Sovranisti e globalisti: la battaglia tra due ideologie perdenti, di Andrea Muratore e Marco Giaconi

Una interessante intervista a Marco Giaconi tratta dal sito Osservatorio Globalizzazione su un tema più che mai attuale

Sovranisti e globalisti: la battaglia tra due ideologie perdenti

Oggi col professor Marco Giaconi, che torna ospite delle nostre colonne e che ringraziamo per la grande disponibilità, dialoghiamo delle culture politiche dell’era contemporanea. Quanto è reale la polarizzazione tra “sovranisti” e “globalisti”?

Professor Giaconi, una forte narrazione mediatica e politica, soprattutto in Europa, immagina l’attuale dialettica politica come uno scontro tra sovranisti, fautori della sovranità nazionale, e “globalisti”, aperti alle ricadute ideologiche, politiche ed economiche dei trasferimenti di sovranità. Parliamo di una contrapposizione reale o strumentale?

Le contrapposizioni semplici, adatte al basso livello attuale dei mass-media, sono sempre strumentali e spesso inesatte. L’Italia è sempre stata divisa tra una pressione strategica dal Nord Europa, che data almeno dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, alla quale l’Italia partecipa repentinamente e un anno dopo, ma alla fine in funzione anti-tedesca, e una pressione strategica mediterranea, che riguarda anche i detentori attuali dell’egemonia nel Mare Nostrum, Usa e Gran Bretagna, ancora loro.

  Certo, con qualche new entry e con la Francia che non demorde affatto. Fino a che l’Italia, quindi, non si doterà di una Strategia Globale all’altezza dei tempi e della “realtà effettuale della cosa”, come diceva Machiavelli, questa polarizzazione rimarrà e produrrà la morte cerebrale e strategica dell’Italia, forse ormai anche quella economica, e la polarizzazione para-politica a cui Lei, nella Sua domanda, accenna. Mi ricordo che in Banca d’Italia, negli anni di Antonio Fazio governatore, c’era chi diceva che bisognava deindustrializzare “di brutto” l’Italia, fare cassa, come si era fatto con la svendita determinata dall’operazione “mani pulite” e successivamente ridurla a grande area turistica. La destrutturazione del nostro Paese è uno sport al quale, da molto tempo, si sono addestrati in molti, alcuni dei quali a livello professionistico e olimpionico. Ecco, i due quasi-schieramenti che Lei cita sono entrambi portatori di formule molto abborracciate e spesso contraddittorie.

 Sia il centro-destra “sovranista” (al quale non si può più  aggregare Forza Italia, partito molto legato al PPE, che lo finanzia visto che Silvio Berlusconi lo usa poco per i suoi affari, che tratta direttamente con i Capi di Stato EU) fa anche riferimento all’ultra-liberismo di matrice thatcheriana, con proposte come la flat tax o anche con la simpatia per le idee di Steve Bannon, già consigliere della comunicazione di Trump, quindi questo destra dovrebbe essere per conseguenza, chi ti paga comanda, filo-britannico e quindi inevitabilmente antitedesco; ma poi il medesimo schieramento si rifà allo statalismo di marca post-bellica e, detto senza polemica, fascista. Ricordo poi qui che la Thatcher fu disarcionata dal suo stesso partito proprio per aver proposto la poll tax, nel 1990,comunale a un solo scaglione. Il vecchio testatico medievale. Ci fu anche un affaruccio del suo oppositore, Heseltine, con degli elicotteri, ma questo è un altro discorso. Delle due l’una: o si è liberisti, o si è filo-fascisti. Sempre detto senza polemica alcuna. Poi, la simpatia della Lega per i siloviki (“uomini della forza”) di Vladimir Putin, allora, non dovrebbe mai trovare posto in una forza confusamente liberista e filo-americana, gli Usa hanno da sempre una memoria di ferro e una vendetta inevitabile, che gustano sempre freddissima.

O stai con l’amico o con il nemico. Con la tua faccia. Allora sei sempre rispettato, e da entrambi, come accade quando la X MAS di Junio Valerio Borghese si arrese alle forze Usa con l’onore delle armi. Poi Borghese, con la divisa da colonnello della US Army Forces, arrivò a casa sua, a Roma, accompagnato dal futuro Capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Delle vendette Usa, ne sa qualcosa anche Silvio Berlusconi. Un ingenuo quanti mai ce ne furono a Palazzo Chigi. Vedremo questo attuale, ma siamo sulla stessa linea dell’infanzia. Chi non sa scegliere non sa governare. Ma lo stesso discorso vale anche per la vasta area “globalista” tra il Centro e la Sinistra. C’è lo statalismo pasticcione, da Totò onorevole, dei Cinque Stelle, che tornano alla sinistra dalla quale sono in gran parte nati, e sembrano, nella loro propaganda, equiparare gli imprenditori a dei distributori di mazzette, con gli effetti che è facile immaginare. C’è poi il Partito Democratico, che si è attaccato all’Europa in modo irriflessivo, come i vecchi comunisti che, quando c’era la partita Italia-Urss, facevano il tifo per Mosca. Aspettano unicamente un aiuto, propagandistico e magari anche finanziario, ma al loro Partito, dall’Europa, come peraltro le altre forze politiche della destra, che aspettano di essere sostenute dai russi, dagli americani, o da qualche altro, magari gratis. Perché sono belli? Ma lo sanno come si ragiona, da sempre, nelle cancellerie UE o non UE? Si può facilmente immaginare cosa accadrà.Le altre forze del centro-sinistra sono partiti personali (Italia Viva di Matteo Renzi, le aree alla sinistra del PD, il gruppo di Carlo Calenda) ma comunque tutto l’arco parlamentare italiano si sta frazionando in gruppi personali e “cordate”, come accade anche nella fin troppo famosa, e comunque hegeliana, società civile. Nella somma impotenza e incompetenza di quasi tutta la nostra classe dirigente, oggi la politica è quasi ovunque, come diceva Frank Zappa, “il dipartimento spettacoli del complesso militare-industriale”. La politica, ma questo vale anche per gli altri Paesi occidentali, è ormai regolata secondo i canoni della pubblicità e deve fare poco o nulla, salvo che dividersi le tifoserie e portarle, talvolta, al calor bianco.

Entrambi i modelli sembrano avere una chiara connotazione anglo-sassone e americana. I sovranisti riprendono diversi temi tipici del neoconservatorismo americano e dell’ideologia trumpiana “America First”, mentre il cosiddetto “globalismo” appare funzionale all’interesse delle èlite liberal di Oltre Atlantico. Parliamo di un successo ideologico statunitense?

Come Le dicevo per rispondere alla Sua prima domanda, i due modelli hanno certo, entrambi, tratti dell’ideologia attuale e recente Usa, e probabilmente la diplomazia coperta, che è gran parte della politica estera dei due schieramenti nordamericani, opera molto in questo campo. Certi viaggi di politici italiani della “Prima Repubblica” erano sostenuti dalla diplomazia talvolta dei Repubblicani (Piccoli, per esempio) o dagli apparati centrali (Napolitano, che poi ne farà buon uso) o dai democratici (i socialisti, soprattutto).

L’Italia è il Paese, ancor oggi, più filoamericano della UE, malgrado certi rigurgiti di nazionalismo che, senza militari autonomi e finanze ugualmente autonome, fanno solo ridere. O fai la tua Force de Frappe autonoma, e ti levi dai santissimi del Comitato Politico Ristretto della NATO, al quale, comunque, Parigi si è sempre seduta, in via privata. Oppure fai gli interessi degli altri, e allora sono cavoli tuoi.  Gli Usa, comunque, non abbandoneranno mai l’Italia, sia per la loro profondità strategica nel Mediterraneo, che si rafforzerà ulteriormente, sia perché vogliono un contrappeso all’area tedesca e la marginalizzazione strategica della Francia. Certo, cambiando solo un poco il discordo, la cultura anglosassone è penetrata, ma è spesso la peggiore, comunque in gran forza in Italia, anche nelle accademie e nella ormai residua università. E’ semplice, è piena di slogan che passano come risultati scientifici, è oggi perfetta per la massificazione ulteriore delle università e della mass culture. C’è oggi, al Sant’Anna di Pisa, scuola molto prestigiosa, chi insegna che la filosofia è “maschilista” e bisogna “femminilizarla”. Roba da ridere, certo, ma si tratta pur sempre di una vittoria del paradigma culturale americano, dove ci sono docenti ad Harvard che affermano che “bisogna farla finita con la cultura dell’uomo bianco”. Un impero che sta cadendo, gli Usa, si riafferma all’estremo con le sue cazzate etniciste. Sperando di sedurre l’Africa, dove ormai laCina la fa da padrona da oltre 14 anni, e la Russia sta entrando in forze. Auguri. Parafrasando Freud, dove prima c’era Marx oggi c’è la cultura liberal-radical Usa. Anche il ’68 fu sostanzialmente una operazione Usa-Cina per destabilizzare i partiti comunisti, ma l’operazione è riuscita e comunque il paziente è morto.  Per il collante del sovranismo, c’è oggi il cattolicesimo popolare dei Family Day, ma per il centro-sinistra c’è l’immigrazionismo, anch’esso irriflessivo, che però lo rimette in collegamento con la Chiesa di Papa Francesco. Staremo freschi, tra questi due fessi matricolati, ovvero destra e sinistra.

A proposito di letture “religiose”, figure come Steve Bannon tentano di ammantare di spirito apocalittico la battaglia sovranista, presentata come quesitone di vita o morte per la civiltà “giudaico-cristiana” contro il nemico di turno. Che può essere, di volta in volta, l’Islam, la Cina, il Vaticano. Quanto influiscono in questa lettura le fondamenta calviniste ed evangeliche degli Stati Uniti?

Steve Bannon, comunque, viene dai ceti popolari di origine irlandese e cattolica, ma questo, in una America in cui la cultura, anche quella non di massa (e lo fa ormai anche qui in Italia) è solo uno strumento primario di segmentazione per gruppi della popolazione, quindi sempre una forma di controllo sociale, vuole pure dire qualcosa. La sua biografia politica lo definisce, senza dubbio alcuno, ma per un tecnico, un vero e proprio “agente di influenza”. Con la sua struttura in Europa, finanzia oggi tutti i movimenti di destra o di centro-destra, anche quelli più distanti tra di loro. Teorizza una rivolta mondiale dei popoli contro le élite, rivolta che sarebbe già in corso. Facile capire quindi cosa vuole davvero: adeguare alla politica estera Usa, anche a quella che verrà dopo Trump, tutta l’area filo-tedesca della UE, e poi sovvenzionare, ma sempre fuori dal controllo russo, i movimenti come il Rassemblement National della Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Giocare due parti in commedia, per permettere a Washington ampia libertà di manovra. L’Europa crede, Dio la perdoni, di essere sfuggita alle regole, scritte e non, che sono state definite dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma la caduta del Muro di Berlino è stata appunto solo un episodio di quegli accordi, non la loro scenografica rottura. Il “partito americano”, in Italia, lo ricordo qui, andava da una parte del PCI fino al MSI tutto intero, passando per i cattolici, riferimento primario di Washington fin dai tempi dello special envoy Myron Taylor con Papa Pacelli. Pio XII fu un costante riferimento degli Usa durante il fascismo e la guerra, ma poi Mons. Montini fu successivamente un vero “amico” per gli americani.

Il modello politico e culturale di Bannon, tornando all’oggi, ovvero il popolo contro le èlite, è divenuto un refrain di tutti i populisti, ma è tecnicamente sbagliato. Un paretiano come me risponderebbe che ogni settore della società secerne naturalmente delle élite, anche i rapinatori di banche, i gelatai o i geometri. Sempre che non si confondano tra di loro. Non è mai esistita una società senza classi dirigenti, debitamente separate, et pour cause, dal resto della popolazione. Tulle le società sono gerarchiche, ma si tratta solo di vedere quanto c’è di merito personale, nell’ascesa, e quanto di eredità (non ereditarietà) tra i figli di papà. Lo dico sempre ai mei amici comunisti, le rivoluzioni non servono, aspettate una o due generazioni che il famoso “capitalista” si distrugge da solo. Studi drogatissimi in America, vita spericolata, e poi l’ovvio fallimento. I venditori di utopie sono comunque come i venditori di almanacchi, e io sono un fan, come direbbero proprio gli americani, di Giacomo Leopardi. Soltanto che la destra italiana crede di essere “popolo”, o il suo megafono, cosa che peraltro Mussolini non fece mai, aggregando i nazionalisti prima, nel 1923, e qui c’erano Giovanni Verga, D’Annunzio, Alfredo Rocco e molti altri. Dopo, Mussolini farà perfino la coda ai grandi “commessi di Stato”, tra cui Raffaele Mattioli della Banca Commerciale e poi Alberto Beneduce, 33° della massoneria scozzese antica e accettata, Primo Sorvegliante del GOi, amico e “fratello” di Ernesto Nathan, primo sindaco ebreo e massone di Roma e, inoltre, parlo di Beneduce, militante socialista riformista. Sua figlia, Idea Nuova Socialista Beneduce, si sposerà con Enrico Cuccia. La classe politica è quindi una parte irrinunciabile della élite, come tutte le classi politiche, e questo vale per i populisti della destra, mentre invece il centro-sinistra crede di essere quasi automaticamente èlite, ma è spesso proprio “popolo”, perché non conta niente, proprio come molti dei suoi dirimpettai del centro-destra. Nella irrilevanza, le due tifoserie si assomigliano, ma è tutto politica-spettacolo.

Il sovranismo pare la retorica ideale per coprire posizioni politiche che non riescono a gestire appieno la sovranità, stato di fatto che è problematico ridurre a un’ideologia: molto spesso, anzi, esso si risolve in uno sciovinismo pseudo-nazionalista. Quali sono i vulnus principali dei cosiddetti sovranisti?

Certo, il ritorno alle sovranità nazionali è oggi impervio e, talvolta, ridicolo, viste le dipendenze della nostra economia del Nord, e non solo, dalle Catene del Valore che arrivano in Germania e poi vanno oltre. Quando, lo ricordo, perfino un caro amico di Cossiga, Helmut Kohl, era convinto di far entrare l’Italia solo al secondo turno dell’Euro, ci fu una telefonata notturna, piuttosto dura, del capo della Confindustria tedesca, che fece fischiare le orecchie al Presidente tedesco. Credo che una simile telefonata sia arrivata, di recente, anche ad Angela Merkel, e con gli stessi toni, proprio quella allieva di Kohl che però, quando la vedova di Helmut si è avvicinata per salutarla, alle esequie del marito, nel 2017, si è ritratta e le ha detto: “manteniamo le distanze”. Gli aneddoti, di cui era ghiottissimo Churchill, erano invece odiati da Hitler, vegetariano, analcoolico, ma pieno di droghe e di farmaci omeopatici, la famosa “medicina tedesca”. Chi ha vinto? Certo, c’è da ricostruire una dignità nazionale italiana, e questo è il vero problema, in politica estera e di difesa, ma questo è un altro e ben più complesso discorso. È questo, il concetto strategico ben declinato, il vero biglietto da visita che viene valutato nei veri consessi internazionali. È come nel Fight Club: prima regola,non parlate mai del Fight Club, quarta regola, quando qualcuno dice basta, fine del combattimento. La civiltà giudaico-cristiana da difendere? Mah! È un modo per unificare le politiche estere di EU e Israele, che però ha la sua e non sente certo altre ragioni. Anzi, l’Ue è, per i dirigenti di Israele, compresi i Servizi, una sentina di antisemiti e filo-arabi, per i loro grassi investimenti in UE e per il loro petrolio. Israele ha, della politica estera UE, una opinione perfino peggiore della mia.  È per questo che c’è ancora. L’Europa è ormai, comunque, antisemita.

A quanto ammontano, Professore, i numeri dell’antisemitismo in Italia?

In Italia, secondo l’Osservatorio Solomon, e sono dati del gennaio 2020, il 14% pensa che Israele sia l’autore del “genocidio palestinese”, l’11,6% pensa che gli Ebrei abbiano un potere economico eccessivo, che, per il 10,7% gli Ebrei non si occupino della società in cui vivono, ma solo della loro comunità, per l’8,4% l’italiano medio crede che si sentano superiori agli altri e, in ogni caso, il 6,3% si è dichiarato apertamente antisemita. La vedo male, quindi, con la questione della civiltà giudeo-cristiana. I negazionisti della Shoah sono, sempre in Italia, ancora pochi, l’1,3% ma certamente non diminuiranno in futuro.

E sul fronte del rapporto tra Europa e Islam, molto spesso visto come fumo negli occhi dai sovranisti, qual è la sua posizione?

L’Islam è in Europa da moltissimo tempo. Al Andalus, l’Andalusia, fu rivendicata come territorio dell’Islam nel 2002 da Osama Bin Laden. Anzi, l’Europa identitaria nasce dalle sconfitte dell’Islam sui Pirenei e nel Sud dell’Italia, dopo, peraltro, lunghe convivenze pacifiche. Il Sultano di Istanbul, dopo la cacciata dei Mori dalla Spagna, ma anche e soprattutto degli Ebrei, dal 1609 al 1614, pochissimi anni dopo la scoperta dell’America da parte di un esploratore genovese ingaggiato da Isabella di Castiglia, affermò pubblicamente che ringraziava il Re di Spagna Filippo III per la gran quantità di studiosi, mercanti, medici, sapienti, artigiani, banchieri che erano arrivati nel suo Regno grazie alla cacciata dei “mori”. Insomma, la questione è più complessa, come al solito. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che, tra pressione demografica interna e esterna, la radicalizzazione del jihad della spada, che sta all’Islam tradizionale come il post-moderno plastificato sta a Kant, oltre all’espansione del mondo arabo, è sempre e scientemente un atto di guerra contro gli infedeli, come ha anche detto l’Emiro del Qatar, Tamim, nel 2007, tramite la rete Al Jazeera in mano alla Fratellanza Musulmana, e operante dal Qatar, ed ecco il testo dell’Amir, il “comandante dei credenti” nel Qatar:  “la Conquista di Roma si farà con la guerra? Non, non è necessario. La conquista dell’Italia e dell’Europa significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta, ma c’è oggi una conquista pacifica e prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza la spada, la conquista si farà attraverso la predicazione e le idee”. E gli affari, aggiungo. E proprio in un albergo di proprietà dell’Emiro di Doha, ma non a Roma, si riunisce sempre con i suoi referenti internazionali un ex-primo ministro italiano, che proprio niente sa, lo dico per esperienza, di queste questioni. Quindi, l’UE avrebbe certo bisogno di un Israele che le desse una mano in Medio Oriente, dove si decidono molti dei suoi destini, e parlo solo della UE, per evitare la seduzione affaristica e ideologica islamista. Gerusalemme farà comunque da sola, ovviamente, credo che ritengano l’UE un caso di malattia mentale e strategica senza medicine possibili. I Paesi europei, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, saranno per lungo tempo alla canna del gas. Qui non c’è da parlare di  una teoria un po’ farlocca del rapporto tra ebraismo e cristianesimo, c’è invece l’urgenza della strategia.

Ironia della sorte che i nemici dichiarati dei sovranisti siano, molto spesso, leader e Paesi che dell’indipendenza e dell’autonomia di scelta fanno, nel bene o nel male, la loro stella polare. Pensiamo all’Iran, alla Cina di Xi Jinping, ma anche allo stesso Papa Francesco, tra i più severi critici dell’ideologia neoliberista mai messa veramente in discussione dai sovranisti. Segno di una necessaria biforcazione tra retorica sovranista e sovranità?

Noi, in Italia, abbiamo realmente abdicato a una vasta quota di sovranità che era comunque necessaria. Non perché è arrivata la sola UE, ma perché abbiamo seduto, nei consessi della UE, parteggiando ingenuamente per quello o quell’altro, senza una chiara e applicabile visione dell’interesse nazionale che è, come diceva Benedetto Croce del liberalismo, “né statalista né liberista, ma sceglie tra le varie medicine quella che serve al momento”. Rileggere la “Storia d’Italia dal 1871 al 1915” di Don Benedetto, al più presto. E a Casa Spaventa, dove Croce crebbe dopo aver perso i genitori e la sorella nel terremoto di Casamicciola del 1883, egli si avvicinò al marxismo di Labriola, che conosceva molto bene i sacri testi. Magari li rileggessero con lo stesso criterio, oggi. Strano a dirsi, ma un discendente diretto degli Spaventa fu anche il capo di Gladio-Stay Behind a Milano e in Lombardia, era il mio amico e maestro Francesco Gironda. La Cina ha un rapporto debito/Pil è del 25%, oggi dopo o durante il coronavirus, mentre il debito non estero delle imprese cinesi non finanziarie è sul 155%. Il debito pubblico russo è oggi al 15% circa del Pil. Il sesto più basso al mondo. Ecco la soluzione, chiaramente affermata da Vladimir Putin al Summit di Monaco del 2017. “Se non ho molti debiti, sono libero dai condizionamenti esteri”. Semplice, ma è proprio così che funziona, da sempre.

Veniamo al mondo liberal/globalista ora. Esso ha pensato, molto spesso, che accettare ogni fattispecie della globalizzazione fosse una scelta inevitabile in un contesto di crescente interconnessione politica, economica e sociale del mondo. Quanto ha influito l’ascesa di leader liberal di sinistra nell’accelerazione, forse impropriamente cavalcata, della globalizzazione e dei suoi problemi negli Anni Novanta?

Devo essere, almeno inizialmente, brutale. Con la globalizzazione inizia la applicazione dei modelli della pubblicità dei prodotti di largo consumo alla politica e, soprattutto, ai processi elettorali, che già prima la loffia Political Theory anglosassone, la Rational Choice, aveva santificato, dicendo che l’elettore fa quasi sempre una scelta ottima tra i programmi contrastanti. Bravi! Bischerata somma, come tutti possono osservare, ma che è servita come tappeto rosso per la globalizzazione. I russi ridotti alla fame dalla folle scelta di Yeltsin, la Voucher Privatization del 1992-1994, fu una distribuzione dei sistemi produttivi post-sovietici alla mafia, già all’opera con Stalin, peraltro, e anche alla nomenklatura del Partito, che era ormai quasi la stessa cosa.

In un suo vecchio libro, Kissinger racconta che un ministro dell’URSS gli raccontò, con dovizia di particolari, che la grande raffineria di petrolio che era sulla carta del CC del PCUS non esisteva, ma i finanziamenti da Mosca venivano divisi tra tutti coloro che l’avevano “creata” dal nulla. 15.000 aziende furono privatizzate con i voucher, la mafia e il “partito” comprarono i voucher dei poveri per il classico e spesso realistico tozzo di pane, mentre la Federazione Russa stata passando la maggior crisi economica del dopoguerra, comparabile solo al disastro agricolo del 1930-’31 in Crimea e Ucraina. Putin, uomo pratico come tutti quelli che escono dai Servizi, ma dal KGB si usciva davvero solo con i piedi davanti, seleziona la parte dei nuovi ricchi che si accorda con lui e il suo gruppo degli “oligarchi”, poi manda al macero tutti gli altri. Quando viene assassinato Litvinenko a Londra, che è in rapporto con un oligarca che non si è messo d’accordo con Putin, Boris Berezkovsky, il FSB faceva addestrare al tiro i suoi operativi con sagome che erano ricalcate sull’immagine di Litvinenko. I liberal di sinistra sono quelli che giocano su questa nuova e immaginaria cornucopia, che farà arrivare al Welfare europeo quei soldi che nascono dalla espansione globalizzatrice. Staremo ben freschi.  I soldi della spoliazione russa, ed era per questo che i dirigenti cinesi del PCC ridevano quando arrivò, nelle more della rivolta di Piazza Tien An Mien, nel 1989, Gorbaciov a Pechino. “Bravo-immagino dissero i dirigenti di Deng Xiaoping-vuoi tenere in mano il tuo Paese immaginando che arrivino i capitalisti “buoni” e che non ci saranno rivolte sociali come quella che stiamo fronteggiando?”.

Insomma, il mondo globalista, come lo ha chiamato giustamente Lei, è una accolita di ingenui che hanno operato con tecniche economiche e finanziarie sbagliate, e spesso dannosissime, pagando quasi unicamente i loro politicanti di riferimento, scelti sempre con criteri da testimonial pubblicitario, e poi facendo operazioni economiche e finanziarie semplici e sempre più a breve. “Mordi e fuggi” finanziario, giocando sulle valute, sui futures artificiali per i prezzi delle materie prime, sulla ingenuità delle popolazioni che avrebbero seguito il loro pifferaio magico o leader politico fino in fondo. Sbagliato. Il cosiddetto Terzo Mondo è molto più evoluto, politicamente, del contadino dello Iowa, che comunque piace molto a Xi Jinping. Una riedizione, quindi, dello spaccio di carta commerciale spesso di serie B o C, come fecero gli Usa in Francia poco prima che De Gaulle si rompesse le palle e ordinasse il pagamento delle partite bilaterali con franchi svizzeri, oro o sterline-oro, nel 1966.

De Gaulle, l’unico statista europeo degno di questo nome, altro che i “sovranisti” tutti chiacchiere e distintivo, credeva che il progetto di alleanza franco-tedesca non fosse solo contro l’URSS, ma potesse toglierci dai santissimi anche gli Usa. Peccato di ingenuità? Non credo. Comunque, il primato della politica è inevitabile, l’economia e, soprattutto, la finanza, fanno tutto con operazioni organizzate, in frazioni di secondo, con i loro computer quantici e ben dotati di algoritmi aggiornati. Poi, il gioco degli asset contro altri Paesi, se ne vanno a far danni altrove. E sul momento. L’unica politica che può adattarsi a questa economia, quasi del tutto finanziarizzata, è l’”olio lenitivo” che Nietzsche, già “pazzoide”, ma non troppo, che egli vede scendere sui futuri “cinesini” addetti alla produzione. Ora, i veri cinesini sono nella gig economy, nella “economia dei lavoretti”, nel terziario straccione (non voglio certo offendere questi lavoratori, ovviamente) e nelle classi politiche, come per esempio in Italia, che non favoriscono l’emigrazione delle imprese, salvo che per un fisco demente, ma vogliono “buscar el levante per l’occidente”, come diceva Cristoforo Colombo. Ovvero vogliono adattare l’industria che è rimasta in Patria alla concorrenza sul costo del lavoro e tutto il resto messa in atto dal Terzo Mondo, che incamera ancora aziende come se piovesse.

Una scelta, a dir poco, autolesionista…

Non faremo mai concorrenza a questi Paesi, è impossibile. Ma, certo, possiamo ridurre la nostra classe operaia al nulla salariale, e gli imprenditori non ritorneranno lo stesso, anche se c’è, per l’alto di gamma, una quota di ritorni. Le imprese italiane delocalizzate, tra il 2009 e il 2015, sono aumentate del 12,7%, fonte Teleborsa, con un totale, ma qui le statistiche sono molto difficili, di 36.000 imprese almeno che se ne vanno stabilmente. E qui si tratta di PMI di successo, mica di patacche piemontesi con la erre moscia, salvate almeno quattro volte (e sulla quinta ci sarebbe molto da discutere) dal contribuente italiano. La concorrenza globale sui costi del lavoro e sulla sua precarizzazione è andata oltre ogni limite, in Italia. Per fare cassa nel pagamento, quando occorra, dei titoli di Stato e per sostenere la spesa pubblica, ormai incomprimibile. Dobbiamo quindi inventare una formula produttiva del tutto nuova, fatta di nuovi prodotti, di adattamento rapido ai mercati, di prodotti globalizzati bene, come fecero, a loro modo, i manager di Stato che, dal Codice di Camaldoli del 1943, poco prima che il Gran Consiglio del Fascismo sciogliesse il fascismo, si costruirono una loro autonomia strategica di area cattolica, spesso garantita bene dai Servizi, altro che “deviazioni” dei miei stivali, nel nostro mercato naturale. Ovvero, il Mediterraneo. Moro, Fanfani, Piccoli, poi Craxi, capirono, in modo diverso ma parallelo a De Gaulle, che nella lotta tra i Due Imperi c’era molto spazio anche per noi. E, allora, lo sfruttammo molto bene.

Insomma, Professore, oltre la retorica sovranismo/globalismo la via è ben segnata: serve tornare a coltivare e pensare l’interesse nazionale, mettendo l’azione davanti a ogni retorica.

Ecco, una politica nazionale attenta ai suoi interessi strategici ed economici, un governo che è un po’ liberale, nel senso che non rompe troppo i santissimi alle imprese, ma che le indirizza in modo sensato e talvolta protetto verso i loro “mercati naturali”. Che sarebbero tantissimi, se solo li si volesse studiare bene. Oggi, la SACE-SIMEST è ancora una buona struttura, ma avrebbe bisogno di una bella rinnovata. Gli strumenti quindi li abbiamo, la dottrina del nostro interesse nazionale ancora no. Che non è sempre opposto agli altri, anzi, talvolta, accade il contrario. È  qui il luogo naturale, per dirla con Aristotele, dove dovrebbe cadere la nostra politica estera, fuori dalla chiacchiere neo-nazionaliste o anche globaliste da Inno alla Gioia di Schiller-Beethoven. Come se i nostri concorrenti UE ci dovessero togliere tutte le castagne dal fuoco. Sarà da ridere. E, comunque, il musicista lo modificò non poco, l’Inno. Penso a un ritorno delle strategie nazionali o anche di area, ma senza stupidi nazionalismi, dopo che le tensioni dell’Islam e del jihad della spada saranno regionalizzate o sedate. Si ritornerà a pensare in grande, finalmente.

http://osservatorioglobalizzazione.it/interviste/sovranisti-globalisti-giaconi/?fbclid=IwAR14b9IIQdE8uSfC0fb93TM6pjHnuewW84ll_ULM0VBobCmW9RDdWj78oHc

La nuova storia europea di Putin e la riabilitazione di Stalin Di: George Friedman

Continua il dibattito aperto dal saggio di Putin apparso sulla rivista americana National Interest. http://italiaeilmondo.com/2020/06/19/vladimir-putin-le-vere-lezioni-del-75-anniversario-della-seconda-guerra-mondiale/Ogni ricostruzione storica, specie se avallata e e sostenuta da un politico, per altro di una tale levatura, sottende un punto di vista particolare, una visione e diverse finalità politiche. Uno sguardo al passato, insomma, che serve a posizionarsi nel presente e nel futuro. Non solo. Ogni leader di levatura, ogni classe dirigente deve fondare la propria legittimazione ed autorevolezza nel passato del proprio paese. Su questo Friedman, al netto delle sue tesi, discutibili proprio perché ignorano e glissano senza alcun accenno critico, sulle strategie, sugli interessi e sulle nefandezze delle classi dirigenti europee ed americane di quel periodo, coglie pienamente nel segno. La stessa furia iconoclasta che sta muovendo l’attuale contestazione nelle città americane, con le loro stupide parodie in Europa, apertamente foraggiata ed alimentata dai settori del vecchio establishment non sono altro che il negativo di una stessa fotografia. Grandi sconvolgimenti si profilano all’orizzonte e gli Stati Uniti si avviano ad esserne l’epicentro con la grande sorpresa del cieco e conformista ceto intellettuale europeo. Che abbiano i nostri quantomeno la correttezza di unirsi a Putin nel sollecitare l’apertura degli archivi. Si eviterebbe almeno qualche strumentalizzazione dozzinale di troppo. Buona lettura_Giuseppe Germinario

La nuova storia europea di Putin e la riabilitazione di Stalin

Di: George Friedman

Al presidente russo Vladimir Putin piace sostenere la tesi secondo la quale la seconda guerra mondiale, e gran parte delle sofferenze da essa causate, sia stata responsabilità non solo della Germania nazista, ma dei governi che vi si opponevano. Ha già discusso questo argomento, ma la versione più recente pubblicata durante la celebrazione annuale del Giorno della Vittoria in Russia è stata la più completa di sempre. Ha spostato la responsabilità delle invasioni e delle atrocità della Germania verso altri paesi e la ha usata per minimizzare la responsabilità dell’Unione Sovietica per la guerra.

In precedenza, Putin aveva messo sotto accusa l’accordo franco-britannico di Monaco di Baviera per l’occupazione tedesca di parte della Cecoslovacchia, ponendo le basi per la seconda guerra mondiale, che il commercio degli Stati Uniti con la Germania prima della guerra rafforzò la Germania e che il governo polacco causò il massacro di massa in Polonia fuggendo dopo la sua occupazione. Tutto ciò è impiantato per minimizzare l’importanza del patto Hitler-Stalin e dell’invasione sovietica della Polonia. È nel suo racconto non più consequenziale di molti altri eventi.

Ad essere polemico per un momento, lasciatemi prendere in carico una cosa alla volta. Il governo fuggì dalla Polonia così come i governi di altri paesi dopo l’occupazione tedesca. Cercare di creare un governo in esilio era ciò che molti hanno fatto. L’idea che lasciando il Paese fossero responsabili di ciò che è accaduto è assurda. La Polonia fu occupata dalle truppe tedesche e sovietiche. I tedeschi iniziarono rapidamente a radunare e ad annichilire ogni possibile resistenza e i sovietici posero in atto l’omicidio di migliaia di ufficiali dell’esercito polacco catturati. L’idea che la presenza di funzionari del governo polacco nel paese avrebbe fermato Hitler e Stalin sui loro propositi è evidentemente sbagliata.

L’accusa contro inglesi e francesi ha un certo peso. Nessuno dei due era pronto per la guerra, militarmente o politicamente. Speravano di evitarlo o almeno di ritardarlo. Fallirono e l’Europa ne pagò il prezzo. Ma c’è una differenza fondamentale con il patto Hitler-Stalin. Stalin raggiunse un trattato con Hitler sulla Polonia. Ma a differenza degli inglesi e dei francesi, i sovietici conquistarono (e tuttora occupano) gran parte della Polonia. L’accordo di Monaco non includeva una clausola per l’invasione cooperativa e l’occupazione della Cecoslovacchia. L’accordo tedesco-russo lo ha fatto.

Gli Stati Uniti hanno ovviamente commerciato con la Germania. La sua politica era di evitare la guerra. Col senno di poi questo è un peccato, ma al momento non c’erano segni dell’intenzione dell’occupazione tedesca dell’Europa né indicazioni di omicidi di massa. Se gli Stati Uniti avessero intrapreso una guerra convenzionale contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, Washington avrebbe potuto essere accusata di vendere precedentemente grano ai sovietici, limitando il pericolo della carestia. Il commercio americano fu condannato da alcuni in quel momento, ma la quantità di commercio fece poca differenza nel corso della guerra.

Ciò che contava erano le massicce spedizioni da parte dei sovietici di minerali vitali dopo l’invasione congiunta della Polonia e al momento in cui i tedeschi invasero la Russia, quando si dice che un treno sovietico di contenuti vitali si spostò a ovest attraverso il confine, proprio come si muovevano le truppe tedesche est attraverso di esso. Il trattato tra sovietici e tedeschi prevedeva un massiccio accordo commerciale, al quale Stalin obbedì meticolosamente, sperando di pacificare i tedeschi.

Per andare oltre la polemica, dobbiamo capire la strategia tedesca e sovietica. Durante entrambe le guerre mondiali, la Germania era piena di appetito e apprensione. Temeva un attacco simultaneo da Francia e Russia, sapendo che non poteva sopravvivere a una guerra su due fronti. Durante la prima guerra mondiale, attaccò la Francia mentre stava organizzando un’azione di detenzione a est. La Germania non riuscì a sconfiggere la Francia e la guerra lì crollò in una guerra statica che dissanguò la Germania.

I tedeschi stavano progettando di utilizzare la stessa strategia nella seconda guerra mondiale, questa volta sconfiggendo rapidamente la Francia. La loro offerta di un trattato ai sovietici per sacrificare la Polonia aveva lo scopo di garantire che il fronte orientale rimanesse pacifico mentre la Francia veniva sconfitta, anche se la sconfitta impiegava più tempo del previsto.

Dal punto di vista di Stalin, l’aspettativa tedesca di una forza franco-britannica era un’illusione. Il pensiero militare di Stalin derivava dalla prima guerra mondiale e dalla guerra civile russa, nessuna delle quali era meccanizzata. Non capiva la potenziale velocità della guerra corazzata e il grado in cui rendeva impraticabile la guerra di trincea. Quindi si aspettava che i tedeschi si immergessero nella guerra da attrito protratta per anni. Si aspettava non solo una parte della Polonia dall’accordo, ma il dono del tempo per ricostruire le sue forze militari, nonché una reale opportunità per cacciare la Polonia a ovest e prendere la Germania, mentre i tedeschi venivano impantanati in Francia.

Il piano di Stalin andò male perché la guerra di carri armati fiancheggiava la linea Maginot mal pensata, e perché la Francia era sfinita da una guerra condotta appena 20 anni prima e che aveva profondamente demoralizzato la nazione e i suoi alti gradi militari. Si aspettavano di perdere e hanno perso. E la brillante mossa di Stalin divenne un incubo mentre la Germania spostava le sue forze ad est a una velocità incredibile e, un anno dopo la sconfitta della Francia, scese su una Russia impreparata.

Per comprendere la seconda guerra mondiale in Europa, è necessario comprendere l’incompetenza di Stalin. Non riuscì a cogliere la rivoluzione militare e come si spostò il rischio. Non riuscì a capire che la Francia non era in grado di resistere. E non riuscì a capire che Hitler voleva il trattato per attaccare l’Unione Sovietica prima che avesse il tempo di prepararsi alla guerra. Ma poi Hitler non capì che la Russia, nonostante Stalin, e nonostante il prezzo che avrebbe pagato, avrebbe schiacciato i tedeschi. Indipendentemente dai fallimenti di Stalin, la storia si è giocata da sola.

In tutte le sue affermazioni, sembra che Putin stia cercando di condividere la responsabilità morale. Quello che sta davvero cercando di fare, penso, è riabilitare Stalin. Stalin gettò le basi per il piano di guerra di Hitler. Era ignaro della realtà militare. Quando guardiamo Stalin e se pensiamo che un uomo sia responsabile della storia, allora Stalin si mostrò incompetente oltre ogni immaginazione. Ma se spostiamo la discussione dai calcoli sbagliati di Stalin alle fantasie sulla Polonia, equivalenze morali con Monaco o il commercio prebellico degli Stati Uniti con la Germania, allora Stalin non è peggiore di nessun altro e i suoi fallimenti possono essere nascosti.

A mio avviso, la Russia è nei guai. La sua economia si muove con il prezzo del petrolio e le sue politiche interne ed estere vanno di pari passo. La Russia non è riuscita a modernizzare la sua economia dopo 30 anni di quasi liberalismo legati a uno pseudo libero mercato. Nel 1980, Yuri Andropov, allora capo del KGB, riconobbe che l’esperimento sovietico stava fallendo. Sotto Mikhail Gorbachev, alla fine lo ha fatto. All’epoca Putin era un ufficiale del KGB. Ha imparato che il liberalismo non era la cura per la Russia ma una pillola di veleno. Ha preso il controllo della Russia, costantemente consapevole dell’esperienza del KGB che l’ha plasmato. Mentre osserva i fallimenti dell’economia russa, la perdita dei suoi stati tampone occidentali e la vulnerabilità della Russia, deve essere preoccupato quanto Andropov.

Ma non ha fiducia nella liberalizzazione, quindi pone l’attenzione all’altra estremità dello spettro: lo stalinismo. Visto in questo modo, Putin vuole fare una scommessa senza copertura, e sa che la scommessa deve essere fatta mentre è ancora vivo, dal momento che non è chiaro chi o cosa lo segua. Ci sono molti russi che vedono Stalin come un eroe e altri che lo vedono come un imbecille imbranato e un assassino di massa. I commenti del presidente sono probabilmente rivolti a una generazione più giovane di russi le cui opinioni non sono ancora del tutto formate. Putin potrebbe convivere con il ricordo di un assassino, ma con il ricordo di un incompetente è contrario a tutto.

I più grandi errori di Stalin vennero prima della battaglia di Mosca. Quindi ciò che è accaduto prima deve essere rifuso. Nel riscrivere la storia di Stalin, Putin pone le basi per una trasformazione russa. Non è necessario che il racconto sia coerente, poiché l’argomentazione centrale che esporrà non dipende da questo. Deve dire tre cose. L’Occidente ha causato la seconda guerra mondiale. La Polonia è responsabile del massacro di Katyn e la Russia ha trionfato di fronte all’incompetenza, alla brutalità e alla mendacia degli altri. E Stalin si alzò e salvò l’Unione Sovietica, non a dispetto della sua incompetenza, ma della duplicità del resto del mondo.

INTERPRETAZIONE E FATTI, di Pierluigi Fagan

INTERPRETAZIONE E FATTI. Come si nota nella vignetta di uno dei più grandi intellettuali italiani viventi, i fatti esistono, il problema sono le interpretazioni.

Stamane mi sono letto un lungo articolo in inglese per altro ben fatto, che festeggiava ideologicamente la fine del neoliberismo. https://thecorrespondent.com/466/the-neoliberal-era-is-ending-what-comes-next/61655148676-a00ee89a?fbclid=IwAR3qE6fKSgecLY-nsv2sCw5E8IbeJnq1dMw3KQ60yXaLinxeDfvKvNCw-vACitava il famoso fondo del Financial Times che essendo fatto da gente sveglia, ha colto l’odore dei tempi al volo già il 4 aprile. Cito: ““Le riforme radicali – invertendo la direzione politica prevalente degli ultimi quattro decenni – dovranno essere messe sul tavolo. I governi dovranno accettare un ruolo più attivo nell’economia. Devono vedere i servizi pubblici come investimenti piuttosto che passività e cercare modi per rendere i mercati del lavoro meno insicuri. La ridistribuzione sarà di nuovo all’ordine del giorno; i privilegi degli anziani e dei ricchi in questione. Le politiche fino a poco tempo fa considerate eccentriche, come il reddito di base e le tasse sul patrimonio, dovranno essere nel mix. “. La chiave del discorso però è una e ben precisa: “I governi dovranno accettare un ruolo più attivo nell’economia.”.

FCA ha chiesto 6,3 miliardi di euro per sostenere le proprie italiche produzioni e nonostante i borbottii addirittura di Calenda oltreché del M5S e del PD, Conte ieri ha fatto capire che al di là di dove uno ha sede legale e fiscale (nel caso Olanda e Gran Bretagna), se produce e dà lavoro in Italia, è ragionevole dargli una mano.

Nell’ultimo decreto, e ieri Conte ha anticipato viepiù in uno prossimo che pare si occuperà di “semplificazione”, l’Italia si appresta a modificare alcune norme di diritto societario anche per vincere la concorrenza di paesi come l’Olanda, tant’è che addirittura pare Campari ci stia ripensando a trasferirsi nelle terra dei tulipani. Si tratta del “voto plurimo” ovvero abbandonare il principio democratico di un voto per azione, dando ad alcune azioni anche tre voti. Il che permetterebbe di mantenere il controllo strategico proprietario pur distribuendo la stragrande maggioranza delle azioni. Attenzione perché in filosofia politica o insomma qualcosa che si avvicina alla lontana, in terra americana, da tempo si discute di come migliorare l’inefficiente democrazia o riservando il voto politico a chi sa o dando “più diritti di voto” a chi sa lasciando formalmente intatto il carattere popolare del suffragio.

Addirittura Il vice-segretario del PD, Andrea Orlando se ne esce così: “Nelle prossime settimane vivremo una serie di attacchi al governo finalizzati alla sua caduta, ispirati anche da centri economici e dell’informazione, non tanto per correggere come è lecito l’attività di governo ma per rivedere il patto di governo e a riorganizzare la maggioranza“. Il bottino in palio sono i miliardi che lo stato dovrà immettere nell’economia per non far crollare l’ambaradan.

Saltando di canale in canale o di giornale in giornale, non sarà sfuggito il brontolio costante animato da amici di Confindustria, Gruppo Mediaset, Gruppo GEDI (La Stampa, la Repubblica, l’HuffPost etc.) di fresco acquisito da Exor (FCA, quando si dice il “tempismo”) su quanto sia inadeguato questo governo, brontolio fatto proprio a mezza voce (ma solo per il momento) da Renzi ed opposizione che però in questo secondo caso è normale mentre nel primo, meno. Tutti i giorni escono articoli sul prossimo governo Draghi, fatto così o cosà o come altro non si sa.

Quindi il fatto rimane l’ombrello di Altan messo come al solito lì in posizione scomoda. L’interpretazione è che l’élite è in grado di passare in mezzo secondo netto dal “meno stato più mercato” quando le cose vanno bene a “più stato per il mercato” quando vanno male. Lo stato è ricattato perché il potere economico è in mano a quella élite e “o la borsa o la disoccupazione” funziona sempre. In più, visto che la situazione va disordinandosi il potere si addensa come è sempre successo in sempre meno mani con sempre più potere. L’idea che il voto politico non doveva esser per tutti dello stesso peso è del 1850, i liberali riciclano incessantemente il loro per altro povero bric-a-brac teorico. Perché poi fare investimenti pubblici o dare salario a tutti coloro che non lo hanno o usare denaro pubblico per mantenere lo stesso salario con meno orario oltretutto sapendo che nei prossimi mesi di Jeep (molto poetico lo spot FCA su questo veicolo in questi giorni in programmazione, in effetti lo “spirito” della Jeep è notoriamente tipicamente “italiano”, no?) qui prodotte ne venderai pochine? No, meglio dare 6,3 miliardi ai padroni della Jeep, è logico, strategico e lungimirante. La gente festeggia a grande partecipazione l’evidenza di questa necessità di addensamento del potere perché “è logica”.

Non lo è, tutt’altro, ma se invece del possesso dei mezzi di produzione (tanto le tue poche azioni valgono il triplo), hai il possesso dei mezzi di formazione, di informazione e di gestione del dibattito pubblico, lo farai sembrare e tutti ne saranno gioiosamente convinti e partecipi. Così la tua “influenza politica” varrà il triplo o anche più.

I fatti esistono, ma ciò che provoca più danni sono le interpretazioNI

TRATTO DA FACEBOOK

Istituzioni e sovranità! La funzione dell’Esercito Italiano. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini

Da troppi decenni l’Esercito Italiano fatica a godere di quella considerazione indispensabile a garantire nel migliore dei modi l’esercizio della sovranità nazionale, la cura degli interessi nazionali stessi e la costruzione di una identità e coesione più solida del popolo italiano. Sempre presente nelle ricorrenti situazioni di emergenza interna al paese e costantemente impegnato in numerosi teatri operativi internazionali, questi ultimi a volte giustificati dalla presenza di interessi nazionali, a volte trascinato da strategie estranee, spesso viene relegato al riconoscimento di una funzione ausiliaria. Un atteggiamento che inibisce il peso politico di una istituzione fondamentale nella costruzione di una coesione nazionale lungi dall’essere ancora compiuta. La crisi dell’ideologia globalista sta riproponendo nella giusta dimensione il ruolo degli stati nazionali e la affermazione delle prerogative loro proprie. Le classi dirigenti italiane non sembrano ancora consapevoli delle implicazioni di questo cambio di paradigma. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini_Giuseppe Germinario

*Il Generale di Corpo d’Armata (ris.), Marco Bertolini, è nato a Parma il 21 giugno 1953. Figlio di Vittorio, reduce della battaglia di El Alamein, dal 1972 al 1976, Marco Bertolini ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola di Applicazione d’Arma di Torino. Nel 1976, con il grado di Tenente, è stato assegnato al il IX Battaglione d’Assalto Paracadutisti Col Moschin – una delle unità di elite delle Forze Armate italiane – del quale, per ben due volte (dal 1991 al 1993 e dal 1997 al 1998), è stato comandante.

Già comandante, dal 1999 al 2001, del Centro Addestramento Paracadutismo, dal 2002 al 2004 è stato posto al comando della Brigata Paracadutisti Folgore per poi assumere il comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) e, successivamente, quello del Comando Operativo di vertice Interforze (COI). Dal luglio del 2016 Marco Bertolini ha cessato il suo servizio attivo nelle Forze Armate. Attualmente è Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

L’intervista ha preso spunto dall’articolo apparso sul sito www.ordinefuturo.it , link https://www.ordinefuturo.it/2020/04/14/considerazioni-in-tema-di-forze-armate/?fbclid=IwAR1-mMCh4_OTj74yS8-gPHsw7oYi9qHcsfmTY3iVCmX_dpwd0N9CbGnDYcY , a sua volta ripreso dal nostro sito il 15 aprile scorso

L’ascesa del nazionalismo dopo la caduta del Muro di Berlino, di George Soros

Qui sotto un articolo particolarmente significativo apparso su https://www.project-syndicate.org/commentary/open-societies-new-enemies-by-george-soros-2019-11?fbclid=IwAR1u2gIpvkQs4x1TJxdAaGYAVMlgqNB6E3xh0a5daGuvLpHkklSPE8oS-jw Un segnale che la sua battaglia ha incontrato numerosi ed imprevedibili ostacoli, lungi però da scoraggiarlo. Il filantropo appare però un po’ distratto. Segnala i pericoli di manipolazione, di totalitarismo e di controllo sociale. Li vede però esclusivamente nei suoi avversari; tra di essi, con sua somma delusione, la Cina. L’azione di richiamo all’ordine dei GAFA, da lui largamente preannunciata circa tre anni fa, le cui pesanti attività censorie sono ormai talmente evidenti, rientrerebbero invece in una bonaria campagna di rieducazione. Il destino paradossale dei filantropi passa appunto per l’imposizione del bene anche a coloro che non lo vogliono. Gli manca l’ultima fase di questa maturazione psicologica: quella del vittimismo da incompreso. Lo strumento di imposizione del bene comune, il monocratismo imperiale americano, si sta rivelando inadeguato, annaspa e qualcuno, purtroppo, negli stessi Stati Uniti comincia a prenderne atto saggiamente. La veneranda età potrebbe risparmiare a Soros quest’ultima frustrazione. Per l’umanità sarebbe un enorme sollievo._Giuseppe Germinario

 

L’ascesa del nazionalismo dopo la caduta del Muro di Berlino

BERLINO – La caduta del muro di Berlino nella notte dell’8 novembre 1989 ha improvvisamente e drammaticamente accelerato il crollo del comunismo in Europa. La fine delle restrizioni sugli spostamenti tra la Germania dell’est e la Germania dell’ovest ha dato il colpo di grazia alla società chiusa dell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo, la caduta del muro ha segnato un punto fondamentale per la crescita delle società aperte.

Dieci anni prima della caduta del muro, fui coinvolto in quella che io definisco la mia filantropía política. Diventai un sostenitore del concetto di società aperta che mi conferì Karl Popper, il mio mentore alla London School of Economics. Popper mi insegnò che la conoscenza perfetta non è realizzabile e che le ideologie totalitarie, che affermano di possedere la verità assoluta, possono prevalere solo attraverso misure repressive. Negli anni ’80, sostenni i dissidenti contro l’impero sovietico e nel 1984 riuscii a creare una Fondazione nella mia nativa Ungheria che garantiva fondi ad attività promosse non da stati monopartitici. L’idea di fondo era che incoraggiando le attività esterne alle formazioni partitiche, i cittadini avrebbero avuto maggiore consapevolezza delle falsità dei dogmi ufficiali e in effetti questo sistema ha funzionato alla meraviglia. Con un budget annuale di 3 milioni di dollari, la Fondazione è diventata più forte del Ministero della Cultura. Da parte mia io sono rimasto affascinato dalla filantropia politica e, con il crollo dell’impero sovietico, ho creato diverse fondazioni in vari paesi. Il mio budget annuale è passato da 3 milioni a 300 milioni di dollari in pochi anni. Era un periodo esaltante in quanto le società aperte erano in ascesa e la cooperazione internazionale era il credo dominante. A trent’anni di distanza la situazione è ben diversa. La cooperazione internazionale ha trovato diversi ostacoli sul suo cammino e il nazionalismo è diventato il nuovo credo dominante. Inoltre, finora il nazionalismo si è rivelato essere ben più potente e distruttivo dell’internazionalismo. Non era tuttavia un risultato prevedibile. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti erano diventati l’unica superpotenza che non è tuttavia riuscita a essere all’altezza delle responsabilità che la sua posizione le aveva conferito. Gli Stati Uniti erano infatti più interessati a godersi i frutti della vittoria della Guerra Fredda e non hanno quindi pensato a dare una mano ai paesi dell’ex blocco sovietico che si trovavano in gravi difficoltà. Pertanto, il paese ha aderito alle prescrizioni delle politiche neoliberali denominate “Washington Consensus”.

    Nello stesso periodo, la Cina si è imbarcata nel suo incredibile viaggio verso la crescita economica facilitato dalla sua adesione all’Organizzazione Mondiale per il Commercio e alle istituzioni finanziarie anche grazie al sostegno degli Stati Uniti. Con il tempo, la Cina ha finito per rimpiazzare l’Unione Sovietica quale potenza rivale degli Stati Uniti.

    In questo contesto, il “Washington Consensus” ha dato per scontato che i mercati finanziari sarebbero stati in grado di correggere i propri eccessi e, in caso contrario, le banche centrali avrebbero gestito eventuali crisi delle istituzioni fondendole per creare delle istituzioni più grandi. Tuttavia queste erano evidentemente false convinzioni come ha poi dimostrato la crisi finanziaria del 2007-08.Il crollo del 2008 ha messo fine alla indiscussa predominanza globale degli Stati Uniti e ha dato una grande spinta al nazionalismo cambiando inoltre in negativo l’atteggiamento nei confronti delle società aperte. La protezione che le società aperte avevano ricevuto dagli Stati Uniti è sempre stata indiretta e a volte insufficiente, ma l’assenza totale del sostegno le ha evidentemente lasciate vulnerabili alla minaccia del nazionalismo.

    Mi ci è voluto del tempo per realizzarlo, ma le prove sono inconfutabili ed è evidente che le società aperte sono state spinte a mettersi sulla difensiva a livello mondiale. Credo che il picco negativo sia stato raggiunto nel 2016 con il referendum sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione del Presidente statunitense Donald Trump, ma il verdetto è ancora incerto.

    La prospettiva delle società aperte è infatti aggravata dallo sviluppo incredibilmente rapido dell’intelligenza artificiale che può produrre strumenti di controllo sociale in grado di sostenere i regimi repressivi e di rappresentare un pericolo letale per le società aperte. Ad esempio, il Presidente cinese Xi Jinping ha iniziato a creare il cosiddetto sistema di credito sociale. Se dovesse riuscire a completarlo, lo stato avrebbe il controllo totale sui suoi cittadini. E’ preoccupante che i cittadini cinesi siano affascinati da questo sistema di credito sociale che, d’altra parte, garantisce loro dei servizi che prima non avevano, promette di perseguire i criminali e offre loro una guida su come stare lontano dai guai. Cosa ancor più preoccupante, la Cina potrebbe vendere il sistema di credito sociale ad aspiranti dittatori a livello mondiale che diventerebbero a loro volta politicamente dipendenti dalla Cina.

    Per fortuna la Cina di Xi ha un tallone di Achille, ovvero dipende dagli Stati Uniti per i microprocessori di cui le aziende 5G, come Huawei e ZTE, hanno bisogno. Purtroppo però, Trump ha dimostrato di voler mettere i suoi interessi personali prima degli interessi nazionali e il 5G non fa eccezione. Sia lui che Xi sono in difficoltà a livello nazionale e, nelle negoziazioni commerciali con Xi, Trump ha messo sul tavolo anche Huawei convertendo i microchip in merce di scambio. Il risultato è imprevedibile in quanto dipende da una serie di decisioni che non sono ancora state prese. Viviamo in tempi rivoluzionari in cui la gamma delle possibilità è ben più ampia del solito e il risultato è ancora più incerto rispetto ai tempi normali. Possiamo solo dipendere dalle nostre convinzioni. Personalmente mi sono impegnato a raggiungere gli obiettivi perseguiti dalle società aperte. Questa è la differenza tra lavorare per una fondazione e cercare di fare soldi in borsa. Traduzione di Marzia Pecorari

    Dati digitali: quali rischi democratici? Un’intervista con Amaël Cattaruzza

    Dati digitali: quali rischi democratici?
    Un’intervista con Amaël Cattaruzza

    Di  Amaël CATTARUZZA , Estelle MENARD

    Amaël Cattaruzza è Senior Lecturer (HDR) presso le scuole Saint-Cyr Coëtquidan, presidente della Commissione per la geografia politica e la geopolitica del CNFG e membro del Centro di ricerca geopolitica e di formazione geopolitica di Geode. Estelle Ménard si è laureata in Relazioni internazionali (MRIAE) a Parigi I Panthéon-Sorbonne (Parigi I) e in Geopolitica all’Institut Français de Géopolitique (Parigi VIII).

    Il nostro ingresso nell’era digitale è spesso visto come una svolta, almeno da un punto di vista tecnologico. Ma i cittadini sono ancora sovrani se i loro dati sono controllati e sfruttati da altri? In altre parole, i dati digitali possono ripristinare la democrazia? Estelle Ménard ha parlato con Amaël Cattaruzza. 

    Estelle Ménard (EM): Cos’è un dato digitale?

    Amaël Cattaruzza (AC): Un dato numerico è un’osservazione fatta su una popolazione o un fenomeno. Può assumere la forma di un numero o di informazioni qualitative. In questo senso, i dati non sono nuovi: esistono sin dai tempi antichi. Ciò che sta cambiando è questa digitalizzazione dei dati e la produzione esponenziale che ne è composta. Oggi tutto diventa oggetto di impostazione dei dati (“datafication”, nel gergo tecnologico).

    EM: I cittadini stanno diventando sempre più dipendenti da Internet. Pensiamo ai primi social network, ma anche ai servizi pubblici e ai consumi, anche tramite il sito di Amazon. Questo è spesso visto come un vantaggio, se pensiamo ad esempio alla dematerializzazione delle procedure amministrative, o anche alle applicazioni per contare i suoi passi o per ispezionare il suo sonno … In cambio, diamo a queste piattaforme una quantità enorme di dati personali. In che modo i dati sono una materia prima per l’industria tecnologica?

    AC: Dobbiamo prima capire quali sono i dati in termini di potenza. Un dato in quanto tale, per un industriale, se fosse unico, avrebbe poco valore. Ciò che rende valore per un giocatore industriale è la quantità di dati. Più dati abbiamo, più correlazioni possiamo fare tra i dati, il che crea opportunità di profilazione e potere. Nel caso di Amazon, a seconda di come navighi nel sito, l’azienda sarà in grado di raccogliere diversi dati e creare profili di pubblico, al fine di personalizzare la propria offerta in relazione a un pubblico di destinazione. Quindi, più dati hai, più potere hai .

    In realtà, gli attori che hanno l’opportunità di raccogliere molti dati avranno, sulla scena internazionale, un potere sempre più importante, con un effetto esponenziale. Nel caso di GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), questi attori che sono stati i primi ad accumulare i dati, c’è stato un effetto valanga che li rende oggi quasi impossibile competere. In effetti, continuano a generare nuovi dati basati sulle correlazioni fatte dalle scorte che hanno avuto per anni. Grazie a questa “materia prima”, questi attori hanno oggi un vantaggio sulla scena internazionale che potrebbe offrire altri tipi di materia prima. Se gli idrocarburi daranno potere alla Russia sulla scena internazionale, i giocatori GAFAM avranno il potere attraverso i dati perché saranno in grado di generare profili di popolazione da loro, colpire gli individui piuttosto che altri per scopi commerciali, ma a volte per scopi politici ed elettorali.

    Radio Diploweb.  Dati digitali: quali rischi democratici?
    Amaël Cattaruzza
    Tra le altre cose, Amaël Cattaruzza ha co-diretto con Stéphane Taillat e Didier Danet il libro La Cyberdefense. Digital Space Policy pubblicato da Armand Colin nel 2018. È autore del libro Geopolitics of Digital Data. Potere e conflitti ai tempi dei Big Data pubblicati nell’aprile 2019 da Le Cavalier Bleu. Il suo libro più recente, Introduzione alla geopolitica , che è stato coautore di Kevin Limonier, è stato pubblicato nel 2019 da Armand Colin.

    EM: con l’intelligenza artificiale, i dati vengono utilizzati da società private per prevedere il comportamento. Ciò che può essere visto come un modo per semplificarci la vita, ad esempio con app che ci parlano di ristoranti o hotel nelle vicinanze, ha anche avuto l’effetto di colpire le persone per influenzare il loro comportamento elettorale. È questo che è successo con Cambridge Analytica nel 2018?

    AC:Cambridge Analytica era una società privata che utilizzava i dati lasciati aperti dagli utenti su Facebook. Molto rapidamente, questa società si è specializzata nell’uso di questi dati per scopi politici. In particolare, ha lavorato negli Stati Uniti con il Partito Repubblicano nel 2015-2016 e, anche se alcuni dei suoi contratti erano all’estero, sono state le elezioni di Donald Trump a mettere questa società in prima fila scena. Abbiamo visto che i dati su Facebook consentivano di profilare il pubblico target per il discorso dei repubblicani, indicando i temi da attivare per catturare diversi tipi di elettori. C’era la reale consapevolezza che questi dati potevano essere utilizzati per scopi politici. Ciò ha avuto un impatto sulle democrazie occidentali,

    EM: Nel settembre 2019, diverse associazioni, tra cui la League of Human Rights, hanno lanciato la campagna Technopolis. Al centro di questa campagna c’è una piattaforma online per documentare i dispositivi di sorveglianza in diverse città della Francia. L’obiettivo di Technopolis è combattere gli eccessi dello Stato nella sua raccolta e utilizzo dei dati dei cittadini. Avremmo la tendenza a credere che in una democrazia la sorveglianza non sia una minaccia per il cittadino quando non ha nulla per cui rimproverarsi, che è al sicuro e che, alla fine, ci protegge. È un ragionamento fallace, e non toccheremmo proprio qui un limite di democrazia?

    AC: Prima di parlare di sorveglianza, devi esaminare la questione della sicurezza. Gli attori della sicurezza svolgono un ruolo non trascurabile nella società, non dobbiamo dimenticare. L’uso dei dati, ad esempio in attività antiterroristiche, avrebbe uno scopo “benefico” per la società. La domanda diventa più complessa quando questi dati vengono raccolti per scopi utilitaristici ma giustificati da argomenti di sicurezza, vale a dire quando un uso dei dati è diverso dalle ragioni per cui sono stati acquisiti. Nel caso delle città, stiamo ora parlando di ” città intelligenti ”  “(Città intelligenti), in cui la digitalizzazione consente di gestire la città nel modo più fluido possibile. È possibile gestire, ad esempio, il dispendio energetico: l’energia viene prodotta in base al consumo, rispetto ai picchi energetici noti. Questi sono dati raccolti per scopi a priori.

    Tuttavia, stiamo iniziando a parlare oggi del software che potrebbe utilizzare questi dati per motivi di sicurezza. Il modo in cui trasformeremo gli usi avrà un impatto sulla democrazia. Il vero problema per la democrazia è meno il fatto che i dati sono utilizzati per gestire le società rispetto al fatto che gli individui non sono né consapevoli né informati dell’uso dei loro dati. Non potevano dare il loro consenso per usi che non sarebbero stati pianificati dall’inizio. Il problema con questi dati è che rimangono disponibili: una volta che i dati sono stati acquisiti, non possono essere cancellati o posseduti. La proprietà dei dati non ci appartiene più e l’uso derivato che saremo in grado di farne sarà fuori dal controllo delle società.

    EM: Ci sono cose semplici che i cittadini possono fare per proteggere i propri dati?

    AC: In realtà, la domanda sorge a tre livelli: a livello di cittadino, certamente, ma anche a livello di Stato e a livello di attori privati. La prima protezione del cittadino dovrà essere posta in termini di distribuzione di poteri e diritti. Abbiamo già iniziato a cercare di generare diritti per proteggere i cittadini, come il diritto di dimenticare Google in Europa, che cancella una serie di dati da Internet nel caso in cui essi potrebbe danneggiare i cittadini. Inoltre, come cittadino, sarà necessario prendere coscienza di tutti i possibili usi dei dati.. Ora stiamo cominciando a renderci conto che questi dati possono avere un impatto negativo sugli individui perché alcuni usi possono essere fatti contro di loro, ma questa educazione è abbastanza recente. Ancora oggi non abbiamo una visione completa delle conseguenze di questa “società dei dati”. Quindi c’è anche un gesto da fare nella produzione di conoscenza sulle questioni legali, etiche e geopolitiche poste da questa generazione di dati, perché non sappiamo ancora quali saranno le insidie ​​democratiche di domani.

    Copyright ottobre 2019- Cattaruzza-Menard / Diploweb.com

    IL BASTONE AMERICANO E Il “VENTRE MOLLE” DELL’OCCIDENTE, di Fabio Falchi

    IL BASTONE AMERICANO E IL “VENTRE MOLLE” DELL’OCCIDENTE

    È opinione diffusa tra coloro che (giustamente) criticano la politica di pre-potenza degli Stati Uniti che sarebbe giunto finalmente il momento non solo per l’Italia ma per l’UE di ribellarsi agli USA, perché la politica americana dei dazi e delle sanzioni arbitrarie non colpisce solo l’Italia ma tutta l’Europa. In realtà, è la guerra commerciale degli USA contro l’UE e in particolare contro la Germania che colpisce pure l’Italia. Comunque sia, pensare che ci si debba schierare con la Germania o dalla parte dell’UE per smarcarsi dagli USA significa interpretare i rapporti tra gli USA e l’UE in modo semplicistico e fuorviante.
    Invero, la stessa supremazia economica della Germania in Europa (e in generale dell’Europa del Nord rispetto ai Paesi europei dell’area mediterranea) non sarebbe possibile senza l’egemonia (geo)politica degli USA sul Vecchio Continente, giacché gli interessi economici della UE di fatto sono garantiti, sotto il profilo geopolitico e militare, proprio dalla NATO, cioè dagli USA, tanto che se l’UE (che non è né uno Stato federale europeo né una Confederazione europea) dovesse smarcarsi dall’America, rischierebbe di precipitare in un caos geopolitico che non potrebbe non avere conseguenze disastrose per l’Europa.
    In sostanza, l’UE, se si sganciasse dagli USA, per non sfasciarsi dovrebbe mutare l’intera sua struttura politica ed economica, per trasformarsi in un vero “soggetto” (geo)politico, rinunciando di conseguenza ad essere una unione competitiva europea, con tutto ciò che ne deriverebbe riguardo ai rapporti tra i diversi Paesi della UE.
    Non a caso è sulla debolezza geopolitica e militare della UE che cerca di far leva l’America di Trump, che non è più disposta a subire la concorrenza europea (e soprattutto l’enorme surplus commerciale della Germania) a scapito della bilancia commerciale americana. Difatti, l’amministrazione di Trump rappresenta gli interessi non tanto della middle class cosmopolita americana quanto piuttosto quelli dei ceti medi americani che più sono stati penalizzati dalla crisi economica di questi ultimi anni, ovverosia Trump concepisce la politica di pre-potenza americana in funzione degli interessi della nazione americana più che in funzione della élite cosmopolita neoliberale, e dato che la UE è sì una potenza economico-commerciale ma anche un nano (geo)politico e militare è evidente che l’America di Trump sia convinta di potere vincere la partita contro la Germania o qualunque altro Paese europeo.
    Certo, in teoria l’UE “a trazione” franco-tedesca (ma di fatto soprattutto “a trazione” tedesca) potrebbe allearsi con la Russia per cercare di smarcarsi dagli USA, ma chiaramente (perlomeno in questa fase storica) un simile mutamento di rotta geopolitica è pressoché impossibile. Del resto, i gruppi (sub)dominanti europei condividono la stessa ideologia neoliberale e “politicamente corretta” che caratterizza i gruppi (sub)dominanti americani che si oppongono a Trump, né si deve dimenticare che sia in America che in Europa (Italia compresa) gran parte della ricchezza si è concentrata nelle mani di circa il 10% della popolazione, ragion per cui per i gruppi (sub)dominanti occidentali è necessario difendere comunque il sistema (geo)politico ed economico euro-atlantista per opporsi non solo ai nuovi centri di potenza anti-egemonici (Russia, Cina, ecc.) ma anche alle classi sociali subalterne occidentali (che ormai comprendono la maggior parte dei ceti medi).
    Vale a dire che (euro)atlantismo e neoliberalismo simul stabunt simul cadent, di modo che, anche se sotto il profilo  economico l’America e l’UE (e in specie la Germania) possono avere obiettivi diversi e perfino opposti, è ovvio che sia i “dem” che gli “eurocrati” considerino estremamente pericolosa la politica di Trump, che (benché  si tratti di una politica che non è esente da notevoli “oscillazioni” e contraddizioni, poiché neppure Trump non può non tener conto degli interessi del deep State statunitense) sembra ignorare il nesso strettissimo che unisce (euro)atlantismo e neoliberalismo, privilegiando invece una prospettiva populista e nazionalista, che rischia di danneggiare gli interessi politici ed economici delle élites cosmopolite neoliberali.
    Sia Trump che i populisti europei costituiscono pertanto una minaccia che i gruppi (sub)dominanti neoliberali devono assolutamente eliminare, anche se paradossalmente i populisti (americani ed europei), tranne qualche eccezione, condividono gli stessi principi politici ed economici dei neoliberali.
    D’altronde, non è un segreto che la strategia della oligarchia neoliberale mira a promuovere la colonizzazione di qualsiasi sfera sociale e personale da parte del mercato capitalistico e perfino una immigrazione irregolare di massa, nonostante la difficoltà di integrare buona parte dei cosiddetti “migranti economici” (da non confondere con i profughi che sono solo una piccola parte dei “migranti”). Al riguardo è significativo che non vi sia nemmeno una agenzia europea per l’immigrazione in Europa di cittadini extracomunitari che abbiano i requisiti necessari per inserirsi rapidamente nel sistema produttivo, mentre il flusso dei “migranti” che provengono dall’Africa viene gestito da organizzazioni criminali (a conferma, come ben sapeva Thomas Sankara, che coloro che sfruttano l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa).
    In effetti, tanto più si indeboliscono il legame comunitario e il “senso di appartenenza”, che caratterizzano gli Stati nazionali, tanto più è difficile che emergano delle “contro-élites” capaci di sfruttare l’attuale crisi (non solo economica ma anche di legittimazione) per opporsi al sistema neoliberale (ovviamente secondo una prospettiva politico-culturale nettamente diversa da quella che contraddistingue il neofascismo).
    Tuttavia, non è impossibile che da una “costola” del populismo (che peraltro è l’effetto della crisi di un sistema che non sa più risolvere i problemi che esso stesso genera) possa nascere una forza politica in grado di mettere fine alla pre-potenza delle élites neoliberali. In altri termini, parafrasando Carl Schmitt, non si può escludere che si veda solo insensato disordine (anche e soprattutto “mentale”) dove invece un nuovo senso può essere già in lotta per il suo ordinamento. Di questo però sono consapevoli anche gli strateghi del grande capitale (anche se non necessariamente i politici o gli intellettuali neoliberali), dato che difficilmente possono ignorare che l’indipendenza dell’Europa presuppone la sconfitta dell’oligarchia neoliberale.

    L’Europa dei pirati fiscali, di Giuseppe Masala

    Cementir e Mediaset spostano la sede legale in Olanda. Ormai le aziende fanno parte a pieno titolo del fenomeno migratorio_Giuseppe Germinario

    L’Europa dei pirati fiscali

    La transumanza di aziende che dall’Italia spostano la sede legale nei cosiddetti paradisi fiscali europei (Lussemburgo, Olanda e Irlanda) continua. Le ultime due ad aver annunciato l’operazione sono state la Cementir e la Mediaset. Dal punto di vista legale si tratta, naturalmente, di operazioni perfettamente lecite sulla quali nessuno può dire nulla. Ma dal punto di vista etico magari qualcosa ci sarebbe da ridire. La Cementir produce cemento in Italia, e questo significa che sventra mortagne per prendere l’argilla, il gesso e il calcare necessari alla sua produzione. Questo significa che il danno ambientale e paesaggistico viene fatto in Italia. Così come sulle casse del Pubblico Erario italiano vanno a gravare tutti i suoi dipendenti che dopo tanti anni di lavoro si prendono la silicosi a furia di respirare le polveri della lavorazione. Medesimo discorso vale per Mediaset che per decenni ha pagato allo stato italiano cifre irrisorie per la concessione delle frequenze che hanno permesso all’azienda di macinare profitti miliardari. Un discorso legato alla responsabilità sociale delle attività produttive imporrebbe immediatamente la decuplicazione delle cifre che queste aziende corrispondono per lo sfruttamento di un bene pubblico come è il sottosuolo (Cementir) e l’etere (Mediaset), visto che ora sono aziende “straniere”. Non è assolutamente accettabile che le aziende trasferiscano la sede legale con un mancato gettito per quello stato che le ha arricchite.

    Dall’altro lato, rimane sempre la critica verso gli stati pirata che fanno dumping fiscale all’interno dell’Unione Europea danneggiando altri stati che – a parole – vengono magari chiamati fratelli in un tripudio di tromboni di retorica europea.

    Oggettivamente non ci si può far prendere per il sedere a questi livelli.

    Multipolarismo in pericolo, di Guillaume Berlat

    L’articolo tradotto qui in basso è importante per la rappresentazione della condizione penosa e tragicomica dell’attuale modalità di conduzione delle relazioni diplomatiche e di organismi sovranazionali come la UE. Rivela però la grande difficoltà con la quale anche gli analisti più critici cercano di introdurre chiavi di interpretazioni più adeguate a comprendere le dinamiche. Lo stesso Berlat, criticando giustamente il termina “multipolarismo” non riesce in realtà a ridefinirlo e rischia di ricadere a sua volta involontariamente in una operazione “nostalgia” paralizzante. Il multilateralismo in realtà, a dispetto del significato letterale e superficiale che si tende ad attribuire ad esso, è il termine che definisce un particolare sistema di relazioni e di regolazione dei rapporti geopolitici che presuppone e fonda la propria esistenza e legittimità su organismi sovranazionali a guida ed egemonia di una unica superpotenza. Nella recente contingenza storica, il ruolo di pivot e fulcro sono (stati) gli USA. L’unilateralismo, di fatto, è il riconoscimento di una realtà multipolare e della necessità di mantenimento di sfere di influenza contrapposte. In questa chiave vanno visti i conflitti trasversali che stanno attraversando le classi dirigenti a partire dallo scontro di insolita virulenza in corso negli Stati Uniti. L’inganno delle parole appunto._Giuseppe Germinario

    “Dare un nome sbagliato alle cose è aggiungere guai ai guai del mondo” giustamente ci ricorda il premio Nobel per la letteratura, Albert Camus. Per più di mezzo secolo, le cose si sono evolute ma nella direzione sbagliata. Al momento della confusione dei generi e delle parole, è di moda usare con sazietà alcune parole contenitrici (chi vuole tutto e non dire nulla allo stesso tempo) per evitare di affrontare frontalmente i veri dibattiti che condizionano pace e guerra nel 21 ° secolo. Tra questi ultimi, due ritornano alla maniera pavloviana nelle conversazioni di autoproclamati esperti, “ tuttologi ” e tra i commensali in città: “ comunità internazionale ” e, soprattutto, “ multilateralismo“. Dopo aver posto il problema della confusione dei termini, prenderemo due esempi tratti da una realtà recente: il G20 di Osaka e l’ultimo Consiglio europeo di Bruxelles.

    CONFUSIONE DEI TERMINI

    Il minimo che possiamo dire è che più pericoloso è il mondo 1 , più viviamo nella confusione di termini che coprono il campo delle relazioni internazionali. Fermiamoci a due esempi, quelli di comunità internazionale e di multilateralismo!

    La comunità internazionale troppo famosa

    Il primo termine si riferisce a tutti coloro che condividono il tuo punto di vista. Tradizionalmente, gli occidentali si sono assimilati alla ” comunità internazionale ” di fronte all’opposizione (sotto forma di diritti di veto di cinesi e russi nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per esempio). Il termine non ha una definizione legale concordata, rientrando esso nella moralità a geometria variabile. Il suo uso è molto conveniente per screditare l’avversario quando si è alla fine di argomentazioni razionali. Quando i nostri membri follicolari del clero dei media, una volta per tutte, smetteranno di usare il termine senza alcun contenuto nient’altro che mediatico?

    Il non meno famoso multilateralismo

    Il secondo termine può essere definito come l’atteggiamento politico che favorisce la risoluzione multilaterale dei problemi mondiali. È tradizionalmente contrario all’unilateralismo associato alla pratica americana. In un atteggiamento imperiale, Washington si considera al di sopra della legge, essendo il rappresentante del popolo dal destino manifesto. Al contrario, gli americani ritengono che la loro legge si applichi al di fuori dei propri confini. Come esempi recenti, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo iraniano sul nucleare, le forze nucleari intermedie (INF) e molti altri, ma anche da organizzazioni internazionali che rappresentano il diavolo e si oppongono agli interessi ben compresi dello zio Sam, come l’UNESCO. Mentre il multilateralismo sta attraversando una crisi senza precedenti, alcuni ingenui europei lodano costantemente i suoi incommensurabili meriti. Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, eccelle in questo esercizio di diplomazia declamatoria e inefficace. Tutti i pretesti sono buoni da usare a parole mentre li esentano nella pratica. In un contesto di paralisi delle Nazioni Unite, i leader chiave sono costretti a evidenziare le virtù del dialogo e della cooperazione nei club o nelle organizzazioni regionali. Facciamo due esempi recenti.

    L’OSAKA G20 (28-29 GIUGNO 2019): LIMITARE IL DANNO

    L’Osaka G20, nonostante le splendide foto patinate, rimarrà nella storia come un incontro surrealista ma anche inutile come strumento informale per regolare le relazioni internazionali.

    Un vertice surrealista

    La formula migliore che abbiamo trovato per caratterizzare questo inutile vertice del G20 a Osaka è: un G20 di ” luoghi comuni ” anziché ” valori comuni “. Un G20 caratterizzato da un’esacerbazione delle tensioni commerciali e climatiche, sebbene gli americani stiano spingendo le loro sanzioni contro Pechino 3 . Donald Trump annuncia che vuole stringere la mano a Kim Jong-un al confine tra le due Corea, ecco cosa fa il giorno dopo. 19 dei 20 membri confermano il loro impegno per una ” piena attuazione ” dell’accordo sul clima di Parigi del 2015. Donald Trump elogia il Principe MBS dell’Arabia Saudita. Emmanuel Macron dichiara di non essere ” freddo” con Donald Trump, visiterà la Cina a novembre e incontrerà presto Vladimir Putin. Ancora una volta, tiene conferenze su Vladimir Putin sulla questione dei valori. È chiaro che nessuno crede in questo formato, questo granaio G20.

    Un vertice inutile

    Pertanto, ci si chiede quale sia l’interesse di un G20 che riunisce grandi potenze una contro l’altra come lo sono gli Stati Uniti da un lato, la Russia e la Cina dall’altro, con la Francia che cerca di svolgere un ruolo moderatore ma senza alcuna seria possibilità di essere ascoltato visti i mezzi limitati a sua disposizione? 4 Qual è l’interesse di una struttura multilaterale il cui unico scopo è consentire riunioni bilaterali 5 e limitare il danno provocato da Donald Trump? 6 Immagine divertente di un multilateralismo efficace! 7

    In queste condizioni, è comprensibile che il multilateralismo dei club sia a mal partito. Senza una cura da cavallo, è probabile che il progetto del G20 rischia di morire di bellissima morte. È vero che l’Unione europea non è al suo meglio in questo contesto postelettorale al Parlamento europeo. L’ultimo Consiglio europeo allargato fornisce un esempio illuminante.

    IL CONSIGLIO EUROPEO STRAORDINARIO (30 GIUGNO-2 LUGLIO 2019): NIENTE VERRÀ PIÙ O QUASI

    Abbiamo appena assistito a uno spettacolo di gran usignolo, degno del suo peso in oro con Pinocchio nel ruolo del giovane che ha dovuto affrontare i tremori di suor Angela. L’ubriacone del Granducato ha sferrato un colpo antidemocratico con il suo dono avvelenato che si chiama UE-Mercosur. Tutto ciò dà un’immagine pietosa dell’Unione europea nel resto del pianeta. Prima di allora, Emmanuel Macron aveva sofferto di un disturbo in questa buona città di Marsiglia, nonostante il decoro delle circostanze.

    Un ennesimo psicodramma che non risolve nulla

    Mentre l’Unione europea evolve con crisi sempre più gravi, la macchina viene paralizzata in modo duraturo. Si occupa solo di problemi di cottura procedurali e interni. Gli unici a interessare gli stati e la burocrazia onnipotente. Per più di due mesi, l’unica questione importante che mobilita la sua energia è quella della nomina di alti funzionari della struttura 8 . Né più né meno. Negoziazione che prende la forma di una comune battaglia di cassettieri a causa della politica della mosca della barca di Giove 9 . Soprattutto i criteri che disciplinano le denominazioni sono surreali (equilibrio geografico, equilibrio politico e la parità 10). Che dire del criterio di competenza? Come credere in un’Europa dell’astuzia in un momento in cui le sfide che si trovano ad affrontare richiederebbero di essere esaltate? Come credere in un’Europa democratica nel rispetto della decisione sovrana dei popoli? 11Un accordo si trova finalmente il 2 luglio 2019 attorno a quattro nomi (Ursula von der Leyen 12 che proviene da lontano 13 , Christine Lagarde la cui competenza è già in discussione 14 e che appare molto chiaramente come una donna sotto giuramento 15 , Charles Michel 16 e Josep Borrell 17). Vedremo in futuro se questo cambia il funzionamento dell’Unione o se tutto cambia in modo che nulla cambi. Checché ne dicano i nostri pseudo-esperti, la coppia franco-tedesca ne esce particolarmente fragilizzata da questa insolita giostra nsolita e senza complimenti 18 . Quel che è certo è che alla fine è Berlino a vincere la partita 19 .

    La farsa dell’accordo UE-Mercosur

    Surrealista, questa è la parola giusta per come il presidente uscente della Commissione, l’ubriacone lussemburghese Jean-Claude Juncker, accoglie con favore l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Mercosur, presentato dai suoi negoziatori come ” storici” 20 e difesi dal Segretario di Stato agli affari esteri 21 ; dai detrattori come pericoloso 22 . Accordo del quale pochi conoscono il contenuto! 23Non sarebbe stato opportuno che la questione fosse deferita al nuovo team e non rilevata dall’ex team, il cui ruolo dovrebbe essere limitato all’ordinaria amministrazione di attività quotidiane durante questo periodo di transizione? E saremo stupiti dalla sfiducia dei cittadini verso una struttura apolide che fa ciò che vuole nel suo cantuccio. Il mandato, che gli è stato affidato dai governi, non gli conferisce tutti i diritti soprattutto quando gli esperti dubitano dei suoi contenuti 24 . I cittadini sono trattati come un valore trascurabile.

    Un’immagine pietosa dell’Unione Europea

    In queste circostanze, è comprensibile che il multilateralismo regionale sia in cattive condizioni. Senza una cura da cavallo, è probabile che il progetto europeo muoia di una sua bellissima morte. Emmanuel Macron ha impiegato due anni per scoprire che ” stiamo dando un quadro dell’Europa poco serio ” e che l’organizzazione è stata vittima dell’egoismo nazionale a causa del fallimento dei negoziati sull’assegnazione di posizioni chiave. Che dire dei deputati del Partito Brexit Nigel Farage che hanno voltato le spalle il 2 luglio 2019, mentre l’inno europeo ha suonato nell’emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, durante la sua sessione inaugurale!

    Un nuovo affronto per Giove-Pinocchio

    Per la cronaca, Emmanuel Macron è l’unico capo di Stato a partecipare al ” Summit delle due banche ” a Marsiglia (24-25 giugno 2019) 25 . Un altro buon esempio di multilateralismo che non funziona! Ma, per fortuna, pena l’intelligenza umana, l’intelligenza artificiale (AI) troverà la giusta soluzione a tutte queste sfide di governance internazionale se davvero ha contenuto reale 26 .

    “La diplomazia è difficile da esistere laddove l’equilibrio di potere è troppo sbilanciato, o al contrario quando un equilibrio eccessivo garantisce il mantenimento dello status quo. Si può sostenere che si manifesta realmente solo nei periodi di equilibrio intermedio, imperfetto o addirittura di squilibri di equilibrio ” 27 . E, dopo la parola ” diplomazia “, potremmo aggiungere quella di ” multilaterale ” per caratterizzare questo momento di oscillazione del mondo 28 .

    È ovvio che stiamo affrontando una grave crisi del multilateralismo 29 . Questo collasso del multilateralismo deve essere compreso nel contesto di un ritorno di potere e forza. Questo collasso del multilateralismo deve essere compreso in un contesto di ritorno delle nazioni.

    Questo collasso del multilateralismo deve essere compreso nel contesto di una relazione malsana tra potere e verità. ” Vieni qui, brava gente! Le uniche notizie false che sono tollerate sono quelle approvate dal potere. Contro gli altri, faremo una legge ” 30 . Smettiamo di pagare per parole sul multilateralismo, come fanno gli esperti francesi 31 o anglosassoni 32 , come se volessero scongiurare il destino! Per rimandare troppo la scadenza della somministrazione di un rimedio pesante, il paziente ” multilateralismo” rischio di passare dalla vita alla morte. Queste sono alcune delle considerazioni che possono essere fatte sull’inefficiente multilateralismo per affrontare le sfide del ventunesimo secolo!

    Guillaume Berlat 
    8 luglio 2019 

    1 Maurin Picard, François Delattre: ” In questo mondo pericoloso, la Francia parla a tutti “, Le Figaro, 27 giugno 2019, p. 16. 
    2 Jacques-Hubert Rodier / Nicolas Rauline, Nucleare: Washington e Mosca si stanno avvicinando a una nuova guerra fredda , Les Echos, 4 febbraio 2019, pag. 6. 
    3 Anne Cheyvialle / Fabrice Node-Langlois, Il duello tra Trump e Xi oscura l’incontro del G20 , Le Figaro economy, 27 giugno 2019, pagg. 18-19. 
    4 Jean-Paul Baquiast, G20 Meeting a Osaka il 28 e 29 giugno 2019 , Blog: for a Power Europe, www.mediapart.fr , 30 giugno 2019. 
    5 Brice Pedroletti / Arnaud Leparmentier, Trump in una posizione forte contro Xi al G20 , Le Monde, 28 giugno 2019, p. 2. 
    6 Philippe Mesmer / Brice Pedroletti, G20 limita i danni affrontato Donald Trump , Le Monde, 30 giugno al 1 ° luglio 2019, pp. 2-3. 
    7 Martine Arancione, il G20, il volto una smorfia del mondo , www.mediapart.fr , 1 ° luglio 2019. 
    8 Anne Rovan, UE: le posizioni chiave nel cuore del nuovo vertice , Le Figaro, 29-30 giugno 2019, pag. 7. 
    9 Cécile Ducourtieux / Cédric Piétralunga / Jean-Pierre Stroobants, a Bruxelles, forcipe appuntamenti, Le Monde, 2 luglio 2019, pag. 2. 
    10 Cécile Ducourtieux / Jean-Pierre Stroobants, Due donne di potere alla testa dell’Europa , Le Monde, 4 luglio 2019, pag. 2. 
    11 Ludovic Lamant / Amélie Poinssot, il Parlamento europeo, ogni gruppo ha il suo incongruenze , www.mediapart.fr , 1 ° luglio 2019. 
    12 Thomas Wieder, Ursula von der Leyen, i fedeli di Angela Merkel , il Mondo, 4 Luglio 2019, p. 2. 
    13 Thomas Schnee, Commissione europea: von der Leyen, il candidato che si pensava fosse morto , www.mediapart.fr , 3 luglio 2019. 
    14 Eric Albert,Christine Lagarde, una scelta controversa per la Banca centrale europea , Le Monde, 4 luglio 2019, pag. 5. 
    15 Martine Orange, Christine Lagarde presso la BCE: una donna fedele , www.mediapart.fr , 3 luglio 2019. 
    16 Charles Michel , Profil, Le Monde, 4 luglio 2019, p. 4. 
    17 Sandrine Morel, la socialista spagnola Borell a capo della diplomazia , Le Monde, 4 luglio 2019, pag. 4. 
    18 Jean-Pierre Stroobants / Cédric Pietralunga / Thomas Wieder, Il duo Parigi-Berlino alla manovra nonostante tutto, Le Monde, 4 luglio 2019, p. 3. 
    19 Ludovic Lamant,Mercato dei leader dell’UE: alla fine, è la Germania a vincere , www.mediapat.fr , 3 luglio 2019. 
    20 Cécile Ducourtieux, Commercio: uno storico accordo Mercosur-UE , Le Monde, Économie & Entreprise , 30 giugno al 1 ° luglio 2019, pag. 16. 
    21 Rémi Barroux / Olivier Faye (commenti raccolti da), Jean-Baptiste Lemoyne: ” Gli accordi devono promuovere il libero scambio “, Le Monde, 3 luglio 2019, pag. 7. 
    22 Leonor Hubaut L’accordo UE-Mercosur suscita già polemiche , economia Le Figaro, 1 °luglio 2019, pag. 25. 
    23 J.-LP, EU-Mercosur: pollame ahi ahi,The Duck Chained, 3 luglio 2019, pag. 8. 
    24 Nicolas Hulot, ” Ci sono testi che non possiamo più firmare “, Le Monde, 2 luglio 2019, pag. 8. 
    25 Arthur Berdah, Mediterraneo: Macron da solo in cima , Le Figaro, 25 giugno 2019, pag. 8. 
    26 Luc Julia, L’intelligenza artificiale non esiste , Prime edizioni, 2019. 
    27 Michel Duclos, The Long Syrian Night , edizioni dell’Osservatorio, p. 192. 
    28 Laure Mandeville, In un mondo che oscilla, pensa al grande ritorno delle nazioni , Le Figaro, 28 giugno 2019, p. 14. 
    29 Guy Rider (direttore generale dell’OIL), “Ci sono minacce al multilateralismo “, Le Monde, Économie & Entreprise, 4 luglio 2019, pag. 14. 
    30 Pierre Sassier, The Unhealthy Report of Power to the Truth , Blog di Pierre Sassier, www.mediapart.fr , 30 giugno 2019. 
    31 Franck Petiteville, Multilateralism Will Survive Trump , Le Monde, 27 giugno 2019, p. 21. 
    32 Gayle Smith, “Preservare il multilateralismo è diventata una sfida “, Le Monde, 30 giugno al 1 ° luglio 2019, pag. 23.

    Per aiutare il sito del Medio Oriente è qui

    Fonte: Vicino e Medio Oriente, Guillaume Berlat , 08-07-2019

    https://www.les-crises.fr/multilateralisme-en-danger-par-guillaume-berlat/

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