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Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, Trump si è dato da fare a insinuare un rinnovato attacco all’Iran. Durante i recenti comizi, ha minacciato di “fare un torto all’Iran” come non se ne sono mai visti:
In modo assurdo, pur affermando che l’Iran “non può e non avrà un’arma nucleare”, sostiene poi che tale capacità è ora “sepolta sotto migliaia di tonnellate di roccia”. La domanda logica che ne consegue è: perché, allora, la necessità di ulteriori attacchi? È la solita contraddizione.
Il Wall Street Journal riporta che l’operazione di salvataggio di Hormuz, condotta dagli Stati Uniti, costa ora ai contribuenti americani la cifra esorbitante di 2-3 miliardi di dollari al mese per il suo mantenimento:
Attualmente gli Stati Uniti hanno 50.000 soldati e 20 navi della Marina impegnati in Medio Oriente, e il Congressional Budget Office stima che il conflitto costi agli Stati Uniti dai 2 ai 3 miliardi di dollari al mese, poiché il Pentagono consuma munizioni, carburante per aerei e rifornimenti per sostenere le proprie operazioni.
Secondo un nuovo rapporto del Congressional Budget Office , il costo totale del conflitto armato con l’Iran finora ha superato i 38 miliardi di dollari, cifra che non include nemmeno gli altri costi accessori generati indirettamente dalla guerra:
Costi operativi, logistici e di mantenimento del Dipartimento della Difesa.
Secondo le stime del CBO, al 1° agosto 2026 il conflitto armato con l’Iran è costato al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari. Tale importo comprende i costi di sostituzione delle munizioni esaurite e delle attrezzature perse in battaglia, l’aumento delle ore di volo, altre operazioni e l’incremento dei costi del carburante.
Questi costi in continua e spropositata servono tutti a promuovere l’agenda politica di Trump, secondo cui gli Stati Uniti “controllano” Hormuz e facilitano senza problemi il transito di energia globale. In realtà, questa narrazione continua a presentare diverse incongruenze.
Un’analisi condotta dal gruppo di pressione statunitense United Against Nuclear Iran (UANI), che monitora il traffico di petroliere legate all’Iran utilizzando il tracciamento navale e satellitare, mostra che almeno otto navi cisterna che trasportano GPL iraniano hanno lasciato il Golfo dell’Oman da metà luglio.
Un’altra petroliera che trasportava carburante per aerei iraniano ha raggiunto il Myanmar a settembre, come dimostrano ulteriori immagini satellitari e analisi del gruppo di intelligence marittima SynMax.
Un’analisi di Reuters sulle navi e sulle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense ha rivelato che sei delle otto navi cisterna per gas e la nave cisterna per carburante per aerei sono soggette a sanzioni statunitensi per il trasporto di prodotti petroliferi e petrolchimici iraniani.
Allo stesso tempo, Bloomberg scrive che l’amministrazione Trump sta procedendo alla legittimazione delle petroliere della precedente flotta “ombra”:
L’amministrazione Trump sta consentendo alle petroliere soggette a sanzioni di avviare una procedura per poter iniziare a trasportare legalmente petrolio greggio , ha dichiarato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright.
Gli investitori propongono di acquistare petroliere inattive soggette a sanzioni, ristrutturarle e utilizzarle per trasportare petrolio non soggetto a sanzioni, ha dichiarato Wright lunedì durante un evento di Citadel Securities a New York.
“Sposteremo alcune navi da quella che io chiamo la ‘flotta dei cattivi’ alla ‘flotta dei buoni'”, ha detto Wright. “Non trasporteranno più petrolio soggetto a sanzioni.”
La vicenda rivela che dietro le quinte le cose non sono così semplici come sembrano. Abbiamo scritto più volte di accordi segreti e strette di mano sottobanco che permettono a diversi prodotti energetici di attraversare lo stretto, nonostante le affermazioni di “blocchi”.
L’amministrazione è costretta a giocare su due fronti: da un lato, Trump ha bisogno dell’immagine di un blocco efficace e “inattaccabile”, dall’altro ha disperatamente bisogno che l’energia continui a fluire per sostenere l’economia in difficoltà alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.
Naturalmente, secondo Trump, va tutto bene:
Mentre il Presidente degli Stati Uniti si dibatte con il suo trito e ritrito gioco di prestigio, l’Iran ha consolidato la sua posizione di egemone regionale, ereditata a seguito dello storico errore militare di Trump.
Il 26 ottobre, rappresentanti di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono giunti a Teheran per importanti colloqui. Tra questi figuravano il Capo di Stato Maggiore del Pakistan, Asim Munir, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, Khalid bin Salman, e il capo dell’agenzia di intelligence turca (MIT), Ibrahim Kalin.
Il quadro era inequivocabile. La guerra ha dimostrato che l’Iran si sta affermando come il centro di potere per eccellenza del Medio Oriente, dove le grandi potenze delle nazioni periferiche sono costrette a inchinarsi.
L’incontro è stato ospitato, in particolare, dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsan Rezaei, che è emerso come una figura chiave in Iran agli occhi degli Stati Uniti:
Il Washington Post scrive che la Casa Bianca sta corteggiando Rezaei nella speranza che diventi l’ influente funzionario iraniano in grado di porre fine al conflitto. JD Vance si è impegnato personalmente per ottenere un incontro con il nuovo e influente personaggio iraniano.
Con l’aumentare del rischio di un rinnovato conflitto con l’Iran, il vicepresidente JD Vance ha inviato un messaggio al leader ultraconservatore di Teheran.dicendo cheÈ pronto a incontrarlo personalmente per discutere una soluzione negoziata alla guerra.
La scorsa settimana Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei , segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La lettera e il suo intento mi sono stati descritti da un funzionario statunitense a conoscenza dei negoziati. Il messaggio è stato reso pubblico per la prima volta dal Wall Street Journal.
La tempistica è intrigante: arriva subito dopo che Rezaei ha ospitato importanti leader militari e dell’intelligence mediorientale, il che suggerisce che l’amministrazione Trump sia diventata preoccupata e invidiosa della crescente influenza e del potere dell’Iran, e sia disperata di intervenire estorcendo risposte su cosa sia stato discusso e concordato direttamente dal padrone di casa.
Teheran, IRNA – Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), Mohsen Rezaei, ha dichiarato che una riunione quadrilaterale tenutasi a Teheran, alla quale hanno partecipato alti funzionari di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ha sottolineato la necessità di garantire la sicurezza in Medio Oriente dall’interno della regione, senza interferenze straniere.
Come segnale chiaro e inequivocabile rivolto agli Stati Uniti, rappresenta il declino dell’influenza americana agli occhi delle potenze mediorientali, che hanno assistito in prima persona al fallimento dell’America nell’imporre la propria volontà al gigante iraniano nello Stretto di Hormuz.
In una lettera inviata direttamente a Rezaei, Vance descrive l’ex leader delle Guardie Rivoluzionarie come l’unico uomo in grado di promuovere un accordo per fermare il programma nucleare iraniano – lo stesso che Trump ha seppellito sotto migliaia di tonnellate di roccia – e si dice che sia tra le poche persone in costante contatto con l’enigmatica Guida Suprema Mojtaba Khamenei:
L’iniziativa di Vance riflette la convinzione dell’amministrazione Trump che Rezaei sia il punto di contatto essenziale a Teheran e l’unica persona in grado di costruire un consenso attorno a un accordo per fermare il programma nucleare. Funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che Rezaei sia in contatto regolare con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei e che i due abbiano comunicato negli ultimi giorni , da quando è stata ricevuta la lettera di Vance. Se dovesse aver luogo un incontro, ha affermato il funzionario statunitense, i luoghi più probabili sarebbero Istanbul o Doha, in Qatar.
Non sorprende che l’articolo del Washington Post sottolinei come dietro l’urgenza si celi la convinzione degli Stati Uniti che la finestra di pace “potrebbe chiudersi” a causa delle pressioni israeliane per un’ulteriore escalation militare. Leggendo tra le righe, si comprende appieno la situazione: l’atto disperato e senza precedenti di Vance di contattare direttamente un ex capo delle Guardie Rivoluzionarie per un incontro personale ha lo scopo di prevenire quella che sa essere un’imminente provocazione israeliana che trascinerebbe ancora una volta gli Stati Uniti in una disastrosa continuazione della guerra.
La Casa Bianca ritiene che la finestra di opportunità per raggiungere un accordo senza un ritorno alla guerra si stia chiudendo. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un cambio di regime come unica via “per eliminare questa minaccia una volta per tutte”. Dopo l’inaspettata e forte performance alle elezioni di martedì, Netanyahu conserva un ruolo decisivo in Israele. Il Presidente Donald Trump ha affermato di voler “portare a termine il lavoro” in Iran e il Pentagono sta intensificando l’invio di truppe nella regione. Ma è chiaro che Trump e Vance preferiscono un accordo pacifico a un nuovo conflitto.
In sintesi: gli Stati Uniti sono ora ricorsi a supplicare le Guardie Rivoluzionarie per un accordo al fine di tenere a bada l’avanzata israeliana, poiché non hanno il potere di limitare il controllo di Israele sul governo e sulla politica statunitensi.
La nuova campagna di attacchi, appena promessa, sarà probabilmente la più debole e meno efficace di tutte. Questo perché, a questo punto, le vanterie di Trump sono diventate inversamente proporzionali alle capacità del suo esercito, dato il degrado storico che il conflitto ha inflitto alle forze armate.
Oltretutto, l’Iran ha ricostituito gran parte di ciò che era andato perduto durante la guerra e ora ha una comprensione molto più approfondita delle tattiche statunitensi. Gli Stati Uniti si trovano anche in una situazione di grave svantaggio rispetto al primo conflitto, avendo perso ingenti risorse regionali sotto forma di basi, nodi di comando e controllo, installazioni radar, droni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e morale delle truppe. Di fatto, la capacità degli Stati Uniti di colpire in profondità all’interno dell’Iran è ora messa in discussione, soprattutto dopo l’esaurimento delle principali munizioni a lungo raggio. Qualsiasi attacco futuro probabilmente continuerebbe a concentrarsi su installazioni costiere insignificanti e grandi infrastrutture civili come le centrali elettriche, che possono essere colpite anche da munizioni economiche a bassa precisione come il drone “Lucas”, una copia dello Shahed.
Ecco perché continuano a circolare voci secondo cui, al di là delle apparenze, gli Stati Uniti starebbero segretamente chiedendo all’Iran il permesso di colpire obiettivi strategici senza subire ritorsioni:
ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore.
Ghoroghi ha scritto che “l’America ha chiesto all’Iran di permettere un attacco a Pickaxe Mountain senza reagire”.
Se, come previsto, gli Stati Uniti riprenderanno un massiccio attacco contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, si tratterà probabilmente di una messa in scena ancora più imponente di prima, il cui scopo sarà quello di permettere a Trump di segnalare una “vittoria” che gli consentirà di salvare la faccia e di uscire dalla guerra.
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Uno spettro si aggira per la casta professionale e manageriale (PMC) del mondo occidentale, insieme ai media a loro asserviti e alla loro espressione politica, il Partito. Spettri simili si sono già manifestati in passato, in particolare quelli della Rivoluzione, del Comunismo e della Guerra, e svariati soggetti sono stati indicati come artefici o facilitatori di questi spettri, dai Gesuiti agli Illuminati, dalla Massoneria agli Ebrei, dal KGB alla CIA. Nel momento in cui scrivo, in un contesto di diffusa violenza politica in Europa e con la previsione di ulteriori violenze, i soliti opinionisti sono in prima linea, puntando il dito contro i soliti sospetti.
Eppure lo spettro che ho in mente risale a un secolo fa, e i modi di visualizzarlo e di temerlo sono rimasti pressoché invariati in tutto questo tempo. Il fascismo – poiché è di questo che stiamo parlando – si è annidato come un ragno sgradevole nel mezzo della ragnatela politica da allora. La parola, come diceva George Orwell, “non ha più alcun significato se non nella misura in cui indica ‘qualcosa di indesiderabile'”. È uno di una serie di concetti con un nome ma senza contenuto, un significante senza significato. In questo, come osservava Orwell, assomiglia in parte a parole come “democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realista, giustizia”, che “hanno ciascuna diversi significati inconciliabili tra loro”. Tutto ciò che era possibile allora – e ora è peggio – è una vuota scelta tra parole vuote, alle quali attribuiamo significati che troviamo episodicamente confortanti.
Orwell aveva ragione, però, a sottolineare che mentre il “fascismo”, anche quando scriveva, era un vuoto semantico, un vaso da notte vuoto in attesa di essere riempito da chiunque avesse il potere di farlo, si trattava di un caso estremo. Al contrario, “democrazia”, ”libertà”, ecc., pur essendo di per sé in gran parte prive di un significato condiviso, attraggono difensori, commentatori e analisti che cercano di imporre i propri significati alla parola. Avrete quindi sentito parlare di “democrazia borghese”, “democrazia parlamentare”, “democrazia diretta”, “democrazia guidata”, “democrazia popolare” e molte altre. Le persone discutono animatamente sul significato di “democrazia”, ma la ferocia stessa della lotta per controllarne il significato ci dice che la questione in gioco è importante e merita uno sforzo. Questo perché è molto difficile per chiunque essere contrario alla democrazia nel suo senso letterale di “governo del popolo” o almeno “governo dei cittadini”, quindi è di conseguenza importante poter dettare quale sia una definizione accettabile ed escludere le altre. Al contrario, il fascismo è diverso, se non unico, in quanto i dibattiti autentici, anziché polemici, sulla natura del fascismo sono solitamente lasciati agli specialisti: tutto ciò che bisogna sapere è che il fascismo è una cosa veramente brutta, anche se non si sa bene perché. Pertanto, “salvare la democrazia dal fascismo” è uno slogan profondamente radicato.
La vacuità stessa del termine ha fatto sì che, fin dall’inizio, “fascismo” sia stato strumentalizzato per giustificare le proprie idee politiche, per condannare quelle altrui, ma soprattutto per epurare e disciplinare coloro che, pur appartenendo alla propria fazione, rischiavano di sfuggire al controllo. Poiché il termine non ha praticamente alcun significato al di fuori di un contesto polemico immediato, un’accusa di “fascismo” è di fatto impossibile da confutare. Lo stesso Orwell fu notoriamente accusato di essere “fascista” per aver criticato le stragi e le purghe di Stalin. In effetti, e in parte per ragioni politiche interne a Mosca, i partiti politici non comunisti, persino quelli di ispirazione marxista, venivano regolarmente etichettati come “fascisti”. I grandi partiti socialisti europei venivano liquidati come “socialfascisti”, oggettivi alleati del sistema capitalistico e, in seguito, dei nazisti. Questa politica fu bruscamente invertita dopo il 1933, ma ormai era troppo tardi. Ancora oggi, alcuni storici sono influenzati da questa linea di pensiero, che era, di fatto, obbligatoria sotto pena di scomunica durante il periodo staliniano, e anche in seguito. Molto inchiostro è stato sprecato per sostenere che l’identificazione dei socialisti, piuttosto che dei nazisti, come principale nemico all’inizio degli anni ’30 non fosse il disastroso errore strategico che alcuni affermavano. E, viceversa, l’idea di una sorta di affinità naturale tra il sistema capitalistico e le “forze fasciste” – un altro cliché stalinista contro cui Gramsci mise in guardia i suoi compagni marxisti – è ancora più influente di quanto dovrebbe essere, non essendo supportata dalle prove dell’epoca.
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È quindi facile capire perché “fascista” sia un termine dispregiativo così diffuso, e per di più l’insulto per eccellenza da rivolgere a un partito politico o a un politico che non piace. È praticamente privo di significato e intrinsecamente negativo. Nessuno lo difenderà, tutti sosterranno di non essere fascisti ma che forse tu lo sei e, soprattutto, nessuno si chiederà mai “cosa intendi con questo?”. (Non ricordo quanti articoli dal titolo tipo “Trump è un fascista?” ho letto senza alcuna conoscenza o interesse per il significato della parola. Bastano pochi parallelismi con personaggi sgradevoli del passato e il gioco è fatto). Allo stesso modo, tutti gli articoli sensazionalistici che chiedono “ci stiamo muovendo verso uno stato fascista?” non si interessano minimamente a come fossero realmente gli stati fascisti , ma si limitano a condannare individui e movimenti odierni per associazione tendenziosa.
Questo è importante, perché sono sempre più convinto che la Destra, come la definirò, arriverà al potere in diversi stati occidentali, non necessariamente solo attraverso le urne, e non si tratterà della Destra neoliberale filo-Bruxelles. Questo processo includerà quasi certamente la violenza – una continuazione di ciò che abbiamo già visto – ma non credo che la Destra dovrà affrontare una sfida organizzata da parte della Sinistra, che si limiterà agli insulti e ai gesti simbolici che faranno sentire eroici i suoi sostenitori. Ma non sarà, e per ragioni che spiegherò non può essere, nulla di simile al “Fascismo” storico, e prima la gente smetterà con questo stupido discorso, meglio sarà per tutti.
Casualmente, mentre rimandavo l’inizio della stesura di questo paragrafo, stavo guardando in diretta televisiva l’inizio delle manifestazioni a Parigi e Marsiglia, e anche a Orléans il 24 ottobre, dove il Rassemblement national teneva la sua conferenza annuale. La maggior parte dei cartelli erano fatti in casa, alcuni molto specifici come “al Rassemblement national non dovrebbe essere permesso di tenere conferenze”, altri facevano riferimento alle rivendicazioni degli studenti, molti si lamentavano di problemi economici, e altri ancora inveivano vagamente contro un fascismo già presente o imminente.
Eppure, come molte manifestazioni simili a cui ho assistito nel corso degli anni, aveva il carattere comodo, autocelebrativo, monolitico e superficiale di una manifestazione contro il peccato organizzata dalla Chiesa cattolica. I partecipanti intervistati avevano generalmente cose sensate da dire e le loro lamentele erano spesso ben espresse. Ma mancava la consapevolezza di come tali lamentele potessero essere affrontate, per non parlare di come potessero essere combinate, e ancor meno risolte: forse, come ho suggerito la settimana scorsa , abbiamo superato quella fase e tutto ciò che rimane è la rabbia.
Nelle ultime settimane è diventato un cliché affermare che la violenza e i disordini nelle strade rafforzeranno la destra politica in Francia, e questo è molto probabilmente vero. Marine Le Pen continua a seguire la valida tattica politica di non interrompere mai gli avversari quando commettono un errore, mantenendo un atteggiamento da statista, pur tenendo a bada i suoi luogotenenti più impulsivi. Se questo la porterà all’Eliseo nel 2027 – e con quale meccanismo – è impossibile dirlo, e molto dipenderà da chi sarà il suo avversario al secondo turno, se ci sarà. Ma ovviamente esistono altri partiti di destra, e le elezioni non sono l’unico modo in cui “la Destra” (o teoricamente la “Sinistra”) può arrivare al potere. Per comprendere quali altre possibilità (e pericoli) ci siano, e quali opzioni siano probabilmente escluse, dobbiamo fare qualcosa che pochi si prendono la briga di fare, ovvero esaminare l’eredità moderna della destra francese e alcune delle forme che ha assunto. Fortunatamente, alcuni coraggiosi esploratori lo hanno già fatto.
La distinzione fondamentale tra destra e sinistra un secolo fa risiedeva nel fatto che la destra antidiluviana, che all’epoca dominava, guardava con nostalgia al governo della monarchia e all’influenza della Chiesa. Il suo obiettivo principale era rovesciare la Repubblica laica del 1870, dopo la quale si sarebbe potuto costruire uno stato conservatore forte e disciplinato. Anche se il ritorno letterale di un re era improbabile (c’erano comunque due pretendenti), il desiderio di un governo forte spinse l’esercito, la Chiesa e gran parte della classe dirigente a sostenere Pétain e a opporsi a De Gaulle nel 1940. Quella destra arcaica scomparve in gran parte dopo il 1945, e con essa la (piccolissima) destra nazionalista di estrema destra, ma la tendenza sopravvive nelle famiglie dell’antica aristocrazia di Versailles che da generazioni forniscono generali, banchieri, diplomatici e prefetti alla Repubblica. Non sono numerose, ma potrebbero diventare influenti a un certo punto.
D’altro canto, una delle distinzioni più fondamentali e meno comprese in politica è quella tra partiti di sinistra e partiti socialisti. Coloro che presero il controllo della Rivoluzione francese dopo i primi anni appartenevano alla sinistra (poiché sostenevano la Repubblica e auspicavano un cambiamento politico significativo), ma non erano socialisti. Erano, per usare un termine più appropriato, liberali, nel senso che la loro organizzazione (e il loro elettorato) proveniva in gran parte dalle nuove classi medie commerciali e professionali il cui potere era stato liberato dalla Rivoluzione. I loro discendenti formarono il Partito Radicale, non il Partito Socialista. Erano avvocati e dentisti, così come la Destra Tradizionale potrebbe essere rappresentata dai banchieri, e i socialisti erano spesso insegnanti. Senza dubbio, questa è l’origine della famosa osservazione fatta dal Presidente Chirac a Blair: “Io sono un uomo di sinistra, vede, mentre lei è un uomo di destra”. Ma sebbene questa corrente si considerasse di sinistra, ciò non le impedì di collaborare occasionalmente con la destra tradizionale per contrastare iniziative socialiste: l’esempio più famoso è la violenta e sanguinosa distruzione della Comune di Parigi nel 1871.
Finora ho parlato poco del fascismo, che non ebbe grande influenza in Francia, ma che è comunque l’argomento scelto per questa settimana. Bene, allora. La cosa più strana del fascismo è che apparentemente ci sia così tanto disaccordo al riguardo. Le sue origini, come racconterò, sono semplici e legate a un periodo storico preciso, e la sua ideologia, per quanto ne avesse una, non era molto più sottile di un pugno in faccia. In effetti, era praticamente tutto ciò che rappresentava. Gli stessi fascisti non lo nascondevano mai: anzi, si compiacevano dell’azione a discapito della riflessione. Il punto, però, è che se il fascismo può essere definito retrospettivamente come qualcosa che non era, o molto di più di quello che era, allora si aprono tutta una serie di interessanti possibilità per definire “fascisti” i propri nemici contemporanei. Altrimenti bisogna pensare ad altri insulti meno memorabili. Ignorando quindi ciò che i fascisti dicevano realmente, confondendo deliberatamente i confini tra l’ideologia iniziale e il comportamento successivo al potere, si può creare un fascismo su misura e applicarlo a chiunque o a qualsiasi organizzazione si desideri. (I miei genitori pensavano che la Gran Bretagna del dopoguerra stesse diventando “un po’ come la Germania di Hitler” a causa del razionamento alimentare e del crescente ruolo dello Stato).
Ebbene, il fascismo nacque in un luogo e in un tempo ben precisi, e fu tanto un movimento estetico quanto politico. Come movimento politico ebbe un successo solo moderato in Italia, venendo in gran parte domato dalle strutture di potere esistenti nel giro di un decennio, ma una versione diversa riscosse maggiore successo in Germania. Venerava la modernità, la tecnologia, il populismo, la rottura degli schemi e la violenza, e credeva che il mondo degli inizi del Novecento stesse cambiando radicalmente. Significativamente, il suo Manifesto Fascista, pubblicato nel 1919, fu scritto in collaborazione nientemeno che da Filippo Marinetti, il cui Manifesto Futurista aveva suscitato grande scalpore nel mondo dell’arte europea nel periodo immediatamente precedente la Prima Guerra Mondiale. I futuristi ammiravano la velocità e la tecnologia, e vedevano il Futuro incarnato prima nell’automobile e poi nell’aeroplano. L’arte, a loro avviso, non poteva essere altro che “violenza, crudeltà e ingiustizia”, e Marinetti arrivò a sostenere un programma fortemente rivoluzionario, distruggendo deliberatamente l’arte del passato e glorificando la guerra come una sorta di igiene. Questa visione ebbe un’influenza sorprendente in molti paesi, sia all’epoca che in seguito. Né si limitò all’arte: il rifiuto viscerale del lungo diciannovesimo secolo si estese, attraverso la moda e la morale, all’azione politica. In tutte le grandi potenze, e soprattutto in quelle sconfitte o, come l’Italia, in crisi, si levavano ovunque le richieste di un rifiuto radicale del passato, di nuovi sistemi politici basati sulla violenza, sul modernismo e sulla tecnologia.
Perché il fascismo trionfasse come movimento politico, erano necessarie le giuste circostanze, che si verificarono nell’Italia del dopoguerra. Si tratta di una storia complessa e intricata, sorprendentemente poco trattata in lingua inglese, se paragonata alla valanga di libri su Hitler e i nazisti. La fluidità e l’imprecisione del fascismo, così come la sua relativa mancanza di successo finale, hanno scoraggiato la pubblicazione di diverse opere di qualità. Per curiosità, ho dato un’occhiata alle prime pagine del sito di Amazon, il cui elenco di libri si è rapidamente trasformato in “Il fascismo da Mussolini a Trump”, confermando in un certo senso la tesi di questo saggio: che il fascismo sia essenzialmente un bersaglio vuoto in cui chiunque può calciare per far valere le proprie ragioni politiche. Esistono storici seri del fascismo e dell’Italia di Mussolini, come Richard Bosworth , ma sono persi in un mare di polemisti e autori che preferirebbero di gran lunga scrivere di Hitler.
Si può ragionevolmente affermare che l’Italia del 1919-22 era nel caos politico dopo una guerra impopolare in cui il paese aveva cambiato schieramento, e dopo la catastrofica sconfitta di Caporetto, nel 1917, che la vittoria di Vittorio Veneto l’anno successivo non riuscì a rimediare. Il paese era in crisi economica, esacerbata da milioni di veterani di guerra disoccupati. Il Partito Socialista Italiano, che aveva ottenuto un terzo dei voti alle elezioni del 1919, aderiva alla Terza Internazionale di Lenin e il suo programma auspicava la “dittatura del proletariato” attraverso la rivoluzione violenta. Anche altri partiti non rivoluzionari ma favorevoli alle riforme ottennero buoni risultati, mentre i tradizionali schieramenti politici subirono gravi perdite e il paese era dilaniato da continue violenze. Il Re e l’Esercito esitarono a intervenire, non volendo rischiare una guerra civile, e fu a questo punto che Mussolini offrì il suo aiuto e la forza combattente degli Squadristi, in genere ex combattenti scontenti. Fu aiutato dalla prima di molte occasioni in cui diverse componenti della Sinistra non riuscirono ad allearsi contro di lui. Posto di fronte alla scelta tra una rivoluzione populista di sinistra che non potevano controllare e una rivoluzione populista di destra che ritenevano di poter controllare, la struttura di potere italiana scelse Mussolini, senza rendersi realmente conto di cosa stesse ottenendo. Ciò che ottennero, naturalmente, fu un sostegno politico in costante aumento per il nuovo Partito Fascista, in un momento in cui il sistema partitico tradizionale si stava sgretolando, e infine la “Marcia su Roma” dell’ottobre 1922 (alla quale Mussolini non partecipò) che sancì il crescente controllo dei fascisti sul sistema politico italiano. Lungi dall’essere lo “strumento di reazione” che speravano, tuttavia, la borghesia, come notò Gramsci all’epoca, evocò qualcosa di “peggiore del diavolo”.
Vorrei soffermarmi ancora un attimo sulla storia di questo periodo, perché su di esso circolano molti miti pericolosi. Il primo e più iniquo è che Mussolini (come Hitler dopo di lui) sia stato “portato al potere” da una popolazione ignorante e indottrinata dalla propaganda. Come abbiamo visto, questo è del tutto falso: Mussolini, come Hitler in seguito, fu portato al potere da una violenza paramilitare organizzata che lo Stato avrebbe potuto contrastare solo con un’enorme perdita di vite umane. Pertanto, l’attuale argomentazione secondo cui i politici e i partiti “estremisti” dovrebbero essere messi al bando, che i mezzi di comunicazione dovrebbero essere censurati per evitare che la gente senta cose sbagliate e che, in ultima analisi, persone come noi siano troppo stupide per poter votare, è completamente priva di fondamento storico. Già che ci siamo, vale la pena aggiungere che anche il mito secondo cui “Hitler fu eletto” sembra destinato a persistere per sempre, nonostante sia una completa caricatura. Quando Hitler fu “portato al potere con la forza”, per usare le parole di Ian Kershaw, fu come una soluzione provvisoria insoddisfacente per ottenere i voti necessari al Reichstag e permettere al cancelliere Brüning di smettere di governare per decreto. E anche questa soluzione funzionò piuttosto bene.
Non è possibile comprendere il fascismo senza la sua antitesi bolscevica, e senza considerare la crisi della modernità che all’epoca affliggeva gran parte dell’Europa. Era un’epoca di crescente potere popolare, ma senza un accordo su come esso dovesse essere espresso. Gli elettori e le classi istruite si espandevano costantemente, in un processo evidentemente inarrestabile, e persino negli stati autoritari una nuova generazione di lavoratori urbani sapeva leggere, e per loro nasceva una nuova generazione di giornali. Per la prima volta nel 1914, in una situazione di crisi, gli stati dovettero effettivamente tenere conto, almeno in parte, del sentimento popolare e dell’opinione parlamentare. Ma su quali basi poteva essere organizzato politicamente uno stato popolare? Come notava all’epoca l’ambiguo e perspicace Curzio Malaparte , il futuro immediato sarebbe stato lo scontro di due rivoluzioni: “quella italiana dominata dall’individualismo e quella russa dominata dal collettivismo”. Fascismo contro comunismo, in altre parole, razza contro classe, senza spazio per altre ideologie o sistemi di organizzazione politica del popolo. Col tempo, e soprattutto verso la fine degli anni ’30, questa visione divenne estremamente influente tra gli intellettuali occidentali, molti dei quali a quel punto avevano perso ogni speranza nella democrazia parlamentare come alternativa praticabile.
Mussolini non abbandonò mai del tutto le sue aspirazioni rivoluzionarie e la sua pretesa di rappresentare gli interessi della “gente comune”. Col passare del tempo, però, trovò conveniente ridimensionare questo aspetto del suo movimento e cercare di rendersi accettabile alle forze e alle strutture di potere di destra esistenti. In realtà, non aveva molta scelta, perché se nel 1925 esercitava un controllo effettivo e incontrollato sul sistema politico, non riuscì mai a sfidare i veri pilastri dello Stato italiano: l’esercito, la Chiesa e gli industriali, e fu costretto a collaborare con loro. E le sue ultime aspirazioni socialiste svanirono con le guerre insensate in cui trascinò il suo paese e che portarono infine alla sua caduta e alla sua morte.
È interessante notare lo scarso successo riscosso dai partiti fascisti altrove. In Spagna, ad esempio, dopo i “tre anni bolscevichi” del 1918-20, le continue agitazioni operaie e le diffuse violenze furono finalmente fermate da un buon vecchio colpo di stato militare reazionario nel 1923. In quel periodo non emerse un vero e proprio movimento fascista, sebbene il successivo movimento della Falange abbia tratto ispirazione da Mussolini. In Germania, lo scontro delle forze rivoluzionarie fu con la struttura di potere esistente: il Soviet di Monaco fu rovesciato dalle truppe regolari di Berlino e da una milizia composta da soldati recentemente smobilitati. Il principale tentativo di rovesciare la Repubblica di Weimar provenne dalla frangia politico-militare-conservatrice: il cosiddetto Putsch di Kapp del 1920 fallì perché i sindacati organizzarono uno sciopero generale e la burocrazia profondamente conservatrice si rifiutò di sottomettersi a un colpo di stato militare. E così via.
Ciò non significa che i movimenti fascisti fossero sconosciuti in Europa. In Francia, il più noto è il Parti populaire français guidato da Jacques Doriot, che al suo apice contava circa 120.000 iscritti. Tuttavia, Doriot era in realtà un ex alto funzionario del Partito Comunista, dal quale ruppe nel 1936. Il PPF non fu mai un partito fascista a tutti gli effetti, sebbene collaborasse attivamente con i tedeschi, e Doriot e altri andarono a combattere in Russia in uniforme tedesca. Ma Doriot era lontano dai centri del potere e non ebbe alcuna influenza né sui drammatici eventi del 1940, né sulle politiche collaborazioniste del governo di Vichy, che riteneva non sufficientemente radicali. All’altro capo dell’Europa, il movimento delle Croci Frecciate guidato da Ferenc Szálasi fu il più importante di una serie di movimenti nazionalisti di ispirazione nazista, che incorporarono in una certa misura caratteristiche fasciste e che godettero di un limitato sostegno popolare alla fine degli anni ’30. Fu tuttavia bandita sotto la dittatura nazional-militare dell’ammiraglio Horthy, e solo nel 1944, quando i tedeschi invasero il paese e rovesciarono il regime, la Croce Frecciata godette di alcuni mesi di un potere sanguinario.
Mi fermo qui, perché voglio ribadire che i miti popolari dei “leader fascisti” “portati al potere” da folle ignoranti sono un’illusione opportunistica di coloro che disprezzano e diffidano della gente comune. Tali leader, laddove detenevano un potere effettivo, venivano generalmente insediati da altri, per caso o semplicemente per pura stupidità; e nessuno più di Adolf Hitler, naturalmente, che dovette la sua ascesa da leader di una setta nazionalista mistica marginale a leader della Germania a una fortuna incredibile e a un’incredibile incompetenza da parte dei suoi oppositori. Anche allora, Hitler, come Mussolini, non ebbe vita facile. Gli industriali, da cui sarebbe dipeso l’importantissimo sforzo bellico futuro, erano estremamente diffidenti nei suoi confronti e nei confronti della sua retorica populista: i più accettabili Goebbels e Göring furono inviati per rassicurarli, garantendo loro che avrebbero mantenuto le loro industrie e i loro profitti. Ma Hitler non dominò mai gli industriali; né, del resto, la Chiesa, né l’esercito, che tentarono di ucciderlo più volte.
Il vero modello di potere e repressione di destra efficace nel ventesimo secolo era in realtà un modello familiare: la presa del potere, sotto nomi come “Rivoluzione Nazionale”, da parte di forze tradizionali che cercavano di rovesciare la democrazia o, come la intendevano loro, di scongiurare il caos. Gli esempi più noti sono la Spagna di Franco, la Francia di Pétain e il Portogallo di Salazar. Ben lontani dal populismo violento e dal fervore rivoluzionario del fascismo, si trattava di regimi autoritari elitari, saldamente fondati sulle tradizionali forze di governo dell’aristocrazia, dell’esercito e della Chiesa (probabilmente non è una coincidenza che tutti questi regimi fossero cattolici). Il che non significa che alcuno di essi abbia semplicemente cercato di tornare a una visione semplicistica del mondo di una generazione prima. La maggior parte aveva un’ideologia di qualche tipo, basata spesso su vaghi concetti di solidarietà nazionale e rinnovamento, talvolta influenzata dalla Dottrina Sociale Cattolica del periodo tra le due guerre, e molti di loro diffidavano delle nuove forze della destra liberale, come quelle presenti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
Infine, fin dall’inizio delle rivendicazioni per gli stati nazionali, sono emersi gruppi nazionalisti estremisti sufficientemente realisti da comprendere che, nella maggior parte dei casi, i confini sarebbero stati definiti con la forza e le popolazioni minoritarie espulse, se non peggio. Era quindi loro compito procurarsi le armi e la spietatezza necessaria affinché il loro “popolo” potesse sopravvivere. Nel corso delle generazioni, questi gruppi sono stati troppi per poterli elencare, figuriamoci analizzare, ma si possono fare due considerazioni generali. In primo luogo, tali gruppi si scindono e si riscindono, e ogni volta che si raggiunge un accordo, di qualsiasi tipo, ne emerge un altro più estremista che lo ripudia e continua a combattere. È un aspetto con cui bisogna convivere. In definitiva, è uno dei tanti e diversi prezzi che paghiamo per avere lo stato nazionale: ci sarà sempre qualcuno insoddisfatto. In secondo luogo, tali gruppi possono essere sanguinari, ma il loro effetto è raramente determinante in assenza di uno dei due seguenti criteri. Il primo è il sostegno bellico di una grande potenza. Ma tali gruppi, in definitiva, dipendono da questo sostegno per la loro sopravvivenza, come si è visto con i gruppi nazionalisti estremisti appoggiati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, nessuno dei quali è durato a lungo. Possono anche essere assimilati nelle strutture di potere esistenti, come nell’Ucraina contemporanea, ma lì non è chiaro chi sia al comando. Occasionalmente possono anche trovarsi accidentalmente nel mezzo di una crisi e aggravarla con attentati o assassinii. L’esempio più lampante è quello dei giovani nazionalisti serbi che assassinarono l’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914.
Si tratta essenzialmente di gruppi nazionalisti di destra, alimentati dall’odio e dalla paura verso altri gruppi e, molto spesso, animati dal desiderio di vendetta per torti presumibilmente subiti dai loro antenati. Negli anni ’60 e ’70, alcuni (come l’IRA) adottarono i discorsi allora in voga della liberazione nazionale e dell’alt-marxismo, soprattutto per cercare di ottenere denaro e armi da paesi come la Libia. Ma quasi per definizione questi gruppi sono di piccole dimensioni (l’IRA probabilmente non ha mai avuto più di poche centinaia di membri attivi contemporaneamente) e per la maggior parte dei paesi odierni rappresentano un problema di ordine pubblico, piuttosto che politico. Non hanno serie possibilità di prendere il potere da nessuna parte.
Non intendo esprimere giudizi di valore come “estremista” in questo contesto, ma concluderò parlando delle origini di alcuni partiti di destra organizzati oggi, tenendo presente che non sono le stesse del passato, né quelle dell’era post-1945. Ed è qui che ci avviciniamo al paradosso centrale, e generalmente sottovalutato, della politica moderna. Ho iniziato parlando, nel contesto della Rivoluzione francese, della tradizionale distinzione tra sinistra e destra: la prima auspicava il cambiamento, a volte rapido, la seconda la continuità, o almeno il minimo cambiamento possibile. A quei tempi, si poteva plausibilmente sostenere che il “cambiamento” fosse nell’interesse della gente comune, mentre l’opposizione al cambiamento poteva essere legittimamente vista come reazionaria. Mentre la sinistra repubblicana si scontrava, spesso violentemente, con il nascente movimento socialista, entrambe concordavano sul fatto che il mondo si stesse muovendo, più o meno, nella giusta direzione. È noto che collaborarono nel governo del Fronte Popolare in Francia nel 1936-37. Ora, sarei tentato di dire che le posizioni si sono invertite. L’attuale Sinistra Repubblicana (il PMC), eternamente legata com’è al cambiamento e all’innovazione senza criterio, accetta acriticamente tutto ciò che è nuovo e diverso, dalla deregolamentazione economica al transessualismo all'”intelligenza artificiale”. Al di fuori del PMC, ovviamente, quasi tutti riconoscono che il mondo sta peggiorando per la gente comune, e un gran numero di persone ne è infelice, alcune in modo violento. Ciononostante, le abitudini radicate da due secoli fanno sì che gli stessi vecchi slogan triti vengano riproposti all’infinito: oscurantista, retrogrado, reazionario, incapace di stare al passo e, naturalmente, “fascista”. È profondamente offensivo dire al figlio di un operaio metallurgico qualificato, la cui fabbrica è stata delocalizzata anni fa, che in qualche modo è colpa sua se tutto ciò che riesce a trovare è un lavoro da scassinatore. Ma questo è ciò che fa il PMC, e spiega buona parte dell’origine della rabbia.
Pertanto, Destra e Sinistra si sono effettivamente scambiate di posto, non come entità politiche organizzate, ma come insiemi di concetti. La Sinistra avanza furiosamente, senza alcuna reale preoccupazione per le conseguenze umane delle sue azioni, e ha inghiottito integralmente e senza nemmeno lamentarsi quelli che un tempo erano i rimedi economici della Destra Liberale. La Destra tradizionale, soprattutto nella sua veste di Democrazia Cristiana post-1945, è in gran parte scomparsa, ma, laddove ancora esiste, si allea di fatto con i socialisti rimasti nel tentativo di salvare ciò che è salvabile. Quindi, per quanto possa sembrare allucinatorio liquidare coloro che cercano di riportare l’industria in patria, difendere i servizi pubblici o migliorare il livello di lettura come provenienti dall'”estrema Destra”, acquista un senso distorto nell’odierno mondo politico speculare, che equipara qualsiasi tipo di cambiamento alla virtù e qualsiasi tipo di resistenza al vizio, etichettando poi tale resistenza come “Fascismo”.
Ciò è possibile solo perché gran parte dell’architettura politica del passato è scomparsa. La sinistra elitaria, istruita e individualista ha preso il sopravvento e in gran parte distrutto i partiti socialisti, il cui populismo e la cui attenzione per la comunità aveva tollerato a malincuore in passato. La competizione per i diritti individuali, le rivendicazioni delle minoranze, reali o presunte, l’imposizione di norme astratte e l’esportazione di tali norme, attraverso pressioni politiche e persino militari, hanno preso il posto delle tradizionali preoccupazioni socialiste per il benessere comune e la vita della gente comune. La destra tradizionale, basata su consuetudini e pratiche, piccole città e comunità locali, la Chiesa e le professioni tradizionali della classe media, è stata conquistata dalla destra neoliberista di finanzieri, speculatori immobiliari e profittatori di ogni genere. Entrambe le tendenze fanno del cambiamento fine a se stesso un feticcio ignorante: la follia dell'”intelligenza artificiale” è semplicemente l’ultima fase della discesa della classe dominante occidentale verso il collasso psicologico.
È questo che rende l’analisi politica contemporanea così distante dalla realtà, e i termini “sinistra” e “destra” sostanzialmente privi di significato. Di fatto, le due tendenze moderne si sono unite in una sorta di Partito Rivoluzionario Permanente, con le sue fazioni e le sue aspre dispute interne. Ora, per l’ultima volta, parlerò brevemente della Rivoluzione Francese, per due motivi. Il primo è che è ancora fortemente caricaturata e usata come argomento contro il potere popolare di ogni tipo. “Oh, c’è stata la presa della Bastiglia seguita dal Terrore”, sebbene questi eventi siano stati separati da anni di cambiamenti politici complessi e catastrofici. I cauti tentativi di riforma dei primi anni cedettero il passo al radicalismo solo quando il re cercò di fuggire all’estero e incoraggiò altre nazioni a invadere il suo paese. Ma in secondo luogo, e questo è più importante, gli ultras tra i giacobini, che acquisirono potere costantemente con l’aggravarsi della crisi, rappresentarono la prima fioritura politica della rivoluzione managerialista che ora è quasi completa in Occidente: erano i PMC dell’epoca.
Mentre i primi anni radicali della Rivoluzione avevano introdotto tutta una serie di riforme che ora diamo per scontate – l’abolizione della schiavitù, i diritti umani fondamentali, la parità tra uomo e donna, il divorzio consensuale e molte altre – si manifestò anche una tendenza verso un arido normativismo, imposto dalla repressione legalistica. Pertanto, i tentativi di breve durata di imporre settimane e mesi decimali, o la chiusura obbligatoria delle chiese e il culto dell’Essere Supremo al loro posto, furono i primi segnali che lo spirito liberale, manageriale, razionale e legalistico stava sfuggendo di mano. È questo, in definitiva, il motivo per cui la vostra organizzazione ha una Dichiarazione di Missione priva di significato e perché ha appena introdotto, con grande clamore, un nuovo sistema di rimborso spese che richiede un video di formazione di quindici minuti, impiega il doppio del tempo per essere utilizzato rispetto al precedente e continua a commettere errori. E naturalmente è stato affidato a terzi. Ma Avanti!: dobbiamo andare avanti. Queste tendenze, prima tenute perlopiù sotto controllo, ora hanno travolto tutto.
La gente comune non gradisce molto questa situazione. I suoi bisogni sono modesti e non è particolarmente interessata a futuri fantastici. Desidera un lavoro con un salario dignitoso, un alloggio decente, cibo a sufficienza, una buona istruzione per i figli, sicurezza nelle strade… È attraverso la fornitura, o la facilitazione, di queste cose che gli Stati acquisiscono legittimità, ed è attraverso la loro assenza che la perdono. (Se vi siete mai trovati in un Paese in cui lo Stato ha perso la sua legittimità, non avrete fretta di tornarci.) Alla domanda “Perché dovrei obbedire allo Stato?”, l’unica risposta sensata è, con Spinoza, “Perché è nel mio interesse farlo”. Nemmeno lo Stato più repressivo del mondo può impedire alle persone di passare con il semaforo rosso, di evadere le tasse o di rubare nei supermercati. La società funziona solo perché accettiamo di rispettare regole scritte e non scritte, in cambio delle quali lo Stato offre la sua protezione.
Nelle ultime settimane è diventato terribilmente evidente che lo Stato non è in grado di offrire questa protezione quando le regole e le norme informali iniziano a sgretolarsi. Questo era in qualche modo già noto, ma si poteva ignorare finché il problema rimaneva circoscritto alle periferie più povere. Ora, si è insinuato anche nei centri delle grandi città, comprese diverse in Francia. Le forze dell’ordine francesi non sono mai state così deboli, non solo in termini di numero, ma anche di capacità, soprattutto dopo una serie di riforme mal concepite. E sebbene anche le grandi manifestazioni siano gestibili (finora si sono svolte tutte pacificamente), è chiaro che anche un numero relativamente piccolo di teppisti può paralizzare una città, agendo in piccoli gruppi e devastando e saccheggiando. Questo pomeriggio ho visto i negozianti del centro della mia città barricare le vetrine in previsione delle rivolte previste per sabato prossimo. Non si fidano più dello Stato per la loro protezione, e hanno ragione.
Curzio Malaparte, che ho già menzionato, è l’autore del famigerato ” Technique du Coup d’état”, pubblicato per la prima volta in Francia perché era impossibile farlo in Italia. Dimenticate i movimenti di massa e l’assalto alle barricate, diceva, le rivoluzioni sono un processo tecnico condotto da piccoli gruppi di professionisti qualificati. Il suo libro è un manuale pratico, ma per i nostri scopi è la sua conclusione principale ad essere la più devastante: “Le democrazie parlamentari commettono l’errore di riporre troppa fiducia nei trionfi della libertà, mentre in realtà nulla è più fragile del moderno Stato europeo”. E gli Stati nel 1931 erano più forti di quanto lo siano ora, e anche i controlli e le norme sociali informali erano infinitamente più forti.
Probabilmente assisteremo alla formazione di gruppi di autodifesa, pattuglie di vigilantes con cani e gruppi WhatsApp di militari e poliziotti in pensione. In Francia circolano parecchie armi. E ovviamente alcune attività commerciali chiuderanno o si trasferiranno in zone più sicure. Nemmeno i ricchi saranno esenti: le guardie di sicurezza private pagate con il salario minimo non si sacrificheranno per proteggere palazzi di lusso (per lo più vuoti), negozi di antiquariato o grandi magazzini. (Un importante grande magazzino di Parigi è già stato saccheggiato). Ci stiamo avvicinando al punto in cui il denaro, in quanto tale, non offrirà più protezione: al massimo potrà aiutarti a correre più veloce. I magnati della tecnologia perderanno gran parte della loro ricchezza nel prossimo crollo dell'”intelligenza artificiale”, e con essa gran parte della loro influenza politica. Non saranno loro i nostri nuovi governanti.
Il potere effettivo potrebbe iniziare a spostarsi piuttosto rapidamente dalle mani dei politici che gesticolano. Eppure questi continueranno a gesticolare, a ripetere le stesse banalità e ad agire come se contassero qualcosa, mentre le acque intorno a loro si alzano. Tutto ciò sembra così controintuitivo che si può quasi capire perché le teorie del complotto sul controllo (il Gruppo Bilderberg, gli alieni di Zeta Reticuli) siano popolari in certi ambienti. Ma ahimè, non c’è niente di nuovo: i politici convenzionali, solidi e tradizionali degli anni ’30 fecero esattamente la stessa cosa: ostinatamente tagliarono la spesa pubblica in piena recessione, anche mentre la disoccupazione esplodeva. Il potere, a livello locale, si sposterà probabilmente verso gruppi e movimenti ad hoc etichettati come di destra, meno per la loro forza intrinseca che per la sacra tradizione della sinistra incapace di organizzare persino una festa in una birreria. Malaparte aveva ragione sulla fragilità degli stati moderni, come sa bene chiunque abbia lavorato al loro interno, sebbene ai suoi tempi la criminalità organizzata fosse meno potente e non esistessero gruppi islamisti radicali.
Ma le comunità che si organizzano per la propria protezione, che organizzano pattuglie e chiedono documenti d’identità perché non si fidano più dello Stato, saranno accolte con le inevitabili grida di “Fascismo!”, come se fossero loro stesse il problema. Da qui al 2027, le elezioni (se mai si terranno) saranno considerate “minacciate dal fascismo”, ovvero minacciate dal populismo, che a sua volta equivale a dire minacciate dalla democrazia. Ma la vera minaccia è psicologica: il patto di sicurezza implicito con lo Stato, mai formalmente riconosciuto, ha cominciato a sgretolarsi e nessuno sa dove ci porterà.
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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.
Un saggio illuminante circa la postura della dirigenza cinese nei confronti non solo dell’Unione Europea, ma anche degli Stati Uniti e della Russia stessa, sino a certificare la qualità e i limiti del sempre più stretto sodalizio tra Cina e Russia. Occorre, però, sottolineare la provenienza degli autori, nella fattispecie l’area di Shangai. Al momento non ho cercato informazioni sugli autori, ma l’area è quella storicamente più intrecciata ai circuiti politico-economici statunitensi e la cui classe dirigente ne ha subito maggiormente l’influenza. Sta di fatto che il saggio dedica solo due striminzite parole a margine sulla stretta dipendenza degli apparati della UE dagli Stati Uniti, precisamente da una parte specifica della sua leadership; non dedica nessuna attenzione e riferimento alla postura russofoba e alla dichiarata e ossessiva ostilità alla Russia della UE; ritiene sostanzialmente positivo e promettente il processo di trasformazione che stanno portando avanti la dirigenza europea e, soprattutto, le classi dirigenti degli stati europei, pur sempre più autoreferenziali e contestate al loro interno, frenato in parte solo dai problemi legati all’eccessivo allargamento degli ultimi tre decenni. Si potrebbero fare molte congetture sulla natura opportunistica della postura cinese, sia essa di facciata o sostanziale. Sta di fatto che conferma due caratteristiche essenziali della politica estera cinese: da una parte la priorità assegnata alle attività commerciali con l’Unione; dall’altra che le relazioni con la Russia non sono di stretta alleanza, ma seguono una direzione simile su strade parallele. Il che induce ad ulteriori riflessioni sulla natura dei BRICS e sulla differenza sostanziale che si determinerà tra questi e le alleanze politiche che delineeranno all’interno e all’esterno di essi. Non è un caso che sia la dirigenza russa a spingere maggiormente in questo senso, vedi i suoi crescenti propositi euroasiatici, mentre la Cina, pur premunendosi militarmente da un possibile scontro aperto con gli Stati Uniti, mantenga una postura “multilaterale” alla quale ha legato ancora la prosperità della sua economia, fonte anch’essa di crescenti squilibri nel mondo. Giuseppe Germinario
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[Abstract]Dalla crisi ucraina del 2022, l’integrazione europea è entrata in un periodo di trasformazione. Questo documento esamina le caratteristiche principali dell’integrazione europea durante questo periodo da tre prospettive: espansione, approfondimento e funzionamento, ne analizza le forze trainanti e ne valuta le prospettive e la futura posizione internazionale dell’Europa. Il documento sostiene che, dal 2022, la logica dell’espansione dell’integrazione si è spostata da un approccio basato sulle condizioni a uno basato sulla strategia, l’attenzione dell’approfondimento dell’integrazione si è spostata dal coordinamento basato sulle regole allo sviluppo delle capacità e le caratteristiche dei modelli operativi di integrazione differenziati sono diventate più evidenti. La trasformazione dell’integrazione europea è guidata sia da contraddizioni strutturali interne che da shock geopolitici esterni. I fattori interni includono l’esaurimento dei dividendi di crescita del vecchio modello, la dipendenza da forniture di sicurezza esterne e l’accumulo di contraddizioni istituzionali e sistemiche; i fattori esterni includono l’escalation della crisi ucraina, gli aggiustamenti nell’orientamento strategico degli Stati Uniti e i cambiamenti nel panorama della concorrenza industriale globale. Guardando al futuro, la natura prolungata delle crisi che interessano l’Europa e l’intrinseca resilienza accumulata attraverso l’integrazione continueranno a guidare la trasformazione; Tuttavia, il dilemma tra azione collettiva e dipendenza esterna a lungo termine influenzerà la velocità e la profondità della trasformazione. Con maggiori capacità collettive, ci si aspetta che l’UE partecipi agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.
[Biografie degli autori]Ding Chun, professore presso l’Istituto di Economia Mondiale, Università di Fudan; ricercatore presso l’Istituto per l’iniziativa Belt and Road e la governance globale; titolare della cattedra Jean Monnet, UE (Shanghai, CAP: 200433); Huang Kaiyue, dottorando presso l’Istituto di Studi Internazionali, Università di Fudan (Shanghai, CAP: 200433)
La trasformazione dell’integrazione europea in un’“epoca di svolta”: caratteristiche, motivazioni e prospettive * Ding Chun, Huang Kaiyue [Sintesi]
A partire dalla crisi ucraina del 2022, l’integrazione europea è entrata in una fase di trasformazione. Il presente articolo esamina le caratteristiche fondamentali dell’integrazione europea in questa fase di transizione da tre prospettive: espansione, approfondimento e funzionamento; ne analizza le motivazioni e ne valuta le prospettive future, nonché il futuro ruolo internazionale dell’Europa. Il presente articolo sostiene che, a partire dal 2022, la logica di espansione dell’integrazione sia passata da una dimensione determinata dalle condizioni a una guidata da considerazioni strategiche, mentre il baricentro dell’approfondimento dell’integrazione si sia spostato dal coordinamento normativo allo sviluppo delle capacità; inoltre, le caratteristiche dei modelli operativi di integrazione differenziata sono diventate più evidenti. La trasformazione dell’integrazione europea è guidata sia da contraddizioni strutturali interne che da shock geopolitici esterni. Tra i fattori interni figurano l’esaurimento dei dividendi di crescita del vecchio modello, la dipendenza esterna in materia di sicurezza e l’accumulo di contraddizioni nei meccanismi istituzionali; tra i fattori esterni figurano l’escalation della crisi ucraina, l’adeguamento dell’orientamento strategico degli Stati Uniti e i cambiamenti nel panorama della concorrenza industriale globale. In prospettiva, la cronicizzazione delle crisi nei paesi limitrofi dell’Europa e la resilienza intrinseca accumulata dall’integrazione continueranno a promuovere la trasformazione dell’integrazione; il dilemma dell’azione collettiva e la dipendenza esterna di lungo periodo influenzeranno invece la velocità e la profondità di tale trasformazione. Con il rafforzamento delle capacità comuni, l’Unione Europea potrà presumibilmente partecipare agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.
【Parole chiave】 Integrazione europea, crisi ucraina, strategia di riforma dell’UE, autonomia strategica, integrazione differenziata
【Biografia degli autori】 Ding Chun, professore presso l’Istituto di Economia Mondiale dell’Università di Fudan, ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sulla «Belt and Road» e sulla governance globale, titolare della cattedra Jean Monnet dell’UE (Shanghai, CAP: 200433); Huang Kaiyue, dottorando presso l’Istituto di Ricerca sugli Affari Internazionali dell’Università di Fudan (Shanghai, CAP: 200433)
【Codice di classificazione cinese】 D850 【Codice di identificazione della pubblicazione】 A 【Numero dell’articolo】 1006-1568-(2026)05-0001-24 【Codice DOI】 10.13851/j.cnki.gjzw.202605001
* Il presente articolo costituisce un risultato intermedio del progetto “Implicazioni per la Cina e raccomandazioni strategiche derivanti dalla governance dell’Unione Europea in materia di intelligenza artificiale” (SIIFE 2025-001) dell’Istituto di Ricerca Internazionale in Finanza ed Economia di Shanghai (Programma “Gao Feng”) e del progetto finanziato dal Centro di Ricerca sulla Civiltà Industriale Tedesca dell’Università di Tecnologia di Shenzhen, base di ricerca prioritaria in scienze umane e sociali della città di Shenzhen. Con l’inizio del terzo decennio del XXI secolo, i cambiamenti epocali in atto da un secolo si stanno accelerando e il contesto interno ed esterno dell’Europa ha subito profondi mutamenti. Sul piano della sicurezza, la crisi ucraina si è completamente inasprita, con gravi ripercussioni sull’ordine di sicurezza europeo; sul piano economico, l’Europa è sprofondata in una situazione di bassa crescita, con una ripresa economica che procede a fatica; sul piano tecnologico, l’Europa non è riuscita a cogliere le opportunità offerte dalla nuova ondata di rivoluzione industriale, vedendo così compromessi i propri tradizionali vantaggi nel settore manifatturiero; sul piano sociale, l’invecchiamento demografico e la questione dei rifugiati continuano ad accrescere la pressione sui sistemi di sicurezza sociale dei paesi europei basati sul welfare; sul piano politico, le forze populiste continuano a rafforzarsi in diversi paesi, aggravando la frammentazione politica all’interno dell’Unione Europea. Sotto il peso di queste molteplici pressioni, l’Europa sta affrontando la prova più ardua dalla fine della Guerra Fredda.
Per comprendere appieno l’attuale situazione di stallo e i cambiamenti che l’Europa sta affrontando, l’integrazione rappresenta la lente di osservazione più diretta.
L’integrazione costituisce il fondamento istituzionale della prosperità e della stabilità europee; essa ha permesso all’Unione Europea di diventare un polo importante nel panorama economico mondiale e un attore determinante nella definizione delle regole del sistema di governance globale. Le carenze emerse nelle capacità dell’Europa durante le crisi successive sono, per lo più, riconducibili alle lacune dell’integrazione in settori specifici. A partire dal 2022, l’integrazione europea è entrata in una fase di transizione. L’Unione Europea sta attuando intensi adeguamenti in settori in cui i progressi dell’integrazione sono stati a lungo lenti, quali l’allargamento, la difesa e la politica fiscale; tali adeguamenti, che abbracciano diversi ambiti fondamentali e comportano una ridefinizione del modello operativo dell’integrazione, superano per ampiezza e intensità le singole iniziative puntuali guidate dalle crisi del passato.
Il tema di ricerca del presente articolo è: quali sono le caratteristiche fondamentali dell’integrazione europea in questa fase di transizione? Da quali fattori è guidata tale transizione? Quali sono le prospettive di tale transizione e quale impatto avrà sulla posizione internazionale dell’Europa?
Di seguito si prenderà come punto di partenza per lo studio della fase di transizione dell’integrazione l’escalation della crisi ucraina del 2022, integrando nell’analisi, come contesto preliminare, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina e l’impatto della pandemia di COVID-19.
I. Formulazione del problema
Attualmente, nel mondo accademico si discute ampiamente della trasformazione e dei cambiamenti dell’integrazione europea. Le ricerche in materia possono essere suddivise in tre categorie, che rispondono rispettivamente alle domande: perché l’integrazione sta cambiando, in quale direzione sta cambiando e in quale forma sta cambiando.
La prima categoria di studi si concentra sulle dinamiche del cambiamento, interpretando l’integrazione come un processo guidato dalle crisi. Alcuni studiosi hanno messo in luce i meccanismi generali alla base di tale dinamica, sostenendo che le crisi spingono l’integrazione in avanti, ma che le riforme da esse promosse spesso non sono radicali. Ad esempio, il quadro analitico rappresentativo del «failing forward» (andare avanti fallendo) ritiene che la progettazione istituzionale dell’Unione Europea presenti difetti intrinseci; le crisi ne mettono in luce la concentrazione, mentre gli Stati membri promuovono riforme incomplete con compromessi minimi, e l’incompletezza delle riforme getta a sua volta le basi per la crisi successiva. ① L’analisi condotta dal mondo accademico sulle riforme della governance economica dell’Unione Europea successive alla crisi del debito europeo conferma tale valutazione: le misure correttive generate dalla crisi hanno alleviato l’urgenza del momento, ma i difetti istituzionali di fondo non sono stati eliminati. ② Altri studiosi si sono concentrati sull’analisi delle condizioni che determinano gli effetti delle crisi, sottolineando che non è certo che queste possano promuovere un approfondimento dell’integrazione. La crisi del debito europeo ha favorito la creazione di nuove istituzioni, mentre la crisi dei rifugiati non ha comportato quasi alcun progresso in termini di integrazione; tale differenza dipende dai costi irrecuperabili dei sistemi esistenti e dal grado di interdipendenza tra gli Stati membri; inoltre, dati provenienti da campioni di ampia portata dimostrano ulteriormente che gli effetti delle pressioni di crisi variano notevolmente a seconda dell’ambito tematico e del contesto nazionale. ③ In seguito all’escalation della crisi ucraina, questo filone analitico ha subito un’estensione. Studi comparativi hanno rilevato differenze significative nella logica di risposta dell’Unione Europea durante la pandemia di COVID-19 rispetto a quella adottata durante la crisi ucraina; la tradizionale tesi secondo cui le crisi forgiano l’integrazione necessita quindi di una nuova valutazione. ④
Una seconda categoria di studi si concentra sulla direzione della trasformazione dell’integrazione, sostenendo che l’Unione Europea si stia trasformando da forza normativa (regulatory power) ad attore geopolitico. Tre elementi sostengono tale valutazione: in primo luogo, l’attenzione è rivolta allo spostamento del baricentro funzionale. L’integrazione in ambiti quali la difesa, la finanza e la gestione delle frontiere – definiti «poteri statali fondamentali» (core state powers) – segue una logica politica distinta da quella basata sull’integrazione di mercato; le pressioni militari derivanti dalla crisi ucraina stanno spingendo verso una concentrazione di tali poteri a livello delle istituzioni dell’Unione Europea. ⑤ In secondo luogo, l’attenzione è rivolta alla trasformazione degli strumenti politici. Fattori quali la nuova rivoluzione industriale, la competizione tra grandi potenze e la recessione economica globale stanno determinando un forte ritorno della politica industriale, mentre alle politiche commerciali e di investimento vengono attribuite caratteristiche geopolitiche. Il paradigma di governance economica dell’UE si sta di conseguenza ridefinendo e l’Unione sta integrando la propria politica estera all’insegna della «sovranità europea» e dell’autonomia strategica.⑥ In terzo luogo, l’attenzione è rivolta al cambiamento degli attori. La Commissione europea sta entrando in ambiti tradizionalmente intergovernativi avvalendosi di strumenti industriali e di bilancio, mentre la cooperazione in materia di difesa mostra una tendenza alla sovranazionalità. ① La terza categoria di studi si concentra sull’andamento della transizione dell’integrazione, ritenendo che gli accordi differenziati stiano diventando la modalità operativa normale dell’integrazione europea. I lavori descrittivi tracciano sistematicamente la distribuzione delle differenze nei livelli di integrazione tra i settori politici e gli Stati membri, sottolineando che tali accordi differenziati potrebbero cristallizzarsi in un assetto istituzionale di coesistenza a lungo termine. ② I lavori interpretativi si concentrano sull’analisi delle cause di tali differenze, ritenendo che diverse combinazioni di benefici economici e adesione alle norme abbiano plasmato l’orientamento degli Stati membri nei confronti dell’integrazione. ③ La «de-integrazione differenziata» rappresentata dalla Brexit dimostra che le differenze possono anche trasformarsi in forze centrifughe. ④ Gli studi di natura espansiva estendono lo sguardo oltre i confini dell’Unione Europea, introducendo il concetto di «integrazione differenziata esterna» (external differentiated integration) per esaminare gli accordi differenziati che consentono ai paesi terzi di partecipare al quadro di integrazione; essi ritengono che l’Unione Europea stia sostituendo la divisione binaria tra Stati membri e paesi terzi con una gerarchia di adesione, fornendo così un approccio operativo per gestire gli stati intermedi di adesione. ⑤
Le ricerche sopra citate dimostrano che l’integrazione europea non procede in modo lineare secondo un progetto prestabilito, ma che gli shock causati dalle crisi e le differenze interne ne costituiscono lo stato normale. Tuttavia, le ricerche esistenti presentano ancora alcune lacune. In primo luogo, i tre tipi di studi si concentrano su aspetti distinti tra loro. Manca un’analisi globale, nell’ambito di un quadro unificato, dei cambiamenti relativi all’allargamento, all’approfondimento e alle modalità di funzionamento, il che rende difficile illustrare la sistematicità della trasformazione dell’integrazione a partire dal 2022. In secondo luogo, l’analisi empirica presenta un ritardo. La base empirica della maggior parte dei risultati si ferma al periodo precedente al 2022 o alle prime fasi della crisi ucraina, mentre manca una sintesi sistematica delle nuove pratiche emerse in modo massiccio in seguito. In terzo luogo, l’analisi dei meccanismi è scollegata dalla valutazione d’insieme. Inoltre, sono pochi gli studi che collegano i cambiamenti dei meccanismi alla situazione complessiva dell’Europa e al suo status internazionale, e sono relativamente scarse anche le valutazioni prospettiche sull’andamento della transizione.
Il presente articolo considera l’integrazione europea dal 2022 in poi come un processo di trasformazione olistico; esamina i cambiamenti dei meccanismi di integrazione in un quadro unificato, analizza sistematicamente le pratiche di integrazione emerse dopo la crisi ucraina e le collega alla posizione dell’Europa nel sistema internazionale e alle sue prospettive di sviluppo, al fine di formulare una valutazione completa.
II. Caratteristiche fondamentali della trasformazione dell’integrazione europea
Da quando, nel 2022, l’Europa ha vissuto una «svolta epocale» (Zeitenwende), il baricentro politico e le modalità operative dell’integrazione europea hanno subito cambiamenti piuttosto evidenti. La politica di allargamento dell’integrazione ha assunto una funzione geostrategica più rilevante, mentre l’approfondimento interno si è orientato verso lo sviluppo di capacità in settori quali l’industria, la difesa, la sicurezza sociale e la gestione dell’immigrazione; il funzionamento dei meccanismi, dal canto suo, ha manifestato caratteristiche più evidenti di flessibilità e di integrazione differenziata. (1) Allargamento dell’integrazione: dall’adesione «condizionata» all’adesione geostrategica
Prima del 2022, l’allargamento dell’Unione Europea seguiva la logica della «condizionalità» (Conditionality). I paesi candidati dovevano attuare riforme sostanziali in ambiti quali la politica, lo Stato di diritto e l’economia, raggiungendo i criteri di Copenaghen stabiliti nel 1993, per poter completare gradualmente il processo di adesione; tutti i precedenti allargamenti dell’Unione Europea hanno sostanzialmente seguito questo quadro di riferimento. A partire dal 2022, la dimensione geopolitica della politica di allargamento si è notevolmente rafforzata. Nella dichiarazione rilasciata nel 2023 in occasione del vertice dei leader della Comunità politica europea (European Political Community), l’allargamento dell’UE è stato definito un «investimento geostrategico» a favore della pace, della sicurezza, della stabilità e della prosperità. ① In primo luogo, il processo di allargamento è passato da una fase di stallo e stagnazione a una di ripresa e accelerazione. Dopo l’adesione della Croazia nel 2013, nell’Unione Europea si è manifestata una «stanchezza da allargamento» (enlargement fatigue), che ha portato a dieci anni consecutivi senza l’ammissione di nuovi membri. Il percorso di adesione dei Paesi dei Balcani occidentali procedeva a rilento, mentre quello della Turchia era sostanzialmente congelato. A partire dal 2022, questa situazione di stallo è cambiata in modo evidente. Nel giugno dello stesso anno, il Consiglio europeo ha concesso all’Ucraina e alla Moldavia lo status di paesi candidati all’adesione. Nel giugno 2024, l’Unione europea ha avviato formalmente i negoziati di adesione con l’Ucraina e la Moldavia. Il 15 giugno 2026, il processo di adesione di entrambi i paesi è passato ufficialmente dalla fase dei negoziati sul quadro politico a quella dei negoziati sui capitoli specifici. ② Nel contempo, è stato riattivato anche il processo di allargamento nella regione dei Balcani occidentali. Il Montenegro è attualmente il paese candidato che sta registrando i progressi più rapidi e si prevede che aderisca all’Unione nel 2028.① Anche i negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord hanno subito un netto acceleramento. Da ciò si evince che l’allargamento è tornato a occupare una posizione di rilievo nell’agenda decisionale dell’Unione Europea.
Tabella 1: Processo di adesione nella regione dei Balcani occidentali e in alcuni paesi partner dell’Europa orientale (al giugno 2026)
Paese/Regione Data di presentazione della domanda Data di acquisizione dello status di paese candidato Data di avvio dei negoziati di adesione Risultati raggiunti dal febbraio 2022 Ucraina 28/02/2022 23/06/2022 25/06/2024 Ha completato rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato, è entrata nella fase dei negoziati sui capitoli. Moldavia 3 marzo 2022 23 giugno 2022 25 giugno 2024 Ha completato rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato ed è entrata nella fase dei negoziati sui capitoli. Georgia 3 marzo 2022 14 dicembre 2023 — Ha compiuto rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato, ma a causa dei cambiamenti nella situazione politica interna, il processo di adesione è in stallo dal 2024. Albania 28.4.2009 23.6.2014 19.7.2022 I negoziati di adesione, rimandati per molti anni, sono stati ufficialmente avviati, è pronta ad affrontare la fase finale dei negoziati sui capitoli. Bosnia-Erzegovina 15 febbraio 2016 15 dicembre 2022 21 marzo 2024 Le è stato concesso lo status di paese candidato e sono stati avviati formalmente i negoziati di adesione, ma, a causa della situazione politica interna, non sono ancora stati avviati i negoziati sul quadro politico. Montenegro 15 dicembre 2008 17 dicembre 2010 17 dicembre 2010 29 giugno 2012 I negoziati hanno subito una notevole accelerazione; sono stati completati i negoziati su quasi la metà dei capitoli e l’adesione è prevista per il 2028. Macedonia del Nord 22 marzo 2004 17 dicembre 2005 19 luglio 2022 I negoziati di adesione, rimandati per molti anni, sono stati avviati ufficialmente, è stata completata la procedura di valutazione per l’adesione Serbia 22 dicembre 2009 1 marzo 2012 21 gennaio 2014 A causa dei legami ancora stretti tra la Serbia e la Russia, i negoziati sono giunti a un punto morto Kosovo ① 15 dicembre 2022 — — — Fonte: Huang Kaiyue, Gu Mingfei: «Analisi della trasformazione delle politiche di Stati Uniti, Europa e Russia nei Balcani occidentali in una prospettiva geostrategica», Ricerche di geografia mondiale, anno 2025, n. 3, pag. 90 In secondo luogo, i paesi destinatari dell’allargamento si sono estesi dai Balcani occidentali ai paesi del Partenariato orientale (Eastern Partnership). Prima del 2022, l’agenda di allargamento dell’integrazione europea era concentrata nella regione dei Balcani occidentali. L’Ucraina e la Moldavia, invece, erano state a lungo incluse nell’ambito della Politica europea di vicinato (European Neighbourhood Policy) e non erano state inserite nel percorso centrale dell’agenda di allargamento. A partire dal 2022, l’ambito di allargamento dell’Unione Europea si è notevolmente ampliato, dando vita a una struttura a due binari paralleli. Il binario occidentale è rivolto ai Balcani occidentali e procede gradualmente in base ai progressi delle riforme nei paesi della regione. Il binario orientale è rivolto ad alcuni paesi del Partenariato orientale; sebbene il ritmo di avanzamento sia più rapido, per i paesi candidati risulta più difficile attuare le riforme in un contesto di crisi. Il rapido avanzamento dell’agenda ucraina ha suscitato timori di emarginazione nei paesi dei Balcani occidentali, costringendo oggettivamente i paesi della regione ad accelerare il proprio percorso di adesione.
In terzo luogo, il percorso di allargamento è passato dal raggiungimento di standard globali all’integrazione graduale. Il modello tradizionale di allargamento prevedeva soglie istituzionali ben definite, che richiedevano ai paesi candidati di completare tutti i capitoli negoziali e soddisfare tutti i criteri di adesione prima di poter entrare formalmente a far parte dell’Unione. Prima di ciò, i paesi candidati difficilmente potevano partecipare in modo sostanziale al sistema politico dell’Unione. Dal 2022, l’integrazione graduale (gradual integration) è diventata un’importante direzione di innovazione politica. Ai paesi candidati è consentito partecipare in fasi successive a parte del sistema politico dell’UE prima dell’adesione formale, ottenendo in anticipo i benefici istituzionali. Ad esempio, sia il Piano di crescita per i Balcani occidentali (Growth Plan for the Western Balkans), per un importo complessivo di 6 miliardi di euro, sia il Meccanismo di assistenza per l’Ucraina (Ukraine Facility), per un importo complessivo di 50 miliardi di euro, incarnano questa logica. ② Il percorso di allargamento basato sull’integrazione graduale offre incentivi graduali ai paesi candidati, consentendo al contempo all’Unione europea di intervenire in una fase più precoce nella governance economica e nella costruzione della sicurezza di tali paesi. Questo percorso rende meno netti i confini tradizionali tra Stati membri e paesi candidati, creando una zona intermedia tra la piena adesione e le relazioni di buon vicinato.
(II) Approfondimento dell’integrazione: dal coordinamento normativo al rafforzamento delle capacità
Fino al 2022, il fulcro dell’approfondimento dell’integrazione europea si è concentrato sul livello del coordinamento normativo. La governance economica era incentrata sull’eliminazione delle barriere alla circolazione interna e sulla definizione di regole comuni per il mercato unico. Le politiche sociali sono state a lungo guidate dai singoli Stati membri, mentre le politiche comuni a livello dell’Unione Europea erano relativamente limitate; la cooperazione in materia di difesa si basava principalmente sul coordinamento intergovernativo; la gestione dell’immigrazione e dell’asilo presentava invece carenze in termini di accordi di governance comune.
Dal 2022, lo sviluppo delle capacità ha sostituito l’armonizzazione delle norme come direzione principale dell’approfondimento dell’integrazione europea; in diversi ambiti, l’Unione Europea ha spostato i propri obiettivi politici dalla convergenza normativa alla mobilitazione e all’utilizzo di risorse comuni. In primo luogo, la governance economica si è orientata verso lo sviluppo delle capacità in materia di competitività e sicurezza. L’integrazione economica dell’Unione Europea si è a lungo concentrata sul perfezionamento delle norme, sfruttando le economie di scala attraverso regole uniformi. Dal 2022, le questioni relative alla competitività e alla sicurezza economica sono rapidamente diventate priorità nel processo decisionale dell’Unione Europea. A livello di mercato, la riforma del mercato unico pone l’accento sul sostegno all’aggiornamento industriale e alla sovranità tecnologica. Nell’aprile 2024, il rapporto «Much More Than a Market» (noto anche come «Rapporto Letta»), pubblicato dal Consiglio dell’Unione Europea, ha proposto di promuovere un’integrazione profonda nei tre settori della finanza, dell’energia e delle telecomunicazioni, sostenendo inoltre l’istituzione della libera circolazione della conoscenza come «quinta libertà» del mercato unico. ① Nel settembre dello stesso anno, la relazione «Il futuro della competitività europea» (The Future of European Competitiveness, nota anche come «relazione Draghi») pubblicata dalla Commissione europea ha definito la crisi di competitività che l’Europa sta affrontando come una «sfida esistenziale» (existential challenge), proponendo un aumento annuo degli investimenti compreso tra circa 750 e 800 miliardi di euro. ② A livello industriale, sono stati varati in successione il «Critical Raw Materials Act» (Legge sulle materie prime critiche) e il «Net-Zero Industry Act» (Legge sull’industria a zero emissioni nette); i meccanismi di controllo sugli investimenti esteri sono stati ulteriormente inaspriti e il «Foreign Subsidies Regulation» (Regolamento sui sussidi esteri) è entrato pienamente in vigore, rendendo sempre più sistematico il «kit di strumenti» dell’UE per la sicurezza economica.
A livello fiscale, ha preso forma in via preliminare lo strumento finanziario comune. Il programma «Next Generation EU» ha effettuato per la prima volta, a nome dell’Unione europea, un’emissione di debito su larga scala sui mercati dei capitali, per un importo complessivo di circa 800 miliardi di euro, creando un precedente istituzionale per il modello di finanziamento congiunto. ③ Il piano di finanziamento degli armamenti «Security Action for Europe», elaborato dall’Unione europea nel maggio 2025, mette a disposizione degli Stati membri prestiti a lungo termine per un importo massimo di 150 miliardi di euro, estendendo lo strumento finanziario comune al settore della difesa. ① A livello energetico, il baricentro delle politiche si è spostato dal perfezionamento delle regole di concorrenza alla garanzia della sicurezza dell’approvvigionamento. Il piano «REPowerEU» mira a rafforzare la capacità dell’Unione europea di resistere agli shock energetici attraverso appalti congiunti, lo stoccaggio obbligatorio di gas, la gestione della domanda e la riforma del mercato dell’energia elettrica. ②
In secondo luogo, la politica sociale pone maggiore enfasi sullo sviluppo di capacità di protezione comune. La politica sociale è stata a lungo di competenza dei singoli Stati membri, mentre il ruolo dell’Unione europea si limitava al coordinamento e alla formulazione di raccomandazioni. Il piano d’azione «Pilastro europeo dei diritti sociali» (European Pillar of Social Rights), varato nel 2017, pur avendo stabilito un quadro di principi, era per lo più di natura non vincolante e privo di forza esecutiva. A partire dal 2022, l’aumento dei prezzi dell’energia e le pressioni inflazionistiche hanno aggravato il carico sulle condizioni di vita dei cittadini, determinando un netto aumento dell’importanza attribuita alle questioni sociali; l’Unione europea ha quindi promosso, attraverso la legislazione, una convergenza verso standard sociali più elevati tra gli Stati membri. Nell’ottobre 2022, la «Direttiva sui salari minimi adeguati» (Adequate Minimum Wages Directive) ha imposto agli Stati membri di perfezionare i meccanismi di fissazione e aggiornamento del salario minimo. Nel 2023, la «Raccomandazione sul reddito minimo adeguato» (Recommendation on Adequate Minimum Income) ha ulteriormente richiesto agli Stati membri di garantire un reddito minimo alla popolazione, tutelando le condizioni di vita fondamentali delle fasce vulnerabili. ③ La «Direttiva sulla trasparenza salariale» (Pay Transparency Directive) e la «Direttiva sul lavoro sulle piattaforme» (Platform Work Directive) si concentrano invece ulteriormente sulle questioni più rilevanti del mercato del lavoro, rafforzando rispettivamente la parità retributiva di genere e la tutela dei diritti dei lavoratori delle piattaforme. ④ La legislazione sopra citata sottolinea l’obiettivo dell’armonia sociale, stabilendo una soglia minima comune per la sicurezza sociale degli Stati membri, alleviando efficacemente la pressione sul tenore di vita e mantenendo la stabilità sociale di fronte all’impatto delle crisi.
In terzo luogo, la cooperazione in materia di difesa si sta orientando verso la costruzione di un quadro istituzionale. La cooperazione in materia di difesa all’interno dell’Unione Europea è rimasta a lungo limitata al coordinamento dei meccanismi e ad azioni su piccola scala. Dal 2022, la difesa è diventata il settore in cui l’integrazione procede più rapidamente. La spesa per la difesa degli Stati membri è aumentata di oltre il 50% in tre anni, passando da circa 218 miliardi di euro nel 2021 a 343 miliardi di euro nel 2024, per avvicinarsi ai 400 miliardi di euro nel 2025. ① Il cambiamento più significativo si è verificato a livello istituzionale. Nel 2023, la Commissione europea ha adottato successivamente l’«Act in Support of Ammunition Production» (Legge a sostegno della produzione di munizioni) e l’«European Defence Industry Reinforcement Through Common Procurement Act» (Legge sul rafforzamento dell’industria della difesa europea attraverso gli appalti comuni), aggirando i vincoli del Trattato che vietano il finanziamento delle spese per operazioni militari a carico del bilancio dell’Unione europea e convogliando i fondi dell’Unione nei settori dell’industria della difesa e degli appalti comuni. ② Nell’ottobre 2025, l’Unione europea ha pubblicato la «Tabella di marcia per la prontezza alla difesa 2030» (Defence Readiness Roadmap 2030), proponendo di aumentare la quota degli appalti comuni, rafforzare la capacità di assunzione di commesse dell’industria europea della difesa, istituire alleanze di capacità nei settori prioritari e monitorare annualmente i progressi nell’attuazione. ③
In quarto luogo, la gestione dell’immigrazione e dell’asilo si sta estendendo verso una governance comune. Nel settore dell’immigrazione, l’Unione europea aveva finora promosso l’integrazione principalmente attraverso la collaborazione tra gli Stati membri. Sebbene sia stato definito un quadro istituzionale per la ripartizione delle responsabilità in materia di asilo, l’attuazione concreta dipendeva in larga misura dalle risorse proprie degli Stati membri, mentre a livello dell’Unione europea mancava da tempo un accordo comune stabile. Durante la crisi dei rifugiati del 2015, la pressione derivante dall’accoglienza dei rifugiati si è concentrata sui paesi di confine dell’Unione europea, mentre la riforma del sistema comune di asilo dell’Unione europea è rimasta a lungo in una fase di stallo. A partire dal 2022, la crisi ucraina ha provocato un afflusso massiccio di rifugiati, con un notevole aumento della pressione migratoria a carico dell’Europa, il che ha accelerato l’adeguamento dell’agenda in materia. Dopo lo scoppio della crisi, l’UE ha deciso di attivare per la prima volta la «Direttiva sulla protezione temporanea» (Direttiva 2001/55/CE) del 2001, conferendo ai rifugiati ucraini numerosi diritti sociali quali il soggiorno, l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e alla previdenza sociale, ④ e stanziando 17 miliardi di euro per sostenere gli Stati membri nell’accoglienza e nel reinsediamento dei richiedenti asilo. ⑤ Nel maggio 2024, l’Unione Europea ha adottato il nuovo «Patto sull’immigrazione e l’asilo» (Pact on Migration and Asylum), ridefinendo il quadro normativo in materia di immigrazione e asilo. Tale Patto mira a istituire procedure unificate a livello dell’Unione Europea per lo screening all’ingresso e la gestione delle frontiere, stabilendo un meccanismo di «solidarietà obbligatoria» (Mandatory Solidarity) che consenta agli Stati membri di condividere il carico dei paesi di frontiera attraverso l’accoglienza e il trasferimento dei richiedenti asilo, il contributo finanziario o altre modalità. ① Nel contempo, l’ambito di applicazione della gestione delle frontiere si è ulteriormente ampliato. La Croazia, la Bulgaria e la Romania hanno aderito successivamente allo spazio Schengen, estendendo ulteriormente il sistema comune di gestione delle frontiere ai confini sud-orientali dell’Unione europea. Di conseguenza, l’Unione europea ha creato un quadro di collaborazione più stabile in materia di accoglienza e reinsediamento dei rifugiati e di gestione dell’asilo, rafforzando anche la propria capacità di rispondere congiuntamente alle pressioni dei flussi migratori esterni. (3)
Meccanismi operativi: il rafforzamento significativo dell’integrazione differenziata
L’integrazione differenziata (differentiated integration) non è un fenomeno nuovo nell’Unione europea. L’area dell’euro, lo spazio Schengen e l’«Europa a più velocità» (multi-speed Europe) sono tutti accordi istituzionali dell’Unione europea volti a accogliere la diversità interna. ② Tuttavia, a partire dal 2022, il fenomeno dell’integrazione differenziata si è notevolmente intensificato e la portata delle politiche si è ampliata in modo significativo, diventando un modello operativo normalizzato. In primo luogo, l’applicazione delle regole decisionali è diventata più flessibile. Le regole formali di decisione dell’Unione Europea non sono state modificate: l’unanimità rimane la procedura di base in settori altamente sensibili quali la politica estera, la difesa e l’allargamento, ma nella pratica sono emerse sempre più soluzioni flessibili. Per quanto riguarda il meccanismo di voto, l’astensione costruttiva (constructive abstention) consente agli Stati membri di dichiarare di non partecipare all’attuazione, senza tuttavia porre il veto alla risoluzione. Prima del 2022, tale meccanismo era stato utilizzato una sola volta. Dal 2022 in poi, questa regola è stata invocata in diverse occasioni. Ad esempio, nel febbraio 2022, dopo consultazioni urgenti, gli Stati membri dell’UE hanno deciso di fornire all’Ucraina equipaggiamenti militari letali; Austria, Irlanda e Malta hanno fatto approvare la risoluzione proprio ricorrendo a tale meccanismo. ③ Per quanto riguarda la soglia di voto, l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) autorizza il Consiglio dell’Unione europea ad adottare misure adeguate in situazioni di emergenza, in uno spirito di solidarietà tra gli Stati membri. Poiché tale disposizione non prevede una procedura di voto specifica, il Consiglio dell’Unione europea adotta il sistema di voto a maggioranza qualificata (qualified majority) ai sensi del Trattato sull’Unione europea. ④ A partire dal 2022, numerose leggi dell’Unione europea in materia di energia adottate con carattere d’urgenza sono state approvate in base a tale disposizione. Per quanto riguarda il processo decisionale, l’Unione europea ha inoltre apportato una serie di adeguamenti tecnici. Prendendo ad esempio le sanzioni contro la Russia, dal 2022 la Commissione europea ha progressivamente assunto il ruolo principale nella stesura dei progetti di sanzioni, presentandoli direttamente al Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio dell’Unione europea (COREPER II), riducendo così la fase di consultazione punto per punto da parte del Gruppo di lavoro dei consiglieri per le relazioni esterne (Working Party of Foreign Relations Counsellors). Successivamente, la Commissione europea ha inoltre introdotto il meccanismo di coordinamento denominato «confessionali» (confessionals): prima della presentazione formale delle proposte, i rappresentanti della Commissione comunicano con i rappresentanti permanenti degli Stati membri, singolarmente o in gruppi, per individuare in anticipo le «linee rosse» di ciascuna parte e adeguare di conseguenza il contenuto delle proposte, riducendo così la probabilità che queste vengano respinte nella fase di votazione formale. ①
Di conseguenza, la Commissione europea è diventata di fatto il principale artefice delle proposte di sanzioni. Inoltre, un analogo ampliamento del proprio ruolo si è verificato anche nel settore della difesa. A partire dal 2022, la Commissione europea ha guidato in successione la pubblicazione di numerosi piani di difesa, acquisendo un notevole potere di definizione dell’agenda e di allocazione delle risorse in un settore che tradizionalmente rientrava nelle decisioni intergovernative degli Stati membri. ②
In secondo luogo, il quadro di cooperazione tende a diventare più aperto e diversificato. Si è notevolmente aumentato il fenomeno di combinazioni di paesi diversi che promuovono tematiche politiche diverse, fenomeno particolarmente evidente nel settore della difesa. Da un lato, il modello della «coalizione dei volenterosi» (coalition of the willing) si sta diffondendo rapidamente. L’esempio più rappresentativo è la «coalizione di capacità» (capability coalition) a sostegno dell’Ucraina: tale meccanismo copre diversi settori, tra cui la difesa aerea, la guerra elettronica e i droni, è guidato da uno a tre paesi, prevede la partecipazione volontaria degli Stati membri e coordina gli aiuti in base alle esigenze specifiche delle forze armate ucraine. ③
D’altro canto, la partecipazione dei paesi non membri dell’UE al quadro di integrazione europea si sta estendendo ad ambiti altamente politici quali la difesa. A partire dal 2024, l’UE ha progressivamente firmato accordi di «partenariato in materia di sicurezza e difesa» con 12 paesi, tra cui Regno Unito, Norvegia, Giappone, Canada e India, fornendo un canale istituzionale per la partecipazione sistematica dei paesi terzi alla cooperazione in materia di difesa dell’UE. ④ Tra questi, il Regno Unito e l’UE hanno istituito un dialogo diplomatico e di sicurezza periodico e un meccanismo di consultazioni operative annuali, riservando inoltre al Regno Unito uno spazio per la partecipazione ai meccanismi di difesa dell’UE; ⑤ ciò segna la prima cooperazione istituzionalizzata in materia di difesa tra le due parti dopo la Brexit. Nel 2023 il Canada ha aderito al progetto della rete europea di hub logistici nell’ambito della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), diventando il primo paese terzo a partecipare contemporaneamente a due progetti PESCO. ① La Svizzera, dal canto suo, è stata invitata nel 2025 ad aderire al progetto PESCO sulla mobilità militare, diventando il primo Paese neutrale non membro dell’UE a partecipare a tale quadro. ② Inoltre, il programma «Operazioni di sicurezza europee» ha ulteriormente esteso ai Paesi terzi firmatari di accordi di partenariato l’idoneità a partecipare agli appalti congiunti di armamenti e attrezzature militari. L’ambito di partecipazione all’integrazione europea ha ormai superato i confini geografici, assumendo le caratteristiche di una cooperazione flessibile orientata alle esigenze funzionali.
III. I fattori trainanti della trasformazione dell’integrazione europea
Prima del 2022, il modello di integrazione europea esistente presentava già molteplici contraddizioni strutturali; la necessità di riforme era presente da tempo, ma mancava una spinta politica sufficiente. In seguito alla piena escalation della crisi ucraina, le pressioni esterne – quali l’adeguamento dell’orientamento strategico degli Stati Uniti e l’intensificarsi della concorrenza industriale globale – sono aumentate di pari passo, modificando la percezione del rischio e l’orientamento politico degli Stati membri dell’UE e accelerando notevolmente l’agenda delle riforme, che in precedenza procedeva a rilento. (1)
Contraddizioni strutturali accumulate a lungo a livello interno. In primo luogo, i dividendi di crescita del modello di integrazione esistente tendono ad esaurirsi. Il modello di integrazione originario aveva generato notevoli dividendi di crescita: tra il 1999 e il 2008, il tasso di crescita annuale composto dell’economia dell’Unione Europea ha raggiunto il 2,2%. ③ Tuttavia, dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, i benefici istituzionali derivanti dal percorso tradizionale si sono ridotti e l’ulteriore approfondimento dell’integrazione ha raggiunto una fase di stallo, come dimostra in modo evidente la stagnazione dell’integrazione nel settore dei servizi. Nel 2023, il grado di integrazione del mercato dei servizi nell’Unione Europea era pari solo al 7,6%.④ I fornitori di servizi transfrontalieri continuano a dover affrontare procedure di autorizzazione complesse e normative settoriali disomogenee. La frammentazione dei mercati dei capitali limita l’innovazione in materia di finanziamenti. Il finanziamento delle imprese tecnologiche europee continua a dipendere da mercati frammentati e dal credito bancario; i fondi raccolti dalle start-up ammontano solo alla metà di quelli delle loro controparti statunitensi, costringendo molte imprese a ricorrere a finanziamenti dall’estero. Nel periodo 2008-2021, quasi il 30% delle “unicorni” europee ha trasferito la propria sede all’estero, per lo più negli Stati Uniti. ① Non si è migliorata nemmeno l’asimmetria tra l’architettura monetaria e quella fiscale. Sebbene l’area dell’euro abbia realizzato l’unificazione monetaria, manca una politica fiscale comune. Quando i paesi dell’Europa meridionale con elevato indebitamento si trovano ad affrontare una crisi del debito, non possono né aumentare la propria competitività attraverso la svalutazione della moneta, né disporre di strumenti fiscali comuni per alleviare la pressione, e non hanno altra scelta che scambiare politiche di austerità con i salvataggi. Dopo la crisi del debito europeo, sebbene siano stati istituiti successivamente il Meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism, ESM) e l’Unione bancaria europea (European Banking Union), le questioni relative all’assicurazione comune sui depositi (common deposit insurance) e al debito comune rimangono difficili da risolvere a causa delle divergenze tra gli Stati membri. Il cumulo di tali ostacoli rende difficile che il tradizionale percorso di integrazione dei mercati possa fornire nuovi impulsi di crescita. Se l’Unione europea intende mobilitare investimenti strategici su larga scala, dovrà rafforzare lo sviluppo delle capacità nei settori del mercato, della finanza e della politica fiscale.
In secondo luogo, le capacità in materia di sicurezza dipendono da tempo da fonti esterne. Dopo la fine della Guerra Fredda, l’Europa è entrata in un «periodo di dividendi di pace» durato 30 anni, durante il quale la sicurezza della maggior parte dei paesi europei è dipesa dagli Stati Uniti e dalla NATO. La quota della spesa per la difesa sul PIL dei paesi membri sia dell’Unione Europea che della NATO è scesa dal 3% circa alla fine della Guerra Fredda all’1,54% nel 2021. Nel 2021, solo quattro Stati membri dell’Unione Europea hanno raggiunto l’obiettivo fissato dalla NATO di destinare il 2% del PIL alla spesa per la difesa. ② L’insufficienza degli investimenti a lungo termine ha causato l’indebolimento delle capacità di difesa europee. L’Unione Europea è priva di un sistema di pianificazione operativa congiunta e di comando indipendente dalla NATO, e presenta gravi carenze in termini di capacità chiave quali il trasporto aereo strategico, gli attacchi a lungo raggio e la difesa aerea e antimissile. All’inizio della crisi ucraina, le riserve di munizioni di alcuni Stati membri erano sufficienti a sostenere operazioni militari ad alta intensità solo per pochi giorni. La frammentazione dell’industria della difesa e del sistema di approvvigionamento ha aggravato la situazione sopra descritta. All’interno dell’Europa coesistono oltre 170 tipi diversi di sistemi d’arma, mentre negli Stati Uniti se ne contano solo circa 30. ③ Circa tre quarti degli appalti nel settore della difesa degli Stati membri vengono aggiudicati ad aziende nazionali; gli appalti congiunti transnazionali sono da tempo ostacolati, impedendo all’industria della difesa di realizzare economie di scala, con costi unitari che rimangono elevati. In precedenza, il contesto esterno dell’Europa era relativamente stabile e le garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti e dalla NATO riuscivano ancora a mascherare questa lacuna. Dopo il 2022, il contesto di sicurezza esterno dell’Unione Europea si è drasticamente deteriorato e le carenze di capacità accumulate nel lungo periodo si sono trasformate in pressioni concrete, diventando così uno dei principali motori dell’accelerazione dell’integrazione della difesa europea.
In terzo luogo, le contraddizioni istituzionali e meccaniche ostacolano l’avanzamento delle riforme. Dalla «Strategia di Lisbona» (Lisbon Strategy) del 2000 al «Rapporto Draghi» del 2024, l’Unione Europea ha già redatto numerose «diagnosi» dei propri problemi istituzionali; tuttavia, tra la diagnosi dei problemi e l’adozione di misure concrete sussiste da sempre un divario evidente, dovuto ai seguenti tre motivi.
In primo luogo, l’eccessivo onere normativo. Nel periodo 2019-2024, l’Unione Europea ha emanato oltre 13.000 atti normativi; più del 60% delle imprese dell’Unione considera la complessa regolamentazione come il principale ostacolo agli investimenti.①
In secondo luogo, i cicli decisionali sono troppo lunghi. Le riforme di grande portata dell’Unione Europea richiedono spesso un complesso processo di coordinamento, e il tempo che intercorre tra la proposta di una politica e la sua attuazione è piuttosto lungo. Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (Treaty of Lisbon) nel 2009, l’Unione europea non ha più modificato tale trattato e la riforma istituzionale è rimasta a lungo in sospeso. Il divario tra il quadro istituzionale e gli obiettivi di riforma continua ad ampliarsi.
In terzo luogo, la mancanza di consenso politico. Con l’allargamento dell’Unione europea a 27 Stati membri, la struttura degli interessi degli Stati membri è diventata più complessa e le differenze nelle preferenze politiche sono sempre più marcate. In materia di politica energetica, l’alleanza per l’energia nucleare guidata dalla Francia è da tempo in contrapposizione con il fronte delle energie rinnovabili guidato da Germania, Austria e altri paesi. Per quanto riguarda la difesa e la sicurezza, la Polonia e i paesi baltici considerano la deterrenza nei confronti della Russia una priorità assoluta, mentre gli Stati membri dell’Europa meridionale prestano maggiore attenzione alla questione dell’immigrazione clandestina; è quindi difficile per entrambe le parti trovare un accordo sulle priorità di investimento. In materia di commercio estero, le economie orientate all’esportazione, come quella tedesca, tendono a sostenere un contesto commerciale aperto, mentre paesi come la Francia e l’Italia pongono maggiore enfasi sulla «protezione industriale» e sull’«autonomia strategica». La divergenza di interessi ha fatto sì che l’Unione Europea si trovasse ripetutamente in difficoltà di coordinamento di fronte a questioni urgenti; il protrarsi delle indecisioni ha notevolmente indebolito lo slancio delle riforme. (2)
L’effetto cumulativo degli shock geopolitici esterni
In primo luogo, la crisi ucraina ha ridefinito la percezione della sicurezza e la logica politica in Europa. Dopo la fine della Guerra Fredda, i decisori politici europei avevano ritenuto, per un certo periodo, che la probabilità di una nuova guerra su larga scala tra Stati sul continente europeo fosse notevolmente diminuita. Tale valutazione ha indotto i paesi dell’UE a destinare in modo generalizzato le proprie risorse allo sviluppo dei mercati e alla spesa sociale, relegando a lungo le questioni relative alla difesa ai margini delle politiche. La crisi ucraina ha scosso radicalmente questa percezione, riportando la sicurezza militare al centro dell’integrazione europea. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha pubblicato la «Bussola strategica per la sicurezza e la difesa» (A Strategic Compass for Security and Defence), definendo chiaramente la Russia come «la minaccia principale e più diretta alla sicurezza europea». ② L’allora Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che la Germania stava entrando in una fase di «svolta epocale», abbandonando la linea di sicurezza nei confronti della Russia perseguita per decenni dopo la fine della Guerra Fredda.① La Finlandia e la Svezia hanno presentato, nel giro di pochi mesi, domanda di adesione alla NATO, rinunciando alla posizione di neutralità e di non allineamento militare da tempo perseguita. La crisi ucraina ha inoltre messo in luce la vulnerabilità dell’interdipendenza economica. Il tradizionale concetto di «cambiamento attraverso il commercio» (Wandel durch Handel) ha perso parte del suo fascino, mentre le politiche economiche all’interno e all’esterno dell’Unione Europea si sono spostate da una priorità data all’efficienza a un equilibrio tra efficienza e sicurezza. In alcuni settori si è quindi manifestata una tendenza, in misura variabile, alla «securitizzazione», caratterizzata dalla politicizzazione, dalla strumentalizzazione e dall’uso come arma delle questioni economiche, il che ha esacerbato le tensioni commerciali tra l’Unione Europea e le altre principali economie mondiali.
In secondo luogo, il riorientamento strategico degli Stati Uniti ha accentuato l’incertezza nelle relazioni transatlantiche. A partire dal 2017, anno in cui Trump è entrato in carica per la prima volta come presidente degli Stati Uniti, gli impegni degli Stati Uniti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa si sono ridotti. Dopo la rielezione di Trump alla presidenza nel 2025, tale incertezza si è ulteriormente accentuata. A seguito del vertice dell’Aia del 2025, gli Stati Uniti hanno richiesto agli alleati della NATO di aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL. ② Nel contempo, gli Stati Uniti hanno anche ridotto i propri investimenti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa. Nel maggio 2026, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania e hanno pianificato di ridurre parte delle forze militari chiave assegnate alla NATO. ③ Per l’Europa, che da tempo dipende dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, l’urgenza di costruire un’autonomia in materia di difesa è aumentata repentinamente. Sul piano economico, i dazi sono diventati lo strumento principale con cui gli Stati Uniti esercitano pressioni sull’Europa. Nell’aprile del 2025, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di un «dazio di reciprocità» del 20% sui prodotti dell’Unione Europea. Sebbene alla fine di luglio dello stesso anno gli Stati Uniti e l’Unione Europea abbiano raggiunto un accordo quadro che fissava l’aliquota del 15% per la maggior parte dei prodotti dell’Unione Europea, i prodotti in acciaio, alluminio e rame hanno mantenuto un’aliquota elevata del 50%. ④ L’impatto dei dazi ha indebolito le previsioni sulle esportazioni dell’Unione Europea, aggravando al contempo l’incertezza sugli investimenti delle imprese. Secondo le previsioni della Banca Centrale Europea, i dazi statunitensi e l’incertezza delle politiche commerciali hanno determinato una revisione al ribasso di circa lo 0,7% delle previsioni di crescita del PIL reale dell’area dell’euro per il periodo 2025-2027. ⑤
La concomitanza delle pressioni in ambito di sicurezza ed economico ha costretto l’Europa ad accelerare l’integrazione del mercato interno, lo sviluppo delle capacità di difesa e la diversificazione dei partner commerciali.
In terzo luogo, il panorama della concorrenza industriale globale sta subendo profondi cambiamenti e l’Europa rischia di cadere nella «trappola della tecnologia intermedia» (middle-technology trap). La rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA) e delle nuove tecnologie energetiche sta accelerando la riorganizzazione del panorama industriale globale. L’Europa vanta una solida tradizione nel settore manifatturiero tradizionale, ma l’eccessiva dipendenza dalla struttura industriale esistente le ha fatto perdere ripetutamente le opportunità offerte dall’ondata di Internet e dell’IA; di conseguenza, fatica a stabilire un vantaggio competitivo all’avanguardia nei settori ad alta tecnologia e a mantenere la competitività in termini di costi nei segmenti di fascia medio-bassa. Da un lato, i settori in cui l’Europa vanta un vantaggio competitivo tradizionale devono affrontare il rapido recupero delle economie emergenti. Nel settore chimico, la quota dell’Unione Europea sulle vendite globali di prodotti chimici è scesa dal 21% del 2009 al 13% del 2024, mentre nello stesso periodo quella della Cina è salita dal 24% al 46%. ① Nel settore della produzione meccanica, dal 2020 la Cina ha superato la Germania, diventando il maggiore esportatore mondiale di macchinari. ② Gli elevati costi energetici indeboliscono ulteriormente il vantaggio competitivo dell’industria manifatturiera europea. Nel 2024, il prezzo medio dell’energia elettrica per i grandi utenti industriali delle industrie ad alto consumo energetico dell’Unione Europea era superiore del 50% rispetto a quello cinese, mentre il prezzo del gas naturale per uso industriale era superiore di circa il 44%. ③ Ciò ha indotto alcune imprese europee a trasferire la propria capacità produttiva in Cina e in altre località. Ad esempio, il colosso chimico tedesco BASF ha avviato la chiusura di alcuni dei propri impianti produttivi in Germania e ha intensificato gli investimenti in Cina. D’altro canto, per quanto riguarda la competizione nelle tecnologie all’avanguardia e il potenziale di sviluppo futuro, il divario tra l’Europa e gli Stati Uniti e la Cina continua ad ampliarsi. Le principali imprese tecnologiche statunitensi hanno già costruito un sistema competitivo completo che abbraccia dati, potenza di calcolo, piattaforme e talenti. Anche la Cina ha consolidato un vantaggio nella ricerca e sviluppo e nella commercializzazione dei risultati in alcuni settori tecnologici all’avanguardia.
Al contrario, l’Europa presenta punti deboli in diversi ambiti chiave. Per quanto riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo, nel 2023 l’intensità di R&S dell’Unione Europea (ovvero la percentuale della spesa per ricerca e sviluppo rispetto al PIL) era pari solo al 2,22%, inferiore al 3,45% degli Stati Uniti e al 2,58% della Cina. ④ Le risorse dell’UE destinate alla ricerca e sviluppo rimangono concentrate in settori tradizionali quali l’automotive e l’industria chimica, mentre gli investimenti in settori emergenti quali l’intelligenza artificiale e la tecnologia quantistica risultano insufficienti. Sulla spesa complessiva per la ricerca e sviluppo delle principali aziende globali nei settori del software e di Internet, gli Stati Uniti rappresentano il 71%, la Cina il 15% e l’UE il 7%. Per quanto riguarda la trasformazione industriale, la quota dell’Unione Europea sui ricavi globali nel settore tecnologico è scesa dal 22% del 2013 al 18% del 2023, mentre nello stesso periodo quella degli Stati Uniti è salita dal 30% al 38%, con un divario in continuo aumento. ⑤ Nel 2024, gli Stati Uniti hanno lanciato 40 modelli di intelligenza artificiale di grande impatto, la Cina ne ha lanciati 15, mentre l’Europa ne ha lanciati complessivamente solo 3. Nello stesso anno, la Cina ha aggiunto 295.000 nuovi robot industriali, pari al 54% del totale installato a livello mondiale, mentre l’Unione Europea ne ha installati solo 67.800 nello stesso periodo. ① L’accelerazione dell’iterazione tecnologica ha ulteriormente ridotto la finestra di opportunità per recuperare il ritardo. Il «Rapporto sull’Indice di IA 2025» dell’Università di Stanford mostra che la potenza di calcolo necessaria per l’addestramento dei modelli di IA all’avanguardia raddoppia circa ogni cinque mesi. La mole dei dati utilizzati per l’addestramento dei modelli di grandi dimensioni raddoppia circa ogni otto mesi. ② Se l’Europa dovesse continuare a seguire il percorso originario, risulterebbe difficile trasformare i vantaggi della ricerca scientifica in vantaggi industriali, trovandosi così sotto pressione da entrambi i fronti nella divisione globale del lavoro.
IV. Prospettive di trasformazione dell’integrazione europea e futuro ruolo dell’Unione Europea
Nel complesso, la trasformazione dell’integrazione europea continuerà a progredire. Di fronte alle pressioni di sicurezza a lungo termine e alla concorrenza industriale sempre più agguerrita, per i singoli Stati diventa sempre più difficile affrontare autonomamente le sfide, rendendo sempre più urgente la necessità di un’azione comune a livello dell’Unione Europea. La dimensione del mercato, il capitale istituzionale e le basi industriali, scientifiche e di talenti accumulate nel corso della lunga integrazione forniscono un solido sostegno a tale trasformazione. Allo stesso tempo, la dispersione delle risorse finanziarie, la divergenza degli interessi degli Stati membri e la dipendenza dall’esterno continueranno a influenzare il ritmo delle riforme dell’UE, e i risultati della trasformazione varieranno a seconda dei diversi ambiti tematici. Queste resistenze aumenteranno i costi della trasformazione dell’integrazione, ma difficilmente ne modificheranno la direzione generale. Con il progressivo rafforzamento delle capacità comuni, l’Unione Europea parteciperà agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.
(I) Motori della trasformazione: il protrarsi delle crisi e la resilienza intrinseca dell’integrazione. In primo luogo, il protrarsi delle crisi nelle regioni limitrofe rafforza la dinamica della trasformazione verso l’integrazione. L’integrazione europea è di per sé una storia di continuo avanzamento nell’affrontare le crisi; le crisi sono sempre state un motore importante per l’ampliamento e l’approfondimento dell’integrazione. Dal 2022, la crisi ucraina e l’escalation della situazione in Medio Oriente continuano a incidere sul contesto di sicurezza alle frontiere dell’Europa, con ripercussioni che si estendono anche ai settori dell’energia, del commercio e della governance sociale. Le crisi presentano evidenti effetti transfrontalieri, rendendo difficile per i singoli Stati membri rispondere in modo efficace da soli. Il coordinamento a livello dell’Unione Europea, sebbene richieda compromessi politici, consente di ampliare la portata delle azioni, coordinare le risorse degli Stati membri e ripartire i rischi derivanti da un’azione individuale. Anche il sostegno dell’opinione pubblica europea ha consolidato le basi politiche della transizione verso l’integrazione. L’indagine «Eurobarometro» del 2026 rivela che il 72% degli intervistati ritiene che il proprio Paese tragga beneficio dall’adesione all’Unione Europea; la percentuale di sostegno alla politica comune di sicurezza e difesa e all’euro raggiunge rispettivamente l’81% e l’82%, mentre il 60% degli intervistati si dichiara ottimista riguardo al futuro dell’Unione Europea e il 51% esprime fiducia nell’Unione; nel complesso, gli indicatori in questione si attestano a livelli storicamente elevati. ①
Allo stesso tempo, l’elevata interdipendenza ha rafforzato la sostenibilità della transizione. Il mercato unico e le politiche comuni hanno creato stretti legami tra gli Stati membri. Le politiche di un singolo Paese spesso hanno un impatto significativo sugli altri Stati membri; un’azione autonoma potrebbe trasferire i costi nazionali sugli altri Stati membri, provocando attriti all’interno dell’Unione. Ciò rende ancora più necessario per gli Stati membri avvalersi delle istituzioni dell’Unione per coordinare le politiche e promuovere l’estensione di ulteriori funzioni di governance a livello dell’Unione.
In secondo luogo, le economie di scala derivanti dall’integrazione a lungo termine forniscono la base materiale per la trasformazione. Il mercato unico europeo copre circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, con un volume economico complessivo di circa 18.000 miliardi di euro. A partire dall’aprile 2026, dall’istituzione del mercato unico il PIL dell’Unione Europea è aumentato di circa il 3–4% e sono stati creati circa 3,6 milioni di posti di lavoro. ② Il mercato unico ha inoltre potenziato la capacità complessiva dell’Europa nell’allocazione delle risorse e nella mobilitazione delle politiche. Gli Stati membri possono organizzare la produzione transfrontaliera avvalendosi del mercato unico, nonché ampliare l’impatto delle proprie politiche attraverso appalti comuni e investimenti pubblici. La politica commerciale comune, dal canto suo, trasforma le forze di mercato frammentate degli Stati membri in risorse complessive dell’Unione, ampliando il margine di negoziazione dell’Europa sul mercato globale. L’euro ha ulteriormente consolidato i vantaggi di scala del mercato unico, riducendo i costi di transazione all’interno dell’area dell’euro e attenuando le fluttuazioni dei tassi di cambio. Nel primo trimestre del 2026, la quota dell’euro nei principali indicatori, quali le riserve valutarie globali, era pari al 20,03%, confermando la sua posizione di seconda valuta internazionale più importante al mondo; ③ ciò ha fornito un solido sostegno all’Europa per lo svolgimento di regolamenti transfrontalieri e di finanziamenti comuni. Con il continuo sviluppo del mercato obbligazionario denominato in euro, la capacità dell’Europa di mobilitare capitali a lungo termine presenta ancora un potenziale di crescita.
In terzo luogo, il capitale istituzionale derivante dall’integrazione a lungo termine ha rafforzato la capacità di riforma dell’Europa. L’Unione europea ha istituito un sistema giuridico e un’architettura di governance relativamente completi, in grado di tradurre il consenso politico tra gli Stati membri in norme comuni, la cui applicazione è supervisionata congiuntamente dalle istituzioni dell’Unione e dagli Stati membri. La forte vincolatività giuridica e la continuità delle politiche hanno inoltre accresciuto la credibilità delle norme dell’Unione. Le imprese possono così formulare previsioni operative relativamente stabili, mentre la cooperazione tra gli Stati membri non è soggetta a shock significativi causati dai cambiamenti politici interni. Il mercato unico e il sistema di regolamentazione comune conferiscono inoltre all’UE una forte capacità di diffusione delle norme. Quando le imprese multinazionali entrano nel mercato europeo, devono adeguare le proprie modalità operative agli standard dell’UE. Poiché il mercato europeo è di grandi dimensioni e il sistema di regolamentazione è relativamente ben sviluppato, le imprese, al fine di ridurre i costi di conformità duplicati, tendono spesso ad estendere tali standard ad altri mercati, dando origine al cosiddetto «effetto Bruxelles» (Brussels Effect). ① Tale effetto è particolarmente evidente in settori quali la protezione dei dati, la politica della concorrenza e la governance ambientale. L’intensificarsi della concorrenza globale potrebbe indebolire l’effetto di ricaduta di alcune norme, ma le capacità legislative, normative e di regolamentazione accumulate dall’UE nel lungo periodo continueranno a sostenere il mantenimento della sua influenza istituzionale.
In quarto luogo, le basi industriali, di ricerca scientifica e di talenti riservano un notevole potenziale di sviluppo per la transizione verso l’integrazione. A livello industriale, l’Europa dispone di un sistema industriale relativamente completo e mantiene un vantaggio significativo in settori quali l’aerospaziale, le attrezzature industriali, il settore biomedico e i materiali di alta gamma; i relativi cluster industriali hanno inoltre accumulato competenze ingegneristiche consolidate e reti di approvvigionamento mature. A livello di ricerca scientifica, l’Europa dispone ancora di un sistema di produzione di conoscenza di ampie dimensioni e ampiamente distribuito. I dati statistici del 2022 indicano che la produzione scientifica dell’Unione Europea rappresenta circa il 18% del totale mondiale, seconda solo alla Cina. ② Il sistema di ricerca europeo presenta un elevato livello di cooperazione internazionale e reti di ricerca transnazionali relativamente mature. A livello di risorse umane, l’Europa dispone di un numero considerevole di ricercatori e ingegneri. Nel 2024, i ricercatori dell’Unione Europea superavano 2,1 milioni di persone. ③ Un sistema di istruzione superiore relativamente completo, un sistema di formazione professionale e programmi di ricerca transnazionali consentono all’Europa di formare costantemente personale qualificato. La libera circolazione delle persone favorisce inoltre l’allocazione efficiente delle risorse di ricerca tra gli Stati membri, fornendo un importante sostegno al successivo recupero tecnologico. Se si riuscisse a migliorare l’efficienza nella trasposizione dei risultati della ricerca, ad ampliare l’offerta di capitale a lungo termine e a promuovere le nuove tecnologie avvalendosi del mercato unico, l’Europa avrebbe ancora la possibilità di creare nuovi motori di crescita in settori quali l’industria verde, le scienze della vita e la produzione avanzata.
(II) Resistenze alla trasformazione: il dilemma dell’azione collettiva e la dipendenza dall’esterno. In primo luogo, la capacità di mobilitare risorse limita la velocità di avanzamento della trasformazione verso l’integrazione. Da un lato, l’UE presenta un volume economico complessivo considerevole, ma le risorse fiscali e finanziarie sono concentrate principalmente a livello degli Stati membri, con un divario tra gli obiettivi comuni e la frammentazione delle risorse. I progetti transnazionali comportano inoltre la ripartizione dei costi e dei benefici. Gli Stati membri dell’UE che ne traggono minori benefici potrebbero opporsi al cofinanziamento, mentre quelli che ne traggono maggiori benefici difficilmente potrebbero sostenere autonomamente le spese. In secondo luogo, anche il margine di manovra finanziario degli Stati membri è limitato. Il debito pubblico di molte delle principali economie si trova a livelli storicamente elevati e deve inoltre far fronte alla pressione sulla spesa sociale derivante dall’invecchiamento demografico. In assenza di un sostegno finanziario adeguato, l’attuazione dell’agenda per la competitività potrebbe risultare notevolmente compromessa. In terzo luogo, anche la mobilitazione del capitale privato risente della frammentazione dei mercati. Il tasso di risparmio dei residenti europei è nel complesso elevato, ma la frammentazione dei mercati dei capitali ne limita le dimensioni e la liquidità, mentre la regolamentazione frammentata e le differenze fiscali aumentano i costi degli investimenti transfrontalieri. Se l’integrazione dei mercati finanziari procedesse a rilento, le finanze pubbliche potrebbero subire pressioni ancora maggiori e sarebbe difficile ampliare efficacemente la portata degli investimenti a lungo termine. Inoltre, i progetti infrastrutturali e industriali richiedono investimenti continui e solitamente non possono essere portati a termine entro cicli politici di breve durata. I governi degli Stati membri sono generalmente sottoposti a pressioni elettorali a breve termine, il che potrebbe comportare un’attenzione e un impegno insufficienti nei confronti dei progetti a lungo termine, con conseguente rallentamento dei relativi progressi. In secondo luogo, la capacità di coordinamento politico limita la profondità della transizione verso l’integrazione. Le politiche dell’Unione europea devono tenere conto delle diverse strutture economiche, delle preoccupazioni in materia di sicurezza e delle preferenze sociali dei vari Stati membri. Quando le riforme entrano nei settori chiave della sovranità, gli Stati membri richiedono solitamente di mantenere un ampio controllo sulle politiche; a seguito di ripetute consultazioni, l’intensità delle riforme nella proposta finale risulta spesso inferiore agli obiettivi originariamente fissati. Le norme comuni devono essere recepite e attuate dagli Stati membri; le differenze nelle capacità amministrative e nei modelli di regolamentazione dei vari paesi possono facilmente determinare risultati disomogenei nell’attuazione.
In futuro, la difficoltà di coordinamento delle politiche dell’Unione europea è destinata ad aumentare ulteriormente. Il livello di sviluppo economico della maggior parte dei paesi candidati è inferiore alla media dell’Unione europea; la loro adesione potrebbe aumentare la pressione sulle spese destinate alle politiche di coesione. L’aumento del numero dei membri renderà inoltre più complessa la struttura degli interessi, ponendo nuove sfide ai meccanismi di coordinamento esistenti.
La cooperazione tra Germania e Francia continua a svolgere un ruolo importante, ma la sua efficacia di coordinamento è in calo. Attualmente la Germania è ostacolata dal rallentamento della crescita economica e dalla frammentazione politica interna, con un conseguente indebolimento sia della capacità decisionale in materia di politica estera sia della disponibilità a investire risorse. La Francia, dal canto suo, è vincolata dalle pressioni fiscali e dalle divisioni politiche, con una conseguente riduzione della sua capacità di promuovere le riforme dell’Unione Europea. Nel contempo, l’assetto delle forze all’interno dell’Europa sta diventando sempre più diversificato e l’influenza dei paesi dell’Europa centrale e orientale sulle questioni di sicurezza è in netto aumento.①
Il nuovo assetto di coordinamento è in fase di formazione e le riforme di grande portata potrebbero richiedere più tempo per raggiungere un consenso.
In terzo luogo, la dipendenza dall’estero limita il margine di manovra per la trasformazione dell’integrazione. L’integrazione europea si è a lungo fondata su basi esterne quali la garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti e il mantenimento dell’apertura dei mercati globali; nel breve termine è difficile liberarsi da tale dipendenza. ② Lo sviluppo delle capacità di sicurezza deve ancora fare affidamento sul quadro della NATO, e il divario nelle capacità autonome è difficile da colmare nel breve periodo. Anche nel settore tecnologico sussiste una forte dipendenza dall’estero. Oltre l’80% dei prodotti, dei servizi, delle infrastrutture e della proprietà intellettuale digitali dell’Unione Europea dipende da fornitori extra-europei. ③ Nel settore del cloud computing, la quota di mercato dei fornitori locali dell’UE è scesa dal 29% del 2017 al 15% del 2022, mentre le tre aziende statunitensi Amazon, Microsoft e Google detengono complessivamente circa il 70%. ① A tal proposito, nel giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il Pacchetto sulla sovranità tecnologica europea (European Technological Sovereignty Package).
Tuttavia, l’Unione europea rimane un’economia altamente aperta, il cui sviluppo industriale dipende dal commercio globale, dai capitali e dalle catene di approvvigionamento. Un’eccessiva «securitizzazione» dell’economia potrebbe danneggiare i suoi interessi commerciali, innescare contromisure da parte dei partner commerciali e indebolire la competitività delle imprese europee nelle catene di approvvigionamento globali. L’Europa deve mantenere un equilibrio tra la riduzione delle dipendenze critiche e il mantenimento di mercati aperti.
(III) L’Unione europea dopo la transizione: una potenza internazionale con capacità autonome rafforzate
In primo luogo, l’Unione europea continuerà a essere un importante artefice dell’ordine regionale europeo. L’ordine europeo post-transizione sarà plasmato congiuntamente dall’Unione europea, dalla NATO e da potenze quali gli Stati Uniti e la Russia; la crisi ucraina avrà un impatto di vasta portata sull’ordine di sicurezza perimetrale dell’Europa. Per l’Unione europea, l’area effettiva di copertura dell’integrazione europea si estenderà ulteriormente oltre i suoi confini geografici; gli Stati membri, i paesi candidati e i paesi partner potrebbero instaurare legami multilivello attorno a diverse tematiche. La Comunità politica europea offre una nuova piattaforma politica, i cui partecipanti includono gli Stati membri dell’UE, la maggior parte dei paesi candidati e Stati non membri dell’UE quali il Regno Unito, la Norvegia e la Svizzera, fornendo all’UE uno spazio politico più ampio per i rapporti con i paesi non membri.
In futuro, l’ordine regionale europeo potrebbe assumere una struttura multilivello incentrata sull’UE: gli Stati membri parteciperebbero a un meccanismo di integrazione completo, i paesi candidati entrerebbero gradualmente in alcuni settori politici, mentre gli altri paesi europei manterrebbero la cooperazione attraverso accordi specifici e piattaforme regionali. L’Unione europea difficilmente riuscirà a uniformare completamente le percezioni di sicurezza dei vari paesi, e la competizione tra grandi potenze continuerà a influenzare l’ordine regionale europeo. Tuttavia, nell’attuale sistema istituzionale europeo, i meccanismi in grado di garantire un coordinamento politico costante e di produrre risultati comuni sono pochi, e l’Unione europea continua a svolgere un ruolo difficilmente sostituibile.
Con la trasformazione del processo di integrazione, il ruolo regionale dell’Unione europea si estenderà dall’integrazione economica e dall’orientamento normativo alla definizione dell’ordine di sicurezza, svolgendo un ruolo organizzativo e di coordinamento più forte nel panorama regionale. In secondo luogo, l’Unione Europea continuerà a essere un attore importante nella governance economica globale, ma il suo modello di cooperazione sarà sempre più influenzato dalla logica della sicurezza economica.
Di fronte all’ascesa del protezionismo e alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, l’Unione Europea sta ampliando la propria rete di partenariati interregionali. Nel 2026, l’Unione Europea ha firmato un accordo di partenariato e un accordo commerciale provvisorio con il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR). ② Ha inoltre concluso i negoziati per accordi di libero scambio con l’India e l’Australia e ha portato a termine i negoziati per l’approfondimento dell’accordo di partenariato economico UE-ESA con quattro paesi dell’Africa sud-orientale, elevandolo a accordo di libero scambio globale, ampliando così ulteriormente la propria presenza economica e commerciale in America Latina, Asia meridionale e Africa. Nel campo dello sviluppo globale, l’UE ha annunciato che il programma «Global Gateway» ha già raggiunto in anticipo l’obiettivo di mobilitare 300 miliardi di euro di investimenti, cifra che nel 2027 potrebbe raggiungere i 400 miliardi di euro.① Nel 2024, l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) fornito dall’UE e dai suoi Stati membri ha raggiunto gli 88,7 miliardi di euro, pari al 42% del totale mondiale, confermando l’UE come il principale partner collettivo di sviluppo a livello mondiale. ② Questi strumenti forniscono il sostegno necessario all’Unione europea per attrarre partner esterni e ampliare l’efficacia della propria governance. Al contempo, l’Unione attribuirà maggiore importanza alla sicurezza economica e all’affidabilità dei partner, ovvero amplierà la cooperazione economica e commerciale con i «partner affidabili», mentre nei confronti dei cosiddetti paesi «a rischio» rafforzerà i controlli sugli investimenti e le misure di difesa commerciale.
Questa apertura selettiva potrebbe favorire la politicizzazione delle relazioni economiche ed commerciali esterne dell’Unione Europea, in contrasto con i principi di apertura, multilateralismo e non discriminazione da essa da tempo sostenuti; di conseguenza, la sua reputazione di leader nella governance globale potrebbe risentirne.
In terzo luogo, è prevedibile un rafforzamento delle capacità autonome dell’Unione Europea. La trasformazione del processo di integrazione migliorerà la capacità dell’Unione di definire posizioni comuni e di organizzare azioni esterne. Si prevede che l’influenza effettiva delle istituzioni dell’Unione continui ad ampliarsi e che l’Unione stessa partecipi agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile. Il rafforzamento dell’autonomia offrirà all’Unione Europea un ventaglio più ampio di opzioni politiche, ridurrà la dipendenza da un unico partner e le consentirà di assumere posizioni più flessibili a seconda della natura delle questioni.
Le relazioni transatlantiche rimarranno un pilastro fondamentale della politica estera e di sicurezza europea. Tuttavia, i cambiamenti nell’orientamento strategico degli Stati Uniti spingeranno l’Europa a prestare maggiore attenzione ai propri interessi e ai propri piani a lungo termine. Anche al termine del mandato di Trump, è altamente probabile che l’orientamento politico dell’«America First» e la richiesta che l’Europa si assuma maggiori responsabilità continuino a prevalere. Il grado di autonomia dell’Unione Europea varierà a seconda dei settori. In ambiti quali il cambiamento climatico, la regolamentazione digitale e le norme internazionali, l’Unione dispone già di una solida base per agire in modo indipendente e dovrebbe continuare a proporre iniziative politiche caratterizzate da una specificità europea. Nei settori della sicurezza militare e delle tecnologie digitali fondamentali, invece, lo sviluppo delle capacità autonome dell’Unione richiederà un processo di consolidamento più lungo. Con l’ulteriore rafforzamento della leadership delle istituzioni dell’Unione, l’Europa darà vita a un sistema di politica estera più completo e cercherà un maggiore margine di manovra strategico tra la competizione tra grandi potenze e la cooperazione multilaterale. Da oltre settant’anni, l’integrazione europea, partita dalla Comunità del carbone e dell’acciaio, ha attraversato diverse fasi – tra cui l’unificazione dei mercati, l’integrazione monetaria e l’approfondimento politico – plasmando profondamente il percorso di sviluppo dell’Europa contemporanea e consentendole di accumulare risorse fondamentali quali un vasto mercato unico, un maturo meccanismo di coordinamento multilaterale e un sistema di governance completo.
Attualmente, la geopolitica è tornata a interessare il continente europeo, le relazioni transatlantiche sono messe alla prova e il panorama industriale globale sta subendo una rapida riorganizzazione. Di fronte a crisi multiple, l’Unione Europea ha avviato una trasformazione sistemica che si articola su tre dimensioni: l’ampliamento, l’approfondimento e il funzionamento dell’integrazione; tale trasformazione ha registrato un netto miglioramento in termini di portata e intensità, attenuando efficacemente l’impatto politico ed economico derivante dalla crisi ucraina e dimostrando che l’integrazione europea possiede ancora una forte resilienza istituzionale e una spiccata capacità di risposta alle crisi.
Guardando al futuro, l’integrazione europea rimarrà ancora per un certo periodo in una fase di transizione. Il coordinamento degli interessi tra gli Stati membri dell’UE presenta notevoli difficoltà, i cicli di sviluppo delle capacità in materia di difesa e industria sono piuttosto lunghi e il deficit di finanziamenti per le riforme volte a rafforzare la competitività deve ancora essere colmato. Tuttavia, la direzione delle riforme si sta gradualmente delineando e il quadro istituzionale nei settori chiave ha già preso forma in via preliminare. In una prospettiva di medio-lungo termine, con la crescita costante degli investimenti nella difesa, l’integrazione dei mercati dei capitali e la progressiva attuazione degli strumenti di politica industriale, si prevede che i risultati dello sviluppo delle capacità diventeranno evidenti. L’Europa dispone ancora di solide basi economiche, di capitale istituzionale e di capacità di ricerca scientifica, e conserva un potenziale di sviluppo in settori quali l’industria verde, le scienze della vita e la produzione di alta tecnologia.
La capacità dell’Europa di trasformare le pressioni in motori di sviluppo dipenderà in larga misura dalla capacità della transizione dell’integrazione di ridurre costantemente il divario tra capacità di attuazione e ambizioni strategiche, nonché dalla disponibilità dello spazio necessario da parte del contesto esterno. Se si riuscirà a mantenere la direzione delle riforme e a raggiungere costantemente gli obiettivi, l’Unione europea post-transizione potrà diventare una forza internazionale più autonoma e costruttiva.
Per quanto riguarda le relazioni tra Cina e Unione europea, la trasformazione dell’integrazione europea renderà la politica dell’Unione europea nei confronti della Cina più complessa. Entrambe le parti continuano ad avere un forte bisogno di cooperazione in settori quali il cambiamento climatico, la transizione verde e la governance globale, e la complementarità economica rimane una base importante delle relazioni bilaterali; tuttavia, la tendenza dell’Unione europea a generalizzare le questioni economiche e commerciali in termini di sicurezza sta avendo un impatto negativo sulle relazioni economiche e commerciali bilaterali.
Allo stesso tempo, all’interno dell’Unione europea non vi è un fronte unito riguardo alla posizione nei confronti della Cina, e la diversificazione degli interessi tra gli Stati membri lascia spazio a una cooperazione pragmatica tra Cina e Unione europea.
In una prospettiva a lungo termine, una ragionevole componente di autonomia strategica nel processo di integrazione europea favorisce lo sviluppo di un ordine internazionale multipolare. Un’Europa dotata di maggiore indipendenza politica e capacità di azione potrà offrire più opzioni in materia di cooperazione economica e commerciale e di governance globale, diventando così una forza importante per la salvaguardia del multilateralismo. Pertanto, continuare a mantenere l’ampiezza e la profondità dei contatti con l’Europa, promuovere la cooperazione sia a livello delle istituzioni dell’Unione Europea che degli Stati membri, ampliare i punti di convergenza degli interessi su temi specifici e, al contempo, mantenere la necessaria vigilanza nei confronti della generalizzazione degli strumenti di sicurezza economica, rappresenta una scelta pragmatica da parte della Cina per affrontare le incertezze legate alla fase di transizione dell’integrazione europea. [Responsabile editoriale: Zhang Jun]
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L’UE durante la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina», Journal of European Public Policy, vol. 30, n. 4, 2023, pp. 766-786. ⑤ Philipp Genschel, «Integrazione bellicista? La guerra in Ucraina, l’Unione europea e i poteri degli Stati centrali», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 12, 2022, pp. 1885-1900; Veronica Anghel e Jelena Džankić, «L’UE in tempo di guerra: conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina sul processo di allargamento», Journal of European Integration, vol. 45, n. 3, 2023, pp. 487-501. ⑥ Sophie Meunier e Kalypso Nicolaïdis, «La geopoliticizzazione della politica commerciale e degli investimenti europea», Journal of Common Market Studies, vol. 57, n. S1, 2019, pp. 103-113; Kathleen R. McNamara, «Trasformare l’Europa? La politica industriale dell’UE e la svolta geopolitica», Journal of European Public Policy, vol. 31, n. 9, 2024, pp. 2371-2396; Feng Zhongping: «Integrazione europea, autonomia strategica e relazioni tra Cina e Europa», Rivista di Economia Internazionale, 2023, n. 5, pp. 27-37. ① Pierre Haroche, «Il sovranazionalismo contrattacca: una lettura neofunzionalista del Fondo europeo per la difesa», Journal of European Public Policy, vol. 27, n. 6, 2020, pp. 853-872. ② Katharina Holzinger e Jale Tosun, «Perché l’integrazione differenziata è una pratica così diffusa in Europa: una spiegazione razionale», Journal of Theoretical Politics, vol. 31, n. 4, 2019, pp. 642-659; Dirk Leuffen, Julian Schuessler e Jana Gómez Díaz, «Il sostegno pubblico all’integrazione differenziata: valori liberali individuali e preoccupazioni riguardo alla discriminazione tra Stati membri», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 2, 2022, pp. 218-237; Chen Jie: «Integrazione differenziata: nuovi sviluppi nella ricerca sull’integrazione europea», Insegnamento e Ricerca, n. 9 del 2021, pagg. 100–112. ③ He Zhigao e Gong Xiaoxuan: «Benefici economici, identità normativa e percorsi di integrazione differenziata in Europa», Economia e Politica Mondiale, n. 2 del 2021, pagg. 78–104. ④ Li Mingming: «Sulla de-integrazione differenziale dell’Unione europea e gli orientamenti dell’integrazione nell’era post-Brexit», Studi europei, n. 5, 2020, pp. 72–89; Tian Yuewan e Tian Dewen: «Dalla “integrazione differenziale” alla “de-integrazione differenziale” — — una nuova esplorazione della teoria dell’integrazione europea», Il mondo contemporaneo e il socialismo, n. 6, 2020, pp. 40–51. ⑤ Frank Schimmelfennig e Thomas Winzen, Ever Looser Union? 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A giugno 2026, cinque dei ventisette Stati membri dell’UE continuavano a non riconoscere l’«indipendenza» del Kosovo; di conseguenza, il Kosovo si è limitato a presentare una domanda unilaterale, senza ottenere da parte dell’UE la conferma del proprio status di paese candidato. ② Engjellushe Morina, «Accelerare le adesioni: perché nella politica di allargamento dell’UE è meglio procedere più rapidamente», Consiglio europeo per le relazioni estere, 18 dicembre 2025, https://ecfr.eu/publication/ accelerate-the-accessions-why-faster-is-better-in-eu-enlargement-policy/#gradual-integration-and-its-pitfalls.① Enrico Letta, «Much More Than a Market: Speed, Security, Solidarity», Consiglio dell’Unione europea, 18 aprile 2024, https://www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-morethan-a-market-report-by-enrico-letta.pdf. ② Mario Draghi, «Il futuro della competitività europea», Commissione europea, 9 settembre 2024, https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/draghi-report_en, pag. 5. ③ EUR-Lex, Regolamento (UE) 2020/2094 del Consiglio, del 14 dicembre 2020, che istituisce uno strumento di ripresa dell’Unione europea a sostegno della ripresa a seguito della crisi causata dal COVID-19, Unione europea, 14 dicembre 2020, https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2020/2094/oj. ① EUR-Lex, Regolamento (UE) n. 2025/1106 del Consiglio, del 27 maggio 2025, che istituisce l’iniziativa «Security Action for Europe» (SAFE) attraverso il rafforzamento dello strumento per l’industria europea della difesa (Testo rilevante ai fini del SEE), Unione europea, 27 maggio 2025, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/? uri=CELEX%3A32025R1106. ② REPowerEU, Commissione europea, 18 maggio 2025, https://commission.europa.eu/topi cs/energy/repowereu_en. ③ EUR-Lex, Direttiva (UE) 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 ottobre 2022, relativa ai salari minimi adeguati nell’Unione europea, Unione europea, 19 ottobre 2022, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32022L2041; EUR-Lex, Raccomandazione del Consiglio del 30 gennaio 2023 sul reddito minimo adeguato che garantisca l’inclusione attiva, Unione europea, 30 gennaio 2023, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri =CELEX:32023H0203(01). ④ Tabella di marcia per posti di lavoro di qualità, Commissione europea, 4 dicembre 2025, https://data.consilium. europa.eu/doc/document/ST-16464-2025-INIT/en/pdf, pagg. 12, 9.① «Dati sulla difesa 2024-2025», Agenzia europea per la difesa, dicembre 2025, https://eda.europa.eu/publications-and-data/defence-data. ② «Circa 2 miliardi di euro per rafforzare la prontezza dell’industria della difesa dell’UE, anche per aumentare la produzione di munizioni a 2 milioni all’anno nel 2025», Commissione europea, 15 marzo 2024, https://defence-industry-space.ec.europa.eu/around-eu2-billion-strengthen-eus-defence-industryreadiness-including-ramp-ammunition-production-2-2024-03-15_en. ③ Tabella di marcia per la prontezza operativa 2030, Commissione europea, 16 ottobre 2025, https://defenceindustry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/readiness-roadmap-2030_en. ④ EUR-Lex, Decisione di esecuzione (UE) 2022/382 del Consiglio del 4 marzo 2022, Unione europea, 4 marzo 2022, https://eur-lex.europa.eu/eli/dec_impl/2022/382/oj/eng. ⑤ «Come l’UE aiuta i rifugiati provenienti dall’Ucraina», Consiglio dell’Unione europea, 26 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/refugee-inflow-from-ukraine/.① Patto sulla migrazione e l’asilo: un sistema comune dell’UE per la gestione della migrazione, Commissione europea, 11 giugno 2026, https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/migration-and-asylum/pact-migration-and-asylum_en. ② Ding Chun, Zhang Mingxin, Yang Jiawei: «Analisi politico-economica dell’“Europa a più velocità”: un’analisi empirica basata sulla convergenza dello sviluppo degli Stati membri dell’UE», Studi europei, n. 4, 2017, pagg. 1–17. ③ Nel 2008 l’UE ricorse all’«astensione costruttiva»; nel 2022, Austria, Irlanda e Malta hanno acconsentito solo alla fornitura di armi non letali da parte dell’UE all’Ucraina, ma hanno esercitato l’«astensione costruttiva» durante la votazione. Si veda Cecilia Navarra, Lenka Jančová e Isabelle Ioannides, «Qualified Majority Voting in Common Foreign and Security Policy: A Cost of Non-Europe Report», Servizio di ricerca del Parlamento europeo, 28 agosto 2023, https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/740243/EPRS_STU(2023)740243_EN.pdf, pag. 24. ④ EUR-Lex, Versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Unione europea, 7 giugno 2016, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=uriserv%3AOJ. 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Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategico-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che la NATO orientale non ricambi.
A fine ottobre, il Telegraph ha pubblicato un articolo citando fonti diplomatiche anonime secondo cui ” la Russia spera di indebolire la NATO con i colloqui di pace con l’Ucraina “. Prevedono che “Putin probabilmente chiederà che la presenza della NATO in Europa venga ridotta ai livelli del 1997, prima che i paesi dell’ex blocco orientale iniziassero ad aderire all’alleanza”, in base alle sue richieste di garanzie di sicurezza formulate a partire dalla fine del 2021. Questa previsione si basa sull’annuncio del suo principale consigliere, Yuri Ushakov, secondo cui la Russia ora desidera che l’Europa partecipi al processo di pace.
Secondo il Telegraph, “ciò significherebbe un potenziale ritiro delle truppe NATO da Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, nonché dalla Finlandia, che ha aderito all’alleanza nel 2023”. Tecnicamente parlando, non è del tutto vero, dato che la Russia ha auspicato un ritorno allo status quo militare-strategico continentale a partire dalla data di firma dell’Atto Fondamentale NATO-Russia nel 1997. In pratica, ciò significherebbe il ritiro delle truppe dei Paesi membri della NATO precedenti al 1997 dai territori dei nuovi membri.
Come valutato in precedenza , ciò potrebbe persino gettare le basi per il loro patrocinio militare congiunto sul Baltico orientale, fulcro della NATO 3.0 , che prevede che gli europei guidino il contenimento della Russia da parte della NATO, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. L’ Intermarium , ovvero gli stati tra Germania e Russia, dovrebbe svolgere il ruolo più importante in questo contesto. Polonia e Svezia ne sono i pesi massimi, quindi è naturale che guidino congiuntamente il contenimento della Russia.
Gran Bretagna, Francia e Germania, le prime due potenze nucleari e la terza leader de facto dell’UE, hanno schierato diverse forze nei territori degli Stati membri successivi al 1997. Tuttavia, nell’ambito di un accordo generale mediato dagli Stati Uniti tra la NATO orientale e la Russia sull’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, potrebbero potenzialmente ritirare le proprie forze per facilitare i compromessi da parte della Russia senza mettere in pericolo i loro alleati. Questi alleati regionali, guidati da Polonia e Svezia, sono ora abbastanza forti da poter resistere autonomamente.
In cambio del rispetto dello spirito della richiesta russa ai membri della NATO precedenti al 1997 di ritirare le proprie truppe dai territori dei membri successivi, questi ultimi e la Russia potrebbero raggiungere un accordo di de-escalation mediato dagli Stati Uniti per il ritiro delle loro truppe dal confine. Mosse simmetriche da parte della Polonia e degli Stati baltici da un lato, e della Russia e della Bielorussia dall’altro, potrebbero costituire la base dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra e portare a nuovi negoziati sul controllo degli armamenti, se vi fosse la volontà di farlo.
Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategici-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che quest’ultima non ricambi. La via più realistica per raggiungere tale obiettivo è il ritiro delle forze russe dai territori occupati dai paesi membri successivi al 1997. Anche la Francia dovrebbe ritirare la sua offerta di estendere il proprio ombrello nucleare su questi territori. In tal caso, una stabilità duratura nel dopoguerra diventerebbe una prospettiva concreta.
Questo ordine emergente è il più sostenibile possibile date le circostanze.
Il grande obiettivo strategico che la Russia cercava di perseguire con il suo intervento militare su larga scala in Ucraina era quello di rimodellare l’architettura di sicurezza europea al fine di risolvere il dilemma di sicurezza tra NATO e Russia, causato dalla continua espansione verso est del blocco nel corso dei decenni. La NATO ha respinto le richieste di garanzie di sicurezza della Russia a partire dalla fine del 2021, i colloqui di pace con l’Ucraina della primavera del 2022 sono stati sabotati e la Russia non è stata in grado di raggiungere i suoi obiettivi massimalisti in Ucraina con la forza.
Questa situazione contestualizza diversi recenti sviluppi che, nel loro insieme, hanno preparato il terreno per una serie di compromessi mediati dagli Stati Uniti tra la NATO europea (E-NATO) e la Russia, volti a costruire l’architettura di sicurezza postbellica più realistica e sostenibile per il continente. La tendenza generale è la creazione, da parte degli Stati Uniti, della NATO 3.0 , che si rifà alla visione di Trump 2.0 di una E-NATO in grado di contenere la Russia, consentendo così il ridispiegamento della maggior parte delle forze americane in Europa verso il territorio nazionale, l’America Latina e la regione Asia-Pacifico.
Affinché la Russia acconsenta al dispiegamento dei peacekeeper dell’E3 in Ucraina, gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere loro le garanzie previste dall’articolo 5 della Costituzione, e i membri della NATO precedenti al 1997 dovrebbero ritirarsi dai paesi che hanno aderito dopo l’Atto Fondamentale NATO-Russia di quell’anno. L’unica eccezione potrebbe essere una base militare statunitense permanente in Polonia, che potrebbe essere necessaria affinché il paese di riferimento polacco dell’Intermarium accetti tutti i compromessi che verranno trattati in questo articolo.
Allo stesso modo, probabilmente a parte gli Stati Uniti, anche la Francia e il Regno Unito dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere i loro ombrelli nucleari ai membri del blocco successivi al 1997. Detto questo, i paesi dell’Intermarium (ad eccezione della Norvegia, membro del Blocco Vichingo e membro fondatore della NATO) potrebbero schierare un numero illimitato di truppe e attrezzature sul territorio altrui, il che rappresenterebbe un compromesso significativo da parte della Russia, considerando il rapido rafforzamento della componente aerea del Blocco Vichingo e il fatto che la Polonia comanda il più grande esercito dell’E-NATO .
Parallelamente, gli Stati Uniti potrebbero acquisire partecipazioni nei gasdotti Nord Stream, Yamal e Brotherhood affinché la Russia possa riprendere le esportazioni di energia verso l’UE sotto la supervisione statunitense, in modo che tutti abbiano un interesse comune nel mantenimento della pace. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti potrebbero mediare ritiri militari reciproci tra l’Intermarium e la Russia lungo il fianco orientale della NATO , che funge anche da fianco occidentale del ” cordone sanitario “. A quel punto, potrebbero seguire canali di gestione delle crisi e colloqui sul controllo degli armamenti per istituzionalizzare i progressi sopra descritti.
Il centro delle risorsepartenariato strategico che Russia e Stati Uniti stanno attivamentenegoziare secondo WesternmediaI rapporti darebbero a Washington interessi tangibili, finanziari e strategici nel preservare l’ordine postbellico in mezzo a qualsiasi provocazione che l’Ucraina, il Regno Unito e/o chiunque altro potrebbero mettere in atto per rovinarlo. Attraverso questi mezzi, gli Stati Uniti potrebbero più liberamente ” pivotare verso l’Asia ” per contenere la Cina, la Russia potrebbe concentrarsi sull’affrontare le emergenzeminacce in Asia centrale, e l’UE potrebbe ricostruire la sua economia devastata dalle sanzioni.
La Carta non deve seguire l’esempio delle dichiarazioni del BRICS e dell’SCO, diventando puramente superficiale.
La Bielorussia e la Russia hanno avviato congiuntamente il processo di stesura del testo di una Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità, promossa per la prima volta dalla Bielorussia alla fine di settembre a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Myanmar, Tagikistan e Vietnam hanno firmato la loro dichiarazione congiunta. La notevole assenza di Cina e India, che insieme alla Russia costituiscono il nucleo RIC dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), potrebbe essere spiegata dalle recenti critiche mosse dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko a tutti e tre i paesi.
All’incontro SCO+ tenutosi all’inizio di settembre, a margine del vertice SCO a Bishkek, ha dichiarato: «Siamo pronti ad agire in modo attivo e determinato. Francamente, è proprio questo che ci aspettiamo dai nostri leader. Per quanto possiamo essere tutti alla pari qui, riconosciamo che ci sono tre Stati particolarmente potenti — la Repubblica Popolare Cinese, l’India e la Federazione Russa — potenze nucleari influenti in termini di economia e risorse. Innanzitutto, ci aspettiamo che siano loro a prendere l’iniziativa. Purtroppo, tale iniziativa non c’è ancora».
Comunque sia, tutti gli Stati eurasiatici possono partecipare alla stesura della Carta. La dichiarazione congiunta ha inoltre annunciato che «lo scopo di questo processo è quello di elaborare un documento politico che definisca i principi di cooperazione, riaffermi l’impegno nei confronti del diritto internazionale e definisca approcci comuni per garantire una sicurezza equa e indivisibile nello spazio eurasiatico, nonché per favorire i partenariati economici, promuovere i legami culturali e umanitari e facilitare gli scambi tra civiltà in un’era multipolare».
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha aggiunto nel suo intervento all’evento di lancio che «La nostra proposta è quella di creare una nuova architettura di sicurezza eurasiatica come base per lo sviluppo pacifico e progressivo di tutte le nazioni che vivono nel continente più grande e ricco del pianeta, che ospita alcune delle civiltà più antiche del mondo». Il testo dovrà essere concordato all’unanimità secondo i «Termini di riferimento del gruppo di lavoro», dovrà essere redatto entro ottobre 2027 e successivamente si terrà a Minsk un vertice per la firma.
L’importanza della Carta risiede nel dare impulso alla transizione sistemica globale, stabilendo un codice di condotta che guidi il comportamento dei suoi firmatari nei rapporti reciprocie nei consessi multilaterali. Ciò può a sua volta portare a un’azione più coesa su una gamma più ampia di questioni in seno all’ONU, alla Banca Mondiale e ad altre istituzioni simili, rispetto a quanto possano ottenere i BRICS e l’SCO. Entrambi i gruppi multipolari sono gonfiati, il BRICS oggi molto più della SCO, e ciò ha compromesso la loro capacità di concordare dichiarazioni che non siano del tutto superficiali.
Si spera quindi che il processo di redazione del testo della Carta eviti di seguire lo stesso destino sotto questo aspetto, in modo da produrre finalmente un documento molto più mirato che possa poi portare a iniziative significativamente coordinate per accelerare i processi di multipolarità in tutto il mondo e, in particolare, all’interno dei forum multilaterali. Lo scenario in cui Stati rivali si contendano l’influenza nel processo di redazione del testo, indebolendone di conseguenza la formulazione, equivarrebbe a un’ennesima occasione persa per la multipolarità.
Pertanto, sebbene tutti gli Stati eurasiatici siano invitati a partecipare al processo di redazione del testo, la presidenza bielorussa dovrebbe far capire con discrezione alla Cina, all’India e agli altri rivali che manifestano interesse ad aderire che ci si aspetta che accettino condizioni più impegnative rispetto a quelle previste nelle dichiarazioni del BRICS e della SCO. In qualità di alleato nell’Unione Statale, la Russia può integrare gli sforzi della Bielorussia, soprattutto poiché fa parte del nucleo del RIC che sta guidando i processi di multipolarità globale. La Carta non deve seguire la stessa sorte delle dichiarazioni del BRICS e della SCO, diventando puramente superficiale.
Questo sviluppo è incredibilmente importante poiché potrebbe innescare una serie di eventi mediati dagli Stati Uniti per allentare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO orientale e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino, attraverso un accordo globale tra tutte le parti.
Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno telefonato a Putin martedì per discutere della ripresa dei colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti ad Abu Dhabi il mese prossimo. Sono i primi membri principali della NATO europea (E-NATO), che esclude l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, favorevole alla Russia, e il primo ministro slovacco Robert Fico, a rompere l’isolamento politico del blocco nei confronti della Russia. Non sorprende che Stubb abbia avuto un ruolo in questo.
A fine agosto aveva dichiarato che “A un certo punto, si dovrà instaurare un dialogo da parte europea, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”, affermazione che qui è stata interpretata come un’allusione a un suo possibile avvio di un dialogo con la Russia. Le argomentazioni sorprendentemente solide che ha espresso poco dopo riguardo alla Russia e il suo successivo tentativo di far ragionare le sue controparti isteriche della NATO europea hanno reso, a posteriori, la telefonata di martedì ancora più plausibile.
Quanto al motivo per cui il Primo Ministro norvegese ha accettato la chiamata, ciò si spiega con il fatto che ha ospitato l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, subito prima e subito dopo il suo ultimo viaggio a Mosca per incontrare Putin, durante il quale Witkoff ha incontrato anche Stubb e Zelensky. Il ruolo di Oslo nell’ultima fase del processo di pace russo-ucraino mediato dagli Stati Uniti è significativo poiché la Norvegia non è membro dell’UE, e quindi il suo ministro degli Esteri di fatto, Kaja Kallas, politicamente intransigente, è escluso da questi colloqui.
L’assetto sopra descritto rappresenta un sottoblocco baltico all’interno della NATO , in grado di esercitare simultaneamente influenza sull’Artico, sul Baltico e sull’Europa centrale, costituendo così il nucleo della NATO 3.0 . Il relativo pragmatismo dimostrato di recente nei confronti della Russia dai membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo potrebbe portare direttamente alla ripresa del dialogo tra Polonia e Russia , sebbene forse con la mediazione di Trump, data la ben nota animosità storica tra i rispettivi governi.
Il bucaneve polacco-bielorusso La diplomazia potrebbe combinarsi con il riavvicinamento tra Bielorussia e Stati Uniti e con l’approccio pragmatico del Blocco Vichingo verso la Russia per creare un canale di gestione delle crisi tra Russia, Stati Uniti e Polonia, che potrebbe estendersi alla Bielorussia, al Blocco Vichingo e agli Stati baltici. L’obiettivo potrebbe essere quello di sfruttare questo canale per coordinare i reciproci ritiri militari dal confine a fini di de-escalation, in modo da gettare le basi per la costruzione dell’architettura di sicurezza europea postbellica e la ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti.
La rottura tra Finlandia e Norvegia e l’isolamento della Russia da parte della NATO è quindi incredibilmente importante poiché potrebbe mettere in moto una sequenza di eventi mediati dagli Stati Uniti per alleviare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino per un grandeun accordo tra tutte le parti. In tale scenario, l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra sarebbe costruita principalmente dall’Intermarium, guidato congiuntamente da Polonia e Svezia, e dalla Russia sotto la supervisione degli Stati Uniti, e potrebbe in definitiva risultare sostenibile.
Le loro potenziali pattuglie congiunte lungo i confini tra Finlandia e Stati baltici e la Russia potrebbero diventare un elemento permanente dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
L’annuncio svedese di fine settembre relativo al secondo dispiegamento in altrettanti anni di aerei Gripen in Polonia è stato seguito, poco dopo e all’inizio di ottobre, da un annuncio correlato riguardante il sistema di difesa aerea Patriot, che andrà a integrare gli sforzi di Stoccolma per proteggere il centro logistico della NATO a Rzeszów. La tempistica coincide con il previsto dispiegamento svedese di aerei e navi da guerra in Finlandia per contribuire al pattugliamento del confine con la Russia. Questo evento rappresenta inoltre una rapida espansione della cooperazione militare con la Polonia.
Solo 13 mesi fa, nel settembre 2025, hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare e, nello stesso mese, hanno condotto la loro prima esercitazione a breve termine (SNEX) sull’isola strategica svedese di Gotland. Due mesi dopo, a novembre, la Polonia ha annunciato l’acquisto dalla Svezia di tre sottomarini diesel-elettrici di classe A26 Blekinge, nell’ambito di un accordo il cui valore è stimato in poco meno di 2,5 miliardi di euro. La tendenza generale che avvicina questi due Paesi è il concetto di NATO 3.0 promosso dagli Stati Uniti.
In sostanza, ciò si riferisce alla supervisione da parte degli Stati Uniti del contenimento della Russia da parte della NATO europea (E-NATO), mentre gli Stati Uniti “tornano all’Asia (orientale)” per contenere più efficacemente la Cina. Gli alleati che dovrebbero accelerare l’attuazione di questo processo fanno parte del Gruppo di Bergen , organizzato dagli Stati Uniti, che include in particolare Svezia e Polonia. Entrambe svolgono un ruolo importante nel nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia. La prima guida il Blocco Viking nell’Artico-Baltico, mentre la seconda comanda il più grande esercito della NATO europea .
Qui è stato spiegato che la Polonia prevede di collegare il Blocco Vichingo lungo il fianco nord-occidentale del “cordone sanitario” con l’Impero Neo-Ottomano guidato dalla Turchia lungo tutto il suo fianco meridionale, al fine di diventare il cuore geomilitare della NATO 3.0. Il grande obiettivo strategico della Polonia è quello di assemblare l’ Intermarium sotto la sua guida per contenere la Russia nel modo più efficace possibile. La Polonia non confina direttamente con la Turchia, ma solo con la Svezia attraverso il Mar Baltico, ed è per questo che al momento sta dando priorità a questo vettore dei suoi piani per la NATO 3.0.
L’invito rivolto alla Svezia a rafforzare la complessa difesa aerea del centro logistico NATO di Rzeszów può essere considerato il seguito spirituale dell’esercitazione SNEX di Gotland del settembre 2025 e un segnale di ciò che ci aspetta. Una cooperazione più complessa e forse anche duratura potrebbe presto seguire. Ad esempio, la Polonia potrebbe unirsi alla missione aerea e navale svedese lungo i confini finlandesi con la Russia, qualora i partner comuni di Helsinki lo richiedessero. Missioni congiunte simili sono possibili anche negli Stati baltici.
Tutti gli elementi sopracitati potrebbero diventare componenti permanenti dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, il cui scopo potrebbe essere quello di ampliare gli interessi diretti degli stati regionali nella sicurezza reciproca, in modo che qualsiasi incidente con la Russia provochi una risposta congiunta, “scoraggiando” così il Cremlino, come quest’ultimo potrebbe credere. Il rischio, tuttavia, è che un incidente di minore entità possa degenerare in una crisi potenzialmente incontrollabile, e la consapevolezza di tale rischio potrebbe indurre terze parti, come l’Ucraina, a compiere provocazioni sotto falsa bandiera a tale scopo.
Ciò che è necessario, quindi, nello scenario di una protezione militare congiunta svedese-polacca sulla Finlandia e sugli Stati baltici, che potrebbe costituire il nucleo della NATO 3.0, sono canali di gestione delle crisi tra questi paesi (almeno Svezia e Polonia), il leader americano della NATO e la Russia. Questo potrebbe idealmente gettare le basi per nuovi accordi di de-escalation, anche se non sul controllo degli armamenti come quelli esistenti prima del 2022, che ridurrebbero complessivamente il rischio di una guerra dovuta a errori di valutazione. Trump farebbe bene a proporre questa soluzione.
Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza che gli Stati Uniti tacitamente si aspettano da lei per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin, oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio.
La fine del comunismo ha visto la Polonia prendere la fatidica decisione di aderire alla NATO, che ha rappresentato l’espansione verso est più significativa del blocco, data la secolare rivalità con la Russia e il suo status di membro del Patto di Varsavia più popoloso al di fuori dell’ex Unione Sovietica, rimodellando così l’ordine europeo. La prossima decisione di politica estera della Polonia sarà altrettanto cruciale, tuttavia, poiché la fine del conflitto ucraino rimodellerà l’ordine europeo in modo altrettanto radicale quanto la fine del comunismo.
Il ministro delle Finanze polacco Andrzej Domański ha dichiarato lunedì, durante il quarto Forum economico polacco-tedesco, che “In nessun caso si potrà mai tornare al ‘business as usual’ con la Russia. La Polonia non lo accetterà mai”. Quella che normalmente verrebbe considerata una banalità scontata assume un significato strategico alla luce dell’articolo del Washington Post, pubblicato dopo l’ accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti, secondo cui Trump prevede di mediare un importante accordo energetico tra Russia, UE e Ucraina nell’ambito di un grande compromesso .
Se la Polonia si rifiutasse categoricamente di partecipare a un accordo in base al quale gli Stati Uniti potrebbero ottenere partecipazioni parziali nel gasdotto Yamal, che attraversa il territorio polacco, come “salvaguardia politica” per la ripresa delle esportazioni di energia russa verso l’UE, si troverebbe isolata dall’ordine emergente auspicato dagli Stati Uniti. Questo perché gli Stati Uniti potrebbero prevedibilmente ottenere partecipazioni simili nel Nord Stream, che termina in Germania, e/o nel gasdotto Fratellanza, che attraversa l’Ucraina. Berlino e Kiev avrebbero quindi la meglio su Varsavia .
Allo stesso modo, i membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo, che include anche la Svezia (Danimarca, Islanda e Stati baltici possono essere considerati parte di esso o partner a seconda dei punti di vista), hanno appena rotto l’isolamento politico della Russia da parte della NATO europea (E-NATO) chiamando Putin . ” Il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ è il più minaccioso per la Russia “, ma il fronte centroeuropeo guidato dalla Polonia è al secondo posto, dato che la Polonia ora comanda il più grande esercito dell’E-NATO .
Il blocco vichingo e la Polonia possono guidare congiuntamente l’ Intermarium tra Germania e Russia nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, che sembra essere la soluzione preferita dagli Stati Uniti, in quanto rappresenta l’esito più realistico e sostenibile del conflitto ucraino, consentendo loro di ” pivotare verso l’Asia “. Affinché ciò accada, tuttavia, la politica estera polacca deve allinearsi con quella del leader americano della NATO, che sta organizzando la NATO 3.0 proprio con l’obiettivo di contenere la Russia all’interno del blocco, in modo che gli Stati Uniti possano poi contenere la Cina.
La Polonia può svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico auspicato dagli Stati Uniti, ma dovrà accettare la sua dimensione economica, trainata dal settore energetico, e riprendere il dialogo con la Russia (probabilmente inizialmente con la mediazione statunitense) per allentare le tensioni tra l’Intermarium e la Russia. In tal caso, la Polonia potrebbe diventare più importante per la Russia nell’ordine postbellico rispetto alla Germania, come proposto in precedenza , ma se rifiutasse questi compromessi pragmatici, si ritroverebbe isolata e perderebbe il favore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.
Non è quindi un’esagerazione affermare che la Polonia si trova di fronte alla decisione di politica estera più cruciale dalla fine del comunismo. Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza tacitamente richiesti dagli Stati Uniti per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin , oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio. Le conseguenze di questa decisione dureranno decenni, quindi la Polonia deve scegliere con estrema attenzione.
A quanto pare, Trump è finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione.
Il cessate il fuoco che Melania Trump ha contribuito a siglare nell’insediamento di Alyoshki, in prima linea sul lato russo del fiume Dnepr, nella regione di Kherson, sta sorprendentemente reggendo . La Russia ha sempre rispettato tutti i precedenti cessate il fuoco, mentre l’Ucraina non lo ha mai fatto, sfruttandoli invece per far ruotare le proprie truppe, rifornire il fronte e poi riprendere le ostilità con la Russia da posizioni sul campo di battaglia relativamente più vantaggiose. Il fatto che l’Ucraina abbia finora rispettato l’ultimo cessate il fuoco merita quindi un approfondimento.
Per questi motivi, potrebbero esserci gravi conseguenze se l’Ucraina violasse in modo significativo il cessate il fuoco di Melania, il che potrebbe spingere Trump a tagliare le forniture di armi, intelligence, Starshield, ecc. all’Ucraina come punizione per aver umiliato sua moglie, come potrebbe affermare che Zelensky abbia fatto in quello scenario. Anche i giornalisti del canale Newsmax, vicino a Trump, sono sul posto per monitorare il cessate il fuoco e sono in contatto con Melania , quindi lei potrebbe informare immediatamente il marito se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco.
Zelensky sta quindi procedendo con cautela, tenendo presente che il fallimento da parte dell’Ucraina dei prossimi colloqui trilaterali con la Russia, mediati dagli Stati Uniti, potrebbe compromettere definitivamente i suoi rapporti con Trump, il quale prevede di ospitare una cerimonia per la firma dell’accordo di pace durante il G20 di dicembre in una delle sue proprietà a Miami. Non c’è alcuna garanzia che ciò accada entro quella data, ma se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco di Alyoshki, Putin potrebbe incolpare Zelensky di aver mandato a monte l’ultimo tentativo di Trump di vincere il Premio Nobel per la Pace, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.
Se il cessate il fuoco dovesse reggere, tuttavia, potrebbe essere esteso ad altri insediamenti in prima linea, a condizione che vi sia la volontà politica da parte di tutte e tre le parti. L’ufficio di Melania potrebbe proporlo, e sia Putin che Zelensky sarebbero riluttanti a rifiutarlo per timore di irritare Trump. In questo scenario, il modello di cessate il fuoco monitorato dai media statunitensi negli insediamenti locali potrebbe diventare lo standard per la prima fase di attuazione di un cessate il fuoco più ampio , che potrebbe iniziare nella regione di Kherson per poi estendersi ad altre zone.
Kherson rappresenterebbe un punto di partenza realistico per un cessate il fuoco più ampio, dato che il Dnepr funge da Linea di Controllo tra Russia e Ucraina, il che significa che qualsiasi cessate il fuoco in quella regione equivarrebbe di fatto alla cessazione degli attacchi al di là del fiume. In caso di successo, la fase successiva potrebbe prevedere un cessate il fuoco marittimo per la protezione della Crimea, di Odessa e del traffico marittimo internazionale, quest’ultimo sfruttato dall’Ucraina per contrabbandare armi nel paese. Trump considererebbe una vittoria un eventuale accordo in tal senso al G20.
Nel complesso, la sorprendente adesione dell’Ucraina al cessate il fuoco di Alyoshki voluto da Melania Trump suggerisce che quest’ultimo sia finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione, sulla quale potrà poi costruire ulteriori accordi per porre fine rapidamente al conflitto. La tempistica è ipotetica, ma i segnali sono chiari: Trump si sta lavando le mani della guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina per ” tornare all’Asia (orientale) ” e contenere più efficacemente la Cina durante i suoi ultimi due anni di mandato.
Volevano spingere la coalizione di governo a condannare i loro piani per smascherare l’ipocrisia dei liberali, dopo che il sindaco loro alleato aveva permesso agli ucraini di tenere la Marcia dell’Indipendenza di quest’anno a Varsavia, nonostante le nuove tensioni politiche e sociali con l’Ucraina a causa del genocidio in Volinia.
A metà settembre, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha dichiarato che “le proposte politiche per l’organizzazione di marce non sono tentativi di commemorazione e di costruzione di un’autentica politica della memoria, ma creano invece ulteriori divisioni tra le nazioni”. Il riferimento era alla proposta avanzata a fine agosto dal deputato conservatore dell’opposizione Dariusz Matecki di tenere la Marcia per la Festa dell’Indipendenza di quest’anno l’11 novembre a Leopoli, una delle culle storiche della civiltà polacca, poi entrata a far parte dell’Ucraina.
Ha spiegato che “l’assistenza fornita dallo Stato polacco ai polacchi che vivono in Ucraina è insufficiente e il sostegno precedentemente concesso loro viene sistematicamente ridotto. Nel frattempo, le amministrazioni locali e le istituzioni pubbliche polacche finanziano organizzazioni ucraine che operano in Polonia, nonché eventi legati all’Ucraina”. È proprio quest’ultimo punto ad essere il più rilevante per la sua proposta, dato che molti polacchi sono furiosi per il fatto che agli ucraini sia stato permesso di organizzare una marcia per la Festa dell’Indipendenza a Varsavia alla fine di agosto.
Peggio ancora, il sindaco liberale di Varsavia, Rafał Trzaskowski, era il patrono onorario dell’evento , il che era scandaloso viste le nuove tensioni politiche e sociali tra la Polonia e l’Ucraina a seguito della decisione di Zelensky di onorare la Volinia. I colpevoli del genocidiodell’OUN-UPA a livello statale all’inizio di quest’anno. L’opposizione conservatrice, che era filo-ucraina quanto l’attuale coalizione liberale al governo prima di perdere il potere alla fine del 2023 e di aver assunto un atteggiamento un po’ ostile nei confronti dell’Ucraina poco prima di allora, si è reinventata come critica nei confronti dell’Ucraina.
Questo contesto chiarisce la proposta di Matecki, che voleva denunciare l’ipocrisia della coalizione di governo, la quale permetteva agli ucraini di sfilare a Varsavia nel giorno della loro indipendenza, ma si opponeva alla sfilata dei polacchi a Leopoli nel giorno della loro festa nazionale. Anche gli alleati della coalizione, come l’attivista ucraina e cittadina polacca naturalizzata Natalia Panczenko, sono altrettanto ipocriti. La Panczenko si è detta ” inorridita ” all’idea che i polacchi sfilassero a Leopoli, nonostante avesse sfilato in precedenza con i suoi compatrioti a Varsavia .
La sua sfrontatezza ha spinto l’attivista polacca Małgorzata Zych a replicare : “Se le relazioni tra Polonia e Ucraina dovrebbero essere di alleanza e amicizia, perché un’iniziativa di questo tipo nei rapporti tra i nostri Paesi disturba Natalia Panczenko?”. Lo stesso vale per la coalizione di governo. La differenza tra queste due manifestazioni è che gli ucraini non subiscono discriminazioni in Polonia, nonostante le affermazioni contrarie, mentre i polacchi subiscono discriminazioni in Ucraina, secondo l’ex ambasciatore polacco .
Inoltre, ” l’Ucraina ha trascorso l’ultimo anno a preparare il terreno per chiedere risarcimenti e territori alla Polonia “, mentre la Polonia non chiede né risarcimenti né territori all’Ucraina . Dal punto di vista dei polacchi patriottici, il fatto che gli ucraini abbiano tenuto la loro marcia per il Giorno dell’Indipendenza a Varsavia sotto il patrocinio onorario del sindaco della capitale polacca, nel contesto sopracitato e in quello, già menzionato, delle nuove tensioni legate al genocidio in Volinia, rappresenta una provocazione suprema che giustifica una loro marcia a Leopoli.
Resta da vedere se manterranno la posizione, ma lo scopo di questa proposta, ovvero quello di evidenziare l’ipocrisia della coalizione di governo e dei suoi alleati come Panczenko, è già stato raggiunto, e potrebbe lasciare un’impressione duratura sugli elettori in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. La tendenza è che la coalizione di governo verrà sostituita da una tra i partiti di opposizione conservatori e libertari-nazionalisti. Se ciò accadrà, sarà in parte dovuto al fatto che gli elettori saranno stanchi del fatto che la coalizione favorisca gli ucraini a scapito dei polacchi.
Questo fatto, unito alla reputazione positiva di cui gode la Russia ai loro occhi, spiega perché così tanti paesi del continente stiano oggi ampliando con entusiasmo la cooperazione con essa, nonostante le pressioni occidentali.
Questa settimana Mosca ha ospitato il terzo vertice Russia-Africa, che si tiene ogni due anni a partire dall’edizione inaugurale tenutasi a Sochi nel 2019. Questo formato ottimizza il coinvolgimento della Russia con i paesi del continente consentendole di esaminare, discutere e promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali. Tra i numerosi partner dell’Africa, la Russia è senza dubbio il più affidabile, poiché non ha bisogno delle risorse di questi paesi, di cui dispone già in abbondanza. Ciò significa che la Russia offrirà sempre accordi equi e senza condizioni.
Sebbene le esigenze economiche e la necessità di rompere l’isolamento della Russia da parte dell’Occidente siano motivazioni importanti, la forza trainante principale alla base delle iniziative russe in Africa negli ultimi anni è il modo in cui ciò rafforza la sua sicurezza nazionale. L’obiettivo esplicitamente dichiarato dalla Russia di rafforzare in modo globale la sovranità dei propri partner, al fine di aiutarli a liberarsi dalle catene neocoloniali dell’Occidente, mira a privare i suoi rivali occidentali delle risorse africane che finanziano in parte i loro complessi militare-industriali.
Questi stessi complessi militare-industriali contribuiscono all’uccisione di russi da parte dell’Ucraina, sia militari che civili, e si prevede che continueranno a rappresentare un problema per la sicurezza nazionale della Russia anche molto tempo dopo la fine del conflitto ucraino, a causa della corsa agli armamenti tra Europa e Russia. Aiutando l’Africa a liberarsi dalle catene neocoloniali che consentono all’Occidente di sottrarle così tanta ricchezza, la Russia spera di costringere l’Occidente a reindirizzare la spesa sociale verso la corsa agli armamenti, con tutte le conseguenze politiche interne che ne derivano.
Questo obiettivo contestualizza il coinvolgimento del suo Africa Corps (precedentemente Wagner) nella Repubblica Centrafricana e in quella che oggi è nota come Alleanza del Sahel, entrambe le quali fino a quel momento rientravano nella “sfera d’influenza” della Francia ma da allora ne sono uscite, sebbene non senza subire i costi punitivi della guerra ibrida. La Francia continua a intromettersi nei loro affari, da qui l’importanza del continuo sostegno russo alla “sicurezza democratica”, ovvero l’assistenza con tattiche, strategie e, se richiesto, politiche di contrasto alla guerra ibrida.
Per quanto riguarda gli altri partner africani della Russia, tuttavia, i loro legami con essa sono più convenzionali. Anziché un sostegno attivo sul campo di battaglia, la Russia fornisce investimenti, tecnologia, scambi commerciali, energia, fertilizzanti, trasferimento di competenze e modernizzazione delle infrastrutture, ecc. Anche i suddetti partner ricevono tale sostegno, oltre a quello militare e di sicurezza descritto in precedenza. I legami di ciascun Paese con la Russia sono unici, ma esistono alcune somiglianze tra di essi e all’interno delle regioni, da cui deriva l’importanza dei vertici multilaterali.
Tornando all’ultimo punto, le aspettative degli appassionati dovrebbero essere moderate, perché la vittoria dell’Africa, con l’aiuto della Russia, sul neoimperialismo occidentale non si realizzerà pienamente nell’immediato futuro. Si tratta di un processo in corso, un grande obiettivo strategico a lungo termine verso il quale tutte le parti stanno procedendo lentamente ma inesorabilmente. Ci saranno colpi di scena e, in alcuni casi, forse anche battute d’arresto, ma ciò che conta è che questa tendenza sia in linea con la transizione sistemica globale verso la multipolarità che si è accelerata negli ultimi anni.
Tutto sommato, la Russia è il partner più affidabile dell’Africa perché non ha bisogno delle risorse dei paesi africani; proprio per questo si può sempre contare su di essa per proporre accordi equi e senza condizioni. La Russia non dispone neanche lontanamente dell’eccesso di capitale di cui dispongono gli Stati Uniti e la Cina per investire nel continente, ma la sua competenza globale nel settore delle risorse (materie prime, energia e minerali) la distingue da entrambi, così come la sua reputazione, come già spiegato. Ecco perché oggi così tanti Stati africani stanno ampliando con entusiasmo la cooperazione con la Russia.
Le violenze e i saccheggi di strada a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni non sono episodi isolati, bensì fenomeni destinati ad aumentare nei prossimi anni. Essi rappresentano la conseguenza automatica e inevitabile del sistema socio-economico su cui si reggono la produzione del potere e del profitto in Occidente — un sistema che da tempo domina e assoggetta la politica stessa, soprattutto in Europa.
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1. L’architettura del potere: il sistema monetario estrattivo
L’Occidente vive in un modello monetario di tipo estrattivo. La classe dominante finanziaria adotta lo strumento dell’emissione continua di moneta-debito (moneta creata dal nulla e gravata da interesse) per arricchirsi e, al contempo, depredare la società:
Generazione di bolle speculative: Emettendo moneta a costo zero, l’élite ne incamera il valore nominale e la impiega per alimentare bolle finanziarie e immobiliari. Quando queste immancabilmente scoppiano, il conto viene presentato ai risparmiatori e ai piccoli investitori che regolarmente rimangono col cerino in mano.
Sottomissione sistemica: Prestando moneta a interesse, il potere finanziario sottomette Stati, imprese e privati. L’accumulo degli interessi impone a chi riceve il credito la necessità strutturale di richiedere costantemente nuovi prestiti e nuove emissioni, incatenando la società a una dinamica di eterna dipendenza verso i detentori del signoraggio monetario. I nuovi prestiti vengono subordinati all’obbedienza a condizioni imposte.
2. Effetti collaterali: deindustrializzazione, austerity e tagli al welfare
L’immissione illimitata di liquidità produce un duplice effetto nefasto:
Inflazione e impoverimento: La moneta emessa non fluisce verso investimenti produttivi o infrastrutturali, ma viene diretta verso la speculazione e il saldo dei debiti pregressi, svalutando il potere d’acquisto dei cittadini.
Smantellamento dello Stato sociale: L’aumento iperbolico del debito pubblico e dei relativi tassi d’interesse costringe gli Stati ad adottare politiche di austerity, tagliando la spesa per sanità, servizi e previdenza. La cura di malati, invalidi e pensionati diventa così un costo insostenibile di fronte ai rigidi vincoli di bilancio. L’ulteriore spesa per il welfare agli immigrati completa l’opera.
3. La gestione della “popolazione ridondante” è il problema del momento
L’avvento dell’automazione avanzata e dell’intelligenza artificiale accelera questo processo: la classe dominante necessita di un numero sempre minore di lavoratori e consumatori per preservare la propria ricchezza e la propria egemonia.
Il risultato è l’espulsione di masse crescenti dal mercato del lavoro, liquidate secondo la logica cinica degli useless eaters (“bocche inutili”): un rifiuto organico. Per gestire e contenere questa sovrappopolazione ridondante, si attuano strategie biopolitiche di contenimento e riduzione della fertilità e della longevità:
Ingegneria culturale: Diffusione di modelli e stili di vita che scoraggiano la famiglia, la riproduttività e l’impegno civico, intellettuale o politico (gender, tossicodipendenze).
Politiche sanitarie ed eutanasiche: Dalle direttive per il razionamento delle cure agli anziani, all’ostentata promozione dell’eutanasia per malati cronici e fragili (come già avviene in Canada o Giappone)(e un domani, probabilmente, anche per i disoccupati cronici), ai vaccini pediatrici e per adulti che riducono la fertilità e abbreviano l’attesa di vita.
Ripristino del servizio militare obbligatorio: E’ visto come un valido modo per rinchiudere e tener sotto controllo i giovani, nonché eventualmente mandarli al fronte a morire.
Controllo della mobilità: Progetti di restrizione della libertà di spostamento tramite la colpevolizzazione dell’auto privata, la rigidità del modello urbano della “città di 15 minuti” e l’impiego emergenziale di forme di lockdown.
“Rinchiudere e far morire” diventa così il metodo di gestione sociale per le eccedenze demografiche create dal sistema stesso. Le istituzioni politiche, totalmente asservite a questo schema, non possono ovviamente rivoltarsi contro il sistema da cui dipendono e a cui rispondono, perciò non possono offrire risposte effettive, se non di tipo mistificatorio o apertamente repressivo, alla rabbia e alla disperazione delle nuove generazioni, che subiscono una violenza molto superiore a ogni violenza che abbiano la forza di commettere, e vedono davanti a sé un futuro pessimo e senza prospettive di miglioramento, che avrebbe come unica soluzione razionale il suicidio. Non ci può essere dialogo se non fittizio.
4. La necessità del nemico esterno e l’alternativa geopolitica
Per attuare misure strutturalmente ostili alla popolazione senza rischiare l’insurrezione, il sistema necessita della costante fabbricazione di un nemico esterno (la Russia, la Cina, l’Iran) verso cui deviare la frustrazione e la paura delle masse, e la loro aggressività, così che non si diriga verso le vere cause e i veri responsabili che stanno distruggendo il loro futuro, i loro diritti, le loro libertà.
Ma proprio quei Paesi oggi additati come avversari — soprattutto la Russia e la Bielorussia — appaiono in gran parte esenti dalle suddescritte dinamiche speculativo-estrattive-distruttive che affliggono l’Occidente, avendo mantenuto l’economia ancorata alla produzione reale anziché al turbo-capitalismo finanziario e al sistema delle bolle, un po’ come l’Italia delle partecipazioi statali, della Lira, del grande sviluppo. E proprio grazie a ciò riescono a tener testa, nella produzione di armi e munizioni, ai paesi occidentali che sostengono l’Ucraina e che hanno un PIL di decine di volte superiore al loro. E riescono a dare un futuro ai loro giovani. Razionalmente, anche i nostri giovani, disperati perché il loro futuro è stato rubato, potrebbero emigrare in Russia per trovarne uno, e potrebbero anche arruolarsi nell’Armata russa per combattere concretamente il sistema che glielo ha rubato in patria, compresi i suoi servitori politici.
Proprio perché rappresentano un’alternativa sistemica concretamente esistente, Russia e Bielorussia pongono una minaccia socio-politica al sistema occidentale, il quale perciò ne fa il suo bersaglio. La strategia occidentale punta a destabilizzarle attraverso l’espansione geopolitica verso est e la costante pressione militare, costringendole a uno sforzo bellico che sottragga risorse agli investimenti interni e ai consumi per provocarne il collasso economico e del consenso popolare — ossia riproponendo, nei fatti, la medesima dottrina adottata negli anni ’80, con successo, dall’amministrazione Reagan mediante il programma Star Wars contro l’URSS.
Nel frattempo, uno dei più ligi servitori di questa strategia, il ministro Guido Crosetto, coerentemente inquadra le sommosse e i saccheggi di Milano e altre città italiane ed europee come forma di guerra ibrida organizzata, o perlomeno istigata, dal nemico sistemico: l’immancabile Russia di Vladimir Putin.
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Ieri, per la prima volta dall’inizio della guerra, la Russia ha colpito con un missile balistico uno dei principali ponti sul fiume Dnepr. Dopo settimane di attacchi “sonda” apparentemente sperimentali con droni sui ponti meridionale e settentrionale di Kiev, la Russia ha finalmente utilizzato quello che si presume essere un missile Iskander per colpire il ponte meridionale.
Foto geolocalizzate che dimostrano che si tratta del ponte chiave a sud:
Un missile balistico di precisione ha colpito direttamente di fronte all’imbocco del tunnel della metropolitana del Ponte Sud , sul lato della stazione di Vydubichi , sulla riva destra del Dnepr.
È difficile dire se si sia trattato di una scelta intenzionale o di una fortunata coincidenza, ma i treni della metropolitana non attraverseranno questo ponte per un bel po’ di tempo.
Per mantenere il traffico stradale sul ponte sospeso per un periodo prolungato, sarebbero necessari impatti simili anche sulle corsie stradali.
Ci sono alcune cose importanti da dire riguardo a questo attacco.
Innanzitutto, la precisione è stata notevole. Il missile ha colpito esattamente il centro della linea ferroviaria, anziché le due strade laterali. Ecco un’immagine ravvicinata per mostrare approssimativamente il punto d’impatto:
Se dovessimo supporre che ciò sia stato intenzionale, forse per evitare il traffico civile sulla strada esterna, per colpire solo la ferrovia o semplicemente per mirare alla parte portante centrale della struttura, la precisione del CEP dell’Iskander si collocherebbe nell’intervallo più ristretto possibile di circa 5 metri, anziché nei 10-15 metri spesso ipotizzati dalle fonti occidentali.
È vero che occasionalmente sono sorti dubbi sulla precisione dei missili russi, dato che si sono verificati alcuni errori notevoli e spiegabili. Ciò potrebbe essere dovuto a malfunzionamenti del sistema di guerra elettronica o ad altri fattori, ma quando il missile funziona correttamente sembra in grado di raggiungere una precisione estrema, soprattutto se paragonata a quella delle bombe plananti russe, che di recente sono state viste mancare il ponte di Zaporozhye.
Ciò detto, va ricordato che la scorsa settimana la Russia ha colpito anche il ponte di Zaporozhye con droni tedeschi, prendendo di mira, a quanto pare, ancora una volta i cavi di sostegno, proprio come avevano fatto a Kiev all’inizio del mese (la seconda parte del filmato mostrerebbe attacchi con bombe plananti contro il ponte):
Ma torniamo al ponte sud di Kiev. Inizialmente si parlò di ben quattro Iskander che avrebbero colpito il ponte, sebbene ci siano stati mostrati danni causati da un solo aereo.
Sebbene accurato, l’attacco dimostra qualcosa di cui scriviamo da anni: ci vorrebbero decine di missili per distruggere irrimediabilmente un ponte del genere. Già all’inizio del 2023 scrivevamo che sarebbe stato necessario l’intero arsenale di missili da crociera russo rimanente per tentare di abbattere tutti i ponti sul Dnepr.
Col senno di poi, la stima di “6 missili per ponte” è probabilmente troppo bassa, e non sarebbe sorprendente se ne fossero serviti molti di più, soprattutto considerando i potenziali errori e malfunzionamenti.
Possiamo constatare che il temuto Iskander è riuscito a creare solo una grande buca nello strato più superficiale del ponte di costruzione sovietica, con danni discutibili alla struttura interna. È interessante, tuttavia, notare che una buca separata, molto più piccola, è stata osservata dietro Klitschko, sulla carreggiata del ponte, all’esterno della linea ferroviaria interna.
È impossibile dire da cosa sia stato causato quel buco, ma di certo non da un Iskander.
A titolo di riferimento, confrontate le dimensioni dei fori lasciati dai razzi HIMARS sul ponte Antonovsky di Kherson nel 2022:
Il missile HIMARS ha penetrato a malapena parte della struttura in acciaio, creando fori di dimensioni pari a circa un quinto o meno del danno causato dall’Iskander. Lo stesso vale per il foro creato da un drone tedesco sul ponte nord della Kiev all’inizio di questo mese, che ha dimensioni simili a quello provocato dal missile HIMARS:
Le autorità ucraine hanno annunciato l’intenzione di ricevere nei prossimi mesi dai partner dei “ponti mobili”, presumibilmente pontoni.
Dopo gli attacchi, i ponti ucraini hanno iniziato a essere ricoperti con vari tipi di reti anti-drone, come si vede qui sul ponte di Zaporozhye, colpito da una serie di attacchi di droni tedeschi nell’ultimo mese:
Per ora, non possiamo trarre molte conclusioni se non che la campagna russa contro i ponti ucraini sta procedendo almeno in modo semi-sistematico, sebbene sembri ancora in una sorta di fase “sperimentale”. Possiamo ipotizzare diverse ragioni per questo: la Russia potrebbe testare diversi tipi di munizioni contro diverse sezioni del ponte per valutarne gli effetti; ad esempio, granate Geran contro i cavi di sostegno, testate penetranti contro la carreggiata stessa, ecc.
Inoltre, la Russia potrebbe non voler lanciare un unico bombardamento su larga scala con molte munizioni contro un ponte, poiché ciò causerebbe un elevato numero di vittime civili, considerando il traffico veicolare che lo attraversa in qualsiasi momento. Parallelamente, la Russia potrebbe tentare una deliberata campagna di “degrado graduale” per prosciugare il più possibile le risorse dell’Ucraina; ovvero, invece di bombardare in massa il ponte per renderlo inutilizzabile in una sola volta, lo si “deteriora gradualmente”, lasciando intervalli tra un bombardamento e l’altro per consentire interruzioni, caos, interventi di riparazione da parte degli ucraini, ecc., prosciugando così lentamente le risorse dello Stato. Un ponte cronicamente danneggiato e in costante stato di degrado è per certi versi peggiore di un ponte completamente inutilizzabile; è per questo che nelle guerre passate le truppe avversarie venivano spesso ferite intenzionalmente con le schegge anziché uccise sul colpo, al fine di gravare sulla logistica nemica, costretta a trasportare e soccorrere i feriti.
Visto che stiamo parlando di argomenti tecnici, accenniamo all’interessante rivelazione fatta ieri da Elon Musk riguardo a Starlink. A quanto pare, il vero motivo per cui Musk teme che Starlink possa diventare un’arma offensiva a livello militare è la sua convinzione che la Russia potrebbe “kesslerizzare” l’orbita terrestre e distruggere l’intero suo impero spaziale.
Il motivo per cui questa ammissione è sorprendente è che si pone in netto contrasto con l’atteggiamento spavaldo mostrato in precedenza da Musk sulla questione , quando si vantava che la Russia non sarebbe mai stata in grado di neutralizzare in modo significativo i satelliti Starlink perché SpaceX poteva “lanciarli nello spazio più velocemente di quanto la Russia potesse neutralizzarli”.
Ora, improvvisamente, è preoccupato. Potrebbe essere questa la ragione?
Musk potrebbe anche star pianificando astutamente in anticipo. Ora che il sistema russo analogo a Starlink sarà operativo nei prossimi anni, potrebbe temere la concorrenza: Starlink potrebbe compromettere la sua reputazione di vettore civile “neutrale” partecipando a operazioni belliche offensive. Ciò darebbe alla Russia un notevole vantaggio in futuro per convincere i paesi del Sud del mondo a utilizzare il sistema Rassvet, più “amichevole” e “neutrale”, al posto di Starlink, che potrebbe essere impiegato militarmente contro di loro in qualsiasi momento. È una situazione simile alla precedente lotta per le quote di mercato tra Glonass e GPS.
Rimanendo in tema tecnico, un altro sviluppo di questa settimana è stato l’annuncio da parte dell’ucraina Fire Point che il famigerato missile da crociera “Flamingo”, che avrebbe dovuto essere la prossima arma miracolosa in grado di mettere in ginocchio la Russia, ha visto la sua produzione completamente interrotta e il progetto è stato considerato un fallimento:
L’amministratrice delegata di Fire Point, Irina Terekh, ha confermato la notizia, ammettendo che il progetto era solo un “esperimento” concepito più per fini politici che altro:
In sintesi: si trattava di un’operazione di pubbliche relazioni, come sospettavamo da tempo.
RWA ha la spiegazione più plausibile e accurata per il fallimento del progetto estetico:
È interessante notare che Zelensky, in un’intervista rilasciata proprio la settimana scorsa a Steven Bartlett, ha affermato che l’Ucraina era la “fucina di talenti” dell’URSS:
«L’Ucraina veniva definita la fucina di talenti dell’Unione Sovietica. C’erano tantissimi scienziati, ingegneri, università, un’enorme intellighenzia. Molte persone provenienti dall’Ucraina sono poi arrivate a dirigere diverse istituzioni e ministeri nell’Unione Sovietica. L’Ucraina era il polo intellettuale dell’Unione Sovietica. L’Ucraina è sempre stata coinvolta nella produzione di razzi. Il più grande centro di produzione missilistica era qui, così come le armi nucleari, che l’Ucraina ha ceduto. Moltissime cose venivano prodotte in Ucraina.»
È interessante notare come questa fucina di talenti stia ora riciclando i resti dell’URSS, ridicolizzando e rinnegando al contempo la propria eredità sovietica. Abbiamo già parlato del recente missile balistico ucraino, una copia dell’S-300 sovietico, tra le tante altre armi riadattate. Come mai la parte “russa” dell’URSS, arretrata e marginale, ha continuato il suo percorso verso lo status di superpotenza che rappresenta oggi a livello globale, mentre lo Stato ucraino, “unico” e “speciale”, si è trasformato in una cloaca spopolata del terzo mondo?
Un’istantanea significativa dello sviluppo post-sovietico dell’Ucraina, vera e propria fucina di talenti, a confronto con quello di Mordor:
“Talento” contro puro entusiasmo e passione civilizzatrice .
Forse l’intelletto è sopravvalutato?
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L’autore mi pare abbia preso una gran cantonata_Giuseppe Germinario
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Konstantin Malofeev commenta la storica vittoria elettorale degli studenti serbi che ha posto fine al lungo governo di Vučić.
Il popolo serbo ha emesso un verdetto storico sul regime di Vučić. Ciò che Tsargrad prediceva da anni si è avverato. L’era dell’ipocrisia politica e dei doppi giochi sta volgendo al termine.
Per anni, Aleksandar Vučić ha ipocritamente cercato di destreggiarsi tra l’Occidente e la Russia, indossando la maschera del patriota serbo davanti alle telecamere, ma tradendo sistematicamente gli interessi nazionali della Serbia a Bruxelles e Washington. Per tutto questo tempo, il suo regime si è aggrappato alla sua tattica manipolativa preferita: ha cercato di etichettare i giovani e gli studenti serbi che protestavano come “agenti occidentali” e “rivoluzionari colorati”.
Ma i serbi non si lasciano ingannare. Il popolo serbo custodisce la sacra memoria dei propri antenati e non tradirà mai la Russia. La “Lista degli Studenti”, nata dal basso e sfidando le pressioni dell’apparato governativo, lo ha dimostrato: questo movimento non ha nulla a che vedere con l’agenda liberale filo-occidentale. È composto da veri e sinceri patrioti serbi e da leali amici della Russia, per i quali l’onore della Patria e la fratellanza ortodossa sono più importanti di qualsiasi aiuto finanziario europeo.
Congratulazioni, fratelli! Il Kosovo è Serbia, la Crimea è Russia!
(Tradotto dal russo)
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l 25 ottobre, il presidente brasiliano Lula da Silva ha contrastato la tendenza globale di avversione verso i governanti in carica, aggiudicandosi le elezioni più combattute da quando il Brasile è tornato alla democrazia nel 1985. Il primo turno delle elezioni si è svolto in un clima di diffusa apatia. Lula si è classificato secondo. Ma poi la sua campagna elettorale ha subito un’accelerazione, portando milioni di persone in piazza e ponendo fine al vantaggio decennale della destra sul web.
Un momento decisivo si è verificato durante il dibattito finale di venerdì sera. Oggigiorno i dibattiti contano poco come eventi televisivi, ma i momenti che si prestano a essere estratti e condivisi valgono davvero molto. L’avversario di Lula, il senatore Flávio Bolsonaro, ha fatto un riferimento beffardo alle nove dita del presidente in carica. In risposta, Lula ha sottolineato il suo legame con la classe operaia. «Se c’è qualcuno che sa cosa sia il lavoro, quello sono io», ha detto. «Se c’è qualcuno che ha perso un dito a diciassette anni, quello sono io. … Lui non ha mai lavorato in vita sua». Un altro fattore è stata la capacità del Partito dei Lavoratori (PT) di portare la gente in piazza nei giorni precedenti al voto. L’11 ottobre si è svolta la più grande manifestazione di sinistra nella storia di San Paolo, superata solo quando, alla vigilia delle elezioni, fino a mezzo milione di persone hanno occupato l’Avenida Paulista, in quella che è stata forse la più grande manifestazione mai tenutasi in Brasile.
Questa mobilitazione ha trovato riscontro anche online, grazie soprattutto ad André Janones, un deputato federale di Minas Gerais diventato famoso come uno dei leader di un imponente sciopero dei camionisti nel 2018. Il canale WhatsApp di Janones, “L’Esercito di Lula”, contava 3 milioni di iscritti all’inizio delle elezioni, ma ora ne conta oltre 10 milioni: una percentuale sbalorditiva pari al 7% dell’elettorato.
Il voto di domenica è stato caratterizzato da episodi di limitazione del diritto di voto in alcuni comuni, dove i sindaci contrari al PT hanno ridotto il servizio di autobus. Questo, unito alle forti piogge in alcune zone sostenitrici di Bolsonaro, ha spinto entrambi gli schieramenti a presentare ricorso al tribunale elettorale per posticipare la chiusura dei seggi. Un giudice nominato dall’ex presidente Jair Bolsonaro si è rifiutato di intervenire, ma poi un giudice della Corte Suprema nominato da Lula ha disposto una proroga di due ore, quindici minuti dopo la chiusura delle urne. Ciò ha creato il caos elettorale e ha gettato le basi per un contenzioso. Tuttavia, il margine di 4,3 milioni di voti di Lula renderà difficile contestare in modo credibile il risultato.
Il punto di forza principale di Lula è anche la sua più grande debolezza. Vanta un incredibile palmares di vittorie presidenziali: ha vinto due mandati negli anni 2000, poi è riuscito a far eleggere due volte la sua successora, Dilma Rousseff, una figura poco conosciuta da lui scelta personalmente, e ora ha conquistato altri due mandati consecutivi. Ma queste vittorie sono state ottenute grazie ad alleanze con esponenti dell’establishment centrista che spesso hanno danneggiato i candidati nelle liste secondarie e smobilitato la stessa base di Lula. Il risultato è che il PT è svuotato e dipendente dal suo carismatico leader, il quale, a causa dell’età e del limite ai mandati consecutivi, entrerà in carica già in una posizione di debolezza. Il lulismo ha cannibalizzato il petismo (il PT-ismo), lasciando incerto il futuro del partito nell’era post-Lula.
Il presidente dovrà affrontare un Congresso ostile. Il Partito Liberale (PL), dominato da Bolsonaro, dispone di una solida base nella Camera dei Deputati e del controllo del Senato, oltre a detenere la carica di governatore in diverse regioni del Paese. Ciò ribalta lo schema che si è mantenuto per decenni, in cui il PT era uno dei partiti più grandi e uno dei pochi con un’identità ideologica riconoscibile. Il bolsonarismo è diventato altrettanto grande e coeso, anche se non del tutto ideologicamente coerente. Se Flávio avesse vinto, avrebbe potuto rifondare — o smantellare — la repubblica. Ora, la costituzione progressista del Brasile ha ottenuto una sospensione dell’esecuzione.
Quando Lula vinse nel 2022 con una campagna incentrata sul “salvataggio della democrazia”, io sostenevo che, invece di posizionarsi come difensore dello status quo, la sinistra dovesse intraprendere la propria “guerra santa” per competere con il fervore apocalittico del bolsonarismo di stampo evangelico. Come minimo, una sinistra credibile ha bisogno di un progetto nazionale, qualcosa che leghi il destino collettivo al progresso individuale. Su questo fronte, Lula non è stato all’altezza. Il suo terzo governo si è basato sul ripristino della democrazia, sulla ricostruzione delle istituzioni e su una serie di riforme frammentarie.
Alcune di queste misure erano significative. Ad esempio, ha concesso a chi guadagnava meno di 1.000 dollari al mese (l’84% della popolazione) l’esenzione dall’imposta sul reddito. Con l’avvicinarsi delle elezioni sono seguite altre iniziative: la riduzione della settimana lavorativa da sei a cinque giorni, il divieto delle scommesse — che erano rapidamente diventate una piaga sociale — la cancellazione del debito per le microimprese e un aumento dei sussidi sociali della “Bolsa Família”. Ma per molti brasiliani la vita rimaneva difficile. Sebbene l’inflazione si fosse attenuata, i prezzi rimanevano elevati e il debito era aumentato. Ecco perché i sondaggi rimanevano in bilico.
Nonostante abbia strappato un’altra vittoria, il Lulismo oggi è solo una pallida versione di ciò che era un tempo — a causa dell’autocompiacimento del PT e dei suoi numerosi compromessi, a causa di un Congresso ostile e, soprattutto, perché non c’era crescita da ridistribuire. Il suo progetto nazionale è sempre stato incentrato più sulla mobilità sociale individuale che sull’emancipazione di classe o sulla trasformazione sociale. Nel suo terzo mandato, Lula ha offerto ciò che un tempo offriva il centro-destra: un appello agli individui e alle famiglie su questioni economiche, accompagnato dalla promessa di stabilità, in contrapposizione al caos del Bolsonarismo.
Questa volta, quel messaggio si è rivelato efficace. Flávio, il primogenito di Jair Bolsonaro, si è presentato come una versione moderata di suo padre, ma ciò significherebbe confondere lo stile con la sostanza. Bolsonaro senior proviene da un ambiente umile ed è stato forgiato dall’esercito. Possiede una sorta di carisma e nel 2018 è arrivato alla presidenza cavalcando un’ondata di chiassosa antipolitica. Al contrario, Flávio è cresciuto in complessi residenziali recintati come figlio di un deputato federale; il suo primo impiego è stato un posto di lavoro fittizio al Congresso — un fatto che Lula, ex lustrascarpe e operaio metallurgico, ha ampiamente deriso.
Molti progressisti hanno votato per Lula per evitare di pensare alla politica per altri quattro anni. Ma i prossimi quattro anni non saranno una passeggiata. Il PT ha perso la rotta, affidandosi ora a un ampio fronte con il centro anti-bolsonarista, e Lula non ha ancora un successore all’orizzonte. Ma per ora, questo basta e avanza. Come recita la canzone della campagna elettorale di Lula del 1989, cantata a squarciagola in tutto il Brasile domenica sera, Lula lá (“Lula è lì”). Una stella si è affermata nel firmamento, e il progressismo dalle vibrazioni positive resisterà ancora per un po’.
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Jerry B. Marchant diIS IT PROPAGANDA?®smonta le affermazioni di Merz sulla presunta paura della Russia nei confronti della democrazia europea , sostenendo che le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza sono alla base del conflitto con l’Occidente.
Il cancelliere Friedrich Merz ha avvertito che la Russia “è sulla buona strada per destabilizzare l’intero ordine politico del nostro continente europeo”, perché “teme la democrazia”, le “società aperte” e “il successo dell’integrazione europea”.¹ L’ affermazione è retoricamente potente ma analiticamente debole. Se un avversario agisce per invidia o per patologia, non c’è nulla da negoziare e non c’è bisogno di chiedersi in che modo le proprie politiche abbiano contribuito al confronto.
La letteratura sul dilemma della sicurezza offre un’interpretazione diversa.
Nel 2014 Mearsheimer sostenne che l’allargamento della NATO, l’espansione dell’UE e la promozione della democrazia, nel loro insieme, costituivano un pacchetto che Mosca percepiva come una minaccia strategica ai suoi confini.² Allo stesso modo , Sakwa descrisse un ordine post-Guerra Fredda costruito attorno alle istituzioni di un blocco, lasciando la Russia “contro il resto” di un sistema alla cui progettazione non aveva contribuito.³ Kennan , l’architetto del contenimento, definì l’allargamento “un errore fatale” nel 1997 e predisse una reazione ostile da parte della Russia.⁴ La dichiarazione di Bucarest del 2008, che prometteva all’Ucraina e alla Georgia l’adesione finale senza una tabella di marcia o un accordo di sicurezza, rappresentava il peggio dei due mondi.⁵ Tutto ciò non ci impone di considerare la politica russa esente da colpe. Ci impone solo di trattare le preoccupazioni dichiarate dalla Russia come dati di fatto, piuttosto che come pretesti .
Il principio della sicurezza indivisibile
La principale rivendicazione diplomatica della Russia non è esotica. L’Atto finale di Helsinki del 1975 e la Carta di Istanbul dell’OSCE del 1999, firmata dagli Stati occidentali, impegnano i partecipanti a non rafforzare la propria sicurezza a scapito di quella altrui.⁶ Le bozze di trattato presentate da Mosca nel dicembre 2021 invocavano proprio questo principio.⁷ Si possono giudicare le proposte massimaliste, ma Washington e Bruxelles le hanno considerate irrealizzabili piuttosto che come un’offerta iniziale. I negoziati di Istanbul della primavera 2022, secondo Charap e Radchenko, si sono avvicinati a un accordo quadro più di quanto comunemente si creda, prima del loro fallimento.⁸ Un’Europa che voleva mettere alla prova le intenzioni russe aveva a disposizione gli strumenti necessari, ma ha scelto di non utilizzarli.
L’impatto della Russia e la questione della legittimità europea
La seconda affermazione di Merz, secondo cui l’influenza russa costituisce la principale minaccia per le società europee, merita un esame più approfondito. Sebbene il potenziale impatto dell’interferenza russa sui processi politici europei meriti di essere considerato, attribuire il malcontento pubblico europeo principalmente a Mosca rischia di trascurare i fattori interni e strutturali che lo alimentano. Il rapporto Draghi individua un persistente declino della competitività europea, legato in parte agli elevati costi energetici e agli investimenti insufficienti.⁹ Queste pressioni economiche, unite al calo del tenore di vita e alla crescente distanza tra le élite di governo e le popolazioni che rappresentano, forniscono spiegazioni sostanziali per l’insoddisfazione degli elettori. Tale malcontento non necessita di un attore straniero per essere spiegato; potrebbe invece riflettere le conseguenze di scelte politiche interne e debolezze strutturali più ampie all’interno dell’ordine politico ed economico europeo.
Un ordine politico che considera il dissenso come un’ingerenza straniera ammette qualcosa sulla propria legittimità. L’annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali del 2024 da parte della Corte costituzionale rumena e la sospensione delle trasmissioni di RT e Sputnik da parte dell’UE possono essere difendibili singolarmente.¹⁰ Insieme, illustrano perché un osservatore russo può legittimamente chiedersi se “società aperte” sia una descrizione o un’aspirazione. Un ordine liberale veramente fiducioso risponderebbe alla disinformazione con argomentazioni, non con il divieto.
Multipolarità come descrizione, non come ostilità
Il disaccordo più profondo riguarda la forma del sistema internazionale. Acharya sostiene che l’ordine guidato dagli Stati Uniti stia cedendo il passo a un mondo “multiplex” di centri regionali e civilizzazionali sovrapposti, non a un unico egemone successore. ¹¹ Le potenze emergenti hanno costruito istituzioni parallele senza cercare di rovesciare l’ordine esistente. Gran parte del Sud del mondo ha rifiutato di aderire al regime di sanzioni contro la Russia, e questa scelta non può essere spiegata come coercizione russa. Riflette una preferenza per il non allineamento e la convinzione che le pretese universalistiche di qualsiasi blocco meritino cautela.
La formulazione di Mosca di questa visione è che l’uguaglianza sovrana, la diversità di civiltà e il rispetto per le diverse tradizioni politiche devono costituire la base di un ordine duraturo. ¹² Questa è una posizione che gli europei, con la loro lunga tradizione di pluralismo, potrebbero riconoscere come un recupero del patto westfaliano piuttosto che come un attacco ad esso. Il progetto di integrazione europeo, costruito sulla sovranità condivisa per consenso, non è minacciato da un mondo in cui altri compiono scelte diverse.
Obiezioni e risposte
I critici sollevano tre obiezioni principali. In primo luogo, affermano che questa interpretazione trascura il ruolo attivo dell’Ucraina: gli Stati sovrani possono scegliere le proprie alleanze e la Russia non aveva il diritto di porre il veto sulla scelta dell’Ucraina. Si tratta di un punto importante. La risposta è che il diritto di uno Stato di scegliere coesiste con il dovere, nel quadro di Helsinki, di valutare le conseguenze per la sicurezza dei Paesi vicini, e che le crisi del 2014 e del 2022 hanno dimostrato il costo dell’ignorare tale dovere.
In secondo luogo, le assicurazioni “nemmeno un pollice” date nel 1990 non furono mai un impegno vincolante, come dimostra Sarotte. ¹³ Vero, ma Sarotte dimostra anche che i leader sovietici avevano validi motivi per credere che i funzionari occidentali stessero segnalando moderazione e che il successivo allargamento fu una scelta deliberata piuttosto che un’inevitabilità storica.
In terzo luogo, le restrizioni interne russe ai media e all’opposizione minano la sua pretesa di farsi portavoce del pluralismo. Questa è l’obiezione più forte, e una posizione multipolare deve rispondere onestamente: il pluralismo tra gli Stati non richiede uniformità al loro interno, ma non autorizza nemmeno la repressione. I difensori della posizione russa dovrebbero affermarlo chiaramente.
Conclusione
La tesi di Merz presuppone che la Russia si opponga all’Europa per ciò che l’Europa rappresenta. Un’ipotesi migliore è che la Russia si opponga a un ordine di sicurezza europeo per ciò che tale ordine fa: espandersi senza tenere conto degli interessi del suo più grande vicino. Le ipotesi del secondo tipo possono essere verificate, negoziate e, col tempo, risolte. Le ipotesi del primo tipo possono solo essere contrastate. Un’Europa che tenga seriamente alla propria sicurezza dovrebbe preferire la prima.
Friedrich Merz, intervista a Bloomberg , ottobre 2026.
2
John J. Mearsheimer, “Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente”, Foreign Affairs 93, n. 5 (settembre/ottobre 2014): 77–89.
3
Richard Sakwa, Ucraina in prima linea: crisi nelle zone di confine (Londra: IB Tauris, 2015); Sakwa, Russia contro il resto (Cambridge: Cambridge University Press, 2017).
4
George F. Kennan, “Un errore fatale”, TheNew York Times , 5 febbraio 1997.
5
NATO, “Dichiarazione del Vertice di Bucarest”, 3 aprile 2008, par. 23.
6
Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, Atto finale (Helsinki, 1975); OSCE, Carta per la sicurezza europea (Istanbul, 1999), par. 8.
7
Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, bozza di “Trattato tra gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa sulle garanzie di sicurezza”, 17 dicembre 2021.
8
Samuel Charap e Sergey Radchenko, “I colloqui che avrebbero potuto porre fine alla guerra in Ucraina”, Foreign Affairs , 16 aprile 2024.
9
Mario Draghi, Il futuro della competitività europea (Bruxelles: Commissione europea, 2024).
10
Corte costituzionale della Romania, sentenza n. 32 del 6 dicembre 2024. Regolamento (UE) 2022/350 del Consiglio del 1° marzo 2022.
11
Amitav Acharya, La fine dell’ordine mondiale americano , 2ª ed. (Cambridge: Polity, 2018).
12
Vladimir Putin, discorso al Valdai Discussion Club, 27 ottobre 2022, kremlin.ru .
13
Mary Elise Sarotte, Not One Inch (New Haven: Yale University Press, 2021).
Un post di un ospiteJerry B. MarchantAnalista politico e scrittore specializzato in zone di conflitto, diplomazia e multipolarità. Laurea in Studi Internazionali/Storia (California), Master in Scienze Politiche presso la Scuola Superiore di Economia (Mosca). Parla fluentemente inglese, francese e russo.Iscriviti a Jerry
Gli strumenti di “riduzione del rischio” di Bruxelles e il simbolico accordo ibrido mettono a nudo profonde vulnerabilità europee, reindirizzando inavvertitamente la tecnologia avanzata e i capitali cinesi verso i mercati emergenti.
Quando, all’inizio di ottobre, l’ Unione Europea e la Cina hanno annunciato un “accordo condiviso” sulle esportazioni di veicoli ibridi , Bruxelles lo ha presentato come una vittoria diplomatica: una misura calibrata per proteggere le case automobilistiche europee mantenendo aperti i canali di comunicazione.
A un’analisi più attenta dei numeri, tuttavia, la vittoria svanisce. I veicoli ibridi hanno rappresentato solo il 2,06% di tutte le esportazioni cinesi verso l’UE tra gennaio e agosto 2026. Anche dopo il raddoppio rispetto all’anno precedente, questo segmento rappresenta una frazione trascurabile degli scambi bilaterali. A pochi giorni dall’annuncio, sia il cancelliere tedesco Friedrich Merz che il presidente francese Emmanuel Macron hanno riconosciuto la realtà: l’accordo non era una svolta, ma una breve sosta sulla strada verso un’escalation dello scontro commerciale .
Questa discrepanza tra la retorica politica europea e la realtà materiale solleva un interrogativo fondamentale: l’ aggressivo ricorso dell’Unione Europea a dazi protezionistici e strumenti di “riduzione del rischio” può davvero proteggere la sua economia, o Bruxelles sta semplicemente isolando il proprio mercato interno accelerando al contempo la propria obsolescenza industriale ?
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La narrazione che emerge dalle capitali europee presenta la “riduzione del rischio” come un’evoluzione necessaria e difensiva. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ripetutamente descritto l’enorme deficit commerciale dell’UE con la Cina come strutturale e insostenibile, indicando i sussidi statali , la sovraccapacità produttiva e la svalutazione artificiale delle valute come cause principali. Per contrastare questa situazione, Bruxelles ha varato una serie di meccanismi di difesa commerciale – che vanno dall’iniziativa DiversifyEU a nuovi strumenti anti-coercizione – progettati per arginare le dipendenze critiche e penalizzare le distorsioni del mercato.
Ciò che questa narrazione omette è la realtà fisica delle catene globali di produzione e approvvigionamento dei materiali . Negli ultimi 18 mesi, nonostante l’annuncio di numerosi progetti di estrazione, lavorazione e riciclaggio, l’UE non è riuscita a garantire fonti alternative per le materie prime critiche . L’industria europea rimane fondamentalmente dipendente dalla capacità di raffinazione cinese per le terre rare e i componenti essenziali delle batterie .
Trattando i regimi di licenza regolamentari come equivalenti carte da gioco – tentando di barattare le autorizzazioni all’esportazione di tecnologie a duplice uso europee con spedizioni garantite di minerali cinesi – Bruxelles ha sottovalutato la propria leva. Pechino mantiene il controllo sull’intero processo di approvvigionamento. Come dimostrato a metà del 2025 e di nuovo nel luglio 2026, quando la Cina ha limitato le spedizioni di tecnologie a duplice uso alle aziende europee a seguito delle sanzioni dell’UE, Pechino è pienamente pronta a ricorrere a controlli mirati sulle licenze qualora venisse sfidata.
Lo squilibrio strutturale diventa più evidente se si esamina chi sopporta il costo di questa ritorsione. Mentre la Cina si affida principalmente alle esportazioni di prodotti manifatturieri ad alto volume per raggiungere i suoi attuali obiettivi di crescita, la sua dipendenza dalle importazioni europee si sta riducendo. Qualora le tensioni commerciali dovessero degenerare in vere e proprie restrizioni, gli esportatori europei di settori ad alto margine – beni di lusso e agroalimentari francesi , salmone svedese , macchine utensili e strumenti di precisione tedeschi – ne risentirebbero direttamente.
Qui sta la contraddizione fondamentale: Bruxelles sta erigendo barriere commerciali per proteggere le industrie nazionali tradizionali, eppure queste stesse barriere incentivano Pechino a limitare le attrezzature di trasformazione e i minerali critici necessari all’Europa per realizzare la propria transizione verde e digitale .
Per comprendere il più ampio cambiamento sistemico, è necessario confrontare il quadro di riferimento occidentale dominante con le realtà materiali osservate dal Sud del mondo .
Nella visione europea dominante, gli strumenti commerciali difensivi vengono presentati come risposte neutrali e basate su regole alle distorsioni del mercato indotte dallo Stato. Il protezionismo viene ridefinito come “autonomia strategica” e la militarizzazione delle catene di approvvigionamento viene considerata un comportamento esclusivamente non occidentale.
Vista attraverso la lente analitica del Sud del mondo , questa struttura crolla. Le economie in via di sviluppo riconoscono il “de-risking” europeo per quello che è: un protezionismo ipocrita concepito per proteggere le industrie occidentali non competitive, escludendo al contempo i mercati emergenti dalle catene industriali ad alto valore aggiunto. Ancora più importante, il Sud del mondo comprende che le barriere commerciali europee non eliminano la capacità produttiva cinese , ma si limitano a reindirizzarla.
Quando i mercati europei chiudono le porte ai veicoli elettrici , alle infrastrutture per le energie rinnovabili e ai macchinari avanzati cinesi , che sono competitivi, quel capitale e quella produzione industriale non scompaiono. Al contrario, affluiscono direttamente nei paesi in via di sviluppo .
In tutto il Sud Asia , l’America Latina , l’Africa e il Medio Oriente , le economie emergenti stanno acquisendo tecnologie verdi avanzate , attrezzature industriali e investimenti infrastrutturali a costi inferiori, senza essere gravate da dazi europei o costi di conformità normativa occidentali. Mentre l’Europa impiega anni a costruire impianti di trasformazione nazionali costosi e sovvenzionati che non hanno ancora prodotto risultati significativi, il Sud del mondo si sta integrando direttamente con la potenza di trasformazione e la scala produttiva asiatica .
Le implicazioni strategiche di questa divisione si estendono ben oltre la bilancia commerciale bilaterale. Privilegiando l’isolamento del mercato rispetto alla competitività industriale , l’ Unione Europea sta accelerando la propria emarginazione all’interno del nascente ordine multipolare .
Storicamente, l’influenza occidentale si fondava su due pilastri: il controllo delle infrastrutture finanziarie globali e un potere d’acquisto ineguagliabile nei propri mercati di consumo. Mentre le potenze occidentali utilizzano sanzioni e barriere commerciali unilaterali come strumenti di pressione, le economie non occidentali stanno costruendo reti di pagamento e corridoi commerciali autonomi e isolati che aggirano completamente i controlli occidentali.
Quando Bruxelles usa l’accesso al mercato come arma politica, rinuncia alla sua capacità di stabilire standard tecnici e industriali globali . Con l’intensificarsi delle reti commercialicinesi , indiane e, più in generale, dei BRICS+ , gli standard che regoleranno la prossima generazione di commercio globale – dalle infrastrutture digitali per il commercio all’integrazione delle tecnologie verdi – vengono definiti al di fuori della giurisdizione occidentale.
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Il tentativo dell’UE di “ridurre i rischi” derivanti dalla Cina sta producendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato. Invece di garantire l’indipendenza europea o di imporre concessioni strutturali a Pechino , Bruxelles sta isolando la propria capitale in un’isola economica sempre più remota.
L’ Unione Europea non riesce a redigere normative con la rapidità necessaria per sostituire la raffinazione fisica dei minerali , la capacità di trasformazione e la produzione efficiente in termini di costi . Con l’aumento delle tariffe europee, le industrie europee si trovano ad affrontare costi di produzione più elevati , un accesso limitato a materie prime essenziali e barriere di ritorsione nei principali mercati di esportazione. Nel frattempo, il resto del mondo, non gravato dall’eccessiva ingerenza normativa europea, sta intensificando la propria integrazione con le catene di approvvigionamento asiatiche e costruendo le infrastrutture reali del commercio del XXI secolo.
Tornando all’accordo sui veicoli ibridi di inizio ottobre, il vero significato dell’intesa diventa chiaro. Non è stata una vittoria per la diplomazia europea , né un segnale che la “riduzione del rischio” stia funzionando. È stata una breve pausa simbolica in un cambiamento strutturale irreversibile.
Per l’osservatore strategico, la lezione è chiara: le barriere normative non possono alterare la forza di gravità materiale . Mentre Bruxelles si preoccupa di difendere i mercati tradizionali, il Sud del mondo sta sfruttando lo slancio, assorbendo capitali e tecnologie e consolidando la sua posizione al centro dell’economia multipolare .
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La scorsa settimana gli analisti occidentali sono rimasti scioccati nello scoprire che i depositi di mezzi corazzati russi, che si credevano svuotati a causa della guerra in Ucraina, si stanno silenziosamente riempiendo di nuovi veicoli e di mezzi corazzati ricondizionati.
Nuove foto satellitari hanno mostrato diverse basi completamente svuotate durante i lunghi anni di guerra, periodo in cui i principali analisti occidentali ci dicevano che la Russia non solo stava esaurendo i mezzi corazzati ogni giorno, ma che presto avrebbe esaurito anche carri armati pesanti, veicoli da combattimento di fanteria e sistemi di artiglieria. Abbiamo ripetutamente scritto che ciò era impossibile, poiché la dottrina russa avrebbe sempre imposto che le perdite di mezzi corazzati si sarebbero compensate con la produzione e con cambiamenti di tattica che avrebbero gradualmente arrestato le perdite fino al raggiungimento di un equilibrio.
Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riportato più volte come le perdite di veicoli e attrezzature tra Russia e Ucraina si stessero lentamente invertendo. A tal proposito, gli ultimi dati provenienti da una fonte sono i seguenti:
Ciò è avvenuto grazie a diversi fattori, tra cui la riduzione dell’uso di mezzi corazzati pesanti dovuta alla proliferazione dei droni, ma anche un maggiore ricorso a tattiche di infiltrazione con piccole unità.
Un’omissione notevole nella comprensione di quest’ultimo punto: molti presumono che le tattiche di infiltrazione di piccole unità russe siano state esclusivamente il risultato della maggiore diffusione dei droni, ma non è così. Infatti, se l’Ucraina avesse mantenuto le stesse capacità difensive di prima, solo grandi colonne corazzate sarebbero oggi efficaci nell’avanzare sul territorio. Uno dei veri motivi per cui l’infiltrazione di piccole unità ha iniziato a funzionare è stato il drastico esaurimento degli effettivi delle Forze Armate ucraine, che ha assottigliato la linea del fronte a tal punto da consentire a piccole squadre russe di due uomini di penetrare i presidi sparsi dei resti delle Forze Armate ucraine su qualsiasi linea. Se le Forze Armate ucraine avessero ancora avuto un numero sufficiente di uomini, nessuna infiltrazione di squadre di due uomini sarebbe stata possibile, poiché tali unità sarebbero state rapidamente sopraffatte in termini di numero, armamento e potenza di fuoco.
Pertanto, è importante riconoscere che uno dei fattori più importanti, se non il più importante, che ha portato a questa evoluzione tattica è stata in realtà la decimazione delle forze armate ucraine da parte della Russia, piuttosto che la semplicistica spiegazione dell'”evoluzione dei droni”.
A tal proposito, per divagare e contestualizzare l’argomento principale, le ultime ricerche in materia, presentate in un articolo accademico dell’Università della Difesa Nazionale di Helsinki, in Finlandia, hanno fornito importanti risultati sulle stime delle vittime della guerra in Ucraina:
Passate a pagina 149 del PDF per il capitolo intitolato “PERDITE IRRAGGIUNGIBILI: STIMA DELLE VITTIME DELLA GUERRA RUSSO-UCRAINA” .
In alternativa, potete guardare la presentazione di questo capitolo da parte dell’autore stesso, Alexander Grable, al minuto 2 e 45 secondi, qui:
L’interessante articolo getta un po’ di scetticismo sulle famigerate statistiche sulle vittime russe fornite da Mediazona, citando diversi esempi di ufficiali dichiarati morti in azione da Mediazona, ma la cui morte non è stata verificata in modo indipendente dall’autore. Quando l’autore ha chiesto chiarimenti a Mediazona, quest’ultima ha risposto di aver utilizzato un’altra fonte governativa, più oscura, che “non viene resa pubblica”. In breve, i loro risultati non sono replicabili e nascondono questo fatto dietro la scusa di oscure “fonti segrete” che si rifiutano di elencare apertamente.
Egli osserva inoltre che Mediazona ha riscontrato solo circa 6.000 ufficiali russi caduti in combattimento. Questo è problematico perché, secondo le stime dello stesso ricercatore, la percentuale di ufficiali nell’esercito russo avrebbe dovuto essere più vicina al 20% che al 5%, e più probabilmente, a suo avviso, intorno al 14%. Conclude affermando che circa 6.000 ufficiali caduti in combattimento dovrebbero portare a un totale di perdite intorno alle 86.000 unità, anziché alle quasi 300.000 perdite russe che Mediazona ora dichiara. Questi sono solo alcuni piccoli esempi tra i molti altri forniti, che potete leggere voi stessi nell’articolo.
L’autore osserva correttamente che il rapporto stimato sopra è all’incirca di 10:1, che corrisponde ai rapporti di scambio di cadaveri registrati tra Ucraina e Russia negli ultimi due anni:
È opportuno sottolineare che il rapporto nello scambio di corpi di soldati caduti tra Russia e Ucraina è di 12,46 caduti ucraini per ogni russo, e ciò coincide anche con le informazioni relative agli amputati.
Pochi giorni fa è avvenuto un nuovo scambio di cadaveri, con 252 corpi ucraini scambiati con 25 russi, in un rapporto esatto di 10 a 1.
A titolo di promemoria sulla cronologia degli scambi, ignorate la traduzione errata dell’IA di “SMO” in “Seconda guerra mondiale”:
Ricordate: l’Ucraina sostiene che la disparità sia dovuta all’avanzata russa. Eppure, secondo le Forze Armate ucraine, è l’Ucraina ad avanzare negli ultimi mesi, riconquistando ampie porzioni di territorio. Quindi, qual è la verità? O l’avanzata ucraina era una menzogna, oppure la disparità di perdite non ha nulla a che vedere con chi sta avanzando.
Tornando al rapporto, la conclusione raggiunta in merito alle vittime è la seguente:
Conclusione
Qual è dunque il bilancio? Le prove presentate dimostrano che le perdite russe (KIA/MIA) sono molto probabilmente inferiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti, e che le perdite ucraine sono molto probabilmente superiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti. Inoltre, le prove presentate in questo articolo suggeriscono con forza che le perdite ucraine (KIA/MIA) sono superiori a quelle russe, sia in termini relativi che assoluti. L’Ucraina, con una popolazione molto più piccola, si trova con ogni probabilità dalla parte sbagliata del gradiente di logoramento e sta perdendo la guerra. Ciò mette a rischio la sostenibilità della sua efficacia operativa sull’attuale ampio fronte. Su questa traiettoria, è improbabile che l’Ucraina prevalga e la Russia potrebbe ottenere il sopravvento. Come ha sostenuto Vershinin, l’Ucraina sta esaurendo il margine di manovra nei negoziati man mano che perde uomini. Dato il supporto cruciale fornito dalla NATO, ciò significa anche che le forze armate della NATO potrebbero dover rivalutare il loro approccio alla condotta della guerra.
Le riserve corazzate russe iniziano misteriosamente ad aumentare
Fatte queste premesse, passiamo ora alla parte principale, che riguarda le scoperte “scioccanti” secondo cui la Russia starebbe rifornendo le proprie riserve di mezzi corazzati in tutto il paese, quasi in preparazione di un futuro conflitto, e cosa ciò significhi per il futuro dell’Operazione Marxista.
Diversi resoconti documentavano questa situazione, in particolare quello del redattore di Radio Free Europe citato di seguito, e quello di Jompy, il principale ricercatore filo-ucraino sulle basi russe di stoccaggio di mezzi corazzati. È proprio la ricerca di Jompy, basata sul confronto di immagini satellitari, ad aver costituito la base delle teorie, a partire dal 2022, secondo cui la Russia stava esaurendo le scorte di carri armati.
Ciò riguarda alcune delle seguenti basi di stoccaggio, che hanno visto un enorme afflusso di mezzi corazzati immagazzinati nel corso dell’ultimo anno.
La 22ª base di stoccaggio di carri armati vicino a Kostroma, Russia, alle coordinate geografiche 58°27’51.0”N 41°30’25.0”E:
La 22ª base di stoccaggio carri armati , situata a 500 km dal confine NATO, viene rifornita con nuovi carri armati T-90M, come si può notare dal confronto tra le immagini satellitari di @planet dell’ottobre 2025 e dell’ottobre 2026.
Il 349° nel Territorio dell’Altai, Russia, alle coordinate 52.8115° N, 83.1363° E:
La 349ª base di stoccaggio, Altai Krai. Immagine @planet scattata ieri, 15 ottobre, rispetto a quella di ottobre 2025. La parte meridionale è completamente piena.
La parte settentrionale più ampia della base ha registrato un aumento significativo nell’ultimo anno:
349ª base di stoccaggio, parte settentrionale, aumento significativo di veicoli. 15 ottobre 2026 contro ottobre 2025.
La mappa satellitare di Google sembra mostrare una quantità ancora maggiore di mezzi corazzati in quella zona, anche se è difficile stabilire la data esatta dell’immagine, nonostante sia contrassegnata come 2026:
Uno degli aspetti più sconcertanti è che gran parte dell’equipaggiamento che viene rifornito è costituito da materiale di ultima generazione: T-90M, BMD-4M, BMP-3M, ecc.
La famosa Covert Cabal ha acquistato ulteriori immagini satellitari che confermano il rifornimento di T-90M nella 22a base:
Sono stati effettuati rifornimenti anche in altre basi, come la 6018ª e l’80ª nell’oblast di Sverdlovsk, dove, a quanto pare, sono stati immagazzinati sempre più pezzi di artiglieria di ultima generazione come i 2S19 Mstas, i 2S43 Malvas e i 2S44 Giatsint-K.
La maggior parte di queste attrezzature menzionate è costituita da modelli di produzione di serie, i più recenti e avanzati attualmente prodotti dalla Russia: T-90M, BMD-4M, Malva 2S43, ecc. Invece di essere inviate al fronte, vengono stoccate nelle basi nelle retrovie, sebbene presumibilmente alcune vengano inviate anche al fronte.
In sintesi: la Russia sembra stia ricostituendo le sue scorte e riserve di ogni tipo di corazza e artiglieria. Cosa possiamo dedurre da ciò?
Il fatto più evidente è che la Russia non sta chiaramente impiegando tutta la sua potenza e le sue capacità contro l’Ucraina. Continua ad accumulare riserve per una forza più consistente, sia per una questione puramente dottrinale, sia in previsione di un futuro conflitto su scala maggiore contro gli aggressori europei.
Da questo semplice fatto possiamo dedurre molte cose, una delle quali è che l’approccio russo alla guerra in Ucraina continua ad essere misurato , in cui l’aspetto puramente cinetico del più ampio conflitto ibrido viene bilanciato con altre necessità. Ciò ha chiare correlazioni anche con l’approccio economico, dove la Russia ha scelto di condurre la guerra in modo più graduale e prudente al fine di gestire il proprio sviluppo economico in maniera sostenibile, preservando lo status quo per il cittadino medio senza sottoporre il paese a uno scenario di “guerra totale”.
Bisogna ammettere che la difesa di gran lunga più efficace contro l’aggressione della NATO è la deterrenza implicita. Quando la Russia iniziò a trovarsi, presumibilmente, “impantanata” in Ucraina, vedemmo molte figure occidentali fremere apertamente dall’entusiasmo, con Mitt Romney che una volta disse, in una frase diventata celebre, che se gli Stati Uniti avessero voluto intervenire in Ucraina, avrebbero colto la Russia “con i pantaloni abbassati”.
Costruendo un deterrente credibile sotto forma di forze di riserva modernizzate e prodotte in serie su larga scala, la Russia sta inviando il messaggio di essere più che pronta a qualsiasi guerra su due fronti che la NATO potrebbe segretamente pianificare. Ciò è particolarmente vero considerando che alcune delle basi di stoccaggio di mezzi corazzati menzionate in precedenza si trovano vicino al confine europeo e vengono rifornite con i pezzi di artiglieria più recenti e avanzati.
Jompy osserva che queste sono solo le basi che il suo team è stato in grado di tracciare con le immagini satellitari disponibili, il che implica che ce ne siano molte altre in fase di rifornimento, incluse basi di unità attive e non solo basi di stoccaggio in eccesso.
Da ciò possiamo estrapolare ulteriormente: si può sostenere che anche la Russia si stia preparando per un conflitto molto più lungo e prolungato, e non si lascerà “adescare” gettando avventatamente tutte le sue armi e attrezzature nel macello per ottenere vantaggi immediati, semplicemente per compiacere i cicli di stampa a caccia di propaganda, come invece Zelensky sembra così desideroso di fare. La Russia non sta seguendo una tempistica precisa e a quanto pare si è impegnata a impiegare tutto il tempo necessario per raggiungere i suoi obiettivi di guerra.
Quest’ultimo punto ci introduce a un aspetto importante che abbiamo evidenziato riguardo alle dinamiche attuali del campo di battaglia e ai futuri sviluppi della guerra:
Dall’inizio di questo blog, all’inizio del 2023, ho fatto diverse previsioni “controverse” che si sono scontrate con l’ortodossia comunemente accettata riguardo alla guerra, ma che si sono rivelate vere nel tempo. La più notevole è stata la mia precoce comprensione della futura evoluzione strategica della Russia come incentrata sulla strategia a mosaico dei “mille tagli”, che avevamo previsto sarebbe stata la strategia a lungo termine utilizzata dalle forze russe, ben prima che i droni dominassero il fronte. Ora, vediamo che questa tattica di “dispersione” e infiltrazione frammentata, basata su una pressione simultanea e continua su tutti i fronti, è proprio la direzione in cui si è evoluta la situazione.
Fornisco questa contestualizzazione passata per premettere che ora stiamo nuovamente segnando un punto di svolta cruciale rispetto all’analisi contemporanea sulla guerra.
Le analisi predittive più recenti indicano che la Russia ha avviato una sorta di “dormienza strategica” sul fronte, di cui ho già parlato. Di cosa si tratta esattamente? È una forma di deliberato “rallentamento” del potenziale offensivo, altrimenti inutile, a favore di operazioni ibride più ampie, per un periodo di tempo determinato, fino a quando non si ripresenteranno condizioni favorevoli per offensive di maggiore portata.
Ho già scritto in precedenza che queste “condizioni favorevoli” non sono oscuri castelli in aria “sperando di raggiungerli”, ma sviluppi decisamente imminenti che stanno già prendendo forma per il prossimo anno. I più notevoli sono la costellazione satellitare Rassvet o “Alba”, così come gli sviluppi nel campo dei sistemi anti-drone (C-UAS), dei sistemi di intercettazione come Arena-M, della guerra elettronica (EW) su larga scala, ecc.
Un esempio di quanto sopra: un elicottero ucraino armato con una pletora di intercettori anti-drone a basso costo:
Tali intercettori, come il russo Yolka, si stanno già diffondendo ampiamente, e presto questi sistemi potrebbero essere installati su qualsiasi mezzo, compresi i veicoli corazzati.
Il miglioramento della tecnologia dei droni e dell’ISR limiterà ulteriormente il predominio dei droni, poiché consentirà l’identificazione e il puntamento delle unità nemiche di droni, che in genere sono costrette a operare a circa 5 km dietro la linea del fronte. L’eliminazione diretta dei veri e propri quartier generali delle unità di droni incide in modo significativo sulla diffusione e sul successo dei droni lungo il fronte.
Ma torniamo al concetto di “dormienza strategica”. Si tratta di un approccio realista alla guerra, che riconosce semplicemente gli alti e bassi del conflitto, assecondando le dinamiche della situazione, piuttosto che tentare di “nuotare controcorrente”. La Russia comprende che in questo momento è inutile dedicare una quantità eccessiva di energia e sforzi a vaste conquiste territoriali e a spinte “di sfondamento”, poiché le perdite subite non ne valgono la pena, in particolare quando gli altri aspetti ibridi della guerra possono essere sfruttati per produrre effetti maggiori per il momento. In questo caso, la Russia ha privilegiato la campagna di attacchi alle retrovie, che ha allentato le precedenti ROE (Regole di Ingaggio) e ha permesso alle forze russe di indebolire l’Ucraina in modi che le semplici conquiste territoriali non possono eguagliare.
Ciò non significa che la Russia stia interrompendo ogni avanzata, ma semplicemente che sta ridistribuendo l’equilibrio delle priorità e i settori in cui impiega la maggior parte delle risorse. Ciò si ricollega ancora una volta alla prospettiva a lungo termine discussa in precedenza: la Russia non ha particolare fretta; vede l’Europa e l’Ucraina diventare sempre più tese sia dal punto di vista politico che economico, mentre il proprio sviluppo prosegue a ritmo sostenuto.
Questo articolo rappresenta un’approvazione della strategia? No. Avrei personalmente utilizzato la stessa strategia se fossi stato nei panni di Putin? Non necessariamente. Si tratta semplicemente di un riconoscimento della realtà sul campo e di un’affermazione dei fatti.
La Russia continuerà a ridurre le risorse umane dell’Ucraina, a deteriorare le sue infrastrutture e il suo capitale politico, soffocando al contempo lentamente il fronte in un modo che è vantaggioso per la Russia dal punto di vista delle risorse, privilegiando l’attenzione alla riduzione delle perdite e alla sostenibilità a lungo termine, in particolare per quanto riguarda un secondo fronte che potrebbe essere aperto dagli aggressori europei.
Quando arriverà il momento e la tecnologia sarà maturata al punto da consentire la ripresa di operazioni offensive più attive, la Russia tornerà a un approccio più aggressivo. Una forma universalizzata e funzionante del sistema Rassvet potrà da sola contribuire in modo apprezzabile a questo obiettivo, cosa che potremmo vedere già l’anno prossimo se tutto andrà come previsto.
Fino ad allora, continueranno a essere privilegiate le tattiche predominanti di infiltrazione con piccole unità, mentre il Ministero della Difesa farà affidamento sulla sua campagna ibrida di droni e bombardamenti per infliggere la maggior parte dei danni devastanti. L’intento di questa campagna non è semplicemente quello di distruggere le retrovie dell’Ucraina e paralizzare le Forze Armate Ucraine (AFU), ma si può sostenere che il suo obiettivo più ampio sia quello di creare per l’UE un imbuto infinito di risorse e, al contempo, un abisso, al fine di far crollare il sostegno europeo all’Ucraina. Se raggiunto, questo costituirà di fatto il colpo di grazia e contribuirà alla sconfitta delle Forze Armate Ucraine (AFU) più di quanto potrebbero fare da sole qualsiasi numero di forze di terra russe.
Tuttavia, dati i cicli elettorali europei, quel momento è probabilmente ancora lontano.
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Prodotto da Le Lab Le Diplo
Par Giuseppe Gagliano, Président du Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Côme, Italie)
Istruzione, salari ed energia stanno unendo diversi movimenti di protesta. La divisione sociale sta mettendo alla prova anche le ambizioni strategiche del continente.
Le manifestazioni del 17 e 18 ottobre hanno messo in luce una questione europea: quanto a lungo può durare l’appartenenza a una società quando studiare, lavorare e far fronte alle spese quotidiane diventa sempre più difficile? In Francia, centinaia di migliaia di persone hanno protestato contro l’alto costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Incendi e saccheggi hanno accompagnato le manifestazioni pacifiche. Il numero degli arresti, aggiornato dal Ministro dell’Interno e riportato da Reuters il 18 ottobre, si attestava a 2.400.
Cause comuni, differenze nazionali
La Francia offre immagini, slogan e forme di mobilitazione capaci di trascendere i confini. Tuttavia, sarebbe prematuro ridurre il tutto a un unico movimento. In Albania, le rivendicazioni relative all’istruzione si intrecciano con accuse di corruzione e richieste di dimissioni del governo. In Belgio, l’accesso all’istruzione superiore è una questione cruciale; in Italia, la mobilitazione sindacale esprime un più ampio malcontento sociale. Questa simultaneità rivela pressioni convergenti, senza tuttavia dimostrare l’esistenza di una leadership politica comune.
Il filo conduttore è la promessa di mobilità sociale. Una famiglia è disposta a fare sacrifici per l’istruzione dei propri figli se crede che questa possa condurre all’indipendenza e all’occupazione. Quando questa possibilità appare incerta, la scuola diventa il luogo in cui si manifesta una sfiducia che si ripercuote sull’intero sistema economico. Per questo motivo, le rivendicazioni degli studenti possono coincidere con quelle dei lavoratori e dei pensionati: il futuro dei primi dipende dalla capacità dei secondi di sostenerli.
Le bollette energetiche sono incluse.
L’aumento dei prezzi dell’energia, menzionato nelle proteste, dimostra come la politica internazionale influisca sulla spesa quotidiana. Un aumento persistente dei prezzi dei carburanti può incidere sui costi dei trasporti, dei generi alimentari e delle attività commerciali. I suoi effetti dipendono da contratti, tassazione e interventi governativi, ma colpiscono principalmente coloro che destinano una parte significativa del proprio reddito all’acquisto di beni di prima necessità.
Qui emerge una vulnerabilità geoeconomica. Un continente dipendente da forniture esterne trasferisce parte delle sue risorse ai produttori quando i prezzi aumentano. Le aziende possono assorbire l’aumento riducendo i margini, trasferirlo ai clienti o diminuire gli investimenti. Nessuna di queste risposte garantisce salari più alti. Pertanto, la diversificazione delle forniture deve essere valutata alla luce del costo effettivo di tali forniture e del potenziale di riduzione dei consumi.
I governi si trovano di fronte a un conflitto sulla distribuzione. Risarcire tutti è costoso; concentrare gli aiuti impone scelte su chi proteggere; lasciare che siano i prezzi a dettare il risultato può esacerbare le disuguaglianze. La credibilità politica dipende dalla trasparenza di queste scelte e dalla distribuzione dei sacrifici. Presentare ogni decisione come inevitabile riduce il margine di manovra per la mediazione democratica.
La difesa ha bisogno di coesione
La questione riguarda anche la strategia militare. Una capacità di difesa sostenibile richiede industria, tecnici, infrastrutture, entrate fiscali e sostegno pubblico. Se un aumento della spesa militare fosse finanziato con tagli all’istruzione e ai servizi essenziali, potrebbe compromettere alcune delle condizioni necessarie per la sua sostenibilità a lungo termine.
Anche la destinazione della spesa è importante. Gli ordini esteri possono rafforzare le competenze e la produzione nazionali; quando gli acquisti esteri sono predominanti, parte dei benefici industriali va a vantaggio dei fornitori esteri. La valutazione strategica deve considerare le capacità operative, la manutenzione, la disponibilità di munizioni e le dipendenze tecnologiche. Il solo importo stanziato fornisce poche informazioni sull’autonomia effettivamente raggiunta.
A livello nazionale, il contenimento della violenza richiede preparazione e proporzionalità. Incendi e saccheggi danneggiano persone, attività commerciali e servizi, esacerbando il costo sociale della crisi. Le responsabilità devono essere accertate individualmente, comprese quelle relative a potenziali abusi di forza. Equiparare tutti i manifestanti ai responsabili dei danni renderebbe più difficile isolare i gruppi violenti e trovare interlocutori.
Tre possibili sviluppi
Un possibile sviluppo potrebbe essere un allentamento delle tensioni attraverso misure mirate incentrate sull’istruzione, sui redditi più vulnerabili e sui costi energetici. Sarebbero essenziali finanziamenti credibili e risultati verificabili. Il secondo scenario potrebbe essere un’alternanza di manifestazioni, concessioni temporanee e ulteriori tagli al bilancio, che probabilmente prolungherebbero l’incertezza. Il terzo scenario vedrebbe prevalere la radicalizzazione: la violenza monopolizzerebbe il dibattito pubblico e le rivendicazioni sociali perderebbero la loro voce.
La tensione ha già attanagliato i mercati: secondo un aggiornamento di mercato pubblicato da Reuters il 19 ottobre, il principale indice della Borsa di Parigi è sceso dell’1,38%, in una seduta influenzata anche da altri fattori. Si tratta di un segnale di nervosismo, ma di per sé insufficiente a preannunciare una crisi finanziaria. Se l’instabilità dovesse persistere, tuttavia, potrebbe pesare sui consumi, sugli investimenti e sul costo del finanziamento pubblico.
L’intelligenza artificiale introduce un elemento di incertezza che richiede risposte concrete: formazione accessibile, tutela durante le transizioni di carriera e un’equa distribuzione dei guadagni di produttività. La sua diffusione avrà conseguenze diverse a seconda delle decisioni prese da imprese e governi. Considerare il declino delle prospettive per i giovani come un destino predeterminato significherebbe sottrarsi alla responsabilità politica.
La forza internazionale dell’Europa dipende anche dalla sua capacità di preservare il patto che la lega alle sue società. Chi chiede ai cittadini di sostenere scelte strategiche deve spiegarne i costi, i benefici e le alternative. Deve inoltre dimostrare che il futuro in nome del quale si chiedono sacrifici include anche coloro che oggi scendono in piazza.
Giuseppe Gagliano ha fondato nel 2011 a Como la rete internazionale Cestudec (Centro Carlo de Cristoforis per gli Studi Strategici), con l’obiettivo di studiare, in una prospettiva realista, le
Undici giorni dopo, siamo nel pieno degli scontri, con folle, marce, saccheggi e violenze, il tutto ben organizzato e in una dozzina di città. I dati di sabato scorso non lasciano spazio a dubbi: tra 550.000 e 800.000 manifestanti che protestavano contro l'”alto costo della vita”, 1.200 arresti e 150 tra poliziotti e gendarmi feriti, secondo il Primo Ministro , il quale, senza un briciolo di ironia, considera un miracolo che non sia andata peggio.
Come di consueto, Parigi è stata teatro di saccheggi e violenze diffuse da entrambe le parti, e i commercianti di Lione, Marsiglia e Nizza hanno subito la stessa sorte. I municipi di Marsiglia e Lilla sono stati vandalizzati, l’ufficio turistico di Lione è stato dato alle fiamme e la residenza del prefetto di Bordeaux è stata saccheggiata. A Nantes, i negozi avevano sbarrato le vetrine in anticipo , a dimostrazione che i commercianti, a differenza di altri, leggono i social media, mentre Rennes ha vissuto una giornata di caos . E Limoges ha visto il suo municipio ottocentesco bruciare, con il centro storico quasi completamente distrutto .
Un edificio sopravvissuto a due guerre mondiali non è sopravvissuto a un sabato pomeriggio di progressismo, lassismo e folle eterogenee.
Eppure, tutto era scritto, pianificato e perfettamente prevedibile.
Il giorno prima, una mappa collaborativa creata da gruppi dei movimenti dei Gilet Gialli e Block Everything elencava oltre 1.300 azioni, tra cui più di 600 manifestazioni . Il Ministero, tuttavia, si aspettava tra le 250 e le 80 proteste e prevedeva 150.000 manifestanti. I servizi segreti hanno sbagliato di un fattore sette, basandosi su informazioni pubblicamente disponibili che circolavano sui social media, a partire da TikTok, dove è partito l’appello all’azione.
È preoccupante. O sospetto, se vuoi sembrare un complottista.
Il secondo fallimento è di natura dottrinale, come sottolinea Claude Moniquet su CNews: da diversi anni, la dottrina ufficiale del mantenimento dell’ordine “a distanza” consiste nel contenere, controllare, lasciare che le cose vadano avanti da sole e poi valutare i danni il giorno successivo. Uno degli artefici di questa dottrina è nientemeno che Nuñez, che, in qualità di Segretario di Stato durante il movimento dei Gilet Gialli, arrivò a di fronte ai membri del parlamento . difendere questo nuovo approccio
Sospettavamo fortemente che quel pedante fosse incompetente, e ora ne abbiamo la prova concreta. Il fatto che ora sia Ministro dell’Interno la dice lunga sulla capacità di giudizio e di selezione del personale dei nostri leader.
Inoltre, il contrasto con il 2019 è lampante: di fronte ai manifestanti provinciali con i giubbotti fluorescenti che chiedevano tasse più basse sul gasolio, lo Stato non ha esitato un secondo a usare lanciagranate, granate stordenti e migliaia di arresti. Oggi, di fronte a bande di 500 o più di 1.000 teppisti, osserviamo da lontano, filmiamo, aspettiamo che la situazione si calmi. Il messaggio è perfettamente chiaro per chi è interessato a recepirlo: ogni incidente represso in modo superficiale apre la strada al successivo, più grave .
Perché, come al solito , queste band non sono piovute dal cielo.
A metà pomeriggio , nessuno degli arrestati a Parigi (con una sola eccezione) era residente parigino. Erano tutti ben preparati (guanti zigrinati, coltelli, proiettili ed esplosivi). La rabbia “spontanea” esiste solo tra i giornalisti ingenui.
Domenica mattina, delle 517 persone fermate, 171 erano minorenni. Come al solito, i profili non sorprendono affatto: un mix di teppisti di periferia che fanno shopping senza pagare e membri benestanti del Black Bloc che giocano alla rivoluzione prima di tornare a casa per cena. Per quanto riguarda i primi, il rapporto dell’Ispettorato Generale sulle rivolte del 2023 aveva già evidenziato una grande maggioranza di giovani francesi di origine immigrata , e da allora nulla è miracolosamente cambiato.
Di fronte a ciò, la classe politica, come al solito, ha fatto ciò che le riesce meglio: gesticolare sui media.
Mélenchon, il cui partito aveva indetto la manifestazione, si finse innocente e scoprì quella stessa sera che, purtroppo, qualcosa era andato storto . Colpa di altri, naturalmente.
Nel frattempo, il municipio di Parigi, di stampo fortemente socialista, pur essendo generalmente contrario a qualsiasi forma visibile di intervento delle forze dell’ordine, si lamentava della “mancanza di risorse” per la polizia , mentre i Verdi denunciavano, come al solito, un dispiegamento sproporzionato di forze.
La sinistra, coerente come sempre, non ha preso una decisione, ma è certo che la colpa sia di qualcun altro.
Quanto al centro estremista, la loro analisi è, come al solito , che tutto ciò darà impulso al Raggruppamento Nazionale. Forse, ma è proprio l’inazione di questi stolti impotenti che alimenta gli estremisti, i primi fomentando le fiamme sull’orlo dell’insurrezione, i secondi ostentando una fermezza che non costa loro nulla finché non sono al potere.
Come al solito , i negozianti sono stati derubati e lasciati soli con le vetrine in frantumi. La polizia, mobilitata per “proteggere gli edifici pubblici”, non è riuscita a proteggere i municipi di Limoges, Marsiglia o Lille, né la residenza di un prefetto. Tuttavia, non sono emerse notizie di perquisizioni presso ministeri.
L’ordine pubblico ha le sue priorità e il contribuente, come al solito, non è tra queste. Eppure, come al solito , lo sarà quando arriverà il momento di pagare.
La magia del progressismo e del lassismo: una mobilitazione contro l’alto costo della vita, nata dalla rabbia per i prezzi della benzina composti per metà da tasse, si traduce in un aumento del costo della vita per tutti attraverso la tassazione. Continuate così, è sicuramente la strada giusta.
Infine, come di consueto, il Ministro della Giustizia chiede la custodia cautelare, mentre il Capo dello Stato promette una nuova, decisa fermezza, probabilmente importata direttamente (cosa che in Francia non si fa più). Possiamo già sorridere alle sentenze severe inflitte alle centinaia di arrestati durante questa giornata di mobilitazione e scommettere, senza troppi rischi, su un esito decisamente diverso.
Così, lentamente, si instaura il caos.
Oh, non è il caos totale, ma i baccelli stanno diventando sempre meno liofilizzati, sempre più potenti e consistenti, e ogni nuovo baccello prepara il terreno per il successivo, più violento, caotico e dimostrativo. Gli scoppi d’ira hanno lasciato il posto alla violenza, la violenza al saccheggio, e ora ci sono le incursioni.
In una mattinata afosa, le dichiarazioni stupite e l’aria sciocca del patetico burocrate che ricopre la carica di Ministro dell’Interno non impediranno l’attivazione dell’articolo 16 della Costituzione, che conferisce poteri eccezionali al Presidente della Repubblica…
A sei mesi dalle elezioni presidenziali, alle quali non può partecipare, un presidente che ha fatto dell’impotenza il suo metodo troverebbe qui una scusa perfetta per prolungare il suo mandato quanto necessario.
Ma dai, non pensarci più. L’ha detto il Ministro, non abbiamo perso il controllo.