L’Italia alla prova del coronavirus (e degli avvoltoi) di Patriottismo Costituzionale

L’Italia alla prova del coronavirus (e degli avvoltoi)

di Patriottismo Costituzionale

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
(…)
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai

 

Dal punto di vista più strettamente sanitario, il pericolo del coronavirus è rappresentata dalla grande velocità di contagio nella forma di areosol associata all’alta percentuale di contagiati che hanno bisogno di cure specialistiche. Si parla di una percentuale del 10-15-20%. Nessun sistema sanitario al mondo può reggere un peso simile.

Fino alla produzione del vaccino l’unico rimedio è quello di rallentare il contagio. Questo obiettivo è reso molto complesso dal fatto che, come già scritto, il coronavirus si diffonde per aerosol, come spiega il professor Marc G. Wathelet, noto virologo che ha guidato un gruppo di studio sulla SARS, che può diffondere il virus su grandi distanze e tra persone che non interagiscono faccia a faccia.

L’unica soluzione quindi è quella cinese: fermarsi. A meno che non si sia disposti a sopportare una ecatombe.

E qui sta il punto.

Il coronavirus sta facendo saltare in aria il sogno globalista di un unico mercato mondiale dove capitali, merci e forza lavoro si muovono ininterrottamente e senza incontrare ostacoli secondo le convenienze del capitale e dei suoi profitti. Un mondo da sogno in cui le catene della produzioni si dislocano laddove i costi sono minori per poi spostare le merci laddove la domanda è maggiore. Un mondo dove sembrava possibile la realizzazione del grande sogno del capitalista: vivere sotto l’unica legge dell’accumulazione di ricchezza e potere, slegato completamente da qualsiasi altra considerazione e freno che riguardino uomini, comunità e luoghi. In questi giorni tutto questo sta crollando, e il grande capitale deve trovarsi un luogo e accettare nuovamente di arrivare a compromessi con uomini e comunità.

Se il mondo nato negli anni Ottanta del secolo scorso sta crollando, uno nuovo dovrà pur nascere. Non sappiamo come sarà. Siamo a una biforcazione della storia: potremmo procedere avanti e superare le contraddizioni di un modello produttivo, politico e sociale che ormai non ha più nessuna soluzione in positivo da offrire all’umanità; oppure potremmo rivelarci talmente svuotati di vitalità, saggezza e intelligenza da rimanere prigionieri di un sistema che ha bisogno di disastri, guerre e immani distruzioni per poter ripartire.

Il coronavirus sta rivelando chiaro e nitido che abbiamo bisogno di uno stato. È allo stato e ai suoi bracci operativi che in questo momento i cittadini di ogni paese si rivolgono per avere protezione e sicurezza. E sono gli stati che in questi decenni hanno mantenuto un ruolo e una presenza robusta nella protezione sociale e nell’economia ad avere maggiore successo nella lotta al diffondersi dell’epidemia. Dove invece lo stato è stato sottoposto all’attacco dell’ideologia neoliberista che gli assegnava il ruolo di semplice regolatore e facilitatore della concorrenza privata, lì ha rivelato tutta la difficoltà a cambiare passo e assumersi responsabilità che pensava di non doversi più assumere, perché “il privato sa fare meglio di lui”.

Il coronavirus sta spingendo gli stati e i governi ad ampliare la propria sfera di controllo e a limitare le normali libertà personali dei suoi cittadini. Come in uno stato di guerra. E proprio questa è la nostra situazione attuale. Siamo in guerra. Una guerra atipica, strana, surreale, dove c’è un nemico chiaro anche se così microscopico che non si vede a occhio nudo, e tanti nemici nascosti e non dichiarati che però si vedono benissimo, ci stanno molto vicino. Anzi, li abbiamo proprio in casa ai massimi vertici della macchina statale. Il coronavirus, infatti, sta indirettamente rivelando con chiarezza il muso da sciacallo e il becco da avvoltoio dei nostri fratelli europei che per sfruttare appieno le nostre difficoltà anticipano la riunione dell’Eurogruppo per l’approvazione del MES. Ma sta anche evidenziando la contraddizione di un governo che, da una parte, mostra i muscoli imponendo una sorta di legge marziale ai suoi cittadini (necessaria, peraltro) e, dall’altra, persiste imperterrito nella sua politica di sottomissione allo straniero e cessione di sovranità a favore della Unione europea, alias Germania.

Il coronavirus sta mettendo in rilievo in tutta la sua evidenza l’opposizione tra due modelli economici: il primo basato sulla pianificazione da parte del grande capitale finanziario e monopolistico privato, che governa stati e popoli attraverso la paura del fantasma dei mercati, lo stuzzicamento continuo del desiderio e l’indottrinamento alla religione della competizione e del merito attraverso il totale controllo dei mezzi di comunicazione di massa; il secondo basato sul concetto di economia mista, dove libera impresa e imprese pubbliche convivono e si integrano sotto la direzione e la regia di uno stato che controlla i settori strategici, la moneta e quindi la finanza. La realtà di questi giorni sta rivelando tutto il pericoloso irrealismo fallimentare del primo modello e tutta la necessità storica del secondo. Resta tutto da vedere verso quale stato e verso quale cittadinanza ci stiamo dirigendo. Ma questo è un altro discorso.

Come ne usciremo noi Italiani? Anche in questo caso siamo a un bivio: potremmo essere alla vigilia di un nuovo 8 settembre, oppure alla prova del momento le classi dirigenti italiane sapranno rivelare al loro interno risorse tenute nascoste e soffocate dalla marea liberista ed eurista di questi ultimi quaranta anni. Logica e realismo fanno purtroppo pendere la bilancia sulla prima ipotesi. Quarant’anni di selezione artificiale del personale dirigente a ogni livello (amministrazione dello stato, università, media, pensiero economico, scuola, esercito, ecc.) ci hanno portato nella condizione che chi ha in mano le leve del potere letteralmente è incapace a pensare soluzioni che evadano dal quadro concettuale vigente. Non ce la fanno. Hanno passato tutta la loro vita formativa e lavorativa in un ambiente che li ha segnati e resi inservibili.

Eppure qualche segnale di speranza c’è:

Se l’Europa continua a tentennare segnerà definitivamente la sua fine. E se lo farà … l’Italia dovrà procedere per conto proprio. (…) Dieci anni fa, in occasione di una crisi finanziaria drammatica … i soldi per salvare le banche sono stati trovati. Ora vanno trovati i soldi per salvare l’economia reale, l’economia delle imprese. (Fabio Tamburini, direttore del quotidiano economico Sole 24 Ore)

Non è tempo di chiedere conti, di chiedere al direttore Tamburini dov’era tutto questo tempo, o perché è stato necessario un evento tanto drammatico come una pandemia per costringere il padronato a cominciare a pensare di rinunciare al suo tanto caro strumento di dominio e sottomissione del mondo del lavoro italiano. O per fargli notare che i soldi per le banche non sono stati esattamente “trovati”, bensì sono stati “creati” dalle banche centrali di tutto il mondo. Non è questo il momento di polemizzare e indebolire il fronte che si sta creando a difesa della nostra indipendenza e sovranità. Verrà il tempo per i chiarimenti. E, chissà, forse avremo anche noi la nostra Norimberga.

Lentamente il governo italiano sta prendendo consapevolezza dell’entità della sfida e sta sollevando il livello degli stanziamenti per combattere la diffusione del virus e dei suoi effetti sull’economia e sul corpo sociale. Ma ancora non basta. E soprattutto non basta perché finché quei miliardi verranno stanziati all’interno delle regole contabili e finanziarie europee, finché li chiederemo ai mercati, li dovremmo ripagare in futuro noi cittadini con interessi salati nella forma di tagli, tasse, tributi e ulteriori dismissioni. Si riveleranno l’ennesima arma regalata ai nostri “fratelli” europei e ai creditori, e l’8 settembre sarà solo rinviato. Le uniche vere soluzioni sono due: o cambia radicalmente l’Ue (il che significa limitarne radicalmente i poteri e rivedere dalle fondamenta le regole di convivenza fra gli stati pienamente sovrani che ne facciano parte) o l’Italia ne esce fuori. La terza alternativa è la nostra totale sottomissione.

https://patriottismocostituzionale.blog/2020/03/13/litalia-alla-prova-del-coronavirus-e-degli-avvoltoi/?fbclid=IwAR1x8wtN-KIgjq44NqaFRJ0jZul7aFzAk5AIaEkmWuFyGYuiJt2sa3-3crg

IL CUOCO DI BORDO E BARBANERA, di Massimo Morigi

 

 

IL CUOCO DI BORDO E L’ASSALTO DEI PIRATI ALLA NAVE

 

Di Massimo Morigi

 

Oggi 13 marzo 2020 tutti i grandi organi di informazione, tutti allineati, sono indignati per le dichiarazioni del presidente della BCE Christine Lagarde di lasciare i tassi invariati e che il ruolo della BCE non è quello di fare abbassare lo spread, alle quali ha immediatamente fatta eco la “durissima” replica del Presidente della Repubblica italiana (mamma mia che impressione!) nelle quali, testuali parole, stigmatizza «L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione» (a rileggerle, scorre per la schiena un brivido di orgoglio patriottico e non aggiungiamo altro… per carità di Patria). Difficile dire se il presidente della BCE abbia compiuta una gaffe oppure abbia scientemente voluto dare una mano alla speculazione internazionale che in questa gravissima e sistemica crisi non solo epidemiologica ma economica, sociale e politica dell’Italia scommette sul crollo del paese. Per noi il migliore commento alla situazione ci viene da Stadi sul cammino della vita di Søren Kierkegaard, dove il pre-esistenzialista filosofo danese a metafora della condizione umana priva di punti riferimento scriveva: «State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.» Alle quali parole, come chiosa della situazione attuale, aggiungiamo: «E venuta a sapere della situazione della nave, i pirati stanno compiendo  l’abbordaggio».

 

 

 

 

La nave è ormai in preda al cuoco di bordo e ciò che trasmette al microfono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani.

Politica – da PensieriParole.it <https://www.pensieriparole.it/aforismi/politica/>

Søren Aabye Kierkegaard

 

 

VVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVV

 

Approvando, citando gli  Stadi sul cammino della vita di Søren Kierkegaard

 

 

 

“State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.”

Søren Kierkegaard – Stadi sul cammino della vita

 

Stadier paa Livets Vei. Studier af Forskjellige sammenbragte, befordrede til Trykken og udgivne af Hilarius Bogbinder
Autore Søren Kierkegaard
1ª ed. originale 1845
1ª ed. italiana 1993
Genere saggio
Sottogenere filosofia
Lingua originale danese

Stadi sul cammino della vita. Studi di autori diversi raccolti, dati alle stampe e pubblicati da Hilarius il Rilegatore (in danese Stadier på Livets Vej) è un’opera del filosofo Søren Kierkegaard del 1845, al cui interno vengono raccolti scritti firmati con gli pseudonimi Hilarius il Rilegatore, William Afham e Frater Taciturnus. Viene considerato una specie di continuazione della raccolta Enten-Eller che prevalentemente si occupa di vita etica e vita estetica, mentre qui l’autore si occupa di vita religiosa

 

Stages On Life’s Way: Studies by Various Persons, compiled, forwarded to the press, and published by Hilarious Bookbinder (Stadier paa Livets Vej. Studier af Forskjellige. Sammenbragte, befordrede til Trykken og udgivne af Hilarius Bogbinder)

https://www.academia.edu/24856545/Stages_on_the_way_of_life_Kierkegaard

The captain is on the bridge and the cook is in the galley. These days – as Kierkegaard used to say – we find the cook has taken the helm and is handing out orders, so we know what we are going to eat tomorrow but have no idea in which direction we are sailing.The crisis is giving rise to disquiet, because we no longer know what is on tomorrow’s menu.

 

Iuyuguy767585

AnswerRecommended for you

What is the biggest battle ever fought?

 

 

Kevin Flint, studied History

Updated February 14, 2018 · Featured on HuffPost · Upvoted by David Bliss, MA in history and Vadim Mikhnevych, Former Driver-Electrician in the Air Forces

The Battle of Vienna
So yes, there have been large and protracted actions defined as battles that have lasted weeks, months, or years. But if we want to narrow the definition of “battle” to be defined as a single uninterrupted moment of conflict (ie the classical definition of “battle”,) then September 12, 1683 is a strong contender for both number of combatants simultaneously engaged, and because at 5 PM that day there occurred what could well be the most awesome spectacle in the history of battle.

The set up: For 2 months the mighty army of the Ottoman Empire had laid siege to Vienna. And though they massively outnumbered the 15,000 defenders by 10 or 20 to 1, it was no easy task. The fortifications and walls of Vienna were some of the most modern of the era, and reinforced with 370 cannon. The Ottomans were forced to slowly whittle down the defenses by completely cutting off the city and using extensive tunneling and sapper action to reduce the walls.




The Relief: Arriving on September 11, the Polish and German relief forces had managed to quickly consolidate their fractious alliance under the leadership of the Polish King. Early the next morning, as they were still consolidating and readying their order and lines of battle, the Ottoman forces attacked. At the same time, beneath the clashing infantry, a subterranean battle was being waged as thousands of Ottoman sappers in miles of tunnels faced an army of counter sappers from the city defenders.

The counter sappers managed to delay or disarm the massive bombs intended to devastate the walls. This denied the Ottoman infantry the chance to take the city, and to assume strong defensive positions within the walls.

The Charge: Late in the afternoon, after an entire day of massive infantry battle above and below the ground, the exhausted Polish-German forces let out a cheer. For they saw that their cavalry was finally ready to engage en masse. At the top of the hill abutting the battlefield, 20,000 men on horseback had formed up. Spearheaded by 3000 Polish Hussars – the most elite and heaviest cavalry of the age – they charged. Not as individual units or in bunches, but all at once. The largest cavalry charge in human history. 20,000 horses. 80,000 hooves pounding the ground in unison. A mass of steel and flesh and muscle crashing down upon an Ottoman infantry that was worn out from 12 hours of intense fighting.

The ground did tremble. A man made earthquake. And though the Ottoman forces well outnumbered the relief army in infantry forces, this thunderous, deafening wall of cavalry carved a massive hole straight through their lines. A deep gash was cut all the way through to the supply tents and camps of the Ottomans, ripping the army into fractious pieces. Faced with this massive, unprecedented attack, the Ottoman forces collapsed, and slaughter followed. And though fighting would continue into nightfall, the greatest cavalry charge in human history had finished the battle, and solidified the Habsburg dynasty’s power in Europe.

Fun tidbit: Remember the epic siege of Gondor in Tolkien’s “The Lord of the Rings?” Many think it was inspired by the Battle of Vienna. It has many parallels, including the massive cavalry charge that finally breaks the siege just in time. Though I think it would be fair to say the Ottoman Empire was considerably more civilized than the Orc horde, their fate was quite similar.


​Edit… For those of you who enjoyed this, I just wrote another one.
Kevin Flint’s answer to What is the most ridiculous war ever fought in our history?

463.5k views

View Upvoters

View Sharers

Upvote

2.2k

Share

10

 

 

 

Il Fiero Pasto, di Giuseppe Masala

Qui sotto alcune pregnanti riflessioni di Giuseppe Masala. In questi giorni si sono susseguiti gli appelli e le stigmatizzazioni per indurre tutto il paese e le forze politiche ad adottare uno spirito unitario e di concordia nazionale indispensabile a fronteggiare l’emergenza sanitaria. Emergenza che allo stato riguarda la contagiosità piuttosto che la letalità del virus. Appelli che poggiano in gran parte su un equivoco più che mai deleterio e subordinato a dinamiche politiche potenti. La diffusione del corona virus e la gestione dell’emergenza sanitaria sono l’occasione e lo strumento per rideterminare i rapporti di forza e le relazioni geopolitiche. Da una parte il colpevole ritardo della Cina nel comunicare ed affrontare l’epidemia. Nella fattispecie vediamo che per ragioni di gestione interna e di implicita attribuzione a soggetti esterni, gli untori di turno, delle responsabilità della diffusione, tra questi numerosi paesi europei, in particolare Francia e Germania si adoperano a nascondere, minimizzare e manipolare i dati di contaminazione del virus nei propri territori nazionali; dall’altro i suddetti, spalleggiati tempestivamente dai funzionari della Unione Europea, stanno spingendo per l’approvazione definitiva entro metà marzo del MES2 ed una accelerazione della Unione Bancaria. Due trattati particolarmente deleteri per il nostro paese, in particolare nell’attuale contingenza. Una operazione di vero e proprio sciacallaggio del resto consueta nel sistema di relazioni internazionali. Per quanto riguarda le dinamiche politiche interne al paese, i provvedimenti del Governo sono comunque il frutto di pressioni, punti di vista ed interessi contrastanti; ne parleremo a tempo debito. Stanno evidenziando le crepe e le disarticolazioni delle quali soffre particolarmente il nostro apparato statale ed amministrativo. Ancora una volta anzichè a un Giuseppe, continuiamo ad assistere a più “Giuseppi”, di Mattei ne abbiamo già almeno due; bastano ed avanzano. A questo punto un Governo che si vorrebbe di “afflato nazionale”, che invoca la concordia nazionale, che cerchi piena legittimità ed autorevolezza, dovrebbe contraccambiare la richiesta di responsabilità con l’accantonamento quanto meno delle scelte più divisive del paese e delle forze politiche. Il MES2 e l’Unione Bancaria sono appunto tra le scelte più divisive e su questo le forze di governo sembrano troppo ben disposte a cedere e accondiscendere. La gestione interna dell’emergenza sta assumendo toni contraddittori e ormai grotteschi. Il virus segue certamente una logica ed una dinamica più potente delle intenzioni politiche, anche le migliori; la contraddittorietà, la comunicazione e l’uso spesso maldestri dei provvedimenti sono il frutto di un progressivo disordine istituzionale ormai ultratrentennale e di un senso civico ed uno spirito di unità nazionale quantomeno carente tanto da rendere improbo il sacrificio degli operatori impegnati nell’emergenza. Non pare proprio che questa classe dirigente, questo Governo e la stessa PdR siano in grado di contrastare queste dinamiche; ne sembrano piuttosto una espressione. Non riesce ad ottenere dai fratelli europei nemmeno forniture di mascherine, medicinali e disinfettanti, nè pare porsi il problema di cominciare a produrne in casa propria.  Pare piuttosto propensa a manipolare ad uso proprio le progressive limitazioni. Il potere è protezione, e la protezione implica sempre il dominio. Non esiste la decretazione d’emergenza che si basa sul “per favore”. Le talpe che hanno diffuso in anticipo il decreto governativo di ieri vanno individuate, sanzionate, esposte al pubblico ludibrio. Lo stesso vale per i fuggitivi. Se la situazione si fa seria, e pare sia così, il governo si avochi i poteri necessari, metta fine al disordine istituzionale, consultata l’opposizione nomini un responsabile esecutivo (meglio un militare). L’opposizione, in particolare la Lega, all’inizio dell’emergenza virus ha gravemente sbagliato, attaccando il governo e facendo leva sul disordine istituzionale nel tentativo di accedere al governo. Poi i sondaggi l’hanno informata che el pueblo non gradiva, e si è corretta. Ora fa benissimo a contestare con la massima forza il tentativo di far passare i provvedimenti dei cravattari della UE come il MES. Può dunque con piena ragione condizionare il suo indispensabile appoggio alla necessaria avocazione governativa dei poteri emergenziali. Niente MES, e responsabile esecutivo dell’emergenza scelto di comune accordo. Parafrasando Giuseppe Masala ” Se la prossima settimana a Palazzo Chigi ci fosse un Generale dei Carabinieri non mi stupirei”. L’importante è che non si chiami Pietro Badoglio._Giuseppe Germinario, Roberto Buffagni

Il Fiero Pasto.

Fonti dell’Eurogruppo hanno fatto sapere che è attesa l’approvazione definitiva della riforma del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per il 16 di Marzo. Ecco, allora, non è che ci vuole Nostradamus per capire che per l’Italia la firma del Mes significherebbe suicidarsi. Le nostre banche stanno crollando in borsa e conseguentemente lo spread Btp/Bund sta salendo. E’ evidente che avremo bisogno di finanziamenti e quelli della Bce sono vincolati all’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità. Herr Weidman ha parlato chiaro: non sono all’orizzonte misure straordinarie di erogazione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea. Letto in controluce significa: <<Chi ha bisogno di liquidità usi le procedure ordinarie attivando il Mes e firmando un Memorandum of Understanding in stile greco>>.

Ancora meno si può parlare di approvazione di norme capestro quali quella della dell’Unione Bancaria che prevedono la ponderazione del peso dei titoli di stato nazionali nel portafoglio titoli delle banche. Il cosiddetto doom loop tra banche e governi” è un concetto tortuoso e illogico che solo gli economisti – categoria maestra di pensiero gregario – può accettare. In una situazione di crollo generalizzato la logica dello spalmare il rischio sia nello spazio che nella diversificazione degli asset class non funziona: crolla tutto. Il concetto di Risk-Weighted Assets (RWA) è stato semplicemente demolito come concetto dal crollo del 2008. I tedeschi fanno finta di crederci e vorrebbero imporlo perchè è funzionale ai loro disegni. L’Italia ha un un’allocazione dei risparmi/capitali fortemente concentrata sui titoli di stato italiani e questa situazione va smontata (dal loro punto di vista) con la scusa dell’effetto contagio banche-governo. Ma le banche spagnole che hanno una distribuzione più incentrata sull’estero sono messe meglio? Non mi pare proprio, hanno centinaia di miliardi impelagati in quell’Argentina che non riesce manco a pagare le rate dell’FMI e in quella Turchia impegnata in due guerre a bassa intensità (Siria e Libia) e come se non bastasse che rischia uno scontro con la Grecia. E’ forse questa un allocazione delle risorse più razionale e meno rischiosa? Non mi pare proprio.

Perchè i tedeschi vorrebbero una allocazione meno incentrata sul nazionale da parte dell’Italia? Siamo alle solite: comportarsi alla prussiana mantenendo una parvenza di correttezza con la quale fare pistolotti morali agli altri. Ovviamente loro con questa manovra intendono attivare un meccanismo virtuoso per loro e mortale per l’Italia: convogliare verso gli assets tedeschi parte del risparmio italiano abbassando i tassi sui bund che sono già negativi e sottoponendo i capitali esteri che vi sono convogliati a una patrimoniale di fatto. Ovvero sia, le spese per l’emergenza sanitaria glielo pagano i risparmiatori italiani (che però non possono pagarle per se stessi). I tassi dei titoli italiani saliranno vista la mancanza dell’afflusso di risparmio italiano? Non c’è problema secondo loro, lo stato italiano può tranquillamente attivare il Mes firmando un Memorandum of Understendig che ci vincolerà per decine di anni a ciò che decide una società privata di diritto lussemburghese (questo è il Mes). Questo è il meccanismo. Non entro neanche nel discorso su come definire il vincolo del parlamento italiano e del governo alle decisioni di una società privata di diritto lussemburghese, dico solo che io nella costituzione italiana non vedo questa opzione che vincola il parlamento italiano nell’approvazione della legge finanziaria al placet di una società privata. Un colpo di stato bello e buono.

Semplicemente con l’attivazione di questo meccanismo mortale si vedrebbe la riedizione di quanto è accaduto con la crisi finanziaria partita nel 2008: il primo che cade viene usato come fiero pasto dagli altri che si rafforzano ed evitano così a loro volta di cadere semplicemente spolpando come degli avvoltoio il malcapitato. Chiedere ad Atene in cosa si sostanzia questo concetto. Solo che questa volta a rischiare di essere i primi a cadere siamo noi.

Scusate il sermone di primo mattino.

L'immagine può contenere: testo
Nessuna descrizione della foto disponibile.
NOTE A MARGINE
  • per amore di verità, spiega però che gran parte degli scenari che descrivi a partire dal secondo paragrafo fanno parte dell’Unione bancaria e non propriamente del MES2.
  • In realtà, il MES2 è preparatorio all’UB, va solo precisato che su quella l’Eurogruppo è ancora indietro. Ma non di molto. E con questo governo…
  • e si, le due cose vanno di pari passo….del resto è stato Conte a parlare di “logica di pacchetto” non avendo capito che è proprio il pacchetto che ci uccide…

tratto da https://www.facebook.com/bud.fox.58/posts/3078210225570615

Il momento e il modo opportuni, di Roberto Buffagni

La minaccia di uscire dall’euro non è uno strumento di pressione adeguato per una trattativa volta a ottenere migliori condizioni all’interno del quadro UE, perchè è un ultimatum, che dunque si può usare una volta sola, e a cui si è costretti a dare corso in caso di risposta negativa.

L’uscita dall’euro fa saltare il quadro UE attuale, del quale l”euro è il principale strumento politico (l’archetipo di tutti i “piloti automatici” con i quali l’oligarchia UE governa).

L’uscita dall’euro, implicando (comunque sia gestita) la fine del sistema UE vigente, è dunque una rivendicazione antisistemica, che può essere soltanto imposta, non trattata in vista di un compromesso tra pari che condividono e vogliono preservare il medesimo quadro politico d’insieme.

L’analogia più calzante mi pare quella con il meccanismo della dissuasione nucleare “du faible au fort”, studiata dal generale Gallois in vista dell’istituzione della force de frappe nucleare voluta da de Gaulle.

Sintesi: quando il debole fornito di armamento nucleare vede minacciati i suoi interessi vitali, minaccia il forte di usare le sue armi atomiche, a prescindere dal fatto che il forte sia in grado di rispondere con un contrattacco nucleare di maggiore potenza, in grado di devastarlo ed eventualmente di annichilirlo. In presenza di attori razionali del conflitto, il forte si troverà di fronte a un rapporto costi/benefici sfavorevole, e recederà. Egli può infatti annichilire il nemico, ma subendo danni immensi, politicamente ingiustificabili. Perchè la dissuasione “du faible au fort” funzioni, è imperativo che il decisore sia:

a) la massima autorità del paese debole, che nell’emergenza ha poteri pressochè dittatoriali

b) che la massima autorità del paese debole sia credibile, cioè a dire che il nemico creda che egli non esiterà a usare l’arma nucleare di cui dispone.

Quando si minaccia di uscire dall’euro, si dice implicitamente alla controparte che COMUNQUE VADA la trattativa, il quadro politico UE vigente è finito: non “che finirà”, ma che è GIA’ finito. L’unico margine di trattativa che resta, dopo la minaccia-ultimatum, è sul COME finisce il quadro politico vigente. Se la controparte cede, l’uscita dal quadro politico UE avviene in modo concordato. Qui si che si aprono gli spazi di trattativa, politica e diplomatica: una trattativa che sarà durissima, scorretta, dolorosa, ma resterà una trattativa, cioè un conflitto regolato dalle leggi nel quale si può cercare un punto di compromesso accettabile per tutti (anche se non è detto che lo si trovi). Se la controparte non accetta l’uscita concordata dal quadro UE vigente, chi ha proposto l’uscita dall’euro è costretto, dalla logica dell’ultimatum, a uscire unilateralmente, a far saltare comunque il quadro UE, e ad aprire una fase di conflitto che solo in seguito, una volta chiaritisi i nuovi rapporti di forza, potrà dare luogo a trattative.

Insomma: uscire dall’euro significa aprire una fase di guerra economica e psicologica APERTA. Il che all’Italia non solo conviene, ma è indispensabile, perchè nell’attuale fase di guerra economica e psicologica COPERTA il ceto dirigente italiano collabora con il nemico, e il popolo, che ne è ideologicamente plagiato e disinformato, non reagisce o reagisce a sproposito.
Postato da Roberto Buffagni in Goofynomics alle 21 agosto 2014 12:20

Bagnai:

Chapeau! Comunque, io che ho detto? Siamo perfettamente d’accordo. Non ci sono margini di trattativa, l’euro è un aborto, la volontà politica di tenerlo in piedi non c’è (vedi il discorso di Bolkestein), quindi chi parla di “pugni sul tavolo” è un imbecille. Semplicemente si va lì, con un bel sorriso, senza l’attitudine minacciosa da pugile suonato che ci consigliano i nostri migliori economisti e i nostri più fini politici, e si dice, se possibile in tedesco (Jorg si offre volentieri):

“Noi ce ne andiamo, e questa volta lo scherzetto dello spread non ce lo facciamo fare (NdR: ad esempio rifinanziando pro tempore il nostro debito con la stampa di euro, come propone Jacques Sapir nel suo piano di uscita, che trovate nella sezione “Per cominciare“, o anche semplicemente ridenominandolo in tempi sufficientemente rapidi – oggi ci sono i computer, mi dicono…). Voi che fate? Cooperate, o no? Perché tanto l’euro è finito, quindi, da creditori intelligenti, mi sa tanto che vi conviene cooperare. Volete attaccare la nuova lira? Fatelo! Quanto più scende, tanto più la vostra industria ci perde. Mi sa che vi conviene sostenerla e mantenere i mercati ordinati, così voi ci fate uno sconto non eccessivo sui nostri debiti, noi ci facciamo uno sconto non eccessivo sulla vendita all’estero delle nostre merci, e dopo staressimo tutti meglio. Cosa? La risposta? No, guardi, lei è tanto gentile, signora Merkel, ma io ho da fare, devo salvare il mio paese, quindi, non lo prenda come uno sgarbo o una mancanza di rispetto, ma la sua risposta è del tutto irrilevante. Bella pe’ tte”.

Cioè: non si va a dire “se non fate così l’euro è morto!”. Oh, no, sarebbe un gravissimo errore, sarebbe una minaccia, e la minaccia del debole non funziona, salvo nel caso molto particolare messo opportunamente in evidenza dal brillante intervento di Roberto. Si va a dire: “l’euro è morto, quindi fate come vi pare, ma è meglio se fate così”, che è una semplice applicazione del principio che chi mena per primo mena due volte (il che, se sei più piccolo, ti conviene).

La Costituzione francese prevede esattamente il tipo di leadership della quale Roberto parla (vedi sempre il discorso di Sapir nel suo piano di uscita). La nostra no. Il nostro Presidente della Repubblica non ha i poteri di quello francese, il che è tutto sommato un bene, visto che Napolitano si è più volte esplicitamente schierato a difesa degli interessi dei creditori esteri (lo dico rispettosamente, è un dato di fatto, evidentemente lui ora la pensa così…).

Basta solo trovare un Presidente del Consiglio che abbia voglia di passare alla storia, magari in un modo diverso da quello che vi facevo vedere, a testa in giù, qualche post fa. Sembra impossibile, ma siccome deve succedere, succederà. E chi non lo avrà fatto si mangerà le mani…

Assolutamente condivisibile.
Ovvio che trovare un simile Presidente del Consiglio comporti alternativamente due presupposti… che sia appoggiato da un forte schieramento politico che la pensi come lui (ma per quanto mi sforzi di guardare lontano quel termine “forte” appare ancora una chimera) ovvero che si comporti come fece quel poco simpatico signore con i baffetti ridicoli tanti anni fa (il che non mi sembra uno scenario auspicabile).
Io ancora spero su Marine proprio in virtù di quella peculiarità della costituzione francese accennata dal Professore…peccato che ancora manchi un bel pò di tempo, a meno che i “galletti” non trovino il modo di anticipare la faccenda.

Non riesco ad immaginare un nostro rappresentante rischiare il tutto per tutto in un braccio di ferro con i poteri forti a livello europeo/mondiale – e pure di casa. Se qualcosa – e sicuramente i nostri nemici hanno gli strumenti per farlo – andasse storto, allora si’ che subirebbe il noto rovesciamento prospettico, perche’ il nesso causa-effetto sarebbe cosi’ palese per le masse.. Lietissimo di sbagliare, ma proprio perche’ e’ improbabile l’esistenza (gomblotto) di una singola oligarchia organizzata, bensi’ di molte in conflitto perenne, queste non molleranno mai il loro pezzettino d’osso per una visione lungimirante, esempio non perdere milioni di clienti ricchi, perche’ sarebbero fagocitate all’istatte dalle altre oligarchie. Ci spoglieranno di tutti i risparmi, delle nostre case con i mutui inversi che saranno l’unico modo di mantenere i figli. Poi si dilegueranno, i pesci piccoli saranno presi, gli altri ci faranno ricostruire le loro fabbriche, grazie. Immagino che il Prof. non si interessi alla lotta di classe semplicemente perche’ non esiste, al contrario del conflitto di classe.

Paul Krugman sul NYT e già il titolo è un programma: “The Euro Catastrophe”.
E rimanda a questo articolo apparso sul Washington Post:

Worse than the 1930s: Europe’s recession is really a depression

http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2014/08/20/worse-than-the-1930s-europes-recession-is-really-a-depression/

E come se non bastasse, ecco il fratello di Belzebù

Italy’s Downward Spiral di Hans-Werner Sinn

https://www.project-syndicate.org/commentary/hans-werner-sinn-argues-that-the-economy-s-long-slump-reflects-the-failure-of-officials-to-address-the-real-problem

Ultima segnalazione: uno dei più brillanti pezzi comici dell’anno si trova su voxeu.org

How to jumpstart the Eurozone economy
Francesco Giavazzi, Guido Tabellini, 21 August 2014

In una sola notte, sono passati da “tagliare, tagliare, tagliare!!” a “spendere, spendere, spendere!!”… il sipario si sta per aprire e non sarà un bello spettacolo.

Hai capito benissimo, temo.
E lo sa bene anche il Prof.!
Noi oggi siamo oltre il 130% di rapporto debito/PIL.
La porzione di debito eccedente il 60%, cioe’ oltre il 70%, cioe’ circa 1550 miliardi di Euro, verra’ presumibilmente conferita nell’ERF (in cambio della possibilita’ di spendere ed aumentare ancora il debito per mantenere in vita l’Euro), fornendo come garanzia il patrimonio pubblico (tutto il demanio, il territorio dello Stato, il presunto gettito fiscale futuro, i flussi contributivi previdenziali obbligatori, le residue aziende e partecipazioni pubbliche, CDP inclusa).
La modifica del titolo V della Costituzione permettera’ inoltre al Governo di togliere a Comuni e Regioni le aziende municipalizzate dei servizi e di conferire nell’ERF anche i futuri flussi di cassa di IMU, TASI & TARI.
Ogni essere vivente residente in Italia (perche’ in questo scenario non ci saranno piu’ cittadini ma solo abitanti), opportunamente identificato col suo codice fiscale, dovra’ pagare ‘per sempre’ ai creditori esteri una cifra minima annuale, per il solo fatto di vivere sul territorio di quella che un tempo fu la Repubblica fondata sul lavoro e che i ben noti traditori della Patria hanno condotto a questo punto.
E’ questo il patto scellerato, il novello ‘Armistizio di Citta’ della Pieve’ (a Cassibile non c’era purtroppo nessuna villa di Draghi), che il plenipotenziario delle potenze creditrici Alleate Mefistofele Draghi ha imposto al Generale Renzie Badoglio perche’ sia annunciato lunedi’ 8 Settembre… (ogni riferimento storico e’ ricercato).
http://www.italiachiamaitalia.it/articoli/detalles/23235/StoraceO%20LaODestra%20%20O%20accordoODraghi-RenziOOLaOUeOvuoleOilOnostroOpatrimonioOnazionaleE.html

Non necessariamente . Si potrebbe finire anche a testa in su , tipo Calvi al Ponte dei Frati Neri o alla maniera di Mattei . Tenga presente che Farage per molto meno ci è andato vicinissimo .
Un Presidente del Consiglio avveduto questo deve metterlo in conto .
Tengo a precisare che non sono un complottista .
Voglio solo dire che vi dovete scordare di una uscita unilaterale , qualunque sia il Paese dell’ eurozona che voglia farlo . Un gruppo di Paesi è più razionale .
L’ipotesi fatta da Buffagni e condivisa dal Professore si basa su agenti economici razionali , e sono pareri condivisibili , e se così fosse a quest’ora saremmo già fuori dall’euro .
Ma l’euro ha anche una valenza politica . Quella di far muovere TUTTI i Paesi del eurozona all’unisono quando ci sono conflitti politici .
Vedete la storia d’ ITALIA . Quando era divisa in stati autonomi non solo non c’era il problema del mezzogiorno , ma ogni stato italiano faceva alleanze diverse con le varie nazioni europee .
Con l’unità italiana è sorto il problema del sud e ci hanno portati in massa in due guerre mondiali senza che ci fosse una regione italiana che si potesse dissociare . Dove ci hanno detto di andare siamo andati . TUTTI .
Senza tenere in conto che i mega stati producono duci e imperatori a iosa.
Personalmente una Europa politicamente unita la ritengo una calamità per la democrazia .
Per me il fascismo è il figlio diretto dell’ Unità d’Italia . IL Principe tanto vagheggiato alla fine è arrivato .
Tengo a precisare che non sono leghista , anche se su consiglio del Professore, ma anche di decisione autonoma ho votato per Borghi . Se poi è stato eletto Borghezio sti cazzi . IL problema è della Lega non mio.
Sintesi : non si va a battere i pugni sui tavoli ( comportamento infantile ) , ma non si fa nemmeno una uscita UNILATERALE ( comportamento autolesionista ) ovviamente non dal punto economico .
Comunque l’Italia non ha chance né politiche e né economiche autonome .
Come ci hanno portato dentro così ci porteranno fuori .
I pochi hanno scienza ma non potere . I molti hanno potere , ma non scienza .

Quoto:

“Noi ce ne andiamo”

Non c’è un “noi”, questo mi pare sia il senso del post di Buffagni.

Riquoto:

“Basta solo trovare un Presidente del Consiglio”

Non esiste il “noi” che elegga questo Presidente del Consiglio (cioè il “noi” che questo Presidente del Consiglio dovrebbe rappresentare a meno che, come accenna Roberto nel suo post, non si parli di “poteri dittatoriali”); inoltre appena un partito serio che si presenti alle elezioni col programma di uscire dall’euro riesce a guadagnare un consenso tale da far ipotizzare una sua quasi sicura vittoria l’euro crolla in maniera disordinata.

Le analisi del professor Bagnai sono corrette ma restano analisi economiche ossia non indicano un progetto realizzabile politicamente.

Temo che dal 2015 le cose cominceranno ad andare per i fatti loro, per così dire.

Preciso il mio pensiero. Le condizioni politiche per uscire dall’euro, nell’Italia di oggi non ci sono, per molte ragioni, la maggiore delle quali è la disgregazione del centrodestra dopo il fallimento-tradimento di Silvio B. (a mio parere, solo una forza politica di centrodestra può guidare l’uscita dall’euro, perchè solo nella cultura politica del centrodestra sopravvive, bene o male, l’idea di nazione: e la battaglia contro l’euro è una battaglia nazione vs. sovrannazione).
E’ possibile che ci siano in Francia, se il FN continua il trend positivo.
E’ anche possibile che nei prossimi anni, le condizioni politiche cambino in modo sensazionale anche qui, perchè le forze euriste hanno vinto per abbandono dell’avversario, e la situazione sociale oggettiva è quel che è (molto negativa). La questione centrale è la leadership del centrodestra. Se il Signore volesse richiamare a sè Silvio B., ci renderebbe un segnalato favore.

 

  • Ma figurati! Solo che siamo in Italia, dove “volontà” non si dice “proposta”. La proposta c’è, costa 17 euro in libreria. La volontà verrà. Mica penserai che il Pd faccia il 40% alle prossime elezioni, vero? Ci vuol altro che Fubini!

  • Quoto Buffagni:

    “E’ possibile che ci siano in Francia, se il FN continua il trend positivo.”

    E’ vero e significa appunto che una decisione simile potrà essere presa solo con un vasto consenso elettorale o alternativamente con poteri quasi dittatoriali cose che non esistono in Italia.
    Il problema secondo me è che appena si profilerà concretamente questa eventualità in uno dei paesi che contano l’euro crollerà in maniera disordinata, per questo dico che l’uscita non è una reale proposta politica anche se “teoricamente” è l’unica strada percorribile.
    Sono d’accordo che si stia andando verso un conflitto nazione vs. sovranazione ma sarà appunto un “conflitto”, prima sociale e poi forse anche qualcos’altro ma non una “soluzione”.

    Non è questione di primato della politica ma di assenza totale di prospettiva politica alternativa se non questi ritorni di fiamma dei nazionalismi che sono sostenuti principalmente da elettori impolitici; credo che nel 2015 ci renderemo conto della gravità di questa mancanza.

    Un’uscita unilaterale dall’euro con gli attuali attori e nel vigente sistema istituzionale è purtroppo irrealizzabile, in quanto richiederebbe necessariamente l’apporto comune di almeno due soggetti: presidente della Repubblica e presidente del consiglio dei ministri. Infatti, per i noti motivi più volte richiamati in questo blog, l’uscita potrebbe essere attuata solo con un decreto legge, mediante cioè l’unico mezzo di produzione normativa avente quelle caratteristiche di immediatezza e incisività operativa assolutamente indispensabili per impedire alcune delle conseguenze indesiderabili di tutta l’operazione. Il decreto legge, però deve essere deliberato dal consiglio dei ministri ed emanato dal presidente della Repubblica, il quale può rifiutarsi di farlo, come peraltro è già recentemente avvenuto proprio ad opera di Napolitano. Considerato che il convinto sostegno all’euro dell’attuale perdente della Repubblica non può certamente essere messo in discussione, mi sembra evidente che rebus sic stantibus un’uscita dalla moneta unica in via unilaterale dell’Italia è semplicemente impossibile e lo sarà nel futuro a prescindere dal capo del governo, anche se avessimo la fortuna di eleggerne uno antieuro. Mi dispiace, ma sono molto, molto pessimista sul destino del nostro meraviglioso Paese.

    Due cose che riguardano la (in)capacità di giocare la mano di poker.
    A) Renzi, secondo me ha già ricevuto la lettera con la lista della spesa (da tagliare), al primo punto c’ è il recupero di circa 4/5 MLD dal comparto pensioni, cosa su cui si sta applicando, in maniera davvero scomposta, visti danni che produrrà sui consumi e a catena sull’ economia, e non tanto per i tagli in se, ma perchè la confusione sul come, sul chi e sul quanto, su un argomento tanto delicato produrrà l’ arresto dei consumi oltre lo stretto necessario da parte di una platea molto più ampia di quella che sarà alla fine toccata (sempre con l’ avviso che l’ alta Corte di sicuro boccerà il prelievo);
    B)Come insegnava un antico adagio, non ricordo più di quale provenienza, per fare grandi cose, bisogna essere supportati dall’ alto e dal basso; dall’ alto siamo messi male e già ne ho parlato, dal basso invece, se possibile siamo messi anche peggio, pensate ai consensi del cosidetto Premier, pensate alla razza PDina, pensate a tutte le razze di elettori ed a chi li orienta, vi sembra possible un supporto dal basso? No, il masochismo, perchè di questo si tratta, non ha confini; se in Grecia, Spagna, Portogallo, hanno dei solidi argomenti per accettare tutto o quasi, in Italia le cause non possono essere che altre, cioè legate ad una inconscia ricerca del piacere attravrso il dolore e le sofferenze

    Questo post, come pure alcuni precedenti, manifestano quello che il carrista “testa matta” di un film di molti anni fa chiamava un “radioso ottimismo”.

    Il “radioso ottimismo” di riuscire a trovare nel panorama politico italiano attuale le forze necessarie per attuare una uscita volontaria, concordata o no, dall’euro.

    Evidentemente non si tratta della Lega, che pure ha dato la sua testimonianza, anche se con qualche cedimento allo statoladro, ad esempio, o di una eventuale conversione del Movimento 5 Stelle, a Casaleggio piacendo. Non si tratta neppure del radioso sole dell’avvenire che finalmente sorgerà e di un tardivo ma sempre auspicato passaggio al socialismo.

    La mia impressione è che dall’euro non usciremo volontariamente se la classe dirigente italiana non avrà risolto il problema che non è stata capace di risolvere negli anni ’70.

    Federico Caffè scrisse nel 1978 che l’adesione allo SME, il vincolo esterno, era “seguire “programmaticamente” il ricatto dell’appello allo straniero”, proporsi “come modelli di efficienza paesi che scaricano le difficoltà cicliche sui lavoratori stranieri [allora erano i lavoratori stranieri], o associano le virtù tecnocratiche alla più elevata maldistribuzione del reddito”.

    Il vincolo esterno ha funzionato: ha imposto la ristrutturazione industriale dei primi anni ’80 che ha eliminato la base sociale del movimento operaio, chiudendo la crisi sociale iniziata alla fine degli anni ’60, ha condannato i partiti politici che avevano edificato la Repubblica all’estinzione, ha consentito la distruzione dell’economia mista con le privatizzazioni degli anni ‘90, e infine ha ridotto lo Stato al rango di un debitore al quale lo strozzino di Francoforte può inviare lettere minatorie.

    Incapace di individuare una soluzione più avanzata al problema della modernizzazione del paese presentatosi nelle forme più gravi negli anni ’70, la classe dirigente italiana, quella liberale-liberista arroccata intorno alla Banca d’Italia e quella social-liberista post-comunista, hanno trovato nel vincolo esterno una soluzione più arretrata.

    Ripristinare la durezza del vivere (cfr. Padoa Schioppa) come unica alternativa possibile all’incapacità di governare una società opulenta finalmente possibile (cfr. Kalecki e Galbraith).

    E’ lì la radice del problema: “non vorrete mica tornare agli anni ‘70” è la frase che ripetono sia Draghi che Fassina, e a pappagallo i gggiovani gggiornalisti. E’ ribadendo la necessità del vincolo esterno che il Corriere ha chiuso il dibattito sull’uscita dall’euro nel 2012. E’ l’idea di un regime oligarchico quella che viene difesa persino da chi contesta la ristrutturazione renziana della Costituzione, come Zagrebelsky.

    Dall’euro non usciremo volontariamente, perché il vincolo esterno sta operando ora in profondità distruggendo quello che rimane della società creata, nel bene e nel male, negli anni della “prima” Repubblica, cioè della vera Repubblica.

    Se l’obiettivo che De Gasperi si poneva, nel 1943, era quello di “abolire” il proletariato, oggi si sta realizzando l’obiettivo opposto di abolire il ceto medio ovvero di proletarizzare il popolo italiano.

    La possibilità di governare, o meglio di controllare lo Stato, con pieni poteri finora mai sperimentati, anche con i voti del 40% del 50% degli elettori e l’assenza, al momento, di credibili alternative, assicura alle forze politiche che dovrebbero decidere un’uscita volontaria dall’euro un ricco bottino rimanendo nell’euro.

    A chi si sta immiserendo rimarrà sempre l’alternativa di non andare a votare, come avviene nei paesi a oligarchia più avanzata. Se poi è proprio necessario, si troverà un altro ragazzo immagine (ma non del complesso militare-industriale perché quello ce lo siamo già giocati molto tempo fa).

     

  • a Gianni Barbato e Giorgio D.M.

    Caro Barbato,
    grazie per la replica, e grazie anche per l’informazione sulla sepoltura di Fortuyn, non lo sapevo. Ti rispondo brevemente, e al punto 1 replico anche a Giorgio D.M.

    1) Non sono “ottimista”. Il mio breve intervento vuole soltanto descrivere la natura dell’uscita dall’euro, sottolineando il fatto che è impossibile usarla come strumento di pressione all’interno di una trattativa; il che non vuol dire che sia facile, o anche solo politicamente possibile, uscire dall’euro. Nel momento attuale, l’unica cosa sicuramente possibile è il lavoro di corretta informazione e di demistificazione della propaganda avversaria, bianca e nera. Uno dei principali frames della propaganda avversa è quello del “battere i pugni sul tavolo” usando la minaccia dell’uscita dall’euro come strumento di pressione. C’è chi lo usa in buonafede, e va fatto riflettere. C’è chi lo usa in malafede, e va smentito con l’analisi.

    2) Sì, effettivamente il politico che voglia far saltare il quadro politico UE e che si avvicini a riuscirci deve mettere in conto la possibilità di essere distrutto, politicamente e/o fisicamente. Al fondo della dimensione politica, c’è sempre il conflitto a morte.

    3) Attribuisco la principale responsabilità della disgregazione del centrodestra a B., perchè ne era, e purtroppo ne è ancora, il leader carismatico. Nel 2011 si è lasciato dimettere senza aprire bocca, e da quel momento in poi ha collaborato con le forze avverse per salvarsi. Così agendo, o non agendo, si è reso responsabile di un errore di portata storica, aggravato dal fatto che non lo ha commesso per ignoranza, ma per viltà (B. è un caso evidente di politico che, sul punto di toccare il filo dell’alta tensione, viene minacciato negli averi, negli affetti e probabilmente anche nella vita fisica). Quanto a Fini, il mio giudizio sulla sua persona è tale da non poter essere espresso senza rischiar di incorrere in querele, e quindi lo ometto.

    4) Ad impossibilia nemo tenetur. Le cose possibili, invece, vanno fatte. Oggi si può fare quello che sta facendo Alberto Bagnai, insieme a non molti altri. Sarebbe anche importante che, nel dibattito pubblico, cominciasse a entrare il seguente concetto: che siamo in guerra, che abbiamo dei nemici, e che questa guerra e questi nemici non sono la guerra e i nemici che ci hanno abituati a individuare. La guerra non viene condotta con le armi, i nemici non portano la divisa di un popolo straniero: però, guerra e nemici ci sono, ci sono eccome.

  •  

  • Caro Buffagni
    Ho appena finito di leggere la tua risposta al mio post di ieri .
    Sei una persona notevole e non devi ringraziarmi di nulla .
    Ci troviamo in sintonia . Anche ’io su Fini ho lasciato perdere per non essere sommamente volgare .
    Devi sapere che lo ‘’ conosco ‘’ da una vita ,cioè da quando era il ‘’ pupo ‘’ di Almirante ,perché io ti scrivo da Latina ex Littoria fascista come tu sai , e mi ricordo molto bene i suoi discorsi da una tribuna alta almeno tre metri fasciata dal tricolore .
    Sul berlusca non vi ho fatto mai affidamento già dalla sua ‘’ discesa ‘’ in campo perchè è lampante che pensa solo al suo patrimonio , e i suoi interessi non coincidono con quelli dell’ITALIA .
    Mentre di italianità si è sempre riempito la bocca Fini .
    Ma sul giudizio politico di questi due campioni del nulla concordiamo sostanzialmente , differiamo solo su sfumature irrilevanti .
    Mi dici che siamo in guerra . Vuoi sapere da quando sono al fronte ?
    Dal 1999 prima dell’entata nell’euro ( la mia classe è 1952) .
    In piazza del Popolo attaccai violentemente dalla sinistra estrema, ( a quei tempi ero di Rifondazione Comunista) Prodi che ci stava portando al massacro economico . IL mio discorso completamente inaspettato mi danneggiò su due fronti . Quello con i compagni del partito e quello con la polizia per le mie intemperanze verbali . Ma non giganteggiamo, mi chiesero i documenti e mi fecero un sermoncino per le intemperanze verbali .
    Con i compagni dopo una litigata li mandai a fanculo e non mi sono mai più fatto vedere .
    Tre anni fa ho scoperto Goofynomics di Bagnai , credo di essere fra i primissimi lettori del suo blog, e per me è stata una boccata di ossigeno . Ma come dice giustamente il Professore le risposte erano già dentro di noi . Con la differenza che ora hanno delle solide basi di appoggio .
    Caro Roberto spero di non averti annoiato con questo excursus sulla mia vita privata , ma come si diceva nei miei verdi anni ‘’ il privato è politico ‘’ . Ma è anche testimonianza .
    Ti saluto con Stima .

  •  

 

Già pubblicato su https://goofynomics.blogspot.com/2014/08/come-negoziare-ai-politici.html?fbclid=IwAR0-3wKMLzTwFJZtm8qO8i6mwh7Ho7qKzi1GaT6e4EUsFW81R4k0A-O31q4

Lega Nord e Unione Europea, a cura di Giuseppe Germinario

Continuiamo ad affrontare il tema del sistema di relazioni tra i paesi europei. E’ la volta della mozione congressuale presentata da Giancarlo Giorgetti ed approvata al Congresso della Lega Nord del maggio 2017. Si tratta probabilmente del testo più critico e compiuto tra le elaborazioni prodotte dai partiti presenti in parlamento. Il documento non si limita ai soliti cavalli di battaglia: la politica monetaria, quella di austerità e la moneta unica.  Appare però incerto sulla natura delle istituzioni europee e glissa sulla postura geopolitica di tali realtà. Rimane il problema dei passi necessari ad affrontare con buone probabilità di successo il conseguente confronto e scontro politico. Non è poco alla luce di quanto già successo in Grecia con Tsipras, con la Brexit in corso e con i recenti aggiustamenti nella Lega di Salvini._Giuseppe Germinario

MOZIONE CONGRESSUALE N° 4

Presentata da Giancarlo Giorgetti – Presidente Lega Nord – Lega Lombarda

VERSO UNA NUOVA ALLEANZA DI NAZIONI E POPOLI EUROPEI LIBERI E SOVRANI

CONSIDERATO: A. che sessant’anni fa nasceva l’Unione Europea, soggetto politico che, oggi, ha tradito i propri scopi di “promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli” mirando “alla piena occupazione e al progresso sociale” ;

B. che oggi in Europa si contano 120 milioni di disoccupati , dei quali 116 milioni vivono nell’eurozona, con una cronaca impietosa di fabbriche che chiudono e produzioni storiche smantellate, di lavoratori licenziati, con famiglie sul lastrico e grandi tensioni sociali;

C. che, per la prima volta, in Europa assistiamo ad un saldo negativo del tasso di natalità tra la popolazione residente, e che la domanda interna è sostenuta sempre di più ricorrendo, ed erodendo, il risparmio delle famiglie;

D. che l’Unione Europea ha modellato, attraverso l’euro e le regole monetarie da un lato e l’accondiscendenza nei confronti dell’immigrazione di massa dai Paesi extracomunitari dall’altro, un modello di sviluppo che basa la sua competitività sulla compressione dei salari e sull’eliminazione dei principali diritti sociali, costringendo interi settori produttivi a dover competere a prezzi analoghi a quelli delle aree meno avanzate del mondo;

E. che le regole monetarie sulle quali si basa l’Euro e gli stessi parametri di Maastricht non sono rispettati da alcuni Stati membri con la più completa connivenza delle Istituzioni europee e degli istituti di vigilanza, amplificando così il loro vantaggio competitivo e di surplus commerciale nei confronti degli altri Paesi dell’UE;

F. che l’UE ha manifestamente dimostrato di interferire direttamente nei processi democratici elettorali di alcuni Stati membri con la propria esposizione a favore di capi di Governo, anche non eletti dai cittadini europei, che portassero avanti le “riforme necessarie” e applicassero le regole di austerità utili alle proprie politiche monetarie;

G. che queste ultime, pubblicizzate all’opinione pubblica come necessarie al contenimento del debito degli Stati, implicano l’impossibilità per gli stessi di intervenire direttamente non solo nei settori privati dell’economia, ma anche per l’erogazione dei servizi pubblici fino alle situazioni di emergenza come le calamità naturali, e che, a questa stregua, qualsiasi Governo, indipendentemente dall’orientamento politico, è di fatto ingessato nella propria azione e nella tutela degli interessi dei propri cittadini e del loro futuro;

H. che, di fatto, è in atto una sostituzione delle popolazioni residenti attraverso l’immigrazione di massa incontrollata; questa, oltre ad essere funzionale al modello di sviluppo dell’UE, rappresenta uno dei principali vettori per il terrorismo islamico e pregiudica la possibilità di dedicare adeguata protezione ai rifugiati e a chi merita diritto di asilo (3% del totale, il resto sono dunque immigrati economici);

I. che l’UE, a causa di una produzione normativa eccessiva e rispondente agli interessi di pochi grandi gruppi multinazionali, ha distorto il concetto e il sistema stesso delle regole del Mercato Interno impedendo che i consumatori e le piccole e medie imprese legate al territorio in cui operano potessero giovare dell’indicazione di origine obbligatoria sui prodotti; che le norme europee non permettono lo sviluppo di appalti a beneficio delle aziende locali e la limitazione di pratiche pericolose come il ricorso eccessivo allo strumento del sub-appalto e che l’UE, forte delle prerogative conferitele dai Trattati, non permette agli Stati e alle Regioni di supplire in ragione del principio di sussidiarietà a queste gravi mancanze;

J. che la Commissione Europea ha competenza esclusiva in materia di politica commerciale e che, anziché concentrare la propria attenzione sulla protezione anti-dumping per combattere la concorrenza sleale di chi penetra i nostri mercati non rispettando alcuna regola sociale e ambientale e ricevendo sovvenzioni pubbliche, al contrario, negozia senza soluzione di continuità nuovi accordi di libero scambio che si rivelano pericolosi per la salute dei consumatori e per la tenuta del tessuto di piccole e medie imprese fondamentale per i nostri territori, prevaricando, inoltre, le competenze di Stati Membri e Regioni con potestà legislativa specialmente in materia di tutela, informazione e salute dei cittadini;

K. che la prima parte della nostra Costituzione definisce il modello sociale dove si parla di “lavoro” e non di mercato, e che questo entra in contrasto con l’obbiettivo di una “economia sociale di mercato” sancito dai trattati europei che definisce un modello incompatibile con i principi fondamentali delle costituzioni scaturite dalla vittoria sul nazifascismo;

L. che i finanziamenti comunitari, lungi dallo svolgere il compito di compensazione degli squilibri fra le diverse Regioni d’Europa sono invece diventati un meccanismo che li ha amplificati a causa del principio del cofinanziamento, della strutturalità che li rende assai non flessibili e della condizionalità a politiche definite a Bruxelles, ovvero lontano dagli Stati Membri e ancor più lontano dalla Regioni che le subiscono senza poter incidere concretamente nella loro definizione;

M. che, di conseguenza, i cicli di programmazione pluriennale non soddisfano le priorità delle Regioni, ma rappresentano un controllo eterodiretto delle loro possibilità di spesa, un obbligo al conseguimento di obiettivi programmatici non condivisi, il tutto nell’ambito di una mancanza di flessibilità che non tiene in alcun modo conto del continuo mutare del contesto macro-economico;

N. che la programmazione delle politiche UE dei settennati, che ricorda molto da vicino i piani quinquennali sovietici, ha fallito nel suo obiettivo principale, ossia nella politica di coesione, come dimostrato dai dati macroeconomici fallimentari come quelli relativi alla mancata crescita e alla disoccupazione in specie quella giovanile;

O. che, nell’ambito di un processo iniziato a Maastricht nel 1992 e rafforzato inesorabilmente a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, i Parlamenti Nazionali e Regionali svolgono ormai gran parte della propria attività normativa per il recepimento e l’applicazione della normativa europea a carattere vincolante, con un contestuale ridimensionamento delle proprie politiche di bilancio al fine di rispettare il vincolo esterno;

P. che per rispondere ai limiti degli Stati nazionali non si può assecondare il disegno che ci vorrebbe parte di un “superstato” e che è necessario e urgente fare alcuni decisi passi indietro nel fallito processo di “integrazione europea” sovranazionale in favore di nuove forme di cooperazione tra Nazioni e Regioni europee libere e sovrane;

Q. che a seguito della “Brexit” l’Unione perderà i contributi di uno dei pochi (insieme all’Italia) contributori netti al bilancio UE e tenuto presente che i partiti e le lobbies europeiste hanno intenzione di proporre di utilizzare i seggi che saranno lasciati vacanti dai Parlamentari Europei Britannici per la creazione di un collegio elettorale “pan-Europeo”.

CONSIDERATO, ALTRESI:

R. che gli eventi storico-politici degli ultimi decenni hanno fatto sì che la Lega Nord in Parlamento Europeo abbia tenuto collocazioni diverse passando da una breve esperienza nel gruppo liberale ad una ancor più effimera con alcuni partiti autonomisti, alla compagine dei non iscritti, al gruppo dei nazionalisti e, in seguito, ad una prima famiglia di euroscettici per giungere, infine, sotto la Segreteria di Matteo Salvini, alla formazione di un gruppo autonomo composto da sovranisti, identitari ed autonomisti uniti dalla necessità politica che si riassume nel motto di “padroni a casa nostra” rispetto all’eurocrazia di Bruxelles;

S. che è dunque l’esigenza politica e le priorità delle diverse fasi storiche a “collocare naturalmente” la Lega Nord e le sue istanze autonomiste all’interno dei gruppi politici europei; che oggi è prioritario svincolarsi dalle appartenenze ideologiche per giocare un ruolo da protagonisti nel confronto tra globalizzazione e identità, tra l’interesse del grande capitale e quello dei popoli e delle loro peculiarità;

T. che i partiti indipendentisti in Parlamento Europeo – per ragioni diverse, scarsa collaborazione e differenze di ordine ideologico – siedono in Gruppi Politici differenti che vanno dall’estrema sinistra, ai Verdi, ai Popolari, all’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL) di Lega Nord e Vlaams Belang;

U. che essere critici nei confronti dell’Unione Europea non significa essere contro l’Europa, autarchici, isolazionisti; che il libero mercato, quando governato da regole giuste, è un valore inderogabile e i popoli continueranno a commerciare e scambiare le merci come è sempre avvenuto fin dall’alba del genere umano, ma su ritrovate basi di equa reciprocità, affinché i benefici possano ricadere sulla totalità dei cittadini e dei lavoratori;

V. che la pace e il benessere possono essere perseguiti efficacemente soltanto se viene ripristinato il corretto flusso della ricchezza, dall’alto verso il basso, dove la distribuzione viene garantita non certo da meccanismi di esproprio o di sussistenza imposti dall’alto (lo Stato, o un’entità sovranazionale a-democratica), bensì dal reddito da lavoro, ossia da un capitalismo nuovamente fondato sulla manifattura prodotta in loco: non più l’ingegneria finanziaria scatenata dalla “libera circolazione” del capitale, bensì l’industria e l’artigianato, i due fattori che hanno sancito l’affermazione della piccola Europa nel mondo;

W. che l’UE nella sua attuale conformazione è modellata per rispondere esclusivamente agli interessi del grande capitale trans-nazionale e delle grandi multinazionali, ovvero di soggetti che hanno la necessità di superare ogni confine Statale e Regionale per eliminare ogni diversità e peculiarità, per giungere alla completa omologazione e standardizzazione del Mercato Interno UE;

IL CONGRESSO FEDERALE

Il ruolo della Lega Nord

1. conferma con convinzione l’attuale collocazione della Lega Nord nel Gruppo ENL insieme ai partiti sovranisti, identitari e indipendentisti che ne fanno parte, pone l’obiettivo di allargarne gli orizzonti ai cosiddetti “Stati di Visegrad” e a tutti gli altri movimenti identitari ed eurocritici con la consapevolezza del fatto che finché l’attuale UE non sarà ricostruita, non vi sarà libertà né democrazia per i popoli Europei;

2. afferma con convinzione che, a partire dalla prossima legislatura europea, la Lega Nord e il Gruppo ENL dovranno porsi l’obiettivo di costituire una minoranza di blocco nei confronti di ogni azione ostile (legislativa e non) messa in atto da parte della burocrazia UE nei confronti degli Stati Membri e delle Regioni, specificando sempre che le alleanze del Movimento sono tattiche su punti precisi di programma e che l’impegno politico è finalizzato a rispondere alle esigenze dei popoli, svincolandosi da posizioni ideologiche e di parte; La necessità dell’avvio di una revisione dei Trattati

3. impegna il Movimento a richiedere, nelle sedi e nei modi consentiti, l’attivazione di una procedura di revisione ordinaria dei trattati volta a restituire sovranità agli Stati membri e alle Regioni con potestà legislativa, intervenendo 5 con abrogazione e/o modifica secondo le seguenti condizioni minime:

a) sovranità monetaria ed economica

  •  Unione Economica e Monetaria (UEM).
  •  Competenza esclusiva sulla politica commerciale.

b) sovranità territoriale

  • Principio di libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali.
  • Politica estera comune ossia del SEAE.
  • Ripristino del pieno controllo di ciascuno Stato sulle proprie frontiere, ossia abrogazione di Schengen e del regolamento di Dublino.

c) sovranità legislativa

  • Supremazia del diritto degli Stati membri su quello dell’Unione.
  • Corte di Giustizia dell’UE.
  • Personalità giuridica dell’UE, ossia del potere di concludere accordi internazionali a nome degli Stati membri.

 

d) ripristino della sussidiarietà

  • Riportare all’esclusiva competenza degli Stati membri la maggior parte delle competenze concorrenti e tutte le competenze di sostegno.
  • Accrescere il potere di controllo dell’applicazione del principio di sussidiarietà e proporzionalità in capo ai parlamenti nazionali e alle Regioni.

4. sottolinea la necessità di tornare quantomeno allo status pre-Maastricht, ovvero a una forma di libera e pacifica cooperazione tra Stati di natura prettamente economica; ritiene tuttavia indispensabile una profonda correzione del funzionamento del mercato interno, tesa a: debellare i fenomeni di dumping interno all’Unione, a cominciare dalle norme sulla mobilità dei lavoratori; abolire le norme aliene alle diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri; arrestare l’eccesso di omologazione, che uccide le biodiversità e favorisce unicamente le produzioni su scala multinazionale. Un sistema di regole a misura delle nostre imprese

5. sostiene la necessità di ridisegnare il Mercato Interno per puntare allo sviluppo e all’innovazione salvaguardando al contempo le caratteristiche di alto livello degli standard produttivi europei e per valorizzare la qualità del nostro “saper fare” e delle nostre eccellenze industriali e agro-alimentari;

6. chiede con forza che l’Unione riduca e semplifichi il complesso sistema di regole che rende sempre più difficile raggiungere il vero potenziale del Mercato Interno UE e che la Lega Nord continui l’impegno per giungere a una vera indicazione di origine obbligatoria sui prodotti destinati ai consumatori a tutela dei produttori onesti e quale strumento fondamentale per rendere efficace la lotta contro la contraffazione, la violazione dei marchi e la circolazione del falso “made in Italy”;

7. denuncia la volontà politica da parte della Commissione Europea di non tutelare i legittimi interessi di chi sceglie di non delocalizzare altrove la propria produzione attraverso accordi di libero scambio e sistemi di preferenze commerciali dannosi per il nostro sistema industriale ed agricolo e sottolinea, inoltre, come in questo ambito occorra al più presto istituire, sul modello Statunitense, un sistema di regole per la promozione del consumo e dell’acquisto locale, e norme di difesa commerciale efficaci, rapide e severe. Più democrazia e coinvolgimento dei territori

8. esorta il Movimento a supportare tutte le iniziative volte alla definizione di una nuova “governance” per un maggiore controllo democratico sulle istituzioni europee, assegnando al Parlamento il potere d’iniziativa legislativa, anche parziale , garantendo alle Regioni una rappresentanza effettiva, attraverso l’elezione del Parlamento su base regionale ; ciò permetterebbe alle Regioni di mediare in maniera effettiva con gli Stati rappresentati nel Consiglio, anche in sede di iter legislativo;

9. evidenzia l’opportunità di valutare l’istituzione di un nuovo strumento di cooperazione militare che superi la NATO, a esclusivo scopo di mutua difesa e di deterrenza verso l’esterno , con la conseguente creazione di una filiera industriale 8 di sistemi d’arma “made in Europe” la quale sarebbe parte del rilancio dell’industria di alta gamma necessario al fine della ripartenza della domanda interna grazie all’aumento dei salari;

Meno denaro, meno sprechi, più sussidiarietà, più autonomia

10. chiede che il Movimento imponga la massima attenzione nei confronti della programmazione UE post 2020 e sottolinea che il mancato apporto del contributo Britannico dovrà imporre una conseguente riduzione della dotazione finanziaria del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale;

11. afferma che, contrariamente alla volontà che sta emergendo da parte della Commissione Europea, si dovrà evitare ogni ulteriore accentramento decisionale o passaggio di competenze a Bruxelles e che l’intera programmazione dovrà essere ridotta a quanto davvero necessario per obiettivi di sviluppo e innovazione realizzabili;

12. chiede con forza che la contribuzione che ogni Stato destina al funzionamento generale dell’UE sia notevolmente ridotta, che i seggi che saranno lasciati vacanti dai Parlamentari Europei Britannici siano eliminati e si oppone alla costituzione di qualsivoglia collegio pan-europeo che non risponderebbe al controllo dei cittadini e ai loro bisogni di rappresentanza e vicinanza tra elettore ed eletto. L’opzione inevitabile senza riforme è l’uscita

13. avverte tuttavia che, in assenza di condizioni o di volontà politica affinché questi passaggi siano decisi in maniera concordata tra gli Stati membri, allora come misura estrema non resterà che l’alternativa di un negoziato bilaterale tra Italia e UE ricorrendo alla clausola di rescissione ; avverte inoltre che, a differenza del Regno Unito, l’Italia è soggetta a molti più vincoli, derivanti dall’appartenenza alla zona euro, per cui spetterà al Governo italiano adottare contestualmente tutti i provvedimenti necessari e urgenti, secondo i poteri affidatigli dalla Costituzione, per permettere all’Italia di affrontare il negoziato in una posizione che non sia di svantaggio o sudditanza, come accaduto per la Grecia.

Il Presidente Nazionale Lega Nord – Lega Lombarda

Giancarlo Giorgetti

GALLEGGIANDO NELL’INCUBO TEDESCO, di Andrea Zhok

Con le riflessioni di Andrea Zhok pubblicate in calce iniziamo la pubblicazione delle considerazioni politiche e delle analisi riguardanti l’Unione Europea in qualche maniera utili a definire la collocazione e la funzione di questa istituzione frutto di un collasso degli stati nazionali europei, di una occupazione militare e di un processo di progressiva subordinazione politica. Questo sito ha dedicato all’argomento numerosi articoli sulla scia di quanto già prodotto in precedenti esperienze redazionali. Sta di fatto che ogni ribaltamento di politica economica, compreso il tema della promozione della domanda interna non può partire che da un processo di emancipazione politica delle formazioni sociali e degli stati europei. Va ricordato che l’attuale organizzazione istituzionale europea, compresa la struttura lobbistica dei suoi centri amministrativi è nata dal modello e dall’imposizione di modelli istituzionali americani e nei suoi aspetti impropriamente “federalisti” tedeschi, questi ultimi a sua volta imposti nel dopoguerra dagli Stati Uniti stessi, vincitori del conflitto mondiale. Lo stesso successo economico tedesco è stato alimentato e consentito, ponendo però dei limiti precisi nelle dimensioni delle imprese e nell’agibilità nei settori strategici, sino al momento in cui gli squilibri e la fragilità del sistema hanno rischiato di mettere in crisi la coesione della formazione sociale americana. L’avvento di Trump vuole essere una risposta a questi squilibri e può essere la molla principale che può portare alla fine di questa Unione. Con una avvertenza. Se la UE non può fare a meno della NATO (art 42 del Trattato di Lisbona tra i tanti), non è necessariamente vero il suo contrario_Giuseppe Germinario
GALLEGGIANDO NELL’INCUBO TEDESCO
Andrea Zhok·Domenica 16 febbraio 2020·Tempo di lettura: 6 minuti

La forma presa dal progetto europeo sotto la guida della Germania sta portando a picco l’eurozona, e in maniera particolarmente accentuata alcuni paesi, come l’Italia.
Comprendere ciò che sta accadendo è indispensabile per immaginare una via d’uscita e non rimanere a galleggiare in un incubo senza porte né finestre.
Tale comprensione passa attraverso due prese di coscienza, riguardanti rispettivamente
1) la storia tedesca recente, e 2) l’attuale stadio della globalizzazione economica.
In breve.
1) La Germania uscita dalla seconda guerra mondiale era un paese umiliato, devastato e cui veniva vietato di fatto di costituirsi in entità statale indipendente (presenza di basi americane, limitazioni alla ricostituzione dell’esercito). In questo contesto i tedeschi hanno immaginato una forma diversa di ‘rivalsa’, che ha preso l’aspetto di ciò che può essere chiamato ‘neomercantilismo’. Qui l’idea di fondo, semplificata, è che se non posso acquisire potere nella forma classica della potenza militare, allora lo farò a colpi di merci, conquistando progressivamente quote di mercato. Invece di invadere militarmente gli altri per togliergli risorse, gli sottrarrò risorse con la qualità e convenienza dei miei prodotti, che creeranno un perenne trasferimento asimmetrico di denaro nelle mie casse. Intorno a questa sostituzione simbolica del valore militare (centrale in Germania sin dall’unificazione tedesca sotto la Prussia) con la conquista economica si è costruita un’intera concezione del bene e del male, del vizio e della virtù.
L’intera architettura dell’Unione Europea è nata adattando le teorie neoliberali dominanti negli anni ’80 e ’90 a questo paradigma etico, dove idealmente non c’è bisogno di uno stato, se non come funzione economica. Non a caso la Germania è lo stato che prima di ogni altro rende indipendente la propria banca centrale (1957), ponendo la politica come dipendente per la propria legittimazione dall’economia.
L’idea che il debito sia indice di una forma di debolezza morale è qui fondante, così come l’idea che solo chi abbia messo prima da parte un capitale con il sudore della propria fronte, può poi investirlo meritoriamente. Si tratta di una visione etica ritagliata sulla dimensione della vita di una famiglia (e assai funzionale a quel livello), ma profondamente estranea a prospettive e responsabilità di natura statale.
È questa matrice quella che vincola tutte le fondamentali regole europee, così come hanno preso forma nei trattati e così come vengono stabilite ai vertici europei. Le sue implicazioni sono:
a) È legittimato ad investire solo chi ha una condizione economica già florida (si pensi alle direttive recenti sul cosiddetto Green New Deal europeo);
b) Se non si possiedono capitali, ci si deve rendere attrattivi al capitale estero fornendo un ambiente che garantisca elevati profitti agli investitori privati;
c) Se non ci sono margini per incrementare la produttività attraverso gli investimenti, la via maestra per acquisire nuove risorse è la compressione delle condizioni di lavoro, sia in termini salariali che di garanzie. Se si fanno le ‘riforme’ con sufficiente perseveranza, ad un certo punto si raggiungerà un livello in cui si vince la battaglia dell’export e si sfrutta la propria bilancia commerciale positiva per conquistare mercati e capitali.
L’intero sistema è concepito a livello europeo in modo da fare dell’Europa un centro produttivo capace di conquistare il mondo a colpi di merci.
2) E a questo punto entra sciaguratamente in questo ‘sogno tedesco’ la realtà dell’odierno mondo globalizzato, che trasforma il sogno tedesco nell’incubo europeo.
Quali sono i tasselli che mancano in quel quadro immaginato dal ‘revanscismo mercantile’ dei tedeschi dopo il 1945?
Manca innanzitutto la comprensione che il gioco del ‘libero commercio’ era un gioco che avveniva per gentile concessione degli USA, che si facevano carico delle funzioni tipiche degli stati tradizionali in maniera vicaria: erano gli americani a provvedere alla difesa europea, permettendo così agli europei di dedicarsi al gioco del libero mercato. Gli americani – naturalmente non gratis – operavano da stabilizzatori e garanti legali del sistema. Il fatto di non doversi occupare seriamente della questione militare ha creato nella cultura europea una sorta di infantilismo perenne, in cui fantasticherie astratte di matrice illuminista e liberale hanno prodotto un quadro fittizio di irenismo mondiale. I tedeschi, e di rimando gli europei tutti, hanno pargoleggiato per anni immaginando che il mondo fosse lì pronto a riconoscere cavallerescamente le virtù commerciali e produttive europee, facendosi gaiamente conquistare a colpi di merci.
Il secondo tassello mancante è un’implicazione del primo. Un sistema come quello europeo, che è di fatto un coacervo di interessi economici senza alcuna politica statale comune, senza un popolo comune, senza un governo con legittimazione democratica, e senza nessuna delle tradizionali competenze degli stati, trae (proprio come la Germania del dopoguerra) la propria intera legittimazione dal successo economico. E tale successo, però, dipende in maniera massiva dal successo della politica neomercantilista. (Ad esempio nei confronti dei soli USA il saldo commerciale europeo è positivo per oltre 170 miliardi di dollari – dati 2018). Ma con un sistema di scambi che oramai ha raggiunto estensione planetaria, emergono con sempre maggiore chiarezza due ordini di problemi.
Il primo è che – surprise, surprise – molti paesi, Stati Uniti in testa, mostrano insofferenza a subire un drenaggio costante di risorse da parte europea, e possono perciò chiedere un riequilibrio a colpi di tariffe e dazi.
Il secondo è che estensioni mondiali delle catene di approvvigionamento (supply chain) sono, proprio per la loro estensione e capillarità, sempre più massicciamente esposte a turbative, come mostra il caso attuale dell’epidemia di coronavirus. E se non è un virus sarà un conflitto armato che minaccia il trasferimento merci o, appunto, una guerra commerciale, o altro.
Entrambe queste tendenze sono destinate ad esacerbarsi con il passare del tempo, perché il funzionamento ordinario e autoregolato del commercio mondiale crea continuamente differenziali di potere, squilibri, crisi locali, che chiedono maleducatamente risoluzione. E di fronte a traffici mondiali che hanno già raggiunto un livello estremo di capillarità e libertà (nessun’altra epoca nella storia ha avuto tassi maggiori di libero commercio) la tendenza non può che essere verso un riflusso (più o meno accentuato).
Il quadro che si presenta all’organizzazione chiamata Unione Europea è dunque tale per cui il sogno tedesco di vincere la battaglia per la conquista del mondo a colpi di merci sta arrivando alla sua Waterloo. Per salvare un sistema europeo sarebbe necessaria una inversione di rotta radicale dello spirito che ha nutrito dall’inizio la storia dell’Unione Europea: da coacervo di interessi economici rivolti alla conquista di nuovi mercati esterni, a coordinamento di iniziative politiche rivolte ad alimentare il mercato interno. Dunque l’ordine delle priorità dovrebbe andare allo sviluppo interno e alla piena occupazione, e non alla compressione dei costi di produzione e alla stabilità monetaria. Questo spostamento richiederebbe una completa riscrittura dei trattati, a partire dallo statuto della BCE.
È idealmente possibile un tale stravolgimento? Sì, di principio lo è.
È concretamente plausibile che gli attuali plenipotenziari dell’UE, e specificamente la Germania, accettino una tale prospettiva? No, non lo è affatto.
Dunque ci avviamo ad altri anni, forse decenni, di stagnazione o contrazione progressiva, massimamente concentrata nelle aree di subfornitura alla Germania, e la cui produzione ha minore valore aggiunto.
E questo è l’identikit dell’Italia.

Il Deep State contro Roger J. Stone, Jr: A Cautionary Tale, di Christian Josi

Qui sotto un articolo pubblicato sul periodico Townhall con un resoconto sufficientemente dettagliato e attendibile della vicenda giudiziaria, una vera e propria feroce persecuzione, nella quale è incappato Roger Stone. L’inaudita violenza della campagna mediatica e giudiziaria di questi anni non ha realizzato l’obbiettivo più ambito: la defenestrazione e la neutralizzazione del Presidente Trump. Ne hanno pesantemente condizionato e limitato l’indirizzo e l’agibilità politica costringendolo ad azioni contraddittorie e a legami politici che hanno pesato soprattutto nelle sue scelte di politica estera.  Non potendo eliminare il protagonista, le attenzioni più livide si sono rivolte ai personaggi determinanti che hanno costruito l’ascesa politica di Trump, Roger Stone, che gli hanno offerto supporto di relazioni, Paul Manafort, che gli avrebbero consentito solide basi di sostegno negli apparati di sicurezza e maggiore coerenza in politica estera rispetto ai proclami della campagna presidenziale, il generale Flynn. Una condotta spietata, indice di uno scontro politico feroce, inedito nella sua virulenza e durata, che ha come posta in palio il riconoscimento o meno di un mondo multipolare ormai in atto e la individuazione e le modalità di contrasto degli avversari strategici della potenza americana. Trump al momento è riuscito a venirne fuori pur  se a caro prezzo e riuscirà a contendere a fine anno la presidenza. Con le forze disponibili ha iniziato a reagire, tardivamente, con un vero e proprio repulisti di alcuni apparati importanti (NSC), ma senza disporre di sufficienti ed affidabili ricambi. Ha cominciato a chieder conto anche all’estero, anche in Italia, questa estate delle collusioni nelle macchinazioni ai suoi danni, come nell’affare Mifsud. Alcuni articoli sulla stampa estera,   https://www.telegraph.co.uk/news/2020/02/13/joseph-mifsud-mysterious-professor-trump-russia-scandal-heard-crossfire/?fbclid=IwAR0_pRqbHt9Y6maavGA7Z2utVUUzCowcEGtxdbna7q-RxDJvsjoJGZTXHFY  e nazionale https://www.lastampa.it/topnews/economia-finanza/2020/02/12/news/link-university-gli-affari-a-londra-con-il-falso-arcivescovo-1.38455817?fbclid=IwAR0wTALMQKU5dzxEIJi8TvUZnCqKWaSTPlYSuSclY4TYkLCdq2rjgRFurHQ sembrano il preannuncio di nuove attenzioni nei prossimi giorni, questa volta più circostanziate verso alcuni alti funzionari pubblici, di chiamate a correo e di denuncia delle ovvie  coperture politiche di tali azioni. Alcune di tali coperture ormai troppo al sicuro nei corridoi comunitari di Bruxelles, altri un po’ più esposti e vulnerabili per i riconoscimenti ostentati nell’ultima cena presidenziale di qualche anno fa. Trump è il Presidente degli Stati Uniti, insediatosi per affermare gli interessi degli Stati Uniti secondo il punto di vista di una elite alternativa in via di formazione di quel paese. La virulenza di quello scontro politico e le stesse offerte di una componente di quel teatro, prospettate più o meno esplicitamente, specie nel campo di azione del Mediterraneo, avrebbero potuto essere opportunità di un ricambio positivo di classi dirigenti nel nostro paese. Manca purtroppo la componente soggettiva in grado di cogliere le occasioni. Gli sviluppi dei prossimi giorni potrebbero essere una delle residue circostanze in una congiuntura destinata a chiudersi, in un modo o nell’altro, con le prossime elezioni americane, verso una direzione più definita e delimitata. Il ceto politico alternativo, o presunto tale, sorto in questi ultimi anni in Italia, sembra percorrere ancora una volta una strada opposta e subire il richiamo della foresta ai primi contraccolpi, già così traumatici per soggetti così fragili. Da una parte  torna a prevalere il richiamo e il vincolo europeista. Giancarlo Giorgetti così recita “Il punto è che farà la Cdu-Csu. Andrà a sinistra, verso verdi e socialisti? O si alleerà con i liberali? Da questo dipenderà la politica europea del Partito popolare. E noi dobbiamo essere “potabili” quando arriverà il momento” https://www.corriere.it/politica/20_febbraio_13/resteremo-nell-euro-migranti-si-collaboriora-bruxelles-ha-capito-ed945cec-4e9f-11ea-977d-98a8d6c00ea5.shtml?fbclid=IwAR0_zSZ2S_7Hn_8AV5TgCB-TVwG9PP1822fEZQCNoF07TvJ_rGxKFwqJhxg   

Rivelatore, oltre le intenzioni, l’aggettivo “potabile”. Non si tratta più di essere digeribili, assimilabili, metabolizzabili; bisogna diventare non inquinati, depurati e non tossici, con componenti da eliminare. E’ vero che qualcosa sta cambiando nella UE e nella sua politica economica; molto meno nella collocazione internazionale dei paesi europei. E’ ancora più vero che i cambiamenti che si preannunciano continuano a prevedere il sacrificio del nostro paese senza neppure la sponda offerta in questi ultimi due anni. Su questa base più che un partito nazionale e patriottico, può risorgere un movimento localista sostenitore di un federalismo d’accatto, privo però di uno stato centrale degno di questo nome. L’infamia dell’autorizzazione a procedere ai danni del Ministro dell’Interno Matteo Salvini rappresenta un passo di tale normalizzazione.

Dall’altro un movimento nazionalista fondato sulla religione, su dio e sulla civiltà. La nazione costituita dal popolo eletto che solo una costruzione politica su base religiosa come quella di Israele può permettersi di reggere pur con enormi costi politici e la forza di un paese a postura imperiale può sostenere. Non a caso che l’esplicitazione di un tale orientamento sia scaturita dalla recente partecipazione ad un convegno della Fondazione “Edmund Burke”. Ci aveva già provato tempo fa in Italia e in Europa con scarso successo Bannon; questa operazione appare oggi più promettente. Una base culturale ed ideologica, fideistica, manipolatoria ed elitaria, a dispetto dei reiterati appelli al popolo, da cui era riuscito a rifuggire in gran parte persino il fascismo di Benito Mussolini. Dubito che Giorgia Meloni riesca ancora a cogliere le pesanti implicazioni politiche e geopolitiche di un tale approccio culturale. 

Quello che una volta di più appare chiaro è che ci troviamo in un paese ormai drammaticamente povero di cultura e di cultura politica propria in particolare, ignaro della propria esperienza e tradizione millenaria. Un humus dal quale, più che una classe dirigente ambiziosa e consapevole dei propri limiti, può sorgere e proliferare un ceto politico remissivo e prostrato, il cui rappresentante più mellifluo appare il nostro PdC oppure un ceto tribunizio vittima del proprio impeto cieco e/o del proprio trasformismo più o meno consapevole. Entrambi in cerca di casa come profughi; entrambi però appesi voluttuosamente alla lenza dei pescatori più pazienti ed intraprendenti_Giuseppe Germinario

 

The Deep State contro Roger J. Stone, Jr: A Cautionary Tale

Scritto da Christian Josi | Fonte: TownHall | 14 febbraio 2020 19:01

The Deep State contro Roger J. Stone, Jr: A Cautionary Tale

La condanna del mio amico e collega Roger Stone è fissata per la prossima settimana a Washington, DC, e il circo che lo assedia è già in piena attività.

Questo caso, o la “strada ferrata”, come viene chiamato più appropriatamente, era concluso prima che iniziasse. Non avrebbe mai avuto una conduzione adeguata in questa sede, con questa giuria e soprattutto con il Giudice di Obama, Amy Berman Jackson e il fosco equipaggio dei pubblici ministeri del Deep-State sul caso (beh, in precedenza sul caso da quando tutti hanno lasciato questa settimana; ma perché Roger ha effettivamente preso una pausa quando il Presidente giustamente si è alzato in piedi per lui). È qualcosa che dovrebbe disturbare terribilmente tutti gli americani, indipendentemente da come potrebbero vedere Roger. Comunque, ho pensato che sarebbe stato un buon momento per rivisitare la narrazione ed evidenziare il modo brutto, vendicativo e davvero incostituzionale in cui questo affare si è svolto.

Come risultato del blackout mediatico sulle “notizie false” riguardanti l’accusa di Stone da parte di Robert Mueller e del Dipartimento di Giustizia (DOJ), pochi americani comprendono come e perché il consulente politico e lealista di lunga data di Trump è stato condannato per aver mentito al Congresso, quanto sia fragile il castello di accuse contro di lui e il modo in cui è stato trascinato in un processo in stile sovietico a Washington, DC, durante il quale il giudice ha precluso ogni efficace linea di difesa e ha accuratamente impilato una giuria anti-Trump composta completamente da democratici liberali.

Roger Stone è, come noto, il veterano stratega repubblicano, autore di bestseller del New York Times, esperto e consulente di lunga data della Trump Organization.

È un ex assistente del senatore Bob Dole, nonché dei presidenti Nixon e Reagan. Stone, 67 anni, è un veterano di 10 campagne presidenziali repubblicane. Il suo ruolo fondamentale nell’emersione politica di Donald Trump è dettagliato nella recente serie del documentario PBS su Donald Trump e nel pluripremiato documentario Netflix “Get Me Roger Stone”. Ha ricoperto il ruolo di Presidente del Comitato esplorativo presidenziale di Donald Trump nel 2000 e 2012 e vive a Fort Lauderdale con la sua affascinante moglie di 29 anni, Nydia Bertran Stone. Il presidente Trump è stato ospite d’onore al loro matrimonio a Washington, DC

Un’intensa indagine multimilionaria di due anni su Roger Stone ad opera del consigliere speciale Robert Mueller, iniziata nel 2017, non ha prodotto prove di collusione russa, nessuna collaborazione con Wikileaks e nessuna prova del fatto che Roger Stone avesse avuto un preavviso sulla fonte o sul contenuto di qualsiasi divulgazione di Wikileaks, comprese le e-mail di John Podesta prima della loro uscita; Robert Mueller alla fine ha accusato Roger Stone di “mentire al Congresso”. (A proposito, quando potremo accusare il Congresso di averci mentito quotidianamente?)

Il mese prima dell’arresto ostentato di Roger Stone, il presidente Trump ha twittato su Twitter: “Non testimonierò mai contro Trump” Questa affermazione è stata recentemente di Roger Stone, in sostanza affermando che non sarà costretto da un estorsore e da un procuratore fuori controllo a inventare bugie e storie sul “presidente Trump” È bello sapere che alcune persone hanno ancora coraggio “(3 dicembre 2018).

Il 25 gennaio 2019 l’FBI ha organizzato uno straordinario raid paramilitare prima dell’alba durante il quale 29 agenti dell’FBI in uniforme SWAT hanno fatto irruzione nella casa di Fort Lauderdale del 67enne consigliere di Trump, a bordo di 17 veicoli corazzati e utilizzando un’unità K-9, un elicottero sopra la testa e due unità anfibie sul canale dietro la casa di Stone per arrestarlo.

I pubblici ministeri sapevano che Stone era rappresentato da un avvocato e che lui aveva parlato con l’avvocato il giorno precedente. La successiva affermazione dei pubblici ministeri secondo cui Stone doveva essere arrestato in questo modo perché era considerato a “rischio di fuga” fu smentita ore dopo quando il governo non si oppose al suo rilascio senza una cauzione in contanti. Stone non aveva né un passaporto valido né un’arma da fuoco quando Il giudice Jackson ha proibito ai suoi avvocati di contestare le azioni dell’FBI in tribunale.

Sebbene la strada in cui viveva Stone fosse sigillata dall’FBI, la CNN era in prima fila a filmare l’arresto notturno di Stone.

Il video di sorveglianza domestica di Stone mostra un equipaggio della CNN che arriva e si installa a soli 25 piedi dalla sua porta di casa 11 minuti prima dell’arrivo dell’FBI con le armi d’assalto sguainate. Josh Campbell, ex assistente speciale del direttore dell’FBI James Comey ora con la CNN, è stato il primo corrispondente di notizie a denunciare l’arresto di Stone. Gli stessi avvocati di Stone hanno appreso dell’arresto del loro cliente da una telefonata di un produttore della CNN. L’FBI ha negato una richiesta FOIA per esibire tutte le e-mail tra l’FBI e la CNN nei giorni precedenti il ​​raid a casa di Stone, questione ora oggetto di una causa separata. Il senatore Lindsay Graham ha rilasciato una lettera al Dipartimento di Giustizia e all’FBI chiedendo chi ha disposto il raid nella casa di Stone. Non esiste alcuna documentazione pubblica di una risposta. Il consigliere speciale Robert Mueller ha rifiutato di commentare se l’ufficio del consulente speciale o l’FBI hanno lasciato la CNN prima dell’arresto di Stone per la TV durante la sua testimonianza al Congresso. Dopo l’arresto di Stone, il presidente Trump stesso ha twittato “Chi ha avvisato la CNN di essere lì?”

Al fine di giustificare i mandati di ricerca per e-mail, messaggi di testo e telefonate di Stone, così come le perquisizioni della casa e dell’ufficio di Stone in Florida e del suo appartamento a New York City, i pubblici ministeri hanno riferito a un giudice federale che avevano una probabile causa di riciclaggio di denaro straniero in contributi per campagne, frodi postali, frodi telefoniche e vari reati informatici tra cui l’accesso non autorizzato a un server di computer.

In realtà i pubblici ministeri non avevano prove del genere oltre al feed Twitter di Stone. Tutti i tweet di Stone erano basati su informazioni disponibili al pubblico. I mandati di perquisizione non hanno trovato conferme di nessuno di questi crimini e Stone è stato infine accusato di mentire al Congresso e di ripetuti tentativi di manomissioni dei testimoni. L’accusa inquisitoria di Stone è stata elaborata dal deputato Mueller Andrew Weissman sulla base dei meta-tag sulla accusa esplosiva spedita via e-mail alla stampa alle 7 del mattino del suo arresto (anche se un magistrato federale non ha denunciato l’accusa fino alle 9 : 30 di quella stessa mattina) in cui Weissman ha lasciato le sue iniziali.

Successivamente, l’ufficio del Special Counsel ha sostenuto che il caso di Stone sarebbe stato sottoposto al giudice Amy Berman Jackson perché avevano affermato che la vicenda era legata al caso non ancora trattato in cui Mueller accusava 75 russi per il presunto hackeraggio del Comitato nazionale democratico, sostenendo che l’indirizzo di posta di Stone è stato trovato da un mandato di ricerca in quel caso.

Il team di Mueller ha affermato che questa indagine è legata a quella di Stone per due motivi: primo, che alcuni “documenti rubati” sono un argomento in entrambi i casi, e in secondo luogo, che i mandati utilizzati nel caso degli hacker russi hanno fatto emergere “certe prove rilevanti” per il caso di Stone . In realtà, nessuna prova del caso di hacking russo è stata introdotta nel processo di Stone. Nulla nell’accusa di Stone avvalorava che avesse accesso a “documenti rubati”. Mueller fu essenzialmente autorizzato a “Judge Shop”, che è ampiamente considerato un abuso della Corte.

Il giudice Jackson, designato da Obama, è un attivista liberale che ha respinto la causa di morte per negligenza contro il segretario di Stato Hillary Clinton, oltre a respingere la causa da parte della Chiesa cattolica contestando il requisito di Obamacare secondo cui i datori di lavoro forniscono una copertura gratuita per la contraccezione e l’aborto.

La decisione di Jackson è stata annullata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Jackson ha anche presieduto il caso dell’ex responsabile della campagna Trump Paul Manafort durante il quale Manafort è stato incarcerato prima e durante il suo processo, nonostante non fosse stato condannato per nessun crimine. Una mozione preliminare per un giudice diverso e una sede diversa depositata dagli avvocati di Stone è stata negata, ovviamente.

Jackson ha decretato la prosecuzione dell’accusa contro ogni mozione degli avvocati di Stone tranne in un caso.

È stato riferito che il giudice spesso sorrideva e alzava gli occhi verso la giuria quando gli avvocati di Stone arringavano in tribunale.

Dopo un processo in stile sovietico di cinque giorni in cui il giudice Jackson ha vietato a Stone di costruire qualsiasi efficace linea di difesa, Stone è stato condannato da una giuria DC democratica su tutti e sette i capi di accusa ai suoi danni e ora affronta l’eventualità di molti, molti anni di prigione. Alcuni sostengono che ci sarà una mossa per prenderlo in custodia al momento della condanna, il che sarebbe una mossa molto insolita in un caso come questo e sottolinea semplicemente il disprezzo del Deep State contro il quale Stone si è scontrato.

Pochi minuti dopo la condanna di Stone, il presidente Trump ha twittato “Ora hanno condannato Roger Stone per aver mentito al Congresso e vogliono concedergli un lungo periodo di detenzione.

Che dire di Crooked Hillary, Comey, Strzok, Page, McCabe, Brennan, Clapper, Schiff, Ohr, Steele e Mueller stesso i qiuali hanno mentito e non sono stati perseguiti. Questo è un doppio standard come mai visto prima nel nostro paese “.

In effetti, Comey, Brennan, Clapper, McCabe, Strzok, Page, Rosenstein, Ohr e Mueller hanno mentito tutti sotto giuramento al Congresso su questioni consequenziali, ma il giudice Jackson ha espressamente vietato agli avvocati difensori di Stone di sostenere che il caso di Stone fosse un esempio di “accusa selettiva”. Naturalmente.

Il presidente Trump ha detto a FOX News alla vigilia di Natale 2019 che Stone era un “bravo ragazzo che piace a molte persone” e che ritiene che “fosse una brava persona” che, insieme al generale Michael Flynn, era stato trattato “molto ingiustamente” nel suo procedimento giudiziario dal consigliere speciale Robert Mueller e dal procuratore degli Stati Uniti per il distretto di Columbia.

Trump ha definito l’accusa di Stone e Flynn una “beffa di poliziotti sporchi”.

Roger Stone è stato incriminato per aver mentito al Congresso, nonostante l’incapacità di Mueller di trovare un crimine di fondo su cui basare la menzogna di Stone.

Al processo, i pubblici ministeri hanno fornito prove del fatto che Stone ha tentato (senza successo) di apprendere il contenuto delle rivelazioni di Wikileaks annunciate (che non è un crimine). Mueller ha criminalizzato le attività politiche perfettamente legali nell’accusa e nella condanna di Stone. Naturalmente.

A supervisionare il caso di Stone per l’Office of Special Counsel c’era Jeannie Rhee, che rappresentava Hillary Clinton e la Clinton Foundation nel grande caso di posta elettronica.

Rhee ha dato il massimo contributo alle campagne di Hillary nel 2008 e 2016 così come di Obama nel 2008. Aaron Zelinsky, ex editorialista di Huffington Post e assistente del procuratore degli Stati Uniti, è stato raccomandato dal procuratore generale Rod Rosenstein per assistere Rhee nell’accusa di Stone. Il caso di Stone alla fine sarebbe stato perseguito dall’assistente procuratore generale Jonathan Kravis, che era stato consigliere associato della Casa Bianca per il presidente Barack Obama. Adam Jed, un funzionario del DOJ di Obama che ha sostenuto con successo che l’atto del Congresso che bandiva il matrimonio gay era incostituzionale, ha completato l’accusa di Mueller contro Stone. Stone è stato perseguito dai suoi oppositori politici faziosi.

L’accusa incriminata di Rhee, avvocato di Hillary Clinton, è probabilmente correlata alla pubblicazione del libro di Stone, “The Clintons ‘War on Women”, che non solo descriveva gli attacchi sessuali seriali di Bill Clinton a più donne, ma anche il ruolo di Hillary nell’intimidazione, nel bullismo e nel silenziamento delle vittime. Ancora più importante, Roger Stone è stato il primo a esporre il collegamento Epstein-Clinton, documentando i 28 voli di Bill Clinton verso il condannato pedofilo nell’isola privata di Jeffrey Epstein e il ruolo di Epstein nella istituzione della Fondazione Clinton.

La violazione del False Statement Act per il quale Stone è stata accusato, richiede non solo che l’affermazione sia falsa, ma anche che sia materiale e che ci fosse l’intenzione di ingannare.

L’affermazione dell’accusa secondo cui Stone ha mentito perché “la verità non porterebbe bene a Donald Trump” è ridicola in considerazione del fatto che il candidato Trump stesso ha parlato apertamente dell’interesse della sua campagna per la divulgazione di Wikileaks:

10 ottobre 2016 a Wilkes-Barre, Pennsylvania: “Questo è appena uscito”, ha detto Trump. “WikiLeaks, adoro WikiLeaks.”

12 ottobre 2016 a Ocala, FL: “Questa roba su Wikileaks è incredibile”, ha detto Trump. “Ti dice il cuore interiore, devi leggerlo.”

13 ottobre 2016 a Cincinnati, OH: “È stato fantastico ciò che è uscito su WikiLeaks.”

31 ottobre 2016 a Warren, MI: “Ne è arrivato un altro oggi”, ha detto Trump. “Questo Wikileaks è come un tesoro.”

4 novembre 2016 a Wilmington, OH: “Scendendo dall’aereo, stavano solo annunciando nuovi WikiLeaks e volevo rimanere lì, ma non volevo farti aspettare”, ha detto Trump. “Ragazzo, adoro leggere quelle WikiLeaks.”

In effetti, il candidato Trump ha menzionato WikiLeaks 141 volte nel mese prima delle elezioni del 2016, secondo MSNBC.

Quindi, cosa stava nascondendo Stone? Stone, che è comparso volontariamente davanti al comitato e non in giudizio, non aveva motivo di mentire su ciò che era un’attività politica completamente legale. Durante il processo di Stone non c’erano testimonianze del fatto che avesse detto a qualsiasi funzionario della campagna Trump di Wikileaks che non avrebbero potuto leggere sul feed Twitter di Stone. Il comitato di intelligence della Camera ha votato per consegnare la testimonianza classificata di Stone su richiesta di Mueller, ma non ha rinviato Stone per l’accusa. Il rapporto finale della commissione non ha rilevato che Stone aveva indotto in errore la commissione.

Anche un’altra narrazione, “manomissione dei testimoni”, è falsa.

Stone aveva già divulgato alla House Intelligence Committee che il conduttore radiofonico progressista e l’impressionista comico Randy Credico, con il quale Stone aveva nobilmente lavorato sulla riforma della giustizia penale, era la sua fonte per quanto riguarda il significato e i tempi delle prossime rivelazioni di Wikileaks alla House Intelligence Committee. Stone ha esortato Credico a far valere i suoi diritti sul Quinto emendamento per non testimoniare davanti al Comitato di intelligence della Camera perché, secondo Stone, Credico ha affermato di aver temuto l’esposizione pubblica nella comunità progressista perché aveva “contribuito a eleggere Trump”. Credico ha ammesso che il suo avvocato gli ha consigliato di far valere i suoi diritti sul Quinto emendamento così come numerosi giornalisti e l’ACLU.

Le accuse sostenute dai pubblici ministeri, secondo cui Stone aveva minacciato di “rubare il cane di Credico” per costringerlo al silenzio, furono specificamente negate da Credico al processo. Il 20 gennaio 2020, Credico ha scritto una lettera al giudice Jackson affermando che “non si è mai sentito minacciato da Stone”. Tuttavia Stone è stato condannato con l’accusa di manipolazione di testimoni. L’accusa ha insistito sul fatto che Credico non era la fonte di Stone riguardo al contenuto generale e rilascio di ottobre delle rivelazioni di Wikileaks, nonostante il rilascio di Stone di una catena di e-mail  indiscutibilmente dimostrano che lo era.

I pubblici ministeri federali hanno insistito sul fatto che il dott. Jerry Corsi era la fonte della limitata conoscenza dei piani di Wikileaks da parte di Stone, ma i pubblici ministeri non hanno prodotto alcuna prova per dimostrarlo e non ha indicato intenzionalmente Corsi come testimone del processo di Stone. Uno scambio di e-mail del 2 agosto tra Stone e Corsi, prodotto dal governo durante il processo, ha dimostrato che i pronostici di Corsi che una grande mole di dati di Wikileaks sarebbe arrivata in agosto e che riguardava la Clinton Foundation erano errati. Uno scambio di testi tra Corsi e Stone il 3 ottobre riconosceva che “Assange non ha nulla e si è preso gioco di se stesso”.

Il criminale condannato Rick Gates ha testimoniato al processo di Stone di aver sentito una conversazione al telefono cellulare tra Stone e Trump mentre era su un SUV sulla strada per l’aeroporto di LaGuardia nell’agosto 2016.

Gates ha ammesso di non poter ascoltare la vera conversazione e che i pubblici ministeri federali non hanno prodotto registrazioni telefoniche o testimoni aggiuntivi per confermare questa affermazione, sebbene Gates abbia affermato che c’erano due agenti dei servizi segreti nel SUV. Sia Trump che Stone hanno negato che questa conversazione abbia mai avuto luogo. Nelle risposte scritte alle domande di Mueller, il presidente Trump ha negato espressamente di aver mai discusso delle rivelazioni di Wikileaks. Gates, condannato per cospirazione e mentendo all’FBI, ricevette solo una condanna a 45 giorni in cambio della sua testimonianza contro Stone. I pubblici ministeri federali hanno anche rifiutato di perseguire Gates per non aver pagato tasse su milioni di dollari di entrate; introiti che ha ammesso di aver sottratto al suo partner Paul Manafort.

Naturalmente, il D.C. La giuria ha ritenuto Stone colpevole di tutte le accuse. Mentre un giurato (un collaboratore di Beto O’Rourke) ha dichiarato al Washington Post che la giuria era “diversa per età, genere, razza, etnia, reddito, istruzione e occupazione”. La sua affermazione è fuorviante per non dire altro. La giuria non includeva repubblicani, né veterani militari, né cattolici della chiesa romana, né uomini neri e nessuno con un’istruzione universitaria inferiore ma includeva un ex candidato democratico al Congresso, due avvocati che lavoravano nelle amministrazioni democratiche, tre giurati con legami con FBI, tre giurati con legami con il Dipartimento di Giustizia e due giurati con legami con la CIA e un incaricato di Obama nella posizione di direttore delle comunicazioni di un dipartimento federale. È ed è sempre stato discutibile se un repubblicano possa ottenere un processo equo nel Distretto di Columbia.

La premessa alla base dell’accusa federale a Roger Stone contenuta nelle prime due pagine del disposto è che i russi hanno violato il DNC e fornito questi dati presumibilmente compromessi con Wikileaks. Tutte le domande a cui Stone avrebbe mentito si riferivano a questa presunta azione, ma il giudice Amy Berman Jackson non avrebbe permesso agli avvocati di Stone di confutare ciò chiamando testimoni forensi come per l’NSA Bill Binney. Avendo basato l’accusa contro Stone su questa premessa, i pubblici ministeri federali ora hanno insistito sul fatto che era irrilevante.

Quando il governo ha ammesso di scoprire che l’FBI non aveva mai ispezionato i server DNC e aveva invece fatto affidamento su una bozza di promemoria redatta da Crowdstrike, una società IT strettamente legata a Hillary Clinton, l’ammissione ha ottenuto un’ampia copertura mediatica.

Il governo ha quindi presentato un’ulteriore risposta al tribunale affermando di avere altre fonti di conferma che il DNC era stato violato dai russi ma ha rifiutato di fornire qualsiasi conferma fattuale di tale affermazione.

Il giudice Jackson ha vietato agli avvocati di Stone di sollevare qualsiasi questione relativa alla cattiva condotta del procuratore speciale, del DOJ, dell’FBI o dei membri del Congresso.

“Non ci saranno indagini sugli investigatori nella mia aula di tribunale”, ha detto, nonostante la nomina del consigliere speciale John Durham, ad opera del procuratore generale Bill Barr, per fare esattamente questo.

Il deputato Adam Schiff ha ammesso che il suo coordinamento con l’ufficio del Consiglio speciale ha violato le regole della Camera in una lettera al presidente del Comitato di intelligence Devin Nunes.

Tuttavia, il giudice Jackson ha proibito agli avvocati di Stone di perseguire queste prove di un “insediamento” di Schiff. Il Washington Post ha riferito che Mueller aveva in anticipo una copia della testimonianza classificata di Stone (un’altra violazione delle regole della Camera) prima della votazione da parte del comitato completo per rilasciare la testimonianza al Consiglio speciale su richiesta di Mueller, ma lo ha fatto senza rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Schiff, il deputato Eric Swallwell e il deputato Joaquin Castro hanno predetto tutti, immediatamente dopo la testimonianza di Stone, che sarebbe stato incriminato per spergiuro – impossibile per loro sapere senza aver visto gli esiti della sorveglianza su Stone.

https://townhall.com/columnists//christianjosi/2020/02/15/the-deep-state-v-roger-j-stone-jr-a-cautionary-tale-n2561371

Il gioco dell’oca, di Andrea Zhok

Sul Financial Times di una settimana fa è apparso un articolo cui è utile dedicare qualche riflessione (vedi estremi nei commenti).

https://amp.ft.com/content/b9dea3b6-3384-11ea-a329-0bcf87a328f2?__twitter_impression=true&fbclid=IwAR3GtZdXmuER3AtBlxH1Bz4aGW3DSJ9HWj_8gVMxgpuGDWFhheSuh0g2vXg

In sostanza vi si sostiene che:

1) L’Italia sta bloccando la firma del MES con specifico riferimento al regolamento bancario.

2) Il blocco per il presente governo avrebbe ragioni di ‘vendibilità politica’ presso l’opinione pubblica, ragioni che potrebbero essere rimosse di fronte a eventi politici che indebolissero l’opposizione (Lucrezia Reichlin, intervistata, cita esplicitamente una possibile vittoria del PD nelle prossime elezioni regionali).

3) L’oggetto fondamentale del contendere sono le limitazioni agli istituti bancari privati nel detenere titoli del debito pubblico. Va notato che tale possibilità è considerata dall’articolista del Financial Times come “un potere attraente per i governi di farsi finanziare il debito quando nessun altro sarebbe disponibile a farlo”. In altri termini il debito pubblico in pancia agli istituti privati viene visto – coerentemente con posizioni neoliberiste – come una comoda valvola di sfogo per i governi, che disporrebbero così di margini di spesa altrimenti inaccessibili e non sarebbero costretti alla piena ‘disciplina dei mercati’.
A questo proposito è utile sottolineare tre punti:

3.1) I titoli del debito pubblico, italiano e non solo, si trovano in grande quantità in possesso di istituti bancari privati perché così era concepito il sistema del Quantitative Easing (LTRO e TLTRO): la concessione di credito facile da parte della BCE avveniva rigorosamente solo al sistema bancario privato, che lo usava per acquistare titoli di stato, come collaterale. Non si trattava dunque di un ‘trucco’, ma di un’operazione concepita per funzionare esattamente in quel modo e di cui si conosceva perfettamente l’esito.

3.2) Incidentalmente il QE serviva a tappare i buchi creati dalla crisi subprime e dai suoi postumi, crisi creata non da ‘governi dalla spesa facile’, ma dai mercati finanziari, quelli che poi sarebbero chiamati a bacchettare severamente gli stati per ‘disciplinarli’.

3.3) Togliere quello che il FT presenta come una sorta di ‘privilegio dei governi’, e dunque obbligare il sistema bancario italiano a disfarsi di parte significativa dei titoli di stato in suo possesso significa simultaneamente mettere in ginocchio il sistema bancario italiano, e devastare l’equilibrio finanziario dello stato, obbligando quest’ultimo ad un’operazione austeritaria rispetto a cui il governo Monti sembrerà un Luna Park.

4) La posizione sostenuta anche da Ignazio Visco (non da Che Guevara) che tali limitazioni all’esposizione bancaria in titoli di stato sarebbero sopportabili dal sistema italiano solo con l’istituzione di ‘eurobond’ (cioè di una corresponsabilità sui debiti pubblici a livello europeo) non è neppure lontanamente presa in considerazione, per la semplice ragione che sono “anatema” per Germania e paesi satellite del Nord Europa. Questo ci ricorda quanto contino le frasette “vogliamo un’Europa diversa”, e “cambieremo l’Europa dall’interno”.

————————

A questo punto qualcuno dovrebbe chiedere al presente governo di prendere una ferma ed inequivoca posizione, negando solennemente che la firma del MES, con quelle clausole, sia all’ordine del giorno nel caso di una sconfitta di Salvini alle regionali (con conseguente consolidamento della durata del governo).

In mancanza di chiare garanzie su questo punto, la cui portata è potenzialmente drammatica, bisognerà prendere dolorosamente atto che gli italiani – almeno quelli consapevoli – vengono spinti a forza nelle braccia di Salvini.

Potenza e vicolo cieco dell’europeismo in Francia – Di Éric Juillot

Considerazioni che possono tranquillamente essere trasposte in gran parte alla situazione italiana_Giuseppe Germinario

ps_ la traduzione sarà perfezionata appena possibile

Potenza e vicolo cieco dell’europeismo in Francia – Di Éric Juillot

Fonte: Les Crises, Éric Juillot , 23-12-2019

Nell’ambito ideologico, l’attuale situazione in Francia è paradossale: l’europeismo domina in modo egemonico i mondi politico, mediatico e accademico, ha scavato un profondo solco nella vita politica nazionale per più di trenta anni – fino a “determinarne il corso e persino le finalità – anche se è in minoranza all’interno dell’elettorato e le scelte politiche a cui ha guidato si sono tutte rivelate dannose, se non catastrofiche per il nostro paese [1] .

Quindi qual è la forza dell’europeismo, perché è ancora l’ideologia dominante, in gran parte impermeabile ai suoi fallimenti?

Un nocciolo duro: ” Europa ” salvifica e redentrice

Come tutte le ideologie, l’europeismo si basa su un certo numero di credenze, stabilite come certezze assolute e razionalmente supportate da argomentazioni apparentemente oggettive. Il tutto in realtà non produce un sistema, in cui ogni idea si adatterebbe a un insieme coerente e gerarchico, ma questo non è un requisito essenziale per la solidità dell’edificio ideologico. In effetti, la vaghezza dei contorni e l’incertezza riguardo ai dettagli del discorso ideologico aiutano a rafforzarlo; prospera molto più sugli elementi di credenza che sugli argomenti passati nel calore di un lontano esame critico.

L’attuale dominio dell’europeismo è un esempio lampante: per trent’anni la retorica filoeuropea non è mai andata oltre il palcoscenico del generale banale; gli stessi argomenti continuano all’infinito nonostante la loro povertà; sono ripresi senza batter ciglio da ogni nuova generazione di militanti, convinti – apparentemente giustamente – che esaltazione e fervore rendono gli argomenti spessi e sottili [2].

Ciò consente a questo discorso di diffondersi su larga scala in modo più efficace di quanto farebbe un sistema, la cui chiarezza razionale darebbe facilmente luogo a posizioni forti che potrebbero alimentare un dibattito sostanziale che è necessariamente pregiudizievole per la causa. Chiunque osservi l’europeismo da lontano, senza distinguerne i contorni, può aderire ad esso inerte, senza pensarci troppo; chiunque lo osservi da vicino nel contesto di un esame critico è obbligato a osservare i suoi vizi e difetti.

Alla radice dell’europeismo, quindi, una convinzione tanto diffusa quanto irremovibile: è l’Unione europea (UE), sistematicamente chiamata “Europa” – secondo una logica usurpante – che i francesi e gli altri popoli del il continente otterrà la redenzione e la salvezza durante questo secolo. Redenzione per i nostri crimini politici del ventesimo secolo (guerre mondiali, guerre di decolonizzazione con i loro numerosi massacri e atrocità, ecc.) E salvezza, perché il Male è ancora dentro di noi e chiede solo di rinascere, per meno, appunto, di “Europa” ci libera distruggendola.

Una simile prospettiva potrebbe essere facilmente descritta come escatologica – “Europa” o morte! – se la nostra era disincantata non impedisse l’espressione di questo tipo di assoluto. È piuttosto necessario parlare, in materia, di un’escatologia alla moda borghese. La formula è priva di significato a priori, ma esprime l’idea di un vago imperativo categorico, di un requisito morale per il futuro, conferendo all’europeismo proprio ciò di cui ha bisogno dell’idealismo in modo che i suoi sostenitori affrontare senza fatica le ingiustizie e le crisi che il suo spiegamento provoca nella cascata immediata.

L ‘”Europa” è stata così eretta, dalla fine degli anni ’80, fine a se stessa , quando la costruzione europea era fino a quel momento solo un mezzo al servizio degli Stati. Fu da questa inversione di prospettiva che nacque l’europeismo [3], la cui formalizzazione concettuale fu poi effettuata negli anni ’90, secondo le idee ideologiche allora di moda [4]: ​​fine della politica e persino fine della storia superando lo stato, la nazione, la sovranità, il territorio … così tanti pilastri dell’universo politico moderno distrutti dal trionfo dell’individuo, della legge e del mercato, eccetera “Europa” come traguardo finale dell’umanità, fase finale della sua evoluzione [5].

L’europeismo deve quindi parte del suo successo a ciò che sembra in grado di materializzare, a breve o medio termine, le idee e le speranze politiche portate brevemente al culmine della vita intellettuale alla fine del XX secolo. È l’ennesimo avatar del mito del progresso, un mito in crisi da oltre un secolo, ma la cui versione soft ha trovato un comodo ricettacolo nell’UE.

Il paradosso è che la sua morbidezza gli conferisce una resistenza innegabile: ci crediamo, ma non troppo (nessuno morirà per questo) e questa convinzione dà a coloro che vi aderiscono una piacevole base di tempo, a causa di un leggero ancoraggio nel futuro raggiante, così come il conforto di appartenere, per il momento, al campo Buono. Dalla tribù gallica all’incarnata “Europa”, l’evidenza di un’evoluzione lineare e graduale verso un grado sempre più elevato di civiltà, la certezza di un arrivo imminente a questo risultato ci incoraggia a sbarazzarci dell’ultimo il più rapidamente possibile. vestigia politiche del 20 ° secolo, a partire dall’appartenenza nazionale.

L’europeismo è effettivamente dispiegato, in certi ambienti, tanto più facilmente quando non incontra più l’ostacolo che l’idea nazionale rappresentava storicamente prima di esso. Dagli anni ’50 agli anni ’80, questa idea era ancora abbastanza forte da resistere con successo al dilagare del progetto della comunità. Il grande passaggio che rende possibile la nascita dell’UE ha come condizione fondamentale il declino della nazione in senso politico. Ora è possibile toglierne la sostanza – in questo caso, la sua sovranità – nella speranza di vestire di nuovo la dea “Europa”.

Tale operazione potrebbe essere concepibile solo grazie a un profondo cambiamento nella cultura politica del nostro paese: il declino, in pochi decenni, del sentimento di appartenenza alla nazione. Questo sentimento fu oggetto di desacralizzazione , dal 1918 alla seconda guerra mondiale, poi di una demitificazione dal 1945 agli anni ’70 per arrivare finalmente allo stadio della negazione dagli anni ’80 [6]. È l’abbassamento del punto di riferimento nazionale, particolarmente marcato tra le élite culturali del paese, che consente la transizione verso “l’Europa”. La nazione non è più nient’altro che una forma vecchia e pericolosa, o una forma vuota, senza altro contenuto che artificiale e superfluo. In breve: un’illusione ingannevole di cui è tempo di liberarsi.

La convinzione di salvare “l’Europa” corrisponde quindi a un momento molto particolare della nostra storia nazionale. È particolarmente osservato negli strati superiori della popolazione, dove funge da indicatore di identità e dove determina convinzioni tanto vaghe quanto irremovibili.

Caratteristiche sociologiche del blocco d’élite

“Blocco Elite” [7] o “blocco borghese” [8]: qualunque sia l’espressione scelta, designa questa frazione del popolo francese che comprende la stragrande maggioranza delle persone con un livello di istruzione, qualifica e redditi significativamente al di sopra della media. Se questi contorni non sono chiari, le ultime elezioni ci consentono comunque di stimare che rappresenta tra il 20 e il 30% dell’elettorato.

Se ovviamente presenta un’eterogeneità politico-ideologica interna, l’europeismo contribuisce fortemente alla sua omogeneità. Ne costituisce il cemento e la forza politica, poiché spiega quasi da solo il successo del campione che il blocco ha trovato nelle ultime elezioni presidenziali. L ‘”Europa” era in effetti il ​​tema unificante del suo programma, nonché un efficace schermo idealista, utile per nascondere l’impresa neoliberista di regressione sociale portata avanti dal nuovo presidente.

Dal punto di vista sociologico, il blocco è composto dai seguenti gruppi: il più ricco “1%” nel paese è completamente compreso. Il loro sostegno all’UE è ovvio poiché è uno dei più solidi garanti del capitalismo finanziario in tutto il mondo da cui derivano la loro immensa fortuna. Numericamente molto deboli, hanno una forza di sciopero finanziario che dà loro una reale influenza politica (in particolare per il loro peso nel mondo della stampa scritta).

A questo piccolo gruppo si aggiunge quello dei più grandi dirigenti senior del settore privato, residenti nel cuore delle grandi città, fluenti in inglese, che sono chiamati a viaggiare frequentemente all’estero come parte della loro professione, ma anche durante le vacanze. Questo gruppo costituisce i grandi battaglioni di élite nomadi, deterritorializzati, che credono di vivere “l’Europa” su una base quotidiana dalla loro apertura al mondo, per il quale il patriottismo è un valore obsoleto e il decentramento quale espatrio fornisce una fine morale più alta. L ‘”Europa” è una prova inquieta in questi ambienti, tanto più facilmente perché il loro radicamento nel cuore delle metropoli li esime dal notare gli effetti deleteri in altre parti del paese.

A questo gruppo deve essere aggiunta la maggioranza degli alti dirigenti del servizio pubblico. Se non hanno un livello di reddito paragonabile alle loro controparti nel settore privato, dall’altra parte hanno la sensazione di formare un’élite culturale il cui indicatore principale risiede in un cosmopolitismo di buona qualità, un vuoto universalismo e, di conseguenza, , una profonda aderenza a un “ideale” europeo che consente di superare la ristrettezza e l’egoismo di un’identità nazionale identicamente onerosa.

È inoltre necessario sottolineare la dimensione sacrificale del loro europeismo, nella misura in cui quest’ultima induce una politica economica obiettivamente sfavorevole ai loro interessi: tutti, nel loro rispettivo ambiente professionale, hanno notato per decenni il continuo deterioramento delle loro condizioni di lavoro, rispetto alla loro sotto-remunerazione, in un contesto globale di ritirata statale imposta dal neoliberismo di Bruxelles. Il loro attaccamento alla causa europea è ancora più sorprendente, anche se la sicurezza del lavoro di cui beneficiano contribuisce notevolmente al suo mantenimento. Infine, è la frazione del blocco d’élite più propensa a sviluppare un discorso critico nei confronti dell’UE, limitato tuttavia a poche imprecisioni generali sulla necessità di un’altra “Europa”.

Su base giornaliera, la coesione del blocco è assicurata dai media ideologicamente conformi. I cittadini di questo blocco leggono gli stessi giornali, le stesse riviste; tutti ascoltano le stesse stazioni radio e guardano le stesse trasmissioni politiche, il cui spettro ideologico si è ridotto come un granello di dolore nel corso dei decenni.

Se alcune sfumature di dettagli le differenziano ancora, tutti concordano sull’essenziale. Poiché gli uffici editoriali di questi media sono tutti popolati da giornalisti della sociologia del blocco e che sono conquistati incondizionatamente dall’europeismo, il mantenimento delle proprie convinzioni e convinzioni è pura routine intellettuale, conformismo in ogni momento, d ‘igiene mentale di base in nome della quale tutte le critiche un po’ stridenti all’UE vengono immediatamente scartate come populismo grossolano. L’europeismo mediatico merita pertanto una validazione istituzionale e quotidiana di questa ideologia; è una parte essenziale della sua forza di resistenza alla realtà.

Questo blocco d’élite è oggi forte nella sua coesione ideologica, nella sua posizione sociale e nel suo controllo egemonico dell’universo dei media. Se domina politicamente, sebbene sia una minoranza, è dovuto alla sua posizione centrale sulla scacchiera politica che lo deve. Nel 2017, durante le elezioni presidenziali, gli elettori del blocco hanno formato la piazza attorno al loro campione, per garantire la vittoria della loro causa. Ma il catastrofico fallimento del progetto europeo e le prime convulsioni sociali e politiche che seguirono in Francia a breve termine costituirono una minaccia mortale per il bastione “centrista” [9].

Aspettando la prossima ondata

Il tempo in cui potremmo sentirci in colpa per le masse riluttanti con argomenti bludgeon del tipo “Europa-è-pace” o “Unione-fa-forza”, questa volta è andato [10]. Oggi non è più possibile vietare tutte le critiche all’UE nel suo principio, sulla base del fatto che questo sarebbe un modo stupido e pericoloso di pensare alle cose. Ma la cecità regna sovrana all’interno del blocco d’élite, dove nessuno capisce che la rabbia popolare è radicata nei fallimenti a cascata del progetto europeo, portando allo stesso tempo devitalizzazione democratica, regressione sociale e declino economico per il nostro paese.

Mentre si aggrappa al suo universo ideologico fallito, il blocco d’élite inchioda la sua bara elettorale, come sicuramente fece il precedente partito socialista, il cui europeismo era la tomba. Se non avesse ricoperto la posizione centrale – quella dei partigiani dell’immobilità – non avrebbe alcuna possibilità di rimanere alla fine dell’attuale mandato presidenziale. Ma non può sperare in nient’altro che guadagnare tempo, a rischio di aggravare in proporzioni vertiginose la crisi politica che scuote la Francia oggi e in attesa di essere spazzato via quando il suo posizionamento politico sarà chiaramente percepito da tutto per quello che è, vale a dire un nuovo tipo di estremismo, tanto più pericoloso dal momento che è al potere.

Il divario ideologico che sta rovinando il paese oggi deve essere ridotto al più presto; il blocco dominante non può continuare a governare secondo le sue convinzioni ideologiche e interessi ben compresi, poiché ciò equivale a una usurpazione così grave dell’interesse generale che mina la democrazia nelle sue basi.

Per il futuro, la sovversione dell’ordine ideologico in atto può seguire due strade: quella del rinnovo immediato, o quella del rinnovo differito, preceduta da una fase di decomposizione e convulsioni. Il rinnovo immediato può provenire solo dalla cima del blocco d’élite stesso. Dopo l’ irrigidimento in difesa di un regime di dominio ideologico ingiusto e senza fiato, logicamente dovrebbe arrivare il momento di rinunciare alle credenze che lo strutturano; una rinuncia legata al riconoscimento dei suoi fallimenti, del suo impasse e del suo rifiuto da parte del maggior numero.

Il governo al potere è in grado di un tale aggiornamento ideologico? Nessuno può prevederlo, ma la chiara consapevolezza del suo immediato interesse, unita alla volontà dei suoi elettori di mantenere la loro posizione sociale dominante, potrebbe agire in questa direzione – soprattutto dal momento che anche coloro che hanno storicamente beneficiato del sistema in atto iniziano a soffrire delle sue contraddizioni terminali [11].

Un’altra ipotesi, quella del rinvio ritardato, in altre parole, nell’immediato, della putrefazione: può derivare dalla fuga in avanti e dall’aumentato autoritarismo del potere in atto; può essere esteso dalla sua possibile vittoria nel 2022, nonché dalla vittoria del suo principale avversario, l’RN, i due partiti rivali che comunicano nella stessa nullità ideologica. Durante questo periodo di decadenza, l’ordine ideologico in atto potrebbe essere improvvisamente spazzato via da un’emozione popolare di una grandezza ancora maggiore di quella dei giubbotti gialli nel 2018-2019.

Comunque sia, a breve o medio termine, la distruzione dell’europeismo come l’ideologia dominante è davanti a noi: non può sopravvivere per sempre al fallimento di tutti i suoi tentativi di materializzarsi e alla crescente rabbia della gente. Solo la ricostruzione di un ordine economico sovrano rigenera la vita politica e ripristina la prosperità economica nel nostro paese.

Eric Juillot

fonti:

[1] È necessario richiamarli? A livello economico, la costruzione europea, che doveva renderci più forti, non ha ridotto (piuttosto li ha rafforzati) questi mali che sono la disoccupazione di massa, la deindustrializzazione, il deficit commerciale, l’interrogatorio della protezione e diritto del lavoro … In termini geopolitici, l’UE è rimasta nana, ma la speranza di vederla crescere è stata una delle forze trainanti del ritorno della Francia alla NATO nel 2008, venti anni dopo la fine del la guerra fredda (era necessario dare impegni di atlantismo ai nostri partner europei per ottenere il sostegno dell’idea di difesa europea)![2] Questo anche se al cuore militante – in questo caso, gli intellettuali organici che dominano lo spazio mediatico – piace essere convinti del contrario. Per usare la formula di Alain Besançon, se i fedeli di una religione “sanno di credere”, gli stessi ideologi “credono di sapere”.[3] Istituito istituzionalmente dal passaggio dalla CEE all’UE nel 1992.[4] Vedi in particolare il lavoro di Fukuyama e Hobsbawm, emblematico di questo periodo.[5] L’uso massiccio del prefisso “post”, tuttavia, riflette l’incertezza e la difficoltà di pensare al di fuori del vecchio quadro: post-nazionale, post-politico, post-democratico, ecc.[6] Per uno sviluppo discusso, vedi E. JUILLOT , La déconstruction européenne , 2011, edizioni Xénia.[7] Espressione usata da Jérôme Sainte-Marie, da cui si ispirano le seguenti righe. Vedi in particolare: https://www.marianne.net/debattons/entrfaits/jerome-sainte-marie-la-dynamique-elitaire-du-macronisme-prepare-l-ascension-du[8] B. AMABLE e S. PALOMBARINI, L’illusion du bloc borghese , Raisons d’Agir, Parigi, 2018.[9] Questa è, inoltre, la causa fondamentale dell’irrigidimento autoritario dell’apparato politico-mediatico nel trattamento della rivolta dei giubbotti gialli: tutti sentono in cima che la fine si sta avvicinando, tranne forse per ricorrere al violenza per contenere le orde barbariche.[10] In effetti, per quindici anni. La debole portata concreta di questi argomenti era già osservabile durante la campagna referendaria del 2005 a favore o contro la “costituzione” dell’UE.[11] In particolare per il calo del rendimento del capitale investito dell’assicurazione sulla vita sotto l’effetto distruttivo di tassi negativi sui titoli di Stato.Fonte: Les Crises, Éric Juillot , 23-12-2019

https://www.les-crises.fr/puissance-et-impasse-de-leuropeisme-en-france-par-eric-juillot/

IL PLEBISCITO ELETTORALE A FAVORE DI JOHNSON: QUANTO CI RIGUARDA, di Luciano Barra Caracciolo e Piero Visani

IL PLEBISCITO ELETTORALE A FAVORE DI JOHNSON: QUANTO CI RIGUARDA (e breve manuale di diritto dell’eurozona), di Luciano Barra Caracciolo

1. Il voto di ieri nel Regno Unito è di grande interesse e non tanto  (o non solo) perché indica un sintomo della crisi dell’Unione europea: da questo punto di vista si tratta di una conseguenza quasi naturale della peculiarità della Gran Bretagna all’interno dei paesi-membri, tra i più (relativamente) “antichi” ed importanti.
Basti al riguardo un’osservazione oggettiva: il Regno Unito è l’unico paese non appartenente all’eurozona che sia anche un (notevole) contributore netto al bilancio Ue (si pensi che invece, dentro l’eurozona, ad es; Spagna, Portogallo e Grecia permangono come percettori netti, avendo quindi un interesse strutturale alla “permanenza” del tutto opposto a quello del Regno Unito..e dell’Italia).
E questo pur avendo la Gran Bretagna fruito (a seguito di precedenti negoziati condotti dai governi britannici a tutela degli interessi nazionali) di un regime speciale di deroga, più favorevole (c.d. rebate), nel calcolo della sua contribuzione complessiva.
2. Quella sotto riportata, dunque, era la situazione complessiva di contributori e percettori netti al 2015 (stimata dunque alla vigilia del referendum sulla Brexit), calcolando che il contributo è agganciato al reddito nazionale lordo (parte del Pil effettivamente consumabile nel territorio nazionale) ed alla sua dinamica. E questo spiega perché, con la sua prolungata recessione e stagnazione, l’Italia abbia visto leggermente scendere, ma non troppo (se correttamente calcolato), il suo contributo complessivo e quindi quello netto (cioè somma versata strutturalmente in eccesso rispetto a quanto programmaticamente si possa ricevere dall’Ue. Anche se la Brexit, eliminando la contribuzione britannica, porterà a una riespansione della contribuzione italiana):
Risultati immagini per tabella 2019 dei paesi-membri dell'Ue che sono contribuenti netti e percettori netti al bilancio Ue
3. In altri termini, quale secondo contribuente netto, il Regno Unito, a seguito della mera Brexit, si ritrova a ad avere uno spazio di manovra di bilancio accresciuto di circa 10 miliardi di euro, pari a poco meno 0,4 punti di Pil, che può, senza alcun imposta o taglio di spesa aggiuntivi, risparmiare (per raggiungere un disavanzo di bilancio inferiore) o, appunto, convertire immediatamente in sgravi tributari o maggior spesa pubblica.
Inoltre, per il resto della contribuzione, diciamo la parte a “prestazione corrispettiva”, il Regno Unito disporrà di circa 0,7 punti di Pil di spazio fiscale, che potrà comunque destinare diversamente da quanto gli imponeva l’adesione ai programmi di spesa vincolati al bilancio Ue: potrà così, – e con l’aggiunta di 10 miliardi di risparmi “certi”, scegliere di incentivare maggiormente la ricerca scientifica, in finanziamento di start-up, o di imprese già esistenti, nei settori, come quello energetico e della mobilità, ritenuti strategici, o potenziare il proprio sistema sanitario pubblico o quello infrastrutturale, combattendo la povertà mediante la creazione pubblica di posti di lavoro.
Ed infatti, Boris Johnson, nella sua campagna elettorale ha molto enfatizzato questi temiin particolare quello del rafforzamento della sanità pubblica-, relativi alla maggior capacità, derivante dall’uscita dall’Ue, di svolgere politiche fiscali e industriali più estese e più mirate alle esigenze del Paese.
Ed ha pure elaborato un piano di rilancio industriale in settori privilegiati ritenuti strategici (appunto, mobilità, fonti alternative connesse, ITC, risanamento urbanistico): più o meno criticabile, ma pru sempre indubitabile circa le…”coperture”, fornite automaticamente dalla Brexit.
Ed è questo, un aspetto di non secondaria importanza nella vittoria elettorale di Johnson, che non ha registrato alcuna eco, o traccia, in Italia, dove, come abbiamo visto, si tende in radice, nella comunicazione mediatica e “ufficiale“, a sottacere (o “rimuovere”) sia la realtà del nostro essere contribuenti netti all’Ue, sia l’aspetto della libertà di scegliere le specifiche priorità nelle politiche anticicliche e di rilancio della crescita che deriverebbero dal non essere più astretti dai programmi “one size fits for all” elaborati dal Consiglio Ue.
4. Di minor rilevanza è invece il voto britannico, – pacificamente interpretato appunto come una sonora sconfitta dei remainers –, sulla situazione italiana.
Uscire dall’Ue, non essendo membro dell’Unione monetaria, è un processo che, a stretto “diritto europeo” (se pure questa locuzione ponga capo a un quid sistematico, nonché comprensibile per i cittadini comuni), risulta ben più semplice e incontra meno resistenze (per lo meno “di facciata” o “per presa di posizione”) negli altri partners.
Le difficoltà triennali incontrate dalla Brexit, infatti, sono imputabili essenzialmente al “fronte interno”, cioè al predisporsi delle forze politiche presenti al governo (con la May), e complessivamente in parlamento, ad una posizione ambigua e ondivaga sulla volontà di arrivare comunque ad attuare il risultato emerso dal referendum.
Abbiamo anche già visto come, per motivi istituzionali, sociologici e soprattutto storico-politici, riflessi nelle differenze profonde delle fonti costituzionali tra Italia e Uk, la riaffermazione di sovranità assuma un senso ben differente in ciascuno dei due ordinamenti: quello che differisce è il rispettivo concetto sostanzialedi sovranità (profilo che, appunto, deriva da un’evidente diversità nella collocazione di Italia e Gran Bretagna nella “comunità delle Nazioni”, se considerata in termini secolari, cioè a partire, indicativamente, dal XVII secolo, allorché si hanno le prime elaborazioni del moderno diritto internazionale, e quindi, del concetto formale di sovranità interna ed esterna).
5. Non di meno, – svolte queste osservazioni relative alla convenienza economica (per così dire fiscale), accomunante, e ad alla tradizione storico-politica connessa alla diversa posizione interna alla stessa Ue, invece divergente –, l’interpretazione delle elezioni britanniche come conferma quasi plebiscitaria della Brexit, ci rammenta alcuni altri elementi di diritto circa la posizione di Stato appartenente all’eurozona, elementi direttamente derivanti da espresse disposizioni dei trattati o del diritto europeo e che è bene rammentare:
a) l’Unione europea non coincide con l’Unione monetaria e la condizione di Stato-membro della prima non obbliga ad aderire alla seconda (si veda qui, e in particolare il punto 4, secondo una lettura confermata anche dal prof. Guarino, pagg. 4-10, e fondata sulla lettera univoca del paragrafo 4 dell’art.3 del TUE);
b) l’adesione all’eurozona è invece il presupposto vincolante del c.d. fiscal compact, per gli Stati della sola eurozona (art.14, par.5, del trattato stesso, v. qui, p.5): il fiscal compact, infatti, non vincola pleno jure gli Stati-membri Ue che non appartengano all’EZ, fino a quando non aderiscano formalmente alla stessa (quindi, prima dell’adesione, non gli si applica la procedura di infrazione ex art.126 TFUE, ove gli stessi, pur essendo eventuali parti dell’accordo intergovernativo del fiscal compact, violino la regola del deficit e/o del debito pubblico, rimanendo solo soggetti a un processo di monitoraggio non sanzionatorio da parte della Commissione; v.art. 139 TFUE che denomina tali paesi “con deroga”);
c) la non obbligatorietà dell’adesione all’eurozona, per i paesi membri dell’Ue, è confermata anche dal noto discorso di “commiato” di Barroso, assunto nelle sue basi giuridiche e non nel suo “wishful thinking” politico (ovvero, palesemente, de iure condendo, ancora inesistente);
d) la stessa Unione bancaria, con la sua interminabile regulation e soft law, attuativa e sanzionatoria, è geneticamente applicabile ai soli paesi dell’eurozona;
e) infine, anche l’ESM si applica ai soli paesi dell’eurozona e, cosa più importante, nella sua versione attuale, conferma come l’adesione all’euro non sia un obbligo gravante sugli Stati-membri che non vi abbiano aderito, e, inoltre, che la stessa adesione all’ESM non sia affatto obbligatoria, ma condizionalmente ritenuta auspicabile, per gli stessi membri dell’eurozona.
e1) In tal senso milita anzitutto il fatto che, per poter istituire l’ESM sia stata adottata una decisione unanime modificativa del trattato (aggiungendovi l’art.136, par.3), e che il Fondo, e la sua riforma, siano frutto di un accordo intergovernativo: cioè di un (ulteriore) consenso unanime di cui non ci sarebbe stato bisogno se l’istituzione del Fondo fosse stata prevista come obbligatoria anzi che, com’è nell’art.136, par.3, come “facoltativa” (“possono istituire“).
e2) E un’indicazione di grande attualità, confermativa di questa (evidente) interpretazione letterale, la si ritrae dallo stesso testo della riforma ESM (specialmente se visto nella sua originaria versione in inglese), nello stesso originario “considerando (7)“:

(7) Tutti gli Stati membri della zona euro diventeranno membri del MES. Per effetto dell’adesione alla zona euro, lo Stato membro dell’Unione europea dovrebbe diventare membro del MES con gli stessi diritti e obblighi delle parti contraenti.

5.1. Risulta evidente che gli Stati membri della zona euro “diventeranno” membri del MES, perché gli hanno dato vita trovando l’accordo unanime originario del 2 febbraio 2012, e quindi il testo dell’accordo non può che prendere atto della sua base di volontà costitutiva degli Stati stessi; tuttavia, qualora uno Stato-membro dell’Ue aderisse alla zona euro (per sua scelta facoltativa e comunque non sanzionata dai trattati), dovrebbe e non “dovrà” diventare membro del MES: proprio perché anche entrando nell’eurozona non si è vincolati, in virtù dell’art.136, par.3, a essere parte di un distinto accordo intergovernativo previsto come facoltà (e non obbligo) dallo stesso art.136.
Il che riguarda a pieno titolo l’Italia nella sua eventuale volontà di prestare il suo consenso alla riforma: nessuno la può obbligare.

Via dalla pazza folla, di Piero Visani

https://derteufel50.blogspot.com/2019/12/via-dalla-pazza-folla.html
Lungi da me il pensare che la politica possa servire – oggi – a cambiare più di tanto le cose. Sono però contento della valanga di voti raccolti nelle elezioni britanniche di ieri dal partito conservatore di Boris Johnson, non perché io nutra una qualche propensione conservatrice, anzi, ma perché sono stato a lungo nel Regno Unito e ne conosco i livelli di libertà individuale, del tutto sconosciuti nel lager fiscal-totalitario della UE.
Non dimentico inoltre che erano ormai anni che la scelta in favore della Brexit, pronunciata con una maggioranza di 52 a 48, era stata ostacolata in ogni modo e in ogni senso da quanti sono talmente democratici che, se una consultazione referendaria NON va come essi avevano auspicato e sperato, in nome del loro straordinario ossequio alla volontà popolare si battono in tutti i modi per differirne l’applicazione e – se possibile – farla ripetere.
Ho provato le straordinarie doti libertarie della democrazia, prima ancora che diventasse democrazia totalitaria, fin da ragazzo, cioè dai primi anni Sessanta, ma essa ora ha perduto anche il comune senso del pudore, per cui, o si fa come vogliono coloro che la guidano, oppure non è democrazia…
Poi, come è ovvio, quanti ci fanno la morale hanno i loro patrimoni personali e le loro aziende sapientemente distribuiti tra Olanda, Regno Unito e paradisi fiscali vari, ma l’importante è fare propria la fola che, se tutti pagassero le tasse, staremmo tutti meglio, senza riflettere molto su a chi si riferisca quel “tutti”. Tutti quelli che quotidianamente ci vessano? Quelli che ci hanno ridotto a una banda di pagatori? Quelli che costringono i nostri figli ad emigrare perché qui da noi il lavoro sta progressivamente svanendo?
Ovviamente – come mi capita spesso – mi sarà rivolta l’obiezione che sono ostile ad un disegno unitario europeo, ma non è assolutamente così. So bene che, negli assetti planetari contemporanei, è necessaria una solida massa critica per contare qualcosa, ma l’attuale costruzione europea non è altro che un’associazione a delinquere di taglio privatistico, riservata a una ristretta oligarchia finanziaria e ai politici che le reggono la coda, e dominata da una Germania che è priva di prospettive geopolitiche e geostrategiche, nonché timorosa di assumerle, per la sempiterna questione della colpa, di “quel passato che non vuole passare”, che terrorizza più i tedeschi (che hanno da tempo paura di se stessi), che non gli altri popoli.
Dal mio punto di vista, quindi, via dall’UE è una scelta di sopravvivenza, che il Regno Unito può permettersi perché conserva una visione strategica e ha saputo conservarsi una moneta nazionale, che è quello che precipuamente – oltre a un ben coltivato spirito isolano – rende  possibile la sempre più imminente “fuga all’inglese”.
Noi resteremo qui, a pagare sempre più tasse, le ville da 24 milioni di euro di certi ottimati, le borse Vuitton da parecchie migliaia di euro di signore molto poco femminili e buone per tutte le stagioni (purché non invernali…), nonché a sognare quando ci faranno entrare dalla porta principale all’interno del Quarto Reich. La risposta è semplice: mai! Al massimo – e accadrà presto – ci toccherà subire l’ennesimo Gauleiter, ovviamente attentissimo a fare gli interessi dei suoi padroni e preoccupato solo di trasferire nella Vaterland (sua) quel che resta della nostra industria. Quanto a noi, scopriremo che morire di povertà e di tassi non è necessariamente la migliore delle morti, e che il lavoro, specie se svolto SOLO per assolvere a imposizioni fiscali, non rende affatto liberi, anzi…
1 2 3 11