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Un “professore di diritto costituzionale” dell’Università di Hofstra ha scritto un editoriale per il Washington Post intitolato “Con l’Iran, il diritto internazionale ha perso la sua credibilità: i giuristi internazionali difendono un quadro normativo incapace di cogliere le reali differenze morali in materia di guerra.”
Il testo cerca di delineare una nuova concezione dell’equivalenza morale per l’era post-GWOT, in cui il diritto internazionale viene liquidato come un sistema antiquato, rigido e obsoleto. Al suo posto, sostiene l’«esperto», andrebbe costruito un sistema in grado di adattarsi a interpretazioni sfumate di concetti più astratti come la «legittima difesa». Egli sostiene assurdamente che gli atti unilaterali di aggressione degli Stati Uniti degli ultimi decenni non violerebbero alcun “diritto internazionale” nel nuovo quadro, poiché sono giustificati da una serie di ragioni capziose. L’“aggressione” della Russia contro l’Ucraina, naturalmente, rientra nel quadro precedentemente inteso come atto illegale e criminale secondo il diritto internazionale.
L’articolo è essenzialmente una difesa degli attacchi criminali sferrati da Trump contro l’Iran. L’autore sostiene che si possano avanzare molte «controdeduzioni» a sostegno della legittimità di tali attacchi da parte degli Stati Uniti, nonostante il «diritto internazionale» – o, più precisamente, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite – stabilisca che solo gli attacchi a titolo di legittima difesa siano considerati legittimi. Le «milizie» iraniane hanno attaccato le forze statunitensi, conclude l’autore, e ciò dovrebbe essere interpretato come un atto di legittima difesa da parte degli Stati Uniti.
Il diritto internazionale che disciplina l’uso della forza si è cristallizzato in una dicotomia formale. Un attacco è o legittimo o illegittimo.
Beh, in genere le norme giuridiche sono concepite per essere chiare proprio per un motivo: proprio per impedire che individui in malafede come l’autore di questo articolo abbiano il potere di distorcere la legge con le loro “creative” reinterpretazioni.
Ma continua dicendo:
Nella dottrina c’è poco spazio per distinguere tra usi della forza profondamente diversi. Secondo un’interpretazione rigorosa, sia l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia sia un attacco limitato degli Stati Uniti volto a scoraggiare l’uso di armi chimiche da parte della Siria sono entrambi illegali. Anche l’intervento della NATO in Kosovo — intrapreso per fermare la pulizia etnica — viene condannato come violazione della Carta. Nel frattempo, la Carta ha sorprendentemente poco da dire sulle catastrofiche guerre interne in Sudan o in Myanmar. E la sua applicazione a una potenziale invasione cinese di Taiwan solleverebbe questioni tecniche di riconoscimento e di statualità che potrebbero persino favorire l’aggressione della Cina.
Si noti come egli ridefinisca gli eventi in modo arbitrario e a proprio piacimento: gli attacchi barbarici della NATO contro la popolazione civile serba vengono definiti «intervento»; l’ipotetica riconquista di Taiwan da parte della Cina è «invasione». Le azioni della Russia in Ucraina recano l’aggettivo “su vasta scala”, coniato dalla guida stilistica dei media del regime, mentre quelle degli Stati Uniti in Siria sono “limitate”. Una comoda selezione selettiva tralascia, per qualche motivo, le operazioni “limitate” in Iraq, Afghanistan o Libia.
Il problema non è che i governi ignorino il diritto internazionale. È che gli esperti di diritto internazionale si sono troppo spesso rifugiati in un rigido formalismo che si rifiuta di confrontarsi con le differenze morali e strategiche che tutti gli altri riescono a vedere.
Ma la nostra autorità morale in materia ritiene di essere l’unica a poter esprimere un giudizio definitivo su queste questioni. Nella mente di un propagandista così illuso, l’orrendo genocidio perpetrato da Israele a Gaza dopo il 7 ottobre verrebbe classificato come un atto di «difesa» perché era una risposta all’operazione ridicolmente insignificante di Hamas. Ma l’operazione di Hamas stessa — sorpresa, sorpresa — non rientrerebbe nella “autodifesa” nonostante anni di ingiustificata aggressione israeliana contro la Palestina. Questi sono i tipi di giochi di equivalenza morale atroce e arbitraria che i burattini dell’impero come l’autore mettono in atto per fabbricare il consenso necessario alla continua barbarie dell’Impero in tutto il mondo.
Il problema di questo “allargamento” delle definizioni è che permette di far passare praticamente qualsiasi giustificazione. Il rapimento illegale da parte degli Stati Uniti del presidente in carica, legittimamente eletto, di una nazione sovrana come il Venezuela? Giustificato in nome della “legittima difesa”, poiché un presunto cartello della droga può essere utilizzato per sostenere che il Venezuela stesse indirettamente “attaccando” gli Stati Uniti. In questo modo, qualsiasi nazione al mondo può facilmente inventarsi le proprie giustificazioni ad hoc per dichiarare guerra ai propri vicini. Forse anche l’Ucraina e Taiwan stavano contrabbandando droga in Russia e in Cina, ecc.
Scava ancora più a fondo:
Un approccio più onesto riconoscerebbe che il jus ad bellum — ovvero le condizioni alle quali gli Stati possono ricorrere alla guerra — si basa già su giudizi morali. Distinguiamo istintivamente tra il tentativo della Russia di cancellare la sovranità ucraina e altri, più limitati, usi della forza, come l’attacco statunitense dell’estate scorsa agli impianti nucleari iraniani.Distinguiamo tra interventi umanitari e guerre di conquista, tra necessità difensiva e opportunismo strategico. La legge dovrebbe essere in grado di articolare tali differenze piuttosto che fingere che non abbiano importanza.
Quindi, l’invasione russa dell’Ucraina mirava a «cancellare la sovranità ucraina», ma l’invasione israeliana di Gaza — che apertamente mira a cancellare la cultura, la nazionalità, l’esistenza del popolo palestinese, ecc., e a compiere una vera e propria pulizia etnica per trasferirlo in un’altra terra — sarebbe del tutto giustificata secondo la disonesta reinterpretazione del diritto internazionale data dall’autore.
Senza contare che l’invasione russa dell’Ucraina è stata ufficialmente motivata proprio dalle stesse ragioni dell’attacco statunitense agli impianti nucleari iraniani citato dall’autore: in entrambi i casi si trattava di neutralizzare una minaccia imminente. Solo che nel caso della Russia, quella minaccia era immediata e diretta al territorio nazionale, che confina effettivamente con la nazione da cui proviene la minaccia. Gli Stati Uniti si trovano dall’altra parte del globo rispetto all’Iran, e l’Iran non possiede, come è verificabile, armi in grado di raggiungere il territorio statunitense. L’autore capovolge completamente la sua equivalenza: è chiaro che la Russia possiede un caso ben più definitivo di jus ad bellum rispetto agli Stati Uniti, che in realtà agiscono sotto l’egida di una potenza straniera diversa — in questo caso Israele.
Il suo articolo si conclude con un rammarico sul fatto che gli attacchi illegali e immotivati degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran «si collocano dalla parte sbagliata» dello spettro interpretativo del diritto internazionale. Egli chiede che il sistema venga rielaborato in modo tale da rendere più facile distorcere arbitrariamente le interpretazioni e ridefinire norme consolidate da tempo, affinché la criminalità di Stati Uniti e Israele possa continuare a ricevere l’approvazione automatica, mentre le azioni legittime dei loro nemici vengono condannate in modo indiscriminato come “illegali”:
L’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran si colloca, a quanto pare, al di fuori dell’interpretazione tradizionale della Carta. Ma se tale conclusione rende la legge incapace di distinguere in modo significativo tra i conflitti in Ucraina e in Iran, il problema va ben oltre il singolo episodio.
L’autorità del diritto internazionale dipende in ultima analisi dalla sua capacità di allineare il giudizio giuridico alle intuizioni morali ampiamente condivise su guerra e pace. Se non è in grado di farlo — se insiste nel trattare conflitti profondamente diversi come dottrinalmente intercambiabili — non limiterà in modo significativo gli Stati potenti. Né avrà la chiarezza morale necessaria per condannare una vera e propria aggressione quando si verifica.
Questo modo di pensare è diventato emblematico della recente tendenza in Occidente a snaturare sempre più lo «Stato di diritto» o a reinterpretare i concetti fondamentali delle norme civili per favorire l’espressione imperialista.
L’UE, ad esempio, starebbe avanzando una nuova iniziativa volta a istituire un sistema “a più livelli” per l’adesione all’Unione, che minerebbe dal punto di vista amministrativo la cosiddetta natura “democratica” dell’UE, consentendo a diversi paesi di operare a livelli di adesione differenti:
Lo scopo, se non l’avete ancora intuito, sarebbe ovviamente quello di impedire a Stati sovrani come l’Ungheria di ostacolare le iniziative di centralizzazione totalitaria del potere dell’UE, abbassando di fatto il «livello» di qualsiasi paese che si rifiuti di stare al gioco:
Sebbene l’UE abbia tradizionalmente cercato di procedere all’unisono (o almeno di fingere che fosse così), l’idea di un’Europa a più velocità sta prendendo piede. I leader, riuniti questo mese nella campagna belga per un incontro informale, hanno cautamente appoggiato l’idea che alcune riforme debbano essere attuate da un gruppo ristretto di paesi.
«Spesso procediamo alla velocità del più lento», ha dichiarato ai giornalisti la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. «Il modello di cooperazione rafforzata evita che ciò accada». Nel gergo dell’UE, «cooperazione rafforzata» significa «al diavolo voi e le vostre obiezioni, lo faremo comunque».
La parte in grassetto qui sopra lo spiega chiaramente.
L’autore osserva che questa idea era in gestazione da tempo, ma a quanto pare solo il recente periodo segnato dalle crisi ha spinto l’apparato di Ursula ad accelerare i piani per questo «rinnovamento» europeo. Da un altro articolo precedente di Politico:
Con l’Unione europea alle prese con molteplici crisi geopolitiche, sta cominciando a rendersi conto che non può affrontarle se agisce solo quando tutti i 27 paesi membri sono d’accordo. Dalla difesa all’energia agli investimenti, la Commissione europea, che stabilisce le regole, e i governi nazionali, che dovrebbero attuarle, si trovano con le mani legate.
Il primo brano si conclude in modo divertente con una rappresentazione di come potrebbe apparire:
Livello Platino
Ecco cosa ottieni…
La capacità di accelerare ogni iniziativa, da quella che questa settimana chiamiamo «unione dei mercati dei capitali» fino alla creazione di un esercito dell’UE.
Pieni diritti di voto.
La possibilità di scegliere il proprio commissario senza subire ritorsioni da Bruxelles (sia che si voglia seguire la strada tradizionale del «vecchio signore bianco», sia che ci si senta audaci e si abbia voglia di puntare su una «scelta controversa» (con tanto di passato discutibile che può o meno includere dichiarazioni razziste/sessiste/omofobe e/o post sui social media), o addirittura sulla scelta sempre più popolare di una figura «chiaramente inadatta al ruolo».
10 anni di iscrizione al Platinum Club garantiti, senza possibilità di recedere (questa clausola è stata aggiunta su richiesta di Emmanuel Macron, dato che a quanto pare nel 2027 in Francia accadrà qualcosa che potrebbe avere un impatto piccolissimo sull’UE).
Utilizzo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dell’eliporto situato sul tetto del Berlaymont.
Uno chef personale pronto a soddisfare ogni vostro desiderio culinario durante i vertici dell’UE.
Livello aziendale
Ecco cosa ottieni…
Possibilità di entrare a far parte del gruppo Fast-Track su richiesta (fino a tre volte prima di passare automaticamente al livello Platinum).
Pieni diritti di voto.
Scelta tra due candidati alla carica di commissario europeo (un uomo e una donna), ma puoi ignorare la preferenza della Commissione e scegliere semplicemente il tipo noioso.
20 tirocinanti del Blue Book si raduneranno davanti alla sede del Consiglio quando arriverete per i vertici dell’UE e applaudiranno, per cercare di far credere alla gente che sia arrivato qualcuno di importante.
Il menu tradizionale dei vertici dell’UE (ma una volta all’anno si può gustare un pasto a base della propria cucina nazionale).
Livello base
Ecco cosa ottieni…
Un posto al tavolo del Consiglio (i membri Platinum si riservano il diritto di chiederti di andartene qualora venisse sollevata una questione particolarmente delicata).
La promessa del diritto di voto (un giorno).
Un solo commissario europeo in rappresentanza di tutti i paesi membri di Basic. La scelta del paese spetterà a quella capitale nazionale che si impegnerà a stanziare la somma maggiore per completare la rotatoria di Schuman.
I panini Exki ai vertici dell’UE.
Ungheria
Ecco cosa ottieni…
Niente.
Questo tipo di “creative” rivisitazioni delle norme consolidate vengono utilizzate dai politici occidentali per erodere continuamente le libertà, in un momento in cui il loro ordine vede minacciata la propria stessa integrità come mai prima d’ora. L’unico modo che hanno trovato per mantenere il potere è ridefinire subdolamente le nostre basi morali con una varietà di contorsioni mentali da capogiro e insalate di parole alibistiche, come ha recentemente fatto Macron nel suo ridicolo e dilettantistico tentativo di eliminare la libertà di parola a causa del pericolo che essa rappresenta per lui e i suoi simili:
Egli sostiene che la libertà di espressione sia una «stronzata» perché non esistono linee guida rigide su cosa la definisca. È troppo ottuso per cogliere il paradosso: la premessa fondamentale della libertà di parola è che essa è assoluta, il che precisamente implica che non possano esserci restrizioni o limiti—altrimenti non sarebbe “libera”, ma solo parziale.
Proprio come l’UE cerca di ridefinire i principi dell’unanimità introducendo silenziosamente diritti nazionali a più livelli, così anche i suoi tirapiedi stanno ridefinendo i concetti fondamentali dei diritti umani fondamentali, mentre i suoi complici e burattini tentano di ridefinire norme di diritto internazionale da tempo accettate, affinché l’ordine imperiale occidentale possa continuare a esercitare la sua secolare predazione egemonica globale con totale impunità giuridica.
È in momenti come questi che dobbiamo mettere in luce la natura strisciante di questi processi. Ma la buona notizia è che il disperato aumento di queste derive rappresenta un segnale d’allarme, un momento di panico e di sventura per l’ordine globalista che sta perdendo il controllo. La situazione in Medio Oriente degli ultimi due anni in particolare – vale a dire il genocidio di Gaza e i conflitti ad esso collegati – ha davvero scosso le cose e rivelato la bancarotta morale al centro dell’«ordine internazionale» e dei suoi vari organi.
È stato l’ultimo chiodo nella bara dell’intero establishment del dopoguerra, con un Trump sconsideratamente sprezzante della legge che ha fatto da martello per confilarlo. Possiamo solo sperare che, nel caos sfrenato che ne seguirà, le nazioni del mondo gravino e si uniscano attorno a nuovi pilastri di equità morale, come la Cina e la Russia, paesi guidati da organi politici che danno importanza alla cooperazione e al rispetto rigoroso della legge anche nelle forme più estreme di pressione ostile.
Ma prima di allora, dovremo probabilmente sopportare ancora un bel po’ di lamenti strazianti da parte dell’Ordine, ormai in preda agli spasmi, mentre fa tutto il possibile per aggrapparsi al potere e ritardare l’inevitabile.
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Di Kayla Dones
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Il cielo sopra Teheran pioveva petrolio. Non è una metafora. Domenica mattina, gli abitanti di una città di quasi dieci milioni di persone sono usciti di casa e hanno trovato i loro vestiti, le loro auto e la loro pelle ricoperti di goccioline nere come il petrolio: i residui della combustione di cinque depositi di carburante distrutti durante la notte da attacchi aerei congiunti USA-Israele. “La pioggia è nera, non ci posso credere, vedo una pioggia nera”, ha detto Kianoosh, un ingegnere di 44 anni, alla rivista TIME . La Mezzaluna Rossa iraniana ha avvertito che le esplosioni hanno rilasciato nell’atmosfera composti tossici di idrocarburi, zolfo e ossidi di azoto. Le autorità ambientali del paese hanno esortato i cittadini a rimanere in casa.
Apparentemente, si trattava di una catastrofe militare e ambientale: il nono giorno di una guerra che ha già ucciso più di 1.300 persone in Iran e 300 in Libano. Ma in certi ambienti, era tutt’altro. Era una scrittura sacra.
Nel giro di poche ore, i social media si sono riempiti di riferimenti al Dukhan, un concetto coranico di un fumo nero e soffocante che scende sull’umanità come uno dei principali segni del Giorno del Giudizio. I resoconti delle profezie evangeliche hanno incrociato i cieli infuocati con Ezechiele 38, un capitolo della Bibbia ebraica che nomina la Persia – l’odierno Iran – come una nazione che sarebbe stata consumata nel fuoco e nello zolfo alla fine dei tempi. Per milioni di persone che guardavano lo stesso filmato, questa non era una guerra. Era un adempimento.
Questa convergenza di convinzioni non è un elemento secondario di questo conflitto. Ne è strutturale. Ed è la dimensione più pericolosa e meno segnalata di ciò che si sta verificando in Medio Oriente in questo momento.
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La profezia che è diventata politica
Cominciamo dal Paese che ha scatenato la guerra.
L’esercito degli Stati Uniti ha avviato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran il 28 febbraio 2026. Il presidente che ha ordinato quegli attacchi – Donald Trump – governa dalla sua elezione nel 2016 con una cerchia ristretta di cristiani evangelici per i quali il Medio Oriente non è un teatro geopolitico, ma teologico. L’ex vicepresidente Mike Pence, l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e l’attuale ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee condividono tutti quella che un’analisi dell’Arab Center DC descrive come una “devozione biblica per Israele” che plasma le loro posizioni politiche al livello più profondo.
Questa non è una posizione marginale. Secondo il Chicago Council on Global Affairs, circa 44 milioni di americani – circa il 13% della popolazione – si identificano come protestanti evangelici bianchi. Di questi, il 61% si identifica come repubblicano. Una ricerca del Pew Research Center del 2013 ha rilevato che l’82% dei cristiani evangelici bianchi crede che Dio abbia donato la terra di Israele al popolo ebraico. Elizabeth Oldmixon, politologa dell’Università del Nord Texas , ha stimato che circa un terzo degli evangelici pone la politica su Israele al centro delle proprie decisioni elettorali. Si tratta di un blocco enorme. Ed è stato utilizzato con precisione.
Lo stesso Trump ha riconosciuto apertamente il meccanismo. Durante un comizio del 2020 a Oshkosh, nel Wisconsin, ha dichiarato alla folla: “Abbiamo spostato la capitale di Israele a Gerusalemme. Questo è per gli evangelici”. Ron Dermer, ex ambasciatore israeliano a Washington, ha affermato chiaramente che la spina dorsale del sostegno degli Stati Uniti a Israele non erano gli ebrei americani, ma i cristiani evangelici.
Le persone che prendono decisioni sull’Iran non agiscono in un quadro puramente realpolitik. Un numero significativo di loro crede di poter essere parte di un finale profetizzato.
Questa non è solo una mia opinione: Tucker Carlson ha aperto il suo spettacolo ieri sera parlando proprio di questo argomento.
La teologia individuata da Tucker si chiama dispensazionalismo, un modello teologico del XIX secolo sviluppato dal pastore anglo-irlandese John Nelson Darby, reso popolare dalla Bibbia di riferimento Scofield e in seguito dalla serie di romanzi Left Behind di Tim LaHaye, che ha venduto quasi 80 milioni di copie. In sostanza, il dispensazionalismo sostiene che le profezie bibliche di Ezechiele, Daniele e Apocalisse descrivono eventi futuri letterali e che il moderno Stato di Israele ne è il meccanismo scatenante.
Ezechiele 38 è il testo chiave. Descrive una coalizione di nazioni guidata da un personaggio chiamato Gog, proveniente dalla terra di Magog, che invade Israele negli ultimi giorni. Tra le nazioni menzionate in quella coalizione: Persia e Iran. Dio interviene direttamente, distruggendo gli invasori con terremoti, pestilenze e fuoco che piove dal cielo. Il parallelo con una Teheran in fiamme non è qualcosa che i credenti debbano sforzarsi di trovare. Si presenta da sé.
Come riportato dalla CNN nel giugno 2025, la storica religiosa Diana Butler Bass e altri hanno documentato come questo quadro profetico sia migrato dal pulpito alla politica. Jemar Tisby, storico e scrittore, ha scritto che le azioni di Trump contro l’Iran “sottolineano come queste credenze teologiche non siano astratte; hanno conseguenze dirette, pericolose e mortali”. La credenza nella profezia, ha detto Tisby alla CNN, crea una lente attraverso la quale l’escalation militare letterale diventa spiritualmente inevitabile – e spiritualmente necessaria.
L’Iran non è un oggetto passivo in questo dramma escatologico. Ha il suo.
La Repubblica Islamica dell’Iran è stata fondata fin dalla sua fondazione su uno specifico filone della teologia sciita chiamato Mahdismo Duodecimano. La convinzione: che il dodicesimo Imam, Muhammad al-Mahdi, nato nell’868 d.C., non sia morto ma sia entrato in uno stato di occultamento – un occultamento divino – e che tornerà alla fine dei giorni per sconfiggere l’ingiustizia e stabilire il dominio di Dio sulla terra. La rivoluzione del 1979 sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini trasformò questa credenza da una credenza teologica quietista in un’ideologia di Stato operativa.
Le implicazioni sono dirette e documentate. Un rapporto del 2022 del Middle East Institute , intitolato ” Iran’s Revolutionary Guard and the Rising Cult of Mahdism” , ha rilevato che la distruzione di Israele è sempre più inquadrata all’interno del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica non come un obiettivo geopolitico, ma come un obbligo religioso legato a un’aspettativa escatologica. Il rapporto ha avvertito, in modo specifico, che i devoti Mahdisti potrebbero raggiungere posizioni di leadership di alto livello all’interno dell’IRGC, portando sotto il loro controllo le forze missilistiche balistiche e il programma nucleare.
Non si tratta di teoria. Khomeini designò l’Iran “Avanguardia del Mahdi” e dichiarò che la Repubblica Islamica aveva una missione speciale per preparare le condizioni per il ritorno del Mahdi. Il suo successore, il defunto Ayatollah Ali Khamenei – ucciso nei primi attacchi di questa guerra – parlò esplicitamente delle forze armate iraniane come strumenti per realizzare la profezia divina. L’IRGC gestisce un programma di addestramento ideologico-politico per i suoi membri; secondo il rapporto del Middle East Institute, tale indottrinamento rappresenta ora più della metà dell’addestramento richiesto sia per le reclute che per i membri esistenti. Il sistema di promozione privilegia la convinzione ideologica rispetto alle competenze tecniche.
Una pubblicazione del 2007 del Tenente Colonnello Kurt Crytzer, tramite l’US Army War College, chiedeva direttamente se il governo iraniano stesse tentando di porre delle condizioni per il ritorno del Dodicesimo Imam, e quali minacce ciò comportasse. La domanda non era retorica. Si trattava di una valutazione strategica di un avversario che operava all’interno di un quadro teologico che la teoria convenzionale della deterrenza non prendeva in considerazione.
Durante la Guerra Fredda, la distruzione reciproca assicurata ha impedito alle potenze nucleari di intervenire. Questa logica presuppone che entrambe le parti temano l’annientamento. Il Mahdismo no.
La deterrenza della Guerra Fredda si basava su una semplice premessa: nessun attore razionale avrebbe avviato uno scontro nucleare a cui non avrebbe potuto sopravvivere. Ma come hanno documentato gli analisti del Middle East Forum, se la leadership iraniana ritiene che un conflitto nucleare accelererebbe il ritorno del Mahdi – adempiendo la profezia divina – allora il rapporto costi-benefici si inverte. L’annientamento non è un deterrente. È un incentivo.
Questa non è un’interpretazione marginale dell’ideologia dell’IRGC. È documentata nei loro stessi materiali di formazione, nei loro stessi schemi promozionali e nelle loro stesse dichiarazioni pubbliche, che i politici occidentali hanno ampiamente rifiutato di prendere per oro colato.
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La terza parte della profezia
La coalizione fondatrice del sionismo religioso in Israele aggiunge un terzo vettore escatologico allo stesso conflitto geografico.
La teologia religiosa sionista sostiene che il ritorno della sovranità ebraica sulla Terra d’Israele sia di per sé un adempimento della profezia biblica: il raduno degli esuli descritto in Ezechiele 36, Isaia 66 e Deuteronomio 30. Per il movimento dei coloni e i suoi alleati politici all’interno del governo israeliano, questa non è una narrazione storica. È un processo divino in corso in cui la concessione territoriale non è un’opzione diplomatica, ma un tradimento teologico.
Un sondaggio Pew del 2022 ha rilevato che il 70% dei protestanti evangelici bianchi negli Stati Uniti concorda sul fatto che Dio abbia donato la terra di Israele al popolo ebraico. La percentuale è praticamente identica – 81% – tra gli ebrei ultraortodossi. Due comunità, in due continenti, operano partendo dalla stessa premessa sullo stesso appezzamento di terra, con una delle due che ne ha il controllo diretto.
La leva politica che questo crea è sbalorditiva. Come documentato da The Nation nel 2023, l’alleanza Likud-evangelici opera attraverso istituzioni interconnesse – i Cristiani Uniti per Israele, l’immagine speculare dell’IRGC in termini di escatologia istituzionale, fondata dal pastore John Hagee – che forniscono alle preferenze di politica estera di matrice religiosa l’infrastruttura di un’operazione di lobbying convenzionale. Quando il Presidente della Camera Mike Johnson ha detto alla Coalizione Ebraica Repubblicana che “Dio non ha ancora chiuso con Israele”, non stava parlando metaforicamente. Stava esprimendo una posizione politica derivabile direttamente da una premessa teologica.
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Il divario tra le armi e i testi
Ecco il problema che nessuno nella Washington ufficiale, nessun analista di sicurezza nazionale mainstream e nessun importante comitato editoriale ha affermato chiaramente:
Queste profezie furono scritte per un mondo pre-nucleare. I sistemi di credenze non sono stati aggiornati. Le armi sì.
Ezechiele non aveva previsto l’uranio arricchito. Gli autori dell’Apocalisse non avevano previsto missili balistici con testate MIRV. Gli hadith che descrivono Ya’juj e Ma’juj che bevono il Mar di Galilea fino a prosciugarlo furono composti prima dell’invenzione di un’arma in grado di irradiarlo. Ma gli uomini con le dita vicino ai grilletti a Washington, Tel Aviv e Teheran – e a Islamabad, dove un Pakistan dotato di armi nucleari si trova adiacente a questo conflitto – stanno leggendo quegli antichi testi come documenti operativi.
Le conseguenze istituzionali sono già visibili. I blocchi politici evangelici americani si sono costantemente opposti ai quadri di governance internazionale – la Corte penale internazionale, gli accordi vincolanti sul clima, l’estensione dell’autorità dell’OMS – perché una struttura di governo mondiale è, nella loro teologia, lo strumento dell’Anticristo. Questo non è un argomento di discussione. È un modello documentato di opposizione politica, derivabile direttamente da una lettura specifica di Apocalisse 13. La fede nella profezia non riguarda solo la politica estera in Medio Oriente. Degrada l’intera architettura della cooperazione globale.
Da parte iraniana, il sistema di indottrinamento ideologico dell’IRGC ha coltivato per decenni una generazione per la quale il conflitto escatologico con Stati Uniti e Israele non è una posizione politica, ma un’identità fusa, attraverso ripetuti cicli di guerra, sanzioni e privazioni, con l’esperienza vissuta. Il rapporto del 2022 del Middle East Institute ha avvertito che il Mahdismo all’interno della Guardia è “un punto cieco completo per i politici occidentali”. Quattro anni dopo, quel punto cieco permane.
Ogni ciclo di conflitto produce una generazione più numerosa e radicalizzata, per la quale l’ideologia apocalittica non è una fede. È una narrazione di sopravvivenza.
E ora c’è una nuova variabile che nessun profeta aveva previsto: l’intelligenza artificiale. I contenuti generati dall’intelligenza artificiale possono produrre immagini, testi e video preconfezionati dall’aspetto profetico su scala industriale per poche centinaia di dollari. Gli algoritmi dei social media amplificano già preferenzialmente i contenuti apocalittici perché generano il massimo coinvolgimento. L’infrastruttura per produrre un “segno dal cielo” – un miracolo inventato, un intervento divino deepfake – e distribuirlo a centinaia di milioni di credenti prima che qualsiasi fact-checking arrivi è già operativa oggi. La prima grande crisi geopolitica innescata in modo significativo da contenuti escatologici preconfezionati non è un esperimento mentale. È un’ipotesi di pianificazione.
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Cosa pone fine al caos – Secondo i testi
C’è una sorprendente convergenza nel modo in cui tutte e tre le tradizioni rispondono alla questione della risoluzione. Non la diplomazia. Non il diritto internazionale. Non la deliberazione democratica. L’intervento divino diretto: una figura messianica che giunge nel momento cruciale, quando le istituzioni umane si sono dimostrate incapaci di prevenire la catastrofe, e riordina il mondo con la forza di Dio.
Il Cristianesimo attende la Seconda Venuta di Cristo. L’Islam attende il ritorno del Mahdi e di Gesù (Isa), che nella tradizione islamica fu elevato al cielo senza morire e tornerà per sconfiggere il Dajjal – il grande ingannatore – e governare con giustizia. L’Ebraismo attende un Messia umano della stirpe di Davide che radunerà gli esuli, ricostruirà il Tempio e inaugurerà un’era descritta in Isaia come un mondo in cui le nazioni non impareranno più la guerra.
Il denominatore comune: Gerusalemme. Ogni tradizione colloca lì la soluzione. Il caos si intensifica fino a un punto di rottura. Il punto di rottura innesca l’intervento divino. L’intervento è incentrato su una città attualmente contesa da tre potenze nucleari o confinanti con un’area nucleare.
Questa è la sfida di civiltà del XXI secolo, e non viene quasi mai formulata in questo modo. La questione se l’umanità possa sviluppare quadri di riferimento per la creazione di significato che forniscano ciò che la religione offre – comunità, struttura morale, spiegazione della sofferenza, speranza – senza l’apocalittica struttura di autorizzazione all’autodistruzione è la questione aperta più importante del nostro tempo. Riceve meno attenzione analitica seria della prossima riunione della Federal Reserve.
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Stamattina il petrolio è piovuto su Teheran. Quattro autisti di autocisterne sono morti. A una città di dieci milioni di persone è stato detto di rimanere in casa e di respirare attraverso le mascherine. Da qualche parte in quella città, qualcuno ha guardato il cielo nero e ha preso una scrittura.
Dall’altra parte del mondo, qualcun altro ha letto lo stesso evento in un libro diverso ed è giunto alla stessa conclusione.
Questa è la guerra sotto la guerra. E non ha una clausola di cessate il fuoco, esiste per provocare la fine del mondo.
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Fonti
Al Jazeera: “Israele colpisce per la prima volta gli impianti petroliferi dell’Iran mentre la guerra entra nel nono giorno”, 8 marzo 2026
TIME: “Teheran avvolta nel fumo tossico dopo che Israele ha colpito i depositi di carburante”, 8 marzo 2026
Axios: “Gli attacchi di Israele ai depositi di carburante iraniani suscitano preoccupazioni per un possibile ritorno di fiamma da parte degli Stati Uniti”, 8 marzo 2026
NPR: “L’Iran nomina Mojtaba Khamenei come suo nuovo leader supremo”, 8 marzo 2026
CNN: “Lo scontro tra Stati Uniti e Iran potrebbe essere plasmato dalla profezia, non dalla politica”, 29 giugno 2025
Middle East Institute: “La Guardia Rivoluzionaria iraniana e il crescente culto del Mahdismo”, maggio 2022
Forum sul Medio Oriente: “Mahdismo: l’ideologia apocalittica dietro il programma nucleare iraniano”, 2023
Arab Center DC: “Il calo del sostegno degli evangelici americani a Israele”, dicembre 2025
Chicago Council on Global Affairs: “Il sostegno unico degli evangelici americani a Israele”, 2024
The Nation: “Gli evangelici americani attendono la battaglia finale a Gaza”, novembre 2023
Baptist News Global: “La teologia della fine dei tempi che guida l’intervento degli Stati Uniti in Iran”, marzo 2026
Conservatore ungherese: “Guerra ed escatologia: come l’ideologia mahdista iraniana plasma il conflitto tra Stati Uniti e Iran”, marzo 2026
US Army War College: Tenente colonnello Kurt Crytzer, “Mahdi e la minaccia nucleare iraniana”, 2007
Pew Research Center: sondaggio sulle opinioni dei cristiani evangelici su Israele, 2022
Washington Post: “Metà degli evangelici sostiene Israele perché crede che sia importante per adempiere la profezia della fine dei tempi”, 2018
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Su Italia e il Mondo: Si Parla di Iran, il momento della verità. Gabriele Gemani, sul suo canale YouTube, il 5 marzo scorso, a pochi giorni dal proditorio attacco all’Iran, ha promosso una conversazione sul tema dell’aggressione. Un atto che probabilmente non vedrà sul campo una vittoria netta di una delle due parti, ma pagata a caro prezzo dall’Iran; ma che sul piano strategico delle grandi dinamiche geopolitiche comporterà un costo pesante agli Stati Uniti e all’attuale sua amministrazione che, come più volte sottolineato, ha fondato il proprio successo elettorale e il successivo insediamento anche sulla drastica limitazione e selettività degli interventi armati_Giuseppe Germinario
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DD GEOPOLITICS | RAPPORTO INVESTIGATIVO | 10 MARZO 2026
Di: Kayla Dones | Analisi e rapporto investigativo
I media israeliani riportano che i “fantasmi” di Hezbollah sono tornati ai confini settentrionali. Nel Libano meridionale, i combattenti emergono da posizioni nascoste, colpendo con precisione e creando una grave crisi operativa per l’esercito israeliano. Le forze convenzionali faticano a rispondere a questa rete sotterranea e altamente coordinata, dimostrando come Hezbollah possa trasformare il territorio stesso in un vantaggio strategico.
— Ibrahim Majed, @IbrahimMajed, X.com, 10 marzo 2026
Il primo attacco: come i telefoni sono diventati un campo di battaglia per la mente
Prima che i missili volino, lo fanno le parole. L’8 marzo 2026 accadde qualcosa di senza precedenti: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) trasmise massicci messaggi di testo direttamente ai telefoni civili dei cittadini israeliani. Il messaggio fu diretto e intenzionale.
Come riportato dall’International Business Times UK, l’IRGC ha inviato un agghiacciante allarme affermando che i sistemi radar statunitensi nella regione erano stati distrutti, che il governo israeliano stava ingannando il suo stesso popolo e che nessun rifugio avrebbe potuto garantire la loro sicurezza dai missili in arrivo.
L’IRGC aveva già dichiarato pubblicamente, tramite il suo organo di stampa ufficiale Sepah News, che i radar americani THAAD dispiegati negli Emirati Arabi Uniti e in Giordania, così come il sistema radar statunitense FPS-132 over-the-horizon noto come “Desert Eye” di stanza in Qatar, erano stati distrutti da unità missilistiche e droni dell’IRGC. Tale affermazione ha costituito la base fattuale dell’allarme trasmesso nelle tasche e nelle borse israeliane attraverso la trasmissione di massa di messaggi di testo.
L’IRGC ha annunciato attraverso canali ufficiali che “gli occhi degli Stati Uniti e del regime sionista nella regione sono stati accecati” dopo aver rivendicato la distruzione di oltre sette installazioni radar avanzate. Né gli Stati Uniti né Israele hanno confermato la completa distruzione di tali sistemi radar. Le IDF hanno tuttavia riconosciuto che gli attacchi dell’Iran hanno preso di mira le infrastrutture militari regionali durante tutto il conflitto.
Questa non è propaganda per un consumo a distanza. È una battaglia psicologica tanto quanto fisica. Quest’azione può essere un’interpretazione di un’intimidazione volta a creare il panico tra i civili dall’interno, oppure un avvertimento finale. Le prossime ore e i prossimi giorni porteranno alla luce ulteriori dettagli. Ibrahim Majed ha colto il significato dei messaggi di testo: una dichiarazione che il conflitto non ha più un perimetro sicuro. Non per i civili. Non per gli operatori radar. Non per i centri di comando della difesa aerea. E vale la pena notare che, in quest’era di ipertecnologia, la storia ci insegna che nei conflitti asimmetrici la guerra alla percezione è spesso quella decisiva.
TRE FRONTI: IL PANORAMA STRATEGICO
Hezbollah oggi opera in un contesto strategico multifronte, diverso da qualsiasi cosa il movimento abbia mai affrontato nei suoi quarant’anni di storia. Come scrive Ibrahim Majed:
“Hezbollah oggi opera in un contesto strategico sempre più complesso, in cui le minacce possono emergere da più direzioni contemporaneamente. Il movimento non è più schierato su un unico campo di battaglia, ma su diverse potenziali arene di scontro”.
Rassegna settimanale delle operazioni militari di Hezbollah dal 2 al 9 marzo
Questa non è una rappresentazione retorica. È un fatto concreto, confermato da tutti i principali organi di informazione internazionali che seguono questo conflitto.
Il fronte meridionale: il nucleo storico
Il confine libanese con la Palestina occupata rimane l’asse principale dello scontro, ed è ormai pienamente attivo. Le incursioni terrestri israeliane nel Libano meridionale hanno trasformato quella che per lungo tempo è stata una linea di deterrenza in un teatro di guerra in piena attività.
Reuters, contattando quattro contatti libanesi direttamente a conoscenza delle operazioni militari di Hezbollah, ha riferito il 10 marzo 2026 che Hezbollah è tornato alle sue radici nella guerriglia, operando in piccole unità decentralizzate, razionando l’uso dei razzi anticarro ed evitando deliberatamente dispositivi di comunicazione vulnerabili all’intelligence israeliana. I combattenti d’élite Radwan, che si erano ritirati dal sud dopo il cessate il fuoco del 2024, sono tornati. Il loro obiettivo: Khiyam, vicino all’intersezione del confine del Libano con Israele e Siria, che Hezbollah identifica come il punto di partenza più probabile per un’eventuale invasione terrestre israeliana.
Una fonte della sicurezza israeliana ha dichiarato a Reuters che, lungi dal cercare di de-escalation, Hezbollah sembra stia stabilizzando i suoi ranghi ed eseguendo le decisioni con crescente efficacia. Il gruppo avrebbe assegnato quattro vice a ogni comandante sul campo, un’architettura di ridondanza progettata per garantire la continuità operativa anche quando Israele prende di mira la leadership.
Il Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS) ha valutato che le colline rocciose del Libano meridionale creano strozzature naturali che limitano la presenza di mezzi corazzati israeliani su importanti strade fortificate, rendendo le forze convenzionali sistematicamente vulnerabili a missili anticarro, IED e imboscate. Il generale di brigata dell’esercito libanese Nicolas Thabet ha dichiarato ai media internazionali nel novembre 2025 che, da quando si sono schierati a sud del fiume Litani, le truppe hanno scoperto 74 tunnel, 175 lanciarazzi e 58 missili. Un complesso nella valle di Zibqin, lungo circa 100 metri, dotato di energia elettrica, ventilazione, infrastrutture di pronto soccorso e scorte alimentari, probabilmente fungeva da centro di comando di Hezbollah.
Majed lo descrive con precisione:
“In risposta, Hezbollah sta impiegando una dottrina militare costruita attorno a vaste capacità missilistiche e a un’infrastruttura difensiva profondamente radicata, capacità sviluppate proprio per lo scenario di un’avanzata terrestre israeliana su larga scala”.
Il fronte orientale: la nuova carta incognita della Siria
A est, la trasformazione politica della Siria ha introdotto una nuova variabile instabile. L’ascesa di Ahmad al-Sharaa – noto come Abu Mohammad al-Jolani – alla presidenza siriana ha rimodellato la frontiera siro-libanese in modi che rimangono pericolosamente fluidi.
Come documenta Majed:
“Lo spazio aereo siriano è stato utilizzato o tollerato da aerei israeliani che hanno lanciato attacchi verso il Libano, insieme a tentativi di inserzioni aeree israeliane in diversi villaggi nella valle della Beqaa, tra cui Nabi Chit.”
Funzionari e personalità dei media siriani hanno accusato Hezbollah di aver attaccato il territorio siriano, accuse che i sostenitori di Hezbollah hanno fermamente respinto. Al Jazeera ha confermato che fonti militari libanesi hanno riferito della presenza di truppe di terra israeliane in numerosi punti a pochi chilometri all’interno del territorio libanese.
Il fronte interno: la fragile arena politica del Libano
Il terzo potenziale fronte è quello più politicamente connotato. Le profonde divisioni settarie e il collasso economico del Libano creano le condizioni per l’instabilità interna se il governo tentasse di disarmare forzatamente Hezbollah. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha definito il rientro militare di Hezbollah un “errore strategico”. Ma il colonnello in pensione dell’esercito americano Seth Krummrich, ex capo di stato maggiore del Comando Centrale delle Operazioni Speciali, ha dichiarato direttamente ad Al Jazeera che affrontare in combattimento i battaglioni di Hezbollah “impoverirebbe l’esercito”.
Majed non usa mezzi termini:
“Con il governo, che sarebbe sostenuto dagli Stati Uniti, che cerca di fomentare uno scontro tra l’esercito libanese e la resistenza e che incoraggia alcuni gruppi nazionali a scontrarsi con Hezbollah, questo fronte interno rimane instabile e potrebbe aprirsi in qualsiasi momento.”
LA RETE REGIONALE: HEZBOLLAH NON È SOLO
L’analisi su tre fronti sarebbe incompleta senza la più ampia rete di attori alleati, il cui coinvolgimento potrebbe alterare radicalmente la traiettoria del conflitto. Come scrive Majed:
“Le fazioni armate all’interno della resistenza irachena hanno già segnalato che potrebbero spostarsi verso il teatro siriano se Damasco intraprendesse un’azione militare contro il Libano sotto la guida di Ahmad al-Sharaa.”
Questo segnale non è ipotetico. Secondo il Critical Threats Project, la Resistenza Islamica in Iraq ha rivendicato 29 operazioni distinte contro obiettivi legati a Stati Uniti e Israele in tutta la regione solo nella prima settimana di marzo 2026. L’IRGC ha dichiarato l’8 marzo che l’Iran è pronto a sostenere “almeno sei mesi di guerra intensa al ritmo attuale delle operazioni”, rivendicando attacchi su oltre 200 siti collegati a basi statunitensi e israeliane in tutta la regione. Il numero speciale dell’ACLED di marzo 2026 ha confermato che la campagna di rappresaglia dell’Iran ha colpito Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein e ha preso di mira navi nello Stretto di Hormuz.
Majed identifica il principio organizzativo:
“Se più pressioni dovessero manifestarsi simultaneamente, Hezbollah si troverebbe ad affrontare uno scenario strategico diverso da qualsiasi altro abbia mai affrontato prima: uno scontro militare con Israele a sud, crescenti tensioni lungo la frontiera siriana a est e un fragile scenario politico interno. Tuttavia, un simile scenario comporterebbe anche il rischio di trasformare un conflitto localizzato in una crisi regionale multi-teatrale, coinvolgendo attori in tutto il Medio Oriente”.
IL FANTASMA DEL VIETNAM: QUANDO IL TERRENO SCONFIGGE LA POTENZA DI FUOCO
Ciò che sta accadendo tra le colline calcaree del Libano meridionale non è una novità. La storia ha già scritto questo copione, nelle giungle del Sud-est asiatico, cinquant’anni fa.
Dalla fine degli anni ’40 al 1975, le forze comuniste vietnamite costruirono una delle infrastrutture di guerriglia più formidabili della storia militare. La sola rete di tunnel di Cu Chi si estendeva per 250 chilometri, dalla periferia di Saigon al confine con la Cambogia. Conteneva ospedali da campo, cucine, dormitori, centri di comando e aule scolastiche. Era dotata di condotti di ventilazione, botole e portelli di fuga dotati di trappole esplosive progettate per uccidere qualsiasi soldato nemico vi fosse entrato.
Gli Stati Uniti, che all’epoca comandavano la forza militare tecnologicamente più avanzata al mondo, non riuscirono a distruggerla.
Nel gennaio 1966, 8.000 soldati americani e australiani lanciarono l’Operazione Crimp, preceduta da bombardamenti a tappeto con i B-52. Trovarono i tunnel. Non riuscirono a eliminarli. I Viet Cong tornarono nel giro di pochi mesi. Nel gennaio 1967, l’Operazione Cedar Falls schierò 30.000 soldati contro la stessa rete, scoprendo il quartier generale distrettuale dei Viet Cong e mezzo milione di documenti. I Viet Cong tornarono nel giro di pochi mesi. Nel 1969, i B-52 avevano preso di mira esclusivamente Cu Chi. Nemmeno i bombardamenti a tappeto riuscirono a distruggere gran parte del sistema.
Nel 1965, i Viet Cong erano così ben trincerati da controllare dove e quando avrebbero avuto luogo le battaglie: la definizione di dominio strategico non si otteneva attraverso la potenza aerea o la supremazia navale, ma attraverso la conoscenza del territorio e le infrastrutture sotterranee.
I parallelismi con il Libano meridionale sono strutturali, non casuali:
Il terreno come livellatore: le colline rocciose limitano i movimenti meccanizzati. I tunnel scavati nel calcare non possono essere bombardati a tappeto fino a renderli inservibili.
Comando decentralizzato: la struttura di Hezbollah, composta da quattro vice per comandante, rispecchia l’organizzazione cellulare dell’NLF, progettata per sopravvivere agli attacchi di decapitazione.
Colpire e sparire: i “fantasmi” descritti da Ibrahim Majed, che emergono da posizioni nascoste, colpiscono con precisione e scompaiono sottoterra, stanno mettendo in pratica la strategia di Cu Chi sul territorio libanese.
Guerra psicologica: la campagna di massa tramite SMS dell’IRGC è una versione informatica delle trasmissioni di Radio Hanoi, volta a minare il morale dei civili e a minare la legittimità dello Stato avversario.
Campagna di massa di messaggi di testo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, Google Translate.
Gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam non perché rimasero senza bombe. Ne avevano più di quante ne potessero sganciare. Persero perché il terreno e il tempo favorirono la parte che combatteva in patria, all’interno della propria geografia, con infrastrutture che nessuna potenza di fuoco aerea avrebbe potuto eliminare completamente.
La domanda ora è se Israele – e i suoi sostenitori americani – abbiano studiato quella storia. E se la risposta cambi qualcosa sul campo.
FONTI
Reuters (10 marzo 2026) — Confermato il perno tattico della guerriglia di Hezbollah e il ritorno della forza Radwan a Khiyam.
Al Jazeera (10 marzo 2026) — Confermata la presenza terrestre israeliana in Libano e lo stato di disarmo dell’esercito libanese.
International Business Times UK (8 marzo 2026) — Confermati messaggi di testo di massa inviati dall’IRGC ai telefoni civili israeliani.
IRGC / Sepah News (fonte primaria) — Le affermazioni dell’IRGC in merito alla distruzione del radar. La verifica indipendente di tutte le presunte distruzioni del radar rimane incompleta.
Numero speciale di ACLED marzo 2026 — Confermata la portata degli attacchi di rappresaglia iraniani nella regione del Golfo.
Biblioteca della Camera dei Comuni (10 marzo 2026) — Confermata la cronologia degli attacchi USA-Israele a partire dal 28 febbraio 2026.
Critical Threats Project (5 marzo 2026) — Confermate le operazioni della milizia irachena e l’analisi della fase della campagna.
CSIS (ottobre 2024) — Analisi confermata del territorio e della geografia strategica del Libano meridionale.
Modern War Institute, West Point (novembre 2024) — Confermata la valutazione dell’infrastruttura del tunnel di Hezbollah.
History.com / Documenti sui tunnel di Cu Chi: conferma della guerriglia e della dottrina dei tunnel durante la guerra del Vietnam.
DD Geopolitics è una pubblicazione analitica indipendente. Questo articolo integra fonti primarie, verifiche di agenzie di stampa internazionali e commenti analitici di Ibrahim Majed (@IbrahimMajed su X), il cui quadro strategico originale è citato con attribuzione. L’analisi di Ibrahim Majed rappresenta il suo punto di vista indipendente ed è presentata come fonte citata.
La scelta di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema dell’Iran incoraggerà i sostenitori della linea dura,
Che è appunto cosa abbastanza ovvia visto che Khameney jr sarebbe l’unico scampato per miracolo al completo sterminio della sua famiglia, ascendenti , discendenti e collaterali compresi.
E quindi qui ci dovremmo chiedere a cosa mirasse una simile strategia di sterminio U$raeliana.
Una simile vigliaccata doveva mirare per forza a sostituire la “guida suprema “ con uno dei soliti “preti azeri”; ma da dove gli U$raeliani traevano la loro certezza che questi azeri sempre “miracolosamente” risparmiati avrebbero potuto con certezza raggiugere quel posto una volta ucciso Khameney sr. e tutta la sua discendenza ?
Da dove in particolare derivava la LORO convinzione che le strutture militari e paramilitari iraniane, profondamente indurite e ideologizzate, una volta decapitate dei loro generali, avrebbero dovuto obbedire a dei “politici moderati” che QUANTOMENO si erano dimostrati dei deficienti facendosi gabbare ripetutamente da subdoli assassini?
Con questo io voglio dire che Khameney jr. , una figura non di spicco dell’establishment iraniano, per diretto volere di suo padre ( altro che Ciccio Kim che “alleva” la figlia tredicenne ) , oggi potrebbe anche non essere vivo e semplicemente il suo COGNOME essere usato come un “brand” da una nuova elite iraniana che U$rael ha fatto uscire dalle pastoie in cui era tenuta da quella vecchia, realizzando così, di fatto, sì un effettivo ” regime change”, ma all’ incontrario di quanto ufficialmente dichiarato nel compiere una simile vigliaccata.
Ma era veramente imprevedibile tutto questo? Io non credo .
Io penso invece che i “bankesters” padroni di U$rael abbiano attaccato l’ Iran proprio per scatenare il collasso della economia globale se non addirittura la WW3 che non riuscivano ad ottenere povocando Russia e Cina.
E questo spiega anche l’ evidente mollezza di Russia e Cina nel sostenere l’ Iran, un paese AMICO e AGGREDITO di cui per altro nessuno dei due può permettersi la caduta sotto le grinfie di U$rael.
Proprio qui, sull’ Iran sarà misurato l’ effettivo spessore politico, di Putin soprattutto, ma anche di Xi, uno per altro bravissimo a rimanere sempre defilato.
Ma possono davvero sia l’ uno che l’altro restare defilati su questa guerra ?
Io non credo. Mi sembra evidente che aiuteranno l’ Iran solo per il minimo indispensabile a non cadere; non vogliono cacciarsi nella trappola dei “bankesters”, ma nemmeno possono permettersi di dargliela vinta fino al punto di lasciargli prendere l’ Iran.
C’è allora c’ è chiedersi quanto l’ Iran sia stato vittima inconsapevole di questa guerra che U$rael gli ha portato così vigliaccamente.
Commentai infatti qui nei giorni successivi al fatidico 7 ottobre 2023 che probabilmente eravamo dentro un triplo gioco nel quale Israele aveva operato per farsi attaccare da Hamas , per poi così chiudere una volta per tutte la partita con i palestinesi , ma che l’ Iran avrebbe operato per farsi poi attaccare da U$rael e chiudere a sua volta con il dominio U$A del MO.
E più resiste l’ Iran , continuando a colpire duro Israele ed impantando sempre più gli U$A nel golfo e più questa ipotesi diventa reale.
Possono mai i marines sbarcare anche solo nell’ isola di karg senza dover riportare parecchi sacchi neri a casa?
Certo gli americani possono bombardare per mesi l’ Iran; se l’ Iran può parimenti fare altrettanto con Israele e i petrostati suoi clienti e complici , imponendo ogni giorno agli U$A una spesa di un miliardo di dollari e a tutto il mondo “occidentale” una rimessa economica dieci volte superiore, alla fine la vittoria strategica sarà di chi resisterà di più.
L’esito dipenderà solo da Russia e Cina. Vogliono costoro realmente affrancarsi da U$rael o no ?
Per concludere, un’ultima considerazione: più resiste l’ Iran , colpendo i propri aggressori e più costoro saranno tentati di chiudere con un attacco nucleare più o meno “mirato”.
Ma non era appunto spingere la Russia ad un uso disperato del “nucleare” ciò a cui mirava la provocazione NATO alla Russia?
Se infatti l’uso “tattico” del nucleare da una parte “ chiude” una guerra, sempre che poi le cose non precipitino, dall’altro crea un paria, cioè uno “sconfitto strategico” che pur aggredendo, in ultima analisi non aveva nessuna altra soluzione per NON perdere che usare “la bomba”.
E’ solo per questo motivo che gli USA non usarono mai la bomba contro il Vietnam del Nord.
Qui qualcuno più smagato potrebbe pensare che laddove gli U$A non potessero usare “la bomba” per disimpegnarsi dal golfo, questo potrebbe benissimo essere fatto da Israele che userebbe la bomba, che ufficialmente NON ha. Gli U$A resterebbero padroni del MO lasciando l’ Iran bastonato morto.
Ma c’è un grosso MA.
Se l’ Iran avesse realmente concepito la strategia di farsi attaccare da U$rael avrebbe necessariamente anche preso in considerazione questa eventualità rimanendo VOLUTAMENTE ad uno stato “ subnucleare” salvo poi poter rispondere LEGITTIMAMENTE e MORALMENTE giustificato nello stesso modo; fosse solo con “bombe sporche” che rendessero inabitabile Israele e la Riviera degli Sceicchi.
Mi sono infatti sempre chiesto perché l’Iran, pur avendo i mezzi e le competenze, non si sia mai dotato della “bomba”.
Dicevano che era la “fatwa” di khameney sr , ma ora è assai probabile che “junior”, vivo o morto che sia , non la confermerà. E chi mai ora potrebbe dargli torto?
Sarà così? Io continuo a pensare che l’ Iran abbia fatto un errore a non dotarsi della bomba , ma forse il paese non era abbastanza “ sigillato” per riuscire a farlo senza venire bloccato dal proprio mortale nemico.
”Sigillato” ora lo è e la domanda di tutte le cancellerie è: dove è finito l’ uranio iraniano arricchito ? Chi ne è in controllo ?
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La notizia più importante della giornata è che l’Iran è riuscito a intimidire e sopraffare la Marina statunitense fino alla sottomissione nello Stretto di Hormuz.
Ma prima, facciamo un passo indietro e riconosciamo che l’IRGC sembra essersi completamente “sprofondato” in questa guerra. Non scherza più e non è più disposto a scendere a compromessi. Ha conquistato lo slancio e l’iniziativa militare, politica e propagandistica e ora sta sfruttando il suo vantaggio.
Per tutto il giorno sono circolate varie notizie secondo cui gli Stati Uniti starebbero segretamente tentando di convincere l’Iran – tramite intermediari – a tornare al tavolo dei negoziati, ora che gli Stati Uniti hanno riconosciuto il disastro da loro stessi provocato che si sta verificando nella regione. Secondo queste notizie, l’Iran ha bruscamente respinto tutti i tentativi di negoziare e si è lanciato in un conflitto totale. I leader iraniani sembrano aver riconosciuto più o meno la stessa cosa che hanno riconosciuto quelli russi durante la guerra in Ucraina: che un cessate il fuoco “temporaneo” è inutile, poiché dà solo al nemico il tempo di rifornirsi e ricaricarsi per il secondo round contro di voi.
L’Iran afferma che gli Stati Uniti stanno chiedendo un cessate il fuoco.
Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, ha dichiarato:
“Stasera abbiamo ricevuto messaggi dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump tramite il mediatore dell’Oman, che ci chiedeva di negoziare un cessate il fuoco.
La nostra risposta è che non accetteremo alcun negoziato finché esisterà un’entità chiamata Israele”.
L’intera regione è ora in fiamme, con le truppe statunitensi che si ritirano dalle basi, le economie petrolifere arabe bloccate e nessuno che sembra in grado di capire come fermare gli iraniani. Tutte le voci interne indicano che né la parte israeliana né quella statunitense avevano previsto che il “regime” iraniano sarebbe sopravvissuto così bene.
Uno dei motivi è che, come forse ricorderete, in seguito all’ultima “Guerra dei 12 giorni”, l’Iran ha effettuato una massiccia epurazione dei beni del Mossad in tutto il Paese, con centinaia di agenti arrestati, migliaia di pezzi di equipaggiamento di sabotaggio confiscati, ecc. Ora che la rete del Mossad è stata neutralizzata in Iran, sembra che la minaccia di rivoluzioni colorate e di destabilizzazione della leadership sia stata completamente eliminata.
Ma come affermato in apertura, tutta l’attenzione si è ora concentrata sullo Stretto di Hormuz. È chiaro che esiste una sorta di blocco di fatto, in cui l’Iran sta lasciando passare alcune risorse amichevoli, mentre fa saltare in aria le altre. Solo oggi sono stati segnalati diversi colpi a diverse navi:
Le foto satellitari sembrano mostrare lo stretto privo di traffico, con navi allineate su entrambi i lati opposti, in attesa di una soluzione o di farsi coraggio:
Trump sostiene che lo Stretto sia “perfettamente a posto” e altri hanno ripetuto la sua opinione, indicando dati di navigazione che sembrano mostrare navi in transito attraverso lo Stretto. Ma una nuova analisi ha dimostrato che un massiccio disturbo del segnale GPS ha creato l’illusione di un gruppo di “navi fantasma” in transito, quando in realtà non è così.
Marinai di vari paesi della regione sono diventati testimoni inconsapevoli della massiccia distruzione di infrastrutture portuali da parte dell’Iran negli Emirati Arabi Uniti, in Oman, in Kuwait e altrove. Il primo video è stato girato a Port Salalah, in Oman, il secondo è stato girato a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, dove si può chiaramente vedere la balistica iraniana aggirare le scadenti difese aeree fornite dagli americani:
Lo sviluppo più importante riguarda l’Iran, che avrebbe iniziato a dispiegare mine navali nello stretto, sebbene vi siano alcune controversie al riguardo. Gli Stati Uniti sembrano cercare di minimizzare il panico affermando che l’Iran ha dispiegato solo “10 mine” e che gli Stati Uniti stanno distruggendo i posamine iraniani. Nel frattempo, l’IRGC ha diffuso video che mostrano come possano posare mine tramite razzi lanciati dall’entroterra.
Gli Stati Uniti hanno addirittura iniziato a inventare bugie sulla scorta delle petroliere attraverso lo stretto, solo per vederle ritrattare in modo umiliante:
Certo, c’è molto inganno in atto da entrambe le parti, per ovvie ragioni. Israele è stato sorpreso a riutilizzare filmati di attacchi aerei della guerra del 2025:
Al momento, sullo stretto aleggia una sorta di nebbia di guerra, progettata per avvantaggiare entrambe le parti per ragioni diverse. Per Trump, è ovvio, vuole mantenere l’illusione che gli Stati Uniti abbiano il controllo. L’Iran, d’altra parte, vuole fingere di non essersi ancora impegnato pienamente a utilizzare le sue leve di escalation più elevate, nonostante ne stia già “tastando il terreno”. Senza contare che, per semplici ragioni strategiche, è nell’interesse dell’Iran non annunciare o telegrafare ogni sua intenzione e mantenere il nemico il più possibile nella confusione.
Il WSJ riporta che l’Iran stesso sta esportando “più petrolio che mai” attraverso i propri stretti. La cosa è ovviamente sconcertante: come fanno gli Stati Uniti a permettere all’Iran di farlo?
https://archive.ph/bAuks
Da un lato, si dice che una petroliera iraniana sia stata colpita, presumibilmente dalle forze statunitensi. Dall’altro, è chiaro che potrebbero esserci delle indennità segrete in gioco, perché sappiamo che l’isola di Kharg non è stata conquistata, e l’ovvia speculazione è che gli Stati Uniti abbiano paura di “scuotere troppo la barca” economicamente, anche se ciò significa risparmiare il petrolio iraniano e lasciarlo fluire. Questo, più di ogni altra cosa, mostra i limiti della capacità militare statunitense, che non è in grado di sconfiggere il nemico abbastanza rapidamente da impedire il tipo di shock economici che ora rischiano di riversarsi. Potrebbero averlo fatto in Venezuela, ma il conflitto iraniano più di ogni altra cosa dimostra che l’operazione venezuelana era una messinscena con un tradimento dietro le quinte in gioco, piuttosto che una forza realmente determinata a combattere.
Infatti, mentre la Marina degli Stati Uniti continua a fingere di avere la situazione sotto controllo, i suoi stessi mezzi si arenano nel disperato tentativo di aggirare il pericolo:
LONDRA, 10 marzo (Reuters) – La Marina degli Stati Uniti ha rifiutato quasi quotidianamente le richieste del settore marittimo per scorte militari attraverso lo Stretto di Hormuz dall’inizio della guerra contro l’Iran, affermando che il rischio di attacchi è troppo alto per ora, secondo fonti a conoscenza della questione.
Le valutazioni della Marina comportano continue interruzioni nelle esportazioni di petrolio dal Medio Oriente e riflettono una divergenza dalle dichiarazioni del presidente Donald Trump, secondo cui gli Stati Uniti sono pronti a fornire scorte navali ogniqualvolta sia necessario per riprendere le spedizioni regolari lungo la principale via d’acqua.
Fateci entrare in testa questa cosa: la marina militare presumibilmente più potente della storia sta ammettendo di non poter mantenere la libertà di navigazione attraverso uno dei più importanti punti di strozzatura marittima del mondo.
Il motivo è semplice ed è stato delineato nel mio recente articolo a pagamento sulla capacità dell’Iran di eliminare le portaerei statunitensi, sebbene si applichi a qualsiasi nave statunitense. La maggior parte dei mezzi antinave iraniani ha una gittata massima di 300 km. Finché le navi statunitensi rimangono fuori da questa gittata, sono relativamente al sicuro. Ma più si avvicinano alla zona di attacco, maggiore diventa il rischio. A 200-300 km di distanza rischiano la balistica antinave e i missili da crociera a lungo raggio. A 25-50 km rischiano una varietà molto più ampia di missili da crociera antinave e droni più piccoli ed economici. A circa 30 km, rischiano i droni navali iraniani.
Il generale di brigata Fadavi dell’IRGC sostiene che nessuna nave statunitense si trova entro un raggio di 700 km dalle coste iraniane:
Comandante militare iraniano generaleFadavi :
Nessuna nave americana si trova entro 700 chilometri dall’Iran
La Marina degli Stati Uniti è fuggita perché sa che abbiamo un piano speciale per affondare la loro portaerei.
Oggi si è anche vantato che l’Iran è il secondo paese al mondo, dopo la Russia, a possedere “missili sottomarini”, ovvero siluri ad alta velocità, che a suo dire superano i 100 m/s. La sua descrizione si limita al siluro sovietico Shkval, che raggiunge quasi 400 km/h utilizzando una forma altamente avanzata di “supercavitazione”.
Chiaramente, si tratta di una minaccia per gli interessi navali statunitensi a Hormuz.
Al momento in cui scriviamo, il greggio Brent ha nuovamente superato i 100 dollari. Gli asset statunitensi in tutta la regione stanno andando in frantumi:
Almeno 17 strutture americane in Medio Oriente sono state danneggiate a causa degli attacchi dell’Iran, — NYT
Secondo una valutazione del Pentagono presentata al Congresso, uno degli attacchi più costosi è stato effettuato il 28 febbraio contro il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein: i danni sono stimati a circa 200 milioni di dollari.
L’esercito statunitense sottolinea che la portata degli attacchi di rappresaglia dimostra che l’Iran era meglio preparato al conflitto di quanto previsto dall’amministrazione di Donald Trump.
Secondo funzionari statunitensi, l’Iran ha già lanciato migliaia di missili e droni contro le strutture militari statunitensi e i loro alleati nella regione.
Si sostiene che la maggior parte degli obiettivi siano stati intercettati, ma almeno 11 basi e strutture americane sono state danneggiate, ovvero quasi la metà di tutte le infrastrutture statunitensi nella regione.
Una delle perdite più costose ha riguardato gli elementi dei sistemi di difesa aerea: l’Iran sta colpendo radar e nodi di comunicazione, compresi i componenti del sistema di difesa missilistica THAAD.
Trump continua a segnalare schizofrenicamente posizioni contraddittorie: da un lato, affermando che potrebbe presto ritirarsi dalla guerra perché ha già “vinto”, e dall’altro che gli Stati Uniti sono impegnati in una campagna a lungo termine. Questo si traduce più facilmente nel fatto che Trump vuole ritirarsi mentre aumenta la pressione interna su di lui, ma la pressione di Israele continua a spingerlo avanti. Finora, sta lasciando che la pressione israeliana vinca.
Quest’ultimo video è una testimonianza del tipo di indecisione senza meta a cui si è rassegnato di fronte al disastroso fallimento di una campagna militare:
Forse ha ragione, con il suo raro dono di giustapporre opposti assoluti in insalate di parole semi-coerenti. Prendendo spunto da lui, possiamo persino dire che Trump è allo stesso tempo il più grande e il peggiore presidente di tutti i tempi, in qualche modo il più americano e al tempo stesso il più antiamericano, con la sua totale e cieca fedeltà a una potenza straniera ostile.
Per certi versi, Trump è il paradosso per eccellenza: ha strappato il Paese dalle perniciose spire dello Stato profondo, solo per poi, in modo sconcertante, ricacciare tutto indietro con tanta violenza da suscitare perplessità perfino nello stesso Stato, un tempo profondo.
Un vero, moderno Giano in carne e ossa! Egli plasma la futura Età dell’Oro sulle fondamenta calpestate e rovinate su cui dovrebbe poggiare.
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IL MONDO AL CONTRARIO – [ Riflessione generale sul mondo nell’anno di grazia 2026. Di lettura consigliata *** ]
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Ai primi dell’anno in Venezuela viene rapito il presidente Maduro assieme alla moglie. Ieri Teheran è investita da un attacco di precisione che abbatte la guida suprema della rivoluzione Khamanei oltre che l’ex presidente Amadinejad.
Nel giro di due mesi dalle portaerei della marina militare statunitense sono partiti gli attacchi che hanno portato al sequestro di un capo di stato e all’assassinio di un altro: persone alle guida di stati nazionali sovrani grandi molte volte l’Italia, per una popolazione complessiva che sfiora i 150 milioni di individui.
Ho rinunciato – a suo tempo – a elaborare interventi in merito al caso eclatante del Venezuela e ho la medesima tendenza a farlo anche ora: ritengo (probabilmente pesa la mia vocazione “filosofica”) si sia arrivati ad un livello tale che più che concentrarci sul dettaglio qui e là – mirabilmente catturato dalla schiera di analisti stagionati ed in erba che popolano la rete – sia maturo il tempo per riflessioni di livello superiore.
Per cosa si combatte ? In cosa si crede ?
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Sono interrogativi che si rivolgono a coloro che in genere NON seguono questa bacheca: ci si rivolge al popolo dei paladini dell’occidente. Quelli che credono nell’ordine internazionale costituito dopo il 1945: i sostenitori ad oltranza della dimensione atlantista…quelli della superiorità ETICA (ad ogni costo) dell’occidente. Ecco a tutti costoro.
Non siamo nel 1945 e nemmeno negli anni 60 oppure 80: ci troviamo (almeno nei paesi avanzati, post industriali che compongono l’occidente) nell’era dell’informazione di massa (internet) da decadi accompagnato da un livello di scolarizzazione totale e di istruzione alto, comparativamente al resto del globo. Da tutto questo il punto: può ancora esistere – nella società euro-americane – chi sostenga la superiorità morale dell’occidente, alla luce di cosa sta accadendo nel mondo ? E’ materialmente possibile ? Il punto interrogativo non è prescindibile, o detta più semplicemente non ha senso proseguire il confronto. Esiste una ASSENZA DI SENSO nell’interagire – in sede virtuale o reale – con interlocutori saldamente convinti della superiorità morale di una parte il cui alfiere a stelle e strisce si è dato al banditismo, riducendo ad una parodia – al ridicolo – il medesimo sistema di norme internazionali cui si appoggia, che pretende di preservare.
Eppure questo accadrà, immancabilmente: vi sarà chi continuerà stoicamente a farlo, a sottoscrivere – malgrado ogni cosa – la causa occidentale. Facile immaginare come si daranno tutte le colpe a TRUMP: costui diverrà – tanto oggi, quanto ancor più un domani – la causa di tutto, il lestofante scriteriato, il tiranno, il prepotente avventato, il nazionalista bianco razzista, lo sciovinista, etc.
Per il vasto popolo democratico euro-americano già in armi, egli sarà il capro espiatorio su cui riversare ogni colpa possibile ed immaginabile, onde evitare di confrontarsi col nodo di fondo (ossia che il problema è insito nell’occidente medesimo a prescindere dal capo di stato o dalla corrente). La narrativa della generazione a venire sarà improntata a questo: dare la colpa della degenerazione delle “forze del bene” all’attuale presidente in carica, attribuendogli il ruolo di peccato originale. D’altro canto dire che Trump sia un bersaglio facile per la critica è l’eufemismo di inizio 21° secolo (…) : forse si potrebbe addirittura vedere le cose sotto un’altra luce………..ovvero che Trump – umorale, irruento, politicamente scorrettissimo – è proprio ciò di cui l’occidente ha bisogno (leggere bene*)
L’occidente euro-atlantico – liberale e democraticissimo – HA BISOGNO di un Donald Trump (o perlomeno anche nella sua inadeguatezza può risultare utile): un elemento volgare e violento su cui sputare, che faccia il lavoro sporco di cui c’è bisogno prima o poi….un male necessario contro cui urlare nel presente e poi anche molto a posteriori consegnandolo alla damnatio memoriae. Un bruto col parrucchino cui addossare il peso di tale sporcizia dicendosene quindi “puliti”. Grazie a un Trump, l’estabilishment a stelle e strisce si purifica di ogni peccato, scaricandoli magistralmente su di LUI.
Il senso del discorso fin qui fatto non è quindi quello di giustificare o prendere le parti di uno anzichè di un altro: non si cerca di salvare Trump incolpando l’occidente e nemmeno viceversa, poichè entrambi sono colpevoli nelle rispettive misure. L’occidente – incarnato dall’asse euro-atlantico e delle sue istituzioni – lo è a prescindere, è un male di fondo, mentre Trump è un singolo individuo – è una pedina impazzita – ugualmente dannosa, che il sistema a monte (deep state ed altri) si ritrova a dover gestire.
Tutto questo a che fine ?
Per non dover ammettere la più semplice e spaventosa delle verità. Che l’occidente euro-atlantico è una potenza come ogni altra: nè di più nè di meno. Ripeto: non si vuole affermare che l’occidente sia il male assoluto (non lo è), ma semplicemente che sia una civiltà come tutte le altre. Eppure anche solo questa posizione, che parrebbe neutrale, è INAMMISSIBILE per i difensori profondi dell’ordine internazionale.
Il problema è che la dottrina della superiorità etica è irrinunciabile: l’occidente non se ne è mai privato nell’ultimo mezzo millennio ossia dalle scoperte geografiche in avanti. Prima era l’evangelizzazione del nuovo mondo, quindi la civilizzazione del continente nero…..dal 1945 in poi, la difesa dei valori liberal-democratici di fronte a totalitarismi e arretratezza. In sostanza la dottrina della superiorità morale non è mai mutata (ha solo cambiato veste di era in era, a seconda del costume del secolo in cui ci si trovava ad agire): questo perchè un fondamento ideologico/teologico è indispensabile per operare in qualsiasi contesto, il primato materiale, da solo di per sè, non basta. Tanto più oggi, a XXI secolo ormai inoltrato, allorchè il primato materiale/tecnologico tra occidente e resto del mondo si sta assottigliando o addirittura annullando (vedi la CINA).
Ecco perchè non si può rinunciare al ruolo di paladini della la fiaccola della libertà: anzi è necessario oggi più che mai contro potenze emergenti che metteranno alle corde l’occidente intero sul piano materiale come mai avvenuto prima.
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Si seguiterà pertanto a promuovere tale credo: in tanti continueranno COMUNQUE a credervi e rispecchiarvicisi a prescindere da tutto e tutti (anche di fronte ai fatti che osserviamo nella contemporaneità). In pratica continueranno credere nella propria civiltà di nascita incoronandola d’alloro come superiore…..senza rendersi conto che, molto più semplicemente, incoronano la PROPRIA di civiltà (cosa che qualsiasi abitante del globo può fare con la propria a questo punto). Abbiamo dunque una civiltà occidentale che sta perdendo il senso della demarcazione tra oggettivo e soggettivo ahimè (…).
Il punto di tutto l’intervento – ribadisco – non è la demonizzazione dell’occidente, bensì la sua umanizzazione o meglio de-divinizzazione: ecco, per concludere in modo più concreto questo lungo discorso riflessivo, si può dire che l’attacco all’Iran (il quale di per sè avrebbe poi fatto più morti di quanti ne abbia fatti il regime nel rispondere alle proteste di piazza del mese scorso, questi ultimi tra l’altro, ugualmente fomentati dalla stessa parte, la quale una volta resasi conto dell’inutilità degli studenti in piazza, è ricorsa alle maniere forti nei giorni scorsi come si vede) rappresenta la fine della “divinità” occidentale. In parole altre, la morte di Khamenei – che nessuno rimpiange del resto – si può interpretare come il giorno in cui l’occidente si spoglia della sua aura celeste e diventa mero mortale (con tutti i suoi difetti, limiti e bestialità).
Il gesto in sè del resto – e con questo arriviamo davvero alla fine – denota per l’ennesima volta il dogma di superiorità (e viceversa d inferiorità dell’avversario) di cui è vittima la mentalità occidentale: si ritiene che decapitando il paese, colpendone i leader, l’intero sistema collasserà con lui. Pensare questo è come credere che NON esiste un vero paese bensì soltanto una struttura di cartapesta cui tagliando qualche gamba, inevitabilmente crollerà: qualcuno a Washington ritiene che abbattendo Khamenei l’intero IRAN si sgretoli…………come se fosse un paese da operetta una repubblica delle banane e non uno stato nazionale (anzi imperiale) con oltre 5 secoli di storia alle spalle (+ un retroterra culturale di migliaia) dotato di un’identità guerriera. No, a Washington (o Bruxelles se per questo), si ritiene che qualsiasi paese non sia come loro – compatibile – sia per forza di cose una repubblica delle banane, uno stato canaglia, un bandito senza identità o regole, che si può dissolvere con uno stratagemma qualsiasi (colpi di stato, attentati, ed altro).
E nonn vogliono che tali stati dispongano del NUCLEARE, proprio per la seguente ragione: perchè se l’avessero non sarebbero più vulnerabili ad atti di terrorismo internazionale (esiste ancora l’ONU ?) come quello che si è visto.
Khamenei è morto. Kim Jong Un, Vladimir Putin e Xi Jinping invece non lo sono: sono vivi e vegeti: secondo voi come mai ?
GUERRA E TEMPO. Come anticipato, stamane si terrà qui a Roma l’incontro promosso da l’Interferenza su questioni di politica mondiale. Previsto di taglio analitico-riflessivo generale, è chiaro che alla luce degli eventi la guerra all’Iran prende un rilievo particolare. Questo quindi il condensato del mio intervento che vale anche come riepilogo delle pedine sulla scacchiera per chiunque sia interessato.
Il Medio Oriente è un frattale di complessità (molte variabili e interrelazioni non lineari tra queste) del mondo. Lo è per ragioni geografiche, storiche, religiose, economiche e finanziarie. Intorno alla sua articolata composizione che oltre alle monarchie del Golfo, lo Yemen, la Siria, la Giordania, il Libano e l’Iraq, vede agenti interessati anche la Turchia, l’Iran, l’Egitto, nonché la presenza distinta di Israele, ci sono anche le grandi potenze: Russia, Stati Uniti, Cina e India. In questo scenario l’UE o più genericamente l’Europa, ha una sua pertinenza anche se in forma passiva.
Quadro di riferimento strategico di fondo, il piano israel-americano, noto prima come Accordi di Abramo (Trump) poi Via del Cotone (Biden), di fare della penisola arabica il tratto di congiunzione tra India ed Europa. Ferrovie, gasdotti, oleodotti (a questo punto da rigirare verso nord e non più uscenti sul Golfo), elettrodotti, joint venture, turismo, ricerca nuove tecnologie, fiumi di investimenti, paradisi del lusso e dell’evasione fiscale e forti legami di interdipendenza reciproca. Il tutto con sbocco in Israele come costa sul Mediterraneo verso l’Europa. “Conditio sine qua non”, cacciare i palestinesi da Gaza, distruggere -dopo Hamas- Hezbollah in Libano e tagliare la testa del serpente iraniano.
Della guerra in corso si possono dare molte ragioni, tuttavia sbaglia chi pensa di aver trovato “la” ragione in quanto, questo tipo di fenomeni complessi, avendo molte variabili e interrelazioni, hanno anche molte ragioni ovvero cause e contesti. Facciamo allora una veloce disamina degli attori in campo.
CINA. Con gli accordi Arabia Saudita – Iran riuniti a Beijing nel 2023, i cinesi avevano mostrato la volontà di pacificare la regione per farla ordinare dal reciproco interesse commerciale. In effetti, da allora, si sono poi susseguiti altri incontri tra i due pesi massimi della regione, capostipiti anche del sunnismo e dello sciismo e, nei fatti, hanno molto abbassato la loro storica animosità. A quel punto Iran entra a far parte della Shanghai Cooperation Organization prima e dei BRICS allargati poi (dove ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti ma non l’Arabia Saudita). Nel 2025 la Cina ha investito finanziariamente nel Golfo per 15.7 mld US$. Pochi giorni fa dopo l’inizio del conflitto, banche e assicurazioni cinesi governative hanno sospeso o drasticamente ridotto le linee di credito ai Paesi del Golfo e venduto a mani basse bond dell’AS e Aramco, La Abu Dhabi National Oil ha dovuto sospendere la prevista massiccia emissione di bond.
La Cina importa il 70% del suo fabbisogno energetico fossile e poco più della metà dal Golfo, un quarto dall’Iran (quindi meno del 10% del totale), avendo poi stimati 115 giorni circa di riserve stoccate in caso di blocco totale, più la possibilità di valersi del carbone o di aumentare il flusso dalla Russia. Ministero degli Estri cinese ha annunciato l’Invio di una missione diplomatica nella regione a breve. Ma un eventuale e perdurante blocco peserebbe molto o anche di più su India, Corea del Sud, Taiwan e Giappone.
Da tener presente il 31 marzo quando ci sarà l’annunciato e già pianificato incontro Xi-Trump.
INDIA. C’è stata una recente visita in Israele di Modi (fine febbraio) e discorso molto celebrato alla knesset. Israele è fornitore di armi all’India ed hanno diverse partnership produttive o cooperative oltre che sulle armi, sulla sicurezza informatica, sull’innovazione agricola e sulla gestione delle risorse idriche. Modi si è anche impegnato a mandare fino a 50.000 indiani a lavorare in Israele. L’India è il terminale dei progetti Via del Cotone (I2 ovvero India e Israele, U2 ovvero UAE e USA, accordo 2023), nonché membro dei Brics e della SCO.
RUSSIA Incremento domanda mondiale nel caso di perdurante carenza di fornitura e i prezzi in drastico rialzo sono ovviamente ben visti, così come la probabile riduzione dell’invio di armi e finanziamenti occidentali all’Ucraina. Nessuna certezza, ma se la situazione dovesse diventare davvero grave, forse l’atteggiamento europeo di ostracismo verso la Russia potrebbe cambiare o forse no, vedremo.
ISRAELE va a nuove elezioni il 27 ottobre. Per la prima volta dopo tanto tempo i quattro partiti arabi hanno detto che presenteranno una lista unitaria stimata a potenziali 14 seggi, terzo partito. Giorni fa, Netanyahu ha anche accennato ad una misteriosa “Exagon alliance” che vedrebbe assieme Grecia e Cipro (contro la Turchia a basata sugli stimati grandi giacimenti sottomarini in zona). Poi ci sarebbe l’India, forse il Somaliland e l’EAU e chissà chi altro. Dopo aver risolto il problema Hamas l’obiettivo è Hezbollah, già messo fuorilegge (la sua ala militare) dal governo libanese ma forse anche l’occupazione stabile del sud del Paese anch’esso ricco di giacimenti di costa.
GOLFO Due giorni fa, telefonata bin Salman ai paesi CCG ovvero Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Oman con invito pressante a minimizzare pubblicamente gli attacchi iraniani e invocare una de-escalation. Qatar (che ha rapporti molto buoni con Iran nonché condominio sul giacimento di gas più grande del mondo North Dome/South Pars), ha detto tramite Ministro dell’Energia che si paventa un blocco totale delle esportazioni con petrolio a 150 dollari e collasso economico mondiale. Più in generale nutrono dubbi: 1) Dubbio sull’origine degli attacchi (in alcuni casi addebitati a false flag di Israele); 2) dubbi sulla gestione del “dopo” Iran con cui dovranno convivere; 3) dubbi sulla consumazione delle risorse e allungamento della guerra (catastrofe economica e di progetto come “polo del lusso”, Vision 2030 di MBS); 4) rischio di figuraccia militare (arsenali anche avanzati ma con poco personale e tecnici), rischio invasione di terra (Kuwait), di rivolta (Bahrein) e di ripresa della guerra con Houti; 5) rischio l’Iran colpisca le strutture idriche di desalinizzazione con catastrofe alimentare; 6) rischio opinioni musulmane, dopo Gaza, sul lasciare troppo spazio a Israele (progetto Grande Israele) che potrebbe travolgerli in futuro. Poi c’è il potere strategico-finanziario di interdizione della Cina.
l ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi (Oman non è né sciita, né sunnita, e storicamente è il mediatore terzo di ogni problema diplomatico di zona incluse le trattative USA-Iran sul nucleare), il giorno stesso dell’inizio della guerra, ha dichiarato il conflitto “incomprensibile” visto che gli iraniani avevano accettato tutte le condizioni poste per minimizzare il proprio programma nucleare e -secondo lui- la firma era a un passo.
STRATEGIA DEI CANTONI ETNICI (Vecchio pallino neocon relativo a MO, qui focalizzato sull’Iran) È l’idea di utilizzare curdi iraniani e iracheni per fare lo sporco lavoro “on the ground”. Evidenzio solo che Siria e Turchia non sarebbero affatto contente, sarebbe una sorta di catastrofe locale avere domani a che fare con uno stato curdo al confine. Poi ci sono i Beluci e qui la storia sarebbe lunga ma anche qui i pakistani non sarebbero affatto contenti. Infine, c’è chi sostiene che ribellioni etniche chiamerebbero una reazione nazionalista iraniana. I tedeschi si sono detti poi preoccupati di eventuali diaspore in Europa. In Libano si contano già 500.000 sfollati dal sud.
RITORSIONI. Di Hormuz ormai saprete tutto. Ma segnalai giorni fa anche l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC- Azerbaigian-Georgia-Turchia), di proprietà della BP, che trasporta greggio dall’Azerbaigian a Israele.
HOUTI al momento stanno in sonno. Ma, alle brutte, stannno pur sempre sul Mar Rosso (su cui AS ha l’unico terminale che non sfocia nel Persico). E da lì, Bab el-Mandeb, Eilat, e semmai stai alla canna del gas, Suez sono a “portata di tiro”.
USA Hanno elezioni mid term una settimana dopo Israele, NOV 2026 e Trump sconterà gli effetti della guerra da vedere se positivi o negativi.
CONCLUDENDO. La variabile decisiva di questa guerra è il tempo.
Quanto resisterà l’Iran (e che scelte di comando farà) e quanto saranno capienti gli arsenali USA e Israele.
Quanto resisterà Trump alle pressioni mondiali spinte da inflazione e stagflazione, mercato energie fossili e sopravvivenza delle monarchie del Golfo.
Quanto queste resisteranno e con loro tutti coloro che dipendono dai loro investimenti ed esportazioni energetiche.
Se “dall’orlo dell’abisso” cadremo dentro o riusciremo a saltare indietro, vedremo.
> L’intera conferenza. Il mio intervento parte a circa 1:24 https://www.youtube.com/watch?v=RBKmscvV2dg (a 1:54 si cita come possibile nuova Guida Suprema “Arisi” ma in realtà si chiama Alireza Arafi, ora membro che Consiglio provvisorio, mi scuso dell’errore).
Mentre si specula sugli scenari postbellici, la Guerra dei Dodici Giorni ha rassicurato Israele sul fatto che la Cina non interverrà per l’Iran e, strutturalmente, non può farlo senza minare i suoi interessi regionali.
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Denso fumo a Teheran in seguito agli annunci israeliani di “attacchi su larga scala” contro il quartier generale dell’IRGC, 1 marzo 2026 ( Xinhua/Shadati )
Di Amanda Chen
A una settimana dall’inizio della guerra innescata dall’offensiva congiunta americano-israeliana contro l’Iran, lanciata sabato 28 febbraio, la rappresaglia di Teheran si è già estesa, passando dagli attacchi alle risorse militari statunitensi a quelli alle infrastrutture energetiche e civili del Golfo. Il 7 marzo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkiansi è scusato pubblicamente con i paesi vicini a nome del Consiglio ad interim. Tuttavia, ogni timida speranza di de-escalation è rapidamente svanita dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto a Teheran di “arrendersi incondizionatamente”, con l’intensificarsi sia degli attacchi iraniani nel Golfo sia della campagna di bombardamenti americana e israeliana. I timori di una guerra regionale più ampia sono cresciuti anche con l’espansione dell’offensiva israeliana fino a includere il Libano, dove la scorsa settimana sono state sfollate più di 300.000 persone .
Il “partner strategico globale” di Teheran, Pechino, è rimasto assente dalla crisi, al di là delle richieste di de-escalation, delegando la sicurezza immediata dei cittadini e delle istituzioni cinesi all’organizzazione ospitante.Paesi della regione. Oltre 3.000 cittadini cinesi hanno evacuato l’Iran a partire dal 2 marzo, mentre ai cittadini in Israele è stato consigliato di attenersi alle istruzioni di sicurezza locali. Finora, l’ ambasciatore cinese a Tel Aviv, Xiao Junzheng,un tempo schietto e schietto , non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, limitando le sue attività alle visite ai cittadini cinesi e ai siti dei progetti per valutare le condizioni di sicurezza e organizzare la partenza di coloro che non sono in grado di farlo.
Nonostante le diffuse accuse di cooperazione militare segreta tra Pechino e l’Iran durante e dopo la prima guerra israelo-iraniana del giugno 2025 – affermazioni smentite dall’ambasciatore Xiao – questa volta gli esperti israeliani non si aspettano che la Cina venga in soccorso della Repubblica islamica. A differenza dell’anno scorso, le analisi recenti sono state più caute. A gennaio, lo stesso Israel-China Policy Center dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) ha respinto le notizie di un’assistenza militare cinese non confermata all’Iran, definendola parte di una “campagna di disinformazione” da parte di Teheran, in un contesto di crescenti pressioni e minacce americane durante i negoziati interrotti dall’attuale guerra. Questa ricalibrazione ha rafforzato il consenso sul fatto che sia improbabile che Pechino intervenga in modo significativo nel conflitto, a parte l’invio del suo inviato speciale per il Medio Oriente Zhai Jun , arrivato in Arabia Saudita domenica 8 marzo.
Questo ChinaMed Observer esamina il limitato dibattito sulla Cina nei commenti israeliani, nonché le prospettive sulle implicazioni del conflitto per le relazioni di Tel Aviv con i paesi arabi del Golfo, che per la prima settimana hanno subito il peso della rappresaglia iraniana. Sulla base della guerra dello scorso anno e in linea con le valutazioni condivise da diversi analisti sino-mediorientali, gli esperti israeliani non si aspettano che Pechino intervenga a favore di Teheran, ma che monitori gli sviluppi a distanza, in particolare per quanto riguarda le operazioni militari statunitensi e l’impiego dell’intelligenza artificiale in combattimento.
Per quanto riguarda la posizione regionale di Israele, le voci moderate nel dibattito mettono in guardia dai limiti della forza, sostenendo invece che la “riabilitazione” a lungo termine di Tel Aviv dipenderà meno dall’esito in Iran che dalla sua politica nei confronti dei palestinesi e dal suo impegno per la soluzione dei due stati.
Interpretazioni israeliane della posizione della Cina
La risposta limitata e il non coinvolgimento della Cina durante la Guerra dei Dodici Giorni nel giugno 2025 sembrano aver consolidato la convinzione in Israele che Pechino, in nessuna circostanza, sarebbe intervenuta a sostegno di Teheran in tempo di guerra. In questo contesto, le espressioni di ” preoccupazione ” del Ministero degli Affari Esteri cinese per gli attacchi israelo-americani, insieme alla condanna dell’uccisione dell’Ayatollah Khamenei come violazione della sovranità iraniana e delle norme internazionali, sono state interpretate nei commenti israeliani come un mero ” modello standard di risposta ” .¹
Meny Vaknin , ricercatrice associata presso l’Israel-China Policy Center dell’INSS, ha definito la reazione di Pechino un tentativo calcolato di presentarsi “come un attore responsabile e stabilizzatore”, evitando al contempo qualsiasi costo politico significativo. Allo stesso tempo, questa posizione moderata consente alla Cina di ” evitare uno scontro diplomatico diretto con Washington” in vista della visita programmata del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per risolvere le controversie economiche bilaterali alla fine di questo mese (che, come discusso da Wang Zichendi Pekingnology , sembra procedere indipendentemente dalla guerra) .²
Questa valutazione sembra trovare riscontro nell’apparato di sicurezza israeliano. Già il 19 febbraio, Oded Ailam , ex capo della Divisione Antiterrorismo del Mossad e attualmente ricercatore presso il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCFA), aveva anticipato la posizione moderata della Cina nei confronti dell’Iran, descrivendola come una strategia di ” gestione asimmetrica del rischio ” . ³ A suo avviso, Pechino cerca di ridurre al minimo la propria esposizione ai rischi geopolitici, continuando a trarre vantaggio dalla crisi, in particolare aumentando la dipendenza economica di Teheran dal suo mercato. Come recentemente osservato dal responsabile della ricerca di ChinaMed Andrea Ghiselli e dal ricercatore Theo Nencini , l’Iran è importante per la Cina, ma non abbastanza da giustificare il rischio di un’escalation con gli Stati Uniti o altre potenze.
Ailam ha tuttavia suggerito che il coinvolgimento cinese potrebbe intensificarsi qualora i suoi interessi fondamentali nella regione fossero minacciati, in particolare in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz, un’arteria fondamentale per l’accesso di Pechino alle risorse energetiche della regione e al commercio globale. Finora, tuttavia, la Cina non ha mostrato alcun segno di coinvolgimento militare, come operazioni di scorta per le sue petroliere. Mentre le interdizioni iraniane avrebbero risparmiato le navi cinesi, l’impennata dei premi assicurativi e i crescenti rischi per la sicurezza hanno di fatto interrotto il traffico commerciale attraverso la via d’acqua. ⁴ Per il momento, la Cina si è attenuta alla sua consueta strategia diplomatica inviando il suo inviato speciale per il Medio Oriente Zhai Jun per allentare le tensioni, riaffermando la posizione costante di Pechino di neutralità e volontà di “coinvolgere tutte le parti” per salvaguardare la pace e la stabilità nella regione. ⁵
Tuttavia, come ha osservatoTuvia Gering , ricercatrice non residente dell’INSS , l’influenza e il margine di manovra della Cina in Medio Oriente sono limitati proprio dal suo profondo legame con l’Iran e le monarchie del Golfo. In questo contesto, la risposta moderata di Pechino riflette non solo la limitata influenza militare, ma anche la difficoltà di bilanciare interessi regionali contrastanti. ⁶
Le implicazioni della guerra per la Cina
Nonostante il governo Netanyahu, insieme all’amministrazione Trump, abbia avviato una guerra che ha provocato ritorsioni iraniane contro i paesi neutrali e interrotto il commercio globale e i flussi energetici, gli esperti israeliani concordano ampiamente sul fatto che l’ulteriore indebolimento e persino la fine della Repubblica islamica alla fine andrebbero a vantaggio non solo del Medio Oriente, ma anche di potenze lontane ma radicate come la Cina, anche se a scapito della sicurezza umana della regione.
Da una prospettiva strategica, Ailam ha sostenuto che un’erosione delle capacità statunitensi, “anche a costo della caduta del regime iraniano”, non farebbe altro che favorire un più ampio confronto geopolitico tra Pechino e Washington. ⁷ Il professor Avner Ben-Zaken , storico e docente presso la Ono International School, ha ribadito questa opinione, suggerendo che la Cina potrebbe avere “interesse a che un conflitto del genere continui e attiri gli Stati Uniti più in profondità in Medio Oriente, sperando che l’Iran diventi ciò che l’Ucraina è diventata per Mosca” al servizio degli obiettivi cinesi intorno allo Stretto di Taiwan. ⁸
Contrariamente alla posizione cauta di Pechino, Taipei ha esplicitamente sostenuto l’offensiva americano-israeliana, inquadrandola come parte di una lotta più ampia per “eliminare il terrorismo dalla regione” e condannando al contempo “gli attacchi indiscriminati dell’Iran contro altri paesi”. ⁹ L’ufficio di rappresentanza di Taipei in Israele ha persino annunciato una donazione umanitaria di 180.000 dollari alla città di Beit Shemesh colpita dai missili iraniani. ¹⁰ Questo sostegno politico è in linea con lo sforzo di Taipei di approfondire i legami tecnologici con Israele per sviluppare il proprio sistema di difesa aerea “T-Dome”.
In questo contesto, gli analisti israeliani hanno sollevato la possibilità che Pechino stia monitorando attentamente il conflitto “per trarre importanti lezioni militari” per le future spedizioni militari cinesi. ¹¹Carice Witte , fondatrice e direttrice esecutiva del SIGNAL Group (Sino-Israel Global Network & Academic Leadership), ha sostenuto che, dal punto di vista di Pechino, la guerra fornisce preziose informazioni sulla crescente competizione tra grandi potenze con Washington, in particolare rivelando la portata operativa dell’esercito statunitense, l’efficacia delle alleanze americane e la resilienza delle reti energetiche globali:
“Gli strateghi [cinesi] stanno osservando fino a che punto gli Stati Uniti possono sostenere un conflitto ad alta intensità in Medio Oriente senza indebolire la loro posizione di deterrenza in Asia … e se gli Stati Uniti mantengono la capacità di operare in modo credibile in più regioni contemporaneamente.” ¹²
Inoltre, Israel Wullman, redattore tecnico di Yediot Aharonot, ha descritto il conflitto come un “banco di prova in tempo reale per la tecnologia di intelligenza artificiale occidentale”, un campo particolarmente rilevante per gli strateghi cinesi, che considerano sempre più l’intelligenza artificiale centrale nella guerra moderna.¹³ Le osservazioni di Wullman coincidono con la crescente attenzione al presunto utilizzo di sistemi di puntamento automatizzati tramite intelligenza artificiale da parte delle forze statunitensi e israeliane in Iran. Come evidenziato nel riassunto di Jesse Marks del commento militare cinese sul conflitto, diversi analisti hanno messo in guardia dal fatto che i sistemi basati sull’intelligenza artificiale, privi di supervisione umana, rischiano di diventare armi spuntate “che danneggiano entrambe le parti” .¹⁴
Pertanto, il commento israeliano ha inquadrato l’operazione militare in Iran come un banco di prova e un caso di studio per la guerra moderna, con tecnologie sviluppate e testate durante guerre precedenti, tra cui il genocidio di Gaza.
Le relazioni di Israele con il Golfo non dipenderanno dall’Iran, ma dalla Palestina
I commenti israeliani hanno dedicato notevole attenzione alle implicazioni della guerra per le relazioni di Tel Aviv con gli stati arabi del Golfo colpiti dalla sua offensiva militare, che per la prima settimana hanno subito il peso della rappresaglia iraniana. Da un lato, gli esperti israeliani hanno riconosciuto che “l’aggressione del governo Netanyahu” potrebbe ulteriormente allargare la frattura esistente. ¹⁵ Dall’altro, persiste la speranza ampiamente condivisa che una rappresaglia iraniana incontrollata possa in ultima analisi porre “Israele e gli stati arabi dalla stessa parte della barricata”. ¹⁶
Questa aspettativa riflette in parte la percezione che la strategia di copertura di lunga data degli stati arabi del Golfo nei confronti di Teheran sia fallita. Inoltre, nonostante la mediazione dell’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran tre anni fa, l’inaffidabilità della Cina nell’offrire un ombrello di sicurezza simile a quello degli Stati Uniti è stata vista come un potenziale incentivo per i governi del Golfo a fare ulteriore affidamento su Washington e, di conseguenza, a considerare Israele un’opzione attraente. È proprio nel Golfo, infatti, che l’intersezione tra le garanzie di sicurezza statunitensi e la presenza economica cinese è più pronunciata.
A questo proposito, i ricercatori senior dell’INSS Eldad Shavit e Avishay Ben Sasson-Gordis hanno sostenuto che, data la dimostrata sensibilità di Washington “verso gli interessi di questi stati negli ultimi anni”, Israele potrebbe dover mobilitare seriamente il loro sostegno mentre la campagna prosegue, inquadrando la sua offensiva come parte di un piano più ampio per “creare un ordine regionale più stabile”. 17 Argomentazioni simili erano apparse in analisi precedenti. Nel novembre 2025, ad esempio, il ricercatore associato dell’INSS Yuval Less aveva chiesto l’istituzione di un “fronte diplomatico comune con i paesi della regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein – direttamente interessati dall’attività iraniana”. 18
Sebbene le relazioni con gli stati arabi del Golfo non normalizzati restino un obiettivo auspicato dagli esperti israeliani di tutto lo spettro politico, voci moderate avvertono che la posizione di Tel Aviv nel Medio Oriente del dopoguerra non dipenderà dall’esito in Iran, ma in ultima analisi da come affronterà la questione palestinese nel periodo successivo e nel contesto delle elezioni legislative israeliane dell’ottobre 2026.
Tra questi, il professor Eli Podeh del Dipartimento di Studi sul Medio Oriente dell’Università Ebraica ha sostenuto che è l'”arena palestinese” a determinare se “il successo dell’attacco all’Iran [ripristinerà] l’immagine positiva di Israele che prevaleva durante il periodo dell’Accordo di Abramo, ovvero quella di una potenza militare con cui valeva la pena cooperare contro minacce condivise”. ¹⁹ Analogamente, l’ex membro della Knesset Ksenia Svetlova ha sostenuto che l’integrazione regionale dipende da un cambiamento fondamentale nelle “politiche di Israele nei confronti dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania”. Senza tali cambiamenti, sostiene, Israele continuerà a essere percepito come un agente del caos, piuttosto che come “un attore calcolato, pragmatico e affidabile”. ²⁰
Il dott. Omer Zanany , direttore del Programma per la promozione della pace israelo-palestinese presso Mitvim (Istituto israeliano per le politiche estere regionali), ha rafforzato la tesi, osservando che:
Mentre la situazione dei palestinesi continua a deteriorarsi, “nessun accordo andrà avanti finché il governo di estrema destra di Israele si rifiuterà di promuovere la visione di due stati”. ²¹
L’ex vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano Eran EtzionHa colto la logica alla base di questi dibattiti in un recente editoriale di Haaretz , in cui ha messo in guardia sui limiti di un’azione militare sostenuta dall’80,5% degli israeliani, nonostante le lacune politiche e settoriali ( indagine INSS ). Ha invece immaginato un’iniziativa politica postbellica in cui un diverso governo israeliano non avrebbe cercato né lo scontro con l’Iran sotto un nuovo regime, né il conflitto con i palestinesi e altri stati arabi, ma “si sarebbe alleato con l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman e con gli elementi pragmatici di tutta la regione” .²²
Le prospettive del Golfo, tuttavia, divergono da questa prospettiva. Il Dott. Aziz Alghashian , professore presso la Naif Arab University for Security Sciences (NAUSS) in Arabia Saudita, ha sottolineato che con il protrarsi dell’occupazione e la retorica israeliana di espansione territoriale nella regione – il cosiddetto progetto ” Grande Israele ” (che ha recentemente ricevuto il sostegno dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee ), “le prospettive di normalizzazione sono certamente morte nel prossimo futuro” .²³
Il Dott. Ali Alsayegh , docente presso il Community College del Qatar, ha offerto una valutazione simile in un commento condiviso con l’autore, sostenendo che “la guerra non ha fatto altro che esacerbare l’immagine di Israele come principale minaccia alla pace regionale tra gli stati del Golfo non normalizzati, spingendo la normalizzazione ulteriormente nel regno delle illusioni”. Secondo Alsayegh, la “deliberata e prudente moderazione” degli stati arabi del Golfo in risposta all’aggressione iraniana, anziché allinearsi all’offensiva americano-israeliana, riflette una profonda sfiducia nelle ambizioni regionali di Israele. Egli sottolinea inoltre il profondo scetticismo degli stati del Golfo non normalizzati nei confronti di Israele affermando:
“Il fatto che esistano relazioni diplomatiche con l’Iran ma non con Israele invia un messaggio indiretto: pur rimanendo diffidenti nei confronti delle intenzioni regionali di Teheran, gli stati del Golfo vedono l’utilità delle relazioni diplomatiche con l’Iran e ritengono possibile una relazione in qualche modo costruttiva. Con Israele non esiste una dinamica del genere.”
Conclusione: dove vanno le relazioni tra Cina e Medio Oriente?
Questa panoramica è tutt’altro che esaustiva, poiché gran parte del dibattito israeliano si concentra sugli aspetti immediati e pratici delle attuali offensive in Iran e Libano. Tuttavia, i risultati di questo ChinaMed Observer sono coerenti con le analisi precedenti che hanno evidenziato l’emergere di una comprensione a livello regionale della posizione diplomatica moderata di Pechino nel complesso contesto mediorientale. Sebbene la Cina sia profondamente radicata nella regione dal punto di vista economico, rimane in gran parte assente dalla sua architettura di sicurezza.
Mentre gli osservatori avevano generalmente previsto un ruolo cinese più attivo in seguito alla mediazione di Pechino nel riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran del marzo 2023, il successivo attacco del 7 ottobre e la guerra di Gaza durata due anni, insieme alle sue ricadute su Libano, Siria, Qatar, Iran, Yemen e Mar Rosso, hanno evidenziato i limiti strutturali nella capacità di Pechino di impegnarsi in modo significativo e di ridurre l’escalation delle crisi regionali.
Il commento israeliano che interpreta il non intervento della Cina nella guerra attuale e il suo ruolo marginale nelle dinamiche di sicurezza regionale riecheggia in ultima analisi una posizione da tempo articolata dalla maggior parte degli specialisti della Cina e del Medio Oriente, tra cui il professorJonathan Fultondella Zayed University di Abu Dhabi e Andrea Ghiselli , responsabile della ricerca di ChinaMed . Piuttosto che segnalare un declino dell’influenza cinese, la moderazione di Pechino potrebbe piuttosto riflettere la realtà: la Cina non ha mai avuto intenzione di assumere un ruolo diretto nella sicurezza in Medio Oriente, né un tale ruolo era necessariamente previsto dai suoi partner regionali, tra cui l’Iran e gli Stati arabi del Golfo.
In quest’ottica, l’attenzione relativamente limitata dedicata alla Cina nei commenti israeliani potrebbe rappresentare una valutazione più realistica, fondata su una comprensione più approfondita della politica estera cinese e della preferenza di Pechino (e della regione) per un ordine internazionale multipolare. In tale contesto, la rappresaglia sfrenata dell’Iran non ha fatto altro che sottolineare la necessità di meccanismi di difesa collettiva integrati guidati da attori locali, soprattutto quando l’ombrello di sicurezza americano ha ripetutamente fallito nel proteggere gli Stati arabi del Golfo dal coinvolgimento nelle guerre israeliane.
In base a questa visione, le voci moderate nel dibattito israeliano continuano a sottolineare che il percorso di Israele verso la riabilitazione regionale, prima dell’integrazione, non dipenderà in ultima analisi dai risultati militari, ma dall’affrontare l’annosa questione palestinese, confrontandosi con le realtà della sua decennale occupazione di terre palestinesi e arabe e avanzando in modo significativo verso una soluzione praticabile a due stati.
**L’autore desidera esprimere le sue condoglianze a tutte le vittime, ai feriti e alle loro famiglie nei paesi e nelle comunità colpite.**
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Meny Vaknin, “La risposta della Cina all’inizio della guerra in Iran – analisi iniziale” תגובת סין בפתח המלחמה באיראן – ניתוח ראשוני [Tguvat Sin BePetach HaMilchamah BeIran – Nituach Rishoni], Centro politico Israele-Cina – INSS, 2 marzo 2026, https://israelchinapolicy.substack.com/p/p260302.
Oded Ailam, “Il drago non ruggisce: cosa si nasconde dietro il silenzio cinese?” הדרקון לא שואג: מה עומד מאחורי השתיקה הסינית [HaDrakon Lo Sho’eg: Ma Omed MeAchorei HaShtika HaSinit?], Israel Hayom, 19 febbraio 2026, https://www.israelhayom.co.il/news/world-news/article/19935763.
Avner Ben Zaken, “L’euforia della vittoria in battaglia sarà presto sostituita da uno sguardo preoccupato verso un processo che ci è sfuggito di mano” האופוריה של הניצחון בקרב תתחלף בקרוב במבט דואג על תהליך שיצא מידינו [HaEuforia Shel HaNitzachon BaKrav Titchalef Bekarov BeMabat Do’eg Al Tahalich SheYatza MeYadeinu],Haaretz, 5 marzo 2026, https://www.haaretz.co.il/opinions/2026-03-05/ty-article-opinion/.premium/0000019c-bdb9-d0f7-afff-fdfbe0c40000.
Liang Rui, Leng Shumei e Liu Xuanzun, “I rapporti sull’uso dell’IA negli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran scatenano il dibattito; esperto cinese invita alla cautela sulle applicazioni militari dell’IA”. Global Times, 3 marzo 2026, https://www.globaltimes.cn/page/202603/1356212.shtml.
Eldad Shavit e Avishay Ben Sasson-Gordis, “Il momento decisivo di Trump nella campagna contro l’Iran e le implicazioni per Israele”. INSS Insight n. 2106, 5 marzo 2026, https://www.inss.org.il/publication/trump-iran/.
Yuval Less, “L’Iran sta aiutando la Cina a ricostruire il suo sistema missilistico – e Israele potrebbe pagarne il prezzo” איראן מסתייעת בסין לשיקום מערך הטילים – וישראל עלולה לשלם את המחיר [Iran Mistaya’at BeSin LeShikum Ma’arach HaTilim – VeIsrael Alula Leshalem Et HaMechir], Centro politico Israele-Cina – INSS, 4 novembre 2025, https://israelchinapolicy.substack.com/p/p251104.
Amanda CHEN è ricercatrice presso il progetto ChinaMed, che si occupa delle relazioni tra Cina, Israele e gli Stati arabi del Golfo. Si è laureata presso la SOAS University di Londra, Sciences Po Paris e l’Università di Pechino. I suoi interessi includono le relazioni tra Cina e Medio Oriente, le pratiche di mediazione dei conflitti e la filantropia globale, con particolare attenzione al ruolo della società civile nel plasmare questi processi transnazionali.
Esfandyar Batmanghelidj spiega perché il sostegno della Cina all’Iran è rimasto limitato nonostante le sanzioni, il commercio petrolifero e le dinamiche regionali.
Sulla scia dei massicci attacchi militari israelo-americani lanciati il 28 febbraio 2026 – un’operazione che ha precipitato la regione in una guerra aperta e causato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei – le fondamenta istituzionali e strategiche della Repubblica Islamica dell’Iran si trovano ora ad affrontare un’incertezza senza precedenti. Con attacchi simultanei contro figure chiave del regime, tra cui il comandante delle forze di terra dell’IRGC Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e l’ex segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani, l’Iran si trova sotto un massiccio assalto mentre reagisce in tutta la regione.Sotto pesanti bombardamenti, Teheran ha reagito con raffiche di missili e droni contro installazioni militari statunitensi in quasi tutti gli Stati confinanti, il territorio israeliano e le infrastrutture energetiche in alcune zone del Golfo. Persino l’Oman, fino a pochi giorni fa mediatore chiave con Washington, è stato colpito per aver ospitato risorse statunitensi.
Mentre il conflitto travolge la regione, gli allineamenti esterni dell’Iran hanno riacquistato un’importanza centrale, in particolare la sua partnership strategica con la Cina. Al di là dell’immediatezza della guerra, le questioni relative alla durata, alla portata e al valore pratico delle relazioni sino-iraniane hanno assunto una rinnovata urgenza. Molti analisti, sia all’interno die fuoriL’Iran considera la Cina l’unico attore esterno plausibile in grado di sostenere Teheran in un contesto di crescente isolamento internazionale e assedio economico (ora anche militare). Tuttavia, nonostante entrambe le capitali descrivano i loro legami come una “relazione stabile e sempre più profonda”, simboleggiata dall’accordo di partenariato strategico globale del marzo 2021, i risultati tangibili di tale quadro rimangono limitati e difficili da rendere chiaramente operativi. La posizione di Pechino – in gran parte dichiarativa, economicamente cauta e politicamente prudente – suggerisce che, anche in questo momento di pericolo esistenziale per l’Iran, un sostegno significativo da parte cinese rischia di non soddisfare le aspettative di Teheran.
Tuttavia, anche prima di questi drammatici sviluppi, il dibattito sulla sostanza e sui limiti delle relazioni tra Cina e Iran era già ben avviato. È in questo contesto che il ricercatore del ChinaMed Research Fellow Secondo Nenciniintervistato Esfandyar Batmanghelidj.
L’intervista è stata condotta il 13 febbraio e quindi non tiene conto dell’attuale conflitto.Ciononostante, il libro affronta molte dinamiche che circondano le relazioni tra Iran e Cina, dal commercio energetico alle sanzioni, dai vincoli pratici ai dibattiti interni iraniani sull’impegno con la Cina, offrendo chiavi di lettura per comprendere le dinamiche più profonde che plasmano la crisi iraniana al di là del ritmo immediato della guerra.
Esfandyar Batmanghelidjè il fondatore e amministratore delegato della Fondazione Bourse & Bazaar, un think tank incentrato sulla diplomazia economica, lo sviluppo economico e la giustizia economica in Asia occidentale. È professore a contratto presso la Johns Hopkins SAIS di Bologna, ha condotto ricerche innovative sugli effetti delle sanzioni sulle economie interessate e ha pubblicato ricerche sottoposte a revisione paritaria sull’economia politica, la storia sociale e la sanità pubblica iraniane, nonché commenti sulla politica e l’economia iraniane. Potete seguirlo su X (precedentemente Twitter). @yarbatman.
Questa intervista è stata condotta il 13 febbraio ed è stata modificata per motivi di chiarezza e lunghezza.
Secondo Nencini: Come valuta le basi strutturali e sistemiche delle relazioni sino-iraniane? Più specificamente, quali sono secondo lei i fondamenti politici, economici e strategici sostanziali di questa partnership?
Esfandyar BatmanghelidjLa realtà è che le basi di questa relazione non sono molto solide, il che spiega perché l’accordo di partenariato strategico globale non si sia tradotto in un sostegno politico, economico o di sicurezza più diretto da parte della Cina nei confronti dell’Iran. Se consideriamo il lungo termine, le relazioni tra Cina e Iran non si sono sviluppate nell’ultimo decennio, nonostante il significativo cambiamento della posizione strategica dell’Iran nella regione. La mancanza di un “cambiamento” nell’approccio della Cina nei confronti dell’Iran dimostra la limitata volontà dei politici cinesi di approfondire realmente il partenariato.
Attualmente, l’aspetto più evidente delle relazioni tra Cina e Iran è quello energetico: l’Iran esporta ingenti quantità di petrolio verso la Cina, fornendo circa il 15-20% del fabbisogno cinese di greggio. Per l’Iran, queste relazioni sono molto più importanti, poiché la Cina è il suo unico grande acquirente di petrolio. Si tratta di un rapporto piuttosto squilibrato, con l’Iran molto più dipendente dalla Cina rispetto al contrario, soprattutto considerando il sostegno molto limitato di Pechino al di là di questo ristretto commercio di petrolio.
Uno dei filoni conduttori della mia ricerca è stato quello di valutare in modo comparativo le relazioni tra Cina e Iran, soprattutto rispetto ad altri paesi della regione che hanno anch’essi stretto partnership strategiche globali con la Cina, come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Iraq. Ciò che colpisce davvero è che, nell’ultimo decennio, la cooperazione di questi tre paesi con la Cina si è profondamente intensificata in ambito sicurezza, economico e politico.
L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno ampliato la cooperazione attraverso la partecipazione a organismi multilaterali guidati dalla Cina come il BRICS e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, e attraverso esercitazioni militari congiunte sempre più frequenti e complesse. Nessun ampliamento paragonabile si è verificato nella cooperazione militare della Cina con l’Iran. Dal punto di vista economico, è ovvio che gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, che hanno economie in rapida crescita e di importanza globale, mantengono legami più profondi con la Cina. Penso che il confronto più interessante sia quello con l’Iraq, che mostra immediatamente come le relazioni commerciali tra Cina e Iran siano piuttosto disfunzionali.
C’era un ottimo Wall Street Journalrelazionesu come l’Iran esporti petrolio verso la Cina, ma i ricavi che ne derivano non sono immediatamente disponibili per la Banca Centrale iraniana e, per estensione, per gli importatori iraniani. Le importazioni dell’Iran dalla Cina sono significativamente inferiori a quanto dovrebbero essere, date le dimensioni dell’economia iraniana. Inoltre, le importazioni che avvengono sono spesso mediate dagli Emirati Arabi Uniti: le merci cinesi vengono prima spedite negli Emirati Arabi Uniti e poi sostanzialmente riesportate in Iran. Questo potrebbe essere sufficiente per mantenere in funzione l’economia iraniana. Tuttavia, il fatto che l’Iraq – un’economia molto più piccola con un settore manifatturiero molto meno avanzato – sia in grado di godere di un livello di scambi commerciali con la Cina più profondo rispetto all’Iran dimostra che la Cina non è riuscita a realizzare una vera partnership strategica con l’Iran.
Ci sono molte ragioni per cui questo accade, ma credo che la più significativa sia che, come ampiamente analizzato, le aziende cinesi sono molto riluttanti a impegnarsi in Iran, una giurisdizione soggetta a pesanti sanzioni. Il commercio con l’Iran espone queste aziende a rischi significativi. E tali rischi stanno aumentando. Sotto l’amministrazione Trump, ci sono già stati casi in cui grandi imprese cinesi, in particolare raffinerie, sono state designate per violazioni delle sanzioni secondarie statunitensi per l’acquisto di petrolio iraniano.
Se esiste una relazione strategica tra Cina e Iran, essa si riflette nel fatto che tali designazioni sono state effettuate e che la Cina continua ad acquistare petrolio. Le autorità cinesi sembrano comprendere che, principalmente allo scopo di mantenere la sicurezza regionale nel Golfo, è importante continuare tali acquisti. Ciò contribuisce alla sicurezza energetica della Cina, diversificando i fornitori in grado di rifornire le raffinerie nazionali. Mantenere questo commercio nonostante il rischio di sanzioni ora più significativo è degno di nota, ma non equivale a uno sforzo proattivo per sostenere l’economia iraniana. In fin dei conti, se guardiamo a paesi come l’Iraq, essi godono di relazioni economiche molto più profonde e fruttuose con la Cina.
TN: Quindi, se ho ben capito, secondo lei l’asse principale – e i fondamenti principali – di questa relazione sono la sua asimmetria e il suo carattere essenzialmente disfunzionale. Recentemente l’ho ascoltata in un podcast in cui ha osservato che “la Banca centrale iraniana non ha la possibilità di accedere a queste entrate”. In parole povere: dove sono queste entrate?
EB: I ricavi derivanti dalle vendite di petrolio dell’Iran sono, in realtà, piuttosto irregolari.
Penso sia ragionevole aspettarsi, anche se ovviamente la situazione è piuttosto opaca, che quando le grandi raffinerie cinesi acquistano petrolio iraniano, una parte dei pagamenti venga versata su conti bancari in Cina dove l’Iran intrattiene rapporti di corrispondenza bancaria, o dove la Banca Centrale iraniana o banche private iraniane detengono conti. Ciò riflette un modello più antico in cui alcune banche cinesi designate – la più famosa delle quali è la Bank of Kunlun, una filiale della grande compagnia petrolifera statale CNPC – erano incaricate di ricevere o gestire i pagamenti relativi al commercio di petrolio con l’Iran.
Nel caso della Bank of Kunlun, questo ruolo ha sostanzialmente portato alla sua sanzione. Tuttavia, una volta sanzionata, è diventata una “bad bank” che poteva essere utilizzata per questo scopo speciale. Dal punto di vista cinese, almeno c’era un canale per l’elaborazione dei pagamenti. Dal punto di vista iraniano, la difficoltà era che raccogliere fondi in una banca designata rendeva molto facile per chiunque sapere che questi fondi erano, agli occhi degli Stati Uniti, illeciti, rendendo quindi improbabile che il denaro potesse essere trasferito facilmente da quei conti.
Da quando nel 2018 sono state introdotte le sanzioni più severe, l’Iran ha apportato alcune innovazioni alle modalità di commercializzazione del petrolio, di consegna ai clienti e di ricezione dei pagamenti. Si tratta di due innovazioni principali in cui la Cina non è stata l'”artefice” o l'”inventore”; piuttosto, la domanda cinese di questo petrolio era così elevata che è emersa una soluzione di mercato.
La prima e più importante soluzione è di natura logistica. Come si fa a trasportare fisicamente il petrolio in Cina quando il commercio petrolifero iraniano è sottoposto a stretta sorveglianza e quando le principali compagnie di trasporto, come la National Iranian Tanker Company, sono entità designate? L’Iran ha finito per affidarsi a un numero crescente di navi e compagnie di navigazione disposte a partecipare al commercio petrolifero soggetto a sanzioni. Si tratta delle cosiddette “petroliere ombra” di cui si sente spesso parlare, il cui sviluppo è iniziato sul serio dopo l’inasprimento delle sanzioni nel 2018.
Il vero fattore scatenante della sua espansione è stata l’invasione russa dell’Ucraina e le sanzioni energetiche contro il petrolio russo. L’Iran ne ha tratto vantaggio perché ha attirato un numero maggiore di armatori che hanno intravisto un’opportunità di mercato e sono stati disposti ad accettare i rischi legati al trasporto di petrolio soggetto a sanzioni, in parte iraniano ma per lo più russo.
Quindi, dal punto di vista logistico, l’Iran dispone ora di una rete di aziende disposte a ricorrere a tattiche ingannevoli come cambiare le bandiere delle navi, spegnere i transponder AIS, operare attraverso società di comodo, effettuare trasferimenti da nave a nave e falsificare documenti. Ciò ha funzionato a favore dell’Iran, fornendo alle raffinerie che ricevono petrolio iraniano la plausibile negabilità che non si tratti di petrolio soggetto a sanzioni. È molto diverso se una petroliera della flotta ombra consegna il petrolio a un terminal nella parte orientale della Cina rispetto a quando una petroliera della National Iranian Tanker Company si presenta con il suo nome chiaramente visibile sulla fiancata.
A parte la logistica, penso che le innovazioni più significative siano di natura finanziaria. Storicamente, la commercializzazione del petrolio iraniano era di competenza di imprese statali come la National Iranian Oil Company e le sue controllate, che sono controllate o supervisionate dal Ministero del Petrolio. Negli ultimi sette anni circa, con l’inasprimento delle sanzioni, si è assistito a una transizione verso una situazione in cui una quantità maggiore di petrolio iraniano viene immessa sul mercato e commercializzata da società non statali. Lo Stato iraniano ha di fatto subappaltato questa attività a reti di intermediari in grado di mettere in atto pratiche volte a nascondere la natura del petrolio che vendono. Ci sono molti intermediari che operano attraverso società di comodo in giurisdizioni come gli Emirati Arabi Uniti o la Malesia, assumendosi il rischio di acquistare petrolio iraniano per poi rivenderlo al cliente finale.
Questo ci riporta alla tua domanda: “Dove sono finiti questi soldi?” Quando ci si affida a questa rete di intermediari, i pagamenti da parte dell’acquirente finale vengono solitamente ricevuti dagli stessi intermediari. In teoria, essi sono poi responsabili del rimpatrio di tali fondi in Iran come pagamento per le merci acquistate dalla Compagnia petrolifera nazionale iraniana e dalle sue controllate. In pratica, queste società – e gli intermediari che le possiedono – sono politicamente collegate ad elementi all’interno dello Stato iraniano. È noto che il figlio di Ali Shamkhani è una delle persone identificate come figure chiave in questo commercio.
Questo pone gli intermediari in una posizione davvero straordinaria: raccolgono ingenti somme di denaro che apparentemente appartengono allo Stato iraniano per la vendita delle risorse naturali iraniane, ma sono loro a decidere se riportare o meno quel denaro e metterlo a disposizione della banca centrale iraniana e del cuore dell’economia iraniana. Il modello che abbiamo osservato è che queste società non solo trattengono una parte significativa del ricavato delle transazioni commerciali – perché più intermediari ci sono, più questi intaccano i margini di profitto – ma allo stesso tempo sono soggette a incentivi perversi che le spingono a non rimpatriare i fondi. Data la persistente debolezza del mercato valutario iraniano, le aspettative di un futuro deprezzamento incoraggiano gli intermediari a detenere i ricavi all’estero piuttosto che convertirli e rimpatriarli. Di conseguenza, le ingenti risorse finanziarie che, in linea di principio, dovrebbero sostenere il bilancio dello Stato iraniano rimangono disperse. Se si esamina il bilancio dello Stato, si nota che esiste una stima dei proventi petroliferi basata sui volumi di esportazione previsti e sui prezzi medi.
Dal punto di vista funzionale, tuttavia, questi fondi sono raramente consolidati in un unico luogo, o anche in pochi luoghi, in un dato momento. Sono invece distribuiti in una rete frammentata di accordi finanziari. Questa frammentazione è diventata una debolezza sistemica: mentre il petrolio viene esportato in grandi volumi attraverso canali relativamente consolidati, i corrispondenti rendimenti finanziari rientrano, se mai lo fanno, in volumi ridotti e attraverso canali diffusi.
Nella misura in cui la Cina potrebbe contribuire ad alleviare questo problema, non ha intrapreso alcuna iniziativa per cercare di rendere la vita più facile agli iraniani dal momento della reintroduzione delle sanzioni di massima pressione nel 2018. Non si assumono alcuna responsabilità, in parte perché questi meccanismi alternativi che hanno permesso di mantenere il flusso di petrolio non sono stati ideati da loro; sono stati i mercati a trovare queste soluzioni e la Cina ne sta semplicemente traendo vantaggio.
TN: Quali soluzioni avete in mente? Qualcosa di simile allo strumento Instex proposto dall’E3 (Francia, Regno Unito e Germania) nel 2019? O qualcosa di diverso?
EB: Credo che dovrebbe essere più semplice di così. La realtà è che la Cina sta già ottenendo il principale vantaggio che cerca dalla sua relazione con l’Iran: l’approvvigionamento energetico.
L’Iran potrebbe diventare un grande mercato per le esportazioni cinesi? Assolutamente sì. Ma gli esportatori cinesi operano già praticamente in ogni singolo Paese del mondo. L’economia iraniana, che rappresenta circa il 4% del PIL globale, non vale certamente il rischio intrinseco. Dal punto di vista di Pechino, stanno già ottenendo il massimo vantaggio che conta di più: il petrolio. Ciò lascia pochi incentivi per ideare meccanismi speciali. Non è una grande perdita se non sono presenti in Iran oltre a questo, e certamente non vale la pena correre i rischi che ciò comporta.
Si è sempre sostenuto che la motivazione della Cina a sostenere l’Iran non fosse economica ma geopolitica: la Cina aveva bisogno di dimostrare la propria capacità di sostenere paesi come l’Iran di fronte al “potere egemonico” degli Stati Uniti, al fine di costruire la propria credibilità come “nuova potenza egemonica” in grado di sfidare la supremazia del dollaro statunitense, l’eccessiva ingerenza degli Stati Uniti in materia di sicurezza, il dominio degli Stati Uniti sulle istituzioni multilaterali e l’ordine internazionale in generale.
Finora, tuttavia, la Cina è stata molto cauta nel definire o affermare le proprie ambizioni egemoniche e non ha considerato l’Iran un teatro importante in cui farlo. Nel contesto cinese, è importante dimostrare la volontà di competere economicamente con gli Stati Uniti, pur rimanendo cauti riguardo a azioni che potrebbero portare a un’escalation sul fronte della sicurezza.
È qui che diventa molto difficile per la Cina sostenere l’Iran, perché la questione iraniana è in definitiva una questione di sicurezza. Ogni aspetto delle relazioni con l’Iran alla fine si riduce alla percezione statunitense di una minaccia alla sicurezza nazionale. Anche tralasciando la più profonda cooperazione cinese in materia di difesa, che ha subito una battuta d’arresto nell’ultimo decennio, con la Cina che si è astenuta dal fornire sistemi d’arma avanzati all’Iran nonostante l’evidente necessità di quest’ultimo, anche l’impegno politico è stato più limitato di quanto potremmo immaginare.
I ritardi nell’ammissione dell’Iran nell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, dovuti al timore che un Paese soggetto a sanzioni e altamente sorvegliato dal punto di vista degli Stati Uniti possa compromettere la funzionalità dell’organizzazione, sono un’altra dimostrazione di come anche l’impegno politico sia stato considerato complicato. Ci sono state visite a Teheran a livello di ministri degli Esteri, ma nessuna visita ricambiata da parte di un premier cinese.
TN: Da quando Xi Jinping nel 2016.
EBEsatto.
TN: Il presidente Raisi si è recato anche in Cina, nel febbraio 2023, poco prima dell’accordo di Pechino con l’Arabia Saudita…
EBEsatto. In teoria, ci si aspetterebbe che tali visite fossero ricambiate. Probabilmente Xi è stato invitato a ricambiare la visita, ma semplicemente non ha dato seguito all’invito.
Quindi, anche dal punto di vista politico, il coinvolgimento è difficile. Dal punto di vista economico, dove il coinvolgimento potrebbe sembrare più facile e diretto, qualsiasi tentativo cinese di coinvolgere l’Iran sfidando le sanzioni secondarie degli Stati Uniti mette effettivamente in discussione un elemento fondamentale della strategia di sicurezza nazionale statunitense. I politici cinesi sono molto reticenti a farlo. Non vogliono posizionarsi direttamente come un pericolo per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, specialmente in Medio Oriente, dove in ogni caso è importante per la Cina il rischio di conflitto.
Ad esempio, se dovesse scoppiare un conflitto tra Stati Uniti e Iran, la Cina interverrebbe per aiutare l’Iran e ostacolare gli Stati Uniti? Sulla base della politica cinese dell’ultimo decennio, la mia ipotesi è che i responsabili politici cinesi non interverrebbero. La Cina potrebbe sospendere o indebolire il sostegno esistente, ad esempio riducendo gli acquisti di petrolio, per accelerare la fine del conflitto.
L’interesse della Cina nel Golfo è che non ci sia guerra, dato che circa la metà dell’energia che importa proviene da paesi che esportano attraverso il Golfo Persico. Qualsiasi guerra prolungata tra Stati Uniti e Iran sarebbe molto dannosa: i prezzi del petrolio ne risentirebbero, ma anche la capacità di far uscire regolarmente le petroliere dal Golfo, soprattutto se l’Iran decidesse di prendere di mira le navi commerciali come parte di una risposta asimmetrica ai continui attacchi statunitensi.
Per la Cina, un conflitto di questo tipo potrebbe danneggiare la credibilità degli Stati Uniti, ma comporterebbe anche costi significativi per Pechino, data la sua vulnerabilità rispetto alle forniture energetiche del Golfo. Data tale vulnerabilità e la sua riluttanza a creare tensioni dirette con gli Stati Uniti, la Cina preferirebbe francamente che, se gli Stati Uniti dovessero attaccare, lo facessero in modo deciso e duro, limitando la capacità di risposta dell’Iran e assicurando una rapida conclusione della guerra. Questo dovrebbe essere il caso base per comprendere come la Cina potrebbe impegnarsi in un simile scenario, soprattutto data l’assenza di investimenti cinesi significativi nella sicurezza o nelle capacità militari dell’Iran.
TN: Su questo argomento, immagino che tu abbia letto Middle East Eyerelazionesulla vendita di sistemi di difesa aerea dalla Cina all’Iran, nonché perclorato di sodio– che può fungere da propellente per missili – e il Problema BeiDou, con la Cina che avrebbe installato il sistema di navigazione BeiDou in Iran al posto del GPS. Come valuta questi sviluppi militari alla luce della sua enfasi sulla cautela che caratterizza la politica cinese nei confronti dell’Iran e data la sua opinione che Pechino confronti costantemente le sue relazioni con gli Stati Uniti con quelle con l’Iran?
EBPenso che l’errore analitico che spesso commettiamo sia quello di sopravvalutare il grado in cui azioni come la vendita di attrezzature o materiali dalla Cina all’Iran riflettono la politica statale. Prendiamo il caso relativamente semplice delle sostanze chimiche utilizzate nel programma missilistico balistico iraniano. La spiegazione più semplice è che le aziende che producono tali sostanze chimiche in Cina sono alla ricerca di clienti. È possibile che le autorità cinesi, dal punto di vista del controllo delle esportazioni, fossero a conoscenza di tali vendite e che, in teoria, avrebbero potuto impedirle, ma… perché avrebbero dovuto farlo? Il costo di consentire tali vendite è basso.
Il mio punto è che il fatto che queste sostanze chimiche stiano raggiungendo l’Iran non riflette un impegno a livello di Politburo a sostenere il settore della difesa iraniano. Se così fosse, vedremmo un sostegno molto maggiore su più fronti, compreso il tipo di impegno militare che la Cina ha intrapreso con altri paesi della regione, ad esempio le esercitazioni congiunte tra l’Aeronautica Militare dell’Esercito Popolare di Liberazione e l’Aeronautica Militare degli Emirati Arabi Uniti, qualcosa che l’Iran non ha mai avuto con l’esercito cinese.
Per quanto riguarda i sistemi di difesa aerea, è possibile che siano avvenuti alcuni trasferimenti, ma ci vorrebbero prove più concrete. Di tanto in tanto emergono notizie di tali vendite, ma raramente vediamo conferme visive concrete sul terreno in Iran. Anche nei casi in cui i trasferimenti potrebbero aver avuto luogo dopo la scadenza dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU, si tratta di sistemi difensivi che non costituiscono il tipo di supporto strategico di cui l’Iran avrebbe effettivamente bisogno.
L’Iran potrebbe trovarsi ad affrontare una minaccia esistenziale, a seconda della propensione dei pianificatori militari americani a un intervento su larga scala. In tale contesto, forme limitate di sostegno rispetto a tale minaccia non fanno alcuna differenza. Il calcolo cinese è quello di fornire all’Iran un sostegno minimo qua e là, un sostegno che alla fine non altera gli equilibri di potere nella regione.
Dobbiamo anche ricordare che in parte si tratta della gestione da parte della Cina delle sue relazioni con gli Stati Uniti, ma anche con altri paesi del Golfo. Esiste una certa parità asimmetrica nel modo in cui gli Stati del Golfo e l’Iran possono minacciarsi a vicenda. Gli Stati del Golfo beneficiano dell’architettura di sicurezza sostenuta dagli Stati Uniti: dispongono di sistemi d’arma avanzati che hanno imparato a utilizzare con il sostegno degli Stati Uniti; hanno effettivamente forze aeree con aerei, mentre l’Iran ha a malapena una forza aerea. L’unica cosa che l’Iran possiede è, ovviamente, la sua capacità missilistica balistica, come dimostrato nel giugno dello scorso anno contro Israele. In questo senso, l’equilibrio regionale è relativamente stabile. Dal punto di vista di Pechino, fornire all’Iran maggiori capacità che aumenterebbero il suo programma missilistico e ripristinerebbero il potere militare convenzionale di cui attualmente è privo rischierebbe di destabilizzare tale equilibrio.
Un altro aspetto da considerare è che un sostegno di questo tipo probabilmente irriterebbe gli americani, ma comprometterebbe anche le relazioni della Cina con i paesi del Golfo. È in questo contesto che vanno interpretati la distensione tra Arabia Saudita e Iran e l’accordo firmato a Pechino. L’interesse principale della Cina è quello di trovare vie per allentare le tensioni nella regione. Non considera il Medio Oriente come un’arena in cui confrontarsi con gli Stati Uniti, ma piuttosto come una fonte di vulnerabilità. Per gestire tale vulnerabilità, Pechino deve garantire che gli attori regionali siano in grado di allentare le tensioni quando queste rischiano di sfuggire di mano.
TN:Vorrei ora analizzare il modo in cui il rapporto con la Cina viene “utilizzato” e interpretato in Iran. In un ChinaMed Observerscritto da me insieme a Veronica Turrini, abbiamo analizzato il dibattito interno iraniano dell’estate scorsa sulla posizione della Cina durante la Guerra dei Dodici Giorni. Gran parte di quel dibattito assomigliava a una sorta di mea culpa collettivo tra gli intellettuali iraniani, catalizzato dalla percezione che i governi iraniani che si sono succeduti, in particolare a partire dalle amministrazioni di Mahmoud Ahmadinejad e Hassan Rouhani, abbiano interpretato e gestito le relazioni con la Cina in modo strumentale. Come valuta questa linea di ragionamento? Condivide questa opinione? Come pensa che l’Iran abbia “gestito” la sua politica nei confronti della Cina?
EBÈ interessante perché, come la maggior parte dei fallimenti politici in Iran, il dibattito che ne deriva tende a riflettere le divisioni all’interno della politica iraniana: diversi attori si accusano a vicenda per il fallimento di un’area politica strategica fondamentale.
Nel caso della politica iraniana nei confronti della Cina, si discute spesso di due fallimenti. In primo luogo, vi sono critiche significative nei confronti dell’amministrazione Rouhani e della corrente riformista-pragmatica all’interno dell’establishment iraniano, secondo cui essi non avrebbero investito nelle relazioni con la Cina all’indomani dell’accordo sul nucleare. Dopo la visita di Xi Jinping a Teheran nel 2016, si sostiene che l’Iran abbia commesso un errore concentrandosi sull’approfondimento dei legami con l’Europa, anche se la Cina era chiaramente pronta ad espandere la propria posizione nell’economia iraniana. Secondo questo punto di vista, l’Iran ha perso un’opportunità; i cinesi si sono sentiti traditi e si sono arrabbiati perché gli iraniani si sono allontanati da loro non appena sono state revocate le sanzioni.
A mio avviso, si tratta di un argomento piuttosto semplicistico, avanzato principalmente per minare la linea diplomatica sostenuta dai politici iraniani che hanno dato priorità al dialogo con gli Stati Uniti e l’Europa.
È semplicistico perché, in definitiva, dobbiamo considerare la struttura dell’economia iraniana. Quando nel 2016 è uscita dalle sanzioni, l’economia iraniana era basata principalmente sugli investimenti e sulla tecnologia europei introdotti nel primo decennio degli anni 2000. Sebbene ci fosse un’enorme opportunità di approfondire il coinvolgimento con la Cina, era del tutto naturale e sensato dare priorità alle relazioni economiche con gli attori europei, poiché questi costituivano la base sottostante dell’economia industriale iraniana in quel momento. Le joint venture esistenti e la tecnologia integrata erano principalmente europee. Ovviamente, si sarebbe dovuto compiere uno sforzo per attirare maggiori investimenti cinesi, ma tali investimenti sarebbero affluiti se le sanzioni non fossero state reintrodotte nel 2018. Sarebbero semplicemente cresciuti da una base più bassa, dati i legami strutturali dell’Iran con l’Europa.
Una seconda linea di critica, avanzata da figure riformiste o pragmatiste contro l’establishment intransigente, è che la cosiddetta politica del “Turn East”, l’idea che l’Iran potesse allontanarsi dall’Occidente e orientarsi verso la Cina e la Russia, si è rivelata un completo fallimento. In particolare, il governo Raisi, nonostante le forti pressioni economiche, non è riuscito ad assicurarsi un forte sostegno economico dalla Cina nemmeno dopo essersi recato a Pechino. Alcuni sostenitori della linea dura sostengono che l’Iran sia riuscito a ripristinare le esportazioni di petrolio dopo il nadir della campagna di massima pressione intorno al 2019. In realtà, tuttavia, ciò sembra essere stato principalmente il risultato delle dinamiche di mercato: la domanda globale di petrolio, l’emergere della logistica della flotta ombra e i canali finanziari che hanno permesso il proseguimento dei flussi. Non è stato il risultato di un’azione diplomatica particolarmente efficace da parte dell’Iran nei confronti della Cina, né di una scommessa strategica da parte di Pechino. Pertanto, questi sviluppi non dovrebbero essere sopravvalutati.
TN: Non credi che l’accordo tra Arabia Saudita e Iran mediato dalla Cina abbia avuto un ruolo nell’aumento delle esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina a partire dalla primavera del 2023? Da quel momento in poi, le esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina sono quasi raddoppiate, passando da circa 700 kbd a 1,5 mbd…
EBSì, un po’. La Cina si è impegnata a continuare ad acquistare petrolio iraniano, in parte come segnale all’Arabia Saudita. Tuttavia, in termini pratici, il 2023 è stato anche l’anno in cui la Cina è uscita dal lockdown dovuto al COVID e la domanda di petrolio ha iniziato a riprendersi. È stato anche l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina, quando gran parte della flotta ombra era già emersa.
Il problema di questo dibattito in Iran è che entrambe le parti hanno torto, perché ciascuna presume che la politica del governo iraniano abbia avuto un ruolo significativo nel plasmare le relazioni tra Cina e Iran. In realtà, gran parte di ciò che vediamo in tali relazioni è guidato da dinamiche dal basso verso l’alto, poiché gli operatori economici di entrambi i paesi trovano il modo di interagire tra loro. Semmai, tutti all’interno dell’establishment politico iraniano sono fondamentalmente colpevoli dell’errore di non aver compreso cosa servirebbe realmente per rendere operativo un accordo di partenariato strategico globale. Si è sempre pensato che fosse necessario un ulteriore incontro ad alto livello a Pechino o ulteriori inviti ai principali stakeholder cinesi a Teheran, partendo dal presupposto che siano proprio questi colloqui a fare davvero la differenza.
Dal punto di vista analitico, c’è una tendenza diffusa a considerare gli Stati relativamente autoritari e a presumere che il processo decisionale sia molto centralizzato. Tuttavia, quando si tratta delle relazioni economiche esterne della Cina (la dimensione della sicurezza è diversa), sono le forze dal basso a determinare se la Cina investe molto o poco. Per l’Iran, ciò che era importante non avrebbe dovuto essere cercare di concentrarsi sul tentativo di cambiare le dinamiche decisionali a Pechino. Se l’Iran voleva una relazione economica più sana con la Cina, doveva adeguare le dinamiche interne e rendere il proprio mercato più attraente.
È qui che si può comprendere la differenza con Iraq, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Nessuno di questi paesi è particolarmente efficace nell’andare a Pechino e dettare i termini delle loro relazioni bilaterali. Semmai, l’Iran ha probabilmente un peso geopolitico maggiore, data la sua centralità nei calcoli di sicurezza nazionale di Russia, Stati Uniti e Cina. Ciò che Iraq, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono riusciti a realizzare, a differenza dell’Iran, è stato quello di aumentare l’attrattiva dei loro mercati interni nel periodo in questione, attraverso deliberate iniziative politiche.
Nel caso dell’Iran, ciò sarebbe stato comunque difficile a causa delle sanzioni. Tuttavia, rimanevano alcuni obiettivi facili da raggiungere in termini di miglioramento dell’attrattiva del mercato iraniano. Il fallimento delle autorità di Teheran, di tutto lo spettro politico, nel realizzare questi miglioramenti è la ragione fondamentale per cui l’Iran è in ritardo rispetto ai suoi pari regionali nelle relazioni con la Cina. In un certo senso, gli iraniani stanno discutendo delle cose sbagliate perché si concentrano troppo sull’attribuire la colpa alla politica estera del governo, quando il motivo per cui l’Iran non è in grado di trarre vantaggio dalle sue relazioni economiche con la Cina è, come in molti paesi in via di sviluppo, in realtà un riflesso della politica interna che deve ancora essere adeguatamente affrontata.
TN: La mia ultima domanda riguarda le riforme che “dovrebbero” essere intraprese in Iran. Lei sostiene da tempo la necessità di riforme economiche strutturali e attualmente vedo molti attori economici iraniani richiederle con forza, data la gravità della situazione. Ritiene che l’attuale sistema iraniano sia riformabile?
EB: Considerando tutto ciò che è accaduto da quando le importanti sanzioni multilaterali del 2012 hanno alterato la traiettoria dell’economia iraniana, non si tratta più di una semplice questione di riforme. Quando guardiamo all’economia dell’Iran, parliamo piuttosto di qualcosa che si avvicina più a una “ricostruzione”.
La posta in gioco non è solo un adeguamento delle politiche. L’Iran era un tempo un’economia grande, industrializzata e produttiva. Tuttavia, a causa degli investimenti insufficienti, soprattutto nell’ultimo decennio, e della mancanza di accesso alla tecnologia, oggi deve affrontare un deterioramento del proprio capitale fisso: macchinari, attrezzature, veicoli e infrastrutture sono tutti in condizioni di degrado.
Rispetto ad altri paesi, l’Iran sta rimanendo indietro. Prendiamo ad esempio la produzione di energia elettrica: la domanda di energia continua ad aumentare perché l’economia non è crollata, ma l’Iran non è stato in grado di costruire nuove centrali elettriche. Di conseguenza, gli impianti funzionano a pieno regime. Quando si verificano interruzioni, i blackout colpiscono alcune parti del paese, danneggiando la produzione industriale, le famiglie e i servizi urbani.
Questo spiega perché l’Iran si sta avvicinando rapidamente a un momento cruciale. Se un accordo diplomatico con gli Stati Uniti porterà all’alleviamento delle sanzioni, la questione fondamentale non sarà più quella delle riforme economiche, ma piuttosto quella della capacità dell’Iran di attrarre gli investimenti necessari per ricostruire la propria economia. Ciò richiederà una consistente formazione di nuovo capitale e l’importazione di tecnologie e attrezzature avanzate per modernizzare l’industria in diversi settori.
Per la maggior parte dei paesi, oggi la Cina è un partner fondamentale nello sviluppo delle infrastrutture. È quindi urgente stabilire come interagire in modo più efficace con la Cina. Ritengo che, a un certo punto, se le condizioni saranno favorevoli, il mercato risolverà parte del problema: le aziende iraniane cercheranno partner in Cina e acquisiranno tecnologia ove possibile.
Tuttavia, se il governo iraniano – sia quello attuale che uno nuovo – vuole riportare il Paese sulla strada giusta, deve riflettere su come allineare la propria politica industriale a quella cinese. Ciò richiede di andare oltre il partenariato strategico globale, che rimane in gran parte un protocollo d’intesa con impegni vaghi. L’Iran ha bisogno di un modello chiaro di sviluppo economico, e la Cina è fondamentale per tale modello. In termini pratici, non esiste un partner alternativo in grado, ad esempio, di sostenere l’Iran nella decarbonizzazione della sua economia.
Queste questioni sono più urgenti che mai. L’unico modo per l’Iran di uscire dalla crisi prevede un certo grado di sostegno da parte della Cina. Negli ultimi dieci anni, la Cina non è stata né disposta né in grado di fornire il livello di assistenza necessario. Il compito ora è capire perché ciò sia avvenuto e cercare di cambiare le condizioni affinché l’Iran possa ottenere l’aiuto di cui ha bisogno.
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Theo NENCINI è ricercatore presso il ChinaMed Project. È inoltre docente di Relazioni internazionali e dottorando presso Sciences Po Grenoble e l’Università Cattolica di Parigi. La sua ricerca si concentra principalmente sulle relazioni tra Iran e Cina, affrontate da una prospettiva sistemica a lungo termine e attraverso un’analisi multilivello, sia per quanto riguarda il pensiero strategico dell’Iran, la complessità politica e le dinamiche di integrazione regionale, sia per quanto riguarda la politica estera della Cina nei confronti del Medio Oriente.
Qualunque sia la loro opinione sulla strategia degli Stati Uniti, gli analisti cinesi vedono l’Iran avvicinarsi a una svolta decisiva che potrebbe porre fine alla Repubblica Islamica.
Foto a lunga esposizione scattata il 28 febbraio 2026, che mostra le scie luminose dei missili intercettori lanciati dai sistemi di difesa aerea israeliani a Tel Aviv, Israele. (Xinhua/Chen Junqing)
By Andrea Ghiselli
Più di cento bambine in una scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran, sono stati dichiarati morti. Missili e droni stanno colpendo obiettivi in tutto Israele e nel Golfo, dal Kuwait all’Oman, con un bombardamento che non si limita alle risorse militari, come le basi statunitensi e, presumibilmente, il USS Abraham Lincoln– ma anche monumenti civili, tra cui il Burj Khalifa di Dubai. Burj Al Arab. E alla fine del 28 febbraio 2026, il primo giorno di questa improvvisa “guerra tra Iran e Stati Uniti”, è stata diffusa la notizia che Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, era morto.
La risposta ufficiale della Cina è stata rapida. Il ministro degli Esteri Wang Yicondannato gli attacchi statunitensi e israeliani, denunciando la decisione di «assassinare palesemente il leader di un Paese sovrano e istigare un cambio di regime».[1]Tuttavia, anche se la Cina ha chiesto un cessate il fuoco immediato e un ritorno alla diplomazia, si è trovata a lottare per conciliare una situazione sempre più difficile. La Cina deve condannare l’attacco all’Iran senza però apparire indifferente ai missili iraniani che cadono sui suoi principali partner economici nel Consiglio di cooperazione del Golfo. Seguendo questa linea sempre più sottile, Fu Cong, Rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha dichiarato che“La Cina sottolinea che la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran e degli altri paesi della regione devono essere rispettate”.[2]
In questo contesto, il presente numero della rivista ChinaMed Observeresamina la prima ondata di reazioni da parte di esperti accademici e del settore privato cinesi. Sebbene la situazione rimanga fluida e poco chiara, emerge un punto di consenso: per molti analisti cinesi, questo conflitto rappresenta un punto di svolta, che potrebbe segnare la fine della stessa Repubblica Islamica.
Logica operativa: coordinamento, tempistica e segnalazione strategica
Per i commentatori cinesi, l’attacco è stato innanzitutto un’operazione militare ben coordinata e deliberata. In un articolo pubblicato da Notizie, Coloro che sono fortidell’Università di Studi Internazionali di Shanghai (SISU) e Wu Bingbing, direttore del Centro studi sul Medio Oriente dell’Università di Pechino, concordano con questa valutazione, pur sottolineando diversi aspetti della campagna.[3]
Bao sottolinea la profondità del coordinamento tra Stati Uniti e Israele. I due paesi hanno “coordinato pienamente” le loro azioni, massimizzando la condivisione di informazioni, l’integrazione della difesa aerea e le capacità di intercettazione dei missili. Egli colloca l’attacco nel contesto delle negoziazioni tra Stati Uniti e Iran, giunte a un punto morto (anche se l’Oman, che stava mediando, sostiene che le due parti fossero sul punto di raggiungere un accordo). sull’orlo di una “svolta” diplomatica”) e il completamento dello schieramento di due portaerei statunitensi nella regione. Secondo lui, questa sequenza di eventi indica una pianificazione meticolosa, piuttosto che un’escalation impulsiva.
Wu, invece, si concentra sul tempismo. Egli osserva come la decisione di colpire durante le ore diurne abbia servito a tre scopi: rompere lo schema consolidato degli attacchi notturni per ottenere un effetto sorpresa tattico; soddisfare i requisiti tecnologici dei sistemi a guida di precisione che funzionano meglio alla luce del giorno; e proiettare un potente segnale deterrente dimostrando apertamente la propria forza – “mostrando le proprie carte” (亮出明牌) piuttosto che operando in modo segreto. In questa lettura, l’operazione è stata tanto una comunicazione strategica quanto un’azione cinetica.
Intento strategico: cambio di regime o diplomazia coercitiva?
Liu Changdell’Istituto cinese di studi internazionali, il think tank ufficiale del Ministero degli Affari Esteri cinese, caratterizzal’operazione come fortemente “preventiva” – un’etichetta che Israele ha applicato anche al proprio attacco, sebbene molti esperti legali studiosie esperti legalicontestare con vigore. Egli suggerisce inoltre che l’attacco potrebbe segnare la fase iniziale di una campagna più lunga volta a paralizzare la struttura di comando iraniana e a indebolire la resistenza interna.[4]Allo stesso tempo, riconosce una diversa interpretazione: che ciò possa rappresentare un tentativo di “usare la forza per promuovere i negoziati” (以打促谈) costringendo l’Iran a fare concessioni.[5]
In un’intervista con Shanghai Observer, Zhou Yiqidell’Istituto di studi internazionali di Shanghai suggerisce che la portata e gli obiettivi dichiarati rendono l’episodio molto più simile a una guerra che a un attacco limitato.[6]Per l’Iran, sostiene, la questione dei missili è esistenziale; qualsiasi concessione sulle capacità missilistiche equivarrebbe di fatto al rovesciamento del regime. In queste condizioni, anche i negoziati inquadrati come diplomazia coercitiva rischiano di confondersi con la logica di un cambiamento strutturale del regime.
Dinamiche di escalation: ritorsioni asimmetriche e ricadute regionali
Chen Long, assistente di ricerca presso l’Università Renmin, sostiene che la ritorsione dell’Iran rimarrà probabilmente asimmetrica, basandosi su ondate di missili balistici e droni.[7]Una tale posizione, suggerisce, potrebbe produrre un duplice e squilibrato scontro: scontri indiretti tra Stati Uniti e Iran insieme a scontri diretti tra Iran e Israele, con rischi di ricadute che si estendono dal Golfo al Mediterraneo orientale e persino al Mar Rosso.
Zhou Yiqiosserva che la risposta dell’Iran è stata più rapida e articolata rispetto alle crisi precedenti, colpendo non solo Israele ma anche basi regionali legate agli Stati Uniti, segno della preparazione di Teheran a un confronto più ampio.[8]In un’intervista con L’Osservatore, SISU’s Ding Longdescrive analogamente gli attacchi iniziali degli Stati Uniti e di Israele come un’operazione di “decapitazione” da manuale, mirata alle infrastrutture di comando piuttosto che ai soli impianti nucleari. Egli prevede un conflitto che potrebbe superare la “guerra dei dodici giorni” dello scorso anno sia in termini di durata che di portata.[9]
Detto questo, Chen Longsottolinea anche una possibilità, per quanto limitata, di allentamento della tensione:
“Sullo sfondo della strategia di sicurezza nazionale statunitense sotto Trump, in cui la parola chiave è ‘ridimensionamento’, se gli Stati Uniti dovessero rimanere profondamente coinvolti in una guerra di logoramento prolungata in Medio Oriente, inevitabilmente indebolirebbero le risorse strategiche che potrebbero dedicare ad altre regioni. Anche in questo risiede la speranza che i negoziati tra Iran e Stati Uniti possano ancora vedere una svolta”.
Stabilità del regime: resilienza istituzionale o fragilità sistemica?
Una delle principali linee di frattura tra gli analisti cinesi riguarda la stabilità interna dell’Iran. In un articolo pubblicato da Shanghai ObserverTre esperti discutono sulla capacità della Repubblica Islamica di superare uno shock senza precedenti.[10]
Li Shaoxiandell’Istituto di ricerca Cina-Stati arabi sottolinea come il sistema politico iraniano abbia istituzionalizzato i meccanismi di successione. A suo avviso, la pianificazione di contingenza e le procedure strutturate di trasferimento del potere mitigano le vulnerabilità sistemiche. In assenza di un’invasione terrestre, sostiene, è improbabile che i soli attacchi aerei possano rovesciare il regime. Secondo Li:
«L’Iran e il Venezuela hanno situazioni nazionali molto diverse. Questa operazione non sarà in grado di rovesciare il regime iraniano; al contrario, stimolerà impulsi ancora più forti di vendetta e ritorsione all’interno del sistema politico iraniano».
SISU Liu Zhongminsostiene che, sebbene l’assassinio della Guida Suprema costituisca un grave shock simbolico e istituzionale, ciò non implica automaticamente il crollo del regime. Egli sottolinea l’assenza di una forte opposizione organizzata e la limitata influenza interna delle alternative basate sulla diaspora.
Tuttavia, Liu aggiunge che l’assassinio di Khamenei, insieme all’eliminazione dei leader di Hamas in Iran e di diversi alti ufficiali militari e scienziati iraniani, riflette la gravità estrema dell’infiltrazione statunitense e israeliana in Iran. Ciò fa ipotizzare che Washington e Tel Aviv abbiano coltivato potenziali forze di presa di potere all’interno del Paese. L’esistenza di questo “buco nero politico” (政治黑洞), avverte, aggrava ulteriormente la situazione interna dell’Iran.
Al contrario, Ding Longsolleva la possibilità che una pressione costante possa indurre una paralisi del comando o un crollo a cascata all’interno della leadership politico-militare iraniana. Sotto stress prolungato, suggerisce, il crollo del regime potrebbe diventare plausibile. Come ha affermato:
“Indipendentemente da chi avrà la meglio, l’Iran non dispone delle risorse militari necessarie per condurre una guerra prolungata contro gli Stati Uniti e Israele, e la sua capacità di sopravvivenza è discutibile”.
Sicurezza energetica e Stretto di Hormuz: la variabile di rischio sistemico
In tutte le fonti esaminate, lo Stretto di Hormuz è considerato il principale rischio sistemico.
Wan Zhedell’Università Normale di Pechino sostiene che i prezzi del petrolio a breve termine sono ora determinati meno dai fondamentali della domanda e dell’offerta e più dai premi di rischio geopolitico.[11]Sottolinea il ruolo dello stretto come arteria energetica globale fondamentale ed evidenzia le sue più ampie implicazioni per la transizione energetica e la resilienza della catena di approvvigionamento.
Nello stesso articolo, Wang Leidell’Accademia cinese delle scienze sociali osserva che, sebbene l’Iran possa, in teoria, esercitare una notevole influenza attraverso un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, una mossa del genere sarebbe anche altamente autodistruttiva e provocherebbe quasi certamente delle contromisure, suggerendo dei limiti pratici alle scelte di escalation di Teheran.
Intervistato da 21st Century Business Herald, È un Ning.di Kaiyuan Securities sottolinea che l’influenza strategica dell’Iran sullo stretto gli conferisce un impatto sproporzionato rispetto alla sua modesta quota di produzione, soprattutto considerando la forte dipendenza dell’Asia dai flussi energetici che attraversano Hormuz.[12]
Mercati finanziari: avversione al rischio e forza delle materie prime
A causa della guerra, gli analisti finanziari cinesi prevedono un aumento della volatilità e un classico andamento di avversione al rischio sui mercati globali.
Parlando con Servizio di informazione cinese, Tian Lihuidell’Università di Nankai identifica tre principali meccanismi di trasmissione: la rivalutazione dei premi di rischio, le pressioni dei costi energetici sui profitti aziendali e i vincoli all’allentamento monetario, poiché l’aumento dei prezzi del petrolio complica i tagli dei tassi.[13]Wang Leievidenzia ulteriormente la vulnerabilità dell’Asia a causa dell’inflazione importata e delle interruzioni dei trasporti marittimi che amplificano lo shock energetico.
Nel suddetto 21st Century Business HeraldNell’articolo, altri tre esperti hanno discusso delle implicazioni economiche a lungo termine.[14]Tao Chuandi Guolian Minsheng Bank prevede che i prezzi dell’oro e del petrolio saliranno di pari passo, mentre gli asset rischiosi subiranno una pressione al ribasso, riflettendo i modelli storici osservati durante le crisi mediorientali. Xu Chidi Zhongtai Securities sostiene che questo episodio differisce strutturalmente dal confronto dello scorso anno e potrebbe sostenere la forza delle materie prime, influenzando al contempo le aspettative relative all’accelerazione della militarizzazione e dell’informatizzazione dell’IA nel settore della difesa. Liao Bodel China Chief Economist Forum sostiene che le profonde differenze strutturali tra le posizioni negoziali degli Stati Uniti e dell’Iran rendono improbabile un compromesso e aumentano la probabilità che l’escalation diventi ricorrente piuttosto che episodica.
Conclusione: dov’è la Cina?
Non sorprende che nessuno degli esperti citati qui abbia affrontato direttamente le implicazioni per la Cina. Come tutti gli altri, anche i diplomatici e i responsabili politici cinesi stanno sicuramente monitorando da vicino l’evoluzione della situazione, ma finora hanno evitato di rilasciare dichiarazioni pubbliche. Una delle poche eccezioni è un ex diplomatico cinese che, in un commento anonimo al South China Morning Post, che le relazioni economiche tra Cina e Iran sono sufficientemente solide da resistere agli attuali sconvolgimenti politici.[15]
Nello stesso articolo, Wen Shaobiaodell’Istituto di Studi sul Medio Oriente della SISU suggerisce analogamente che la morte di Khamenei non comprometterà in modo significativo i rapporti economici bilaterali. Al contrario, egli sostiene che:
“Se [in Iran] venisse istituito un governo filo-occidentale e le sanzioni statunitensi venissero successivamente revocate, ciò stimolerebbe effettivamente gli investimenti cinesi nel Paese”.
Analisi precedenti del progetto ChinaMedhanno già messo in luce un certo pessimismo tra gli osservatori cinesi riguardo alla traiettoria della politica estera e alla situazione interna della Repubblica Islamica. Pechino ha probabilmente già preso alcune misure in vista di un possibile cambio di regime a Teheran, che porterebbe probabilmente alla formazione di un governo guidato dai militari piuttosto che dai religiosi.
Come scritto altrove, questa guerra presenta alcuni problemi per la diplomazia cinese. Tuttavia, a livello strategico complessivo, potrebbe anche offrire a Pechino notevoli vantaggi: complicando la pianificazione degli Stati Uniti per le emergenze nell’Asia orientale e creando nuove opportunità per la Cina di promuovere le proprie iniziative e di plasmare il dibattito globale e le norme sulla sicurezza internazionale.
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Il dottor Andrea GHISELLI è responsabile della ricerca del progetto ChinaMed. È anche docente di politica internazionale presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche, Filosofia e Antropologia dell’Università di Exeter. La sua ricerca si concentra sulla politica estera e di sicurezza cinese e sulla politica della Cina nei confronti del Medio Oriente e del Nord Africa.
Nella puntata precedente avevamo menzionato uno degli argomenti più discussi: l’ultima opzione di escalation dell’Iran, ovvero colpire una portaerei americana, e se l’Iran sia in grado o meno di farlo. Per approfondire, ho deciso di dedicare un articolo dettagliato alle questioni più intricate legate a un’operazione del genere e al motivo per cui l’Iran potrebbe non essere effettivamente in grado di farlo come molti credono.
Quindi, allacciate le cinture per la più dettagliata analisi autistica delle operazioni dottrinali antinave che probabilmente leggerete oggi.
Iniziamo riconoscendo che la maggior parte delle persone non ha la minima idea di come funzionino effettivamente gli attacchi missilistici antinave a lungo raggio (ASM/AShM). Non sono nemmeno lontanamente simili ai normali attacchi missilistici di precisione su bersagli fissi, come i Tomahawk che colpiscono un edificio geolocalizzato da qualche parte. Sono molto più simili alle operazioni antiaeree contro velivoli mobili.
L’idea sbagliata più diffusa tra i profani è che le operazioni antinave consistano semplicemente nel lanciare un qualche tipo di missile nell’oceano e che quel missile in qualche modo trovi magicamente la portaerei da solo e la colpisca, nonostante il fatto che la portaerei bersaglio si trovi potenzialmente a centinaia di miglia di distanza oltre l’orizzonte , il che è il punto chiave.
Durante la Guerra Fredda, la teoria dottrinale alla base delle operazioni antinave, in particolare contro grandi navi di superficie e gruppi di portaerei, si concentrava sull’impiego di importanti mezzi di ricognizione aviotrasportati, utilizzati come veicoli di segnalazione per illuminare il bersaglio tramite radar e guidare il missile verso di esso. L’URSS, ad esempio, utilizzava la variante da pattugliamento e ricognizione marittima Tu-95RT con radar posizionato in basso per localizzare e tracciare grandi flotte di superficie e designare i bersagli alle portaerei missilistiche.
Una flotta di velivoli d’attacco Tu-22M “Backfire” decollerebbe quindi verso la posizione, trasportando missili Kh-22. Questi Backfire sarebbero dotati di sensori radar attivi per distinguere le singole navi e agganciare il bersaglio a una distanza di 200-300 km. Una volta lanciati i missili Kh-22, gli aerei dovrebbero comunque fornire un certo livello di guida a metà rotta per i missili, il che significa rimanere in volo e agganciati alle navi bersaglio.
Il motivo è questo: i missili stessi hanno ovviamente un sistema di ricerca radar terminale, ma i missili antinave sono noti per la loro traiettoria a bassa quota, che sfiora il mare, allo scopo di eludere i radar delle navi nemiche che prendono di mira. Se si vola a bassa quota e si elude il radar nemico, ciò significa che anche il proprio radar non può vedere il nemico fino all’ultimo istante, forse a una dozzina di chilometri di distanza, più o meno.
Quindi, come può il missile raggiungere la posizione richiesta a 200-300 km di distanza se il suo radar non riesce a vedere il bersaglio? Deve ricevere i dati del bersaglio dalla piattaforma aerea. Certo, questi missili hanno anche la capacità di raggiungere un’area generica tramite INS (sistema di navigazione inerziale) e possono iniziare la scansione dei bersagli in modo indipendente. Ma questo pone diversi problemi.
In primo luogo, se gli viene consentito di scansionare autonomamente bersagli casuali, non è garantito che il missile colpisca esattamente la nave che si desidera colpire. Le portaerei sono famose per essere protette da un ampio gruppo di portaerei, uno sciame di massimo 10 navi che funge da “scudo di terra” per la portaerei “regina” o “nave madre”. Se non si designa con precisione la portaerei come bersaglio, è probabile che il missile in modalità autonoma dia la priorità a qualsiasi altra nave che vede, in base a una serie di parametri e fattori, in particolare a causa di un altro aspetto chiave della guerra antinave che la maggior parte dei profani non comprende.
Il fatto è che le navi di superficie si muovono molto più velocemente di quanto si pensi, con le portaerei stesse addestrate a eseguire “manovre evasive” che possono effettivamente schivare i missili. Molti hanno visto questi famosi video:
Il problema con l’uso della guida direzionale è il seguente: supponiamo che l’ultima posizione nota della portaerei sia esattamente alle coordinate X: 22.194, Y: 61.776 . Il missile si dirige quindi verso quelle coordinate, ma a una gittata di lancio di 200-300 km, un missile a Mach 1 impiega circa 15 minuti per arrivarci. In quei 15 minuti, una portaerei – alla sua segretissima “velocità di fuga d’emergenza” (si ipotizza che sia di 35 nodi) – può coprire oltre 10-12 miglia nautiche. Il missile arriva alle coordinate X: 22.194, Y: 61.776, ma non c’è nulla: la portaerei è ora a 10 miglia di distanza – oltre l’orizzonte radar per un missile a bassa quota – e in quel punto potrebbero esserci altre navi di superficie che seguono la portaerei. Il missile ora non ha altra scelta che puntare autonomamente “l’oggetto più vicino conosciuto” con una sezione trasversale radar e finisce per colpire qualche insignificante nave di supporto, o forse una petroliera di passaggio.
E a proposito, questo è essere generosi con un missile da Mach 1: la maggior parte dei missili antinave non si avvicina nemmeno alla velocità di Mach 1; ad esempio, l’Harpoon degli Stati Uniti a Mach 0,70, il Neptune dell’Ucraina (subsonico), i missili Qader e Ra’ad dell’Iran entrambi a Mach 0,80, ecc. Uno dei motivi per cui il Kh-22 sovietico era così rivoluzionario e temuto era che era quasi ipersonico a Mach 4,6+, ma non è un’impresa che la maggior parte delle nazioni può ripetere.
Abbiamo quindi stabilito che i missili antinave necessitano generalmente di una piattaforma di marcatura per guidare il missile verso il bersaglio almeno per una parte o per la maggior parte del percorso. Un altro aspetto importante è che durante la Guerra Fredda i sovietici avevano capito che una portaerei americana, in particolare, avrebbe richiesto più di 70 missili lanciati per essere abbattuta, considerando la difesa aerea e altri fattori. Si riteneva che sarebbero stati necessari almeno 12 colpi diretti per affondare una portaerei, e i missili avrebbero dovuto arrivare a intervalli molto ravvicinati l’uno dall’altro affinché questo metodo fosse efficace:
Dottrina sovietica (attacco anti-portaerei di massa/orchestrato, primi anni ’80): Direttamente dall’ex ufficiale dell’aviazione navale sovietica Maksim Y. Tokarev (Naval War College Review, 2014, citando la pianificazione interna):
“Si è calcolato che per affondare una portaerei sarebbero stati necessari fino a dodici colpi di missili con testate regolari; al contrario, un singolo colpo di missile nucleare avrebbe potuto produrre lo stesso risultato.”
Questa cifra spinse a pianificare attacchi di massa da parte di intere divisioni della Morskaya Raketnaya Aviatsiya (Aviazione missilistica navale), fino a 100 bombardieri che sganciarono 70-80 missili Kh-22/AS-4 (oltre a salve coordinate di sottomarini e navi di superficie), programmati per arrivare in un’unica finestra temporale di 1 minuto per saturare le difese dei gruppi di portaerei.
Le perdite di aerei previste superavano il 50%. Non compare alcun numero dottrinale specifico equivalente nelle valutazioni declassificate degli Stati Uniti per gli attacchi Harpoon (che prendevano di mira aerei da combattimento di superficie più piccoli o utilizzavano salve coordinate ma di dimensioni inferiori).
Ciò che possiamo dedurre da ciò è che è necessario un gran numero di missili lanciati con precisione e guidati specificamente verso la portaerei, anziché consentire a tutti i missili di acquisire “casualmente” i propri bersagli in un ambiente ricco di bersagli che può avere decine di navi presenti in una determinata area, in particolare se quest’area è uno stretto o un mare stretto “ristretto” in cui è presente una grande quantità di traffico marittimo.
L’unico modo per puntare tutti quei missili verso un bersaglio specifico e farli arrivare a intervalli corrispondenti è avere un controllo preciso sull’intera catena di guida, cosa che può essere fatta solo se si hanno piattaforme in grado di mantenere un segnale attivo e la designazione del bersaglio sia dall’aria che dal mare, con una capacità di aggiornamento a metà percorso che fornisca dati di posizionamento costantemente aggiornati del bersaglio in movimento .
I sovietici, dottrinalmente, avevano navi veloci in grado di farlo, oppure grandi navi da guerra dotate di radar oltre l’orizzonte, ma l’Iran si troverebbe di fronte a una tale superiorità navale, come abbiamo già visto, che nessuna nave iraniana sarebbe in grado di fornire tale capacità in modo efficace e costante.
Dalla valutazione declassificata della Marina degli Stati Uniti The Increasing Capabilities of the Soviet Navy (DTIC ADA128405): “Una contromisura alla forza di trasporto distante era quella di seguirla con una nave di superficie o un sottomarino nucleare di ‘segnalazione’ veloce, armati di missili antinave e in grado di segnalare la richiesta di supporto.”
L’Iran non possiede nemmeno piattaforme di ricognizione aerea con capacità radar a lungo raggio. Si dice che l’Iran abbia una certa capacità di designare bersagli con le sue piattaforme di droni più pesanti “ad alta quota e lunga autonomia”, ma questa è considerata una capacità limitata per una serie di ragioni. Innanzitutto, questi droni sono molto meno numerosi. Ad esempio, lo Shahed 149 di cui, almeno secondo Wikimedia Commons, l’Iran ne possiede solo tre.
Due: i droni come il Mohajer-6, considerati piattaforme ISR, sono equipaggiati principalmente con sensori EO/IR, ovvero telecamere tradizionali e a infrarossi. Non hanno radar . Ciò significa che le loro capacità di rilevamento/tracciamento sono molto limitate, poiché il raggio visivo potrebbe essere di poche decine di chilometri anziché di centinaia come nel caso dei radar. Un drone del genere non sarebbe in grado di individuare segnali di puntamento da 200-300 km di distanza come una vera piattaforma radar marittima, né potrebbe generare i tipi di dati di tracciamento Doppler precisi in tempo reale che un radar fornisce; il drone dovrebbe avvicinarsi moltissimo al gruppo di portaerei, punto in cui verrebbe quasi certamente abbattuto.
Quindi, vediamo che l’Iran ha pochissime opzioni per guidare costantemente una salva di missili di grandi dimensioni verso un bersaglio mobile in mare, in particolare uno a diverse centinaia di chilometri di distanza, come tutte le portaerei statunitensi farebbero secondo la dottrina. Esistono radar terrestri costieri che vengono utilizzati a questo scopo, ma, ancora una volta, hanno una gittata limitata e le procedure operative standard dottrinali statunitensi per le navi li porrebbero ben lontani da tali radar. Esistono radar “oltre l’orizzonte” che possono vedere anche oltre l’orizzonte riflettendo onde a bassa frequenza dal cielo e ricadendo sull’oceano, ma il loro problema è la famosa mancanza di acuità per soluzioni di bersaglio precise . In teoria potrebbero fornire un’area di base per il volo dei missili, ma poi torniamo al primo problema spiegato in precedenza: quei missili troverebbero i propri bersagli e non avrebbero i parametri di attacco mirato necessari per abbattere una portaerei vera e propria; alcuni potrebbero puntare alle navi da guerra vicine, altri alle petroliere di passaggio, ecc. Quelli che potrebbero puntare alla portaerei verrebbero poi abbattuti, senza l’effetto di “saturazione” necessario per aggirare le difese della portaerei.
Certo, ci sono segnalazioni preoccupanti provenienti dagli Stati Uniti, come le seguenti:
“L’Iran ha intensificato la sorveglianza marittima delle forze statunitensi nel Golfo Persico utilizzando veicoli aerei senza pilota (UAV).” “L’Iran effettua regolarmente voli ISR lungo il suo confine e il suo litorale, compresi il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz.”
Il rapporto dell’Office of Naval Intelligence (ONI) sulle forze navali iraniane (2017) aggiunge: L’Iran ha condotto numerose esercitazioni su larga scala, in cui si è esplicitamente esercitato con attacchi missilistici e missilistici contro un modello di portaerei statunitense classe Nimitz. Sono stati inoltre segnalati missili da crociera per la difesa costiera (ad esempio, la variante Ghadir), con gittata fino a 300 km da posizioni costiere nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.
Il problema è che queste missioni di ricognizione con droni iraniani vengono effettuate in tempo di pace, quando gli Stati Uniti sembrano concedere loro un certo margine di manovra. In tempo di guerra, questi droni verrebbero costantemente braccati e abbattuti, forse molto prima di poter fornire il controllo di volo continuo a eventuali missili.
Inoltre, come potete vedere, questi voli avvengono principalmente in zone costiere, quando le navi statunitensi passano vicino alle coste iraniane in tempo di pace. In tempo di guerra, la dottrina li mantiene rigorosamente oltre la zona di sicurezza di 300 km, come sta accadendo ora con la USS Lincoln. La maggior parte di questi droni non ha nemmeno la gittata necessaria per arrivare così lontano perché sono controllati tramite stazione di controllo a terra e non via satellite, il che limita la loro gittata essenzialmente all’orizzonte radio, che spesso raggiunge un massimo di 50-150 km, a seconda dell’altitudine, della topografia, ecc.
Ora so cosa state pensando: e i satelliti? Sicuramente questi missili possono essere guidati verso la nave giusta via satellite. Beh, questa è la forma di guida più rara e difficile, che non viene effettivamente utilizzata nella pratica.
Innanzitutto, ricordate che i satelliti di tracciamento di questo tipo, siano essi radar o ottici, non sono “geostazionari” e sono in realtà in orbita terrestre bassa, il che significa che ricevono un’immagine solo ogni ora e mezza circa. Ricordate quanta distanza può percorrere una portaerei in 15 minuti? Ora moltiplicatelo per quattro.
Volete una traccia persistente di un determinato oggetto? Avete bisogno di molti satelliti in una sorta di orbita sincrona o complementare, distanziati di secondi o minuti l’uno dall’altro. L’Iran ha satelliti di questo tipo? Nessun satellite radar, ma l’Iran ne ha un paio ottici, non abbastanza per un’immagine visiva continua di alcun tipo.
La Russia può fornire all’Iran questa capacità? In teoria, ma ciò significherebbe che la Russia dovrebbe potenzialmente spostare il suo numero limitato di satelliti dalle orbite ottimali, necessarie per la guerra in Ucraina e per le proprie esigenze difensive, per posizionarli in orbite che favoriscano le esigenze dell’Iran.
Forse la Cina potrebbe fare meglio, dal momento che non ha particolari esigenze per i suoi satelliti, come invece ha la Russia con lo SMO.
Ma c’è ancora il problema che i satelliti non possono fornire soluzioni di puntamento esatte in tempo reale e aggiornamenti diretti a metà percorso su un missile specifico. Questo è particolarmente vero per i satelliti stranieri, che non possono essere realmente integrati in rete e collegati direttamente con i sistemi missilistici iraniani per fornire loro dati integrati in tempo reale sulle soluzioni di lancio. Nella migliore delle ipotesi, i satelliti possono fornire “coordinate” per un determinato bersaglio dove i missili potrebbero volare e quindi acquisire autonomamente i propri bersagli, il che ci riporta ancora una volta alle problematiche già descritte in precedenza.
Se vi state chiedendo perché, la risposta è la seguente: i radar che guidano i missili verso un bersaglio lo fanno attraverso un insieme molto complesso di parametri e istruzioni. Il radar di un Tu-22M2, ad esempio, che fornisce aggiornamenti di guida a metà rotta al missile, legge con estrema precisione distanza, direzione, azimut, velocità radiale tramite Doppler e molti altri parametri avanzati (come temperatura ambiente, vento, condizioni meteorologiche, ecc.), quindi li inserisce tutti in un computer di controllo del fuoco che calcola tutto e prevede il punto di intercettazione preciso per il missile. Un satellite con pacchetto elettro-ottico può vedere solo un’immagine 2D superficiale e statica, dall’alto verso il basso, del bersaglio e non è in grado di fornire tracciamento continuo in tempo reale, misurazioni Doppler, collegamenti dati diretti al computer di controllo del fuoco o altro.
In breve: il modo più preciso per colpire le navi è una copertura radar continua e potente del bersaglio, e l’Iran non possiede realmente questa capacità. Allo stesso modo, un drone EO/IR non può fare molto meglio del satellite sopra descritto nel guidare un missile verso il bersaglio, e probabilmente verrà abbattuto comunque, sebbene vi sia una certa speranza in sistemi di droni ridondanti.
Balistica antinave: un’ultima speranza?
Ma c’è un’ultima speranza per l’Iran, che è anche il suo forte.
L’Iran possiede una classe unica di missili antinave, di natura balistica.
Direttamente dal rapporto Iran Military Power della Defense Intelligence Agency (DIA) (2019): I principali sistemi iraniani per colpire le navi a distanza sono i missili balistici antinave a corto raggio (ASBM) basati sulla famiglia Fateh-110, tra cui il Khalij Fars, l’Hormuz-1 e l’Hormuz-2.
Citazione: “Questi missili balistici antinave (ASBM) hanno una gittata fino a 300 chilometri e sono dotati di sensori terminali che guidano il missile verso il bersaglio. Questi sistemi utilizzano una varietà di sensori, tra cui il sistema di ricerca elettro-ottico e antiradiazioni.”
Si tratta di un vettore d’attacco molto insolito e insolito contro le navi, poiché la maggior parte dei missili antinave sono di tipo da crociera, perché è noto da tempo che il modo più efficace per abbattere grandi navi di superficie è “intrufolarsi” sotto il radar. I missili balistici provengono dall’alto verso il basso e sono pronti per essere intercettati dal giusto set di radar. Ma quel “set” dovrebbe essere molto avanzato e integrato, perché la maggior parte dei radar ha una zona morta al vertice della loro elevazione, chiamata cono di silenzio:
Naturalmente, un gruppo di portaerei completo è dotato di tutti i tipi di radar, tra cui il potente AN/SPY-6 che guida i missili SM-6 e che non ha alcuna vera e propria zona morta nota.
Detto questo, zona morta o meno, i missili balistici sono noti per una cosa: il loro enorme vantaggio in termini di velocità, con molti, se non la maggior parte, di missili ipersonici. Questo fattore da solo rende la loro intercettazione estremamente difficile anche con sistemi radar avanzati presenti, come abbiamo visto innumerevoli volte su Israele e il Medio Oriente.
L’altro grande vantaggio è che i missili balistici possono essere molto più potenti dei missili da crociera, sia in virtù del loro enorme vantaggio inerziale e cinetico, sia per le loro dimensioni maggiori, che consentono loro di solito di avere testate più grandi. Ciò significa che un missile balistico potrebbe potenzialmente ovviare alla necessità di uno sciame di missili da crociera, come previsto dalla dottrina sovietica.
Quindi, qual è il problema? Innanzitutto, la balistica antinave iraniana sembra avere una gittata di circa 300 km. Ad esempio, il Khalij-e Fars :
Test footage del 2011:
Ma ricordate, estremamente importante : non potete giudicare le cose basandovi su “video di prova” in cui un missile colpisce una singola nave di prova ferma. Tali condizioni vanno oltre l’ideale, con una guida perfetta e ininterrotta (nessuna guerra elettronica contro la testa di ricerca attiva del missile o la piattaforma radar di origine), e con la nave ferma e isolata, senza altre navi o bersagli nelle vicinanze che possano confondere il missile nella discriminazione tra bersagli ottimali, ecc.
In ogni caso, in questo caso il missile ha una gittata di 300 km, che le portaerei statunitensi, come abbiamo già detto, stanno dottrinalmente tenendo fuori. L’ultima posizione nota della USS Lincoln era esattamente a 300 km dalla costa, il che significa una distanza aggiuntiva da una piattaforma di lancio iraniana, dato che l’Iran non lancerebbe direttamente dalla costa stessa, che è già sotto sorveglianza di vari sistemi d’attacco statunitensi. Il lanciatore iraniano potrebbe essere spinto di circa 50-150 km verso l’entroterra, se non di più.
L’Iran possiede anche l’Hormuz-2 , che si dice abbia anch’esso una gittata di 300 km. Anche se la gittata fosse maggiore, o se la portaerei statunitense si avvicinasse alle coste iraniane, rimarrebbe comunque il problema della guida. Il missile potrebbe essere lanciato verso la “posizione generale” del gruppo di portaerei in base alle informazioni satellitari o a quelle di un drone, ma nella fase finale il missile si troverebbe a dover discriminare autonomamente i propri bersagli, con protocolli di priorità sconosciuti in tali casi. Se questa è la visuale finale che vede (tratta dal video qui sopra), quale bersaglio sa scegliere?
Potrebbe essere programmato per colpire quello più grande, ma la portaerei potrebbe anche essere sufficientemente lontana nel momento in cui il missile atterra (rispetto alle coordinate inizialmente trasmesse) da far sì che il protocollo di priorità finisca per individuare una nave più vicina e più direttamente nella traiettoria discendente del missile, ecc.; come puoi vedere, è un gioco fluido.
Ma in fin dei conti, quel missile ha anche una gittata di 300 km, il che rende l’intera questione irrilevante. Molti dei missili da crociera antinave iraniani hanno gittature molto più brevi, dai 25 ai 150 km.
Per inciso, la Cina è l’unico paese al mondo a disporre di un vero sistema missilistico balistico antinave a lungo raggio, il DF-26 e il DF-27. Si tratta però essenzialmente di missili balistici intercontinentali (ICBM) tradizionali (tecnicamente, missili a infrarossi) dotati di una variante navale concepita per distruggere le portaerei, ma si sa poco sulle varianti navali o sul tipo esatto di sistemi di guida che utilizzano. Anche il Kinzhal russo, che ha una gittata di quasi 500 km, si dice sia in grado di colpire le navi, ma non si sa praticamente nulla di questa capacità e se abbia effettivamente un radar terminale attivo.
Secondo quanto riferito, l’Iran possiede un solo missile balistico antinave sperimentale con una gittata superiore a 300 km, lo Zolfaqar Basir. Ma si sa ancora poco a riguardo, e si vocifera che abbia una gittata di 700 km, in quanto è basato sul missile da attacco al suolo standard Zolfaqar con la stessa gittata, a sua volta basato sul ben più diffuso missile Fateh-110.
Quindi, gli ASBM iraniani potrebbero potenzialmente colpire una portaerei statunitense? Soffrono dello stesso problema di guida terminale: in assenza di una piattaforma di tracciamento attivo dedicata, ricorrerebbero alla discriminazione autonoma dei bersagli e dovrebbero essere lanciati contro l’intero gruppo di portaerei con la “speranza” che una di esse selezioni la portaerei. Detto questo, a differenza dei missili da crociera, forse con la balistica ne basterebbero uno o due per causare danni gravi. Ma anche in quel caso è probabilmente improbabile: i missili da crociera antinave sono progettati per colpire punti precisi sulla linea di galleggiamento per causare il massimo danno e l’infiltrazione d’acqua. Un missile balistico che colpisse dall’alto verso il basso potrebbe forse distruggere il ponte di volo, ma sarebbe molto improbabile che penetrasse attraverso l’intera portaerei causando infiltrazioni d’acqua. Anzi, lo definirei quasi impossibile.
Ma ricordate, il nome del gioco non è necessariamente “affondare” la portaerei, ma disattivarla o distruggerla. Questo potrebbe essere fatto innescando sufficienti incendi esplosivi o penetrando fino al reattore nucleare, o qualcosa del genere. In entrambi i casi, la traiettoria dall’alto verso il basso sembrerebbe essere la meno efficace contro una portaerei, anche per un potente missile balistico con elevata forza cinetica. Anche se ammetto che si sa così poco sui profili di danno reali e sulle proprietà penetranti dei missili balistici ipersonici , lascio aperta la possibilità che, se uno di questi missili iraniani avesse una vera capacità ipersonica nella fase terminale, allora forse tutto è possibile.
Nel complesso, come probabilmente si può intuire dalla ripartizione complessiva, giudicherei piuttosto bassa la capacità dell’Iran di affondare o distruggere una portaerei statunitense. I gruppi di portaerei sono abbastanza intelligenti da rimanere dottrinalmente fuori dal 95% delle gitte dei missili iraniani, e i pochi che ci riescono dovrebbero superare diversi livelli di improbabili potenzialità: dal problema della guida, a quello di concentrare più colpi simultanei – che si collega al primo punto – al problema della rete di difesa aerea Aegis del gruppo di portaerei, che potrebbe ridurre al minimo i pochi missili che effettivamente riescono a colpire la portaerei stessa.
In effetti, a parte qualche “colpo di fortuna”, lo classificherei quasi impossibile senza speciali “trucchi” creativi come quelli che l’Ucraina è riuscita ad adottare, per quanto riguarda i droni marittimi e varie altre forme di sotterfugio, sabotaggio, ecc. Ad esempio, lanciare uno sciame di massa senza precedenti di droni in stile Shahed contro il gruppo di portaerei per costringerlo a esaurire completamente i suoi caricatori antiaerei, e poi, prima che possano ricaricare – il che è un’operazione che richiede molto tempo – lanciare qualsiasi missile si abbia a disposizione che possa raggiungere. Il problema è che, dato che l’Iran sembra schierare solo uno o due modelli totali di missili antinave con una gittata superiore ai 300 km (e poco più di 300 km, per giunta), le scorte di quei modelli probabilmente non sono abbondanti, e sicuramente non abbastanza grandi da aumentare drasticamente il coefficiente di “fortuna”.
In conclusione, a meno che gli Stati Uniti non si facciano coraggio e inizino a spostare i gruppi di portaerei verso lo Stretto di Hormuz, ci sono pochissime possibilità che l’Iran riesca a eliminare una portaerei. Ma se l’Iran dovesse creare una trappola economica sufficiente a indurre i disperati gruppi di portaerei a cercare di imporre la libertà di navigazione, allora l’Iran potrebbe avere la sua chance. E, viste le ultime dichiarazioni di Trump di oggi, questo potrebbe diventare realtà con un Trump abbastanza disperato:
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