26° podcast_caccia alle streghe, di Gianfranco Campa

Lo scontro politico negli Stati Uniti ha ormai perso le caratteristiche di un duello, sia pure mortale. Ormai non ci sono più regole ed etiche da rispettare. I motivi politici si dissolvono nell’ombra, il pretesto diventa la motivazione e lo strumento unico per colpire, ferire e uccidere. Un procuratore incaricato di indagare su presunte collusioni con il nemico non dichiarato russo, si sente in diritto di allargare indiscriminatamente il proprio ambito di azione ad ogni campo e pretesto che possano incastrare il nemico politico dichiarato. La tanto osannata separazione dei poteri in uno Stato, a garanzia dei diritti del cittadino e del limite di esercizio del politico, si sta rivelando sempre più una mera distinzione di funzioni ed una collusione tra poteri. Una dinamica che vuole criminalizzare l’avversario, Trump nella fattispecie, ma che in realtà delegittima e priva di autorevolezza anche i fustigatori. Le conseguenze sono uno scontro politico distruttivo e destabilizzante tra oligarchie ristrette e avulse in un caso; nell’altro, e questo sembra essere il caso, un conflitto senza controllo propedeutico ad una vera e propria guerra civile o ad un colpo di stato strisciante. Il retaggio di una nuova classe dirigente giunta relativamente impreparata al governo e che sta scoprendo con durezza sul campo la tragica differenza tra esercizio del governo ed esercizio del potere quando chi detiene il primo è antitetico al detentore preponderante del secondo. A giorni, se non ad ore, si stanno preparando grandi colpi di scena, negli Stati Uniti e a casa nostra. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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L’EROE GUERRAFONDAIO DI TUTTI I MONDI NON C’È PIÙ! LUNGA VITA A JOHN MCCAIN, di Gianfranco Campa

L’EROE GUERRAFONDAIO DI TUTTI I MONDI NON C’È PIÙ! LUNGA VITA A JOHN MCCAIN.

 

Stanotte è morto all’età di 81 anni, il senatore repubblicano, componente primario dell’establishment politico americano, John Sidney McCain III. Se ne va uno degli attori principali della politica americana del ventesimo e ventunesimo secolo. Se ne va colui che il New York Time ha definito: “ Il più grande leader politico del nostro tempo.” Se ne va colui che è stato un arcinemico di Donald Trump e dei suoi sostenitori. Se ne va il tardo eroe dei democratici per il suo militantismo anti-trumpiano. Un sondaggio condotto due giorni fa dice che McCain era amato da circa il 60% dei democratici contro il 48% dei repubblicani. Un amore democratico  morboso dovuto alla militanza anti-trumpiana del senatore dell’Arizona. La santificazione democratica di  McCain rasenta il ridicolo, con buona pace della memoria corta di molti democratici i quali durante le elezioni presidenziali del 2008 avevano definito McCain un sociopatico, un suprematista bianco, razzista, islamofobo, mentecatto, nazista, “moralmente ed eticamente inadatto a essere il presidente degli Stati Uniti.” (The Atlantic- SEP 17, 2008)

 

 

Il rapporto di amore passionale sfociato fra i democratici e il senatore McCain non aveva niente a che vedere con un genuino riallineamento politico di queste due entità, ma andava ricercato piuttosto in un rapporto di interesse reciproco. McCain, come altri neocons del calibro di Max Boot, Bill Kristol e via dicendo, lasciati orfani dal partito repubblicano modellato a immagine di Trump, sono stati costretti a cercare nuove sponde da dove continuare ad alimentare il loro impeto guerrafondaio; i democratici d’altro canto cercavano alleati nella loro partigiana resistenza all’invasore alieno Trump. Un rapporto di interesse quindi,  non di genuino amore.

Sono passate tre ore dalla morte di McCain e mentre scrivo questo articolo siamo soggetti a un continuo tributo mediatico alla memoria del senatore, eroe e prigioniero di guerra. Tutti i canali ne stanno decantando le gesta, siamo sottoposti a una indigestione di lodi che rasentano il ridicolo. Tenete conto che queste entità politiche e mediatiche sono le stesse che sputano veleno su Trump 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. Ci vorrebbe un po di equilibrio da parte di certa gente…  L’ultima volta che ho visto un’unità di intenti mediatica e politica di questa portata a cui ora siamo soggetti qui negli Stati Uniti è stato quando i mass-media hanno elogiato in modo unanime, su tutti i canali, George W. Bush per aver invaso due paesi sulla scia dell’11 settembre.

Aldilà del rispetto per la sofferenza di una persona e della sua famiglia in questi momenti di dolore, se non si fa una breve ma onesta analisi, si manca allora di rispetto anche verso coloro che le sofferenze e i dolori li hanno subiti per colpa di una uomo che per decenni  ha infiammato ed iniettato veleno non solo nella politica americana ma in quella di mezzo mondo.

La lista dei peccati e delle scorribande di McCain è abbastanza lunga. Per cominciare, fra i contribuenti alla sua fondazione, troviamo gente del calibro della famiglia Rothschilds, del governo Saudita, del filantropo George Soros. Quest’ultimo fra l’altro ha contribuito finanziariamente più volte alle campagne politiche di McCain.

McCain ce lo ritroviamo in Siria prima dell’inizio della guerra civile, in Ucraina prima della rimozione violenta di Viktor Yanukovych, nei Balcani prima dell’attacco alla Serbia. Ce lo ritroviamo ultras militante anti-Gheddafi prima della guerra civile in Libia. Cè lo ritroviamo  vocalmente allineato alle forze della primavera araba. Ce lo ritroviamo attivo sostenitore di quel Saakashvili che ha incendiato l’Ossezia del Sud e torturato i prigionieri nelle carceri Georgiane. Ce lo ritroviamo attore principale e instancabile sostenitore delle sanzioni all’Iraq durante il regno di Saddam Hussein, sanzioni che costarono la vita a migliaia di civili innocenti. Uno dei principali promulgatori e promotori delle due guerre del golfo. Ce lo ritroviamo sostenitore energiico e indefesso nell’espansione della NATO sino ai confini Russi. Insomma sostenitore convinto di guerre interventiste, esportatrici di democrazia mirate ai cosiddetti cambi di regime.

Se si vuole vedere un mondo sotto la ottica delle guerre neoconservatrici allora John McCain è la quintessenza delle aggressioni militari americane degli ultimi trenta anni. Il disprezzo per la vita di innocenti civili è  quello che in realtà ha propagato John McCain negli anni più attivi della sua politica. Il sangue sparso in Libia, Siria, Ucraina, Balcani, Iraq etc.  grida ancora giustizia, quella giustizia superiore a cui ora McCain dovrà dar conto.

 

 

Lo so,  vi diranno che non si può criticare McCain, perché McCain è un eroe; ma un eroe per chi? Forse per la sua prima moglie che tradì e lasciò per un’altra donna molto più giovane?  Forse per quelle accusatrici di molestie e rapporti sessuali extra matrimoniali venute fuori allo scoperto e ignorate dalla maggioranza della grande stampa? Eroe per le milioni di vittime che le guerre sponsorizzate da McCain hanno provocato? Eroe perché il senatore John McCain disse a chiunque non avesse gradito la sua decisione di consegnare il dossier di Christopher Steele all’FBI “di andare tranquillamente all’inferno.”. Sappiamo bene come la pensano i saggi conformisti di questi tempi decadenti : McCain è un eroe mentre Trump è un villano.

Meglio lasciarsi con le parole del nostro “amato” George Soros che dal suo account Twitter ci manda un messaggio di pace e speranza:  “Ricordiamo John McCain, un guerriero coraggioso dei diritti umani che si è sempre opposto alla repressione e alle torture” Meno male che ci pensa il nostro caro George ad illuminarci sulla strada di Damasco. Anche se quella strada, grazie alle opere miracolose dei discepoli di McCain, si ritrova disseminata di buche bombarole.

Ora però mi sento in colpa perché è volato all’aldilà  un vero  santo. Io l’avevo sotto il naso e non l’ho capito, apprezzato e venerato per quello che era realmente. R.I.P John McCain che ti sia concesso il perdono divino…

 

parole chiave del nuovo corso: identità, di Alessandro Visalli

Della parola d’ordine “sicurezza”.

Come avevo scritto nel precedente post sulla parola d’ordine “integrità”, e in quello sulla “onestà”, credo che le attuali forze che reggono il governo stiano articolando, non so quanto consapevolmente, un potente discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che è diretta alla formazione di un nuovo corpo sociale. I termini che riassumono questo dispositivo discorsivo sono: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”.

Nel suo insieme mi pare fondamentalmente una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio. E, con riferimento al tema della sicurezza, anche e soprattutto a quell’acceleratore che è l’Unione Europea.

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

  1. Benjamin, “Tesi di filosofia della storia”, n.9, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

Sicurezza’ è una parola che deriva dal non avere. In latino “sine cura”, senza preoccupazione, pervenuto a noi da ‘sinecura’, termine ecclesiastico medievale che si riferiva all’esenzione dalla ‘cura’ delle anime (ovvero ad un beneficio che non imponeva l’obbligo curiale), e successivamente trasposto in ogni occupazione remunerata con poco impegno. La ‘sinecura’ era normalmente un privilegio aristocratico.

Come tale deve averla intesa Tommaso Padoa-Schioppa quando il 26 agosto 2003 sul Corriere della Sera, scrive, lui che viene considerato in quegli anni di sinistra ed è il marito della Spinelli, una difesa a spada tratta delle “riforme strutturali”, arrivando a rigettare l’estensione del privilegio aristocratico anche ai plebei che si era avuto nei trenta anni tra il 1945 ed il 1975. Per lui bisogna, infatti, “lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione” (una frase ascrivibile interamente alla tradizione della destra aristocratica e reazionaria); e, continua, in esplicito riferimento alle riforme appena lanciate in Germania (il 14 marzo Schroder aveva tenuto il discorso di lancio dell’Agenda 2010, davanti al Bundestag) ed a pensioni, sanità, mercato del lavoro, scuola, bisogna: “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”.

Ecco, bisogna avere preoccupazioni, altrimenti si potrebbe pretendere addirittura di essere davvero eguali.

Padoa Schioppa, che si sente abbastanza incredibilmente di sinistra, riesce a scrivere, senza che gli tremi la penna, che “cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute dono del signore, la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e fortuna”.

Simili frasi prefigurano –anche e soprattutto nella prospettiva etica- una totale liquidazione dello Stato Sociale, dei diritti di dignità e protezione che rendono la vita sicura e degna, dell’equilibrio che rende possibile azionare i propri diritti ed esercitare il potere cui la natura di libero cittadino ha dotato ognuno. Prefigurano il ritorno alla società gerarchica passata, nella quale l’individuo è abbandonato alle proprie forze di fronte al preminente potere del denaro e della gerarchia sociale. Padoa-Schioppa arriva ad esprimere in questa direzione una frase che potrebbe essere virgolettata da un testo preso da un robivecchi: “il campo della solidarietà … è degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato”.

“Sine cura”, senza preoccupazione.

Intorno a questa parola d’ordine si configura la frontiera dell’ultimo scontro tra il mondo per come è, e il tentativo di costruire un ‘popolo’ che rimonti le rovine lasciate dall’angelo della storia (e dai suoi agenti interessati).

Ma mentre bruscamente si sposta l’agenda pubblica (attraverso politiche simboliche di impatto, ma di scarsa effettività per ora, come quelle sulla sicurezza personale e l’immigrazione dalla destra leghista, e quelle sul lavoro debole che dovrebbe ‘abituare alla povertà’, come disse Taddei, o sul reddito di cittadinanza) verso la protezione con lo stesso gesto politico si individua anche una conformazione di questo ‘popolo’. Perché se su parole come ‘onestà’ e ‘integrità’ (quest’ultima in misura minore, per effetto della polarità multiculturale) possono trovarsi quasi tutti, sull’estensione alla plebe del privilegio di essere ‘sine cura’, si trova – se si fa sul serio – solo quest’ultima, e su altre accezioni del termine ‘sicurezza’ (quelle autoritarie e fondate sull’inasprimento del controllo a protezione della proprietà) si trovano, invece, altri. La differenza tra aristocrazia e plebe passa per come si trattano questi conflitti.

Bisogna da considerare, infatti, che le politiche di protezione e sicurezza, al loro meglio (quando non sono solo nascondimento demagogico, come pure possono essere e spesso sono), implicano un riconoscimento, un prestare ascolto e offrire dignità a chi da solo, individualmente, non è in grado di darsi ‘cura’. Al loro peggio implicano una estensione del controllo sociale sensibile alla differenza di classe e volta a consolidarla.

Ma qui passa la contraddizione di cui parlavamo in “Diversioni”, le due forze al governo guardano a ‘popoli’ diversi e tendono ad articolare il solito discorso interclassista degli ultimi quaranta anni, pur cercando di aggirare alcune delle sue necessarie conseguenze.

La parola d’ordine “sicurezza”, come le altre, nella sua accezione di protezione come in quella di controllo, contribuisce dunque alla costruzione della posizione populista del governo e delle due diverse forze che lo compongono. Qui bisogna capirsi, perché se si perde di vista che si tratta di una costruzione retorica, volutamente vaga, si rischia che “catturi” il parlante ed anche l’ascoltatore. Ma, anche ove ciò accada, il “fondo” delle problematiche nella loro materiale fatticità non si dissolve per il fatto di non essere nominato; le fratture costitutive continuano ad operare dietro le spalle. Queste sono dotate di una propria logica, attraversano diagonalmente i corpi sociali, creano meccanismi di creazione/cooptazione subalterna, strutture di collaborazione ed espulsione. Si presenta quindi, comunque in particolare attraverso parole e politiche così potenti nel catturare il consenso e determinare delle nuove equivalenze sociali ed opposizioni (la creazione immediata del ‘popolo di Genova’, unito contro alcuni tanto quanto speranzoso di ricevere attenzione e protezione da altri) l’ombra dell’accomodarsi al possibile e più semplice “populismo di sistema” (che abbiamo visto nella rapida parabola renziana) la cui matrice non è esterna al corpo dei possibili ‘popoli’, ma, inscritta, e che nella sua potente e concreta egemonia, cattura e pervade già il “senso comune” senza essere ‘innocente’; questa soluzione, capace di ripresentarsi inaspettata, è in effetti, in altre parole, costituita ed intrappolata nelle strutture e nelle cornici funzionali alla produzione e riproduzione degli assetti che creano le diverse socialità. La mancata tematizzazione e ricerca di un punto di connessione e compromesso verbalizzato (e dunque democraticamente conformato) della base plurale e contraddittoria tra le due forze al governo può favorire questo esito.

A titolo di esempio l’egemonia neoliberale sui due temi indica che l’immigrazione deve essere lasciata del tutto libera, mentre la sicurezza garantita con mezzi di polizia, due posizioni entrambe costruite per avvantaggiare il ceto dominante dell’assetto sociale della “grande moderazione” (rentiers, ceti garantiti e proprietari, capitale finanziario e produttivo internazionalizzato). Se ci si posiziona, però, su una struttura meramente reattiva, incapace di andare alla radice dei problemi posti dalla fatticità del reale lo sforzo controegemonico, apparente, dei populismi di destra, in quanto mimetico dei mondi vitali che vengono a scontro con le ondate immigratorie in modo dissimetrico, predicherebbe chiusura radicale su linee nazionali e ancora più controllo di polizia.

Offrire, invece, autentica “sicurezza” implicherebbe la ridefinizione del senso comune in modo aderente ai problemi per come questi si realizzano sul campo e per come determinano pressioni dalle quali proteggere. La linea dovrebbe essere piuttosto di proporre l’avanzamento del valore della “responsabilità” (sia verso i cittadini sia verso gli immigrati) che la società deve assumere, e per essa il sistema istituzionale ed economico, nella gestione dell’epocale fenomeno dell’immigrazione. Non si possono accogliere indiscriminatamente persone, affidandole alle proprie sole forze ed al mercato, senza assumere per esse la responsabilità di garantire lo stesso set di diritti sostanziali che va garantito a tutti. Dunque, lungi dal prevedere una rincorsa verso il basso, per via di competizione tra poveri (che scatena anche la spinta alla protezione con mezzi repressivi ed apre un inseguimento senza fine), bisogna che si faccia un grande investimento, commisurato alle risorse mobilitabili, per garantire una vita dignitosa. Per tale via nella stessa mossa limitare i nuovi arrivi in base ad una programmazione, sensibile ai doveri umani, ma non cieca alle conseguenze, e investire queste ultime, facendosene carico, con un programma guidato dal pubblico ed adeguatamente finanziato. Se si fa diminuirà anche la necessità di protezione senso della securizzazione.

Da una parte (“onestà”) abbiamo dunque la ripresa della sanzione collettiva per i comportamenti individualisti, e per la logica da free-rider, indipendentemente dalla presunzione di efficienza e rinnegando qualsiasi argomento della “mano invisibile”, ed il richiamo implicito a più profonde strutture di socializzazione percepite come più umane.

Dall’altra troviamo la parola d’ordine polisemica della “sicurezza”, declinata come protezione ben calibrata all’altezza dei problemi enormi che l’occidente in questa fase ha davanti (in USA, oggi, l’equivalente della popolazione di Italia, Francia e Spagna insieme, vive solo perché riceve i “food stamp”), e infine troviamo il desiderio di “integrità”, che lavora a distinguere e caratterizzare il corpo sociale della democrazia dall’imperiale sopraffazione da parte del meccanismo del governo sistemico, incardinato nel governo a più strati europeo che abbiamo di fronte.

Si tratta per intero, sia chiaro di operatori, significanti vuoti con il linguaggio di Laclau, che contengono il rischio di maggiore violenza (di fronte al ‘freddo’ governo liberale), potendosi tradurre in moralismo escludente, esclusione e sicurizzazione, nazionalismo, ma tracciano una via di uscita concreta dall’ambiente neoliberale nel quale siamo cresciuti negli ultimi anni.

Mettere in equilibrio questo grande tema di protezione e sicurezza, ben inteso, con l’integrità e con l’onestà nel senso detto potrebbe, insomma, rappresentare un reale avanzamento.

Qualcuno dovrebbe farsi avanti e prendere questa torcia, prima che si spenga.

ponti, di Elio Paoloni

Non sono facile all’indignazione: un’opera pubblica può cedere. Nella mia coazione a distinguere, a precisare, a gerarchizzare, le colpe verrebbero ripartite, soppesate, spalmate. L’avidità è una delle precipue caratteristiche umane. Che degli imprenditori si approprino di beni pubblici grazie ai compagnucci in politica, non è una novità del nostro paese. Che funzionari pubblici preposti ai controlli evitino di mostrarsi pignoli, per denaro o per vigliaccheria, rientra nell’ordine delle cose. La speranza è che la magistratura, benché frenata – o aiutata – da norme ipergarantiste, procedure farraginose e cronica mancanza di mezzi, finisca per evidenziare e sancire queste colpe. Sapendo che, molto probabilmente, si troverà un comodo capro espiatorio da ricoprire di soldi, un capro, di una certa età, magari, così, alla fine dei nostri celeri iter giudiziari, non andrà neppure in carcere. E consapevoli, s’intende, che altre tragedie ci attendono.

 

Ma questa non è la solita storia. I porci responsabili di questa tragedia non tacciono, non si sottraggono, non si coprono il capo di cenere. Continuano imperterriti a sventolare il vessillo della superiorità morale. Non perdono occasione di ricordarci che loro sono eticamente superdotati: accoglienti, elastici, pronti all’abbraccio. Che se li accusiamo di incuria facciamo sciacallaggio.

Costruttori di ponti. Odiano i muri, costruiscono ponti. Ponti navali, perlopiù. Che reggono bene perché Soros, il filantropo, è uno che, va detto, non bada a spese. I magliari invece hanno il braccino corto. Hanno rimandato e rimandato e rimandato. Si apprestavano – poverini – a far partire un piano di ripristino proprio a breve. Mancava giusto un cincinin! L’arte del rammendo non li esalta. Che attività prosaica la manutenzione! Priva di creatività, di afflato umanitario, di visibilità mediatica.

 

I Benetton e i loro compari sono un’anima sola nell’appoggio al disegno di sostituzione etnica, anche se in proprio i beneficiari dei balzelli autostradali prediligono la soppressione etnica; ma sulla storia dei Mapuche si è scritto abbastanza. E, anche qui, niente di inconsueto. Le multinazionali se ne fottono del destino dei popoli; li espropriano, li sfruttano e li massacrano, che c’è di nuovo? Di nuovo c’è che, invece di mimetizzarsi, i Maletton (copyright Veneziani) impongono campagne per gli svantaggiati, per i reietti della terra, per i migranti.

 

Che il ministro delle infrastrutture non si degnasse di rispondere alle interrogazioni sul ponte perché era occupato a digiunare per lo ius soli è stato ricordato in innumerevoli post; non credo tuttavia che siano davvero state colte tutte le implicazioni: non si tratta solo di una distrazione, non è che lo spocchioso ministro fosse occupato, come tutti i sinistri, in faccende lontanissime da quelle che riguardano la sicurezza dei cittadini. No, il ministro si stava occupando proprio dei ponti. Quelli di barche, volute dai mondialisti. Dopo aver contribuito a consolidare la posizione dei gabellieri in autostrada, contribuiva ad attuare il piano di invasione propagandato per decenni dagli stessi gabellieri con i manifesti di Toscani. Qui non si tratta più del consueto scambio appalti-finanziamenti tra politico e imprenditore. Si tratta di tradimento: la posta è la dissoluzione del paese.

 

Dissoluzione che passa per la spoliazione dei popoli del terzo mondo, destinati a inondare i paesi europei. Purtroppo, avendo i Benetton perpetrato la spoliazione in Argentina, l’unico sbocco è la decimazione dei Mapuche. A meno che, da grandi costruttori di ponti non ne facciano uno attraverso l’Atlantico.

 

Ci sarebbe parecchio da dissertare sulla simbologia dei ponti, che molto spesso erano opere militari (famoso un ponte che Cesare costruì in tempi brevissimi, tempi che un reparto di genieri moderni ha tentato invano di uguagliare). I ponti romani che resistono impavidi in tutto il mondo erano strumenti di invasione e di controllo dei popoli sottomessi, salvo poi divenire un ausilio alle invasioni barbariche. Ma torniamo ai ponti ideali.

 

Da trentacinque anni Benetton si occupa di colori. Della pelle. E’ del 1984 l’allusione, innocente, carina, che i mille colori dei maglioncini possano accostarsi ai tanti ‘colori’ dei ragazzi che nel mondo li acquistano. Già l’anno dopo il colore della pelle diventa centrale nelle immagini, ma siamo ancora a un buonismo da sillabario. Di cinque anni dopo è la foto della nutrice nera con neonato bianco. Nel 1991 lo scatto con angioletto bianco e diavoletto nero, deliziosi ma accusati di razzismo (è il boomerang dell’antirazzista, che dà eccessiva importanza al colore delle pelle, proprio come il razzista). Nel 1996 ci viene regalato “uno dei manifesti più belli della serie: il cavallo nero che monta una giumenta bianca. Sfondo limbo, animali scontornati, solo una striscia di sabbia bianca sotto gli zoccoli: impatto impressionante”. L’entusiasmo non è mio, ovviamente: trattasi del delirio di uno specialista della comunicazione. L’allusione allo stallone nero è greve e razzista ma anche profetica.

 

Dopo qualche anno di campagne incentrate su buoni propositi universalmente accettabili (ai quali non poteva mancare l’omofilia) nel 2011 parte una galleria di baci sulla bocca tra i leader del pianeta. Non più bimbi, adolescenti, persone comuni, ma Obama e Hugo Chávez, Benedetto XVI e Ahmed el Tayyeb, Mahmoud Abbas e Benjamin Netanyahu. Uniti al precedente scatto del nudo di Eva Robin’s, icona gender, veicolano un messaggio non troppo subliminale: la pace non può che passare per le unioni omosessuali. La coppia sterile è il futuro che si vuole imporre. Il genere indistinto, l’androgino chiuso in se stesso è il vertice dell’umanità. I colori di Benetton si dispongono ordinatamente nell’arcobaleno

 

Ed eccoci al manifesto pro immigrazione. Non più soltanto generica fraternità tra individui diversamente colorati ma esplicito riferimento alla meritoria opera delle ONG, esaltazione degli incursori in barcone. La cui destinazione finale è il mondo illustrato dall’ultima campagna, Nudi come, riferimento grottesco a un vago immaginario cattolico su Francesco ma anche pretesa un po’ tardiva di un Eden senza vergogna: nove ragazzini nudi che si abbracciano ma sembrano stipati, messi vicini a forza; soggetti anoressici, effemminati i maschi, prive di sensualità le femmine; tristi superfici di pelle bianca, ebano o gialla pronta a stingersi – come scriveva Paola Belletti su Aleteia – in un unico grigio fango. Una desolata pianura dove tutte le identità sono livellate fino al suolo. Non si saprebbe che fare, dove andare, per cosa battersi, chi amare in questo mondo distopico. Gli ‘accolti’, non indottrinati da decenni di politicamente correttissime trasmissioni tv e copertine de l’Espresso, sapranno bene invece per cosa e come battersi.

 

Subito dopo il crollo Toscani ha smesso di attaccare manifesti per vestire i panni di tecnico ANAS: “Ho sempre sentito che quel ponte era tenuto a un livello altissimo di qualità. Non sono un tecnico, ma ho sempre sentito che era seguito con dei parametri molto più ampi della media europea”. Negare ogni evidenza, sfacciatamente. E’ questo la loro mission. Lui ha “sentito”. Crede nelle Voci.

 

I ponti virtuali, quelli che i Maletton di tutto il pianeta apprestano sollecitamente, non sono soggetti a collaudi e ispezioni. Si ergono fieramente nell’orizzonte utopico, eterni, incrollabili. Ma anche da quelli precipitano corpi. Il miraggio che lorsignori hanno fatto balenare in Africa (degno del Collodi: la strada per il paese dei Balocchi che dopo una parentesi di pacchia si dirama infine nei sentieri dell’illegalità o della schiavitù) comporta la discesa negli abissi di centinaia di illusi, i più deboli. Difficile però inchiodare alle loro responsabilità i costruttori di ologrammi. Si può sperare di inchiodarli solo per i ponti reali. I ponti corrosi di questa Italia lasciata andare in malora. Tanto quelli che contano, i falsi pontefici, sono ben protetti dal Muro di Capalbio.

 

Negli anni ’90 il capo della pubblicità di Benetton contattò lo scrittore Tim Parks, l’inglese tifoso del Verona, per una collaborazione pubblicitaria. Restio ad associarsi al team che “si fa un dovere di scovare oggetti di compassione”, il romanziere riportava le parole che Roberto Calasso, ne La rovina di Kasch, aveva dedicato al marchese di Lafayette, eroe delle democrazie, il quale, sempre a caccia di popolarità, assumeva d’istinto la posa esemplare: da allora in poi “chi vuole il bene dell’uomo avrà dell’uomo un’immagine grossolanamente imprecisa, bonaria, ottusa, enfatica”. Diffidente verso il samaritano con la Nikon Parks continuava: “Com’è brava la televisione a mediare tra il mondo concreto delle persone che possiamo toccare e l’innocua astrazione del genere umano! Quei rifugiati sono persone reali ma non puzzano, non mendicano, non replicano mai. Che vicini ideali!”

Convinto dai dieci milioni del compenso Parks finì per collaborare a un progetto su Corleone e la mafia, vedendosi recapitare, sotto Natale, un pullover Benetton. Al primo abbraccio della figlia venne fuori un buco nella cucitura. “Forse – commentava lo scrittore – nell’interesse del genere umano, questo è un problema al quale Luciano Benetton farebbe bene a dedicare un po’ di attenzione”. Ora conosciamo altre cuciture alle quali Luciano ha dedicato poca attenzione.

https://eliopaoloni.jimdo.com/

parole chiave del nuovo corso: onestà, di Alessandro Visalli

Della parola d’ordine “onestà”.

https://tempofertile.blogspot.com/2018/08/della-parola-dordine-onesta.html

Le attuali forze che reggono il governo stanno articolando un discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che sono diretti alla formazione di un nuovo corpo sociale: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”. Visto con lo sguardo del partecipante, necessariamente parziale, ed in corso di eventi, sembra una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio.

Si dice “populismo” intendendo proprio questa aspirazione alla ricerca di un senso, ed alla ricostruzione (rischiando il pastiche) del paesaggio ormai distrutto al passaggio dell’angelo. In questa direzione, anche se in modo del tutto inconsapevole, e probabilmente profondamente contraddittorio, le due forze al governo pongono a ben vedere sotto accusa lo stesso iper-capitalismo (e non solo la sua forma finanziarizzata), la cui logica, e da sempre, predilige ed esalta le passioni, tra queste proprio le meno sociali come l’egoismo, ed esalta vuoti obiettivi come l’efficienza, prediligendo una razionalità meramente oggettivante e funzionale. Attraverso i suoi necessari effetti de-socializzanti, e la disseminazione di perdenti (ovvero di “inefficienti”), il capitalismo sostenuto acriticamente da troppi e troppo a lungo, nell’illusione della ‘fine della storia’, ha alla fine scavato sotto i propri piedi aprendo la fase propriamente rivoluzionaria che si sta avviando (e che sembra accelerare). Questa fase è interpretata in modo più efficace e naturale dalle culture di destra, o da culture che si formano fuori della tradizione della sinistra trattenuta dal feticismo del progresso e dal suo bias per la modernità.

Le forze che sono al centro di questi eventi sono avvantaggiate in forma decisiva perché si muovono da quel lato rovescio della democrazia, ineliminabile ma insieme per sua struttura esterno, che è la contro-politica, la sfiducia organizzata. Da quella “democrazia della sorveglianza” che in questi ultimi anni ha rappresentato la strategia di maggiore successo per gli outsider (e talvolta anche per insider, o divenuti tali). La sinistra, invece, per lo più si è schiacciata sul lato manageriale e sulla democrazia dei tecnici (e per tale quasi sempre oppone i suoi argomenti completamente fuori tema).

Invece la fase rivoluzionaria, o se si preferisce costituente (nel senso che riforma la costituzione materiale, innovandola), che si apre e i cui esiti sono imprevedibili, sembra riaffermare, a fronte della anomia promossa dalla tecnica, il vincolo sociale e con esso il corpo della nazione e lo Stato che la dovrebbe rappresentare. Siamo su temi e inclinazioni per certi versi anti-liberali, e con buona ragione, essendo il liberalismo fondato su una promessa di arricchimento individuale che resta tradita in questa fase (rinvio al classico di Hirschman del 1975, “Le passioni e gli interessi”).

La “onestà”, è dunque una delle parole di ordine di maggiore polisemicità di questa nuova costellazione. Certamente in Italia ha una tradizione che può essere anche riletta da sinistra (nella fase aperta dal fallimento del ‘compromesso storico’ e nel discorso sulla differenza e sulla austerità proposto da Berlinguer in parte per ragioni tattiche sul finire degli anni settanta), ma nella sua articolazione contemporanea più che altro rinvia alla mobilitazione dell’ “etica della vergogna” (cfr. Ruth Benedict, 1946) ed al biasimo sociale verso chi sfrutta e distrugge il vincolo sociale, chiamandosene fuori. Questa sanzione collettiva per i comportamenti individualisti, e per la logica da free-rider, indipendentemente dalla presunzione di efficienza e rinnegando qualsiasi argomento della “mano invisibile”, segnala una drastica inversione di fase ed il richiamo a più profonde strutture di socializzazione percepite come più umane. Del resto il capitalismo si dovrebbe reggere su una interiorizzata “cultura della colpa” individuale, che fa pena a se stessa, e che è stata invece inesorabilmente erosa e neutralizzata dalla secolarizzazione. Oggi quindi il capitalismo ha perso i legami che lo potevano ancorare al bene pubblico e che gli erano esterni (cfr. Adam Smith “Teoria dei sentimenti morali”). Dal fallimento della logica dell’incentivo, in assenza di freni interni, l’enfasi sulla “onestà” sembra riportare ad una civiltà basata su consenso e biasimo, premio (Dragonetti, “Delle virtù e dei premi”, 1766, cit in Luigino Bruni, “Il mercato e il dono”), onore.

Una civiltà che prevede quindi anche la pubblica gogna cui è andato soggetto nel funerale delle vittime del ponte a Genova l’attuale segretario del Pd, simbolo del disonore. Una civiltà molto più “calda” del “freddo” liberalesimo, e certamente anche più violenta.

Una fase costituente si può prendere in molti modi, uno dei peggiori è quello che scelse, davanti al meraviglioso e terribile spettacolo, certo anche molto ingiusto, della rivoluzione francese, Edmund Burke in “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”.

Mi auguro che si abbia la forza di non ripetere il suo errore.

costruttori di ponti, di Giuseppe Germinario

http://italiaeilmondo.com/2018/08/17/i-meriti-del-governo-conte_-le-implicazione-della-tragedia-del-crollo-del-ponte-morandi-a-genova/

Ho conosciuto la Treviso dei Benetton negli anni ’80. La famiglia godeva di grande prestigio e rispetto tra la gente. Era uno dei gruppi imprenditoriali che stavano guidando lo sviluppo vorticoso di una regione proprio quando il triangolo industriale del nord-ovest stava avviando un drastico processo di riorganizzazione e riduzione delle concentrazioni industriali, ma anche un allarmante ridimensionamento ed impoverimento dei più grandi gruppi. Quella famiglia riuscì a creare nuovi stabilimenti manifatturieri, ma anche una rete impressionante di lavoro a domicilio e decentrato che coinvolgeva decine di migliaia di veneti. Gli occhi più attenti colsero in quelle dinamiche i primi segni di un declino complessivo della qualità della produzione industriale e del peso delle industrie strategiche nonché le basi di uno sviluppo industriale alternativo fondato sulla precarizzazione e su una catena di valore meno significativa che comunque favoriva lo sviluppo di quella regione rispetto alle altre. Riuscì, assieme ad altre, pertanto a dare un grande impulso alla diffusione di una imprenditoria piccola e polverizzata fondata su elevati redditi famigliari tratti da attività ibride nella piccola agricoltura, da un assistenzialismo fondato su pensioni ed indennità concesse a man bassa, su lavori a domicilio e in fabbrica e su una sapiente politica creditizia delle banche popolari, rafforzate da rimesse e rendite provenienti soprattutto dalle estrazioni dalle cave. Il livello di organizzazione gestionale ed industriale di gran parte di quelle attività era letteralmente penoso ed infatti cominciò a scremare e declinare paurosamente già dalla fine degli anni ’90. Gli stessi Benetton, assieme a tantissimi imprenditori, iniziarono a trasferire massicciamente all’estero l’attività manifatturiera oltre a garantirsi il controllo di buona parte delle materie prime, la lana in particolare, con l’acquisto di centinaia di migliaia di ettari di terreno, soprattutto demaniale, in Argentina. Fu un colpo al prestigio popolare della famiglia. I Benetton riuscirono comunque a salvaguardare una aura potente di illuminati con un sapiente mecenatismo ed una grande capacità di comunicazione fondata su paradossi e su un concetto elementare di fratellanza universale tra diversi complementari alla diversità di colori e modelli delle proprie linee di abbigliamento. Quella comunicazione non era un mero involucro vuoto e artefatto. I pochi esterni che hanno avuto la fortuna di visitare i laboratori nei sotterranei del centro direzionale nei pressi di Preganziol rimanevano colpiti dal fervore e dall’entusiasmo, dalla creatività che sprigionava quell’ambiente e si trasmetteva anche alle istituzioni culturali e accademiche sino ai primi anni del 2000. Fu una delle basi della creazione dell’attuale intellighenzia, oggi così smarrita e autoreferenziale. La svolta definitiva in rentier e percettori di rendite avvenne con la privatizzazione delle concessioni pubbliche, per i Benetton nella fattispecie di quelle autostradali. Le motivazioni potevano avere una loro fondatezza nel tentativo di introdurre criteri privatistici nella gestione dei servizi che innescassero innovazione, organizzazione e controllo dei costi. La fede nelle virtù innate delle attività imprenditoriali e delle dinamiche di mercato condusse invece alla trasformazione della quasi totalità della grande imprenditoria privata superstite in tagliatori di cedole proprie e per conto terzi della peggiore risma. Un connubio tutto politico, sottolineo politico che creò l’attuale classe dirigente responsabile nei vari livelli del progressivo e disastroso declino del paese accelleratosi già a metà degli anni ’90. Quel mecenatismo e quell’illuminismo si rivelò di pari passo sempre più un involucro artefatto e cinico proprio di un ceto decadente e parassita, avulso.

Mi ha subito sorpreso la apatica, grottesca, manifesta indifferenza dei Benetton a ridosso della tragedia.

Con quegli antefatti e a mente più fredda, ad una settimana dalla tragedia del crollo del ponte, riesco a spiegarmi la rozzezza e l’impaccio impressionanti manifestati dai comunicatori della Società Autostrade e dalla famiglia Benetton.

I nostri illuminati purtroppo non sono soli nella loro mediocrità.

Il cardinale Bagnasco, nella scialba e anodina gestione dell’intera liturgia che ha regolato la cerimonia funebre ha raggiunto l’apoteosi del peggio nell’omelia, con la sua involontaria macabra ironia sui “ponti la cui funzione è solcare il vuoto e condurre a nuova vita le anime”. Ci ha pensato, paradossalmente, l’orazione dell’imam, nel suo italiano fortunatamente approssimativo, a ridare qualche goccia di ottimismo e qualche prospettiva di giustizia alla folla presente nella cerimonia. E’ stato, di conseguenza l’unico, tra i religiosi, ha ricevere applausi sinceri dagli astanti.

I Benetton, però e i loro accoliti hanno saputo fare di peggio nella loro freddezza, aridità d’animo, intempestività e mancanza pressoché assoluta della virtù fondamentale dei potenti in debito di autorevolezza: l’ipocrisia! Hanno dato il meglio della loro debolezza e del loro arroccamento sordo: la cieca arroganza!

Con le vittime appena incastrate tra le macerie hanno pontificato sulla necessità di accertare le responsabilità prima di ogni azione. Sollecitate una prima volta da Salvini a collaborare, hanno bontà loro sottolineato di aver concesso il passaggio gratuito delle ambulanze sull’autostrada; sollecitati ancora una volta dallo stesso Ministro a dare un segno di vicinanza ai familiari delle vittime, a qualche giorno di distanza hanno porto le condoglianze secondo lo stile proprio di un telegramma di convenevoli a un caro estinto; ulteriormente spinti a dare un qualche segnale di sostegno alla città, agli sfollati e alle vittime, anziché usare la discrezione e annunciare l’intenzione di contattare gli interessati e le istituzioni per concordare le modalità e l’entità del sostegno hanno strombazzato da parvenu ai quattro venti lo stanziamento di 500 milioni di euri. Badate bene! I due ultimi atti di comprensione umana sono scaturiti dai loro cuori solo dopo aver affidato a consulenti esterni la gestione della comunicazione, probabilmente con qualche sofferenza del cuore stesso posto troppo vicino al portafogli.

L’allucinante sordità di questo brandello emblematico di classe dirigente è stata purtroppo parzialmente offuscata dalla dabbenaggine comunicativa e dall’improvvisazione emotiva delle reazioni di alcuni ministri, in particolare di Di Maio, il quale fatica ad esibire il freddo aplomb istituzionale nelle risposte, nelle reazioni e nei sentimenti. Per il resto ad amplificare la “defaillance” dei manager e padroni ci sta pensando da par suo l’isterica reazione e difesa delle loro prerogative e dei loro comportamenti da parte dei dirigenti più esagitati e gretti del PD.

I baldi difensori dovrebbero meritare una amorevole attenzione a parte in proposito.

In un modo o nell’altro i costruttori di ponti di fratellanza in una umanità unita dall’ottimismo pubblicitario rischiano di cadere sulla cattiva costruzione e manutenzione di un ponte in cemento armato.

NUOVI COSTRUTTORI DI PONTI

In crisi un costruttore di ponti, ne viene fuori un altro. Questa volta si tratta di ponti galleggianti.

In queste ore la nave della Guardia Costiera “Diciotti” ha raccolto aspiranti immigrati da un barcone in Mediterraneo, adducendo una richiesta di soccorso. Il Governo di Malta, le cui motovedette stavano accompagnando il barcone, ha smentito tale richiesta e rincarato la dose affermando che i naviganti avevano rifiutato la loro offerta di soccorso essendo al sicuro sul loro mezzo. L’ammiraglio Pettorino, comandante della guardia costiera di nomina Gentiloni, ha coperto il comportamento della nave; i Ministri della Difesa, Trenta e degli Esteri Moavero hanno coperto senza smentita e con ogni evidenza l’ammiraglio Pettorino. L’obbiettivo è mettere in imbarazzo e ridicolizzare Salvini e le componenti politicamente più autonome del Governo. Attendiamo lumi da Mattarella. La Diciotti è stata artefice di un gesto analogo un paio di mesi fa. I Comandi della Marina Militare, meno di due anni fa, di fronte alle intenzioni di bloccare le partenze degli scafisti e i salvataggi in prossimità delle acque libiche ribadirono la loro intenzione di proseguire comunque con i salvataggi. Una Repubblica nella Repubblica. È tempo di fare pulizia nel Governo e nelle Pubbliche Amministrazioni. In autunno si annunciano tempeste e provocazioni pesanti. Difficilmente si riuscirà a sostenere la barra guardandosi nel contempo da nemici e da “amici”.

Buona fortuna agli italiani!

J’ACCUSE, di Augusto Sinagra e UNO SGUARDO DAL PONTE, di Pierluigi Fagan

Due testi lucidi e nel contempo emotivamente significativi. La gravità di quanto è successo del resto non può che sollecitare pulsioni e considerazioni all’altezza. Sono una sentenza senza appello alla vecchia classe dirigente, ma anche un monito a quella emergente_Giuseppe Germinario

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J’ACCUSE, di Augusto Sinagra

Il crollo del ponte di Genova con i suoi circa 60 morti (39 trovati e circa 20 ancora dispersi) è una tragedia nazionale che potrebbe tradursi in qualcosa di traumaticamente positivo. Ho ascoltato ignobilità che mai avrei pensato potessero uscire da bocca umana. Una per tutte: ci si preoccupa del calo in borsa di Atlantis ma non ci si è preoccupati dei piccoli risparmiatori di Banca Etruria dei Boschi o di Banca Veneta di Zonin. Ho ascoltato infamie sulle cause del crollo mentre vi sono le foto che le attestano. Ho ascoltato putride giustificazioni di quella banda di pescecani dei Benetton e dei loro complici. Ho appreso cose che ignoravo: un contratto di concessione che viene secretato come se dovesse essere tutelato un segreto militare o preservata una esigenza di sicurezza nazionale! Ho appreso di quel tale Gros Pietro che da Presidente dell’IRI poi diventa Presidente di Atlantis. Ho appreso di un tale Del Rio, medico e politico fallito, che Ministro delle Infrastrutture, non da seguito a ben due interrogazioni parlamentari del Sen. Rossi che denunciava il cedimento dei giunti, e lui si occupava dello jus soli. Ho appreso che in modo furtivo (come i ladri di notte) nella finanziaria 2017 si inserisce una proroga della concessione ai Benetton vent’anni prima della scadenza come originariamente prevista. Sapevo della legge last minute che subordina la perseguibilità della appropriazione indebita, ancorché aggravata per l’ammontare, alla querela di parte. E ora ne capisco il perchè: si trattava e si tratta di proteggere la cricca di Rignano dalla malversazione dei fondi Unicef destinati ai bambini affamati dell’Africa. Potrei continuare ancora ma lo schifo mi monta in gola. Ecco, io accuso una classe politica e di governo a tutti i livelli e senza distinzioni di Partiti, ignobile, fradicia e corrotta, che dal 1992, in esecuzione di un preordinato disegno criminoso, ha devastato l’Italia riducendola da quinta potenza economica mondiale a Paese del terzo mondo. Assumo, per quel poco che conto, la difesa di più di cinque milioni di poveri e ad essi anch’io voglio dare voce.
Accuso il figlio di Bernardo Mattarella il quale non ha trovato di meglio da dire (più o meno) che “gli italiani hanno diritto a infrastrutture sicure”. Il figlio di Bernardo Mattarella non ha trovato di più e di meglio da dire. Egli sproloqia quando parla di “far west“! Per lui uccidere per dolo eventuale e per volgare ruberia, circa 60 persone non è far west. Il figlio di Bernardo Mattarella non è molto acuto ma non è stupido. Lui che difende il pareggio di bilancio, l’euro, questa Unione Europea che fa solo schifo, che promuove l’invasione africana assieme al suo omologo Bergoglio, che costa miliardi di euro all’anno, si è chiesto con quali soldi andrebbero messe in sicurezza n Italia le strutture per renderle sicure? Chi dice queste cose si pone moralmente sullo stesso piano di chi ha provocato quei morti. Il problema non è revoca della concessione, esproprio, inadempienze contrattuali o altre cabale giuridiche. Il problema è un altro ed è quello di ricostruire lo Stato, e prima dello Stato la morale è la coscienza nazionale. Per professione e per convinzione sono sempre stato un legalista ma ora non più (se penso solamente al paventato pagamento di una penale di venti miliardi di euro agli assassini).
Ora non più. Non basta più la regola giuridica o la regola democratica. Occorre altro. Occorre un rivolgimento delle coscienze, un rivolgimento fisico, un fatto rivoluzionario. La rivoluzione non è illegittima in sè stessa. È l’esito che ad essa dà legittimità.
Genova per tanti motivi è una città simbolo. È la città dello scoglio di Quarto. È la città dell’Uomo di Staglieno. Ma è anche la città del ragazzo di Portoria.
A questo mio atto di accusa aggiungo l’auspicio e l’invito che gli italiani sian tutti Balilla come il ragazzo di Portoria: prendiamoli a sassate, facciamoli scappare, mettiamoli in galera e che siano Tribunali veramente popolari a giudicare questa feccia di uomini che ci hanno derubato dei soldi e del futuro, che ci hanno offesi e vilipesi, che ci hanno tolto una Patria.

Augusto Sinagra

UNO SGUARDO DAL PONTE, di Pierluigi Fagan

La metà delle famiglie che ha avuto lutto nei fatti di Genova, ha rifiutato i funerali di stato. La giuria popolare ha già emesso la sentenza: i ponti non debbono crollare, per nessuno motivo, se lo stato vuole privatizzare le responsabilità di gestione dei suoi/nostri beni, allora noi privatizziamo il nostro lutto. La sfera pubblica, comunitaria, è definitivamente infranta, popolo e stato, popolo e politica sono su due monconi di territorio opposti, oggi divisi dal ponte spezzato.

La frattura sembra ripercuotersi a tutti i livelli, anche tra popolo e costruttori dell’opinione che si rivelano esser parte organica di un potere che ha fallito clamorosamente. Quando si arriva a fallire, non si può pretendere dal fallito quell’intelligenza la cui mancanza è proprio la causa del fallimento. Richiedere l’osservanza dei tempi del diritto costituito, invocare il “dramma” delle ripercussioni su i mercati ed il diritto l’impresa, invocare la responsabilità su i messaggi che s’inviano a gli ”investitori esteri”, indicare a giudizio l’impreparazione della nuova classe politica lì da poco più di due mesi, omettere informazioni che comunque tracimano dalle fonti alternative, sono tutte ennesime conferme delle ragioni che hanno portato la fallimento: la perdita di contatto col senso comune.

Sul piano formale, l’attuale governo sta certo dando l’impressione di non esser esperto e del resto se è “nuovo” davvero e non riciclato o lavato con Perlana, difficile possa esserlo. Ma nel gioco di chi butteresti dal pilone, il popolo non sceglie il non esperto in gestione del dramma del ponte spezzato, ma l’esperto che non ha evitato che il ponte si spezzasse, la sostanza prevale sulla forma, ovvio per il senso comune, meno ovvio per chi ha privatizzato anche il senso.

La drammaturgia metaforica a questo punto potrebbe invocare anche l’immagine del “Sipario strappato”, l’ennesimo brutto spettacolo di quel dietro le quinte in cui personaggi pubblici della politica, s’intrecciano col potere dei soldi che distorce l’interesse pubblico in favore dei loro diritti di élite autonominata ed autogiustificata. Cose che per altro si sanno e si sanno da secoli non da mesi o anni, ma cose che si tollerano sino a che viene garantito lo standard minimo delle strutture di convivenza. Far crollare un ponte rompe quel contratto di sopportazione.

Forse solo la coincidenza con la festività ferragostana ha evitato di trovare tra le vittime anche il testimonial di un ultimo aspetto del dramma, la “Morte di un commesso viaggiatore”, quella figura che vive ai più bassi livelli della costruzione sociale intelaiata di scambi, scambi che presuppongono collegamenti e quindi ponti e sogni, sogno di poter scalare il telaio per darsi migliori condizioni di possibilità. Willy, il commesso viaggiatore anti-eroe del sogno americano tratteggiato nel dramma milleriano, scoperto di non poter più guidare la macchina per esercitare il suo lavoro e quindi privato dell’illusione di poter guidare il suo sogno, cerca un posto fisso ma non c’è nulla di fisso in quel sogno che diventa incubo. Quello che per lui diventa incubo è il sogno di qualcun altro che prospera proprio perché nel sistema non c’è nulla di fisso, tutto è flessibile meno il presupposto: qualcuno deve guadagnarci. Se non sei in grado di oscillare anche tu, i tuoi sogni e la tua famiglia, non servi, sei un servo che non serve. Willy quindi si suiciderà con la sua macchina per dare alla famiglia i proventi dell’assicurazione sulla sua vita che, svuotata del sogno, si affloscia su se stessa priva di senso.

Arriviamo così al ponte Morandi immortalato dalla copertina della Domenica del Corriere di fine anni ’60, alla rete autostradale e ferroviaria italiana che allora venne stesa per dar corpo al sogno del miracolo economico. Sogno, miracolo, costruzione sociale che ormai ha più di sessanta anni e sbiadisce nel ricordo, ricordo che svanisce con la morte stessa di coloro la cui anagrafe porta la data ultima a progressiva scadenza. L’Italia non ha un sogno, non spera più nei miracoli, non è in grado di fare progetti condivisi, litiga con se stessa, ha perso la sua consistenza comunitaria. L’onda lunga dei rancori verrà, nelle prossime settimane e mesi, alimentata da tutti coloro la cui vita dipende dalla circolazione in una città ed in un’area geografica che -privata della connessione- rallenterà, s’ingolferà, gripperà. Col ponte spezzato, si spezza il contratto silenzioso tra popolo ed élite, tra sogno e realtà, tra presente e futuro. E’ il momento di guardarci urgentemente negli occhi e trovare un nuovo tessuto il cui senso non potrà che esser condiviso da molti per reggere l’intera comunità, in tempi che si mostrano sempre più difficili.

[L’immagine è copiata da una vista ieri nella mia timeline che però non riesco più a ritrovare, mi scuso con l’autore/trice]

i meriti del Governo Conte_ In appendice le implicazioni della tragedia del crollo del Ponte Morandi a Genova, di Giuseppe Germinario

http://italiaeilmondo.com/2018/08/20/costruttori-di-ponti-di-giuseppe-germinario/

Siamo a poco più di due mesi dal varo inaspettato del Governo Conte. Inaspettato almeno per gran parte dei collaboratori di Italia e il Mondo, compreso chi scrive. Una sorpresa dettata dal diverso punto di vista da cui siamo partiti noi nel tentativo di individuare le tendenze culturali e politiche di fondo che stanno portando ad una destrutturazione e ad una ricomposizione delle forze politiche rispetto a quello adottato dai protagonisti in campo sulla base di esigenze tattiche immediate suggerite dalla contingenza delle scelte e dei comportamenti. Una discrasia ben illustrata da Roberto Buffagni nella sua ultima cristallomanzia. L’epilogo sorprendente è stato certamente assecondato se non proprio indotto da una particolare congiunzione astrale che ha ispirato le mosse partigiane e suicide del Presidente della Repubblica e riesumato il residuo spirito di sopravvivenza di un ceto politico, sconfitto elettoralmente e in drammatico debito di credibilità, fermatosi appena in tempo sul precipizio del peggior trasformismo. Tanto più che un eventuale accordo del PD piuttosto che di Forza Italia con il M5S avrebbe richiesto il sacrificio plateale di Berlusconi e di Renzi, le anime e le colonne portanti dei due partiti.

L’istinto di sopravvivenza e il predominio del punto di vista tattico dei personaggi in campo non sono però sufficienti a giustificare e determinare l’epilogo.

Un orizzonte più definito e più profondo può essere senz’altro offerto partendo dall’alto, puntualizzando il grande e inedito attivismo e l’inusuale impegno mediatico profuso dai promotori delle due internazionali o presunte tali, quella globalista guidata da George Soros già ampiamente consolidata e quella sovranista impersonata da Steve Bannon, entrambi americani. Un punto di osservazione che meriterà una apposita riflessione.

In questo articolo si partirà piuttosto dal punto di vista degli attori nazionali e dalle dinamiche più o meno calcolate innescate dai loro atti.

Il grande gioco geopolitico è certamente al di fuori della portata del nuovo governo, come del resto dei precedenti ormai da parecchi decenni a questa parte.

Non è un caso che il Segretario di Stato americano Pompeo, nel suo viaggio preparatorio del recente incontro con Putin in Finlandia, oltre alla Gran Bretagna abbia toccato solo Roma; nel suo incontro capitolino ha incontrato Conte, Di Maio e Salvini, dedicando a quest’ultimo le maggiori attenzioni e sottolineando con reiterata fermezza che l’intero ambito dei rapporti con la Russia, comprese le sanzioni, deve essere gestito in prima persona dalla presidenza americana.

Ciò non ostante il Governo si avvia a fungere da vera e propria cartina di tornasole in grado di mettere quantomeno a nudo l’ipocrisia, la precarietà e le debolezze del contesto nazionale e di quello euromediterraneo.

Su alcuni temi secondari, rispetto agli interessi ed indirizzi strategici, ma molto importanti rispetto ai processi di formazione dell’opinione pubblica e della coesione sociale, è già possibile verificare l’impronta e l’impatto iniziale dell’azione politica. Appunto perché secondari, sono ambiti nella cui azione si possono acquisire maggiori margini di autonomia.

 

IMMIGRAZIONE

Il primo banco di prova scelto dal Governo si è rivelato un pieno successo. Gli sbarchi sono crollati drasticamente. Si vedrà per quanto tempo. Attualmente le organizzazioni sono impegnate a cercare percorsi alternativi verso paesi più accondiscendenti oppure a riorganizzare le traversate in modo da arrivare direttamente ai punti di sbarco. Ci vorrà tempo per ritessere le fila di una organizzazione ormai abituata da anni ai salvataggi facili se non addirittura commissionati. Una volta ripristinata non farà però che innalzare il livello di scontro sempre che auspicabilmente il Governo riesca a mantenere la giusta determinazione.

Rimane il problema della gestione dei rimpatri e delle grandi sacche di lavoro nero e di malaffare. Ci vorrà tempo, i recenti fatti di Macerata, Moncalieri e Foggia dovrebbero riuscire a dare una ulteriore spinta; non mi pare che ci siano grandi movimenti organizzativi in proposito. Rimangono purtroppo alcuni punti oscuri da risolvere come il comportamento di ampi settori di comando della Marina Militare particolarmente propensi alle politiche di “accoglienza”.

È sul piano europeo che sembrano raggiunti i migliori risultati politici, sia pure ancora interlocutori. La richiesta di condivisione della gestione ha messo a nudo la spaccatura netta latente tra gli stati nazionali; gli accordi su base volontaria hanno rivelato una volta di più che l’Unione Europea consiste fondamentalmente in un accordo solvibile tra stati nazionali e il surrettizio passaggio dai cosiddetti “rapporti di cooperazione rafforzata” a quelli “su base volontaria” non fanno che accentuare questo aspetto e questa divaricazione dai propositi unitari. La solidarietà su base volontaria si sta rivelando in tutta la sua ipocrisia nei tentativi di rifilare le maggiori quote ai paesi dai governi per qualche motivo più accondiscendenti, come quello spagnolo. Una soluzione che si rivelerà presto una mina vagante in grado di destabilizzare ulteriormente quel Governo già fragile. Rimangono la meschineria sempre più sciatta della leader tedesca dei “volonterosi” impegnata più che altro a tentare di rifilare ai paesi europei originari di prima accoglienza gli ultimi arrivi indesiderati e le rodomontate di Macron, imperterrito nelle sue politiche di destabilizzazione nel Mediterraneo pressoché a costo zero per il suo paese. Può rivelarsi, quello della solidarietà europea, nel medio termine un boomerang che arrivi ad alimentare e legittimare i flussi migratori illegali e incontrollati. Un argomento che verrà affrontato nell’articolo che esaminerà il futuro del Governo Italiano dal punto di vista delle dinamiche geopolitiche.

RAI E SISTEMA DI INFORMAZIONE

Le elezioni del 4 marzo e la formazione a giugno del nuovo governo hanno accelerato un processo di stretta normalizzazione del sistema di informazione tradizionale.

Già prima delle elezioni l’ipotesi di un governo costruito sull’asse Renzi-Berlusconi era servita da guida agli indirizzi editoriali del Gruppo Mediaset e dei quotidiani legati al gruppo.

Con la svolta politica di primavera quella ipotesi è rimasta sorprendentemente all’ordine del giorno. La7 ha accentuato scandalosamente e sfacciatamente, specie nelle ore serali, la propria partigianeria filopiddina; Mediaset da par suo ha epurato i propri staff con il benservito a Belpietro, uno dei due esempi di editori autonomi in Italia e Giordana affidando la redazione di un canale in quota renziana.

La nomina di Marcello Foa a consigliere d’amministrazione, in predicato di diventare Presidente della RAI, ha rappresentato il classico significativo intoppo nella realizzazione del progetto. La canea e la sollevazione di scudi del vecchio establishment politico e dell’universo mediatico sono impressionanti. Mettere in discussione così rozzamente l’integrità, la capacità professionale e l’attitudine alla funzione di garante di un tale professionista, senza alcuno scrupolo nella rimozione di condolidati rapporti di lavoro ultradecennali, ha rivelato il legame simbiotico del sistema informativo con i centri di potere sempre meno credibili e sempre più smarriti. Anche su questo il comportamento del “liberale” Berlusconi è emblematico sia dello stato dell’arte che della statura dei personaggi.

La stampa e la televisione non detengono più il monopolio dell’informazione e della formazione dell’opinione pubblica, ma sono ancora uno strumento importante e con una gerarchia precisa che consente una manipolazione controllata. Le reti di informazione e socializzazione telematiche sono canali alternativi sino ad ora efficaci anche se caotici e pletorici, quindi dispersivi e propensi a creare nicchie. I sistemi di manipolazione, legati per lo più al controllo dei server centrali di trasmissione e gestione dei dati, sono indiretti e sofisticati, legati alla manipolazione degli algoritmi che decidono della facilità di accesso. Strumenti al di fuori della portata di azione dei ceti politici periferici i quali devono accontentarsi di attività di disturbo e di segnalazione, il più delle volte pretestuosa. Anche qui la via della censura e dell’oscuramento si sta aprendo con minori vincoli legali e possibilità di contrasto delle decisioni. La recente chiusura di infowars, negli USA, rappresenta un primo grave segnale; le ricadute di credibilità sui gestori delle reti sono però molto pesanti.

Sta di fatto che la vicenda ha contribuito a mettere a nudo il complesso sistema di relazioni e manipolazione del sistema informativo e a far venire allo scoperto le reti coperte di collusione.

IL DECRETO DIGNITA’

È forse il provvedimento dalle implicazioni più significative in grado di mettere in evidenza le debolezze di fondo delle due forze politiche e la loro capacità di superarle.

Se con il “job act” Renzi ha voluto sancire una prova di forza con il sindacato, indebolendone strutturalmente la capacità di contrattazione collettiva e di gestione dei contenziosi individuali, con la limitazione e giustificazione dei contratti determinati e la reintroduzione dei voucher presenti nel “decreto dignità” il sindacato è rimasto paradossalmente ai margini anche in un tentativo di avanzamento dei diritti dei lavoratori dipendenti. È proprio il concetto di autonomia sindacale ed autonomia contrattuale, quindi delle modalità di contrattazione, così come imposto dalla CISL ed acquisito da tempo ormai dalle due altre organizzazioni, che sta venendo meno. I tempi di un intervento legislativo diretto sulla questione della rappresentanza e della titolarità dei diritti di contrattazione, sino ad ora prerogative gelosamente detenute dalle associazioni sindacali, sono ormai maturi. Le ragioni sono oggettive, legate ad una frammentazione del mercato del lavoro difficilmente gestibile con i tradizionali strumenti di azione sindacale; sono anche soggettive, con un gruppo dirigente autoreferenziale, legato sempre a doppio filo con il vecchio ceto politico e sempre meno rappresentativo di una base sindacale dagli orientamenti politici sempre più incompatibili e lontani da essi.

Il merito dei provvedimenti legati ai lavori occasionali e ai contratti a tempo determinato colgono un problema reale. Da una parte la presenza di lavori occasionali e la necessità di una loro copertura assicurativa e previdenziale cui associare in qualche maniera il riconoscimento di una pensione sociale oggi concessa indiscriminatamente e oggetto di clamorose speculazioni assistenziali specie tra gli immigrati. Dall’altra il fatto della estensione abnorme del contratto a tempo determinato anche in settori ed aziende nei quali l’oggettività di un rapporto continuativo è lapalissiana. La canea organizzata in maniera scontata da Forza Italia e settori di Confindustria e apparentemente paradossale dal PD rivela il carattere ormai opportunistico, retrivo e reazionario di queste forze, tanto più evidente in quanto permangono i pesanti limiti imposti dal job act in materia di giusta causa nei licenziamenti individuali e di regolamentazione delle procedure dei licenziamenti collettivi. Un atteggiamento che dice tutto sulla incapacità di queste forze di proporre una rinascita qualitativa del paese. L’illusione d’altro canto permane ben riposta nella speranza che sia la mera regolamentazione normativa a risolvere il problema della diffusione del lavoro precario e illegale.

Dal versante delle imprese il provvedimento coglie un altro punto debole delle precedenti politiche, quello delle delocalizzazioni e dell’uso opportunistico degli incentivi agli insediamenti. Si tratta però ancora di un atteggiamento passivo utile a contenere gli atteggiamenti predatori. L’aspettativa implicita è che ciò creerebbe spazi all’arrivo di imprenditoria cosiddetta sana. Anche su questo l’opposizione ha rivelato un atteggiamento del tutto supino alle dinamiche di mercato. Rimangono però i limiti della mancanza di una politica economica attiva che punti allo sviluppo di nuova e più grande imprenditorialità radicata nel paese e di nuovi settori da costruire e ricostruire prima che scompaia definitivamente la memoria e il patrimonio di conoscenze. Eppure nel mondo sono ormai numerosi i paesi emersi dal sottosviluppo con queste politiche. Gli stessi Stati Uniti stanno ripensando drasticamente politiche di tutela del patrimonio tecnologico, di compartecipazioni che favoriscano l’imprenditoria locale che per altro sono state liberale in modo selettivo.

QUI PRO QUO

In realtà il ceto politico emergente, presente soprattutto nei due partiti di governo fatica ancora a pensare che non esistono classi, ceti e settori sociali portatori di per sé di innovazione, distruzione creativa e di emancipazione, fossero anche i settori imprenditoriali più dinamici o gli ambienti sociali più precarizzati. Una fatica legata all’infatuazione persistente verso le politiche “dal basso” e verso le virtù innate del popolo sia nella sua versione democraticista che federalista strisciante.

Il sentore di questo limite per fortuna inizia a serpeggiare in settori di questo ceto politico emergente, nella Lega molto più che nel M5S.

L’ipotesi di riorganizzazione della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) orientata al finanziamento della media e piccola industria rappresenta un indizio di tale presentimento più che una consapevolezza. Ma è un obbiettivo ancora estemporaneo che prescinde da un piano di rientro dall’estero del debito nazionale, di recupero ad uso interno della raccolta del risparmio, di creazione di un apparato tecnico in grado di progettare e gestire le grandi opere pubbliche e i processi di industrializzazione e formazione di imprenditoria completamente distrutto e disperso negli anni ’90, dopo il pesante degrado subito negli anni ’80. Manca la consapevolezza del ruolo strategico della grande industria nei settori di punta e dell’importanza del controllo e della riorganizzazione degli apparati pubblici e statali con una definizione chiara delle gerarchie.

Una consapevolezza paradossalmente più presente e razionale all’estero visto che mi è capitato di leggere alcuni articoli di riviste specializzate americane che sostenevano la progettazione anglo-italiana dell’aereo multiruolo Tempest, alternativo a quello franco-tedesco, anche per consentire la sopravvivenza del patrimonio tecnologico nell’avionica di Finmeccanica. Si tratta certamente di un sostegno interessato, ma quantomeno rivelatore della ben maggiore consapevolezza altrui dei problemi di casa nostra.

Manca soprattutto, con l’eccezione di una cerchia ristretta di consiglieri di Salvini e della componente più ostracizzata dei tecnici al governo, la contezza del fatto che dovessero essere perseguite in maniera più o meno coerente queste politiche si troveranno a scontrarsi con il nocciolo duro della trama delle politiche e delle normative e prassi comunitarie le quali vanno ben al di là dei limiti di deficit e degli obblighi di rientro del debito.

Non solo! Saranno dinamiche le quali, se messe in atto, faranno emergere allo scoperto all’interno stesso dei due partiti le componenti pronte a rimpolpare quelle forze reazionarie, per il momento disorientate, tese allo statu quo del paese.

Nel M5S sull’immigrazione sono già sorte le prime voci “autorevoli” di dissenso, sulle grandi opere infrastrutturali la fronda si presenta ben più minacciosa e determinata, mentre il grande supervisore alternativo, da mesi in viaggio negli Stati Uniti, illuminato dai suoi incontri con esponenti del Partito Democratico americano e da esponenti della Silicon Valley, gli stessi del Renzi di cinque anni fa, confortato dal lauto contratto con Mondadori non esita a richiamare sulla retta via. Nel federalismo strisciante e surrettizio possono trovare spazio le forze disgregatrici nella Lega nonché sostenitrici della riproposizione classica del centrodestra.

Un processo in divenire durante il quale saranno le aspre condizioni di conflitto a temprare e formare le forze più determinate, ma largamente inesperte secondo ricomposizioni ancora tutte da decifrare. Nel contesto geopolitico, soprattutto l’avvento di Trump, ha aperto nuovi spazi che non permarranno ancora per molto nell’attuale incertezza; in questi ambiti il Governo ha ritrovato un dinamismo quasi sconvolgente rispetto alla palude remissiva cui ci avevano abituati i precedenti. Un dinamismo però ancora ampiamente subordinato alle strategie altrui e soggetto quindi alla mutevolezza capricciosa delle decisioni e degli eventi. Un aspetto che affronteremo nel prossimo articolo.

IL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

Durante la stesura dell’articolo è piombata la tragedia del crollo del ponte di Genova. Non si può certo definire un evento e un ambito minore. Si tratta probabilmente di un evento di gran lunga più dirompente dei fatti connessi alla morte di Pamela Mastropietro a Macerata e al sottobosco e coperture che faticano ad emergere in quell’ambiente. Le sole conseguenze economiche e sociali sono di per sé drammatiche e rischiano di condannare tragicamente uno dei poli del vecchio triangolo industriale e la logistica del Nord-Italia. Da questo evento, se ben gestito politicamente, potranno emergere visivamente le condizioni e le collusioni che hanno consentito il sopravvento, l’affermazione e l’alimento dagli anni ’90 della classe dirigente che ha ridotto in queste condizioni il paese. Una classe dirigente che ha subordinato come mai in altre momenti della storia dell’Italia unita il paese agli interessi e alle contingenze politiche esterni; una classe dirigente che ha contribuito a trasformare definitivamente la quasi totalità della grande imprenditoria privata in un consorzio parassitario ed assistenziale grazie alle privatizzazioni soprattutto di Telecom e delle reti di comunicazione e dei servizi; ha distrutto e abbandonato gran parte del ridotto ceto manageriale nazionale costruito in oltre quarant’anni e esposto alla speculazioni e agli istinti di una rete commerciale predatoria buona parte dei ceti medi produttivi dell’agricoltura e della piccola industria. Il muro isterico di difesa eretto intorno a Società Autostrade dalla stampa e dai partiti attualmente all’opposizione rivelano il nervo scoperto da una simile tragedia. Le risposte di Conte, Toninelli e Di Maio sembrano dettate dall’istinto e dall’indole tribunizia. Il retaggio antindustrialista e contrario alle grandi opere pesa nella credibilità del M5S. Chiedere la decadenza immediata della concessione ha certamente un effetto mediatico immediato ma rischia di trascinare, alla luce dei testi conosciuti e pubblici dei capitolati di concessione, in un contenzioso e una diatriba esposta ai polveroni e alle manipolazioni. Meglio sarebbe arrivare ad una sorta di commissariamento dei servizi di controllo ispettivo di Ministero dei Trasporti e ANAS, a un rapido censimento delle opere da risanare, ad un risanamento a tempi stretti della rete a carico dei concessionari con la spada di Damocle del ritiro delle autorizzazioni. Porterebbe alla resa dei conti nel gruppo societario e allo sfilacciamento in poco tempo della rete di relazioni e cointeressenze che hanno tenuto in piedi questo sistema grazie alla drammatica riduzione dei margini di rendita prossimi venturi. Solo disarticolando quel sistema si potrà poi infierire e porre nel frattempo le basi politiche e tecnico-organizzative di una rifondazione. Potrebbe essere il momento giusto per recuperare nello Stato e negli apparati quelle leve indisponibili, ma sino ad ora silenti, a protrarre lo stato di fatto e indispensabili a dare corpo ai programmi e alle migliori intenzioni.

Con una avvertenza. I tempi e i contenuti della comunicazione devono essere dettati dagli uomini di governo piuttosto che da organi di informazione in evidente debito di vendite e credibilità. Se non si riesce a gestire dignitosamente questo figurarsi quali difficoltà potranno sopraggiungere a tenere la nave con il profilarsi delle nubi cupe d’autunno tanto più che l’ombrello trumpiano rischia di essere ulteriormente indebolito dalle prossime elezioni d’autunno e dalle vicende giudiziarie prossime venture. Le inchieste giudiziarie in corso, l’attentato alla sede della Lega di Treviso sono solo dei preavvisi di una tempesta che punta alla reinvestitura esterna sotto mentite spoglie di una vecchia classe dirigente capace solo di attendere gli eventi e a maggior ragione ancora più nefasta per il paese che verrà.

 

 

SALUS BELLI SUPREMA LEX: (QUARTA RECENSIONE CUMULATIVA) a Teodoro Klitsche de la Grange, di Massimo Morigi

MASSIMO MORIGI

SALUS BELLI SUPREMA LEX: BELLUM, NON VERITAS, FACIT LEGEM, ET FACIT SOCIETATEM, ET FACIT NATURAM, ET FACIT VERITATEM. L’EPIFANIA STRATEGICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO E L’AMLETO O ECUBA NEL RISPECCHIAMENTO DI TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE (QUARTA RECENSIONE CUMULATIVA)

Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparente da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno.

 

Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia

 

Maria ha vissuto una vita molto nascosta, perciò è chiamata dallo Spirito Santo e dalla Chiesa: Alma Mater, Madre nascosta e segreta. La sua umiltà è stata così profonda da non avere sulla terra altro desiderio più forte e più continuo che di nascondersi a se stessa e a tutti, per essere conosciuta unicamente da Dio solo. Dio, per esaudirla nelle richieste che gli fece di nasconderla e di renderla povera e umile, si è compiaciuto di tenerla nascosta agli occhi di quasi tutti: nel concepimento, nella nascita, nei misteri della sua vita, nella risurrezione e assunzione al cielo. I suoi stessi genitori non la conoscevano; gli angeli si domandavano spesso tra loro: Chi è costei? (Ct 3, 6; 8, 5). L’Altissimo la teneva loro nascosta; oppure, se rivelava qualcosa, infinitamente di più era ciò che teneva nascosto. Dio padre ha consentito che non facesse alcun miracolo durante la sua vita, almeno di quelli appariscenti, anche se gliene aveva dato il potere. […] È per mezzo di Maria che la salvezza del mondo ha avuto inizio ed è per mezzo di Maria che deve giungere a compimento. Maria non è quasi apparsa durante la prima venuta di Gesù Cristo, affinché gli uomini, ancora poco istruiti e poco illuminati sulla persona di suo Figlio, non si allontanassero dalla verità, attaccandosi a lei in modo troppo forte e grossolano; ciò che sarebbe potuto accadere se ella fosse stata conosciuta nelle meravigliose attrattive di cui l’Altissimo l’aveva ornata, anche nel suo aspetto esteriore. Questo è così vero che san Dionigi l’Areopagita ci ha lasciato scritto che quando la vide l’avrebbe presa per una divinità, a causa delle sue misteriose attrattive e della sua bellezza senza pari, se la fede, nella quale era ben fermo, non gli avesse insegnato il contrario. Ma nella seconda venuta di Gesù Cristo, Maria deve essere conosciuta e rivelata dallo Spirito Santo, affinché per mezzo suo sia conosciuto, amato e servito Gesù Cristo. Ora infatti non sussistono più le ragioni che avevano determinato lo Spirito Santo a tenere nascosta la sua Sposa durante la Sua vita e a non rivelarla molto durante la prima predicazione del Vangelo. Dio vuole dunque rivelare e far conoscere Maria, il capolavoro delle sue mani, in questi ultimi tempi.

 

San Luigi Maria Grignon de Montfort, La vera devozione (Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge)

 

 

Io faccio ciò che voglio e trattengo ciò che mi colpisce,/finché ciò che io non voglio mi dà un senso come una scrittura.

 

Konrad Weiss, citazione al termine di Carl Schmitt, Amleto o Ecuba

 

 

 

 

 

«Si parla in questo libro del tabù di una regina, e della figura di un vendicatore; viene quindi a proporsi la questione dell’origine specifica dell’accadimento tragico, e cioè della fonte del tragico, fonte che, a mio parere, è possibile ritrovare solo in una precisa realtà storica. Così ho tentato di ricomprendere Amleto a partire dalla sua situazione concreta. Ai devoti di Shakespeare, così come agli specialisti, sarà utile per un primo orientamento, che io indichi  subito i tre libri ai quali sono particolarmente debitore di preziose informazioni e di essenziali criteri interpretativi: Lilian Winstanley, Hamlet and the Scottish Succession, Cambridge, Cambridge University Press, 1921; John Dover Wilson, What happens in Hamlet, Cambridge, Cambridge University Press, 1935 e1951; Walter Benjamin, Ursprung des deutschen Trauerspiels, Berlin, Ernst Rowohlt Verlag, 1928. [Carl Schmitt, Amleto o Ecuba. L’irrompere del tempo nel gioco del dramma, Bologna, il Mulino, 1983, p. 39; edizione originale: Hamlet oder Hekuba. Der Einbruch der Zeit in das Spiel, Eugen Diederichs Verlag, Düsseldorf-Köln, 1956] […] Ciò che vi è di strano e di impenetrabile nell’Amleto di Shakespeare è che il protagonista del dramma di vendetta non segue né l’una né l’altra via: non uccide la madre né si allea con essa. Per tutto il corso dell’opera resta oscuro se la madre sia o non sia complice dell’omicidio. Eppure, per comprendere tanto gli sviluppi dell’azione quanto gli impulsi e le riflessioni del vendicatore, sarebbe assai importante, e perfino decisivo, comprendere la questione della colpevolezza della madre. Ma proprio tale questione, che si impone per tutto il dramma, dall’inizio alla fine, e che a lungo andare non può essere certo accantonata, viene accuratamente elusa in tutta l’opera, e resta senza risposta. [Ivi, p. 48] […] Per lo spettatore che segue l’opera e che non ha tempo di  intraprendere ricerche psicologiche, filologiche o storico-giuridiche, questo punto decisivo resta affatto oscuro, e tutte le indagini hanno solo confermato questa oscurità, quando non l’hanno perfino accresciuta. Ogni drammaturgo ed ogni regista, che vogliano rappresentare Amleto, devono in un qualche modo esser preparati a questa circostanza, ed hanno la possibilità di suggerire al pubblico soluzioni diverse, e addirittura contrapposte. Infatti, ciò che Amleto fa nel corso del dramma, appare sotto una luce completamente diversa a seconda che alla madre si attribuisca colpa o innocenza. Nondimeno, in trecento anni non ci si è ancora accordati su questo punto, e si continuerà a non giungere ad un accordo. C’è qui, infatti, un’operazione di occultamento, senza dubbio strana, ma palesemente  deliberata e intenzionale. [Ivi, p. 50] […] Chi, senza concetti precostituiti, lascia che il dramma agisca da sé, nella sua struttura concreta e nel suo testo effettivamente dato, deve ben presto riconoscere che qui – per riguardi oggettivi, per ragioni di tatto e per altri motivi di soggezione –  qualche cosa viene nascosto ed eluso. In altre parole, ci troviamo di fronte ad un tabù che l’autore dell’opera rispetta senz’altro e che lo costringe a porre tra parentesi la questione della colpa o dell’innocenza della madre, anche se tale questione costituisce, moralmente e drammaticamente, il cuore del dramma di vendetta. [Ivi, pp. 51-52] […]  Perché allora proprio nel caso della madre di Amleto viene accuratamente elusa la questione della colpevolezza, che d’altronde è essenziale in relazione sia al delitto sia all’esecuzione della vendetta? Perché, almeno non se ne rende esplicita la piena innocenza? Se l’autore non fosse vincolato a precisi dati oggettivi, se fosse davvero del tutto libero nella sua invenzione poetica, non avrebbe dovuto fare altro che comunicarci come le cose stavano davvero. Proprio questa circostanza, che cioè non vengano chiaramente espresse né la colpa né l’innocenza, dimostra che sussiste un timore concreto e determinato, un riserbo che è un vero e proprio tabù. Ne deriva, alla tragedia, un’impronta tutta particolare, e l’azione di vendetta, che costituisce il contenuto oggettivo dell’opera, perde quella sicura e lineare semplicità che invece presentava sia nella tragedia greca sia nella saga nordica. Sono in grado di indicare questo tabù, nella sua piena concretezza: esso ha a che fare con la regina di Scozia, Maria Stuarda. Suo marito, Henry Lord Darnley, il padre di Giacomo, fu atrocemente assassinato dal conte di Bothwell nel febbraio 1566. Nel maggio dello stesso anno Maria Stuarda sposava proprio questo conte di Bothwell, l’omicida di suo marito: erano appena passati tre mesi dal delitto. In questo caso, si può davvero parlare di una fretta sospetta e indecorosa. La questione, fino a che punto Maria Stuarda fosse compromessa nell’assassinio di suo marito, o se addirittura non ne avesse ella stessa provocato la morte, è a tutt’oggi oscura e controversa. Maria affermava la sua piena innocenza, ed i suoi amici, particolarmente i cattolici, le prestavano fede. I suoi nemici, soprattutto la Scozia protestante,  l’Inghilterra e tutti i partigiani della regina Elisabetta, erano invece convinti che proprio Maria fosse stata l’istigatrice dell’omicidio. L’intera faccenda fu un enorme scandalo, sia in Scozia sia in Inghilterra; ma come fu che si trasformò, allora, in un tabù per l’autore di Amleto? Quel formidabile scandalo non era stato discusso pubblicamente per anni da entrambe le parti con fanatico ardore?  Il tabù trova la sua esatta spiegazione nelle circostanze di tempo e di luogo in cui l’Amleto di Shakespeare fu concepito e rappresentato per la prima volta: si tratta degli anni 1600-1603, a Londra. Era l’epoca in cui tutti si aspettavano la morte dell’anziana regina Elisabetta, di cui non era stato ancora designato il successore. Per tutta l’Inghilterra questi furono anni di incertezza e di gravissima tensione. [Ibidem, pp. 52-54] […] Shakespeare, con la sua compagnia teatrale, faceva parte della cerchia politica del conte di Southampton e del conte di Essex. Questo gruppo sosteneva Giacomo, il figlio di Maria Stuarda, come candidato alla successione regia, e pertanto fu allora politicamente perseguitato e represso da Elisabetta. [Ibidem, p. 54] […] Su Giacomo, dunque, il figlio di Maria Stuarda, si indirizzavano, in quegli anni critici 1600-1603, tutte le speranze del gruppo a cui apparteneva la compagnia teatrale di Shakespeare. Nel 1603 Giacomo fu effettivamente il successore d’Elisabetta sul trono d’Inghilterra, l’immediato successore di quella stessa regina che appena sedici anni prima aveva fatto giustiziare sua madre. Ma nonostante ciò, egli non rinnegò affatto sua madre, Maria Stuarda: onorava la sua memoria, e non permetteva che venisse calunniata o diffamata. Nel suo libro, Basilikon Doron (1599), egli, in modo solenne e commovente, esorta suo figlio a rispettare sempre la memoria di quella regina. Così, all’autore della tragedia Amleto veniva imposto quel tabù di cui parliamo. [Ivi, p. 55]»

 

Quando con facile e corriva astuzia retorica, e non volendo nicodemicamente prendere posizione, si dice che tal situazione o tal personaggio è “lo specchio dei tempi”, in realtà non ci si accorge che la metafora impiegata è molto più impegnativa – e addirittura opposta – rispetto ad un significato di passiva restituzione all’osservatore-giudice di un contesto esterno che si vorrebbe inertemente riflesso dalla  situazione o dal  personaggio valutato “specchio dei tempi”, talché il più delle volte se questa astuzia retorica viene impiegata dall’osservatore-giudice senza criterio e al solo scopo di sottrarsi, quello che sicuramente rimane di tale “sforzo” interpretativo non è un giudizio  sulla situazione o sul personaggio che si vorrebbe specchiato ma, certamente rispecchiato e restituitoci nella sua pochezza è colui che dietro e con la metafora ha inteso sottrarsi al nostro giudizio. E in questo senso e unicamente sotto questo punto di vista, se impiegata con questa intenzione, la metafora dello specchio rimane, per una sorta di maligna ma assolutamente appropriata eterogenesi dei fini, del tutto valida ed euristicamente efficace, solo che anziché lo specchiato, “specchio dei tempi” si ritrova nel ruolo del passivamente riflesso proprio il debole – intellettualmente e/o valorialmente – giudice-osservatore proprio perché
è lui lo “specchio dei tempi”, sì lo specchio dell’ “epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni”(1) (ovviamente, la metafora dello specchio, fosse più o meno dei tempi ma sempre in un ambito di metafora passivante e paralizzante, ha fatto anche vittime che per loro espressa intenzione ed anche per giudizio generale non erano certamente né autoneutralizzate né spoliticizzate né au dessus de la mêlée, vedi un tal Vladimir Il’ič Ul’janov che nel 1909, in polemica con Ernst Mach per il quale la conoscenza scientifica era una pura rappresentazione logico-formale e non sostanziale della realtà, sostenne in Materialismo ed empiriocriticismo, per preservare le possibilità teoriche e pratiche della rivoluzione,  che la verità era l’adeguamento della mente umana alla realtà esterna, in altre parole che per giudicare correttamente  la realtà esterna, e quindi per poi modificarla in senso rivoluzionario, la mente umana doveva rifletterla sì esattamente ma anche passivamente. Ma se la  leniniana “teoria del riflesso” salvava così, almeno formalmente, la possibilità, in contrasto con Mach, di una rappresentazione vera della realtà, ignorava – o fingeva di ignorare – che con un’impostazione così gnoseologicamente passiva del rapporto fra soggetto-oggetto si trascurava il fondamentale aspetto del ruolo della prassi nell’azione rivoluzionaria così come espressa da Marx nelle sue Tesi su Feuerbach: sicuramente, allora, non si può dire che la metafora dello specchio riflette in questo caso un’impostazione psicologica dell’autore che la impiegò improntata alla passività personale e al non volersi schierare ma certamente, dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico e di tutti quei marxismi variamente ispirati alla filosofia della prassi – in primo luogo quello di Antonio Gramsci dei Quaderni del carcere e  di György Lukács di Storia e coscienza di classe  e anche di tutte quelle filosofie della prassi che in vario modo vogliano rifarsi a Giovanni Gentile – una visione delle masse, fatta propria da quella ideologia che poi fu chiamata marxismo-leninismo e dalla sua espressione “filosofica” del DIAMAT staliniano,  del tutto passive e non protagoniste della rivoluzione).

 

Ci siamo concessi questa digressione fra cronaca, histoiré evénementielle del marxismo del Novecento e storia del pensiero filosofico-politico perché riteniamo che la metafora dello specchio e delle sue immagini riflesse possa, nonostante i mali usi nei quali sovente viene impiegata e piegata, mantenere intatta una grande potenzialità nella strategia comunicativa per comprendere il Secolo breve e quello in cui attualmente stiamo vivendo, l’importante, come si è accennato, è non cedere alle sirene passivanti della metafora di cui si è detto ma un suo impiego lungo il tracciato di una filosofia della prassi che ha avuto nell’Ottocento uno dei suoi momenti più alti nelle marxiane  Tesi su Feurbach per poi proseguire negli anzidetti Gramsci e Lukács per infine al momento ritrovarsi – ci sia concessa questa immodestia – nella filosofia della prassi così come espressa dal Repubblicanesimo Geopolitico. Ma oltre alle grandi possibilità teoriche di una corretta visione ed attiva della metafora dello specchio che, aggiungiamo, trova anche se in apparentemente altro ambito rispetto alle scienze storico-sociali improntate ad una marxiana filosofia della prassi una sua grande potenza gnoseologica (intendiamo riferirci alla fisica quantistica ed in particolare al suo observer effect, cioè al fatto che a livello dei fenomeni quantistici l’osservazione non riflette passivamente l’osservato ma lo influenza direttamente nel suo comportamento – vedi l’esperimento della doppia fenditura o double slit experience –, il che sembra quasi una decalcomania a livello di fisica sperimentale della filosofia della prassi per la quale sussiste un’inestricabile ed attivo rapporto dialettico fra soggetto ed oggetto), questa metafora è anche particolarmente adatta per alcuni autori che effettivamente  sono “specchio dei tempi” e lo furono (e lo sono) proprio perché di tutto di loro si può tranne che furono specchi passivi.

 

In questa positiva e attiva categoria di “specchio dei tempi”, ça va sans dire, collochiamo fra i primi in un nostro ideale Pantheon Carl Schmitt e poi tutti coloro, che a vario titolo e con diversi approcci dottrinali, intendono riferirsi alla grande tradizione del pensiero realista a partire da Tucidide, Hobbes e Machiavelli (a sua volta il Repubblicanesimo Geopolitico intende unire a questa iniziale galleria, tanto per citare i maggiori ma non esaurendo per questo la lista limitata solo ai maggiori apporti teorici, Hegel, Marx, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, György Lukács e il Karl Korsch di Marxismo e filosofia). E fra i contemporanei che inserendosi nell’alveo del pensiero realista può essere utilizzata nell’accezione positiva l’immagine dello “specchio dei tempi”, certamente a buon diritto deve essere collocato Teodoro Klitsche de la Grange. In ragione  negli ultimi tempi dei numerosi suoi interventi sulle pagine elettroniche del nostro sito internet di Geopolitica, riflessione teorica  politica e filosofico-politica di questo prezioso ed unico nel panorama italiano giuspubblicista, “L’Italia e i mondo” ha anche ospitato, per opera dello scrivente, tre recensioni su questi interventi, le quali pur nelle ovvie varie titolature, recavano anche la dicitura comune di ‘recensione cumulativa’, e questo in ragione dell’elementare dato di fatto che la grandissima ricchezza – in termini brutalmente quantitativi ma, ancor più, nel senso di profondità di contenuti –  delle suggestioni del La Grange rendeva proibitiva una puntuta e pedante rassegna di tutte queste suggestioni ma rendeva inevitabile una valutazione globale, olistica – ed assolutamente, ovviamente, positiva – del suo pensiero. Come da titolo di questo intervento, siamo allora giunti alla ‘quarta recensione cumulativa’ al La Grange, e con questa intendiamo render conto, sempre in maniera globale ed evitando pesanti e dettagliati resoconti (come già detto per le precedenti recensioni cumulative, anche in questo caso assolutamente impraticabili vista la “grandezza” in ogni senso della dottrina realista del Nostro) dei seguenti suoi interventi sull’ “Italia e il mondo”: Le ragioni di Creonte, “L’Italia e il mondo”, 5 giugno 2018 (URL: https://italiaeilmondo.com/2018/06/05/le-ragioni-di-creonte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange,

http://www.webcitation.org/712tx1GrJ e

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F05%2Fle-ragioni-di-creonte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange&date=2018-07-20); La decadenza italiana, “L’ Italia e il mondo”, 11 giugno 2018 (URL: https://italiaeilmondo.com/2018/06/11/la-decadenza-italiana-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,

 http://www.webcitation.org/712uTltWv e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F11%2Fla-decadenza-italiana-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Machiavelli, “L’Italia e il mondo”, 22 giugno 2018 (URL: https://italiaeilmondo.com/2018/06/22/machiavelli-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/712v9IhKi e

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F22%2Fmachiavelli-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Introduzione alla “Politica come destino”, 1° parte, “L’Italia e il mondo”, 2 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/02/introduzione-alla-politica-come-destino_1a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/712vnQpqX e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F02%2Fintroduzione-alla-politica-come-destino_1a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Introduzione alla “Politica come destino”, 2° parte,  “L’Italia e il mondo”, 5 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/05/introduzione-alla-politica-come-destino_2a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/712wmE8dn e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F05%2FINTRODUZIONE-ALLA-POLITICA-COME-DESTINO_2A-PARTE-DI-TEODORO-KLITSCHE-DE-LA-GRANGE%2F&date=2018-07-20. L’ Introduzione alla Politica come destino aveva già trovato pubblicazione in un’unica soluzione su “Rivoluzione Liberale. Politica è cultura” il 27 giugno 2018 agli URL https://www.rivoluzione-liberale.it/35985/cultura-e-societa/la-politica-come-destino.html.  “Congelamento” dell’URL su WebCite: http://www.webcitation.org/71AfC3bXp http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.rivoluzione-liberale.it%2F35985%2Fcultura-e-societa%2Fla-politica-come-destino.html&date=2018-07-25); Nemico, ostilità e guerra, “L’Italia e il mondo”, 9 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/09/nemico-ostilita-e-guerra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/713UyfAZb e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F09%2Fnemico-ostilita-e-guerra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Note su Costituzione e interpretazione costituzionale, “L’Italia e il mondo”, 15 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/15/note-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,

http://www.webcitation.org/713W5lRHB e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F15%2Fnote-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Note su Costituzione e interpretazione costituzionale, 2° parte, “L’Italia e il mondo”, 22 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/22/note-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-2a-parte_-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/717Qp4oQI e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F22%2Fnote-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-2a-parte_-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-23).

 

Si è appena detto, utilizzando quindi la metafora nella sua accezione positiva e di attiva compenetrazione dialettica fra soggetto ed oggetto, che Carl Schmitt è “specchio dei tempi” come, abbiamo pure affermato, anche per Teodoro Klitsche de la Grange, che l’immagine di riflesso attivo  della realtà deve essere impiegata nel giudicare la sua impagabile opera di giuspubblicista. Ma in quest’ultima recensione cumulativa, la quarta, l’immagine ispirata alla filosofia della prassi di rispecchiamento attivo della realtà, trova tutta una sua particolare giustificazione, perché per la strategia comunicativa della presente comunicazione (quindi al fine del raggiungimento di una dialettica verità olistica e sul pensiero del La Grange e su questi suoi ultimi interventi) risulta possedere una particolare forza euristica di rispecchiamento non solo del pensiero di Carl Schmitt ed anche dell’intima dinamica intellettuale del La Grange l’Amleto o Ecuba del “Kronjurist del Terzo Reich” (fama questa di giurista del nazismo di Carl Schmitt veramente ingenerosa ed immeritata, ma questo è argomento che la migliore critica  sia  dal punto meramente storico di come andarono i rapporti di Carl Schmitt col nazismo  sia dal punto di vista della sua dottrina ha completamente decostruito, ma questo  è argomento che abbiamo già affrontato – vedi Massimo Morigi, Fiat imperium pereat hostis. Le ipostatiche illusioni delle democrazia rappresentativa, pubblicato sull’ “Italia e il mondo” all’URL http://italiaeilmondo.com/2018/06/08/fiat-imperium-pereat-hostis-le-ipostatiche-illusioni-della-democrazia-rappresentativa-di-massimo-morigi/; WebCite: http://www.webcitation.org/704td57zk e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F08%2Ffiat-imperium-pereat-hostis-le-ipostatiche-illusioni-della-democrazia-rappresentativa-di-massimo-morigi%2F&date=2018-06-10 – e che non risponde in questa sede alla nostra strategia comunicativa). Come si è potuto leggere dalla citazione iniziale, l’Amleto o Ecuba ruota al “tabù della regina”, vale dire si pone la domanda del perché nell’Amleto shakespeariano non venga preso direttamente di petto il problema della correità della regina riguardo all’assassinio del re suo marito e padre di Amleto. Abbiamo anche visto che dopo un primo lungo argomentare sulle ragioni di questa sorta di rimozione nel dramma del problema, Carl Schmitt giunge ad una prima semplice (e semplicistica) spiegazione: semplici ragioni di opportunità politica avrebbero suggerito, o meglio imposto, a Shakespeare di non affrontare direttamente il problema. Spiegazione della rimozione, diciamo subito, del tutto insoddisfacente, perché se proprio l’opportunità politica fosse una delle molle principali nella strutturazione di questo dramma di vendetta, molto più semplice, lineare dal punto di vista drammatico e sicuro dal punto di vista del drammaturgo sarebbe stato non menzionare affatto la regina Gertrude e non includerla fra i personaggi dell’Amleto. Se tutto e solamente qui fosse l’Amleto o Ecuba, non varrebbe, in fondo, neppure la pena di parlarne e lo si potrebbe facilmente rubricare fra la prove meno riuscite di Carl Schmitt. Ma, come l’esperienza ci ha dimostrato, per quanto egli sia assolutamente adamantino ed icastico in alcune sue affermazioni (vedi nella Teologia politica  il suo immortale apoftegma «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione», folgorante, icastica ed inequivocabile affermazione che come un colpo di sciabola fa letteralmente a brandelli ogni metafisica giuridica normativista e le complementari volgarizzazioni ideologiche democratiche e liberali basate sull’astorica parareligiosa ipostatizzazione dei diritti umani di derivazione illuminista e divenute poi una sorta di religione di massa in seguito all’annientamento in Europa degli stati di ancien régime travolti dalla rivoluzione francese), è anche autore problematico, che va letto a più livelli e che, in queste stratificazioni, una non piccola parte hanno proprio i tabù e le rimozioni, come del resto sul piano personale dimostra il fatto di non avere mai completamente fatto i conti con la sua (sfortunata) collaborazione col nazismo e sul piano teorico di avere ad un certo punto rinunciato a sviluppare il suo pensiero decisionista per ritirarsi, certamente anche per favorire un suo tentativo di signoreggiare ideologicamente il nazismo, nel cosiddetto konkrete Ordnungsdenken, nel pensiero dell’ordinamento concreto che si riannodava ai temi dell’istituzionalismo giuridico di Santi Romani e Maurice Hauriou –  questa svolta nel pensiero di Schmitt prese per la prima volta forma in Carl Schmitt, Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg, 1934; trad. it., ma parziale, I tre tipi di pensiero giuridico, in Id., Le categorie del ‘politico’, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 245-275.

 

Accanto quindi a lampanti folgorazioni, in Carl Schmitt anche rimozioni, ritrosie, timidezze e, sotto questo punto di vista, l’Amleto o Ecuba risulta una delle opere che meglio rispecchia questa particolare Gestalt schmittiana di folgoranti lampi di genio politologico inestricabilmente però messi accanto a mediocri e precipitose ritirate sul piano della riflessione teorica. E questo perché se, come abbiamo visto, Schmitt vi denuncia una sorta di “tabù della regina” presente nell’Amleto shakespeariano e dà poi nell’immediato a questo tabù una spiegazione del tutto insoddisfacente e degna di un poco scaltrito e saputello studentello liceale che ritiene che attraverso il grimaldello del cui prodest (ma non articolato dialetticamente) possa trovare risoluzione tutta la storia umana, alla fine Schmitt, come vedremo, mostra di non credere nemmeno lui a questo semplicista (e sempliciona) risposta e, fornendo poi un’ulteriore risposta veramente degna del suo nome,  fa di questo Amleto o Ecuba veramente l’opera che meglio illustra la sua complessa personalità, segnata da un percorso umano ed intellettuale dove accanto ad illuminazioni e alla denuncia delle ipostatiche rimozioni del pensiero democratico e liberale, troviamo anche sue personali rimozioni dovute alla sua  avversione di portare fino alle estreme conseguenze le (rivoluzionarie) conseguenze del suo pensiero decisionista ma,  dove, al tempo stesso,  a fianco o subito dopo questi “minimi”, assistiamo anche ad una ripresa dell’originario vigore teorico. Sul come il “tabù della regina” verrà nuovamente riformulato e risolto nel prosieguo dell’Amleto o Ecuba e con ciò facendo di quest’opera veramente un unicum e al tempo stesso la più rappresentativa della sinusoidale produzione del giuspubblicista tedesco perché in essa mentre si denuncia una rimozione che avrebbe agito su Shakespeare,  vi opera anche una particolare rimozione dell’autore per poi risolvere, almeno parzialmente e con esiti, comunque, interessantissimi, queste rimozioni (la rimozione, cioè, del tabù della regina ma anche quella sua personale che inceppava la sua evoluzione teorica), torneremo a parlare fra breve. È ora giunto il momento di occuparci del La Grange e cercare di giustificare il titolo che non solo afferma che anche il nostro italico valentissimo giuspubblicista può trovare una sua ideale immagine rispecchiata nell’Amleto o Ecuba schmittiano ma anche che – ed è quello che a noi più importa, perché se un senso hanno queste recensioni cumulative non è tanto lodare un autore, il La Grange, il quale non  ne ha alcun bisogno ma è quello di parlare di noi stessi  e sviluppare il nostro pensiero attraverso il confronto con una grande visione teorica – in questo particolare  rispecchiamento fra due grandi autori il Repubblicanesimo Geopolitico ed il suo orizzonte-limite della epifania strategica possono trovare anche loro fondamentali e dialettiche  attive superfici di rinvio e sviluppo della propria immagine. Indubbiamente del sunnominato elenco di questa quarta recensione cumulativa, fra i  contributi più significativi sono Introduzione alla “Politica come destino”, 1° parte e Introduzione alla “Politica come destino”, 2° parte, da adesso poi in questa comunicazione saranno unitamente  richiamati come Introduzione alla “Politica come destino” tout court, scelta nostra di non fare distinzioni fra questi due contributi  apparsi sull’ “Italia e il mondo” non solo per la quasi totale sovrapponibilità dei due titoli ma, soprattutto, per il  fatto che la prima e la seconda parte di questa Introduzione alla “Politica come destino”  altro non è che  la prefazione di Teodoro Klitsche de la Grange alla odierna riedizione della Politica come destino di Salvatore Valitutti (La politica come destino pubblicata originariamente nel 1976 sulla rivista «Nuovi «Studi politici” – Salvatore Valitutti, La politica come destino, in «Nuovi Studi politici», 1976, n. 4, pp. 3-46 –  fu poi ripubblicata nel 1978  in Karl Löwith, Salvatore Valitutti, La Politica come destino, Roma Bulzoni, s. d. (ma 1978),  pp. 41-84. Il saggio di Karl Löwith compreso  in questo volume era stato pubblicato per la prima volta nel 1935 con lo pseudonimo di Hugo Fiala –  Hugo Fiala,   Politische Dezisionismus, in «Internationale Zeitschrift für Theorie des Rechts», 1935, IX, n. 2, pp. 101-123 –,  era stato poi tradotto in italiano da Delio Cantimori con il titolo Il concetto della politica di Carl Schmitt e il problema della decisione, in «Nuovi Studi di diritto, economia e politica», 1935, VIII, pp. 58-83 e tale saggio del Löwith  aveva  costituito anche la falsariga per un profonda critica dello storico romagnolo al pensiero di Carl Schmitt: Delio Cantimori, La politica di Carl Schmitt, in «Studi Germanici», 1, 1935. E come nella critica cantimoriana al pensiero di Carl Schmitt che prendeva le mosse dal saggio del  Löwith, anche nella Politica come destino di Salvatore Valitutti – e che è stata ripubblicata in data odierna con la prefazione di Teodoro Klitsche de la Grange: Salvatore Valitutti, La politica come destino, prefazione di Teodoro Klitsche de la Grange, Liberlibri, 2018 – la critica al pensiero di Schmitt prende le mosse da questo saggio del Löwith).

 

Veniamo quindi a citare dalla prefazione all’odierna edizione della Politica come destino, testo  negativamente influenzato dal sunnominato saggio di Karl Löwith, nel quale Carl Schmitt veniva accusato di “occasionalismo politico”, cioè, secondo l’accezione data a questa locuzione dallo stesso Schmitt in Politische Romantik, di essere un pensatore politico privo di un vero centro ideale e solo propenso alla polemica politica contingente, il giudizio riassuntivo che in Introduzione alla “Politica come destino”  Teodoro Klitsche de la Grange dà del saggio di Salvatore Valitutti. Dal punto di vista liberale si tratta indubbiamente di un giudizio equilibrato che non fa alcuno sconto a Valitutti ma siccome si tratta di un giudizio che parte pur sempre da una premessa ideologica, quella di un convinto liberalismo, si tratta sempre di un argomentare che soffre anch’esso come nel pensiero di Schmitt di una rimozione, della stessa rimozione che ha pervaso tutto il pensiero del giuspubblicista fascista e che nell’ Amleto o Ecuba ha trovato una delle sue più insidiose ma anche, allo stesso tempo, come vedremo, più felicemente euristicamente riuscite (ri)soluzioni.  Dice quindi La Grange del saggio di Valitutti citando dalla Politica come destino:

 

«“La distinzione tra amicus ed hostis, di amico e nemico, [è] la estrema intensità di un legame o di una separazione…Amicus  è un gruppo di individui tenuto stretto e compatto dalla reciproca solidarietà determinata dal bisogno di difendersi, per sopravvivere, dall’hostis. L’hostis  è hostis in quanto si contrappone al gruppo che gli è ostile, ma in se stesso è amicus.  La politica è perciò ostilità che divide e contrappone due gruppi ciascuno dei quali è  amicus in se stesso, e cioè reso compatto contrapponendosi all’altro”, scrive Valitutti. I due gruppi hanno un senso dato dall’ostilità, che implica la possibilità di lotta armata. Da qui il rapporto necessario tra politica e guerra per cui se “Clausewitz scrisse che la guerra non è altro che una continuazione delle relazioni politiche con l’intervento di altri mezzi. Schmitt rovesciando la formula avrebbe potuto dire che la pace è la continuazione della guerra con l’intervento di altri mezzi”. Schmitt, continua Valitutti, sente il bisogno di difendersi dell’accusa di una visione “guerrafondaia”. Lo fa realisticamente, spiegando che ciò consegue dall’ostilità (naturale in un  pluriverso) “perché questa è la negazione essenziale di un altro essere”, affermazione che ricorda da vicino quella di Hegel sul nemico come differenza etica (in Schmitt esistenziale). Centrale, nel pensiero di Schmitt è, secondo Valitutti, il concetto di unità politica “soggetto della politica è il gruppo ma solo alla condizione che il gruppo realizzi una perfetta unità politica. L’essenza dell’unità politica consiste nell’esclusione del contrasto politico all’interno dell’unità stessa”. Ne consegue che “la teoria politica di Schmitt è una teoria monistica perché si basa sulla compattezza dell’unità politica”: una teoria pluralista diviene facilmente strumento di dissoluzione. Tuttavia se all’interno la concezione di Schmitt è monistica, all’esterno è pluralista. Il secondo punto è il pessimismo antropologico. Si fonda sulla concezione pessimistica dell’uomo, che è la medesima su cui si fonda la scriminante etica (buono, cattivo) e la possibilità di scegliere, cioè la libertà. Ma, scrive Valitutti “Schmitt nell’individuare nella malvagità dell’uomo la molla che fa scattare la politica come distinzione fra amico e nemico, non si avvede che giunge a mettere in crisi proprio quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana…giungendo, come giunge, al presupposto  della malvagità umana   come condizione da cui scaturirebbe la necessità della politica, intesa come distinzione fra amico e nemico, egli riconduce la politica stessa proprio ad uno dei termini della coppia degli opposti che è la coppia della vita morale”. Da ciò consegue la centralità dell’unità politica per comprenderne l’anti-liberalismo di Schmitt. Questo è la “bestia nera” di Schmitt, secondo il quale ha dominato il secolo XIX. Il liberalismo combattuto da Schmitt è tuttavia un fantoccio polemico: “In questo fantoccio figurano lineamenti che appartengono al liberalismo storico ma che sono scissi da altri lineamenti essenziali dello stesso corpus di dottrine e di esperienze e che perciò appaiono deformati”. Schmitt riconosce tuttavia che il liberalismo, come realtà storica, non è sfuggito né all’identificazione/designazione del nemico, né all’abolizione della guerra (perché impossibile). E Valitutti rileva che “Nella sua polemica contro il liberalismo Schmitt, credendo di incolparlo in realtà gli rende omaggio e comunque è nel vero anche quando sottolinea il rispetto del valore dell’autonomia delle varie forme dell’attività umana come un carattere distintivo del liberalismo” (il corsivo è mio). Peraltro Schmitt, partendo dal postulato dell’unità politica ha come obiettivo della di esso critica soprattutto il liberalismo sociale e associativo, che garantisce la società come “pluralità di legami sociali”. Ma così configura uno Stato che realizza continuamente “la sua unità come sintesi dialettica di differenti e congiunti centri di iniziativa. L’unità politica, secondo Schmitt, la quale ha la sua più perfetta espressione nello Stato, è viceversa un’unità monistica, immediata e immota”. La distinzione amicus/hostis relativizza tutte le altre in quanto giunge a definire la distinzione politica come quella totale e totalizzante; “per cui Schmitt praticamente vanifica tutte le altre distinzioni. È l’unità politica che decide quello che è buono, bello e utile, e, in contrapposizione, quello che è cattivo, brutto e dannoso”. Il vizio di tale concezione è evidente: nel momento in cui la distinzione politica prevale sulle altre questa è non solo indipendente da quelle, ma superiore. Nota poi Valitutti che tra le tante opposizioni il giurista di Plettemberg non ricorda mai quella di vero/falso.»

 

Da questa citazione vediamo che, effettivamente, Teodoro Klitsche de la Grange ha veramente chiaramente segnalato tutte le critiche che nella Politica come destino Valitutti fa a Carl Schmitt, e si tratta di critiche che, per quanto partano da una sostanziale antipatia ed avversione per il pensiero del “Kronjurist del Terzo Reich”, non possono essere liquidate su due piedi. Ma queste critiche, cioè il fatto che considerare – pur partendo da una giusta visione antropologica negativa accettata ed anzi giudicata positiva anche dal liberalismo – la politica mossa solo dal motore amico/nemico non ci consente di capire la fisiologia della politica stessa e, conseguentemente, che il bersaglio polemico di Schmitt, il liberalismo, in realtà non sia altro che un “fantoccio polemico” che ha le sembianze della tolleranza e dei principi universalistici dei diritti dell’uomo mentre, nella concretezza, il liberalismo è un preciso percorso storico nel quale il conflitto ha una grande parte (componente conflittuale del liberalismo che Schmitt tende a trascurare per sottolineare un oblio di sovranità che caratterizza questa forma politica), non trovano andando a leggere tutto il saggio di Valitutti alcuno sviluppo essendo intese unicamente a decostruire il pensiero di Schmitt e non certo, fissandone le contraddizioni ma anche le dialettiche illuminazioni, a proporne una sua evoluzione. E sotto questo punto di vista, non tanto l’avere rivelato, risottolineiamo per maggiore chiarezza, le incongruenze di Schmitt da parte di Valitutti, ma non avere accennato che queste incongruenze possono contenere il nucleo di un futuro sviluppo di questo pensiero (futuro sviluppo che Valitutti non ha proprio né cercato né voluto tutto propenso a far recitare al liberalismo tutte le parti in commedia; recita che si svolge nei seguenti termini: il liberalismo come regno, ça va sans dire, della libertà ma anche, altrettanto scontato, come il regno del conflitto: il problema che mentre nella vulgata comune del liberalismo questo conflitto viene liberamente combattuto fra soggetti della stessa potenza, nella realtà effettuale altro non si verifica che la libertà del più forte a colpire senza ritegno il più debole, con l’aggiunta che questo colpire non viene giudicato come un’azione strategica di guerra ma come il portato di ineluttabili leggi economiche che trovano la loro giustificazione, cornuto e mazziato il debole che deve subire, negli immortali principi universalistici che hanno come pietra angolare la libertà del singolo ad agire come meglio crede: in altri termini, che hanno come  fondamento il c.d. individualismo metodologico), costituisce una sorta di tabù o rimozione di Teodoro Klitsche de la Grange verso le contraddizioni del liberalismo (a questo affermazione La Grange ci potrebbe ribattere verso le contraddizioni del feticcio del liberalismo), una sorta di rimozione  che però, proprio come nello Schmitt di Amleto o Ecuba troverà alla fine felice sbocchi ed esiti.

 

Conclude quindi la Grange nella sua argomentazione in difesa di Valitutti: «In particolare il fantoccio polemico, che Valitutti critica in Schmitt è ciò che il giurista tedesco vede nei pensatori dallo stesso criticati, ma che non è né il liberalismo storico “classico” – in particolare italiano – né quello che emerge da un’analisi fattuale ma anche giuridico-normativa, sia dei comportamenti che degli ordinamenti dello Stato borghese. È piuttosto quel che risulta da condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt). In questo senso l’analisi di Valitutti fatta all’inizio della “rinascita” in Italia dell’interesse per il pensiero del giurista renano e in tempi in cui era demonizzato (e misconosciuto) molto più di oggi, è espressione di un coraggio intellettuale e di una pregevole indipendenza e chiarezza di giudizio.»

 

Siamo qui nell’ambito, come è di tutta evidenza, di una interpretazione  storicizzante  del pensiero di Valitutti, molto simile a quella compiuta dallo Schmitt nell’Amleto o Ecuba riguardo le ritrosie del bardo di Stratford-upon-Avon a rendere evidente nell’Amleto la colpa della regina Gertrude, interpretazione che se riesce forse a darci la dimensione di un presunto coraggio morale di Valitutti nello “trattare” lo Schmitt  mentre tutti lo evitavano perché fascista, non aiuta molto a comprendere quale sia il nodo di Schmitt che ancora non si è riusciti a sciogliere e che Valitutti, con tutte le molteplici  parti in commedia che ha deciso di far recitare al liberalismo nella Politica come destino, non è proprio riuscito a sciogliere.

 

Ma nonostante questa storicizzazione compiuta  su Valitutti (come abbiamo visto anche in Schmitt, quando un pensiero realista si lascia trascinare da facili spiegazioni contestuali avremo forse osservazioni anche fattualmente ineccepibili – ora critiche ora assolutorie od addirittura elogiative: Shakespeare non voleva inimicarsi i circoli politici facenti capo alla senescente regina Elisabetta; Valitutti ha mostrato grande coraggio morale ad occuparsi  di Schmitt – ma che non spostano di un millimetro il dipanarsi del problema teorico che ineludibile emerge: perché, nonostante il tabù della regina, la tragedia dell’Amleto ed il suo protagonista sono diventati dei miti?, perché nonostante tutti i suoi nodi irrisolti ed i suoi tabù teorici Carl Schmitt rimane imprescindibile per comprendere la politica e la società?), La Grange ha ben presente quale sia il problema che ci pone Schmitt quando nell’ambito dello stesso elogio a Valitutti ci sottolinea l’importanza delle «condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt)».

 

Se Schmitt pensava di aver trovato la più importante regolarità della politica nella coppia antitetica amico/nemico, ma non seppe andare, come abbiamo più volte altrove detto, oltre questa folgorante opposizione, e La Grange ha ben presente che questa regolarità che si fa beffe delle ipostasi ideologiche  democratiche e liberali è la vera struttura nascosta e portante anche delle moderne democrazie rappresentative e delle loro società  ma ben conscio del paradosso di Carl Schmitt, si ritrae non diciamo dall’aderirvi ma dall’indicarne un suo possibile sviluppo, in un certo senso anche Valitutti affronta direttamente il problema, rileva cioè il paradosso Carl Schmitt, è del tutto consapevole degli (apparentemente) inestricabili problemi che questo paradosso si trascina ma, piuttosto  come fa La Grange , tenere ben dritta la barra e mantenere ferma questa imprescindibile regolarità della politica, approfitta del paradosso per mettere addirittura in discussione uno dei capisaldi del pensiero realista (fra poco vedremo come questo caposaldo sia in realtà esso stesso un’ipostasi, o meglio un’approssimazione, ma questo è un passo successivo al paradosso di Carl Schmitt non una sua elusione)  entrando così però in contraddizione con la sua stessa versione “cattiva” del liberalismo, messa in atto dal Valitutti, e questo è il nostro personale processo alle intenzioni di cui ci assumiamo in pieno la responsabilità, messa in scena solo per essere più realisti del re Carl Schmitt e sminuirne, per difendere il liberalismo minacciato dal reazionario Schmitt, il pensiero.

 

Sempre analizzando impeccabilmente  La Grange La politica come destino abbiamo appena letto e riproponiamo sottolineando:

 

«Il secondo punto [di Carl Schmitt, ndr] è il pessimismo antropologico. Si fonda sulla concezione pessimistica dell’uomo, che è la medesima su cui si fonda la scriminante etica (buono, cattivo) e la possibilità di scegliere, cioè la libertà. Ma, scrive Valitutti “Schmitt nell’individuare nella malvagità dell’uomo la molla che fa scattare la politica come distinzione fra amico e nemico, non si avvede che giunge a mettere in crisi proprio   quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana…giungendo, come giunge, al presupposto  della malvagità umana   come condizione da cui scaturirebbe la necessità della politica, intesa come distinzione fra amico e nemico , egli riconduce la politica stessa proprio ad uno dei termini della coppia degli opposti che è la coppia della vita morale”. Da ciò consegue la centralità dell’unità politica per comprenderne l’anti-liberalismo di Schmitt».

 

Vediamo quindi di dare a Valitutti quello che è di Valitutti. Valitutti, ci riferisce impeccabilmente La Grange, sa che il pessimismo antropologico è uno dei tratti distintivi (ma come vedremo subito: forse il meno “realista”) del realismo politico e giustamente inserisce Schmitt fra la schiera di questi pessimisti (fra l’altro un pessimismo antropologico quello di Schmitt rafforzato anche dalla sua sentitissima cultura cattolica controriformistica, aggiungiamo noi, un “piccolo” dettaglio questo delle radici cristiane non solo dell’odierno realismo ma anche dell’attuale Weltanschauung occidentale che svilupperemo fra poche battute). Valitutti, però, piuttosto che assumersi tutta la difficile problematicità del pessimismo antropologico schmittiano nel  quale giustamente individua la struttura portante della regolarità politica della polarizzazione amico/nemico così come rappresentata da Schmitt, approfitta delle contraddizioni interpretative che si porta dietro questa polarizzazione non tanto per mettere in dubbio il pessimismo antropologico tout court (il che sarebbe stata un’operazione importante, una rivoluzione, all’interno del realismo, e noi non chiediamo tanto) ma per screditare la coppia oppositiva amico/nemico di Schmitt e non contento di questo, per giustificare la sua sordità al magistero di Schmitt, ricorre ad una Weltanschauung impostata ad una francamente anacronistica crociana dialettica dei distinti: «[Schmitt] giunge a mettere in crisi proprio   quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana».

 

Non è questa la sede per discutere quanto nel Secondo dopoguerra il crocianesimo nella sua componente più caduca e più lontana dal realismo politico (quella, in altre parole, della Storia d’Europa nel secolo decimo nono del 1932) abbia negativamente influenzato quella parte di intellettuali che si opponevano al comunismo da un punto di vista liberale e conservatore (e anche volentieri riconosciamo che la “religione della libertà”, dal titolo del primo capitolo della Storia d’Europa nel secolo decimonono, imperante il regime fascista fu un punto importante di riferimento per molti intellettuali per i quali il regime aveva cessato di essere una forza mitopoietica) ; occorre però, a questo punto, e anche a futura memoria, una presa di posizione dello scrivente sia riguardo ai distinti più o meno crociani che siano sia riguardo al pessimismo antropologico (due problematiche che dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico sono strettissimamente correlate) non solo del liberalismo ma anche del realismo politico.

 

Sul piano della teoresi filosofica, uno dei principali appunti che il Repubblicanesimo Geopolitico muove al liberalismo è la visione pessimistica di fondo sull’uomo (e ovviamente, sotto questo punto di vista anche al realismo politico, solo che nel caso del realismo il pessimismo svolge la nobile funzione di smascheramento dei meccanismi conflittuali della società mentre nel liberalismo non è altro che un grimaldello per inculcare nella cultura e nelle masse una visione della società e dell’uomo improntata all’individualismo metodologico, meccanicistica, non dialettica e che annienta totalmente una qualsiasi mentalità – non diciamo chiara consapevolezza teorica – improntata ad una Weltanschauung animata da una qualsivoglia filosofia della prassi), una visione pessimistica liberale in cui l’origine la possiamo ritrovare nell’etica cristiana che vede nel conflitto il male (un male necessario  per il cristianesimo, da purgarsi attraverso il battesimo e con la partecipazione alla vita della comunità ecclesiale che inducendoci o ad una vita virtuosa ma anche  prolifica per generare nuovi cristiani, e quindi a un comportamento ancora macchiato dal peccato ma a suo modo necessario, o  ad una vita casta e santa, ci distacca dal male della vita secolare caratterizzata dal peccato del conflitto – peccato del conflitto che nel lessico religioso prende il nome di ‘peccato originale’, che trova una suo primo antidoto attraverso il battesimo –  e ci prepara per la vita in paradiso; per il liberalismo molto più semplicemente la natura malvagia dell’uomo è la benzina che consente, facendo leva sugli egoismi privati, di far funzionare, per eterogenesi dei fini, la società: vedi, oltre alla mano invisibile di Adam Smith, Bernard de Mandeville e la sua Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits, La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù), mentre questo male per il Repubblicanesimo Geopolitico non è né un elemento ineluttabilmente legato al mondo ma che lo deturpa (o che lo fa “marciare” secondo l’individualismo metodologico liberale, ma lo fa “marciare” utilizzando i vizi privati, secondo Mandeville) né il rovescio della medaglia  di una supposta natura malvagia dell’uomo ma altro non  è  che la mal interpretata manifestazione dell’azione dialettica conflittuale-strategica, che è la categoria onto-epistemologica che ci permette di unire in un coerente monismo le disiecta membra fra cultura e natura (disiecta membra per  il cristianesimo,  il meccanicismo galileano ed il liberalismo, tutti questi “fratelli diversi”, molto diversi, ma uniti dallo stessa visione del conflitto come male inevitabile anche se necessario e dove la conoscenza ipostatizzata di  questo “male” del conflitto non viene utilizzata nell’ambito dello sviluppo di una visione dialettica della realtà  ma per costruire un mondo diviso in vari settori non comunicanti dove, in ultima analisi, la categoria più importante è la polarizzazione fra un “alto” ed un”basso”, cioè fra virtù e peccato, attraverso la quale, ovviamente, il dominio deve essere della virtù, comunque declinata a seconda della visione assiologia dei vari summenzionati fratelli: in un senso certamente non pensato dal filosofo dei distinti, Croce aveva veramente ragione quando affermava che “non possiamo non dirci “cristiani” ”, perché, anche questa forma del religioso cova in sé i germi dell’azione dialettica conflittuale-strategica, anche se, evidentemente, non dell’ epifania strategica).

La scienza politica, filosofica e filosofica politica deve quindi aprirsi ad una riconsiderazione sulla rivoluzione scientifica galileana, che non ha solo significato una potente  ribellione contro il dogmatismo medievale e contro gli aspetti più superstiziosi della religione ma anche, se non soprattutto,  in ultima analisi  la trasposizione su un piano scientifico-meccanicistico della visione cristiana (immutabili leggi della natura comprensibili solo attraverso la matematica con la stessa morfologia delle leggi morali comprensibili solo attraverso gli indiscutibili ed eterni dettami contro il peccato il cui monopolio interpretativo è detenuto dalla Chiesa) che ha creato il  concetto di peccato  così come è stato vissuto dalla civiltà occidentale e che, in ultima analisi, non è che la separazione fra il mondo umano malvagio ma condotto dalla divinità ad una salvezza eterna ed il mondo della natura, peccaminoso per definizione, destinato ad una sempiterna  corruzione e alla definitiva cataclismatica distruzione con la fine del mondo ad opera della divinità stessa.

Non essendo pessimista ma dialettico, il Repubblicanesimo Geopolitico è intimamente rivoluzionario e non perché creda, come le ingenue dottrine rivoluzionarie del passato nella bontà dell’uomo (curioso sarebbe credervi visto che non crede alla sua cattiveria; e sotto sotto il marxismo, considerato dal punta di vista della sua visione antropologica, crede operando una vera e propria inversione, ma tutt’altro che dialettica, del pessimismo antropologico cristiano,  in una naturale bontà dell’uomo, solo che il diavolo è stato sostituito dal capitalista mentre la comunità dei santi è stata soppiantata dal proletariato) ma per il semplice fatto che la sua impostazione dialettica rifiuta qualsiasi legalità ossificata e considera lo status quo non come la realizzazione ad aeternum del piano di una provvidenza divina o storica ma semplicemente come la manifestazione dialettica di una totalità che solo nel suo sviluppo conflittuale-dialettico del rapporto del soggetto con l’oggetto (e nell’interscambiabilità, a livello di prassi storica e naturalistica, di questi due momenti, interscambiabilità che qualora trovi un suo cosciente autoriconoscimento di massa, viene definita dal Repubblicanesimo Geopolitico ‘epifania strategica’: epifania strategica che, in un certo senso, altro non è la traduzione realistica ed immanentizzazione della figura nascostamente soteriologica e di pretta ispirazione cristiana del proletariato, visto, prima da Marx e poi anche dalla stragrande maggioranza di coloro che da lui presero ispirazione ignorando la genealogia profonda della sua dottrina, come quel protagonista sociale di massa che avrebbe potuto condurre alla fuoruscita dal capitalismo, giudicato da costoro come il male, come il cristiano giudicava – e giudica – come male la concupiscenza) trova la sua stessa possibilità di esistere e manifestarsi.

Quello che abbiamo appena espresso altro non è, sotto il nostro punto di vista, sotto il duplice aspetto del ragionamento storico-genealogico che più prettamente teoretico dal punto di vista filosofico, la risoluzione di quello che noi abbiamo definito il paradosso Carl Schmitt, paradosso che segnala che la categoria amico/nemico se eccezionale per anatomizzare la vita politica e sociale non si dimostra altrettanto valida per comprenderne la fisiologia e la nostra soluzione del paradosso e che la coppia oppositiva amico/nemico altro non è che una declinazione, molto appariscente e molto importante ma solo una delle tante, dell’azione morfogenetica e dialettica, non solo sulla società e sulla politica ma di tutta la realtà, sia quella culturale che quella fisico-naturale, dell’azione-conflitto strategico. Ovviamente, sarebbe del tutto insensato imputare a Valitutti, come a qualsiasi altro, di non avere sviluppato per contro proprio quello che noi riteniamo la soluzione del paradosso Carl Schmitt (insensato oltre che per il semplice fatto che quello che per una mente appare non diciamo di facile soluzione ma, mettiamola così, “naturale” conseguenza di una serie di dati di fatto, per un’altra è cosa assolutamente assurda e oscura ma anche considerando tutti i pensatori realisti del passato che non giunsero mai ad una proposta ontologica e filosofica che superasse il problema del male nel senso da noi indicato) mentre, riteniamo, non è affatto insensato dal nostro punto di vista imputare a Valitutti una certa qual furberia intellettuale e aver approfittato del paradosso Carl Schmitt per screditarne tutto il pensiero. Su questo punto noi e il La Grange dissentiamo (concediamo magari a Valitutti il coraggio personale di aver “trattato” in un periodo storico in cui la sola accusa di essere fascisti o filofascisti poteva costare la carriera, se non qualcosa di molto peggio, ma non gli concediamo alcun coraggio intellettuale, troppa era la sua foga di voler difendere il liberalismo da un pensatore che egli, evidentemente, riteneva autoritario e molto affine come mentalità a coloro che indubbiamente sfidava trattando uno scomodo pensatore di destra), mentre, come più volte ribadito, a lui ci sentiamo del tutto vicini nell’aver compreso – e detto in ogni occasione a chiare lettere – che l’attuale narrazione liberale e democratica basata a livello ideologico sulla metafisica ipostatizzazione dei diritti umani e politici di derivazione illuminista non sta più letteralmente in piedi. E di questa consapevolezza possiamo per rendercene conto anche da quest’ultima recensione cumulativa.

«Nel discorso di Antigone è, di conseguenza, invertito il rapporto tra politica e diritto: per cui quella non domina questo, ma piuttosto vi è sottomessa; onde non vale il ricordato detto salus rei publicae suprema lex, ma piuttosto il fiat justitia, pereat mundus in cui la justitia è ciò che appare tale al cittadino. Anche in ciò la “modernità” di Creonte, rispetto ad Antigone è evidente: mentre la sua scelta ha carattere pubblico, perché, come sostiene Freund, il pubblico è in primo luogo, affermazione dell’unità, la seconda porta ad una scelta e ad un esito dissolutorio, essenzialmente riconducibile al  privato. […] La depolitizzazione, è anche, e in primo luogo, una privatizzazione: mentre gli “espropriati” non rappresentano che se stessi essendo (ridotti a) privati, chi esercita il potere pubblico rappresenta (e garantisce) l’unità politica. La modernità della posizione di Creonte quindi consegue alla capacità di assicurare l’unità e l’ordine politico-sociale. A cui è essenziale l’esercizio del comando: rapporto umano tra uomo ed uomo, l’uno che comanda, l’altro che obbedisce. Tutte considerazioni che sarebbero emerse e formulate, in modo chiaro e distinto, da Thomas Hobbes. […] Nello stesso tempo potere, comando, obbedienza, (coazione) sono rapporti tra uomo ed uomo e non tra uomo e norma, né tra uomo e divinità. Per far punire Creonte infatti Sofocle fa intervenire (anche se non in forma di personaggio teatrale) il potere soprannaturale: a un potere umano assoluto si può opporre solo un potere ancor più forte, che però non può essere umano. Ovviamente essendo l’intervento soprannaturale escluso in una visione moderna e quindi secolarizzata della politica e dello Stato, la sola “visione” proponibile è quella di Creonte.[…] In un certo senso [la posizione di Antigone, ndr] non è neppure assimilabile ad una visione cristiana. Se il cristianesimo riconosce una legge divina, ha tuttavia conferito carattere d’istituzione divina anche all’autorità umana, mentre connotati della posizione di Antigone sono l’istituzione divina della legge, ma il carattere totalmente umano dell’autorità e, accanto, la riserva della decisione alla persona. Nella teologia cristiana, di converso, è considerata istituzione divina anche l’autorità umana, come consegue sia dal notissimo passo dell’ “Epistola ai romani” di S. Paolo (13,1) sia dalle note frasi del Vangelo  per cui giuristi come Hauriou e Carré de Malberg hanno distinto tra dottrina del diritto divino soprannaturale e del diritto divino provvidenziale sostanzialmente riprendendo le tesi principali sul punto della teologia politica cristiana moderna. Ciò ha fatto si che l’appello alla legge divina, in una società cristiana, non sia un fatto di giudizio personale, ma circondato di condizioni e requisiti. La trattazione del tirannicidio e della seditio ne è un esempio: quasi tutti i teologi sia cattolici che protestanti legittimano l’uno e/o l’altro se vi sia una volontà pubblica prevalente orientata a detronizzare il tiranno, perché tota respublica superior est rege, il tutto peraltro a certe condizioni, differenti se il tiranno è tale absque titulo o quo ad regimen; e, ciò che costituisce la differenza essenziale, la “contestazione” dell’autorità è sempre fatta in funzione e in vista di un’autorità diversa, in un contesto cioè istituzionale; e avente carattere pubblico piuttosto che di rivendicazioni/istanze private, come, in larga misura, appaiono quelle di Antigone. Mentre la posizione di Creonte si colloca all’interno (ed in funzione) di un gruppo sociale umano, con i di esso modelli di ordine, presupposti e rapporti e la relativa concretezza, quella di Antigone, come detto, è un rapporto della coscienza con la divinità (la legge, la norma), ovvero con una dimensione ed entità ideale e (se non) astratta.»

 

Nelle Ragioni di Creonte di cui abbiamo appena riportato un’ampia citazione è proprio evidente con cristallina chiarezza che il La Grange non ha nessuna intenzione di cedere alla sirene ideologiche universalistiche (e favolistiche) del pensiero liberaldemocratico, talché non solo il brano riportato ma  tutte Le ragioni di Creonte possono essere riassunte dalla citazione ciceroniana molto opportunamente inserita nel testo salus rei publicae suprema lex. E con questa tanti saluti (si fa per dire, ma nemmeno più di tanto) del La Grange non solo dal punto di vista teorico alle suddette fantasticherie tutte incentrate sull’individualismo metodologico ma, assai più concretamente dal punto di vista della professione di La Grange, che ricordiamo è avvocato, giurista e giuspubblicista, anche all’idolatria messa in atto in Italia come all’estero nel perimetro delle c.d. democrazie rappresentative verso le costituzioni scritte, le quali sono tutte, taluna di più talaltra di meno, conformate ai principi politici universalistici di derivazione illuminista e all’individualismo metodologico liberale (a proposito della commiserazione del Nostro per l’ideologia costituzionale, La Grange alla nota 20 di  Machiavelli citando Louis De Bonald scrive:

«Tra cui citiamo Louis de Bonald il quale scrisse, in polemica con un libro di M.me de Staël che “La costituzione di un popolo è il modo della sua esistenza; e chiedersi se un popolo con quattordici secoli di storia, un popolo che esiste, ha una costituzione, è come interrogarsi, quando esiste, se ha il necessario per esistere; è come chiedere ad un arzillo ottuagenario se è costituito per vivere… La nazione era costituita, e così ben costituita, che essa non ha mai chiesto a nessuna nazione vicina la protezione della sua costituzione… proprio perché la Francia aveva una costituzione ed una costituzione solida, si è ingrandita un re dopo l’altro, anche quando questi erano dei deboli, sempre invidiata mai scalfita; spesso turbata mai piegata; uscendo vittoriosa dai rovesci più imprevedibili con i mezzi più insospettati, e non potendo perdersi che per una mancanza di fiducia nella propria fortuna” ed aggiunge “Una costituzione completa e ben congegnata non è quella che si arresta davanti ad ogni difficoltà, che le passioni umane e la varietà degli eventi possono far nascere, ma quella che prevede il mezzo di risolverli quando questi si presentano: come il fisico robusto non è quello che impedisce e previene le malattie, ma quello che da la forza di resistervi, e di ripararne prontamente i danni” v. Louis de Bonald, Observation ur l’ouvrage de M.me la Baronne de Stael, trad. it. di Teodoro Katte Klitsche de la Grange, La Costituzione come esistenza, Roma 1985, pp. 35-36.»).

 

Ma rafforzati anche da quest’ultima illuminazione di La Grange che attraverso la spassosa metafora debonaldiana del vecchietto che magari perché ignaro dei sacri principi della medicina e della biologia non dovrebbe essere nemmeno vivo (e quindi l’odierna Inghilterra siccome non possiede una costituzione scritta portando alle estreme conseguenze i deliri ideologici dell’odierna vulgata costituzionalista dovrebbe apparire, tuttalpiù, come  una informe serie di villaggi perennemente in guerra fra loro e dominati al loro interno come nei rapporti fra  loro dalla hobbessiana legge dell’ homo homini lupus), torniamo alla nostra precedente citazione presa dalle Ragioni di Creonte e riproponiamo all’attenzione la chiusura di questa:

 

«Ciò ha fatto si che l’appello alla legge divina, in una società cristiana, non sia un fatto di giudizio personale, ma circondato di condizioni e requisiti. La trattazione del tirannicidio e della seditio ne è un esempio: quasi tutti i teologi sia cattolici che protestanti legittimano l’uno e/o l’altro se vi sia una volontà pubblica prevalente orientata a detronizzare il tiranno, perché tota respublica superior est rege, il tutto peraltro a certe condizioni, differenti se il tiranno è tale absque titulo o quo ad regimen; e, ciò che costituisce la differenza essenziale, la “contestazione” dell’autorità è sempre fatta in funzione e in vista di un’autorità diversa, in un contesto cioè istituzionale; e avente carattere pubblico piuttosto che di rivendicazioni/istanze private, come, in larga misura, appaiono quelle di Antigone. Mentre la posizione di Creonte si colloca all’interno (ed in funzione) di un gruppo sociale umano, con i di esso modelli di ordine, presupposti e rapporti e la relativa concretezza, quella di Antigone, come detto, è un rapporto della coscienza con la divinità (la legge, la norma), ovvero con una dimensione ed entità ideale e (se non) astratta.»

 

Interessantissimi (tutti) gli spunti che possiamo cogliere in queste parole ed alcuni veramente rivoluzionari ed iconoclasti (iconoclasti ovviamente rispetto alle idiozie che ci vengono di solito propalate del discorso politico, politologico e/o filosofico politico e non certo verso gli autentici valori della tradizione cristiana-occidentale di cui Teodoro Klitsche de la Grange, come Carl Schmitt del resto, è profondo conoscitore ed ardente estimatore). Analizziamo i principali partitamente. Innanzitutto che la tradizione cristiana ammette la detronizzazione del tiranno (e noi aggiungiamo anche il tirannicidio, ma la Grange proprio per una sua personale avversione alle soluzioni violente  non lo dice e ci permettiamo di dirlo noi) qualora il tiranno non sia stato legittimato da un superiore contesto istituzionale o da una superiore legge morale che, però, a differenza dell’attuale ideologia dirittoumanistica, non deve essere una legge superiore che garantisce gli ipostatici ed individualistici  diritti umani e/o politici (sempre individualisticamente intesi) ma una legge superiore che in un consolidato  contesto dal punto di vista tradizionale ed autoritativo garantisce la vita ordinata della comunità. È chiaro che qui come Stimmung siamo dalle parti di un certo Carl Schmitt e del suo konkrete Ordnungsdenken. Ma il punto veramente potenzialmente rivoluzionario (ed intrinsecamente dialettico per le conseguenze che ne derivano) è dove La Grange afferma: «Mentre la posizione di Creonte si colloca all’interno (ed in funzione) di un gruppo sociale umano, con i di esso modelli di ordine, presupposti e rapporti e la relativa concretezza, quella di Antigone, come detto, è un rapporto della coscienza con la divinità (la legge, la norma), ovvero con una dimensione ed entità ideale e (se non) astratta.» Dal nostro punto di vista, il momento rivoluzionario non sta tanto nel fatto che qui l’eroe diventa Creonte piuttosto che Antigone, portatore quest’ultimo, in ultima analisi, di istanze unicamente personalistiche, se fosse solo per questo saremmo qui in presenza solo di un giudizio iconoclasta rispetto alla consolidata vulgata che afferma il contrario, quello che è veramente rivoluzionario, sia rispetto alla tradizione cristiana e contemporaneamente rispetto alla tradizione giusnaturalistica diritto umanistica, è che il Salus rei publicae suprema lex esto (motto, ricordiamo così tangenzialmente, posto anche nello stemma dell’esercito italiano) viene sottratto sia da qualsiasi ipotesi giustificatoria dirittoumanistica ma  anche da una dimensione, almeno così come astrattamente intesa da Antigone, divina, così che il risultato è che, apparentemente, questa salvezza o salute della comunità e/o delle istituzioni che la governano rischia di rimanere appesa nel vuoto ed il concreto Creonte (concreto e positivo per La Grange, come anche per noi) rischia di navigare in un vuoto etico e morale e diventare, nonostante le sue migliori intenzioni, proprio un tiranno (cosa che La Grange proprio non pensa che sia come non lo pensiamo noi). E allora? E allora noi, dal nostro punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico, in ossequio all’ideale limite operativo dell’epifania strategica, nonché conseguenti (almeno su questo speriamo di essere giudicati coerenti)  proponiamo in via euristica la (non piccola) modifica del motto ciceroniano  salus rei publicae suprema lex in salus belli suprema lex (sperando, con ciò, ovviamente, di non far credere che  si voglia la guerra civile o che si sia nostalgici dei guerrafondai di cartone o che   ci si senta nietzscheanamente   investiti di qualche superomistico compito storico: molto più semplicemente si spera di essere compresi nel nostro considerarci modesti eredi di una filosofia della prassi i cui eroi abbiamo qui già citato ed anche nei nostri precedenti lavori…).

 

Che la salute (o la salvezza) del conflitto  (detto ancor più chiaramente e con il nostro lessico: dell’azione-conflitto dialettico-strategico,  generatore non solo della società ma anche del mondo fisico naturale e che viene  dal Repubblicanesimo Geopolitico definito ‘epifania strategica’ qualora venga riconosciuto ed apprezzato positivamente attraverso il suo (auto)riconoscimento di massa e giungendo così alla sua piena entelechia     – una epifania strategica così intesa che ha molto a che spartire con la monolitica e primigenia – ma non totalitaria! – concezione schmittiana della sovranità e con l’idea gramsciana di egemonia: per questo raffronto – e profonda analogia –  fra il concetto schmittiano di sovranità e il concetto gramsciano di egemonia cfr.: Andreas Kalivas, Hegemonic sovereignty: Carl Schmitt, Antonio Gramsci and the constituent prince, “Journal of Political Ideologies” (2000), 5(3), pp.343-376; URL https://www.scribd.com/document/36412380/Kalyvas-Andreas-2000-Hegemonic-Sovereignty-Carl-Schmitt-Antonio-Gramsci-and-the-Constituent-Prince ; WebCite: http://www.webcitation.org/71QHstIbT e

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.scribd.com%2Fdocument%2F36412380%2FKalyvas-Andreas-2000-Hegemonic-Sovereignty-Carl-Schmitt-Antonio-Gramsci-and-the-Constituent-Prince&date=2018-08-04. File caricato anche su InternetArchive agli URL:  https://archive.org/details/HegemonicSovereigntyCarlSchmittAntonioGramsciAndTheConstituentPrince e

https://ia601501.us.archive.org/22/items/HegemonicSovereigntyCarlSchmittAntonioGramsciAndTheConstituentPrince/36412380-Kalyvas-Andreas-2000-Hegemonic-Sovereignty-Carl-Schmi.pdf) sia il più o meno riconosciuto orizzonte limite di La Grange c’è fortemente da dubitare,  vista sia la sua salda appartenenza ad una sorta di liberalismo “forte”, indubbiamente quello stesso liberalismo “forte” impregnato di pensiero realista, cui lo stesso Valitutti faceva riferimento in polemica con Schmitt ma che in Valitutti trovava ben misera espressione mentre in La Grange l’innesto è assai più vigoroso e del tutto consapevole ed ammesso (Valitutti non amava Schmitt mentre per La Grange il pensatore di Plettenberg è un faro guida; in Valitutti il respingimento di Carl Schmitt da luogo in La politica come destino a mediocri banalità; in tutta la produzione di La Grange il pensiero di Carl Schmitt da luogo a meravigliose contraddizioni e punti di crisi che sono per noi fondamentali per cercare di spingere oltre il pensiero di Carl Schmitt); ed è da dubitare, anzi siamo del tutto sicuri, visto che la sua vicenda culturale e umana è conclusa da tempo, che l’ ‘epifania strategica’ fosse l’obiettivo limite di Carl Schmitt. Ma come assisteremo nel gioco di rispecchiamento finale con Amleto o Ecuba, vedremo che l’epifania strategica costituisce veramente il “tabù della regina” del pensiero schmittiano. Non tanto quindi per attribuire ad altri pensieri e propensioni che sono solo nostre ma per confermare l’estrema densità del pensiero realista di La Grange, riteniamo che la seguente citazione da Note su Costituzione e interpretazione costituzionale, 2° parte, intervento di La Grange anch’esso incluso in  quest’ultima recensione cumulativa, sia una delle più significative per delineare un pensiero intrinsecamente dialettico connotato da un incipiente manifestarsi di una consapevolezza dissolvente vecchi ed ossificati “distinti”: ragione vs autorità (e implicitamente forza-violenza vs astratta razionalità), e quindi intimamente strategica e così veramente rivoluzionaria nella sua forza di rinnovamento delle “categorie del realismo”:

 

«Avendo sostenuto Baldassarre “che l’antica massima hobbesiana –vero manifesto del positivismo giuridico in tutte le sue forme – auctoritas, non veritas, facit legem sia ormai inattuale. Se ne  deve concludere che nello stato costituzionale di diritto “ratio, non auctoritas, facit legem”. Una tale tesi non è condivisa da Guastini: “La tesi che il diritto nasca non dall’autorità, ma dalla “verità” o dalla “ragione” (così sostiene Baldassarre), significa che le norme giuridiche sono il prodotto non di atti di volontà, bensì di atti di conoscenza: di conoscenza, dobbiamo supporre, non della (eterna) “natura” umana, bensì dei “costumi” e della “coscienza sociale”. E ciò implica che le norme giuridiche – proprio come le proposizioni scientifiche – possono dirsi vere o false. Tesi classica dei giusnaturalisti, d’altronde, i quali disgraziatamente non hanno mai saputo indicare a noi, poveri giuspositivisti, quali mai possono essere i criteri di verità degli enunciati del discorso prescrittivo […]”. Tuttavia sia che si tratti d’interpretare norme, sia di applicare principi (e/o valori) le due posizioni si riferiscono entrambe al diritto statuito (e scritto) tralasciando così tutto ciò che non è scritto né statuito. Quanto all’altra questione – che più interessa ai fini del presente scritto – se il diritto nasca dall’autorità o dalla ragione (verità), occorre appena ricordare che un simile dilemma (se la legge sia atto della volontà e dell’intelletto) era stato largamente dibattuto dai teologi e la soluzione che dava Suarez non era un “aut…aut” ma un “et…et”, nel senso che la legge era atto sia d’intelletto che di volontà. La legge positiva è sia  ratio che voluntas; che sia la seconda è evidente; e che presupponga (e incorpori) anche la ratio (quasi altrettanto) evidente, giacché una legge bizzarra e/o superflua non è suscettibile di esecuzione e coazione, diventando così una bizzarria normativa, non potendo essere un comando eseguibile. Se, come sostiene chi scrive, la costituzione non è (solo) un atto, e spesso neanche scritto, resta da vedere come si possa interpretare/applicare ciò che non è né scritto né statuito.»

 

La Grange mostra di non credere nell’hobbessiano auctoritas non veritas facit legem (Leviatano, 1651, parte 2°, cap. 26°)  ma non crede neppure nella meccanica inversione del detto hobbessiano nel “ratio, non auctoritas, facit legem” – per quanto anche dalla precedente cumulativa abbiamo visto che La Grange propende per il pensiero istituzionalista, il suo istituzionalismo non significa certo un arretramento, come nello Schmitt, verso un’ involuzione dell’impostazione decisionista manifestatasi nel giuspubblicista di Plettenberg nell’ Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens cit. , ma, molto saggiamente, il radicale ed intransigente rifiuto del positivismo giuridico di stampo normativista alla Kelsen e delle sue successive ed inevitabili ulteriori volgarizzazioni ideologiche così come praticate da tutti i ceti semicolti (di sinistra ma anche di destra, nessuno escluso). E allora?

 

E allora forse, forse un “tabù della regina”, forse un nano gobbo nascosto sotto la scacchiera, forse una verità così elementare che nella sua bellezza e dialetticità è sempre stata conosciuta ma mai esplicitamente (auto)riconosciuta, potremmo forse affermare che la profonda verità nascosta nei testi del La Grange e di tutti i grandi realisti, Schmitt in primo luogo, è bellum, non veritas, facit legem, et facit societatem, et facit naturam, et facit veritatem?

 

«Eppure, è necessario distinguere e separare il Trauerspiel dalla tragedia, perché non vada perduta la specifica qualità del tragico e non scompaia, data la nozione di gioco implicita in Trauerspiel, la serietà della vera azione tragica. Esiste oggi un’importante filosofia, e perfino una teologia, del gioco. Ma c’è stata anche un’autentica forma di religiosità, che ha concepito se stessa, e l’esistenza mondana nella sua dipendenza da Dio, come un «gioco di Dio», secondo quanto si afferma nel canto della Chiesa evangelica: «in Lui tutte le cose hanno il loro fondamento ed il loro fine,/ed anche tutto ciò che l’uomo compie è un grande gioco di Dio.» Lutero, seguendo i cabalisti, ha parlato del gioco che tutti i giorni, per alcune ore, Dio gioca con il Leviatano. Un teologo luterano, Karl Kindt, ha spiegato il dramma di Shakespeare come «un’opera wittemberghese» ed ha fatto di Amleto un «attore di Dio». Teologi di entrambe le confessioni citano i versetti 30-31 del capitolo VIII dei Proverbi di Salomone, che nella traduzione di Lutero suonano: «quando gettava le fondamenta di tutte le cose, io ero presso di Lui come architetto, e mi compiacevo giorno per giorno, e giocavo (spielte) di continuo in Sua presenza; e giocavo (spielte) sul globo della terra. Nella Vulgata si dice: «ludens in orbe terrarum». Non è questa la sede per interpretare questo oscuro passo biblico, né per trattare il rapporto della liturgia ecclesiastica e del Suo sacrificio con un concetto tanto profondo di gioco. L’opera di Shakespeare, in ogni caso, non ha nulla a che fare con la liturgia della Chiesa: essa non ha né rapporti con la Chiesa né, al contrario del teatro francese classico, si situa nello spazio delimitato dalla sovranità dello Stato. L’idea che Dio giochi con noi può esaltarci in una teodicea ottimistica tanto quanto sprofondarci nell’abisso di una disperata ironia o di un agnosticismo privo di certezze. Lasciamo quindi da parte questo versante del problema. Del resto, proprio il termine tedesco Spiel presenta un’infinità di aspetti e rivela la possibilità di accezioni anche antitetiche. Un uomo che – seguendo le note di uno spartito, manoscritto o stampato – tocchi col suo archetto il violino, soffi nel flauto o batta sul tamburo, definisce tutto ciò che, seguendo le sue note, viene così facendo, in un modo solo: «suonare» (spielen). Chi colpisce un pallone secondo regole determinate afferma di  «giocare» (e parimenti usa il verbo spielen). Piccoli fanciulli e vivaci gattini «giocano» in modo particolarmente intenso, e lo stimolo a giocare deriva loro dal fatto che non giocano secondo regole rigide, ma in tutta libertà. Così – dalle opere dell’Altissimo, onnisciente e onnipotente, fino agli impulsi delle creature irrazionali – tutto l’ambito del possibile, incluse anche tutte le possibili contraddizioni, viene ricondotto al concetto di Spiel. Rispetto a tale soluzione indeterminata, restiamo dell’opinione che – almeno per quanto riguarda noi miseri mortali – nel gioco c’è la  negazione del caso serio. Il tragico cessa là dove comincia il gioco, anche se questo è un gioco che porta al pianto, anche se è un gioco triste per spettatori tristi, anche se è un Trauerspiel profondamente coinvolgente. Non è assolutamente possibile trascurare, almeno per quanto riguarda il Trauerspiel shakespeariano, che il tragico è per sua essenza non «giocabile»; in Skakespeare, invece, perfino nelle sue cosiddette tragedie, viene alla luce, appunto, un carattere di gioco.» (Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., pp. 79-82).

 

Se già dalle prime parole dell’Amleto o Ecuba Carl Schmitt aveva sciolto in maniera alquanto semplicistica il tabù della regina affermando che nel dramma shakespeariano il problema della colpevolezza o correità della regina nell’assassinio del marito viene, in sostanza, eluso e rimosso in ragione dell’inopportunità politica di rappresentare l’assassinio del marito per via delle allusioni che avrebbero potuto investire la figura di Maria Stuarda e  conferendo quindi all’Amleto, attraverso un inquadramento così poco eroico e da mestierante teatrale all’autore del dramma, una dimensione assai poco poetica e molto prosaica, nel passo appena citato siamo trasportati in tutt’altra dimensione, una dimensione dove è fondamentale Il dramma barocco tedesco di Walter Benjamin (Walter Benjamin, Ursprung des deutschen Trauerspiels, Berlin, Ernst Rowohlt Verlag, 1928; trad. it. Il dramma barocco tedesco, Torino, Einuadi, 1971), nel quale Benjamin traccia una netta demarcazione fra tragedia classica, che implicava la credenza nel mito e in un mondo di valori basati su una realtà oltreumana (tanto per fare un esempio attinente a questa rassegna critica, Antigone è il tipico esempio di tragedia classica basata nella credenza di valori eterni la cui tutela  va ben oltre la pur necessaria, ma subordinata, salvezza dello Stato) e il dramma moderno, che è caratterizzato da un’agire dei personaggi  che hanno perso un qualsiasi rapporto con la trascendenza e in cui il gioco, anche se luttuoso (Trauerspiel, traducibile oltre che come ‘dramma’ anche come ‘gioco luttuoso’), cioè lo scontro e gli intrighi dei protagonisti, non ha alcun punto d’appoggio esterno che lo possa giustificare se non il raggiungimento degli obiettivi posti, unico fine e giustificazione vera dell’azione stessa. Da ciò, cioè dalla perdita della dimensione mitica del rapporto col mondo extraumano, deriva, secondo Benjamin, che la tragedia classica trova la sua dimensione espressivo-culturale nel simbolo mentre il dramma moderno, il ‘gioco luttuoso’ del Trauerspiel ( o nella traduzione italiana, il ‘dramma barocco’, traduzione giustificata dal fatto che il Dramma barocco tedesco riguarda espressamente l’estetica del periodo barocco) nell’allegoria. Leggiamo dal prima parte del capitolo “Allegoria e dramma barocco” del Dramma barocco tedesco:

 

«In questo movimento eccentrico e dialettico l’interiorità senza  opposizioni del classicismo non gioca alcun ruolo perché i problemi attuali del Barocco in quanto dimensione politico-religiosa non riguardavano tanto l’individuo e la sua etica, quanto la sua appartenenza alla comunità ecclesiale. Contemporaneamente al concetto profano di simbolo, proprio del classicismo, viene formandosi il suo pendant speculativo, quello dell’allegoria. È vero che una dottrina vera e propria dell’allegoria non vide la luce allora, né mai era esistita in precedenza. Definire  «speculativo» il nuovo concetto di allegoria è nondimeno giustificato, poiché esso si propone in effetti come lo sfondo oscuro sul quale si doveva staccare il mondo luminoso del simbolo. Alla pari di molte altre forme espressive, l’allegoria non perde il suo significato per il semplice di  «invecchiare». Piuttosto, anche qui come in molti altri casi entra in gioco un antagonismo tra il significato più antico e il più recente, un antagonismo tanto più incline a risolversi  nel silenzio in quanto privo di concetti, profondo e radicale. […]  Mentre  nel simbolo, con la trasfigurazione della caducità, si manifesta fugacemente il volto trasfigurato della natura nella luce della redenzione, l’allegoria mostra agli occhi dell’osservatore la facies hippocratica della storia come irrigidito passaggio originario. La storia in tutto ciò che essa ha  fin dall’inizio di immaturo, di sofferente, di mancato, si imprime in un volto, anzi: nel teschio di un morto.  E se è vero che ad esso manca ogni libertà  «simbolica» dell’espressione, ogni armonia classica della figura, ogni umanità, in questa figura – che è fra le tutte la più degradata – si esprime significativamente sotto forma di enigma, non solo la natura dell’esistenza umana in generale, ma la storicità biografica di una singola esistenza. È questo il nucleo della visione allegorica, della esposizione barocca, profana della storia come via crucis mondana: essa ha significato solo nelle stazioni del suo decadere. Tanto è il significato quanto è l’abbandono alla morte, perché è proprio la morte a scavare più profondamente la linea di demarcazione tra physis e significato. Ma se la natura è da sempre esposta alla morte, allora essa è allegorica da sempre. Il significato e la morte maturano nello sviluppo della storia, così come sono contenuti in germe, l’uno nell’altro, nello stato peccaminoso e senza grazia della creatura.» (Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino, Einuadi, 1999, pp. 135-141).

 

Se andiamo bene a leggere l’ultima citazione dell’Amleto o Ecuba, vediamo che centrale in quest’opera dello Schmitt non è tanto giustificare in maniera banale il “tabù della regina” ma esprimere, anche se in maniera forse non del tutto consapevole e forse proprio ostacolato dal suo peculiare  “tabù della regina”, la natura giocosa (anche se si tratta di un gioco luttuoso) dello spirito dell’Amleto, una riflessione quella di Schmitt quindi di carattere prettamente estetico che sembrerebbe alquanto lontana dagli interessi di un giuspubblicista come Carl Schmitt, mentre di spirito prettamente realista, anche se di un livello molto basso, è la tesi che apparentemente sostiene l’Amleto o Ecuba di un Shakespeare che non ha trovato nulla di meglio per ragioni di opportunità politica di far agire Amleto in maniera incoerente risparmiando la madre del principe di Danimarca dalla sua vendetta. Ma proprio questo è il punto: il punto è cioè che nell’Amleto o Ecuba convivono due tabù, il primo quello denunciato espressamente nel saggio mentre il secondo ci viene proprio rivelato dalle appena citate considerazioni in merito a Shakespeare e al suo dramma luttuoso, che sono anche considerazioni di tipo estetico ma che, in nuce, nascondono il vero interesse, forse nemmeno del tutto chiaro al giuspubblicista di Plettenberg, che Schmitt ha per l’Amleto, cioè che  il  dramma “giocoso” shakespeariano possa essere una sorta di schema speculare – o addirittura forse antecedente – alla fondamentale categoria del politico dell’amico/nemico, uno schema speculare o antecedente che dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico chiamiamo azione dialettica conflittuale-strategica (o azione-conflitto dialettico-strategico)  e una evoluzione teorica della sua categoria dell’amico/nemico che Schmitt non ebbe mai il coraggio di elaborare fino in fondo.

 

Ed è fondamentale sottolineare che nella formulazione nell’Amleto o Ecuba di questa possibile consapevolezza aurorale   della primigenia categoria del politico dell’azione-conflitto dialettico-strategico  – nonché anche della profonda avversione e disgusto verso questo baluginare di nuova consapevolezza teorica –  un ruolo fondamentale abbia giocato il Dramma barocco tedesco di Walter Benjamin, forse percependo Schmitt  questa  potenziale evoluzione teorica della categoria amico/nemico profondamente influenzato dalla portata non solo luttuosa ma anche necròfora della concezione benjaminiana dell’allegoria legata indissolubilmente al dramma moderno, alla sua dimensione di gioco – noi diciamo: alla sua dimensione di azione strategica – , legata, in definitiva, all’assenza di una qualsiasi possibilità di salvezza, prospettiva che doveva profondamente ripugnare al cattolico controriformista Carl Schmitt?; addirittura, l’ultimo capitolo dell’Amleto o Ecuba, “l’Excursus II”, reca come sottotitolo “Sul carattere barbarico del dramma Shakesperiano. A proposito del “Dramma barocco tedesco” di Walter Benjamin” e nell’Excursus II, accanto alle tematiche geopolitico-filosofiche che hanno caratterizzato l’ultima parte della produzione dello Schmitt – e della quale il Nomos della terra è una sorta di summa – e colleganti la novità del dramma luttuoso shakespeariano  al passaggio dell’Inghilterra da vecchio nomos della terra ad una concezione della spazialità e della sovranità tipica di una potenza marittima –   «Il dramma shakespeariano rientra nella prima fase della rivoluzione inglese, se questa la facciamo cominciare –  come è possibile e sensato – dalla distruzione dell’Armada nel 1588 e terminare con la cacciata degli Stuart  nel 1688. Durante questi cento anni sul continente europeo si sviluppa, dalla neutralizzazione delle guerre civili di religione, un nuovo ordine politico, lo Stato sovrano, un imperium rationis come lo chiama Hobbes, ovvero, come afferma Hegel, un regno – non più teologico – della ragione oggettiva, la cui ratio pone fine all’epoca degli eroi, al diritto eroico, alla tragedia eroica (Hegel, Filosofia del diritto,  §§ 93 e 218).»: Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit, pp. 112-113 (2) –, vediamo anche espressamente riconosciuta l’importanza per Carl Schmitt dal punto di vista filosofico-politico di  Walter Benjanin e del suo  Dramma barocco tedesco:  «Walter Benjamin tratta la differenza fra Trauerspiel e tragedia (Il dramma barocco tedesco, trad. it., Torino, Einuadi, 1971, pp. 42-165) e parla, giusta il titolo del suo libro, soprattutto del dramma barocco tedesco. Ma l’opera è ricca di importanti osservazioni e di acuti giudizi, sia sulla storia dell’arte e sulla storia delle idee in generale, sia anche sul dramma shakespeariano ed in particolare su Amleto. Particolarmente feconda mi sembra la caratterizzazione di Shakespeare nel capitolo Allegoria e dramma barocco, dove si dimostra che l’allegoria in Shakespeare è essenziale quanto l’elementare. «Qualunque espressione elementare della Creatura diventa significativa [in Shakespeare] attraverso la sua esistenza allegorica e tutto quello che è allegorico acquista energia attraverso  l’elementarità del mondo dei sensi» (p. 249) Di Amleto si dice che  «nella chiusura di questo dramma [Trauerspiel] balena, in esso incluso e, certo, anche in esso superato, il dramma del destino» (p. 140)».: Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., pp. 109-110).

 

«Perché a questo attore scorrono/le lacrime dagli occhi?/Per Ecuba!/Che cosa è Ecuba per lui?/E lui per Ecuba?/Che cosa farebbe dunque, se avesse perduto/quel che ho perduto io?/Se avesse avuto il padre assassinato/e gli fosse stata strappata una corona?».

 

Queste battute sono tratte dal monologo di Amleto, atto II, scena 2° dal testo del 1603 della tragedia di Shakespeare e furono messe da Carl Schmitt in esergo del suo Amleto o Ecuba, e rappresentano la strana reazione di Amleto di fronte alla capacità degli attori (da lui convocati per mettere in atto, a loro insaputa, la trappola per topi: gli attori avrebbero dovuto recitare una tragedia la cui trama, del tutto analoga alla vicenda dell’uccisione del padre del principe di Danimarca, avrebbe dovuto far perdere una volta rappresentata di fronte agli assassini del padre il loro autocontrollo e quindi costituire la prova del loro delitto) di provare, o mostrare di provare, maggiore dolore per la morte di Ecuba –  personaggio fittizio e che con loro aveva, evidentemente, solo il rapporto di essere un fantasma evocato dalla finzione teatrale –  che Amleto per la morte reale di suo padre. Nel capitolo dell’Amleto o Ecuba “Il dramma nel dramma: Amleto o Ecuba”, Carl Schmitt svolgendo l’esegesi di questo monologo di Amleto e dello spettacolo nello spettacolo del III atto (la trappola per topi) mostra che finalmente è riuscito a dare un’interpretazione assolutamente meno banale del “tabù della regina” e con essa che forse, ma è solo una nostra interpretazione, a sciogliere anche il suo personale “tabù della regina” che gli impediva una evoluzione della sua “categoria del politico” amico/nemico:

 

«L’attore che declama davanti ad Amleto la morte di Priamo, piange per Ecuba. Ma Amleto non piange per Ecuba; con un po’ di stupore, egli scopre che vi sono uomini i quali, nell’esercizio della loro professione, piangono per cose a cui, nella realtà effettuale della loro esistenza e nella loro vera condizione sono del tutto indifferenti, per cose, cioè, che non li riguardano. Amleto si avvale di questa esperienza per rimproverarsi aspramente, per riflettere sulla propria situazione e per sospingersi ad agire, ad adempiere la propria missione di vendetta. Non è pensabile che Shakespeare, in Amleto, avesse come unica intenzione di fare del suo Amleto un’Ecuba, di farci piangere su Amleto come l’attore piange sulla regina di Troia. Ma noi finiremmo davvero col piangere allo stesso modo per Amleto come per Ecuba, se volessimo separare la realtà della nostra esistenza presente dalla rappresentazione teatrale. [evidenziazione nostra] Le nostre lacrime sarebbero in tal modo lacrime di attori. Non avremmo più nessuna causa e nessuna missione, e le avremmo sacrificate per godere del nostro interesse estetico al gioco del dramma.  Ciò sarebbe grave, poiché dimostrerebbe che a teatro abbiamo altri dèi che al fòro o sul pulpito. Il teatro nel teatro del III atto di Amleto non solo non è uno sguardo dietro le quinte, ma, al contrario, è lo spettacolo stesso, per una volta davanti alle quinte. Ciò presuppone la presenza di un fortissimo nucleo di realtà e di attualità. In caso contrario, infatti, il raddoppiamento renderebbe il gioco del dramma ancora più teatrale, sempre più inverosimile e artificioso: un dramma sempre più falso, fino a diventare, in conclusione, una «parodia di sé stesso». Soltanto un fortissimo nucleo di attualità sopporta la doppia messa in scena di un teatro dentro il teatro. Ci può ben essere dramma nel dramma, ma  non si dà tragedia nella tragedia. Il teatro nel teatro nel III atto di Amleto è pertanto una prova grandiosa ed esemplare del fatto che un nocciolo di attualità e di realtà storica presente – l’assassinio del padre di Amleto/Giacomo ed il matrimonio della madre con l’omicida – ha avuto la forza di esaltare il gioco drammatico in quanto tale, senza distruggere il tragico. Diviene allora tanto più decisivo per noi il sapere che quest’opera, Amleto principe di Danimarca – che suscita sempre nuovo fascino, proprio in quanto gioco drammatico –, non si risolve in  gioco senza residui. Esso contiene altro, oltre agli elementi del gioco drammatico, che è allora, in questo senso, non compiuto. La sua unità di tempo, luogo e azione non è conchiusa, e non dà luogo ad un processo autosufficiente. Presenta anzi due grandi varchi, attraverso i quali irrompe un tempo storico nel tempo ludico: e l’imprevedibile flusso di sempre nuove possibilità interpretative, di sempre nuovi e del tutto insolubili enigmi, penetra in quello che, per il resto, è davvero gioco drammatico. Le due irruzioni – il tabù che vela la colpa della regina e la deviazione della figura del vendicatore, che ha condotto all’amletizzazione dell’eroe – sono due ombre, due punti oscuri. Non sono per nulla semplici implicazioni storico-politiche, né mere allusioni, e neppure veri e propri rispecchiamenti: sono realtà, recepite e rispettate nel gioco del dramma, che proprio intorno ad esse gira timidamente. Esse disturbano il carattere disinteressato del puro gioco, e sono quindi, da questo punta di vista, un minus. Ma hanno fatto sì che il personaggio teatrale di Amleto sia potuto diventare un autentico mito, e pertanto sono un plus, poiché hanno elevato il Trauerspiel a tragedia.»(3) (Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., pp. 84-87)

 

Carl Schmitt nell’Amleto o Ecuba attraverso l’apertura all’allegoria – che, contrariamente a quanto afferma Walter Benjamin nel Dramma barocco tedesco ha percepito che essa può essere anche cosa buona e luminosa come il simbolo o, addirittura, può essere allegoria e simbolo al tempo stesso –  si apre (e apre noi) alla possibilità di una fondamentale evoluzione della “categoria del politico” dell’amico/nemico. Anche la ricerca di Teodoro Klitsche de la Grange è aperta ad interessantissime evoluzioni che, per quanto sia azzardato affermare che siano le nostre evoluzioni, sono fondamentali per le nostre evoluzioni. Un aspetto fondamentale però divide Teodoro Klitsche de la Grange da Carl Schmitt e ciò conferisce al vicendevole rispecchiamento fra questi due autori un carattere particolare, l’aspetto – proprio come nel rapporto  fra osservatore ed osservato della fisica quantistica o, se vogliamo, del rapporto  di interscambio fra soggetto ed oggetto di ogni filosofia della prassi – di un costante e dialettico rapporto attivo di La Grange e con la  fenomenologia culturale, storica, giuridica, politica e sociale oggetto della sua indagine in tutta la sua produzione e all’interno di questa dell’autore stesso con l’interezza di questa, la quale in questo bidirezionale rapporto di rispecchiamento autore/produzione trova proprio il suo profondo fascino. Cosa che proprio non può essere detta per Carl Schmitt che, per quanto autore dialettico, procede a balzi, per sprazzi, ed è soggetto, come dimostra la sua storia personale ed il suo percorso intellettuale, anche a grandi cadute. In altre parole, lo spirito del  monologo di Amleto dell’atto II, scena 2° dell’immortale opera di Shakespeare lo possiamo trovare in tutta la produzione di La Grange e non in un singolo, per quanto fondamentale momento della sua produzione. La Grange, cioè, pur avendo ben presente, proprio per la sue molteplici diramate radici e  profonde e feconde stratificazioni culturali cristiane,   che il simbolo può mostrare (o celare dentro di sé) il volto dell’allegoria che  «mostra agli occhi dell’osservatore la facies hippocratica della storia come irrigidito passaggio originario. La storia in tutto ciò che essa ha  fin dall’inizio di immaturo, di sofferente, di mancato, si imprime in un volto, anzi: nel teschio di un morto» (vedi Le ragioni di Creonte, dove la tragedia Antigone perde la sua luminosa carica simbolica assegnatagli dalla tradizione esegetica per assumere su di sé tutto il peso  luttuoso  dell’allegoria del moderno Trauerspiel, del dramma moderno), mantiene costantemente la consapevolezza che al lugubre e mortuario  telos della “trappola per topi” non possa essere opposto, contrariamente a quanto vuole illudersi il controriformistico Carl Schmitt, alcun salvifico Katechon. Ma così facendo, contrariamente a Carl Schmitt che si apre ad altre possibilità simboliche dal Catechon solamente a sprazzi ed in intemittenti occasioni (la maggiore delle quali è l’Amleto o Ecuba), proprio per questa, dicevamo, costante e ferma consapevolezza che il Katéchon non è il simbolo salvifico ma la più mortale delle allegorie, La Grange è anche costantemente aperto anche ad altre possibilità simboliche, fra le quali pensiamo trovino un posto anche quelle del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

E soprattutto per questa costante possibilità di gioco di rispecchiamento dove i nostri simboli, pur rasentando costantemente – lo ammettiamo –, proprio per la loro natura immanentistica, un luttuoso processo di allegorizzazione, possono mantenere – come accade con una fenomenale inversione da allegoria e simbolo e apparente contraddizione nella trappola per topi del teatro nel teatro dell’Amleto e con enigmatica ma mitopoietica espressività nel monologo di Amleto dell’atto II, scena 2° dell’omonima tragedia –  intatto, attraverso il costante dialogo con un altro pensiero, un “principio  speranza”, dobbiamo sempre più grande riconoscenza a Teodoro Klitsche de la Grange.

 

 

 

 

 

NOTE

 

1) L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni fu  una conferenza che Carl Schmitt tenne nel 1922,  ora pubblicata in italiano  anche in Carl Schmitt, Le categorie del ‘politico’ cit.,  pp. 167-183.

 

2 ) E aggiunge: «L’Inghilterra dell’epoca Tudor era per molti aspetti avviata verso la formazione di uno Stato. La parola state compare, col suo significato specifico, in Marlowe e in Shakespeare, e merita una ricerca filologica particolare. Vi ho accennato, in un contesto più ampio, nel mio libro Der Nomos der Erde (Köln, Greven Verlag, 1950, pp. 116-17). Certamente, per una simile ricerca filologica, ci sarebbe bisogno – per quanto riguarda la teoria dello Stato e la storia del concetto del ‘politico’ – di informazioni migliori di quelle di cui dispone il libro (peraltro notevole) di Hans H. Glunz, Shakespeares Staat (Frankfurt, Vittorio Klostermann, 1940). Documenti di rilievo per una storia del termine Stato si possono rinvenire anche negli Essays di Bacone. Ma è proprio in questi cento anni (1588-1688) che l’isola d’Inghilterra si è staccata dal continente europeo ed ha realizzato il passaggio dalla tradizionale esistenza legata alla terra ad una marittima. Divenne così la metropoli di un impero d’oltremare, e perfino il luogo d’origine della rivoluzione industriale, senza passare attraverso la statualità continentale. Non organizzò né forze armate statali, né una polizia, né giustizia o finanza nel senso statuale-continentale; fu per iniziativa prima di pirati e filibustieri, poi di compagnie di commercio, che essa si inserì nell’impresa di conquista delle terre del nuovo mondo, e su queste basi portò a compimento la conquista dei mari di tutto il globo. È questa la secolare rivoluzione inglese, durata dal 1588 al 1688. Nel suo primo stadio si colloca il dramma shakesperiano. Non si deve guardare a questa situazione solo dal punto di vista di quello che era, per quel tempo, il passato o il presente, cioè il medioevo, il rinascimento e il barocco. Misurata col metro del progresso civilizzatore rappresentato dall’ideale della statualità continentale – realizzatosi comunque solo nel XVIII secolo – l’Inghilterra di Shakespeare appare ancora barbarica, vale a dire prestatuale. Misurata, al contrario, col metro del progresso civilizzatore rappresentato dalla rivoluzione industriale – iniziata anch’essa nel XVIII secolo – l’Inghilterra elisabettiana ci appare impegnata in un grandioso sforzo di movimento e di passaggio dalla tradizionale esistenza legata alla terra ad una marittima: questo nuovo orientamento avrà come esito la rivoluzione industriale, e realizzerà così un rivolgimento assai più radicale e fondamentale delle stesse rivoluzioni continentali, lasciandosi di gran lunga alle spalle quel superamento del «medioevo barbarico» che era già stato superato dalla statualità continentale. Il destino degli Stuart volle che essi non avessero alcun sospetto di tutto ciò, che non sapessero staccarsi da un medioevo religioso e feudale. Le argomentazioni di Giacomo I sul diritto divino dei re mascheravano appunto questa disperata mancanza di prospettive della sua posizione spirituale. Gli Stuart non compresero né lo Stato sovrano del continente, né il passaggio all’esistenza marittima che pure l’isola d’Inghilterra compì durante il loro regno. Così, quando venne decisa la conquista in grande stile degli oceani, e il nuovo ordine globale della terra e del mare ebbe trovato il suo riconoscimento formale nella pace di Utrecht (1713), essi scomparvero dalla scena della storia universale.»: Ivi, pp. 115-116.

 

 

3) Il fatto che il teatro nel teatro come vero motore dell’azione drammatica nell’Amleto (e noi diciamo: come  forme aurorale  in Schmitt di una possibile evoluzione della categoria del politico amico/nemico nell’azione dialettica conflittuale-strategica che proprio in una rappresentazione drammatica all’interno di un’altra rappresentazione drammatica trova una sorta di suo ideale paradigma) non fosse da Carl Schmitt inteso solo come fondamentale per comprendere il dramma di Shakespeare ma anche per comprendere un’epoca, il 600, ed un clima culturale, il barocco, evidentemente ritenuti fondamentali dal giuspubblicista di Plettenberg per comprendere l’attuale epoca delle “neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni” –  epoca che secondo l’ Amleto o Ecuba, sotto l’influsso, come abbiamo visto, di Walter Benjamin, trova la sua più consona espressione in una cimiteriale allegoria, contrapposta alla simbolica luminosità del mito che accompagna la tragedia classica e le epoche che non hanno ancora perso il rapporto con la trascendenza –. lo troviamo ancor più chiaramente espresso nel capitolo dell’Amleto o Ecuba che reca il molto significativo titolo “Il dramma nel dramma: Amleto o Ecuba” , il quale inizia con queste parole: «Per il senso della vita già fortemente barocco di quest’epoca – intorno al 1600 – il mondo intero divenne palcoscenico, theatrum mundi, theatrum naturae, theatrum europaeum, theatrum belli, theatrum fori. L’uomo attivo di quest’epoca si sentiva  posto su di un podio davanti a degli spettatori, e considerava se stesso e la sua attività nella spettacolarità del suo agire. Anche in altre epoche ci fu un simile senso teatrale, ma nel barocco esso fu particolarmente forte e diffuso. Operare nella dimensione pubblica era operare su di un palcoscenico, e perciò spettacolo.» (Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., p. 82). Come abbiamo appena visto supra, in conclusione dell’Amleto o Ecuba, Carl Schmitt si mostra, via il grande apprezzamento della massima opera di Shakespeare, meno tranchant verso l’ allegoria che, a suo giudizio, nell’Amleto riesce a compiere quasi una fusione dialettica col simbolo proprio in ragione del fatto che la vicenda d’Amleto e la sua difficoltosa vendetta, inestricabilmente intrecciata con una rappresentazione teatrale all’interno del dramma, può essere presa come simbolo dell’azione umana. Una coscienza aurorale che un modello conflittuale dialettico-strategico non reca necessariamente con sé significati funesti e una iniziale consapevolezza che la salvezza non sarebbe mai venuta da un utopistico e mitico Katechon ma piuttosto da un’epifania strategica che pur essendo un obiettivo molto immanentista (e quindi legato ad una dimensione puramente allegorica) reca con sé, proprio come l’Amleto, una potente dimensione simbolica?

 

 

 

 

Massimo Morigi – 5 agosto 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del Manifesto politico di Carlo Calenda, di Alessandro Visalli

Del Manifesto politico di Carlo Calenda.

tratto da https://tempofertile.blogspot.com/2018/07/del-manifesto-politico-di-carlo-calenda.html

pubblichiamo queste interessanti considerazioni di Alessandro Visalli con lo scopo di alimentare il dibattito sulle profonde trasformazioni in corso del panorama politico italiano_Giuseppe Germinario

A fine giugno 2018 l’ex Ministro Carlo Calenda ha proposto apparentemente di sua iniziativa la formazione di un’alleanza repubblicana contro i populismi. L’ex Ministro (governi Renzi e Gentiloni), fresco di tessera del Partito Democratico (6 marzo 2018) viene da una carriera di manager (in società finanziarie, nella Ferrari sotto Cordero di Montezemolo e poi come responsabile marketing di Sky) e di funzionario di Confindustria (assistente del presidente con Cordero da Montezemolo dal 2004 al 2008), successivamente entra in politica, ovviamente ancora con Cordero, quando fonda Italia Futura e nel 2013 quando viene candidato in Scelta Civica. Malgrado la sua mancata elezione Letta lo nomina viceministro allo Sviluppo Economico e viene confermato da Renzi inizialmente come viceministro, poi è promosso ministro.

Con un simile curriculum il figlio di un giornalista e di una regista è naturalmente più che titolato a indicare la strada della sinistra liberale che da lungo tempo ha perso le sue radici novecentesche, per ricercarle più indietro. Con il suo “Manifesto politico”, dunque Carlo Calenda lancia il suo guanto di sfida e dopo indimenticabili tentativi come quello di Pisapia si candida a federare le disperse forze della sinistra contro l’orda dei barbari che avanza.

Detto in questo modo è un progetto del tutto velleitario, ma non è l’unico a ragionare sulla rotazione dell’asse politico dal destra/sinistra del novecento al centro/periferia (o all’alto/basso) dell’era populista che si avvia ancora una volta. Lo ha fatto, aiutato in modo decisivo dal sistema elettorale a due turni, il francese Macron (che è il modello di successo dell’area governista), lo vorrebbe fare lo sconfitto Matteo Renzi, dopo la slavina che lo ha travolto insieme a tutta la sinistra italiana (ma anche la destra berlusconiana gli è andata dietro, per non parlare delle microformazioni di centro confindustriale di cui Calenda è espressione). Si tratta dell’ultimo episodio del disgelo che, dopo molti avvertimenti inascoltati, ha mosso la parte inferiore della stratificazione sociale, portandola ad esprimere nelle urne tutta la sua rabbia e il suo risentimento. Nel 2016 abbiamo avuto la Brexit, poi la sconvolgente elezione di Trump, il referendum italiano, le elezioni francesi con la crescita elettorale di Mélenchon e la scomparsa del Partito Socialista, di recente le elezioni tedesche e l’emergere di canditati francamente socialisti in USA nelle importantissime primarie di New York (sulla traccia di Sanders).

In questo quadro a dir poco confuso leggiamo il Manifesto; l’avvio ha respiro e parte con una franca ammissione:

Caro direttore. Dall’89 in poi i partiti progressisti hanno sposato una visione semplificata e ideologica della storia. L’idea che l’avvento di un mondo piatto, specchio dell’Occidente, fondato su: mercati aperti, multiculturalismo, secolarizzazione, multilateralismo, abbandono dello stato nazionale, generale aumento della prosperità e mobilità sociale, fosse una naturale conseguenza della caduta del comunismo si è rivelata sbagliata.

Dall’ammissione di un errore di prospettiva storica, ovvero di aver creduto alla narrazione della destra americana, che voleva nella sconfitta del suo co-egemone ed avversario storico derivarne la conseguenza del totale controllo, ideologico e pratico-materiale, del mondo, consegue un esito che interessa l’oggi.

Oggi l’Occidente è a pezzi, le nostre società sono divise in modo netto tra vincitori e vinti, la classe media si è impoverita, la distribuzione della ricchezza ha raggiunto il livello degli anni Venti, l’analfabetismo funzionale aumenta insieme a fenomeni di esclusione sociale sempre più radicali.

Questa è la base sociale che determina una netta conseguenza politica che si è manifestata in modo evidente in Italia nelle elezioni politiche di marzo.

La democrazia liberale è entrata in crisi in tutto il mondo e forme di democrazia limitata o populista si vanno affermando anche in Occidente. La Storia è prepotentemente tornata sulla scena del mondo occidentale.

Ma Calenda, mentre sembra prendere atto di una discontinuità radicale, non rinuncia egualmente ad una parte essenziale della narrazione di questi anni: anche se bisogna ammettere a denti stretti che l’occidente popolare si è impoverito, però l’altra metà del mondo si è arricchita. Insomma la globalizzazione ha un segno complessivamente positivo, va in direzione del sol dell’avvenire.

Viceversa la globalizzazione ha portato benessere in Asia e in molti paesi emergenti, dove aumentano i divari sociali e culturali, ma in un contesto di crescita generale. Anche all’interno delle società Occidentali la competizione e i mercati aperti hanno portato allo sviluppo di eccellenze produttive e tecnologiche che sono però ancora troppo poche per generare benessere diffuso.

Chi ha letto qualche libro di Branko Milanovic (ad esempio “Mondi divisi”) sa che neppure questo è così semplice: l’ineguaglianza complessiva è in realtà aumentata dagli anni settanta, colpendo molte economie deboli (gli effetti li vediamo nelle migrazioni), mentre è diminuita in alcune aree nelle quali alla manodopera a buon mercato, disponibile a farsi sfruttare dai capitali occidentali in favore dei consumatori occidentali, si è unita a Stati forti in grado di difendersi dal “Washington Consensus” e dai suoi guardiani (FMI e BM). In sostanza in questi anni i paesi già ricchi sono cresciuti poco (ca. 2% all’anno), quelli di mezzo sono calati, quelli deboli sono precipitati e pochi paesi molto grandi (dunque con Stati molto forti) sono cresciuti moltissimo. Ma di questi (in sostanza Cina e India, insieme ad alcune “tigri asiatiche”) soprattutto alcune aree costiere o comunque fortemente interconnesse. Si è avuto, d’altro canto, un vero e proprio crollo dei paesi ex-ricchi non occidentali, in sostanza sono cresciuti sette paesi (Singapore, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Malaysia, Botswana, Egitto) quindi, ovviamente India e Cina, e sono invece declinati molti paesi (Nicaragua, Iran, Angola, Croazia e Serbia, Algeria, Colombia, Argentina, Costa Rica, Messico, Venezuela, Uruguay) per i più vari motivi. Dal punto di vista individuale, invece, sono cresciuti i redditi medio-bassi (in India e Cina soprattutto) e sono calati vistosamente quelli delle classi medie inferiori occidentali, mentre nel decile più ricco i redditi hanno avuto un’impennata. Il mondo, dice Milanovic, ha complessivamente il 77% di poveri, il 7% di classe media e il 16% di “ricchi”.

Insomma, non si tratta di un trionfo neppure sotto questo profilo. Quel che è accaduto è l’effetto di una “grande partita”, un effetto della quale è citato di passaggio nella parte finale del manifesto, che ha visto indebolirsi in modo cruciale le “logiche territorialiste” (Arrighi) di organizzazione del potere, in favore di “logiche capitaliste” che sono rivolte solo all’autoaccrescimento a qualsiasi costo. Questa dinamica si è prodotta per effetto del raggiunto stato di sviluppo delle forze produttive (al termine del cosiddetto “trentennio glorioso” e sulla spinta della decolonizzazione e di altri fattori anche tecnologici) in competizione le une contro le altre e mal contenute dagli involucri statuali che hanno portato a partire dagli ultimi anni sessanta ad una tendenziale riduzione del saggio di profitto per gli investimenti “territoriali”, e quindi al “disimpegno” (Streeck). A questo punto gli agenti economici utilizzando le infrastrutture messe a disposizione dagli Stati e prodotte nella fase precedente di investimento, progressivamente hanno spostato gli investimenti sul terreno finanziario e questo si è espanso in cerca di “terreni vergini” in cui rintracciare occasioni più convenienti (o che possano essere ritenute tali nella trasformazione finanziaria, con gli opportuni strumenti ed artifici, come CDO, strumenti assicurativi, etc.). La fase finanziaria è quindi da considerare una sorta di cura a breve termine per il “ristagno dei capitali” (secondo la dizione di Hicks) e quindi effetto dell’esistenza di una sovrabbondanza di capitali “liberi”. Ma una sovraccumulazione è intrinsecamente instabile e porta a continue tendenze al crollo, fino a che, secondo la ricostruzione storico-economica di Arrighi, nel “sistema-mondo” non interviene nuovamente la “logica territorialista” ad assorbirli (spesso nelle spese del sistema militare-industriale). Ma perché questo accada è necessario che si riformi un “ordine mondiale”, e al momento questa è la posta del gioco. Secondo questo schema idealtipico Trump sarebbe il primo segnale di una inversione di logica (in questo senso un accenno anche nella recente intervista a Kissinger).

Fino a che non ci sarà un accumulo di forze preminente la fase resterà instabile: da una parte un declinante network globalista (ad occhio costituito da grandi banche, istituzioni di regolazione, reti professionali e agenzie di servizio, alcune decine di migliaia di grandi imprese, potenti think thank massicciamente finanziati, molti media e professionisti del settore, molti politici), e dall’altra un raggrumarsi ancora frammentario e contraddittorio di interessi e desideri.

Il nostro fa parte sicuramente, per formazione, frequentazioni ed inclinazione, del primo, ma vorrebbe anche raccogliere parte della forza che si sta addensando nel secondo polo. Il Manifesto è espressione di questo tentativo.

Ma torniamo a noi; stringendo lo sguardo, per Calenda:

L’Unione Europea è figlia di una fase “dell’Occidente trionfante” da cui ha assunto un modello di governance politica debole, lenta e intergovernativa. L’Eurozona al contrario ha definito una governance finanziaria rigida ispirata da una profonda mancanza di fiducia tra “Sud e Nord”, incapace di favorire la convergenza, gestire gli shock senza scaricarli sui ceti deboli e promuovere la crescita e l’inclusione. Tutte queste pecche sono frutto di scelte degli Stati membri e non della Commissione Europea o dell’Europa in quanto tale.

Non è chiaro cosa sia “l’Europa in quanto tale”, ma la descrizione è sostanzialmente corretta, salvo che la descrizione della scelta è senza soggetto, non sono certo “gli Stati” che hanno scelto, ma una specifica coalizione sociale ed economica che ha governato le scelte dell’Unione e dei suoi principali stati membri ed era rappresentata in Italia dai partiti della seconda Repubblica che hanno perso il 4 marzo. Senza compiere questa analisi, che avrebbe fornito il necessario punto di vista, per condurre una proposta realmente discontinua Calenda passa a guardare direttamente il quadro politico che vorrebbe federare:

La crisi dell’Occidente ha portato alla crisi delle classi dirigenti progressiste che hanno presentato fenomeni complessi, globalizzazione e innovazione tecnologica prima di tutto, come univocamente positivi, inevitabili e ingovernabili allontanando così i cittadini dalla partecipazione politica.

Sembrerebbe che con questa sottolineatura si iscriva nella lunga schiera di chi accusa l’involuzione tecnocratica, espressamente teorizzata negli anni novanta (ad esempio da La Spina e Majone in “Lo stato regolatore”) o temuta (ad esempio da Robert Dahl in uno dei suoi ultimi interventi, o da Peter Mair nel suo ultimo libro postumo). In realtà non lo fa, perché non spiega perché le classi dirigenti, trovandosi bene in esse, hanno presentato come inevitabili e positivi fenomeni nei quali alcuni (loro) vincevano e altri (la maggioranza) perdeva. E perché per farlo hanno cercato per anni di ridurre la democrazia con dispositivi tecnici maggioritari la cui funzione principale non era l’efficienza, ma la possibilità di ricevere una delega da minoranze fattesi maggioranze per opera della legge, da ultimo il 4 dicembre. Ma da qui va ancora più in fondo:

Allo stesso modo l’idealizzazione del futuro come luogo in cui grazie alla meccanica del mercato e dell’innovazione il mondo risolverà ogni contraddizione, ha ridotto la narrazione progressista a pura politica motivazionale. Il risultato è stato l’esclusione del diritto alla paura dei cittadini e l’abbandono di ogni rappresentanza di chi quella paura la prova. I progressisti sono inevitabilmente diventati i rappresentanti di chi vive il presente con soddisfazione e vede il futuro come un’opportunità.

Come sostengono in molti (ad esempio Luca Ricolfi) quelli che chiama “i progressisti” (non nominandoli come “sinistra”) hanno ristretto la propria base ai soli vincenti della globalizzazione, chi vive bene nelle grandi città, è interconnesso e soddisfatto, e quindi vede il mondo con ottimismo. Ma questi sono una piccola minoranza e diminuiscono sempre di più (per una semplice analisi sociologica si veda Bagnasco “La questione del ceto medio”).

Ed allora?

I prossimi 15 anni saranno probabilmente tra i più difficili che ci troveremo ad affrontare da un secolo a questa parte, in particolare per i paesi occidentali.

La sfida si giocherà da oggi al 2030. In questa decade le forze del mercato, della demografia e dell’innovazione porteranno a una drammatica collisione a meno di non correggerne e governarne la traiettoria. L’invecchiamento della popolazione porterà il tasso di dipendenza tra popolazione in età lavorativa e popolazione in età pensionistica vicino al rapporto di 1 a 1. Ciò avrà due conseguenze rilevanti: l’insostenibilità dei sistemi pensionistici e la diminuzione strutturale del tasso di crescita delle economie. Negli ultimi 65 anni infatti un terzo della crescita è derivata dall’aumento della forza lavoro. L’effetto potenzialmente positivo su stipendi e occupazione della riduzione di forza lavoro (meno persone dunque più domanda e meno offerta) sarà controbilanciata, dall’automazione. Ad un aumento della produttività derivante dall’innovazione tecnologica vicino al 30 per cento entro il 2030, corrisponderà la scomparsa del 20-25 per cento dei lavori che esistono oggi. L’aumento della produttività e la diminuzione dei posti di lavoro non si distribuiranno in modo omogeneo nei diversi settori. Le nuove professioni che si svilupperanno con l’innovazione saranno in grado di coprire i posti di lavoro perduti solo se politiche pubbliche adeguate verranno messe immediatamente in campo.

Se ciò non accadrà aumenteranno le diseguaglianze tra categorie di lavoratori e lo squilibrio tra salari e profitti.

Questa analisi in molte forme diverse sta diventando mainstream (naturalmente nei dettagli e nelle soluzioni si nascondono le differenze, oltre che nella diagnosi delle cause), l’abbiamo appena letta da The Guardian (che è un poco come dire da La Repubblica inglese).

Anche per Calenda la situazione è dunque ad un turning point: la velocità e la magnitudo del cambiamento sarà tale da assomigliare alla crisi che descrive Carl Polanyi nel suo capolavoro (“La grande trasformazione”).

Il cambio di paradigma economico avverrà ad una velocità mai sperimentata nella Storia. Le nostre democrazie, colpite da una gestione superficiale della globalizzazione, non possono sopravvivere a un secondo shock di dimensione molto superiori. Lo scenario che abbiamo sopra descritto richiederà un impegno diretto dello Stato in una dimensione mai sino ad ora sperimentata.

Come accadde allora, anche per Calenda, il desiderio di protezione delle masse sconvolte e minacciate dalla paura richiederà l’intervento dello Stato (nell’intervallo tra le due guerre lo abbiamo avuto in forme diverse in USA e UK, in Germania e Italia, in Russia).

Da qui si passa alla cronaca:

L’Italia anello fragile, finanziariamente e come collocazione geografica, di un occidente fragilissimo, è la prima grande democrazia occidentale a cadere sotto un Governo che è un incrocio tra sovranismo e fuga dalla realtà.

E quindi si passa alla parola d’ordine. Si passa alla missione di federare le forze:

Occorre riorganizzare il campo dei progressisti per far fronte a questa minaccia mortale. Per farlo è necessario definire un manifesto di valori e di proposte e rafforzare la rappresentanza di parti della società che non possono essere riassunti in una singola base di classe.

Un’alleanza repubblicana che vada oltre gli attuali partiti e aggreghi i mondi della rappresentanza economica, sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno civile. Abbiamo bisogno di offrire uno strumento di mobilitazione ai cittadini che non sia solo una somma di partiti malandati e che abbia un programma che non si esaurisca, nel pur fondamentale obiettivo di salvare la Repubblica dal “sovranismo anarcoide” di Lega e M5s.

Dunque quel che Calenda propone è una alleanza interclassista che superi il partito classista (dall’alto) al quale si è da poco iscritto e che abbia l’ambizione di sottrarre lo spazio di difensori del popolo interpretata dalle forze emerse come vincitrici dal voto. Quelle forze contro le quali si è alzata, forte, la reazione della difesa di classe sotto vesti europeiste ed interpretata dal Presidente (lo abbiamo commentato qui), ma che poi hanno dato comunque forma ad un governo con profonde differenze. In estrema sintesi la mia opinione è, diversamente da Calenda, che il paese il 4 marzo si sia spaccato su una linea che attraversa le sue borghesie e, insieme, che lo attraversa geograficamente. Si è manifestata la defezione che covava da tempo di parte della borghesia nazionale verso quella componente della borghesia coinvolta più profondamente con il modello economico mercantilista, e rivolto alla competizione per acquisire quote di mercato estero, che è contemporaneamente sotto attacco da parte del vecchio acquirente di ultima istanza americano. Peraltro la precisa coincidenza di un attacco a fondo alla logica mercantilista, condotto da Trump, e della defezione della borghesia nazionale da questa in ultima analisi danneggiata è davvero singolare. Quella che al momento governa il paese con un consenso che sfiora il 60% è una strana coalizione che va: dalle Piccole e Medie Imprese, impegnate nel mercato interno e poco interconnesse con i mercati globali; ai professionisti che con tale mondo e con quello delle famiglie borghesi intermedie sono legati; agli operai e impiegati di detti settori; ai precari e, infine, alla parte più attenta dei disoccupati. Resta fuori da questa coalizione: la parte meno attenta e più disperata, che va sull’astensione; la media borghesia tutelata e parte del mondo dei pensionati più abbientil’alta borghesia e la grande industria internazionalizzata con parte dei suoi lavoratori che rappresentano l’aristocrazia del lavoro. Gli ultimi strati continuano a garantire il loro sostegno ai partiti tradizionali, impegnati nel progetto mondialista ed europeo, ma ormai si dividono più o meno un 40-45% del Parlamento e almeno una decina di punti in meno nel paese.

Certo, questa coalizione “populista” (che in realtà unisce due populismi molto diversi) è come l’acqua e l’olio, instabile e contraddittoria: gli interessi degli uni, PMI e professionisti, in quanto datori di lavoro debole, potenzialmente sono in aperto conflitto con quegli degli altri, operai e precari, bisognosi di sostegno per recuperare forza negoziale.

In questa potenziale frattura tra la protezione sociale e la protezione individualista Calenda pensa probabilmente di potersi inserire, recuperando spazi di consenso, anche oltre la “coalizione della rendita” evocata abbastanza chiaramente dal Presidente Mattarella nel suo discorso (vedi “Post-democrazia e crisi italiana”). Pensa in sostanza di ripetere in forma diversa l’operazione, fatta da Salvini, di saldare un più largo consenso a partire dall’egemonia di alcuni interessi e di una cultura ben radicata nella piccola borghesia con inclinazioni nazionaliste. Quindi di riaggregare i ceti popolari che sono sfuggiti ai Partiti di centro europeisti intorno ad una operazione egemonizzata questa volta da quella “coalizione della rendita” che Mattarella vuole mobilitare dall’alto. Una operazione politica, quindi, che parli sì di protezione e che recuperi l’interesse nazionale solo nei limiti compatibili con i processi di accumulazione resi possibili dai mercati aperti e dal processo di integrazione europeo.

Si tratta di un compito realisticamente impossibile: l’apertura implica messa in competizione e questa determina necessariamente la retrocessione dei diritti e delle garanzie accumulate a partire dal primo “momento Polanyi” nella prima parte del novecento. Ciò almeno per qualche decennio e fino a che la maggior parte degli abitanti del mondo non si sia incontrata a mezza strada con il primo miliardo (come arriva onestamente ad ammettere Branko Milanovic nel suo ultimo libro “Ingiustizia globale”). È chiaro che la prospettiva di Milanovic pone insormontabili problemi sia di tenuta democratica, dato che la rivolta continuerà, sia di tenuta ecologica, ma la soluzione di Calenda è di gran lunga al di qua del necessario.

Calenda non sembra voler prendere atto che non si può avere insieme la conservazione delle élite estrattive, alle quali è legato, e la protezione dei perdenti che queste naturalmente producono. Per dare gambe a questo inane tentativo delinea quindi un programma fin troppo dettagliato per un “Manifesto”:

Le priorità di questo programma sono:

Tenere in sicurezza l’Italia. Sotto il profilo economico e finanziario: occorre chiarire una volta per tutte che ogni riferimento all’uscita dell’Italia dall’euro ci avvicina al default. Deficit e debito vanno tenuti sotto controllo, non perché ce lo chiede l’Europa ma perché è indispensabile per trovare compratori per il nostro debito pubblico.

Sotto il profilo della gestione dei flussi migratori proseguire il “piano Minniti” per fermare gli sbarchi. Accelerare il lavoro sugli accordi di riammissione e gestione dei migranti nei paesi di transito e origine secondo lo schema del “Migration Compact” proposto dall’Italia alla UE. Creare canali di ingresso regolari e selettivi.

Occorre infine ribadire con forza la nostra appartenenza all’Occidente, all’alleanza atlantica e al gruppo dei paesi fondatori dell’Ue, come garanzia di stabilità, sicurezza e progresso.

L’architrave è posto all’inizio, senza mettere in questione la finanziarizzazione dell’economia e dunque le sue “formazioni predatorie” (definizione di Saskia Sassen), e restando ben allineati con l’egemone sfidato, la gestione dell’immigrazione appare solo una concessione allo spirito populista. In un altro quadro potrebbe essere un elemento di una strategia di riequilibrio tra lavoro e capitale indispensabile per riattrarre valore nella società.

Proteggere gli sconfitti. Rafforzando gli strumenti come il reddito di inclusione, nuovi ammortizzatori sociali, le politiche attive e l’apparato di gestione delle crisi aziendali in particolare quando causate dalla concorrenza sleale di paesi che usano fondi europei e i vantaggi derivanti da un diverso grado di sviluppo per sottrarci posti di lavoro.

Approvare il salario minimo per chi non è protetto da contratti nazionali o aziendali.

Allargare ad altri settori fragili il modello del protocollo sui call-center per responsabilizzare le aziende e impegnarle su salari e il no a delocalizzazioni.

Alcune misure sono opportune, ma non a caso nella scelta tra reddito paternalisticamente concesso nei limiti della “inclusione” e gli schemi di lavoro garantito che sono portati avanti nelle componenti più consapevoli della sinistra socialista, sceglie decisamente la soluzione compatibile con l’impostazione liberista (proposta anche dallo stesso Milton Friedman).

Investire nelle trasformazioni, per allargare la base dei vincenti, su infrastrutture materiali e immateriali (università, scuola e ricerca). Finanziare un piano di formazione continua per accompagnare la rivoluzione digitale. Proseguire il piano impresa 4.0 e portare a 100.000 i diplomati degli Istituti Tecnici Superiori. Implementare la Strategia Energetica Nazionale e velocizzare i 150 miliardi di euro previsti per raggiungere i target ambientali di CoP21. Aumentare la dotazione dei contratti di sviluppo e del fondo centrale di Garanzia per ricostituire al Sud la base industriale che serve per rilanciarlo. Rivedere il codice degli appalti per velocizzare le procedure di gara. Mantenere l’impegno sulla legge annuale per la concorrenza. Prevedere un meccanismo automatico di destinazione dei proventi della lotta all’evasione fiscale alla diminuzione delle tasse, partendo da quelle sul lavoro.

Da questo punto il quadro dell’ispirazione ideologica si chiarisce: non si esce dallo schema della “terza via”, si tratta di superare una crisi determinata dall’indebolimento dei rapporti di forza sociali e dalla debolezza della domanda che ne consegue, intervenendo solo a livello individuale, in continuità con le politiche liberiste, con riduzioni delle tasse e politiche dell’offerta.

Promuovere l’interesse nazionale in UE e nel mondo. Riconoscendo che non esistono le condizioni storiche oggi per superare l’idea di nazione. Al contrario abbiamo bisogno di un forte senso della patria per stare nel mondo e in UE. Partecipando al processo di costruzione di una Unione sempre più forte, in particolare nella dimensione esterna (migrazioni, difesa, commercio), tra il nucleo dei membri storici ma ribadendo la contrarietà all’inserimento del fiscal compact nei trattati europei e all’irrigidimento delle regole sulle banche. Promuovere la rimozione dei limiti temporali sulla flessibilità legata a riforme e investimenti approvata sotto la Presidenza italiana della UE. Sostenere la conclusione di accordi di libero scambio per aprire nuovi mercati al nostro export, ma mantenere una posizione intransigente sul dumping rafforzando clausole sociali e ambientali nei trattati.

La contraddizione che deriva dal voler tenere insieme, sotto egemonia dall’alto, interessi contrapposti si manifesta in sommo grado in questo passaggio, nel quale l’astuto richiamo del concetto di nazione e financo di patria è reso incongruamente funzionale alla “costruzione di una unione sempre più forte”, con determinazione di elementi essenziali di politica estera (e dunque di posizionamento nella distribuzione delle risorse e nella tutela differenziale dei diversi settori e attori) in comune. Calenda non sembra assolutamente comprendere che la capacità di perseguire i propri interessi implica la tutela di uno spazio di indipendenza proprio nella politica estera e di difesa; non esistono politiche neutre.

Ancora più contraddittoria la pretesa di aprire gli accordi di “libero scambio” e contemporaneamente non farlo, per “mantenere una posizione intransigente sul dumping”. Il mondo è un luogo nel quale le regolazioni e le condizioni materiali sono enormemente diverse. Metterlo in contatto senza filtri significa fare scambio “libero”, non farlo significa “proteggersi”. Calenda sceglie il primo, ma se ne vergogna e cerca di coprirlo con qualche retorica a poco prezzo.

Conoscere. Piano shock contro analfabetismo funzionale. Partendo dalla definizione di aree di crisi sociale complessa dove un’intera generazione rischia l’esclusione sociale. Estensione del tempo pieno a tutte le scuole. Programmi di avvio alla lettura, lingue, educazione civica, sport per bambini e ragazzi. Utilizzo del patrimonio culturale per introdurre i bambini e i ragazzi all’idea, non solo estetica, di bellezza e cultura. E’ nostra ferma convinzione che una liberal democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza. L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al centro del progetto di rifondazione dei progressisti.

Qui siamo esattamente al “istruzione, istruzione, istruzione” di Tony Blair.

Il crocevia della Storia che stiamo vivendo alimenta paure che non sono irrazionali o sintomo di ignoranza. Abbiamo davanti domande epocali a cui nessuno può pensare di dare risposte semplicistiche.

  • La tecnologia rimarrà uno strumento dell’uomo o farà dell’uomo un suo strumento?
  • lo spostamento di potere verso oriente, conseguente alla globalizzazione innescherà una guerra o avverrà, per la prima volta nella Storia, pacificamente?
  • Le nostre società sono destinate a una stagnazione secolare?

Occorre affermare con forza che la paura ha diritto di cittadinanza. E rifondare su questo principio l’idea che compito della politica è rappresentare, anche e soprattutto, le attuali insicurezze dei cittadini.

La competenza non può sostituire la rappresentanza come l’inesperienza non può essere confusa con la purezza. Questo vuol dire prendersi cura del presente e gestire le transizioni piuttosto che idealizzare il futuro, esorcizzare le paure e affidarsi alla teoria economica e alla meccanica del mercato e dell’innovazione tecnologica, come processi naturali che rendono ogni azione di Governo inutile e ogni processo dirompente inevitabile.

Per fare tutto ciò occorre tornare ad avere uno Stato forte, ma non invasivo che garantisca in primo luogo ai cittadini gli strumenti per comprendere i processi di cambiamento e per trovare la propria strada NEI processi di cambiamento, ma che non butti i soldi pubblici per nazionalizzare Alitalia o Ilva. Stato forte vuol dire burocrazia efficiente e dunque una rivoluzione nel modo di concepire, regolare e retribuire la pubblica amministrazione. L’Italia ha bisogno poi di un’architettura istituzionale che coniughi maggiore autonomia alle regioni con una clausola di supremazia dell’interesse nazionale che consenta di superare i veti locali.

In questo ultimo passaggio dello Stato Forte, ma debole (ovvero non invasivo) e orientato solo a consentire ai cittadini di farsi strada da soli, di trovare ognuno la “propria” strada, è contenuta ancora una volta l’essenza del pensiero liberal che Clinton, Schroder e Blair (appena preceduti da Mitterrand) promossero negli anni novanta. In questi passaggi è manifesta la direzione egemonica che si cerca di rimettere in piedi, un progetto guidato dalla solita borghesia che ce l’ha fatta, che sempre ce la fa, ma con uno sguardo “compassionevole”.

Esiste un altro nemico da battere ed è il cinismo e l’apatia che di una larga parte della classe dirigente italiana. Dai media alla politica, dalle associazioni di rappresentanza agli intellettuali l’idea che ogni passione civile sia spenta e che si possa contemplare “Roma che brucia” con la “lira in mano” godendosi lo spettacolo, è diventata una posa tanto diffusa quanto insopportabile. La battaglia che abbiamo di fronte si vince anche sconfiggendo il cinismo dei sostenitori di un “paese fai da te”.

Si può fare: L’Italia è più forte di chi la vuole debole!

In definitiva ad una prima impressione quella di Calenda può sembrare un’analisi coraggiosa ed un programma riformista forte, ma si tratta solo di una minestra riscaldata. Una minestra senza sapore con un vago colorito anni novanta, nella quale la parola “sinistra” non appare neppure una volta e con buona ragione.

Cosa c’è di credibile in un programma che si vorrebbe a difesa dei meno protetti dalla globalizzazione e contro il governo impolitico dei tecnici e che poi elenca minuziose micropolitiche di cui non lascia intravedere la direzione? Nel quale l’obiettivo appare meramente riattivare lo sviluppo senza andare ad incidere nell’assetto del mondo che questo sviluppo impedisce per i più?

Del resto se l’analisi si svolge, a ben vedere, tutta entro le coordinate culturali del liberismo imperante, al più filtrato dalla fallimentare ipotesi della “terza via”, la soluzione non può distanziarsi in modo sostanziale dallo schema: accettazione della competizione e sostegno a chi ce la può fare, contenimento con piccolissime concessioni per gli altri.

Ma per evitare che si arrivi a ripetere le tragedie del novecento serve molto più della minestra riscaldata e del liberalismo compassionevole.

Occorre ben altro: bisogna svolgere politiche coordinate sia contro il mercantilismo di Bruxelles e per il recupero di quote di sovranità fiscale (che implica quella monetaria), sia per ripristinare la forza del lavoro nei confronti del capitale (grande e piccolo). È indispensabile riposizionare l’economia del paese verso il mercato interno anche con opportune forme di protezione e riequilibrando la distribuzione tra salari e profitti. Bisogna farla finita con il “libero commercio”, nel senso che il commercio deve compiersi su piani di effettiva parità, e per questo occorre definire accordi e stabilire regole e condizioni. Bisogna immediatamente riassorbire parte dell’esercito di riserva (continuamente alimentato dall’immigrazione, che va modulata in funzione delle capacità di civile assorbimento ed integrazione, e accuratamente coltivato dalle politiche di austerità) e garantire a tutti i diritti sociali, dove per tutti si deve intendere anche gli immigrati presenti sul territorio nazionale. I diritti sociali si devono rendere possibili in primo luogo attraverso un piano straordinario di opere pubbliche (edilizia popolare, infrastrutture, scuole e servizi alle famiglie), di protezione del territorio dalle vulnerabilità, di conversione energetico-ambientale dell’economia, e quindi di potenziamento del pubblico impiego con almeno due milioni di nuove assunzioni a tempo pieno (a partire proprio dalle strutture di accoglienza e sostegno che devono essere pubbliche, per sottrarle alle logiche del profitto altamente finanziarizzato contemporaneo).

Ma ciò non può certo essere compiuto da questa coalizione, né dalla “alleanza repubblicana” proposta da un davvero poco credibile Carlo Calenda.

Dovremo aspettare che qualcuno prenda da terra la bandiera e trovi il coraggio di alzarla, come altrove sta avvenendo.

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