(*** intervento consistente, ma nevralgico: forse i pochi minuti che occorrono, valgono la pena. Si domanda pazienza).
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Si apre la settima con la notizia politica del momento che intaserà le bacheche per le prossime 24 ore: con l’addio ad Orban si chiude una breve era nella politica interna ungherese che, forse, mai più tornerà.
Il web dal canto suo per lo spazio di una giornata ti diventa un ring, investito di un torrente di analisti di tutti i colori in gara per la riflessione più zelante, ad interagire con un mare di utenti di ogni orientamento…..chi a urlare di giubilo chi a rattristarsi e strapparsi le vesti. Per quanto riguarda la bacheca qui presente si mette in chiaro che non vi è nè giubilo nè pianto per il presidente uscente: è andata come doveva andare, tutto ha un termine e dopo 15 anni di regno il momento era arrivato, per ragioni naturali. A prescindere da tutto, il personaggio in questione era “esaurito”.
Ecco direi di concentrarsi sull’ultima espressione in alto: prima ancora di esultare o piangere sarebbe necessario CAPIRE chi è realmente il personaggio in questione, cosa ha rappresentato Viktor Orban per il proprio paese.
Il tutto inizia molto tempo fa, nelle stesse piazze che stamane esultano per la sua sconfitta, ma che una generazione orsono erano un brusio incessante alle porte del cambiamento (…). Orban, classe 1963, negli anni 80 è il tipico ventenne di un paese est europeo ai tempi di una cortina di ferro in via di dissolvimento…di quelli che godono di nascosto di materiale di intrattenimento occidentale (film e musica), suggestionati dal prospero e scintillante emisfero euro-americano. A fine decennio la trasgressione diventa un fiume in piena e le piazze deflagrano, come in tutti i paesi limitrofi: da quel momento in avanti le strade si dividono e l’esistenza di ogni singolo elemento della società prenderà le strade più svariate, come un susseguirsi illimitato di rigagnogli che confluiscono – ognuno a modo suo – verso il grande orizzonte della libertà.
Ecco sì, l’immagine suona poetica, se non fosse per il fatto che dall’era più remota, filosofi e saggi non sono riusciti a trovare una definizione universale del termine “libertà”. Per farla breve, ognuno trovò la propria: chi riuscì ad arricchirsi, chi a tentare di farlo (e perdere ogni cosa), chi a fuggire e ricostruirsi una vita in altri paesi, chi a farsi fagocitare dagli eventi……e chi semplicemente a guardare un mondo che cambiava, vedendosi passare di fronte agli occhi quella prosperità che bramava senza alla fine averla mai, sebbene ora paresse vicina, rimanendo a sognarla (la parabola di vita dei più, in ogni tempo e società). Viktor a dire il vero è una spanna più evoluto della media: studente brillante e dinamico ha frequentato la più moderna (e occidentalizzata) università ed è reduce di svariati soggiorni e stage esteri (Oxford in primo luogo), in parole altre quella minuscola elite, giovane e filoliberale che l’occidente cercava di finanziare e formare in tutto l’oltrecortina (una futura classe dirigente e alleata).
Al suo rientro in patria – alla vigilia della rivoluzione – prende subito il suo posto, ovvero entra in politica, fondando assieme ad un’altra trentina di studenti il movimento giovanile anticomunista (FIDESZ, finanziato qua e là da Soros) che di lì a poco – all’evvento del pluralismo partitico – diventa il grande partito di centro conservatore che vediamo oggi: nel giro di meno di 2 anni viene eletto in parlamento (1990) in qualità di capogruppo del proprio partito. Nel corso del triennio a seguire diventa il primo leader UNICO del partito – all’età di appena 30 anni – sostituendo il collettivo che fino a quel momento ne era stata la testa. Il Fidesz è inizialmente minuscolo, un partitino liberal-conservatore che a stento raggiunge la soglia di sbarramento elettorale, tuttavia in continuo progresso: promette bene cioè, dal momento che sembra sostenere tutto quello che l’asse euro-atlantico desidera (Orban è il segretario nazionale della New Atlantic Initiative, organizzazione tesa a espandere la “democrazia atlantica”), risultando quindi meritevole di ulteriori sostegni e finanziamenti (…). Nel giro di un quinquennio da quando Orban è leader di partito, crea una coalizione che vince le elezioni (1998) ritrovandosi così il più giovane primo ministro d’Ungheria a 35 anni.
Imposta un regime decisamente liberale per alcuni anni – un primo assaggio – su un paese ancora non del tutto pronto, e contando su una coalizione ancora non solida, cosa che lo porta a perdere le consultazioni successive (2002) il che lo confina al ruolo di grande opposizione – i risultati che Fidesz riesce a raccogliere sono comunque ingenti – per tutto tale decennio.
Nel 2010 riprende lo scettro e da quel momento non lo lascia più per i successivi 16 ANNI – attraverso 5 governi – ovvero sino ad oggi (cioè ieri sera precisamente).
Questa seconda lunga parentesi – ma in particolare l’ultimo lustro – è chiaramente quella che interessa maggiormente…..quella che ha portato massima parte del pubblico non esperto a familiarizzare col nome “ORBAN” sui quotidiani (c’è da dubitare che prima del 2015 gran parte del pubblico generale anche solo conoscesse tale nome).
Cosa è accaduto poi ?? Come è successo che un giovane paladino delle libertà occidentali ne divenisse nemico ?! Che dire…..nel giro di una decade Viktor diventa un corsarso, una canaglia, un disgraziato. Un filibustiere che dopo aver fatto carriera per decadi coi fondi euro-americani, ora all’improvviso virava assai più verso la sensibilità conservatrice di quanto lo standard (*) politico occidentale permettesse. Dunque ora il lettore si concentri un istante sull’asterisco posto in alto (è la chiave di lettura): un uomo come Viktor Orban probabilmente non ha mai mutato sensibilmente le proprie vedute per tutta la vita, se non fosse però che il mondo stesso è mutato attorno a lui: l’ultimo ¼ di secolo ha oggettivamente visto l’ascesa di un livello di liberalismo, proveniente da oltreoceano, oggettivamente MAGGIORE di quanto il liberalismo conservatore europeo sia in grado di sopportare. Questa non è soltanto la storia di Orban, si badi, ma di tante analoghe forze politiche liberal-conservatrici per tutta Europa: si è arrivati ad un punto tale che l’anima conservatrice di tali partiti non ha più potuto andare a patti con quella liberale…..questo poichè una sensibilità, un elettorato conservatore (per quanto anche liberale) non può oggettivamente andare oltre una certa soglia. Si arriva insomma al punto in cui si abdica al liberalismo – soprattutto uno imposto dall’estero – per privilegiare la conservazione. Un bivio, una scelta dura, morale/esistenziale che ha riguardato tali forze in tanti contesti nazionali differenti, con esiti e dinamiche differenti: in occidente, generalmente, tali partiti optano sempre a comunque per non scontentare lo standard di liberalismo stabilito nei grandi centri di potere (Washington/Bruxelles) e conformarsi (perdendo però una buona quota dell’elettorato tradizionalista: si veda un caso come la FRANCIA……i partiti del centro liberal-conservatore sono ridotti ormai ad un foglio di carta a vantaggio del Fronte Nazionale che incassa tutto l’elettorato conservatore del paese profondo), mentre dall’altra parte può invece capitare che il partito medesimo rifiuti di conformarsi (ma in tal caso perde l’appoggio dell’occidente euro-americano).
Ricapitolando al nocciolo = se il liberalismo supera la massima intensità sopportabile dalla mentalità conservatrice, accade allora che i partiti liberal conservatori hanno 2 scelte davanti a loro
1 – Conservare l’indirizzo liberale, ma perdere il proprio elettorato
2 – Conservare il proprio elettorato rinnegando l’eccesso di liberalità (ma così facendo perdendo il sostegno politico/economico occidentale).
Ora, il cuore del problema sta in questo: la fascia di paesi post-socialisti dell’Europa orientale è meno prossima, culturalmente, all’occidente atlantico e le sue società sono di norma più vetero-conservatrici rispetto a quelle dell’Europa occidentale, il che significa presto o tardi una collisione di mentalità.
Per esporre in termini più chiari il macro-equivoco in corso: le forze liberal-conservatrici dell’est Europa – protagoniste storiche della fine del socialismo – si sono trovate progressivamente in difficoltà, in crescente imbarazzo di fronte al montare delle pressioni – da parte euro-atlantica – finalizzate a imporre politiche e filosofie a loro estranee. I liberalismi nati nei contesti nazionali della cortina di ferro erano concepiti e finalizzati ad abbattere il comunismo e i suoi strascichi a cavallo tra gli anni 80/90 sì……..ma non ad accettare dottrine turbocapitaliste o “Cosmopolite/Lgbt” che sono venute alla ribalta nella generazione seguente (2000-2025). Questo è stato un effetto non previsto e non desiderato (nel 1989 non lo si poteva immaginare).
Ecco quindi che si è arrivati a dover fare delle scelte: alcuni hanno detto di no, fuoruscendo così progressivamente dall’alveo della protezione/sostegno occidentale di cui per molto tempo hanno goduto. Costoro – quei conservatori di ferro un tempo alleati preziosi contro il sovietismo – sono diventati oggi d’intralcio, venendo gradualmente derubricati a “forze sovraniste” non conformi con l’ideologia europea (…).
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Questa – ripetiamo – è la storia non di un solo individuo, ma di un intero contesto sociale, di un’intera generazione politica: semplicemente Viktor Orban è la figura che incarna in maniera più squillante e vistosa la contraddizione che nasce da quanto spiegato fino a qui. Orban è una metafora, signori: l’incarnazione di una macroscopica contraddizione – un equivoco semantico, che ruota attorno al concetto di libertà – che ha radici antiche, ma che sta emergendo in tutto il suo spessore soltanto adesso (vedi tutte le società est-europee pervase di correnti ultranazionaliste, dai paesi Baltici fino all’Ucraina medesima: il loro desiderio di stare nella comunità europea di Bruxelles non è dovuto a genuino desiderio di conformarsi al tipo di società liberale/tollerante propugnato da von der Leyen e sodali…ma piuttosto di creare il mistico scudo (e spada !) nazionalista ad est contro il Cremlino che la Nato tanto desidera, al punto di soprassedere ai riflessi nazisti di tali patrioti ed usarli comunque).
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Sottolineare tutto questo era lo scopo dell’intervento presente, non focalizzarsi allo spasimo su un singolo personaggio, cosa che inevitabilmente crea una polarizzazione carnevalesca e controproducente (chi si mette ad intessere elogi fuori luogo o, all’estremo opposto, chi sputa veleno preconcetto). Non è importante analizzare gli scheletri nell’armadio di Viktor Orban, il punto non è chi lui sia, ma cosa ha rappresentato (…), al fine di comprendere le dinamiche in atto in questo continente: a ognuno poi, la propria idea in cuor proprio.
In ogni caso c’è da ritenere che per lo spazio della prossima generazione non ci sarà più da preoccuparsi in terra d’Ungheria: con affluenza verso l’80% ed un voto che conquista i 2/3 del parlamento si può dire sconfitta schiacciante per i liberal conservatori orbaniani e sovranisti. Costoro – dopo la parentesi di Orban NON beneficeranno più di alcun supporto finanziario da sponda occidentale (che si guarderà bene dal farlo visti gli esiti).
CONCLUSIONE = Orban è stato quello che è stato: una pedina occidentale (formato e cresciuto da loro agli esordi e dopo) che ad un certo punto se ne è distaccato, optando per una scissione che l’ha reso un giocatore indipendente e quindi un pericolo (successo anche in altri casi ben più violenti, vedi Saddam: nel ben più pacifico contesto europeo non ha comportato guerre, ma solo che un leader ha deciso di farsi sovranista). Orban non è mai stato contro l’Europa, bensì indipendente rispetto ad essa si badi (bene o male che si possa dire di lui)……..il che sta ad indicare che anche solo l’indipendenza non è tollerabile dai poteri più in alto. I leader considerati “sovranisti” non lo sono più di quanto non lo fossero 20/30 anni orsono: semplicemente il mondo è cambiato attorno a loro ed ora il appella in tale modo.
Ed infine occorre riflettere ancora meglio su cosa si intenda per “Europa”: perchè se con tale termine si intende l’apparato ideologico della comunità europea odierna, quello che considera l’identità stessa come un ostacolo (?!) allora si deve concludere che si tratta dell’ossimoro maggiore mai incontrato……la casa europea è, di fatto, la tomba di sè stessa.
“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente.Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»
Di ilsimplicissimus il 14 aprile 2026 Spesso ci si interroga sul perché l’Europa sia diventata così marginale, come le sia potuto accadere di passare nell’arco di una vita umana, sia pure lunga e infelice, di traslocare dal centro dell’atlante ai bordi, dove la stampa è più sommaria e si addensano le deiezioni delle mosche. Certo le cause sono molte e complesse, ma la caduta verticale degli ultimi decenni è in gran parte dovute al fatto che gli europei stessi sono diventati marginali e distratti rispetto al loro destino. Ormai accettano qualsiasi cosa con una sorta di fatalismo, di pigra cecità o vacuo entusiasmo che è in qualche modo sconvolgente: sanno di stare precipitando, ma si aggrappano agli spunzoni più affilati e taglienti, recitano rosari politici improbabili, meramente rituali e ormai privi di senso, si fanno buggerare da un meccanismo di consenso che li induce a comprare prodotti in scatola come fossero quelli del contadino dove vanno le sciure che hanno ancora abbastanza soldi per comprarsi una coscienza ecologica e soprattutto uno status sociale. La vicenda ungherese lo dimostra in maniera che più chiara non si può.Qui non si tratta di avere più o meno simpatia per Orban, né di sniffare le solite banalità su un presunto fascismo che ormai serve a condire ogni insalata di sciocchezze: spero di avere lettori abbastanza intelligenti da non farsi di queste sostanze stupefacenti di pessima qualità. Anzi, per dirlo chiaro a me Orban non è molto simpatico, ma sta di fatto che il suo fascismo sta nell’aver preservato la moneta ungherese che permette al Paese di non essere del tutto schiavo della finanza internazionale e dei suoi ordini di servizio, ma anche abbastanza elastica da non dover mettere tutto sulle spalle dei ceti popolari. E sta anche nel fatto di non essere stato abbastanza russofobico da impiccarsi pur di fare un dispetto a Mosca, di non voler dilapidare miliardi per comprare armi e ville per i democratici oligarchi di Kiev. Ora è stato sconfitto da un prodotto confezionato che porta in etichetta “democratico” e l’origine: made in Ue, ma non la filiera di produzione che giustamente viene tenuta nascosta. Belloccio, relativamente giovane, politicamente ambiguo, Peter Magyar, che poi vorrebbe dire “ungherese”, è stato fabbricato due anni fa dalla stessa agenzia che ha creato Macron. Durante gli anni da studente di giurisprudenza e successivamente come giovane avvocato, ha lavorato nell’ala giovanile del partito Fidesz (Unione Civica Ungherese) del Primo Ministro Orbán, senza troppa fortuna, salvo un periodo che ha passato a Bruxelles. Ma nel 2003 ha sposato Judit Varga, che era considerata una promessa del futuro e che in seguito è diventata ministro della Giustizia, subendo il ruolo di essere semplice consorte. Si è allontanato dalla cerchia ristretta di Orban nel febbraio 2024, dopo che la moglie era stata coinvolta in uno scandalo per la grazia concessa ad alcuni gestori di un orfanotrofio accusati di abusi sui minori e facenti parte, a quanto sembra, di una piccola rete degenerata, tipo Epstein.Peter Magyar non era molto conosciuto al pubblico all’epoca. Apparve su “Partizan”, un noto podcast ungherese, come ex marito della dimissionaria ministra della Giustizia Judit Varga. In realtà sembrava che il suo obiettivo fosse quello di proteggere la sua ex moglie, (nonostante quest’ultima lo avesse accusato di violenze fisiche e tradimenti), utilizzata come un capro espiatorio e sacrificata per impedire che l’indagine sull’orfanotrofio raggiungesse livelli superiori. Tuttavia, l’analisi di Magyar sulla situazione politica in Ungheria, sulla corruzione, sugli affari loschi e sull’impotenza del governo, riscosse notevole attenzione nel Paese. Nel suo primo episodio del podcast, nel febbraio 2024, alla domanda “Stai pensando di entrare in politica?”, rispose: “Sarebbe una bella barzelletta”. Un uomo di parola: pochi giorni dopo, il 15 marzo 2024 lo stesso Magyar annunciò di aver reciso ogni legame con Fidesz e con gli ambienti governativi, dichiarando la sua intenzione di entrare in politica. Le elezioni del Parlamento europeo si avvicinavano e Magyar e i suoi collaboratori non avevano il tempo di formare un nuovo partito e partecipare alle elezioni. Decisero quindi di rilevare un partitino ormai inattivo che si chiamava Tisza, una crasi di Tisztelet és Szabadság, che vuol dire rispetto e libertà. Con quali soldi sia avvenuta questa acquisizione e con quali sia stata condotta la campagna elettorale per le europee del 2024 non è dato di sapere, ma dovevano essere molti visto che il neo partito in poche settimane arrivò ad essere il secondo del Paese, grazie a migliaia di “volontari”, campagne sui media e un tour in ogni città e paese dell’Ungheria. Notevole per un movimento spontaneo, ma impossibile, come dovremmo sapere. Tuttavia Magyar era davvero perfetto perché proveniva dall’ala conservatrice di destra che costituiva anche la base elettorale di Viktor Orbán, ma allo stesso tempo denunciava la corruzione del sistema ed era fortemente favorevole all’Europa. Insomma il prodotto tipico del vuoto politico che impernia il discorso sulla corruzione, una costante dei personaggi creati dal niente per le molte “rivoluzioni” politiche fasulle e indotte dall’esterno: un signor nessuno riempito di soldi, malleabile come il pongo. E infine un vero miracolo che è davvero difficile da produrre, altro che sangue di San Gennaro: i vecchi partiti di opposizione hanno rinunciato a presentarsi alle elezioni per evitare una divisione di voti. Immagino che non sia stata una rinuncia gratuita, ma ricompensata molto bene. Tanto paghiamo noi In queste prime ore di potere il nuovo primo ministro in pectore è stato abbastanza prudente in merito al petrolio russo e anche sui 90 miliardi da dare a Kiev che proprio l’opposizione di Orban non consentiva di erogare. Ma non facciamoci prendere per il naso: ha già detto che l’Ungheria entrerà nell’euro e, una volta compiuto questo passo, il Paese non sarà più in grado di esprimere alcuna politica in proprio. E tuttavia si dice che la candela è più splendente proprio quando sta per spegnersi: con i signori e le signore nessuno non si fa molta strada.
L’Europa reagisce. L’Europa reagisce sempre. Intuisce la direzione prima ancora di definirla. L’attuale movimento si sta spostando a sinistra, e la causa è sotto gli occhi di tutti: la condotta di Donald Trump nell’escalation del conflitto con l’Iran. Quella che un tempo appariva come una rivolta globale antiglobalista contro la tirannia liberale ora assomiglia alla sua continuazione più aggressiva. La maschera è caduta. Il mostro rimane ed è più audace.
La guerra in Iran segna il punto di svolta. Gli attacchi lanciati a fine febbraio sotto la bandiera del cambio di regime hanno aperto una nuova fase di confronto diretto. Infrastrutture e civili sono stati presi di mira, leader e le loro famiglie sono stati assassinati e gruppi dissidenti/terroristi sono stati armati in anticipo. Si tratta di uno schema già visto, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta invariata. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e la convinzione che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.
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Questo è il momento in cui la Destra in Occidente sta perdendo il suo orientamento. La promessa che Trump portava avanti si fondava su una rottura con la logica neoconservatrice. Parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla Destra in Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di rimanere salde, di resistere a Bruxelles e di costruire un modello di governo alternativo, radicato nell’identità e nel potere statale.
Ora la situazione si sta capovolgendo. L’attacco non provocato contro l’Iran per conto di Israele invia un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta quindi perdendo la sua pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista a cui un tempo si opponeva. L’Europa occidentale lo sta leggendo chiaramente. La reazione non si fa attendere.
L’Ungheria è diventata la prima vittima illustre. Fidesz, a lungo ancorato ai principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante forza parlamentare. La riforma costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito in quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.
Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno è più importante. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio in strutture familiari. La sinistra si presenta ora come elemento di coordinamento e protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in inutili ostilità e violenze.
I beneficiari si stanno allineando lungo linee prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando ad assicurarsi ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, le linee di forza scorrono sulla mappa come lame estratte al rallentatore. Segnali incrociano segnali, comandi rispondono a comandi, circuiti ronzano con un calore crescente che cerca di sfogarsi. Una terza guerra mondiale si addensa nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme verso l’interno da ogni lato, più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinamento. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema non cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ciascun attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato ed egemonico.
Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare lampante. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode di ampio consenso popolare in Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, timore e stanchezza. Eppure il conflitto continua a rafforzare il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, riaccende il linguaggio della “sicurezza” e della “responsabilità” e consolida l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per un’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza moderatrice. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, mentre la sfiducia cresce dal basso.
Le conseguenze si estendono ben oltre l’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, l’ondata di destra che aveva caratterizzato la prima fase sta rallentando e invertendosi. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definirsi. Se Washington e il movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?
In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo scenario in continua evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: sovranità contro burocrazia e nazione contro un sistema truccato contro il popolo. Ora il campo si sta sgretolando. Le forze di sinistra, spesso esterne all’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno incanalando l’ansia pubblica per la guerra e l’instabilità. I sondaggi si fanno più serrati. Le elezioni amministrative si avvicinano e rappresentano un primo banco di prova. L’esito rimane incerto, eppure la direzione sembra chiara: la frammentazione favorisce chi promette il contenimento.
Negli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta acuendo le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia contro i costi e gli eccessi. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici si bloccano sotto il peso del conflitto, con ritardi in settori chiave come le esportazioni di tecnologia. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.
La storia si muove a cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, continuano a scorrere correnti più profonde. Le civiltà divergono. Il potere si diffonde. Emergono nuovi poli. Il lungo arco si piega verso la pluralità.
Eppure, il tempismo è fondamentale. La strategia è fondamentale. La coerenza tra parole e azioni determina se un movimento si espande o collassa. In questo momento, la destra occidentale si trova ad affrontare una contrazione. Segue un leader che ha smarrito la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei suoi nemici.
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Le elezioni ungheresi sono state teatro di una aperta lotta di potere tra l’UE e gli Stati Uniti. Entrambe le parti sono intervenute in modo massiccio nella campagna elettorale, con interessi contrastanti.
14
aprile
2026
BRUXELLES/WASHINGTON/BUDAPEST (Notizia propria) – La Germania e l’UE hanno avuto la meglio sull’amministrazione Trump nella lotta di potere per l’Ungheria. Dopo anni di aspri conflitti politici con Berlino e Bruxelles sotto il governo di Viktor Orbán, che ha collaborato strettamente con l’amministrazione Trump, con la vittoria elettorale di Péter Magyar Budapest si rivolge ora in modo dimostrativo nuovamente all’Unione Europea – un successo strategico per quest’ultima, ma al contempo una dura sconfitta per gli Stati Uniti. La vittoria elettorale di Magyar segna quindi non solo una svolta nella politica interna, ma è anche espressione di un aperto scontro geopolitico. Di conseguenza, sia l’UE che gli Stati Uniti avevano cercato in modo massiccio di influenzare l’esito delle elezioni nella fase precedente. Mentre Bruxelles ha attirato con la concessione di miliardi di euro di finanziamenti, il governo statunitense ha apertamente sostenuto Orbán e il suo entourage – arrivando persino a partecipare alla campagna elettorale e a fare promesse economiche. L’Ungheria è così diventata teatro di una lotta transatlantica in cui la posta in gioco va ben oltre un semplice cambio di governo: si tratta di influenza, dell’orientamento e del ruolo futuro di uno Stato chiave nell’Europa orientale.
Riforme contro la sovranità
Nella tarda serata di domenica, l’ex leader dell’opposizione Péter Magyar, del partito Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, Partito del Rispetto e della Libertà), ha dichiarato in merito alla sua vittoria elettorale: «Insieme abbiamo bocciato il sistema Orbán, insieme abbiamo liberato l’Ungheria».[1] Uno dei pilastri centrali della campagna elettorale di Magyar era l’obiettivo di ottenere lo sblocco di 17 miliardi di euro di fondi UE congelati – circa il dieci per cento del prodotto interno lordo (PIL) ungherese. L’UE li aveva messi in stand-by nelle sue aspre lotte di potere con il primo ministro uscente Viktor Orbán, per aumentare la pressione su Orbán e indebolire il suo governo. Il prezzo che Magyar deve pagare è alto. Per ottenere i fondi, Budapest deve soddisfare 27 condizioni imposte da Bruxelles, tra cui riforme delle procedure di appalto pubblico, il rafforzamento dell’indipendenza giudiziaria e l’ampliamento delle libertà accademiche. [2] La Tisza ha raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria a tal fine. Il percorso di riforme annunciato porta quindi a una maggiore integrazione nelle strutture dell’UE – e alla conseguente ulteriore limitazione della sovranità nazionale.
Esultanza a Bruxelles
Le reazioni da Bruxelles non si sono fatte attendere. Già pochi minuti dopo la sconfitta del primo ministro ungherese Orbán, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata tramite X: «L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Un Paese torna sul suo percorso europeo. L’Unione ne esce rafforzata». Anche Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo (PPE), di cui fa parte il partito Tisza, ha parlato su X di una «vittoria» del popolo ungherese. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha dichiarato che il posto dell’Ungheria è «nel cuore dell’Europa». La reazione rapida e unanime dei vertici dell’UE sottolinea l’importanza politica dell’esito elettorale.
«Trump vuole Trump»
Le elezioni in Ungheria si sono rivelate anche un banco di prova fondamentale per l’amministrazione Trump e la sua cerchia politica. «Noi eravamo Trump prima di Trump», si legge sul sito web della filiale ungherese della Conservative Political Action Conference (CPAC), vicina a Trump, che da anni sostiene la linea di Orbán.[3] Lo stesso Trump, in un discorso video, ha definito il primo ministro ungherese «una forte figura di leadership» e ha elogiato la sua politica migratoria. Allo stesso tempo, ha sottolineato la vicinanza strategica dei due paesi nel «rinascimento dell’Occidente». Il segretario di Stato americano Marco Rubio, durante una visita a Budapest lo scorso febbraio, ha parlato di un’«era d’oro» delle relazioni bilaterali e ha prospettato – in un’aperta ingerenza nella campagna elettorale – un sostegno finanziario qualora Orbán fosse rimasto in carica. Osservatori come Timothy Garton Ash del think tank londinese Chatham House hanno valutato l’elezione come una delle «più importanti in assoluto per il MAGA». Di conseguenza, un’eventuale perdita di potere da parte di Orbán andrebbe considerata grave, ha giudicato Ash in anticipo – anche come battuta d’arresto ideologica per i suoi sostenitori internazionali.[4]
Vance come volontario nella campagna elettorale
Visto il calo di consensi di Orbán nei sondaggi, Washington ha intensificato ulteriormente il proprio sostegno nei suoi confronti poco prima delle elezioni. Il vicepresidente JD Vance si è recato a Budapest per apparire insieme al primo ministro davanti a migliaia di sostenitori. L’evento aveva un chiaro carattere elettorale. Péter Magyar ha quindi accusato gli Stati Uniti di interferire apertamente nelle elezioni ungheresi. Orbán, dal canto suo, ha elogiato Vance per le sue critiche all’UE, che il vicepresidente statunitense aveva accusato – a ragione – di influenzare a sua volta le elezioni quando necessario. [5] In modo simbolico, durante la sua apparizione Vance ha telefonato a Donald Trump, che si è definito un «grande fan di Viktor». La scena evidenzia il tentativo di Washington di influenzare direttamente l’esito delle elezioni – con parallelismi rispetto a precedenti interventi, come ad esempio nelle elezioni di medio termine in Argentina, in cui rappresentanti del governo statunitense sono intervenuti apertamente a favore del presidente Javier Milei.[6]
L’ultimo tentativo di Trump
A soli due giorni dal voto, Trump ha alzato nuovamente la posta in gioco, utilizzando la promessa di cooperazione economica come leva politica: sulla sua piattaforma Truth Social ha annunciato di essere pronto a «impiegare tutto il potere economico degli Stati Uniti» per sostenere l’Ungheria, a condizione che Orbán rimanesse in carica. Orbán ha ringraziato immediatamente e ha messo in scena il sostegno in modo da ottenere grande risonanza mediatica – compreso un video accompagnato dalla canzone «Y.M.C.A.», un elemento fisso delle apparizioni elettorali di Trump.
Accuse contro il governo di Orbán
Parallelamente, però, il governo di Orbán è finito sotto pressione da parte dell’UE a causa di gravi accuse. Il Washington Post ha citato un funzionario europeo secondo cui il ministro degli Esteri Péter Szijjártó avrebbe mantenuto contatti regolari con il suo omologo russo Sergej Lavrov durante i vertici UE, divulgando informazioni riservate. Secondo quanto riportato, Mosca avrebbe di fatto «seduto al tavolo» a Bruxelles. [7] Il primo ministro polacco Donald Tusk, orientato verso l’UE, ha immediatamente fatto proprie le accuse, così come il ministro degli Esteri Radosław Sikorski. Budapest ha respinto le accuse, parlando di attacchi motivati politicamente. [8] Szijjártó ha confermato i colloqui con i rappresentanti della Russia, ma ha spiegato che si trattava di una prassi di routine nell’ambito delle consultazioni internazionali. Indipendentemente dal loro fondamento, le accuse lanciate in modo mirato dagli ambienti dell’UE prima delle elezioni hanno avuto un notevole impatto sulla campagna elettorale.[9]
Le dinamiche della politica interna
Allo stesso tempo, però, anche le dinamiche della politica interna hanno subito un cambiamento. Secondo i sondaggi, in Ungheria fino a due terzi dei giovani sotto i 30 anni chiedevano le dimissioni di Orbán. Grandi manifestazioni e concerti di protesta hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, soprattutto a Budapest. Magyar ha colto questo clima e ha ringraziato i suoi sostenitori più giovani per la «speranza di cambiamento». [10] Resta da vedere se e, in caso affermativo, in che modo il passaggio da Orbán a Magyar – un ex politico del partito di Orbán, Fidesz – porterà effettivamente a cambiamenti sociali o economici fondamentali.
[1] Magyar vince nettamente – Orban ammette la sconfitta. tagesschau.de 13/04/2026.
[2] Gregorio Sorgi, Max Griera: Il rivale di Orbán deve affrontare una dura battaglia per sbloccare 17 miliardi di euro di fondi UE. politico.eu 09.04.2026.
[4] Jamie Dettmer: Donald Trump può salvare Viktor Orbán? politico.eu 6 marzo 2026.
[5] Jamie Dettmer, Max Griera: JD Vance critica i «burocrati» di Bruxelles per aver interferito in Ungheria prima delle elezioni. politico.eu, 7 aprile 2026.
[6] Milena Wälter: Operazione «Salvate Orbán»: Trump invia Vance in Ungheria. politico.eu, 3 settembre 2026.
[7] Catherine Belton: Per influenzare le elezioni ungheresi, i russi avrebbero proposto di inscenare un tentativo di omicidio. washingtonpost.com, 21 marzo 2026.
[8] Leonie Cater: Tusk afferma che non ci sono «sorprese» riguardo alle fughe di notizie dall’Ungheria a Mosca dai vertici dell’UE. politico.eu, 22 marzo 2026.
[9] Max Griera: Il ministro ungherese Szijjártó ammette di aver mantenuto contatti con Mosca mentre l’UE discuteva delle sanzioni contro la Russia. politico.eu, 31 marzo 2026.
L’opposizione georgiana festeggia i risultati delle elezioni parlamentari in Ungheria, sperando che il cambio di regime contribuisca a imporre ulteriori sanzioni da parte dell’UE, a tutto vantaggio anche loro.
Il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze e il primo ministro ungherese Viktor Orban.
Ieri, l’opposizione ungherese, rappresentata da Péter Magyar e dal partito Tisza, ha ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni parlamentari ungheresi. I politici georgiani del partito di governo Sogno Georgiano, presenti alle elezioni sia come osservatori dell’OSCE sia su invito personale del partito Fidesz di Viktor Orbán, hanno dichiarato che le elezioni si sono svolte pacificamente e che, nel complesso, l’intero processo è stato democratico e competitivo.
Tuttavia, in realtà, mentre la Georgia celebrava la Pasqua e si trovava ancora nel pieno delle festività, l’Unione Europea, in sostanza, stava giocando la stessa carta che aveva usato nel 2024 durante le elezioni parlamentari in Georgia.
In particolare, su tutti i principali canali televisivi europei, le elezioni parlamentari ungheresi sono state presentate come un momento storico: il culmine di una lotta tra il leader autoritario filo-russo Viktor Orbán e le forze filo-europee rappresentate dal partito Tisza e dal suo leader.
Molti in Europa speravano che i 16 anni di governo di Orbán giungessero al termine, che un nuovo governo ristabilisse un rapporto più solido con l’Unione Europea e che, come nel caso della Georgia nel 2024, i nuovi leader ungheresi si mostrassero più accomodanti e reattivi, soprattutto in questioni riguardanti la Federazione Russa e, senza dubbio, il conflitto in Ucraina.
Non è un segreto che la principale divisione tra la burocrazia europea centrale e alcuni dei suoi membri – tra cui Ungheria e Slovacchia, nonché paesi che aspirano all’integrazione nell’Unione, come Moldavia, Ucraina, Georgia e ora Armenia – sia emersa lungo linee geopolitiche.
La Georgia e la sua élite politica, rappresentata da Sogno Georgiano, si sono dimostrate meno accondiscendenti e restie a impegnarsi in sforzi volti a infliggere una sconfitta strategica alla Russia per conto dell’Europa. Di conseguenza, sono state percepite come “traditrici” geopolitiche a Bruxelles e dichiarate persona non grata. I tentativi di influenzare la Georgia attraverso interventi finanziari e politici esterni a favore delle proteste e delle forze filoeuropee non hanno permesso all’opposizione locale di vincere le elezioni parlamentari del 2024.
Di fatto, Viktor Orbán è diventato il primo e unico leader europeo non solo a sostenere Sogno Georgiano – dichiarando esplicitamente che l’Unione Europea aveva tentato di cambiare il regime in Georgia – ma anche a recarsi a Tbilisi il giorno successivo, visitare la capitale e appoggiare apertamente il partito al governo.
Questo non è stato perdonato, poiché la burocrazia europea sta di fatto conducendo una “guerra fredda” attiva contro il partito al governo in Georgia. Di conseguenza, queste elezioni hanno rivestito anche una significativa importanza geopolitica per Sogno Georgiano.
In Georgia, molti, non solo all’interno del governo ma anche nell’opposizione, avevano previsto tutto ciò. In particolare, l’opposizione georgiana cerca di inquadrare la situazione globale come una lotta tra regimi filorussi e forze democratiche europee civilizzate. In questa narrazione, tra i “nemici della civiltà” figuravano Nicolás Maduro in Venezuela, l’Ayatollah in Iran, la Russia, la Corea del Nord e Viktor Orbán; meno frequentemente viene citato Fico in Slovacchia, ma vengono inclusi anche Sogno Georgiano e Bidzina Ivanishvili.
Pertanto, la rimozione di Nicolás Maduro è stata interpretata come il primo segnale del crollo di questo “asse”. Anche la morte dell’Ayatollah è stata percepita in questo contesto, sebbene l’Iran non abbia subito una sconfitta e non si sia verificato alcun cambio di regime. La sconfitta di Orbán alle elezioni è vista allo stesso modo come parte di una reazione a catena che potrebbe in ultima analisi portare alla caduta di Sogno Georgiano.
Tra le prime a rispondere c’è stata Salome Zurabishvili. La quinta presidente della Georgia, strenua oppositrice del partito al governo e sostenitrice di posizioni fortemente europeiste, si è rivolta ai suoi concittadini:
“Congratulazioni da tutti i georgiani che hanno pregato per la vittoria della democrazia in Ungheria! Crediamo in un’Europa più forte che non si pieghi all’aggressione, né ibrida né diretta, della Russia!”
A sua volta, l’ex primo ministro Giorgi Gakharia, precedentemente membro di Sogno Georgiano e attualmente residente in Germania, ha articolato le aspettative e gli obiettivi della cosiddetta opposizione georgiana filo-europea ancor prima dell’annuncio ufficiale dei risultati elettorali:
“È un giorno importante non solo per il futuro della democrazia ungherese, ma anche per il futuro dell’Europa democratica. La sconfitta di Orbán rappresenterebbe una tappa fondamentale nell’indebolimento delle reti populiste e autocratiche che ha costruito in tutta Europa. Costituirebbe inoltre un duro colpo per la Russia e per i regimi autocratici simili al governo georgiano, che ha ricalcato il modello di Orbán per lo smantellamento della democrazia, anche attraverso la disinformazione diffusa e la falsa propaganda.”
In seguito, si è congratulato anche con i popoli ungherese e georgiano, nonché con l’Europa nel suo complesso:
“Mi congratulo con Péter Magyar, il Partito Tisza e il popolo ungherese per questa storica vittoria. Questa è una vittoria per la democrazia europea e per il mondo democratico nel suo complesso. Che la sconfitta della Russia e dei suoi alleati continui ovunque operino nel mondo. Questa è una vittoria significativa contro la disinformazione e la propaganda dilaganti diffuse dal governo Orbán, che minano gravemente l’integrità elettorale. Gli attori democratici di tutto il mondo dovrebbero studiare l’esempio ungherese e imparare dal suo successo nel contrastare e indebolire le reti populiste e autocratiche costruite da Orbán, affinché possano essere affrontate e smantellate una volta per tutte.”
Il Primo Ministro Irakli Kobakhidze si è mostrato più cauto nella sua valutazione, congratulandosi con l’opposizione ed esprimendo la disponibilità del governo di Sogno Georgiano a proseguire la stretta collaborazione con le nuove autorità. È stata inoltre sottolineata l’importanza di uno sviluppo democratico stabile in entrambi i paesi.
In particolare, pochi giorni prima delle elezioni, JD Vance ha visitato l’Ungheria, sostenendo apertamente Viktor Orbán e, inoltre, durante un comizio con i sostenitori di Orbán, ha avuto una conversazione telefonica con Donald Trump, il quale ha a sua volta espresso il proprio appoggio al governo in carica.
Alcuni analisti hanno sostenuto che questa situazione e il conseguente esito evidenziano l’importanza dell’intervento esterno, in particolare in termini di propaganda e sostegno finanziario. Tuttavia, in presenza di un’elevata mobilitazione degli elettori, né i regimi autoritari né le interferenze esterne possono realmente determinare la distribuzione del potere e dei voti.
Se le affermazioni degli analisti filoeuropei che sostengono l’opposizione ungherese fossero corrette, allora questo risultato sarebbe altrettanto sfavorevole per l’opposizione georgiana, in quanto suggerirebbe che la loro sconfitta alle elezioni parlamentari del 2024 non sia stata dovuta a presunte interferenze russe o frodi elettorali, bensì alla mancanza di sostegno da parte della maggioranza georgiana.
Secondo la loro stessa logica, per sconfiggere il “regime autoritario” di Sogno Georgiano, non basterebbe un vantaggio percentuale minimo sul partito al governo, bensì il sostegno della maggioranza assoluta della popolazione georgiana.
Poiché tale sostegno non è nemmeno all’orizzonte e il gradimento dell’opposizione è ulteriormente calato in seguito alle proteste fallite del 2024-2026, è improbabile che le prossime elezioni parlamentari dell’ottobre 2028 producano cambiamenti sostanzialmente positivi per l’opposizione.
Inoltre, se il caso ungherese servirà da lezione, allora le continue pressioni esterne dell’Unione Europea sulla società georgiana non produrranno risultati positivi. L’intervento esterno può consentire agli attori politici di esistere, organizzare manifestazioni e persino finanziare azioni come l’attacco dell’ottobre 2025 al palazzo della presidenza, ma non può garantire la vittoria elettorale.
Infine, c’è una terza lezione. Secondo alcuni analisti europei, la schiacciante vittoria degli oppositori di Orbán è stata dovuta anche al sostegno delle fasce di popolazione rurali – gli abitanti delle regioni – piuttosto che esclusivamente alle popolazioni urbane politicamente consapevoli. Una situazione simile si è verificata in Georgia, dove l’opposizione, pur avendo concentrato tutti i suoi sforzi, è riuscita a conquistare di misura solo le principali città come Tbilisi, subendo una sconfitta totale e completa nelle regioni.
Il caso ungherese, quindi, mette già in luce tre problemi fondamentali per l’opposizione georgiana autoproclamatasi filo-occidentale. Da un lato, l’intervento esterno è importante ma non decisivo, e l’opposizione si affida principalmente a questo elemento nella sua campagna elettorale; dall’altro, anche con tale sostegno, sconfiggere le autorità al potere in Georgia richiede un appoggio costituzionale – una maggioranza costituzionale – piuttosto che un vantaggio percentuale minimo. In definitiva, per vincere le elezioni parlamentari, è necessario condurre una campagna attiva anche al di fuori dei principali centri urbani e assicurarsi il sostegno nelle regioni. L’opposizione georgiana possiede il primo elemento, ma gli ultimi due componenti chiave sono completamente assenti.
Se all’opposizione georgiana manca l’elemento più cruciale – un sostegno capillare, soprattutto nelle regioni – allora sorge spontanea la domanda: cosa stanno festeggiando esattamente?
Allo stesso tempo, ciò che dovrebbe preoccupare il partito al governo, Sogno Georgiano, e il suo elettorato è la possibilità di un cambiamento nell’approccio dell’Ungheria, in quanto membro dell’Unione Europea, alla sua politica nei confronti della Georgia.
L’alleanza di opposizione georgiana ha festeggiato la sconfitta del filorusso Viktor Orbán in Ungheria.
Viktor Orbán è stato importante per Sogno Georgiano non perché condividessero la stessa ideologia o promuovessero insieme valori conservatori, ma perché era tra coloro che comprendevano la necessità di un dialogo con la Federazione Russa e che l’Unione Europea non può esistere né garantire la propria sicurezza senza tenere conto degli interessi della Russia; presumere il contrario sarebbe, semplicemente, irrazionale.
Queste idee sono state ripetutamente espresse in Georgia su diverse piattaforme, dove si è sostenuto apertamente ed esplicitamente che la Federazione Russa non fosse necessaria per la costruzione dell’architettura di sicurezza dell’Unione Europea. Secondo questa prospettiva, sarebbe sufficiente fare affidamento su Ucraina e Georgia.
Sogno Georgiano non condivideva questa posizione e trovò invece sostegno in figure come Viktor Orbán e, per essere precisi, Robert Fico in Slovacchia. Orbán non era solo un sostenitore, ma un attivo promotore di questa visione – se poi queste posizioni siano state accettate o meno in Europa è un’altra questione.
Un altro aspetto importante è che Viktor Orbán ha bloccato le sanzioni dell’UE contro la Georgia. L’Unione Europea, nell’ambito della sua politica, continua a esercitare pressioni su Sogno Georgiano in modo da cercare, da un lato, di evitare danni eccessivi alla popolazione georgiana, e dall’altro di massimizzare le restrizioni nei suoi confronti.
A un certo punto, l’UE ha riconosciuto che maggiore era la pressione esercitata dall’Europa, più forte sarebbe diventata la resistenza. Ciononostante, non poteva lasciare impunite le politiche di Sogno Georgiano. Di conseguenza, si è tentato di introdurre sanzioni a livello dell’intera Unione Europea, ma queste sono state bloccate e attivamente contrastate da Viktor Orbán.
Se il nuovo governo ungherese rivedrà questo approccio e smetterà di bloccare tali iniziative, potremmo assistere, per la prima volta nelle relazioni tra UE e Georgia, all’imposizione di sanzioni – non a livello di singoli Stati e non limitate alle restrizioni per i titolari di passaporti ufficiali, ma contro la Georgia nel suo complesso e per conto dell’Unione Europea.
Resta da vedere quanto sia realistico un simile cambiamento, dato che la situazione con l’attuale partito di governo, Tisza, non è del tutto lineare e potrebbe astenersi dall’intraprendere passi così radicali. Tuttavia, la minaccia esiste e Sogno Georgiano deve già iniziare a valutare come reagire a un simile sviluppo.
Dal punto di vista del commercio, delle importazioni, delle esportazioni e del benessere generale dell’economia georgiana, l’Unione Europea non è così critica come spesso viene dipinta. Molti, ad esempio, ignorano ancora che le relazioni strategiche tra Stati Uniti e Georgia non comportavano alcun privilegio economico, militare o politico sostanziale, ma erano, in sostanza, una dichiarazione d’intenti.
Tuttavia, il peso dell’Unione Europea, in particolare in termini di flussi finanziari e trasferimenti di capitali privati nel paese, è significativo. Inoltre, l’UE funziona anche come costrutto ideologico: un sistema di valori che promuove una particolare concezione di prosperità.
Pertanto, l’imposizione formale di sanzioni da parte dell’Unione Europea contro la Georgia costituirebbe un grave colpo ideologico, nonché un colpo alla posizione del paese nell’economia internazionale e alla sua immagine complessiva.
Pertanto, la questione centrale che ora si pone a Sogno Georgiano è se le nuove autorità ungheresi non solo si allineeranno con le forze radicalmente anti-russe, ma adotteranno anche una retorica altrettanto dura nei confronti della Georgia.
In particolare, sono già emerse richieste da parte di rappresentanti dell’opposizione e dei loro sostenitori di intensificare gli sforzi per imporre sanzioni individuali dell’UE contro i membri del governo di Sogno Georgiano, i loro media e i loro sostenitori. A loro avviso, l’Ungheria non bloccherà più tali iniziative. A Bruxelles, sono già in molti a voler perseguire questa strada. Resta da vedere se l’Europa si muoverà verso un ulteriore deterioramento delle relazioni con Tbilisi, esacerbando le tensioni nella speranza di promuovere i propri interessi geopolitici in Georgia.
In conclusione, una parte significativa della cosiddetta opposizione filoeuropea opera in un gioco a somma zero – quello che colloquialmente si potrebbe definire “tutto o niente”. Di conseguenza, qualsiasi colpo inferto al partito al governo viene già percepito come una vittoria. Sperano che Budapest non ostacoli più i “falchi” europei e permetta a questa ala radicale della burocrazia di Bruxelles di agire contro Sogno Georgiano, anche a costo di danneggiare lo Stato nel suo complesso.
A loro avviso, in seguito a un cambio di potere, l’opposizione attuerà tutto ciò che Bruxelles richiederà e ricostruirà la Georgia a propria immagine e somiglianza – un’immagine che, a loro dire, sarà automaticamente migliore, più ricca, più prospera e, soprattutto, giustificherà tutti i sacrifici.
Ecco come l’opposizione georgiana percepisce la situazione.
L’articolo è stato inizialmente pubblicato da Cautious Caucasus in russo ed è disponibile qui .
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«Perché siamo qui? Speriamo di vedere Orbán cadere», ha detto Laura, un’avvocatessa di 58 anni, mentre insisteva perché prendessi un bicchiere di carta con la generosa miscela fatta in casa di vodka e arancia che aveva portato con sé, per brindare alla vittoria o addolcire la sconfitta. Come migliaia di altri elettori della regione del Tisza, Laura era venuta con le sue sorelle, le amiche e la nipote in piazza Batthyány a Buda, proprio di fronte al Parlamento gotico illuminato a giorno dall’altra parte del Danubio, per assistere alla storia, in un modo o nell’altro.
Le ho chiesto cosa non le piacesse del sistema del Fidesz. «È tutta una questione di corruzione», ha risposto, «e del fatto che stanno svendendo il nostro Paese e la nostra nazione ai russi, rubando i nostri soldi e quelli dei contribuenti dell’UE, oltre a quel tipo di feudalesimo che lui ha costruito». Beatrix, sua nipote, annuiva commossa. «Voglio sposarmi e avere figli», ha detto. «Abbiamo tutti un buon lavoro, ma non guadagniamo gli stipendi dell’UE. Il mio ragazzo vive a Londra e, se perdiamo ora, mi trasferirò lì e lascerò l’Ungheria per sempre. Vedo queste elezioni come un voto a favore dell’UE e contro la Russia: sono europea e non voglio appartenere all’Oriente».
Ma alla chiusura dei seggi, mentre la folla si radunava davanti ai maxischermi che trasmettevano i risultati in diretta, l’esito sembrava ancora incerto. I commentatori vicini al governo avevano dato grande risalto a quelli che, secondo loro, erano risultati positivi in tutto il Paese; nelle prime ore della giornata, l’affluenza era apparsa più alta nelle zone rurali, da tempo considerate roccaforti del Fidesz, mentre la liberale Budapest si era mobilitata per votare in numero significativo solo nel pomeriggio. Si era dato per scontato che i primi risultati avrebbero mostrato un risultato positivo per Fidesz e Orbán, con le vere dinamiche che si sarebbero rivelate solo a tarda notte — o addirittura, in caso di una battaglia serrata, più avanti nella settimana, una volta conteggiati i risultati della consistente diaspora ungherese. Ma qualunque trepidazione interiore provasse la folla, non sarebbe durata a lungo. Man mano che arrivavano i nuovi risultati, la folla esultava di gioia per la vittoria che si stava improvvisamente dispiegando davanti ai loro occhi, intonando “Fidesz sporco” e “Il Tisza scorre”, il motto del loro partito, che prende il nome dal secondo fiume più grande dell’Ungheria. La percentuale di voti del Fidesz nelle province era crollata, mi ha detto una fonte presente alla festa elettorale della sera organizzata dai rivali del governo, e l’atmosfera lì era cupa. Una festa elettorale in stile Trump, “Patriots of Europe”, è stata bruscamente annullata.
Gli elettori di Tisza, giovani e anziani, brandiscono torce accese. (Foto: Aris Roussinos)
Forse non è stato lo shock che sembrava. La sera prima avevo partecipato all’ultimo comizio elettorale di Péter Magyar a Debrecen, la seconda città dell’Ungheria, vicino ai confini orientali con la Romania e l’Ucraina. Da tempo roccaforte del Fidesz, Debrecen era ormai un territorio conteso. Orbán aveva attirato grandi folle nel centro della città pochi giorni prima, ma la folla per Magyar, radunata in Piazza dell’Università, era ancora più numerosa. La vista di decine di migliaia di elettori della Tisza, giovani e anziani, che brandivano torce accese nel cielo notturno che si faceva buio e cantavano per la vittoria di Magyar era già abbastanza impressionante dal centro della folla. Vista in televisione, quella marea di fuoco ripresa dall’alto da un drone, era travolgente. Il discorso di Magyar, oratore fluente e carismatico, era abbastanza buono, ma la mole della folla era il vero messaggio inviato agli elettori indecisi che guardavano da casa. L’Ungheria provinciale era ora in gioco, mi ha detto Gabor, un tirocinante insegnante di 22 anni proveniente da un villaggio vicino. «La maggioranza è ancora composta da elettori del Fidesz, purtroppo», ha detto, «ma stiamo cercando di convincere i nostri genitori e i nostri nonni, e le cose stanno decisamente cambiando». Daniel, uno studente di 19 anni, era d’accordo. «La storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto brutta, ad essere onesti. E ora sentiamo che le cose stanno finalmente cominciando a cambiare».
Di ritorno in piazza Batthyány, l’intera folla trattenne il respiro all’unisono per poi esplodere in un fragoroso urlo di vittoria quando il nastro telegrafico scorse sullo schermo annunciando che Orbán si era congratulato con Magyar per la sua vittoria, molto prima di quanto chiunque si aspettasse — tale era la portata della vittoria di Tisza. Magyar aveva ottenuto una vittoria schiacciante a livello nazionale, e l’esperimento politico dell’Orbánismo, durato una generazione, era finito, almeno per il momento. Commenti concitati e allarmistici, provenienti da giornalisti-attivisti dell’opposizione ungherese e dai loro think tank e commentatori allineati in Occidente, avevano avvertito che Orbán, di fronte alla sconfitta, avrebbe cercato di aggrapparsi al potere con qualche maligno stratagemma, sia trascinando le elezioni in tribunale, sia inscenando qualche tipo di provocazione per annullare i risultati. Ma in realtà questo non è mai stato lo stile di Orbán: per quanto illiberale potesse essere, non è mai stato un dittatore, per quanto i suoi oppositori lo dipingessero tale. Alla fine, la genuina popolarità che lo ha tenuto al potere per una generazione significava troppo per lui, e quando ha perso, in un’elezione libera e corretta, ha ceduto il potere con dignità.
Ciononostante, fu un momento storico per chi si era radunato in piazza, discutendo su cosa si dovesse fare dell’uomo che per così tanto tempo aveva plasmato l’Ungheria a sua immagine: «Spero che se ne vada in Russia», disse uno; «No, spero che finisca in prigione», ribatté la sua amica; «No», disse una donna più anziana, scuotendo lentamente la testa come per affermare la saggezza dell’età, «spero che rimanga in Parlamento e che sia costretto a rispondere di tutto ciò che ha fatto». «Sentiamo il respiro dell’89», mi ha detto Hanna, una ragazza goth di 18 anni. «Per tutta la vita abbiamo vissuto sotto il sistema del Fidesz, vedere questo cambiamento è una sorta di nuova ventata d’aria. Il Fidesz non si è mai preoccupato di noi, finché non abbiamo fatto figli». Il suo compagno, Milos, era d’accordo. «Grazie a Dio, grazie a Dio», disse, alzando lo sguardo al cielo. «Spero davvero che ci avviciniamo all’Unione Europea e che possiamo prendere le distanze dalla Russia.»
«A dire il vero, la storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto triste. E ora abbiamo la sensazione che le cose stiano finalmente cominciando a cambiare.»
Queste elezioni, presentate all’esterno come una battaglia tra l’europeismo liberale e qualcosa che rasenta il dispotismo asiatico, sono state forse determinate da concrete preoccupazioni interne piuttosto che da questioni filosofiche di più ampio respiro, incentrate sull’economia in difficoltà, sulla corruzione che era «semplicemente indifendibile», come mi aveva detto in precedenza un membro del Fidesz, e sulle condizioni precarie della sanità pubblica e delle infrastrutture sociali. Eppure va detto che gli abitanti liberali della classe media della raffinata Budapest, riuniti nella piazza, alcuni dei quali sventolavano bandiere dell’UE oltre a quelle ungheresi, ben più numerose, corrispondono certamente all’immagine di Tisza proiettata positivamente dai suoi sostenitori fuori dall’Ungheria e negativamente dai fedeli del Fidesz in patria e all’estero. Budapest, che ha ancora l’aspetto e l’atmosfera della capitale imperiale poliglotta che era un tempo, è una città liberale in un paese conservatore: ma la mappa elettorale finale ha fatto sì che il paese nel suo complesso assomigliasse molto più a Budapest di quanto chiunque si aspettasse.
Eppure il leader di Tisza, un nazionalista di destra con una posizione sull’immigrazione legale ben più restrittiva di quella di Orbán, non è affatto il liberale radicale che il Fidesz e il suo esercito di influencer MAGA hanno voluto dipingerlo. Il coro più animato e veemente della folla era “Russians Go Home”, una reliquia della rivoluzione del 1956 applicata di recente al Fidesz, ma Magyar ha già segnalato che non staccherà il Paese dalla generosa fonte di energia a basso costo della Russia tanto presto. L’Ungheria è passata da una versione di governo conservatore personalista a un’altra, questa volta guidata da un ex membro di Fidesz con un orientamento europeo, pronto a sbloccare le risorse finanziarie di Bruxelles a lungo trattenute e tanto attese. La vittoria di Magyar sembra meno una sconfitta per la destra europea che una sua evoluzione generazionale, che — almeno nelle circostanze uniche dell’Ungheria — ha portato liberali e di sinistra, entrambi politicamente insignificanti in questo paese, sotto la sua ala conquistatrice. Forse è per questo che Phil, un elettore ventiseienne del partito di estrema destra Mi Hazank, era tranquillamente filosofico riguardo al nuovo regime, mentre guardava la folla di giovani euforici che suonavano i clacson e sventolavano bandiere come se l’Ungheria avesse appena vinto i Mondiali, con la musica Eurodance che pulsava a tutto volume dai finestrini delle auto. «Orbán era semplicemente troppo vicino all’America, e l’Ungheria è un paese europeo», ha detto con un’alzata di spalle. «Almeno Tisza è di destra».
Aris Roussinos è un editorialista di UnHerd ed ex corrispondente di guerra.
“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente.Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»
Una tempesta perfetta, fatta di uno scandalo di abusi sui minori, della situazione precaria dell’economia e dei servizi pubblici, e di un ex membro carismatico del regime, dotato di un partito ben organizzato e di un’enorme e variegata base elettorale, è stata l’ingrediente necessario per spodestare l’uomo forte dell’Ungheria.
L’illusione dell’invincibilità di Viktor Orban è andata in frantumi. Un grave scandalo di abusi sui minori; i risultati economici deludenti che hanno messo in discussione le fondamenta del governo dell’alleanza Fidesz-KDNP; un ex membro carismatico con un partito ben organizzato e una base elettorale enorme ed eterogenea che ha dato la priorità alla destituzione del governo rispetto alle differenze ideologiche – questi sembrano essere stati gli ingredienti necessari per spodestare l’uomo forte populista ungherese.
Si tratta di una perdita enorme per Mosca e per il movimento di estrema destra in tutto il mondo, che sfata il mito secondo cui Orban non potesse essere sconfitto in un’elezione democratica. Ora, il nuovo primo ministro, Peter Magyar, deve affrontare numerose sfide, dalla riforma dei sistemi statali mal funzionanti al soddisfacimento delle elevate aspettative e alla gestione della profonda polarizzazione del Paese.
Non è stata una sorpresa che a Budapest, città da tempo roccaforte dell’opposizione, la gente abbia festeggiato il risultato per le strade. Ma scene simili si sono verificate anche a Debrecen, un tempo roccaforte dei partiti al potere. La mappa dei risultati, che prima era quasi interamente arancione (colore di Fidesz-KDNP), è diventata prevalentemente blu per il partito Tisza di Magyar, con solo alcune isole arancioni.
Fondamentalmente, Tisza ha ottenuto una maggioranza costituzionale di due terzi alle elezioni, il che gli consentirà ampia libertà d’azione nello smantellamento del sistema di Orban. Con quasi tutti i voti scrutinati, Tisza sembrava destinato a ottenere 138 seggi nel parlamento da 199 seggi, mentre il Fidesz di Orban sembrava averne conquistati solo 55.
“Insieme abbiamo rovesciato il regime di Orban, abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo ripresi la nostra patria”, ha dichiarato Magyar nel suo discorso di vittoria di domenica.
«La nostra vittoria è visibile, non dalla Luna, ma da ogni finestra ungherese – che si tratti della più piccola casetta di mattoni di fango o di un grattacielo», ha aggiunto, riferendosi al discorso di Orban del 2022, quando disse che avevano vinto in modo così schiacciante che si poteva vedere persino dalla Luna, ma sicuramente da Bruxelles.
Quella era una notte elettorale a cui gli ungheresi si erano abituati. Tuttavia, negli ultimi due anni, qualcosa di importante è cambiato nel Paese.
Un mito sfatato
Da quando Orban è tornato al potere nel 2010, dopo aver trascorso otto anni all’opposizione, ha ottenuto tre volte la maggioranza dei due terzi. I risultati sono stati sempre più devastanti per gli elettori dell’opposizione, portando molti di loro a chiedersi se fosse ancora possibile sconfiggere il suo partito in un’elezione democratica.
L’idea non era infondata, dato che Orban e il suo governo hanno fatto di tutto per consolidare il proprio potere. Hanno conquistato la maggior parte dei media, modificato più volte il sistema elettorale a loro favore, utilizzato le risorse statali per gli obiettivi della campagna elettorale e insediato fedelissimi alla guida delle istituzioni statali.
I sondaggi hanno ripetutamente dimostrato che, mentre a Budapest e nelle città più grandi le precedenti forze di opposizione godevano di una certa popolarità, le aree rurali costituivano una base massiccia per Fidesz-KDNP.
Come si è poi scoperto, queste circostanze non erano impossibili da superare, dopo che diversi eventi inaspettati hanno causato uno slancio politico che nemmeno questa macchina politica ben oliata è riuscita a fermare.
Lo slancio innescato da un enorme scandalo
Un enorme scandalo scoppiato nel 2024, quando l’allora presidente Katalin Novak fu smascherata per aver concesso la grazia all’ex vicedirettore di un orfanotrofio che era stato condannato per aver aiutato a insabbiare abusi sessuali su minori da parte del suo superiore, è stato un elemento chiave di questo cambiamento.
Oltre alla presidente, anche Judit Varga, ex moglie di Magyar, fu costretta a dimettersi dalla carica di deputata e dalla lista del Fidesz-KDNP per il Parlamento europeo, poiché all’epoca era il ministro della Giustizia che aveva controfirmato la grazia.
Dopo la caduta della sua ex moglie, Magyar rivelò pubblicamente la corruzione su larga scala del Fidesz, attirando enorme attenzione. Pochi giorni dopo, a Budapest si tenne una grande manifestazione di protesta, che attirò circa 50.000 persone. Questa manifestazione e l’indignazione che rappresentava, insieme al debutto di Magyar e alla speranza che infondeva in molte persone – anche se inizialmente aveva dichiarato di non voler entrare nella mischia politica – sembrarono mobilitare un numero enorme di persone precedentemente apolitiche.
La tempesta perfetta che ha colpito il governo di Orbán aveva bisogno anche di un altro fattore determinante: i risultati economici deludenti del Paese, tra cui un’inflazione media del 17,6 per cento nel 2023 e una crescita economica di appena lo 0,3 per cento nel 2025. Mentre il “Pardongate” metteva in discussione i fondamenti cristiani e a favore della famiglia del governo, i problemi economici ne mettevano in dubbio la capacità di gestire il Paese.
Dopo i fallimenti delle vecchie forze di opposizione, molti ungheresi, anche quelli insoddisfatti del governo, ritenevano che non ci fosse alternativa. Questa sensazione è cambiata dopo la rapida ascesa di Magyar e del suo partito Tisza, che si è rivolto proprio agli elettori conservatori e a chi vive nei centri abitati più piccoli. Ha fatto ricorso al simbolismo nazionale pur mantenendo un atteggiamento cauto su temi controversi, come la marcia dell’Orgoglio o la guerra in Ucraina.
Attraverso la costruzione sistematica dell’organizzazione del partito e delle sue reti locali, Tisza ha dimostrato il suo potere emergente conquistando quasi il 30% alle elezioni europee del 2024, il che ha inferto un colpo finale all’aura di invincibilità di Orban.
Non sarà una passeggiata
Rispetto alla campagna di Fidesz-KDNP incentrata sulla geopolitica e sulla guerra in Ucraina, Tisza ha messo in evidenza le questioni di interesse quotidiano. Oltre al costo della vita, si è concentrato fortemente sullo stato del sistema sanitario e del trasporto ferroviario. Sebbene il partito abbia promesso misure specifiche, come la riduzione delle tasse o l’aumento delle pensioni, ci si aspetta anche che avvii riforme radicali di questi sistemi statali. Ciò rappresenterà probabilmente una delle prime sfide significative per Tisza, poiché le grandi riforme richiedono tempo, soprattutto data l’attuale situazione del bilancio.
Ci si aspetta inoltre che Tisza si impegni a ripristinare i controlli e gli equilibri democratici, a restituire l’indipendenza al sistema giudiziario e alle istituzioni statali, a riformare il sistema elettorale e a liberare i media statali. Governare con una maggioranza dei due terzi sarà utile per far passare tali cambiamenti, ma data la storica appropriazione delle istituzioni statali, se gli elettori dovessero ritenere che Tisza cercherà a sua volta di abusare di tale potere, la sua popolarità potrebbe rapidamente erodersi.
Magyar ha anche promesso di “riportare a casa” i fondi UE congelati, il che non è un obiettivo irrealistico dati i piani del suo partito di aderire alla Procura europea e di reprimere la corruzione. Ciò contribuirà a qualsiasi riforma sistemica e potrebbe essere un risultato visibile in tempi rapidi.
MAGA e la sconfitta di Mosca
Mentre ci si aspetta che il nuovo governo ungherese ripristini rapidamente relazioni costruttive con gli altri Stati membri dell’UE e le istituzioni dell’Unione, la sconfitta di Orban rappresenta una grave battuta d’arresto per Mosca, che ha perso un alleato fedele all’interno dell’UE e della NATO.
Rappresenta inoltre una grande perdita per i populisti di estrema destra di tutto il mondo. Nonostante le sue piccole dimensioni, l’Ungheria è stata spesso citata come modello da seguire dai repubblicani MAGA. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha persino cercato di aiutare la campagna di Orban negli ultimi giorni. Sebbene ovviamente gli Stati Uniti abbiano partner più importanti in Europa, si tratta di una perdita simbolica significativa per il mondo MAGA. È improbabile che l’edizione europea del raduno annuale di estrema destra CPAC si terrà a Budapest il prossimo anno.
È difficile dire quale sarà la prossima mossa di Viktor Orban. Tuttavia, è difficile immaginare che i suoi elettori non rappresentino una richiesta che dovrà essere soddisfatta, anche se alla fine sarà esaudita da una o più forze politiche diverse.
Nel frattempo, i esponenti e i sostenitori di Fidesz dovranno, secondo le parole di Orban, «leccarsi le ferite» e abituarsi all’idea della sconfitta.
Per i politici di Fidesz-KDNP e le personalità pubbliche filogovernative, sarà difficile elaborare il risultato, non da ultimo perché negli ultimi due anni hanno apertamente sottovalutato Magyar, schernendolo con insulti. Avrebbero dovuto ascoltare Lao Tzu: “Non c’è pericolo più grande che sottovalutare il proprio avversario”.
*Giornalista, editorialista e specialista in comunicazione con sede a Budapest e oltre 5 anni di esperienza; ha scritto articoli su HVG, Eduline, Azonnali e sulla rivista europea di opinione SpeakFreely.
Lo scorso aprile, 600 persone si sono riunite per una conferenza sulla politica tecnologica nel centro di Washington, DC. Il relatore principale, l’ex CEO di Google Eric Schmidt, ha esposto quello che ha definito il “consenso di San Francisco”: l’opinione secondo cui “entro tre o cinque anni avremo quella che viene chiamata intelligenza artificiale generale”, in grado di estendere le proprie capacità senza bisogno dell’intervento umano. Questo sviluppo, secondo il consenso, potrebbe portare notevoli benefici, ma comporta anche il rischio di causare l’estinzione dell’umanità. La sfida di raggiungere l’uno evitando l’altro, ha spiegato Schmidt, “è chiamata il problema della ‘cruna dell’ago’. Bisogna attraversare la cruna dell’ago senza uccidere se stessi e tutti gli altri, per raggiungere questa terra promessa dell’IA”.In questa affermazione, Schmidt ha riassunto un modo comune di intendere i progressi dell’IA. Stiamo sviluppando sistemi di IA sempre più potenti che comportano rischi estremi, ma promettono anche grandi benefici. La comunità dell’IA è colloquialmente divisa tra “pessimisti” e “ottimisti”, ma i due gruppi non differiscono tanto sulla terra promessa quanto sulla fiducia nella nostra capacità di superare questo ostacolo insormontabile.Indipendentemente dalla loro posizione in questo spettro, coloro che considerano il futuro dell’intelligenza artificiale generale (AGI) come una potenziale “terra promessa” tendono a sostenere che le loro previsioni abbiano una base interamente razionale. Essi, affermano, si limitano a fare estrapolazioni logiche da tendenze osservabili. L’opera di Lewis Mumford, uno dei critici più caustici della tecnologia del ventesimo secolo, offre una prospettiva alternativa: tali presupposti affondano le radici in una fede laica che si cela dietro l’odierna adesione allo sviluppo tecnologico. L’opera di Mumford ha spaziato in un ampio ventaglio, includendo l’urbanistica e la critica letteraria, oltre alla storia e alla filosofia della tecnologia. Ha esposto la sua tesi contro la fede acritica nella benevolenza della tecnologia in una serie di libri e articoli, in particolare “Tecnica e civiltà” (1934) e “Il Pentagono del potere” (1970).”Se continuiamo ad aggiornare la nostra tecnologia, la vita umana migliorerà sempre di più.”Il lavoro di Mumford suggerisce che l’uso del linguaggio religioso da parte dei tecnologi – come nel caso della “terra promessa” di Schmidt – rivela la loro fede nel “mito della macchina”, che egli definisce la “religione suprema della nostra epoca apparentemente razionale”. Al centro del mito della macchina, sosteneva, c’è l’idea che lo sviluppo della tecnologia sia intrinsecamente legato al miglioramento della condizione umana. In altre parole, se continuiamo ad aggiornare la nostra tecnologia, la vita umana continuerà a migliorare. Il legame tra progresso tecnologico e sociale sembrava ovvio durante la vita di Mumford. Nato a New York nel 1895, visse l’invenzione del fertilizzante azotato e la scoperta della penicillina, che contribuirono ad aumentare l’aspettativa di vita media negli Stati Uniti in quel periodo da quarantuno a oltre settantasette anni. Vide i viaggi aerei, i frigoriferi, i telefoni e la televisione diventare di uso comune. Di fronte a tali esperienze, sembrava difficile sostenere una tesi contraria al fatto che la tecnologia migliorasse la condizione umana. CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. 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Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373 Come Mumford chiese sarcasticamente: “Qualche persona di buon senso rimpiange la fine dell’età della pietra?”Senza però ricadere in una nostalgia o in un primitivismo, Mumford ha rivalutato la storia dello sviluppo tecnoscientifico, ricercando le radici degli atteggiamenti moderni nei confronti della tecnologia in epoche precedenti: nella spinta alla scoperta che caratterizzò l’Età delle Esplorazioni; nell’organizzazione della vita quotidiana che apparve per la prima volta nei monasteri medievali; e nei complessi sistemi sociotecnici o “megamacchine” che costruirono i monumenti dell’Età delle Piramidi in Egitto.Questa indagine storica ha portato Mumford a individuare i cambiamenti più significativi nonNon si riferiva alle innovazioni della Rivoluzione Industriale, bensì a quella che definiva la “preparazione culturale” avvenuta in quei periodi precedenti. Come Max Weber, il quale sosteneva che il capitalismo si fosse diffuso grazie alla sua “affinità elettiva” con una fede calvinista che venerava il lavoro e il risparmio come segni di devozione, Mumford affermava che solo dopo che gli esseri umani avevano iniziato a considerare il mondo in modo strumentale, era stato possibile creare un sistema di produzione tecnologica orientato alla propria accelerazione. Questo processo di “preparazione culturale”, sosteneva, aveva gettato le basi per la trasformazione industriale e trasformato il “mito della macchina” nel modo predefinito di concepire il cambiamento sociale.La branca della teologia cristiana nota come teodicea cerca di spiegare l’esistenza del male nel mondo senza attribuirne la colpa a Dio. Il mito della macchina offre un equivalente laico. Ci permette di considerare i risultati positivi come intrinseci allo sviluppo tecnologico stesso, mentre i danni vengono visti come incidentali o come effetti collaterali indesiderati. Questi aspetti negativi sono spesso considerati il risultato di fallimenti umani, sia per un uso improprio da parte di malintenzionati, sia per un’applicazione negligente. Mantenendo questa separazione, sosteneva Mumford, il mito della macchina impedisce una vera valutazione dei cambiamenti apportati dalla scienza e dalla tecnologia. Come lamentava, la maggior parte delle persone “vede ancora solo gli innumerevoli vantaggi e benefici… e ha chiuso gli occhi sulle varie forme di disumanizzazione e sterminio” che esse rendono possibili e promuovono.Friedrich Nietzsche sosteneva che il cristianesimo avesse capovolto un ordine morale aristocratico in cui la forza era considerata un bene e la debolezza un male, sostituendolo con una “morale degli schiavi” che privilegiava i deboli e stigmatizzava i forti. Chiamò questo processo “trasvalutazione”, ovvero il processo attraverso il quale un sistema di valori finisce per eclissarne un altro. Secondo Mumford, una trasvalutazione simile si è verificata nell’era moderna, quando abbiamo smesso di dare valore alla tecnologia al servizio degli obiettivi e dei valori umani, e abbiamo iniziato a considerare l’efficienza e la produttività ottenute attraverso l’innovazione tecnica come un fine in sé, al quale gli esseri umani dovrebbero subordinarsi.La conseguenza di questa trasvalutazione è che le questioni relative al benessere umano sono, in pratica, in gran parte irrilevanti per l’adozione della tecnologia. Possiamo pensare, ad esempio, alle tradizionali misure di benessere umano nelle società tecnologicamente avanzate di oggi. I membri di queste società tendono a sposarsi meno spesso, hanno meno figli , meno amici intimi , legami sociali più deboli, partecipano a meno attività comunitarie e praticano meno la religione . Questo declino si è verificato in un contesto di esplosione di tecnologie presentate come prosociali, che offrono strumenti per connettere le persone a distanza, promettendo al contempo di eliminare le attività banali che ostacolano il nostro benessere.Il punto non è che esista un chiaro nesso causale tra i social media o le piattaforme di e-commerce e queste tendenze. Piuttosto, è che quando abbiamo adottato queste tecnologie, la novità e il successo commerciale hanno avuto la priorità su qualsiasi considerazione riguardo alla possibilità che promuovessero le vecchie idee di una vita appagante. Come osservava Mumford, “la società si sottomette docilmente a ogni nuova esigenza tecnologica e utilizza senza porsi domande ogni nuovo prodotto, che sia un miglioramento o meno, poiché, nel contesto attuale, il fatto che il prodotto offerto sia il risultato di una nuova scoperta scientifica o di un nuovo processo tecnologico è l’unica prova richiesta del suo valore”.”Il fatto che qualcosa faccia risparmiare tempo è considerato un bene in sé.”Mumford temeva che questo processo di transvalutazione stesse rendendo gli esseri umani sempre più simili alle macchine. I valori delle macchine soppiantano quelli che lui chiama “valori della vita”, con il dollaro che diventa la misura di ogni cosa. Arriviamo a desiderare e bramare sinceramente ciò che ci rende più “produttivi”. Il fatto che qualcosa ci faccia risparmiare tempo viene considerato un bene in sé, a prescindere dal suo effetto su altri aspetti del benessere umano.Il mito della macchina permea le discussioni contemporanee sull’intelligenza artificiale. Sempre più spesso, sentiamo questa fede espressa in un linguaggio apertamente religioso. Idee come la superintelligenza o la singolarità vengono spesso presentate come un punto d’arrivo apocalittico dello sviluppo tecnologico, la fase in cui tutti i problemi umani potranno essere risolti da robot benevoli. Se raggiungeremo questo punto, le attuali preoccupazioni per il benessere dell’umanità svaniranno nell’insignificanza di fronte all’abbondanza che ne trarremo.La teodicea laica di questo mito emerge nelle attuali discussioni sui danni reali o potenziali derivanti dall’intelligenza artificiale. Gli effetti negativi del suo utilizzo nelle scuole e nelle università, come la riduzione del carico cognitivo, tendono ad essere attribuiti a un’incapacità umana di adattarsi, oppure vengono interpretati come un segno che le nostre istituzioni educative sono irrimediabilmente obsolete e necessitano di essere aggiornate. Allo stesso modo, ai lavoratori che temono di essere sostituiti dall’IA viene detto che non sono adeguatamente preparati all’evoluzione del mondo del lavoro. Di conseguenza, i legislatori propongono leggi per aiutare “i lavoratori a utilizzare efficacemente gli strumenti di IA per aumentare la produttività e rimanere competitivi” e per garantire che siano “adeguatamente qualificati, sicuri di sé e pronti a cogliere appieno le opportunità offerte dall’IA”. I vantaggi ci sono, se solo riuscissimo a superare l’incompetenza umana.I modelli di intelligenza artificiale hanno un pregio innegabile: l’aumento di velocità ed efficienza con cui possono svolgere compiti che un tempo erano appannaggio degli esseri umani. I modelli linguistici possono produrre testi funzionali per un’ampia gamma di contesti, mentre i modelli di generazione di immagini ci offrono la capacità di dare vita a qualsiasi immagine o video desideriamo. Questo è generalmente considerato una chiara prova dei vantaggi dell’IA. Per Mumford, questo tipo di pensiero è proprio il problema. Il mito della macchina è disumanizzante perché subordina i valori umani a quelli della macchina: velocità ed efficienza.“Subordina i valori umani a quelli della macchina: velocità ed efficienza.”La prova più lampante della pervasività culturale di questo mito è che molti ferventi accelerazionisti non negano che l’intelligenza artificiale potrebbe significare la fine dell’umanità. Si distinguono dai catastrofisti semplicemente perché credono che questo rischio sia necessario, persino auspicabile, per raggiungere gli spettacolari aumenti di efficienza e produttività promessi dall’intelligenza artificiale generale. Mumford aveva previsto questo epilogo estremo. “Il mito della macchina”, scrisse, “la religione fondamentale della nostra cultura attuale, ha talmente catturato la mente moderna che nessun sacrificio umano sembra troppo grande, purché venga offerto agli insolenti Marduk e Moloch della scienza e della tecnologia”.Anche coloro che vengono etichettati come scettici o pessimisti continuano ad accettare i presupposti del mito della macchina. L’obiettivo dichiarato di molte organizzazioni preoccupate di evitare i peggiori esiti dell’IA è quello di “realizzare i benefici mitigando al contempo i rischi” della tecnologia. Mumford sosterrebbe che la prima parte di questa affermazione concede troppo, accettando il presupposto di base del mito della macchina pur presentando il compito come la rimozione degli ostacoli alla realizzazione dei suoi benefici.Molti scettici condividono anche una premessa misantropica di base sulla superiorità delle macchine, concentrandosi sulla natura parziale, irrazionale e imperfetta degli esseri umani, che a loro avviso necessita di un potenziamento meccanico.La catastrofe tecnologica non è qualcosa che ci attende. È già arrivata. Il declino dell’umanità è un processo in corso attraverso il quale ci lasciamo colonizzare dai valori delle macchine, un ” graduale indebolimento ” che si sta verificando tutt’intorno a noi. L’intelligenza artificiale non dovrebbe essere vista come una corsa verso una terra promessa, ma come un viaggio che ci allontana sempre di più dalla piena realizzazione umana.Chi è preoccupato per i rischi dell’IA dovrebbe guardare oltre le questioni politiche. I sistemi di credenze di fondo, come il mito della macchina, condizionano ciò che diamo per scontato nel nostro rapporto con la tecnologia e limitano il possibile in ambito politico. Cambiare questi sistemi apre nuovi orizzonti immaginativi per l’azione. “Per coloro tra noi che si sono liberati dal mito della macchina”, ha scritto Mumford, “la prossima mossa spetta a noi: perché i cancelli della prigione tecnocratica si apriranno automaticamente, nonostante i loro vecchi cardini arrugginiti, non appena sceglieremo di uscirne”.
Per oltre quarant’anni, Donald Trump ha chiesto l’invasione dell’Iran, il sequestro del suo petrolio e l’impedimento del suo insediamento nucleare. Non lo sapreste se ascoltaste alcuni dei suoi ex sostenitori. Dopo il suo ultimo attacco all’Iran, lo accusano di tradire il movimento “America First”. “Questo non è un pugnale alle spalle per i sostenitori originari di Trump. È un pugnale alla testa”, afferma Curt Mills, direttore di American Conservative .
Trump ha sempre adottato un approccio meno idealistico alla politica estera rispetto agli interventisti neoconservatori o agli internazionalisti liberali. Ha spesso e opportunisticamente attaccato i suoi avversari definendoli guerrafondai. Ma il suo problema con le “guerre eterne” non era il fatto che comportassero spargimenti di sangue; era il fatto che non si concludessero con la vittoria.
La buona fede di Trump nei confronti dell’Iran risale al 1980, quando rilasciò quella che gli storici Charlie Laderman e Brendan Simms descrivono come la sua “prima dichiarazione registrata sulla politica estera rivolta a un pubblico nazionale”.
In un’intervista alla NBC, Trump si è lamentato del fatto che la crisi degli ostaggi in Iran fosse un segnale che l’America non godeva più del rispetto internazionale. Il suo intervistatore ha risposto: “Ovviamente stai sostenendo che avremmo dovuto entrare lì con le truppe, eccetera, e far uscire i nostri ragazzi come in Vietnam”. Trump ha risposto: “Lo penso assolutamente, sì”.
Trump si è poi espresso apertamente preoccupato che la guerra tra Iran e Iraq potesse trasformarsi in un conflitto più ampio, perché gli Stati Uniti “non sono maggiormente coinvolti nella definizione delle politiche in quell’area”. Questa intervista ha stabilito il modello per i decenni a venire.
In un discorso del 1987 nel New Hampshire, Trump suggerì , secondo le parole del New York Times , che gli Stati Uniti avrebbero dovuto “attaccare l’Iran e impadronirsi di alcuni dei suoi giacimenti petroliferi come rappresaglia per… le intimidazioni dell’Iran nei confronti dell’America”.
Nel 1988, Trump dichiaròal Guardian : “Sarei duro con l’Iran. Ci hanno picchiato psicologicamente, facendoci fare la figura degli idioti. Un colpo a uno dei nostri uomini o a una delle nostre navi e farei un numero sull’isola di Kharg”, un centro petrolifero iraniano.
Nel 2000, Trump si lamentò nuovamente di come Jimmy Carter aveva gestito l’Iran e affermò che, in qualità di presidente, avrebbe “creduto fermamente in una forza militare estrema”.
Nel 2007, quando gli fu chiesto cosa avrebbe fatto se fosse diventato presidente, Trump disse : “Per prima cosa, cercherei di risolvere i problemi in Medio Oriente”.
Nel 2011, Trump disse a Bill O’Reilly: “Non permetterei loro di avere un’arma nucleare”, riferendosi all’Iran. Poi liquidò Barack Obama come un “presidente debole che lecca il culo a tutti”.
Nel 2020, dopo aver ucciso il generale Qasem Soleimani, Trump avvertì che qualsiasi ritorsione da parte dell’Iran avrebbe portato a colpire i siti culturali iraniani “molto rapidamente e molto duramente”.
Nel 2024, dopo che i funzionari dell’intelligence dissero a Trump che l’Iran stava tentando di assassinarlo, Trump dichiarò : “Un attacco a un ex presidente è un desiderio di morte per l’aggressore!”
Considerati questi precedenti, non sorprende che Trump abbia ordinato attacchi contro i siti nucleari iraniani nel 2025 o che ora abbia lanciato un attacco più ambizioso contro l’Iran.
È vero che Trump si è spesso presentato come il candidato contrario alla guerra. Ma altrettanto frequentemente ha indicato la sua disponibilità a ricorrere alla forza militare. È stato più moderato nel suo primo mandato rispetto al secondo, il che rende più facile vederlo come un non interventista. E ha portato nella sua seconda amministrazione diverse persone identificate con la moderazione in politica estera. Ma il suo curriculum complessivo indicava una disponibilità a rivendicare l’onore americano e a promuovere gli interessi americani, piuttosto che un rifiuto dei conflitti stranieri. Pur affermando di essere il “presidente della pace”, Trump parlava di raggiungere “la pace attraverso la forza”.
È comprensibile che i non interventisti siano delusi da Trump. Ma molti sono andati oltre, accusandolo di un radicale dietrofront causato dall’indebita influenza di Israele. Sia Dean Baker , economista liberale dell’establishment, sia Candace Owens , podcaster di destra anti-establishment, hanno iniziato a parlare di “Operazione Epstein Fury”. Curt Mills afferma che Trump è stato “ingannato e intimidito dai falchi israeliani e dai neoconservatori di Capitol Hill”.
“Le azioni di Trump dovrebbero essere attribuite a lui stesso, o a lui solo, la colpa.”
Ma non c’era bisogno di convincere o intimidire Trump a intraprendere una linea d’azione che era sempre pronto a seguire. Le azioni di Trump dovrebbero essere attribuite a lui stesso e ai suoi sostenitori, piuttosto che a un paese straniero. Qui come altrove, parlare di cospirazione israeliana è diventato un modo per gli influencer del MAGA di giustificare il divario tra le loro affermazioni su Trump durante la campagna e i suoi risultati da quando è entrato in carica.
Proprio perché questa guerra riflette le priorità di Trump, sarà un test importante per la sua visione di politica estera. Ci sono motivi per dubitare della prudenza dell’ultima mossa di Trump. Ma come ha osservato Stephen Wertheim, il fatto che Trump non si preoccupi della promozione della democrazia gli conferisce maggiore libertà di movimento di quanta ne godesse George Bush. Proprio come le reali idee di politica estera di Trump non lo hanno mai impedito di lanciare questo attacco, potrebbero lasciarlo più libero di porvi fine.
Il fumo sale da un’area in direzione della base aerea di Al Udeid, che ospita l’aeronautica militare dell’Emirato del Qatar e forze straniere, tra cui quelle statunitensi, a Doha (Foto di Mahmud Hams/AFP via Getty Images)
Ci risiamo. Sostituite Saddam Hussein con l’Ayatollah Khamenei e Ahmed Chalabi con Reza Pahlavi e avrete una nuova guerra per il cambio di regime in Medio Oriente, questa volta con Israele come alleato degli Stati Uniti. Con l’operazione Epic Fury, i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran e la spinta al cambio di regime, l’autoproclamato “Presidente della Pace” corre il rischio non solo di scatenare un più ampio sconvolgimento in Medio Oriente, ma anche a livello globale. È un nuovo momento Sarajevo?
I generali di Trump lo avevano avvertito che attaccare l’Iran avrebbe potuto essere un disastro, e lui potrebbe aver mandato in fumo la propria presidenza.
A differenza di George W. Bush nel 2003, che si è adoperato per rafforzare il sostegno nazionale e internazionale all’attacco all’Iraq, Donald Trump ha disdegnato il minimo sforzo per giustificare pubblicamente la sua guerra. Non ha mai consultato il Congresso. Ha dedicato all’Iraq poche frasi superficiali nei suoi discorsi sullo stato dell’Unione. I suoi rappresentanti untuosi come Steve Witkoff hanno mormorato della possibilità che l’Iran acquisisca armi nucleari entro una settimana circa. Almeno Woodrow Wilson aveva l’affondamento della Lusitania, la guerra sottomarina tedesca senza restrizioni e il telegramma Zimmerman per giustificare l’entrata nella prima guerra mondiale. E Trump?
Se dobbiamo credere al ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, l’Iran era disposto a consegnare le sue scorte di uranio arricchito e pronto a sottoporsi a ispezioni approfondite. Si sarebbe trattato di un accordo molto più vantaggioso di quello originariamente raggiunto dal presidente Obama. Sabato Al-Busaidi ha twittato: “Sono costernato. Ancora una volta sono stati compromessi negoziati attivi e seri”.
Trump, though, was never interested in them. Instead, he appears to have embraced his inner neocon. He spoke about an “imminent threat” on Saturday. There was none. He said that “we repeatedly sought to make a deal.” No, you didn’t. Trump has been a study in shifting rationales for war, none of which amounted to a legitimate casus belli.
On Saturday, Trump upped the rhetorical ante by calling for regime change. Senator Lindsey Graham, who has been baying for war for decades, declared that “His speech will go down in history as the catalyst for the most historic change in the Middle East in a thousand years.” In waging a war by what Spectator editor Freddy Gray aptly calls “remote-control,” Trump is banking everything on an uprising in Iran itself – “take over your government,” he urged Iranians, very much in the vein of Israeli prime minister Benjamin Netanyahu. What a throw of the dice! If anything, Trump is likely to end up like the charismatic and penniless gambler Burgo Fitzgerald in Trollope’s novel Can You Forgive Her? whose insouciant motto is “you never know you luck till the ball stops rolling.”
I sostenitori più accaniti di Trump non riescono a perdonarlo. Prendiamo Curt Mills, direttore dell’American Conservative, una rivista che ha acquisito notorietà opponendosi alla fretta di Bush di entrare in guerra nel 2003. La sua risposta è stata spietata: mi ha scritto che l’attacco di Trump all’Iran è stato «un giorno atroce di tradimento per l’America First. Questo non è pugnalare alle spalle i sostenitori originali di Trump. È pugnalarli frontalmente”. Con i generali di Trump che lo avevano avvertito che attaccare l’Iran avrebbe potuto essere un disastro, egli potrebbe aver dato fuoco alla sua stessa presidenza.
Gli altri leader mondiali staranno a guardare. Il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato bombe al fosforo contro l’Ucraina la scorsa settimana. Si sentirà incoraggiato a ricorrere a misure ancora più drastiche per terrorizzarla. Poi c’è Xi Jinping della Cina. Anche per lui la strada per conquistare, o almeno minacciare, Taiwan è stata ulteriormente spianata. In effetti, Pechino è sicuramente euforica per il fatto che Trump abbia nuovamente schierato l’esercito americano per inseguire il miraggio di un cambio di regime riuscito in Medio Oriente.
La mossa di Trump si basa sulla convinzione che egli possa ripristinare la supremazia americana spodestando i mullah pazzi di Teheran. Se, come sembra probabile, la sua impresa fallirà, allora Trump, e solo Trump, avrà inferto un duro colpo al potere, al prestigio e al predominio americano. Non sarà certo la prima volta che egli manderà in rovina un’azienda in attività. È una sua specialità. Ma la storia di come Trump sia diventato una versione potenziata di George W. Bush sarà il tema centrale del suo secondo mandato presidenziale. È una non piccola ironia che il presidente che aveva promesso di porre fine alle guerre infinite in Medio Oriente possa averne intrapresa una nuova.
Il presidente Donald Trump afferma che gli Stati Uniti hanno avviato “importanti operazioni militari” in Iran dopo che anche Israele ha dichiarato di aver lanciato attacchi missilistici contro il Paese.
In risposta, gli esperti di politica estera del Cato Institute hanno rilasciato le seguenti dichiarazioni:
La decisione di Trump di bombardare l’Iran è indifendibile. Non si è trattato di prevenire una minaccia imminente, ma di una mossa strategica sbagliata, senza un obiettivo finale chiaro. Obiettivi vaghi, percezioni esagerate della minaccia e fantasie di cambio di regime rischiano di trascinare gli Stati Uniti in una guerra costosa che gli americani non vogliono. Gli Stati Uniti stanno precipitando verso un’altra crisi in Medio Oriente di loro stessa creazione.
L’uso della forza militare da parte del Presidente in Iran rischia di trascinare gli Stati Uniti in un altro conflitto senza fine in Medio Oriente, senza un casus belli plausibile, senza l’autorizzazione del Congresso e senza una chiara concezione della vittoria. Questa azione contraddice la strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione stessa, che cercava esplicitamente di distogliere l’attenzione americana da decenni di “guerre infruttuose di ‘nation-building'”. Invece, il Presidente sta ripetendo lo stesso schema di autoinganno strategico che ha intrappolato i suoi predecessori: promettere un’azione limitata mentre invita a un conflitto prolungato.
L’uso della forza militare offensiva da parte del Presidente contro l’Iran è un chiaro e palese abuso dell’autorità esecutiva. Secondo la Costituzione, il potere di dichiarare guerra appartiene al Congresso degli Stati Uniti. La decisione del Presidente mette le forze e le basi statunitensi nella regione nel mirino di una ritorsione. Difendere il personale americano – e Israele – da attacchi prolungati che vanno oltre quelli a cui abbiamo assistito durante l’operazione Midnight Hammer è destinato a mettere a dura prova le già limitate risorse difensive degli Stati Uniti. La guerra non è un concetto astratto. Costa sangue e denaro agli americani. I Padri Fondatori hanno attribuito al Congresso il potere di dichiararla proprio per garantire che tali costi siano affrontati e discussi prima che il Paese entri in guerra.
Donald Trump pensa che gli americani siano stupidi?
Dopo aver annunciato in un video che “poco tempo fa, l’esercito degli Stati Uniti ha avviato importanti operazioni di combattimento in Iran” per “difendere il popolo americano” eliminando “minacce imminenti” agli americani in patria e all’estero, il presidente ha poi elencato alcune delle ragioni che lo hanno spinto a portare gli Stati Uniti in guerra.
Presumibilmente, ci avrebbe parlato di questa minaccia e di quanto fosse imminente.
Trump ha dichiarato: «Per 47 anni, il regime iraniano ha gridato “Morte all’America” e ha condotto una campagna infinita di spargimenti di sangue e omicidi di massa, prendendo di mira gli Stati Uniti, le nostre truppe e persone innocenti in molti, molti paesi».
Ok, ma 47 anni? I manifestanti filopalestinesi in America intonano slogan che vengono percepiti come un invito alla morte di Israele, ma nessuno nei due paesi considera quella retorica un atto di guerra da parte degli Stati Uniti.
Di cosa stava parlando esattamente il presidente?
Trump ha citato la crisi degli ostaggi del 1979 sotto la presidenza di Jimmy Carter. Ha parlato dell’attentato dinamitardo del 1983 da parte di rappresentanti iraniani contro una caserma dei marines statunitensi che causò la morte di 241 militari americani. Quella fu una tragedia affrontata dal presidente Ronald Reagan, che scelse di riportare a casa i soldati americani. Trump ha affermato che l’Iran “era a conoscenza e probabilmente coinvolto nell’attacco alla USS Cole” avvenuto 26 anni fa nel 2000, quando Bill Clinton era presidente.
Trump ha poi proseguito con altri eventi, tra cui il sostegno iraniano all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 contro Israele da parte di Hamas, che ha causato oltre 1.000 vittime e molti ostaggi, tra cui alcuni americani. Ciò è avvenuto sotto la presidenza di Joe Biden.
Ma nonostante tutti i suoi tentativi di razionalizzazione, Trump non ha mai fornito una ragione solida, precisa e, forse ancora più importante, nuova per spiegare perché fosse necessario che gli Stati Uniti iniziassero una guerra per il cambio di regime proprio in questo momento, cosa che altri presidenti americani non hanno fatto quando hanno affrontato gli attacchi iraniani da lui citati.
Le numerose “ragioni” addotte da Trump non costituivano in realtà alcuna ragione. Qualsiasi osservatore intellettualmente onesto è rimasto piuttosto perplesso.
Entra in scena il Congresso. Più precisamente la Commissione Affari Esteri della Camera, che ha condiviso un post su X congratulandosi con il presidente per aver “messo fine” alla “guerra infinita” dell’Iran con gli Stati Uniti.
Giuro che non me lo sto inventando.
“Il presidente Trump sta ponendo fine alla guerra infinita che l’Iran ha condotto contro l’America negli ultimi 47 anni”, ha condiviso l’account X del comitato, aggiungendo “Grazie POTUS”.
Quindi, secondo questa commissione bipartisan, è in corso una guerra tra Iran e Stati Uniti da quasi mezzo secolo e le azioni intraprese da Trump nel fine settimana sono state semplicemente il risultato di un presidente deciso e forte che ha finalmente posto fine al conflitto. Che coraggio hanno queste persone!
Quasi tutti i principali sondaggi hanno dimostrato che, prima degli attacchi, la stragrande maggioranza degli americani non voleva che gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran. Agli americani non è stato chiesto, ipoteticamente, “Volete che Trump ponga fine all’attuale guerra tra Stati Uniti e Iran?”, perché pochissimi americani, se non nessuno, percepivano il proprio Paese come in guerra con quell’altro Paese.
Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto sabato dopo gli attacchi statunitensi e pubblicato domenica ha rilevato che “solo un americano su quattro approva gli attacchi statunitensi che sabato hanno ucciso il leader iraniano, mentre circa la metà – compreso un repubblicano su quattro – ritiene che il presidente Donald Trump sia troppo propenso a ricorrere alla forza militare…”.
Il sondaggio ha aggiunto: “Circa il 27% degli intervistati ha dichiarato di approvare gli scioperi, mentre il 43% li disapprova e il 29% non è sicuro”.
Questi dati non sono favorevoli all’amministrazione. Inoltre, se la loro narrativa è che il Team Trump e gli Stati Uniti non hanno iniziato una guerra, ma stanno semplicemente ponendo fine a un conflitto che dura da 47 anni, questo è un classico caso di “aggiungere la beffa al danno”.
In base a questo parametro, i realisti e i moderati possono sostenere che gli Stati Uniti abbiano iniziato questa presunta guerra in corso perseguendo il cambiamento di regime iraniano molto tempo fa, nel 1953.
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No, Trump ha appena iniziato una guerra con l’Iran che avrà conseguenze politiche e di vita o di morte alle quali sembra non aver prestato molta attenzione.
Ma non commettiamo errori: questa è una nuova guerra di regime change scelta da Donald Trump, che la maggior parte degli americani non voleva, e che solo Dio sa come finirà.
Jack Hunter è l’ex redattore politico di Rare.us. Jack ha scritto regolarmente per Washington Examiner, The Daily Caller, Spectator USA, Responsible Statecraft ed è apparso su Politico Magazine e The Daily Beast. Hunter è coautore del libro The Tea Party Goes to Washington del senatore Rand Paul.
In un caldo pomeriggio di luglio del 1935, quattromila lavoratori dell’acciaio e del carbone, con in mano bandiere americane, si riunirono in un parco giochi a Homestead, in Pennsylvania, per commemorare il grande sciopero di quarantaquattro anni prima e per inviare un messaggio alla US Steel, la società che gestiva la città dal 1870.
Tra la folla quel giorno si potevano sentire parlare slovacco, lituano, italiano e inglese con forte accento, a testimonianza dell’enorme diversità etnica dei lavoratori siderurgici locali. Immigrati dall’Europa orientale e meridionale, a braccetto con i loro figli nati in America, erano uniti da un impegno collettivo per affermare i propri diritti come lavoratori e come americani.
I fondatori della US Steel, Andrew Carnegie e J.P. Morgan, avevano da tempo sfruttato la diversità dei lavoratori a proprio vantaggio. Avevano costruito il loro impero su una manodopera immigrata in gran parte priva di istruzione, non solo per giustificare salari bassi e condizioni di lavoro brutali, ma anche per mantenere la forza lavoro divisa in base alla lingua e alla nazionalità, in modo che non potesse organizzarsi collettivamente.
Il momento culminante della manifestazione è stato quando l’organizzatore sindacale Charles Scharbo è salito sul podio per leggere ad alta voce la Dichiarazione di indipendenza dei lavoratori siderurgici: “Noi lavoratori siderurgici oggi pubblichiamo e dichiariamo solennemente la nostra indipendenza. Diciamo al mondo: siamo americani … Aboliremo il dispotismo industriale. Realizzeremo i sogni dei pionieri che immaginavano l’America come una terra dove tutti potessero vivere nel benessere e nella felicità”.
Per i lavoratori della Homestead riuniti quel giorno, il sindacato era più di un semplice strumento per affermare i propri diritti sul posto di lavoro. Era un mezzo per affermare la propria identità americana.
La massiccia crescita del movimento sindacale negli anni ’30 contribuì a modificare l’equilibrio di potere tra lavoro e capitale e a trasformare lavori un tempo precari in settori come quello automobilistico e siderurgico in vere e proprie vie d’accesso alla classe media. Ma ha anche dato origine a un nuovo credo – quello che lo storico del lavoro Gary Gerstle chiama americanismo della classe operaia – che ha contribuito a unificare una classe operaia culturalmente ed etnicamente frammentata, radicando le rivendicazioni dei lavoratori in un’identità nazionale condivisa.
Per i lavoratori siderurgici polacchi, gli operai tessili ebrei e i minatori italiani, i sindacati erano istituzioni che consentivano ai lavoratori di affermare la propria cittadinanza e il proprio senso di appartenenza. Entrare in un sindacato significava rivendicare un posto nell’America.
“Entrare in un sindacato significava rivendicare un posto in America”.
“Il desiderio di appartenenza nazionale divenne subito evidente agli organizzatori sindacali di sinistra”.
Indipendentemente dall’ideologia con cui molti organizzatori di sinistra del Congresso delle Organizzazioni Industriali (CIO) avevano iniziato, l’americanismo della classe operaia divenne il credo dominante del movimento sindacale al culmine del New Deal. Questo nuovo nazionalismo attingeva fortemente dai simboli della democrazia americana. Le newsletter sindacali riportavano immagini di George Washington e della Statua della Libertà. Gli organizzatori citavano i Padri Fondatori. Questo credo era socialdemocratico, classista, patriottico e universalista. Soprattutto, rifletteva le aspirazioni degli americani di seconda e terza generazione che volevano uscire dai ghetti etnici in cui erano cresciuti e rivendicare il loro posto come cittadini a pieno titolo e uguali.
Questo periodo vide anche uno dei primi tentativi di integrare la lotta per la libertà dei neri nella storia della libertà americana. I sindacati del CIO intrapresero azioni concrete per contrastare la segregazione, organizzandosi al di là delle divisioni razziali, condannando la segregazione e formulando richieste volte ad abolire le leggi Jim Crow e a costruire una solidarietà interrazziale essenziale per la realizzazione della promessa democratica della nazione.
Anche nei sindacati guidati dai comunisti, le invocazioni della Carta dei Diritti e della libertà americana avevano la precedenza sulla lotta di classe. Mentre il cambiamento retorico della leadership del Partito Comunista verso il patriottismo era motivato principalmente dalla fedeltà alla politica estera di Stalin, molti organizzatori di base lo abbracciarono per una ragione più semplice: rispecchiava le aspirazioni genuine dei lavoratori che stavano cercando di organizzare.
Lo storico Maurice Isserman, nella sua recente storia del Partito Comunista, cita la riflessione di un membro del partito sul cambiamento:
La rapidità con cui ci siamo adattati alla nuova linea… non era tanto indice del nostro carattere volubile, quanto piuttosto il riflesso di ciò che molti di noi credevano davvero ma non riuscivano a esprimere a parole… eravamo molto più felici di vivere con una politica che era naturale, che teneva conto della realtà.
Il nuovo ideale americano rappresentava una rottura con il precedente ideale dell'”americanismo”, che escludeva neri, cattolici, ebrei e immigrati senza radici nelle isole britanniche. Era multietnico, multiconfessionale e multirazziale senza promuovere la balcanizzazione, perché era una fede condivisa in una nazione comune.
L’americanismo della classe operaia si rivelò fondamentale per il successo dei lavoratori. Durante l’ondata di scioperi del 1919, i datori di lavoro sfruttarono le divisioni etniche e razziali per sconfiggere le campagne di sindacalizzazione, mettendo gli immigrati contro i nativi e i bianchi contro i neri. Al contrario, negli anni ’30, i lavoratori riuscirono a organizzarsi superando le divisioni etniche e razziali, dalle acciaierie agli stabilimenti di lavorazione della carne.
L’unità non fu forgiata esclusivamente dagli sforzi dei lavoratori. Anche prima della fondazione del CIO, la prima campagna presidenziale di Roosevelt aveva portato milioni di immigrati di seconda e terza generazione appartenenti alla classe operaia a entrare nel Partito Democratico.
Anche la politica sull’immigrazione ebbe la sua importanza. La prima guerra mondiale e il Johnson-Reed Act del 1924 ridussero drasticamente l’immigrazione europea, il che significò che gli immigrati e i loro discendenti smisero progressivamente di guardare oltre l’Atlantico e si concentrarono sul rendere gli Stati Uniti la loro patria permanente. I datori di lavoro non potevano più riempire le fabbriche di nuovi migranti per rompere gli scioperi. Coloro che provenivano da fuori della propria enclave etnica cominciarono ad essere visti non come concorrenti, ma come potenziali alleati. La pausa nell’immigrazione di massa contribuì a creare le condizioni sociali in cui poteva radicarsi una comune identità della classe operaia americana.
L’aspirazione all’appartenenza nazionale divenne subito evidente agli organizzatori sindacali di sinistra all’alba del New Deal. Gerstle descrive l’esperienza del socialista belga Joseph Schmetz, che capì rapidamente che i suoi sforzi per organizzare i lavoratori tessili del Rhode Island, principalmente franco-canadesi di prima e seconda generazione, sarebbero falliti se portati avanti sotto una bandiera radicalmente anticapitalista. A metà degli anni ’30, le pubblicazioni del suo Independent Textile Union non citavano più Marx, ma Thomas Jefferson e Abraham Lincoln a sostegno di una piattaforma socialdemocratica e favorevole ai lavoratori.
Non è chiaro se Schmetz avesse inizialmente compreso che l’afflusso dei franco-canadesi, tradizionalmente isolati, nel Partito Democratico e nei sindacati significasse il loro desiderio di essere più “americani”. Ma a metà del decennio, scrive Gerstle, “aveva basato tutta la sua strategia per costruire un movimento operaio di successo su quel fatto cruciale”.
Èdifficile immaginare che l’attuale sinistra americana segua il modello di Schmetz. Influenzati dal disprezzo della Nuova Sinistra degli anni ’60 per il patriottismo, i progressisti di oggi con un’istruzione universitaria tendono a diffidare dell’orgoglio nazionale. Mentre il 69% degli elettori della classe operaia ha affermato che l’America è il paese più grande del mondo, solo il 28% degli attivisti progressisti è d’accordo.
E non sono solo gli americani bianchi della classe operaia a continuare ad avere un forte senso di appartenenza nazionale. Più del 60% degli asiatici americani, il 70% degli afroamericani e il 76% degli ispanici americani hanno dichiarato di essere “orgogliosi di essere americani”, rispetto al solo 34% degli attivisti progressisti. Nonostante ciò che suggeriscono sia la destra MAGA che la sinistra radicale, gli immigrati, in media, sono più patriottici e orgogliosi delle istituzioni americane rispetto ai nativi. Persino un marxista come Schmetz ha trovato molto da ammirare negli Stati Uniti per quanto riguarda la libertà di parola e lo Stato di diritto rispetto al suo Belgio natale.
Quindi, le radici del nazionalismo della classe operaia non possono essere attribuite alla xenofobia. Esse riflettono piuttosto un desiderio di solidarietà e appartenenza. La sinistra populista ha l’opportunità di rivendicare questa tradizione.
Il presidente Trump sta allontanando molti latini e asiatici della classe operaia , con cui aveva ottenuto consensi nel 2024, attraverso politiche punitive in materia di immigrazione, il mancato rispetto delle politiche populiste e una svolta retorica verso il nativismo vecchio stile. Ma la sinistra non può creare una coalizione non MAGA della classe operaia attraverso il pessimismo nazionale o trattando i membri come categorie astratte separate da gerarchie di oppressione. I lavoratori, allora come oggi, vogliono un universalismo patriottico e ambizioso che risponda al loro desiderio di cittadinanza condivisa e di appartenenza.
Ci sono molti esempi negativi di nazionalismo esclusivo o divisivo. Tuttavia, l’esperienza degli organizzatori del CIO nel forgiare la propria visione del nazionalismo americano dimostra che il patriottismo della classe operaia può essere uno strumento per costruire una solidarietà multietnica e multirazziale senza cadere nel tribalismo. Potrebbe spettare ancora una volta al sindacato riaccendere questa tradizione.
Il movimento sindacale americano ha capito da tempo che solidarietà e patriottismo non sono in contrasto tra loro e che l’amore per il proprio Paese non è un ostacolo alla giustizia economica, ma piuttosto il suo fondamento. Coloro che cercano di ricollegare la classe operaia alla sinistra devono riscoprire questa saggezza.
Alex Hogan è un comunicatore sindacale e scrittore.
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Quando Stephen Miran, recentemente nominato governatore della Federal Reserve, ha parlato all’Economic Club di New York lo scorso settembre, ha infranto una delle regole non scritte della Fed. Il dissenso viene ufficialmente riportato nei verbali delle riunioni della banca centrale, ma l’identità dei dissidenti viene nascosta in “dot plot” anonimi. Miran ha però rivelato di essere l’unico a divergere dalle previsioni, il unico “punto Miran” che segnalava l’opposizione alla direzione intrapresa dalla Fed.
Ha approfittato dell’occasione per mettere in discussione le basi della politica monetaria degli Stati Uniti. “Penso che sia importante prendere questi modelli sul serio, ma non alla lettera”, ha affermato. Ha avvertito che i modelli non tengono conto della portata e della rapidità dei cambiamenti politici alla luce della rielezione dell’amministrazione Trump. Il problema della Fed non è una tecnica sbagliata o dati errati, ha suggerito, ma piuttosto il fatto che la struttura stessa dei suoi modelli è radicata in ipotesi economiche e politiche di un’epoca ormai passata. Il mondo che le previsioni cercano di misurare non esiste più.
Se il modello economico neoliberista che ha prevalso sin dai tempi in cui Paul Volcker era presidente della Fed sta crollando nell’era Trump, Miran sta cercando di delineare un quadro post-neoliberista per preservare il dominio americano. Se ha ragione, potrebbe essere la prima figura di spicco all’interno della Fed a iniziare a pensare oltre il neoliberismo.
Definire Miran “post-neoliberista” significa molto più che il rifiuto da parte del Partito Repubblicano dell’era Trump del fondamentalismo di mercato e del libero scambio e l’adozione della pianificazione statale. Significa che egli accetta che il mondo istituzionale costruito sotto Reagan e Thatcher si sia esaurito e si chiede quali nuovi strumenti potrebbero essere necessari per raggiungere la crescita, la stabilità e la trasformazione.
Le grandi crisi del capitalismo globale hanno dato origine a nuove teorie economiche che spiegano le cause del crollo e forniscono nuovi modelli operativi. John Maynard Keynes scrisse la sua Teoria generale nel bel mezzo della Grande Depressione; Milton Friedman salì alla ribalta durante la stagflazione degli anni ’70. Nessuno dei due elaborò le proprie teorie dal nulla. Cercarono invece di spiegare risultati che i modelli esistenti non riuscivano a giustificare e utilizzarono tali fallimenti per mettere in luce i limiti della precedente ortodossia. Keynes attenuò alcune delle rigide ipotesi dell’economia classica per spiegare la persistente recessione degli anni ’30, mentre Friedman ampliò la popolare “curva di Phillips” per dare un senso al mix di alta inflazione e alta disoccupazione dell’epoca.
Come questi famosi predecessori, Miran sta cercando di seguire le tendenze emerse nell’era neoliberista per stare al passo con i cambiamenti del capitalismo. Il suo obiettivo non è quello di liquidare il capitalismo globale guidato dagli Stati Uniti, ma di adattarlo alle nuove realtà.
“Il mondo che le previsioni cercano di misurare non esiste più.”
«I presunti custodi della stabilità erano diventati una delle principali fonti di distorsione».
Miran è apparso sotto i riflettori nei primi mesi del secondo mandato di Trump. In precedenza, aveva conseguito un dottorato in Economia ad Harvard e lavorato nel settore della gestione patrimoniale fino a marzo 2020. Ha ricoperto brevemente il ruolo di consulente presso il Tesoro durante l’ultimo anno della prima amministrazione Trump, si è dimesso quando Joe Biden è entrato in carica ed è tornato nel settore privato per lavorare come analista e stratega. Da lì, ha iniziato a scrivere pubblicamente di politica monetaria.
Miran ha puntato l’attenzione sull’abbandono della stabilità dei prezzi da parte della Fed dopo aver osservato un aumento dell’inflazione durante i primi due anni della presidenza Biden. Sotto Ben Bernanke nel 2012, la banca centrale aveva introdotto un obiettivo esplicito di inflazione del 2% come modo per rassicurare i mercati che la Fed avrebbe impedito sia l’inflazione galoppante che la deflazione. Anche se questo poteva essere temporaneamente giustificato, ben presto è diventato un mezzo per affermare una realtà economica alternativa. Per Miran, i modi quasi infiniti di misurare l’inflazione significavano che qualsiasi obiettivo esplicito di inflazione sarebbe stato subordinato a “stranezze metodologiche” soggettive. La pressione politica sulla Federal Reserve è diventata presto un modo per convincere l’opinione pubblica che l’economia stava andando bene, mentre i consumatori sentivano il peso dell’aumento dei prezzi. Quando nel 2021 la Casa Bianca ha insistito sul fatto che l’aumento dei prezzi fosse “transitorio”, Miran lo ha definito “un esercizio di data mining”, con i funzionari che manipolavano attivamente i dati per adattarli ai loro obiettivi politici.
Dietro questa critica si nasconde una critica più profonda alla tecnocrazia. L’ideale neoliberista di una banca centrale politicamente neutrale, libera da pressioni democratiche, si era degradato in un governo basato su modelli e formule retrograde che servivano a convalidare politiche ormai obsolete. Impegnandosi a rispettare la regola del 2%, regolarmente contestata perché sempre più irrazionale, l’economia globale è caduta in quella che Miran ha definito una “eccessiva dipendenza dalla Fed come motore della crescita”. I presunti guardiani della stabilità erano diventati una delle principali fonti di distorsione.
Secondo Miran, l’eccessiva dipendenza dalla Fed ha portato a un crescente intreccio tra tecnocrazia e politica. La Federal Reserve è nominalmente indipendente dal 1951. Ma dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, scrive Miran, il mandato della banca “si è ampliato fino a includere attività intrinsecamente politiche come l’assegnazione del credito, la selezione dei vincitori e dei perdenti economici e la vigilanza bancaria”. Il tumulto bancario del 2023, ad esempio, non è stato un fallimento isolato, ma il risultato involontario delle riforme volte a risolvere quello precedente.
Anche le riforme ben intenzionate hanno accentuato questa politicizzazione. Il Dodd-Frank Act del 2010, che sostanzialmente ha sostituito il precedente Transaction Account Guarantee Program, ha codificato quelli che Miran e Dan Katz hanno definito “incentivi perversi” nella garanzia federale dei depositi bancari. Come spiegano, promettendo di coprire le perdite, la legislazione incoraggia i grandi investitori (ad esempio le grandi banche) a lasciare che le banche in difficoltà falliscano e vengano sostenute dai governi prima di acquistare le banche fallite ma ora sovvenzionate. In altre parole, una politica volta a prevenire il panico ha invece premiato un comportamento simile a quello degli avvoltoi.
I programmi di salvataggio del 2008 avevano già reso meno netta la distinzione tra potere monetario e potere fiscale. Poiché gli strumenti di prestito di emergenza della Fed richiedevano l’autorizzazione del Tesoro, ogni intervento di crisi ha coinvolto sempre più il potere esecutivo nella gestione monetaria. Quello che avrebbe dovuto essere un muro di separazione tra la banca centrale indipendente e la spesa pubblica è di fatto crollato.
In un libro bianco scritto in collaborazione con l’economista Nouriel Roubini, Miran ha sostenuto che il Tesoro aveva finito per agire come una banca centrale ombra. Nonostante l’aumento dei tassi di interesse da parte della Fed alla fine del 2021, il Tesoro ha continuato ad allentare le condizioni finanziarie modificando il rischio di tasso di interesse affrontato dai detentori di debito pubblico. In parole povere, anche un’obbligazione a rendimento fisso comporta dei rischi, poiché le condizioni di mercato, come le aspettative di inflazione o i tassi di interesse prevalenti, possono cambiare prima della scadenza dell’obbligazione. Più lunga è la scadenza, più lungo è l’orizzonte di incertezza.
Per gestire tale rischio, il Tesoro ha acquistato più titoli di debito a lungo termine, abbassando i rendimenti su tali scadenze, e ha emesso più titoli di debito a breve termine. Ciò ha incoraggiato gli investitori a detenere titoli a breve termine che funzionavano quasi come contanti, scoraggiando al contempo gli investimenti in obbligazioni a più lungo termine che avrebbero immobilizzato il loro denaro per anni.
Poiché il presidente supervisiona direttamente il Tesoro, queste politiche hanno fornito all’amministrazione al potere i mezzi per scavalcare la “indipendente” Federal Reserve, portando a un mondo di “cicli economici politicizzati”. Naturalmente, l’amministrazione Biden ha negato qualsiasi coordinamento di questo tipo, ma Miran e Roubini hanno sostenuto che, in definitiva, è “il bilancio della Fed e del Tesoro che conta per i mercati e l’economia, non uno dei due isolatamente”.
Essi stimano che questa politica attivista del Tesoro abbia avuto lo stesso effetto di una “riduzione di 100 punti base del tasso di riferimento della Fed” o di una completa compensazione degli aumenti dei tassi di interesse previsti per il 2023. Pertanto, mentre la maggior parte degli economisti prevedeva una recessione nel 2024, Miran stava preparando il pubblico del Wall Street Journal a un breve boom economico guidato da questo stimolo monetario nascosto.
Questo potrebbe spiegare perché il ciclo di aumento dei tassi più rapido degli ultimi decenni non sia riuscito a innescare una recessione nel 2023-24, come era invece avvenuto nel passato neoliberista, dal Volcker Shock alle recessioni dei primi anni ’90 e della metà degli anni 2000. Le vecchie politiche erano ancora in uso, ma in modi che richiedevano una nuova comprensione del funzionamento del sistema.
Per Miran, la fusione di fatto tra la Fed e il Tesoro ha segnato la fine del vecchio ordine neoliberista. La finzione dell’indipendenza della banca centrale è crollata. La politica monetaria è ora politica condotta con altri mezzi. Ma se la Fed è già politica, sostiene Miran, la risposta non è ripristinare una neutralità perduta. È rendere quel potere responsabile. L’unica via d’uscita è attraversarla.
La sorprendente proposta di Miran di democratizzare la Federal Reserve non è del tutto fuori luogo. Negli ultimi decenni, sia Bernie Sanders che Ron Paul hanno proposto di sottoporre la Federal Reserve a revisione contabile. Come affermano Miran e Katz, “diluire il potere del consiglio [dei governatori della Federal Reserve] a favore delle banche di riserva recentemente democratizzate” salvaguarderebbe l’indipendenza in modo più efficace rispetto alla legge attuale. In altre parole, l’obiettivo dell’indipendenza della banca centrale può essere raggiunto solo con nuovi mezzi. Miran definisce addirittura la sua proposta «federalismo monetario», invocando l’ideale americano della dispersione del potere attraverso le istituzioni locali.
Per Miran, ripensare la struttura della Fed è solo una parte di un più ampio sforzo volto a ridisegnare le istituzioni del capitalismo globale stesso. Il culmine di questi sforzi è arrivato alla fine dello scorso anno con “A User’s Guide to Restructuring the Global Economy” (Guida per l’utente alla ristrutturazione dell’economia globale), meglio conosciuta come Accordo di Mar-a-Lago. Pubblicato poco dopo la seconda elezione di Trump, il documento illustra il tentativo di Miran di salvare il capitalismo globale guidato dagli Stati Uniti dalle contraddizioni dell’era neoliberista. Egli sottolinea che il libro bianco non è una “difesa delle politiche”, ma piuttosto uno sforzo per “diagnosticare lo squilibrio economico nei termini di scambio che sta alla base della critica dei nazionalisti al sistema attuale”. In altre parole, Miran propone un’economia politica del trumpismo che cerca di comprendere, piuttosto che semplicemente condannare, le forze che hanno sconvolto l’ordine post-guerra fredda.
L’accordo Mar-a-Lago estende la critica interna di Miran ai modelli neoliberisti all’ordine economico internazionale. Secondo lui, i modelli economici globali che sono sorti nell’ultimo mezzo secolo hanno cercato di comprendere le deviazioni dall’ideale ragionando che si trattasse semplicemente di fluttuazioni temporanee che si sarebbero bilanciate nel lungo periodo. Ma, afferma, “il lungo termine è arrivato e i modelli sono sbagliati”.
Il motivo risiede nel ruolo unico del dollaro. In quanto valuta di riserva mondiale, viene utilizzata sia dagli esportatori che dagli importatori concorrenti per finanziare la produzione e i consumi. La domanda di dollari è “insaziabile”, afferma Miran says, e “troppo forte perché i flussi internazionali possano bilanciarla, anche in cinque decenni”. Lo stesso meccanismo che dovrebbe stabilizzare il cambio globale ne impedisce anche l’adeguamento.
Questo aiuta a spiegare la persistenza dei deficit commerciali degli Stati Uniti. L’affermazione di Trump secondo cui gli stranieri “ci stanno derubando” può essere demagogica, ma per Miran indica un problema strutturale reale. Gli Stati Uniti forniscono un “ombrello di sicurezza” come bene pubblico ai paesi alleati che beneficiano di un “dividendo di pace”. Inoltre, i paesi traggono vantaggio dal dollaro statunitense anche quando effettuano scambi bilaterali, perché la “profondità e liquidità” del sistema del dollaro lo rendono il modo più economico per effettuare scambi tra valute.
A livello nazionale, la posizione di riserva globale del dollaro statunitense avrebbe dovuto contribuire a sostenere la transizione da un’economia manifatturiera a un’economia basata sui servizi, mantenendo un approvvigionamento di importazioni a basso costo e bassi costi di finanziamento. Questo ha funzionato per un certo periodo, ma quando alla fine degli anni 2000 l’occupazione è diventata un problema, il sistema ha iniziato a crollare.
Il costo dello status di valuta di riserva non era evidente all’inizio, perché, come afferma Miran, gli Stati Uniti erano “grandi rispetto al resto del mondo”, quindi le esternalità sembravano minime. Ma proprio il successo di questo sistema ha creato un punto di svolta. La crescita dell’economia cinese si è consolidata quando il Paese è entrato a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. Per Miran, il sistema globale di tariffe e regole commerciali è ora “bloccato in una configurazione progettata per un’era economica diversa”. Le tariffe, quindi, non sono protezionistiche nel senso tradizionale del termine, ma diagnostiche: un modo per smascherare e rinegoziare gli squilibri nascosti insiti nell’economia globale.
Le tariffe doganali, quindi, sono il logico culmine di tendenze che si manifestano da oltre 50 anni. Gli squilibri globali creati dal sistema di riserva del dollaro, sostiene Miran, rendono obsolete le critiche economiche standard alle tariffe doganali. Nei modelli standard, “i deficit commerciali causano un indebolimento del dollaro, che riduce le importazioni e aumenta le esportazioni, eliminando alla fine il deficit commerciale”. Ma in un mondo basato sulla riserva in dollari, tale aggiustamento non avviene mai. La domanda di dollari mantiene forte la valuta e lo squilibrio permanente.
Come ha affermato Miran in un’intervista a marzo, è necessario considerare le tariffe in termini di chi è più “inflessibile”. Il loro scopo è quello di chiarire quanto il sistema globale sia investito negli Stati Uniti e, da questo, perché sia nell’interesse di tutti un riassetto. Anche la Cina sta cercando di riequilibrare internamente il proprio sistema verso i consumi dalla crisi economica del 2008, e i dazi potrebbero incoraggiare un cambiamento all’interno del PCC, allontanandosi dalle fazioni più interessate alla crescita guidata dalle esportazioni.
Il fatto che Miran sia ora entrato a far parte proprio dell’istituzione che ha criticato per anni non è una contraddizione, ma una continuazione del suo progetto. Il tema centrale di tutto il suo lavoro, dal federalismo monetario all’accordo di Mar-a-Lago, è che i confini che dividono la politica monetaria, fiscale e commerciale sono crollati. Se la Fed e il Tesoro agiscono già in tandem, sostiene Miran, tale coordinamento dovrebbe essere reso deliberato e responsabile. La sua missione è modernizzare il capitalismo guidato dagli Stati Uniti, trasformando la gestione ad hoc delle crisi in un quadro coerente per l’economia politica.
Come afferma nella sua “Guida per l’utente”, il successo della sua visione dipenderà probabilmente da una rinnovata cooperazione tra la Fed e il Tesoro, simile all'”Operazione Twist” del 1961, quando le due istituzioni fecero un tentativo congiunto per salvare il sistema di Bretton Woods. Ma soprattutto, egli ritiene che tale coordinamento richieda “il sostegno pubblico del Presidente”. Ora che Miran fa parte del consiglio della Fed, la possibilità di tale allineamento non è più solo teorica. Il suo ex coautore Nouriel Roubini ha già osservato che il Tesoro attivista continua sotto Trump.
Se le ricette di Miran funzioneranno è un’altra questione. Forse le sue argomentazioni sono errate e le sue previsioni sbagliate. Ma esse indicano una realtà più profonda: l’ordine neoliberista che teneva separati i mercati e la politica è ormai scomparso. Se stiamo vivendo una trasformazione del capitalismo, sarebbe opportuno considerare l’urgenza che sta dietro a questa necessità di un nuovo pensiero economico e perché essa sia plausibile. Per tornare all’ingiunzione di Miran, dovremmo prenderlo sul serio, non alla lettera.
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In Chinatown (1974) di Roman Polanski, l’investigatore privato Jake Gittes affronta il perfido oligarca Noah Cross a proposito del suo piano per creare una siccità: deviare l’acqua dalla San Fernando Valley per cacciare i residenti, svalutare i terreni e comprarli a basso prezzo per un enorme progetto di bacino idrico. “Perché lo fai?”, chiede Gittes. “Quanto di meglio puoi mangiare? Cosa puoi comprare che non ti puoi già permettere?”. Cross non esita. “Il futuro, signor Gittes”, rutta. “Il futuro!”Questa scena rivela l’arroganza di un uomo ricco che, dopo aver accumulato più ricchezze di quante potesse effettivamente utilizzare, si è prefissato di raggiungere la grandezza e lasciare un segno. Persone come Cross non vogliono essere ricordate solo come uomini che hanno accumulato fortune, ma come “grandi uomini” che hanno creato il futuro della civiltà umana.Ai nostri giorni, Donald Trump ed Elon Musk incarnano le ultime iterazioni di questo archetipo. Mentre la seconda amministrazione Trump si accingeva a inaugurare il post-neoliberismo ristrutturando lo stato amministrativo interno e rivoluzionando l’ordine mondiale per la prima volta dalla rivoluzione di Reagan e Thatcher, i suoi principali esponenti hanno anche delineato le loro visioni per il futuro, che credono fermamente appartenga ancora all’America.Può sembrare strano attribuire l’etichetta di “futuristico” al movimento che ha reso popolare lo slogan “Make America Great Again”, con tutte le sue connotazioni nostalgiche. Ma il suo futurismo è evidente nell’ambizione tecno-utopica di Elon Musk di colonizzare Marte, così come nel desiderio di acquistare la Groenlandia ed espandere la sua base spaziale, e nel vago piano del presidente di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Nel suo discorso d’insediamento, Trump ha ulteriormente sostenuto le ambizioni spaziali di Musk: “Perseguiremo il nostro destino manifesto verso le stelle, lanciando astronauti americani per piantare le stelle e le strisce sul pianeta Marte”.È facile liquidare il futurismo MAGA come una mera montatura pubblicitaria. Ciononostante, Trump e Musk sembrano essere tra le poche figure di spicco del nostro tempo ad avere una visione del futuro e a volerla perseguire come programma politico, non come l’ennesima startup di intelligenza artificiale. Ma questo potrebbe essere più indicativo della più ampia scomparsa di qualsiasi idea convincente per il futuro, che ha lasciato un vuoto che sono in grado di colmare.L’idea di futuro, così come la concepiamo oggi, ha le sue origini nell’Illuminismo ed è strettamente correlata all’idea di progresso. La certezza che il futuro fosse latente, ricco di possibilità che avrebbero radicalmente migliorato la sorte dell’umanità, e che la ragione e l’azione umana fossero la via per raggiungerlo, un tempo animava il movimento socialista, convinto che il socialismo avrebbe rappresentato un progresso rivoluzionario sul capitalismo.Anche da una prospettiva liberal-democratica, è fondamentale che le persone credano che il futuro sia aperto, non scolpito nella pietra. Le fazioni politiche in competizione devono essere in grado di presentare alternative concrete allo status quo, preservando la possibilità che la società possa evolversi in direzioni diverse. Il popolo, essendo sovrano, può scegliere la strada che desidera seguire. Il familiare cliché di una “transizione pacifica del potere” si basa sull’idea che il futuro possa cambiare: anche chi perde un’elezione avrà altre possibilità di ottenere il sostegno pubblico per la propria visione.Uno dei motivi per cui la democrazia liberale è in crisi da decenni è che non c’è più un futuro comune verso cui crediamo di muoverci. Le questioni politiche vengono trattate come meramente tecniche, anziché andare alla radice dell’organizzazione della società, svuotando la politica di sostanza e significato.Molti progressisti contemporanei, ironicamente, vedono poche speranze di progresso e sono pieni di paura per ciò che riserva il futuro. Vedono solo catastrofi incombenti – crisi climatica, pandemie e simili – e ritengono il loro ruolo quello di prevenirle attraverso la “decrescita”. I tecnocrati liberali considerano il futuro come qualcosa da calcolare e gestire: aggiustare questo, stabilizzare quello, guardare cosa dicono le previsioni del PIL, stabilire questi obiettivi di decarbonizzazione e così via.Non sorprende che questi approcci facciano fatica a competere con il futurismo trumpiano, per quanto alienante quest’ultimo sia per molti. Il liberalismo tecnocratico non offre ai cittadini il senso di appartenenza a un’impresa collettiva, di sostegno a qualcosa di comune. Il catastrofismo di sinistra cerca di ispirare le persone all’azione dicendo loro che le aspirazioni devono essere limitate nell’interesse della semplice sopravvivenza, piuttosto che della prosperità.“Al suo centro c’è un nucleo razionale.”La forza del futurismo trumpiano e muskiano risiede nel suo inconscio attaccamento alle idee di progresso borghese, avanzamento tecnologico, sviluppo e apertura storica. Si contrappone alla visione secondo cui il futuro è già determinato, qualcosa da gestire nella speranza di evitare lo scenario peggiore. Al suo centro c’è un nucleo razionale: la convinzione che i limiti del potenziale umano non siano stati ancora esauriti.Per fare un esempio, le ambizioni di Elon Musk di promuovere l’esplorazione spaziale e infine colonizzare Marte possono sembrare donchisciottesche, basate com’è sul suo assunto di lunga data che l’umanità abbia bisogno di un “Piano B” nel caso in cui la Terra diventi inabitabile. Ma se tali sforzi avessero successo, la trasformazione sociale che ne deriverebbe sarebbe profonda, forse la più significativa dai tempi della colonizzazione delle Americhe e della rivoluzione industriale. Un’ulteriore estensione del dominio dell’umanità sulla natura comporta ogni sorta di rischi, opportunità e contraddizioni, ma deve essere considerata in una prospettiva storica e non moralistica.Il ritorno di una visione storica così grandiosa, qualunque ne sia la motivazione, implica un’innovazione senza precedenti nei campi della biotecnologia e della robotica; implica forme avanzate di energia nucleare e di intelligenza artificiale . Nelle attuali condizioni, queste saranno utilizzate a beneficio del capitale e per il dominio di uomini, donne e natura. Ma in condizioni diverse, hanno un potenziale incredibile per ampliare la portata della libertà dell’umanità.Il rischio è che il futurismo MAGA, uno dei pochi futurismi popolari oggi, offra poco più di un’altra distopia capitalista in veste utopica. Tuttavia, vale la pena ricordare che, sebbene le fabbriche e le ferrovie del XIX secolo fossero forgiate in condizioni infernali, i socialisti vi vedevano comunque i semi di un futuro migliore. Ciò che viene usato per opprimere e sfruttare in un certo contesto potrebbe, in un altro, essere usato per emancipare e dare potere. Ma questo richiede di credere in un futuro per cui valga la pena lottare.
Il New Maga Deal di Peter Navarro Winning Team Publishing, 221 pagine, $29,99
Un articolo che oscilla tra affermazioni interessanti e qualche banalità. Soprattutto sul valore taumaturgico di una parola usata ed abusata, specie in area progressista: innovazione. Si tratta, piuttosto, di creare o ricreare le condizioni di produrre capacità industriale e di superare il concetto velleitario che a garantire la superiorità e l’egemonia possa bastare il controllo finanziario e gestionale delle attività decentrate, con la conseguenza della perdita di coesione della formazione sociale di appartenenza, di controllo reale dei processi e della creazione di opportunità da parte delle élites più sagaci ed intelligenti emerse nel mondo su base nazionale. Giuseppe Germinario
Cosa farà Donald Trump se verrà rieletto a novembre? Peter Navarro, assistente senior della Casa Bianca durante la prima amministrazione Trump, offre “una guida non ufficiale” con contributi “di alcuni dei principali esperti di politica che potrebbero influenzare il secondo mandato del presidente Donald Trump”. Navarro è stato il più entusiasta sostenitore della squadra di Trump per quanto riguarda i dazi elevati sulle importazioni dalla Cina e ripropone le sue opinioni nei suoi contributi a questa sottile raccolta.
La pubblicazione del libro, avvenuta il 17 luglio, ha coinciso con la scarcerazione di Navarro per essersi rifiutato di ottemperare a un mandato di comparizione del Congresso sugli eventi del 6 gennaio. Un trafiletto di Donald Trump sulla quarta di copertina lo elogia per aver “protetto la nostra economia dall’assalto di Paesi stranieri in tutto il mondo”, aggiungendo: “Peter Navarro è un patriota che è stato trattato molto male, ma va avanti”.
Il tema centrale di Navarro “è quello di disaccoppiare completamente l’economia statunitense dalla Cina. Le sue raccomandazioni non riservano sorprese. Propone tariffe elevate sulle importazioni cinesi, un programma Buy American per gli appalti federali, restrizioni sulle attività cinesi detenute dai fondi pensione federali e “un divieto sull’importazione di dispositivi elettronici”, compresi i veicoli elettrici che potrebbero trasmettere dati alla Cina. Altre proposte avanzate nel libro includono trivellazioni aggressive per il petrolio e il gas, un rinnovato impulso all’energia nucleare, l’esplorazione dello spazio e il trattamento dei “cyber hack cinesi come atti di guerra”.
“Lo sganciamento dall’economia della Cina comunista deve essere fatto in modo strategico e intelligente”, avverte Navarro. “In troppi settori gli Stati Uniti sono troppo dipendenti dalla Cina. Laddove esistono tali dipendenze, dobbiamo muoverci più lentamente, anche se ci muoviamo più rapidamente per sviluppare catene di approvvigionamento e produzione locali per affrontare tali dipendenze”. Si tratta di una qualificazione critica, ed è un peccato che Navarro non abbia altro da dire sull’argomento. Negli ultimi quattro anni si è verificato un cambiamento tettonico nelle catene di approvvigionamento globali che rende ancora più difficile il disaccoppiamento.
Trump tratta tutto come un negoziato, dalla politica commerciale americana alla guerra in Ucraina allo status di Taiwan. L’esito di un negoziato dipende da ciò che la controparte concederà ed è incerto per costruzione. Le tariffe, osserva Navarro, non sono una panacea politica, come sembrano credere alcuni economisti della Nuova Destra, ma possono essere uno strumento di contrattazione per ottenere concessioni da altri Paesi. Egli vuole eliminare l’attuale sistema della nazione più favorita non solo per creare muri tariffari, ma “per contrastare le tariffe NPF più alte che vengono ora imposte agli Stati Uniti”. “Dietro lo scudo protettivo [dell’Organizzazione Mondiale del Commercio] della nazione più favorita”, ha aggiunto, “i partner commerciali americani, che fanno i parassiti, hanno pochi o nessun incentivo a venire al tavolo delle trattative per negoziare tariffe più basse e fornire ai produttori e ai lavoratori americani un campo di gioco molto più equo”.
“Le tariffe fanno due cose”, ha detto Trump in unaintervista a Bloomberg del 17 luglio. “Dal punto di vista economico, è fantastico. E, cavolo, è un bene per i negoziati? Ho avuto ragazzi, ho avuto Paesi potenzialmente molto ostili che sono venuti da me e mi hanno detto: “Signore, la prego, si fermi con le tariffe. Si fermi”. Farebbero qualsiasi cosa. Non hanno nulla a che fare con l’economia, farebbero… Sai, non c’è solo l’economia, ci sono anche altre cose, come non fare la guerra. O non voglio che entriate in guerra in un altro posto”.
Il pensiero di Trump è più flessibile di quello del suo ex consigliere per il commercio. In un discorso a Youngstown, Ohio, il 18 aprile, l’ex presidente ha avvertito che non avrebbe permesso alle aziende cinesi di costruire EV in Messico per esportarli negli Stati Uniti, causando un “bagno di sangue” nell’industria automobilistica statunitense. “Se vogliono costruire uno stabilimento in Michigan, in Ohio, in South Carolina, possono farlo, utilizzando lavoratori americani”, ha aggiunto l’ex presidente. “Non possono mandare qui lavoratori cinesi, cosa che a volte fanno. Ma se vogliono farlo, sono i benvenuti, giusto?”. Ha ribadito l’invito nell’intervista citata da Bloomberg.
Il più grande produttore cinese di veicoli elettrici BYD (Warren Buffett è stato uno dei primi investitori) vende la sua Seagull compact a soli 9.500 dollari in Cina. Secondo Trump, non ci dovrebbe essere un compromesso tra i veicoli elettrici a basso costo per i consumatori americani e i posti di lavoro nel settore automobilistico ad alta retribuzione per i lavoratori americani, non se i lavoratori americani possono produrre i veicoli elettrici.
Abbinare le restrizioni alle importazioni a un invito agli investimenti cinesi ha un precedente nella risposta del Presidente Ronald Reagan alla concorrenza automobilistica giapponese negli anni Ottanta. Washington impose una quota fissa sulle importazioni giapponesi, ma incoraggiò i giapponesi ad aprire stabilimenti in patria, a vantaggio dei consumatori statunitensi e dell’industria automobilistica, che imparò dai più efficienti produttori giapponesi. Alti funzionari del governo ungherese mi hanno riferito che il Primo Ministro Viktor Orbán ha proposto un’idea simile a Trump.
Si potrebbe obiettare che gli impianti EV cinesi in South Carolina implicano un certo grado di riaccoppiamento con la Cina. Per Trump, le parole d’ordine contano meno dei risultati. Che ci sia meno globalizzazione o più globalizzazione, Trump vuole un risultato che favorisca gli americani.
Come osserva Navarro, il deficit commerciale dell’America è ora più grande che mai (in termini assoluti; è circa il 4,2% del prodotto interno lordo oggi, rispetto a più del 6% del PIL poco prima del crollo finanziario del 2008). Quando Trump ha lasciato il suo incarico, il deficit commerciale degli Stati Uniti in termini di beni ammontava a 800 miliardi di dollari, mentre ora si attesta su un tasso annuo di 1.200 miliardi di dollari. Ciò non è dovuto all’ostilità del presidente Biden nei confronti degli idrocarburi; gli Stati Uniti hanno esportato 10,2 milioni di barili al giorno di petrolio nel 2023, rispetto ai soli 6,2 milioni del 2018. Invece, l’aumento dei trasferimenti dell’amministrazione Biden ha creato un’ondata di domanda di beni esteri. Gli sgravi fiscali alle imprese di Trump sono rimasti in vigore, ma le imprese statunitensi non hanno aumentato la produzione per soddisfare la domanda.
Le importazioni statunitensi dal Sud globale sono invece aumentate, con il Messico in testa. L’impennata delle importazioni statunitensi dal Sud globale è dipesa a sua volta da un enorme aumento delle esportazioni cinesi verso i partner commerciali americani. Questo vale tanto per l’India e il Messico quanto per il Vietnam e l’Indonesia. Da quando la pandemia ha scosso l’economia mondiale nel 2019, la Cina ha quasi raddoppiato le sue esportazioni verso il Sud globale; ora vende più alle economie in via di sviluppo che a tutti i mercati sviluppati messi insieme.
Studi della Banca Mondiale, della Banca dei Regolamenti Internazionali e del Fondo Monetario Internazionale documentano questa trasformazione: La Cina vende beni strumentali e componenti al Sud globale, e il Sud globale assembla i beni per la vendita finale negli Stati Uniti. Il dazio del 25% imposto dall’amministrazione Trump sulla maggior parte delle importazioni cinesi ha messo in moto una vasta riorganizzazione del commercio mondiale che ha reso gli Stati Uniti più dipendenti, anche se indirettamente, dalle catene di approvvigionamento cinesi.
La situazione dell’America ricorda la vignetta dell’Apprendista Stregone nel cartone animato del 1940 Fantasia. Topolino incanta una scopa per trasportare l’acqua dal pozzo e questa procede a inondare la casa. Topolino prende un’ascia e spacca la scopa in decine di pezzi, da ognuno dei quali spuntano braccia che portano l’acqua dal pozzo. Al posto di un’inondazione di importazioni dalla Cina, ora abbiamo una dozzina di Paesi che inondano il nostro mercato interno.
Le radici di questa trasformazione risalgono alla Belt and Road Initiative cinese, annunciata più di dieci anni fa. I leader cinesi sapevano che la forza lavoro del Paese si sarebbe ridotta e hanno deciso di sfruttare la manodopera di centinaia di milioni di persone nel Sud globale, iniziando dal Sud-Est asiatico ma estendendosi presto all’America Latina. La Cina ha fornito prima infrastrutture digitali e di trasporto e poi fabbriche, tra cui nuovi impianti EV in Brasile, Messico, Thailandia e Turchia. I dazi di Trump e l’impennata della domanda di beni cinesi hanno dato ulteriore impulso alla Lunga Marcia della Cina attraverso il Sud globale.
Quali sono le dipendenze dell’America e quanto costerà eliminarle? Una stima approssimativa è di 1.000 miliardi di dollari in nuove attrezzature industriali e circa altrettanto in nuovi impianti e infrastrutture industriali. Le dipendenze critiche non si limitano alle terre rare e ai prodotti farmaceutici essenziali. Gli Stati Uniti importano più di 30 miliardi di dollari all’anno di apparecchiature per la generazione e la trasmissione di energia elettrica per le utility americane, articoli che pochi o nessun produttore americano produce ancora. Una base industriale americana che non riesce a produrre abbastanza proiettili di artiglieria per rifornire l’Ucraina avrà difficoltà a sostituire una vasta gamma di prodotti industriali per i quali dipendiamo, direttamente o indirettamente, dalla Cina.
La cosiddetta produzione flessibile, che utilizza controlli computerizzati per riconfigurare rapidamente gli impianti di fabbrica, può aiutare. Ma lo sforzo nazionale dell’America in questo settore è tra l’esile e l’inesistente. Per la prima volta nella storia americana, importiamo la maggior parte dei nostri beni capitali. Se vogliamo produrre di più e ridurre le importazioni, dobbiamo prima acquistare beni capitali. Ma la nostra dipendenza dai beni capitali stranieri significa che dovremo prima importare di più per poter produrre di più e importare di meno in futuro. Questo rende le tariffe doganali una scelta sbagliata come strumento politico. L’astinenza a freddo dalla dipendenza dalle importazioni ci ucciderà.
Navarro non propone un approccio così semplicistico. Non vuole escludere l’America dal resto del mondo, ma ottenere una leva per far sì che il resto del mondo giochi in modo equo con gli esportatori statunitensi. Eppure, a sentire alcuni populisti trumpiani, si potrebbe pensare che le tariffe siano il punto fermo della strategia industriale;
Il fatto è che la Cina oggi laurea più ingegneri e installa più robot industriali del resto del mondo messo insieme, e sembra aver superato gli Stati Uniti nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale al settore manifatturiero, almeno in progetti di alto profilo come il nuovo impianto completamente automatizzato di Xiaomi, in grado di produrre un nuovo smartphone al secondo. Ridurre la dipendenza dalla Cina e creare posti di lavoro ben retribuiti in patria è l’obiettivo giusto, ma il percorso potrebbe andare a zig zag e tornare su se stesso. Il percorso più breve per raggiungere l’autosufficienza produttiva potrebbe richiedere l’importazione di alcune tecnologie produttive avanzate cinesi.
Il volume di Navarro offre proposte sensate per l’istruzione, la gestione del territorio, la produzione di energia elettrica, l’esplorazione dello spazio e il contenimento delle Big Tech, tra gli altri argomenti. L’enfasi unilaterale sul commercio, tuttavia, lascia poco spazio al fattore decisivo del passato successo economico americano, ovvero l’innovazione. All’apice del programma Apollo, nel 1965, 1 dollaro su 8 spesi dal governo federale era destinato alla ricerca e allo sviluppo. Oggi è circa 1 dollaro su 50. L’America ha inventato l’era digitale per vincere la guerra fredda. La Cina è un concorrente più formidabile di quanto non lo sia mai stata l’Unione Sovietica. Nella prima amministrazione Trump è mancato l’impegno strategico per la superiorità tecnologica.
Molti dei posti di lavoro che l’America ha perso a favore della Cina negli anni 2000 – nel settore tessile, dei mobili e dell’industria leggera – stanno ora lasciando la Cina per l’Indonesia, il Vietnam e altri luoghi a basso costo. Non possiamo tornare indietro. La politica industriale ha funzionato per gli Stati Uniti solo al servizio di un motore di difesa ad alta tecnologia, quando le esigenze di sicurezza nazionale ci costringono a innovare.
Un articolo importante, che coglie alcuni aspetti delle dinamiche, ma che meriterebbe ulteriori approfondimenti e precisazioni. Per tutta una prima fase delle politiche economiche europee, che per altro ha riguardato tutti i decenni passati sino a pochi anni fa, il settore agricolo è stato sacrificato ed offerto come merce di scambio delle esportazioni del settore industriale e del controllo finanziario nelle aree periferiche ed ex-coloniali, nonché delle logiche geopolitiche che hanno guidato surrettiziamente l’Unione Europea. Le principali vittime sono state le economie agricole dei paesi europei mediterranei, sino a sacrificare interi territori montani e collinari, in una sorta di scambio teso a valorizzare e polarizzare le economie dell’Europa Centrale e Settentrionale ai danni di quella meridionale e di una loro industrializzazione complementare. Adesso è arrivato il turno delle economie agricole una volta privilegiate, in parte per le fisime dogmatiche dell’ambientalismo, in parte per l’assenza del criterio di garanzia di sovranità, compresa quella alimentare, nelle politiche comunitarie e, soprattutto, per garantire l’invasività delle grandi produzioni agricole di base statunitensi ed una compensazione dei costi delle politiche egemoniche statunitensi nel mondo sulle spalle degli europei. Politiche che stanno innescando una concentrazione ulteriore delle proprietà terriere nella quale, ancora una volta, è ben presente lo zampino statunitense. Un discorso a parte meriterebbe la dipendenza tecnologica ed esistenziale, sino al rischio di una vera e propria spoliazione, dalla chimica e dalle tecnologie genetiche delle quali le multinazionali statunitensi detengono il predominio sino alla pretesa di determinare la regolazione giuridica e normativa delle forniture. Buona lettura, Giuseppe Germinario
Negli ultimi mesi, massicce proteste degli agricoltori hanno investito i paesi europei. Sebbene queste manifestazioni siano spesso una reazione alle politiche specifiche del paese, riflettono una più ampia resistenza contro l’agenda climatica e ambientale dell’Unione europea, in particolare il Green Deal europeo. Gli agricoltori sostengono che queste politiche minacciano la sostenibilità delle aziende agricole di piccole e medie dimensioni, offrendo allo stesso tempo benefici ambientali minimi, e hanno ragione . Tuttavia, le pressioni cui devono far fronte gli agricoltori europei si estendono ben oltre la relativamente recente svolta “verde” dell’Unione Europea. La realtà è che gli agricoltori in Europa lottano da anni con problemi sistemici, come l’aumento dei costi, l’eccessiva regolamentazione e, soprattutto, la concorrenza sleale guidata dal regime di libero scambio dell’UE.
L’Unione Europea è una potenza agricola globale, con un valore della produzione superiore a 500 miliardi di dollari, ed è anche uno dei maggiori esportatori mondiali di prodotti agroalimentari. Il blocco è ampiamente autosufficiente nella maggior parte dei prodotti primari agricoli, producendo abbastanza per soddisfare le esigenze di consumo interno e spesso generando surplus per l’esportazione. In effetti, quando si tratta di agricoltura, l’Unione Europea esporta molto più di quanto importa e lo fa da più di un decennio, determinando un surplus commerciale considerevole.
Si può quindi concludere che il settore agricolo dell’UE è in ottima forma – e, in effetti, in termini economici aggregati lo è. La produzione agricola nel blocco è in costante crescita da anni, e ciò si riflette nella costante crescita dei redditi agricoli.
Allora di cosa si lamentano gli agricoltori? La risposta sta nel fatto che, anche se il settore nel suo insieme sta andando bene, la maggior parte degli agricoltori non va bene. Nell’Unione Europea ci sono circa 9 milioni di aziende agricole. La maggior parte di queste sono piccole: quasi due terzi delle aziende agricole del blocco hanno una superficie inferiore a 12 acri, ma rappresentano solo il 5% circa di tutti i terreni agricoli utilizzati. All’altra estremità della scala di produzione, solo il 7,5% delle aziende agricole dell’UE sono grandi o molto grandi (120 acri o più), ma costituiscono quasi il 70% di tutta la terra.
“I terreni agricoli sono concentrati nelle mani di un numero relativamente piccolo di aziende molto grandi”.
In altre parole, la maggior parte dei terreni agricoli dell’UE è concentrata nelle mani di un numero relativamente piccolo di aziende molto grandi, molte delle quali sono grandi imprese. Solo queste aziende agricole hanno livelli di produzione sufficientemente grandi da generare redditi significativi. Ciò spiega perché le piccole aziende agricole in tutta Europa stanno scomparendo . Negli ultimi 20 anni, il numero di aziende agricole nell’Unione europea è sceso oggi a circa 9 milioni, rispetto ai 14,5 milioni del 2005. Allo stesso tempo, è cresciuto il numero delle aziende agricole di grandissime dimensioni (con una superficie superiore a 200 acri). in modo significativo, di oltre il 20%.
In termini strettamente economici, questo processo di consolidamento ha reso il settore agricolo dell’UE più produttivo ed efficiente, poiché le aziende agricole più grandi sono più industrializzate e ad alta intensità di capitale e possono fare affidamento su economie di scala per raggiungere livelli di produzione più elevati. Ma le piccole aziende agricole forniscono un’ampia gamma di vantaggi economici e sociali che parametri come la produzione non riescono a cogliere: svolgono un ruolo chiave nel mantenere in vita le aree rurali remote mantenendo i servizi e le infrastrutture sociali; sostengono l’occupazione rurale; aiutano a preservare l’identità dei prodotti regionali; proteggono le caratteristiche del paesaggio.
Più fondamentalmente, non è affatto chiaro che gli incrementi di produttività offerti da un maggiore consolidamento stiano rendendo il settore agricolo dell’UE più resiliente nel lungo periodo, soprattutto in termini di sicurezza alimentare. Come notato, l’Unione Europea è ampiamente autosufficiente nella maggior parte dei prodotti agricoli primari – la maggior parte dei tipi di carne, latticini, frutta e verdura e la maggior parte dei cereali – e non è eccessivamente dipendente dalle importazioni, la cui interruzione potrebbe mettere a repentaglio l’approvvigionamento alimentare. In altre parole, il blocco gode di un elevato grado di sovranità alimentare, che riflette l’ attenzione originaria della Politica Agricola Comune dell’UE sull’autosufficienza.
Esistono però importanti eccezioni: in particolare, l’Unione Europea è fortemente dipendente dai semi oleosi (soprattutto soia) e dalle farine per l’alimentazione animale. Altri prodotti per i quali l’Unione Europea non è autosufficiente includono colture proteiche, mais, oli vegetali, zucchero e alcuni tipi di frutta e verdura. Per molti prodotti primari, l’autosufficienza è andata diminuendo negli ultimi due decenni, poiché il blocco si è lentamente spostato dalla produzione di beni agricoli primari di basso valore, ma essenziali, verso la produzione di beni di alto valore, ma non essenziali. , prodotti agroalimentari trasformati.
Ciò è principalmente il risultato di due fattori: la crescente influenza dell’ideologia del climatismo, a seguito della quale la produzione agricola (il secondo maggior contributore alle emissioni di gas serra) è gradualmente diventata un tabù in Europa; e un approccio dogmatico e obsoleto al commercio.
Il libero scambio è uno dei principi fondanti dell’Unione Europea. Oggi, il blocco vanta il più grande regime di libero scambio al mondo, con 42 accordi di libero scambio che coprono 74 paesi partner sparsi nei cinque continenti. Questa rete si è espansa in modo significativo negli ultimi dieci anni e sono in corso trattative con altri partner commerciali, tra cui India, Australia e il blocco Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay). In linea con l’obiettivo originario della Politica Agricola Comune sull’autosufficienza, l’Unione Europea ha inizialmente adottato un approccio relativamente protezionistico al commercio agricolo; tuttavia, negli ultimi 20 anni, l’inclusione dell’agricoltura nella rete sempre crescente di accordi di libero scambio del blocco ha gradualmente esposto il mercato agricolo dell’UE alla crescente concorrenza internazionale.
Secondo i mandarini di Bruxelles, l’impatto del libero scambio è quasi inequivocabilmente positivo, anche per l’agricoltura. Ma questa affermazione regge ad un esame accurato? Negli ultimi due decenni, la bilancia commerciale agricola dell’Unione Europea è migliorata. Tuttavia, non è chiaro in che misura gli accordi di libero scambio del blocco abbiano contribuito a ciò. Se esaminiamo l’evoluzione della bilancia commerciale complessiva del blocco in beni e servizi con i paesi partner dopo l’entrata in vigore (o l’applicazione provvisoria) di questi accordi di libero scambio, non emerge alcun modello chiaro. In alcuni casi, la bilancia commerciale è migliorata; in altri è peggiorato; e in altri ancora è rimasto sostanzialmente invariato.
“Gli agricoltori stranieri possono utilizzare pesticidi tossici”.
In ogni caso, gli agricoltori europei hanno ragioni per opporsi a questi accordi, dato che i paesi partner tendono ad avere standard ambientali, sanitari e sociali inferiori, nonché un costo del lavoro inferiore, rispetto all’Unione Europea. In effetti, gli accordi di libero scambio dell’UE generalmente non contengono “clausole speculari” che impongano agli esportatori agricoli stranieri di conformarsi agli standard europei su questioni quali l’uso di pesticidi, l’alimentazione animale, le misure sanitarie e fitosanitarie e il benessere degli animali. Questa mancanza di reciprocità – o disallineamento normativo – significa che agli agricoltori stranieri è consentito utilizzare pesticidi tossici nella loro produzione agricola, aggiungere farine animali ai mangimi e somministrare antibiotici che stimolano la crescita al loro bestiame, tutte cose che sono vietate o vietate. limitato nell’Unione Europea. Requisiti normativi meno rigorosi offrono agli agricoltori stranieri un grande vantaggio in termini di costi, soprattutto se abbinati a costi di manodopera più bassi – o a condizioni di lavoro di vero e proprio sfruttamento – spesso riscontrati nelle nazioni meno sviluppate.
Ciò è discutibile dal punto di vista etico e della protezione dei consumatori. Ma c’è un motivo economico per farlo? L’argomentazione solitamente avanzata dai sostenitori della liberalizzazione del commercio è che essa aumenta la sicurezza alimentare dell’Europa garantendo nuove catene di approvvigionamento. Nel breve termine questo è certamente vero. Ma hanno ragione gli agricoltori ad affermare che ciò sta danneggiando i produttori europei? E, se sì, cosa significa questo per la sicurezza alimentare dell’Europa nel lungo termine?
L’Unione Europea ha adottato un modello commerciale che privilegia l’importazione di prodotti agricoli primari e l’esportazione di prodotti alimentari trasformati. Gran parte di ciò che importa l’UE è costituito da prodotti agricoli che non possono essere coltivati nelle zone climatiche europee, come i prodotti tropicali. Tuttavia, la maggior parte dei prodotti importati competono direttamente o indirettamente con prodotti che vengono coltivati estensivamente in Europa – spesso in quantità sufficienti a soddisfare il consumo interno – o che potrebbero potenzialmente essere coltivati in quantità molto maggiori.
In che misura l’espansione del regime di libero scambio dell’UE ha contribuito alla scomparsa delle piccole aziende agricole in tutto il blocco negli ultimi due decenni? Le valutazioni d’impatto ufficiali sono poche e rare, e tutti i dati che contraddicono la narrativa ufficiale tendono ad essere pesantemente ignorati. Tuttavia, uno dei pochi studi incentrato specificamente sull’impatto delle importazioni agroalimentari sulla produzione agricola dell’UE (nel periodo 2005-2018), pubblicato dalla Commissione europea due anni fa, ha rilevato che “l’impatto delle importazioni agroalimentari era principalmente complementare ma anche competitivo, sostituendo la produzione dell’UE per un numero limitato di prodotti”.
Il rapporto concludeva che, nella misura in cui “le importazioni hanno avuto un impatto limitato, anche se non trascurabile, sulla produzione agricola dell’UE”, la liberalizzazione del commercio e le crescenti importazioni agroalimentari erano “fattori che hanno contribuito” ai cambiamenti strutturali osservati nel settore agricolo del blocco. compresa la diminuzione del numero complessivo di aziende agricole e la crescente concentrazione. Tuttavia, l’impatto degli accordi di libero scambio conclusi finora sul settore agricolo dell’UE probabilmente impallidirà in confronto a quello dei numerosi accordi in fase di negoziazione o in attesa di piena attuazione, in particolare gli accordi UE-Mercosur e UE-Canada, entrambi che coinvolgono le maggiori potenze agricole.
Un recente rapporto della Commissione europea ha valutato il potenziale impatto di 10 accordi di libero scambio recentemente conclusi o in fase di negoziazione ed è giunto ad alcune conclusioni preoccupanti. Si prevede che le importazioni agricole da paesi con standard normativi e di benessere animale significativamente più bassi aumenteranno in modo significativo, in particolare quando si tratta di carne bovina e pollame. Si prevede che la produzione nazionale diminuirà di conseguenza, a causa della crescente concorrenza, con conseguente crescente dipendenza dalle importazioni.
Non sorprende quindi che gli agricoltori europei abbiano posto l’opposizione agli accordi di libero scambio dell’UE in prima linea nelle loro lotte, e che i governi stiano seguendo l’esempio. A marzo la grande maggioranza dei senatori francesi ha votato contro la ratifica dell’accordo tra l’UE e il Canada, uno dei più controversi fino ad oggi. Nel frattempo, il governo francese continua a opporsi all’accordo UE-Mercosur. È prevedibile che iniziative come questa si moltiplichino man mano che il movimento degli agricoltori europei continua a espandersi in tutto il continente.
La situazione si sta rivoltando contro il libero scambio, ed è giusto che sia così. L’attuale approccio dell’Europa al commercio e all’agricoltura è profondamente imperfetto. Esclude dal mercato i produttori agricoli nazionali (soprattutto di materie prime primarie) e amplifica la dipendenza dalle importazioni per i prodotti che non soddisfano gli stessi standard di quelli originari dell’Europa, tutto in nome dei profitti a breve termine e degli ideali “verdi” che fallire anche alle loro dubbie condizioni. Questo modello non è dannoso solo per gli agricoltori e i consumatori, ma anche per la sicurezza alimentare a lungo termine del continente.
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Una giuria ha dichiarato Donald Trump colpevole di tutti i 34 capi d’accusa che ha dovuto affrontare a Manhattan. Tutti, compreso il procuratore Alvin Bragg, sono sembrati un po’ sorpresi. La sentenza è prevista per l’11 luglio, poco prima della Convention nazionale repubblicana, e Trump potrebbe rischiare fino a quattro anni di carcere. Tuttavia, la politica della sindrome di derangement di Trump ha un problema di inflazione. Proprio come l’inflazione monetaria distrugge il valore, anche i colpi legali contro Trump sembrano avere sempre meno valore reale quanto più si accumulano.
Trump è stato il primo presidente degli Stati Uniti a essere sottoposto a impeachment per due volte e il primo presidente degli Stati Uniti a essere incriminato in quattro casi distinti. Prima della condanna per denaro sporco, Trump aveva già perso in tribunale sia con l’attrice pornografica Stormy Daniels che con la giornalista di consigli E. Jean Carroll. Ognuna di queste sconfitte sarebbe stata un’umiliazione che avrebbe distrutto la carriera di qualsiasi altro politico della storia americana. Ma in qualche modo, il Teflon Don continua ad andare avanti.
Subito dopo la storica condanna, Trump ha rilasciato una dichiarazione di sfida che si è trasformata in un discorso di circostanza. Da lì, si è recato a una raccolta fondi. Nel frattempo, la pagina delle donazioni della campagna di Trump si è bloccata dopo essere stata sommersa dalle donazioni in entrata. Il sito web rilanciato ora presenta la famosa foto segnaletica dell’ex presidente nella contea di Fulton. Un sondaggio PBS NewsHour/NPR/Marist pubblicato poco prima del verdetto ha rilevato che il 67% degli intervistati ha dichiarato che una condanna non cambierebbe il loro modo di votare.
Detto questo, la condanna di Trump per manomissione di documenti ai fini della manipolazione elettorale non è affatto una buona notizia per lui. Come indicano i risultati dei sondaggi, a molti non piacerà. Resta da vedere come gli indipendenti e gli elettori indecisi risponderanno al primo candidato condannato.
Parte dell’inflazione da derangement di Trump è costituita da bolle di notizie distinte per partigianeria. Sono rimasto scioccato dal numero di persone liberali e di sinistra che pensano che le cause contro Trump non siano in alcun modo motivate politicamente e, in almeno un caso, coordinate. Un socialista democratico molto intelligente, che sembrava imbarazzato dalla qualità antisportiva delle azioni legali contro Trump, mi ha assicurato che tutto ciò è il risultato di procuratori egomaniaci a caccia di titoli, non coordinati tra loro. Come la maggior parte delle persone di sinistra con cui ho parlato, questa persona non sapeva nulla di come i membri di una squadra del Dipartimento di Giustizia si fossero incontrati con i collaboratori dell’amministrazione Biden prima dell’irruzione a Mar-a-Lago per il caso dei documenti riservati di Trump, come dimostrano i registri dei visitatori della Casa Bianca.
La maggior parte della sinistra non conosce nemmeno i dettagli del lavoro da 83.000 dollari al mese di Hunter Biden per Burisma, la losca azienda energetica ucraina, che ha tenuto anche mentre suo padre, allora vicepresidente e uomo di punta dell’amministrazione Obama sull’Ucraina, faceva pressioni sul governo di Kiev affinché licenziasse un procuratore che stava perseguendo Burisma per corruzione. Joe Biden si è poi vantato in un video di aver fatto licenziare quel procuratore.
Allo stesso modo, la maggior parte dei liberali e delle persone di sinistra con cui parlo ha imparato a ricordare la soppressione dell’articolo del New York Postsul portatile di Hunter Biden, che includeva prove di Hunter che organizzava un incontro tra i dirigenti di Burisma e suo padre (che, di nuovo, all’epoca era l’uomo di punta di Obama sull’Ucraina). Quando la storia è stata pubblicata, Facebook ne ha ridotto la diffusione in attesa del “fact-checking”, anche se non ha fatto nulla di simile nel caso di innumerevoli storie anti-Trump che si sono rivelate false.
Twitter, nel frattempo, lo ha vietato del tutto, anche per quanto riguarda la condivisione nei messaggi privati diretti, sospendendo al contempo l’account del Post, il più antico quotidiano americano pubblicato ininterrottamente. Questa censura, come ora sappiamo, è avvenuta in un contesto di intenso coordinamento tra i dirigenti di Twitter, le campagne politiche e l’apparato di sicurezza federale, con l’FBI che ha rifiutato di avvertire Twitter che il laptop era reale, anche se ha avvertito i dirigenti di diffidare di una presunta operazione russa di “hack-and-dump” in vista delle elezioni del 2020. invitando alla soppressione. Se si tira fuori tutto questo, si viene accusati di “qualunquismo”.
E così coloro che sono impantanati nel Trump Derangement non riescono a vedere ciò che molti altri vedono: un oltraggioso doppio standard che trascura la corruzione della famiglia Biden e non lascia nessuna accusa non perseguita contro Trump. Coloro che non vedono il doppio standard non hanno nemmeno idea di quanto sia esasperante per molte persone che lo vedono. È così palesemente ingiusto che probabilmente sta aiutando Trump a guadagnare livelli di sostegno senza precedenti tra gruppi di elettori democratici storicamente forti come i membri dei sindacati, gli uomini afroamericani, i latinos e i giovani.
Mentre tutti assistevano allo spettacolo in aula, l’amministrazione Biden ha autorizzato l’Ucraina a utilizzare i sistemi d’arma americani per colpire alcuni obiettivi all’interno della Russia. Questo segna un cambiamento significativo nella politica degli Stati Uniti e molto probabilmente una nuova fase della guerra. Vladimir Putin cercherà probabilmente un modo corrispondente per inasprire la situazione. Nel frattempo, le persone che prestano attenzione alle parole di Trump lo sentono promettere di porre fine alla guerra in Ucraina.
Molti sostenitori di Trump con cui ho parlato prevedono la ribellione. Pensano che non importa chi vincerà la corsa presidenziale, l’altra parte si ribellerà. Mi sembra una fantasia. O come un desiderio mascherato da paura. Le azioni federali contro i manifestanti del 6 gennaio hanno insegnato ai sostenitori del MAGA più accaniti che ci sono conseguenze molto gravi per qualsiasi cosa che assomigli a una ribellione.
Se Trump vincerà, ci saranno persone molto potenti nell’establishment della difesa e nel più ampio ambiente dello Stato profondo che saranno molto scontente. Getteranno sabbia negli ingranaggi, come hanno fatto durante i primi quattro anni di Trump. Ma ho difficoltà a vedere gli ascoltatori di NPR erigere barricate e bruciare pneumatici. In effetti, c’è qualcosa di impotente in questo momento. Come uno di quei brutti sogni in cui si tirano pugni per poi scoprire che le braccia sono intorpidite, formicolanti e addormentate.
Ma resta il fatto che nessuno vuole essere un criminale condannato e che a molti elettori di contee e Stati in bilico non piacerà il fatto che Trump sia stato condannato per 34 reati. A meno che qualcuno non uccida Trump, a novembre scopriremo a che cosa serve tutta questa azione legale.