è improbabile che nessuno dei due intervenga in alcun modo per far pendere la bilancia di questa crescente disputa a sostegno dello stato di diritto, ma non nuoce nemmeno alla causa dei costituzionalisti se simpatizzano con loro. L’importanza principale di queste dimissioni è che hanno spinto Sikorski a commettere la gaffe di paragonare il colpo di stato giudiziario di Tusk al periodo della legge marziale in Polonia.

La stragrande maggioranza dei polacchi si opponeva al regime militare e celebrava Solidarność, quindi la gravità della sua gaffe sta nel fatto che potrebbe inimicarsi ancora più polacchi di Tusk, il che potrebbe portare a una schiacciante sconfitta della sua coalizione liberale al governo nelle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027. Fino ad allora, in attesa di un’improbabile risoluzione di questa situazione di stallo tra golpisti e costituzionalisti, la Polonia rimarrà parzialmente paralizzata a livello legislativo e giudiziario a causa di questa situazione di stallo, a scapito dei suoi interessi nazionali.

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Le accuse degli Stati Uniti di interferenze canadesi sono interessanti e ironiche.

Andrew Korybko3 novembre
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Sono interessanti perché pochi avrebbero potuto prevedere che proprio il Canada, tra tutti i paesi, si sarebbe un giorno intromesso nelle elezioni americane, e sono ironici perché gli esempi citati rappresentano solo una piccola parte di come gli Stati Uniti si intromettano regolarmente nelle elezioni di altri paesi.

A fine ottobre, la Casa Bianca ha pubblicato un documento informativo sulle ” Attività canadesi nella politica statunitense “, in cui vengono riportati quasi una dozzina di esempi delle sue recenti interferenze nella politica americana. Questi esempi riguardano i dazi reciproci imposti da Ottawa, che prendono di mira esplicitamente gli stati a maggioranza repubblicana, e il sostegno partigiano offerto dai suoi funzionari ai democratici in vista delle elezioni di medio termine di inizio novembre. La maggior parte degli osservatori prevede, sia in base alla tendenza documentata da decenni sia in considerazione della crisi globale dei carburanti, una pesante sconfitta per i repubblicani.

È in questo contesto, e a meno di due settimane dal voto, che la Casa Bianca ha pubblicato il suo documento informativo. Chiaramente, Trump 2.0 vuole attribuire preventivamente parte della responsabilità delle sconfitte previste per il suo partito alle interferenze canadesi, il che potrebbe a sua volta screditare i Democratici agli occhi di alcuni elettori e potenzialmente giustificare ulteriori dazi doganali contro il Canada con il pretesto di ritorsioni. Vale la pena ricordare che questi esempi di interferenze canadesi sono emersi nel contesto delle ripetute dichiarazioni di Trump sull’annessione del Paese.

Ecco cosa rende queste affermazioni interessanti e ironiche: sono interessanti perché pochi avrebbero potuto prevedere che proprio il Canada, tra tutti i paesi, si sarebbe un giorno intromesso nelle elezioni americane, e sono ironiche perché gli esempi citati rappresentano solo una piccola parte di come gli Stati Uniti si intromettano regolarmente nelle elezioni di altri paesi. Le restrizioni economiche e gli incontri con i funzionari dell’opposizione sono la punta dell’iceberg. In questo contesto specifico, tuttavia, potrebbero effettivamente avere un qualche effetto sull’esito delle elezioni di medio termine.

Per spiegare meglio, i dazi reciproci del Canada potrebbero aggravare le difficoltà economiche che gli elettori degli stati repubblicani stanno affrontando a causa della crisi globale del carburante scatenata dalla Terza Guerra del Golfo, iniziata da Stati Uniti e Israele lo scorso febbraio, inducendo potenzialmente alcuni a non votare o a votare per qualcun altro per protesta. Le persone possono essere capricciose, soprattutto gli americani, stressati dall’aumento dei costi che riducono direttamente il loro tenore di vita, e che sperano di poter fare la differenza.

Ad alcuni di loro non importa che il Canada stia esplicitamente prendendo di mira i loro stati con l’obiettivo di minare gli ultimi due anni della seconda presidenza di Trump, dato che alcuni vogliono semplicemente manifestare il loro disappunto nei suoi confronti. Quanto agli incontri tra i funzionari canadesi e i democratici, questo potrebbe dare nuova linfa ad alcuni democratici negli stati repubblicani che altrimenti non voterebbero, forse ispirati dalla convinzione di poter contribuire a mettere in moto una grande coalizione contro Trump che culminerà nel 2028.

Nel caso in cui i Repubblicani perdano una o entrambe le camere del Congresso e Trump ribadisca la sua affermazione secondo cui la colpa sarebbe da attribuire a interferenze straniere (canadesi e/o di altra provenienza), ciò potrebbe favorire i Repubblicani nel 2028, mobilitando la base elettorale con il timore di una possibile grande coalizione contro di loro. La convinzione che potenze straniere stiano collaborando con l’opposizione per minare il governo in carica può diventare una potente forza di mobilitazione, come hanno imparato gli stessi Stati Uniti dopo le conseguenze delle proprie interferenze.

Guardando al futuro, sebbene si possa sostenere che il Canada stia apertamente interferendo nelle elezioni di medio termine statunitensi, l’impatto non dovrebbe essere esagerato, anche se Trump probabilmente lo farà per ragioni politiche di interesse personale, come spiegato. Non ammetterà che la Terza Guerra del Golfo, iniziata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sarebbe la spiegazione più plausibile per la perdita di uno o entrambi i seggi del Congresso da parte dei Repubblicani, poiché ammettere che non tutto è andato secondo i piani ferirebbe il suo ego.

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Lo Stato Maggiore polacco sembra aver insinuato che le proteste contro il colpo di stato siano organizzate dalla Russia.

Andrew Korybko3 novembre
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Un post ora cancellato su X avvertiva che un avversario, che dal contesto si intendeva essere la Russia, avrebbe potuto sfruttare i social media per organizzare proteste.

Il tentato colpo di stato giudiziario del primo ministro liberale polacco Donald Tusk, che consiste in un’acquisizione per procura della Polonia da parte della Germania per preparare l’Europa alla guerra con la Russia, come spiegato nelle precedenti analisi collegate tramite hyperlink, ha assunto una piega ancora più inquietante lunedì, dopo un post ora cancellato dello Stato Maggiore. In esso, si avvertiva che un avversario avrebbe potuto sfruttare i social media per organizzare proteste, un’affermazione che molti polacchi hanno interpretato come un’allusione al fatto che lo Stato Maggiore consideri le proteste contro il colpo di stato come organizzate dalla Russia.

Il loro portavoce ha poi chiarito su X, sotto il post ora cancellato, che “Il diritto di riunione pacifica è un diritto costituzionale dei cittadini. La semplice partecipazione a una manifestazione non è sufficiente per considerarla un elemento di un’operazione di influenza”. Hanno anche dichiarato ai media che il post era stato programmato in anticipo rispetto ai recenti eventi, nell’ambito del loro programma di sensibilizzazione sociale sulla “resilienza psicologica”. Molti polacchi, tuttavia, non si sono lasciati convincere, dato che la coalizione liberale di Tusk aveva già accusato la Russia del colpo di stato giudiziario.

Il ministro degli Esteri Radek Sikorski ha poi rincarato la dose , affermando che “stiamo assistendo a una cooperazione online senza precedenti tra account e propagandisti russi e l’estrema destra globale. Si tratta di un’alleanza evidente. O quantomeno di una collaborazione. Questo dovrebbe farci riflettere su chi vuole fomentare disordini in Polonia e a chi giova tutto ciò”. A quanto pare, il giorno prima del colpo di stato, alla polizia antisommossa era stato ordinato di essere equipaggiata con mitragliatrici e visori notturni per questa settimana.

Insieme al fatto che la coalizione di governo incolpa la Russia per ciò che, a loro dire, è stata necessaria per salvare la democrazia polacca dalla Russia, questo ha suggerito a molti polacchi che Tusk avesse autorizzato la polizia antisommossa a usare la forza letale contro i manifestanti antigolpe con pretesti di sicurezza nazionale pretestuosi legati alla Russia. Il post dello Stato Maggiore, ora cancellato, viene interpretato da coloro che credono a quanto sopra come parte di una campagna di comunicazione premeditata, ma comunque “plausibilmente negabile”, a sostegno di questa decisione.

Per rendere questa percezione ancora più convincente, l’ordine di equipaggiare la polizia antisommossa con mitragliatrici e visori notturni citava “la situazione operativa nel paese” quando in realtà non esisteva, e la polizia ha poi affermato che si riferiva a minacce di “sabotaggio”. Come ulteriore prova che tutto ciò facesse parte di un complotto per dipingere le proteste contro il colpo di stato come organizzate dalla Russia, al fine di giustificare l’uso della forza letale per disperderle, lunedì la polizia ha lanciato una vasta operazione anti-“sabotaggio” al confine con Kaliningrad .

Riassumendo, Tusk e i suoi golpisti sembrano aver previsto proteste di massa contro il colpo di stato per tutta la settimana, che intendevano disperdere con l’uso della forza letale, con il falso pretesto che fossero organizzate dalla Russia nell’ambito di una campagna di guerra ibrida contro la Polonia. La grande operazione “anti-sabotaggio” della polizia al confine con Kaliningrad potrebbe quindi essere uno stratagemma per dare falsa credibilità alla suddetta narrativa, elaborata prima del colpo di stato per giustificare l’uccisione di polacchi.

Le forze armate dovrebbero rimanere neutrali, eppure lo Stato Maggiore sembra essersi schierato dalla parte di Tusk piuttosto che da quella del presidente conservatore, che è il comandante in capo ma non può schierare le forze armate senza la richiesta del Consiglio dei Ministri, guidato proprio da Tusk. La sequenza degli eventi descritta in questa analisi suggerisce tuttavia che almeno alcuni dei suoi membri, se non tutti, approverebbero l’uso della forza letale da parte delle unità del Ministero dell’Interno contro i manifestanti antigolpe con falsi pretesti anti-russi.

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Il tentativo della Germania di prendere il controllo della Polonia per procura serve a preparare la NATO alla guerra con la Russia.

Andrew Korybko2 novembre
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Proprio come la Germania nazista si impadronì dell’oro e del fiorente complesso militare-industriale della Cecoslovacchia nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, così anche la Germania odierna sta tramando per impadronirsi dell’oro della Polonia e subordinare a Berlino il più grande esercito europeo della NATO in vista di una possibile guerra con la Russia entro il 2030.

Una delle spiegazioni che il controverso esponente conservatore polacco Dominik Tarczyński ha recentemente fornito per il tentato colpo di stato giudiziario del Primo Ministro liberale Donald Tusk è che quest’ultimo voglia poi assumere il controllo della Banca Centrale, introdurre l’euro e infine trasferire le riserve auree polacche alla Banca Centrale Europea (BCE) in Germania. A quanto pare, la Polonia possiede le decime riserve auree più grandi al mondo , con 550 tonnellate al 2026, superiori alle 506,5 tonnellate della BCE. In tale scenario, la BCE raddoppierebbe quindi le proprie riserve.

Questa è una motivazione significativa per quello che qui è stato valutato come il tentativo della Germania di impadronirsi della Polonia per interposta persona attraverso la presa armata del Tribunale Costituzionale da parte di Tusk, con tutto ciò che potrebbe seguirne. Potrebbe anche, almeno temporaneamente, rivitalizzare l’euro nel contesto della rapida militarizzazione che la maggior parte dei suoi membri, la stragrande maggioranza dei quali utilizza l’euro, sta attuando per prepararsi a una guerra con la Russia entro il 2030. Il leader di fatto del blocco, la Germania, è molto più avanti di tutti con un programma pianificato da 800 miliardi di euro .

La Polonia controlla il più grande contingente militare europeo della NATO (E-NATO) e il presidente conservatore Karol Nawrocki si oppone ai prestiti del programma UE “Azione per la sicurezza in Europa” (SAFE), che obbligherebbero l’acquisto della maggior parte delle attrezzature dai paesi membri del blocco, e non dai partner americani e coreani della Polonia . Di conseguenza, ha proposto il programma ” SAFE 0% polacco ” da 185 miliardi di zloty (circa 46 miliardi di dollari), l’equivalente del prestito concesso dall’UE, che il governo di Tusk ha approvato nonostante la disapprovazione di Nawrocki.

Se il tentativo tedesco di prendere il controllo della Polonia per interposta persona dovesse avere successo, e la Polonia aderisse all’euro prima di aver più che raddoppiato le riserve della BCE trasferendovi tutto il suo oro, la Germania potrebbe portare avanti con molta più facilità il suo piano di federalizzazione dell’UE, con se stessa come forza dominante al suo interno. Insieme alla rapida militarizzazione dell’UE nel suo complesso, con il più grande esercito della NATO orientale subordinato alla Germania, si concretizzerebbe la minaccia simile a quella del 1941 paventata da Dmitry Medvedev.

Il sequestro delle riserve auree polacche è centrale in questo scenario, ed è per questo che ci si aspetta che Tusk lo appoggi attraverso l’introduzione dell’euro, qualora il suo colpo di stato giudiziario avesse successo. Esiste inoltre un precedente storico per il suo presunto protettore tedesco nel perseguire questa politica, che in realtà è contraria alla Russia. Hitler si impadronì delle riserve auree della Cecoslovacchia e del suo solido complesso militare-industriale nell’immediato periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, entrambi considerati dagli storici indispensabili per il suo sforzo bellico.

Allo stesso modo, in vista di un possibile scontro tra l’UE e la Russia entro il 2030, la Germania di oggi sta tentando di impadronirsi delle riserve auree della Polonia e di subordinare a Berlino il più grande esercito della NATO orientale, con una duplice mossa che risulterebbe indispensabile nel suddetto scenario. A differenza di allora, quando la Germania guidò l’invasione dell’URSS in prima linea, potrebbe invece incaricare il suo subordinato polacco di mandare i polacchi a morire in Ucraina per perpetuare la guerra per procura tra NATO e Russia, o per iniziarne un’altra al termine dell’ultimo conflitto.

Considerata la posta in gioco, ovvero la materializzazione di un’altra minaccia simile a quella del 1941 per la Russia, perpetrata dalla Federazione Europea a guida tedesca, che potrebbe seguire il tentativo di Berlino di impadronirsi della Polonia per interposta persona attraverso il colpo di stato giudiziario di Tusk, la crisi politica polacca assume un’importanza globale. Il suo esito potrebbe fare la differenza tra la guerra e la pace, senza alcuna esagerazione, poiché plasmerà l’ordine europeo del dopoguerra per gli anni a venire.

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Perché la destituzione di Vučić non è stata una rivoluzione colorata nonostante le interferenze occidentali?

Andrew Korybko2 novembre
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Non è stato l’Occidente a radicalizzare i patrioti serbi filo-russi contro Vučić; è stato lui a farlo attraverso la sua opera di manipolazione psicologica e le sue campagne mediatiche, volte a screditare le concessioni fatte in politica estera a favore dell’Occidente nel corso dell’ultimo decennio, in particolare le rivelazioni dello scorso anno da parte della Russia sul fatto che la Serbia stia armando l’Ucraina.

In precedenza era stato osservato che ” Vucic è stato deposto democraticamente, non vittima di una rivoluzione colorata, ed è solo colpa sua “. L’attenzione è stata richiamata sui suoi due peccati capitali di manipolazione psicologica, ovvero la deliberata rappresentazione distorta, da parte sua e dei suoi portavoce mediatici, delle sue concessioni in politica estera filo-occidentale come un “piano strategico a cinque dimensioni per destabilizzare l’Occidente”, e la loro spietata ostracizzazione dei patrioti filo-russi che non erano d’accordo, nonché il rifiuto di preparare un successore nonostante un decennio al potere. Solo questi errori hanno portato alla sua caduta.

L’Occidente si è intromesso finanziando “ONG” antigovernative che si opponevano a Vučić da una prospettiva filo-occidentale e organizzavano proteste contro di lui, ma ciò non ha avuto alcuna influenza sui patrioti filo-russi che costituivano la base elettorale di Vučić fin dalla sua ascesa al potere. È un insulto alla loro intelligenza insinuare che l’esposizione a narrazioni antigovernative di stampo filo-occidentale li abbia radicalizzati al punto da indurli a votare contro un leader presumibilmente filo-russo o ad astenersi dalle elezioni.

La destituzione democratica di Vučić è stata la diretta conseguenza del voltafaccia di questi patrioti filo-russi, a sua volta dovuto al già citato gaslighting tossico di cui sono stati vittime online per oltre un decennio, da quando avevano criticato in modo costruttivo l’ accordo logistico militare che aveva siglato con la NATO nel 2016. Il gaslighting è senza dubbio una forma di abuso psicologico ed emotivo, e la diffamazione subita da molte persone, accusate di essere finanziate dall’Occidente solo per aver criticato Vučić, ha finito per avere un impatto.

Non importa se queste stesse persone lo criticavano solo sotto pseudonimo, dato che i sostenitori di Vučić sui social media hanno continuato a mentire spudoratamente su di loro e hanno persino organizzato linciaggi digitali in cui altri troll si accanivano sui loro post per molestarli con il falso pretesto che fossero agenti finanziati dall’Occidente. Ciononostante, le diverse elezioni che si sono tenute nel decennio dal 2016 al 2026 non hanno destituito democraticamente Vučić, e questo perché la maggior parte di questi stessi patrioti filo-russi ha continuato a votarlo comunque.

Ciò che li ha definitivamente spinti a rivoltarsi contro di lui è stata la rivelazione, nella primavera del 2025 , del Servizio di intelligence estera russo , secondo cui la Serbia stava armando l’Ucraina per uccidere russi, confermata poi quell’estate che continuava a farlo nonostante le smentite di Vučić. Le bugie di Vučić, insieme alla manipolazione psicologica tossica perpetrata dai suoi portavoce mediatici, secondo i quali chiunque non gli credesse o criticasse questa decisione, a cui era stato costretto sotto pressione (con diverse versioni dei fatti che proponevano narrazioni differenti), era un agente occidentale, hanno radicalizzato un numero critico di persone contro di lui.

Il magnate russo Konstantin Malofeev, fondatore di Tsargrad , la principale piattaforma conservatrice russa , ha celebrato la destituzione democratica di Vučić in un post su Telegram, nonostante le interferenze occidentali, proprio a causa della menzogna di Vučić e della non trascurabile componente filo-russa dell’opposizione. Per essere chiari, anche l’opposizione ha una componente filo-occidentale molto influente, che potrebbe in definitiva ostacolare la visione della fazione filo-russa di mantenere – e persino espandere – i legami con la Russia.

Comunque sia, il punto è che non sono state le interferenze occidentali a far rivoltare i patrioti filo-russi contro Vučić; è stato lui a radicalizzarli attraverso la sua manipolazione psicologica e quella dei suoi portavoce, soprattutto in seguito alle rivelazioni dello scorso anno sul fatto che la Serbia stesse armando l’Ucraina. Questo ha superato il limite per una massa critica di patrioti serbi filo-russi, che alla fine hanno votato contro di lui o si sono astenuti dal voto. È questo che ha portato alla sua caduta, non una ” Rivoluzione Colorata” , che comunque si riferisce a un cambio di regime non elettorale.

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Il tentato colpo di stato giudiziario in Polonia plasmerà il futuro dell’ordine europeo del dopoguerra.

Andrew Korybko31 ottobre
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Il primo ministro liberale polacco, sostenuto dalla Germania, vuole ostacolare gli sforzi del presidente conservatore appoggiato dagli Stati Uniti per guidare la riforma dell’UE verso un’unione di stati nazionali, qualora i suoi alleati tornassero al potere il prossimo autunno. Ciò eviterebbe che la Polonia diventi una federazione dominata dalla Germania e la trasformerebbe in una potenza regionale.

Venerdì , il primo ministro liberale polacco Donald Tusk ha tentato un colpo di stato giudiziario mentre il presidente conservatore Karol Nawrocki era in viaggio verso l’Africa, costringendolo a rientrare in Polonia a metà volo per guidare la resistenza in prima linea. Per semplificare una questione giuridica complessa, si può dire che da oltre un decennio è in corso una disputa tra liberali e conservatori sul Tribunale costituzionale, che i liberali e i loro alleati europei accusano i conservatori di manipolare. Il Tribunale tende infatti a privilegiare il diritto polacco rispetto al diritto dell’UE.

Anna Korwin-Piotrowska , eletta al Tribunale dal Sejm a maggioranza liberale ma alla quale Nawrocki si era rifiutato di prestare giuramento adducendo come motivazione una procedura elettorale viziata (rendendo quindi la sua posizione all’interno del Tribunale legalmente discutibile), ha ordinato la sospensione del presidente e del vicepresidente del Tribunale. Ha assunto le loro funzioni e ha fatto intervenire la polizia presso il tribunale, mentre il Ministro della Giustizia di Tusk ha chiesto la revoca della loro immunità e l’incriminazione. Subito dopo, si sono radunate le proteste.

Nawrocki è entrato nei locali a tarda notte, spintonato durante l’irruzione, e ha ribadito di non riconoscere Korwin-Piotrowska come giudice. In seguito ha rilasciato una dichiarazione su X in cui condannava la “violazione dell’ordine costituzionale” e la “presa forzata di un organo statale costituzionale”. Nawrocki ha anche chiesto alla polizia di allontanarsi dal tribunale, ha annunciato la convocazione di consultazioni urgenti con il Sejm e ha ringraziato tutti coloro che hanno sostenuto il Tribunale.

Il contesto più ampio riguarda le prossime elezioni del Sejm (il Parlamento polacco) dell’autunno 2027, che potrebbero ipoteticamente essere anticipate come soluzione all’ultima crisi, di gran lunga la peggiore nella storia post-comunista della Polonia. Sondaggi autorevoli suggeriscono che i conservatori potrebbero tornare al potere attraverso una coalizione tra loro, la loro nuova fazione dissidente e i due partiti nazionalisti libertari. In tal caso, con l’appoggio del Tribunale, allineato ai conservatori, Nawrocki avrebbe il potere di portare avanti il ​​suo programma di riforma dell’UE.

L’anno scorso, qui , ha illustrato in dettaglio la sua visione , che consiste nel ripristinare la sovranità degli Stati membri entro i limiti consentiti dall’UE, al fine di trasformare il blocco in un’unione di Stati nazionali, arrestando così la tendenza a trasformarsi in una federazione dominata dalla Germania . Il cardinale grigio conservatore Jarosław Kaczyński ne ha parlato a lungo di recente , ma Tusk ha seminato il panico affermando di voler attuare una ” Polexit “, una mossa a buon mercato per conquistare voti dopo il fallimento della sua precedente campagna allarmistica anti-russa .

Questo contestualizza le mosse di Tusk come una manovra di potere liberale, forse addirittura orchestrata dai tedeschi, ai quali è stato così vicino per tutta la sua vita professionale che Kaczyński lo accusò una volta di essere un loro “agente”, per impedire a una futura Polonia a guida conservatrice di riformare l’UE. Nawrocki è diventato il paladino conservatore d’Europa dopo la caduta di Orbán e, con l’approvazione di Trump, immagina la Polonia alla guida della resistenza conservatrice dell’Intermarium contro la federalizzazione dell’UE nel nascente ordine postbellico .

Se il tentativo di colpo di stato giudiziario di Tusk dovesse avere successo, la Polonia si troverebbe subordinata alla Germania, ma il suo fallimento rafforzerebbe l’ascesa della Polonia come potenza regionale. Trump e Nawrocki sono amici, condividono le stesse idee e nessuno dei due desidera che la Germania liberale domini l’UE. Trump potrebbe quindi usare il peso del suo paese per far pendere la bilancia della peggiore crisi politica polacca dalla fine del comunismo a favore di Nawrocki, ma se l’UE guidata dalla Germania dovesse reagire, si potrebbe scatenare un’altra crisi tra Stati Uniti e UE.

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Vučić è stato deposto democraticamente, non è stato vittima di una rivoluzione colorata, ed è solo colpa sua.

Andrew Korybko2 novembre
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La manipolazione psicologica tossica perpetrata da lui e dai suoi portavoce nei media, unita al suo rifiuto di preparare un successore dopo oltre un decennio al potere, ha contribuito a inimicargli la maggioranza.

Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta nelle elezioni anticipate di fine ottobre, dopo oltre un decennio al potere in vari ruoli, ma ha accusato l’UE e il “deep state” statunitense di aver orchestrato il risultato. Se è vero che alcuni membri dell’opposizione sono filo-occidentali e legati a “ONG” finanziate dall’estero, altri sono patriottici e filo-russi. Vučić ha anche siglato un patto logistico militare con la NATO nel 2016, ha acquistato aerei da guerra francesi e ha armato l’Ucraina , quindi l’Occidente non aveva alcun motivo per rimuoverlo.

Certo , avrebbe potuto fare di più per compiacere l’Occidente riconoscendo formalmente il Kosovo e sanzionando la Russia, ma le concessioni in politica estera che aveva già fatto, in parte a causa della difficile posizione geopolitica della Serbia, erano probabilmente sufficienti a mantenerlo nelle loro grazie . Ad ogni modo, uno dei due peccati capitali di Vučić è stata la tossica manipolazione psicologica perpetrata da lui e dai suoi portavoce, che lo ha dipinto come un visionario multipolare devotamente alleato con la Russia in opposizione all’Occidente.

La parte patriottica e filo-russa dell’opposizione sapeva che si trattava di una menzogna, ma fu brutalmente “cancellata” per aver condiviso i fatti precedentemente menzionati che la smentivano, mentre la fazione filo-occidentale (in parte legata a “ONG” finanziate dall’estero) ci cascò, radicalizzandosi ulteriormente. Col tempo, entrambe le fazioni opposte dell’opposizione si unirono per deporre democraticamente Vučić, ma lui ingannò i servizi segreti esteri russi facendogli credere di essere vittima di una “Rivoluzione Colorata” .

Il pensiero di gruppo e le camere di risonanza generate dai meccanismi di feedback inefficienti della burocrazia russa, qui identificati come una delle tre principali sfide strategiche del Paese, hanno reso possibile tutto ciò. Ciononostante, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha espresso un cauto ottimismo dopo le elezioni, affermando che le relazioni bilaterali rimarranno solide, un’aspettativa plausibile data la visione del mondo dell’opposizione e soprattutto dopo che un suo rappresentante ha dichiarato a RT Balkan che non imporranno sanzioni alla Russia.

Vučić aveva seminato il panico, lasciando intendere che ciò sarebbe accaduto, quindi la loro smentita è significativa, soprattutto considerando che uno dei loro rappresentanti l’ha fatta nella sede regionale del principale organo di informazione globale russo, finanziato con fondi pubblici. Resta ovviamente da vedere se manterranno la parola data, e la fazione filo-occidentale all’interno dell’opposizione potrebbe potenzialmente sabotare i piani di quella filo-russa, ma è anche prematuro concludere che lo scenario peggiore per le relazioni russo-serbe si concretizzerà inevitabilmente.

In ogni caso, le speculazioni sul futuro della politica estera serba sono la diretta conseguenza della caduta di Vučić, dovuta al suo rifiuto di preparare un successore per facilitare una transizione graduale della leadership. Rimanere al potere così a lungo avrebbe inevitabilmente generato un crescente malcontento tra la popolazione, soprattutto tra i giovani, eppure Vučić evidentemente si aspettava di poter dividere e governare indefinitamente le due fazioni opposte dell’opposizione. Questo è stato il suo secondo e ultimo peccato capitale.

Nel complesso, la tossica manipolazione psicologica perpetrata da lui e dai suoi portavoce mediatici, unita al suo rifiuto di preparare un successore dopo oltre un decennio al potere, ha fatto sì che la maggioranza si rivoltasse contro di lui, rendendo così le ultime elezioni serbe il vero riflesso della volontà popolare e non una rivoluzione colorata . Come già detto, alcuni membri dell’opposizione sono filo-occidentali e legati a “ONG” finanziate dall’estero, ma Vučić ha perso le elezioni in modo del tutto legittimo. Aggrapparsi alla narrativa della rivoluzione colorata è quindi controproducente.

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Zakharova ha sollevato un punto sorprendentemente valido riguardo alla Polonia.

Andrew Korybko2 novembre
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Si può opporsi sia all’ingerenza polacca in Ucraina sia all’ingerenza dell’UE in Polonia, poiché ciò che sta accadendo in Polonia non è meno rilevante di quanto accaduto in Ucraina.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha pubblicato su Telegram un post dettagliato sulla Polonia che vale la pena leggere. È sorprendentemente informativo, considerando che solo due mesi fa era così male informata sulla Polonia da aver fortemente insinuato che il Primo Ministro liberale Donald Tusk, così vicino alla Germania per tutta la sua carriera professionale che il cardinale conservatore Jarosław Kaczyński lo definì una volta un ” agente tedesco “, fosse anti-tedesco. Ha fatto molta strada in così poco tempo.

Zakharova ha iniziato condividendo con arguzia uno scenario di ingerenza straniera in Polonia, rivelando poi che si trattava esattamente di ciò che funzionari polacchi e altri funzionari occidentali avevano fatto in Ucraina durante la “Rivoluzione Arancione” del 2004 e “EuroMaidan” del 2013-2014. Ha poi ricordato ai polacchi che “il partito al governo e l’opposizione, attualmente in disaccordo sulla questione del Tribunale Costituzionale, hanno condiviso il palcoscenico con i radicali ucraini”. Il suo ultimo punto è stato il più significativo.

A suo dire, “Ciò che le autorità polacche stanno vivendo ora in patria come collasso e tragedia, cercando di contenere la situazione per evitare una sanguinosa caduta libera e riportarla entro i limiti della legalità, è praticamente la stessa cosa che hanno sostenuto e avallato nei loro vicini ucraini dodici anni fa”. Questo è vero, per quanto “politicamente scomodo” possa essere per alcuni polacchi ricordarlo, visto che il duopolio liberal-conservatore al governo si è intromesso impunemente negli affari dell’Ucraina negli ultimi due decenni.

È stato solo relativamente di recente che i conservatori hanno iniziato a criticare l’Ucraina, dapprima considerandola, secondo i cinici, una manovra elettorale in vista delle elezioni parlamentari del 2023, che persero, e poi all’inizio di quest’anno, dopo la glorificazione a livello statale della Volinia da parte di Zelensky . I colpevoli del genocidio dell’OUN-UPA , forse anche come stratagemma. Sottolineare le loro vent’anni di ingerenza in Ucraina ha lo scopo di farli riflettere sul fatto che l’ingerenza dell’UE contro di loro a sostegno del colpo di stato giudiziario di Tusk non è diversa da ciò che hanno fatto loro.

Due torti non fanno una ragione, ma sottolineano un punto importante: in questo caso, in Polonia si è arrivati ​​a pagarne le conseguenze. Sia chiaro, le precedenti ingerenze dei conservatori in Ucraina non giustificano le ingerenze dell’UE in Polonia, né screditano la causa politica interna dei conservatori che si oppongono all’annessione della Polonia da parte della Germania tramite il colpo di stato armato di Tusk contro la Corte Costituzionale, con tutte le conseguenze previste in caso di successo. Zakharova non fa altro che ricordare ai polacchi il loro passato.

Non è affatto favorevole alla Polonia, né tantomeno filo-polacca; si limita a opporsi con coerenza alle ingerenze straniere. Si può essere contrari sia alle ingerenze polacche in Ucraina sia a quelle dell’UE in Polonia, poiché ciò che sta accadendo in Polonia non è meno grave di quanto accaduto in Ucraina. Mentre le ingerenze polacche in Ucraina hanno portato al conflitto su larga scala tra quel paese e la Russia, le ingerenze dell’UE in Polonia potrebbero condurre a una Federazione europea dominata dalla Germania, che in ultima analisi rappresenterebbe una minaccia per la Russia simile a quella del 1941 .

L’esito della peggiore crisi politica polacca dai tempi del comunismo, probabilmente la peggiore mai verificatasi in uno Stato membro dell’UE (escludendo la Brexit), è ancora incerto. Il colpo di stato giudiziario di Tusk è osteggiato dal presidente conservatore Karol Nawrocki, ma Tusk gode dell’appoggio dell’UE, il che lo incoraggerà a insistere. Se il voto di sfiducia dovesse fallire a causa del rifiuto di alcuni membri della sua coalizione di votare contro, Nawrocki non sarebbe costretto a cedere o a ricorrere all’intervento militare per impedire l’annessione della Polonia da parte della Germania.

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Korybko a Medvedev: la Polonia non ha perso tutte le sue guerre con la Russia

Andrew Korybko30 ottobre
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La gaffe di Medvedev offre l’opportunità di ripercorrere brevemente la rivalità russo-polacca.

La battuta del ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, pronunciata a fine settembre durante una discussione al Consiglio per le relazioni estere, secondo cui “Combattiamo contro i russi da prima che esistessero gli Stati Uniti” (affermazione che aveva già fatto in passato ), ha scatenato la furiosa reazione di Dmitry Medvedev. L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza ha scritto su Telegram : “È vero in una certa misura, ma si è dimenticato di aggiungere: ‘E abbiamo perso ogni volta’”.

Ha proseguito: “Come nel 1612, e come durante le ‘Spartizioni della Polonia’ nel XVIII, XIX e XX secolo. Naturalmente, l’orgoglioso ministro non sa nulla di come sia stata impedita la definitiva rovina dei polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopotutto, è un vassallo britannico scarsamente istruito dal 1987, e ha imparato la storia dagli anglosassoni”. L’ultima parte del post di Medvedev faceva riferimento all’ottenimento della cittadinanza britannica da parte di Sikorski in quell’anno, alla quale rinunciò nel 2006 per diventare Ministro della Difesa polacco.

Con tutto il dovuto rispetto per Medvedev, la Polonia non ha perso tutte le sue guerre contro la Russia, ed è importante chiarirlo per evitare di fuorviare involontariamente il suo pubblico internazionale. Tra i numerosi conflitti armati tra Polonia e Russia nel corso dell’ultimo millennio , la Polonia è generalmente considerata vincitrice di almeno tre di essi: la guerra di Livonia del 1558-1583 , la guerra polacco-russa del 1609-1618 e la guerra polacco-bolscevica del 1919-1921 . Tutte e tre furono estremamente significative anche all’epoca.

Ci sono altri due conflitti in cui si può affermare che la Polonia abbia vinto o inflitto costi sproporzionati alla Russia. Il primo è il ruolo del suo movimento Solidarność nella fine del comunismo, che, da un punto di vista critico russo, può essere descritta come una sorta di guerra ibrida. Il secondo, invece, riguarda il ruolo della Polonia nell’aiutare il Regno Unito a sabotare i colloqui di pace della primavera del 2022 , perpetuando il conflitto ucraino con enormi costi fisici, economici e di opportunità per Mosca.

C’è un altro scopo nel chiarire quanto scritto da Medvedev, ovvero quello di impedirgli di minare inavvertitamente la “diplomazia del bucaneve” appena iniziata tra Polonia e Bielorussia all’ombra del dialogo in corso tra Stati Uniti e Russia sul conflitto ucraino. I lettori possono trovare maggiori informazioni a riguardo qui . Il nome “bucaneve” si riferisce alla battuta di Sikorski dopo lo storico incontro con la sua controparte bielorussa a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo in un decennio, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”.

È molto più probabile che il grande obiettivo strategico qui descritto venga ostacolato piuttosto che realizzato, ma nel caso in cui si registrassero anche solo progressi graduali nel miglioramento dei rapporti tra la Polonia e la Bielorussia (e successivamente, per naturale estensione, con la Russia), l’attenzione si sposterà sul miglioramento dei rapporti tra polacchi e russi. È in questo contesto che i rappresentanti russi in politica, nei media e nel mondo accademico potrebbero assumere un atteggiamento più elevato quando le loro controparti polacche si abbassano al loro livello, al fine di ricostruire la fiducia, anziché sminuirsi a loro volta.

Per essere chiari, la battuta di Sikorski non era un colpo basso, né era inesatta. Sikorski si era già espresso in modo provocatorio sulla Russia in passato, ad esempio quando aveva previsto una rapida vittoria della NATO in caso di guerra, ma non era questo il caso. Anche Medvedev non ha mentito nella sua risposta, dato che probabilmente o non conosce le tre guerre significative vinte dalla Polonia, o se ne è dimenticato, oppure crede che a vincere sia stata la Russia. In ogni caso, la gaffe di Medvedev è stata un’occasione per ripercorrere brevemente la rivalità russo-polacca.

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Il tentativo di colpo di stato giudiziario di Tusk è simile a quello, andato a buon fine, di Zelensky.

Andrew Korybko31 ottobre
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A differenza di Zelensky, Tusk probabilmente non manipolerà i processi politico-legali nel tentativo di rimanere al potere indefinitamente, indipendentemente dall’esito delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027, ma ciò che sta tentando è molto più insidioso, poiché si tratta di subordinare la Polonia all’UE guidata dalla Germania.

L’ex presidente e vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev ha scritto : “In Polonia è in corso un colpo di stato costituzionale. I liberali, sostenuti da Tusk a Bruxelles, stanno opprimendo i conservatori del PiS. Apparentemente, in parte a causa dell’odio di questi ultimi per i membri del partito di Bander. E il metodo è esattamente lo stesso dell’Ucraina neonazista: annullare i poteri della Corte costituzionale. Lì è scomparsa da tempo: un bastardo con la barba a pizzetto e la tunica verde ha epurato la corte. Beh, che dire?”.

Ha fatto un’osservazione pertinente paragonando Tusk a Zelensky, poiché il tentativo di colpo di stato giudiziario del primo, volto a plasmare l’ordine europeo postbellico impedendo a una futura coalizione a guida conservatrice di fermare la trasformazione dell’UE in una federazione dominata dalla Germania, è simile a quello di Zelensky del 2020. Ricordiamo che Zelensky sospese il presidente della Corte costituzionale durante la crisi politica di quell’anno, scatenata dalla sentenza della Corte sulle riforme anticorruzione, di cui i lettori possono trovare maggiori informazioni qui .

La suddetta crisi si è protratta fino alla fase su larga scala del conflitto ucraino scoppiato nel 2022, portando all’emanazione di leggi controverse, promulgate con il pretesto delle esigenze belliche, che hanno prolungato i mandati di alcuni giudici anche dopo la loro scadenza, come sottolineato da Putin . Dopo la scadenza del mandato di Zelensky nel maggio 2024, Medvedev dichiarò che “aveva sputato sulla Costituzione del suo ‘paese’, ignorato la Corte Costituzionale e non solo non aveva prorogato il mandato, ma lo aveva usurpato”.

La somiglianza tra il precedente colpo di stato giudiziario di Zelensky e quello tentato da Tusk risiede nel fatto che entrambi i leader hanno sospeso i presidenti delle rispettive corti costituzionali (tecnicamente il Tribunale costituzionale nel caso della Polonia) nel mezzo di una controversia estremamente delicata, al fine di centralizzare il proprio potere. Nel caso della Polonia, la suddetta controversia riguarda la presunta manipolazione del Tribunale da parte del precedente governo conservatore, che i liberali al governo ritengono responsabile della tendenza a privilegiare il diritto polacco rispetto al diritto dell’UE.

A differenza di Zelensky, Tusk probabilmente non manipolerà i processi politico-legali nel tentativo di rimanere al potere indefinitamente, indipendentemente dall’esito delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027, ma ciò che sta tentando è molto più insidioso, poiché mira a subordinare la Polonia all’UE guidata dalla Germania. È per questo motivo che molti polacchi patriottici lo accusano di tradimento e chiedono che venga processato per il suo tentato colpo di stato o, quantomeno, che si dimetta con disonore e vada in esilio nella sua amata Germania .

L’unica via d’uscita realistica dalla peggiore crisi che la Polonia abbia affrontato dai tempi del comunismo è quella di indire elezioni anticipate, che, secondo sondaggi attendibili precedenti al tentato colpo di stato di Tusk, avrebbero riportato al potere i conservatori in coalizione con la loro fazione appena dissidente e i due partiti nazionalisti libertari. Dopo quanto accaduto, che ha unito le suddette forze di destra frammentate e ha portato la maggior parte dei polacchi a schierarsi con Nawrocki, che ha guidato la resistenza al colpo di stato in prima linea, probabilmente otterrebbero una vittoria schiacciante.

Il destino geopolitico dell’ordine europeo del dopoguerra sarà deciso dalla risoluzione di questa crisi. O vince Tusk, e sottomette la Polonia alla Germania, e l’UE completa la sua trasformazione in una federazione dominata dalla Germania, oppure prevale lo stato di diritto, e la Polonia guida la riforma dell’UE verso un’unione di stati nazionali, come Nawrocki ha dichiarato di voler fare alla fine dello scorso anno, e la Polonia riprende il suo ruolo storico di potenza regionale. La posta in gioco non potrebbe essere più alta, sia per la Polonia che per l’Europa nel suo complesso.

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Tusk autorizzò la polizia antisommossa a usare la forza letale per reprimere le proteste contro il colpo di stato?

Andrew Korybko31 ottobre
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È sospetto che la prossima settimana la polizia antisommossa venga equipaggiata con mitragliatrici e visori notturni con pretesti infondati legati al “sabotaggio”, senza contare che l’ordine in tal senso risale a un giorno prima del tentato colpo di stato giudiziario di Tusk, il che fa pensare che avesse pianificato l’uccisione di alcuni polacchi.

La polizia polacca ha smentito le affermazioni secondo cui una lettera datata 29 ottobre, riguardante i piani per equipaggiare la polizia antisommossa con mitragliatrici e visori notturni dal 2 all’8 novembre, avesse qualcosa a che fare con gli eventi del giorno successivo. Il governo del primo ministro liberale Donald Tusk ha tentato quello che l’opposizione conservatrice considera un’azione giudiziaria meno di 24 ore dopo, si è verificato un colpo di stato contro il Tribunale Costituzionale. Si è quindi diffusa la voce che avesse autorizzato la polizia antisommossa a usare la forza letale per reprimere le proteste contro il golpe.

Secondo il principale quotidiano conservatore Rzeczpospolita , l’operazione per insediare forzatamente diversi nuovi giudici dopo la sospensione del presidente e del vicepresidente del Tribunale è stata pianificata meticolosamente. L’esecuzione dell’operazione di venerdì sera, dopo il tramonto, aveva lo scopo di garantire che i due giudici sospesi non fossero presenti nella sede. Inoltre, questo particolare venerdì cadeva poco prima di Ognissanti, il 1° novembre, giorno in cui la maggior parte dei polacchi torna nei propri villaggi d’origine per onorare le tombe dei propri antenati.

Una delle fonti di Rzeczpospolita ha affermato che “l’ipotesi prevalente era che la gente non avrebbe avuto alcun interesse per il Tribunale, che solo una manciata di pensionati sarebbe rimasta e che la maggior parte sarebbe tornata alla propria tomba e alle proprie case”. Aumentavano ulteriormente le probabilità di successo il fatto che il presidente conservatore Karol Nawrocki avesse in programma di volare in Africa quella stessa notte. Secondo la testata, i cospiratori non si aspettavano che avrebbe fatto inversione di rotta e si sarebbe recato al Tribunale poco dopo mezzanotte, né avevano previsto le proteste su larga scala.

Tornando alla lettera citata nell’introduzione, Rzeczpospolita ha riferito che, secondo quanto riportato, la motivazione addotta per equipaggiare la polizia antisommossa con mitragliatrici e visori notturni dal 2 all’8 novembre era “la situazione operativa nel Paese”, e non “il sabotaggio” come affermato in seguito dalla polizia polacca. Il giornale ha inoltre sottolineato che la polizia antisommossa non si occupa di sabotaggio e ha affermato che “la polizia stessa non crede [al pretesto del sabotaggio]”. Secondo una fonte, “il contenuto suggerisce un tentativo di nascondere il vero scopo”.

Una delle loro altre fonti ha ipotizzato che “potenziali agenzie di intelligence russe potrebbero voler sfruttare la situazione per compiere qualche atto di sabotaggio o diversivo. Questa è l’occasione perfetta. Sospetto che quest’ordine possa essere collegato a tali informazioni o sospetti, piuttosto che al desiderio di usare armi contro il Tribunale”. Sia come sia, questa linea di pensiero presuppone comunque proteste su larga scala scatenate dagli eventi del giorno successivo, di cui, secondo il rapporto di Rzeczpospolita, erano a conoscenza solo tre alti ufficiali di polizia.

Vale anche la pena sottolineare che il 2 novembre, il primo giorno in cui la polizia antisommossa di tutto il paese verrà equipaggiata con mitragliatrici e visori notturni, cade il lunedì successivo alla festa di Ognissanti di quest’anno, quando i polacchi saranno tornati nelle loro città dai villaggi d’origine. Di conseguenza, i cospiratori del colpo di stato giudiziario avrebbero potuto ragionevolmente aspettarsi che proteste su larga scala iniziassero in quel giorno, da qui la scelta di equipaggiare la polizia antisommossa con tali armi, sulla base di pretestuose motivazioni legate al “sabotaggio”.

Sebbene non si possa avere la certezza assoluta e non vi sia alcuna garanzia che emergano prove inconfutabili, Tusk potrebbe aver tacitamente autorizzato la polizia antisommossa a usare la forza letale per reprimere le proteste contro il colpo di stato. La versione ufficiale, che ipotizzava un alto rischio di “sabotaggio” russo nella settimana successiva al tentato colpo di stato giudiziario avvenuto il giorno dopo la lettera, potrebbe essere sfruttata per giustificare falsamente l’apertura del fuoco sulla folla al fine di “fermare agenti russi” che presumibilmente “rappresentavano una minaccia”. Tutto ciò è fin troppo sospetto e merita di essere indagato.

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La coalizione liberale al governo di Tusk è paragonabile ai traditori della Confederazione di Targowica dei giorni nostri.

Andrew Korybko1 novembre
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Il destino della moderna Confederazione di Targowica di Tusk potrebbe essere completamente diverso da quello della sua predecessora, ma la posta in gioco non è meno esistenziale, anche se la Polonia si trova ad affrontare solo la perdita funzionale della sua sovranità anziché la perdita formale come allora.

Poche parole sono volgari nel lessico politico polacco quanto Targowica , che si riferisce alla confederazione (ribellione legale) di magnati (oligarchi) dell’epoca del Commonwealth, organizzata nel 1792 dall’imperatrice Caterina la Grande per opporsi alle riforme progressiste del suo ex amante, il re Stanislao Augusto Poniatowski. Questa confederazione provocò un’altra invasione russa che portò alla seconda spartizione della Polonia, la quale a sua volta lasciò presto il posto alla terza e ultima, associando così per sempre il nome di quel villaggio dell’Ucraina centrale al tradimento per i polacchi.

La coalizione liberale al governo di Tusk è paragonabile ai traditori della Confederazione di Targowica dei giorni nostri, a causa delle conseguenze altrettanto disastrose che il loro colpo di stato giudiziario potrebbe avere per la sovranità polacca. ” Il colpo di stato giudiziario di Tusk equivale a un tentativo di presa di potere tedesca sulla Polonia per interposta persona “, afferma, sostenendo che l’obiettivo è quello di sottomettere la Polonia all’interno di una federazione europea dominata dalla Germania , anziché permettere al presidente conservatore Karol Nawrocki di riformare l’UE in un’unione di stati nazionali e ripristinare lo status della Polonia come potenza regionale .

Lo scorso dicembre, in occasione della commemorazione della Rivolta della Grande Polonia, ” Nawrocki ha fortemente alluso alla significativa minaccia non militare che la Germania rappresenta per la Polonia “, ovvero la guerra ibrida condotta contro di essa attraverso l’UE a guida tedesca. L’obiettivo è sradicare i polacchi ed erodere la sovranità della Polonia per facilitarne la subordinazione come vassalli postmoderni della Germania. Il colpo di stato giudiziario di Tusk mira a destituire Nawrocki affinché non possa porre il veto all’introduzione dell’euro e al trasferimento dell’oro polacco alla Germania.

La coalizione di governo di Tusk ha perso popolarità da quando è tornata al potere alla fine del 2023, al punto che sondaggi attendibili indicano ora che i partiti di opposizione conservatori e nazionalisti libertari la sostituiranno con una propria coalizione dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027 (che potrebbero tenersi in anticipo). Se la controversia sul Tribunale costituzionale non si risolverà a favore di Tusk, come lui stesso aveva cercato di fare con la presa armata del potere e l’imposizione di diversi giudici legalmente discutibili, allora i suoi piani filo-tedeschi falliranno.

Esistono molte importanti differenze tra Poniatowski e Nawrocki, ma la Costituzione del 3 maggio 1791 del primo mirava a liberare la Polonia dal giogo russo che l’aveva oppressa per decenni, proprio come l’ambizioso piano di riforme dell’UE del secondo mira a liberarla dal giogo dell’Unione Europea a guida tedesca. L’impero che si espanse in Europa durante la vita di Poniatowski era la Russia, mentre l’impero che si espanse in Europa durante la vita di Nawrocki è l’UE. È qui che finiscono le somiglianze.

Poniatowski rinnegò la propria Costituzione e, in modo vergognoso, si unì alla Confederazione di Targowica su richiesta della Russia di un cessate il fuoco prima della seconda spartizione della Polonia, mentre Nawrocki fece inversione di rotta con il suo volo diretto in Africa e si presentò al Tribunale nelle prime ore del sabato mattina. Invece di aderire alla moderna Confederazione di Targowica, Nawrocki decise di resistere ai suoi tentativi di prendere il controllo della Polonia per conto della Germania, tenendo a mente tutto ciò che aveva appreso come massimo storico polacco prima della sua elezione.

Il destino della moderna Confederazione di Targowica di Tusk potrebbe quindi essere completamente diverso da quello della sua predecessora, ma la posta in gioco non è meno esistenziale, anche se la Polonia si trova ad affrontare solo la perdita funzionale della sua sovranità anziché quella formale come allora. La Polonia o ripristinerà la sua sovranità entro i limiti consentiti dall’UE per preservare l’identità polacca del suo popolo, oppure perderà la propria identità sotto la sottomissione federale dell’UE guidata dalla Germania, diventando una massa amorfa di biomassa priva di tratti distintivi polacchi.

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I liberali al governo in Polonia stanno già accusando la Russia del tentato colpo di stato giudiziario.

Andrew Korybko1 novembre
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I loro messaggi suggeriscono fortemente che la presa di potere armata del Tribunale costituzionale da parte del governo sia stata orchestrata in parte per salvare la Polonia da presunti autoritari anti-UE sostenuti dalla Russia.

Il primo ministro liberale polacco Donald Tusk ha giustificato il colpo di stato militare del Tribunale costituzionale e l’imposizione di diversi giudici dalla dubbia competenza legale, che i partiti di opposizione conservatori e nazionalisti libertari considerano un colpo di stato giudiziario , come un ” ripristino dello stato di diritto “. La pagina X della sua coalizione di governo liberale ha poi condiviso un meme che raffigura Putin che ride alle spalle del controverso leader nazionalista libertario Grzegorz Braun, il quale sta togliendo una maschera al leader conservatore Jarosław Kaczyński.

Braun e Kaczyński, che all’inizio di quest’anno avevano affermato che un’ipotetica coalizione con Braun dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027 sarebbe stata paragonabile a un’alleanza con Putin , si sono scattati un selfie insieme fuori dal Tribunale Costituzionale durante la protesta spontanea, di massa e pacifica di venerdì sera. Tusk ha affermato in primavera che i due, l’altro partito di opposizione libertario-nazionalista e il presidente conservatore Karol Nawrocki sono tutti in combutta con la Russia per la cosiddetta ” Polexit “.

Il recente intervento di Kaczyński, che riprendeva il piano dettagliato di Nawrocki del novembre 2025 per riformare l’UE in un’unione di stati nazionali al fine di scongiurare la sua trasformazione in una federazione dominata dalla Germania, come sta per accadere, è stato sfruttato da Tusk per affermare falsamente che i suoi oppositori desiderano l’uscita della Polonia dall’UE. Tale affermazione è stata pubblicata circa un’ora prima del suo tentativo di colpo di stato giudiziario. Il giorno precedente, il viceministro della Difesa Cezasty Tomczyk aveva ironizzato sul fatto che Kaczyński avesse scambiato il forum in cui stava intervenendo per il Cremlino.

Questa sequenza di messaggi lasciava chiaramente intendere che il colpo di stato giudiziario avvenuto poco dopo fosse stato orchestrato in parte per salvare la Polonia da presunti autoritari anti-UE sostenuti dalla Russia. Il meme condiviso dalla coalizione di governo il giorno successivo ribadiva con forza questo concetto. Loro e Tusk richiamarono poi l’attenzione sul post dell’ex presidente russo Dmitry Medvedev, che paragonava il tentato colpo di stato giudiziario di Tusk a quello, precedentemente riuscito, di Zelensky. “Non esistono coincidenze” e “tutto è chiaro”, scrissero.

Il ministro degli Esteri Radek Sikorski ha aggiunto che “Quando i propagandisti di Putin ti lodano, vale la pena chiedersi cosa stai sbagliando”. La realtà è che la Polonia è uno dei paesi più russofobi al mondo , quindi l’affermazione di Sikorski, tematicamente simile, fatta la scorsa estate, secondo cui la Russia avrebbe già creato una “quinta colonna” (in riferimento alle quattro forze di opposizione menzionate in precedenza), è categoricamente falsa, come spiegato qui all’epoca. Nessuna di queste è una marionetta della Russia.

Secondo sondaggi attendibili, la coalizione liberale di Sikorski è destinata a perdere il potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027 , quindi, per disperazione, sta inventando teorie del complotto simili al Russiagate per ingannare gli elettori. Questo contestualizza la loro ” Grande Menzogna ” secondo cui i loro oppositori sarebbero autoritari anti-UE sostenuti dalla Russia, una falsa nozione che hanno attivamente diffuso sui social media negli ultimi giorni per preparare l’opinione pubblica al loro tentativo di colpo di stato giudiziario e poi giustificarlo in parte con questo falso pretesto.

È un insulto all’intelligenza dei polacchi insinuare che l’opposizione agisca come burattino di Putin nell’ambito di un grandioso complotto per far uscire la Polonia dall’UE. Sebbene questo messaggio possa quindi ritorcersi contro di loro in patria, è probabile che le élite europee lo accolgano con favore, dando così a Tusk carta bianca per fare tutto il necessario per subordinare la Polonia all’UE attraverso il suo tentato colpo di stato giudiziario e altri mezzi correlati. Ciò potrebbe persino includere l’autorizzazione all’uso della forza letale contro i manifestanti antigolpe.

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Il colpo di stato giudiziario di Tusk equivale a un tentativo di presa di potere della Germania sulla Polonia per interposta persona.

Andrew Korybko1 novembre
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Il suo colpo di stato giudiziario mira a destituire il presidente conservatore in modo che non possa porre il veto alla subordinazione finanziaria della Polonia all’UE, in seguito all’introduzione dell’euro da parte del Sejm a maggioranza liberale e al conseguente trasferimento dell’oro polacco alla Banca Centrale Europea, nell’ambito di un’acquisizione per procura della Polonia da parte della Germania.

Il deputato conservatore polacco, ora europarlamentare, Dominik Tarczyński ha condiviso un’infografica che riassume il suo video virale in cui svela il modus operandi del più ampio colpo di stato che il primo ministro liberale Donald Tusk sta tentando, un colpo che va ben oltre la presa di potere armata del suo governo sul Tribunale Costituzionale . Secondo Tarczyński, Tusk, se avrà successo, intende destituire il presidente conservatore Karol Nawrocki, dopodiché prenderà il controllo della Banca Centrale, introdurrà l’euro e trasferirà le riserve auree polacche in Germania.

Riguardo agli ultimi tre punti, la valuta nazionale polacca rimane forte e il paese vanta ora le 10 maggiori riserve auree al mondo . All’inizio di quest’anno, la Banca Centrale polacca possedeva più oro della Banca Centrale Europea , con sede a Francoforte. Il cardinale grigio conservatore Jarosław Kaczyński accusò in passato Tusk di essere un ” agente tedesco ” a causa della sua sospetta vicinanza alla Germania nel corso della sua carriera. L’avvertimento di Tarczyński sui piani di Tusk dovrebbe quindi essere preso sul serio.

L’ex Primo Ministro Mateusz Morawiecki, che ora guida il partito Rozwój Plus (R+, Sviluppo Plus), nato dalla scissione di “Diritto e Giustizia” (PiS) di Kaczyński all’inizio di quest’anno, ha paventato una guerra civile se Tusk non verrà fermato e lo ha accusato di voler annullare le elezioni del Sejm del prossimo autunno. Sondaggi autorevoli indicano che la coalizione liberale al governo perderà le elezioni e verrà sostituita da una coalizione tra i due partiti conservatori già citati e i due partiti libertari-nazionalisti.

Sławomir Mentzen, co-leader del partito di opposizione libertario-nazionalista Confederazione Libertà e Indipendenza (semplicemente Confederazione), ha anch’egli messo in guardia contro una guerra civile, ma ha suggerito un piano dettagliato per riorganizzare il Tribunale Costituzionale come mezzo per evitarla. Questo potrebbe affiancarsi alla proposta di Morawiecki di un voto di sfiducia immediato contro Tusk e alla formazione di un governo tecnico guidato da Marek Jurek fino allo svolgimento di elezioni anticipate, al fine di allentare la crisi.

Ricordiamo che Nawrocki ha ufficialmente descritto le azioni del governo di Tusk come una violazione dell’ordine costituzionale, consistente nell’occupazione forzata di un organo statale costituzionale, e il capo del suo Ufficio di politica internazionale, Marcin Przydacz, ha spiegato al mondo perché ciò sia illegale. Di conseguenza, l’opposizione lo percepisce come un colpo di stato giudiziario, che la Commissione europea, prevedibilmente, appoggia , ma contro il quale un sindacato di polizia ha messo in guardia , quindi alcuni membri potrebbero sfidare Tusk.

Se il colpo di stato su larga scala che Tusk sta tentando avrà successo, attraverso il suo tentativo di impadronirsi del Tribunale Costituzionale, la destituzione di Nawrocki, la successiva presa di controllo della Banca Centrale, l’ingresso nell’UE e il trasferimento delle riserve auree polacche alla Germania, allora la Polonia sarà subordinata alla Germania. Questo obiettivo è stato identificato come la sua principale motivazione per far deragliare i piani di riforma dell’UE di Nawrocki e l’ascesa della Polonia come potenza regionale, al fine di facilitare la trasformazione dell’UE in una federazione dominata dalla Germania .

” I liberali al governo in Polonia stanno già accusando la Russia del loro tentato colpo di stato giudiziario “, e si teme che ” Tusk abbia permesso alla polizia antisommossa di usare la forza letale per reprimere le proteste contro il colpo di stato “, quindi i polacchi che protestano pacificamente potrebbero essere uccisi con il falso pretesto di essere “agenti russi”. Se i membri della coalizione di Tusk non cambieranno schieramento durante il voto di sfiducia, e la polizia in seguito ucciderà alcuni manifestanti contro il colpo di stato, allora Nawrocki potrebbe chiamare l’esercito per fermare l’annessione della Polonia da parte della Germania per interposta persona .

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Quanto sarà utile la nuova piattaforma P4M per Brasile, India e Turchia?

Andrew Korybko3 novembre
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Sebbene l’UE si sia già subordinata agli Stati Uniti a seguito del gioco di potere egemonico di questi ultimi sull’Occidente globale dopo l’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino all’inizio del 2022, ciò non significa automaticamente che questi tre paesi si uniranno come altri partner minori degli Stati Uniti.

RT ha richiamato l’attenzione sulle osservazioni del Ministro degli Affari Esteri indiano, Dr. Subrahmanyam Jaishankar, al vertice inaugurale dei Partner per il Multilateralismo, il Diritto Internazionale, la Pace e la Prosperità (P4M), tenutosi a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite alla fine di settembre. In sostanza, il multilateralismo è messo a dura prova come mai prima d’ora da “una concorrenza estrema, tensioni geopolitiche e conflitti reali”, che hanno contribuito alla “crisi delle 4F” (Carburante, Cibo, Fertilizzanti e Finanza) che, a suo dire, può essere affrontata solo a livello multilaterale.

La dichiarazione congiunta del P4M fa eco a queste preoccupazioni ed è stata inizialmente sponsorizzata congiuntamente da Australia, Barbados, Brasile, Canada, Unione Europea, India e Kenya, con firmatari provenienti da oltre una dozzina di paesi come la Turchia, nonché da singoli membri dell’UE come la Slovacchia. L’esperto geoeconomico russo Yaroslav Lissovolik , a capo di BRICS+ Analytics, ha osservato nel suo articolo su questo gruppo che esso potrebbe “costruire collegamenti lungo l’asse Nord-Sud tra le potenze di medio livello del mondo sviluppato e il Sud globale”.

Si aspetta che “le fila della piattaforma P4M potrebbero espandersi grazie alle potenze di medio livello in Asia, in particolare alle economie dell’ASEAN come Vietnam, Malesia e/o Indonesia”, che sono membri formali dei BRICS come l’Indonesia o partner dei BRICS+ come Vietnam e Malesia. Il P4M incarna anche la strategia di multi-allineamento di lunga data dell’India e il nuovo appello della Francia per una “coalizione di indipendenti”. Ecco tre brevi note informative che documentano in modo conciso i recenti sviluppi ideologici di rilievo:

* 2 marzo: “ La nuova tendenza multi-allineamento dell’India privilegia le potenze di medio livello ai fini della triplo multipolarità ”

* 23 aprile: “ Macron sta prendendo spunto dalla strategia tri-multipolare di Modi ”

* 11 settembre: “ Korybko a Bordachev: il multi-allineamento è il nuovo non-allineamento ”

In termini pratici, come si evince dalla loro dichiarazione congiunta, il P4M sostiene “catene di approvvigionamento globali diversificate e resilienti, la riforma del sistema commerciale multilaterale, un’architettura finanziaria internazionale migliorata e un maggiore coordinamento in materia di finanza internazionale, trasformazione digitale, intelligenza artificiale, cambiamento climatico e salute globale”. L’importanza di questi obiettivi risiede nel fatto che legano più strettamente Brasile, India e Turchia all’UE in questo momento cruciale della transizione sistemica globale.

Sebbene l’UE si sia già subordinata agli Stati Uniti a seguito del gioco di potere egemonico di questi ultimi sull’Occidente globale dopo l’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino all’inizio del 2022, ciò non significa automaticamente che questi tre Paesi si adegueranno come altri partner minori degli Stati Uniti. Piuttosto, pur mantenendo stretti legami con gli Stati Uniti, che per certi aspetti continuano a rafforzarsi nonostante le tensioni sotto la presidenza Trump 2.0, ci si aspetta che tutti e tre facciano affidamento sull’UE per promuovere i suddetti interessi comuni.

Questo potrebbe concretizzarsi in futuro in un maggiore coordinamento su tali questioni attraverso i formati P4M e in un voto di blocco in seno alle Nazioni Unite, per quanto le risoluzioni non vincolanti di tale organismo globale possano avere un peso. Sul fronte geostrategico, il Brasile vuole ridurre la sua dipendenza dagli Stati Uniti, l’India vuole posizionarsi come un centro più affidabile delle catene di approvvigionamento globali rispetto alla Cina, e la Turchia non si lascerà mai sfuggire l’occasione di collaborare con l’UE. Ci si aspetta quindi che queste tre potenze di medio livello traggano vantaggio dal P4M.

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Korybko ad Amir Jahangir: la Russia non anteporrà gli interessi del Pakistan in Afghanistan ai propri.

Andrew Korybko2 novembre
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Finora, né i media russi né quelli pakistani hanno riconosciuto che la Russia sta anteponendo i propri interessi in Afghanistan a quelli del Pakistan, nonostante ciò sia evidente e comprensibile.

Il News International, uno dei principali quotidiani pakistani, ha pubblicato un articolo di Amir Jahangir intitolato ” Il punto cieco di Mosca in Afghanistan “. Jahangir è un esperto di politiche pubbliche e dirige il Country Partner Institute del World Economic Forum in Pakistan. La sua tesi si riduce al fatto che l’avvicinamento della Russia all’Afghanistan, che egli identifica correttamente come motivato dalla duplice opposizione all’ISIS-K e dal ritorno delle infrastrutture militari occidentali, sia contrario agli interessi del Pakistan poiché non comporta alcuna condizione per la risoluzione della controversia tra i due Paesi.

Per contestualizzare, il Pakistan accusa l’Afghanistan di sostenere i terroristi designati da Islamabad, mentre l’Afghanistan accusa il Pakistan di sostenere l’ISIS-K. Alti funzionari russi hanno lasciato intendere che esistano alcuni legami poco chiari tra il Pakistan e l’ISIS-K, come documentato qui , ma la Russia non sarà la prima a peggiorare i rapporti, e li ha già estesi con la Turchia nonostante i legami di Ankara con l’ISIS iniziale. In ogni caso, Jahangir ritiene che la Russia dovrebbe fare pressione sull’Afghanistan affinché agisca contro i gruppi anti-pakistani, anziché ignorare il problema.

La Russia riconosce ufficialmente la presenza di gruppi terroristici in Afghanistan, ma nutre scetticismo riguardo alle affermazioni secondo cui questi sarebbero sostenuti dai talebani, i quali, secondo Mosca, potrebbero fungere da baluardo contro l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale, armando potenzialmente l’Afghanistan per contrastarli. La Russia si oppone inoltre fermamente al ritorno delle infrastrutture militari occidentali nella regione, un obiettivo che potrebbe essere realisticamente agevolato solo dal Pakistan, che vanta una comprovata esperienza nel facilitare l’accesso militare occidentale alla regione.

Impedire l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale e il ritorno delle infrastrutture militari occidentali nella regione ha comprensibilmente la priorità per la Russia rispetto agli interessi del Pakistan, in particolare per quanto riguarda la pressione che quest’ultimo vorrebbe che la Russia esercitasse sull’Afghanistan affinché agisca contro i gruppi anti-pakistani. Mantenere le distanze dai talebani, evitare di armarli e assistere passivamente al potenziale ritorno delle infrastrutture militari occidentali nella regione da parte del Pakistan, in attesa che i talebani agiscano contro i gruppi anti-pakistani, è irrealistico.

Né i media russi né quelli pakistani ammettono che la Russia stia anteponendo i propri interessi in Afghanistan a quelli del Pakistan, nonostante ciò sia evidente e comprensibile. Questo potrebbe dipendere dal fatto che i rispettivi ecosistemi mediatici sono in qualche misura influenzati dai loro governi, persino tra molte delle personalità e delle piattaforme che si dichiarano indipendenti, e temono che una tale franchezza possa essere interpretata dall’altro come ostile. Tuttavia, è necessario affrontare il problema di petto.

È per questo motivo che questa risposta a Jahangir dichiara esplicitamente ciò che i media di entrambe le parti hanno finora evitato di dire, ovvero che la Russia antepone i propri interessi in Afghanistan a quelli del Pakistan, ma non nutre intenzioni ostili nei confronti del Pakistan e non sarà la prima a peggiorare i rapporti bilaterali. La disputa russo-pakistana sull’Afghanistan è irrisolvibile poiché ciascuna parte ha naturalmente interessi diametralmente opposti, pertanto i rapporti potrebbero raffreddarsi. Potrebbero comunque espandersi gradualmente, come suggerito qui .

L’unica variabile che potrebbe contrastare la continua espansione delle relazioni russo-pakistane, nonostante la disputa sull’Afghanistan e i sospetti della Russia su presunti legami poco chiari tra il Pakistan e l’ISIS-K, sarebbe la destabilizzazione dell’Asia centrale da parte dell’ultima guerra per procura del Pakistan in Afghanistan, come già preannunciato qui . In tale scenario, Russia e Pakistan potrebbero ritrovarsi a combattere un’altra guerra per procura in Afghanistan, eventualità anch’essa preannunciata qui . Si spera che il Pakistan si renda conto che ciò non è nel suo interesse.

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La posizione implicita del Pakistan nei confronti delle relazioni russo-afghane è illogica.

Andrew Korybko4 novembre
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La Russia non prenderebbe seriamente in considerazione l’idea di armare i talebani contro terroristi come l’ISIS-K che la minacciano, se credesse davvero che i talebani siano alleati con tali terroristi, come sostengono i media pakistani.

La disputa tra Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani è dovuta al fatto che la Russia elogia i successi antiterrorismo del gruppo, mentre il Pakistan li condanna per una presunta alleanza con i terroristi. La Russia considera i talebani un baluardo contro l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale, mentre il Pakistan li considera i protettori di diversi gruppi terroristici designati da Islamabad. Di conseguenza, la Russia potrebbe armare i talebani , mentre il Pakistan starebbe già armando i suoi oppositori.

L’instabilità che il Pakistan potrebbe causare in Afghanistan a seguito della sua recente guerra per procura potrebbe minacciare gli alleati della Russia in Asia centrale , costringendo così la Russia a raddoppiare il suo sostegno ai talebani, il che potrebbe portare a un’altra guerra per procura russo-pakistana in Afghanistan. In vista della potenziale concretizzazione di questo scenario, il Pakistan sta conducendo una feroce guerra di informazione contro la Russia sui social media tramite i suoi troll , e ha anche effettuato un’operazione psicologica volta a screditare i talebani agli occhi della Russia .

” La disputa russo-pakistana sull’Afghanistan probabilmente non si risolverà ” perché ” la Russia non anteporrà gli interessi del Pakistan in Afghanistan ai propri “. Sebbene ognuno abbia diritto alla propria opinione in merito, vale la pena riflettere sul fatto che la Russia non elogerebbe i successi antiterrorismo dei talebani e non prenderebbe seriamente in considerazione l’idea di armarli contro l’ISIS-K se credesse davvero che i talebani siano alleati con i terroristi, che in passato hanno attaccato anche la Russia. Questa logica scredita le affermazioni del Pakistan.

Non bisogna credere automaticamente alle argomentazioni provenienti dalle autorità, ma i servizi militari e di intelligence russi hanno indagato sui legami dei talebani con i terroristi in vista del riconoscimento ufficiale del loro governo da parte del Cremlino a metà del 2025. Ciò non sarebbe accaduto se le autorità avessero scoperto prove di un’alleanza tra i talebani e i terroristi. Dopotutto, l’attentato terroristico del Crocus era avvenuto solo l’anno precedente, quindi è impensabile che la Russia riconoscesse un governo presumibilmente in combutta con i terroristi.

È vero che in Afghanistan sono attivi terroristi che minacciano la Russia, ed è per questo che la Russia sta seriamente valutando la possibilità di armare i talebani contro di loro, ma questi terroristi non sono ovviamente alleati dei talebani. Allo stesso modo, il Pakistan può riconoscere qualsiasi gruppo come terrorista e affermare che sia alleato dei talebani, ma ciò non significa che tali gruppi siano effettivamente terroristi, rappresentino una minaccia per la Russia e/o siano alleati dei talebani. Anche il Pakistan, del resto, non gode di un’ottima reputazione in materia di terrorismo.

Certamente, migliaia di pakistani sono stati uccisi da terroristi, ma il loro Stato ha letteralmente dato rifugio a Osama bin Laden, come è noto a tutto il mondo. È stato inoltre accusato, con prove credibili, di aver sostenuto gruppi in India designati come terroristici da Delhi, responsabili dell’uccisione di numerosi civili nel corso dei decenni. Questi fatti non significano che qualsiasi affermazione del Pakistan riguardo al terrorismo debba essere automaticamente scartata, ma contestualizzano il motivo per cui molti nel mondo non la prendono per buona, né dovrebbero farlo.

In definitiva, ognuno dovrà decidere da sé se credere alle affermazioni della Russia sui successi antiterrorismo dei talebani o a quelle del Pakistan sull’alleanza dei talebani con i terroristi, tenendo conto degli interessi di entrambi nei confronti dell’Afghanistan e della propria reputazione. Non ci sono vie di mezzo: o i talebani combattono terroristi che minacciano la Russia, e quindi perché la Russia potrebbe armarli seriamente, oppure la Russia potrebbe armare i talebani nonostante la presunta alleanza con terroristi anti-russi. È evidente quale delle due affermazioni sia vera.

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La Francia delle fabbriche fantasma: come la deindustrializzazione ha distrutto il tessuto sociale, di Alexndra Buste, Xavier Lalbin

La Francia delle fabbriche fantasma: come la deindustrializzazione ha distrutto il tessuto sociale

In cinquant’anni, l’industria francese ha perso 2,2 milioni di posti di lavoro dipendenti e la quota del settore nel PIL si è dimezzata. Laddove chiudono le fabbriche, la disoccupazione si insedia in modo duraturo, i servizi di prossimità scompaiono e il Rassemblement National mette radici. Analisi.

GraficoEconomia

pubblicato il 14/10/2026 Di Alexandra Buste, Xavier Lalbin

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L’emorragia industriale francese non si limita più ai vecchi bacini minerari del Nord o dell’Est, ma si estende ormai al Centro e all’Ovest, colpendo il cuore dell’industria leggera. E il veleno lento di questa deindustrializzazione sta contaminando il tessuto sociale dei comuni colpiti. Laddove le fabbriche chiudono, la solitudine si insedia, come dimostra il marcato aumento del numero di nuclei familiari composti da una sola persona, mentre i servizi di prossimità, dalle scuole agli studi medici, scompaiono inesorabilmente.

In questi territori, l’Unione europea è, a ragione, percepita come l’artefice delle delocalizzazioni verso i paesi a basso costo del lavoro. Il dogma del libero scambio e le norme sulla concorrenza che impediscono allo Stato di ostacolarle hanno instaurato una concorrenza sleale attraverso un dumping sociale organizzato. In questo contesto, la ridistribuzione non basta più a placare il malcontento, e l’astensionismo alle elezioni è in aumento mentre il Rassemblement National si radica, nonostante abbia abbandonato ogni critica seria all’Unione europea (così come quella nei confronti dei grandi imprenditori, dell’evasione fiscale, ecc.).

Nonostante le promesse di un « giorno dopo » di sovranità dopo la crisi del Covid-19, il bilancio rimane amaro. Dalla liquidazione della Coop delle mascherine a causa della concorrenza cinese ai massicci aiuti versati a gruppi come ArcelorMittal che mantengono i propri piani di delocalizzazione, l’operato dello Stato assomiglia in modo sorprendente alla politica di ieri. Si conferma così la sensazione di una Francia a due velocità, tra i grandi vincitori della globalizzazione, con fortune in forte crescita, e i perdenti dei comuni deindustrializzati.

I comuni sacrificati: dalla disoccupazione di massa al deserto dei servizi

I comuni industriali francesi non figurano tra i vincitori della globalizzazione. Tutt’altro. A partire dagli anni ’70, la quota di posti di lavoro nell’industria rispetto all’occupazione totale si è ridotta di tre volte, secondo il rapporto di controllo dell’Assemblea nazionale sulla perdita di sovranità industriale. Nel 1975 l’industria rappresentava quasi un terzo dei posti di lavoro in Francia; nel 2023 questa quota è scesa all’11%.

Nel frattempo, la quota dell’industria nel PIL si è dimezzata e il saldo del commercio estero dei prodotti industriali è passato dall’equilibrio all’inizio degli anni 2000 a un deficit di 75,5 miliardi di euro nel 2024. Tutti i bacini industriali storici sono oggi colpiti e al crollo delle roccaforti minerarie e siderurgiche del Nord e dell’Est ha fatto seguito quello dell’Ovest e del Centro, specializzati nell’industria leggera.

Il declino della Francia è una scelta e non una fatalità. Di fronte alla globalizzazione, le grandi imprese francesi, a differenza delle loro omologhe tedesche, hanno deciso di delocalizzare piuttosto che puntare su segmenti di mercato più elevati. Come osserva France Stratégie, « le imprese francesi sono così diventate le campionesse della delocalizzazione ». L’investimento netto delle imprese industriali si è addirittura dimezzato in cinquant’anni, e le fabbriche francesi sono invecchiate, hanno perso competitività e infine hanno chiuso.

La serie negativa non si ferma qui. Secondo i barometri industriali della Direzione generale delle imprese, il saldo netto delle aperture di imprese industriali si è ridotto di dieci volte tra il 2022/23 e il 2025. Le chiusure si moltiplicano nei settori della metallurgia, della chimica, della meccanica e dei trasporti, proprio quei settori che costituiscono il cuore dell’occupazione industriale nei comuni più esposti.

La CGT ha censito oltre 400 piani di riduzione del personale e 40 000 posti di lavoro a rischio o già soppressi tra settembre 2023 e marzo 2026.

Cosa fa lo Stato di fronte a questa strage? Essenzialmente, eroga aiuti senza contropartita alle imprese che chiudono gli stabilimenti. È questa la constatazione schiacciante formulata dalla commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale nel 2025. La maggior parte dei piani sociali « viene avviata in aziende non in stato di insolvenza ». Tra queste, « figurano grandi gruppi in ottima salute finanziaria che procedono alla chiusura di siti per motivi di ottimizzazione finanziaria internazionale senza che le autorità pubbliche vi si oppongano. »

Ciliegina sulla torta, i relatori della commissione d’inchiesta rilevano che un’azienda può « contemporaneamente » procedere a licenziamenti per motivi economici e premiare i propri azionisti con dividendi e riacquisti di azioni. Gli studi dell’Istituto delle politiche pubbliche (IPP) evidenziano conseguenze territoriali drammatiche: un calo di venti punti della quota di occupazione industriale locale si traduce in un aumento di quasi due punti della disoccupazione e in una diminuzione del reddito medio pro capite di quasi l’8%.

Il caso Novasco ne è un esempio perfetto. Questo gruppo siderurgico (ex Ascométal), con sedi a Saint-Étienne, Custines e Hagondange, ha beneficiato di oltre 200 milioni di euro di aiuti pubblici in undici anni, ripartiti su quattro procedure di risanamento giudiziario. L’ultima procedura (2024) ha visto il fondo di investimento britannico Greybull rilevare il gruppo con un impegno dichiarato di 90 milioni di euro, a integrazione degli 85 milioni forniti dallo Stato. Ma, come era prevedibile alla luce della storia del fondo, quest’ultimo ne ha impegnati solo 1,5 milioni prima di riportare l’azienda in amministrazione controllata un anno dopo. Alla fine, 531 posti di lavoro su 696 saranno soppressi nonostante gli 85 milioni di euro di aiuti pubblici versati senza una solida contropartita. « È un tema ricorrente nella politica economica! E ogni volta si volta pagina senza trarne alcun insegnamento », deplora Nadine Levratto, direttrice di ricerca presso il CNRS.

A questi decenni di delocalizzazioni e di miliardi di aiuti senza contropartita si aggiunge un diritto del lavoro progressivamente indebolito dalle successive riforme dal 2013 al 2017: «& nbsp;La definizione di causa economica del licenziamento è stata talmente resa più flessibile dalla legge e dalla giurisprudenza che oggi è difficile individuare quale situazione economica dell’azienda non possa più giustificare un licenziamento per motivi economici », osserva un’avvocata.

In questa situazione di stallo, i comuni colpiti sprofondano in una disoccupazione strutturale e il tessuto sociale si sta sgretolando. Il rapporto dell’IPP va oltre la semplice misurazione della disoccupazione e dei redditi. Ne individua gli effetti più difficili da quantificare e più devastanti: il deterioramento del tessuto sociale e civico dei comuni francesi.

Il calo dell’occupazione industriale è associato a un aumento del numero di persone single e a un calo del tasso di matrimoni. Nei comuni più deindustrializzati, le famiglie composte da una sola persona sono aumentate dell’8%. Tuttavia, la solitudine non scelta può avere gravi conseguenze sulla salute mentale, dalla depressione all’aumento del rischio di suicidio. A ciò si aggiungono gli effetti demografici: l’esodo dei più giovani, l’invecchiamento della popolazione e la sovrarappresentazione delle persone non autosufficienti, con un deterioramento dell’assistenza.

Coloro che rimangono vedono il proprio ambiente quotidiano deteriorarsi progressivamente. Nei comuni che hanno subito un calo dell’occupazione industriale, i servizi di prossimità si stanno rarefacendo: scuole, biblioteche, centri sportivi, servizi sanitari, strutture culturali; la chiusura della fabbrica trascina con sé tutto il resto. Anche la creazione di associazioni è in forte calo, mentre nove abitanti su dieci considerano le associazioni come attori importanti della vita locale e del dinamismo del territorio.

Gli abitanti assistono alla chiusura delle ultime fabbriche senza che nessuno, nei corridoi del potere, riesca a invertire la rotta. I comuni si stanno svuotando, isolandosi, perdendo i propri medici e i propri negozi di alimentari. Il quadro sociale è desolante e influenza il risultato delle urne.

Astenzione, sfiducia nei confronti dell’UE ed estrema destra: i figli della deindustrializzazione

Il calo dell’occupazione industriale non solo impoverisce i territori, ma ne ridefinisce anche il rapporto con la politica. Come evidenzia il rapporto dell’IPP, i comuni più deindustrializzati votano meno e cresce la percezione dell’Unione europea come parte del problema: « La sfiducia nei confronti dell’integrazione europea e l’ascesa dei sentimenti populisti o antisistema sono più marcate nei territori maggiormente esposti al declino industriale. »

Nei comuni in cui le delocalizzazioni sono state percepite (a ragione) come il risultato diretto del mercato unico e della concorrenza « libera e non distorta », l’Europa non rappresenta un progetto di pace e prosperità. È l’istituzione che ha organizzato il trasferimento delle fabbriche in Polonia o in Romania e le cui norme sulla concorrenza hanno impedito allo Stato di intervenire efficacemente per trattenerle e mantenere un equilibrio.

Questo disinteresse per il voto va di pari passo con un calo del sostegno alla sinistra e un vero e proprio plebiscito a favore dell’estrema destra. Nel 2020, a seguito del movimento dei Gilet Gialli, il Consiglio di analisi economica (CAE) aveva esaminato i fattori locali all’origine della contestazione. Al di là delle situazioni personali, era il contesto locale a giocare un ruolo determinante: la perdita di strutture di prossimità, la scomparsa dei negozi di alimentari, la chiusura dei servizi sanitari, il disgregarsi del tessuto associativo e l’aumento della disoccupazione erano i migliori indicatori predittivi della mobilitazione, dell’astensionismo e del voto di protesta. Sei anni dopo, l’IPP stabilisce un nesso esplicito: la deindustrializzazione produce esattamente questi effetti.

Per molto tempo, la versione ufficiale si è rifiutata di riconoscerlo. Nell’aprile 2017, quando era candidato alle presidenziali, Macron si recò nel parcheggio dello stabilimento Whirlpool di Amiens, minacciato di delocalizzazione in Polonia. Dichiarò: « La risposta a ciò che vi sta accadendo non è eliminare la globalizzazione o chiudere le frontiere. Chi vi dice questo vi sta mentendo. » E quando un operaio gli grida : « Lei è a favore della globalizzazione? », lui risponde : « Ma noi siamo nella globalizzazione! »

Whirlpool ha chiuso nel giugno 2018. La produzione è stata trasferita in Polonia.

Un anno dopo, mentre i Gilet Gialli bloccavano le rotatorie, Macron attribuiva la crisi alle « rabbie » piuttosto che alle realtà economiche dei bacini industriali in declino. Ma quando un comune perde la sua industria, perde anche i sindacati e le strutture collettive, tutti vettori di socializzazione politica delle classi popolari.

Il fenomeno non è un’esclusiva francese e una abbondante letteratura accademica stabilisce il nesso tra shock commerciale, perdita di posti di lavoro nell’industria e ascesa dei partiti nazionalisti in tutte le democrazie occidentali. Negli Stati Uniti, uno studio del MIT mostra come l’esposizione alla concorrenza a basso costo abbia determinato l’aumento della quota di mercato di Fox News e l’incremento dei voti repubblicani al Congresso.

In Francia, i comuni più esposti al declino industriale dal 1968 registrano un aumento significativo dei voti a favore del Rassemblement National. Il deterioramento della qualità della vita locale alimenta un malcontento che la sola ridistribuzione non basta a placare. E l’estrema destra non deve fare altro che chinarsi per raccoglierne i frutti. Un Rassemblement National che una parte degli elettori continua a percepire come economicamente « protettore », mentre ha discretamente rinunciato a qualsiasi critica seria nei confronti dell’UE, dei grandi imprenditori o dell’evasione fiscale.

La globalizzazione e il suo corollario, il « effetto a cascata » caro a Emmanuel Macron, non hanno portato benefici a questi comuni. Al contrario, l’astensionismo, il rifiuto dell’Europa e il voto di protesta sono aumentati vertiginosamente. Resta da capire cosa stia facendo concretamente lo Stato per invertire questa dinamica… o meno.

Il giorno dopo assomiglia tantissimo a quello precedente

C’era chi pensava che la crisi del Covid avrebbe risvegliato le coscienze. La carenza di mascherine, simbolo della pandemia, è stata documentata ufficialmente dal Senato nel 2020: le scorte francesi erano passate da 1 miliardo di mascherine nel 2010 a 150 milioni all’inizio del 2020, senza alcuna mascherina FFP2. La Direzione generale delle imprese lo ammette nel 2023: « La crisi del Covid-19 ha portato a una presa di coscienza collettiva della nostra forte dipendenza industriale. »

Philippe Lamoureux, direttore generale del Leem, l’associazione di categoria delle aziende farmaceutiche operanti in Francia, lo ammette: « Questa pandemia ci ha fatto prendere coscienza del nostro grado di dipendenza dall’Asia. » L’80 % dei principi attivi dei farmaci consumati in Europa viene prodotto all’estero, prevalentemente in Cina o in India. Persino l’economista Philippe Aghion, vicino a Macron e figura di spicco del suo programma economico, riconosce che la Francia sta pagando da diversi anni le conseguenze di una deindustrializzazione e di una delocalizzazione eccessive.

Il 31 marzo 2020, Macron si è recato in pompa magna allo stabilimento del produttore di mascherine Kolmi-Hopen a Saint-Barthélemy-d’Anjou, dove ha rilasciato dichiarazioni altisonanti : «& Il giorno dopo non sarà come i giorni precedenti. Dobbiamo ricostruire la nostra sovranità nazionale ed europea».

Il verdetto, cinque anni dopo, è: un fallimento. La Corte dei conti constata che gli effetti del piano di rilancio sulle vulnerabilità dell’economia francese « restano ancora in gran parte da dimostrare » e che i benefici in termini di sovranità economica sono « difficilmente misurabili e poco visibili in questa fase ».

Eppure, tutto era iniziato bene. Nel giro di poche settimane del 2020, una filiera si era ricostituita da zero: da 4 aziende in grado di produrre 4 milioni di mascherine alla settimana, la Francia era passata a una trentina, con una produzione che raggiungeva i 100 milioni di pezzi alla settimana. Si trattava di una vera e propria impresa industriale. E lo stesso vale per ciò che è seguito. Già nel 2022, gli acquirenti pubblici sono tornati alle loro vecchie abitudini. A settembre, la Prefettura di Parigi ha aggiudicato un appalto di 7 milioni di mascherine a tre importatori cinesi al prezzo compreso tra 1,02 e 1,10 euro a confezione, contro i 2,75 euro proposti dalla Coop des Masques. Il Ministero della Difesa ha fatto lo stesso nel maggio 2022. « Questi prezzi di vendita non coprono il costo delle materie prime », scriveva il suo presidente. Un mese dopo, la Coop è stata liquidata. Lo Stato ha sovvenzionato la ricostruzione di una filiera, per poi organizzarne metodicamente lo strangolamento.

La stessa logica vale anche per il settore farmaceutico. Le segnalazioni di esaurimento delle scorte o di rischio di esaurimento delle scorte inviate all’Agenzia nazionale per la sicurezza dei medicinali sono passate da 1.500 nel 2019 a quasi 5.000 nel 2023.

Ancora più rivelatore è il caso dell’azienda siderurgica ArcelorMittal. Il 10 febbraio 2026, l’annuncio della costruzione di un forno elettrico a Dunkerque per 1,3 miliardi di euro aveva mobilitato Emmanuel Macron in occasione di un evento presentato come una vittoria della sovranità industriale. I sindacati hanno immediatamente smorzato l’euforia ufficiale: il progetto iniziale prevedeva due forni e un impianto di produzione per 1,8 miliardi di euro. Ne rimane solo uno, con una capacità ridotta da 3,5 a 2 milioni di tonnellate. Parallelamente, nel 2023 ArcelorMittal ha ricevuto circa 298 milioni di euro di aiuti pubblici solo a livello nazionale, e il forno sarà finanziato per metà tramite i certificati di risparmio energetico, ovvero dai consumatori.

Si ricorda che nel 2025 il gruppo ha registrato oltre 3 miliardi di dollari di utili, il doppio rispetto al 2024, mentre sta valutando la delocalizzazione in India e in Polonia di 5.600 posti di lavoro di supporto, di cui 1.650 situati in Francia. Una proposta di legge per la nazionalizzazione di ArcelorMittal France, approvata dall’Assemblea nazionale nel novembre 2025 su iniziativa di La France insoumise, è stata poi respinta dal Senato il 25 febbraio 2026 d’intesa con il governo di Emmanuel Macron.  Adottata nuovamente dalla commissione per le finanze nell’ambito della «nicchia parlamentare» del gruppo dei Comunisti e degli Ultramarini, la proposta di legge è stata poi votata una seconda volta dall’Assemblea nazionale l’11 giugno 2026, con il sostegno di tutti i gruppi di sinistra, nonostante l’opposizione del governo e della destra e l’astensione del Rassemblement national. Il testo è stato rinviato al Senato, dove la maggioranza di destra dovrebbe respingerlo nuovamente, rendendo altamente improbabile la sua adozione definitiva in assenza di un accordo tra le due camere o di un cambiamento della maggioranza parlamentare.

La logica di ArcelorMittal rappresenta quindi il modello dominante di intervento statale, in cui ingenti aiuti pubblici sono associati a impegni ridotti al minimo, delocalizzazioni mantenute o accentuate e dividendi garantiti.

L’ultima parola spetta alla commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale del luglio 2025:

« Da diversi decenni, le politiche pubbliche hanno spesso dato priorità alla ricerca dell’efficienza economica, concepita in funzione degli interessi degli azionisti, a scapito della tutela dell’occupazione e del tessuto industriale nazionale. […] I lavori di questa commissione rivelano una costante preoccupante: il progressivo declino della capacità dello Stato di orientare le scelte strategiche delle grandi imprese, anche quando queste sono sostenute in modo massiccio da fondi pubblici. La responsabilità dello Stato non può essere elusa. Troppo spesso, la sua inazione, il suo silenzio o le sue risposte diluite hanno rafforzato il senso di abbandono nei bacini occupazionali. »

Foto di apertura: Lo stabilimento chimico Vencorex a Pont-de-Claix (Isère), sottoposto prima a procedura di risanamento e poi a liquidazione giudiziaria, rilevato dal gruppo cinese Wanhua che ha tagliato oltre 400 posti di lavoro (quasi il 90% dell’organico), marzo 2025 (Foto: OLIVIER CHASSIGNOLE / AFP).

La disperazione geostrategica dell’Europa: insegnamenti dalla telefonata di Stubb-Store a Putin, di Gordon Hahn

La disperazione geostrategica dell’Europa: insegnamenti dalla telefonata di Stubb-Store a Putin

28 ottobre
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La telefonata di martedì tra il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Store segna una svolta importante in relazione a tre dinamiche geopolitiche in corso nel contesto della guerra tra NATO e Russia in Ucraina. Si tratta di almeno tre cambiamenti geopolitici degni di nota.

Innanzitutto, il contatto interrompe una moratoria di quasi quattro anni imposta dai leader europei sui contatti con la Russia e il presidente Vladimir Putin, ponendo fine al tanto decantato, seppur fittizio, “isolamento della Russia”. Ciò è ulteriormente sottolineato dal fatto che non si è trattato di una telefonata isolata, poiché le parti hanno concordato di mantenere aperto il canale di comunicazione. Si tratta di un chiaro atto di disperazione di fronte all’accordo sul diesel del presidente statunitense Donald Trump, al congelamento delle sanzioni, agli sforzi per riavviare i colloqui russo-ucraini e, soprattutto, ai ripetuti tentativi di Trump di instaurare nuove relazioni e accordi economici con il Cremlino, proprio mentre i fronti della difesa, l’economia, la società e lo Stato ucraino stanno collassando. Anche in tempi più normali, una telefonata al Cremlino da parte di due leader europei sarebbe un evento insolito. Nel contesto della moratoria, ormai forse superata, e delle relazioni quasi apertamente bellicose tra la NATO e la Russia, la chiamata a Putin da parte dei leader di due Stati membri della NATO rappresenta un momento cruciale nella diplomazia relativa alla guerra e, più in generale, alle relazioni tra Occidente e Russia. Questa svolta, tuttavia, non significa che l’appello rappresenti una comprensione a livello europeo della necessità di porre fine alla guerra in Ucraina o di evitare una guerra aperta e su vasta scala con la Russia. Ciò ci porta al secondo punto.

Il secondo punto è che, nell’attuale situazione disperata, alcuni europei hanno scelto di rompere il loro autoimposto ruolo terziario nella diplomazia occidentale riguardo alla guerra. In altre parole, l’Europa sta cercando di unirsi, o quantomeno di aggirare e competere, con la diplomazia prevalentemente bilaterale che circonda la guerra, guidata dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump. Alcuni europei ritengono che l’attuale percorso stia portando al degrado economico, politico e geopolitico dell’Europa e alla sua relegazione alla periferia internazionale, dietro a veri e propri attori come Stati Uniti, Russia, Cina, India e persino Iran e Turchia. Stubb e Store probabilmente sperano di rendere l’Europa rilevante durante i colloqui di Abu Dhabi, previsti sebbene non inevitabili, sull’Ucraina, se non sulle più ampie questioni geopolitiche che potrebbero essere affrontate in quella sede. Oltre a tutelare gli interessi europei e ucraini in tali colloqui, i leader europei potrebbero dimostrare alle loro opinioni, sempre più scontenti, che l’Europa è un attore importante. Ad esempio, se le sanzioni sulle risorse energetiche russe dovessero essere revocate, l’Europa più di ogni altra regione dovrebbe beneficiarne, poiché la crisi del Golfo Persico ha ridotto al minimo le consegne di petrolio e gas, rendendo potenzialmente necessario il ripristino dello status della Russia come “stazione di servizio” di riferimento per l’Europa. Sfortunatamente, la mossa Stubb-Store finora non sta funzionando. Due giorni dopo la telefonata, il principale consigliere di politica estera di Putin, Yuri Ushakov, ha dichiarato il rifiuto della Russia di un ruolo europeo nei colloqui di Abu Dhabi previsti per l’inizio di novembre.

Mario Nawfal@MarioNawfal La Russia afferma che l’Europa NON è invitata al tavolo dei negoziati sull’Ucraina… L’assistente del presidente russo Ushakov ha affermato che non ci si aspetta che i rappresentanti europei partecipino ai negoziati riguardanti la guerra in Ucraina. Il suo messaggio ai leader europei è stato categorico: “Loro… 14:40 · 28 ottobre 2026·69.500 visualizzazioni105 risposte·389 condivisioni·1.370 Mi piace

/video/1).

In terzo luogo, si è trattato di una mossa a sé stante da parte di Stubb e Store. Come ha affermato il primo ministro danese in una critica, l’appello non è stato in alcun modo coordinato con il resto d’Europa. Pertanto, Finlandia e Norvegia hanno agito in modo indipendente, creando un’ulteriore linea di divisione all’interno dell’Unione Europea e aumentando la probabilità di ulteriori spaccature su questo tema e nell’Unione nel suo complesso. La mossa di Stubb e Store, quindi, mina l’unità europea in un momento in cui il progetto ucraino sta precipitando nel disastro e i governi di tutta Europa sono in difficoltà, sopraffatti da violenze, proteste di massa, economie in crisi e divisioni interne alle élite di portata senza precedenti da diversi decenni.

Non è chiaro se la Finlandia, da sempre anti-russa, e la Norvegia si uniranno alle fila dei dissidenti – la Slovacchia e, in una certa misura, anche l’Ungheria post-Orban – ma è lecito aspettarsi che altri leader europei seguano l’esempio, facendo emergere lo spettro di una divisione più profonda e di un cambiamento radicale, o addirittura della dissoluzione, dell’UE. Le pressioni che spingono a questi sviluppi sono destinate ad aumentare. L’Ucraina sta perdendo terreno, con scarse o nulle prospettive di un maggiore sostegno da parte dell’UE o di un continuo supporto da parte degli Stati Uniti. L’unica luce in fondo al tunnel per l’Ucraina e i vari neoconservatori europei è l’elezione di un presidente anti-russo negli Stati Uniti nel 2028 – un traguardo lontanissimo per un’Ucraina già in rovina e un’UE in declino.

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Informazioni sull’autore –

Gordon M. Hahn, Ph.D., è analista esperto presso Corr Analytics, www.canalyt.com . Siti web: Politica russa ed eurasiatica, gordonhahn.com e gordonhahn.academia.edu

Il dottor Hahn è l’autore del nuovo libro: Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Thought, Culture, History, and Politics (Europe Books, 2022). Ha già pubblicato cinque libri di successo: The Russian Dilemma: Security, Vigilance, and Relations with the West from Ivan III to Putin (McFarland, 2021); Ukraine Over the Edge: Russia, the West, and the “New Cold War” (McFarland, 2018); The Caucasus Emirate Mujahedin: Global Jihadism in Russia’s North Caucasus and Beyond (McFarland, 2014), Russia’s Islamic Threat (Yale University Press, 2007) e Russia’s Revolution From Above: Reform, Transition and Revolution in the Fall of the Soviet Communist Regime, 1985-2000 (Transaction, 2002). Ha inoltre pubblicato numerosi rapporti di think tank, articoli accademici, analisi e commenti su media sia in lingua inglese che russa.

Il dottor Hahn ha insegnato presso le università di Boston, American, Stanford, San Jose State e San Francisco State, ed è stato borsista Fulbright presso l’Università Statale di San Pietroburgo, in Russia. È stato inoltre senior associate e visiting fellow presso il Center for Strategic and International Studies, il Kennan Institute di Washington DC, la Hoover Institution della Stanford University e il Center for Terrorism and Intelligence Studies (CETIS) dell’Akribis Group.

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Rassegna stampa francese, 15a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Domande a ricercatori e ricercatrici che hanno accettato di mettere le loro conoscenze e i loro
lavori al servizio della comprensione di un evento che senza dubbio segnerà la storia, almeno
quella dei due mandati di Emmanuel Macron. Ciò che è in gioco qui è il risultato di una politica
condotta da dieci anni, i cui effetti si fanno sentire ovunque: il liceo trasformato in uno scalo
ferroviario, il disprezzo per le disuguaglianze territoriali, la scelta di una politica economica
favorevole ai più abbienti, i compiti della polizia riorientati verso la repressione… Il tutto in una
situazione economica caratterizzata da un debito sempre più gravoso, che vincola l’azione dello
Stato e che costituisce lo sfondo comune ai grandi movimenti sociali. Si può rimproverare a questi
ricercatori e ricercatrici che «spiegare significa già giustificare». E se la scommessa fosse inversa:
per agire bene, bisogna prima capire.

17.09.2026
RABBIA SOCIALE: LE RADICI DI UNA CRISI
Mentre le manifestazioni scuotono la Francia, abbiamo chiesto a sei ricercatori di aiutarci a comprendere
meglio la situazione esplosiva con cui ci troviamo a confrontarci

Intervista a cura di Arnaud Gonzague, Barbara Krief, Xavier de La Porte, Marie Lemonnier, Rémi Noyon e Manon Roche
Le manifestazioni del 17 ottobre hanno sollevato numerose domande: come mai il movimento contro il
caro vita – erede dei «gilet gialli» – si sia unito a quello portato avanti dagli studenti delle scuole superiori
già da diverse settimane, pur con rivendicazioni apparentemente molto diverse?

In un mese, il Rassemblement National ha annunciato tre procedimenti per diffamazione contro Le
Monde, Le Canard enchaîné e Mediapart. All’origine della controversia: un articolo del primo, in cui
si affermava che volantini del partito fossero stati rinvenuti nell’auto dell’autore dell’attentato
razzista di Trappes, prima che il giornale rettificasse la notizia; e le inchieste degli altri due testate
relative agli scritti antisemiti attribuiti a Jordan Bardella, che quest’ultimo smentisce. «Siamo più
esigenti e meno tolleranti nei confronti delle fake news in periodo di campagna presidenziale»,
afferma Renaud Labaye, vicedirettore della campagna di Marine Le Pen.


31.10.2026
Il Rassemblement National e la stampa, tra
strategia di seduzione e braccio di ferro
Con l’avvicinarsi del 2027, il RN inasprisce i toni nei confronti dei media e intende reagire a ogni passo
falso. Tuttavia, il partito si preoccupa di non apparire ostile, a rischio di compromettere la propria
strategia di normalizzazione

Di Dinah Cohen e Nina Jackowski
Alla ricerca di un ampliamento della propria base, il RN cerca il giusto tono nei rapporti con i media. Se il
75 % dei sostenitori del partito ritiene che «i media diffondano il più delle volte informazioni false», tale
percentuale scende al 48 % tra i sostenitori dei Républicains.

Emmanuel Macron non esclude di ricandidarsi per un terzo mandato nel 2032. Posso permettermi
di dare un consiglio al nostro prossimo capo di Stato? Modifichi rapidamente la Costituzione ed
escluda definitivamente questa possibilità!

Ottobre 2026
LE ELEZIONI PRESIDENZIALI VISTE DA QUI
A sette mesi dalle elezioni presidenziali, i candidati dichiarati o presunti si stanno lentamente schierando
in ordine di battaglia. Ciò non impedisce, tuttavia, che si verifichino già intoppi e tensioni, a prescindere
dall’orientamento politico. Una sintesi della campagna elettorale vista da Béziers. In tutta soggettività,
ovviamente…

Di Emmanuelle Ménard
Mai delusi
Il bello dei socialisti è che riescono sempre a sorprenderci. Si prenda ad esempio l’organizzazione delle
primarie. Lo scorso 16 settembre si è appreso che Philippe Brun, deputato del PS dell’Eure, che aveva pure
raccolto il numero di firme di sostegno richiesto, non potrà parteciparvi.

Nove anni separano i due discorsi tenuti da Emmanuel Macron all’Hôtel de Brienne. Nel luglio
2017, appena eletto, sorprese i militari ricordando un’ovvietà: «Sono il vostro capo», prima di
ringraziare il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Nel luglio 2026, sottolineava la necessità
di prepararsi a «difendere» il diritto «a costo di spargere sangue, se necessario», prima di
esprimere il proprio «orgoglio» per essere sempre stato al fianco dei militari. Tra queste due date,
il contesto strategico si è profondamente deteriorato: Afghanistan, Sahel, Vicino e Medio Oriente,
Nord Africa e, ovviamente, l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.


Ottobre 2026
Il testamento strategico di Emmanuel Macron

Di Thomas Gomart, è direttore dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (Ifri).
Ultima opera pubblicata: Chi controlla chi? I nuovi rapporti di forza mondiali (Tallandier,2026). gomart@ifri.org

Mosca sta cercando con tutte le sue forze di allontanare gli europei dagli americani, un’opera da
portare avanti finché Donald Trump è al potere. Le condizioni gli sono favorevoli: l’arrivo
dell’inverno, che indebolirà Kiev; la debolezza di Donald Trump, impantanato nella sua guerra in
Iran; e l’ondata elettorale che paralizzerà i leader di alcuni dei suoi principali avversari: Francia,
Italia, Polonia, Spagna. Sull’onda di questo slancio, Vladimir Putin moltiplica le promesse
economiche, nella speranza che Donald Trump partecipi a un incontro a tre, con Xi Jinping.


31.10.2026
Il G20 impotente di fronte alla crisi ucraina
Ad Atlanta, i ministri degli Affari esteri del G20 non nutrono speranze di progressi diplomatici per
l’Ucraina

Di Anne Bauer
A parte un cessate il fuoco provvisorio nei pressi di Olechky, città martire nel sud dell’Ucraina, dalla quale
occorre evacuare gli ultimi abitanti in preda alla fame, la Russia continua a colpire con la stessa violenza.
Giovedì, un attacco con droni ha ucciso 14 viaggiatori nella stazione ferroviaria di Dnipro, nell’Ucraina
orientale, suscitando una nuova ondata di indignazione.

Ritenendo che i giovani abbiano ottenuto ciò che chiedevano, il 64% dei francesi auspica ora che
la mobilitazione degli studenti universitari e delle scuole superiori cessi, secondo un sondaggio. Se
la maggioranza dei francesi spera di vedere il movimento spegnersi, è perché le concessioni del
governo si uniscono al rifiuto delle violenze perpetrate dai teppisti per indurre i nostri concittadini a
non sostenere più il movimento.


30.10.2026
La rabbia degli studenti delle scuole superiori:
quasi due terzi dei francesi auspicano che il
movimento cessi
Mentre il “terzo atto” delle manifestazioni in programma sabato fa temere nuove violenze, il 64% dei
nostri concittadini ritiene che la mobilitazione debba cessare dopo le misure annunciate dal governo

Di Emma Ferrand
Nonostante i numerosi annunci del governo volti a rispondere alla loro rabbia, gli studenti delle scuole
superiori e universitari non hanno ancora detto l’ultima parola.

Il senso della manifestazione pacifica di sabato, in cui spesso si è sfilato in famiglia, è che si può
parlare dei problemi e riflettere, insieme, sui modi per risolverli, senza designare capri espiatori,
che si tratti di immigrati, ricchi, giovani o anziani. L’etica della responsabilità ha prevalso sulla
demagogia e sull’anatema. Questa vittoria, oh quanto fragile, la dobbiamo anche ai sindacati.
Tenuti ai margini negli ultimi anni dal potere macronista, pur essendo i migliori artefici non del
caos, ma della pace civile, il loro ritorno sulla scena fa sperare che i giorni bui finiranno.

29.10.2026
Lo spirito del 24 ottobre

Nelle manifestazioni del 24 ottobre si percepiva qualcosa dello spirito dell’11 gennaio 2015: quella folla che
ha marciato in modo pacifico, imponente e determinata, per far sentire, senza violenza, le proprie
rivendicazioni. Un fronte repubblicano in azione, nelle strade, in attesa delle urne.

La Francia occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale: ciò che vi accade alimenta da
tempo i sogni di alcuni e le paure di altri. Perché la Francia ha a lungo fatto sognare il mondo. Era
il paese in cui la Storia sembrava poter ricominciare, dove una manifestazione poteva
preannunciare una rivoluzione. Vi si proiettavano il Maggio ’68, la conquista dei diritti, il sogno di
riprendere il controllo di un mondo le cui decisioni sembravano prese altrove. Le strade francesi
ricordavano che i popoli potevano ancora influenzare il corso della Storia. E poi c’era l’altra
Francia: le terrazze, i caffè al sole, quella dolcezza di vivere ostinatamente preservata. Dalla
rivoluzione permanente all’eterna domenica, vi si immaginavano ancora giorni migliori. La Francia
fa ancora sognare, ma il sogno si tinge di inquietudine. Ormai, sono soprattutto le fantasie più cupe
a proiettarsi su di essa.


29.10.2026
La Francia, bersaglio di ogni rabbia
Il nostro Paese occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale. Ormai, sono le fantasie più cupe
a proiettarsi su di esso. Resta da capire a chi giova il caos

ricercatrice associata presso Carnegie Europe

Da Madrid a Bruxelles, da Milano a Parigi, l’Europa scende in piazza. Le rivendicazioni differiscono, ma la
preoccupazione è comune.

“Nel nostro Paese, storicamente, l’immigrazione è stata la soluzione delle imprese, poi il problema
dello Stato, prima di diventare una crisi sociale, quando quest’ultimo si è trovato sopraffatto”,
sintetizzano i due giornalisti Géraldine Woessner ed Erwan Seznec, giornalisti della rubrica
«Società» di Le Point.

29.10.2026
Immigrazione: superare i pregiudizi e il rifiuto
della realtà
Operazione trasparenza. Nel libro Le Grand Silence (Robert Laffont), Géraldine Woessner ed Erwan
Seznec, giornalisti de Le Point, mettono in discussione l’incapacità della Francia di affrontare con
lucidità il tema dell’immigrazione. Propongono un approccio obiettivo a questo dibattito scottante in
vista del 2027

DI SAMUEL DUFAY
A un primo sguardo, si potrebbe quasi pensare a uno scherzo. Intitolare Le Grand Silence un libro
sull’immigrazione: ci voleva proprio, visto quanto questo tema domini il dibattito pubblico.

Gli annunci del governo sono giudicati insufficienti dalla maggior parte delle organizzazioni
studentesche delle scuole superiori e universitarie, che invitano a manifestare nuovamente il 31
ottobre e il 5 novembre. Questi momenti salienti riportano i sindacati al centro della scena. Dopo le
manifestazioni del 17 ottobre, che hanno registrato un’ampia partecipazione ma sono state
costellate da episodi di violenza in diverse città, Emmanuel Macron ha scelto la linea dura per
riprendere il controllo della situazione. Il suo metodo: riservare la strada ai cortei organizzati dai
sindacati. Un paradosso per chi ha sempre guardato con diffidenza alle grandi confederazioni
sindacali, preferendo vederle agire all’interno delle aziende piuttosto che a livello nazionale. Ma la
strategia ha funzionato poiché, il 24 ottobre, circa 410.000 persone, secondo la polizia, hanno
sfilato senza incidenti di rilievo.


29.10.2026
I sindacati ritrovano un ruolo nei cortei
Mentre i movimenti autonomi sono sempre più numerosi dall’epoca dei «gilet gialli», l’attuale
contestazione sociale richiede la competenza organizzativa delle confederazioni sindacali. Tuttavia, la
loro capacità di mobilitazione non è sufficiente

Di Florian Fayoll
La scena è insolita. Per svelare, il 26 ottobre, le misure tanto attese dagli studenti delle scuole superiori,
Matignon ha deciso di informare per prime… le influencer.

Dall’immigrazione alla lotta contro la criminalità, ogni questione fondamentale sembra condannata
a non trovare mai una soluzione. Un’erosione, talvolta persino un crollo dello Stato, che le rivolte
urbane illustrano tragicamente. Come sciogliere questa trappola che Georges Pompidou definiva
già «il nodo gordiano»?

29.10.2026
Il vero colpo di Stato: un processo continuo
Nel corso dei decenni, i contro-poteri hanno ampliato le proprie prerogative, intrappolando l’azione
politica nelle maglie dell’impotenza. In vista del 2027, l’Istituto Thomas More propone una riforma
radicale per restituire allo Stato la sua capacità di agire. Ve la sveliamo in esclusiva.

Di Valentin Gaure
Chiunque, nel mese di maggio prossimo, entrerà in possesso del Castello, dovrà ancora affrontare le
roccaforti. Il Consiglio costituzionale, il Consiglio di Stato, la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte
europea dei diritti dell’uomo, senza dimenticare la moltitudine di autorità indipendenti.

Se i repubblicani perdessero il controllo parziale o totale del Congresso, sarebbe l’inizio della fine
per Donald Trump? Si tratterebbe di una sconfitta simbolica per il presidente americano. Ma le sue
conseguenze andrebbero ben oltre l’immagine. I democratici disporrebbero allora di nuove leve
istituzionali per moltiplicare le inchieste parlamentari rivolte all’amministrazione Trump.

26.10.2026
COSA CI SI PUÒ ASPETTARE DALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO NEGLI STATI UNITI?
TRUMP: L’INIZIO DELLA FINE?
Le elezioni di metà mandato che si terranno la prossima settimana sono al centro dell’attenzione in tutto
il mondo. Ma qualunque sia il loro esito, Donald Trump rimarrà ampiamente in grado di portare avanti
gran parte della sua politica, anche se la sua azione rischia di diventare ancora più conflittuale. Tutto ciò
non va necessariamente a nostro vantaggio, noi europei.

Di PIERRE-HENRI THOMAS
Il mondo oggi ha gli occhi puntati sulle midterm, le elezioni di metà mandato che si terranno negli Stati
Uniti il 3 novembre. Circa 175 milioni di americani si recheranno alle urne per rinnovare tutti i 435 seggi
della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Il voto potrebbe far passare la maggioranza del Congresso
americano ai democratici.

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia, di Simplicius

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia

Simplicius 31 ottobre
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Ieri in Polonia è scoppiato il panico quando è stato dichiarato un “colpo di stato” giudiziario dopo che l’edificio del Tribunale costituzionale è stato bloccato dalla polizia mentre la giudice Anna Korwin-Piotrowska, vicina al partito Tusk, procedeva alla sospensione illegale del presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, vicino al partito Nawrocki.

L’intera vicenda ruota attorno alla lotta tra il governo Tusk, allineato a Bruxelles, e il partito nazionalista di opposizione del presidente Nawrocki, odiato dai globalisti perché cerca di preservare la sovranità polacca di fronte al sistema totalitario dell’UE che tenta di sovvertirla.

L’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ne offre un riassunto conciso:

La Germania è complice di un colpo di stato a Varsavia, afferma Tarczyński, membro polacco del Parlamento europeo.

«Vogliono trascinarci nell’eurozona affinché abbandoniamo la nostra valuta. Vogliono mandarci migranti illegali oltre confine.»

Il conflitto nasce dal fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki si è rifiutato di nominare molti dei giudici proposti dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza liberal-globalista. A dire il vero, il suo potere di rifiutare tali nomine rimane oggetto di discussione: la Costituzione polacca sembra essere vaga al riguardo, conferendo al presidente il potere di nominare i candidati proposti, ma sottintendendo che non sia obbligato a farlo qualora non lo desideri.

Come sottolinea Dominik Tarczynski, lo scopo di insediare al potere questi giudici nominati è quello di formalizzare l’integrazione della Polonia nella sovrastruttura globalista dell’UE, trasformandola in definitiva in uno stato vassallo la cui sovranità nazionale verrà abolita in cambio di migrazioni di massa, moneta europea e tutti gli altri veleni che il Politburo dell’UE, tirannicamente corrotto e assetato di potere, ha usato per sovvertire tutte le altre sfortunate nazioni cadute sotto la sua bandiera.

La migliore spiegazione su come tutto ciò fosse stato pianificato in anticipo è stata fornita da Mike Benz:

Mike Benz@MikeBenzCyber La mia opinione sulla situazione in Polonia 13:57 · 31 ottobre 2026·41.900 visualizzazioni60 risposte·266 condivisioni·910 Mi piace

Egli fa notare, giustamente, che la National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione affiliata alla CIA e partner dell’USAID e di altre istituzioni globaliste, ha elaborato il piano per usurpare il potere in Polonia alla vigilia dell’ascesa al potere di Tusk nel 2023. Il piano prescrive nel dettaglio come sradicare gli ultimi residui di elementi “populisti” e “nazionalisti” al fine di assoggettare completamente la Polonia all’egida dell’UE.

I disegni provengono dal Journal of Democracy, fondato dalla NED, i cui comitati editoriali e consultivi sono un vero e proprio gotha ​​di lacchè globalisti: Condoleezza Rice, Anne Applebaum (moglie del vice primo ministro polacco globalista Radoslaw Sikorski), Michael Mcfaul, Francis Fukuyama, Vladimir Kara-Murza e molti altri.

Il documento programmatico, dal titolo quanto mai appropriato, è “Come smantellare una democrazia illiberale”, e rivela tutto ciò che c’è da sapere sulle sue vere intenzioni:

https://www.journalofdemocracy.org/online-exclusive/how-to-dismantle-an-illiberal-democracy/

Il documento del 2023 delinea con precisione ciò che il nuovo governo di Tusk deve fare per prendere il potere e sabotare l’opposizione. Inizia con una richiesta diretta di sradicare il populismo alla radice:

Il nuovo governo polacco non deve quindi limitarsi a ripristinare la democrazia liberale; deve affrontare la questione della giustizia di transizione. Il Primo Ministro Tusk e il suo governo di coalizione devono inoltre stabilizzare il sistema politico per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni. Il futuro della democrazia in Polonia è in bilico.

Gli autori ammettono persino che il “populismo” polacco si basa sul desiderio di sovranità che affonda le sue radici nella storia e nell’identità polacca, ammettendo quindi, per estensione, che l’obiettivo è quello di cancellare per sempre l’identità polacca:

Il populismo odierno, pur essendo parte di un fenomeno globale che abbraccia paesi dagli Stati Uniti all’Ungheria e alla Turchia, trae origine anche da radici locali. L’eclettico programma del PiS si fondava sul sovranismo, con profonde radici nella storia e nell’identità nazionale polacca.

Ricordiamo che la questione chiave alla base di tutto questo conflitto tra le fazioni globaliste e nazionaliste è che i globalisti, legati alla mafia di Bruxelles, credono che il diritto dell’UE prevalga sul diritto polacco. La fazione nazionalista all’opposizione, d’altro canto, ritiene che la Costituzione polacca sia superiore al diritto dell’UE, come qualsiasi persona di buon senso concorderebbe sul fatto che dovrebbe essere così. L’intera lotta si riduce a questo punto critico ed esistenziale.

La mafia totalitaria di Bruxelles non può permettere che la costituzione di nessuna nazione abbia la precedenza sul Politburo dell’UE, poiché ciò distruggerebbe i piani dell’URSS per la centralizzazione del potere. Essendo il burattino prescelto dall’UE, Tusk ha combattuto con orgoglio per consegnare la Polonia ai globalisti, ed è per questo che ha pubblicato questo messaggio il giorno prima del tentativo di colpo di stato per indebolire l’opposizione:

L’assorbimento totale e l’assimilazione in stile Borg nel decrepito panopticon dell’Unione Sovietica sono l’ unica politica che conta per burattini globalisti come Tusk; non il benessere del popolo polacco, l’economia, la cultura, il patrimonio o qualsiasi altra irrilevante feccia che alla fine verrà inglobata dal piano Kalergi dell’UE.

Il documento del NED prosegue con espliciti appelli alla “giustizia di transizione”, un eufemismo globalista per indicare una guerra legale volta a perseguire e imprigionare gli oppositori politici una volta strappato loro il controllo giudiziario e legislativo. È sempre lo stesso vecchio schema, in ogni paese:

Il progetto di processare i politici più in vista del PiS ha implicazioni sia politiche che legali e si scontrerà con un’élite radicata e potente. Il presidente del Tribunale di Stato, ad esempio, è stato nominato dal precedente regime ed è di fatto il primo presidente della Corte Suprema. La presidenza è ricoperta da Andrzej Duda, alleato del PiS, e anche la Corte Suprema e altri incarichi sono ora occupati da persone legate al precedente partito di governo. Sarebbe ingenuo pensare che queste figure parteciperanno volontariamente alla seconda ondata di giustizia di transizione. Al contrario, è probabile che ostacoleranno l’azione e attenueranno le responsabilità per i misfatti del passato. Ciò lascia alle commissioni parlamentari la maggior parte del potere inquirente. Secondo il Codice di procedura penale, queste commissioni dispongono di alcuni strumenti per sanzionare coloro che vengono convocati in caso di mancata ottemperanza.

Altri esempi pubblicati da Mike Benz:

Si noti la particolare attenzione riservata alla nomina dei giudici del Tribunale costituzionale, che, a loro avviso, sarebbe stata fondamentale per i loro piani. Chiedono apertamente che il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, venga “ritenuto responsabile”, un altro eufemismo per “eliminato”, in un modo o nell’altro.

In definitiva, tutto ruota attorno al loro bisogno di controllo del Tribunale, poiché il compito di questo tribunale è interpretare la Costituzione polacca , il che gli conferisce l’autorità di interpretare la questione fondamentale se la Costituzione sia subordinata al diritto dell’UE o viceversa. La mafia di Tusk a Bruxelles vuole usare il tribunale per assicurarsi che la Costituzione polacca rimanga soggetta al diritto dell’UE in ogni caso.

La questione era giunta al culmine nel luglio 2026 con una “Relazione sullo Stato di diritto” della Commissione europea , che evidenziava l’incapacità del Tribunale costituzionale polacco di applicare il diritto dell’UE, ritenuto prevalente rispetto alla costituzione polacca.

Dal rapporto:

“Le serie preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale e alla sua giurisprudenza sono state confermate dalla Corte di giustizia dell’UE.”

«La Corte di giustizia ha ritenuto che la Polonia non avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto dell’UE poiché il Tribunale costituzionale polacco aveva violato il principio di effettiva tutela giurisdizionale e ignorato il primato, l’autonomia, l’efficacia e l’applicazione uniforme del diritto dell’UE , nonché il valore vincolante delle due sentenze della Corte. Alla luce delle gravi irregolarità riscontrate nella nomina di tre giudici della Corte costituzionale polacca nel dicembre 2015 e del suo Presidente nel dicembre 2016, la Corte ha messo in discussione lo status del Tribunale costituzionale quale tribunale indipendente e imparziale istituito per legge ai sensi del diritto dell’UE.»

Il Tribunale costituzionale ha affermato che la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale e che la sua sentenza non ha effetto sul funzionamento del Tribunale stesso. Il Tribunale costituzionale ha dichiarato incostituzionale il criterio di indipendenza applicato ai giudici dei tribunali amministrativi.

Leggete attentamente di nuovo: l’organo dell’UE considera una pericolosa violazione del diritto dell’UE il fatto che il Tribunale costituzionale polacco abbia osato infrangere il “primato… del diritto dell’UE” . Il Tribunale costituzionale ha inoltre dichiarato che “la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale” .

Per porre rimedio a questa situazione di stallo, il documento dell’UE chiede che le “autorità competenti” della Polonia, essenzialmente il presidente, consentano la nomina dei giudici globalisti scelti dal parlamento polacco di orientamento liberale:

Nel marzo 2026, il Parlamento ha adottato una risoluzione con la quale ha ribadito la necessità di ripristinare l’indipendenza del Tribunale costituzionale ed ha eletto, il 13 marzo e l’11 giugno 2026, sette giudici per ricoprire i posti vacanti all’interno del Tribunale. Il 5 maggio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso misure provvisorie che obbligavano le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte di quattro di questi giudici.

Come già accennato, il presidente polacco non è legalmente obbligato a rispettare le nomine, secondo la Costituzione; al contrario, il Sejm sostiene che la nomina non richieda l’approvazione presidenziale, e questo processo appare giuridicamente ambiguo. Si è quindi creata una situazione di stallo, e la mafia globalista di Tusk è stata costretta ad agire impulsivamente impadronendosi del tribunale a causa dell’urgenza delle imminenti elezioni parlamentari del 2027.

È significativo notare che non ci sono state condanne di rilievo da parte dell’UE o di altri organismi internazionali per questa flagrante violazione del loro sacro “Stato di diritto”. Se Putin avesse inviato i suoi scagnozzi a occupare con la forza la Corte Suprema russa, quante riunioni “di emergenza” e dichiarazioni internazionali sarebbero state indette? Ciò mette ancora una volta in luce l’ipocrisia dell’Occidente globalista che negli ultimi anni ha chiuso un occhio o addirittura avallato apertamente la messa al bando dei partiti di opposizione, l’annullamento delle elezioni, l’incarcerazione di figure politiche conservatrici e molto altro ancora.

L’ex presidente della Polonia Andrzej Duda ha riassunto al meglio la situazione paragonando le azioni di Tusk a quello che oggi è comunemente considerato il “modo di fare europeo”:

La saga continua a svolgersi e potrebbe persino precipitare in una crisi ben più grave, a seconda di quanto Tusk deciderà di spingersi oltre con i suoi piani disperati.

Stańczyk@NatConPatriot ORA IN POLONIA: I manifestanti patriottici polacchi chiedono la consegna di Tusk, che si nasconde nell’ufficio del Primo Ministro. La rabbia dell’opinione pubblica è al culmine. Una situazione del genere non si verificava in Polonia dalla caduta del blocco orientale. 22:36 · 31 ottobre 2026·5.270 visualizzazioni29 risposte·213 condivisioni·668 Mi piace

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Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

  • Tang Xianglonggiornalista di lunga esperienza
  • XinqiangDirettore del Centro di studi su Taiwan dell’Università di Fudan
  • Chen FengxinGiornalista di lunga data e commentatore economico di Taiwan

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1511

23 ottobre 2026, ore 13:47:13Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 65.013

Da un lato c’è Bruxelles: i negoziati commerciali tra la Cina e l’UE hanno appena registrato progressi parziali su 16 punti di intesa, ma l’Unione europea, subito dopo aver definito le disposizioni relative alle quote tariffarie per le auto ibride, ha immediatamente indicato che tali disposizioni si applicano “per analogia” anche a settori quali l’industria chimica e quella delle materie plastiche.

Da un lato, le strade di Parigi: le manifestazioni in Francia sono sfociate in atti di violenza, saccheggi e disordini, estendendosi poi a Italia, Belgio, Portogallo e persino all’Albania.

Due vicende apparentemente parallele, ma che conducono alla stessa domanda: quando la competitività delle industrie chiave europee è in calo e le riforme strutturali interne procedono a rilento, per quanto tempo ancora le “dichiarazioni forti” dei politici potranno reggere? Di fronte ai negoziati tra Cina e Unione Europea, perché la Cina sembra “più disponibile al dialogo”? Dietro a questo atteggiamento si nascondono concessioni economiche e commerciali o calcoli strategici? E quali malcontenti della popolazione sono emersi dai disordini scoppiati nelle strade francesi?

In questa puntata di “Tavola rotonda tra le due sponde”, analizzeremo, da un punto di vista economico e politico, il legame nascosto tra il gioco di potere tra Cina e Europa e il caos che regna in Europa, chiarendo la logica intrinseca delle attuali difficoltà strutturali del continente e fornendo una prospettiva utile per comprendere l’andamento delle relazioni sino-europee e l’evoluzione della situazione politica interna europea.

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Chen Fengxin: Concentriamoci innanzitutto sulla situazione dei negoziati commerciali e di investimento tra la Cina e l’UE. Le due parti sono finalmente riuscite a compiere progressi parziali e il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato 16 punti di intesa. Con il passare del tempo, stanno venendo alla luce molti dettagli relativi a tali intese, tra cui la questione dei contingenti tariffari per le auto ibride — che a Taiwan chiamiamo “auto a benzina e elettricità” —; allo stesso tempo, le due parti potrebbero aver raggiunto alcuni accordi preliminari sullo sviluppo futuro.

Tuttavia, al momento l’Unione Europea sembra ritenere che i progressi nei negoziati sulle auto ibride siano molto vantaggiosi per l’Europa, tanto da voler estendere tale approccio ad altri settori, tra cui l’industria chimica, quella delle materie plastiche e così via. Riguardo a questo fenomeno, per cui da un lato si ottengono determinati risultati nei negoziati e dall’altro si alzano immediatamente la posta in gioco, chiediamo innanzitutto a Xianglong di esprimere la sua opinione: secondo te, come reagirà l’Unione Europea di fronte al continuo aumento del deficit commerciale con la Cina?

Tang Xianglong: A dire il vero, se si considera esclusivamente la struttura del commercio tra Cina ed Europa, se fossi al posto di paesi europei influenti come la Germania o la Francia, o se ricoprissi un ruolo come quello di von der Leyen alla Commissione europea, anch’io sarei molto preoccupato e riterrei che si tratti effettivamente di un problema. Infatti, non si tratta solo di una questione strutturale: il disavanzo commerciale tra Cina ed Europa sta crescendo rapidamente, con evidenti ripercussioni negative sui prodotti chiave europei; è quindi naturale che l’Europa cerchi di mitigare questa situazione.

Dal punto di vista della logica dei negoziati economici e commerciali bilaterali, la parte che ricorre al protezionismo è spesso quella che si trova in una posizione di svantaggio nella competizione tra industrie tecnologiche, che si manifesta sotto forma di scambi commerciali. I settori chiave dell’Europa sono ormai in svantaggio; si noti che non si tratta di settori marginali, bensì del nucleo della sua struttura industriale, come l’industria chimica e quella automobilistica, che sono senza dubbio i tradizionali punti di forza di paesi europei come la Germania. Oggi questi settori sono in svantaggio e, nell’attuale contesto competitivo, non hanno alcuna possibilità di recuperare terreno. Pertanto, piuttosto che dire che l’Europa sta cercando di negoziare con la Cina, sarebbe più corretto affermare che sta implorando clemenza, sperando che la Cina possa mostrare indulgenza e concedere loro un po’ di respiro.

In occasione di questi negoziati, quando sono arrivati i rappresentanti europei, pensavamo che le trattative si sarebbero protratte per diversi giorni, con possibili discussioni accese e magari anche un secondo round, ma non è stato così. Fin dall’inizio, a prima vista, sembrava che entrambe le parti fossero soddisfatte e si è giunti rapidamente a un accordo reciprocamente accettabile. Ritengo che ciò indichi che le riflessioni di tutti si siano ormai distaccate dalla superficie della concorrenza industriale e commerciale, per concentrarsi essenzialmente su questioni di struttura strategica.

Ciò è evidente sotto due aspetti: da un lato, se si considera la Cina odierna, sebbene l’Occidente tenda a descriverla in termini di cosiddetto “eccesso di capacità produttiva”, perché mai i prodotti di esportazione principali della Cina stanno riscuotendo un successo così travolgente? Perché la capacità tecnologica dell’industria cinese ha ormai raggiunto livelli di eccellenza all’avanguardia; in passato forse non rappresentava una minaccia per i cosiddetti paesi industrializzati avanzati, ma oggi proprio questi ultimi sono quelli che subiscono maggiormente la pressione competitiva della Cina.

In secondo luogo, poco prima che la Merkel lasciasse l’incarico, durante i negoziati tra la Cina e l’Europa sull’accordo globale sugli investimenti, la Cina si è subito dichiarata disposta a promuoverne l’approvazione; questo mi ha fatto pensare che la Cina abbia una visione ponderata nei confronti dell’Europa, che va oltre le questioni economiche e commerciali e raggiunge un livello strategico. In questa occasione, credo che la Cina abbia trasmesso all’Unione Europea l’impressione che sia un interlocutore con cui si possa dialogare. La Cina non ha posto ostacoli eccessivi all’Europa. Questa buona volontà manifestata nei confronti dell’Unione Europea mi ha ricordato l’atteggiamento della Cina durante i negoziati sull’accordo globale sugli investimenti tra Cina ed Europa di allora.

La forza industriale attuale della Cina è sotto gli occhi di tutti: nel 2025 la produzione industriale cinese rappresenterà il 34% del totale mondiale. Di che livello si tratta? Se si sommano tutti i paesi del G7, con gli Stati Uniti in testa, si ottiene all’incirca questa cifra, e la Cina potrebbe addirittura superarla di poco. Di questa quota, gli Stati Uniti rappresentano il 40-50% del G7; se si esclude gli Stati Uniti, i restanti paesi del G6, messi insieme, raggiungono una quota complessiva inferiore al 15%. Se si escludono anche Germania e Giappone, i restanti paesi – Italia, Francia e Regno Unito – raggiungono complessivamente solo il 3-4% circa.

Oggi, di fronte alla competitività travolgente dell’industria manifatturiera cinese, che in molti settori ha un vantaggio schiacciante, è quasi impossibile competere con la Cina, a meno che non ci si sieda a un tavolo per discutere seriamente con essa, innalzando le barriere all’accesso al mercato e utilizzando proprio l’accesso al mercato per attenuare l’impatto della concorrenza; l’Europa ha già intrapreso questa strada.

Un altro punto chiave di riflessione per la Cina è che i settori coinvolti, ovvero l’industria chimica e quella automobilistica, incidono sul consenso fondamentale che oggi esiste tra Cina e Europa: il globalismo. In materia di energia verde e riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, Cina ed Europa condividono una posizione comune. Tuttavia, non sono sicuro che la Cina abbia colto questo sottinteso: ora che l’Europa sta gradualmente perdendo terreno nella competizione industriale, resta da vedere se avrà ancora la forza di continuare a perseguire l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni di carbonio, a sostenere lo sviluppo dell’industria delle energie verdi e a mantenere la rotta del globalismo. Questo è ormai un punto interrogativo. La Cina non può in alcun modo permettere all’Europa di abbandonare questa nave da guerra; per questo continuo a sostenere che, nell’osservare gli attuali negoziati economici e commerciali tra Cina e UE, piuttosto che concentrarsi su specifiche voci di prodotto, aliquote fiscali o limiti quantitativi all’accesso al mercato, sarebbe meglio riflettere sul motivo per cui questa volta la Cina dia l’impressione di essere più “disponibile al dialogo”: è proprio la riflessione strategica che sta dietro a questo atteggiamento ad essere davvero importante.

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Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Chen Fengxin: Vorrei porre una domanda anche al professor Xin Qiang. Come valuta questi negoziati economici e commerciali tra Cina ed Europa? Prima delle trattative, i politici europei, tra cui il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, sembravano voler unire le forze per assumere una posizione più dura nei confronti della Cina, arrivando persino a mettere in conto una rottura delle relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Tuttavia, dopo aver raggiunto un consenso in brevissimo tempo, il passo successivo non è stato quello di consolidare i risultati ottenuti, bensì di discutere se estendere tali accordi ad altri settori industriali. Come valuta questo approccio europeo, che consiste nel continuare a combattere e allo stesso tempo inasprire la situazione?

Xin Qiang: Si tratta probabilmente di una strategia utilizzata da tutti i paesi nel corso dei negoziati; tuttavia, nei paesi occidentali, compresi quelli europei, i politici sono costretti a prendere posizioni rigide per ragioni di politica interna ed elettorale. Naturalmente, la possibilità di assumere toni duri e di agire con fermezza dipende dalla capacità e dalla forza di cui si dispone.

La Cina non ha mai amato particolarmente questo genere di cose, ed è per questo che, come vedete, continuiamo a ribadire la necessità di sostenere, approfondire ed espandere la globalizzazione, di continuare a sventolare la bandiera del libero scambio e di opporci al protezionismo. Nei negoziati con l’Europa, non usiamo mai parole dure a cuor leggero; ribadiamo costantemente la nostra disponibilità a sederci al tavolo delle trattative, a promuovere il continuo ampliamento degli interessi comuni tra Cina ed Europa, ad aumentare la torta e poi a pensare a come dividerla, anziché ricorrere a un gioco a somma zero in cui uno vince e l’altro perde.

Tuttavia, in passato gli Stati Uniti e l’Occidente sembravano ritenere che il loro modo di agire fosse piuttosto efficace, finché un giorno, trovandosi di fronte a un ostacolo insormontabile, si sono resi conto che questo tipo di retorica e di strategia negoziale, di fronte ad attori davvero potenti, spesso può portare a un’umiliazione o a mettere se stessi in una situazione molto imbarazzante. All’epoca, nonostante i dazi esorbitanti del 145% imposti da Trump, alla fine sono stati proprio gli Stati Uniti a ritirarsi con la coda tra le gambe, cercando una via d’uscita per raggiungere una tregua commerciale con la Cina.

L’Europa si è mai chiesta se possiede la stessa forza degli Stati Uniti? Quando la Cina usa toni decisi, l’Europa ha la stessa sicurezza degli Stati Uniti? Dispone delle stesse carte da giocare? È evidente che l’Europa non può assolutamente essere paragonata agli Stati Uniti. Se la Cina si comporta così nei confronti degli Stati Uniti, come potrebbe mai fare concessioni sostanziali di fronte alle minacce vuote dell’Europa?

Alcuni politici europei ed americani, per raccogliere voti e sostegno politico a livello nazionale, iniziano con dichiarazioni forti, rimandando a più tardi la questione della loro realizzabilità, perché chissà, magari tra qualche giorno non saranno più in carica: assumersi la responsabilità è un’altra storia, o magari non dovranno assumersela affatto. Non prendono minimamente in considerazione il danno che tali dichiarazioni possano causare alla popolazione del proprio Paese, né le perdite in termini di benessere e qualità della vita. Molti politici – e lo dico senza mezzi termini – sono politici senza scrupoli, che fondamentalmente approfittano di ogni singolo giorno in cui sono al potere; quando un giorno lasceranno la carica, lasceranno dietro di sé un disastro, ma tanto non è un problema loro, è un problema di chi verrà dopo di loro, e lui o lei non dovrà riflettere seriamente né assumersi alcuna responsabilità.

Nei negoziati commerciali tra Cina e Occidente, così come in ogni tipo di questione – che si tratti di politica, diplomazia o controversie sulla sovranità territoriale – gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre seguito lo stesso schema per anni; la Cina se ne è ormai abituata e ne ha compreso a fondo le dinamiche. La Cina ha delle carte da giocare? Certamente sì: se non le avesse, come potrebbe costringere gli Stati Uniti a cedere alla fine? E se la Cina volesse infliggere un duro colpo all’Europa, avrebbe delle carte da giocare? Certamente sì, e sarebbero persino molto più numerose di quelle che ha a disposizione contro gli Stati Uniti. Ritengo che i politici europei, purché dotati di conoscenze di base, ne siano ben consapevoli. Eppure ora l’Europa sta alzando la voce più di chiunque altro, ma cosa ha ottenuto realmente dalla Cina?

Quando diciamo che ogni mossa deve andare a segno, chiunque abbia un po’ di buon senso capisce la potenza della cosiddetta strategia cinese di “colpire il punto vitale”. Ad esempio, qualche giorno fa alcuni media hanno rivelato che un’azienda sconosciuta, forse addirittura ignota al grande pubblico, è in realtà un fornitore chiave delle litografiche ASML olandesi. Di fatto, se la Cina riuscisse a bloccare questa singola azienda, potrebbe interrompere completamente l’intera catena di approvvigionamento per la produzione delle litografiche. Quale paese potrebbe permettersi un costo del genere? L’Olanda sarebbe disposta a sopportarlo? L’Europa potrebbe sopportarlo? O addirittura il mondo intero? D’altra parte, dato che comunque non possiamo acquistare le litografiche di fascia più alta, stringervi un po’ il collo non avrebbe alcun impatto o danno reale per la Cina.

Naturalmente, noi non addetti ai lavori non possiamo comprendere nei dettagli e in modo così specifico questa strategia così precisa, ma credo che il Ministero del Commercio cinese, il Ministero degli Affari Esteri o le aziende interessate abbiano già analizzato a fondo queste questioni nel corso degli anni, individuando davvero il “punto debole”.

Ritengo quindi che l’Europa stia commettendo un errore strategico. Di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, la scelta più saggia per l’Europa sarebbe quella di collaborare con la Cina e sedersi al tavolo delle trattative per discutere di come eliminare le barriere commerciali, ridurre quelle non tariffarie, promuovere la cooperazione economica tra Cina e Europa e contrastare insieme la “bastone tariffario” degli Stati Uniti, nonché le restrizioni commerciali, i controlli sulle esportazioni e altre misure di coercizione economica unilaterali.

Ma l’Europa ora non è così. Da un lato nutre risentimento nei confronti degli Stati Uniti, ma non può fare altro che piegarsi; dall’altro, cerca di scaricare il danno subito sulla Cina, arrivando persino a esercitare pressioni su di essa per ottenere un risarcimento. Qual è il risultato finale? È proprio il doppio misto Cina-Stati Uniti. In futuro, lo spazio di manovra dell’Europa potrebbe ridursi sempre più, mentre i danni ai suoi interessi aumenteranno sempre di più. Naturalmente, questo potrebbe non essere così evidente nell’arco di tre o cinque anni, ma in futuro i cittadini europei, così come l’intero tessuto economico ed ecologico del continente, subiranno danni concreti.

Chen Fengxin: Vorrei intervenire. Sia Xiang Long che il professor Xin Qiang hanno sottolineato che i politici europei sono bravi a fare dichiarazioni forti, ma non sono in grado di agire con fermezza. Quando si tratta di negoziare sul serio, non riescono a separare le relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Questo perché la dipendenza dell’Europa dalla Cina continentale non riguarda il mercato, ma i prodotti.

Vorrei innanzitutto esprimere la mia opinione personale: perché i politici europei sono così propensi a usare toni duri? Ritengo che ci siano due ragioni. In primo luogo, quando un’economia è in declino, è facile ricorrere al nazionalismo, cercare nemici all’esterno e attribuire i problemi interni alla malvagità dei nemici stranieri, nascondendo in questo modo le questioni che si devono risolvere. Si tratta di una situazione che si verifica in qualsiasi economia in declino: è così negli Stati Uniti e lo è ancora di più in Europa. Il secondo motivo è la pressione degli elettori: poiché le elezioni si tengono a intervalli regolari, i politici devono fare i conti con le pressioni esercitate dai diversi gruppi di interesse che rappresentano i vari settori industriali. Attualmente, vedendo la crescita vertiginosa delle auto ibride nella Cina continentale, il settore europeo delle auto elettriche è sottoposto a una pressione enorme, e per questo motivo i politici sperano di poter dare una risposta adeguata.

Ma quale sarà il risultato effettivo? Parlo innanzitutto dei negoziati sul commercio e gli investimenti tra Cina ed Europa: cosa ha ottenuto l’Europa? Ha ottenuto che la Cina continentale acconsentisse a non far crescere così rapidamente il segmento delle auto ibride, in modo da dare all’Europa il tempo di adeguarsi; allo stesso tempo, la Cina può aumentare gli investimenti diretti nei veicoli elettrici in diversi paesi europei. In questo modo, sia i veicoli elettrici che quelli ibridi di marchi cinesi prodotti in Europa non avranno bisogno di ricorrere ai contingenti tariffari. Ritengo quindi che la Cina continentale abbia chiarito la propria posizione: anche lo stabilimento BYD in Ungheria ha già iniziato a effettuare le spedizioni e potrà aumentare le consegne di questo tipo di veicoli senza ricorrere ai contingenti tariffari.

Ho però notato una cosa, su cui bisognerà prestare attenzione in futuro quando l’UE renderà noti i dettagli, poiché la Cina continentale ha sempre sottolineato la necessità di rispettare le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e di attenersi al principio di non discriminazione. Pertanto, i contingenti tariffari per le auto ibride non possono riguardare solo la Cina continentale, ma devono essere applicati a livello mondiale. Poiché i contingenti cresceranno in modo ordinato sulla base del valore delle esportazioni del 2025, mi chiedo: quale sarà il contingente tariffario che il Giappone potrebbe ottenere?

E cosa ha ottenuto in cambio la Cina continentale? Ha ottenuto gli inverter, un aspetto che forse è sfuggito all’attenzione di molti. Inizialmente l’Europa vietava ai produttori della Cina continentale di esportare nell’Unione Europea, ma ora l’Unione Europea si dice disposta a negoziare, il che ha un che di “scambio alla pari”. Pertanto, se in futuro dovessero introdurre restrizioni di questo tipo anche per i settori chimico e delle materie plastiche, credo che, in primo luogo, il principio di non discriminazione sarà sicuramente rispettato, come deve essere in tutto il mondo; in secondo luogo, ritengo che la questione verrà gestita secondo il principio “prodotto per prodotto”.

Perché si dice che questi leader dell’Unione Europea non siano affatto in grado di prendere decisioni difficili? C’è una cosa che mi ha colpito profondamente: un articolo del “Financial Times” di Londra, che raccoglieva numerosi dati economici e commerciali tra Cina e Europa, menzionava alcuni settori chiave, come quello dei veicoli elettrici, dell’industria automobilistica, dei macchinari e della chimica, in cui le esportazioni dalla Cina continentale verso l’Unione Europea registravano una crescita molto rapida. Ciò che però non viene notato è che la loro competitività è aumentata proprio grazie all’utilizzo di componenti a monte e materie prime provenienti dalla Cina continentale. La catena di approvvigionamento a monte proveniente dalla Cina continentale offre infatti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi, e a parità di qualità non è possibile trovare alternative più economiche. In realtà, la Banca centrale europea ha condotto uno studio secondo cui, dal 2000 al 2022, la catena di approvvigionamento di prodotti intermedi provenienti dalla Cina continentale ha determinato un aumento della produzione industriale nei settori europei correlati pari a circa 0,6 punti percentuali. Poiché il ritmo di crescita della produttività in Europa è molto lento, un aumento di 0,6 punti percentuali rappresenta un incremento davvero significativo.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare è: il fatto che i politici europei usino toni duri ma non siano in grado di agire con fermezza potrebbe danneggiare l’Europa? A prima vista, le loro azioni concrete sembrano piuttosto pragmatiche, ma ritengo che comunque ci sia un danno. In che senso? Questo atteggiamento anestetizza l’opinione pubblica, impedendole di affrontare realisticamente il fatto che la propria competitività sta calando. Tuttavia, per ingraziarsi gli elettori, i politici europei non vogliono affrontare i profondi problemi interni e scaricano tutta la colpa all’esterno. Il risultato è che guadagnano un po’ di tempo, ma una volta ottenuto, non attuano alcuna riforma strutturale al loro interno.

L’esempio più evidente risale al settembre 2024, quando la Commissione europea ha incaricato l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano Draghi di presentare un rapporto su come migliorare la competitività europea, in cui erano elencate 383 azioni da intraprendere. Ogni volta che parlo con amici esperti di economia europea, tutti concordano sul fatto che il rapporto Draghi colga effettivamente nel segno rispetto alle attuali esigenze dell’Europa; tuttavia, a distanza di oltre due anni, solo il 15% circa delle misure è stato effettivamente attuato, mentre le altre sono state accantonate. Ritengo quindi che, in questa situazione, in una prospettiva a lungo termine, il futuro dell’Europa sia effettivamente motivo di maggiore pessimismo.

Vorrei quindi rivolgere una domanda a entrambi: recentemente abbiamo assistito a proteste in Francia che si sono trasformate in rivolte, con atti di violenza, distruzione e saccheggi, e che si sono poi estese all’Italia, al Belgio, al Portogallo e persino all’Albania. Quindi, come abbiamo appena accennato, cosa sta succedendo all’economia europea? E alla competitività europea? Gli elettori accetteranno questo modo di agire, che consiste nell’esternalizzare tutti i problemi ad altri paesi?

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Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Tang Xianglong: Questo è al massimo un palliativo. L’Europa sta attualmente affrontando problemi molto gravi di integrazione interna, fallimenti di governance e fallimenti politici. Le rivolte come quelle che si verificano in Francia stanno diventando sempre più frequenti e non sono più semplici azioni di piazza volte a sostenere una determinata rivendicazione politica. Le proteste di piazza a cui assistiamo oggi non hanno più alcuna rivendicazione specifica; gli atti di violenza e i comportamenti criminali della folla stessa hanno ormai superato di gran lunga i limiti consentiti da un’azione di protesta.

Parigi sta bruciando, la Francia sta bruciando, e questo probabilmente è uno shock per i principali paesi europei. La Francia, dopotutto, è una grande potenza continentale, nonché il paese europeo che più di ogni altro sottolinea la propria sovranità politica, riuscendo in questo meglio persino di paesi come la Germania. Tuttavia, ora che i fallimenti della sua governance sono venuti alla luce, Macron sembra ormai impotente di fronte alla situazione. Allo stesso tempo, lo scontro tra destra e sinistra che emerge attualmente nei sondaggi politici francesi non lascia quasi più spazio alla sopravvivenza di una posizione politica come quella di Macron. In altre parole, se non fosse per il fatto che è il presidente in carica eletto a suo tempo, nell’attuale contesto politico non ci sarebbe spazio né per la figura di Macron né per la sua linea politica. Possiamo sostanzialmente prevedere che, una volta terminato il suo mandato, la posizione di centro-sinistra da lui rappresentata verrà probabilmente messa da parte in breve tempo.

Al momento, la preoccupazione maggiore per l’Europa è che questa situazione di disordine possa diffondersi ulteriormente. La maggior parte dei paesi è ora in preda alla paura, temendo che le proteste possano estendersi. Ma si diffonderanno davvero? Ritengo di sì, poiché sussistono le condizioni per farlo: questi problemi riguardano la Francia, ma anche altri paesi dell’Unione Europea.

Pertanto, di fronte alla situazione attuale in Francia, questi paesi europei manifestano in generale un atteggiamento di compassione, cautela e timore, ritenendo che la situazione sia ormai sul punto di sfuggire al controllo. Ecco perché oggi Macron viene paragonato a Luigi XVI: si pensa che sia destinato alla ghigliottina, oppure che si tratti della fine della Francia.

Per la Cina, è importante evitare di diventare il capro espiatorio dell’attuale caos europeo nell’opinione pubblica: è questo che la Cina deve tenere in guardia. Oggi tutti sanno che i problemi europei sono legati all’economia; sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo, la Cina rischia di diventare il capro espiatorio dell’attuale confusione europea, e non è detto che si riesca a sfuggire a questo destino solo perché lo si desidera. Ritengo che, alla fine, in Europa si leveranno alcune voci che punteranno il dito contro la Cina. Tuttavia, un aspetto relativamente favorevole per la Cina è che le forze di destra attualmente in ascesa in Europa sono generalmente ben disposte nei confronti della Cina, il che le distingue nettamente dalla destra tradizionale e istituzionalista.

Chen Fengxin: Le proteste in Europa si stanno diffondendo molto rapidamente: questo effetto a catena è destinato a durare? Si tratta certamente di una questione economica, ma quali ripercussioni potrebbero avere queste proteste sulla politica interna europea o sulla politica globale?

Xin Qiang: Credo che questa tendenza al diffondersi sia destinata a continuare, soprattutto se consideriamo che in molti paesi in via di sviluppo si stanno verificando fenomeni come la cosiddetta “Primavera araba” o le “rivoluzioni colorate”. Se le potenze statunitensi ed europee non fossero dietro le quinte a fomentare questi movimenti, o addirittura a promuovere cambiamenti di regime, ritengo che tale rabbia e malcontento, comprese eventuali forme di protesta violenta più estreme, pur diffondendosi, non produrrebbero alcun risultato politico concreto, né offrirebbero soluzioni realmente efficaci ai problemi strutturali a livello economico e sociale.

In realtà, che si tratti di proteste o di malcontento, in Europa non si è mai smesso di vederli da decenni. Ma cosa succede dopo un’ondata di proteste, dopo che si è dato sfogo alla violenza e ai saccheggi? Quale problema è stato risolto? Se davvero alcuni problemi potessero essere risolti con questo tipo di comportamenti, l’Europa non sarebbe arrivata al punto in cui si trova oggi, non ci sarebbero proteste violente continue e impossibili da fermare, e naturalmente non ci sarebbe nemmeno la cosiddetta ascesa delle forze di estrema destra.

In realtà, “estrema destra” è un’etichetta che l’Europa ha affibbiato loro. Ma se consideriamo il sistema tradizionale degli Stati-nazione, ovvero il cosiddetto sistema di Westfalia, le cosiddette rivendicazioni dell’estrema destra non sono altro che le classiche rivendicazioni di interesse degli Stati-nazione. Una volta etichettati come «estrema destra», si crea immediatamente l’impressione che si tratti di demoni o fantasmi, come se tutte le loro rivendicazioni fossero irragionevoli, persino estremiste, eretiche e dannose per gli interessi nazionali; votare per loro significherebbe avere una macchia morale. Ritengo che questo sia di per sé un modo di esercitare il controllo sul discorso pubblico, che porta a distorsioni politiche.

Attualmente queste cosiddette forze di estrema destra stanno emergendo con grande rapidità e la loro influenza è in continua espansione. A ciò si accompagna un fermento dell’opinione pubblica, in cui si concentra in particolare l’insoddisfazione per le numerose teorie e politiche attuate negli anni dal sistema politico tradizionale. Ritengo quindi che ogni fenomeno segua un processo di transizione dalla quantità alla qualità. L’Europa è giunta a questo punto? Credo che sia ancora troppo presto per dirlo, ma anche se non dovesse accadere oggi o domani, sicuramente accadrà dopodomani o in un futuro non troppo lontano: finché questi problemi non saranno risolti, prima o poi quel giorno arriverà.

Come possiamo vedere, in molti paesi europei – come hanno appena menzionato il fratello Xianglong e il conduttore, riferendosi alla Francia – le proteste non si sono mai fermate in questi anni. Se dovessimo usare un’espressione che in rete in Cina potrebbe risultare poco educata, come definiremmo queste proteste? In realtà si tratta di rabbia da incompetenza. Si prova rabbia e forte insoddisfazione, ma cosa si può fare? E quali risultati concreti si ottengono? A parte qualche teppista che magari ruba due iPhone da un negozio di lusso o si arricchisce con una borsa di Chanel, si riesce davvero a risolvere i problemi sociali? Riusciranno davvero a far cambiare ai politici al potere le politiche errate attualmente in vigore? Riusciranno a spingerli ad affrontare con la determinazione di chi è disposto a tagliarsi un braccio i problemi che tutti vedono chiaramente? A mio avviso, almeno nell’ambito dell’attuale sistema politico europeo, temo sia difficile sperare che si crei una dinamica del genere in un singolo Paese, figuriamoci in più Paesi o addirittura in tutta Europa. Pertanto, al momento, temo che la gente comune in Europa non abbia altra scelta se non quella di scendere in piazza a distruggere, saccheggiare e sfogare la propria insoddisfazione.

In fin dei conti si tratta solo di un governo eletto tramite voto: spesso oggi si vota per la sinistra, domani per la destra; oggi è così, domani è così. Il avvicendamento dei partiti al potere non è certo una novità, ma i problemi accumulati sono stati davvero risolti? No. Credo che questo schema fisso, che si potrebbe addirittura definire ormai radicato, continuerà a ripetersi in Europa: non solo in Francia, ma in tutti i paesi, compresa la Germania.

A dire il vero, anche se la cosiddetta estrema destra dovesse salire al potere, ad esempio in Germania o in altri paesi — se guardiamo alla situazione degli ultimi due anni, come nel caso dell’Ungheria, che negli anni precedenti era stata etichettata come estrema destra, oggi il vento è cambiato. Questo cambiamento è davvero un bene o un male per l’Ungheria? Se l’estrema destra salisse al potere in Germania, sarebbe un bene o un male per il Paese? E se anche in Francia ci fosse un cambio di governo, sarebbe un bene o un male? Temo che, anche se ci fosse un cambio di governo, di persone o di partiti, i mali cronici accumulati nel corso di decenni non potrebbero essere risolti in breve tempo. A quel punto, assisteremmo solo a una nuova ondata di proteste che si ripetono nelle strade.

Serbia, un dopo elezioni turbolento. Con Chiara Nalli

Su Italia e il Mondo: Si Parla del dopo elezioni in Serbia dall’esito univoco, ma dalle conseguenze alquanto oscure. Dietro l’entusiasmo giovanile si nascondono trame oscure, ma collaudate, che traggono origine dagli ambienti europei comunitari e trovano alimento in una borghesia emergente distante dalla effettiva difesa degli interessi nazionali che afferma di voler sostenere. Un equivoco e una ambiguità che renderà incerto l’esito dello scontro politico che si prospetta sempre più violento. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, Trump si è dato da fare a insinuare un rinnovato attacco all’Iran. Durante i recenti comizi, ha minacciato di “fare un torto all’Iran” come non se ne sono mai visti:

In modo assurdo, pur affermando che l’Iran “non può e non avrà un’arma nucleare”, sostiene poi che tale capacità è ora “sepolta sotto migliaia di tonnellate di roccia”. La domanda logica che ne consegue è: perché, allora, la necessità di ulteriori attacchi? È la solita contraddizione.

Il Wall Street Journal riporta che l’operazione di salvataggio di Hormuz, condotta dagli Stati Uniti, costa ora ai contribuenti americani la cifra esorbitante di 2-3 miliardi di dollari al mese per il suo mantenimento:

https://www.wsj.com/politics/national-security/inside-the-us-militarys-open-ended-mission-to-keep-gulf-oil-flowing-0f4cbbc4

Attualmente gli Stati Uniti hanno 50.000 soldati e 20 navi della Marina impegnati in Medio Oriente, e il Congressional Budget Office stima che il conflitto costi agli Stati Uniti dai 2 ai 3 miliardi di dollari al mese, poiché il Pentagono consuma munizioni, carburante per aerei e rifornimenti per sostenere le proprie operazioni.

Secondo un nuovo rapporto del Congressional Budget Office , il costo totale del conflitto armato con l’Iran finora ha superato i 38 miliardi di dollari, cifra che non include nemmeno gli altri costi accessori generati indirettamente dalla guerra:

Costi operativi, logistici e di mantenimento del Dipartimento della Difesa.

Secondo le stime del CBO, al 1° agosto 2026 il conflitto armato con l’Iran è costato al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari. Tale importo comprende i costi di sostituzione delle munizioni esaurite e delle attrezzature perse in battaglia, l’aumento delle ore di volo, altre operazioni e l’incremento dei costi del carburante.

Questi costi in continua e spropositata servono tutti a promuovere l’agenda politica di Trump, secondo cui gli Stati Uniti “controllano” Hormuz e facilitano senza problemi il transito di energia globale. In realtà, questa narrazione continua a presentare diverse incongruenze.

Reuters riferisce che l’Iran ha continuato a trasportare silenziosamente gas e carburante per aerei attraverso lo stretto di Hormuz, nonostante il controllo “ferreo” esercitato dagli Stati Uniti su tale area.

Un’analisi condotta dal gruppo di pressione statunitense United Against Nuclear Iran (UANI), che monitora il traffico di petroliere legate all’Iran utilizzando il tracciamento navale e satellitare, mostra che almeno otto navi cisterna che trasportano GPL iraniano hanno lasciato il Golfo dell’Oman da metà luglio.

Un’altra petroliera che trasportava carburante per aerei iraniano ha raggiunto il Myanmar a settembre, come dimostrano ulteriori immagini satellitari e analisi del gruppo di intelligence marittima SynMax.

Un’analisi di Reuters sulle navi e sulle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense ha rivelato che sei delle otto navi cisterna per gas e la nave cisterna per carburante per aerei sono soggette a sanzioni statunitensi per il trasporto di prodotti petroliferi e petrolchimici iraniani.

Allo stesso tempo, Bloomberg scrive che l’amministrazione Trump sta procedendo alla legittimazione delle petroliere della precedente flotta “ombra”:

L’amministrazione Trump sta consentendo alle petroliere soggette a sanzioni di avviare una procedura per poter iniziare a trasportare legalmente petrolio greggio , ha dichiarato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright.

Gli investitori propongono di acquistare petroliere inattive soggette a sanzioni, ristrutturarle e utilizzarle per trasportare petrolio non soggetto a sanzioni, ha dichiarato Wright lunedì durante un evento di Citadel Securities a New York.

“Sposteremo alcune navi da quella che io chiamo la ‘flotta dei cattivi’ alla ‘flotta dei buoni'”, ha detto Wright. “Non trasporteranno più petrolio soggetto a sanzioni.”

La vicenda rivela che dietro le quinte le cose non sono così semplici come sembrano. Abbiamo scritto più volte di accordi segreti e strette di mano sottobanco che permettono a diversi prodotti energetici di attraversare lo stretto, nonostante le affermazioni di “blocchi”.

L’amministrazione è costretta a giocare su due fronti: da un lato, Trump ha bisogno dell’immagine di un blocco efficace e “inattaccabile”, dall’altro ha disperatamente bisogno che l’energia continui a fluire per sostenere l’economia in difficoltà alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.

Naturalmente, secondo Trump, va tutto bene:

Mentre il Presidente degli Stati Uniti si dibatte con il suo trito e ritrito gioco di prestigio, l’Iran ha consolidato la sua posizione di egemone regionale, ereditata a seguito dello storico errore militare di Trump.

Il 26 ottobre, rappresentanti di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono giunti a Teheran per importanti colloqui. Tra questi figuravano il Capo di Stato Maggiore del Pakistan, Asim Munir, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, Khalid bin Salman, e il capo dell’agenzia di intelligence turca (MIT), Ibrahim Kalin.

Notizie quotidiane dall’Iran@DailyIranNews Alti funzionari di Iran, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita posano per una foto di gruppo durante il loro incontro quadrilaterale a Teheran. L’Iran è il pacificatore in Medio Oriente e l’UNICA potenza egemone nella regione. BENVENUTI NELL’ERA DELLA PERSIA! 23:13 · 26 ottobre 2026·17.300 visualizzazioni26 risposte·97 condivisioni·504 Mi piace

Il quadro era inequivocabile. La guerra ha dimostrato che l’Iran si sta affermando come il centro di potere per eccellenza del Medio Oriente, dove le grandi potenze delle nazioni periferiche sono costrette a inchinarsi.

L’incontro è stato ospitato, in particolare, dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsan Rezaei, che è emerso come una figura chiave in Iran agli occhi degli Stati Uniti:

Giuseppe Haboush@jhaboush L’intelligence statunitense ha concluso che Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader delle Guardie Rivoluzionarie, è il nodo centrale del regime e collabora strettamente con i funzionari che sovrintendono all’economia iraniana. 02:45 · 30 ottobre 2026·120.000 visualizzazioni51 risposte·29 condivisioni·153 Mi piace

Il Washington Post scrive che la Casa Bianca sta corteggiando Rezaei nella speranza che diventi l’ influente funzionario iraniano in grado di porre fine al conflitto. JD Vance si è impegnato personalmente per ottenere un incontro con il nuovo e influente personaggio iraniano.

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/10/29/white-house-sees-an-iranian-hard-liner-best-hope-peace/

Con l’aumentare del rischio di un rinnovato conflitto con l’Iran, il vicepresidente JD Vance ha inviato un messaggio al leader ultraconservatore di Teheran. dicendo che È pronto a incontrarlo personalmente per discutere una soluzione negoziata alla guerra.

La scorsa settimana Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei , segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La lettera e il suo intento mi sono stati descritti da un funzionario statunitense a conoscenza dei negoziati. Il messaggio è stato reso pubblico per la prima volta dal Wall Street Journal.

La tempistica è intrigante: arriva subito dopo che Rezaei ha ospitato importanti leader militari e dell’intelligence mediorientale, il che suggerisce che l’amministrazione Trump sia diventata preoccupata e invidiosa della crescente influenza e del potere dell’Iran, e sia disperata di intervenire estorcendo risposte su cosa sia stato discusso e concordato direttamente dal padrone di casa.

Una delle principali preoccupazioni per gli Stati Uniti è stata senza dubbio l’ annuncio che uno dei punti focali dell’incontro fosse l’enfasi sul fatto che la sicurezza regionale dovrebbe essere gestita endogenamente dagli stessi membri della regione:

Teheran, IRNA – Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), Mohsen Rezaei, ha dichiarato che una riunione quadrilaterale tenutasi a Teheran, alla quale hanno partecipato alti funzionari di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ha sottolineato la necessità di garantire la sicurezza in Medio Oriente dall’interno della regione, senza interferenze straniere.

Come segnale chiaro e inequivocabile rivolto agli Stati Uniti, rappresenta il declino dell’influenza americana agli occhi delle potenze mediorientali, che hanno assistito in prima persona al fallimento dell’America nell’imporre la propria volontà al gigante iraniano nello Stretto di Hormuz.

In una lettera inviata direttamente a Rezaei, Vance descrive l’ex leader delle Guardie Rivoluzionarie come l’unico uomo in grado di promuovere un accordo per fermare il programma nucleare iraniano – lo stesso che Trump ha seppellito sotto migliaia di tonnellate di roccia – e si dice che sia tra le poche persone in costante contatto con l’enigmatica Guida Suprema Mojtaba Khamenei:

L’iniziativa di Vance riflette la convinzione dell’amministrazione Trump che Rezaei sia il punto di contatto essenziale a Teheran e l’unica persona in grado di costruire un consenso attorno a un accordo per fermare il programma nucleare. Funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che Rezaei sia in contatto regolare con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei e che i due abbiano comunicato negli ultimi giorni , da quando è stata ricevuta la lettera di Vance. Se dovesse aver luogo un incontro, ha affermato il funzionario statunitense, i luoghi più probabili sarebbero Istanbul o Doha, in Qatar.

Non sorprende che l’articolo del Washington Post sottolinei come dietro l’urgenza si celi la convinzione degli Stati Uniti che la finestra di pace “potrebbe chiudersi” a causa delle pressioni israeliane per un’ulteriore escalation militare. Leggendo tra le righe, si comprende appieno la situazione: l’atto disperato e senza precedenti di Vance di contattare direttamente un ex capo delle Guardie Rivoluzionarie per un incontro personale ha lo scopo di prevenire quella che sa essere un’imminente provocazione israeliana che trascinerebbe ancora una volta gli Stati Uniti in una disastrosa continuazione della guerra.

La Casa Bianca ritiene che la finestra di opportunità per raggiungere un accordo senza un ritorno alla guerra si stia chiudendo. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un cambio di regime come unica via “per eliminare questa minaccia una volta per tutte”. Dopo l’inaspettata e forte performance alle elezioni di martedì, Netanyahu conserva un ruolo decisivo in Israele. Il Presidente Donald Trump ha affermato di voler “portare a termine il lavoro” in Iran e il Pentagono sta intensificando l’invio di truppe nella regione. Ma è chiaro che Trump e Vance preferiscono un accordo pacifico a un nuovo conflitto.

In sintesi: gli Stati Uniti sono ora ricorsi a supplicare le Guardie Rivoluzionarie per un accordo al fine di tenere a bada l’avanzata israeliana, poiché non hanno il potere di limitare il controllo di Israele sul governo e sulla politica statunitensi.

La nuova campagna di attacchi, appena promessa, sarà probabilmente la più debole e meno efficace di tutte. Questo perché, a questo punto, le vanterie di Trump sono diventate inversamente proporzionali alle capacità del suo esercito, dato il degrado storico che il conflitto ha inflitto alle forze armate.

Mario Nawfal@MarioNawfal L’esercito statunitense ha spostato un’enorme quantità di equipaggiamento in Medio Oriente. Un’analisi di Hunterbrook traccia circa 193 voli cargo C-17 e C-5M dell’aeronautica statunitense nella regione tra il 29 settembre e il 29 ottobre. La base aerea di Ramstein in Germania ha… 21:17 · 30 ottobre 2026·48.300 visualizzazioni32 risposte·99 condivisioni·379 Mi piace

Oltretutto, l’Iran ha ricostituito gran parte di ciò che era andato perduto durante la guerra e ora ha una comprensione molto più approfondita delle tattiche statunitensi. Gli Stati Uniti si trovano anche in una situazione di grave svantaggio rispetto al primo conflitto, avendo perso ingenti risorse regionali sotto forma di basi, nodi di comando e controllo, installazioni radar, droni ISR ​​(Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e morale delle truppe. Di fatto, la capacità degli Stati Uniti di colpire in profondità all’interno dell’Iran è ora messa in discussione, soprattutto dopo l’esaurimento delle principali munizioni a lungo raggio. Qualsiasi attacco futuro probabilmente continuerebbe a concentrarsi su installazioni costiere insignificanti e grandi infrastrutture civili come le centrali elettriche, che possono essere colpite anche da munizioni economiche a bassa precisione come il drone “Lucas”, una copia dello Shahed.

Ecco perché continuano a circolare voci secondo cui, al di là delle apparenze, gli Stati Uniti starebbero segretamente chiedendo all’Iran il permesso di colpire obiettivi strategici senza subire ritorsioni:

Il rapporto Hormuz@HormuzReport ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore. Ghoroghi ha scritto che… 02:01 · 17 ottobre 2026·672.000 visualizzazioni169 risposte·487 condivisioni·2.720 Mi piace

ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore.

Ghoroghi ha scritto che “l’America ha chiesto all’Iran di permettere un attacco a Pickaxe Mountain senza reagire”.

Se, come previsto, gli Stati Uniti riprenderanno un massiccio attacco contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, si tratterà probabilmente di una messa in scena ancora più imponente di prima, il cui scopo sarà quello di permettere a Trump di segnalare una “vittoria” che gli consentirà di salvare la faccia e di uscire dalla guerra.


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