Italia e il mondo

Le “mani nere” che nel 1989 gettarono un’ombra su Tiananmen, di Cynthia Chung

Le “mani nere” che nel 1989 gettarono un’ombra su Tiananmen

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e Piazza Tienanmen – Parte III

Cynthia Chung

2 ore fa

Questo è il terzo episodio della serie su Tiananmen; per il primo e il secondo episodio, si veda quie qui, che costituiscono una lettura indispensabile per seguire appieno questa storia.

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Cynthia Chung

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27 agosto

How China Escaped Shock Therapy: Zhao Ziyang’s Controlled Opposition, the CIA’s Operation Yellowbird, George Soros and Tiananmen Square

Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che iniziate a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nel redigere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…

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La vendetta dei tecnocrati di Pechino per una “società aperta”

Cynthia Chung

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16 settembre

The Revenge of the Beijing Technocrats for an ‘Open Society’

Puoi leggere la prima puntata qui:

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Puoi leggere l’intera serie qui:

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

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23 aria

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The True Origins of China’s “Social Credit System” Part I

Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese – Parte I

Cynthia Chung

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11 giugno

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The Role of Goldman Sachs in Engineering Global Financial Crises

Il ruolo di Goldman Sachs nell’innescare le crisi finanziarie globali

Cynthia Chung

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2 terminali

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Riepilogo della serie

Come già illustrato in questa serie dedicata a Tiananmen, il think tank del premier cinese Zhao Ziyang, lo System Reform Institute (SRI), ha svolto il ruolo di partner ufficiale cinese, amministratore e scudo politico delle operazioni di George Soros in Cina negli anni ’80.

Fu proprio Zhao Ziyang, con il sostegno e l’appoggio dell’Istituto per la Riforma del Sistema, a promuovere l’introduzione di politiche economiche che scatenarono l’iperinflazione e la corruzione, le quali raggiunsero il culmine tra il 1986 e il 1989, provocando proteste contro questa crisi, tra cui la tragedia di Piazza Tienanmen nel giugno 1989. Sia nel caso delle manifestazioni studentesche del 1986 che in quello del 1989, Fang Lizhi è stato uno dei principali organizzatori e una figura di spicco, come già illustrato in la seconda puntata.

Fang Lizhi aveva legami diretti con il NED, così come i suoi principali allievi coinvolti nelle proteste del 1989, ed era in cima alla lista cinese come “mano nera” dietro la tragedia di Piazza Tienanmen. La sua fuga dalla Cina fu facilitata direttamente dalla CIA attraverso i canali diplomatici britannici e americani. Ciò può essere considerato un ramo dell’Operazione Yellowbird, che sarà al centro della quarta puntata.

Nel periodo compreso tra maggio e metà giugno 1986, una delegazione cinese guidata dall’Ufficio Programmi (costituito da sostenitori della terapia d’urto) insieme all’Istituto per la Riforma del Sistema ha tenuto 111 incontri con George Sorose altri in Ungheria e in Jugoslavia, discutendo della questione della riforma economica cinese, ovvero di come procedere nell’“apertura” di quella che Soros definiva una “società chiusa”.

Wang Xiaoqiang incontra George Soros in Ungheria, nel 1986. Wang Xiaoqiang (a sinistra, in piedi) saluta George Soros a nome del System Reform Institute, al centro. Fonte: Isabella Weber, per gentile concessione di Wang Xiaoqiang.

Non esiste alcun resoconto ufficiale dei dettagli discussi nel corso di tali riunioni, ma solo una registrazione che attesta che le riunioni hanno avuto luogo.[1]Tuttavia, ciò che è chiaro è il tentativo di appropriarsi del ruolo del governo cinese nel decidere la propria politica economica, in un contesto in cui questioni economiche cruciali sono state discusse da rappresentanti cinesi selezionati (che, in fin dei conti, risultano tutti favorevoli alla “terapia d’urto”) e da rappresentanti della Banca Mondiale e di Soros, tutti riuniti in un’unica sala a migliaia di miglia di distanza dalla capitale cinese.

Poiché Soros’ Società apertaPoiché non poteva operare legalmente in Cina come fondazione straniera senza il sostegno di un ente governativo di alto livello, nel 1986 la SRI accettò di co-fondare il “Reform and Opening of China” (noto anche come “China Fund”). Ciò comportava una dotazione di 1 milione di dollari destinata a promuovere “la società civile emergente e a finanziare la ricerca”.

Ciò è stato possibile grazie al sostegno politico diretto di Bao Tong, che di fatto equivaleva a un sostegno diretto da parte di Zhao Ziyang. Pertanto, il “China Fund” di Soros aveva di fatto ricevuto un sostegno diretto per operare in Cina da parte dell’allora premier cinese. Bao Tong è stato segretario politico di Zhao Ziyang per tutta la sua carriera negli anni ’80, dal periodo in cui Zhao ricopriva la carica di premier della Cina, dal 1980 al 1987, fino al suo passaggio alla carica di segretario generale, dal 1987 al 1989.

Bao Tong è stato anche direttore del Comitato di redazione del XIII Congresso del Partito Comunista Cinese, noto per il suo forte sostegno alle riforme di mercato e all’apertura sotto la guida di Deng Xiaoping. In precedenza, era stato membro e poi vicedirettore della Commissione statale cinese per le riforme economiche. Durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989, è stato uno dei pochissimi alti funzionari cinesi a esprimere comprensione nei confronti degli studenti manifestanti.

Bao Tong era anche l’autore dei discorsi e degli editoriali di Zhao a sostegno di un approccio democratico al movimento studentesco.

Pertanto, Bao Tong può essere considerato l’alleato più fedele di Zhao e una rappresentazione diretta di Zhao Ziyang. Bao Tong rimase fedele a Zhao per tutta la vita e fu responsabile della pubblicazione delle sue memorie.

Va inoltre sottolineato che Adi Ignatius ha contribuito alla traduzione e alla revisione in inglese delle memorie di Zhao, “Prisoner of the State”, in collaborazione con Bao Tong e suo figlio Bao Pu. Il fratello di Adi è David Ignatius, noto editorialista del “Washington Post”, autore del famoso articolo del settembre 1991 intitolato “Innocenza all’estero: il nuovo mondo dei colpi di Stato senza spie”, in cui si annunciava l’ascesa del NED come strumento di azione politica aperta. Nell’articolo è riportata una citazione storica del cofondatore ed ex presidente del NED, Allen Weinstein, in cui egli disse a Ignatius: “Gran parte di ciò che facciamo oggi veniva fatto in segreto 25 anni fa dalla CIA.” Con riferimento al NED di recente istituzione.[2]

Adi Ignatius è anche membro del Council on Foreign Relations e dell’Asia Society.[3]Come vedremo, l’Asia Society è direttamente collegata al NED.

Altri sostenitori cinesi di questa collaborazione tra Soros e il think tank di Zhao, il System Reform Institute (SRI), erano Li Xianglu, ex segretario personale di Zhao Ziyang, e Zhu Jiaming, membro dell’SRI,[4]che fu anche il principale organizzatore del tour sudamericano durante il quale l’SRI studiò i casi dei “successi” economici del Cile e del Brasile, che coincisero proprio con l’instaurazione di dittature militari e, nel caso del Cile, furono una conseguenza diretta della terapia d’urto. Questo tour fu finanziato e raccomandato da George Soros e ne si parlò in la prima rata. Zhu Jiaming era un sostenitore della terapia d’urto, pur essendo membro dell’SRI.

Nel 1988 Zhu Jiaming entrò a far parte della China International Trust Investment Corporation (CITIC), dove lavorò a stretto contatto con Li Xianglu; entrambi erano direttamente coinvolti nel China Fund di Soros. Poiché la CITIC aveva legami con i servizi segreti cinesi, sembra che sia proprio questo il collegamento che ha portato alla luce i dettagli sulla vera natura del rapporto tra la SRI e il China Fund di Soros, che di fatto costituiva un colpo di mano economico-politico guidato dall’estero.

Soros è stato nominato Chen Yizi(direttore dell’SRI) come copresidente cinese del suo “China Fund”. Chen Yizi avrebbe inoltre beneficiato di un passaggio sicuro fuori dalla Cina grazie all’Operazione Yellowbird. Chen Yizi era anche un sostenitore diretto della terapia d’urto ed aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per Pinochet.

Le versioni dominanti di questa storia negano il coinvolgimento di Soros nella tragedia di Piazza Tienanmen, in particolare i suoi legami con la CIA. Tuttavia, come vedremo in questo articolo, Soros presenta strette sovrapposizioni e collaborazioni con il NED, che è un ramo della CIA. Pertanto, i tentativi di respingere le accuse della Cina secondo cui Soros avrebbe organizzato un colpo di mano economico e politico attraverso la rete di Zhao Ziyang nell’ambito di una più ampia operazione della CIA, come vedremo, non reggono. Al contrario, vi sono numerose prove che dimostrano come tali accuse siano del tutto fondate.

Riprenderemo la narrazione da questo punto e analizzeremo come tutti i principali protagonisti che hanno portato alla tragedia di Piazza Tienanmen, di cui abbiamo parlato finora in questa serie, abbiano legami diretti con il NED, la CIA, la New School, l’MI6 e i canali diplomatici britannici e americani. Vedremo inoltre come questi canali, tra cui le Chiese battiste nordamericane e le Triadi, abbiano facilitato la loro fuga in sicurezza dalla Cina.[5]

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisione storica e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

Zhao Ziyang: un antieroe del popolo

Durante le riunioni del Comitato permanente del Politburo del 16 e del 19 maggio 1988, Zhao Ziyang si unì ancora una volta all’appello di Deng Xiaoping a favore della riforma dei prezzi.[6]È stato proposto un pacchetto completo che prevedeva non solo una riforma dei prezzi, ma anche una riforma salariale e fiscale. «Chiaramente, si trattava della stessa logica che era stata sostenuta dal piano del Program Office del 1986, poi abbandonato,’ trattato in la seconda puntata.[7]Ricordiamo che l’Ufficio del Programma era guidato da riformisti favorevoli al “pacchetto” in Cina, noti anche come “terapisti dello shock”.

Nel suo discorso del 1988, Zhao affermò chiaramente che, per garantire la stabilità politica, era necessaria una nuova legge sulla sicurezza pubblica a cui il Consiglio di Stato potesse ricorrere in caso di emergenza.

Isabella Weber scrive in Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto:

Zhao sosteneva che l’esperienza della Polonia in materia di rivolte sociali avesse dimostrato la necessità di una legge del genere (Fang, 2014, 339). Appena undici giorni prima di quella riunione del Comitato permanente, il 5 maggio, le truppe speciali del Ministero dell’Interno polacco avevano represso una grande ondata di scioperi che stava investendo il Paese in risposta al calo dei redditi reali. Questo, a mio avviso, dissipa ogni dubbio sul fatto che Zhao ritenesse che l’inflazione sarebbe stata innocua. Egli era consapevole delle conseguenze potenzialmente esplosive dell’aumento dei prezzi. Tuttavia, nella primavera del 1988, sembra fosse disposto a ricorrere alla forza, se necessario, per portare finalmente a termine la transizione verso l’economia di mercato.

…La giustificazione alla base della spinta alla riforma dei prezzi del 1988 affondava le sue radici nella logica della riforma globale – anche se Wu Jinglian, Liu Guoguang e altri sostenitori di tale riforma avevano criticato il fatto che essa non includesse misure di austerità sufficientemente rigorose…[8]

Pertanto, contrariamente alla narrativa occidentale dominante, che dipingeva Zhao come un “obiettore di coscienza” preoccupato per la sicurezza degli studenti durante la tragedia di Piazza Tienanmen, la verità è che Zhao non solo era consapevole che probabilmente sarebbe stato necessario ricorrere alla forza militare per far approvare il pacchetto di riforme sui prezzi, ma fu proprio lui a gettare le basi per una repressione militare contro le prevedibili proteste che sarebbero seguite alla spinta sua e di Deng verso una riforma radicale dei prezzi nel 1988.

Fu proprio la “nuova legge sulla sicurezza pubblica” di Zhao a istituire l’apparato e il protocollo che sfociarono nel caos disorganizzato degli eventi del 3-4 giugno 1989.

È interessante notare, e piuttosto rivelatore di come si svolga realmente il gioco nelle varie forme di “opposizione controllata” nel cosiddetto dibattito tra il think tank di Zhao, il System Reform Institute (SRI), e i riformatori favorevoli al “pacchetto” (noti anche come “terapisti dello shock”) su come la Cina dovesse attuare le riforme economiche – durante quel periodo di forte tensione caratterizzato dalla radicale riforma dei prezzi del 1988 guidata da Zhao Ziyang, lo SRI si riunì con la Società di Mont Pelerin nel 1988.

Il 12 giugno 1988, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, esponenti di spicco dell’SRI, partirono nuovamente alla volta della Germania Ovest per discutere della riforma dei prezzi in Cina.[9]Proprio come nel 1986, quando l’SRI incontrò una delegazione organizzata da George Soros, ora ha incontrato una delegazione nella Germania Ovest per discutere della questione dell’«apertura» della Cina. Tra i membri di questa delegazione figurava Herbert Giersch, all’epoca presidente del «collettivo di pensiero neoliberista globale, la Società di Mont Pelerin, e dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale».[10]

«Tra i meriti di Giersch relativi alla ricostruzione economica della Germania Ovest nel dopoguerra figurava il fatto di aver conseguito il dottorato sotto la supervisione di Alfred Müller-Armack. Müller-Armack è considerato uno dei padri intellettuali dell’idea ordoliberale di economia sociale di mercato».[11]

Nel 1933, Alfred Müller-Armack pubblicò un libro in cui esprimeva un certo apprezzamento per il nazismo, intitolatoLe concezioni relative allo Stato e all’ordinamento economico nel Nuovo Reich. Ha lavorato come consulente del regime nazista e dell’esercito tedesco e ha contribuito alle discussioni sull’ordine economico del dopoguerra.

Müller-Armack era anche membro della Società del Mont Pelerin, fondata da Friedrich Hayek nel 1947.[12]

Dopo la guerra, aderì all’Unione Democratica Cristiana e coniò l’espressione “economia sociale di mercato” nel suo libro Politica economica e economia di mercato, scritto nel 1946 e pubblicato nel 1947.

Ricordate ciò che ho scritto nel prima puntata di questa serie dedicata a Tiananmen:

Si potrebbe dire che questa sia la vera finalità della terapia d’urto: un’instabilità politica che apra le porte a un cambio di regime guidato da forze straniere e dalle grandi somiglianze con il corporativismo di Mussolini.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “bambino di Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

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4 novembre 2024

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Il corporativismo di Mussolini era nato dal nazionalsocialismo di Sorel. In effetti, anche il neoconservatorismo negli Stati Uniti affonda le sue radici in questo contesto, come ho illustrato nel saggio citato sopra. È per questo motivo che il fascismo italiano godeva di ampio sostegno all’interno della classe finanziaria americana. È importante qui ricordare di non lasciarsi coinvolgere eccessivamente dagli «-ismi», ma piuttosto di concentrarsi maggiormente sugli aspetti specifici della politica economica, poiché, come possiamo vedere proprio in questo breve paragrafo, troviamo i termini «corporativismo», «neoconservatorismo» e «nazionalsocialismo» mescolati insieme al «fascismo». Invito i lettori a leggere l’articolo sopra citato, che costituisce il capitolo 13 del mio libro «The Empire on Which the Black Sun Never Set», per una spiegazione dettagliata di questa storia.

[My Book is Out] The Empire on which the Black Sun Never Set: The Birth of International Fascism and Anglo-American Foreign Policy

[Il mio libro è uscito] L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai: La nascita del fascismo internazionale e la politica estera anglo-americana

Cynthia Chung

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12 novembre 2022

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Ne parlo qui per evidenziare che vi è una grande somiglianza tra ciò che Milton Friedman e la Banca Mondiale proponevano alla Cina nella loro “terapia d’urto” e il corporativismo di Mussolini, e non credo che si trattasse di una coincidenza.Fornirò ulteriori chiarimenti sulle analogie quando tratterò il Cile di Pinochet e la dittatura militare brasiliana più avanti in questa serie. Questi casi di studio sono stati infatti utilizzati come modelli di riferimento dai riformatori cinesi favorevoli alla “terapia d’urto”, che per coincidenza lavoravano anche a stretto contatto con George Soros. Tra i membri di questo gruppo legato a Soros figuravano anche i principali istigatori della tragedia di piazza Tienanmen, ai quali fu garantito un passaggio sicuro fuori dalla Cina sotto la protezione della CIA tramite l’Operazione Yellowbird.

Vale inoltre la pena notare che queste dittature militari in diversi paesi sudamericani, tutte concomitanti tra loro e sulle quali Soros ha finanziato uno studio sul campo condotto dall’SRI, sono state successivamente riconosciute come parte di Operazione Condor, una filiale di Operazione Gladio.[13]Per chi ha familiarità con il mio libro su questo argomento, saranno consapevoli del fatto che l’Operazione Gladio rappresentava un’alleanza tra i servizi segreti occidentali e gli “ex” nazisti, nonché con la NATO stessa, con diversi “ex” nazisti che ricoprivano cariche di alto livello, in particolare Adolf Heusinger, che fu presidente del Comitato militare della NATO. Per ulteriori informazioni al riguardo, consultare qui.

Dear NATO...

Cara NATO…

Cynthia Chung

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5 aprile 2024

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L’SRI è quindi stato più volte collegato a gruppi che non solo sostengono riforme economiche e politiche radicali, ma sono anche fautori di dittature militari volte a imporre tali riforme contro la volontà del popolo.

Tanto per la narrativa occidentale che dipinge Zhao e il suo think tank come obiettori di coscienza e combattenti per la libertà nella causa dei valori democratici occidentali in Cina…

Nonostante Zhao fosse stato trasferito dalla carica di Primo Ministro della Cina a quella di Segretario Generale e non fosse quindi più responsabile delle riforme economiche dal novembre 1987, quando Li Peng avrebbe dovuto sostituirlo in tale ruolo, Zhao continuava comunque a ricoprire un ruolo centrale nelle discussioni di alto livello sulle questioni economiche, cosa che non sarebbe potuta avvenire senza il sostegno di Deng. Nell’ottobre 1988, Zhao incontra Milton Friedman per discutere della questione della riforma dei prezzi in Cina, insieme ai riformatori favorevoli a un pacchetto di misure (noti anche come «terapisti dello shock») Wu Jinglian e Zhou Xiaochuan.[14]

Il premier Zhao Ziyang stringe la mano a Milton Friedman nell’ottobre 1988. Nella foto compaiono anche i noti riformatori favorevoli al “pacchetto di riforme” Wu Jinglian (a sinistra) e Zhou Xiaochuan (a destra), in secondo piano, e Rose Friedman, vestita di rosso. Per gentile concessione degli Archivi della Hoover Institution, Stanford, California.

Non sorprende che Friedman lanci un appello a favore della terapia d’urto sostenuta dai riformatori cinesi. «Limitate l’offerta di moneta stampando meno denaro, e poi liberalizzate i prezzi», disse a Zhao, aggiungendo che la liberalizzazione dei prezzi avrebbe contribuito a tenere sotto controllo l’inflazione (Friedman, 1990; Zhao, 2016c, 514-515)[15]

Isabella Weber scrive:

Si era ormai chiusa la finestra di opportunità per un vento favorevole proveniente dall’estero, da qualsiasi direzione esso provenisse. Zhao rimase Segretario Generale per il momento, ma perse la sua influenza sulla politica economica, che ora era nelle mani di Li Peng e Yao Yilin, Chen Yun e Li Xiannian riacquistarono la loro influenza. L’obiettivo principale non era portare avanti le riforme, ma riportare l’economia sotto controllo.

Il direttore dell’Ufficio dei prezzi, Cheng Zhiping, ha sottolineato che, alla fine del 1988, gli insegnamenti tratti dagli anni ’40 e dalle conseguenze del “Grande Balzo in Avanti” erano fondamentali per riprendere il controllo dell’economia. Secondo Cheng (2006, 119), lo sforzo di stabilizzazione si basava sull’affermazione di Chen Yun secondo cui il grado di controllo del governo sul mercato è determinato dal suo controllo sui beni più essenziali presenti sul mercato.Applicando una logica che è sorprendentemente simile a quella del I principi “leggeri-pesanti” di Guanzi per la stabilizzazione dei prezzi, Cheng sostiene che la chiave fosse quella di concentrare il lavoro sul prezzo sui punti importanti, ovvero quelli “pesanti”.

Negli anni ’40, nell’ambito della politica di stabilizzazione dei prezzi, i “due bianchi e un nero” – ovvero riso, cotone e carbone – rappresentavano i beni essenziali per l’alimentazione, l’abbigliamento della popolazione e l’industria. Negli anni ’60, l’elenco dei prezzi era stato rivisto per riflettere la maggiore diversificazione dell’economia cinese, arrivando a comprendere 198 beni essenziali. L’iniziativa di stabilizzazione dei prezzi del 1988 si concentrava ormai sui prezzi di 383 beni. Questi beni erano stati identificati, sulla base di indagini, come fondamentali per il sostentamento della popolazione e per la produzione agricola e industriale.

I prezzi di questi beni furono stabilizzati grazie a uno sforzo concertato: la produzione fu ampliata per aumentarne l’offerta; il sistema commerciale fu potenziato per superare le strozzature nella circolazione; il sistema di controllo dei prezzi fu utilizzato per riaffermare il piano generale, l’espansione del credito e gli investimenti (Cheng, 2006, 119-121). A queste misure si affiancò un’altra tattica anti-inflazionistica degli anni ’40: furono emessi titoli di Stato indicizzati a un paniere di prezzi di beni di prima necessità per ripristinare la fiducia negli attivi monetari.[16]

Lo Stato cinese ristabilì il controllo sul cuore dell’economia. L’inflazione fu debellata nel giro di circa un anno [vedi grafico sottostante], ma le conseguenze politiche del tentativo fallito di riforma radicale del 1988 e della successiva drastica inversione di rotta aggravarono le tensioni sociali e politiche che si erano accumulate nella seconda metà degli anni ’80, creando una situazione esplosiva.

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

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23 aria

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Le proteste di Piazza Tienanmen ebbero inizio il 15 aprile 1989 e raggiunsero il culmine il 3-4 giugno 1989. Come si evince dal grafico sopra riportato, le politiche di Chen Yun risolvettero la crisi di iperinflazione nel giro di circa un anno; tuttavia, fu proprio nella fase finale di questo periodo di iperinflazione che ebbero inizio le proteste di Piazza Tienanmen. Come si può notare, meno di un mese dopo gli eventi del 3-4 giugno la crisi di iperinflazione è stata in gran parte risolta. Se si fosse voluto sfruttare la crisi di iperinflazione per fomentare l’instabilità politica, era chiaro che, con le politiche correttive di Chen Yun in atto, la finestra di opportunità sarebbe stata ristretta. Come vedremo, in quel periodo vi fu una forte manipolazione sia delle proteste studentesche che di quelle dei lavoratori per garantire che, a tutti i costi, si verificasse uno scontro violento prima che tale finestra si chiudesse. Tuttavia, alla fine questo tentativo fallì nel caso di istigazione alla violenza contro gli studenti, cosa che sarebbe stata il peccato più grave commesso dal governo cinese. Nonostante nessun studente fosse stato effettivamente ferito all’interno della piazza, ma fosse stato invece evacuato in sicurezza, i media mainstream dipinsero comunque le storie più oltraggiose di carri armati che falciavano studenti addormentati e di altri che venivano picchiati a morte e uccisi a colpi di arma da fuoco, creando un’immagine di fiumi di sangue che scorrevano nella piazza. Come vedremo, si è trattato di una storia interamente inventata, come ormai riconosciuto dalle stesse testate occidentali mainstream.

Weber prosegue:

L’inflazione galoppante del 1988 minò la fiducia nei rapporti del mercato monetario da parte di molti abitanti delle città e si aggiunse alle ansie scatenate da una crescente mercificazione della vita.

D’altra parte, coloro che avevano tratto vantaggio dalle crescenti opportunità di profitto e dai mercati in rapida espansione si sentivano minacciati dall’inasprimento dei controlli. Questo costituì il contesto in cui si sviluppò l’ampio e variegato movimento sociale del 1989…

Nel 1988, Zhao sostenne che fosse necessaria una legge sulla sicurezza pubblica per portare avanti la riforma. Nel 1989, Zhao cercò di superare quella stessa logica di repressione statale che alla fine lo portò alla caduta e alla detenzione.I giovani economisti che Zhao aveva formato erano apertamente solidali con i manifestanti. Sapevano che le truppe stavano marciando verso piazza Tienanmen e che presto sarebbe stata imposta la legge marziale. Intuivano che stava per verificarsi una tragedia.

Dopotutto, non l’avevano forse orchestrato proprio perché andasse a finire in quel modo?

…far scorrere il sangue a fiumi in Piazza Tienanmen, per risvegliare il popolo

La situazione è diventata davvero pericolosa. Gli studenti mi hanno chiesto cosa avremmo fatto dopo. Volevo dire loro che ci aspettavamo uno spargimento di sangue, che ci sarebbe voluto un massacro, che avrebbe fatto scorrere il sangue come un fiume attraverso piazza Tienanmen, per risvegliare il popolo.Ma come avrei potuto dirglielo? Come avrei potuto dire loro che, per vincere, avrebbero dovuto sacrificare le loro vite?

– Intervista a Chai Ling (una delle principali studentesse dissidenti di Piazza Tienanmen) realizzata dal giornalista Philip Cunningham il 28 maggio 1989; le immagini sono state inserite nel documentario La Porta della Pace Celeste.[17]

Chi si è preso il tempo di approfondire anche solo un po’ gli eventi del 1989 in Piazza Tienanmen scoprirà presto la figura della famigerata Chai Ling, una delle principali studentesse dissidenti.

Chai Ling fu nominata comandante in capo del Comando centrale per la difesa di Piazza Tienanmen, mentre un’altra studentessa, Li Lu, fu nominata sua “vice”. Fu inoltre eletta comandante in capo del Comitato per lo sciopero della fame. Come vedremo, all’interno di questa rete c’erano altri studenti di spicco, molti dei quali erano discepoli di Fang Lizhi. Tuttavia, solo il nome di Chai Ling è passato alla storia in modo negativo, in gran parte a causa dell’intervista che concesse al giornalista Philip Cunningham a Pechino, il 28 maggio 1989, appena cinque giorni prima che scoppiassero le violenze, e per il suo specifico commento citato sopra. Li Lu, il suo “vice”, non sembra aver subito alcun danno alla propria reputazione e ha proseguito la sua carriera con grande successo, che si intreccia con quella di Joseph Tsai di Alibaba, come vedremo in questo articolo.

Philip Cunningham mentre prende appunti allo Square. Ha svolto ricerche nelle redazioni dei giornali e negli studi televisivi di tutta la Cina in qualità di Knight Journalism Fellow e, successivamente, come Fulbright Fellow e Abe Fellow.

Le riprese di questa intervista incluse nel documentario La Porta della Pace Celeste[18]include:

Chai Ling:Finora me lo sono tenuto per me, perché essendo cinese sentivo di non dover parlare male dei cinesi. Ma a volte non posso fare a meno di pensare – e tanto vale dirlo – che voi, i cinesi, non valete la mia fatica! Non vali il mio sacrificio!

…Ciò che in realtà speriamo è uno spargimento di sangue, il momento in cui il governo sarà pronto a massacrare spudoratamente il popolo. Solo quando la piazza sarà inondata di sangue il popolo cinese aprirà gli occhi. Solo allora sarà davvero unito.Ma come posso spiegare tutto questo ai miei compagni di classe?

…

Cunningham:«E tu resterai in piazza?»

Chai Ling:«No.»

Cunningham:«Perché?»

Chai Ling:«Perché la mia situazione è diversa. Il mio nome è sulla lista nera del governo. Non mi lascerò distruggere da questo governo. Voglio vivere. Comunque, questo è quello che penso. Non so se la gente dirà che sono egoista. Credo che le persone debbano portare avanti il lavoro che ho iniziato. Un movimento democratico non può avere successo con una sola persona. Spero che per il momento non riportiate ciò che ho appena detto, d’accordo?»[19]

Sia Chai Ling che Li Lu figuravano tra i principali studenti dissidenti a cui fu concesso il passaggio sicuro grazie all’Operazione Yellowbird.

In un articolo pubblicato dal Financial Times, che sostiene la versione occidentale secondo cui questi studenti dissidenti avrebbero voluto solo i valori della democrazia occidentale, ha riportato un’interessante citazione di Chai Ling tratta da un’intervista rilasciata dalla sua casa negli Stati Uniti, in cui ha affermato: ««All’epoca un giornalista ci chiese se volessimo la democrazia… Non sapevamo davvero cosa fosse, pensavamo solo che fosse una cosa molto positiva, così abbiamo dato vita alla nostra democrazia alle prime armi proprio lì, in piazza».

Ti sembra che si tratti di qualcuno che ha un piano o di qualcuno che sta seguendo un piano prestabilito per lui?

Quando ci si prende il tempo di ascoltare o leggere le interviste di Chai Ling alla stampa occidentale, che sono numerose, risulta chiaro che Chai Ling non comprende fino a che punto sia stata manipolata nell’intera messa in scena che l’ha portata a ricoprire il ruolo di “comandante in capo” della piazza. Chai Ling presenta tutte le caratteristiche di chi, in realtà, non è alla guida degli eventi, ma è piuttosto un burattino a cui veniva detto, giorno per giorno, quale dovesse essere il suo mandato.

Dopo aver visto le immagini del documentario La Porta della Pace Celeste, anche se più avanti farò una precisazione su questa produzione documentaristica, è evidente che a Chai Ling piacesse stare sotto i riflettori e che probabilmente si sentisse una starlet durante quel frenetico periodo di sette settimane trascorso in piazza. C’era anche un grande stress fisico e mentale per tutti gli studenti, ma soprattutto per quelli che sono rimasti in piazza per la maggior parte delle sette settimane. Questo, unito ai periodi in cui gli studenti digiunavano per diversi giorni nell’ambito di uno sciopero della fame intermittente, non ha fatto altro che aumentare ulteriormente lo stress mentale e fisico degli studenti. Si noti che il digiuno ostacola la capacità di pensare in modo critico, di giudicare in modo adeguato e aumenta l’instabilità emotiva.

Chai Ling sarebbe stata la portavoce di chi tirava le fila. Verso le ultime settimane delle proteste in piazza, Chai Ling era l’unica studentessa a cui era stato concesso il «permesso» di usare il megafono. Gli studenti non avevano altra scelta che affidare a Chai Ling il compito di rappresentare la loro voce, i loro desideri, la loro missione. Chai Ling e suo marito Feng Congde (un discepolo di Fang Lizhi, come vedremo) cercavano di dare una parvenza di «democrazia» sottoponendo le questioni al voto degli studenti. In sostanza, gli studenti gridavano «sì» o «no» sulle questioni che Chai Ling e Feng Congde decidevano di sottoporre al voto. A quel punto stabilivano quale gruppo avesse «vinto» la votazione. Ciò garantiva loro, per usare un eufemismo, una grande libertà nel decidere il destino degli studenti.

Chai Ling ha il diritto esclusivo di utilizzare il megafono nella piazza.

Molti gruppi studenteschi, frustrati da questa situazione, cercarono di opporsi alla mini-dittatura di Chai Ling e Feng Congde nella piazza, ma lei era protetta da un gruppo di studenti che, come vedremo, erano direttamente legati a Fang Lizhi.

Quando la questione dell’abbandono della piazza fu sottoposta a votazione – cosa che avvenne più volte nel corso delle settimane – molti ritenevano che sia Chai Ling che Feng Congde fossero estremamente di parte nel voler rimanere in piazza e favorissero questa posizione nonostante il crescente sostegno da parte degli studenti a favore dell’abbandono della piazza. A non aiutare la situazione era il fatto che, durante quel periodo di sette settimane, arrivassero in piazza nuovi studenti provenienti da altre parti della Cina, i quali, ovviamente, esortavano a rimanere. Molti studenti che volevano andarsene non si sentivano a proprio agio nel farlo andando contro il voto.

Gli studenti riposano tra i detriti di Piazza Tienanmen mentre il loro sciopero per le riforme governative entra nella terza settimana. (Jeff Widener / Associated Press) Fonte: Los Angeles Times.
Chai Ling sviene per l’esaurimento fisico.

Con il passare delle settimane, Chai Ling, sempre più provata e emotivamente instabile, passò dalla sua immagine iniziale di dolce, innocente ma intrepida paladina degli ideali democratici a frequenti crisi di pianto in cui esprimeva la sua delusione, definendo gli studenti dei codardi che non erano disposti ad andare fino in fondo, che non erano veramente pronti a lottare a tutti i costi, che non erano pronti a morire in questo scontro finale con il governo cinese.

Come già visto nel seconda ratache le proteste studentesche del 1986 e del 1989 furono in gran parte istigate e organizzate da Fang Lizhi e dai suoi seguaci tra gli studenti. Tuttavia, la maggior parte degli studenti che partecipavano a queste proteste era motivata da questioni economiche e di corruzione che si stavano aggravando a causa delle politiche economiche di Zhao Ziyang. In altre parole, la maggioranza degli studenti che partecipavano a queste proteste non aveva idea di chi fosse Fang Lizhi, almeno all’inizio. Tuttavia, con il progredire delle proteste nel caso del 1989, divenne chiaro che i discepoli studenteschi di Fang Lizhi venivano utilizzati per organizzare gli studenti in piazza secondo la sua «visione», che includeva una promozione molto accesa di Zhao Ziyang e, piuttosto ironicamente, delle sue politiche economiche.

Basti dire che le questioni per cui gli studenti avevano inizialmente deciso di protestare non giustificavano le parole cariche di angoscia, si potrebbe dire isteriche, di Chai Ling, che esortava gli studenti a essere disposti a morire piuttosto che lasciare la piazza di loro spontanea volontà. Di fatto, stava spingendo verso l’inevitabile: una qualche forma di scontro con la polizia o l’esercito cinese.

Il 24 maggio 1989, Chai Ling guidò l’assembramento di una folla in Piazza Tienanmen per la proclamazione del seguente giuramento:

«Giuro che difenderò la Repubblica e Piazza Tienanmen con la mia giovane vita. Possono cadere teste, può scorrere sangue, ma la Piazza del Popolo non potrà mai andare perduta! Siamo pronti a combattere fino all’ultimo uomo.»[20]

A seguito di questo giuramento, Wang Dan annunciò la costituzione del Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tienanmen.[21]

Da sinistra a destra: Chai Ling, Wu’er Kaixi e Wang Dan. Questi erano i tre leader pubblici di spicco del movimento studentesco dissidente. Come vedremo, Wu’er Kaixi e Wang Dan non solo sono legati a Fang Lizhi e alla promozione diretta delle politiche economiche di Zhao Ziyang, ma anche alla NED. Tutti e tre facevano parte del gruppo di studenti dissidenti di spicco fatti uscire clandestinamente dal Paese attraverso l’Operazione Yellowbird.
Da sinistra a destra: Chai Ling, Wang Dang, il marito di Chai Ling, Feng Congde, con il microfono in mano, e la “vice” di Chai Ling, Li Lu. Feng Congde è un altro discepolo di Fang Lizhi che ha sostenuto le politiche economiche di Zhao Ziyang. Tutti e quattro facevano parte del gruppo di studenti dissidenti fatti uscire clandestinamente dal Paese nell’ambito dell’Operazione Yellowbird.

Dalla sua intervista con Philip Cunningham emerge chiaramente che Chai Ling era ben consapevole che quello era il mandato che le era stato affidato: far sì che il sangue degli studenti venisse versato in piazza fino a formare un fiume di sangue. Solo un massacro, come afferma Chai Ling, avrebbe potuto garantire il successo delle proteste; solo allora avrebbero potuto “vincere”.

Dal punto di vista di Chai Ling, quando parla al plurale, usando sempre “noi” e mai “io”, ciò potrebbe essere interpretato come se lei considerasse la situazione dal punto di vista dei leader studenteschi scelti del movimento. Che questi leader fossero troppo speciali per morire in piazza. Spettava agli studenti “comuni” morire affinché loro potessero vivere e continuare a guidare la causa dalle loro comode sistemazioni in Occidente. Chai Ling allude a questo nella sua intervista con Cunningham.

Nell’intervista afferma inoltre chiaramente di non essere disposta a morire, ma di sperare che altri possano prendere il suo posto:

“Ma io non sarò lì a difendere la piazza perché sono diverso dagli altri: il mio nome è sulla lista nera. Non voglio morire.”

È chiaro che le fosse già stato offerto un passaggio sicuro fuori dalla Cina prima di questa intervista e che probabilmente le fosse stato anche detto che, come ricompensa per il suo eroico impegno nel promuovere la “democrazia occidentale”, avrebbe ottenuto l’ammissione a Princeton con tutte le spese pagate. Infatti, la maggior parte degli studenti dissidenti di spicco fatti uscire clandestinamente dalla Cina attraverso l’Operazione Yellowbird ha ricevuto l’ammissione gratuita a prestigiose università, tra cui Princeton, Harvard e persino Oxford. Chiaramente c’erano grandi progetti per questi giovani.

Senza dubbio, Chai Ling non era l’unica a ricevere questi sussurri all’orecchio nei giorni precedenti gli scontri violenti del 3 e 4 giugno 1989.

Riflettete sulle implicazioni di tutto questo. Se a questi studenti dissidenti di spicco fosse già stato promesso un passaggio sicuro sotto la protezione occidentale e avessero ricevuto l’ordine di fomentare uno scontro violento che avrebbe fatto scorrere il sangue degli studenti nella piazza come un fiume, cosa ci dice questo dell’intero cosiddetto movimento democratico che rappresentavano e continuano a rappresentare in esilio?[22]

Un’idea che, secondo Chai Ling, è stata suggerita da un giornalista occidentale che ha fornito loro quella parola dal suono così piacevole: “democrazia”.

È quindi evidente che, in questo scenario, non sarebbero gli studenti a trarne vantaggio, bensì la rete che gravita attorno a Zhao Ziyang. Ancora una volta, come vedremo È documentato che numerosi studenti dissidenti di spicco, seguaci di Fang Lizhi, abbiano promosso apertamente Zhao Ziyang come eroe della democrazia, oltre che, in modo più diretto, le sue politiche economiche. E, come vedremo, si dà il caso che proprio il National Endowment for Democracy (NED) si trovi al centro di tutto questo.

Questa posizione a favore di Zhao Ziyang fu diffusa tra gli studenti che venivano mobilitati dai circoli di Fang Lizhi e che erano anch’essi indignati per la destituzione di Hu Yaobang,[23]furono indotti a credere che all’interno del governo cinese esistesse una fazione che attaccava le voci filo-democratiche presenti al suo interno. Gran parte della colpa ricadde proprio su Li Peng.

Come già visto in la seconda puntatafu proprio Li Peng a sostituire Zhao Ziyang come premier della Cina e, di conseguenza, come responsabile della politica economica di tutta la Cina. Li Peng apparteneva al gruppo che sosteneva le politiche economiche di Chen Yun e si opponeva ai riformatori favorevoli al “pacchetto” e a Zhao Ziyang.

L’allontanamento di Zhao Ziyang da quella carica fu percepito da lui stesso come una retrocessione, che lo allontanava da un progetto a cui lavorava da un decennio. E per quei riformatori favorevoli a un pacchetto di riforme che avevano partecipato agli stessi incontri di George Soros insieme all’Istituto per la Riforma del Sistema di Zhao nell’Europa orientale, era chiaro che, con Li Peng come premier, tutto ciò che avevano cercato di realizzare in materia di riforme economiche rischiava di andare in fumo.

Nonostante Zhao fosse il vero responsabile delle difficoltà economiche e dei casi di corruzione in Cina, i leader studenteschi in piazza lo difesero e si scagliarono contro Li Peng, dipingendolo come un terribile cattivo e un dittatore del popolo.

Quando una delegazione di studenti fu finalmente ammessa a un incontro con il governo cinese per discutere delle loro richieste in merito a quelle proteste, i leader di quella delegazione erano in gran parte seguaci di Fang Lizhi. Uno di loro, in particolare, finì sui titoli dei giornali quando interruppe bruscamente Li Peng e si lanciò in una tirata assurda che non entrava nel merito di alcun dettaglio concreto.

A sinistra, il premier cinese Li Peng. A destra, Wu’er Kaixi, in abiti da ospedale e munito di un vero e proprio tubo per l’ossigeno che aspirava come se fosse un narghilè, mentre teneva una lezione a Li Peng. Questo scontro fu trasmesso a livello nazionale e internazionale, portando Kaixi alla ribalta mondiale, con tanto di articolo in copertina sulla rivista *Time*, e rendendolo un simbolo della resistenza del movimento studentesco.

Ma non importava ciò che Wu’er Kaixi avesse effettivamente detto. Avevano ottenuto ciò per cui erano venuti: l’opportunità di apparire sulla televisione di Stato cinese e sui notiziari internazionali per attaccare Li Peng e incolparlo di tutto ciò che stava accadendo in Cina. Nonostante fosse evidente che non avessero la minima comprensione delle questioni economiche, fu proprio lo scandalo in sé a far esplodere la vicenda.

Li Peng, esposto ai commenti assurdi di Wu’er Kaixi davanti a un pubblico internazionale, nonostante fosse proprio quest’ultimo a dire sciocchezze, finì per apparire come un uomo di poco conto. Viene da chiedersi chi possa aver orchestrato questa messinscena, una situazione del tutto senza precedenti in Cina. C’erano solo due uomini che ricoprivano una carica più alta di quella di Li Peng: Deng Xiaoping e Zhao Ziyang.

Come già visto in la seconda puntatache fu proprio Liu Xiaobo a riempire nuovamente la piazza di migliaia di persone, quando questa si era ormai quasi completamente svuotata, solo pochi giorni prima del 3-4 giugno 1989. Xiaobo, inoltre, è direttamente collegato al NED, come vedremo.

Conosciuti come i “Quattro gentiluomini di Piazza Tiananmen”, che diedero il via a uno sciopero della fame di 72 ore in Piazza Tiananmen pochi giorni prima degli eventi del 3-4 giugno 1989. Da sinistra a destra: Zhou Duo, Hou Dejian, Gao Xin e Liu Xiaobo. Tre di loro sono considerati intellettuali radicali, con Liu Xiaobo come leader. L’altro membro è Hou Dejian, che all’epoca era un famoso cantautore taiwanese. Tutti e tre gli intellettuali radicali nutrivano un odio verso la cultura tradizionale cinese e, nel caso di Liu Xiaobo, questo argomento è stato trattato in la seconda puntata. Liu Xiaobo, che era un mentore di Wu’er Kaixi – come vedremo – e lo ha consigliato per tutte le sette settimane, è anch’egli legato al NED. Conoscendo il punto di vista radicale di Liu Xiaobo e il suo odio per il sistema tradizionale cinese, non è azzardato pensare che fosse favorevole allo spargimento di sangue in piazza affinché ci potesse essere una “vittoria”. Il raduno di una folla, incoraggiata a digiunare già giorni prima degli eventi del 3-4 giugno 1989, è sospetto, al punto che persino Liu Xiaobo lo ammette nel documentario «The Gate of Heavenly Peace». Hou Dejian sembra essere stato una persona onesta che è stata strumentalizzata da questo gruppo di intellettuali. Fu proprio il canto di Hou Dejian a riportare alla fine la folla in piazza; una volta radunata la folla, gli intellettuali tennero i loro discorsi radicali. Fu Hou Dejian che sembra essere il vero responsabile dell’evacuazione pacifica della piazza. Tutto era stato orchestrato affinché si verificasse uno scontro violento tra gli studenti e l’esercito cinese. Anche gli studenti venivano incoraggiati a combattere e a morire in piazza. Fu Hou Dejian, che era del tutto all’oscuro di questo complotto dietro le quinte, a cercare di ottenere l’evacuazione pacifica della piazza. Fu Hou Dejian che, subito dopo, smentì le affermazioni di Chai Ling, Wu’er Kaixi e altri secondo cui avrebbe avuto luogo un massacro, dichiarando che nessuno era morto e che tutti erano stati evacuati pacificamente dalla piazza. Poiché Hou Dejian era un cantante famoso, se Liu Xiaobo e/o Feng Congde (Chai Ling e Wu’er Kaixi avevano già lasciato da tempo la piazza durante quelle ultime ore in cui era previsto uno scontro violento) avessero insistito per rimanere nella piazza, la testimonianza di Hou Dejian secondo cui essi avrebbero volontariamente sacrificato la vita di questi studenti avrebbe rappresentato una grave macchia sulla “purezza” del cosiddetto movimento democratico e dei suoi leader. Liu Xiaobo è un radicale estremista ed era forse disposto a morire in questo scontro come martire. Grazie alle azioni di Hou Dejian, probabilmente le vite degli studenti sono state salvate.

È evidente che dietro le quinte ci sia stato un enorme lavoro per scatenare la violenza contro gli studenti in piazza. Per far scorrere il loro sangue come un fiume, perché solo così “loro” avrebbero vinto.

Anni dopo, Chai Ling scrisse che la sua straordinaria previsione di un’imminente repressione violenta, che avrebbe portato al massacro di piazza Tienanmen, era qualcosa che aveva sentito da Li Lu, e non una sua previsione personale.Nel suo libro, lei attribuisce a Li Lu la premonizione del “massacro di Piazza Tiananmen” Un cuore per la libertà.[24]L’importanza di Li Lu verrà discussa più avanti in questo articolo.

Dopo gli eventi del 3 e 4 giugno 1989, Chai Ling fu tra le voci più forti a sostenere di aver assistito di persona a un massacro in piazza Tienanmen. Un’altra voce autorevole che affermò di aver assistito direttamente a un massacro fu quella di Wu’er Kaixi. A chi attribuirono la responsabilità di questo terribile massacro di studenti innocenti che desideravano solo la democrazia occidentale? A Li Peng.

Ma in Piazza Tienanmen non c’è mai stato alcun massacro…

Mito contro realtà: la CIA e l’MI6 come manipolatori della narrativa

Il mito che ha finito per superare la realtà, il massacro degli studenti in Piazza Tienanmen, deve in gran parte il proprio successo a un solo uomo: l’allora ambasciatore britannico in Cina (1988-1991), Alan Donald.

In un telegramma diplomatico segreto inviato a Londra il 5 giugno 1989, Donald riferì di una stima minima di 10.000 vittime tra i civili. Secondo i documenti declassificati resi pubblici dall’Archivio Nazionale del Regno Unito, le sue informazioni provenivano da una persona che «trasmetteva informazioni ricevute da un amico intimo, attualmente membro del Consiglio di Stato».[25]

Donald ha deciso di mantenere l’anonimato di questa persona, nonostante si trattasse di un dispaccio diplomatico riservato. Per chi ha letto il seconda rata, a questo punto il quadro dovrebbe essere abbastanza chiaro. Tutte le prove addotte dagli occidentali nel caso di Tiananmen sono del tutto non verificabili.

Offre una grande libertà a chi fosse interessato a inventare storie.

La versione di Sir Alan Donald differisce notevolmente dalla dichiarazione ufficiale cinese, secondo cui i morti sarebbero stati 200 civili e diverse decine di membri delle forze di sicurezza. Va notato che queste vittime, riconosciute dalla Cina, si sono registrate nelle aree più estese di Pechino e sono state causate dalle proteste dei lavoratori che si svolgevano contemporaneamente alla protesta studentesca, i cui manifestanti sono rimasti accampati in piazza per diverse settimane.

La CIA non era da meno: ha diffuso stime che andavano da centinaia a diverse migliaia di morti, avallando i resoconti di giornalisti occidentali che non erano nemmeno sul posto, ma nelle loro camere d’albergo durante gli eventi del 3 e 4 giugno 1989.[26]

Nei rapporti dei servizi segreti americani, ora declassificati, le stime sul numero di vittime variavano da 180 a 500 in alcuni rapporti, fino a 500–2.600 in altri, e secondo tali rapporti le vittime sarebbero state registrate proprio nella piazza stessa.[27]

Ospitato presso gli Archivi della NSA, l’Archivio per la Sicurezza Nazionale della George Washington University presenta un rapporto intitolato “Piazza Tienanmen, 1989: la storia resa pubblica” ed è una raccolta di rapporti dei servizi segreti americani. In una sezione si legge:

Il resoconto dei servizi segreti del Segretario di Stato per la mattina seguente (Documento 13) riferisce che «il numero delle vittime dell’assalto militare a Piazza Tienanmen varia da 180 a 500; altre migliaia di persone sono rimaste ferite». Descrive inoltre come “migliaia di civili abbiano tenuto duro oppure si accalcavano attorno ai veicoli militari. Veicoli corazzati da trasporto truppe [veicolo corazzato da trasporto truppe]sono stati incendiati e i manifestanti hanno assediato le truppe lanciando pietre, bottiglie e bombe Molotov.”

Ancora una volta, per chiarire: nella più ampia area di Pechino si sono verificati episodi di violenza legati alle proteste dei lavoratori. Tuttavia, questo rapporto dei servizi segreti sostiene che tali episodi siano avvenuti all’interno della piazza stessa. La differenza è notevole, poiché la piazza era il luogo delle proteste studentesche. Non vi è stato alcun scontro militare con i manifestanti studenti. Tuttavia, ciò che è interessante riguardo al rapporto di intelligence sopra citato è che non solo disponiamo di una stima del numero di vittime molto più vicina a quella fornita dalla dichiarazione ufficiale cinese, ma anche dell’ammissione che l’esercito cinese fosse stato effettivamente attaccato, con veicoli blindati incendiati tramite bombe Molotov. Altri rapporti inclusi in questa raccolta di briefing di intelligence hanno inoltre riconosciuto che un soldato cinese fosse stato picchiato a morte.

Il 3 giugno, alcuni misteriosi teppisti hanno scatenato una rissa a Mu Xi Di, nella zona occidentale della città, attaccando gli autobus dell’esercito con bombe molotov e dando loro fuoco, causando la morte per ustioni degli occupanti. I responsabili non sono mai stati individuati.[28]

I soldati che erano riusciti a fuggire dagli autobus in fiamme sono stati picchiati a morte. Sono arrivati altri militari e sono scoppiati scontri caotici.

Un’immagine che ritrae diversi mezzi corazzati per il trasporto truppe ridotti in cenere. Molti soldati sono stati bruciati vivi all’interno di questi veicoli.

Si trovava a cinque chilometri da Piazza Tiananmen.

Non credo che l’attacco iniziale contro le forze armate cinesi nell’area metropolitana di Pechino sia stato spontaneo, ma piuttosto orchestrato. Inoltre, figure di spicco della protesta dei lavoratori, come Han Dongfang, ora lavorano per Radio Free Asia, un noto organo di informazione della CIA.

Se davvero ci fossero stati degli agenti provocatori che hanno istigato la violenza, è facile intuire che ciò metterebbe l’esercito cinese in una posizione difficile. Ovviamente, sarebbe necessaria una qualche forma di reazione. E qualsiasi reazione, come sparare contro qualcuno visto lanciare una bottiglia molotov, o contro individui che picchiano a morte un soldato, potrebbe facilmente diffondersi tra gli astanti e coloro che si sono uniti in seguito alla rissa come voce secondo cui l’esercito stava attaccando i civili alla cieca e in modo sconsiderato.

Questo ha chiaramente spinto molte altre persone a unirsi al movimento, al punto che la situazione ha assunto una dinamica propria – il che era un esito prevedibile. Anche in questo caso, l’obiettivo era quello di costringere la Cina a scatenare una repressione spietata contro la popolazione – cosa che non è mai avvenuta.

È risaputo che anche i soldati più calmi e padri di sé vengono messi alla prova quando alcuni membri della folla danno fuoco ai propri commilitoni o li picchiano a morte. In situazioni del genere è inevitabile che si verifichi un certo livello di caos.

Come già accennato, Zhao Ziyang aveva varato una nuova legge sulla sicurezza pubblica che prevedeva il ricorso alla forza contro chi si fosse opposto alla riforma dei prezzi. Ciò che è chiaro riguardo alla gestione delle violenze scoppiate il 3 giugno in diverse zone di Pechino è cherd, 1989, era che a un certo punto alle forze armate era stato ordinato di passare dai mezzi antisommossa (proiettili di gomma, gas lacrimogeni ecc.) alla forza letale.[29]

Era Deng Xiaoping, in qualità di leader supremo, a detenere l’autorità diretta sulle forze armate cinesi. Era anche presidente della Commissione militare centrale (CMC), il che gli conferiva il comando supremo sull’Esercito popolare di liberazione (PLA). Fu proprio Deng Xiaoping a dare l’ordine diretto di passare dall’uso di mezzi antisommossa alla forza letale.

Deng Xiaoping occupava la posizione più informata e potente riguardo alle forze armate cinesi ed era a conoscenza della nuova legge sulla sicurezza pubblica di Zhao Ziyang. Se c’era già il sospetto che potessero verificarsi episodi di violenza, perché i soldati cinesi non erano stati adeguatamente addestrati alle tattiche antisommossa e perché era stato loro ordinato di ricorrere alla forza letale quando la situazione avrebbe potuto essere contenuta attraverso tattiche antisommossa con un addestramento e un equipaggiamento adeguati? C’erano state almeno sette settimane per prepararsi a questa situazione.

Ricordiamo le parole di Chai Ling: solo quando ci sarà un massacro potremo “vincere”.

Stranamente, Li Peng viene ancora una volta accusato dell’uso della forza da parte dell’esercito cinese (poiché era di sua competenza dichiarare la legge marziale, cosa che fece il 20 maggio 1989), nonostante Deng Xiaoping fosse l’effettivo presidente della Commissione militare centrale e il leader supremo della Cina. Non era Li Peng a trovarsi nella posizione di ordinare il passaggio dalle tattiche antisommossa all’uso della forza letale: tale prerogativa spettava a Deng Xiaoping. Yang ShangKun, vicepresidente della Commissione militare centrale e presidente della Repubblica Popolare Cinese, era direttamente responsabile dell’esecuzione delle direttive di Deng e della mobilitazione delle forze armate cinesi il 3 e 4 giugno 1989.

Il generale Chi Haotian era il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) e supervisionò la pianificazione operativa, la logistica e il coordinamento delle azioni delle forze armate il 3 e 4 giugno 1989. Zhou Yibing e Liu Zhenhua ricoprivano rispettivamente i ruoli di comandante e commissario politico della Regione Militare di Pechino. Erano incaricati della gestione sul campo delle forze incaricate di far rispettare la legge marziale.

Tutti questi uomini – Chi Haotian, Zhou Yibing e Liu Zhenhua – ricevevano i propri ordini direttamente dalla Commissione militare centrale, di cui Deng Xiaoping era presidente e Yang Shangkun vicepresidente.

Non è stato Li Peng a autorizzare l’uso della forza letale; egli ha sostenuto la presenza delle forze armate per garantire la stabilità e come deterrente contro la violenza vera e propria. Nessun leader di un Paese sarebbe così ingenuo da pensare che decine di migliaia di persone provenienti da ogni parte della Cina, oltre a un afflusso di stranieri, che si radunavano nel centro di Pechino e accampavano lì per settimane di fila, non rappresentassero un rischio che potesse sfociare in qualche forma di violenza o caos. Che potessero verificarsi scontri e alterchi tra gli stessi manifestanti. O che ci fossero delle mele marce che cercavano di istigare la violenza per provocare una reazione della folla.

L’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese e i manifestanti in Piazza Tienanmen hanno convissuto pacificamente per settimane. Si noti che questi soldati sono completamente disarmati.
L’Esercito Popolare di Liberazione cinese era schierato intorno alla piazza. Secondo le immagini del documentario “The Gate to Heavenly Peace”, molte persone che si avvicinavano ai soldati li supplicavano di “schierarsi” con i manifestanti; nell’interpretazione più radicale, ciò avrebbe significato che l’esercito stesso si rivoltasse contro il proprio governo. Poiché era proprio questo, in definitiva, ciò che veniva chiesto: che Li Peng si dimettesse dalla carica di premier della Cina. La gente si avvicinava ai soldati gridando: «Perché state facendo questo? Dovreste proteggere il popolo, non opporvi a lui!». Tuttavia, i soldati non erano contro il popolo, ma erano lì per garantire che la situazione non degenerasse nel caos. Ciò metteva i soldati in una posizione emotivamente difficile, e tali atteggiamenti da parte della gente li dipingevano come nemici del popolo, quando in realtà erano lì proprio per proteggerlo. Gli occidentali dovrebbero essere consapevoli che l’Esercito Popolare di Liberazione era molto amato dal popolo fino agli eventi del 3-4 giugno 1989, quando l’esercito fu ingiustamente accusato del massacro di innocenti. Come vedremo, nulla di tutto ciò accadde, né in piazza né nelle zone circostanti di Pechino.

Tuttavia, i principali studenti dissidenti, insieme alla stampa occidentale, diffusero la più oltraggiosa delle fantasie su atti mostruosi commessi contro innocenti e sul fatto che Li Peng fosse direttamente responsabile di tutto ciò – guadagnandosi così il soprannome che lo accompagnò fino al letto di morte in Occidente: il “Macellaio di Pechino”.

Sotto la foto di Li Peng, la BBC scrive: «Li Peng era conosciuto come il “Macellaio di Pechino” per il ruolo che ebbe nella repressione di Tiananmen».

Sebbene le forze armate cinesi avrebbero potuto gestire meglio la situazione se fossero state adeguatamente addestrate alle tattiche antisommossa e non avessero ricevuto l’ordine di ricorrere alla forza letale, il numero di vittime tra i civili – che non erano manifestanti pacifici, ma stavano di fatto attaccando attivamente le forze armate – rimane comunque relativamente basso.

Con questo non intendo affermare che tutte le vittime civili siano giustificate. Come ho già detto, la situazione avrebbe potuto essere contenuta con mezzi antisommossa. Tuttavia, in situazioni di caos, se un civile dovesse avvicinarsi a un luogo in cui sono in corso combattimenti, è facile capire quanto questa sia una mossa avventata e, se venisse colpito da un proiettile, ciò non equivarrebbe a un “massacro di innocenti” da parte dell’esercito cinese. La verità è che quelle scene si trasformarono in zone di guerra urbana. Le persone che attaccarono l’esercito cinese con bombe Molotov misero a rischio di essere colpite da colpi d’arma da fuoco anche chi si trovava nelle loro vicinanze. Se tra la folla ci fossero stati istigatori pagati, questo sarebbe stato proprio il loro obiettivo. Come vedremo nella quarta puntata, anche alcuni agenti di polizia cinesi furono inclusi nell’operazione di fuga clandestina denominata “Operazione Yellowbird” subito dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989. Basti dire che ci sono molte ragioni per sospettare che ci fossero numerosi agenti a pagamento che hanno alimentato la violenza del 3-4 giugno 1989.

Detto questo, il numero delle vittime è chiaramente molto inferiore a quanto sperato da certi ambienti che puntavano a un “massacro”, poiché solo così “loro” avrebbero potuto vincere. Nonostante gli sforzi da parte di certi ambienti per, a mio avviso, spingere l’esercito cinese a uno scontro con i civili – nonostante gli ordini di ricorrere alla forza letale, gli stessi soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione si sono opposti con forza all’uso della violenza mentre i loro commilitoni venivano bruciati vivi e picchiati a morte per le strade. Il fatto è che le forze armate cinesi hanno dato prova di incredibile moderazione nei momenti di massimo caos per evitare un bagno di sangue.

Se qualcuno dovesse guardare il filmato disponibile,[30]Vediamo numerosi autobus militari e carri armati con dei civili in piedi sopra di essi dopo averli dati alle fiamme. Vediamo anche immagini di civili armati di mitragliatrici sottratte all’esercito cinese. Pertanto, affermare che i civili fossero disarmati è del tutto falso. Esistono numerose foto e filmati che mostrano civili armati di bombe Molotov e mitragliatrici.[31]

Un manifestante antigovernativo a Pechino impugna un fucile dal finestrino di un autobus. I manifestanti pro-democrazia occupavano Piazza Tienanmen da settimane; quella notte e la mattina seguente centinaia di persone avrebbero perso la vita negli scontri con le truppe cinesi. (Jeff Widener / Associated Press) Fonte: Los Angeles Times.
Un soldato dell’Esercito Popolare di Liberazione è stato bruciato vivo e poi impiccato ed esposto al pubblico.
I resti carbonizzati di Cui Guozheng, un soldato dell’Esercito popolare di liberazione cinese (PLA) che fu bruciato vivo tra il 3 e il 4 giugno 1989. Il suo corpo fu dato alle fiamme e appeso a un ponte pedonale a Pechino.

Pertanto, sebbene oggi le testimonianze si siano in gran parte corrette e si riconosca ormai che non vi sia stato alcun massacro nella piazza, si continua a sostenere che vi sia stato un massacro nelle zone circostanti di Pechino ai danni di civili innocenti e disarmati, tra cui donne e bambini. Questo non è vero.

I rapporti declassificati dai servizi segreti americani dell’epoca sostenevano l’idea che in piazza si fosse effettivamente verificato un massacro. Va inoltre sottolineato che, tra questi briefing dei servizi segreti – le cui versioni differivano notevolmente tra loro – quelli più drammatici si basavano sempre sui resoconti dei giornalisti occidentali. Molti di questi giornalisti hanno ammesso di aver riferito su tali eventi dalle loro camere al Beijing Hotel, che era diventato un punto di riferimento per i giornalisti occidentali, per lo più americani, durante le proteste di piazza Tienanmen. Questi giornalisti pubblicizzavano i propri servizi come «in diretta dal Beijing Hotel». Tuttavia, in seguito emerse, con grande imbarazzo, che dal Beijing Hotel non è possibile vedere piazza Tiananmen. È evidente che esistesse una linea editoriale prestabilita per la copertura degli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno 1989.

Gregory Clark, diplomatico australiano nato in Gran Bretagna[32]ha scritto in un articolo pubblicato dall’International Business Times: «Il massacro di piazza Tienanmen è una leggenda: tutto ciò che “ricordiamo” sono bugie britanniche”:

“Il 4 giugno 2014 segnerà per molti il 25° anniversario del massacro di piazza Tienanmen. In realtà, questa data dovrebbe segnare l’anniversario di una delle operazioni di disinformazione più spettacolari del Regno Unito – quasi alla pari con la mitica storia delle armi di distruzione di massa irachene.

Il racconto originale di come, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, le truppe cinesi abbiano mitragliato centinaia di studenti innocenti che manifestavano nella simbolica piazza di Tiananmen a Pechino da allora è stato completamente screditatosecondo i numerosi testimoni presenti in quel momento — tra cui una troupe della televisione spagnola TVE, un corrispondente della Reuters e gli stessi manifestanti, i quali affermano che non è successo nulla se non l’ingresso di un’unità militare che, a tarda notte, ha chiesto alle diverse centinaia di persone rimaste di lasciare la piazza.”

Tra i manifestanti c’era il famoso cantante taiwanese Hou Dejian, che è rimasto in piazza fino a quando non è stata sgomberata dall’esercito cinese. Nel documentario ha dichiarato La Porta della Pace Celeste: “Alcuni sostenevano che nella piazza fossero morte 200 persone, mentre altri affermavano che i morti fossero ben 2.000. Circolavano anche voci secondo cui alcuni carri armati avrebbero investito gli studenti che cercavano di allontanarsi. Devo dire che io non ho visto nulla di tutto ciò. Io stesso sono rimasto nella piazza fino alle 6:30 del mattino.”

WASHINGTON POST:Jay Mathews, che nel 1989 era caporedattore dell’ufficio di Pechino del “Washington Post” ha scrittoper la Columbia Journalism Review: «Per quanto si possa dedurre dalle prove disponibili, quella notte in Piazza Tienanmen NON È MORTO NESSUNO.»

CBS News:Richard Roth ha scritto: «Non abbiamo visto né cadaveri, né feriti, né ambulanze, né personale medico — insomma, nulla che potesse anche solo suggerire, figuriamoci dimostrare, che in [Piazza Tiananmen] si fosse verificato un “massacro”.»

BBC News:James Miles ha scritto“Ero uno dei giornalisti stranieri che hanno assistito agli eventi di quella notte. Non c’è stato alcun massacro in piazza Tienanmen.”

NEW YORK TIMES:Il 13 giugno 1989, il giornalista del New York Times Nicholas Kristof – che in quel momento si trovava a Pechino – ha scritto, “La televisione di Stato ha persino trasmesso un filmato che mostra gli studenti mentre si allontanano pacificamente dalla piazza [di Tiananmen] poco dopo l’alba, a dimostrazione del fatto che [i manifestanti] non sono stati massacrati.”

In quell’articolo, ha anche smentito un manifestante studentesco non identificato che, in un articolo sensazionalistico, aveva affermato che i soldati cinesi armati di mitragliatrici avessero semplicemente falciato i manifestanti pacifici in Piazza Tienanmen. Non mi sorprenderebbe se quello studente non identificato fosse Chai Ling o Wu’er Kaixi, che in seguito hanno dovuto ammettere di non essere stati in piazza il 3 e il 4 giugno 1989, probabilmente perché erano in procinto di essere fatti uscire clandestinamente dal Paese tramite l’Operazione Yellowbird.

REUTERS:Graham Earnshaw si trovava in Piazza Tienanmen la notte del 3 giugno. Non ha lasciato la piazza fino alla mattina del 4 giugno. Nelle sue memorie ha scritto che i militari sono intervenuti, hanno negoziato con gli studenti e hanno fatto sì che tutti (compreso lui stesso) se ne andassero pacificamente; e che nessuno è morto in piazza.

Anche il famigerato filmato dell’“uomo contro il carro armato” è una menzogna: la stampa occidentale ha deliberatamente omesso il filmato completo, riportato qui di seguito, che dimostra come l’uomo che si è parato davanti al carro armato non sia mai stato travolto, ma che, al contrario, i militari abbiano dato prova della massima moderazione, consentendogli di salire sul carro armato e persino di tentare di entrarvi senza che nessuno intervenisse per impedirglielo. L’uomo continua a bloccare i carri armati finché non intervengono dei veri civili che devono letteralmente trascinarlo via dalla strada perché si stava rendendo ridicolo. Eppure la stampa occidentale ha mostrato solo l’inizio di questo filmato e ha insinuato che fosse stato effettivamente travolto da quei carri armati, invece di mostrare la scena imbarazzante che si è realmente verificata.

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Tuttavia, non erano i giornalisti occidentali a dettare legge su queste decisioni. La storia di fantasia sul massacro di piazza Tienanmen è stata diffusa direttamente dai diplomatici statunitensi, britannici e australiani. Era considerata la fonte più ufficiale e autorevole che un giornalista potesse sperare di avere. Probabilmente è per questo che in tanti pensavano di poter semplicemente scrivere i propri articoli dalle loro camere d’albergo.

La prima notizia a fare scalpore con titoli sensazionalistici in tutto il mondo dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989 derivava direttamente dal discutibile rapporto dell’ambasciatore britannico Alan Donald, secondo cui sarebbero stati uccisi 10.000 civili. È chiaro che fu proprio sulla base di questo rapporto che le ambasciate statunitensi e, in particolare, quella australiana seguirono l’esempio. I racconti di studenti massacrati con mitragliatrici nella piazza, i cui corpi sarebbero stati ammucchiati con i bulldozer e poi inceneriti dalle truppe con i lanciafiamme, sono stati ripetuti a pappagallo da tutti i media occidentali.

Questa raccapricciante storia dell’orrore, priva di qualsiasi prova a sostegno, è oggi considerata dagli storici sia orientali che occidentali come del tutto inventata, ma la smentita è arrivata solo due decenni dopo. Nonostante alcuni giornalisti avessero riferito che non si era verificato alcun massacro, la posizione generale di tutti i principali organi di informazione era a sostegno dell’avvenuta esistenza di un massacro e comprendeva una valanga di articoli che lo affermavano. Tant’è che oggi, probabilmente la maggioranza degli occidentali crede ancora che si sia verificato un massacro.

Alla raccapricciante notizia iniziale è seguita un’altra bizzarra segnalazione, questa volta diffusa dall’Ambasciata australiana, che riportava informazioni simili, a volte con le stesse identiche parole, al dispaccio diplomatico britannico. Un confronto testuale mostra che l’Ambasciata australiana ha ripetuto gran parte di quanto contenuto nel dispaccio britannico, a volte utilizzando le stesse identiche parole.[33]

«Quando tutti coloro che non erano riusciti a fuggire erano ormai morti o feriti, i soldati di fanteria percorsero la piazza uccidendo a colpi di baionetta o sparando a chiunque fosse ancora vivo»,affermava il rapporto australiano inventato di sana pianta.

Il 9 giugno 1989, il primo ministro australiano Bob Hawke tenne uno dei discorsi più memorabili sugli eventi di piazza Tienanmen in occasione di una cerimonia commemorativa organizzata in onore delle vittime appena cinque giorni dopo.

Mentre né i giornalisti né tantomeno i briefing dei servizi segreti riuscivano a fare chiarezza su ciò che era realmente accaduto tra il 3 e il 4 giugno 1989, Hawke fornì una descrizione dettagliata di fatti che nessun altro aveva riportato in nessuna parte del mondo. Come vedremo, il contenuto del suo discorso coincide in gran parte con quello del telegramma segreto di Alan Donald.

ABC News scrive:

Lui [Il primo ministro australiano Bob Hawke]ha descritto i soldati cinesi che si precipitavano in Piazza Tienanmen, sparando a raffica senza distinzione, investendo i civili con i carri armati, riducendo i corpi in “poltiglia” e incenerendo i resti con i lanciafiamme.

A un certo punto ha commosso fino alle lacrime il primo ministro e quel momento ha influenzato il modo in cui molti australiani che hanno ascoltato il suo discorso hanno percepito l’evento.

…Quando il signor Hawke si è avvicinato al podio in occasione di una cerimonia commemorativa speciale… aveva con sé due documenti.

Il primo era il suo discorso preparato… Nello spazio tra il sesto e il settimo paragrafo del discorso, Hawke aveva tracciato un asterisco. In quel punto intendeva discostarsi dal testo preparato e passare al suo secondo documento.

Hawke arrivò a quel punto, fece una breve pausa e mise da parte il suo discorso. «Vorrei leggere un estratto di una relazione che ci è stata presentata», disse.

Il 7 giugno era stato inviato un dispaccio diplomatico riservato dall’ambasciata australiana a Pechino, in cui venivano descritte le ultime informazioni di intelligence su quanto era accaduto il giorno in cui l’esercito era intervenuto contro gli studenti manifestanti che avevano occupato piazza Tienanmen.

… Lui [Hawke] ha letto quasi parola per parola le pagine 2 e 3 del documento.[34]

«A Tiananmen, le truppe giunte per prime hanno cercato di allontanare la folla, per separare gli studenti dai cittadini comuni. È stato lanciato un ultimo avvertimento e gli studenti si sono preparati ad andarsene», ha affermato.

«Si aspettavano che venisse loro concessa un’ora, ma nel giro di cinque minuti i mezzi da trasporto truppe del 27° reggimento entrarono nella piazza, aprendo il fuoco con le mitragliatrici mentre avanzavano.

«Quando tutti coloro che non erano riusciti a fuggire erano ormai morti o feriti, i soldati di fanteria percorsero la piazza uccidendo a colpi di baionetta o sparando a chiunque fosse ancora in vita.

«Avevano ricevuto l’ordine di non risparmiare nessuno nella piazza; bambini e ragazze sono stati massacrati, poi i veicoli corazzati da trasporto truppe e i carri armati hanno investito più volte i corpi delle vittime fino a ridurli in poltiglia, dopodiché sono intervenuti i bulldozer per ammucchiare i resti, che sono stati poi inceneriti dalle truppe con i lanciafiamme».

A quel punto, con la voce rotta dall’emozione e gli occhi lucidi, è tornato al discorso che aveva preparato.

All’ambasciata [australiana] di Pechino, il personale diplomatico venne a sapere che il loro telegramma era stato letto, parola per parola, in televisione dal primo ministro.

Tra questi c’era il professor Richard Rigby, che all’epoca lavorava come consigliere politico presso l’ambasciata e ora fa parte del China Institute dell’Australian National University. «È stata una sorpresa [e] sto usando un linguaggio diplomatico», ha affermato.

All’inizio del telegramma c’era una sorta di avvertenza. «Non ci sono dubbi sul fatto che il quadro generale sia corretto, anche se alcuni dettagli potrebbero alla fine rivelarsi inesatti», aveva scritto.

È emerso subito che molti dei dettagli, che erano stati letti dal signor Hawke, erano errati.

“Nel giro di pochi giorni, sicuramente entro una settimana, era ormai chiaro che le informazioni su quanto era accaduto nella piazza stessa erano errate”, ha affermato il professor Rigby.

…vi sono dubbi su ciò che sia accaduto esattamente all’interno della piazza e sul fatto che quella fosse la scena in cui si è verificata la maggior parte delle uccisioni. È stata proprio la descrizione di quella specifica scena che, secondo il professor Rigby, è stata ritirata.

…Nei giorni e nelle settimane successive l’ambasciata ha inviato una serie di telegrammi in cui si smentivano i dettagli contenuti nel telegramma originale.

Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?

Sebbene il telegramma australiano da cui Bob Hawke stava leggendo non sia mai stato reso pubblico prima d’ora, Nel 2017 è stato reso pubblico un telegramma inviato contemporaneamente a Londra e a Hong Kong dall’ambasciatore britannico Sir Alan Donald.

Il telegramma britannico e quello australiano sono sorprendentemente simili. Riportano informazioni analoghe sul massacro, presentate in un ordine simile.[35]

… dopo aver ricevuto nuove informazioni sull’evento, si è reso conto che alcuni dettagli erano errati. Tuttavia, non ha espresso alcun rimpianto.

«Il punto è che, quando piangeva, vederlo piangere per loro aveva un forte impatto emotivo sulla comunità cinese australiana e su molti cinesi in Cina» [ha affermato sua moglie e biografa].

«Per loro è stata un’esperienza davvero straordinaria vedere un uomo bianco piangere per loro.»[36]

Si può notare quanta importanza venga data qui alla verità rispetto a ciò che è vantaggioso dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Hawke non aveva rimpianti perché sentiva di aver toccato il cuore di tantissime persone. Ma le aveva toccate con un’interpretazione emotiva che era una reazione a qualcosa era del tutto inventato. A quanto pare, questo non ha importanza. Ciò che conta è che le persone siano state toccate emotivamente e che, ovviamente, il grande e malvagio governo cinese non sia in contatto con le proprie emozioni: non piangerebbe mai davanti alle telecamere in modo così commovente come ha fatto il signor Hawke, e quindi, in qualche modo, questo giustificherebbe tutto? Diffondere le menzogne più mostruose, secondo cui donne, bambini e studenti sarebbero stati falciati dai carri armati e uccisi a colpi di bastone, per poi vedere i loro corpi dati alle fiamme con i lanciafiamme?

In qualche modo si è permesso che questa storia inventata si diffondesse a macchia d’olio, nonostante esistessero filmati reali che mostravano gli studenti uscire pacificamente da un cancello a sud della piazza.[37]Ricordiamo che, in realtà, nella piazza erano presenti giornalisti occidentali fino all’ultimo momento, quando gli studenti furono evacuati pacificamente la mattina del 4 giugno 1989, tra cui il giornalista Graham Earnshaw. Non c’era assolutamente alcun motivo per cui le ambasciate occidentali o la stampa dovessero riportare ciò che hanno riportato nei loro resoconti fantasiosi e raccapriccianti. Prove concrete di ciò che è accaduto in piazza sono sempre esistite sotto forma di numerose riprese effettuate dagli stessi membri della stampa occidentale. Ma queste informazioni sono state consapevolmente occultate.

Questa storia dei 10.000 morti a Tiananmen è stata ripetuta ovunque dalle principali agenzie di stampa occidentali per molti anni. La falsa narrazione non solo ha continuato a circolare, ma è stata arricchita di ulteriori dettagli, a volte anche anni dopo. L’«Enciclopedia del Mondo», pubblicata dalla Houghton Mifflin Co nel 2001, racconta ai bambini di tutto il mondo, con lettere maiuscole che suscitano sgomento, una versione della storia ancora più estrema di quella diffusa dalle operazioni psicologiche: «3-4 giugno: LE TRUPPE DELL’ESERCITO POPOLARE DI LIBERAZIONE SONO ENTRATE IN PIAZZA TIANANMEN DURANTE LA NOTTE E HANNO SPARATO DIRETTAMENTE SULLA FOLLA ADDORMENTATA».

Alan Donald rimase ambasciatore britannico in Cina fino al 1991. Un anno dopo divenne amministratore della China Fund Inc. (1992-2003), che a quanto pare non aveva alcun legame con l’attività di George Soros.[38]Nello stesso periodo ha ricoperto anche la carica di direttore della HSBC China Fund Ltd (1994-2004).[39]

È stato inoltre amministratore del Fleming Far Eastern Investment Trust (1991-1997) e ha continuato a ricoprire tale carica anche dopo la ridenominazione della società in J.P. Morgan Fleming Asian Investment Trust Ltd. (1997-2001).

È stato inoltre presidente dell’Associazione cinese dal 2003 al 2008. Fondata nel 1889 con il nome originario di British China Association, l’associazione fungeva da strumento dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento economico e della diplomazia delle cannoniere nell’Asia orientale. Tra i suoi membri figuravano proprio quelle case commerciali, quei funzionari coloniali e quei politici che avevano accumulato le proprie ricchezze grazie ai trattati iniqui imposti alla dinastia Qing.[40]

Tra queste figurava il commercio dell’oppio.[41]La forza trainante della British China Association era rappresentata dalle potenti “China Houses”, in particolare Jardine, Matheson & Co. e Swire & Sons.

Non dovrebbe sorprendere che la British China Association abbia stretti legami con i servizi segreti britannici. Il caso più eclatante è quello di Sir Horace Seymour, la cui carriera sembra presentare una somiglianza quasi inquietante con quella dello stesso Alan Donald…

Basti dire che qualcosa mi dice che Alan Donald non fosse del tutto imparziale riguardo alla direzione che la Cina avrebbe dovuto prendere nella sua riforma economica…

I leader di un movimento democratico in esilio con il sostegno del NED/CIA

Il seme di quello che sarebbe diventato il nucleo dirigente dei dissidenti studenteschi di Piazza Tienanmen era stato piantato circa un anno prima, in quelli che venivano chiamati i “Salotti della democrazia” universitari, a partire dalla primavera del 1988.[42]Questi “Salotti della democrazia” furono promossi da Liu Gang. Liu Gang era uno studente universitario dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC) di Hefei, dove ebbe modo di incontrare di persona Fang Lizhi, all’epoca vicepresidente dell’università, che teneva attivamente conferenze sulla riforma politica e sulla libertà.

In seguito, Liu Gang si iscrisse all’Università di Pechino come studente di fisica. Portando con sé le idee di Fang Lizhi, diede vita ai “Salotti della democrazia”. Per chi non lo sapesse, “Peking” è un altro nome per indicare Pechino, la capitale della Cina. Era fondamentale che Fang Lizhi acquisisse influenza a Pechino e questo fu il canale utilizzato a tal fine.

Inoltre, la moglie di Fang Lizhi, Li Shuxian, era docente di fisica all’Università di Pechino ed era stata eletta rappresentante popolare locale per il distretto di Haidian (il polo universitario di Pechino). Questa sovrapposizione tra mondo accademico e politico ha creato un canale diretto che ha permesso agli studenti attivisti di interagire con Fang e sua moglie Li.

Poco dopo il suo avvio, Wang Dan, matricola del corso di laurea in storia all’Università di Pechino, ampliò l’iniziativa e organizzò regolarmente i “Salotti della democrazia” nel campus, che si tenevano all’aperto negli anni 1988 e 1989, invitando intellettuali a discutere di riforme politiche e diritti umani. Ricordiamo che Wang Dan è uno dei membri principali del Comitato per la difesa di Piazza Tienanmen. Tuttavia, era Fang Lizhi ad essere riconosciuto come loro mentore spirituale e intellettuale e ad essere invitato regolarmente per esprimere le sue idee politiche.

Nel caso di Liu Gang e Wang Dan, Fang Lizhi fu per loro un mentore molto vicino, che offrì loro consigli in privato. Questo rapporto continuò fino agli ultimi giorni delle proteste di Piazza Tienanmen, durante quel periodo di sette settimane. I membri di questo «Salotto della Democrazia» sembrarono passare naturalmente a far parte della leadership centrale del movimento studentesco pro-democrazia del 1989, dove Wang Dan, in particolare, era al centro dell’attenzione come uno dei principali leader studenteschi che plasmarono gli eventi delle proteste studentesche.

Un altro importante leader studentesco che faceva parte di questi “Salotti della Democrazia” era Feng Congde, marito di Chai Ling e suo compagno di lotta durante tutto il periodo in cui lei ricoprì il ruolo di “comandante supremo” della Piazza. E proprio Feng Congde era un altro membro di spicco dei “Salotti della Democrazia”.

Infatti, il “Quartier generale per la difesa di Piazza Tienanmen”, di cui Chai Ling era stata nominata comandante in capo, era composto da altri sei membri chiave di questa organizzazione: Li Lu (il “vice” principale), Feng Congde, Zhang Boli, Wang Dan e Wang Chaohua, che sarebbero stati tutti eletti vicecomandanti, con Guo Haifeng nel ruolo di segretario generale.[43]Approfondiremo il ruolo di Li Lu più avanti in questo articolo, mentre parleremo di quello di Zhang Boli nella quarta puntata.

Ma quali sono i numerosi NED, che costituiscono una branca della CIA,[44]quali sono i collegamenti in tutto questo?

Il Journal of Democracyè una rivista accademica trimestrale fondata nel 1990 e pubblicata dalla John Hopkins University Press, dedicata allo studio della democrazia, dei regimi democratici e dei movimenti pro-democratici in tutto il mondo.

Tuttavia, ciò che spesso viene tralasciato è che si tratta anche di una pubblicazione apertamente riconosciuta come appartenente al National Endowment for Democracy (NED).

A quanto pare, nel 2026 il Rivista di Democraziasi è separata dal NED (probabilmente per motivi di immagine) e ha stretto una nuova partnership strategica con l’Università di Stanford. Tuttavia, ciò non cancella il fatto che il NED abbia fondato questa rivista e ne abbia controllato il mandato negli ultimi 36 anni, ufficialmente fino al 2026. Si noti che questa rivista del NED è stata fondata meno di un anno dopo le proteste di piazza Tienanmen.

Tra i principali collaboratori del Rivista di Democraziatra cui Fang Lizhi, Wang Dan e Wu’er Kaixi, oltre ad altri leader studenteschi coinvolti negli eventi di Piazza Tienanmen del 1989.

In un saggio particolarmente utile di Wang Dan intitolato “30 anni dopo Tiananmen: il significato del 4 giugnoth” Egli delinea alcuni punti molto significativi di ciò che, a suo avviso, costituiva il mandato prioritario degli studenti di allora, che continua a proclamare a gran voce in nome della “democrazia” ancora oggi.

Wang Dan scrive:

Riflettere sulla domanda “Cosa sarebbe successo se il movimento democratico del 1989 avesse avuto successo” significa quindi considerare cosa sarebbe potuto accadere se il governo avesse riconosciuto il movimento studentesco come patriottico e avesse avviato un dialogo con i suoi membri. A mio avviso, una simile svolta avrebbe avuto tre effetti principali nel breve termine:

1) Un movimento democratico di successo avrebbe rafforzato la fazione riformista all’interno del PCC, rappresentato da Zhao Ziyang(che divenne segretario generale dopo la destituzione di Hu e che a sua volta fu estromesso alla fine di giugno del 1989). È risaputo che Zhao fosse il leader di spicco del Partito Comunista Cinese più incline alle riforme economiche orientate al mercato, nonché il più aperto tra gli alti funzionari del Partito. Se avesse acquisito una maggiore autorità decisionale, l’avrebbe sicuramente utilizzata per promuovere una più ampia liberalizzazione del mercato. Alcuni indizi di questa evoluzione erano già visibili nella legge sul fallimento inizialmente entrata in vigore nel 1988. In altre parole, un movimento democratico di successo non avrebbe fatto precipitare la Cina nel caos, ma avrebbe piuttosto dato nuovo slancio al processo di riforma economica.

2) [tratta il tema della libertà di stampa; per ulteriori approfondimenti si rimanda all’articolo completo citato sopra.]

3) Il successo del movimento democratico avrebbe costituito un precedente per il dialogo tra il governo cinese e la società cinese. Infatti, la relazione politica del 1987 del XIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, redatta sotto la guida di Bao Tong(un collaboratore di Zhao che era stato incarcerato poco prima della repressione di piazza Tienanmen), ha posto la consultazione e il dialogo con l’opinione pubblica al centro dei piani di riforma del partito. Quando gli studenti hanno invocato il dialogo, hanno di fatto fatto eco a questa richiesta di riforma politica.

Insomma, un sostegno a Zhao Ziyang non proprio sottile.

Wang Dan è impegnato in molte altre organizzazioni, tra cui l’“Associazione cinese per la riforma costituzionale”, fondata nel 2002 e costituita ufficialmente nel 2005. Tra i suoi membri di spicco figurano Fang Lizhi e Yan Jiaqi, ex consigliere di Zhao Ziyang. Il suo scopo è quello di promuovere la riforma costituzionale nella Repubblica Popolare Cinese attraverso attività politiche.

E guarda caso è anche collegata alla NED.

Wang Dan è anche il fondatore e direttore di Dialogue China, un’organizzazione strettamente legata al NED.

La Federazione per una Cina Democratica (FDC) è stata fondata il 22 settembre 1989 a Parigi, in Francia (dopo le proteste di Tiananmen, molti studenti dissidenti sono stati accolti apertamente in Francia, dove hanno trovato rifugio dal governo cinese). È stata istituita da oltre 150 attivisti pro-democrazia cinesi in esilio, intellettuali e leader studenteschi in opposizione al governo cinese.

L’FDC è inoltre collegato direttamente al NED.

Come già accennato, Fang Lizhi ha scritto anche per il Rivista di Democrazia. Inoltre, il NED ha spesso riconosciuto e citato l’eredità di Fang come una pietra miliare del movimento democratico cinese; l’ex presidente del NED Carl Gershman ha pubblicamente elogiato Fang Lizhi, paragonando la sua influenza a quella di altre figure storiche come Andrei Sakharov.[45] [46]

Fang Lizhi ha ricoperto anche la carica di copresidente del consiglio di amministrazione di Human Rights in China (HRIC), un’organizzazione non governativa con sede a New York che ha storicamente ricevuto finanziamenti e sostegno istituzionale dal NED per promuovere le “libertà civili”.[47]

E come già accennato in la seconda puntata, la CIA, insieme ai canali diplomatici britannici e americani, è intervenuta attivamente per proteggere Fang Lizhi e offrirgli non solo asilo, ma anche un passaggio sicuro fuori dalla Cina. Questo argomento verrà approfondito nella quarta puntata.

Wu’er Kaixi è un altro importante collaboratore del Rivista di Democrazia. Ha inoltre tenuto conferenze a livello internazionale per promuovere Fang Lizhi come leader del loro movimento democratico.[48]E ancora una volta, l’ex presidente del NED Carl Gershman ha riconosciuto e reso omaggio a Wu’er Kaixi per il ruolo da lui svolto in Piazza Tienanmen. Wu’er Kaixi è intervenuto e ha partecipato a eventi co-sponsorizzati o organizzati in collaborazione con il NED, come ad esempio conferenze pubbliche a Washington DC.[49]In alcuni di questi interventi ha sostenuto che il governo cinese stia commettendo un genocidio contro gli uiguri, una minoranza etnica cinese. Anche in questo caso si tratta di un’affermazione falsa e di una campagna diffamatoria interamente orchestrata dal NED.[50]

Wu’er Kaixi ricopre inoltre la carica di presidente onorario di Campagna a favore degli uiguri, un’importante organizzazione di difesa dei diritti con sede a Washington che gode di un forte sostegno e finanziamento da parte del NED.

A questo proposito, i lettori dovrebbero sapere che anche il Movimento per l’Indipendenza del Turkestan Orientale è organizzato e finanziato dal NED.

Va inoltre sottolineato che il NED ha un ruolo estremamente rilevante negli affari di Taiwan. Per ulteriori informazioni al riguardo si veda il mio articolo quinella sottosezione “Il Movimento dei Girasoli: la rivoluzione colorata di Taiwan”.

Liu Xiaobo, l’uomo che promosse l’iniziativa di riempire nuovamente la piazza nei giorni precedenti gli eventi del 3-4 giugno 1989, come già illustrato in la seconda puntata, è anche legato al NED. È diventato direttore di una rivista intitolata Cina democraticaa partire dalla metà degli anni ’90. Questa rivista era finanziata principalmente dal NED.

In una lettera indirizzata a Liao Yiwu, famoso autore di canzoni, Liu Xiaobo elogia Fang Lizhi e Zhao Ziyang:

«Non si può fare affidamento sulla coscienza collettiva delle masse, ma solo sulla grande coscienza individuale per rafforzare le masse deboli. In particolare, la nostra nazione ha bisogno di questo gigante della giustizia; il fascino di un modello di riferimento è infinito; un simbolo può suscitare una grande quantità di risorse morali. Ad esempio, il fatto che Fang Lizhi sia riuscito a uscire dall’ambasciata degli Stati Uniti, o che Zhao Ziyang abbia continuato a opporre resistenza attiva dopo le sue dimissioni, o il fatto che tal dei tali si sia rifiutato di andare all’estero. Una ragione molto importante del silenzio e dell’amnesia che hanno seguito il 4 giugno è che non avevamo un gigante della giustizia che si facesse avanti.”[51]

Questa lettera è conservata negli archivi dell’organizzazione “Human Rights in China”, che, come appena menzionato, ha come principale finanziatore il NED e il cui copresidente era Fang Lizhi.

Wu’er Kaixi ha ripetutamente e esplicitamente confermato il ruolo di mentore svolto da Liu Xiaobo attraverso i propri scritti, interviste retrospettive e resoconti storici documentati risalenti al 1989. In seguito alla morte di Liu Xiaobo mentre si trovava in custodia dello Stato, Wu’er Kaixi ha scritto un omaggio intitolato Assassinato, ma imbattuto, in cui ha affermato:

«Liu Xiaobo era il mio mentore…» Nel corso di un mese, all’inizio del 1989, Liu Xiaobo mi ha insegnato a diventare un leader studentesco.”

In un’intervista con Rivista Guernicanel 2010, [52]Quando Liu ricevette il Premio Nobel per la Pace, Wu’er Kaixi osservò:

«Liu, docente presso l’Università Normale di Pechino, dove ero studente, è stato il mio relatore durante le proteste di Tiananmen. Mi incontravo con lui ogni giorno e ascoltavo i suoi consigli praticamente dal momento stesso in cui era tornato di corsa dagli Stati Uniti per stare con noi.”

Wu’er Kaixi è stato anche cofondatore del Gli amici di Liu Xiaobogruppo di pressione, presentandosi spesso come il “protetto” di Liu nelle interviste alla stampa internazionale e nelle testimonianze al Congresso.

Ma il NED non si è limitato a dare slancio a questo movimento democratico in esilio dopo gli eventi del 1989. Erano già attivi nel 1988, quando una rivista in lingua cinese intitolata L’intellettuale cineseha aperto una sede a Pechino per pubblicare una rivista trimestrale di saggi da distribuire nelle principali città della Cina.[53]

Si tratterà di una storia più lunga, che verrà raccontata nella quarta puntata, incentrata sulle azioni della CIA a Pechino che hanno preceduto gli eventi del 3-4 giugno 1989 e su quanto accaduto in seguito. Questa quarta puntata tratterà anche del ruolo di Gene Sharp, che in quel periodo si trovava a Pechino e aveva legami diretti con la NED. Anche il colonnello Robert Helvey, esperto nel campo in espansione della guerra psicologica militare statunitense, si trovava in Cina in quel periodo. La sua specialità era l’utilizzo di studenti e giovani in generale per trasformare le proteste di piazza in un vero e proprio cambio di regime. Anche di questo si parlerà nella quarta puntata.

Va inoltre sottolineato che, tra le varie riprese presenti nel documentario, La Porta della Pace Celestesi fa riferimento ad alcuni gruppi di protesta che si definiscono “Flying Tigers”.

I Flying Tigers erano il Primo Gruppo di Volontari Americani (AVG; appartenente all’Aeronautica Militare della Repubblica di Cina, soprannominata Flying Tigers) e furono costituiti per contribuire a contrastare l’invasione giapponese della Cina. Attivi nel periodo 1941–1942, erano composti da piloti provenienti dall’United States Army Air Corps (USAAC), dalla Marina (USN) e dal Corpo dei Marines (USMC), ed erano comandati dall’allora generale di brigata Claire Lee Chennault.

Il generale Chennault è legato al traffico di oppio del Triangolo d’Oro e ha collaborato con Chiang Kai-shek.Per ulteriori informazioni su questa vicenda, si rimanda ai miei articoli quie qui.

CIA, NATO and the Great Heroin Coup: How Miami Became the Center of International Fascism and the Murder of President Kennedy

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11 ottobre 2022

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25 settembre 2024

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Infine, abbiamo George Soros’ Società apertache ha percorso a stretto contatto lo stesso cammino del NED.

Le lacrime di coccodrillo di Zhao per il popolo

Il 19 maggioth, 1989: il giorno dopo la conclusione della visita di Gorbaciov in Cina, mentre gli occhi del mondo erano puntati su Pechino, Zhao Ziyang si recò a Piazza Tienanmen nelle prime ore del mattino per rivolgersi agli studenti in sciopero della fame.

Zhao Ziyang e il suo collaboratore Chen Yizi (in nero), legato a Soros, mentre parlano alla folla in Piazza Tienanmen.

Nel suo discorsoAgli studenti dice:

«Ragazzi, siamo arrivati troppo tardi. Mi dispiace, ragazzi. Qualunque cosa diciate e qualsiasi critica mettiate nei nostri confronti, è meritata. Il mio scopo in questa sede non è quello di chiedere il vostro perdono… So bene che state portando avanti questo [sciopero della fame] nella speranza che il Partito e il governo diano una risposta pienamente soddisfacente alle vostre richieste. Ritengo che il nostro canale di dialogo sia aperto e che alcuni problemi debbano essere risolti attraverso un processo…Tu non sei come noi: noi siamo già vecchi e non contiamo più nulla.”

In questo breve discorso Zhao Ziyang esorta gli studenti a porre fine al loro sciopero della fame, ma fa alcune ammissioni che li inducono a ritenere che le loro critiche al governo (in particolare, in quel momento, a Li Peng) siano del tutto giustificate. Zhao Ziyang afferma: «Qualunque cosa diciate e qualsiasi critica mettiate nei nostri confronti, è meritata.”

Il fatto che Zhao Ziyang fosse il membro di più alto rango del governo a rivolgersi agli studenti fu visto come un segno che fosse lui il più sinceramente impegnato a favore degli ideali democratici. Anche gli altri membri di alto livello del governo che sostennero gli studenti o andarono a parlare con loro facevano parte della cerchia ristretta di Zhao, tra cui Yan Mingfu e Yan Jaiqi (di cui sentiremo parlare più approfonditamente tra poco). Il fatto che Zhao fosse andato a parlare alla folla e l’avesse lusingata, dicendo che tutto ciò che pensavano e provavano era del tutto corretto, ovviamente avrebbe compiaciuto la folla. Ma, ironia della sorte, l’uomo responsabile della crisi economica e della corruzione era proprio Zhao Ziyang! E gli studenti che guidavano la carica di questo movimento democratico per porre fine alla corruzione chiedevano proprio le politiche economiche di Zhao Ziyang che avevano provocato la crisi della corruzione e le difficoltà economiche! È stata una brillante mossa di pubbliche relazioni per gli amanti delle lacrime di coccodrillo, che non mancano certo, specialmente nell’Occidente amante della «libertà».

Basta piangere davanti alle telecamere e la gente pensa automaticamente che tu sia una persona perbene e compassionevole. Non importa quali siano le politiche concrete che un uomo del genere sta sostenendo, né il fatto che sia stato proprio Zhao Ziyang a varare la nuova legge sulla sicurezza pubblica.

Chen Yizi, direttore del think tank di Zhao, l’Istituto per la Riforma del Sistema, si è impegnato attivamente fin dall’inizio nelle proteste di Tiananmen.

Isabella Weber scrive:[54]

Ciononostante, il 19 maggio, i giovani economisti che avevano acquisito una certa influenza sotto la guida di Zhao decisero di rilasciare una dichiarazione a nome proprio. Questi economisti operavano presso l’Istituto per la Riforma del Sistema, il Centro di Ricerca Agricola dell’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo e l’Ufficio Internazionale della CITIC ed erano riuniti nell’Associazione della Gioventù di Pechino – i “tre istituti e un’associazione”.A nome delle loro organizzazioni, hanno sostenuto che il movimento sociale rappresentasse il capitolo più brillante della storia dei movimenti democratici in Cina, rispondendo così alla richiesta dei manifestanti affinché lo Stato riconoscesse la legittimità del loro movimento.

Come già accennato, la CITIC impiegava i collaboratori di Zhao dall’interno e aveva legami diretti con il China Fund di Soros. Tuttavia, contava anche tra i propri membri esponenti dei servizi segreti cinesi, dai quali, come già detto, la Cina sembra aver ottenuto le prove che Soros stesse effettivamente collaborando con Zhao Ziyang per un cambio di regime in Cina.

Questo viene considerato una “trama” ai danni di Soros da parte dei sostenitori del Società aperta, tuttavia, la verità era che erano stati colti con le mani nel sacco. Nessuno ha fatto pressioni su Soros né lo ha indotto con l’inganno a compiere le azioni che ha compiuto in Cina in collaborazione con la rete di Zhao Ziyang.

Ricordiamo che in precedenza era stato accennato al fatto che Adi Ignatius aveva collaborato alla traduzione e alla revisione della versione inglese delle memorie di Zhao Prigioniero dello Stato. E che Adi Ignatius è membro del Council on Foreign Relations e dell’Asia Society.

Per chi non lo sapesse, il Council on Foreign Relations è nato dal Royal Institute for International Affairs, il principale think tank della Corona britannica.

L’Asia Society è stata fondata nel 1956 da John D. Rockefeller come istituzione volta a promuovere la comprensione reciproca tra gli Stati Uniti e l’Asia. Collabora inoltre strettamente con il NED.

Ricordiamo l’intervista di David Ignatius ad Allen Weinstein, uno dei fondatori del NED, il quale ha affermato: “Gran parte di ciò che facciamo oggi veniva fatto in segreto 25 anni fa dalla CIA.” Con riferimento al NED di recente istituzione.

Sembra che ci sia un sostegno piuttosto evidente da parte del NED a favore di Zhao Ziyang. O forse dovremmo semplicemente chiamarlo con il suo vero nome: sostegno diretto della CIA a Zhao.

Yan Mingfu era l’alto funzionario governativo più schietto che si fosse rivolto agli studenti. Era stato un alleato politico fondamentale di Zhao Ziyang durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989. Mingfu aveva ricoperto la carica di capo del Dipartimento per il Lavoro del Fronte Unito sotto Zhao Ziyang, il che lo rendeva parte della cerchia ristretta dei funzionari riformisti di Zhao. Nel maggio 1989, Zhao incaricò Yan Mingfu di fungere da intermediario per negoziare con gli studenti in sciopero della fame presenti in piazza.[55]Nell’ambito di una spettacolare trovata pubblicitaria, Yan Mingfu si offre come “ostaggio” agli studenti per esercitare pressione sul governo affinché dia ascolto alle loro richieste, che, guarda caso, erano a favore di Zhao Ziyang. Yan Mingfu era il principale ministro riformista.

Yan Mingfu si offre come ostaggio affinché gli studenti mettano fine allo sciopero della fame.

Wu Guoguang è un altro membro di spicco della cerchia ristretta di Zhao Ziyang e divenne noto come “la prima penna” del gruppo di Zhao sotto la guida di Bao Tong.[56]Ciò avvenne nella primavera del 1987, in seguito alla destituzione di Hu Yaobang dalla carica di Segretario Generale. In quel periodo, Wu Guoguang redasse i discorsi per Zhao, il quale cercava di mantenere vivo lo slancio delle riforme. Dopo aver ottenuto il sostegno di Deng Xiaoping, Zhao tenne un discorso il 13 maggio 1987, che fu accolto con grande favore per i suoi effetti di rilancio delle riforme economiche. Wu fu il principale autore di questo discorso, noto come «discorso del 13 maggio».[57]

È interessante notare che Wu Guoguang lasciò la Cina nel febbraio 1989, poco prima dello scoppio delle proteste, per frequentare l’Università di Harvard come borsista Nieman (1989-1990). Si trattò di una circostanza davvero provvidenziale, poiché, dopo gli eventi delle proteste di Tiananmen, Wu Guoguang risultò profondamente coinvolto nella cerchia ristretta di Zhao e non poté tornare in Cina, dove sarebbe stato sicuramente arrestato.

Rimasto negli Stati Uniti, è stato nominato Luce Fellow (1990-1991), lavorando sotto la diretta supervisione del professor Andrew J. Nathan. La borsa di studio Luce prende il nome da Henry Luce, proprietario di Tempo, Vitae Fortuneriviste e un noto intermediario della CIA. Andrew J. Nathan è un politologo e sinologo statunitense e, all’età di 83 anni, continua a insegnare alla Columbia University come professore di scienze politiche, con un’esperienza complessiva di 55 anni. È specializzato in politica cinese, politica estera, diritti umani e cultura politica.

È inoltre copresidente del consiglio di amministrazione di Human Rights in China; come già accennato, Fang Lizhi, fino alla sua scomparsa, era copresidente di questa organizzazione che intrattiene stretti legami con il NED. La cosa più interessante è che Andrew J. Nathan è stato membro del consiglio di amministrazione sia del NED che di Freedom House.

È inoltre un collaboratore di lunga data della rivista *Foreign Affairs*, di proprietà del Council on Foreign Relations.

E come se non bastasse, Andrew J. Nathan è anche coautore di I documenti di Tiananmen(2001).Come già visto in la seconda puntatache un altro coautore di questa pubblicazione, che si presenta come una versione censurata di documenti cinesi trapelati ufficialmente, è Perry Link. L’uomo che accompagnò personalmente Fang Lizhi e sua moglie all’ambasciata americana a Pechino e si assicurò che ricevessero asilo. Un’altra figura di rilievo che ha garantito a Fang Lizhi e a sua moglie la protezione degli Stati Uniti contro i tentativi del governo cinese di arrestarli è stato James Liley, all’epoca ambasciatore statunitense, che per coincidenza era stato un leggendario agente della CIA che aveva trascorso gli ultimi 30 anni lavorando per l’agenzia negli affari asiatici, principalmente in Cina.

Per quanto riguarda Wu Guoguang, oggi è ricercatore senior presso l’Università di Stanford. (Ricordiamo che il Rivista di Democraziaè passato dal NED a Stanford nel 2026). È impegnato nella ricerca sulle politiche economiche di Stanford relative alla Cina e alle relazioni economiche, commerciali e d’affari tra Stati Uniti e Cina. Ricopre inoltre il ruolo di Senior Fellow in politica cinese presso il Center for China Analysis (CCA) dell’Asia Society Policy Institute (ASPI).

L’Asia Society Policy Institute riceve sovvenzioni dal NED per le proprie attività di ricerca.

Un altro membro di spicco della cerchia ristretta di Zhao era Yan Jiaqi. Nel 1985, Yan Jiaqi fu nominato primo direttore dell’Istituto di Scienze Politiche dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS). Questo ruolo comportava la direzione di ricerche sulle strutture di governo, comprese analisi sulla separazione dei poteri e sulla modernizzazione istituzionale, che contribuivano a fornire un più ampio supporto consultivo alla leadership centrale.

Yan entrò successivamente a far parte di una task force sulla riforma politica convocata dal premier Zhao Ziyang e ne divenne il consulente informale, dove ha messo a disposizione la propria esperienza in materia di ristrutturazione dei rapporti tra partito e Stato. Tra il 1986 e il 1987 ha collaborato con l’Ufficio per la riforma politica, facente parte dell’apparato di Zhao.

Nel 1986, prima della caduta di Hu, Yan fu invitato a far parte di una task force di alto livello sulla riforma politica guidata da Zhao, allora premier, dove contribuì con idee volte a decentralizzare il potere, ridurre il predominio del partito sull’amministrazione statale e introdurre elementi di democrazia interna al partito per impedire la concentrazione autoritaria. In qualità di consigliere politico di Zhao fino alla fine degli anni ’80, Yan redasse proposte di cambiamenti sistemici, tra cui la creazione di organi consultivi per controllare l’autorità esecutiva, riflettendo la visione di Zhao di una «democrazia socialista» delineata nei suoi discorsi chiave. Queste collaborazioni posizionarono Yan al centro degli sforzi ufficiali di riforma.

Yan si è impegnato in prima persona nelle proteste studentesche fino alla fine di maggio e all’inizio di giugno, sostenendo il dialogo nonostante la dichiarazione della legge marziale del 20 maggio. La notte del 3 giugno si è recato in Piazza Tienanmen per l’inaugurazione della “Democracy University” dei manifestanti, un’iniziativa educativa improvvisata guidata dallo studente Zhang Boli, e ha accettato la nomina a presidente onorario della stessa.

Yan Jaiqi, insieme a Chen Yizi, era tra i seguaci di Zhao che furono fatti uscire clandestinamente dalla Cina tramite l’Operazione Yellowbird. Yan ottenne asilo a Parigi, in Francia, e iniziò ad apparire sulla televisione francese insieme a Wu’er Kaixi, invitando pubblicamente a organizzare manifestazioni e commemorazioni in tutto il mondo il 12 settembre per celebrare i 100 giorni dal “massacro” del 4 giugno, presentandoli come passi verso una pressione internazionale costante a favore della democrazia in Cina.

Nei mesi successivi, Yan si dedicò alla creazione di una rete organizzata di opposizione in esilio, facendo di Parigi un punto di riferimento per i dissidenti cinesi. Nel settembre 1989 partecipò a Parigi al congresso inaugurale degli esiliati cinesi all’estero, dove fu eletto presidente della neonata Federazione per una Cina Democratica (FDC). Come già accennato, l’FDC funge da veicolo per la NED.

Yan Jaiqi è stato anche il primo presidente del Fronte Democratico Cinese, anch’esso direttamente collegato al NED.

Yan Jiaqi è stato eletto primo presidente dell’FDC in occasione del congresso inaugurale, avvalendosi del suo precedente ruolo di consulente per le riforme di Zhao Ziyang e della sua figura di spicco nelle proteste del 1989 per raccogliere consensi. Tra i principali cofondatori figuravano Chen Yizi, Liu Binyan, Su Shaozhi, Su Xiaokang, Wan Runnan, Wu’er Kaixi e Cai Chongguo.

L’FDC si è rapidamente espansa in paesi quali Stati Uniti, Canada, Francia, Germania e Regno Unito con l’obiettivo di “smascherare” il governo cinese come una “dittatura” e di esercitare pressioni internazionali affinché si “democratizzasse”.

L’importanza della New School Economics e dei “Futuristi di Pechino” di Toffler

Un altro collegamento interessante con il movimento “democratico” a favore di Zhao, sviluppatosi durante le proteste di piazza Tienanmen, è quello con la New School.

Ricordiamo che, finora in questa serie, la New School è già stata menzionata in relazione ad Alvin Toffler e Isabella Weber. Ricordiamo inoltre che Zhao Ziyang è stato fortemente influenzato da Alvin Toffler e che Isabella Weber, nel suo libro “How China Escaped Shock Therapy”, assume in definitiva una posizione a favore di Zhao Ziyang.

Ricordiamo che Alvin Toffler fondò la Toffler Associates, una società di consulenza gestionale, e fu membro del corpo docente di la New School for Social Research, docente ospite presso la Cornell University e corrispondente dalla Casa Bianca.[2]La Fondazione McKinsey (della famigerata McKinsey & Co., di cui si è parlato nella Parte I di questa serie) gli hanno conferito il loro Premio letterario per il contributo alla letteratura manageriale.

Isabella Weber ha avuto come mentore Peter Nolan e nel suo libro riconosce che La sua visione generale della politica economica affonda le radici nella “New School Economics”.

Un altro legame con la New School è il documentario La Porta della Pace Celeste, che, ancora una volta, assume in definitiva una posizione a favore di Zhao Ziyang. Il documentario è stato prodotto dal Long Bow Group, che si avvale del Center for Asian Media (CAAM) per la distribuzione, la presentazione e la promozione sui media pubblici. Il CAAM è un’iniziativa avviata da Loni Ding nell’ambito di un più ampio progetto dell’Università di Berkeley, nato da una conferenza tenutasi a Berkeley nel 1980 che definì un mandato per i produttori dell’Asia-Pacifico nell’ambito dell’emittenza pubblica, incentrato sui diritti civili e sulla diversità dei media.[58]Questa conferenza del 1980 è stata organizzata principalmente da Loni Ding.[59]

Loni Ding, oltre a insegnare cinema a Berkeley, è stata docente ospite alla Cornell University ed è stata nonché docente ospite presso la New School for Social Research di New York City.

Il documentario La Porta della Pace Celesteha ricevuto finanziamenti dal National Endowment for the Humanities (NEH), dalla Fondazione Ford e dalla Fondazione Rockefeller.[60]Il Low Bow Group, che ha prodotto il documentario, riceve finanziamenti dal NEH, dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Rockefeller e dal National Endowment for the Arts (NEA). Il CAAM, responsabile della distribuzione e della promozione mediatica del documentario, è finanziato dalla Fondazione John D. Catherine T. MacArthur, dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Doris Duke e dalla Fondazione Henry Luce e la Fondazione asiatico-americana (TAAF). (L’importanza del TAAF diventerà chiara tra poco.)

Sia Wu Guoguang che Yan Mingfu (che lavoravano direttamente per Zhao nell’ambito della sua riforma economica) hanno avuto un ruolo di primo piano nel documentario La Porta della Pace Celeste, tra cui figurava Wu Guoguang come uno dei principali intervistati. Un altro dei principali intervistati era Han Dongfang, uno dei leader della protesta dei lavoratori che ora lavora per Radio Free Asia (un noto canale della CIA), come già accennato.

Sebbene questi legami con la New School possano sembrare piuttosto deboli, la questione diventa molto più interessante quando si inizia a esaminare il caso di Li Lu, la “vice” di Chai Ling.

Il nonno di Li Lu era Zhu Qixian (il cui nome si scrive anche Zhu Qi Xan), che studiò alla Columbia University e conseguì un dottorato di ricerca. Negli anni ’30 Zhu Qixian si recò a New York per proseguire gli studi superiori. Frequentò la Columbia University, conseguendo infine un dottorato presso il Columbia Teachers College. Durante il periodo trascorso alla Columbia, ha studiato a stretto contatto con l’influente filosofo ed educatore americano John Dewey, le cui teorie sull’educazione progressista e sulla democrazia funzionale hanno profondamente plasmato la visione del mondo di Zhu.[61]

Zhu Qixian è poi tornato in Cina per «promuovere la democrazia e sostenere l’istruzione».

Il lettore deve sapere che John Dewey è il fondatore della New School. La New School ha diverse sezioni, tra cui quella di economia. Il fatto che la stragrande maggioranza dei lavori “intellettuali” dedicati alla riforma economica cinese e ai movimenti democratici cinesi in esilio venga promossa in Occidente sotto l’egida della NED o della New School non è cosa da poco.

So che questo articolo sta diventando piuttosto lungo, ma vorrei condividere con voi un divertente “dialogo” che ho avuto con l’IA di Google, che mi ha portato a fare un giro a dir poco bizzarro sul tema della New School, la quale inizialmente negava l’esistenza di qualsiasi corrente di teoria economica promossa dalla New School di Dewey.

Insomma, è stato un modo un po’ prolisso per dimostrare che la New School di John Dewey è in realtà una promotrice dell’economia eterodossa.

Per approfondire l’importanza di Dewey leggi il mio articolo qui.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “bambino di Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

·

4 novembre 2024

Leggi l’articolo completo

È interessante notare che Wang Dan ha anche contribuito al lancio del Nuova Scuola per la Democrazia a Taipei, a Taiwan, ed è membro del consiglio di amministrazione. Sebbene si affermi che questa scuola non abbia assolutamente alcun legame con la New School di Dewey o con l’insegnamento dell’economia eterodossa, Entrambe le “New Schools” sono tuttavia perfettamente in linea con la visione del NED.

Traete le vostre conclusioni.

Li Lu è in realtà, con un ampio margine, quello che ha avuto più successo tra tutti gli altri studenti dissidenti che hanno partecipato alle proteste di Piazza Tienanmen. Li Lu ha inoltre affermato di aver visto con i propri occhi i carri armati passare sopra le tende piene di manifestanti addormentati, uccidendo centinaia di studenti disarmati.[62]

Ricordiamo che Chai Ling ha scritto che la sua straordinaria previsione di un’imminente repressione violenta, che avrebbe portato al massacro di piazza Tienanmen, era qualcosa che aveva sentito da Li Lu, e non una sua previsione personale.Nel suo libro, lei attribuisce a Li Lu la premonizione del “massacro di piazza Tienanmen” Un cuore per la libertà.[63]

Il fatto che il nonno di Li Lu fosse un discepolo diretto di John Dewey, tornato in Cina per diffondere il “Vangelo” di Dewey, non è cosa da poco.

Anche Li Lu avrebbe studiato alla Columbia University. Nel 1996 è stato uno dei primi nella storia della Columbia a conseguire contemporaneamente tre titoli di studio: una laurea in economia, un MBA e un JD.

Li Lu è stato membro del consiglio di amministrazione della Columbia University dal 2017 al 2024 e attualmente ricopre lo stesso incarico presso il California Institute of Technology (Caltech). Nel 2025, Li Lu ha donato 15 milioni di dollari alla nuova biblioteca della Columbia Law School, che è stata intitolata “The Li Lu Law Library”.

Li Lu ha incontrato Charlie Munger, socio d’affari di lunga data di Warren Buffett, in occasione di una cena a Los Angeles alla fine degli anni 2000, dopo aver fondato nel 1997 il proprio hedge fund di successo, Himalaya Capital. Munger rimase profondamente colpito dall’intuito di Li in materia di investimenti e investì gran parte del patrimonio personale della sua famiglia in Himalaya Capital. Munger ha affermato che Li è l’unico gestore esterno con cui abbia mai investito e lo ha definito il “Warren Buffett cinese”.

Nel 2007, Himalaya ha trasferito la propria sede a Pasadena, in California, per essere più vicina a Munger.Nel 2010, a Li è stato concesso il rientro in Cina nell’ambito di un viaggio volto ad accompagnare Bill Gates, Buffett e Munger nella loro visita alla BYD Company per investire nell’azienda. In seguito, Li ha compiuto ulteriori viaggi in Cina, visitando aziende e tenendo conferenze sull’investimento basato sul valore presso diverse università.

Va sottolineato che oltre la metà dei principali studenti dissidenti, fatti uscire clandestinamente dalla Cina tramite l’Operazione Yellowbird, ha trovato un’occupazione in linea con il futurismo di Alvin Toffler (descritto in la seconda puntata), in particolare nel settore dell’investment banking e delle telecomunicazioni. Per una coincidenza, anche la CIA e Goldman Sachs nutrivano un forte interesse per questi settori ed erano profondamente coinvolte nella creazione di queste strutture in Cina durante l’era di Jiang Zemin. Questo argomento verrà approfondito in una prossima puntata.

Un altro fatto interessante su Li Lu è che è cofondatore della The Asian American Foundation (TAAF). Ricordiamo che anche il CAAM di Loni Ding è finanziato da questa fondazione. Un altro membro cofondatore di rilievo, che riveste grande importanza nella nostra storia, è Joseph Tsai di Alibaba.

Altri nomi di rilievo sono Joseph Bae, che ha lavorato per Goldman Sachs, e Jerry Yang, cofondatore di Yahoo.

Ed è sempre un buon segno quando Condoleezza Rice fa parte del comitato consultivo…

Da notare inoltre il coinvolgimento del Gruppo della Banca Mondiale e della famigerata McKinsey & Co. dalla Parte I di questa serie, oltre a una forte presenza dei media della CNN. L’immagine mostra una selezione dei membri del comitato consultivo e non l’elenco completo.

E chi è uno dei partner aziendali fondatori della TAAF? Goldman Sachs.

E così, in modo piuttosto strano, il cerchio si chiude: da Piazza Tienanmen a Joseph Tsai e Goldman Sachs, passando per Li Lu. Una coincidenza? Lascio a voi lettori il compito di giudicare.


Il quarto episodio, che dovrebbe essere pubblicato entro una settimana, si intitola “Operazione Yellowbird: MI6, CIA, chiese battiste nordamericane e le triadi si uniscono”.

Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tidee autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” e “L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valuta la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazionee iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

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Su questioni di geopolitica, controspionaggio, storicismo revisionista e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

Note a piè di pagina:

[1]Isabella Weber, Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto: il dibattito sulla riforma di mercato. (2021)

[2]Per ulteriori informazioni su questa notizia, consulta i link riportati di seguito e cerca le parole NED e Ignatius. https://cynthiachung.substack.com/p/sleepwalking-into-fascism-why-cianatos?utm_source=publication-searche https://cynthiachung.substack.com/p/the-enemy-within-a-story-of-the-purge-d2f?utm_source=publication-search

[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Adi_Ignatius

[4] https://cynthiachung.substack.com/p/how-china-escaped-shock-therapy-zhao

[5]Questa storia verrà raccontata nella quarta puntata.

[6]Isabella Weber, *Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto*, pag. 249.

[7]Isabella Weber, *Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto*, pag. 249.

[8]Weber, pagg. 249-250

[9]Weber, pag. 250

[10]Weber, pag. 251

[11]Weber, pag. 251

[12]Sebbene oggi venga spesso trascurato, il “fascismo economico corporativista” non fece la sua prima apparizione in Italia, come comunemente si crede, bensì in Austria dopo lo scioglimento dell’Impero austro-ungarico nel 1919. In quel periodo, von Hayek lavorava come assistente di Ludwig von Mises (un altro membro fondatore del Mont Pelerin), che all’epoca ricopriva il ruolo di consigliere economico capo del nuovo governo austriaco, sotto il controllo diretto del nuovo governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, e di Arthur Salter della Società delle Nazioni (capo del Consiglio Economico Supremo della Società). Sotto la direzione di Mises, il governo austriaco del dopoguerra impose tagli ai servizi, alla spesa pubblica e ai salari, che portarono alla fame e alla povertà di massa. Queste misure sarebbero servite da modello per ciò che italiani e tedeschi avrebbero presto dovuto affrontare.

[13]Per ulteriori informazioni sull’Operazione Gladio, si veda il mio articolo “Operazione Gladio: come la NATO ha condotto una guerra segreta contro i cittadini europei e i loro governi democraticamente eletti” e il mio libro “L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai”, che offre una descrizione dettagliata di questa storia e delle sue implicazioni più ampie.

[14]I ruoli di Wu Jinglian e Zhou Xiaochuan vengono analizzati in dettaglio in questa serie qui: https://cynthiachung.substack.com/p/how-china-escaped-shock-therapy-zhao

[15]Weber, pagg. 254-255

[16]I lettori più attenti noteranno che questa tattica rappresentava un’adozione diretta da parte della Cina del “Sistema americano del credito produttivo”, elaborato alla fine del XVIII secolothsecolo dal primo Segretario del Tesoro americano, Alexander Hamilton, e ripristinata da Abraham Lincoln durante la Guerra Civile, e nuovamente da Franklin Roosevelt durante il suo mandato dal 1933 al 1945. In tutti e tre i casi, la crescita dell’economia reale subì un’accelerazione grazie alle opere pubbliche, agli investimenti di capitale industriale e all’aumento della produttività del lavoro, mentre gli aspetti speculativi e inflazionistici dell’economia furono notevolmente ridotti. Il credito legato a specifiche priorità nazionali e a grandi progetti garantiva che la circolazione monetaria e i titoli di Stato fossero ancorati al valore reale anziché alla speculazione volatile.

[17]Qui puoi leggere una parte della dichiarazione di Chai Ling tratta da questa intervista: https://afe.easia.columbia.edu/special/china_1950_chailing.htm

[18]Il documentario “The Gate to Heavenly Peace” è disponibile integralmente qui:

https://www.youtube-nocookie.com/embed/1Gtt2JxmQtg?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0
https://www.youtube-nocookie.com/embed/o0lgc4fWkWI?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

[19]C’è una leggera differenza nella traduzione tratta dal sito web della Columbia, riportata nella nota 15, nella quale sono state inoltre omesse alcune frasi pronunciate da Chai Ling nell’intervista con Cuningham mostrata nel documentario; tuttavia, entrambe le traduzioni evidenziano comunque che Chai Ling ritiene che solo attraverso lo spargimento di sangue il movimento potrà avere successo.

[20]Chai Ling, *Un cuore per la libertà*, 160.

[21]Renhua Wu, Eventi principali, Tiananmen 1989. Renhua Wu, 2011.

[22]A mio modo di vedere, la famigerata intervista a Chai Ling è stata orchestrata in modo tale che fosse lei a farsi carico di tutta la responsabilità nel caso in cui fossero state sollevate domande sul ruolo dei principali studenti dissidenti in questa vicenda. Chai Ling era la figura più in vista nel spingere gli studenti a rimanere in piazza e ad essere pronti e disposti a morire. Se si fosse verificato un passo falso, era garantito che Chai Ling sarebbe stata sacrificata, ed è proprio ciò che è accaduto. Si noti che tutti gli altri studenti dissidenti di spicco, come Wu’er Kaixi e Wang Dan, hanno pubblicamente affermato di aver voluto lasciare la piazza per evitare uno scontro violento. Hanno sostenuto di aver mantenuto intenzioni “pacifiche” per tutto il tempo e di aver preso le distanze da Chai Ling, nonostante fossero stati direttamente coinvolti nella creazione del Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tiananmen e avessero sostenuto il giuramento che incoraggiava gli studenti a essere pronti a morire. In questo articolo vediamo anche Feng Congde e Liu Xiaobo, che erano presenti in piazza fino al momento dell’evacuazione, attribuirsi il merito di aver organizzato un’evacuazione pacifica degli studenti, nonostante le loro azioni fossero state in realtà volte a radunare una folla più numerosa in piazza nei giorni precedenti agli eventi del 3-4 giugno 1989. Tutti questi protagonisti stavano lavorando per lo stesso obiettivo, ovvero uno scontro violento tra gli studenti e l’esercito cinese; tuttavia, tutti si sono immediatamente fatti da parte, lasciando Chai Ling in prima linea come unica persona ritenuta responsabile di questo programma e destinata a subire l’ira del popolo.

[23]La storia di Hu Yaobang è stata trattata in dettaglio in La seconda ratadella serie Tiananmen.

[24]“A Heart for Freedom” di Chai Ling, 2011, Tyndale House, pagina 165.

[25] https://www.bbc.com/news/world-asia-china-42465516

[26]C’era un folto gruppo di giornalisti stranieri (per lo più statunitensi) che riferivano “in diretta dall’hotel di Pechino” e descrivevano la scena che si vedeva dalle loro finestre: gli spari, le vittime, i mucchi di corpi degli studenti. Purtroppo, come hanno poi sottolineato altri giornalisti stranieri, Dal Beijing Hotel non si vede Piazza Tiananmen.

Quei resoconti in diretta sono stati inventati da giornalisti che, a quanto pare, credevano che stesse succedendo qualcosa, ma non avevano il coraggio di andare a vedere di persona, e che hanno riferito ai propri redattori gli eventi più plausibili secondo le loro convinzioni e la loro immaginazione.

[27] https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/index.html

[28] https://fridayeveryday.com/new-docs-reveal-what-really-happened-in-beijing-1989/

[29]Prima del 3 giugno, l’operazione militare era priva di esperienza nel controllo delle rivolte e operava secondo le direttive del vicepresidente della Commissione Militare Centrale (CMC) Yang Shangkun, che vietavano esplicitamente alle truppe di ricorrere alla forza letale, anche se la loro vita fosse stata minacciata dalla folla. Tuttavia, dopo ripetuti tentativi falliti di entrare in città con mezzi non letali a causa dei massicci blocchi da parte dei civili, le massime autorità hanno adottato una linea dura. Intorno alle 14:50 del 3 giugno, il presidente della CMC Deng Xiaoping informò i vertici militari che le truppe erano autorizzate a ricorrere a «tutti i mezzi possibili» per raggiungere i propri obiettivi, autorizzando di fatto l’uso della forza letale.

[30]Il documentario La Porta della Pace Celestecontiene numerose riprese che lo dimostrano.

https://www.youtube-nocookie.com/embed/1Gtt2JxmQtg?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0
https://www.youtube-nocookie.com/embed/o0lgc4fWkWI?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

[31]Anche in questo caso, per questo materiale si rimanda al documentario sopra citato.

[32]Vale davvero la pena leggere il resoconto di Gregory Clark sugli eventi di Tiananmen del 1989 https://gregoryclark.net/thejapantimes/jt2007/the-tianamen-square-massacre-myth-expanded-version/

[33]È possibile leggere un confronto tra i due testi, i rapporti delle ambasciate britannica e australiana, qui nella sottosezione “Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?”: https://www.abc.net.au/news/2021-06-03/bob-hawke-tiananman-classified-cable/100184916

[34]Ibid.

[35]È possibile leggere un confronto tra i due testi, i rapporti delle ambasciate britannica e australiana, qui nella sottosezione “Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?”: https://www.abc.net.au/news/2021-06-03/bob-hawke-tiananman-classified-cable/100184916

[36] https://web.archive.org/web/20261011041530/https://www.abc.net.au/news/2021-06-03/bob-hawke-tiananman-classified-cable/100184916

[37]Il documentario *La Porta della Pace Celeste*.

[38] https://www1.hkexnews.hk/listedco/listconews/sehk/2003/0512/504/f106.pdf

[39] https://www1.hkexnews.hk/listedco/listconews/sehk/2003/0512/504/f106.pdf

[40]Per ulteriori informazioni su questa vicenda, consultate il mio articolo qui: https://cynthiachung.substack.com/p/the-real-global-agenda-pushing-for?utm_source=publication-search

[41]Ricordiamo, dalla prima parte di questa serie più ampia, il coinvolgimento delle “banche dell’oppio” nell’attuale guerra economica con la Cina: https://cynthiachung.substack.com/p/the-true-origins-of-chinas-social?utm_source=publication-search

[42] https://chinachange.org/2017/10/25/twenty-eight-years-after-an-interview-with-wang-dan/

[43]Renhua Wu, Eventi principali, Tiananmen 1989. Renhua Wu, 2011.

[44]Per ulteriori informazioni sul NED come branca della CIA, si vedano i miei articoli qui https://cynthiachung.substack.com/p/the-enemy-within-a-story-of-the-purge-d2f?utm_source=publication-searche qui https://cynthiachung.substack.com/p/the-real-global-agenda-pushing-for?utm_source=publication-searche qui https://cynthiachung.substack.com/p/sleepwalking-into-fascism-why-cianatos?utm_source=publication-searche cerca la parola “NED”.

[45] https://www.ned.org/national-endowment-for-democracy-deplores-chinese-government-treatment-of-liu-xiaobo/

[46]È interessante notare che la carriera di Sakharov presenta una sorprendente analogia con quella di Fang Lizhi, anch’egli fisico che partecipò al programma sulla bomba atomica e si impegnò nell’attivismo a favore della “democrazia occidentale”. Wikipedia riporta: Andrei Dmitrievich Sakharov era un fisico sovietico e vincitore del Premio Nobel per la Pace, che gli fu conferito nel 1975 per il suo impegno a favore dei diritti umani in tutto il mondo.

Sebbene abbia dedicato la sua carriera nel campo della fisica al programma sovietico sulle armi nucleari, supervisionando lo sviluppo delle armi termonucleari, Sacharov ha svolto anche un lavoro fondamentale per la comprensione della fisica delle particelle, del magnetismo e della cosmologia fisica. Sacharov è noto soprattutto per il suo attivismo politico a favore della libertà individuale, dei diritti umani, delle libertà civili e delle riforme nell’Unione Sovietica, per cui fu considerato un dissidente e subì persecuzioni da parte delle autorità sovietiche. Ricordiamo, da questa serie, che anche la Russia fu sottoposta a pressioni affinché adottasse la terapia d’urto, che alla fine fu introdotta nel Paese da Gorbaciov sotto il nome di Perestrojka. La Cina, invece, si opponeva all’adozione della terapia d’urto.

[47] https://www.ned.org/protecting-at-risk-democracy-activists-ned-approach/

[48]In un famoso discorso tenuto nell’ottobre 1989 alla Brandeis University, Wu’er Kaixi fornì una famosa e articolata analisi delle influenze che avevano plasmato la sua generazione. Spiegò agli accademici occidentali che, mentre gli scritti di Fang Lizhi fornivano le basi intellettuali e il vocabolario necessari per la democrazia, figure culturali come l’icona del rock Cui Jian fornivano l’energia emotiva pura che spingeva effettivamente gli studenti a scendere in piazza. Questa testimonianza di prima mano confermò che Fang era considerato il principale artefice accademico del movimento.

[49] https://www.journalofdemocracy.org/authors/wuer-kaixi/

[50]Consiglio di dare un’occhiata al lavoro di Brian Berletic su questo argomento pubblicato su The New Atlas, dove ha realizzato numerosi video sul ruolo della NED in questa vicenda, tra cui questo utile video:

https://www.youtube-nocookie.com/embed/Qt9G0p0dqYU?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

[51] Lettera di Liu Xiaobo a Liao Yiwu. I diritti umani in Cina. Archiviatodall’originale del 20 ottobre 2017. Consultato il 13 luglio 2017

[52] https://www.guernicamag.com/wuer_kaixi_a_prize_for_all_chi/

[53]I dettagli sono riportati nelle relazioni annuali del National Endowment for Democracy (NED) dal 1984 al 1989. La rivista era originariamente destinata agli studenti della Repubblica Popolare Cinese residenti all’estero, ma già nel 1988, secondo quanto riportato in un documento del NED, aveva “sviluppato una notevole diffusione e una rete di distribuzione in Cina”.

[54]Weber, pag. 257

[55] https://www.scmp.com/news/china/politics/article/3226395/yan-mingfu-chinese-communist-party-negotiator-tiananmen-square-protesters-1989-dies-aged-92

[56]Zhu, Jianhong (24 agosto 1989). “Pennello selvaggio — Impressioni su Wu Guoguang”. “La Gioventù Cinese”

[57]Toy, Mary-Anne (31 marzo 2006). “Chi è Wen Jiabao?”. The Age.

[58] https://www.sfchronicle.com/entertainment/article/stephen-gong-caam-retirement-19954974.php

[59] https://eslibrary.berkeley.edu/asian-american-studies-collection/loni-ding-archives

[60] http://tsquare.tv/film/transcript_open.php

[61] https://www.nytimes.com/1995/06/03/nyregion/detour-journey-democracy-survivor-beijing-massacre-arms-himself-with-economics.html

[62]Li, Lu (1990). Moving the Mountain. Londra: Macmillan. pp. 200–201.

[63]“A Heart for Freedom” di Chai Ling, 2011, Tyndale House, pagina 165.


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Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisione storica e guerra culturale.

Resoconto della Cina sui colloqui tra Cina e UE in materia di commercio e investimenti – Perché Pechino sta rilasciando proprio ora una dichiarazione politica sul renminbi?…e altri, di Fred Gao

Resoconto della Cina sui colloqui tra Cina e UE in materia di commercio e investimenti.

Fred Gao9 ottobre
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Mi scuso per il secondo aggiornamento di oggi, non mi aspettavo che Cina e UE annunciassero questi accordi così presto. Le due parti hanno appena concluso il secondo incontro del Meccanismo di consultazione commerciale e per gli investimenti Cina-UE.

Dal punto di vista delle preoccupazioni della Cina, l’accordo per avviare un dialogo tecnico sul Regolamento UE sugli aiuti esteri (FSR) rappresenta uno sviluppo significativo. Al contrario, la questione degli inverter sembra non essere stata completamente risolta. Sebbene l’UE abbia chiarito la propria posizione, il riferimento a ulteriori consultazioni suggerisce che potrebbero persistere delle divergenze.

La proposta di continuare a valutare possibili riduzioni tariffarie su determinate merci è interessante e merita attenzione. Per ora, tuttavia, la formulazione rimane esplorativa; occorre più tempo per capire se porterà ad accordi concreti.

Per quanto riguarda i veicoli ibridi, la dicitura è la seguente:

Le due parti hanno raggiunto un’intesa sul commercio di veicoli ibridi in modo conforme alle norme dell’OMC.

Per quanto riguarda le terre rare, le due parti hanno raggiunto un accordo reciprocamente vantaggioso: la Cina continuerà a fornire un “canale verde” per accelerare le approvazioni per le esportazioni di terre rare verso l’UE, mentre l’UE ricambierà aiutando a risolvere i casi prioritari di licenze individuali relativi all’esportazione di articoli a duplice uso verso la Cina. Presumo che alcuni di questi casi riguardino il settore olandese dei semiconduttori. ASML ha esplicitamente dichiarato che i suoi sistemi di litografia a immersione DUV TWINSCAN NXT:1970i e 1980i richiedono licenze di esportazione dal governo olandese. All’inizio dello scorso anno, il governo olandese ha anche incluso alcune apparecchiature di ispezione dei semiconduttori nell’elenco delle licenze di esportazione, con le domande valutate caso per caso. Facilitare le approvazioni per le apparecchiature che supportano i sistemi DUV più vecchi rappresenterebbe un passo avanti.

Per quanto riguarda l’accesso al mercato, la Cina amplierà le importazioni di dispositivi medici provenienti dall’UE e organizzerà un evento di intermediazione per gli acquisti durante la China International Import Expo.

Di seguito è riportata la lettura in cinese.

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Elenco dei risultati concordati

Bilancia commerciale e degli investimenti

  1. Le due parti continueranno a valutare la possibilità di ridurre le tariffe su determinate merci nel quadro delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
  2. Le due parti continueranno a rafforzare la comunicazione e la cooperazione nell’ambito del meccanismo di monitoraggio degli scambi commerciali e a utilizzare attivamente i meccanismi di dialogo per migliorare la comprensione reciproca.
  3. A seguito di intense consultazioni, le due parti hanno raggiunto un’intesa sul commercio di veicoli ibridi in modo conforme alle norme dell’OMC.
  4. Le due parti hanno richiamato il documento guida sugli impegni relativi ai prezzi nell’ambito dell’indagine sui dazi compensativi per i veicoli elettrici e proseguiranno le procedure pertinenti riguardanti gli impegni sui prezzi specifici delle singole aziende e le relative revisioni in tale ambito.
  5. Le due parti manterranno il dialogo sull’accesso al mercato per i dispositivi medici. La parte UE accoglie con favore le misure adottate dalla parte cinese per ampliare le importazioni di dispositivi medici provenienti dall’UE, tra cui l’organizzazione di un evento di matchmaking per gli acquisti durante la nona edizione della China International Import Expo.
  6. Sulla base delle valutazioni del rischio, la parte cinese accelererà le procedure per il riconoscimento del principio di regionalizzazione negli Stati membri dell’UE ammissibili. Le due parti hanno concordato di scambiarsi informazioni su metodi e tecnologie per la prevenzione e il controllo delle malattie animali e di esplorare congiuntamente le modalità per eliminare le restrizioni alle esportazioni verso la Cina relative alla lingua blu dagli Stati membri interessati.
  7. Le due parti hanno concordato di proseguire gli scambi tecnici sui sistemi di prenotazione informatizzati. Hanno inoltre convenuto di tenere ulteriori consultazioni sui rispettivi quadri normativi per i cosmetici e i prodotti farmaceutici al fine di affrontare ulteriormente le problematiche esistenti ed emergenti relative all’accesso al mercato.
  8. Le due parti hanno concordato di avviare un dialogo tecnico sul Regolamento UE in materia di sovvenzioni estere (FSR).
  9. La parte UE ha chiarito che le sue linee guida sul finanziamento dei progetti relativi agli inverter non si rivolgono a nessun Paese in particolare. Le due parti terranno ulteriori consultazioni su questo tema.
  10. Le due parti hanno concordato di esplorare la cooperazione in materia di investimenti per promuovere il rispettivo sviluppo economico e di discutere di una cooperazione orientata al futuro.

Controlli sulle esportazioni

  1. Le due parti hanno ribadito la necessità di rafforzare ulteriormente il dialogo tra Cina e UE sul controllo delle esportazioni e hanno accolto con favore un miglioramento della comunicazione e degli scambi sulle rispettive politiche in materia di controllo delle esportazioni, anche attraverso la pubblicazione di linee guida, l’organizzazione di scambi tra governo e imprese e la fornitura di formazione.
  2. Le due parti hanno convenuto sull’importanza di rafforzare la prevedibilità e la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali. La Cina si è dichiarata disponibile a continuare a facilitare l’approvazione delle licenze di esportazione per terre rare e magneti permanenti destinati all’UE attraverso un meccanismo di “canale verde”. L’UE continuerà a collaborare con i propri Stati membri per agevolare la risoluzione dei casi individuali prioritari relativi al rilascio di licenze per l’esportazione di articoli a duplice uso verso la Cina.
  3. Le due parti hanno ribadito il loro impegno ad affrontare le problematiche relative al controllo delle esportazioni e hanno discusso la possibilità di esplorare misure strutturali di agevolazione per il commercio conforme di beni a duplice uso tra la Cina e l’UE.
  4. Le due parti hanno raggiunto un’intesa nell’ambito del meccanismo di dialogo sul controllo delle esportazioni per fornire una notifica preventiva prima di aggiungere articoli alle liste di controllo, migliorare la trasparenza delle procedure di inserimento e rimozione dalle liste e sostenere l’avvio delle procedure di rimozione dalle liste nei rispettivi quadri giuridici.

Proprietà intellettuale

  1. La Cina e l’UE hanno iniziato ad affrontare le problematiche sistemiche relative alla proprietà intellettuale e hanno compiuto progressi. Le due parti hanno concordato di continuare a collaborare per risolvere le questioni rilevanti e per definire obiettivi intermedi, concentrandosi su una protezione e un’applicazione efficaci ed eque della proprietà intellettuale, nonché su una maggiore trasparenza e prevedibilità. Hanno inoltre concordato di monitorare i progressi attraverso il Gruppo di lavoro Cina-UE sulla proprietà intellettuale.

Riforma dell’OMC

  1. Le due parti hanno convenuto di rafforzare ulteriormente la comunicazione e la cooperazione bilaterale sulla riforma dell’OMC in modo aperto e costruttivo. Si sono impegnate a partecipare alla riforma dell’OMC e hanno concordato di discutere tutte le questioni pertinenti al fine di conseguire progressi sostanziali.

Perché Pechino sta rilasciando proprio ora una dichiarazione politica sul renminbi?

La spiegazione ufficiale e alcune mie interpretazioni.

Fred Gao9 ottobre
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L’8 ottobre, la Banca Popolare Cinese ha pubblicato la sua dichiarazione di politica monetaria sul renminbi. È interessante notare che oggi, Yuyuan Tantian (玉渊谭天), un account sui social media affiliato alla China Central Television (CCTV), ha pubblicato un articolo che spiega perché la Cina ha reso pubblica la dichiarazione proprio ora. La considererei una spiegazione ufficiale.

In sostanza, ha fornito quattro ragioni

  1. Di recente, alcuni paesi hanno ripetutamente sostenuto che il renminbi sia sottovalutato, cercando di forzarne l’apprezzamento attraverso mezzi non di mercato. La pubblicazione di questo documento in questo momento intende chiarire che i tassi di cambio sono determinati da molteplici fattori, non da pressioni politiche esterne.
  2. Alcuni paesi hanno citato selettivamente le stime di sottovalutazione contenute nel rapporto del FMI per fare pressione sulla Cina, ignorando il fatto che modelli diversi producono risultati diversi. La Cina spera di impedire che l’analisi tecnica venga trasformata in uno strumento politico.
  3. Risponde alle direttive che guidano i forum multilaterali. Recentemente, al G20 e all’OCSE si sono registrate iniziative volte a collegare gli squilibri commerciali alle politiche cinesi. La pubblicazione di un documento ufficiale chiarisce la posizione della Cina in vista di successive discussioni e consultazioni internazionali, opponendosi al contempo ai tentativi di attribuire semplicemente alla Cina la responsabilità dei problemi globali.
  4. Per spostare la discussione da “Il RMB dovrebbe apprezzarsi?” a “Come dovrebbe adeguarsi ciascun Paese?”, gli squilibri globali non possono essere risolti unicamente attraverso aggiustamenti al tasso di cambio cinese; i Paesi in deficit devono anche affrontare i propri problemi, tra cui bassi livelli di risparmio, consumi elevati, disavanzi di bilancio e insufficiente competitività industriale.

Le mie opinioni:

Al di là di queste spiegazioni ufficiali, è opportuno sottolineare che i negoziati tra Cina e UE si trovano ora in una fase critica. L’8 ottobre, il Commissario europeo per il Commercio ha guidato una delegazione in Cina per colloqui con il Ministro del Commercio cinese Wang Wentao. Dato che la posizione dell’Europa nei confronti della Cina si sta facendo più intransigente, è plausibile che i tassi di cambio siano stati oggetto di discussione durante i negoziati, nella speranza di modificare l’attuale situazione commerciale forzando l’apprezzamento del renminbi. Anche la pubblicazione di un documento programmatico da parte della banca centrale cinese in questa fase è intesa a rispondere a tale pressione.

Nel complesso, Pechino interpreta la rinnovata enfasi posta in Europa e negli Stati Uniti sulla “sottovalutazione del renminbi” come un tentativo di trasformare i tassi di cambio in un ulteriore strumento di pressione sulla Cina, proprio come accadde con la tutela ambientale dieci anni fa. Non credo che Pechino si lascerà ingannare. Secondo Pechino, a meno che l’Europa e gli Stati Uniti non affrontino i propri profondi problemi strutturali, anche un apprezzamento del renminbi non risolverebbe le loro difficoltà economiche. Al contrario, potrebbero semplicemente avanzare ulteriori richieste irragionevoli e continuare a esercitare pressioni sulla Cina.

Secondo Pechino, il tasso di cambio del renminbi è fondamentalmente determinato dal mercato, mentre i disavanzi delle partite correnti di Europa e Stati Uniti derivano dalle loro strutture economiche e dall’attuale sistema monetario internazionale. Di fatto, la Cina esorta Europa e Stati Uniti ad avviare riforme strutturali interne, proseguendo al contempo le riforme del sistema monetario internazionale, una posizione coerente con le argomentazioni di lunga data della Cina.

Il documento politico sottolinea specificamente la necessità di “premunirsi contro l’impatto di forti fluttuazioni dei tassi di cambio a breve termine, in particolare di bruschi deprezzamenti, sui mercati finanziari”. stabilità”. Ciò comporta anche un avvertimento implicito che la Cina non si opporrebbe all’apprezzamento del RMB guidato dal mercato, ma se l’Europa e gli Stati Uniti cercassero di forzarlo al rialzo, la banca centrale interverrebbe sicuramente in caso di overshooting a breve termine.

Credo che sarebbe una semplificazione eccessiva interpretare il documento programmatico come un approccio intransigente. In conclusione, la Cina appoggia la linea generale di trasformazione del modello di crescita economica, di espansione della domanda interna e di maggiore apertura all’economia globale. Sebbene il documento non lo affermi esplicitamente, tra le righe si intuisce l’aspettativa che anche l’Europa e gli Stati Uniti debbano elaborare propri piani politici a medio e lungo termine e impegnarsi fermamente nella loro attuazione. In altre parole, l’adeguamento non può essere un processo unidirezionale in cui gli altri avanzano richieste solo alla Cina. Anche loro devono portare avanti le proprie riforme, con entrambe le parti che si muovono verso un terreno comune.

Di seguito l’articolo di Yuyuan Tantian. Ho utilizzato l’intelligenza artificiale per la traduzione.

Perché la banca centrale ha pubblicato la sua posizione politica sul tasso di cambio del RMB?

Nel pomeriggio dell’8 ottobre, la Banca Popolare Cinese ha pubblicato un comunicato sulla politica relativa al tasso di cambio del renminbi.

Il documento illustra in modo sistematico la posizione della banca centrale in materia di tassi di cambio. Il termine “posizione politica” si riferisce a un documento ufficiale emesso per conto dello Stato che ne rappresenta la posizione ufficiale nelle comunicazioni esterne.

Per comprendere appieno l’affermazione, è necessario considerarla nel suo contesto internazionale. Recentemente, alcuni paesi hanno sostenuto con forza che il renminbi è sottovalutato, cercando persino di forzarne l’apprezzamento attraverso meccanismi non di mercato.

La pubblicazione da parte della Cina della sua posizione politica in questa fase fornisce una base chiara per chiarire la questione.

In sostanza, la dichiarazione affronta tre questioni. Per comprenderle appieno, dobbiamo prima capire di cosa sta discutendo la comunità internazionale e cosa si cela dietro a tali discussioni.

La questione del tasso di cambio in sé

Come Tanzhu ha già spiegato in precedenza, le affermazioni secondo cui il renminbi è sottovalutato si basano spesso su due presupposti fondamentali: in primo luogo, che la Cina abbia “manipolato” il suo tasso di cambio; in secondo luogo, che spingere il renminbi ad apprezzarsi sia un mezzo per indebolire la competitività delle esportazioni cinesi.

La prima preoccupazione della Cina è questa: tutti i paesi dovrebbero rispettare il fatto che i tassi di cambio sono il risultato di molteplici fattori interagenti.

Il documento lo chiarisce fin da subito: la Cina adotta un sistema di cambio flessibile gestito, basato sulla domanda e sull’offerta di mercato, con aggiustamenti effettuati in riferimento a un paniere di valute, e rimane impegnata a lasciare che il mercato svolga il ruolo decisivo nella formazione dei tassi di cambio.

Un’espressione degna di nota è “tasso variabile gestito”. Questo “tasso variabile” è soggetto a determinate condizioni: nessun livello obiettivo predeterminato e nessun intervento sul trend di lungo periodo.

Il documento offre due punti di riferimento: la crisi finanziaria globale del 2008 e il luglio di quest’anno, quando lo yen è sceso brevemente al minimo degli ultimi quasi 40 anni rispetto al dollaro statunitense, provocando un intervento congiunto da parte dei paesi interessati. In parole semplici, la Cina gestisce il proprio tasso di cambio facendo riferimento alle norme e alle prassi internazionali.

Negli oltre vent’anni trascorsi dalla riforma del tasso di cambio cinese, il renminbi si è apprezzato complessivamente del 23% rispetto al dollaro statunitense. Dal 2010, ha attraversato tre cicli di apprezzamento e tre cicli di deprezzamento.

Xu Peng, vicedirettore della divisione di analisi economica presso l’Istituto di ricerche di mercato dell’Accademia cinese di ricerca macroeconomica, ha dichiarato a Tanzhu che le accuse di “manipolazione del tasso di cambio” sono del tutto infondate. Quest’anno, sia il renminbi onshore che quello offshore si sono rafforzati oltre quota 6,7 ​​rispetto al dollaro. In un contesto di deprezzamento valutario nei paesi limitrofi, la Cina non ha fatto ricorso a politiche di “impoverimento del vicino” o a svalutazioni competitive, dimostrando la propria responsabilità come grande potenza economica.

Se, come suggeriscono gli Stati Uniti e altri paesi occidentali, la competitività delle esportazioni cinesi deriva da una “deliberata svalutazione del renminbi”, allora non comprendono la situazione attuale dell’industria cinese.

Guo Kai, presidente del China Finance 40 Institute, ha dichiarato a Tanzhu che forzare l’apprezzamento del renminbi significa mettere il carro davanti ai buoi e danneggerebbe altre economie in tutto il mondo.

Uno studio condotto a livello aziendale ha rilevato che un apprezzamento del 10% del renminbi ha comportato un calo inferiore allo 0,5% dei prezzi delle esportazioni denominati in renminbi.

L’idea che l’apprezzamento indebolisca necessariamente la competitività riflette una mentalità statica e a breve termine. In un processo dinamico di sviluppo a lungo termine, soprattutto nel caso della Cina, i vantaggi nella ricerca e sviluppo e nelle catene di approvvigionamento industriali consentono alle industrie di continuare a ridurre i costi e migliorare l’efficienza. Il renminbi può apprezzarsi anche se l’industria cinese diventa sempre più competitiva.

Lo sviluppo industriale della Cina e le fluttuazioni del tasso di cambio negli ultimi anni lo confermano.

Il problema dello squilibrio

Contesto: Nel luglio 2026, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha pubblicato il suo Rapporto sul Settore Esterno 2026 , valutando la posizione esterna della Cina nel 2025 come “più forte”. Il rapporto ha indicato il punto medio del divario stimato nel tasso di cambio effettivo reale del renminbi a -21,3%. È importante notare che i rapporti del FMI sono altamente tecnici e facilmente interpretabili in modo errato. Il FMI utilizza infatti diversi modelli, che producono risultati differenti.

Anche il FMI stesso afferma che questo calcolo è inteso come un punto di riferimento per la discussione, piuttosto che come una base definitiva per la valutazione.

Wang Qing, analista macroeconomico capo di Dongfang Jincheng, ha dichiarato a Tanzhu che, utilizzando l’approccio dell’indice del tasso di cambio effettivo reale del FMI, il tasso di cambio effettivo reale del renminbi risultava leggermente sopravvalutato, dello 0,5%, alla fine del 2025.

La seconda preoccupazione della Cina è quindi la seguente: accogliamo con favore la partecipazione delle organizzazioni internazionali alla discussione, a condizione che le loro valutazioni non vengano utilizzate in modo improprio. Questo è un prerequisito per garantire che la comunità internazionale possa istituire meccanismi efficaci per affrontare, attraverso la consultazione, le nuove problematiche e gli sviluppi dell’economia globale.

Come affermato nel documento, utilizzare i risultati della Valutazione del Saldo Esterno (EBA) del FMI come prova della sottovalutazione del renminbi costituisce un’interpretazione errata e un uso improprio di tali risultati.

Eppure alcuni paesi vedono solo la cifra che suggerisce una sottovalutazione.

Dietro questo ragionamento si cela il tentativo di reinterpretare il calo di competitività delle proprie industrie come un problema legato al tasso di cambio cinese. Ciò richiede ulteriori chiarimenti.

Negli ultimi anni, l’economia globale ha subito lo shock della pandemia, una crisi energetica, l’inflazione, il crescente protezionismo commerciale e la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento industriali. Oggi, Stati Uniti ed Europa si trovano ad affrontare un problema comune: l’insufficiente competitività della produzione manifatturiera interna e gli squilibri commerciali.

Ma gli “squilibri commerciali” sono un fenomeno di vecchia data. I principali paesi con surplus commerciale sono cambiati nel tempo, mentre i principali paesi con deficit commerciale sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Il problema risiede nelle loro stesse strutture economiche.

Pan Yuanyuan, esperto di investimenti internazionali presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha spiegato a Tanzhu che l’approccio di questi Paesi consiste nell’utilizzare le fluttuazioni dei mercati finanziari e dei tassi di cambio per influenzare i flussi transfrontalieri cinesi nell’economia reale e rallentare l’accumulo di attività all’estero. In parole semplici, ciò comprimerebbe i proventi delle esportazioni, introducendo potenzialmente incertezza nel valore delle attività già accumulate all’estero.

Alcuni dei paesi che chiedono l’apprezzamento del renminbi un tempo erano essi stessi importanti esportatori. Quando altri paesi chiedevano loro di ridurre le esportazioni, invocavano ripetutamente il rispetto dei principi economici e dello stato di diritto internazionale. Ora che le loro esportazioni sono diminuite, pretendono che le valute di altri paesi si apprezzino. Perché hanno smesso di parlare dei principi dell’economia di mercato? Questo è un doppio standard.

Utilizzano persino questa argomentazione per attribuire gli squilibri commerciali alla Cina. Questo non è un atteggiamento che contribuisce a risolvere i problemi.

La questione del surplus

Premessa: Nelle discussioni tecniche, il surplus delle partite correnti viene spesso utilizzato come base per valutare se una valuta è sottovalutata. Tale premessa è di per sé errata: non esiste una corrispondenza semplice tra un surplus o un deficit delle partite correnti e la forza o la debolezza di un tasso di cambio.

La terza preoccupazione della Cina è dunque la seguente: le discussioni sulle questioni valutarie devono affrontare le tensioni centrali dell’attuale sistema monetario globale, anziché concentrarsi esclusivamente su un singolo dato relativo alle partite correnti.

Il documento afferma che un’analisi delle fluttuazioni dei tassi di cambio deve considerare non solo gli scambi di beni, ma anche quelli di servizi; non solo le partite correnti, ma anche il conto finanziario; e non solo i fondamentali economici, ma anche fattori quali le aspettative.

La Cina, dal canto suo, si è sempre dimostrata disposta a contribuire positivamente a un equilibrio dinamico nell’economia globale. Dall’espansione dell’offerta globale dopo l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio al rilancio della domanda interna dopo la crisi finanziaria globale del 2008, la Cina è stata profondamente coinvolta in diverse importanti fasi di riequilibrio economico globale.

Allo stesso tempo, il problema delle eccedenze è fondamentalmente di natura strutturale.

Dal 2007, il surplus delle partite correnti della Cina in percentuale del PIL è gradualmente diminuito rispetto al picco del 9,9%. Nel frattempo, negli ultimi anni, il contributo della Cina alla crescita economica globale è rimasto stabile intorno al 30%. Ciò dimostra che la Cina è un “motore di crescita”, non una “fonte di squilibrio”.

Ciò che necessita realmente di un aggiustamento è la combinazione di bassi livelli di risparmio, elevati consumi e insufficiente competitività industriale nei paesi in deficit.

La Cina si è inoltre costantemente impegnata ad affrontare questo problema collettivamente attraverso la cooperazione internazionale.

In occasione del recente incontro dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20, la Cina ha proposto che i paesi in deficit riducano i propri disavanzi di bilancio e aumentino i tassi di risparmio interno, mentre i paesi in surplus incrementino moderatamente i consumi e gli investimenti. Tutti i paesi dovrebbero formulare piani politici a medio e lungo termine, assumere impegni chiari e attuarli con determinazione.

Eppure, alcune voci al di fuori della Cina continuano a ridurre la questione ai cosiddetti “sussidi industriali” e al “tasso di cambio del renminbi”, come se attaccare solo la Cina potesse risolvere i loro problemi.

Questo equivale a una diffamazione deliberata. Persone direttamente coinvolte nei negoziati hanno riferito a Tanzhu che, durante la riunione dei ministri del commercio del G20 della scorsa settimana, alcuni paesi hanno presentato proposte all’ordine del giorno fortemente discriminatorie e mirate a colpire la Cina. Tuttavia, poiché altri membri si sono opposti o avevano opinioni diverse, questi paesi non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi e non si è giunti a un consenso.

In precedenza, una riunione del Comitato per il Commercio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) aveva rilasciato una dichiarazione congiunta in merito alla “sovraccapacità in settori specifici”. Alcuni paesi, tuttavia, l’hanno interpretata come una continuazione delle discussioni tenutesi in occasione della riunione dei Ministri del Commercio del G20.

Di fronte a tali sviluppi, la comunità internazionale necessita di una consultazione efficace.

In definitiva, la risoluzione degli squilibri globali dipende da come i paesi si adeguano, quali impegni assumono e come collaborano per attuarli.

Questa dichiarazione programmatica si propone di chiarire tre punti:

  1. Le questioni relative ai tassi di cambio non devono essere politicizzate, né tantomeno utilizzate per diffamare gli altri.
  2. I rapporti pubblicati da alcune organizzazioni internazionali non sono approvati congiuntamente dagli Stati membri. In definitiva, rappresentano la valutazione di una singola istituzione, non un’autorità inoppugnabile, e non devono essere utilizzati in modo selettivo. I meccanismi multilaterali devono tornare a un processo basato sul consenso e sulla partecipazione paritaria.
  3. Alcuni paesi non devono presentare i problemi da loro stessi creati come problemi causati da altri, per poi scaricare la colpa su altri. La responsabilità dei propri problemi economici deve essere assolutamente chiara.

La presentazione sistematica da parte della banca centrale della sua posizione politica sul tasso di cambio del renminbi costituisce di per sé una dichiarazione d’intenti.

In futuro, la Cina continuerà a riordinare i propri affari interni, rimanendo al contempo disposta a collaborare con tutte le parti per contribuire positivamente all’equilibrio dinamico e alla crescita sostenibile dell’economia globale.

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Jiang Xiaojuan sulla prossima fase delle riforme in Cina

Ex vicesegretario generale del Consiglio di Stato cinese in materia di disoccupazione, reddito di base universale e condivisione dei benefici derivanti dal progresso tecnologico.

Fred Gao1 ottobre
 
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Buona festa nazionale! Per la puntata di oggi, vorrei condividere l’ultimo articolo di Jiang Xiaojuan (江小涓). Apporta una prospettiva unica, plasmata dalla sua esperienza sia come economista che come responsabile politica, combinando il rigore accademico con una comprensione pratica di come le politiche vengono elaborate e attuate.

Jiang ha ricoperto la carica di Vice Segretario Generale del Consiglio di Stato cinese tra il 2011 e il 2018, una delle posizioni più elevate nell’ambito della stesura delle politiche in Cina. In questo ruolo, ha maturato un’esperienza diretta nella formulazione e nell’attuazione di importanti politiche economiche. Prima di entrare a far parte del governo, si è affermata come una delle voci accademiche più autorevoli in materia di economia industriale e politica di sviluppo presso l’Accademia cinese delle scienze sociali.

Nel suo ultimo articolo, l’autrice suddivide le riforme cinesi dal 1978 in due fasi. Dal 1978 al 2012, l’enfasi è stata posta sulle “riforme orientate allo sviluppo”, che hanno introdotto meccanismi di mercato, aperto l’economia e, in sostanza, mirato a migliorare la produttività e a promuovere la crescita economica. Dal 2013, la crescita è rimasta una priorità, ma sono state introdotte anche le “riforme orientate alla governance”, volte ad affrontare la povertà, l’inquinamento ambientale e altre sfide socio-economiche accumulatesi durante la rapida crescita. L’autrice sostiene che la Cina debba ora concentrarsi maggiormente sulle “riforme inclusive”, che consentano a un maggior numero di persone di beneficiare della crescita, supportate da concreti assetti istituzionali per la protezione sociale e i servizi pubblici. Da un lato, ciò significa ridurre la protezione governativa per le imprese privilegiate, salvaguardando al contempo i diritti di proprietà delle imprese private e garantendo loro la parità di condizioni in termini di concorrenza. D’altro canto, significa rafforzare il sostegno alle fasce di popolazione a basso reddito, ridurre le disparità tra aree urbane e rurali nell’accesso ai servizi pubblici e aiutare i lavoratori ad affrontare la perdita del posto di lavoro causata dalla ristrutturazione industriale e dall’intelligenza artificiale.

Affronta inoltre il tema della sostituzione del lavoro con l’intelligenza artificiale, sostenendo che tale fenomeno potrebbe rappresentare una sfida importante per l’attuale sistema di sicurezza sociale. La disoccupazione futura potrebbe colpire interi settori o gruppi di lavoratori con competenze specifiche, il che significa che le opportunità di reinserimento lavorativo in tali settori potrebbero scomparire proprio nel momento in cui i lavoratori perdono il lavoro. Sostiene che i futuri sistemi di sicurezza sociale dovrebbero dare maggiore importanza ai meccanismi di condivisione dei rendimenti economici, come il reddito di base universale (UBI) e il credito di base universale (UBC). La sua proposta è di convogliare una maggiore quota dei rendimenti del capitale statale verso il benessere pubblico e di convertire i guadagni in conto capitale generati dal progresso tecnologico in beni condivisi da tutti i cittadini.

Lei ritiene che una riforma inclusiva non significhi abbandonare la crescita come priorità. Significa piuttosto mantenere lo sviluppo economico al centro delle politiche, rispondendo al contempo in modo più completo alle richieste pubbliche in materia di istruzione, assistenza sanitaria, tutela ambientale e una distribuzione più equa del reddito e della ricchezza.

A suo avviso, la chiave della riforma sta nel trovare un equilibrio tra tre insiemi di priorità contrapposte: garantire risorse sufficienti per lo sviluppo economico, lasciando al contempo spazio alla sicurezza sociale; incoraggiare gli enti locali a perseguire la crescita, prevenendo al contempo il protezionismo locale che mina il mercato nazionale unificato; e consentire agli innovatori di ottenere ricompense, utilizzando la tassazione e la redistribuzione per evitare che i benefici del progresso tecnologico si concentrino eccessivamente.

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Prima di pubblicare la trascrizione in inglese, vorrei promuovere l’ultimo progetto del mio amico Robert Wu , il Baiguan China Tour. Gestiscono con successo una newsletter su Substack , Baiguan , che tratta di notizie economiche cinesi.


Siete cordialmente invitati a partecipare al Baiguan China Tour 2026: un’esperienza immersiva e privilegiata nei centri nevralgici dell’intelligenza artificiale, della produzione, dell’energia e dell’economia dei consumi cinesi. Dai dialoghi a porte chiuse con i vertici aziendali alle visite sul campo a fabbriche intelligenti, laboratori di intelligenza artificiale e hub della catena di approvvigionamento, questo è il luogo in cui investitori e dirigenti globali decodificano le realtà operative e i punti di svolta strategici che stanno plasmando il mercato più dinamico del mondo.

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Qui di seguito trovate la versione inglese dell’ultimo articolo di Jiang, tradotta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la versione cinese è stata pubblicata per la prima volta su Economists 50 Forum.

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Riforma orientata allo sviluppo, alla governance e inclusiva: promuovere lo sviluppo e rafforzare le fondamenta istituzionali.

A cura di Jiang Xiaojuan,
professoressa presso l’Università dell’Accademia cinese delle scienze sociali e presidente dell’Associazione cinese di economia industriale.

Introduzione

Il peculiare percorso di sviluppo della Cina ha dimostrato una forte vitalità e significativi vantaggi istituzionali, con le riforme e l’apertura che hanno rappresentato il motore principale del suo progresso costante e a lungo termine. Le riforme cinesi hanno costantemente mirato a promuovere lo sviluppo, mantenendo la continuità e adattandosi al mutare dei tempi. Guidate da esigenze pratiche e concentrate sulla risoluzione dei problemi, hanno individuato priorità diverse nelle diverse fasi.

Guardando al passato, la Cina ha portato avanti in successione due tipi di riforme – riforme orientate allo sviluppo e riforme orientate alla governance – che hanno fornito un forte impulso alla costruzione di una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti. Guardando al futuro, mentre la Cina intraprende un nuovo percorso verso la costruzione di un moderno paese socialista a tutto tondo, deve perseguire riforme inclusive in modo più approfondito, stabilendo solide basi istituzionali per coltivare ed espandere nuove forze produttive di qualità e garantire che tutti i cittadini partecipino ai frutti dello sviluppo.

I. Riforma orientata allo sviluppo e riforma orientata alla governance: successione e coesistenza

La terza sessione plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) ha adottato la Risoluzione del Comitato Centrale del PCC sull’ulteriore approfondimento complessivo delle riforme per promuovere la modernizzazione cinese (di seguito, la Risoluzione ), che definisce un programma sistematico per un’ulteriore riforma globale.

La risoluzione afferma: “La modernizzazione cinese è progredita costantemente attraverso le riforme e l’apertura, e certamente abbraccerà prospettive più ampie attraverso le riforme e l’apertura”.

Questa affermazione stabilisce il significato storico delle riforme: senza riforme e apertura, non ci sarebbero stati i grandi miracoli di sviluppo economico e stabilità sociale in Cina. Sottolinea inoltre l’importanza delle riforme per il futuro della Cina: la modernizzazione cinese non può essere raggiunta senza un continuo approfondimento delle riforme.

Prendendo il 2013 come anno di svolta, il percorso di riforme della Cina, durato 47 anni, può essere suddiviso in due fasi principali: una dominata da riforme orientate allo sviluppo e una che pone uguale enfasi sia sulle riforme orientate allo sviluppo sia su quelle orientate alla governance.

1. La fase orientata allo sviluppo: liberare e sviluppare le forze produttive come compito primario

La terza sessione plenaria dell’XI Comitato Centrale del PCC ha dato il via alla grande impresa di riforma, apertura e modernizzazione socialista. Deng Xiaoping ha dichiarato:

“Il compito fondamentale nella fase socialista è lo sviluppo delle forze produttive. In definitiva, la superiorità del socialismo deve essere dimostrata sviluppando le forze produttive più rapidamente e a un livello superiore rispetto al capitalismo, e migliorando continuamente, su tale base, le condizioni di vita materiali e culturali delle persone.”

Di conseguenza, l’obiettivo centrale della riforma è stato definito come liberare e sviluppare le forze produttive, promuovere lo sviluppo economico e migliorare la vita delle persone.

Il fulcro della riforma consisteva in una transizione graduale da un’economia pianificata a un’economia di mercato socialista. La Terza Sessione Plenaria del XII Comitato Centrale del PCC, tenutasi nel 1984, propose un’“economia pianificata basata sulle merci”, segnando l’avvio formale di questa fase di riforma. Successivamente, le Terze Sessioni Plenarie del XIV e XVI Comitato Centrale del PCC approfondirono progressivamente i requisiti per l’instaurazione di un’economia di mercato socialista. L’obiettivo era quello di attribuire al mercato un ruolo sempre più importante nell’allocazione delle risorse, migliorare l’efficienza dell’allocazione dei fattori produttivi, liberare e sviluppare le forze produttive e promuovere una crescita economica sostenuta e rapida.

Le riforme orientate allo sviluppo hanno conseguito risultati notevoli, determinando una straordinaria espansione delle forze produttive. L’economia cinese è cresciuta rapidamente in questo periodo, con incrementi sostanziali in diversi indicatori chiave.

Tra il 1979 e il 2012, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto a un tasso medio annuo del 9,8%, ben al di sopra del tasso di crescita medio annuo dell’economia mondiale, pari al 2,8% nello stesso periodo. Tra il 1978 e il 2012:

  • Il reddito disponibile annuo pro capite dei residenti urbani è aumentato da 343 yuan a 24.565 yuan, con un incremento di circa 70,6 volte rispetto al livello iniziale.
  • Il reddito netto annuo pro capite degli abitanti delle zone rurali è aumentato da 134 yuan a 7.917 yuan, con un incremento di circa 58,1 volte rispetto al livello iniziale.
  • Le importazioni e le esportazioni totali sono aumentate da 20,6 miliardi di dollari a 3.866,8 miliardi di dollari, con un incremento di circa 186,7 volte rispetto al livello iniziale.

Nel 2009, la Cina è diventata il più grande esportatore e il secondo importatore al mondo. La sua posizione a livello internazionale è cresciuta rapidamente: la sua economia è passata dall’undicesimo posto nel mondo nel 1978 al secondo nel 2010, diventando la seconda economia più grande al mondo dopo gli Stati Uniti.

In sintesi, durante la fase di riforme orientate allo sviluppo, la Cina ha compiuto enormi progressi in termini di dimensioni economiche, tenore di vita e apertura, dando vita a un “miracolo di crescita” riconosciuto a livello globale.

2. Pari enfasi sulle riforme orientate allo sviluppo e su quelle orientate alla governance: nuove circostanze e requisiti

La terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC, tenutasi nel 2013, ha adottato la Decisione del Comitato Centrale del PCC su alcune questioni principali riguardanti l’approfondimento complessivo della riforma . Tale decisione definiva l’obiettivo generale della riforma globale come il miglioramento e lo sviluppo del sistema socialista con caratteristiche cinesi e la modernizzazione del sistema e delle capacità di governo della Cina. La “governance” è quindi diventata un altro importante filone della riforma.

I requisiti stabiliti dal Comitato Centrale del PCC e gli obiettivi di sviluppo nazionale della Cina richiedevano non solo di continuare a liberare e sviluppare le forze produttive, ma anche una capacità di governance più efficace e più adatta a uno sviluppo di alta qualità. Da quel momento in poi, le riforme cinesi hanno seguito due direttrici di pari importanza: la riforma orientata allo sviluppo e la riforma orientata alla governance.

Una differenza importante tra le due è che la riforma orientata allo sviluppo pone maggiore enfasi sulla “rottura”, ovvero sulla rimozione dei vincoli dell’economia pianificata tradizionale per liberare la vitalità economica. La riforma orientata alla governance, invece, pone maggiore enfasi sulla “costruzione”, ovvero sulla creazione di un quadro sistematico per l’economia di mercato socialista, rendendo la riforma più sistematica, olistica e coordinata e promuovendo un progresso globale in diversi settori, pur continuando a sviluppare l’economia.

L’uguale enfasi posta su queste due tipologie di riforma riflette sia le circostanze pratiche sia i principi guida. Dopo oltre trent’anni, le riforme orientate allo sviluppo hanno favorito una rapida crescita economica, ma hanno anche permesso l’accumulo di alcuni problemi, tra cui una notevole disuguaglianza di reddito e il degrado ambientale.

Secondo i criteri rivisti per la definizione di povertà rurale, nel 2008 in Cina 40,07 milioni di residenti nelle zone rurali avevano diritto all’assistenza sociale. Il coefficiente di Gini del reddito nazionale ha raggiunto 0,491, indicando un livello di disuguaglianza relativamente elevato. I problemi relativi alla sicurezza alimentare, all’ambiente e ad altri ambiti si sono accentuati, creando significativi rischi sociali potenziali. Se non affrontati adeguatamente, questi problemi e rischi ostacolerebbero il raggiungimento tempestivo di una società moderatamente prospera sotto ogni aspetto e impedirebbero la costruzione di un moderno Paese socialista.

Le pratiche di sviluppo e di governance di questo periodo hanno richiesto il progresso coordinato di entrambi i tipi di riforma. Uno sviluppo di alta qualità richiede intrinsecamente la loro integrazione: la Cina deve continuare a liberare e sviluppare le forze produttive sociali e a rafforzare le basi dello sviluppo economico, rafforzando al contempo la tutela ambientale e compiendo progressi sostanziali verso la prosperità comune.

La nuova filosofia di sviluppo introdotta successivamente – innovazione, coordinamento, sviluppo verde, apertura e condivisione – richiede a sua volta che le riforme orientate allo sviluppo e quelle orientate alla governance lavorino insieme all’interno di un’agenda integrata.

II. Coordinamento tra sviluppo e governance: la questione centrale, gli attori del mercato e le istituzioni fondamentali

La Risoluzione auspica la costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello per fornire un supporto istituzionale alla modernizzazione cinese. La seguente analisi esamina tale obiettivo attraverso la questione centrale della riforma economica, i partecipanti al mercato in un’economia di mercato socialista e le sue istituzioni fondanti.

1. La questione centrale: il rapporto tra governo e mercato

1.1 La questione centrale e duratura della riforma

Il segretario generale Xi Jinping ha dichiarato:

“Nel perseguire la riforma dell’economia di mercato socialista, la questione centrale è gestire correttamente il rapporto tra governo e mercato, consentendo al mercato di svolgere un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse e al governo di adempiere al meglio al proprio ruolo.”

Nell’ambito del processo di riforma cinese, comprendere come è stato gestito il rapporto tra governo e mercato, in particolare nella definizione del ruolo del mercato nell’allocazione delle risorse, è essenziale per comprendere la natura fondamentale della riforma stessa.

La terza sessione plenaria del XIV Comitato Centrale del PCC ha proposto che il mercato svolga un ruolo fondamentale nell’allocazione delle risorse nell’ambito della regolamentazione macroeconomica statale. La terza sessione plenaria del XVI Comitato Centrale del PCC ha auspicato un’estensione maggiore di tale ruolo fondamentale. La terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC ha sostituito per la prima volta l’espressione “ruolo fondamentale” con “ruolo decisivo”.

La terza sessione plenaria del XX Comitato Centrale del PCC ha proposto di “concentrarsi sulla costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello, valorizzando appieno il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse e consentendo al governo di svolgere al meglio il proprio ruolo”.

Queste importanti formulazioni dimostrano chiaramente il ruolo centrale del rapporto tra governo e mercato nell’ambito dell’agenda complessiva delle riforme.

1.2 Perché questa questione è centrale

Nel contesto delle riforme cinesi, discutere del rapporto tra governo e mercato significa affrontare la questione cruciale di come vengono allocate le risorse.

Un’economia è composta da molti fattori di produzione diversi, distribuiti in luoghi differenti: terra, capitale, capitale umano, tecnologia e così via. Comprende anche un numero elevatissimo di consumatori alla ricerca di una vastissima gamma di prodotti. Chi utilizza questi fattori di produzione, quali prodotti produce e come questi prodotti vengono distribuiti ai consumatori sono questioni fondamentali di allocazione delle risorse.

Il rapporto tra governo e mercato consiste quindi nel chiarire se sia il governo o il mercato a svolgere il ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse.

Nell’economia pianificata, il governo interveniva direttamente nell’attività economica, allocando i fattori di produzione attraverso piani statali. Ciò creava due ostacoli all’efficienza che risultavano difficili da superare.

Il primo problema riguardava l’elaborazione delle informazioni. Gli enti di pianificazione centrale dovevano raccogliere ed elaborare enormi quantità di informazioni in continua evoluzione sull’intera economia. Anche solo determinare cosa ogni persona desiderasse acquistare e consumare, e a quale prezzo, rappresentava una sfida enorme. Gli enti di pianificazione non erano in grado di acquisire questa vasta mole di informazioni dettagliate, il che rendeva difficile allocare le risorse ai loro usi più appropriati: un problema noto come cattiva allocazione delle risorse.

Il secondo problema riguardava gli incentivi. I piani stabilivano cosa produrre, quanto produrre e a quale prezzo vendere. Determinavano anche i profitti che potevano essere distribuiti a ciascuna impresa e il reddito che ogni dipendente avrebbe ricevuto. Questo sistema era privo di incentivi intrinseci per aumentare la produzione, migliorare la qualità o innovare tecnologicamente, con conseguente bassa efficienza produttiva: un problema noto come incompatibilità degli incentivi.

In un’economia di mercato, le risorse produttive vengono allocate attraverso meccanismi di mercato.

Innanzitutto, i prezzi veicolano una vasta gamma di informazioni. I prezzi sono determinati dall’interazione tra domanda e offerta. Quando un prodotto scarseggia, il suo prezzo aumenta automaticamente, scoraggiando il consumo e stimolando la produzione; vale anche il contrario. Questa “mano invisibile” può indirizzare automaticamente e rapidamente le risorse verso le aree in cui sono più necessarie, contribuendo a far sì che prodotti e servizi soddisfino al meglio le esigenze individuali dei consumatori.

In secondo luogo, il processo decisionale decentralizzato si avvale delle conoscenze locali. Innumerevoli imprese e consumatori possono prendere decisioni appropriate utilizzando solo le informazioni a loro disposizione a livello locale.

In terzo luogo, gli incentivi incoraggiano la riduzione dei costi, il miglioramento della qualità e l’innovazione. Le imprese che mirano al profitto e gli individui che cercano un reddito hanno forti incentivi a ridurre i costi, migliorare la qualità e sviluppare nuove tecnologie e prodotti. Il meccanismo della concorrenza di mercato, che premia le imprese più performanti ed elimina quelle più deboli, spinge le imprese a innovare continuamente e a migliorare la propria competitività.

Dall’inizio delle riforme e dell’apertura, una corretta gestione del rapporto tra governo e mercato ha significato principalmente ridurre l’intervento statale nell’allocazione delle risorse, consentendo al mercato di svolgere un ruolo fondamentale – e successivamente decisivo – migliorando l’efficienza dell’allocazione delle risorse della società, accelerando lo sviluppo economico, innalzando il tenore di vita e rafforzando le capacità nazionali.

Il segretario generale Xi Jinping ha dichiarato:

“Il fatto che sia il mercato a determinare l’allocazione delle risorse è una legge generale dell’economia di mercato. Un’economia di mercato è, in sostanza, un’economia in cui è il mercato a determinare l’allocazione delle risorse.”

I risultati conseguiti negli ultimi 47 anni dimostrano che le riforme hanno mobilitato in modo significativo l’iniziativa di tutti i tipi di operatori di mercato e lavoratori, liberando appieno le forze produttive e generando una rapida crescita economica e un sostanziale miglioramento del tenore di vita.

1.3 Nuovi requisiti: promuovere insieme lo sviluppo e la governance

Nel motivare la risoluzione , il Segretario Generale Xi Jinping ha dichiarato:

“Concentrandosi sulla questione centrale della corretta gestione del rapporto tra governo e mercato, il progetto di risoluzione dà risalto alla costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello e definisce le disposizioni per le aree chiave e gli aspetti critici della riforma economica.”

Gestire adeguatamente questo rapporto rimane la questione centrale per la costruzione di un’economia di mercato di alto livello.

Nella sezione dedicata alla costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello, la Risoluzione afferma:

«Dobbiamo sfruttare al meglio il ruolo dei meccanismi di mercato, creare un contesto di mercato più equo e dinamico, ottimizzare l’efficienza dell’allocazione delle risorse e massimizzare i profitti, liberare la vitalità e al contempo garantire una regolamentazione efficace, mantenere meglio l’ordine di mercato e porre rimedio ai fallimenti del mercato, facilitare i flussi all’interno dell’economia nazionale e stimolare la spinta endogena e la vitalità innovativa della società.»

Perché il rapporto tra governo e mercato rimane centrale? Perché alcune riforme proposte molti anni fa sono ancora incompiute, mentre lo sviluppo economico e sociale ha generato nuove circostanze e problematiche che devono essere affrontate.

(1) Per realizzare appieno il ruolo decisivo del mercato è necessaria una riforma più profonda che abbracci più dimensioni

Dal punto di vista della teoria economica, “dare pieno spazio al ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse” presenta due dimensioni chiave.

La prima questione riguarda le regole di allocazione delle risorse: a chi spetta il ruolo principale, al mercato o al governo?

Il secondo quesito riguarda il comportamento dei partecipanti al mercato: le imprese si comportano più come imprese in un’economia pianificata o come imprese in un’economia di mercato?

In termini di regole di allocazione, una tipica economia pianificata pone sotto il controllo statale gli aspetti o le fasi principali di investimento, produzione, distribuzione, determinazione dei prezzi e forme di proprietà. In una tipica economia di mercato, questi aspetti sono regolati principalmente dai meccanismi di mercato.

La valutazione di queste regole richiede, come minimo, l’esame di cinque questioni:

  1. I prezzi dei prodotti sono determinati dal mercato o dal governo?
  2. I mercati dei prodotti hanno sviluppato un ambiente competitivo in cui l’offerta supera la domanda?
  3. I mercati dei fattori produttivi sono competitivi e i prezzi dei fattori sono determinati dal mercato?
  4. L’ingresso e l’uscita dal mercato sono determinati dalle forze di mercato?
  5. I concorrenti ricevono un trattamento equo, indipendentemente dal tipo di proprietà o dalla provenienza geografica?

Dall’inizio delle riforme e dell’apertura, la Cina ha compiuto progressi significativi nella costruzione della sua economia di mercato, sebbene tali progressi siano stati considerevolmente variabili a seconda delle diverse dimensioni. Attualmente, l’offerta supera la domanda nei mercati dei prodotti della stragrande maggioranza dei settori, la concorrenza è relativamente elevata e i prezzi sono generalmente determinati dal mercato. Le riforme negli altri tre ambiti devono accelerare, in particolare per quanto riguarda l’allocazione dei fattori produttivi basata sul mercato e l’ingresso e l’uscita dal mercato stesso.

I mercati dei fattori produttivi sono alla base dell’intero sistema di mercato. Attualmente, il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse non è ancora stato pienamente realizzato. La Risoluzione sottolinea la necessità di:

“Migliorare le istituzioni e le regole del mercato dei fattori produttivi, agevolare la libera circolazione dei fattori di produzione, allocare le risorse in modo efficiente e liberare appieno il potenziale del mercato; istituire un mercato unificato urbano-rurale per i terreni edificabili; rafforzare le istituzioni fondamentali per il sano sviluppo dei mercati dei capitali; e sviluppare mercati integrati a livello nazionale per la tecnologia e i dati.”

In sintesi, i prezzi di tutti i fattori produttivi dovrebbero essere determinati dal mercato, la loro circolazione autonoma e ordinata, e la loro allocazione efficiente ed equa. In particolare, tutti i tipi di entità economiche dovrebbero ricevere un trattamento paritario. I mercati dovrebbero determinare come allocare le risorse sulla base di valutazioni di efficienza e rischio, consentendo ai partecipanti al mercato di prendere decisioni ragionevoli sull’utilizzo dei fattori.

Un accesso equo al mercato e un meccanismo di uscita che elimini le imprese meno performanti sono elementi fondamentali per l’allocazione dei fattori produttivi basata sul mercato. Essi consentono ai fattori di produzione di confluire verso le imprese più solide e migliorano l’efficienza dell’allocazione.

Attualmente, la frammentazione del mercato locale continua a ostacolare l’accesso al mercato, mentre i vari sussidi interferiscono con la concorrenza leale e l’eliminazione delle imprese meno performanti. È necessario rimuovere questi vincoli istituzionali profondamente radicati per liberare ulteriore potenziale di crescita e sviluppare forze produttive.

Migliorare i meccanismi di uscita delle imprese dal mercato è altrettanto urgente e importante. Si tratta di una riforma volta a consentire alle imprese meno performanti di abbandonare il mercato. Premiare le imprese più performanti ed eliminare quelle meno performanti è una funzione fondamentale di un’efficace allocazione del mercato. Tuttavia, la Cina ha a lungo sofferto della mancanza di efficaci assetti istituzionali per quest’ultimo aspetto.

Per preservare l’occupazione e la produzione nel breve termine, alcuni enti locali salvano imprese che altrimenti dovrebbero cessare l’attività, consentendo alle aziende inefficienti di rimanere sul mercato. Il rafforzamento dei meccanismi di fallimento aziendale e delle procedure fallimentari per le persone fisiche, nonché il miglioramento delle procedure di cessazione dell’attività, possono migliorare sostanzialmente la qualità dello sviluppo economico. Si tratta di riforme importanti che richiedono progressi urgenti.

In sintesi, il mercato deve svolgere un ruolo decisivo in ogni fase – ingresso, funzionamento ed uscita – se si vuole che la produttività totale dei fattori migliori in modo efficace.

(2) Una migliore prestazione del governo significa una governance più forte

In un’economia di mercato socialista, il governo deve svolgere un ruolo attivo. Sottolineare tale ruolo è un aspetto importante delle riforme in Cina.

La Risoluzione descrive questo ruolo in termini vividi: il governo deve sia “liberare la vitalità” sia “garantire una regolamentazione efficace”. Liberare la vitalità significa ridurre l’intervento in modo che il mercato possa svolgere un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse. Ma cosa dovrebbe prevedere una regolamentazione efficace?

Innanzitutto, dovrebbe porre rimedio ai fallimenti del mercato.

Tra i fallimenti del mercato rientrano l’incapacità dei meccanismi di mercato di affrontare le esternalità negative generate dai partecipanti al mercato e i monopoli che la concorrenza può produrre.

Un tipico esempio di esternalità negativa si verifica quando un’impresa trae profitto dalla produzione mentre la società sopporta i costi dell’inquinamento da essa causato. Poiché incentivi e vincoli non sono allineati, il mercato non è in grado di risolvere il problema autonomamente; è necessaria una regolamentazione governativa.

La concorrenza può anche dare origine a imprese monopolistiche. Tali imprese possono usare il loro potere di mercato per imporre prezzi elevati ai consumatori, danneggiare i loro interessi e minare la concorrenza attraverso pratiche irragionevoli. Il governo deve pertanto regolamentare i monopoli e la concorrenza sleale.

In secondo luogo, il governo dovrebbe tutelare l’equità e la giustizia sociale.

La Cina è un’economia di mercato socialista, in cui garantire che tutti i cittadini partecipino ai frutti dello sviluppo è un requisito imprescindibile. Il governo deve svolgere un ruolo attivo in tal senso.

L’allocazione di mercato può portare a una polarizzazione nella distribuzione della ricchezza sociale, rendendo necessarie politiche redistributive più incisive. Con il proseguire della crescita economica, la società esprime anche aspettative più diversificate ed esigenti in merito all’istruzione di base, all’assistenza sanitaria essenziale, alla tutela del salario minimo, alla sicurezza sociale e alla protezione del lavoro.

Un’economia di mercato socialista di alto livello deve conseguire un miglioramento sostanziale nella misura in cui i benefici dello sviluppo sono condivisi all’interno della società. Ciò rafforzerà il sostegno pubblico alla riforma e creerà la comprensione condivisa e lo slancio pratico necessari per approfondirla.

Ad esempio, con la crescente integrazione dei lavoratori migranti di seconda e terza generazione nella vita urbana, aumentano anche le loro richieste di pari opportunità e accesso alle prestazioni sociali. Ciò richiede riforme più rapide per garantire uno scambio equo e un flusso bidirezionale di fattori produttivi tra aree urbane e rurali, a sostegno della loro prosperità e del loro sviluppo condivisi.

2. Sviluppo congiunto di due tipologie di imprese compatibili con il mercato

Il passaggio da un’allocazione pianificata delle risorse a un sistema in cui il mercato svolge un ruolo decisivo richiede più che modifiche a leggi e regolamenti. Richiede anche cambiamenti nel comportamento degli operatori di mercato.

Il comportamento delle imprese concorrenti è fondamentale per la qualità della concorrenza di mercato. Un’economia di mercato sana richiede la rapida crescita di imprese la cui condotta sia coerente con i principi che ne regolano l’attività.

2.1 Imprese private: partecipanti naturali in un’economia di mercato

Le imprese private sono radicate nel contesto di mercato e sono partecipanti naturali di un’economia di mercato. Le loro scelte e i vincoli di bilancio sono determinati dai meccanismi di mercato.

Da un lato, perseguono come obiettivi principali il profitto e lo sviluppo sostenibile a lungo termine, tenendo conto anche di diverse responsabilità sociali. Dall’altro, devono affrontare vincoli di bilancio piuttosto rigidi e in genere non possono ottenere lo stesso sostegno governativo delle imprese statali.

Le imprese inefficienti e non competitive vengono estromesse dal mercato, consentendo alla concorrenza di premiare le più performanti ed eliminare le più deboli. Lo stato del settore privato determina quindi se i meccanismi di mercato possono funzionare efficacemente. Senza un settore privato ben sviluppato, l’economia di mercato socialista non può operare in modo efficace.

Nei primi anni delle riforme e dell’apertura economica, le imprese private erano prevalentemente di piccole e medie dimensioni. Le loro brevi catene decisionali, gli incentivi flessibili e la capacità di cambiare direzione rapidamente consentivano loro di rispondere con prontezza ai cambiamenti del mercato. Un gran numero di imprese si espanse rapidamente in settori come l’industria manifatturiera leggera e il tessile, dove l’offerta era limitata, la domanda pressante e le barriere tecnologiche relativamente basse.

Negli ultimi anni, il settore privato ha continuato ad espandersi, registrando notevoli miglioramenti in termini di solidità complessiva, capacità innovativa e competitività. Si è allontanato dal modello precedente, caratterizzato da numerose imprese generalmente piccole, tecnologicamente poco avanzate e di qualità complessiva relativamente bassa.

Le imprese private hanno migliorato rapidamente la loro tecnologia e la qualità dei loro prodotti, raggiungendo posizioni di leadership in alcuni settori. Alla fine di gennaio 2025, il numero di imprese private riconosciute come imprese nazionali ad alta tecnologia era passato da 28.000 nel 2012 a 420.000, mentre la loro quota sul totale era aumentata dal 62,4% a oltre il 92%. Le imprese private sono diventate una forza trainante nello sviluppo scientifico e nell’innovazione tecnologica.

I produttori di veicoli a energia pulita e di batterie, prevalentemente aziende private, hanno raggiunto livelli tecnologici all’avanguardia a livello nazionale e, in alcuni casi, anche internazionale. Anche la maggior parte delle aziende leader nell’economia delle piattaforme e nell’intelligenza artificiale sono di proprietà privata.

Il Comitato Centrale del PCC attribuisce grande importanza allo sviluppo del settore privato. Nel novembre 2002, il XVI Congresso Nazionale del PCC ha esplicitamente proposto i “due impegni irrinunciabili”: consolidare e sviluppare con fermezza il settore pubblico e incoraggiare, sostenere e guidare con altrettanta fermezza lo sviluppo del settore non pubblico. Il Comitato Centrale del PCC ha sempre mantenuto fede a questi impegni.

Dal XVIII Congresso Nazionale del PCC, il Comitato Centrale del PCC, con Xi Jinping al suo centro, ha continuato a perfezionare le teorie, i principi e le politiche a sostegno dello sviluppo del settore privato, istituendo un quadro istituzionale per incoraggiarlo, sostenerlo e guidarlo.

La terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC ha dichiarato:

“Sia il settore pubblico che quello privato sono componenti importanti dell’economia di mercato socialista e fondamenti essenziali per lo sviluppo economico e sociale della Cina.”

Ha inoltre chiarito che “i diritti di proprietà del settore pubblico sono inviolabili, così come quelli del settore non pubblico”.

Nel 2023, il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno pubblicato le Linee guida sulla promozione dello sviluppo e della crescita dell’economia privata . Il 17 febbraio 2025, il Segretario Generale Xi Jinping ha partecipato a un simposio sulle imprese private e ha pronunciato un importante discorso, rafforzando la fiducia e la motivazione delle imprese private.

Nel maggio 2025 è entrata in vigore la Legge sulla promozione del settore privato della Repubblica Popolare Cinese , che ha sancito per legge i “due impegni incrollabili” e ha fornito solide garanzie legali per lo sviluppo del settore privato.

In prospettiva, gli assetti istituzionali devono essere ulteriormente migliorati per creare un ambiente equo, imparziale e affidabile per il settore privato e per stabilizzare le aspettative delle imprese.

Nell’ambito dell’accesso al mercato, i settori relativi alla pianificazione e agli investimenti nazionali, compresi i segmenti competitivi delle infrastrutture, i principali programmi nazionali di ricerca tecnologica e gli investimenti nei settori del futuro, dovrebbero essere ugualmente aperti a tutti i tipi di imprese. Le imprese dovrebbero essere selezionate in base a criteri uniformi quali tecnologia, dimensioni e performance, piuttosto che in base alla proprietà.

In un contesto di concorrenza leale, nessuna impresa dovrebbe ricevere un accesso preferenziale ai fattori produttivi o alle opportunità di mercato. Nessuna impresa dovrebbe ottenere vantaggi speciali attraverso la protezione dalla concorrenza. Tutte dovrebbero affrontare i meccanismi di selezione del mercato su un piano di parità.

Nell’ambito della tutela giuridica, i diritti e gli interessi legittimi delle imprese, a prescindere dalla forma di proprietà, devono essere protetti in egual misura. La parità di trattamento è particolarmente importante in materia di antitrust e di applicazione amministrativa. Occorre porre particolare enfasi sulla prevenzione e sulla correzione dell’utilizzo di misure amministrative o penali per intervenire nelle controversie economiche. Le violazioni dei diritti di proprietà e degli interessi legittimi devono essere soggette alle stesse responsabilità, classificazioni penali e sanzioni, indipendentemente dalla forma di proprietà.

Promuovere uno sviluppo di alta qualità del settore privato richiede anche di evitare un circolo vizioso in cui politiche e leggi creano prima una concorrenza sleale e poi si introducono misure correttive per riparare i danni.

Alcuni problemi che affliggono il settore privato sono il risultato cumulativo di fattori istituzionali, operativi e politici di lunga data. Non è opportuno attendere che i problemi si accumulino per poi affidarsi a campagne di intervento mirate al fine di migliorare la situazione.

Le imprese private continuano a incontrare ostacoli espliciti e impliciti nell’accesso ai fattori produttivi. Si verificano ancora oggi tasse, multe e ispezioni arbitrarie, nonché sequestri illegittimi di beni. La tutela giudiziaria necessita inoltre di ulteriori miglioramenti quando le imprese private sono coinvolte in controversie economiche con enti governativi o imprese statali.

A meno che questi problemi istituzionali radicati e di lunga data, nonché gli usi irregolari del potere amministrativo, non vengano affrontati a livello istituzionale, le campagne temporanee per migliorare il contesto imprenditoriale avranno un effetto limitato e duraturo e potrebbero minare le aspettative e la fiducia delle imprese private.

Allo stesso tempo, anche il settore privato ha le proprie carenze da affrontare. Le imprese devono migliorare le strutture di governance e i sistemi di gestione, rafforzare la conformità e prevenire i rischi legati alla corruzione.

2.2 Valorizzare al meglio il ruolo fondamentale e insostituibile delle imprese statali.

Pur puntando a un forte sviluppo del settore privato, la Cina deve anche consolidare e potenziare il settore pubblico.

Dopo anni di riforme e innovazioni, l’economia statale si è adattata molto meglio all’economia di mercato socialista. In particolare, le recenti iniziative volte ad approfondire e rafforzare la riforma delle imprese statali hanno prodotto risultati sempre più concreti.

I meccanismi operativi orientati al mercato sono migliorati significativamente. I consigli di amministrazione sono stati istituiti praticamente ovunque fosse necessario, con una maggioranza di amministratori esterni. Per le imprese statali operanti in settori competitivi, il profitto e lo sviluppo a lungo termine sono diventati le motivazioni primarie e il loro comportamento assomiglia sempre più a quello delle moderne imprese in un’economia di mercato.

In quanto partecipanti al mercato in un’economia di mercato socialista, le imprese statali devono anche svolgere determinate funzioni speciali.

La risoluzione auspica che i capitali statali siano concentrati in aree e direzioni chiave: industrie importanti e settori critici legati alla sicurezza nazionale e alle infrastrutture vitali dell’economia; servizi pubblici, capacità di risposta alle emergenze e settori di interesse pubblico che incidono sull’economia e sul sostentamento delle persone; e industrie emergenti strategiche e lungimiranti.

Si tratta di settori in cui le imprese private mostrano una scarsa propensione a partecipare o non possiedono le capacità necessarie.

In primo luogo, nell’ambito dell’innovazione, le imprese statali dovrebbero assumersi le maggiori responsabilità e svolgere un ruolo guida, fungendo da fonti di tecnologie originali e da leader delle moderne filiere industriali.

Le loro capacità di innovazione tecnologica continuano a migliorare. Dal 2022 al 2024, le imprese statali a gestione centrale hanno speso più di 1.000 miliardi di yuan all’anno in ricerca e sviluppo per tre anni consecutivi. Nel 2024, l’intensità della loro attività di ricerca e sviluppo è salita al 2,8%.

Importanti innovazioni sono emerse nei settori dei voli spaziali con equipaggio, dell’esplorazione lunare e marziana, dell’esplorazione degli abissi marini e terrestri, della navigazione satellitare, dell’energia nucleare, delle nuove tecnologie energetiche e della produzione di grandi aeromobili. Le imprese statali hanno svolto un ruolo fondamentale in questi successi.

In secondo luogo, dovrebbero assumersi in modo proattivo compiti urgenti e difficili, svolgendo un ruolo cruciale nella risposta a rischi e sfide importanti come epidemie e disastri naturali, e nel supporto ai principali eventi nazionali.

È necessario istituire un sistema di valutazione per il raggiungimento delle loro missioni strategiche, al fine di guidare le imprese a gestione centrale nel coordinamento delle proprie responsabilità economiche, politiche e sociali e nella piena realizzazione del loro ruolo di supporto strategico.

In terzo luogo, le imprese statali dovrebbero continuare a rafforzare il loro ruolo nei settori e negli ambiti cruciali per la sicurezza nazionale e l’economia nazionale. Ciò include garantire l’approvvigionamento di energia e risorse essenziali, espandere l’esplorazione e lo sviluppo a livello nazionale, incrementare le riserve e la produzione e migliorare l’impiego del capitale statale nelle risorse energetiche estere e nei minerali strategici critici.

Dovrebbero inoltre svolgere un ruolo importante nello sviluppo di hub infrastrutturali chiave e di nuove forme di infrastrutture.

La fase successiva dovrebbe proseguire con l’approfondimento della riforma delle imprese statali, trasformando i vincoli di bilancio da “flessibili” a “rigidi” e garantendo la parità di partecipazione a una concorrenza di mercato equa. La riforma dovrebbe rafforzare le loro funzioni principali e la loro competitività.

Al contempo, è necessario ottimizzare la struttura e l’assetto dell’economia statale, consentendo alle imprese statali di svolgere il loro ruolo insostituibile e di dimostrare appieno le caratteristiche di capitale strategico, di sicurezza, fondamentale e di pazienza proprie del capitale statale e delle imprese statali.

3. Istituzioni fondamentali: dare uguale importanza allo sviluppo e alla governance, rafforzare la fiducia e stabilizzare le aspettative.

La risoluzione prevede disposizioni sistematiche per un’ulteriore riforma globale, comprese riforme di fondamentale importanza per l’intera economia.

Il segretario generale Xi Jinping ha sottolineato:

“Costruire un mercato nazionale unificato, approfondire la riforma dei fattori produttivi orientata al mercato e sviluppare un sistema di mercato di alto livello. Migliorare le istituzioni fondamentali dell’economia di mercato, tra cui la tutela dei diritti di proprietà, l’accesso al mercato, la concorrenza leale e il credito sociale.”

Queste istituzioni sono importanti perché forniscono le garanzie fondamentali per il funzionamento efficace di un’economia di mercato socialista. Sono prerequisiti necessari e requisiti intrinseci per consentire al mercato di svolgere il suo ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse e per permettere al governo di adempiere al meglio al proprio ruolo.

3.1 Tutela dei diritti di proprietà

Un’economia di mercato socialista di alto livello dovrebbe avere diritti di proprietà chiaramente definiti e fortemente tutelati.

La risoluzione chiede di “migliorare il sistema dei diritti di proprietà e di garantire una tutela giuridica equa e duratura per i diritti di proprietà di tutte le forme di titolarità”.

Rispetto alle formulazioni precedenti, l’aggiunta dell’aggettivo “duraturo” è significativa. È particolarmente importante per rafforzare la fiducia nello sviluppo a lungo termine del settore privato e per incoraggiare gli investimenti a lungo termine.

Gli studiosi in Cina e all’estero riconoscono generalmente una significativa correlazione positiva tra la tutela dei diritti di proprietà e gli investimenti a lungo termine.

Un’efficace tutela giuridica dei diritti di proprietà delle organizzazioni economiche, in tutte le loro forme, nonché di quelli dei singoli cittadini, può accrescere il senso di sicurezza degli investitori in merito ai loro beni e al loro patrimonio, stabilizzare le aspettative del mercato, rafforzare la fiducia della società nello sviluppo a lungo termine e stimolare l’imprenditorialità e l’innovazione.

Garantendo che la sicurezza della proprietà supporti aspettative stabili, tale protezione stabilisce una solida base istituzionale per uno sviluppo economico e sociale sano e duraturo e per una stabilità nazionale stabile.

Accelerare i miglioramenti nella tutela dei diritti di proprietà richiede un trattamento equo e la protezione di tutti i tipi di diritti di proprietà.

A questo punto, la Cina dovrebbe garantire una protezione legale equa e duratura per le proprietà non appartenenti al settore pubblico, abolire le disposizioni irragionevoli che le riguardano ed eliminare gli ostacoli occulti.

Occorre prestare particolare attenzione alla tutela attraverso le forze dell’ordine e il sistema giudiziario. Occorre migliorare i meccanismi di ricorso, revisione, riesame e altri rimedi nelle controversie patrimoniali in ambito commerciale. Occorre rendere più accessibili i canali per la risoluzione delle controversie patrimoniali che coinvolgono la pubblica amministrazione. Occorre prevenire e correggere l’utilizzo di misure amministrative o penali per intervenire nelle controversie economiche.

Le violazioni dei diritti di proprietà e degli interessi legittimi dovrebbero comportare le stesse responsabilità, classificazioni penali e sanzioni, a prescindere dalla proprietà. I ​​meccanismi per l’individuazione e la correzione dei casi di illeciti aziendali dovrebbero essere rafforzati, così come i sistemi di risarcimento punitivo.

Nell’ambito del rafforzamento istituzionale, la Cina dovrebbe accelerare l’emanazione e la revisione di leggi e regolamenti riguardanti i diritti reali, i diritti dei creditori, le partecipazioni azionarie e altri diritti di proprietà. Dovrebbe chiarire la definizione di proprietà, migliorare l’insieme dei diritti connessi alla proprietà e tutelare legalmente i diversi diritti derivanti dalla proprietà stessa.

3.2 Accesso al mercato

L’ingresso nel mercato è un prerequisito per la partecipazione delle imprese all’attività economica e rappresenta la prima soglia da superare. Le modalità di definizione, gestione e aggiornamento dei requisiti di ingresso sono tutte questioni che devono essere affrontate.

Attualmente, il protezionismo locale è una delle principali cause della frammentazione del mercato.

Per promuovere l’occupazione e lo sviluppo locale, alcuni enti locali privilegiano le imprese locali nelle opportunità di mercato e di investimento attraverso barriere all’ingresso esplicite o implicite, politiche di concorrenza sleale e pratiche di appalto pubblico discriminatorie, svantaggiando al contempo le imprese provenienti da altre zone.

Tale condotta ostacola la libera circolazione e l’allocazione di beni e fattori produttivi su base di mercato in aree più vaste, mina la concorrenza leale e impedisce un’allocazione ottimale delle risorse.

Il 1° luglio 2025, in occasione della sesta riunione della Commissione centrale per gli affari finanziari ed economici, il Segretario generale Xi Jinping ha affermato che la promozione del mercato nazionale unificato richiede “cinque unificazioni e un’apertura”: istituzioni di mercato fondamentali unificate, infrastrutture di mercato unificate, standard unificati per la condotta del governo, regolamentazione e applicazione unificate del mercato, mercati unificati dei fattori produttivi e delle risorse, e una continua espansione dell’apertura sia interna che esterna.

Questi requisiti definiscono il quadro istituzionale di base per un mercato nazionale unificato. Essi individuano un percorso pratico per affrontare questioni complesse come il protezionismo locale, la frammentazione del mercato e la concorrenza sleale, eliminando al contempo le barriere istituzionali e operative profondamente radicate.

Nel 2024 sono state pubblicate le Linee guida per la creazione di un mercato nazionale unificato (in via sperimentale) , sono state avviate iniziative specifiche per standardizzare l’applicazione delle leggi in materia commerciale e la lista negativa per l’accesso al mercato è stata ulteriormente ridotta.

Attraverso la creazione di nuovi assetti e l’eliminazione di vecchie barriere, sta prendendo forma un mercato nazionale unificato più efficiente, ben regolamentato, equamente competitivo e pienamente aperto.

3.3 Concorrenza leale

La concorrenza leale è un requisito fondamentale di un’economia di mercato e le istituzioni che la tutelano sono essenziali per migliorare l’efficienza nell’allocazione delle risorse.

Solo una concorrenza leale può consentire alle imprese più forti di avere successo e a quelle più deboli di uscire dal mercato, ottimizzare l’allocazione delle risorse e incoraggiare l’innovazione e la competitività sostenibili.

Una concorrenza leale richiede mercati sufficientemente competitivi.

Innanzitutto, occorre definire e migliorare le politiche e i quadri giuridici in materia di concorrenza, nonché attuare efficacemente le norme antitrust e contro la concorrenza sleale.

In secondo luogo, la Cina dovrebbe creare un ambiente competitivo stabile, aperto, trasparente e prevedibile. I sistemi di divulgazione delle informazioni di mercato dovrebbero essere migliorati, le nuove norme provvisorie sulla divulgazione delle informazioni aziendali dovrebbero essere implementate e le pratiche di divulgazione aziendale standardizzate, consentendo a tutte le imprese di competere con informazioni adeguate e pari tutela legale.

In terzo luogo, le pressioni competitive associate all’economia delle piattaforme dovrebbero essere affrontate in modo esaustivo. Dovrebbe essere istituito e perfezionato un meccanismo di revisione antitrust categorizzato e a più livelli per le concentrazioni aziendali, insieme a norme che regolino la concorrenza leale nell’economia digitale. Dovrebbero essere esplorati sistemi di revisione e valutazione della concorrenza per le forme di mercato emergenti come le piattaforme internet, gli algoritmi e i modelli di intelligenza artificiale su larga scala.

La concorrenza leale richiede inoltre che il governo si astenga da interventi irragionevoli sul mercato.

Quando gli operatori di mercato allocano le risorse secondo le regole del mercato, la sovraccapacità industriale generalmente non raggiunge livelli estremi. Chi continua a investire ritiene di possedere una maggiore competitività e di poter utilizzare l’innovazione per combinare i fattori produttivi in ​​modo più efficace, migliorare la qualità, ridurre i costi e aumentare l’efficienza.

Tale concorrenza consente alle imprese efficienti di soppiantare quelle inefficienti e ai prodotti di alta qualità di rimpiazzare quelli obsoleti, migliorando l’allocazione delle risorse in tutto il settore.

L’intervento governativo, tuttavia, può avvalersi di politiche preferenziali per sostenere le imprese che non possiedono una reale competitività, impedendo al mercato di premiare le aziende più performanti ed eliminare quelle più deboli.

In questo modo, possono coesistere imprese solide che si affidano alle proprie capacità e imprese deboli sostenute da aiuti governativi. Nuove imprese continuano a entrare nel mercato, mentre quelle esistenti non vengono efficacemente selezionate, aggravando inevitabilmente la sovraccapacità.

Per la maggior parte dei settori, lo scopo fondamentale delle politiche e delle leggi dovrebbe essere quello di garantire a tutte le imprese un equo accesso al mercato, pari opportunità competitive e pari tutela legale.

Il mantenimento dell’unità del mercato richiede innanzitutto coerenza negli accordi fiscali e tributari. Il governo centrale dovrebbe standardizzare le norme locali per l’attrazione degli investimenti e definire chiaramente e far rispettare rigorosamente i limiti ai sussidi fiscali, ai rimborsi d’imposta, alle agevolazioni sul trasferimento di terreni e ad altre politiche preferenziali.

I trattamenti preferenziali illegali o non autorizzati dovrebbero essere rigorosamente vietati. La promozione degli investimenti locali dovrebbe passare da una competizione basata sull’offerta delle concessioni più generose a una competizione basata sulla creazione del miglior ambiente imprenditoriale e sull’attuazione delle riforme più efficaci.

3.4 Credito sociale

Un’economia di mercato si fonda su un’ampia specializzazione e cooperazione. I partecipanti al mercato si impegnano frequentemente in transazioni, scambi e collaborazioni, il che rende l’adempimento dei contratti, l’onestà e l’affidabilità particolarmente importanti.

Questi fattori determinano i costi e l’efficacia delle interazioni socio-economiche e l’ordine dell’attività economica. La Cina deve pertanto accelerare lo sviluppo di un sistema di credito sociale profondamente integrato in ogni aspetto e fase dell’economia nazionale.

Occorre rafforzare un nuovo meccanismo di regolamentazione basato sul credito, con una supervisione creditizia che copra l’intera catena e l’intero ciclo di vita delle attività aziendali.

È necessario istituire e perfezionare un sistema di regolamentazione a più livelli e categorizzato: le imprese con un buon merito creditizio dovrebbero subire meno interferenze, mentre quelle con un merito creditizio scarso dovrebbero essere soggette a una supervisione più rigorosa. Premiare l’affidabilità e sanzionare le violazioni della fiducia può accrescere la consapevolezza delle imprese in materia di integrità e conformità.

Al contempo, è necessario migliorare i meccanismi di ripristino del credito per le imprese che si impegnano attivamente a risolvere i problemi e a implementare sistemi di conformità. Un approccio differenziato e a più livelli, con una rimozione graduale delle restrizioni, dovrebbe consentire e incoraggiare le imprese a ricostruire il proprio credito in modo agevole ed efficiente.

III. Riforma inclusiva: promuovere l’armonia sociale attraverso la costruzione delle istituzioni

Condividere i frutti dello sviluppo contribuisce a promuovere l’armonia sociale. La condivisione è un requisito essenziale del socialismo con caratteristiche cinesi.

La risoluzione sottolinea:

“Rimanere fedeli a un approccio incentrato sulle persone, rispettare il ruolo primario e lo spirito pionieristico del popolo, rispondere alle sue preoccupazioni attraverso le riforme e garantire che le riforme siano per il popolo, si basino sul popolo e producano benefici condivisi da tutti.”

Negli ultimi anni, gli sforzi volti a condividere i benefici dello sviluppo hanno prodotto alcuni risultati. L’esperienza dimostra, tuttavia, che gli adeguamenti politici non integrati in istituzioni solide hanno una portata e un’efficacia limitate e sono soggetti a fluttuazioni.

Nel lungo periodo, il raggiungimento e il mantenimento di un livello relativamente stabile di sviluppo condiviso richiedono riforme inclusive. Le istituzioni devono garantire che la collettività possa partecipare in modo equo e ragionevole ai benefici dello sviluppo economico e del progresso sociale, compresi i diritti, le opportunità, i processi e i risultati.

Il rapporto della Banca Mondiale del 2018, “Povertà e prosperità condivisa: ricomporne i pezzi del puzzle della povertà” , afferma che lo sviluppo inclusivo si concentra sulla lotta all’esclusione sociale attraverso politiche pubbliche istituzionalizzate, garantendo che tutti partecipino ai benefici dello sviluppo, eliminando le disuguaglianze di opportunità e impedendo che la stratificazione sociale si radichi. Un sistema di protezione sociale completo fornisce un’importante garanzia istituzionale.

Dalla crisi finanziaria del 2008, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha prestato sempre maggiore attenzione alle persistenti disuguaglianze nella crescita, nel reddito e nella distribuzione della ricchezza all’interno e tra i paesi membri. Ha incoraggiato un passaggio da un’enfasi esclusiva sulla crescita economica a una maggiore inclusività, garantendo che i benefici della crescita siano condivisi più ampiamente.

Un’ulteriore riforma globale della Cina dovrebbe rafforzare l’inclusività, smantellare le barriere istituzionali allo sviluppo inclusivo e istituire istituzioni di supporto che combinino la parità di opportunità con l’equità dei risultati.

1. Accelerare le riforme a sostegno della prosperità comune: promuovere l’armonia attraverso benefici condivisi

Dall’inizio delle riforme e dell’apertura, la forza economica della Cina è cresciuta rapidamente, il tenore di vita è migliorato costantemente, la lotta alla povertà ha ottenuto risultati straordinari e la protezione sociale urbana si è rafforzata in modo costante.

Nel complesso, tuttavia, la prosperità comune richiede un grado relativamente elevato di condivisione all’interno della società. Come minimo, ciò implica due condizioni fondamentali: divari di reddito relativamente ridotti tra individui e gruppi, e disparità relativamente ridotte nei servizi pubblici di base forniti dal governo.

I dati aggregati indicano che si tratta di un compito arduo. Misurato dal coefficiente di Gini, l’indicatore più comunemente utilizzato per la disuguaglianza di reddito, il divario di reddito in Cina si è ridotto costantemente dal 2008 al 2015, ma è rimasto relativamente ampio e stabile dal 2016. All’interno di questo quadro generale, il divario di reddito tra aree urbane e rurali si è leggermente ridotto, mentre la disuguaglianza di reddito tra i residenti urbani ha mostrato una certa tendenza ad ampliarsi.

Le ampie disparità di reddito non solo minano direttamente l’equità e la condivisione, ma limitano anche lo sviluppo. Attualmente, il principale ostacolo allo sviluppo economico della Cina si è spostato dal lato dell’offerta a quello della domanda. Gli ampi divari di reddito lasciano alcuni residenti privi di sufficiente potere d’acquisto.

Accelerare le riforme volte a migliorare la distribuzione del reddito può quindi promuovere sia la condivisione che lo sviluppo. Esistono due direzioni principali per una riforma inclusiva, entrambe le quali richiedono una ricerca più rapida e un’attuazione più incisiva.

La prima consiste in politiche volte a ridurre le disparità di reddito tra le persone.

La priorità è accelerare gli interventi istituzionali volti ad aumentare il reddito delle fasce di popolazione a basso reddito. Negli ultimi anni, uno dei punti focali della riforma fiscale a livello internazionale è stata la riduzione del carico fiscale sul reddito personale per i lavoratori e le famiglie a basso e medio reddito, al fine di rendere la tassazione più equa e inclusiva.

Considerate le caratteristiche dell’attuale sistema fiscale cinese, le detrazioni aggiuntive speciali per l’imposta sul reddito delle persone fisiche necessitano di ulteriori miglioramenti.

Le agevolazioni fiscali per i redditi elevati dovrebbero essere gradualmente eliminate. Gli enti locali non dovrebbero offrire agevolazioni fiscali, né palesi né occulte, con la motivazione che le imprese si trasferiscono, investono a livello locale, istituiscono fondi di venture capital o avviano nuove attività.

Le entrate derivanti dalla messa sul mercato di terreni edificabili commerciali di proprietà collettiva nelle zone rurali e dal riutilizzo di alloggi inutilizzati dovrebbero essere prioritariamente impiegate per migliorare la protezione sociale dei residenti rurali. Come i residenti urbani, anche loro non dovrebbero più dipendere dalla terra come rete di sicurezza sociale. Ciò fornirebbe alle fasce di popolazione a basso reddito una protezione più efficace e stabile.

Le politiche che privilegiano l’occupazione dovrebbero essere ulteriormente migliorate. Occorre particolare cautela nei confronti delle tecnologie che si limitano a sostituire il lavoro umano, e si dovrebbero valutare le relative politiche fiscali. Ad esempio, si potrebbero imporre tasse o imposte speciali su determinati robot e applicazioni di intelligenza artificiale con evidenti effetti di perdita di posti di lavoro, destinando il ricavato al sostegno dei lavoratori licenziati.

In sintesi, per compiere progressi significativi verso la prosperità comune è necessario ridurre il coefficiente di Gini al di sotto di 0,4 e portare il rapporto tra reddito urbano e rurale al di sotto di 2,0. Si tratta di un compito estremamente arduo, che richiede l’adozione di strutture istituzionali sufficientemente solide.

La seconda consiste in politiche volte a uniformare i servizi pubblici di base.

Nella fase di modernizzazione, il miglioramento della qualità della vita dipende sempre più da una maggiore offerta di beni pubblici di qualità superiore.

In Cina, aumentare in modo sostanziale i redditi delle fasce a basso reddito nel breve termine è difficile, il che rende particolarmente importante l’espansione dei beni pubblici di base ampiamente accessibili.

Innanzitutto, è necessario rafforzare la protezione sociale per i gruppi la cui copertura e i cui benefici sono relativamente limitati. Le pensioni dei residenti delle zone rurali, ad esempio, sono basse e devono essere urgentemente aumentate a un livello adeguato al livello di sviluppo della Cina e alle esigenze di prosperità comune.

In secondo luogo, occorre studiare e promuovere riforme per integrare pienamente i residenti urbani sprovvisti di registrazione anagrafica locale nei sistemi di servizi pubblici urbani. I residenti di lunga data provenienti da altre zone dovrebbero godere degli stessi diritti e dello stesso trattamento dei residenti con registrazione anagrafica locale.

La riforma degli alloggi sovvenzionati nelle aree urbane dovrebbe essere portata avanti per includere tutti i residenti permanenti.

Anche in presenza di redditi personali differenti, il livello di condivisione e armonia sociale migliorerà sostanzialmente se i cittadini potranno usufruire di servizi pubblici di base di alta qualità e in modo equo, ovunque vivano, senza grandi disparità nell’accesso a servizi per l’infanzia, istruzione, retribuzione del lavoro, assistenza sanitaria, assistenza agli anziani, alloggio e sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione.

2. Accelerare la riforma della protezione sociale per l’era dell’IA: promuovere l’armonia attraverso benefici tecnologici ampiamente condivisi.

L’intelligenza artificiale sta progredendo più velocemente del previsto, apportando cambiamenti radicali al rapporto tra innovazione e occupazione.

Gli effetti dirompenti e trasformativi dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro differiscono significativamente da quelli del progresso tecnologico degli ultimi secoli. Persino all’interno della continua evoluzione tecnologica, che va dalle reti alla digitalizzazione fino ai sistemi intelligenti, gli effetti sull’occupazione variano.

Il networking fornisce principalmente connessioni che rendono più efficiente la trasmissione delle informazioni. La digitalizzazione mappa il mondo fisico in quello digitale, fornendo una base per un processo decisionale basato su dati concreti. Entrambi, in primo luogo, danno potere alle persone.

I sistemi intelligenti sono diversi. Possiedono una certa capacità di percepire, ragionare, prendere decisioni e agire, il che consente loro di svolgere flussi di lavoro relativamente completi e compiti interi.

Per questo motivo, i sistemi intelligenti possono sostituire rapidamente il lavoro di alcune persone.

Uno studio statunitense indica che l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile durante l’era della connettività e della digitalizzazione. Tuttavia, dal 2022, sebbene la domanda di posizioni altamente qualificate e che richiedono conoscenze approfondite sia rimasta costante, il reclutamento per posizioni impiegatizie di livello base e intermedio ha subito un notevole rallentamento, arrivando persino a diminuire dopo l’agosto 2025. I laureati sono stati i più colpiti da questo fenomeno.

Attualmente, i lavori con maggiori probabilità di essere sostituiti sono quelli standardizzati e ripetitivi, incentrati sull’elaborazione di testi, dati e informazioni. Le posizioni rilevanti nei servizi internet, nello sviluppo software e nei call center, ad esempio, sono particolarmente a rischio.

L’intelligenza artificiale, ovviamente, sta anche creando nuovi posti di lavoro. Nel complesso, tuttavia, ne crea più di quanti ne sostituisca.

Se la perdita di posti di lavoro causata dall’intelligenza artificiale dovesse continuare, potrebbe rappresentare una sfida importante per i sistemi di protezione sociale esistenti.

In passato, i sistemi di protezione sociale hanno subito una transizione da un modello “residuo” a un modello “istituzionale”. La protezione residuale assisteva principalmente i gruppi vulnerabili. Durante l’industrializzazione, tuttavia, la protezione sociale si è istituzionalizzata.

La mobilità della società industriale, il lavoro salariato e la separazione dai beni produttivi permanenti come la terra implicavano che i cittadini, in qualche fase della loro vita, avessero generalmente bisogno di protezione sociale. Pertanto, i paesi hanno ampiamente istituito cinque principali forme di assicurazione sociale: pensioni, assistenza sanitaria, disoccupazione, infortuni sul lavoro e maternità.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, le persone potrebbero trovarsi spesso a passare da un periodo di occupazione a uno di disoccupazione. La disoccupazione può colpire interi settori o categorie professionali, lasciando senza lavoro contemporaneamente un gran numero di persone con lo stesso background professionale o tecnico. Allo stesso tempo, anche le opportunità di reinserimento lavorativo potrebbero svanire.

Se questa tendenza dovesse continuare, il progresso tecnologico potrebbe generare un problema sociale sistemico.

I sistemi di protezione sociale dovrebbero, per quanto possibile, evitare di incoraggiare la dipendenza o la riluttanza al lavoro. Nell’era dell’intelligenza artificiale, tuttavia, né i singoli individui né la società nel suo complesso possono facilmente stabilire quali competenze o sforzi siano sufficienti a prevenire la disoccupazione. L’impegno e la formazione continua potrebbero non essere sufficienti.

La protezione sociale dovrebbe pertanto diventare più universale.

Due idee ampiamente dibattute meritano di essere studiate: il reddito di base universale (UBI) e il capitale di base universale (UBC).

Le proposte di reddito di base universale (UBI) prevedono la fornitura a tutti i cittadini di un pagamento fisso in denaro incondizionato, senza verifiche dei mezzi di sussistenza o requisiti lavorativi.

Le proposte dell’UBC sostengono l’assegnazione a ciascun cittadino di una quota di capitale pubblico, in modo che tutti possano partecipare ai rendimenti generati dal progresso tecnologico.

La loro logica di fondo è che l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire su larga scala i lavori di routine, riducendo continuamente la quota di reddito nazionale destinata alla remunerazione del lavoro e rendendo inefficaci i tradizionali sistemi di assistenza sociale, che intervengono a posteriori, nel compensare la disoccupazione tecnologica.

Il reddito di base universale (UBI) stabilisce un reddito minimo garantito per soddisfare i bisogni primari delle persone senza lavoro. Il reddito di base universale (UBC) conferisce alle persone il diritto ai profitti derivanti dalle industrie dell’intelligenza artificiale, consentendo a tutti di partecipare a una parte del dividendo tecnologico.

Diversi paesi e alcune organizzazioni internazionali stanno attivamente discutendo e studiando questi due modelli di protezione sociale inclusiva come possibili risposte all’impatto dell’IA sul mercato del lavoro. Finora, tuttavia, nessun paese ha avviato un’implementazione su vasta scala. Un numero crescente di governi riconosce che il reddito minimo universale previsto dal reddito di base universale (UBI) e il meccanismo di condivisione dei rendimenti del reddito di base universale (UBC) meritano attenzione.

La Cina possiede ingenti capitali statali, oltre a start-up che continuano a raccogliere grandi somme sui mercati finanziari.

Utilizzare una quota maggiore dei rendimenti del capitale statale per migliorare le condizioni di vita delle persone e convertire una parte ragionevole dei guadagni in conto capitale generati dal progresso tecnologico in beni condivisi da tutti, contribuirebbe ad affrontare le sfide occupazionali nell’era dell’IA e a rafforzare l’accettazione e il sostegno pubblico allo sviluppo e all’applicazione dell’IA.

3. Accelerare le riforme che bilanciano interessi diversi: promuovere l’armonia costruendo il consenso

Una caratteristica importante della fase di modernizzazione è che le aspirazioni delle persone a una vita migliore diventano più diversificate, così come le loro aspettative riguardo a come dovrebbero essere allocate le risorse della società.

In questa fase, diventa ancora più importante bilanciare interessi diversi, costruire un consenso e promuovere l’armonia sociale. Tre relazioni richiedono particolare attenzione.

Innanzitutto, la Cina deve gestire adeguatamente il rapporto tra il mantenimento dello sviluppo economico al centro e la promozione del lavoro in altri settori.

Durante la costruzione di una società moderatamente prospera, lo sviluppo economico rappresentava un’aspirazione pubblica impellente e un argomento di ampio consenso.

Durante la modernizzazione socialista, le esigenze della popolazione si diversificano. Le risorse materiali e l’attenzione del governo devono inevitabilmente essere distribuite su una gamma più ampia di settori, tra cui l’istruzione, la sanità e l’ambiente.

Tuttavia, ogni risorsa è limitata. La società dovrebbe quindi essere guidata verso una comprensione condivisa dell’importanza del lavoro economico, garantendo che risorse consistenti rimangano destinate allo sviluppo economico.

Allo stesso tempo, anche altri settori necessitano di progressi e dovrebbero ricevere risorse e opportunità di sviluppo in base alle preferenze del pubblico e alle proprie esigenze specifiche.

In secondo luogo, la Cina deve gestire adeguatamente il rapporto tra la motivazione dei governi locali e la costruzione di un mercato nazionale unificato.

Il contesto politico ed economico, sia nazionale che internazionale, è complesso e impegnativo. Per diverso tempo a venire, le economie locali continueranno a dover affrontare molteplici pressioni, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo trainato dall’innovazione, la circolazione tra produzione e consumo e le operazioni fiscali e tributarie.

Le amministrazioni locali devono pertanto essere pienamente motivate a promuovere lo sviluppo e incoraggiate a gestire l’attività economica in modo creativo, adattandola alle condizioni locali.

Al contempo, gli sforzi locali per stimolare la crescita possono produrre politiche che minano il mercato nazionale unificato.

Tra gli esempi si possono citare la limitazione della possibilità per le imprese di trasferirsi altrove; l’utilizzo di requisiti di qualificazione e altre barriere all’ingresso, esplicite o implicite, per bloccare l’importazione di prodotti provenienti da altre regioni; la concessione di sussidi fiscali, rimborsi d’imposta e agevolazioni fondiarie non autorizzati per attrarre investimenti; e l’abuso del potere amministrativo per escludere o limitare la concorrenza.

Un mercato nazionale unificato è essenziale per sfruttare appieno le vaste dimensioni del mercato cinese e migliorare l’efficienza nell’allocazione delle risorse. Le pratiche locali che favoriscono un’area a scapito di altre indeboliscono il potenziale di sviluppo complessivo del Paese.

La Cina deve pertanto incoraggiare l’iniziativa locale, prevenendo al contempo comportamenti che compromettano l’integrazione del mercato. Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una leadership competente e istituzioni ben strutturate.

In terzo luogo, la Cina deve gestire adeguatamente il rapporto tra l’incentivazione dell’innovazione e la salvaguardia dell’equità sociale.

L’innovazione è una delle principali fonti di crescita e gli imprenditori del settore tecnologico ne rappresentano la forza trainante più importante. Essi possono ottenere profitti considerevoli dall’innovazione e diventare una parte significativa della popolazione ad alto reddito.

Tuttavia, l’innovazione assume sempre più spesso la forma di applicazioni altamente intelligenti che impiegano un numero relativamente limitato di persone. In altre parole, può generare un piccolo numero di percettori di redditi eccezionalmente elevati, a vantaggio solo di un numero ristretto di lavoratori ordinari. Una maggiore innovazione potrebbe quindi essere accompagnata da una maggiore polarizzazione dei redditi.

La prosperità comune è un aspetto fondamentale della modernizzazione cinese, e istituzioni e politiche adeguate devono salvaguardarne il raggiungimento.

Si tratta di una questione complessa su cui non è facile raggiungere un consenso.

Ad esempio, ridurre le disparità di reddito richiederebbe in genere una tassazione più progressiva, con i redditi più alti che pagano di più. In pratica, tuttavia, le amministrazioni locali che cercano investimenti e crescita economica spesso concedono agevolazioni fiscali a investitori, detentori di brevetti tecnologici e dirigenti di grandi aziende.

Tali pratiche hanno una logica dal punto di vista dell’attrazione di risorse e della promozione della crescita locale, ma agiscono in direzione opposta rispetto alla prosperità comune.

Il rapporto tra questi obiettivi deve quindi essere gestito con attenzione, evitando di perseguirne uno a scapito dell’altro.

4. Accelerare le riforme per l’apertura istituzionale: promuovere l’armonia attraverso il mutuo vantaggio

Nei primi anni di riforme e apertura, la competitività industriale complessiva della Cina era relativamente debole. Nell’ambito della divisione internazionale del lavoro, si è sviluppato un rapporto tipicamente verticale con le economie avanzate.

I paesi sviluppati hanno sfruttato i loro vantaggi in termini di capitale, tecnologia, branding e gestione per occupare i settori di fascia medio-alta e le attività ad alto valore aggiunto. La Cina, invece, ha fatto affidamento su costi del lavoro inferiori e si è dedicata principalmente ad attività a basso valore aggiunto come la trasformazione e l’assemblaggio.

Oggi, la Cina e i paesi sviluppati hanno instaurato una divisione orizzontale del lavoro in alcuni settori. Cooperano e si specializzano all’interno degli stessi settori e categorie di prodotti, con tecnologie e standard di prodotto ampiamente comparabili.

Competizione non significa necessariamente scontro. Le industrie dei paesi sviluppati sono in competizione tra loro, eppure i loro paesi possono comunque cooperare.

In quanto fornitore di primaria importanza con una forte competitività in un’ampia gamma di prodotti, la Cina ha enormi potenzialità sia di competizione che di cooperazione con altri Paesi.

Durante il periodo di specializzazione verticale, la relativa debolezza della competitività industriale cinese ha portato il Paese a fare ampio ricorso a politiche preferenziali di esportazione, conferendo alla sua apertura un carattere dettato dalle politiche stesse.

In futuro, la Cina dovrebbe impegnarsi a passare da un’apertura basata sulle politiche a un’apertura istituzionale.

La risoluzione recita:

“Allinearsi proattivamente alle più rigorose norme economiche e commerciali internazionali, rendere compatibili norme, regolamenti, pratiche gestionali e standard in settori quali la tutela dei diritti di proprietà, i sussidi industriali, gli standard ambientali, la tutela del lavoro, gli appalti pubblici, il commercio elettronico e la finanza, e creare un contesto istituzionale trasparente, stabile e prevedibile.”

Questi sette ambiti sono fondamentali per il rispetto di norme economiche e commerciali internazionali di alto livello. Sono anche ambiti chiave in cui la Cina non riesce ad allinearsi agli standard internazionali.

Ad esempio, la tutela dei diritti di proprietà è fondamentale per costruire un paese innovativo.

Per lungo tempo, la Cina ha migliorato la sua tecnologia industriale e la sua competitività complessiva principalmente introducendo tecnologie straniere. Oggi, si sta avvicinando sempre di più alla frontiera tecnologica globale.

Le risorse per l’innovazione circolano ormai oltre i confini nazionali in un contesto altamente globalizzato. Il capitale di rischio, i talenti scientifici e tecnologici e i mercati dell’innovazione sono profondamente integrati nei sistemi globali.

Le risorse per l’innovazione tendono a concentrarsi laddove il contesto istituzionale per gli investimenti di capitale di rischio e l’imprenditorialità è più favorevole. Una debole tutela della proprietà intellettuale, o sanzioni insufficienti per violazione, contraffazione, falsificazione e frode, scoraggeranno gli innovatori dall’investire e avviare attività in Cina.

Analogamente, in materia di sussidi industriali, la Cina ha adeguato proattivamente le politiche di rimborso delle imposte sulle esportazioni per alcuni settori competitivi, in risposta ai cambiamenti nella forza industriale interna e nel panorama competitivo internazionale.

Il significato positivo dell’apertura istituzionale risiede nella creazione di un ambiente più trasparente e imparziale, che consente alle industrie cinesi di competere con quelle di altri Paesi in base a regole più eque.

Per molti anni, ad esempio, la Cina ha offerto politiche di esportazione preferenziali perché i suoi prodotti erano relativamente poco competitivi a livello internazionale.

Negli ultimi anni, la Cina ha registrato ingenti surplus commerciali. Sebbene questi riflettano principalmente la competitività intrinseca delle sue industrie, il loro protrarsi nel tempo potrebbe ostacolare lo sviluppo di relazioni economiche e commerciali internazionali reciprocamente vantaggiose. È pertanto necessario ridurre i sussidi ai prodotti di esportazione.

L’essenza dell’apertura istituzionale consiste nel dare ai mercati un ruolo maggiore nei flussi transfrontalieri di risorse.

Le politiche non dovrebbero più favorire una direzione di attività rispetto a un’altra. Al contrario, dovrebbero trattare in modo equo i flussi transfrontalieri bidirezionali di beni e fattori produttivi, garantendo parità di trattamento tra esportazioni e importazioni, investimenti esteri in entrata e in uscita, e imprese nazionali e a partecipazione estera.

In conclusione, un’ulteriore riforma globale dovrebbe partire dall’obiettivo di costruire un moderno paese socialista. Non dovrebbe sottrarsi alle esigenze di riforma importanti e difficili. Al contrario, la Cina dovrebbe individuare i compiti principali di una riforma orientata allo sviluppo, alla governance e all’inclusione in modo realistico, al passo con le circostanze in continua evoluzione, fornendo solide basi istituzionali per promuovere la modernizzazione cinese.

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Huang Yiping, Zhang Xiaojing, Wu Ge e Shi Kang sulla Cina e il riequilibrio globale

Fred Gao28 settembre
 
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Questa è la trascrizione della “Tavola rotonda IV: Riequilibrio nazionale e globale” tenutasi in occasione del Forum dei capi economisti della Tsinghua PBCSF del 2026.

I partecipanti erano

Huang Yiping , professore emerito Boya e preside della Scuola nazionale di sviluppo presso l’Università di Pechino;

Zhang Xiaojing , ricercatrice presso l’Istituto di Finanza e Banche dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e direttrice dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo;

Wu Ge , capo economista e assistente del presidente di Changjiang Securities;

Shi Kang, professore ordinario presso la Facoltà di Finanza dell’Università Tsinghua e direttore del suo Centro per la Politica Macroeconomica Internazionale.

Huang Yiping ha esortato il governo centrale ad assumersi maggiori debiti per risanare i bilanci degli enti locali e delle famiglie. Ha inoltre sostenuto che le politiche di stimolo economico devono essere più innovative. Nonostante i successivi cicli di nuove politiche negli ultimi tre o quattro anni, la pressione al ribasso sull’economia è persistita. A questo punto, ha suggerito, è necessario uno stimolo più incisivo per spezzare questo circolo vizioso. (Il mio primo pensiero è andato a un altro pacchetto di misure della stessa portata di quelle annunciate nella conferenza stampa congiunta da diverse importanti agenzie governative il 24 settembre 2024).

Zhang Xiaojing ha sottolineato che le politiche fiscali e monetarie dovrebbero essere integrate da “politiche patrimoniali”: destinare i beni pubblici a un utilizzo più produttivo, migliorarne i rendimenti e sostenere le famiglie attraverso agevolazioni sui mutui, una maggiore protezione sociale e migliori servizi pubblici. Ha inoltre evidenziato la tensione tra “investire nelle persone” e i rapporti tra governo centrale e governi locali, in particolare per quanto riguarda la responsabilità dei governi in merito ai risultati ottenuti. I governi locali possono investire nelle persone, ma queste persone possono trasferirsi altrove. I benefici sono quindi difficili da quantificare negli indicatori di performance dei funzionari locali, mentre la spesa rimane chiaramente visibile. Ciò indebolisce gli incentivi dei governi locali a realizzare investimenti significativi nelle persone. Per affrontare questo problema, Zhang ha sostenuto che il governo centrale dovrebbe assumere un ruolo guida, valutando le prestazioni su un orizzonte temporale più lungo.

Wu Ge , un veterano della politica monetaria cinese che ha trascorso molti anni nel dipartimento di politica monetaria della Banca Popolare Cinese, ha ribadito che la debolezza economica non può essere attribuita interamente a fattori strutturali come l’invecchiamento della popolazione. Le politiche anticicliche hanno ancora un ruolo da svolgere. Le politiche fiscali, monetarie e di altro tipo dovrebbero agire in sinergia e la transizione dai vecchi ai nuovi motori di crescita dovrebbe seguire il principio di “stabilire il nuovo prima di smantellare il vecchio”, piuttosto che permettere alle politiche di compensarsi a vicenda. Ha inoltre esortato i responsabili politici a fare di più per guidare le aspettative del mercato. La politica monetaria e fiscale dovrebbe avere una chiara “funzione di reazione”: un’inflazione eccessivamente bassa o una crescita nominale debole dovrebbero innescare automaticamente tagli dei tassi di interesse, espansione fiscale e misure per stabilizzare il mercato immobiliare. Se i responsabili politici non intervengono nemmeno quando gli indicatori nominali si deteriorano bruscamente, i mercati inizieranno inevitabilmente a mettere in discussione la loro determinazione.

Anche Shi Kang ha sostenuto un maggiore ricorso all’indebitamento da parte del governo centrale per alleviare la pressione sugli enti locali. La sua particolare preoccupazione riguardava la distribuzione: con il passaggio dell’industria da una produzione ad alta intensità di lavoro a una ad alta intensità di capitale, i benefici derivanti dalle esportazioni e dal progresso tecnologico potrebbero non affluire più automaticamente alle famiglie comuni. Sono quindi necessarie politiche più incisive per migliorare la distribuzione del reddito e garantire che le famiglie partecipino in modo più equo ai vantaggi della crescita.

Qui sotto trovate la versione integrale in inglese della trascrizione che ho realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Potete trovare la versione cinese sul blog WeChat di New Economist 新经济学家智库

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Shi Kang: Passiamo ora alla discussione. Anziché introdurre un’altra domanda, chiediamo innanzitutto al professor Huang di concludere il quarto punto che stava illustrando.

Huang Yiping: Sarei molto felice di continuare. Stiamo certamente affrontando nuove problematiche, ma gli squilibri non sono necessariamente tutti negativi. Anche il mio pensiero si sta evolvendo. In passato abbiamo avuto squilibri globali, e ora stiamo assistendo a nuovi sviluppi e ad alcuni fattori insoliti.

Se l’intelligenza artificiale si svilupperà nella direzione che prevedo, lo squilibrio tra domanda aggregata e offerta aggregata potrebbe non scomparire presto. Potrebbe persistere per un certo periodo.

All’inizio, Wu Ge chiese: qual è il problema che l’economia cerca effettivamente di risolvere? Il nostro presupposto è che le risorse siano scarse. L’economia studia come utilizzare le risorse limitate per produrre di più e soddisfare i bisogni delle persone, affrontando al contempo la relazione tra efficienza ed equità.

La mia valutazione preliminare è che la discrepanza tra domanda aggregata e offerta aggregata potrebbe persistere e che questo squilibrio persistente sarebbe dannoso per una crescita economica sostenibile. In passato, la Cina era ancora un’economia relativamente piccola e i mercati esteri erano più ricettivi alla sua produzione. Ora che la Cina è diventata una grande economia, una maggiore resistenza nei mercati internazionali renderebbe più accentuate le pressioni sulla capacità produttiva interna. Andando oltre, se l’intelligenza artificiale influenzasse l’offerta e la domanda in modo asimmetrico tra le economie nazionali, i problemi che la Cina affronta oggi potrebbero diventare problemi globali in futuro.

Ciò ha un’importante implicazione politica: per un certo periodo di tempo, potremmo aver bisogno di un sostegno politico costante alla domanda aggregata, piuttosto che di un singolo stimolo anticiclico una tantum quando l’economia è temporaneamente debole.

Possiamo già osservare due fenomeni. In primo luogo, l’economia subisce ogni anno una certa pressione al ribasso. Le politiche di sostegno la stabilizzano per un certo periodo, ma la pressione al ribasso di fondo non scompare. In secondo luogo, gli squilibri internazionali sembrano ampliarsi.

Forse è proprio questo che Wu Ge intendeva dire prima. Sebbene non condivida appieno le sue proposte specifiche, ne condivido l’orientamento generale: potremmo dover prendere in considerazione misure più incisive per incrementare la domanda aggregata. Si tratta di una questione estremamente urgente, che non possiamo risolvere oggi con un singolo intervento.

Più nello specifico, dividerei la questione in due grandi aree. La prima riguarda le misure strutturali, principalmente volte a rispondere alla domanda interna. Fondamentalmente, l’insufficiente domanda interna in Cina è principalmente un problema di consumi insufficienti. Anche gli investimenti contano marginalmente nel breve termine, ma osservando la struttura complessiva dell’economia, lo squilibrio tra un’offerta forte e una domanda debole è piuttosto evidente.

Non possiamo fare affidamento indefinitamente sul credito al consumo o sui programmi di permuta per incrementare i consumi. Queste misure possono fornire una spinta a breve termine, ma non possono sostenere un aumento duraturo della spesa. In definitiva, tutto si riduce al reddito e alla fiducia.

Anche le questioni strutturali sono connesse all’ammodernamento industriale. Dobbiamo riflettere ulteriormente su quali meccanismi di mercato facilitino un’allocazione efficiente delle risorse. Le imprese e le capacità produttive che intendono uscire dal mercato devono poterlo fare. Dobbiamo inoltre discutere quali politiche industriali possano promuovere l’ammodernamento senza creare una pressione eccessiva dovuta alla sovraccapacità produttiva.

Credo sia importante portare avanti le riforme orientate al mercato. Da un lato, dovremmo permettere al mercato di svolgere un ruolo maggiore nell’allocazione delle risorse. Dall’altro, dovremmo lasciare al mercato una maggiore autonomia sia nell’allocazione delle risorse che nella distribuzione del reddito. Ciò contribuirebbe ad aumentare la quota di reddito destinata alle famiglie, a vantaggio sia dei consumi che dello sviluppo di nuove forze produttive di qualità.

La terza questione strutturale riguarda la cooperazione internazionale. Concordo in linea di massima con quanto affermato da Shi Kang in merito alle pressioni che si avvertono all’estero. La Cina produce bene e gli altri Paesi traggono vantaggio dall’acquisto di prodotti cinesi. Tuttavia, la Cina è ormai una grande economia, ben diversa da una piccola economia.

Singapore, ad esempio, ha un surplus delle partite correnti molto elevato rispetto alla sua economia, ma il suo impatto globale è limitato. Quando la Cina esporta un po’ di più o un po’ di meno, ciò influenza le strutture economiche, lo sviluppo industriale, l’occupazione e la distribuzione del reddito di altri paesi.

Dobbiamo quindi costruire un nuovo quadro per la cooperazione economica internazionale. Mentre perseguiamo il nostro sviluppo, dobbiamo anche valutare se altri Paesi possano trarne beneficio. Ad esempio, potremmo intensificare la cooperazione in materia di investimenti e di industria. Quando le aziende producono all’estero, non si limitano a esportare tecnologia e prodotti: possono anche creare posti di lavoro, reddito, gettito fiscale e PIL a livello locale, contribuendo alla prosperità condivisa. Credo che, a lungo termine, questa sia la direzione da seguire.

La sfida immediata, tuttavia, è che ci troviamo già ad affrontare questa situazione. Disponiamo già di un quadro politico e sono stati introdotti numerosi schemi e misure per promuovere i consumi. In merito alle riforme orientate al mercato, anche la Terza Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC ha auspicato che il mercato svolga un ruolo attivo nell’allocazione delle risorse.

Anche se queste misure si rivelassero efficaci, potrebbero richiedere tempo. Non è detto che producano risultati immediati. Nel frattempo, abbiamo bisogno di politiche anticicliche – o, potremmo dire, di politiche di stimolo della domanda aggregata – per rilanciare la domanda complessiva?

Ho ascoltato molte delle sue analisi sulla politica fiscale e monetaria: qual è la migliore, la politica fiscale o quella monetaria? Non ho una preferenza particolarmente netta. Ma quando si scelgono le politiche – ad esempio, se sia più importante stimolare gli investimenti o i consumi – la questione non è se per caso preferiamo gli investimenti o i consumi.

Piuttosto, se abbiamo già un’offerta elevata e una domanda debole, gli investimenti effettuati oggi attenueranno questo squilibrio domani o lo peggioreranno? Questo è un aspetto che dobbiamo considerare.

Sia la politica fiscale che quella monetaria possono essere molto efficaci. Oggi non discuterò se la politica fiscale sia più diretta di quella monetaria. Continuo a pensare che gli investimenti siano importanti e che stimolare i consumi non sia così semplice. Per questo motivo concordo in particolare con quanto affermato da Zhang Xiaojing.

Se la debolezza economica a breve termine e il crescente squilibrio esterno di cui abbiamo parlato in precedenza sono legati a una contrazione relativa degli investimenti, come possiamo invertire questa tendenza? Se a questo fenomeno sono connessi diversi problemi – debito degli enti locali, mercato immobiliare, eccesso di capacità produttiva nei settori tradizionali – allora una possibile soluzione, a mio avviso, è la ristrutturazione del bilancio.

Il mio suggerimento è di utilizzare una maggiore leva a livello di governo centrale per risanare o migliorare i bilanci degli enti locali, delle istituzioni finanziarie, delle imprese e delle famiglie.

In sostanza, questo è ciò che gli Stati Uniti hanno fatto durante la crisi dei mutui subprime: il governo ha aumentato il proprio indebitamento mentre imprese, istituzioni e famiglie hanno ridotto il proprio debito. Alla fine della crisi, l’economia si è ripresa con forza.

Se i bilanci di questi singoli operatori economici non vengono risanati, le politiche di stimolo risulteranno in definitiva molto meno efficaci, poiché tali operatori non avranno la capacità di intraprendere nuove attività.

Non entrerò nei dettagli tecnici. Dobbiamo riflettere su ciò che Wu Ge ha affermato e trovare nuovi approcci, ovvero “pensare fuori dagli schemi”.

Da tre o quattro anni a questa parte utilizziamo queste politiche tradizionali. Ogni anno forniamo degli stimoli, l’economia si stabilizza per un po’, ma la pressione al ribasso rimane. Se adottassimo misure un po’ più aggressive, forse avremmo la possibilità di uscire da questo circolo vizioso.

Shi Kang: Professor Huang, è stata un’ottima osservazione, che ci riporta al punto sollevato dal professor Zhang. La posizione del professor Huang, in sostanza, sostiene un maggiore potere decisionale del governo centrale.

Chi di voi era presente stamattina ricorderà che anche il professor Ju ha sollevato questo argomento. La sua presentazione verteva sull’internazionalizzazione del renminbi e sulle tre dimensioni del riequilibrio dell’economia cinese. Le sue tre dimensioni differivano in parte dalle vostre: le sue erano di natura più macroeconomica, mentre le vostre si concentrano maggiormente sul livello microeconomico.

Il professor Justin Yifu Lin non era d’accordo con la sua proposta, ma credo che la direzione generale sia giusta. Trovare il modo per il governo centrale di aumentare la propria influenza, e quindi alleviare la pressione sugli enti locali, è una direzione importante.

Il professor Huang ha inoltre sollevato un punto eccellente riguardo alla necessità di superare il quadro tradizionale e trovare nuovi approcci. Non possiamo continuare a concentrarci solo sui programmi di permuta o a discutere di trasferimenti monetari, sebbene questi ultimi rimangano una cosa positiva.

Le proposte e le opinioni di Xiaojing sono relativamente nuove per la maggior parte delle persone. Potresti approfondirle?

Zhang Xiaojing: Vorrei aggiungere qualche altra riflessione, anche in merito al suggerimento del professor Huang di modificare il quadro di riferimento.

In passato ci siamo affidati alla politica fiscale e monetaria. Wu Ge ci ha anche ricordato di non trascurare la politica monetaria. Tutti parlano continuamente di politica fiscale. Credo che entrambe siano importanti, ma nessuna delle due è sufficiente. Il keynesismo non basta.

Vorrei aggiungere un’altra categoria. Ho già pubblicato un articolo su questo argomento – credo fosse nell’ottavo numero – in cui sostengo che abbiamo bisogno di una “politica patrimoniale”.

Può sembrare una novità, ma pensate alla proposta presentata alla Terza Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC di esaminare la gestione del bilancio macroeconomico nazionale. In sostanza, è questo il significato.

Dobbiamo riconoscere che, oltre ai tre pilastri principali della politica macroeconomica di cui solitamente parliamo – pianificazione, politica fiscale e politica monetaria – dovremmo aggiungerne uno nuovo: la politica di bilancio. Per semplicità, la chiamerò politica patrimoniale.

Che cosa significa? Il suo elemento più importante è il punto che abbiamo appena discusso: un moderato riequilibrio e una redistribuzione della ricchezza tra il settore pubblico e quello delle famiglie.

Come dovremmo procedere?

Innanzitutto, come abbiamo già detto, la Cina possiede ingenti patrimoni netti nel settore pubblico. I confronti internazionali dimostrano che i nostri patrimoni netti sono di gran lunga superiori a quelli delle economie avanzate. Ma tutti i paesi hanno patrimoni nel settore pubblico: gli Stati Uniti li hanno, e anche la Svezia.

Ciò ha portato a un nuovo filone di pensiero sulla ricchezza pubblica e sulla ricchezza delle nazioni, che pone l’accento su come la ricchezza del settore pubblico possa essere accumulata e come i suoi rendimenti possano essere migliorati.

La mia prima proposta in materia di politica patrimoniale è quindi quella di utilizzare in modo produttivo i numerosi beni di proprietà del settore pubblico e di aumentarne i rendimenti.

Un aumento di un punto percentuale del rendimento degli asset del settore pubblico a livello mondiale sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno globale di infrastrutture pubbliche. Basterebbe un solo punto percentuale.

Immaginate cosa significherebbe se aumentassimo di un punto percentuale il rendimento dei nostri asset del settore pubblico. Non entrerò nei dettagli delle cifre, ma sarebbe un risultato di enorme importanza.

Non dobbiamo lasciare che questa ricchezza rimanga lettera morta. È fondamentale, soprattutto: dobbiamo metterla a frutto. Sbloccare il valore del patrimonio esistente è diventato ormai uno dei compiti più importanti per gli enti locali.

Il secondo punto riguarda i trasferimenti. Non dovremmo esaminare tutte queste risorse e concludere che dobbiamo continuare ad espandere la produzione. In molti settori, un’ulteriore espansione non è necessaria.

Penso che dovremmo effettuare i trasferimenti appropriati. Ci sono molti modi per farlo, compresi i metodi fiscali e finanziari menzionati in precedenza. Anche i mutui ipotecari residenziali sono rilevanti.

Ho sentito un’argomentazione che ha molto senso, e l’ho sollevata io stesso in diverse occasioni: i mutui ipotecari sulle case sono una delle fonti di sostegno più importanti per le nostre banche, perché i loro tassi di interesse sono piuttosto elevati.

Perché così tante banche vedono nei prestiti al consumo una potenziale nuova opportunità? Perché anche i tassi di interesse sui prestiti al consumo sono relativamente alti. Tuttavia, la portata dei prestiti al consumo è di gran lunga inferiore a quella dei mutui ipotecari.

Se, in un certo senso, le famiglie hanno sovvenzionato il settore finanziario – e persino quello statale – attraverso i loro mutui, ora dobbiamo trovare il modo di ridurre tale sovvenzione e, al contrario, fornire sostegno alle famiglie.

Come possiamo farlo? Ridurre i tassi di interesse sembra difficile; non ne parleremo oggi. Ma anche senza ridurre i tassi, possiamo sovvenzionare il pagamento degli interessi. Abbiamo avuto numerose discussioni in merito con il Ministero delle Finanze.

Credo che sarà estremamente importante ricorrere a misure fiscali e finanziarie per ridurre questo onere a carico delle famiglie. Ridurlo, di per sé, rappresenta una forma di riequilibrio della ricchezza.

Poi, naturalmente, ci sono le pensioni, l’assistenza sanitaria, la previdenza sociale e i relativi servizi pubblici. Dobbiamo assolutamente rafforzarli.

La dirigenza centrale ha auspicato un “investimento nelle persone”. In passato, non avevamo un’idea chiara di cosa significasse. Oggi, credo che adottare un approccio basato sul bilancio rappresenti un cambiamento radicale nel modo in cui concepiamo sia l’investimento nelle persone sia il rischio di indebitamento.

In numerose discussioni passate, ho sottolineato che, in oltre 40 anni, le attività e le passività della Cina sono cresciute e si sono espanse di pari passo. Abbiamo contratto passività, ma in cambio sono state create attività.

Sia attraverso l’industrializzazione che l’urbanizzazione, potevamo vedere edifici, infrastrutture, fabbriche, macchinari e attrezzature. I beni materiali erano lì, a portata di mano. Debito da una parte, attività dall’altra: sembravano ben bilanciati, senza rischi.

Ma se oggi investiamo nelle persone, avremo investimenti e debiti, senza però una visibile formazione di patrimonio, perché il capitale umano è in gran parte assente dal nostro bilancio nazionale. Si tratta di un’omissione nell’ambito del Sistema dei Conti Nazionali (SCN).

Investire nelle persone sarà una strategia nazionale per molto tempo a venire. Se ci indebitiamo per investire nelle persone ma non possiamo vedere i risultati concreti, i due aspetti appariranno squilibrati. A meno che non troviamo una soluzione a questo problema, i governi non saranno in grado di impegnarsi pienamente a investire nelle persone. Semplicemente non accadrà.

Molti enti locali si stanno già lamentando: “Ci chiedete di investire, ma una volta fatto ciò, non si crea nulla di tangibile. Saremo chiamati a risponderne e le valutazioni dimostreranno che i rischi sono molto elevati”.

E questo prima ancora di considerare un altro problema: cosa succede se un ente locale investe in qualcuno e poi quella persona se ne va? Le esternalità sono considerevoli.

Ho quindi due considerazioni da fare riguardo a questo cambiamento. Investire nelle persone è di per sé una forma di riequilibrio del bilancio.

Innanzitutto, il governo centrale dovrebbe assumersi la responsabilità di questa situazione. Ciò risolverebbe il problema delle esternalità.

In secondo luogo, e questo è molto importante, le nostre future valutazioni del saldo fiscale e del rischio di debito devono adottare una prospettiva intertemporale.

Non possiamo dire: “Oggi abbiamo investito in qualcuno. Ha partecipato a un corso di formazione, ha assistito a un concerto, è andato a uno spettacolo dal vivo e ha migliorato le sue competenze in vari modi. Domani dovremmo vedere un aumento del capitale umano in bilancio, insieme a brevetti e innovazioni”.

È impossibile. L’orizzonte di valutazione deve essere esteso. Dobbiamo guardare al passato.

Come dovremmo misurare le prestazioni – gli indicatori chiave di prestazione (KPI) – degli investimenti nelle persone? Questa è una sfida per i paesi di tutto il mondo. Alcuni hanno istituito conti satellite per il capitale umano. La Danimarca e molti altri paesi lo stanno facendo, e dovremmo farlo anche noi.

La mia terza proposta si ricollega al punto sollevato dal professor Huang riguardo all’impatto dell’intelligenza artificiale.

Gli effetti dell’intelligenza artificiale sono talmente rilevanti che le politiche di gestione patrimoniale devono tenerne conto. Il suo impatto si estende all’intera economia. Non si tratta semplicemente di un settore industriale che improvvisamente si trova in difficoltà, seguito da interventi mirati del governo centrale. Abbiamo fondi sufficienti per sostenere un processo di cosiddetta distruzione creativa di questa portata?

Un aspetto molto importante da considerare è che le amministrazioni locali, così come il governo centrale (che ha istituito un fondo per orientare gli investimenti nell’innovazione), stanno investendo in numerose aziende che operano nel settore dell’intelligenza artificiale.

Gran parte di questi investimenti assume la forma di partecipazioni azionarie, poiché molte di queste aziende sono a capitale privato. Grazie ai rendimenti generati dall’innovazione, compresa l’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale, i governi acquisiranno nuove e consistenti risorse e ricchezze.

La mia proposta è che, poiché l’impatto dell’IA è ampio e sistemico, la ricchezza derivante da questi rendimenti dell’innovazione dovrebbe essere destinata specificamente alle persone colpite negativamente dall’IA.

Questa è la mia terza proposta di politica patrimoniale: i governi dovrebbero accumulare nuove tipologie di risorse legate all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, e utilizzare tali risorse per sostenere le persone danneggiate dalla distruzione creativa.

Credo che, attraverso questi approcci, possiamo gradualmente stabilire un quadro di riferimento per le politiche patrimoniali che vada oltre la tradizionale combinazione di politiche fiscali, monetarie e di pianificazione. Ciò ci consentirebbe di impiegare concretamente la nostra ricchezza accumulata – e ne possediamo una quantità considerevole.

Se non riusciamo a far fruttare questa ricchezza, allora possederla non serve a molto. Grazie.

Shi Kang: Il professor Zhang ha ulteriormente spiegato come potremmo migliorare o riformare il modo in cui compiliamo, valutiamo e persino misuriamo i bilanci. Trovo questo particolarmente stimolante nell’era dell’intelligenza artificiale.

Intorno al 2000, si verificarono squilibri globali. La Cina registrò ingenti surplus tra il 2000 e il 2007. A quel tempo, l’economia cinese era ad alta intensità di lavoro.

Che cosa significava? Significava che quando la Cina registrava un surplus delle esportazioni, ne beneficiavano gli esportatori di tutte le dimensioni. Ne beneficiavano anche i lavoratori e le loro famiglie. Si trattava di un surplus i cui benefici venivano ampiamente condivisi.

Oggi, quando conduciamo ricerche sul campo, scopriamo che molte aziende – nei settori dei semiconduttori, dei circuiti integrati o dei veicoli a energia alternativa – sono ad alta intensità di capitale.

Ciò solleva un problema nel contesto dell’IA: con la divergenza dei settori, i vantaggi derivanti dalla domanda esterna, o i benefici associati a questi squilibri, non sono più ampiamente condivisi.

Abbiamo quindi bisogno di una serie di politiche distributive, e credo che questa necessità sia urgente.

Ora, invitiamo Wu Ge a proseguire la discussione sulla politica monetaria. Ho una domanda molto specifica e mi chiedo se lei sia d’accordo.

L’attuale orientamento politico è essenzialmente descritto come una politica monetaria “moderatamente accomodante”, unitamente a una politica fiscale proattiva. Sarebbe favorevole a rimuovere la parola “moderatamente”? Oppure aggiungerebbe un altro qualificatore per descrivere la politica monetaria di cui abbiamo bisogno ora? Questa è la mia domanda.

Wu Ge: La lingua cinese è ricca e piena di sfumature, quindi puoi scegliere la formulazione che preferisci. Ma ciò che interessa di più alle persone è se ne traggono un beneficio finanziario tangibile.

A proposito di vantaggi finanziari concreti, posso rivolgere una domanda a coloro che sono rimasti fino alla fine? La dirigenza centrale attribuisce grande importanza al vostro reddito e alle vostre aspettative di reddito. Quindi, permettetemi di chiedere: come dimostrate di avere un reddito elevato o di disporre di denaro?

Potrebbe sembrare una domanda inutile: “So benissimo se ho soldi”. Ma da una prospettiva macroeconomica, o da quella del denaro e del sistema bancario, cosa significa avere soldi? Dove sono i soldi? Dove sono finiti? Come aumenta la quantità di denaro? Come fa la società nel suo complesso ad accumulare più denaro? Cosa viene prima: la gallina o l’uovo?

Dal punto di vista monetario e bancario, la risposta è in realtà piuttosto semplice. Tutto il nostro reddito, compresi i profitti aziendali e persino le entrate pubbliche, esiste sotto forma di depositi all’interno della rete di pagamenti del sistema bancario.

Pochissime persone sono in grado di operare al di fuori di un sistema di pagamento o di conti corrente dominato dalle banche commerciali.

Non so se tutti siano d’accordo con questo principio, ma è un principio fondamentale del denaro e del sistema bancario: il nostro denaro non può sfuggire al controllo del sistema di pagamento bancario commerciale. Questo è il primo punto.

Se tutto il nostro denaro, o la stragrande maggioranza di esso, si trova nel sistema bancario, cosa intendiamo per denaro posseduto dalle persone? Quanti soldi hanno in tasca? A livello macroeconomico, questo valore viene definito M2.

Cos’è M2? Sono i depositi delle persone; corrispondono alla quantità di denaro che possiedono.

Dove compare questa voce nel bilancio di una banca, o del sistema bancario commerciale nel suo complesso? Sul lato delle passività.

Tutto il nostro denaro si trova nel sistema bancario. Le banche hanno attività e passività, e le loro passività sono costituite principalmente da M2, ovvero dai depositi dei clienti.

E dall’altro lato del bilancio? Le banche possono utilizzare i fondi per concedere prestiti, acquistare obbligazioni, svolgere altre attività o persino acquistare valuta estera. Tutte queste operazioni possono generare denaro.

Quindi, da una prospettiva macroeconomica, immaginiamo di trattare l’intera società come un unico grande sistema. Mettiamo insieme tutto il denaro che le persone detengono presso le banche commerciali e accorpiamo tutte le banche commerciali in un’unica banca.

Quindi chiedetevi: se le persone devono avere più soldi e sentirsi più ricche, se l’aggregato monetario M2 deve aumentare, cosa deve succedere?

Il lato degli asset deve espandersi.

Questo è ciò che la macroeconomia e la teoria monetaria e bancaria intendono quando affermano che i prestiti creano depositi, o che il credito crea depositi.

Da dove provengono i soldi? Vengono generati attraverso l’espansione del credito.

Pertanto, se vogliamo soddisfare le aspettative e le aspirazioni di reddito delle persone, da una prospettiva monetaria e bancaria abbiamo bisogno di un meccanismo per la creazione di credito. E tale meccanismo richiede un’espansione sul lato degli attivi: prestiti e acquisti di obbligazioni.

In tal senso, parlare di reddito in modo isolato non ha molto senso. Alla sua origine, il reddito – o i depositi – è strettamente legato al credito.

Cosa può dunque favorire un’espansione costante del credito, anziché il rallentamento della crescita annua del credito in essere che abbiamo osservato?

Alcuni potrebbero obiettare: “No, è semplicemente ciò che accade quando una società invecchia. I desideri delle persone diminuiscono.”

Ma questo è oggetto di dibattito. Il premio Nobel Modigliani sosteneva proprio che una società che invecchia può stimolare la domanda di consumo. La persona anziana più razionale spenderebbe il suo ultimo dollaro proprio nel momento in cui lascia questo mondo.

Quindi la vecchiaia, soprattutto la fase finale della vita, dovrebbe essere un periodo di consumi consistenti, non di contrazione. Naturalmente, questo è discutibile.

Esistono anche molti paesi la cui popolazione è molto più anziana della nostra e i cui problemi di basso tasso di natalità sono molto più gravi. Eppure, di recente abbiamo assistito a molti cambiamenti positivi anche in questi paesi.

I fattori strutturali, i fattori di lungo periodo e la crescita potenziale influenzano certamente la traiettoria della creazione di credito, le opportunità che ne derivano e le aspettative di reddito. Ma non ne determinano il destino.

Alcuni paesi hanno una popolazione più anziana della Cina, eppure, quando attuano politiche anticicliche efficaci, si può osservare un aumento dell’occupazione e, in alcuni casi, persino dei tassi di natalità.

In questo senso, i problemi ciclici e quelli strutturali non sono opposti. Gestire bene i problemi ciclici può contribuire ad attenuare quelli strutturali, e affrontare bene i problemi strutturali può contribuire ad attenuare quelli ciclici.

La Cina si trova ad affrontare molteplici sfide e cerca di raggiungere molteplici obiettivi. Secondo la teoria economica, compresi modelli come quello di Mundell-Fleming e la regola di Tinbergen, il raggiungimento di molteplici obiettivi richiede molteplici strumenti politici.

Ciò di cui abbiamo bisogno, quindi, è un pacchetto di misure politiche con almeno tre frecce al loro arco. Cercare di progredire con un solo strumento non funzionerà. Questo è il mio primo punto.

In secondo luogo, il pensiero cinese, e la filosofia orientale più in generale, tende a enfatizzare l’equilibrio e la moderazione.

In questo processo, dobbiamo assolutamente seguire il principio della leadership centrale di “instaurare il nuovo prima di smantellare il vecchio”.

Prendiamo ad esempio le finanze degli enti locali. Se l’attività fiscale locale si contrae, qualche altra fonte di sostegno deve compensare la perdita. Se tale fonte sostitutiva non è ancora sufficientemente consistente, la contrazione dovrebbe essere minore.

Lo stesso vale per la transizione dai vecchi ai nuovi fattori di crescita e dai settori tradizionali a quelli nuovi.

La dirigenza centrale sostiene che dovremmo prima costruire il nuovo e poi smantellare il vecchio. Siamo molto entusiasti delle novità, ma il fatto di apprezzare il nuovo significa forse che dovremmo rifiutare il vecchio?

Come possiamo trovare un equilibrio tra i due?

Se si muovono a velocità diverse – se i nuovi settori crescono rapidamente mentre quelli tradizionali sono in forte declino, ma questi ultimi rappresentano ancora una quota molto ampia dell’economia – dovremmo riconsiderare l’equilibrio del sostegno tra di essi?

A questo proposito, la dirigenza centrale ha posto notevole enfasi negli ultimi anni sulla valutazione della coerenza delle politiche: quali politiche favoriscono l’espansione del credito e quali ne causano la contrazione?

Se ricordo bene, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma aveva un dipartimento dedicato a valutare se le diverse politiche stessero perseguendo obiettivi contrastanti e se fossero coerenti tra loro.

Questo è di fondamentale importanza. Come spesso diciamo, la macroeconomia contiene molte fallacie di composizione: ciò che è razionale per un singolo attore non è necessariamente razionale per il sistema nel suo complesso.

A quanto ho capito, dobbiamo guardarci proprio da questo errore.

Negli ultimi anni, la pressione sulle finanze locali ha spinto molti enti locali a cercare di aumentare le entrate fiscali attraverso pratiche che, a mio avviso, la leadership centrale si oppone fermamente.

In realtà, però, le amministrazioni locali continuano a ricorrervi per diverse ragioni. Credo che si tratti di metodi miopi che esauriscono le fonti stesse di entrate future.

Hanno un impatto considerevole sulle aspettative e sulla fiducia delle persone, soprattutto sulla fiducia degli imprenditori privati. Questo merita particolare attenzione.

Il mio ultimo punto è che la politica ha bisogno di regole, soprattutto la politica anticiclica.

L’elaborazione di politiche anticicliche è più un’arte che una scienza. Ma, che si tratti di politica fiscale o monetaria, credo che abbiamo bisogno di regole e parametri di riferimento.

Non sto dicendo che dobbiamo adottare meccanicamente una regola usata in un altro paese, come la regola di Taylor. Possiamo essere più flessibili. Ma abbiamo comunque bisogno di obiettivi.

Ad esempio, la politica macroeconomica dovrebbe tenere conto sia del PIL reale che delle variabili nominali. Quando le variabili nominali diminuiscono in modo molto brusco, la politica dovrebbe reagire in modo anticiclico.

Le regole sono fondamentali perché regole credibili possono influenzare le aspettative delle persone senza che ogni politica richieda necessariamente spese immediate e concrete.

Per usare una metafora della strategia della fortezza vuota di Zhuge Liang: puoi dimostrare il tuo dominio sulle mura della città senza muovere un solo soldato, e la gente ti crederà comunque.

Ma tale credibilità dipende dal fatto che tu abbia effettivamente portato a termine gli obiettivi che ti eri prefissato in passato, ovvero se le tue azioni corrispondano alle tue parole.

Ad esempio, se diciamo di voler promuovere una ripresa moderata dei prezzi, dobbiamo impegnarci concretamente per raggiungerla. Se diciamo di voler arrestare il declino del mercato immobiliare e stabilizzarlo, dobbiamo effettivamente farlo.

Credo che in tal caso il mercato collaborerebbe con il governo centrale per orientare l’economia verso un equilibrio migliore e di qualità superiore. Grazie.

Shi Kang: Wu Ge ha offerto spunti di riflessione eccellenti. Vorrei porre un’altra domanda, magari una che mi interessa particolarmente a livello personale.

Ho letto di recente un tuo articolo sulle fluttuazioni dei tassi di cambio in seguito agli aumenti dei tassi da parte della Federal Reserve.

Questo è un aspetto che preoccupa molte persone in questo momento. Forse la Fed alzerà nuovamente i tassi di interesse, o addirittura avvierà un nuovo ciclo di inasprimento. Che impatto avrebbe ciò sugli squilibri di cui stiamo parlando?

Dopo la crisi finanziaria, questi squilibri si sono nettamente ridotti. Ma quali potrebbero essere le conseguenze questa volta?

Wu Ge: Questa domanda andrebbe rivolta al professor Ju, esperto di questioni internazionali. Permettetemi però di offrire una breve risposta.

In primo luogo, l’opinione generale del mercato è che questo aumento dei tassi non segnerebbe necessariamente l’inizio di un vero e proprio ciclo di inasprimento monetario.

Come tutti sanno, l’economia statunitense ha i suoi problemi. Un fattore importante che ha contribuito a questa ondata di aumenti dei prezzi è la situazione nello Stretto di Hormuz e, di conseguenza, negli stretti intorno al Mar Rosso. In seguito alla chiusura di entrambi i passaggi, il prezzo del petrolio greggio è aumentato di 100 dollari.

In tale contesto, quando la politica potrebbe altrimenti orientarsi verso posizioni restrittive o accomodanti, uno shock di costi così forte richiede una risposta. Potrebbe non trattarsi di una ripetizione dell’era Volcker, ma credo che una risposta politica sia comprensibile.

Eppure non è questo ciò che preoccupa maggiormente i mercati, o almeno non è la loro principale preoccupazione.

Negli ultimi due anni, negli Stati Uniti abbiamo assistito a un fenomeno davvero insolito: i tassi di interesse, in particolare quelli di mercato, hanno continuato ad aumentare.

In linea di principio, quando i tassi di interesse del mercato statunitense aumentano, il dollaro dovrebbe apprezzarsi. Tuttavia, negli ultimi due anni, abbiamo assistito a un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e di altri titoli di Stato statunitensi, mentre il dollaro si è deprezzato. Più i tassi aumentano, più il dollaro si indebolisce.

Perché?

Perché la valutazione dell’economia statunitense da parte degli utenti non si basa più solo sulla regola di Taylor (crescita e inflazione) o sulla possibilità di un singolo aumento dei tassi d’interesse. Naturalmente, anche queste considerazioni rimangono importanti.

Ma da quando l’amministrazione Trump si è insediata, è emersa una domanda ancora più importante: gli Stati Uniti sono ancora un punto di riferimento per gli investitori? Molti hanno iniziato a dubitarne.

Negli ultimi due anni, pertanto, gli investitori esteri hanno ridotto la quota destinata ai titoli del Tesoro statunitensi e ad altri investimenti negli Stati Uniti.

La vendita di titoli del Tesoro statunitensi o di attività denominate in dollari è ciò che permette il verificarsi simultaneo di questi due fenomeni: un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e un deprezzamento del dollaro.

Certo, gli Stati Uniti hanno ancora il loro settore tecnologico e la loro industria dell’intelligenza artificiale. Ma, oggettivamente parlando, la tecnologia e l’intelligenza artificiale stesse sono in fase di adattamento.

Come il professor Huang, credo che l’intelligenza artificiale offra enormi potenzialità per il futuro. Ma dal punto di vista di un investitore, che tipo di business rappresenta esattamente l’IA?

Attualmente, si tratta di un settore caratterizzato da costi elevati, indebitamento pesante e costi marginali in aumento, ma anche da grandi promesse.

Dal punto di vista commerciale o degli investimenti, ciò non lo rende particolarmente adatto a una frenetica corsa agli investimenti a breve termine.

In questo senso, forse assomiglia alle ferrovie durante la Rivoluzione Industriale. Le ferrovie potevano portarci verso orizzonti lontani e un futuro migliore, ma ben pochi investitori sarebbero stati in grado di guadagnarci effettivamente nel breve termine.

Nel loro insieme, questi fattori implicano che i mercati reagiranno certamente agli aumenti o ai tagli dei tassi da parte della Fed, ma gli investitori sono più preoccupati, soprattutto da quando Trump si è insediato, per la sostenibilità delle finanze pubbliche statunitensi, la solidità dell’indipendenza delle banche centrali e persino per il riassetto dell’ordine politico internazionale.

Stamattina è uscita una notizia secondo cui Trump avrebbe rinnovato il suo interesse per la Groenlandia.

Credo che tutte queste questioni influenzino la percezione che gli investitori hanno degli Stati Uniti. Le loro preoccupazioni vanno ben oltre la semplice questione se il prossimo rialzo dei tassi a breve termine sarà di 25 o 50 punti base.

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Come sopravvivono le alleanze, di K. M. Campbell e Rush Doshi

Come sopravvivono le alleanze

Argomenti contro il pessimismo e il percorso verso un nuovo ordine alleato

Kurt M. Campbell e Rush Doshi

Settembre/ottobre 2026Pubblicato il 18 agosto 2026

Rob Dobi

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Nel 1984, pochi mesi dopo che la decisione dell’amministrazione Reagan di schierare missili nucleari a medio raggio Pershing II nell’Europa occidentale aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali città europee, un gruppo di alti funzionari francesi, tedeschi e italiani mise alle strette il segretario generale della NATO Peter Carrington fuori dal suo ufficio a Bruxelles. La tensione era ancora alta e, secondo loro, gli americani si comportavano in modo scortese, avventato e sprezzante nei confronti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò fino in fondo. Poi alzò le spalle e diede la sua solita spiegazione sul perché l’indispensabilità americana richiedesse la tolleranza degli alleati: «Ahimè, sono gli unici americani che abbiamo».

Oggi, quella tolleranza è messa a dura prova. In meno di due anni, la seconda amministrazione Trump ha minacciato di annettere la Groenlandia e di uscire dalla NATO, ha ritirato le truppe dalla Germania, si è intromessa nelle elezioni degli alleati e ha imposto dazi doganali ai paesi amici — il tutto mentre ricopriva di vertici e lusinghe Pechino e Mosca. Gli alleati hanno reagito con comprensibile allarme. «Il vecchio rapporto che avevamo con gli Stati Uniti», ha dichiarato il primo ministro canadese Mark Carney, «è finito». Si sta formando una «profonda frattura», ha avvertito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. «L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più», ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ng Eng Hen, ministro della difesa di Singapore, ha lamentato che gli Stati Uniti siano passati dall’essere un partner a un «padrone di casa in cerca di affitto».

Negli Stati Uniti, si sta diffondendo il consenso secondo cui è improbabile che le alleanze possano riprendersi. L’ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, Greg Meeks, si è chiesto «se i nostri amici e alleati torneranno mai a fidarsi degli Stati Uniti». Lo studioso Robert Kagan, in un elogio funebre dedicato a un’epoca in cui gli alleati degli Stati Uniti rimanevano fedeli a Washington, ha dichiarato che «quei giorni sono ormai finiti e non torneranno presto».

Questo pessimismo è comprensibile, ma decisamente esagerato. Il malcontento nelle capitali alleate, per quanto sentito, non costituisce un orientamento duraturo per ciò che accadrà in futuro. Per quanto la situazione possa sembrare critica, le alleanze degli Stati Uniti sopravviveranno allo shock Trump per ragioni che i titoli dei giornali trascurano. In primo luogo, il sistema delle alleanze ha superato shock ormai dimenticati, almeno altrettanto gravi di questi, e quelli attuali sono dovuti più alla personalità del presidente che a una nuova politica duratura. In secondo luogo, le minacce che hanno dato origine alle alleanze non sono svanite, ma si sono intensificate e hanno trovato un punto di convergenza, poiché le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia sono più allineate che mai. In terzo luogo, potenti forze gravitazionali continuano a unire gli alleati sul piano economico, tecnologico e militare, superando i tentativi di «riduzione del rischio» provenienti da Washington, mentre le burocrazie professionali portano avanti silenziosamente la cooperazione lontano dai riflettori della politica.

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Se lasciato consolidarsi fino a diventare un luogo comune, il pessimismo rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, poiché i responsabili politici, convinti che le alleanze non possano essere salvate, smettono di impegnarsi per garantirne la sopravvivenza. Ma insieme, queste forze unificanti porteranno le alleanze oltre il “momento Trump” e le prepareranno – qualora le capitali alleate cogliessero l’opportunità – alla trasformazione necessaria per affrontare la sfida di una Cina, sostenuta da una Russia di nuova aggressività, in grado di superare ogni altro Paese secondo i parametri di potere che contano di più. Le attuali ansie, per quanto involontariamente, potrebbero persino rafforzare il sistema delle alleanze: come è già accaduto in passato, le tensioni possono stimolare riforme che creano le capacità di domani. Gli alleati potrebbero trasformarsi da soggetti dipendenti a co-creatori di potere, unendo le loro capacità in quella che in precedenza abbiamo definito «scala alleata». L’amministrazione Trump ha esortato gli alleati a fare di più affinché gli Stati Uniti possano fare di meno; in realtà, in futuro, sia gli alleati che gli Stati Uniti dovranno fare di più, creando flussi bidirezionali di capacità e interdipendenza che rendano il tutto maggiore della somma delle sue parti.

È vero che, come hanno sostenuto il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader alleati, «non si può tornare indietro». Ciò non significa però la fine del sistema di alleanze, bensì la necessità di ridefinirlo in vista di una nuova era.

IL NUOVO FATALISMO

Il danno che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha arrecato finora alle alleanze statunitensi nel corso del suo secondo mandato supera quello causato nell’arco dei quattro anni del suo primo mandato. Ciò è in parte dovuto al fatto che il personale internazionalista che l’ultima volta aveva imposto dei limiti di sicurezza non c’è più. Ma la crescente preoccupazione per il futuro delle alleanze americane non riguarda solo Trump. È alimentata dalla convinzione che forze corrosive di lunga data, aggravate dagli attacchi di Trump alla fiducia, stiano erodendo il sistema al punto da renderlo ormai irrecuperabile.

La prima serie di forze corrosive proviene dall’interno degli Stati Uniti. Come hanno osservato in queste pagine Phil Gordon e Mara Karlin, alti funzionari dell’amministrazione Biden, una generazione di interventi falliti, sfide economiche e politiche chiuse su se stesse ha reso gli americani più riluttanti a sostenere l’ordine globale di quanto non lo fossero mai stati dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Trump, secondo questa tesi, è tanto un sintomo quanto una causa. Il primo mandato di Trump poteva sembrare un’aberrazione, ma il secondo segna una tendenza, suggerendo che il pendolo potrebbe non tornare indietro.

La seconda serie di forze corrosive proviene dall’interno delle capitali alleate. La credibilità americana ormai compromessa, secondo questa interpretazione, sta spingendo gli alleati a modificare il proprio orientamento strategico in modi che si riveleranno irreversibili. Il modo in cui Trump tratta gli impegni alleati in Europa e in Asia, considerandoli condizionati e transazionali, ne altera il carattere essenziale anche senza grandi ritiri di truppe o l’uso della forza contro gli alleati. Già ora i governi europei stanno dando maggiore rilievo alla “autonomia strategica” e perseguendo l’indipendenza in materia di difesa dagli Stati Uniti, con Francia e Regno Unito che propongono addirittura un nuovo ombrello nucleare per l’Europa. Anche gli alleati asiatici stanno riconsiderando un accordo fondante del sistema di alleanze statunitense – la deterrenza nucleare estesa – e stanno valutando l’acquisizione di proprie capacità nucleari. Entrambe le categorie di alleati stanno formando nuove coalizioni di potenze medie per ridurre la dipendenza da Washington, dai recenti accordi europei con l’India agli accordi commerciali che il Giappone sta perseguendo con l’America Latina. Tutti stanno cercando modi per ridurre l’esposizione al rischio legato agli Stati Uniti. Gli scettici temono che, per quanto il prossimo leader americano possa essere favorevole all’alleanza, tale strategia di copertura persisterà: perché gli alleati dovrebbero mettere in gioco decenni di pianificazione militare – basi, approvvigionamenti, struttura delle forze – o perseguire l’integrazione economica e industriale con Washington se l’alleanza stessa viene messa in discussione ogni quattro-otto anni?

La risposta a questa domanda è più complessa di quanto sembri e dovrebbe allontanarci dalla disperazione. Il crollo delle alleanze rimane di gran lunga meno probabile della loro resistenza ed evoluzione, per ragioni che spesso sfuggono agli osservatori. Poiché le alleanze hanno sorpreso gli strateghi sopravvivendo al crollo dell’Unione Sovietica, sono state considerate come il prodotto degli elementi più «morbidi» della politica internazionale: sentimenti, istituzioni, fiducia, valori condivisi, nostalgia – proprio gli elementi che l’amministrazione Trump ha martoriato maggiormente. Ma esse sono state forgiate e sono sempre state sostenute da dure realtà materiali. Lungi dal svanire, tali realtà materiali esercitano un’attrazione più forte che mai.

L’ETÀ D’ORO CHE NON È MAI ESISTITA

L’attuale pessimismo contrappone le sfide odierne a un’età dell’oro delle alleanze che non è mai esistita. La vera storia delle alleanze statunitensi è costellata di crisi ricorrenti: alleati che espellono le truppe americane, presidenti che colgono di sorpresa i propri partner, capitali in fermento per le proteste e, in ogni epoca, previsioni ottimistiche di un imminente crollo.

Sebbene molte élite della politica estera ritengano che questa volta sia diverso, l’opinione pubblica americana ed europea non è d’accordo. Secondo i dati dei sondaggi del Chicago Council on Global Affairs, che risalgono al 1974, la percentuale di americani che ritiene che Washington debba prendere le decisioni importanti insieme agli alleati piuttosto che agire da sola ha ora raggiunto il livello più alto degli ultimi 50 anni. Durante l’era Trump, dal 2016 ad oggi, la convinzione che mantenere le alleanze esistenti sia «molto efficace» per promuovere gli obiettivi degli Stati Uniti è aumentata dal 32% al 55%, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi dieci anni sia tra i democratici che tra i repubblicani. Dall’altra parte dell’Atlantico, i sondaggi dell’European Council on Foreign Relations hanno evidenziato un’allarmante insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti. Ma ciò che colpisce di più è che una netta maggioranza dei cittadini in 13 dei 15 paesi europei intervistati, e una pluralità nei restanti due, ritiene che le relazioni «miglioreranno di nuovo» una volta che Trump avrà lasciato la carica. Meno di un terzo ritiene che il danno persisterà dopo la sua uscita di scena. L’opinione pubblica europea, a quanto pare, ritiene che Trump sia un’aberrazione e non un vero rappresentante degli Stati Uniti.

La loro convinzione che «anche questo passerà» ha un peso storico non indifferente. Nel campo della sicurezza, le sfide odierne sono reali: minacce di annessione della Groenlandia, di abbandono dell’Ucraina, di uscita dalla NATO, di ritiro delle forze dalla Germania e di subordinazione delle vendite di armi a Taiwan alle preferenze di Pechino. Ma le alleanze hanno già superato situazioni ben peggiori.

Anche sotto Trump, gli Stati Uniti non hanno minacciato in modo credibile una catastrofe finanziaria contro un alleato, come fecero con il Regno Unito negli anni ’50 per fermare il suo intervento a Suez. Né un alleato ha espulso le truppe americane o minato seriamente la struttura dell’alleanza, come fece la Francia negli anni ’60, dopo essersi ritirata dal comando unificato della NATO. Gli Stati Uniti non hanno ritirato un gran numero di truppe dai paesi alleati, come il Senato li aveva quasi costretti a fare negli anni ’70, quando riuscirono a respingere per un soffio l’emendamento Mansfield, che avrebbe ridotto di circa la metà le forze statunitensi in Europa.

In occasione del vertice dei leader della NATO tenutosi ad Ankara, in Turchia, nel luglio 2026Yves Herman / Reuters

In Asia non esiste attualmente un equivalente degli shock di grande portata degli anni ’70, che spinsero Seul e Taipei a perseguire programmi nucleari segreti. La “Dottrina di Guam” del 1969 del presidente statunitense Richard Nixon imponeva agli alleati di fornire le risorse umane necessarie alla propria difesa, un imperativo sottolineato dal ritiro di 20.000 soldati statunitensi dalla Corea del Sud. La sua apertura verso Pechino nel 1972 colse di sorpresa Taipei e Tokyo. Pochi anni dopo, la caduta di Saigon fece sorgere dubbi sulla determinazione americana e spinse il leader di Singapore Lee Kuan Yew a dichiarare che l’influenza degli Stati Uniti nella regione «non sarebbe mai più stata la stessa». Nonostante la grave insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti, non si sono verificate proteste di massa nelle capitali alleate, come quelle contro lo schieramento dei missili Pershing II. Né è svanita la percezione condivisa della minaccia da parte del sistema dell’alleanza, come era accaduto negli anni ’90, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’eccezione principale è la minaccia di un intervento militare statunitense contro la Groenlandia, che potrebbe effettivamente far crollare il sistema di alleanze se Washington decidesse di metterla in atto. Ma questa minaccia è talmente peculiare, personalistica ed estrema che nessuna figura di rilievo di entrambi i partiti l’ha sostenuta. I democratici si sono opposti apertamente, e lo stesso hanno fatto i leader repubblicani: il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato che un intervento militare statunitense in Groenlandia «non sarebbe appropriato», mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha dichiarato: «Non ritengo che un’azione militare sia un’opzione in questo caso». Trump ha fatto marcia indietro.

Il bilancio economico presenta analogie con quello in materia di sicurezza. I dazi del “Liberation Day” hanno intaccato la percezione degli Stati Uniti come partner economico credibile, ma non è la prima volta che Washington rivolge il proprio peso economico contro i propri alleati, anche attraverso l’uso dei dazi. Nell’agosto del 1971, lo «shock di Nixon» fece entrambe le cose contemporaneamente: pose fine unilateralmente alla convertibilità del dollaro in oro, cogliendo di sorpresa gli alleati le cui economie erano ancorate ad esso, e impose un sovrapprezzo generalizzato del dieci per cento sulle importazioni. Nel 1985, l’Accordo del Plaza costrinse gli alleati a un importante adeguamento valutario sotto la minaccia di pressioni protezionistiche, mettendo a dura prova le economie tedesca e giapponese in misura ben più grave rispetto ai dazi che gli alleati devono affrontare oggi; nel giro di tre anni, lo yen raddoppiò rispetto al dollaro, un adeguamento di gran lunga superiore al dazio del 15 per cento sulle esportazioni giapponesi.

Le tensioni attuali sono le più significative dalla fine della Guerra Fredda. Eppure la lezione della storia è che i sistemi di alleanze spesso si rivelano, col senno di poi, più resilienti di quanto gli osservatori contemporanei si aspettino in quel momento. Le crisi generano ripetutamente previsioni di collasso, ma le alleanze si adattano proprio perché gli incentivi sottostanti rimangono convincenti. Le pressioni esercitate dalla prima amministrazione Trump sulla ripartizione degli oneri sono state accolte con amarezza nelle capitali alleate e hanno causato danni concreti, ma hanno anche spinto i bilanci europei della difesa verso l’obiettivo del 2% fissato dalla NATO, indotto il Giappone a raddoppiare la propria spesa per la difesa e stimolato il coordinamento per affrontare la sfida tecnologica rappresentata dalla Cina. Sotto l’amministrazione Biden, molti di quegli stessi alleati hanno aderito a una fitta rete di iniziative che un tempo sarebbero state inconcepibili: l’accordo AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti; il partenariato di sicurezza Quad incentrato sull’Indo-Pacifico; il riavvicinamento tra Seul e Tokyo; i controlli congiunti sulle esportazioni di semiconduttori; una risposta coordinata tra Europa e Asia all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Nulla di tutto ciò era stato pianificato da Trump, ma dimostra come le tensioni di un’epoca possano generare capacità in quella successiva, offrendo ai leader che seguiranno l’opportunità di rafforzare le alleanze in modi che prima erano irraggiungibili.

FINALMENTE LA CONVERGENZA

Oggi, tale dinamica è particolarmente forte, dato che le percezioni di minaccia stanno convergendo e intensificandosi sempre più attorno a una sfida comune proveniente da Pechino e Mosca, anche se gli alleati si trovano ad affrontare una sfida a breve termine da parte di Washington. Ciò è degno di nota perché, dalla fine della Guerra Fredda, le percezioni di minaccia degli alleati hanno spesso mostrato divergenze. L’Europa, ad esempio, ha gradualmente manifestato una crescente apprensione nei confronti della sfida militare russa, ma ha generalmente considerato la Cina come un mercato e un produttore. Gli alleati asiatici spesso la vedevano al contrario: diffidavano della crescente potenza militare cinese, ma erano meno preoccupati per la Russia, vedendo nelle sue risorse energetiche un’opportunità economica. Tale divergenza ha giocato a vantaggio di Pechino e Mosca. Per decenni, Washington si è sforzata di allineare le percezioni tra i vari teatri operativi, con scarsi risultati.

Quella convergenza sta finalmente arrivando. Il comportamento della Cina e della Russia ha, più di qualsiasi iniziativa occidentale, forgiato legami tra Europa e Asia. L’invasione russa dell’Ucraina ha infranto le ultime illusioni dell’Europa non solo riguardo a Mosca, ma anche riguardo a Pechino. La Cina è diventata il principale sostenitore della Russia, fornendo supporto tecnologico a duplice uso e persino militare letale sul campo di battaglia, oltre a un fondamentale sostegno finanziario, industriale e diplomatico. È la Cina che sta costruendo la base industriale della difesa russa e la capacità militare che ora minaccia l’Europa. Riflettendo questa consapevolezza, i comunicati della NATO definiscono ora la Cina un «fattore determinante» della guerra russa, e il suo segretario generale sostiene che i teatri indo-pacifico ed europeo debbano essere considerati «come un unico insieme». Da parte loro, gli Stati asiatici vedono lo scioccante ricorso alla forza da parte della Russia come un segnale dei rischi che dovrebbero affrontare se l’equilibrio militare con la Cina dovesse erodersi ulteriormente. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e persino Singapore si sono schierati a sostegno dell’Ucraina, considerando una sconfitta della Russia essenziale per frenare le ambizioni cinesi. I leader dei quattro partner indo-pacifici della NATO – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – partecipano ormai regolarmente ai suoi vertici. Nel frattempo, Pechino e Mosca stanno anche rafforzando i propri legami in Asia, organizzando esercitazioni e pattugliamenti con bombardieri strategici nei pressi degli alleati degli Stati Uniti, anche durante importanti incontri multilaterali.

La percezione delle minacce da parte degli alleati è cambiata non solo sul piano della sicurezza, ma anche – e forse in modo ancora più evidente – su quello economico e tecnologico. Sia i governi asiatici che quelli europei stanno iniziando a vedere la Cina come gli Stati Uniti la vedono da tempo: una potenza mercantilista che mira alle fondamenta della loro forza industriale. I leader europei parlano ora di un secondo «shock cinese», un’ondata di manufatti sovvenzionati che, come ha affermato Macron, stanno «letteralmente uccidendo gran parte dell’industria europea». Von der Leyen ha messo in guardia dalle «sovraccapacità produttive cinesi che erodono la nostra base manifatturiera» e definisce la situazione «semplicemente insostenibile». Merz ha proposto un nuovo Accordo del Plaza per costringere la Cina a un apprezzamento della propria valuta.

Nulla di tutto ciò costituisce ancora una politica unitaria degli alleati. La convergenza sulla natura della minaccia non implica un allineamento completo sulla risposta, né sul piano della sicurezza né su quello economico; vi sono divisioni anche su quanto ridurre l’esposizione alla Cina, su come bilanciare gli interessi economici e di sicurezza e su come gestire la politica nei confronti di Taiwan e dell’Ucraina. Tuttavia, una diagnosi condivisa è il presupposto fondamentale per un’azione comune e, per la prima volta in una generazione, tale diagnosi sta cominciando ad allinearsi.

Questa convergenza rappresenta un fatto geopolitico degno di nota. Anche durante la Guerra Fredda, gli alleati avevano percezioni diverse della minaccia: la Germania Ovest perseguiva l’Ostpolitik e la distensione, mentre gli Stati in prima linea premevano per la deterrenza, e il dispiegamento degli euromissili divideva sia l’opinione pubblica che i governi. Secondo alcuni indicatori, oggi si registra un’unità comparabilmente maggiore, persino di fronte a una minaccia meno urgente. Ciò che è particolarmente rivoluzionario è che l’Atlantico e il Pacifico stanno cessando di funzionare come spazi strategici completamente separati, ponendo le basi per sforzi di alleanza veramente globali, anche se è improbabile che l’amministrazione Trump riesca a trarre vantaggio da questa convergenza nei prossimi due anni e mezzo.

I LEGAMI CHE UNISCONO

Non c’è dubbio che gli alleati stiano cercando di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti in settori chiave attraverso nuove coalizioni di potenze medie. Tuttavia, questa tendenza verso la riduzione dell’esposizione viene controbilanciata e, in ultima analisi, superata da megatendenze di più ampia portata: l’impennata delle esportazioni cinesi in ambito economico, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale in ambito tecnologico e l’aumento delle spese per la difesa in ambito militare. Questi fattori stanno creando nuovi legami con Washington a un ritmo più veloce di quanto sia possibile spezzare quelli preesistenti.

In ambito economico, gli Stati Uniti assorbono ora circa il 20-30 per cento di tutte le esportazioni degli alleati, una quota molto più elevata rispetto a cinque anni fa, poiché la Cina acquista meno. Lo scorso anno, nonostante la guerra commerciale, Europa, Giappone e India hanno tutti esportato molto di più verso gli Stati Uniti che verso la Cina; negli ultimi cinque anni, le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15 per cento per l’Europa, del 20 per cento per il Giappone, del 20 per cento per la Corea del Sud e del 20 per cento per l’India, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30 per cento sia per l’Europa che per la Corea del Sud e l’India. Tale dipendenza dal mercato statunitense è destinata ad aumentare: il secondo shock cinese renderà il mercato statunitense un’ancora di salvezza ancora più cruciale. Inoltre, gli sforzi di reindustrializzazione americani dipendono sempre più dagli investimenti degli alleati e dalla condivisione di tecnologie, dalla cantieristica navale ai semiconduttori alle batterie, rafforzando così l’interdipendenza.

La tecnologia sta diventando sempre più “appiccicosa” in entrambe le direzioni, in parte a causa della rivoluzione dell’IA. Abbondano le notizie secondo cui i governi europei stanno ordinando ai funzionari di abbandonare Microsoft Teams e Zoom, di migrare dai sistemi operativi americani e di creare alternative “sovrane” nel cloud e nell’IA. Ma la nuova ondata di innovazione tecnologica sta ricreando la dipendenza degli alleati. La dipendenza di un tempo dai sistemi operativi americani per dispositivi mobili e desktop non è diminuita, e ora gli alleati degli Stati Uniti dipendono anche dall’infrastruttura cloud americana, dai chip avanzati e dai modelli di IA. Tre «hyperscaler» statunitensi — Amazon, Google e Microsoft — rappresentano circa i due terzi del mercato globale del cloud, mentre i fornitori europei detengono appena il 15 per cento del proprio mercato interno. Si prevede che nel 2026 gli hyperscaler statunitensi spenderanno oltre 700 miliardi di dollari in infrastrutture di intelligenza artificiale, contro una spesa sovrana europea di circa 13 miliardi di dollari. E il divario sta crescendo. Gli sforzi dell’Europa sono per ora troppo modesti, troppo regolamentati, troppo frammentati e troppo concentrati sull’attenuazione delle restrizioni governative piuttosto che sulla promozione dell’uso commerciale per modificare radicalmente le dipendenze che si sono accumulate nel corso di decenni. (Nel frattempo, gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle macchine litografiche olandesi, dall’ottica e dai laser tedeschi, dai prodotti chimici giapponesi e dagli impianti di semiconduttori di Taiwan per la propria agenda sull’intelligenza artificiale.)

La vera storia delle alleanze degli Stati Uniti è costellata di crisi ricorrenti.

È sul fronte militare che il legame potrebbe risultare più saldo. Gli sforzi degli alleati per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti sono controbilanciati dal fatto che ogni alleato sta contemporaneamente portando avanti il più significativo potenziamento della propria difesa degli ultimi trent’anni, di fronte alle crescenti minacce cinesi e russe, con modalità che li avvicinano a Washington. La logica è chiara in Asia. Anche se Trump attacca periodicamente con toni retorici gli alleati asiatici, Taiwan ha richiesto 25 miliardi di dollari in nuove armi statunitensi, il Giappone ha proseguito l’acquisto di ulteriori caccia F-35 e missili Tomahawk integrando al contempo le proprie strutture di comando con quelle degli Stati Uniti, la Corea del Sud ha avviato una nuova cooperazione per la costruzione di sottomarini nucleari e l’India ha rafforzato la propria dipendenza dai motori a reazione statunitensi. Sebbene l’Europa si sia impegnata maggiormente per ridurre la dipendenza, anche qui i legami sono molto forti. Oltre l’80 per cento del nuovo programma di riarmo europeo, del valore di 860 miliardi di dollari, è completamente aperto alle aziende statunitensi, mentre il restante 20 per cento, destinato esclusivamente alle imprese europee, prevede diverse deroghe per consentire la partecipazione americana. I nuovi leader europei nel settore delle tecnologie di difesa, da Helsing a Stark, sono finanziati in gran parte da capitali americani, da New York a Menlo Park. E negli ultimi anni, la quota degli appalti europei nel settore della difesa assegnata alle aziende statunitensi è salita, secondo un indicatore, da circa il 28 per cento nel periodo 2019–21 al 51 per cento nel periodo 2022–24, poiché l’urgenza della guerra in Ucraina ha generato una domanda che solo gli Stati Uniti potevano soddisfare in termini di rapidità e portata. Anche se canadesi ed europei si stanno allontanando da alcune piattaforme statunitensi e acquistano tra di loro, quelle nuove piattaforme — che non arriveranno prima di un altro decennio — rafforzano la dipendenza dagli Stati Uniti per le infrastrutture fondamentali della guerra ad alta intensità, come i collegamenti tattici di dati che consentono il comando e il controllo alleati. Inoltre, gli alleati europei non hanno alternative agli Stati Uniti per quanto riguarda l’allerta precoce spaziale contro i missili o le attività critiche di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Persino Merz ha ammesso che l’Europa «rimarrà dipendente dagli Stati Uniti d’America ancora per molto tempo».

La strategia di “copertura” adottata dalle potenze medie non solo viene superata dalle forze più grandi, ma è anche meno indicativa di problemi all’interno dell’alleanza di quanto molti credano. Le potenze medie continuano a collaborare con Washington anche mentre cercano di costruire nuove relazioni altrove. E nella maggior parte dei casi, tali nuove relazioni sono con alleati e partner degli Stati Uniti, molte delle quali si estendono attraverso diversi teatri operativi in modi che Washington ha a lungo incoraggiato, con attori chiave come l’India e il Giappone al centro. Ciò che ora sembra una riduzione del rischio, a lungo termine costituirà un reinvestimento nella rete dell’alleanza e nelle capacità che Washington cerca da tempo di rafforzare: produzione nel settore della difesa, resilienza della catena di approvvigionamento e interoperabilità. Le politiche dell’amministrazione Trump possono essere lo stimolo, ma l’aumento della coesione e delle capacità degli alleati durerà ben oltre il suo mandato.

IL VERO “DEEP STATE”

Non sono solo le forze esterne alle alleanze a spingerle verso l’unione, ma anche quelle interne. Trump e il suo team hanno cercato di sradicare un presunto “deep state” “woke” composto da attivisti, ma il vero deep state è al tempo stesso più banale e più determinante. I professionisti delle alleanze portano avanti l’attività quotidiana di cooperazione lontano dai riflettori delle recriminazioni pubbliche: pianificatori militari e funzionari dei servizi segreti, esperti di controllo delle esportazioni e specialisti in sanzioni, banchieri centrali e negoziatori commerciali, nonché gli ingegneri e i responsabili della definizione degli standard che garantiscono la comunicazione tra i sistemi alleati. Essi formano una fitta rete di relazioni costruita e curata nel corso di decenni. Poiché il lavoro è di natura tecnica piuttosto che politica, e poiché si sviluppa su tempi che vanno dagli anni ai decenni, è lento da costruire ma anche da smantellare. Proprio la sua natura poco appariscente conferisce alle alleanze una stabilità di fronte a un ciclo politico turbolento.

Questo slancio costante è evidente nel modo in cui molte iniziative sono proseguite — e si sono persino rafforzate — sotto l’amministrazione Trump, nonostante le tensioni ai vertici. Anche mentre l’India ribolliva per i dazi record imposti dagli Stati Uniti, le relazioni in materia di difesa sono rimaste al riparo dalla guerra commerciale: nell’ottobre 2025, i due paesi hanno firmato un nuovo accordo quadro decennale sulla difesa che rafforza l’interoperabilità in ogni ambito. L’AUKUS, sottoposto a una revisione scettica da parte del Pentagono all’insegna dell’«America first», ne è uscito intatto, essendo ormai sopravvissuto ai cambiamenti di governo in tutti e tre gli Stati membri. Nelle Filippine, l’esercitazione militare annuale denominata Balikatan (che significa «spalla a spalla») raggiunse nel 2025 la sua più grande edizione di sempre con 16.000 soldati, piani di emergenza alleati e forze giapponesi. Le tensioni commerciali con la Corea del Sud non impedirono una maggiore collaborazione sui sottomarini nucleari.

Anche il Congresso ha contribuito a mantenere saldi questi rapporti. Nonostante la polarizzazione, le maggioranze bipartisan continuano a sostenere la NATO, i partenariati indo-pacifici come l’AUKUS e il Quad, e l’integrazione tra difesa e industria. A prescindere dalle controversie sulla ripartizione degli oneri e sul commercio, pochi esponenti seri di entrambi i partiti sono favorevoli a un abbandono totale o anche solo parziale delle strutture dell’alleanza. Persino la leadership repubblicana si colloca su posizioni più moderate a questo riguardo. Thune, ad esempio, ha dichiarato: «Ci sono moltissime persone che ritengono che la NATO sia un’alleanza post-seconda guerra mondiale fondamentale e di incredibile successo. E penso che nel mondo di oggi gli alleati siano indispensabili». E infatti, il Congresso ha vietato il ritiro dalla NATO senza la sua espressa approvazione.

Da parte loro, gli alleati americani sembrano talvolta condividere una sorta di pensiero magico riguardo agli Stati Uniti: il desiderio di mantenere una visione favorevole e di lunga data degli Stati Uniti nonostante le prove contrarie. Il Giappone, nonostante le gravi lamentele riguardo ai dazi statunitensi e alla soft détente di Trump con Pechino, nonché al palese fallimento di Washington nel sostenere il primo ministro giapponese Sanae Takaichi di fronte alle intense pressioni cinesi, è determinato a comportarsi come se l’alleanza rimanesse forte come sempre. Il Regno Unito si è aggrappato con analoga determinazione all’idea di una «relazione speciale», e il segretario generale della NATO ha accolto l’amministrazione con una fiducia nel rapporto che molti trovano difficile da spiegare. In parte ciò rappresenta una fede genuina nel sistema dell’alleanza; in parte rappresenta una sorta di pragmatismo del tipo «fingi finché non superi Trump». Indipendentemente da ciò, la retorica ha effetti stabilizzanti che possono effettivamente far guadagnare tempo.
 

DOPO DI ME

La tenacia degli alleati di fronte all’ostilità di Trump non è motivata solo dalle attuali esigenze di sicurezza ed economiche. Essa riflette anche la consapevolezza intuitiva che le probabili alternative a un mondo garantito dal sistema di alleanze siano di gran lunga peggiori per gli alleati. Anche solo il danno concreto che Trump ha arrecato alla fiducia e alla prevedibilità rende la struttura dell’alleanza la scelta migliore.

La prima alternativa possibile per gli alleati è la multipolarità globale, un mondo senza regole, senza alleanze fisse, in cui ogni Stato agisce per il proprio interesse. Questo scenario hobbesiano potrebbe sfociare in una guerra catastrofica, come accadde prima della Prima guerra mondiale. Porrebbe i piccoli Stati nella condizione di perdere la sovranità, spingerebbe le potenze medie ad acquisire armi nucleari e indurrebbe le grandi potenze a intraprendere una corsa agli armamenti. Una seconda alternativa, quella delle sfere d’influenza, aggiunge un elemento di stabilità, poiché ogni grande potenza governa la propria zona di influenza e gli Stati Uniti si ritirano nell’emisfero occidentale. Tuttavia, le grandi potenze si contendono continuamente le sfere d’influenza altrui, come è avvenuto dopo le guerre napoleoniche e nuovamente dopo Yalta, e le sfere d’influenza non possono impedire la guerra alle catene di approvvigionamento né affrontare le sfide transnazionali, dall’intelligenza artificiale all’innalzamento del livello del mare. Una terza possibilità, che garantisce un ordine ancora maggiore rispetto alle altre due, è un concerto delle grandi potenze che produca una pace controllata tra le principali capitali. Ma ciò sembra poco plausibile oggi, quando le grandi potenze non riescono nemmeno a cooperare per affrontare il cambiamento climatico, figuriamoci definire la forma complessiva dell’ordine mondiale. E anche se questi ultimi due scenari si rivelassero fattibili, sarebbero nettamente meno favorevoli agli interessi economici e di sicurezza degli attuali alleati degli Stati Uniti.

Una quarta alternativa è più probabile di tutte e tre: una preminenza parziale della Cina. La multipolarità, le sfere d’influenza e i concerti delle grandi potenze presuppongono tutti una generale parità tra le grandi potenze che sembra improbabile, date le dimensioni della Cina: la Cina ha una capacità produttiva doppia rispetto a quella degli Stati Uniti, un’economia più grande del 30 per cento in termini di potere d’acquisto, la marina militare più grande del mondo, un surplus commerciale globale senza precedenti pari a 1,2 trilioni di dollari e un vantaggio dominante nelle tecnologie, dai veicoli elettrici alla robotica. Una preminenza parziale creerebbe un mondo organizzato attorno alla deferenza verso Pechino, sostenuta dalla massa della Cina, lasciando gli Stati Uniti e i loro partner svuotati dal punto di vista industriale, superati tecnologicamente, soppiantati commercialmente, forse sconfitti militarmente e privati di posti di lavoro ben retribuiti. Le conseguenti dipendenze dalla Cina farebbero scivolare gli Stati Uniti e i loro partner lungo la catena del valore globale verso i settori immobiliare, turistico, delle materie prime, finanziario e, forse, dell’evasione fiscale transnazionale.

È sempre più chiaro ai responsabili politici delle capitali alleate, proprio come dovrebbe diventare chiaro ai leader americani del dopo-Trump, che l’unione delle forze alleate è l’unica via per controbilanciare la Cina — una quinta alternativa per l’ordine mondiale del futuro. Ciò comporterebbe la messa in comune da parte degli alleati di mercati, investimenti, tecnologia e capacità militari, con le alleanze che fungerebbero da piattaforme per lo sviluppo delle capacità, non solo per la deterrenza militare. Un’unione di questo tipo darebbe vita a una coalizione che avrebbe un PIL, adeguato al potere d’acquisto, più che doppio rispetto a quello della Cina e una spesa militare più che doppia; sarebbe il primo produttore di brevetti attivi e di pubblicazioni più citate, nonché il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi del mondo, e rappresenterebbe la metà della produzione manifatturiera globale contro il terzo della Cina. Lungi dal rendere impossibile una tale alleanza su larga scala, le realtà strutturali ne rendono più probabile la realizzazione, evidenziandone la necessità proprio mentre le risposte alle politiche di Trump mettono gli alleati degli Stati Uniti nella posizione di poter offrire di più a Washington.

Uno degli indicatori più importanti della plausibilità di questo percorso è proprio l’impegno profuso da Pechino per ostacolarlo. Politologi come William Wohlforth e Victoria Tin-bor Hui hanno rilevato che, nel corso della storia, gli Stati dominanti hanno cercato di dividere attivamente le coalizioni schierate contro di loro prima che queste potessero consolidarsi. Persino l’alleanza della Guerra Fredda del XX secolo — che alla fine si è rivelata un grande successo — ha dovuto affrontare delle sfide, poiché Mosca interferiva apertamente nella politica dell’Europa occidentale per allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. A tal fine, Pechino sta perseguendo una propria strategia volta a dividere le coalizioni, sfruttando il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento globali per minacciare o punire altri governi. Ciò ostacola l’azione collettiva perché ogni paese, a cui in alcuni casi vengono offerti sgravi selettivi, ha motivo di cercare un accordo individuale piuttosto che mantenere una linea comune con gli altri. Ciò che colpisce oggi, tuttavia, è quanto poco abbiano ottenuto finora tali sforzi cinesi, nonostante tutto ciò che Trump abbia fatto per favorire la causa di Pechino.

DALLA SOPRAVVIVENZA ALLA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA

Sulla scia di Trump, il sistema delle alleanze non si ricostruirà da solo. Come ogni progetto edilizio ambizioso, richiederà ingegneri e un piano. Ma ciò è più plausibile di quanto possa sembrare. Ogni rinnovamento riuscito del sistema delle alleanze è stato guidato da un programma lungimirante piuttosto che da un ripristino nostalgico, e lo shock del secondo mandato di Trump sta seppellendo la nostalgia e stimolando una necessaria presa di coscienza sia a Washington che nelle capitali alleate.

A Washington, l’attuale pessimismo dovrebbe lasciare il posto a un maggiore pragmatismo, anche per evitare che si trasformi inutilmente in una profezia che si autoavvera, rendendo più difficile il percorso da seguire. Il passaggio dall’individuazione delle sfide alla discussione delle soluzioni è ormai da tempo necessario. La questione di come ricostruire e riformare la struttura delle alleanze statunitensi deve diventare un tema centrale nel dibattito sul “futuro” in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.

Molti sono scettici sul fatto che una qualsiasi di queste opzioni sia ancora praticabile. Eppure il modello esiste già da diverse amministrazioni ed è in uso proprio in questo momento. Le sue caratteristiche distintive sono da tempo immutate: guidato dalla Casa Bianca, incentrato su progetti concreti e organizzato attraverso coalizioni ad hoc di alleati disponibili. L’amministrazione Biden ha operato in questo modo per lanciare l’AUKUS e sostenere la coalizione a favore dell’Ucraina. A volte lo ha fatto anche l’amministrazione Trump, dotando di risorse iniziative ereditate come il Pilastro 2 dell’AUKUS in modi nuovi e significativi e perseguendone di nuove, come un partenariato sui minerali critici con oltre 50 paesi che il vicepresidente JD Vance ha descritto come un «blocco commerciale tra alleati e partner». Il fatto che lo stesso modello sia emerso sotto amministrazioni così diverse è la prova più forte che una scala alleata è realizzabile anche dopo Trump.

Il primo passo è una valutazione condivisa della sfida — e, come suggerisce la convergenza sopra descritta, le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia si stanno allineando per la prima volta in una generazione. Per costruire su questa percezione condivisa sarà necessario voltare pagina rispetto all’era attuale e compiere sforzi proattivi per ricostruire la fiducia. Washington dovrà convincere gli alleati che le sue mosse più aggressive sono state il prodotto di una personalità particolare piuttosto che di una mutazione permanente del sistema politico. Sarebbe d’aiuto una chiara presa di distanza, trasversale ai due partiti, dalle minacce militari contro la Groenlandia. Lo stesso vale per una scelta deliberata di privilegiare impegni che durino più a lungo di qualsiasi singolo presidente: i decreti presidenziali possono essere revocati con una firma, ma le leggi sono molto più difficili da abrogare, ed è proprio alle leggi che gli alleati attribuiscono la fiducia necessaria per effettuare investimenti che si misurano in decenni.

Esercitazione militare congiunta a Funabashi, in Giappone, gennaio 2026Kim Kyung-Hoon / Reuters

Sarebbe inoltre opportuno iniziare con progetti piccoli e concreti che dimostrino il valore della collaborazione su scala ridotta in casi specifici e creino un clima di fiducia. I risultati immediati rafforzano la fiducia, e vi è spazio per iniziative pilota innovative in settori quali le catene di approvvigionamento farmaceutiche e la coproduzione di munizioni. La parola d’ordine dovrebbe essere «umiltà». L’istinto potrebbe spingere a cercare accordi di alleanza di ampio respiro, ma a tale istinto occorre resistere. Se iniziative mirate e discrete si concentrassero sulle aree di maggiore consenso – ad esempio un punto nevralgico in cui il controllo cinese è particolarmente forte – allora un risultato significativo potrebbe creare slancio. Ciò potrebbe anche aiutare a superare gli ostacoli nel contesto politico interno.

Ciò potrebbe gettare le basi per passare da piccoli progetti a iniziative più ampie e ambiziose che coinvolgano un maggior numero di partner. Il principio organizzativo di questi progetti deve essere il reciproco vantaggio, che si concretizza in flussi bidirezionali di capacità. Il modello tradizionale di alleanza trattava i partner come soggetti dipendenti, beneficiari della protezione e dei mercati americani. Una coalizione sostenuta da concessioni unilaterali è fragile. La dipendenza reciproca, al contrario, creerebbe una base di sostegno per il rapporto in ogni capitale; ecco perché i primi progetti dovrebbero essere concepiti in modo da garantire risultati politici tangibili in tutti i paesi alleati. Le nuove capacità degli alleati – e una chiara consapevolezza, tra gli elettori americani, dei costi derivanti dal loro spreco – potrebbero rendere possibile questo tipo di reciprocità autentica in modi che semplicemente non erano concepibili fino a pochi anni fa.

In definitiva, il rinnovo delle alleanze richiederà uno scopo positivo. Non può trattarsi solo di una posizione difensiva nei confronti della Cina, di una coalizione definita da ciò a cui si oppone. Deve rappresentare qualcosa: un ordine aperto, prospero e tecnologicamente dinamico in cui i suoi membri desiderino attivamente vivere e a cui altri vogliano aderire. Iniziare a delineare una visione di questo tipo dovrebbe essere un compito fondamentale per la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni.

Al momento, questa prospettiva può sembrare ottimistica. Ma ciò rende ancora più imperativo ricordare quanto siano state gravi le crisi del passato e quanto siano potenti oggi i fattori strutturali. Gli interessi degli Stati Uniti e dei loro partner continuano a coincidere, e questa logica si è accentuata con la crescita del potere della Cina e l’allineamento dei suoi alleati revisionisti. Gli alleati degli Stati Uniti farebbero bene a ricordare che, nonostante tutta la loro legittima rabbia e ansia, gli americani di oggi sono gli unici americani che hanno. Ma gli americani farebbero ancora meglio a ribaltare l’ammonimento di Carrington. In un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dei propri alleati più che mai, la pazienza è essenziale. Dopotutto, sono gli unici alleati che gli americani hanno.

Le epurazioni in Cina stanno funzionando come previsto

Un sistema disciplinare unico nel suo genere ha contribuito alla sopravvivenza del partito

Andrew Mertha

17 settembre 2026

Un cartellone pubblicitario raffigurante il leader cinese Xi Jinping alle spalle di alcuni soldati dell’Esercito popolare di liberazione, Pechino, agosto 2015Reuters / Damir Sagolj

ANDREW MERTHA è titolare della cattedra “George and Sadie Hyman” di Studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.

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Per due decenni, gli studiosi hanno ritenuto che la ragione principale per cui il regime comunista cinese fosse sopravvissuto fino al XXI secolo — mentre tutti i regimi comunisti europei erano crollati — fosse la creazione di istituzioni solide e durature. Il Partito Comunista Cinese (PCC) si era allontanato dall’imprevedibile dittatura personalista dell’era di Mao Zedong e aveva gettato le basi di uno Stato moderno. Aveva fissato limiti di mandato per i propri leader, adottato una leadership collettiva e promosso sempre più spesso i funzionari in base al merito, il che lo aveva reso sufficientemente resiliente da riprendersi dagli shock esterni e interni che avevano fatto crollare altri sistemi socialisti.

Il leader cinese Xi Jinping, tuttavia, ha trascorso l’ultimo decennio smantellando quasi tutte le istituzioni che, in teoria, garantivano la forza del partito. Nel 2018 ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha svuotato di significato la leadership collettiva e si è rifiutato di designare un successore. Xi ha inoltre epurato a suo piacimento funzionari di alto livello, soprattutto nel settore più delicato: quello militare. A gennaio, solo pochi mesi dopo che i vertici del partito avevano espulso nove alti ufficiali militari, il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il generale Zhang Youxia e il generale Liu Zhenli — fino a quel momento rispettivamente il più alto ufficiale in divisa e il comandante operativo di punta dell’Esercito Popolare di Liberazione — erano stati sottoposti a indagine. Dal 2022, secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, il partito ha formalmente epurato tre dozzine di generali e tenenti generali, e molti altri sono vistosamente scomparsi.

A Washington, molti osservatori vedono queste epurazioni come una prova della debolezza della Cina. Vedono un leader potente consumato dal sospetto e ossessionato dal mantenimento della propria presa sul potere. Se la forza del partito si basasse davvero sulle istituzioni autonome che la Cina aveva costruito nell’era post-Mao, allora le epurazioni di Xi sarebbero un segnale di fragilità e persino di un potenziale crollo. Ma il partito non ha mostrato alcun segno di disgregazione. Semmai, con il proseguire di queste epurazioni, Xi e il partito sembrano essere diventati solo più forti.

Lungi dall’indebolire il proprio dominio, il modo in cui il PCC ripulisce le proprie file può spiegare in parte ciò che lo rende così duraturo. Una purga non è un evento, ma un processo — che il partito porta avanti in forma pressoché identica da un secolo. Essa individua regolarmente i quadri, li valuta e li costringe a chiedere clemenza per mantenere la propria posizione all’interno del sistema. L’obiettivo è quello di rieducarli piuttosto che eliminarli del tutto, il che rafforza il partito incoraggiando l’obbedienza e la dedizione alla causa del partito. I leader del PCC ritengono inoltre che questa strategia funzioni: Xi ha abbracciato la «rivoluzione di sé», ovvero una rettifica continua e permanente, come mezzo attraverso il quale la Cina sfuggirà al triste destino dell’Unione Sovietica e di altri regimi socialisti ormai finiti nel cestino della storia. Ciò che potrebbe minacciare la longevità del partito, quindi, non è il numero di funzionari epurati, ma l’unico problema che una tale strategia non può risolvere e che può addirittura aggravare: come gestire la successione. Un regime di auto-rivoluzione avrà successo o fallirà proprio su questa questione, per quanto si sforzi di evitare il decadimento interno.

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CURARE LA MALATTIA, SALVARE IL PAZIENTE

La storia delle purghe in Cina risale a prima della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949. In alcuni casi, come è avvenuto in regimi simili, il PCC avvia purghe violente per allontanare i quadri dalle proprie file. Questo tipo di epurazione, ormai sinonimo delle azioni di Joseph Stalin nell’Unione Sovietica, mira a eliminare qualcuno dal partito, sia attraverso la detenzione, l’esilio o la morte. La vittima di una simile epurazione non torna più. Mao impiegò questa tattica già nel 1930, quando giustiziò più di 700 ufficiali dell’esercito in una dimostrazione di controllo totale.

Ma ciò che il PCC ha fatto, e che è una caratteristica unica del suo dominio duraturo, non è una purga nel senso tradizionale del termine. I leader del PCC ricorrono spesso a un metodo disciplinare diverso: la rettifica. La rettifica mira a mantenere una persona all’interno del partito, anche se a volte con uno status notevolmente ridotto. Mentre l’idea tradizionale di epurazione mira a eliminare i nemici dalle file (il termine cinese qingdang significa “ripulire il partito”), la rettifica mira a trattenere e rimodellare i quadri mantenendoli nell’orbita del partito.

Nel corso della sua storia, il PCC ha cercato di rieducare i quadri molto più spesso di quanto abbia cercato di eliminarli. Nel dicembre 1929, nel villaggio di Gutian, nella provincia del Fujian, Mao presentò una risoluzione intitolata “Sulla correzione delle idee errate nel Partito” che affermava il controllo del partito sulle forze armate. La risoluzione forniva inoltre indicazioni su come il partito interpretasse la disciplina interna: descriveva i propri bersagli non come nemici, ma come persone che presentavano deviazioni nel pensiero. I quadri potevano soffrire di «disturbi» quali l’avere un «punto di vista puramente militare» (una prospettiva slegata dalla politica), la promozione dell’ultrademocrazia (un sistema politico privo dell’autorità del partito) e il sostegno all’individualismo. La risoluzione di Mao trattava ciascuno di questi aspetti come una malattia che a volte poteva essere curata attraverso un regime di critica e autocritica davanti ai propri pari. E alla cura era allegata una promessa: se i membri del partito si fossero sottomessi al processo, il PCC li avrebbe mantenuti al suo interno anziché eliminarli.

Nella zona settentrionale cinese di Yan’an, dove Mao e i suoi seguaci stabilirono un campo base durante la guerra a partire dalla metà degli anni ’30, i leader trasformarono la rettifica in una dottrina. Il numero dei membri del partito esplose da circa 40.000 nel 1937 a 800.000 nel 1940, il che significava che quasi tutti all’interno dell’organizzazione erano nuovi e non ancora affidabili agli occhi dei leader del partito. Il Movimento di Rettifica del 1942-1945 rappresentò la soluzione. Ogni quadro scrisse un’autobiografia, valutò la propria vita sulla base di schemi stampati per l’autoesame, si confessò davanti alla propria sezione di partito o unità di lavoro e fu esaminato, valutato e classificato dal dipartimento del personale del partito. Nel febbraio 1942, Mao sintetizzò l’approccio in una famosa frase: «Curare la malattia, salvare il paziente».

La rettifica mira a mantenere e a riorganizzare i quadri.

Nulla di tutto ciò fu pacato. La campagna di Yan’an fu brutale: molti furono torturati e migliaia morirono. Le campagne successive furono spesso ancora più dure. Ma l’approccio di Mao distinse il comunismo cinese dai suoi parenti più prossimi. Stalin giustiziava rapidamente i quadri inaffidabili, mentre Pol Pot li mandava nelle fosse comuni. In Cina, in molti casi, la strategia consisteva nel trattenere i quadri e cercare di rimodellarli, creando al contempo fascicoli permanenti che descrivevano in dettaglio ogni loro errore.

La procedura di base rimane oggi pressoché identica. Una persona viene individuata per aver deviato in qualche modo e costretta a redigere un resoconto delle proprie mancanze. Il resoconto viene confrontato con quanto detto dai colleghi su di lei e con quanto già riportato nei registri dell’organizzazione (nel fascicolo personale dell’individuo). Il quadro viene collocato su una scala graduale di possibili sanzioni, che va dall’assenza di provvedimenti a un estremo all’espulsione dal partito all’altro. (La maggior parte delle sanzioni si colloca nel mezzo, tra cui l’emissione di un severo ammonimento o la messa in prova.) Quando viene emesso un verdetto su come trattare un quadro, un funzionario o un bersaglio della campagna , quella persona, se ritenuta aver confessato a sufficienza, viene mantenuta nel partito ma a condizioni revocabili e subordinate alle vicissitudini politiche. E ogni documento generato dal processo viene inserito nel fascicolo ufficiale del quadro, in modo permanente.

Si tratta della procedura utilizzata nel 1952 contro un negoziante di paese che sottraeva una parte del grano acquistato. È anche la procedura utilizzata oggi dal Politburo cinese, i cui membri — gli uomini più potenti del Paese — leggono ad alta voce le proprie autocritiche gli uni agli altri una volta all’anno e vedono le loro confessioni messe per iscritto e allegate in modo permanente ai propri fascicoli seguendo lo stesso modello utilizzato a Yan’an. Sebbene Xi abbia ampliato la cerchia delle persone che possono essere prese di mira, il meccanismo non è cambiato.

Anche il caso in corso degli ufficiali militari epurati sotto Xi rientra probabilmente in questo modello. Zhang e Liu sono stati sottoposti a indagine, non giustiziati, ed è possibile che rimangano iscritti alle liste del partito, anche se gravati da un fascicolo personale più corposo e assegnati a un incarico insignificante o messi del tutto da parte dalla vita pubblica. Nel 2023, ad esempio, il diplomatico Qin Gang è stato rimosso dalla carica di ministro degli Esteri; secondo alcune inchieste giornalistiche, avrebbe mantenuto l’appartenenza al partito, ma sarebbe stato riassegnato a un incarico d’ufficio di basso livello presso la casa editrice del ministero degli Esteri. E anche se Zhang e Liu venissero espulsi dal partito, l’epurazione rimane l’eccezione piuttosto che la norma, come da prassi consolidata del partito. Dei 101 generali e tenenti generali che il Center for Strategic and International Studies ha identificato come epurati o potenzialmente epurati, solo 14 erano stati ufficialmente espulsi dal partito a febbraio.

FILE SINGOLO

La rettifica raramente, se non mai, modifica le convinzioni dei quadri. Ottant’anni di dati, in gran parte provenienti dallo stesso partito, dimostrano che i quadri ripetono a pappagallo i copioni che vengono loro forniti, mettono in scena il pentimento richiesto e poi tornano ai loro comportamenti precedenti non appena la campagna termina. Si tratta di un processo talmente ritualizzato che i partecipanti imparano a dire esattamente ciò che gli esaminatori vogliono sentire.

Tuttavia, l’obiettivo principale di questo processo non è quello di riformare le convinzioni, bensì di redigere un documento da inserire in un fascicolo d’archivio. Tale fascicolo contiene dati oggettivi sul personale, nonché valutazioni osservabili delle carenze politiche di un quadro. È proprio questa documentazione scritta che consente al regime di mantenere la disciplina anche se nessun quadro modifica il proprio modo di agire o di pensare.

Per i quadri e gli altri soggetti a rettifica, il processo distingue chi è ancora nelle grazie dei leader del partito e chi ne è caduto in disgrazia. Poiché i quadri sono costantemente in competizione per il proprio status, un’epurazione è un evento eccezionale e devastante. Per la maggior parte dei membri del partito, sopravvivere a un processo di rettifica con una punizione minima è motivo di sollievo (spesso accompagnato dal desiderio di rinnovare il proprio impegno verso un regime clemente), unito a un barlume di paura che la prossima campagna sia sempre dietro l’angolo. Esteso a 100 milioni di membri del partito, questo processo produce in ogni persona una disciplina interiorizzata che rafforza la presa dell’organizzazione sul potere. Ogni quadro si sveglia ogni giorno sapendo che il fascicolo esiste e che può essere usato contro di lui in qualsiasi momento.

Il registro permanente, standardizzato e consultabile in qualsiasi momento, contenente la storia, i legami e i punti deboli di ogni membro del partito, costituisce anche un sistema informativo che conferisce ai leader del partito un potere immenso. I governanti autocratici hanno bisogno di informazioni per scongiurare le minacce al proprio potere; il sistema dei fascicoli personali del PCC, ricco di informazioni sui quadri del partito, rappresenta un canale informativo insostituibile per i governanti cinesi. La maggior parte dei quadri è disposta ad assecondare i desideri del partito, ma per quella piccola minoranza che non manifesta l’atteggiamento corretto di fronte a una campagna disciplinare, il partito può espellerli o metterli in prigione, scongiurando così qualsiasi minaccia di rivolta dall’interno. A volte si verificano defezioni e dissensi ad alto livello, ma quando accadono sono raramente organizzati e si esauriscono rapidamente.

Ci si potrebbe aspettare che tale registrazione dei dati generi risentimento tra i quadri del partito, ma il processo è concepito per distribuire la responsabilità e quindi proteggere Pechino da eventuali ripercussioni. Non esiste una singola persona o entità che emetta un verdetto di rettifica. Al contrario, vengono mobilitate task force del partito (note come «gruppi di lavoro») per redigere il verdetto, i colleghi del posto di lavoro lo avallano e infine un comitato a un livello amministrativo superiore lo ratifica. Nel corso del processo il verdetto passa attraverso così tante mani che la paternità del verdetto risulta aggregata e diffusa, in modo che non si possa attribuire la responsabilità a nessun singolo leader o ente del partito. Anche il quadro stesso, attraverso la propria autocritica, è coautore del verdetto.

La disciplina dei quadri attraverso la rettifica è anche uno strumento di coordinamento. Il partito-Stato cinese è una rete tentacolare di agenzie burocratiche, basi di potere regionali e uffici amministrativi che hanno i propri interessi e devono spesso negoziare tra loro. Una campagna di rettifica è uno dei pochi strumenti in grado di superare queste fratture. Come nel caso di altre campagne su larga scala del partito, quali la politica del figlio unico, i quadri comprendono che l’adesione alla rettifica è obbligatoria e rappresenta una priorità assoluta per i leader. Le campagne disciplinari offrono incentivi e punizioni inequivocabili, tra cui clemenza per i quadri che dimostrano l’atteggiamento giusto e un purgatorio professionale, o addirittura l’esilio, per coloro che non lo fanno. Molti quadri che normalmente traggono vantaggio dalla frammentazione del sistema politico cinese sanno che devono mettere da parte ogni altra cosa e allinearsi alle campagne disciplinari, fornendo a Pechino un modo altamente visibile per imporre priorità unificate e rafforzare il controllo del partito.

CIÒ CHE LA DISCIPLINA NON PUÒ RISOLVERE

La storia cinese è costellata di esempi di dinastie un tempo potenti che si sono indebolite e alla fine sono crollate. Per evitare questo esito, la soluzione di Mao era la mobilitazione di massa: solo consentendo al popolo di vigilare sul governo, riteneva, questo non avrebbe allentato la presa. La risposta di Xi, proposta nel 2021 e successivamente approfondita, è l’autoriforma del partito. In questo contesto, la cura per i mali del partito può provenire solo dall’interno del partito stesso, non da alcuna forza esterna. Le campagne di rettifica del partito attualmente in corso richiedono a tutti i funzionari di autodisciplinarsi, e l’occasionale epurazione totale di alcuni quadri fornisce una prova innegabile del fatto che il mancato rispetto delle regole comporta delle conseguenze. È la prima volta che il partito individua esplicitamente il meccanismo della propria sopravvivenza al suo interno.

La messinscena è stata altrettanto esplicita. Nell’autunno del 2014, mentre erano in corso le indagini che portarono alla caduta di due alti vertici militari, Xi convocò circa 400 alti ufficiali nella stessa sala del villaggio di Gutian dove Mao aveva pubblicato il documento “Sulla correzione delle idee errate nel Partito”. I media statali la definirono la “nuova conferenza di Gutian”. Nel 2024, Xi ha convocato i vertici militari a Yan’an per discutere di lavoro politico (ovvero, di fedeltà ideologica): un chiaro promemoria del fatto che il partito vede un nesso diretto tra le passate campagne di rettifica e la sua attuale forza.

Dietro questo simbolismo si cela il timore di Xi che la Cina possa fare la fine dell’Unione Sovietica, il cui Partito Comunista, secondo Xi, ha lasciato che i propri meccanismi disciplinari interni si atrofizzassero, diventando così l’artefice della propria rovina. Pechino ritiene che le epurazioni e le misure correttive debbano proseguire in modo permanente affinché il partito possa rimanere al potere. A prescindere dall’accuratezza dell’analisi sul crollo sovietico, la forza costante del PCC suggerisce che il metodo utilizzato dal partito per disciplinare i quadri possa effettivamente spiegare la sua longevità. Le epurazioni di Xi non dovrebbero essere valutate in base al numero di quadri coinvolti, ma piuttosto alla loro capacità di continuare a produrre fascicoli, verdetti e misure di mantenimento all’interno del partito che ne garantiscano il saldo controllo.

La principale fonte di incertezza in questo momento è la futura successione di Xi.

Ma ciò che rafforza il partito indebolisce anche alcuni degli strumenti di potere della Cina. I vertici militari rimangono vacanti o sono occupati da ufficiali con minore esperienza, e i futuri ufficiali imparano che il curriculum professionale più sicuro è quello con poche esperienze all’attivo. Quando è costretto a scegliere, il controllo politico è sempre più importante per il partito rispetto all’efficacia operativa. Si tratta di un compromesso che il partito è disposto ad accettare da un secolo e che continuerà ad accettare.

E il metodo cinese delle epurazioni non può risolvere il pericolo della successione. La “rettifica” non produce alcun meccanismo per la scelta del prossimo leader; semmai, garantendo che nessun subordinato acquisisca una posizione indipendente, rende ancora più difficile l’emergere di un successore credibile. È nella successione, non nella disciplina, che il sistema si rivela debole. La vecchia generazione di leader del PCC, tra cui Mao e Deng Xiaoping, ha superato la sfida della successione attingendo alla propria autorità inattaccabile in quanto rivoluzionari che avevano combattuto per la sopravvivenza del partito, mentre i leader successivi si sono affidati alle istituzioni — limiti di mandato, leadership collettiva e regole di successione ben definite — che Xi ha sommariamente distrutto. Xi non dispone né dell’una né dell’altra, il che rende il problema della successione particolarmente acuto. Il momento in cui preoccuparsi della stabilità cinese non è quando i generali scompaiono nel corso di un’indagine, ma quando l’uomo che esamina i loro fascicoli inizia a diventare troppo anziano per ricoprire quel ruolo senza che si sappia chi gli succederà.

Il PCC non è destinato a crollare: il sistema di controllo esiste proprio per impedire la frammentazione dell’élite, e ha funzionato. Ciò che probabilmente emergerà, invece, è uno Stato militarmente più debole ma politicamente più forte di quanto suggeriscano la maggior parte delle valutazioni. La principale fonte di incertezza ora è l’eventuale successione di Xi. Anche gli stessi teorici di Pechino stanno osservando la situazione, perché sanno che persino un sistema di rettifica ben congegnato, che ha mantenuto forte il partito per un secolo, non ha una risposta per una lotta di potere tra le élite su chi sarà il prossimo leader.

Rapporto di Wang Yi: Aprire la strada giusta affinché le grandi potenze mantengano le relazioni e scrivano un nuovo capitolo nella storia delle relazioni sino-americane, di Karl Sànchez

Rapporto di Wang Yi: Aprire la strada giusta affinché le grandi potenze mantengano le relazioni e scrivano un nuovo capitolo nella storia delle relazioni sino-americane.

Pubblicato in cinese dal Ministero degli Affari Esteri cinese

Karl Sanchez26 settembre
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Wang Yi ha scritto un resoconto della visita di Xi Jinping all’Impero americano fuorilegge e di altre iniziative diplomatiche correlate, che costituisce una pubblicazione ufficiale e che ho tradotto dal cinese per i lettori di Gym. Non credo serva alcun preambolo, quindi eccolo qui:

Dal 23 al 25 settembre 2026, il presidente Xi Jinping ha effettuato una visita di Stato negli Stati Uniti. Al termine del viaggio, Wang Yi, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC e Ministro degli Affari Esteri, ha illustrato ai giornalisti al seguito i dettagli della visita.

Wang Yi ha affermato che a settembre i capi di Stato hanno vissuto una serie di momenti culminanti e spettacolari dal punto di vista diplomatico. Dopo aver visitato l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Asia meridionale, il presidente Xi Jinping ha attraversato il Pacifico per intraprendere un viaggio di fama mondiale negli Stati Uniti. Questa visita segna la prima visita di Stato del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti in 11 anni, realizzando così una seconda visita reciproca tra i due capi di Stato in sei mesi e stabilendo un record storico negli scambi sino-americani. La visita è stata ricca di contenuti e obiettivi, e il presidente Xi Jinping e il presidente Trump hanno avuto uno scambio di vedute franco e approfondito su questioni strategiche e generali riguardanti le relazioni sino-americane e le tendenze globali in un’atmosfera di reciproco rispetto e amicizia. La parte statunitense ha riservato al presidente Xi Jinping il massimo livello di cortesia. Il presidente Trump e la First Lady lo hanno accolto personalmente all’aeroporto, la banda militare ha suonato gli inni nazionali di Cina e Stati Uniti, sono stati sparati 21 colpi di salva e le guardie d’onore di varie forze armate si sono schierate in segno di solenne apertura della visita. Il giorno successivo, il presidente Trump ha tenuto una solenne cerimonia di benvenuto per il presidente Xi Jinping alla Casa Bianca, dove i due capi di Stato hanno pronunciato importanti discorsi e hanno passato in rassegna la guardia d’onore e i caccia che hanno sorvolato la Casa Bianca fianco a fianco. Quella sera, il presidente Trump e sua moglie hanno decorato la East Hall della Casa Bianca con il rosso cinese e hanno offerto un sontuoso banchetto di Stato in onore del presidente Xi Jinping e di sua moglie, riunendo funzionari federali statunitensi e personalità di spicco provenienti da tutti i settori. Queste disposizioni protocollari, studiate nei minimi dettagli, sottolineano il pieno rispetto degli Stati Uniti per il presidente Xi Jinping e l’alta considerazione che nutrono per le relazioni sino-americane.

I media nazionali e internazionali si sono concentrati su questa visita, dedicandole spesso titoli in prima pagina per riportarla e interpretarla, considerandola generalmente una visita storica di fondamentale importanza. Nel contesto della complessa situazione internazionale, questa visita ha dato continuità all’effetto positivo dell’incontro di Pechino tra i due capi di Stato, portando a nuovi sviluppi nel costruttivo rapporto di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti e inviando segnali positivi di progresso reciproco, coesistenza pacifica e mutuo vantaggio, a beneficio di entrambi i Paesi e del mondo intero.

1. Ampliare il nuovo posizionamento delle relazioni Cina-USA

Wang Yi ha affermato che la diplomazia dei capi di Stato è la stella stabilizzatrice delle relazioni sino-americane. Da quando il presidente Trump si è ricandidato, i due capi di Stato si sono incontrati tre volte, hanno avuto cinque conversazioni telefoniche e si sono scambiati numerose lettere, mantenendo stretti legami e creando un modello di reciproco rispetto e sincerità, che diventa la risorsa strategica più preziosa nelle relazioni sino-americane. In ogni momento critico della grande nave delle relazioni sino-americane, il capo di Stato ne guida la rotta attraverso la diplomazia.

Nel maggio di quest’anno, durante la visita del Presidente Trump in Cina, i due capi di Stato hanno confermato congiuntamente il nuovo assetto delle relazioni sino-americane, caratterizzate da una strategia costruttiva e da una stabilità reciproca, orientandosi chiaramente verso un percorso di cooperazione, moderata competizione, gestione delle divergenze e promessa di pace. Tale assetto non solo riflette i costanti progressi compiuti nelle relazioni sino-americane, ma evidenzia anche le aspettative di entrambe le parti per un miglioramento continuo, rappresentando un passo importante verso la giusta direzione della cooperazione bilaterale. Seguendo le indicazioni fornite dai due capi di Stato, entrambe le parti hanno promosso attivamente il dialogo e la cooperazione, gestito in modo appropriato le divergenze e le tensioni, e raggiunto una stabilità complessiva nelle relazioni sino-americane.

Un importante risultato politico di questa visita è stato che il Presidente Xi Jinping e il Presidente Trump hanno ulteriormente ampliato il significato del nuovo posizionamento delle relazioni sino-americane, chiarendo l’importanza del rispetto, dell’equità e dell’uguaglianza, e concordando di costruire una “relazione sino-americana costruttiva, strategica e stabile basata sul rispetto, sull’equità e sull’uguaglianza”, fornendo così agli Stati Uniti una guida strategica più chiara per esplorare le modalità di cooperazione tra grandi potenze. Rispetto significa rispettare la sovranità e l’integrità territoriale reciproche, rispettare i sistemi sociali e i percorsi di sviluppo scelti da ciascuno, e rispettare gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni di entrambi. Equità significa impegnarsi in una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, negoziare le divergenze per risolverle, evitare giochi a somma zero di guadagno reciproco e non perseguire un vantaggio assoluto da una parte. Uguaglianza significa che entrambi i Paesi hanno pari sovranità, senza gerarchie, senza prepotenze, e pari risoluzione delle rispettive problematiche, nonché uno sviluppo equilibrato della cooperazione in vari settori. Il Presidente Xi Jinping ha sottolineato che le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso umano. Essi dovrebbero dimostrare la responsabilità delle grandi potenze, allinearsi alle aspettative del popolo e alle tendenze dei tempi, ed esplorare una nuova via per una corretta coesistenza tra le grandi potenze. Per realizzare la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America, possiamo procedere in parallelo, raggiungendo reciprocamente i nostri obiettivi e apportando benefici al mondo.

È normale che Cina e Stati Uniti abbiano situazioni diverse e che vi siano disaccordi . Alcune di queste divergenze sono marcate e molti conflitti sono complessi. Tuttavia, gestire adeguatamente le differenze e le contraddizioni, cercando al contempo un terreno comune e preservando le divergenze, è una parte essenziale di una relazione sino-americana costruttiva, strategica e stabile. I due capi di Stato hanno concordato di sfruttare il ruolo di coordinamento dei canali politici e diplomatici. Le forze armate di entrambi i Paesi dovrebbero mantenere un dialogo costante. Dipartimenti come quelli dell’economia, del commercio, delle finanze, delle forze dell’ordine e degli affari culturali devono rafforzare la comunicazione, costruire fiducia, risolvere i dubbi, gestire le divergenze e consolidare la fiducia reciproca. Il presidente Xi Jinping ha chiarito la posizione di principio della Cina sulla questione di Taiwan, ha sottolineato il fermo impegno della Cina a salvaguardare l’unità nazionale e l’integrità territoriale, ha esortato gli Stati Uniti a mantenere la loro corretta posizione contro l'”indipendenza di Taiwan”, a gestire la questione di Taiwan con prudenza e a rimuovere le interferenze dalla cooperazione strategica sino-americana e dallo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Wang Yi ha affermato che, come ha sottolineato il presidente Xi Jinping, la “trappola di Tucidide” può essere superata. La relazione costruttiva di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti non è solo uno slogan, ma dovrebbe tradursi in azioni concrete di reciproco avvicinamento. Fintanto che rispetto, equità e uguaglianza saranno realmente dimostrati, Cina e Stati Uniti sapranno certamente tracciare, attraverso il dialogo e la consultazione, un percorso che consentirà a due Paesi con civiltà, sistemi e percorsi diversi di coesistere pacificamente a lungo su questo pianeta.

2. Aprire nuovi spazi per la cooperazione tra Cina e Stati Uniti

Wang Yi ha affermato che, essendo Cina e Stati Uniti le due maggiori economie mondiali, il fatto che siano strettamente interconnesse è un dato di fatto oggettivo; l’unità avvantaggia entrambe le parti, mentre il conflitto le danneggia entrambe: questa è una lezione storica. Il raggiungimento di obiettivi reciproci e la cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti sono le uniche scelte corrette. La cooperazione sino-americana riguarda il benessere dei popoli di entrambi i paesi e influenza anche il panorama politico ed economico globale.

Alla vigilia della visita, i team economici e commerciali di entrambe le parti hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni e raggiunto un nuovo accordo congiunto, che include l’istituzione e il potenziamento di un consiglio commerciale e di un consiglio per gli investimenti, la creazione di un gruppo di lavoro sull’agricoltura, l’attuazione di un taglio fiscale reciproco di 30 miliardi di dollari e l’estensione dei risultati dei negoziati economici e commerciali di Kuala Lumpur. Questi sforzi hanno stabilizzato le relazioni economiche e commerciali bilaterali, rafforzato la fiducia del mercato e beneficiato le industrie di entrambi i paesi, i loro cittadini e persino l’economia globale. Le relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti hanno attraversato molte vicissitudini e l’attuale situazione di stabilità non è stata raggiunta facilmente. Alcune forze statunitensi hanno generalizzato il concetto di sicurezza nazionale, politicizzato le questioni economiche e commerciali, represso le imprese cinesi negli Stati Uniti, limitato gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, creato barriere all’accesso al mercato e promosso il “disaccoppiamento e la rottura delle catene”. Ciò non serve gli interessi di nessuna delle due parti e non fa altro che restringere la sovrapposizione di interessi tra le due parti. Il presidente Xi Jinping ha sottolineato che la cooperazione è una strada a doppio senso; Stabilizzare le relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti richiede sia un ampliamento delle aree di cooperazione sia una riduzione delle problematiche. Gli Stati Uniti dovrebbero trattare le aziende cinesi in modo equo, sostenere i principi di uguaglianza, rispetto e reciprocità e trovare soluzioni attraverso il dialogo e il negoziato. Entrambe le parti dovrebbero avvicinarsi, perseguire una prospettiva di reciproco vantaggio, promuovere uno sviluppo sostenibile, stabile e positivo delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti, a beneficio dei popoli di entrambi i paesi.

La cooperazione tra le forze dell’ordine di Cina e Stati Uniti ha efficacemente tutelato la vita e i beni dei cittadini di entrambi i Paesi, rafforzando il “fattore sicurezza” delle relazioni bilaterali. L’abuso di fentanil ha causato traumi irreparabili a molte famiglie americane. Sebbene questo problema non sia stato causato dalla Cina, quest’ultima ha sempre agito con la massima buona volontà e si è adoperata per assistere gli Stati Uniti nella gestione della crisi del fentanil, sia dal punto di vista umanitario che nel più ampio contesto delle relazioni sino-americane. Dopo l’incontro di Pechino, la Cina ha introdotto nuovi controlli sulle sostanze chimiche precursori e rafforzato i controlli sulle esportazioni, collaborando con gli Stati Uniti per risolvere numerosi casi legati al traffico di droga, a dimostrazione della sua sincerità. I ​​due capi di Stato hanno incaricato le forze dell’ordine di continuare a rafforzare la cooperazione e a combattere congiuntamente la criminalità transnazionale.

Wang Yi ha affermato: “Chi agisce sempre ha successo, chi agisce sempre arriva”. I fatti hanno dimostrato che Cina e Stati Uniti possono realizzare una serie di importanti e proficui risultati attraverso la cooperazione. Ogni progresso nelle relazioni sino-americane apporta benefici tangibili alla comunità internazionale. Tutti i dipartimenti e i livelli di entrambe le parti devono attuare con determinazione l’importante consenso raggiunto dai due capi di Stato, senza trascurare i piccoli vantaggi né commettere piccoli errori, perseguendo il reciproco vantaggio attraverso una cooperazione pragmatica, il reciproco successo attraverso una sana competizione e aprendo insieme prospettive migliori per le relazioni sino-americane.

3. Costruire un nuovo ponte di amicizia tra Cina e Stati Uniti

Wang Yi ha affermato che la connettività tra i popoli fornisce una solida forza e uno slancio duraturo allo sviluppo delle relazioni sino-americane. Come ha sottolineato il presidente Xi Jinping, la speranza per le relazioni sino-americane risiede nel popolo, nelle fondamenta poste dalla base, nel futuro dei giovani e nella vitalità delle comunità locali. La “diplomazia del ping-pong” ha aperto le porte a scambi sino-americani a lungo sospesi; la “connessione di Guling” ha tramandato un’amicizia secolare; l’Iowa è stato testimone di commoventi storie di cooperazione locale; e i delicati flussi di scambi tra i popoli dei due Paesi si sono uniti nella fonte vitale che nutre lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Durante questa visita, il Presidente Xi Jinping ha ripetutamente menzionato i momenti salienti dell’amicizia civile tra Cina e Stati Uniti: i due popoli hanno combattuto fianco a fianco nella Seconda Guerra Mondiale e i militari e i civili cinesi hanno salvato centinaia di piloti americani a costo di centinaia di vite. Yin Yuzhen, operaia cinese addetta al controllo del deserto, e il suo amico americano Cycos si sono ritrovati in Cina dopo più di 20 anni; le giovani piante piantate nel deserto anni fa sono ora diventate foreste. Parole sincere e storie toccanti hanno avuto una forte risonanza tra persone di ogni estrazione sociale in Cina e negli Stati Uniti. Anche il Presidente Trump ha rievocato nel suo discorso l’esperienza storica dell’alleanza tra Cina e Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e la collaborazione tra i due popoli per vincere la guerra. Ha affermato che l’amicizia tra Stati Uniti e Cina si estende per migliaia di chilometri e dura da oltre cento anni, ed ha espresso la volontà di continuare a coltivare l’amicizia tra i due Paesi per garantire prosperità e sicurezza durature alle generazioni future. “L’amicizia tra le nazioni risiede nella vicinanza dei popoli”. Il calore e la forza della comprensione e dell’affetto reciproci tra le persone sono i più calorosi e potenti, sufficienti ad abbattere le barriere, a spazzare via il rumore e a unire il vasto Oceano Pacifico.

Per promuovere gli scambi culturali tra Cina e Stati Uniti, il Presidente Xi Jinping ha annunciato una serie di nuove iniziative. Sulla scia del raggiungimento, con due anni e mezzo di anticipo, dell’obiettivo “50.000 obiettivi in ​​5 anni”, il Presidente Xi Jinping ha annunciato che nei prossimi cinque anni la Cina inviterà 100.000 giovani americani in Cina per programmi di scambio e studio. L’aumento da 50.000 a 100.000 non è solo una questione di numeri, ma rappresenta anche un’azione concreta per ampliare gli scambi giovanili e rafforzare l’amicizia tra Cina e Stati Uniti. La notizia più attesa tra gli americani è l’imminente arrivo dei panda giganti “Pingping” e “Fushuang” allo zoo di Atlanta. I panda giganti sono simboli di amicizia, profondamente amati dal pubblico americano, e il legame tra i due Paesi, legato proprio a questi animali, dura da oltre mezzo secolo. L’arrivo di “Pingping” e “Fushuang” arricchirà ulteriormente la storia di amicizia sino-americana. Un altro momento clou di questa visita è stata la “diplomazia delle rose”. Quando il presidente Trump ha visitato Zhongnanhai a maggio, ha elogiato molto le rose cinesi. Pochi mesi dopo, la rosa cinese ha portato i migliori auguri del popolo cinese oltreoceano fino alla Casa Bianca negli Stati Uniti, diventando un nuovo simbolo di amicizia tra i due paesi.

Vale la pena ricordare che il presidente Trump e sua moglie hanno invitato il presidente Xi Jinping e sua moglie a visitare insieme gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti, un gesto simile alla visita del presidente Xi al Tempio del Cielo a maggio, a testimonianza della comprensione e del rispetto che Cina e Stati Uniti nutrono per il patrimonio storico e culturale dell’altro Paese. Cina e Stati Uniti hanno tradizioni culturali e sistemi sociali diversi, ma queste differenze non portano necessariamente allo scontro; al contrario, offrono ampi spazi per lo scambio e l’apprendimento reciproco.

La gentilezza e la disponibilità diplomatica della signora hanno conferito un tocco di delicatezza a questa visita. La professoressa Peng Liyuan ha accompagnato il presidente Xi Jinping nella sua visita negli Stati Uniti e, su invito del presidente Melania Trump, hanno visitato insieme il Museo Nazionale d’Arte Asiatica. Insieme, hanno apprezzato canzoni cinesi come “Jasmine Flower” cantata da giovani americani, sperimentando una fusione artistica e una risonanza musicale che hanno avvicinato i cuori dei popoli dei due paesi.

Wang Yi ha affermato che solo attraverso un legame sincero le relazioni possono durare a lungo. Il continuo progresso delle relazioni sino-americane richiede sia una “stretta di mano” a livello dei capi di Stato, sia il “sostegno” dei cittadini comuni. Sotto la guida strategica dei due capi di Stato, continueremo ad aprire la strada agli scambi culturali sino-americani, ad ampliare i canali e a dare impulso agli scambi e alla cooperazione nei settori della gioventù, dell’istruzione, della cultura, del turismo, dello sport e in altri ambiti, permettendo all’albero dell’amicizia tra i popoli dei nostri due Paesi di mettere radici più profonde e crescere più in alto.

4. Dimostrare nuovi impegni nei confronti delle grandi potenze

Wang Yi ha affermato che, di fronte alla complessa situazione internazionale, l’importanza globale delle relazioni tra Cina e Stati Uniti è ancora più evidente. Sia nell’affrontare le sfide globali che nel disinnescare le tensioni, un’interazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti è indispensabile. Il presidente Xi Jinping ha sottolineato che, sebbene la cooperazione tra Cina e Stati Uniti non possa risolvere tutti i problemi del mondo, senza tale cooperazione molti problemi globali risultano difficili da risolvere. Il presidente Trump ha dichiarato che la cooperazione congiunta tra Stati Uniti e Cina getterà solide basi per la pace e la prosperità nel mondo per i decenni a venire. Durante la visita, i due capi di Stato si sono confrontati approfonditamente sulle principali questioni internazionali e regionali di interesse comune, concordando di rafforzare il coordinamento e di dare il proprio contributo alla pace e allo sviluppo mondiale.

Le continue tensioni nel Golfo e in Medio Oriente stanno avendo un impatto sulla sicurezza energetica globale, sulle dinamiche geopolitiche e sull’ordine internazionale. In quanto grande potenza responsabile, la Cina si è sempre impegnata con fermezza per la pace in Medio Oriente, promuovendo la stabilità e sostenendo lo sviluppo. Il Presidente Xi Jinping ha presentato una serie di iniziative e proposte dedicate alla pace e alla stabilità in Medio Oriente, che hanno ricevuto ampio riconoscimento e riscontri positivi dalla comunità internazionale. Durante questa visita, il Presidente Xi ha sottolineato che la sovranità e la sicurezza di tutti i Paesi devono essere rispettate, ha incoraggiato tutte le parti ad aderire a soluzioni pacifiche, ha sostenuto il ritorno di Stati Uniti e Iran a Islamabad attraverso il Memorandum d’intesa e ha auspicato una rapida ripresa del dialogo e dei negoziati, al fine di raggiungere un accordo globale che includa anche le questioni nucleari. L’opinione pubblica internazionale ha elogiato la posizione obiettiva ed equa della Cina, ritenendo che essa si concentri sulle cause profonde dei problemi, dia importanza sia ai sintomi che alle cause emerse, rispetti la sovranità di tutti i paesi, promuova il dialogo e la consultazione, svolga un ruolo costruttivo nel distendere le tensioni in Medio Oriente e si aspetti che la Cina offra soluzioni e saggezza per affrontare le questioni più urgenti.

Lo sviluppo sano, sicuro e ordinato dell’intelligenza artificiale riguarda il futuro dell’umanità e non può essere separato dalla cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Durante questa visita, il Presidente Xi Jinping ha avuto un colloquio approfondito con il Presidente Trump sulle questioni relative all’intelligenza artificiale, sottolineando che sia la Cina che gli Stati Uniti sono grandi potenze nel campo dell’IA e hanno la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA in modo efficace, garantendo che lo sviluppo dell’IA sia sempre controllato dalle persone e a beneficio delle persone. Cina e Stati Uniti dovrebbero ciascuno sfruttare i propri punti di forza anziché difendersi a vicenda. I due capi di Stato hanno concordato di utilizzare al meglio il meccanismo di dialogo sino-americano sull’IA, di comunicarne i rischi e i benefici e di prevenire congiuntamente abusi e usi impropri dell’IA.

Quest’anno ricorre l’80° anniversario del Processo di Tokyo. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il mantenimento dell’ordine internazionale postbellico e la prevenzione della rinascita del militarismo sono una responsabilità condivisa da entrambe le parti.

La Cina e gli Stati Uniti ospiteranno rispettivamente la riunione informale dei leader dell’APEC e il vertice dei leader del G20 nel quarto trimestre di quest’anno. I due capi di Stato hanno confermato il loro reciproco sostegno, dando ulteriore impulso alla cooperazione nella regione Asia-Pacifico e alla governance globale.

Wang Yi ha concluso affermando che questa storica visita arricchisce il significato del rapporto di stabilità strategica costruttiva tra Cina e Stati Uniti, mantiene la stabilità complessiva delle relazioni sino-americane, crea e scrive un nuovo capitolo in tali relazioni e avrà un profondo impatto sulla pace e sullo sviluppo mondiale. Dal “Riunione di Pechino” all'”Incontro di Washington”, il Presidente Xi Jinping ha sempre guidato le relazioni sino-americane con fermezza e lungimiranza, con una visione strategica a lungo termine e una mentalità aperta, a beneficio del mondo. Lo stile di leadership calmo e fiducioso del Presidente Xi Jinping ha lasciato un’impressione profonda in tutti i settori degli Stati Uniti, ispirando l’entusiasmo del popolo americano nell’avvicinarsi e percepire la Cina e seminando i semi dell’amicizia nella società americana. In un solo mese, il Presidente Xi Jinping ha effettuato tre visite all’estero, irradiando la sua influenza nei paesi vicini, connettendosi con il Sud del mondo e elaborando strategie diplomatiche, rendendo più popolare la filosofia cinese, evidenziando il ruolo di grande potenza e rafforzando ulteriormente la sua influenza internazionale. Dobbiamo continuare a comprendere e praticare a fondo il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, in particolare il Pensiero di Xi Jinping sulla diplomazia, e, con uno spirito più vigoroso e una volontà più ferma di impegnarci, fare ogni sforzo per aprire un nuovo capitolo nella diplomazia delle grandi potenze con caratteristiche cinesi nella nuova era, creare un ambiente internazionale più favorevole e fornire un sostegno strategico più solido per promuovere in modo completo la costruzione di una nazione forte e la grande causa del ringiovanimento nazionale attraverso la modernizzazione in stile cinese. [Enfasi mia]

Un reportage tipicamente cinese che enfatizza gli aspetti positivi e accenna a malapena a quelli negativi. Chi segue da vicino le relazioni tra Stati Uniti e Cina sa che gli aspetti negativi sono numerosi. Tuttavia, è evidente che la diplomazia cinese si sforza di accentuare quelli positivi. Xi sa bene che le relazioni interpersonali sono il miglior antidoto alla propaganda infantile usata per diffamare la Cina e che raddoppiare il numero di inviti a interagire è il modo più efficace e potente per contrastare chi cerca di sovvertire la situazione. La fiducia di Xi ha reso superfluo dire a Trump che i suoi tentativi di rallentare lo sviluppo della Cina sono falliti e continueranno a fallire. Quindi, svegliati e goditi la vita.

Penso valga la pena leggere gli editoriali del Global Times prima e dopo la visita e vedere come si integrano con il reportage di Wang Yi: prima e dopo .

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Jerry B. Marchant di IS IT PROPAGANDA?® sostiene che la multipolarità stia rivitalizzando la sovranità westfaliana e al contempo trasformando il sistema internazionale.

La Pace di Vestfalia, conclusa nel 1648 con i trattati di Münster e Osnabrück, è convenzionalmente considerata il momento fondante del moderno sistema internazionale. Al trattato viene attribuito il merito di aver istituito lo stato territoriale sovrano, promosso il principio di non ingerenza negli affari interni e sostituito le pretese universalistiche del Sacro Romano Impero e del papato con un ordine di stati formalmente uguali.

Quasi quattro secoli dopo, mentre il momento unipolare post-Guerra Fredda cede il passo a un panorama multipolare conteso, plasmato da Cina, Russia, India e un Sud globale più assertivo, l’eredità westfaliana ha acquisito una rinnovata rilevanza. La multipolarità rappresenta un ritorno ai principi westfaliani dopo l’interventismo dell’era unipolare, oppure segna una rottura fondamentale con l’ordine basato sulla sovranità associato al 1648?

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Questo saggio non propone né un semplice ritorno né una netta rottura. La multipolarità contemporanea è meglio comprensibile come una riaffermazione selettiva e asimmetrica delle norme westfaliane. Le potenze emergenti e in ripresa invocano la sovranità e la non ingerenza contro le pratiche interventiste dell’era unipolare, operando al contempo all’interno di strutture economiche, tecnologiche e informative che la logica territoriale del 1648 non è in grado di governare pienamente.

Il risultato è un sistema ibrido: westfaliano nel suo vocabolario normativo, ma sempre più post-westfaliano nella sua struttura materiale.

Il mito e la sostanza del 1648

Prima di collegare la Vestfalia alla multipolarità, è necessario precisarne il significato storico. Gli accordi del 1648 non sancirono l’uguaglianza sovrana nel senso moderno del termine. Come dimostrato da Andreas Osiander, i trattati risolsero principalmente la Guerra dei Trent’anni, ridistribuirono i territori all’interno del Sacro Romano Impero e stabilirono limitati diritti religiosi per i principi tedeschi. L’Impero stesso sopravvisse per un altro secolo e mezzo.¹

Quella che divenne nota come “sovranità westfaliana” fu in gran parte una costruzione retrospettiva. I positivisti giuridici del XIX secolo e, successivamente, i teorici delle relazioni internazionali trasformarono l’accordo in una storia delle origini dell’ordine internazionale incentrato sullo Stato.Il saggio di Leo Gross del 1948, di grande influenza, consolidò ulteriormente questa interpretazione.²

La descrizione che Stephen Krasner fa della sovranità come “ipocrisia organizzata” coglie il paradosso che ne deriva: il principio di non interferenza veniva proclamato, mentre veniva ripetutamente violato da stati potenti. La documentazione storica suggerisce quindi che la sovranità non sia mai stata una regola assoluta o applicata in modo coerente.³

Questa distinzione è importante oggi. La questione non è se la multipolarità rappresenti letteralmente un “ritorno al 1648”, ma quali attori invocano i principi westfaliani, contro chi e per quale scopo.

L’interludio unipolare

I decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica hanno rappresentato un significativo allontanamento dalla tradizionale non ingerenza. Durante gli anni ’90 e 2000, l’internazionalismo liberale ha progressivamente considerato la sovranità come condizionata ad altri principi, tra cui i diritti umani, la governance democratica e la protezione umanitaria.

L’intervento della NATO in Kosovo nel 1999, intrapreso senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fu giustificato in parte dall’argomentazione secondo cui la sovranità non poteva proteggere uno Stato coinvolto in gravi abusi. Analogamente, l’approvazione da parte delle Nazioni Unite nel 2005 della dottrina della Responsabilità di Proteggere ha stabilito che la sovranità comporta delle responsabilità la cui violazione può giustificare un’azione internazionale.

L’invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Libia del 2011 hanno ulteriormente dimostrato la tensione tra sovranità territoriale e dottrine interventiste.

Il libro World Order (2014) di Henry Kissinger ha offerto una critica realista dei tentativi di estendere un particolare modello liberal-democratico a un principio organizzativo universale. Qualunque sia la conclusione che si possa trarre da tale argomentazione, la successiva ascesa della multipolarità dimostra che la sovranità condizionata non è rimasta senza risposta.⁴

Multipolarità e riposizionamento strategico della sovranità

La multipolarità contemporanea ha quindi riportato in auge il concetto di sovranità come vocabolario diplomatico centrale.

La diplomazia russa e quella cinese pongono regolarmente l’accento sull’integrità territoriale, l’uguaglianza sovrana e la non ingerenza. Questi principi ricorrono anche nelle dichiarazioni dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’enfasi posta dall’India sull’autonomia strategica e sul non allineamento trae origine da una tradizione affine, radicata nella Conferenza di Bandung del 1955.

Tuttavia, questi Stati non condividono necessariamente un progetto politico comune. Il concetto di “mondo multiplex” di Amitav Acharya è utile perché evita di ridurre la multipolarità a una semplice “ascesa del resto”. Diverse potenze possono concordare sul fatto che l’universalismo occidentale e la sovranità condizionata debbano essere limitati, pur dissentendo su cosa dovrebbe sostituirli.⁵

Ciò crea un’importante contraddizione.

L’invocazione della sovranità da parte della Russia stride con l’invasione dell’Ucraina del 2022, che ha violato l’integrità territoriale del Paese. Questa contraddizione illustra la tesi più ampia di Krasner: la sovranità può funzionare simultaneamente come principio, scudo diplomatico e strumento di potere applicato in modo selettivo.

Pertanto, lo stesso standard analitico applicato alle potenze multipolari deve essere applicato anche alle potenze occidentali. La retorica della sovranità è importante, ma da sola non basta a stabilire una prassi coerente.

Dove la Vestfalia incontra i suoi limiti

Il problema più profondo è che il sistema internazionale contemporaneo si è sviluppato ben oltre le condizioni territoriali del 1648.

L’interdipendenza economica ha creato catene di approvvigionamento, reti finanziarie, sistemi normativi, regimi sanzionatori e dipendenze valutarie che sfumano la distinzione tra affari interni e internazionali. Gli Stati possono esercitare una notevole influenza all’interno dello spazio economico di un altro Stato senza varcarne fisicamente i confini.

Il cyberspazio rappresenta una sfida ancora più ardua. Flussi di dati, attacchi informatici, infrastrutture digitali e operazioni informative oltrepassano regolarmente i confini territoriali. Russia e Cina hanno risposto con concetti come “sovranità cibernetica” e “sovranità dell’informazione”, tentando di estendere la propria autorità territoriale al dominio digitale. Tale sforzo dimostra la pressione esercitata sulla sovranità tradizionale.

Gli attori non statali complicano ulteriormente il modello westfaliano. Le multinazionali, le piattaforme tecnologiche, le reti terroristiche e le comunità transnazionali possono esercitare un’influenza che non si concilia facilmente con i confini territoriali.

Il cambiamento climatico ne rappresenta forse l’esempio più lampante. Le sue cause e conseguenze trascendono i confini nazionali, rendendo insufficiente la giurisdizione interna esclusiva per affrontare il problema.

Il paradosso è dunque evidente: la multipolarità può rafforzare l’importanza politica della sovranità proprio mentre la globalizzazione rende più difficile l’esercizio della sovranità in termini territoriali assoluti.

La riwestfalizzazione come pratica selettiva

L’ascesa della multipolarità dovrebbe pertanto essere intesa come un processo di riwestfalianizzazione selettiva, piuttosto che come un ripristino dell’ordine del 1648 o un suo completo rifiuto.

Per le potenze emergenti e in ripresa, l’uguaglianza sovrana e la non ingerenza forniscono un linguaggio attraverso il quale contestare le pratiche interventiste dell’era unipolare. Ciò ha modificato i dibattiti sull’intervento e ha conferito al Sud del mondo maggiore influenza nelle istituzioni in cui un tempo le giustificazioni universalistiche godevano di maggiore autorità.

Ma questa riaffermazione è principalmente normativa e retorica, piuttosto che strutturale. Le dichiarazioni diplomatiche non possono ripristinare lo Stato territorialmente delimitato come sede esclusiva dell’autorità, perché le interdipendenze economiche, tecnologiche e ambientali che si sono sviluppate nel corso dei secoli non possono essere semplicemente invertite.

L’ordine che ne risulta è dunque westfaliano nella forma e post-westfaliano nella funzione. Gli Stati continuano a parlare il linguaggio dell’uguaglianza sovrana, dell’integrità territoriale e della non ingerenza, pur operando all’interno di un sistema che rende sempre più difficile l’autonomia territoriale assoluta.

È qui che il legame tra la Pace di Westfalia e la multipolarità assume maggiore importanza. La multipolarità non rappresenta necessariamente un ritorno al mondo del 1648. Piuttosto, rappresenta una rinnovata lotta per definire la sovranità e i limiti dell’intervento in un mondo non più dominato da un unico centro di potere.

Comprendere la multipolarità richiede quindi di tenere insieme due idee.

In primo luogo, il vocabolario della sovranità associato alla Pace di Westfalia conserva una notevole forza politica. Fornisce alle potenze emergenti un linguaggio attraverso il quale contestare la sovranità condizionata e le dottrine interventiste associate all’era unipolare.

In secondo luogo, tale vocabolario non descrive più appieno la realtà materiale delle relazioni internazionali. L’interdipendenza economica, le reti digitali, le sfide ambientali e gli attori transnazionali hanno creato forme di potere che non possono essere contenute entro i confini territoriali.

Il sistema contemporaneo non rappresenta quindi né un ritorno diretto alla Westfalia né un netto distacco da essa. Si tratta piuttosto di un’ulteriore tappa nella lunga storia della sovranità come principio che gli Stati invocano, difendono, reinterpretano e talvolta violano a seconda delle mutevoli distribuzioni di potere.

La questione centrale dell’era multipolare potrebbe quindi non essere se la Westfalia tornerà.

Potrebbe essere proprio questa la persona che definirà in futuro il significato di sovranità.

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1

Osiander, Andreas. “Sovranità, relazioni internazionali e il mito westfaliano”. International Organization 55, n. 2 (2001): 251–287.

2

Gross, Leo. “La pace di Vestfalia, 1648-1948”. American Journal of International Law 42, n. 1 (1948).

3

Krasner, Stephen D. Sovranità: ipocrisia organizzata . Princeton University Press, 1999.

4

Kissinger, Henry. Ordine mondiale . Penguin Press, 2014.

5

Acharya, Amitav. La fine dell’ordine mondiale americano . Polity Press, 2014.

Un post di un ospiteSI TRATTA DI PROPAGANDA?®Analista politico e scrittore specializzato in zone di conflitto, diplomazia e multipolarità. Laurea in Studi Internazionali/Storia (California), Master in Scienze Politiche presso la Scuola Superiore di Economia (Mosca). Parla fluentemente inglese, francese e russo.

Un altro vertice Xi-Trump senza particolari sviluppi fa presagire il fallimento dei negoziati commerciali

Analisi25 settembre 2026 | 19:27 (UTC)

RANE

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (a destra) saluta il presidente cinese Xi Jinping al suo arrivo a Washington, D.C., il 23 settembre 2026, presso la Joint Base Andrews, nel Maryland.

L’ultimo vertice tra i leader di Stati Uniti e Cina ha registrato scarsi progressi nella risoluzione delle controversie alla base delle tensioni commerciali tra i due Paesi, con un’ever crescente probabilità di una rottura dei negoziati e, di conseguenza, di un’escalation su altre questioni quali le restrizioni tecnologiche statunitensi e le attività militari cinesi nell’area di Taiwan. Dal 23 al 25 settembre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato il presidente cinese Xi Jinping in occasione di una rara visita di Stato a Washington, D.C. Almeno pubblicamente, il vertice ha prodotto solo brevi comunicati e pochi nuovi accordi. Il risultato più significativo è stato l’accordo tra le due parti di prorogare di due mesi la tregua commerciale, che avrebbe dovuto scadere il 10 novembre e che ha limitato i dazi statunitensi e la portata delle restrizioni cinesi sulle terre rare. Tuttavia, si è trattato di una proroga inferiore ai due anni che, secondo quanto riferito, la Cina stava cercando di ottenere e persino inferiore alla proroga di sei mesi che Trump stava prendendo in considerazione ancora la scorsa settimana. Secondo quanto riferito, si sono registrati progressi nella definizione di un paniere di beni del valore di 30 miliardi di dollari da escludere dai dazi, oggetto di discussione sin dal precedente vertice Trump-Xi di maggio, sebbene tali esenzioni coprirebbero solo una piccola parte del volume degli scambi bilaterali. Inoltre, non sono stati segnalati progressi nel dialogo sugli investimenti bilaterali. In un resoconto del 25 settembre diffuso dall’agenzia di stampa statale cinese Xinhua, Xi ha sottolineato due impegni commerciali — in particolare, l’impegno della Cina ad acquistare 17 miliardi di dollari all’anno di prodotti agricoli statunitensi e 200 aerei Boeing, ma entrambi questi accordi erano già stati concordati nel maggio 2026. Xi ha anche affermato che le due parti hanno «raggiunto un nuovo accordo congiunto» sul commercio, senza però fornire ulteriori dettagli. Il 23 settembre, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha lasciato intendere che un pacchetto di armi statunitensi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan avrebbe continuato a subire ritardi, sottolineando che Washington doveva tenere conto di molteplici fattori, tra cui la propria capacità industriale, nel decidere in merito alla vendita di armi. Xi ha inoltre tentato di modificare la posizione degli Stati Uniti su Taiwan: il comunicato della Xinhua del 25 settembre afferma che le due parti hanno concordato di opporsi all’indipendenza di Taiwan, contrariamente alla posizione ufficiale degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, sono state rilasciate principalmente brevi dichiarazioni, come l’accordo sulla necessità di mantenere l’IA sotto il controllo umano, anche se il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha affermato a margine che le due parti avrebbero avviato un dialogo congiunto per discutere delle reciproche preoccupazioni in materia di sicurezza poste da questa tecnologia emergente.

  • Alla cena di Stato del 24 settembre erano presenti solo pochi amministratori delegati statunitensi. Si è notata anche l’assenza di una delegazione cinese composta da amministratori delegati di aziende, nonostante ci si aspettasse che partecipasse per cercare di concludere nuovi accordi, in parte come gesto di ricambio nei confronti di una recente delegazione imprenditoriale statunitense in Cina. 
  • Trump e Xi hanno inoltre convenuto sulla necessità di porre fine alle ostilità in Medio Oriente e di raggiungere un accordo più ampio sul programma nucleare iraniano, ma non sono emersi segnali di progressi sostanziali al di là delle dichiarazioni di facciata.

Sebbene sia altamente probabile che nel corso dell’anno si tengano ulteriori incontri tra Xi e Trump, a causa della mancanza di progressi su un accordo commerciale più ampio e dei tempi ristretti della tregua prorogata, i negoziati rischiano di fallire all’inizio del 2027, anche se entrambe le parti cercheranno comunque di evitare un’escalation significativa dei dazi e delle restrizioni alle esportazioni. Il vertice, che non ha prodotto risultati di rilievo, suggerisce che i negoziati commerciali stiano naufragando a causa della mancanza di risultati concreti da entrambe le parti. La Cina non è disposta ad adottare misure strutturali per affrontare il deficit commerciale con gli Stati Uniti e, anche per quanto riguarda le misure che sta adottando — come l’impegno ad acquistare più beni statunitensi e a porre fine alle restrizioni sulle esportazioni di terre rare — la scarsa attuazione da parte di Pechino sta suscitando lamentele da Washington. Nel frattempo, l’amministrazione Trump non è disposta a rinunciare alle restrizioni tecnologiche nei confronti della Cina né a modificare strutturalmente la propria politica su Taiwan (al di là di rinviare l’attuale vendita di armi da record) — entrambe richieste chiave di Xi. La proroga di due mesi della tregua garantirà quasi certamente che Trump e Xi si incontrino nuovamente a margine del vertice APEC del 18-19 novembre a Shenzhen e/o del vertice del G20 del 14-25 dicembre a Miami. Ma nell’eventualità, molto probabile, che non vi siano ancora progressi significativi sulle controversie commerciali — alimentate dalla convinzione di entrambe le parti che sia l’altra a essere responsabile dello stato precario dei rapporti commerciali e, di conseguenza, quella che più ha bisogno di fare concessioni — i negoziati sembrano destinati a fallire all’inizio del 2027. Tuttavia, è improbabile che uno dei due paesi persegua una grave escalation commerciale nel prossimo futuro, frenato dal timore di un rallentamento industriale in caso di un’espansione significativa dei dazi statunitensi e delle restrizioni tecnologiche o di restrizioni cinesi sulle terre rare, che in precedenza avevano portato a rapide risoluzioni di brevi periodi di escalation in aprile e ottobre 2025.

  • L’anno prossimo, Xi si concentrerà maggiormente sulla politica interna e sarà quindi meno disposto e in grado di partecipare alle innumerevoli riunioni informali e dietro le quinte necessarie per organizzare ulteriori vertici con Trump. Nello specifico, Xi si sta preparando per il 21° Congresso del Partito Comunista Cinese, previsto per la fine del 2027, durante il quale si assicurerà il suo quarto mandato quinquennale, nominerà nuovi membri dell’élite del Politburo, rimpiazzerà molti generali militari epurati e definirà gli obiettivi del Partito Comunista per i prossimi cinque anni. 

L’interruzione dei negoziati accelererebbe probabilmente le restrizioni tecnologiche imposte dagli Stati Uniti alla Cina e le vendite di armi a Taiwan, rendendo più frequenti le esercitazioni cinesi nelle vicine rotte marittime trafficate, limitando al contempo ulteriormente le già scarse prospettive di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’intelligenza artificiale. Se questa fase di stallo nei negoziati commerciali dovesse protrarsi, e soprattutto in caso di rottura delle trattative, molti altri temi non commerciali nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina rischierebbero di inasprirsi, poiché ciascuna parte cercherebbe di portare avanti le proprie strategie più ampie in materia di dominio tecnologico e sicurezza nazionale. Dal suo vertice dell’ottobre 2025 con Xi in Corea del Sud, Trump ha cercato di agevolare i negoziati commerciali frenando le restrizioni tecnologiche imposte dal suo gabinetto nei confronti della Cina, con la notevole eccezione delle numerose limitazioni alle importazioni imposte dalla Commissione Federale delle Comunicazioni. Se tali negoziati fallissero, le restrizioni tecnologiche statunitensi nei confronti della Cina potrebbero accelerare, anche se le restrizioni su larga scala e particolarmente incisive, come quelle che tagliano fuori l’intera economia cinese dai chip avanzati, saranno probabilmente ancora poche e sporadiche, poiché Washington cercherà di evitare di provocare Pechino spingendola a imporre restrizioni sulle esportazioni di terre rare ancora più severe di quelle già di fatto in vigore. Su questioni come quella di Taiwan, le vendite di armi da parte degli Stati Uniti riprenderanno probabilmente nel corso del 2027, consentendo all’isola di proseguire con la sua strategia del «paesaggio infernale dei droni» volta a difendere lo Stretto di Taiwan da un’invasione cinese, anche se l’entità di tali vendite potrebbe rimanere inferiore al pacchetto da 11 miliardi di dollari del dicembre 2025 e alla tranche in sospeso da 14 miliardi di dollari, qualora le lamentele di Rubio sui vincoli della catena di approvvigionamento della difesa fossero fondate. In ogni caso, qualsiasi nuova vendita di armi da parte degli Stati Uniti aumenterebbe nuovamente il rischio di esercitazioni militari cinesi più estese e frequenti intorno a Taiwan, in particolare perché la Cina sembrava aver allentato il ritmo di tali esercitazioni dalla fine del 2025 come gesto di distensione per facilitare i negoziati commerciali con gli Stati Uniti, ora in fase di stallo. Per quanto riguarda l’IA, le aspettative di cooperazione sono sempre state modeste, data la percezione reciproca delle due parti l’una dell’altra come principale rivale e fonte più probabile di attacchi informatici e cinetici assistiti dall’IA. Ma se i negoziati commerciali dovessero fallire, anche il dialogo appena nato, in parte inteso a facilitare i canali di comunicazione in caso di una minaccia legata all’IA contro una delle due parti, rischierebbe di svanire, mantenendo i loro ecosistemi di IA in gran parte non cooperativi.

  • Un riacutizzarsi delle tensioni commerciali avrebbe un impatto limitato sulla politica di entrambi i Paesi nei confronti dell’Iran, poiché la guerra degli Stati Uniti è proseguita nonostante le proteste della Cina. Pechino ha inoltre continuato a vendere armi e a fornire supporto nella definizione degli obiettivi all’Iran nel corso della controversia, e permangono ostacoli significativi per il raggiungimento di un accordo sostenibile che non solo ponga fine al conflitto attuale, ma risolva anche le preoccupazioni sia degli Stati Uniti che della Cina riguardo al programma nucleare iraniano.

Xi a Washington: i punti salienti del vertice, di Fred Gao – Lo “Stato d’animo newyorkese” di Donald Trump, di Ahmed Charai_ Riflessioni sul vertice tra Stati Uniti e Cina, di George Friedman

Xi a Washington: i punti salienti del vertice

Fred Gao25 settembre
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La Cina ha appena pubblicato il resoconto ufficiale dei colloqui tra Xi e Trump. Ecco le mie considerazioni principali.

  1. Stabilità strategicaSi tratta in gran parte di una continuazione del consenso raggiunto a Pechino, con quattro ulteriori formulazioni che delineano il percorso da seguire:在务实合作中互利共赢,在良性竞争中彼此成就,在求同存异中妥处分歧 ,在累积互信中构筑和平.raggiungere vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per tutti attraverso la cooperazione pratica, contribuire al successo reciproco tramite una sana competizione, gestire adeguatamente le divergenze alla ricerca di un terreno comune più ampio e costruire la pace attraverso una maggiore fiducia reciproca.L’accento è posto sui potenziali benefici della concorrenza per entrambi i paesi. Si riconosce inoltre che le divergenze bilaterali persisteranno, pur sottolineando l’importanza di costruire fiducia reciproca attraverso il processo di risoluzione di tali divergenze.
  2. Dialogo con l’IAIl dialogo sull’intelligenza artificiale è la novità più importante all’ordine del giorno. Sulla sicurezza dell’IA, la prospettiva cinese differisce da quella degli amministratori delegati delle aziende tecnologiche statunitensi, che auspicano un rallentamento dello sviluppo dell’IA: la Cina tende a considerare i rischi dell’IA più come problemi di ingegneria che possono essere risolti con l’intervento umano.Al momento, le priorità e gli interessi delle due parti non coincidono, il che rende difficile compiere progressi sostanziali su questioni specifiche nel breve termine.Inoltre, sia Pechino che Washington considerano attualmente l’intelligenza artificiale un ambito strategico di competizione bilaterale. È quindi probabile che qualsiasi cooperazione a breve termine rimanga limitata, ad esempio, a un meccanismo per la notifica reciproca dei principali rischi legati all’IA.
  3. tregua commercialeIn un’intervista rilasciata mercoledì a Fox News, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che i due Paesi hanno concordato di prorogare di altri due mesi la tregua commerciale, che in precedenza sarebbe dovuta scadere a novembre. Pechino non ha ancora confermato la proroga. Bessent ha guidato i negoziati commerciali con la Cina questa settimana.Alcuni interpretano la breve proroga come un segnale che i negoziati non stiano procedendo bene. La mia interpretazione è diversa: considerando che i due leader hanno ancora la possibilità di incontrarsi quest’anno, la proroga potrebbe essere intesa a lasciare spazio per un ulteriore annuncio in un incontro successivo. La durata di una proroga non è necessariamente un indicatore affidabile dei progressi nei negoziati.Il resoconto del vertice non menzionava i consigli sugli investimenti o sul commercio. Tuttavia, il resoconto separato della Cina sulle consultazioni economiche e commerciali descriveva le discussioni come “franche, approfondite e altamente costruttive”. Interpreto “altamente costruttive” (富有建设性) come una valutazione più positiva rispetto al più comune “costruttive” (建设性).

Altri :

Durante la sua visita negli Stati Uniti nel 2023, quando Biden era in carica, Xi annunciò un piano per invitare 50.000 giovani americani in Cina per scambi e studi nei cinque anni successivi. Tale obiettivo fu raggiunto entro maggio 2026. Questa volta, Xi ha annunciato l’intenzione di invitare 100.000 giovani americani nei prossimi cinque anni. Ora vedremo se Trump considererà questo un ulteriore successo che lo pone in vantaggio su Biden.

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Di seguito è riportata la versione cinese dei risultati:

Discorso di Sua Eccellenza Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in occasione della cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca.

Onorevole Presidente Donald J. Trump e la signora Melania Trump,
Signore e signori,
Cari amici,

Sono molto lieto di effettuare una visita di Stato nel vostro splendido Paese, gli Stati Uniti d’America. Grazie, Presidente Trump e Signora Trump, per la calorosa ospitalità che avete riservato a me e a mia moglie. A nome degli oltre 1,4 miliardi di cinesi, desidero innanzitutto porgere i miei più sinceri saluti al popolo americano e le mie più calorose congratulazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana.

Sia la Cina che gli Stati Uniti sono grandi paesi, e sia il popolo cinese che quello americano sono grandi popoli. Sono in visita negli Stati Uniti su invito del Presidente Trump per consolidare la nostra amicizia, ampliare la cooperazione e promuovere il benessere di entrambi i nostri popoli.

Di fronte ai cambiamenti che stanno interessando il nostro mondo, i nostri tempi e che rivestono oggi un’importanza storica, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, si assumono la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso umano.

Signor Presidente, durante la sua visita in Cina quest’anno, abbiamo concordato di costruire una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti, caratterizzata da stabilità strategica, un obiettivo ampiamente accolto con favore dai popoli dei nostri due Paesi e dalla comunità internazionale. Sono pronto a collaborare con lei per guidare la grande nave delle relazioni sino-americane verso un futuro prospero.

—Dobbiamo rafforzare la comunicazione. La Cina e gli Stati Uniti hanno condizioni nazionali diverse, ma attraverso un dialogo franco, approfondito e continuo, i nostri due Paesi possono comprendersi meglio, cercare punti d’incontro accantonando le divergenze e costruire una fiducia reciproca. Il Presidente Trump ed io nutriamo rispetto reciproco. Abbiamo instaurato un rapporto personale e siamo rimasti in contatto. Incoraggiamo i nostri ministeri, come quelli responsabili degli affari esteri, delle questioni economiche, della cooperazione finanziaria, delle forze dell’ordine e degli scambi tra i popoli, a intensificare i contatti e sosteniamo i nostri organi legislativi nell’aumentare gli scambi.

—Dovremmo cooperare con sincerità. Gli interessi di Cina e Stati Uniti sono profondamente interconnessi e abbiamo ampi margini di collaborazione. La cooperazione sino-americana potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza di essa sarebbe difficile risolverne molti. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie con favore le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel suo Paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la gamma delle aree di cooperazione e ridurre le problematiche. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, garantendo che il suo sviluppo sia sempre sotto il controllo umano e al servizio del benessere delle persone. In materia di lotta al narcotraffico e contrasto alla criminalità, la Cina è disposta a rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti. Le nostre due parti potrebbero anche incrementare i voli diretti per agevolare gli spostamenti e gli scambi commerciali bilaterali.

—Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda, non una lotta in cui uno vince e uno perde. La Cina e gli Stati Uniti devono mantenere la linea di non conflitto e di non confronto tra di noi, e possiamo certamente trovare la strada giusta affinché i nostri due grandi paesi convivano pacificamente su questo pianeta che entrambi chiamiamo casa. I nostri due eserciti dovrebbero mantenere un dialogo costante e migliorare i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi. La trappola di Tucidide può essere superata.

Signore e signori,
Cari amici,

Durante la Seconda Guerra Mondiale, cinesi e americani hanno combattuto fianco a fianco contro l’aggressione fascista. Il popolo cinese non ha mai dimenticato quella parte di storia, né l’ha fatto il popolo americano. La speranza per le relazioni sino-americane risiede nei nostri popoli e il loro futuro è nelle mani dei giovani. Sono lieto di annunciare un invito rivolto a 100.000 giovani americani a visitare la Cina per scambi e studi nei prossimi cinque anni.

Il panda gigante è stato un ambasciatore di amicizia tra cinesi e americani. Ho una buona notizia per voi. Tra pochi giorni, due panda, Ping Ping e Fu Shuang, arriveranno nella loro nuova casa allo Zoo di Atlanta e incontreranno il pubblico americano.

Signore e signori,
Cari amici,

Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo. Soddisfiamo le aspettative del popolo e dimostriamo la nostra iniziativa storica. Continuiamo a promuovere l’amicizia tra i nostri due popoli e lavoriamo insieme per costruire un mondo migliore!

Grazie.

Il presidente Xi Jinping partecipa alla cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca offerta dal presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

La mattina del 24 settembre, ora locale, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha ospitato una solenne cerimonia alla Casa Bianca per dare un caloroso benvenuto al presidente cinese Xi Jinping in occasione della sua visita di Stato negli Stati Uniti.

Nel piacevole scenario settembrelino di Washington, le bandiere nazionali cinese e americana sventolavano nella brezza. Giunti alla Casa Bianca in limousine, il presidente Xi Jinping e la signora Peng Liyuan sono stati accolti calorosamente dal presidente Trump e dalla signora Melania Trump nell’area di sosta. I due presidenti e le rispettive mogli hanno posato insieme per delle foto.

Accompagnati dal presidente e dalla signora Trump, il presidente Xi e la signora Peng sono entrati alla Casa Bianca dove hanno firmato il libro degli ospiti.

Tra le squillanti note della musica militare, i due presidenti si sono diretti verso la Cross Hall. La banda militare ha suonato gli inni nazionali di Cina e Stati Uniti.

Dopo gli inni nazionali, il presidente Xi e il presidente Trump hanno tenuto dei discorsi.

Il Presidente Xi ha esteso i suoi sinceri saluti al popolo americano e le sue calorose congratulazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana a nome degli oltre 1,4 miliardi di cinesi.

Il Presidente Xi ha osservato di trovarsi negli Stati Uniti su invito del Presidente Trump per consolidare l’amicizia, ampliare la cooperazione e promuovere il benessere dei popoli dei due Paesi. Di fronte ai cambiamenti che il mondo, i tempi e la storia stanno attraversando, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto grandi potenze, si assumono la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso umano. Durante la visita del Presidente Trump in Cina all’inizio di quest’anno, le due parti hanno concordato di costruire una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti, improntata alla stabilità strategica, un obiettivo ampiamente accolto con favore dai popoli dei due Paesi e dalla comunità internazionale. Il Presidente Xi ha affermato di essere pronto a collaborare con il Presidente Trump per guidare la grande nave delle relazioni sino-americane verso un futuro stabile.

Il Presidente Xi ha sottolineato che Cina e Stati Uniti dovrebbero rafforzare la comunicazione. I due Paesi, pur avendo condizioni nazionali diverse, attraverso un dialogo franco, approfondito e continuo, possono comprendersi meglio, cercare punti d’incontro accantonando le divergenze e costruire una fiducia reciproca. Cina e Stati Uniti dovrebbero cooperare con sincerità. Gli interessi dei due Paesi sono profondamente interconnessi e vi è ampio margine di collaborazione. La cooperazione sino-americana potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza di essa sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale, con la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, garantendo che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto il controllo umano e al servizio del benessere dell’umanità. Cina e Stati Uniti dovrebbero coesistere pacificamente. In quanto grandi potenze, entrambe trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e subirebbero perdite in caso di confronto. Cina e Stati Uniti devono mantenere una posizione di non conflitto e di non confronto. La trappola di Tucidide può essere superata.

Il presidente Xi ha ricordato che cinesi e americani hanno combattuto fianco a fianco contro l’aggressione fascista. Il popolo cinese non ha mai dimenticato quella parte della storia, né l’ha fatto il popolo americano. La speranza per le relazioni sino-americane risiede nel popolo e il suo futuro è nelle mani dei giovani. Nei prossimi cinque anni, la Cina inviterà 100.000 giovani americani a visitare la Cina per scambi culturali e di studio. Il panda gigante è da sempre un ambasciatore dell’amicizia tra i popoli cinese e americano. Due panda, Ping Ping e Fu Shuang, arriveranno presto nella loro nuova casa allo Zoo di Atlanta e incontreranno il pubblico americano.

Il presidente Xi ha sottolineato che il raggiungimento della grande rinascita della nazione cinese e il ritorno alla grandezza dell’America possono procedere di pari passo. Ha esortato entrambe le parti a soddisfare le aspettative del popolo, a dimostrare un’iniziativa storica, a continuare a promuovere l’amicizia sino-americana e a lavorare insieme per costruire un mondo migliore.

Il Presidente Trump ha dato un caloroso benvenuto al Presidente Xi in occasione di questa storica visita di Stato negli Stati Uniti, affermando di aver stretto con lui una profonda amicizia, fondata sul rispetto reciproco e sugli interessi vitali dei popoli di entrambi i Paesi. Gli Stati Uniti e la Cina, secoli fa, si sono incontrati al di là dell’oceano per commerciare e imparare. Il Presidente Xi è giunto in un momento importante per l’America, in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza. Le due parti continueranno la loro cooperazione e contribuiranno a un mondo migliore. Il Presidente Trump avrà un colloquio approfondito con il Presidente Xi su temi quali commercio, sicurezza, intelligenza artificiale e tecnologia, che potranno gettare solide basi per la pace e la prosperità dei decenni a venire. I due Paesi hanno combattuto insieme nella Seconda Guerra Mondiale, contribuendo alla vittoria, e storie come quella delle Tigri Volanti sono ancora ricordate dai popoli di entrambe le nazioni. Il Presidente Trump auspica di continuare a collaborare con il Presidente Xi e di costruire un futuro migliore per entrambi i Paesi.

Dopo i discorsi, il presidente Xi e la signora Peng hanno assistito a un’esibizione dei Marines statunitensi in compagnia del presidente e della signora Trump. I due presidenti e le rispettive mogli hanno salutato e stretto la mano al seguito della controparte. Si sono poi recati al Giardino delle Rose della Casa Bianca per una parata militare. La banda militare ha suonato la fanfara di apertura e le guardie d’onore statunitensi di diverse forze armate hanno eseguito esercitazioni tradizionali e suonato musica strumentale. Diversi aerei da combattimento hanno sorvolato la Casa Bianca in onore dei presidenti cinese e statunitense e delle loro mogli.

Dopo la cerimonia di benvenuto, i due presidenti e le rispettive mogli si sono ritirati nello Studio Ovale della Casa Bianca, dove hanno avuto un cordiale e amichevole scambio di opinioni.

Cai Qi, Wang Yi e He Lifeng, tra gli altri, hanno partecipato agli eventi.

A volte, una foto può dire di più

Il presidente Xi Jinping ha avuto colloqui con il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

La mattina del 24 settembre, ora locale, il presidente Xi Jinping ha avuto un colloquio con il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump alla Casa Bianca.

Il presidente Xi ha sottolineato che lo scambio di visite tra i presidenti cinese e statunitense in meno di sei mesi non ha precedenti nella storia delle relazioni sino-americane. Lui e il presidente Trump hanno mantenuto i contatti attraverso diversi canali e hanno collaborato per guidare la grande nave delle relazioni sino-americane. Il presidente Xi ha affermato che, nel mese di maggio, lui e il presidente Trump hanno concordato di costruire una relazione sino-americana costruttiva e strategicamente stabile. Questa nuova visione riflette la realtà dei rapporti sino-americani, incarna le aspettative per il futuro ed è un passo importante verso un approccio corretto per la convivenza pacifica tra i due Paesi. Le due parti dovrebbero tradurre questa visione in azioni concrete, impegnandosi a costruire una relazione in cui la cooperazione sia il pilastro portante, la competizione rimanga entro limiti appropriati, le divergenze siano gestite e la pace sia auspicabile, tracciando così il giusto percorso per la convivenza pacifica tra le due grandi potenze. La Cina e gli Stati Uniti dovrebbero, e hanno tutte le condizioni per, raggiungere vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per entrambe le parti nella cooperazione pratica, contribuendo al successo reciproco attraverso una sana competizione, gestendo adeguatamente le divergenze mentre cercano un terreno comune più ampio e costruendo la pace attraverso una maggiore fiducia reciproca, in modo che i popoli dei nostri due paesi e dei paesi di tutto il mondo possano tutti beneficiare di una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti di stabilità strategica.

Il Presidente Xi ha sottolineato che i team economici e commerciali delle due parti hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni e raggiunto un nuovo accordo congiunto, il che rappresenta un’ottima notizia sia per le industrie e i cittadini dei nostri due Paesi, sia per l’economia mondiale. La cooperazione è una strada a doppio senso. Per mantenere stabili i legami economici e commerciali, è necessario ampliare l’elenco delle aree di cooperazione e ridurre quello delle questioni da risolvere. Finché entrambe le parti agiranno nello spirito di uguaglianza, rispetto reciproco e mutuo vantaggio, si potrà sempre trovare una via per la risoluzione delle divergenze. Si auspica che le due parti procedano nella stessa direzione, si attengano al mutuo vantaggio e a risultati reciprocamente vantaggiosi, promuovendo così il continuo e costante sviluppo e miglioramento dei legami economici e commerciali tra Cina e Stati Uniti.

Il presidente Xi ha sottolineato che sia la Cina che gli Stati Uniti possiedono solide capacità nel campo dell’intelligenza artificiale. Pur essendoci competizione, la cooperazione può essere ancora più forte. La cosa giusta da fare è sfruttare i rispettivi punti di forza, non difendersi l’uno dall’altro. Le due parti possono proseguire il dialogo sull’IA, scambiarsi opinioni sui suoi rischi e benefici e prevenire congiuntamente l’uso improprio e l’abuso dell’IA. L’IA deve rimanere sotto il controllo umano. Occorre sostenere un approccio incentrato sulla persona e sviluppare l’IA in modo positivo e benefico, affinché contribuisca al progresso dell’umanità.

Il presidente Xi ha sottolineato che la posizione della Cina in merito alla salvaguardia della riunificazione nazionale e dell’integrità territoriale è chiara e inequivocabile. Si auspica che gli Stati Uniti mantengano la corretta posizione di opposizione all'”indipendenza di Taiwan” e affrontino la questione di Taiwan con cautela, al fine di porre solide basi per la cooperazione strategica sino-americana e per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Il presidente Trump ha affermato che la visita di Stato del presidente Xi negli Stati Uniti è stata un grande successo. Sia gli Stati Uniti che la Cina sono grandi nazioni. Il presidente Xi e lui sono buoni amici e mantengono una comunicazione profonda e stretta. Sotto la loro guida, le relazioni tra Stati Uniti e Cina saranno senza dubbio un successo. Un nuovo ciclo di consultazioni tra i team economici e commerciali dei due Paesi ha prodotto nuovi risultati. Le due parti dovrebbero continuare il dialogo e raggiungere un accordo ancora migliore. L’intelligenza artificiale riguarda il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti e la Cina dovrebbero mantenere il dialogo e rafforzare la cooperazione in materia di intelligenza artificiale.

I due presidenti si sono inoltre scambiati opinioni su importanti questioni internazionali e regionali, tra cui la situazione in Medio Oriente, la crisi ucraina e la penisola coreana.

I due presidenti hanno concordato di sostenersi a vicenda nell’organizzazione del vertice dei leader economici dell’APEC del 2026 e del vertice del G20.

Ai colloqui hanno partecipato, tra gli altri, Cai Qi, Wang Yi e He Lifeng.

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Lo “Stato d’animo newyorkese” di Donald Trump

di Ahmed Charai

  • Dietro la consueta messinscena di Trump, tuttavia, si celava una chiara dimostrazione di come questa amministrazione concepisca il potere americano: creare un vantaggio negoziale, definire i limiti e poi negoziare.
  • La presenza di Kushner è significativa. Dagli Accordi di Abramo a Gaza, all’Ucraina e ora all’Iran, egli si è… concentrato sulla risoluzione dei conflitti e sulla costruzione di ciò che verrà dopo. Si tratta di una diplomazia concepita non tanto come un processo, quanto piuttosto come un tentativo di ottenere un risultato.
  • L’Iran riveste un’importanza che va ben oltre la questione nucleare. Il conflitto coinvolge lo Stretto di Ormuz, i mercati energetici globali, Israele, la sicurezza del Golfo, lo Yemen e le strategie di Cina e Russia.
  • L’obiettivo non è semplicemente un accordo. È un equilibrio regionale in grado di resistere a un accordo.
Dietro la consueta messinscena di Trump alle Nazioni Unite questa settimana si celava una seria dimostrazione di come questa amministrazione concepisca il potere americano: creare un vantaggio negoziale, definire i limiti e poi negoziare. Nella foto: il presidente Donald Trump interviene durante l’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2026 a New York City. (Foto di Michael M. Santiago/Getty Images)

Alle Nazioni Unite, il presidente Donald Trump ha offerto una dimostrazione eloquente della potenza americana: pressione, dialogo e la capacità di capire quando ricorrere a ciascuno di essi.

Ogni settembre, per una settimana, New York diventa la capitale del mondo. I cortei di auto sostituiscono i taxi, i presidenti prendono il posto dei turisti e, al di là dei discorsi alle Nazioni Unite, i governi cercano incontri che possano rivelarsi più importanti degli stessi discorsi. Quest’anno la posta in gioco era particolarmente alta: la guerra con l’Iran, il conflitto in corso in Ucraina, l’instabilità in tutto il Medio Oriente, le tensioni con la Cina e i crescenti dubbi sulla capacità delle istituzioni internazionali di gestire ancora un mondo sempre più plasmato dal potere duro.

Forse New York fa semplicemente emergere un Donald Trump diverso. O forse fa emergere quello originale. Lontano da Washington — con le sue continue guerre politiche e battaglie istituzionali — Trump sembrava straordinariamente a suo agio. Sorrideva. Negoziava. Minacciava. Si scontrava con la stampa. Accoglieva alcuni leader e ne teneva fuori altri. Dietro la consueta messinscena di Trump, tuttavia, si celava una seria dimostrazione di come questa amministrazione concepisca il potere americano: stabilire un vantaggio, definire i limiti, poi negoziare.

L’Iran ne è stato l’esempio più lampante. Il messaggio di Trump dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite era volutamente intransigente. Teheran poteva negoziare un accordo e scegliere un rapporto diverso con la comunità internazionale, oppure proseguire sulla rotta attuale e andare incontro a conseguenze potenzialmente devastanti. Due scelte. Non tre. E poi, nel giro di poche ore, è iniziata la diplomazia. Jared Kushner e Steve Witkoff erano al centro dell’impegno americano, impegnandosi tramite mediatori in tre ore di discussioni indirette con la parte iraniana.

La presenza di Kushner è significativa. Dagli Accordi di Abramo a Gaza, all’Ucraina e ora all’Iran, è emerso — insieme a Witkoff — come punto di riferimento per la diplomazia pragmatica di Trump: meno rituali diplomatici, accesso diretto ai decisori e un’attenzione particolare alla risoluzione dei conflitti e alla ricostruzione del dopo-conflitto. Si tratta di una diplomazia concepita non tanto come un processo, quanto piuttosto come un tentativo di produrre un risultato.

Questo aiuta a spiegare l’apparente contraddizione. Come può un presidente minacciare un avversario al mattino e negoziare con lui nel pomeriggio? Forse è proprio questo il punto. Il linguaggio di Trump è spesso massimalista. La sua diplomazia può essere sorprendentemente transazionale. L’errore sta nel dare per scontato che la prima cosa impedisca necessariamente la seconda. La pressione crea un vantaggio; il vantaggio modifica i calcoli; la negoziazione verifica se tali calcoli possano portare a un accordo.

L’Iran riveste un’importanza che va ben oltre la questione nucleare. Il confronto riguarda lo Stretto di Ormuz, i mercati energetici globali, Israele, la sicurezza del Golfo, lo Yemen e i calcoli di Cina e Russia. Ecco perché le consultazioni simultanee di Trump con i leader arabi erano fondamentali. Washington deve negoziare con Teheran senza perdere la fiducia dei propri partner regionali — e rassicurare tali partner senza rendere impossibile la diplomazia con Teheran. L’obiettivo non è semplicemente un accordo. È un equilibrio regionale in grado di sopravvivere a tale accordo.

L’Ucraina ha rappresentato un’altra prova. Trump ha incontrato il presidente Volodymyr Zelensky alle Nazioni Unite e il presidente francese Emmanuel Macron a New York, con l’Ucraina e la sicurezza transatlantica al centro delle discussioni. È proprio in Ucraina che l’istinto transazionale di Trump si scontra con l’architettura istituzionale che gli stessi Stati Uniti hanno costruito dopo il 1945: porre fine alla guerra è fondamentale. Ma lo è altrettanto garantire che qualsiasi accordo rafforzi, anziché indebolire, la credibilità della NATO.

Ahmed Charai è presidente e amministratore delegato della World Herald Tribune, Inc., nonché editore del Jerusalem Strategic Tribune, di TV Abraham e di Radio Abraham. È membro dei consigli di amministrazione di diverse istituzioni di rilievo, tra cui l’Atlantic Council, il Center for the National Interest, il Foreign Policy Research Institute e l’International Crisis Group. È inoltre consigliere internazionale e membro del comitato consultivo del Center for Strategic and International Studies.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su National Interest. Viene qui ripubblicato per gentile concessione dell’autore.

Riflessioni sul vertice tra Stati Uniti e Cina

Di

George Friedman

–

24 settembre 2026Apri come PDF

Il vertice tra i presidenti Xi Jinping e Donald Trump si tiene oggi a Washington, mentre il precedente si era svolto a Pechino nel mese di maggio. Il contesto di questo vertice è, com’era prevedibile, in qualche modo diverso rispetto all’ultimo. La guerra in Iran era già iniziata, ma da allora si è intensificata, così come il suo impatto sull’economia globale.

La dimensione più importante delle relazioni tra Stati Uniti e Cina è quella economica. La dimensione militare è secondaria; nessuna delle due parti ha interesse né la piena capacità di dichiarare guerra all’altra. La guerra in Iran ha avuto ripercussioni su entrambe le nazioni, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità e il prezzo del petrolio, e poiché entrambe ne hanno risentito negativamente, è ragionevole ritenere che sia nel loro reciproco interesse concentrarsi sulle questioni economiche.

Come abbiamo già osservato in precedenza – e come ha dichiarato apertamente il segretario al Tesoro degli Stati Uniti – il problema fondamentale tra Stati Uniti e Cina è che la Cina produce molti più beni di quanti ne possa consumare la propria economia interna. Pechino dipende quindi dalle esportazioni per sostenere la propria economia, il cui tasso di crescita è in calo già da prima dell’inizio della guerra in Iran. L’impatto economico del conflitto ha aggravato la situazione a causa del calo della domanda globale.

Gli Stati Uniti rimangono il principale importatore della Cina, nonostante la serie di dazi che hanno imposto alla Cina. La guerra in Iran aggrava quindi i problemi economici della Cina, poiché ha colpito anche l’economia statunitense, oltre a quella di altri paesi verso cui la Cina esporta. La contrazione economica può avere conseguenze politiche interne di fondamentale importanza. L’impatto sul sistema politico interno cinese, data la sua natura, appare meno significativo rispetto a quello sul sistema politico statunitense.

Il punto è che ora entra in gioco una dimensione che a maggio non era così evidente. La guerra in Iran ha accentuato la necessità della Cina di esportare verso gli Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che già prima dell’incontro Xi abbia avanzato l’idea che la Cina sia disposta ad aumentare la pressione sull’Iran, aumentando la probabilità di porre fine alla guerra in Iran, dopo aver proposto di allentare i propri dazi su alcune importazioni dagli Stati Uniti.

A questo punto, Washington e Pechino hanno un interesse comune: porre fine al blocco delle forniture petrolifere dallo Stretto di Ormuz e dal Medio Oriente in generale. In questo, la Cina ha un vantaggio. La posizione politica di Xi sembra più solida di quella di Trump, nonostante i massicci licenziamenti di alti ufficiali militari da parte di Xi. Il Partito Repubblicano si appresta ad affrontare le elezioni di medio termine e gli indici di gradimento sia di Trump che della guerra sono bassi. Da un punto di vista geopolitico, gli Stati Uniti dipendono meno dalla Cina di quanto la Cina dipenda dagli Stati Uniti. Dal punto di vista della politica interna, Xi è più potente di Trump. Ma, cosa ancora più importante, il costo della guerra per gli Stati Uniti è talmente elevato da rendere imperativo, dal punto di vista geopolitico, porvi fine, magari con concessioni quali l’abbandono del programma nucleare da parte dell’Iran.

La pressione che la Cina può esercitare sull’Iran è di natura finanziaria. L’Iran utilizza le banche cinesi per effettuare transazioni in yuan o in dollari in altri paesi e, dato che ciò significa che l’Iran non è completamente escluso da tali transazioni e importazioni, queste sono vitali per l’economia iraniana. Se Teheran dovesse perdere l’accesso alle banche cinesi, si troverebbe ad affrontare una grave crisi economica interna, che andrebbe ad aggiungersi ai problemi economici già esistenti causati dalla guerra. All’inizio di settembre sono emersi alcuni segnali (senza conferma da parte cinese) secondo cui la Cina potrebbe essere disposta a bloccare le transazioni iraniane con le banche cinesi. La questione sarà probabilmente oggetto di discussione e, se l’accordo venisse raggiunto, il prezzo da pagare per gli Stati Uniti sarebbe quello di moderare i dazi sui prodotti cinesi.

Ma i dazi sono solo un aspetto. L’altro, ben più delicato, è Taiwan. Per la Cina, Taiwan riveste grande importanza come simbolo e come potenziale ostacolo all’accesso cinese al Pacifico – accesso da cui dipende la sua economia orientata alle esportazioni. Considerata la probabile evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, la questione non è cruciale per gli Stati Uniti dal punto di vista geopolitico, ma se Washington interrompesse le forniture di armi a Taiwan (una richiesta fondamentale della Cina), verrebbe vista come un abbandono di un alleato. Ciò avrebbe conseguenze internazionali per gli Stati Uniti e, per la Cina, anche conseguenze interne.

Per Pechino, questo è il momento di avanzare le proprie richieste. Una possibile soluzione a lungo termine sarebbe quella di rendere Taiwan una regione autonoma facente parte della Cina. Il problema è che si tratta della stessa promessa fatta a Hong Kong, una promessa che non è stata mantenuta. Se la Cina dovesse abbandonare il vertice senza concedere nulla, per gli Stati Uniti sarebbe ancora più difficile esercitare pressioni sull’Iran.

In sostanza, gli Stati Uniti hanno bisogno che la guerra in Iran finisca. La Cina ha bisogno di accedere ai mercati statunitensi. Qualunque sia la parte con il bisogno maggiore, questa influirà probabilmente sulla decisione riguardo a Taiwan, o almeno sulla decisione di limitare la prossima spedizione di armi verso quell’isola. Sarebbero inoltre possibili future discussioni sulle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan. Ma per la Cina, Taiwan è fondamentale. Per gli Stati Uniti, l’Iran è fondamentale. Questo sarà il punto cruciale.

La vendetta dei tecnocrati di Pechino per una “società aperta”, di Cynthia Chung

La vendetta dei tecnocrati di Pechino per una “società aperta”

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e Piazza Tienanmen – Parte II

Cynthia Chung

16 settembre 2026

Puoi leggere la prima puntata qui:

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e Piazza Tienanmen

Cynthia Chung

·

27 agosto

How China Escaped Shock Therapy: Zhao Ziyang’s Controlled Opposition, the CIA’s Operation Yellowbird, George Soros and Tiananmen Square

Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nello scrivere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…

Leggi l’articolo completo

E la serie più ampia qui:

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
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Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese – Parte I

Cynthia Chung

·

11 giugno

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The Role of Goldman Sachs in Engineering Global Financial Crises

Il ruolo di Goldman Sachs nel provocare crisi finanziarie globali

Cynthia Chung

·

2 lug

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Nella prima puntata è stata raccontata la storia di come Zhao Ziyang si sia trovato al centro della crisi di inflazione e corruzione che ha colpito la Cina alla fine degli anni ’80. Si è parlato anche del ruolo centrale svolto dal suo think tank, il System Reform Institute (direttamente collegato al China Fund di George Soros), nell’orchestrare questi eventi, e di come in quegli anni l’istituto abbia tenuto oltre 110 incontri con George Soros nell’Europa dell’Est insieme a sostenitori della terapia d’urto provenienti dalla Cina. Si è anche discusso di come Soros abbia organizzato un tour in America Latina per il System Reform Institute come caso di studio economico per la Cina, con particolare attenzione alla dittatura militare brasiliana e al Cile di Pinochet. I due membri di spicco di questo think tank, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, discepoli di Zhao Ziyang, si erano dichiarati pubblicamente molto favorevoli a questi due modelli economici.

Pertanto, non solo Zhao Ziyang e il suo think tank, l’Istituto per la Riforma del Sistema, furono responsabili della crisi inflazionistica e di corruzione che in seguito avrebbe scatenato le proteste di piazza Tienanmen, ma fu anche condotto uno studio approfondito sulle dittature militari latinoamericane come modelli economico-politici da applicare alla Cina (uno dei quali era il risultato diretto della “terapia d’urto”), con la guida diretta e il finanziamento di George Soros.

È proprio qui che riprenderemo la nostra storia.

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisionismo storico e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

“La terza ondata” di Alvin Toffler, i futuristi di Pechino e l’alba di una nuova civiltà

«Una nuova civiltà sta emergendo nelle nostre vite, e ovunque ci sono persone cieche che cercano di soffocarla. Questa nuova civiltà porta con sé nuovi modelli familiari; modi diversi di lavorare, amare e vivere; una nuova economia; nuovi conflitti politici; e, al di là di tutto ciò, anche una coscienza trasformata… L’alba di questa nuova civiltà è il fatto più sconvolgente della nostra vita.»

— Alvin Toffler, da *La terza ondata* (1980)

Alvin Eugene Toffler (4 ottobre 1928 – 27 giugno 2016) è stato un futurista e imprenditore statunitense, noto per le sue opere dedicate alle tecnologie moderne, tra cui la rivoluzione digitale e quella della comunicazione, con particolare attenzione al loro impatto sulle culture di tutto il mondo. È considerato uno dei più illustri futuristi al mondo.[1]

Dopo aver scritto Shock del futuro(1970), che divenne un best-seller mondiale, Toffler e sua moglie Heidi scrissero La terza ondata(1980). In quest’opera, egli anticipò progressi tecnologici quali la clonazione, i personal computer, Internet, la televisione via cavo e la telefonia mobile. Successivamente, concentrò la propria attenzione, attraverso un altro loro best-seller, Powershift(1990), verteva sulla crescente potenza delle attrezzature militari del XXI secolo e sulla proliferazione delle nuove tecnologie.

Ha fondato la Toffler Associates, una società di consulenza gestionale, ed è stato ricercatore ospite presso la Russell Sage Foundation, professore ospite alla Cornell University e membro del corpo docente di la New School for Social Research, e un corrispondente dalla Casa Bianca.[2]La Fondazione McKinsey (della famigerata McKinsey & Co., di cui si è parlato nella Parte I di questa serie) gli hanno conferito il loro Premio letterario per il contributo alla letteratura manageriale.

Come vedremo, l’importanza della New School sarà al centro delle reti che sostenevano Zhao Ziyang e ciò che egli stava cercando di realizzare.

In Shock del futuro, Toffler scrive della sua previsione secondo cui, con l’emergere di questa “nuova civiltà”, molti subiranno una sorta di shock culturale e si sentiranno disorientati, se non addirittura sconvolti, da questo nuovo e strano ambiente. Egli definì questo fenomeno “shock da futuro”.

Toffler ha scritto:[3]

«Dobbiamo cercare modi del tutto nuovi per trovare un punto di riferimento, poiché tutte le vecchie radici — religione, nazione, comunità, famiglia o professione — stanno ora vacillando sotto l’impatto devastante della spinta accelerativa».

In Toffler’s La terza ondata, egli descrive tre tipi di società, dove ogni “onda” sostituisce la società e la cultura precedenti. La “prima onda” è descritta come la rivoluzione agraria, la “seconda onda” come la rivoluzione industriale, mentre la “terza onda” è definita come la società postindustriale, che rappresenterebbe una rivoluzione scientifica e tecnologica.

Il premier cinese Zhao Ziyang è stato fortemente influenzato da Toffler.[4]Ha organizzato delle conferenze per discutere La terza ondataall’inizio degli anni ’80, e nel 1985 il libro era al secondo posto nella classifica dei best seller in Cina.[5]

Toffler incontrava spesso personalità di spicco in Asia, tra cui il cinese Zhao Ziyang, il singaporiano Lee Kuan Yew e il sudcoreano Kim Dae Jung, i quali furono tutti influenzati dalle sue idee man mano che i mercati emergenti asiatici acquisivano sempre maggiore importanza a livello globale negli anni ’80 e ’90.[6]

«Nel 1980, Ted Turner» ha fondato la CNN, che, secondo quanto da lui stesso affermato, è stata ispirata dalle previsioni di Tofflerla fine del predominio delle tre principali reti televisive. La società di Turner, la Turner Broadcasting, ha pubblicato il libro di Toffler Creare una nuova civiltànel 1995. Poco dopo l’uscita del libro, l’ex presidente sovietico Mikhail Gorbachev ha presieduto la Conferenza sulla governance globale a San Francisco dal tema, Verso una nuova civiltà, all’evento hanno partecipato decine di personalità di spicco a livello mondiale, tra cui i coniugi Toffler, George H. W. Bush, Margaret Thatcher, Carl Sagan, Abba Eban e Turner con la sua allora moglie, l’attrice Jane Fonda.’[7]

Come vedremo, George Bush senior e Margaret Thatcher avranno un ruolo di primo piano in questa storia, così come Mikhail Gorbachev.

Nel descrivere la sua tesi nel 1978, Toffler parlò dell’emergere della Terza Ondata e dell’obsolescenza della civiltà industriale, affermando:

«Questa era sta ormai giungendo bruscamente al termine. La civiltà industriale si trova oggi in uno stato di crisi terminale, e una nuova civiltà, radicalmente diversa, sta emergendo per prendere il suo posto sulla scena mondiale… Stiamo entrando rapidamente in una nuova fase di sviluppo evolutivo, più sofisticata, basata su tecnologie di gran lunga più avanzate, ma anche più adeguate, rispetto a qualsiasi altra conosciuta finora.»

Questo salto verso una nuova fase della storia sta portando con sé nuovi modelli energetici, nuovi assetti geopolitici, nuove istituzioni sociali, nuove reti di comunicazione e informazione, nuovi sistemi di credenze, simboli e presupposti culturali… Deve quindi dare vita a strutture e processi politici completamente nuovi.Non riesco a capire come sia possibile che ci siano state una rivoluzione tecnologica, una rivoluzione sociale, una rivoluzione dell’informazione, rivoluzioni morali, sessuali ed epistemologiche, e che non ci sia stata anche una rivoluzione politica… In questo senso, il crollo del governo così come lo abbiamo conosciuto – vale a dire il governo rappresentativo… – è principalmente una conseguenza della sua obsolescenza.

In parole povere, la tecnologia politica dell’era industriale non è più adeguata alla nuova civiltà che sta prendendo forma intorno a noi. La nostra politica è obsoleta.”[8]

Matthew Ehret scrive in “Come il ‘Gorbaciov cinese’ fu spazzato via nel 1989”:[9]

“Uno scienziato influente, considerato l’artefice della politica del figlio unico cinese e stretto collaboratore di Zhao, è Song Jian, uno scienziato missilistico che ha studiato a La teoria della cibernetica di Norbert Wienermentre studiava in Russia negli anni ’50. Dopo aver frequentato il 7° Congresso mondiale della Federazione internazionale di controllo automaticoNel 1979, in Finlandia, Song venne a conoscenza del rapporto “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma. Secondo il ricercatore Robert Zubrin, Song tradusse immediatamente il libro in cinese senza citare gli autori originali e ne utilizzò subito i modelli lineari per calcolare l’andamento della popolazione, dell’inquinamento e della perdita di risorse nel corso di un secolo, giungendo alla conclusione che la popolazione ottimale della Cina (nota anche come “capacità di carico”) fosse dell’ordine di 650-700 milioni (quasi 300 milioni in meno rispetto alla popolazione totale del suo tempo). Queste idee del Club di Roma si diffusero a macchia d’olio e furono presto adottate come politica cinese, dando luogo a uno dei peggiori episodi di infanticidio della storia, protrattosi per decenni, con un tasso di riproduzione demografica che non ha ancora iniziato a riprendersi. 40 anni dopo(nonostante la saggia decisione di abolire il limite di un figlio nel 2016 e quello di due figli quest’anno).

Come ha osservato il ricercatore di Cambridge Julian Gewertz nel suo Studio del 2019 “I futuristi di Pechino”,In qualità di capo della Commissione statale cinese per la scienza e la tecnologia, Song ha collaborato strettamente con Zhao per mantenere la riflessione sulla politica scientifica cinese in linea con l’approccio sistemico del Club di Roma.[10]

Un’altra figura che ha svolto un ruolo fondamentale nel diffondere le idee di Alvin Toffler in Cina è stata Dong Leshan, ricercatore senior presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, il quale ha trascorso mesi in giro per gli Stati Uniti, dove ha incontrato il futurista. Descrivendo il suo viaggio nel 1981, Dong ha scritto: «Tutte le persone che ho incontrato e con cui ho discusso delle tendenze intellettuali americane hanno parlato del libro di [Toffler] *La terza ondata*»

Dong organizzò immediatamente la “Società cinese di studi sul futuro” per invitare formalmente Toffler a recarsi in Cina per la prima volta alcuni mesi dopo; in tale occasione, Toffler scrisse a Dong chiedendo “incontri e interviste con le vostre principali figure politiche e con i responsabili della pianificazione a lungo termine”. In cima alla lista c’era Zhao Ziyang.

Nel marzo 1983, una casa editrice cinese di nome Sanlien tradusse la prima edizione cinese dell’opera di Toffler Terza ondatae subito scoppiò uno scandalo… L’idea mistica dell’evoluzione sociale delineata da Toffler, era semplicemente una forma di eugenetica rivisitata, mascherata sotto le spoglie del transumanesimosecondo cui non erano le idee o le intenzioni, bensì forze cieche e amorali a spingere la civiltà umana verso livelli sempre più elevati di complessità. Queste «forze» cieche e fatalistiche erano prive di intenzionalità umana e guidavano la nostra specie in modo ineluttabile attraverso ondate di sviluppo, ciascuna delle quali era caratterizzata da dinamiche socio-politiche specifiche (ad esempio: Prima Ondata = agricola / feudale / pre-nazionale, Seconda Ondata = industriale / democratica / nazionale, Terza Ondata = dell’informazione / tecnocratico-feudale / post-nazionale).»

In un importante discorso pronunciato il 9 ottobre 1983 davanti ai funzionari del Consiglio di Stato cinese, Zhao Ziyang, in qualità di primo ministro della Cina, affermò:

“Anche l’opera *La terza ondata* di Toffler esprime un punto di vista simile. Egli ritiene che i paesi del Terzo Mondo di oggi, pur non avendo forse vissuto appieno la “seconda ondata” di sviluppo, possano intraprendere un percorso completamente nuovo per raggiungere una civiltà della “terza ondata”..”

Mattew Ehret scrive:[11]

«L’intuizione principale offerta da Toffler e dai suoi seguaci cinesi in quel periodo era che la Cina (e altre nazioni sottosviluppate) potesse saltare la seconda ondata di industrializzazione “sporca” e passare direttamente dalla prima alla terza ondata.

…Tutto ciò di cui la Cina aveva bisogno erano delle “zone economiche speciali” sulle coste, finalizzate all’importazione di materie prime e semilavorati dall’estero, e dei poli di fabbriche a bassa tecnologia, ad alta intensità di manodopera a basso costo, per trasformare tali materiali in prodotti finiti da rispedire poi ai mercati di consumo del primo mondo all’estero. Il denaro acquisito con questi mezzi poteva essere investito in programmi scientifici di terza generazione incentrati sull’ingegneria genetica, l’intelligenza artificiale e i sistemi informativi, che erano le tre priorità di Zhao per il futuro della Cina. Qualsiasi considerazione relativa a uno sviluppo su larga scala guidato da grandi progetti e obiettivi concreti in grado di plasmare le priorità scientifiche era bandita dalle teorie del libero mercato «dal basso» promosse da Zhao, Kissinger e Toffler.

Lo storico Michael Billington ha osservato che la Commissione Trilaterale organizzò direttamente una conferenza a Pechino nel 1981 con l’obiettivo di mantenere la Cina imprigionata in questo modello feudalescrittura:

“Nel maggio 1981, David Rockefeller presiedette una conferenza internazionale della Commissione Trilaterale tenutasi a Pechino. In quell’occasione, il direttore della Chase Manhattan Bank, William C. Butcher, dichiarò all’agenzia di stampa Xinhua che la riforma cinese avrebbe avuto successo solo se si fossero abbandonati la grande industria e i grandi progetti di sviluppo a favore di una produzione ad alta intensità di manodopera. L’industria pesante e le infrastrutture, disse, «richiedono due cose fondamentali: una grande quantità di energia e una grande quantità di denaro, nessuna delle quali è abbondante in Cina».

Un’altra delle “eresie” di Toffler, che nel 1984 portò a un breve divieto di circolazione del suo libro, era l’idea che la politica dovesse essere separata dall’economia. Nella visione mistica del mondo di Toffler, la “forza” del progresso tecnologico era di natura evolutiva e poteva essere frenata solo quando le intenzioni umane vi interferivano attraverso programmi politici e considerazioni morali. Zhao trascorse anni a discutere con il Politburo affinché l’economia fosse “liberata” dalla politica, guadagnandosi l’ira degli statisti che riconoscevano il male che si stava insinuando in Cina.’

Per chiarire questo punto, il tentativo di Zhao Ziyang di attuare quella che definiva la “Strategia di sviluppo costiero” negli anni 1987-1988 presentava notevoli differenze strutturali e filosofiche rispetto a quanto originariamente proposto da Deng Xiaoping come “Zone economiche speciali” (SEZ) a partire dal 1979-1980, che comprendevano quattro zone geograficamente circoscritte: Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen.

La differenza fondamentale tra le due era che le zone economiche speciali (SEZ) di Deng erano state create per rimanere separate dall’entroterra cinese, ovvero per impedire che l’influenza occidentale, le valute estere e la manodopera non regolamentata penetrassero nell’economia interna cinese, basata sulla pianificazione centralizzata, consentendo al contempo alla Cina di apprendere le pratiche commerciali e industriali occidentali e di attrarre investimenti diretti esteri.

Il modello economico di Zhao era denominato “Both Ends Abroad” e prevedeva di coinvolgere l’intera costa orientale della Cina, estendendosi su una vasta regione che all’epoca contava quasi 200 milioni di abitanti. Il suo obiettivo era trasformare l’intera periferia marittima della Cina in una macroregione economica aperta.

Zhao voleva avvalersi delle zone costiere per trasformare e smantellare attivamente la pianificazione centralizzata nell’entroterra cinese.Nel modello di Zhao, man mano che le province costiere vivevano un periodo di forte crescita grazie al commercio internazionale, acquistavano prodotti agricoli e fattori di produzione industriali dalle province dell’entroterra più povere. Ciò porterebbe il Paese a un’economia di mercato, costringendolo ad abbandonare i controlli sui prezzi e le direttive centrali a favore della libera concorrenza di mercato.[12]

Alla fine Deng Xiaoping cambiò rotta su questo tema con il suo famoso “Tour del Sud” del 1992, durante il quale adottò un approccio molto più vicino alla strategia di sviluppo di Zhao, facendo propria di fatto l’intera strategia economica di Zhao senza però far notare che fosse proprio quello che stava accadendo. In realtà, il progetto originale delle zone economiche speciali (SEZ) fu probabilmente guidato da Chen Yun, non da Deng Xiaoping. È interessante notare che Deng intraprese questo tour di svolta proprio nell’anno in cui Chen Yun si ritirò definitivamente dalla vita politica. [Vedi il Prima rata[Per ulteriori approfondimenti su questa serie, si veda il dibattito tra la pianificazione centrale con una graduale liberalizzazione del mercato e la spinta verso una riforma globale e la terapia d’urto.]

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Cynthia Chung

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27 agosto

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Deng continuò a riferirsi al suo piano economico come SEZ, ma nel 1992 si trattava in realtà della Strategia di sviluppo costiero di Zhao.

Questo “Southern Tour” del 1992 aprì le porte al capitalismo e alla finanza occidentali in Cina, in un clima ormai estremamente “aperto” al libero mercato e alla privatizzazione. La Cina era di fatto in vendita al miglior offerente. Quella sarebbe stata l’era del dominio di Goldman Sachs, di cui si parlerà nella Parte IV di questa serie.

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Cynthia Chung

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2 lug

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Va qui sottolineato che la Open Society Foundation di George Soros intrattiene stretti rapporti con la Commissione Trilaterale.

Mikhail Gorbachev fu fortemente influenzato da Alvin Toffler e si rivolse attivamente a lui per ricevere consigli su come orientare le sue politiche di ristrutturazione (perestrojka) e guidare la transizione dell’URSS lontano da un’economia industriale pianificata.[13]

Infatti, le politiche di Gorbaciov relative alla glasnost (trasparenza) e alla perestrojka (ristrutturazione) erano profondamente in linea con le idee di Toffler secondo cui una società deve diventare flessibile, aperta e tecnologicamente adattabile per sopravvivere.[14] [15]

Nel 1986, Gorbaciov invitò Toffler in Unione Sovietica nell’ambito del Forum di Issyk-Kul, un incontro di intellettuali di tutto il mondo organizzato dallo scrittore sovietico Chingiz Aitmatov per introdurre nell’URSS un modo di pensare nuovo e “non dottrinale”.[16]

Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Gorbaciov continuò a manifestare pubblicamente il proprio rispetto per la visione di Toffler. In una riflessione successiva sulle sue memorie, Gorbaciov osservò:

“Credo che Alvin Toffler abbia ragione in molti dei suoi scritti… essi parlano della civiltà umana, che sta entrando in una nuova fase del proprio sviluppo. E dobbiamo trovare un modo per adattarci a essa… Se non ci adattiamo, se non comprendiamo sia gli aspetti positivi che i pericoli… ciò potrebbe rivelarsi molto pericoloso.”[17]

Gorbaciov subì inoltre una forte influenza da parte di George Soros durante la perestrojka russa.

E lo stesso progetto “Open Society” di George Soros è riconosciuto come “l’esempio concreto per eccellenza della tesi di Toffler” da istituzioni di ricerca quali la RAND Corporation nel suo studio sulla Noöpolitik.[18]

Probabilmente, quindi, non è una coincidenza che il principale promotore delle proteste studentesche, Fang Lizhi,astrofisico e vicepresidente dell’Università di Scienze e Tecnologia della Cina, si è rivelato, tra l’altro, fortemente influenzato dalla visione di Alvin Toffler di una “nuova civiltà”…

Anche Fang Lizhi era un convinto sostenitore delle politiche economiche di Zhao…

La nuova illuminazione della Cina

Fang Lizhi è considerato uno dei leader del movimento del Nuovo Illuminismo cinese degli anni ’80. Un risultato non da poco, se si pensa che il decennio degli anni ’80 è stato definito l’“Età del Nuovo Illuminismo” in Cina.[19]Il tema del movimento del Nuovo Illuminismo comprendeva una promozione concettualmente vaga della “democrazia” e della “scienza”, e Fang Lizhi divenne la figura di spicco che incarnava questi due ideali.

Il movimento ha inoltre dato origine a una serie di nuovi generi letterari, come la “letteratura delle cicatrici”[20]e poesia avvolta nella nebbia[21]. Anche l’estetica divenne un argomento di grande interesse nella società. Si potrebbe dire che vi fosse una certa somiglianza tra questi generi letterari e quello del “La generazione perduta” e l’avvento degli scritti esistenzialisti. Si riscontra inoltre una certa somiglianza con la Scuola di Francoforte, la quale sosteneva che il nuova esteticadovrebbe essere quella della bruttezza e della sofferenza, poiché questa rifletteva in modo più fedele la “realtà”.[22]

Inoltre, la nascita di nuovi generi musicali, come il rock cinese, e l’ascesa dell’industria cinematografica cinese hanno entrambi contribuito in modo significativo al Nuovo Illuminismo.[23]Si potrebbe dire che la “Nuova Illuminismo” non fosse in realtà altro che una promozione di tutto ciò che è occidentale, nel bene e nel male, con una buona dose di aspetti negativi. La divulgazione scientifica occidentale, l’esistenzialismo occidentale, il liberalismo occidentale e, naturalmente, la controcultura occidentale.

La Cina stava attraversando ciò che l’Occidente aveva vissuto nel corso di diversi decenni – in un decennio.

Con il riconoscimento da parte di Deng Xiaoping che durante la Rivoluzione Culturale erano stati commessi gravi errori e che la Cina doveva attuare delle riforme, in particolare nel campo economico, questo aveva di fatto aperto le porte a una valanga. Tutti infatti capivano che ciò significava anche una riforma in campo culturale, anche se questi termini non venivano espressamente utilizzati. Con la condanna e l’arresto della Banda dei Quattro, responsabile delle peggiori atrocità della Rivoluzione Culturale, la domanda che si poneva era: quale direzione avrebbe dovuto prendere ora la Cina nel plasmare la propria identità culturale? Molti ritenevano che la risposta fosse chiara: dal punto di vista economico e culturale, la Cina doveva imitare ciò che l’Occidente aveva sempre fatto, ovvero una forma di liberalismo in ogni ambito.

Tra le due figure di spicco più note del movimento del Nuovo Illuminismo figuravano l’astrofisico Fang Lizhi e, in una bizzarra combinazione, il “padre del rock cinese” Cui Jian.

Sono stati proprio questi due nomi ad essere considerati i principali artefici delle idee e della “visione” che hanno ispirato gli studenti durante le proteste di piazza Tienanmen.

La canzone di Cui Jian “Nothing to My Name” (1986) è stata considerata l’inizio della musica rock cinese e una delle forme più dirette di “illuminismo” in Cina.[24] Infatti, la canzone divenne l’inno non ufficiale delle proteste di Piazza Tienanmen del 1989, tanto che Cui Jian la eseguì dal vivo per gli studenti nel maggio 1989, offrendo ai giovani ciò che la musica rock sa fare meglio: una catarsi per la “frustrazione generale” legata al desiderio di libertà individuale. Naturalmente, la musica rock esercita un fascino universale sui giovani, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Anche i giovani che vivono nei sobborghi della classe media, privilegiati ma banali, sono altrettanto inclini a provare frustrazione per un «desiderio di libertà individuale» vagamente definito.

Come ha affermato in modo memorabile Wu’er Kaixi nel documentario, quando gli è stato chiesto quale risultato gli studenti sperassero di ottenere da queste proteste La Porta della Pace Celeste,[25]dopo una pausa di riflessione piuttosto lunga e preoccupante, come se fosse la prima volta che si ponesse una domanda del genere, affermò

“Allora, cosa vogliamo? Scarpe Nike, tanto tempo libero per portare le nostre ragazze al bar, la libertà di discutere di un argomento con qualcuno e un po’ di rispetto da parte della società.”

Ha rilasciato questa dichiarazione dopo gli eventi catastrofici del 3-4 giugno 1989, quando la violenza aveva raggiunto il culmine, il che la rende ancora più inquietante. È stato intervistato per il documentario in un periodo compreso tra il 1990 e il 1994, dopo essere stato fatto uscire clandestinamente dalla Cina attraverso l’Operazione Yellowbird con l’aiuto della CIA e dell’MI6. A quanto pare, la sua fuga è stata quella che è costata di più tra tutti gli studenti dissidenti.

Wu’er Kaixi, che è apparsa in OraLa rivista, in numerose occasioni, ha affermato che Cui Jian, uno dei volti più noti delle proteste studentesche, durante le manifestazioni in Piazza Tienanmen, insieme alla musica underground e rock in generale, ha trovato una risonanza molto più profonda tra gli studenti rispetto a intellettuali come Fang Lizhi.[26]

Probabilmente questo riflette il sentimento generale di migliaia di studenti, e della popolazione in generale, giunti da ogni parte della Cina per partecipare alle proteste, dopo che i leader studenteschi più moderati erano stati messi da parte. Tuttavia, tra i leader studenteschi che hanno assunto il controllo della piazza durante questo periodo di sette settimane, quasi tutti questi leader studenteschi sono stati fortemente influenzati e persino guidati direttamente da Fang Lizhi, come vedremo tra poco.

Il movimento del Nuovo Illuminismo si concluse dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989, che furono repressi dal governo cinese, considerato uno dei principali istigatori di ciò che portò alla tragedia. Ciò potrebbe sembrare una forma di censura e oppressione della «libertà di parola», ma la verità è che vi erano molti elementi che giustificavano l’idea che il Nuovo Illuminismo avesse agito consapevolmente per provocare quel tragico esito, specialmente se si considerano le azioni di Fang Lizhi, il principale istigatore, che dopo gli eventi del 3-4 giugno fu direttamente protetto dalla CIA e dai canali diplomatici britannici e americani, come vedremo nella terza puntata di questa serie.

In realtà, il movimento del Nuovo Illuminismo non era solo una critica alla Rivoluzione Culturale o, più in generale, al Partito Comunista Cinese, è arrivata addirittura a criticare l’intero patrimonio culturale tradizionale della Cina. Un rifiuto categoricodi cosa significasse essere “cinesi” nel senso più ampio del termine e la promozione di un’identità occidentale interamente.

Un esempio particolarmente significativo di questo sentimento è stato Liu Xiaobo, il beniamino dell’Occidente a cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace nel 2010 per essere un “intellettuale” cinese che odiava se stesso. Liu Xiaobo è anche responsabile di aver radunato una grande folla in Piazza Tienanmen, che si era quasi completamente svuotata dopo sette settimane di stallo. Questo affollamento della piazza avvenne proprio pochi giorni prima dei tragici eventi del 3-4 giugno 1989. La tempistica era talmente sospetta che persino lui stesso lo ammette nel documentario La Porta della Pace Celeste, che spera di non aver contribuito a determinare ciò che è accaduto quel giorno. Questo argomento verrà approfondito più avanti nel presente documento.

Liu Xiaobo era un illustre studioso che pubblicò articoli su Rivista “New Enlightenment”. Anche questa rivista cessò le pubblicazioni dopo il 4 giugno 1989.

Una delle dichiarazioni più controverse di Liu Xiaobo (che egli ha ribadito negli ultimi anni della sua vita) risale a un’intervista del 1988, in cui affermava:

“Hong Kong ha impiegato 100 anni [sotto il colonialismo britannico] per diventare ciò che è oggi. Considerate le dimensioni della Cina, Di certo ci vorrebbero 300 anni di colonizzazione perché diventasse come è oggi Hong Kong. Mi chiedo addirittura se 300 anni sarebbero sufficienti.”[27]

Il Guardian scrive:[28]

“Ribadendo questa opinione sulla rivista *Open* nel 2006, ha aggiunto che i progressi in La Cina dipende dall’occidentalizzazione e più questa è avanzata, maggiore è il progresso. Sebbene i suoi sostenitori giustifichino il colonialismo di Liu definendolo una provocazione, esso si allinea logicamente con il suo sostegno alla totalitaria occidentalizzazione e alle guerre di cambio di regime guidate dagli Stati Uniti.”

Liu ha ammesso in un’intervista a Open Magazine che la sua risposta del 1988, «300 anni di colonialismo», era stata estemporanea, anche se non intendeva ritrattarla, poiché rappresentava «un’espressione estrema di una convinzione che nutriva da tempo».[29]

In un’altra intervista ha affermato che “scegliere l’occidentalizzazione significa scegliere di essere umani.”[30] [31]

Quando si parla di Elegia sul fiume, un’opera letteraria di grande rilievo nel movimento del Nuovo Illuminismo che criticava aspramente la cultura cinese fin dai tempi della dinastia Ming e che è stata trasformata in un documentario televisivo di enorme impatto (anche l’autore, Su Xiaokang, è stato fatto uscire clandestinamente dal Paese grazie all’Operazione Yellowbird), Liu Xiaobo ha criticato l’opera perché non era abbastanza criticodella cultura cinese e di non sostenere con sufficiente entusiasmo l’occidentalizzazione, affermando:

“Se dovessi realizzarlo, dimostrerei quanto i cinesi siano in realtà dei debosciati, dei vigliacchi e dei falliti [weisuo, ruanruo, caodan].”[32]

Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan del 2001 da parte del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, la sua invasione dell’Iraq del 2003 e la sua successiva rielezione. Liu ha sostenuto anche altri interventi statunitensi in Medio Oriente, oltre alla guerra del Vietnam e alla guerra di Corea.[33]

Nel suo articolo del 2004 intitolato “Vittoria all’Alleanza anglo-americana per la libertà”, ha elogiato i conflitti del dopoguerra fredda guidati dagli Stati Uniti definendoli “i migliori esempi di come dovrebbe essere condotta una guerra in una civiltà moderna.”[34]

Liu riteneva particolarmente spiacevole che il suo monolinguismo (parlava solo cinese) lo limitasse in un dialogo con qualcosa di «molto arretrato [yumei] e filisteo [yongsu]», riferendosi alla sfera culturale cinese.[35]A quanto pare, non si è preso la briga di imparare una vera e propria lingua occidentale, nonostante tutte le sue esaltazioni della superiorità dell’Occidente sull’Oriente.

Come vedremo,[36]I finanziatori occidentali di Liu Xiaobo rivelano molte cose, tra cui i suoi legami diretti con il NED.

Per ora basti dire che Liu Xiaobo è stato la figura “adulta” di spicco che ha partecipato alle proteste di piazza Tienanmen per un periodo di tempo significativo,[37]che aveva trascorso diversi giorni in accampamento con gli studenti e aveva influenzato le dinamiche all’interno della piazza, assumendosi anche la responsabilità diretta di riempire la piazza con circa un migliaio di persone uno o due giorni prima dei tragici eventi del 3-4 giugno 1989, quando, prima del suo intervento diretto, la piazza era quasi deserta.[38]

Tuttavia, la figura adulta più influente presente in quel contesto, che esercitò una forte influenza sugli studenti durante quel periodo, fu Fang Lizhi, riconosciuto da quasi tutti – compresi gli stessi principali dissidenti studenteschi – come la figura chiave che plasmò le proteste di Piazza Tienanmen, prima nel 1986 e poi nel 1989.

Le manifestazioni studentesche del 1986 e la questione di Hu Yaobang

Dopo essersi laureato presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Pechino negli anni ’50, Fang Lizhi (1936-2012) aderì al Partito Comunista Cinese e iniziò a lavorare presso l’Istituto di Fisica Moderna. Secondo quanto riferito, lì sarebbe stato coinvolto nel programma segreto cinese per la bomba atomica.[39] [40]

Durante gli anni ’70 ricoprì numerose cariche accademiche, tra cui quella di direttore del gruppo di ricerca di astrofisica dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC), direttore del gruppo di ricerca di storia della scienza, caporedattore della rivista accademica dell’USTC e presidente della Società cinese di gravità e astrofisica relativistica. Nel 1984, Fang fu nominato vicepresidente dell’USTC. Era molto popolare tra gli studenti. Fang iniziò inoltre a scrivere saggi da pubblicare su riviste di grande diffusione e tenne conferenze su una varietà di argomenti nelle università, anche se di solito non presso l’USTC.

Nel dicembre 1986, gli studenti universitari manifestarono in oltre una dozzina di città cinesi per chiedere maggiori libertà economiche e politiche. Anche in questo caso, il movimento fu influenzato quasi esclusivamente dalla crisi causata dall’inflazione galoppante e dalla corruzione, conseguenza diretta delle politiche economiche messe in atto da Zhao Ziyang, allora premier della Cina (per i dettagli si veda il Prima parte di questo articolo.)

Fang Lizhi era al centro di queste proteste studentesche, come riconoscono tutte le parti in causa.

Deng Xiaoping, dopo quasi due mesi di manifestazioni studentesche, decretò l’espulsione di tre membri del Partito Comunista: Fang Lizhi, Liu Binyan e Wang Ruowang. Tutti e tre avevano ricoperto ruoli importanti nel movimento del “Nuovo Illuminismo” e, in particolare, Fang Lizhi e Wang Ruowang ebbero un’influenza determinante nelle manifestazioni studentesche del 1986, che criticavano la mancanza di riforme politiche ed economiche da parte del governo cinese per affrontare la crisi dell’inflazione e della corruzione.[41]

Le proteste studentesche durarono dal dicembre 1986 alla metà di gennaio 1987.

In quel periodo, Fang Lizhi, professore di astrofisica e vicepresidente dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC), teneva una serie di conferenze presso le università di Shanghai e Ningbo, durante le quali incoraggiava ad «aprirsi in tutte le direzioni», àla Nuova Illuminazione.[42]

Le proteste sono iniziate nel campus dell’USTC, dove Fang Lizhi aveva la sua sede, e si sono rapidamente diffuse in altre città come Shanghai, Tianjin, Nanchino, Kunming, Hangzhou, Suzhou, Guangzhou e Pechino.[43] Durante le manifestazioni, le trasmissioni della Voice of Americaè diventata una fonte fondamentale di informazioni per gli studenti manifestanti.[44]

Voice of America(VOA) ha fatto capo alle agenzie statali di riferimento, ovvero l’U.S. Information Agency (USIA) e, successivamente, l’U.S. Agency for Global Media (USAGM). Sebbene si neghi l’esistenza di un legame diretto con la CIA, va sottolineato che Radio Free Europe e Radio Liberty erano finanziati e gestiti in segreto dalla CIA come operazioni di guerra psicologica nell’ambito del Progetto Mockingbird[45]il che è ufficialmente riconosciuto. Negli anni ’70, in seguito alla divulgazione pubblica di tali informazioni, furono privati dei finanziamenti ufficiali della CIA. Successivamente passarono a ricevere finanziamenti pubblici dal Congresso e furono posti sotto la supervisione dell’USAGM, la stessa agenzia da cui dipende la VOA. Traete le vostre conclusioni…

Wikipedia riporta:

“Gli obiettivi dei manifestanti sono stati descritti dai media occidentali, come il *Washington Post* [noto come uno dei principali promotori del Progetto Mockingbird della CIA][46]] come un movimento a favore della democrazia, ma gli studenti nutrivano molte altre rimostranze che avevano ben poco a che fare con la democrazia e che sono state riportate dai media di Hong Kong.[47] [48]Queste lamentele variavano a seconda del campus: gli studenti di Pechino protestavano perché le luci venivano spente dopo le 11:00, mentre quelli di Nanchino criticavano l’inserimento delle materie politiche nel loro programma di studi.[49]I manifestanti hanno inoltre posto l’accento sul problema della corruzione e del clientelismo all’interno del governo, che ha compromesso le possibilità degli studenti di trovare un impiego e ha rallentato la crescita economica cinese.[50]

Ancora una volta, le questioni più gravi riguardavano la crisi economica e di corruzione che avrebbe raggiunto il culmine nel 1989 e che erano conseguenze dirette della politica economica di Zhao Ziyang, basata sul sistema dei prezzi a doppio binario, sostenuta dal suo think tank, l’Istituto per la Riforma del Sistema, che a sua volta è stato finanziato da George Soros(ne parleremo meglio tra poco).[51]Le manifestazioni studentesche del 1986 non erano una protesta a favore di una “democrazia occidentale”.

Le proteste ebbero inizio a Heifei il 5 dicembre 1986, con la partecipazione di migliaia di studenti, per poi intensificarsi ed estendersi a Shanghai dal 19 al 21 dicembre 1986, coinvolgendo, secondo quanto riferito, diverse migliaia di studenti. La notizia si è diffusa soprattutto grazie al ruolo di Voce in America. E questa “voce” americana stava letteralmente guidando gli studenti verso uno scontro finale nella capitale cinese, Pechino.[52]

Verso la fine di dicembre 1986, gli studenti di atenei d’élite come l’Università di Pechino e l’Università Tsinghua sfidarono i divieti del governo e marciarono attraverso Piazza Tienanmen; secondo quanto riferito, il numero dei manifestanti variava da diverse migliaia a decine di migliaia. Ciò spinse Deng Xiaoping a reprimere con forza le proteste.

È molto significativo che, le proteste studentesche sono state represse con mezzi non violenti, come i blocchi stradali, ha contribuito anche il freddo gelido. Sono state effettuate decine di arresti di lavoratori non studenti e di “agitatori esterni” che si erano uniti alle marce. Non è stata esercitata alcuna violenza e nessun studente è stato arrestato.

Deng costrinse inoltre alcuni membri del Partito Comunista Cinese a dimettersi, in particolare Fang Lizhi, il giornalista Liu Binyan e lo scrittore Wang Ruowang, considerati i principali istigatori, che furono destituiti dai loro incarichi universitari e istituzionali. Tuttavia, Fang Lizhi mantenne il suo prestigioso titolo di accademico dell’Accademia Cinese delle Scienze fino al 1989.

Le manifestazioni studentesche del 1986 si rivelarono alla fine un fallimento, se l’intenzione alla base di quelle “voci” era quella di provocare uno scontro violento tra gli studenti e il governo cinese.

Tuttavia, vi fu un evento di grande rilevanza che sarebbe stato in seguito utilizzato per innescare lo scoppio delle manifestazioni studentesche del 1989: si trattava delle dimissioni forzate di Hu Yaobang, all’epoca segretario generale del Partito Comunista Cinese.

Deng aveva chiesto a Hu Yaobang di far rispettare queste dimissioni, costringendo così Hu ad assumere una posizione ferma contro il movimento del Nuovo Illuminismo, verso il quale nutriva simpatia. Hu Yaobang si rifiutò di eseguire l’ordine e fu quindi costretto a dimettersi dalla sua carica all’interno del Partito Comunista Cinese, pur rimanendone membro.

Hu Yaobang sembra essere una persona sinceramente buona e ben intenzionata, ma anche un po’ ingenua. Dopo la morte di Mao, Hu Yaobang assunse la guida del Dipartimento dell’Organizzazione del Partito Comunista Cinese e avviò una vasta campagna per riabilitare le vittime della Rivoluzione Culturale.

Tra le persone riabilitate figurava nientemeno che il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun, che aveva subito una brutale epurazione politica durata 16 anni ed era stato incarcerato. Hu intervenne personalmente per ribaltare le sentenze errate contro Xi Zhongxun, liberandolo dal suo lungo esilio politico e spianandogli la strada per il ritorno ai vertici della leadership. Xi Zhongxun sarebbe poi diventato uno degli Otto Anziani della Cina post-Mao.[53]

Di conseguenza, Xi Zongxun e Hu Yaobang strinsero un’amicizia stretta e leale.

Quando Hu Yaobang fu sottoposto a una serie di incontri ostili da parte degli anziani del partito per costringerlo a dimettersi, Xi Zongxun sarebbe stato l’unico a difenderlo con veemenza.

Sebbene fosse certamente inopportuno creare una tale ostilità e un trauma psicologico tali da costringere Hu a dimettersi, la posizione di Hu – caratterizzata da un sostegno e una protezione eccessivamente compiacenti nei confronti del movimento del Nuovo Illuminismo e dalla sua visione della politica economica, che spingeva per una riforma economica ad hoc e a ritmo serrato – ha messo in luce una profonda lacuna nella sua comprensione di questioni così cruciali, che erano in prima linea nel plasmare l’identità e la direzione della Cina. Si è trattato infatti di gravi errori e valutazioni errate da parte di Hu, che non potevano essere tollerati in una figura ricoprente una posizione di leadership così elevata in un periodo di sconvolgimenti sociali.

Rifiutandosi di dare seguito alle dimissioni forzate di figure intellettuali di spicco del movimento del Nuovo Illuminismo (Fang Lizhi, Wang Ruowang e Liu Binyan), Hu aveva dimostrato al Partito di non rendersi conto della reale gravità della questione.

Tuttavia, Hu Yaobang mantenne la sua prestigiosa carica di membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e, quello stesso anno, al 13°thAl Congresso del Partito è stato eletto membro del nuovo Politburo.

A seguito di questa decisione, Zhao Ziyang fu nominato successore di Hu alla carica di Segretario Generale. Sebbene dal punto di vista istituzionale ciò fosse considerato una promozione di grande rilievo, secondo quanto riferito Zhao non era soddisfatto della decisione. Nelle sue “memorie audio” pubblicate postume come Prigioniero dello Stato: Il diario segreto del premier Zhao Ziyang, ha fatto alcune ammissioni che lasciavano intendere che non volesse quella carica e, secondo quanto riferito, avrebbe chiesto a Wang Zhen di intercedere presso Deng. Alla fine, non ha avuto altra scelta che accettare la carica.

Il malcontento di Zhao per questo cambiamento di posizione è comprensibile se si considera che, in qualità di primo ministro della Cina, aveva autorità diretta sulla definizione della politica economica. Come già visto nel Prima puntata di questa serieche Zhao avesse avuto un ruolo centrale nella definizione delle politiche relative alla riforma dei prezzi in Cina, che alla fine avrebbe determinato l’andamento della riforma economica complessiva del Paese.

How China Escaped Shock Therapy: Zhao Ziyang’s Controlled Opposition, the CIA’s Operation Yellowbird, George Soros and Tiananmen Square

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Cynthia Chung

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27 agosto

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In qualità di segretario generale, Zhao è stato di fatto privato del potere di definire e attuare la politica economica in Cina.

Perse inoltre il controllo sulla definizione delle linee guida relative alla ristrutturazione delle imprese e al commercio internazionale. Essendo stato praticamente costretto ad assumere il ruolo di Segretario Generale, Zhao si ritrovò catapultato in una sfera politica completamente diversa, quella dell’ideologia di partito, della propaganda e della mediazione tra fazioni – ambiti per i quali Zhao nutriva scarso interesse e in cui contava su ben pochi alleati.

Da questo punto di vista, la nuova carica di Zhao rappresentava effettivamente una retrocessione, che lo allontanava da un progetto a cui aveva lavorato con grande impegno per diversi anni: l’intera riforma economica della Cina.

Probabilmente Deng agì in questo modo come compromesso nei confronti dell’opposizione che stava crescendo all’interno del Partito nei confronti di Zhao Ziyang. La crisi dell’inflazione e della corruzione non faceva che aggravarsi a causa delle politiche di Zhao. Ciononostante, Zhao continuò a seguire la stessa linea. Dopo le manifestazioni studentesche del 1986 proprio su questi temi, ciò fornì ulteriore sostegno all’interno del Partito alla necessità di rimuovere Zhao dalla sua carica.

Fino a quel momento, Deng, Hu e Zhao avevano formato un trio indissolubile. Tra Hu e Zhao, Deng aveva dato la priorità al mantenimento di Zhao in una posizione di potere. Pertanto, Hu fu sacrificato politicamente per distogliere l’attenzione da Zhao.

Probabilmente è per questo che gli incontri con Hu da parte di Deng erano così opprimenti dal punto di vista psicologico. Lo scopo era quello di creare un clima di tensione attorno a questa vicenda; altrimenti, Zhao sarebbe stato sicuramente messo alla gogna, poiché era direttamente responsabile dei motivi per cui gli studenti stavano protestando – questioni legate all’economia e alla corruzione.

Hu Yaobang era stato politicamente vantaggioso per la “visione” di Deng e Zhao, poiché era favorevole a iniziative come il movimento del Nuovo Illuminismo e aveva guidato la riabilitazione delle vittime della Rivoluzione Culturale. Si era inoltre battuto per i diritti umani delle minoranze culturali, anche nello Xinjiang e in Tibet. Aveva a cuore le questioni relative ai diritti umani e si era espresso contro i comportamenti totalitari del Partito Comunista Cinese. Hu considerava gli anni ’80 un passo avanti verso il rispetto della dignità umana nei confronti degli altri.

Tuttavia, il movimento del Nuovo Illuminismo sosteneva in definitiva una riforma economica e politica di stampo occidentale, promossa sotto forma di libero mercato e di pacchetto di riforme (terapia d’urto).

Purtroppo, ciò ha reso Hu uno strumento estremamente utile al servizio della campagna a favore della “terapia d’urto” in Cina, che egli di fatto sosteneva. Credo che Hu non avesse realmente compreso le vere conseguenze di tutto ciò. Voleva il bene del popolo cinese, ma è stato indotto in errore su come ciò potesse essere realizzato.

L’uomo che era in lizza per sostituire Zhao Ziyang alla carica di premier della Cina era Li Peng, uno stretto alleato di Chen Yun.

È evidente che Deng fu costretto a consentire a un esponente dell’opposizione (guidata da Chen Yun) di assumere la guida delle riforme economiche a seguito delle manifestazioni studentesche del 1986 e della situazione generale caratterizzata da un’inflazione e una corruzione in aumento.

Durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989, come vedremo, i principali dissidenti studenteschi (che erano stati nuovamente influenzati direttamente da Fang Lizhi) sostenevano con forza l’ideologia economica di Zhao Ziyang ed erano estremamente ostili a Li Peng, che sarebbe stato soprannominato il “Macellaio di Pechino” dopo i tragici eventi del 3-4 giugno 1989.

Vedremo se una descrizione onesta di questa storia meriti un soprannome del genere.

La teoria della relatività occidentale applicata alla responsabilità storica

Nel 1989 Hu Yaobang morì per un infarto all’età di 73 anni. Secondo quanto riferito, durante la cerimonia commemorativa la moglie di Hu attribuì la responsabilità della sua morte al trattamento severo riservatogli dal Partito. Ai funerali di Hu, secondo il resoconto di Ezra Vogel dell’Università di Harvard, quando Deng porse le sue condoglianze, la vedova di Hu lo affrontò direttamente dicendo: «È tutta colpa vostra!»[54]

Tuttavia, un’altra versione, probabilmente molto più attendibile, proviene da Zhang Lifan, che ha aiutato la famiglia Hu a organizzare le esequie. Zhang ha osservato che, sebbene l’atmosfera tra Deng e Li Zhao (la vedova di Hu) fosse «estremamente tesa», non si è arrivati a uno scontro. La moglie di Deng le ha preso la mano e le ha detto: «Ti prego, abbi cura di te». La vedova di Hu rispose: «Anche il compagno Xiaoping dovrebbe prendersi cura di sé. Tutti prima o poi devono morire; è una legge della natura».[55]

Questa seconda versione dei fatti fornita da Zhang Lifan, un caro amico della famiglia Hu, è piuttosto diversa da quella riportata da Ezra Vogel. Tuttavia, la versione di Vogel è quella più diffusa e induce fortemente un occidentale a pensare che la vedova di Hu abbia accusato direttamente il Partito Comunista Cinese dell’infarto di Hu durante la cerimonia funebre.

La versione dei fatti fornita da Vogel, di Harvard, sarebbe stata utilizzata per plasmare la percezione che l’Occidente, e persino gli stessi cinesi, avrebbero avuto della morte di Hu Yaobang, dato che all’epoca non esisteva praticamente nessun’altra versione ufficiale. Hu sarebbe stato celebrato dalla stampa occidentale come un paladino dei valori della «democrazia occidentale», e si sarebbe sostenuto che il Partito Comunista Cinese (PCC) lo avesse costretto all’esilio politico, tanto che, a causa dello stress eccessivo, sarebbe morto di infarto. Tuttavia, Hu non fu mai esiliato politicamente, ma rimase all’interno del Politburo.

A questo proposito, è importante chiarire qui quale fosse lo stato d’animo originario dei giovani quando le proteste studentesche ebbero inizio il 15 aprile 1989, giorno della morte di Hu Yaobang (il cui funerale pubblico si tenne il 22 aprile 1989).

All’inizio gli studenti manifestanti erano chiaramente motivati dalla richiesta di un socialismo più puro e più forte, non di una “democrazia occidentale” come sosteneva la stampa occidentale. I dettagli al riguardo saranno trattati nella terza puntata di questa serie; per ora, tuttavia, ritengo sufficiente sottolineare questi due fatti.

I cartelli originali esposti all’inizio delle proteste studentesche erano scritti in cinese; in seguito, però, sono stati redatti in inglese e invocavano esplicitamente una democrazia di stampo occidentale.

Striscioni originali in cinese.

Il banner sopra riportato con la scritta “Datemi la democrazia o datemi la morte”, una rivisitazione della famosa frase pronunciata da Patrick Henry nel 1775: “Datemi la libertà o datemi la morte!” – questa citazione non avrebbe avuto alcun significato per uno studente cinese dell’epoca, ma ha funzionato bene per un pubblico internazionale di lingua inglese che seguiva l’evento sui propri schermi televisivi, che era ovviamente l’obiettivo previsto.

Ciò è ulteriormente confermato da una delle principali studentesse dissidenti, Chai Ling, la quale ha anche ammesso che un concetto del genere era del tutto sconosciuto agli studenti cinesi durante le proteste di Tiananmen (questo argomento sarà approfondito nella terza puntata).

Un altro esempio significativo del fatto che gli studenti stessero in realtà protestando per un ideale più puro di socialismo e non per la democrazia occidentale è dato dalla loro scelta di ispirazione per la cosiddetta “Dea della Democrazia”[56]come veniva definito dalla stampa occidentale.

Agli studenti fu suggerito – non è chiaro da chi, esattamente – di realizzare una statua che rappresentasse lo spirito delle proteste studentesche. E da “buoni socialisti” decisero di renderla il più possibile diversa dalla realistica Statua della Libertà di New York, ispirando la loro scultura all’opera altamente stilizzata della scultrice comunista rivoluzionaria russa Vera Mukhina.

“La dea della democrazia”

Per un pubblico occidentale che la osserva sullo schermo televisivo, questa scultura potrebbe essere comprensibilmente interpretata come un’ispirazione creativa tratta direttamente dalla “Statua della Libertà”.

Ma non era così. Era ispirata direttamente all’opera “L’operaio e la donna del kolchoz” di Vera Mukhina. La scultura “Dea della Democrazia” realizzata dagli studenti fu riprodotta in molti paesi occidentali, senza che gli occidentali si rendessero minimamente conto del forte messaggio a favore del socialismo insito nel suo design stilizzato.

immagine a sinistra: “L’operaio e la donna del kolchoz” di Mukhina. immagine a destra: ricostruzione della statua di Piazza Tienanmen realizzata dagli studenti in Occidente, intitolata “Remembrance in the West” (replica della stessa statua presso l’Università della Columbia Britannica, in Canada)

Uno scultore presente durante la sua realizzazione, Tsao Tsing-yuan, ha scritto che gli studenti decisero di non ispirarsi alla Statua della Libertà perché temevano che il risultato sarebbe stato poco originale e “troppo apertamente filoamericano”. Tsao osserva inoltre che l’ispirazione per la statua derivava dall’opera della scultrice russa Vera Mukhina, associata alla scuola del realismo rivoluzionario. Tsao conferma che fu proprio quest’opera, intitolata «L’operaio e la donna del kolchoz», ad avere un’influenza particolare sulla testa e sui tratti del volto della loro statua.[57]

Quindi, per chiarire ancora una volta, le proteste studentesche di Piazza Tienanmen del 1989 furono, ancora una volta, motivate principalmente da questioni economiche e di corruzione, così come era avvenuto per le manifestazioni studentesche del 1986. Gli studenti chiedevano un socialismo più puro, che rispecchiasse più da vicino nella pratica gli ideali delle Quattro Modernizzazioni, e la risoluzione dei problemi legati a un’economia in crisi (in particolare la crisi dell’inflazione) e alle questioni di corruzione.

Non chiedevano una riforma radicale del governo cinese per sostituirlo con un modello occidentale, né invocavano il libero mercato o il capitalismo. Erano socialisti e sostenevano un governo socialista.

La reazione alla morte di Hu Yaobang non fu un invito all’anarchia e alla distruzione di tutto. Fu piuttosto un catalizzatore per sollecitare una correzione di quella che veniva vista come una deviazione della Cina dal percorso originariamente tracciato nelle Quattro Modernizzazioni, così come erano state inizialmente delineate da Zhou Enlai.

Il piano di Zhou Enlai si basava su una rivoluzione economica e industriale globale guidata da progressi rivoluzionari nei seguenti ambiti: 1) produttività industriale, 2) produttività agricola, 3) difesa e 4) progresso scientifico e tecnologico.

Questo era lo spirito originario che aveva dato il via alle proteste studentesche del 1989.

Tuttavia, con il passare del tempo, tra le file degli studenti cominciarono a emergere dei leader che presero il controllo della narrazione. Arrivarono persino a detenere il pieno controllo del megafono nella piazza. Questi principali dissidenti studenteschi erano tutti discepoli diretti di Fang Lizhi, ad eccezione di Chai Ling; tuttavia, la sua cerchia, compreso il suo allora marito, era composta interamente da discepoli di Fang Lizhi, che lei ne fosse consapevole o meno.

Così, i leader studenteschi più moderati furono messi da parte e la narrativa che finì per dominare le discussioni in piazza e che fu riportata al mondo dalla stampa occidentale divenne quella degli insegnamenti di Fang Lizhi diffusi dai suoi apostoli studenteschi.

Il ruolo diretto di Fang Lizhi verrà approfondito nella terza puntata; tuttavia, vorrei innanzitutto soffermarmi sui principali responsabili della diffusione della storia secondo cui Li Peng era un tiranno sanguinario che non vedeva l’ora di falciare gli studenti in piazza (cosa che, tra l’altro, non è mai successa). I dettagli degli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno 1989 saranno trattati in modo approfondito nella terza puntata di questa serie, che tratterà anche del coinvolgimento dei servizi segreti stranieri. In questo articolo vorrei concentrarmi su chi deteneva il controllo della narrazione.

Li Peng è stato più volte definito dalla stampa occidentale il “Macellaio di Pechino”, un soprannome che è diventato quasi sinonimo del suo vero nome, assicurandogli un posto nella storia occidentale come figura di assoluta infamia.

Allora, quale motivo ha giustificato un soprannome così odioso?

Le principali fonti secondo cui Li Peng avrebbe ordinato di scatenare la violenza contro gli studenti e, più in generale, contro i manifestanti, e che a quanto pare avrebbe tratto grande piacere dal suo piano diabolico, provengono da quattro fonti discutibili:

1. Il “diario segreto” di Zhao Ziyang, che ovviamente è stato fatto uscire clandestinamente dalla Cina e pubblicato postumo, in modo tale che Zhao non potesse né confermare né smentire il suo contenuto, intitolato “Il diario segreto di Zhao Ziyang (Prigioniero dello Stato)”.

2. Gli archivi cinesi “ufficiali” “trapelati” relativi all’evento noto come “The Tiananmen Papers”, che sono stati, ovviamente, fatti uscire clandestinamente dalla Cina e pubblicati nel 2001.

3. E in terzo luogo, a quanto pare il diario dello stesso Li Peng, che descriveva, senza dubbio con la bava alla bocca, la sua assoluta estasi nel desiderare nient’altro che sangue e carneficina per gli studenti manifestanti durante la repressione militare. Questa pubblicazione, intitolata “Il momento critico: i diari di Li Peng”, è stata pubblicata nel 2010 ed è stata anch’essa fatta uscire di nascosto dal Paese.

4. L’ultima di queste fonti discutibili è intitolata “The Last Secret” (L’ultimo segreto), pubblicata nel 2020 sulla base di documenti del Partito Comunista Cinese (PCC) fatti uscire clandestinamente, che si sostiene siano i verbali delle riunioni del Politburo.

Allora, cosa ne pensiamo di tutto questo?

Beh, tanto per cominciare, tre delle quattro pubblicazioni – il presunto diario di Zhao Ziyang, il presunto diario di Li Peng e i verbali del Politburo del Partito Comunista Cinese – sono state tutte fatte uscire clandestinamente e raccolte da un solo uomo, Bao Tong, con l’aiuto di suo figlio Bao Pu.

Bao Tong è stato il segretario politico di Zhao Ziyang per tutta la sua carriera negli anni ’80,dal periodo in cui era Primo Ministro della Cina, dal 1980 al 1987, alla sua transizione alla carica di Segretario Generale, dal 1987 al 1989, fino agli arresti domiciliari di Zhao, entrati in vigore il 28 maggio 1989 (Zhao non fu mai formalmente arrestato né accusato di alcun reato, e non si trattò di un vero e proprio arresto domiciliare, poiché poteva ricevere visite e alla fine gli fu permesso di viaggiare in tutta la Cina – nonostante all’Occidente fosse stato fatto credere che stesse scontando una condanna a vita agli arresti domiciliari.)

Bao Tong fu arrestato più o meno nello stesso periodo, alla fine di maggio del 1989, e fu il membro di più alto rango del Partito Comunista Cinese ad essere arrestato e incarcerato, dove scontò una pena di sette anni.

La ragione di ciò era da ricercarsi nel loro ruolo nel sostenere direttamente gli studenti nella loro causa guidata dai seguaci di Fang Lizhi (che, come vedremo, equivaleva di fatto a promuovere il ritorno di Zhao alla carica di primo ministro cinese o, quantomeno, le sue politiche economiche dettate da questi leader studenteschi). Ciò fu percepito come un tentativo di minare l’effettiva posizione del governo cinese, cosa che senza dubbio era.

Il coinvolgimento di Zhao e Bao nelle proteste studentesche avveniva nel periodo che precedette i disordini del 3-4 giugno. Ciò coincideva con il periodo in cui Liu Xiaobo riuscì a riempire nuovamente la piazza con migliaia di studenti, dopo che questa si era quasi completamente svuotata prima del suo intervento.[58]

Questo fu il motivo dell’arresto di Zhao e Bao: si trattò, di fatto, di un colpo di mano contro Li Peng in qualità di primo ministro della Cina. Come vedremo, fu proprio Li Peng a diventare il bersaglio della rabbia dei leader studenteschi, e non Deng Xiaoping, nonostante quest’ultimo fosse il leader supremo e il capo delle forze armate.

Qual era, dunque, il motivo ufficiale dell’arresto di Bao Tong? Ebbene, secondo le fonti occidentali, si trattava di “divulgazione di segreti di Stato” e “istigazione alla propaganda controrivoluzionaria”; i dettagli relativi a queste accuse e le prove presentate a loro sostegno sembrano provenire da un’unica fonte in lingua inglese, Amnesty International.[59]ed è stata sostenuta da Human Rights Watch.[60]

Amnesty ha riferito che le autorità cinesi si sono basate su “leggi sui segreti di Stato formulate in modo vago e arbitrario” e che non è stata presentata alcuna prova concreta. Pertanto, Amnesty ha ritenuto giustificato concludere che Bao Tong fosse un “prigioniero di coscienza” e che fosse stato incarcerato per la sua opposizione al piano diabolico di Li Peng di reprimere militarmente la piazza e falciare gli studenti (cosa che, ancora una volta, non è mai successa). Questa versione è stata poi adottata dall’Occidente come “la versione ufficiale”, e la questione è stata archiviata.

[Nota: continuo a fare riferimento alla storia della “strage degli studenti” poiché quella è stata la narrazione più diffusa che è rimasta dominante nella percezione occidentale di quanto accaduto per anni, e per molti occidentali lo è ancora oggi. Tuttavia, la verità è venuta a galla e il resoconto ufficiale della stampa occidentale è stato corretto, anche se in sordina, dopo che avevano già amplificato a gran voce la storia di sangue e carneficina nella piazza. La verità è che nessun studente, né alcuna persona in generale, è rimasto ferito in piazza. Gli studenti si sono ritirati pacificamente. A Pechino si sono verificati episodi di violenza su scala più ampia; anche in questo caso, i dettagli saranno discussi nella prossima puntata. Tuttavia, vorrei sottolineare qui che Zhao e Bao venivano presentati al pubblico occidentale come obiettori di coscienza nei confronti di quella che, secondo loro, era la volontà di Li Peng di far versare il sangue degli studenti. Ciò si è ora rivelato falso. Eppure la storia di Li Peng come «macellaio» continua.]

Per ribadire il concetto, è stato proprio grazie ad Amnesty International, con il sostegno di Human Rights Watch, che questa versione dei fatti – secondo cui Zhao e Bao sarebbero “prigionieri di coscienza” e non colpevoli di nulla di veramente grave – è stata fatta accettare all’Occidente.

Chi è uno dei principali finanziatori di Amnesty International? George Soros.

Nel caso di Human Rights Watch, il loro legame con George Soros non è solo una questione di finanziamenti primari, ma una vera e propria collaborazione.

Quali prove ha utilizzato Amnesty International per riportare le proprie conclusioni su Zhao e Bao?

È qui che si ha la sensazione di stare guardando un cane che si rincorre la coda.

Le “prove” a sostegno delle conclusioni di Amnesty International provengono da quelli che l’organizzazione definisce “ufficiali” verdetti giudiziari e atti di accusa del governo cinese, fatti uscire clandestinamente o resi noti nel corso di processi segreti.

Santo cielo.

A questo punto vorrei ricordare al lettore che nella prima puntata ho illustrato in dettaglio il legame diretto tra George Soros e il think tank di Zhao, il System Reform Institute, che George Soros finanziava. Si tratta di un fatto pubblicamente e apertamente riconosciuto!

Tuttavia, come c’era da aspettarsi, si sta cercando di dipingere questo collegamento come una “trappola politica” ordita dal malvagio governo comunista cinese nell’ambito di una “teoria del complotto” volta ad attribuire a Soros la colpa delle… politiche economiche che lui stesso stava direttamente attuando, finanziando e dettando???

Credo che l’espressione giusta che stiamo cercando in questo caso non sia “trappola politica”, ma “colto in flagrante”. Onestamente, è lo stesso ragionamento che usa qualcuno che viene beccato con della droga addosso e risponde dicendo: “Non è mio, agente.”

A proposito, Chen Yizi è stato fatto uscire clandestinamente dalla Cina grazie all’operazione “Yellowbird” della CIA. Ma lui non era in funzione per quei tizi. Almeno questo è ciò che dovremmo credere se non vogliamo essere accusati – Dio non voglia – di riconoscere l’esistenza delle cospirazioni politiche!

Anche a Fang Lizhi è stato concesso il passaggio sicuro fuori dalla Cina tramite la CIA e i canali diplomatici britannici e americani, ma in realtà nemmeno lui è stato in funzione per quei ragazzi.

La CIA, per così dire, è del tutto disinteressata alle questioni umanitarie, soprattutto quando c’è una guerra americana in ballo – a meno che non si tratti di questioni relative ai diritti umani che possano giustificare la loro invasione, occupazione o bombardamento di un Paese, oppure quando si tratta di qualcuno che la Cina vuole davvero arrestare.

Per tua informazione, anche le proteste di Hong Kong del 2019 sono iniziate perché la Cina voleva arrestare un uomo che era fuggito a Hong Kong dopo aver fatto a pezzi la sua ragazza e averne infilato i resti in una valigia abbandonata a Taiwan (60b). La Cina è stata accusata di aver violato il principio “un paese, due sistemi” che aveva promesso alla Gran Bretagna dopo che Hong Kong era stata restituita alla Cina, al termine di 100 anni di colonizzazione britannica.

E qual è stato il ruolo di Bao Tong in tutta questa vicenda legata a Soros? Ha agito in qualità di autorizzatore e garante del China Fund di Soros.

Ancora una volta Google presenta tutta questa vicenda come una “trappola”, non tesa da Soros, ma dal governo cinese…il che non ha assolutamente alcun senso. Ma a quanto pare tutto è stato chiarito in modo chiaro e ordinato e la teoria del complotto è stata smentita: come? Beh, Soros, da gentiluomo qual è, a quanto pare non sa mentire, e ha scritto una lettera, sì, proprio una lettera, a Deng attestando la sua innocenza e negando anche qualsiasi legame con la CIA. Caso chiuso.

A proposito, Soros è direttamente collegato al NED, così come praticamente tutti i principali protagonisti di questa vicenda che si sospetta collaborino con la CIA. Ne parleremo più approfonditamente nella terza puntata.

Quindi, da tutto ciò dovremmo credere che sia stato il malvagio governo comunista cinese a intrappolare Zhao Ziyang e Bao Tong per costituire un think tank che lavorasse direttamente per George Soros con i suoi finanziamenti e fosse responsabile delle politiche economiche che hanno provocato la crisi di inflazione e corruzione che ha colpito la Cina alla fine degli anni ’80, creando le basi per le proteste studentesche del 1986 e del 1989, come una sorta di diabolica partita a scacchi in 5D orchestrata come una «trappola politica» da parte dei «linea dura»[61]che volevano tendere una trappola a Zhao e Bao.

Giusto.

Senza contare che le fonti “umanitarie” inglesi che avallano questa versione dei fatti sono finanziate da George Soros proprio per difendere l’innocenza di… George Soros.

Non c’è assolutamente alcun problema.

Se si considera che Bao Tong era un convinto sostenitore di Zhao Ziyang, il fatto che sia stato proprio lui a “divulgare” il presunto diario di Li Peng appare estremamente strano e, beh, decisamente sospetto.

Bao Tong, Zhao Ziyang e gli ideatori della narrativa che lavoravano per sostenerli stavano chiaramente cercando di dipingere Li Peng come uno psicopatico squilibrato che non desiderava altro che instaurare una dittatura militare e scatenare una sanguinosa strage contro gli studenti in piazza, i quali non desideravano altro che la “democrazia occidentale” e i “valori occidentali”.

Ma allora come diavolo ha fatto proprio il figlio di Bao Tong, Bao Pu, a mettere le mani sul presunto diario di Li Peng, in cui questi ammetteva con evidente compiacimento di aver ideato e messo in atto il complotto per proclamare la legge marziale e scatenare la violenza contro gli studenti nel 1989?

Quindi, il figlio di Bao Tong, Bao Pu, ottiene queste informazioni, ovviamente, da una fonte non rivelata e non verificata. E lo ha fatto, «nonostante la sua intensa avversione personale per Li Peng», non per scrivere un articolo scandalistico, no! Ma perché riteneva che contenesse «ammissioni da insider» di inestimabile valore storico che, opportunamente, confermavano che Li Peng meritava davvero il titolo di «Macellaio di Pechino», direttamente dalla fonte.

La quarta fonte discutibile, l’unica non direttamente collegata a Bao Tong o a suo figlio, è costituita dai “Tiananmen Papers”, una raccolta di una selezione di cosiddetti documenti “ufficiali” cinesi. Ad oggi, il testo integrale di questi documenti “ufficiali”, senza alcuna censura, non è mai stato reso pubblico da coloro che si sono occupati della gestione, della compilazione e della pubblicazione dei “Tiananmen Papers”.

La fonte di questi documenti “ufficiali” è un solo uomo, che si firma con lo pseudonimo di Zhang Liang. La sua vera identità non è mai stata rivelata, né la sua specifica posizione all’interno del governo che gli ha consentito di accedere a questi documenti “ufficiali”. “The Tiananmen Papers” si ritiene che siano in piena sintonia con le pubblicazioni curate da Bao Tong e da suo figlio, ovvero le altre tre pubblicazioni discutibili già menzionate.

I tre studiosi che hanno collaborato alla traduzione e alla selezione dei testi che sarebbero stati poi pubblicati per il grande pubblico erano Andrew J. Nathan, Perry Link e Orville Schell.

Per quanto riguarda il caso di Perry Link è l’uomo che ha accompagnato personalmente Fang Lizhi e sua moglie all’ambasciata degli Stati Uniti a Pechinoed è stato uno dei responsabili che hanno insistito affinché venisse loro concesso l’asilo politico. Ciò avvenne all’indomani degli eventi del 3-4 giugno 1989.

Perry Link ha tradotto anche il libro di Fang Lizhi La mia “Confessione” e ha scritto anche la prefazione del libro. A Fang Lizhi è stato infine concesso l’asilo grazie all’approvazione diretta dell’ambasciatore statunitense in Cina James Liley, che ha lavorato per la CIA per trent’anni come esperto di questioni cinesi. L’importanza di questi legami sarà approfondita nella terza puntata di questa serie.

Per ora basti dire che “chi si assomiglia si piglia”.

Lo stesso governo cinese ha mantenuto un silenzio quasi totale su tutta questa vicenda, cosa che la stampa occidentale ha interpretato come una conferma indiretta della veridicità di quanto pubblicato, nonostante le palesi menzogne sugli eventi verificatisi in piazza, ora ufficialmente riconosciute dalla stampa occidentale dopo anni in cui aveva diffuso disinformazione.

Quando la Cina pubblicò questi resoconti dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989, la stampa occidentale li denunciò come bugiardi di cui non ci si poteva fidare. Pertanto, non sembra che nulla di ciò che dice la Cina su ciò che spero possiate comprendere a questo punto – visto che il mio tentativo di affrontare l’argomento ha già superato le 20.000 parole e c’è ancora molto altro da scrivere – indichi che si tratti di una questione semplice. Non è qualcosa che possa essere sintetizzato in modo chiaro in un paio di paragrafi per la stragrande maggioranza di coloro che si concentrano sui titoli e sulle notizie veloci.

La spiegazione dei risultati delle politiche economiche adottate da Zhao non è affatto semplice, come sapranno bene i lettori che hanno letto la prima puntata di questa serie.

Inoltre, a questo punto dovrebbe essere chiaro che all’interno dello stesso governo cinese vi era un disaccordo sulla linea da seguire in materia di riforme economiche, politiche e culturali. Pertanto, uno dei motivi principali per cui non è stata fornita alcuna versione ufficiale da parte del governo cinese è che la questione rimane talmente controversa da non consentire il raggiungimento di un consenso su una “versione ufficiale”. Non nel senso di ciò che accadde il 3 e il 4 giugno 1989, ma per quanto riguarda le ragioni e i fattori scatenanti che portarono alle violenze nelle strade di Pechino.

In altre parole, se Zhao fosse stato dichiarato direttamente colpevole, se fosse stato accusato di un reato specifico che includesse una valutazione delle sue politiche economiche, ciò avrebbe minato l’autorevolezza dei riformatori favorevoli al pacchetto di misure (noti anche come “terapisti dello shock”) che invocavano una riforma orientata al libero mercato e la liberalizzazione dei prezzi.

Quando Zhao si rivolse agli studenti nella piazza per difendere la “politica di Zhao”, ciò fu giustamente interpretato da chi si opponeva a Zhao come un tentativo di colpo di Stato, cosa che troverà ulteriore conferma quando arriveremo alla storia di Fang Lizhi.

Pertanto, Zhao è stato posto agli arresti domiciliari a causa di questa specifica azione, senza che venissero prese in considerazione le più ampie implicazioni di ciò che stava cercando di realizzare dal punto di vista ideologico ed economico.

I lettori devono tenere presente che, sebbene Chen Yun e Li Peng avessero ottenuto una piccola vittoria nell’allontanare Zhao da una carica pubblica (anche se è discutibile se egli fosse stato effettivamente allontanato dal potere esercitato dietro le quinte), il prezzo pagato era stato troppo alto. L’Occidente aveva fatto di tutto per dipingere con successo Li Peng come un cattivo.

Ma soprattutto, gli eventi legati alle proteste di piazza Tienanmen hanno finito per dare il maggiore sostegno proprio ai riformisti favorevoli al pacchetto di riforme(Zhao ricopriva un ruolo enigmatico ed era considerato un riformatore gradualista, ma in realtà era favorevole alla “terapia d’urto” e ciò risulta documentato, come illustrato nella prima puntata). Grazie al massiccio sostegno e ai fondi provenienti dall’estero, dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989 quella marea si rivelò alla fine troppo imponente perché i sostenitori dell’approccio di Chen Yun alla riforma economica potessero contrastarla.

Dopo il “Tour del Sud” di Deng del 1992, anno in cui Chen Yun si ritirò definitivamente, divenne chiaro agli addetti ai lavori che i riformisti favorevoli al “pacchetto” avevano ufficialmente vinto e avrebbero dominato la scena politica cinese per i successivi due decenni. Oggi continuano a essere incredibilmente influenti e ricoprono ancora numerose cariche politiche di rilievo, ma ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie.

Vorrei inoltre sottolineare in questa sede che, con il silenzio del governo cinese di fronte agli attacchi della stampa occidentale rivolti principalmente a Li Peng, anche in questo caso si è trattato di un’azione volta esclusivamente a favorire i sostenitori della riforma del sistema a pacchetti in Cina e ha contribuito solo a rafforzare le loro posizioni.

L’unica reazione di Li Peng al cosiddetto diario “trapelato” è stata quella di scrivere la sua autobiografia ufficiale; tuttavia, secondo quanto riferito, il testo non arriva a trattare gli eventi del 1989. Come si può vedere dal riassunto di Google riportato di seguito, le fonti di questo testo sono South China Morning Post che ha sede a Hong Kong ed è soggetta a interferenze straniere (come verrà spiegato nella terza puntata) e Radio Free Asia che è una nota copertura della CIA.

Questo fatto è stato nuovamente sfruttato per fungere in qualche modo da “prova” della sua colpevolezza nell’aver scatenato la violenza. Tuttavia, la vera ragione di ciò risiede nel fatto che il tema delle proteste di Piazza Tienanmen è tabù, soprattutto per le figure politiche di spicco.

La Cina è stata pesantemente criticata per questo approccio e, sebbene concordi sul fatto che non sia il più costruttivo, è del tutto ipocrita interpretarlo come un’accusa di colpa rivolta all’intero governo cinese.

Penso che un ottimo esempio occidentale simile a questo sia l’assassinio di John F. Kennedy. Pensateci bene. Non c’è stato alcun processo ufficiale condotto dagli Stati Uniti al riguardo, se non quello del procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, che è stato deriso dalla società “rispettabile” come un teorico della cospirazione e che non è stato altro che un processo farsa. La cosa che più si avvicina a un’indagine è stata quella della Commissione Warren, che non era un processo ma una commissione composta da politici e funzionari dei servizi segreti accuratamente selezionati e guidata dallo stesso Allen Dulles, il “padrino” della CIA, che era stato di fatto licenziato dallo stesso John F. Kennedy.

Forse per ragioni simili a quelle di Zhao, anche Allen Dulles non fu accusato di alcuna irregolarità ufficiale quando fu di fatto rimosso dalla sua carica. Tuttavia, forse anche in questo caso come nel caso di Zhao, sebbene Dulles non ricoprisse più alcun incarico ufficiale nei servizi segreti, è noto che continuò a tirare le fila dalla sua “bat-caverna” sotterranea da qualche parte in Virginia. Lo dico in parte per scherzo, ma sì, Allen Dulles continuò a operare come leader de facto della CIA, come descritto in modo molto dettagliato nel libro di David Talbot La scacchiera del diavolo.

Inoltre, i documenti relativi all’assassinio di Kennedy rimangono in gran parte riservati ancora oggi, A 60 anni di distanza! Il governo statunitense continua a mantenere questa vicenda in gran parte segreta al popolo americano e al resto del mondo: si tratta del caso di un presidente assassinato in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, in quello che ci viene ripetutamente descritto come il paese “più libero e democratico” del mondo.

Treason in America: An Overview of the FBI, CIA and Matters of ‘National Security’

Il tradimento in America: una panoramica sull’FBI, la CIA e le questioni relative alla “sicurezza nazionale”

Cynthia Chung

·

18 febbraio 2025

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Qual è dunque la ragione più ovvia per cui questa informazione continua a rimanere riservata ancora oggi, a oltre mezzo secolo di distanza? Perché parte dell’attuale governo e delle agenzie di intelligence era coinvolta nella vicenda, e questo gruppo continua a ricoprire una posizione di influenza ancora oggi.

“Il tradimento non ha mai successo: qual è il motivo? Beh, se avesse successo, nessuno oserebbe definirlo tradimento!”

È anche una questione di sicurezza nazionale, proprio come la vera storia che sta dietro al Baia dei Porcifu quando Kennedy non poté rivelare al mondo la verità, ovvero che la sua stessa agenzia di intelligence e le sue forze armate non gli davano ascolto. Si tratta inoltre di una questione di sicurezza nazionale qualora membri del governo e dei servizi segreti venissero scoperti mentre complottano e mettono in atto l’assassinio del proprio presidente, eletto democraticamente.

A Damned Murder Inc: Kennedy’s Battle Against the Leviathan

A Damned Murder Inc: La battaglia di Kennedy contro il Leviatano

Cynthia Chung

·

26 febbraio 2024

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Operation Gladio: How NATO Conducted a Secret War Against European Citizens and Their Democratically Elected Governments

Operazione Gladio: come la NATO ha condotto una guerra segreta contro i cittadini europei e i loro governi democraticamente eletti

Cynthia Chung

·

1 ottobre 2022

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Quindi, prima che qualcuno sia tentato di concludere che la fazione di Li Peng sia colpevole e che siano proprio loro a voler mantenere questo segreto. Come abbiamo visto, e continueremo a vedere nella prossima puntata, non erano né Chen Yun né Li Peng ad essere collegati e/o protetti dalle istituzioni di George Soros e dalla CIA, bensì Fang Lizhi, Zhao Ziyang, Bao Tong, Chen Yizi e i principali studenti dissidenti di Piazza Tienanmen.

Inoltre, furono proprio Zhao Ziyang e Fang Lizhi a subire una forte influenza dalla visione della “nuova civiltà” di Alvin Toffler, di cui l’istituto RAND ritiene che George Soros sia l’incarnazione più fedele nella sua attuazione pratica.

In un’intervista del 1989, Soros ha descritto la grandezza di Gorbaciov, ma ha sottolineato la sua unica critica, relativa all’incompetenza economica, affermando: «In Cina, al contrario, il segretario generale del Partito Comunista Zhao Ziyang è un economista di grande esperienza, che può contare su un gruppo di giovani menti brillanti.»

Queste idee di tecnocrazia hanno prevalso in larga misura dopo la tragedia di Piazza Tienanmen e hanno permesso l’affermazione e il predominio di istituzioni come Goldman Sachs.

Rifletteteci bene.


La Parte III tratterà la storia delle proteste di Piazza Tienanmen, compresi gli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno, nonché l’Operazione Yellowbird.

Inizialmente avevo intenzione di trattare in questo articolo il ruolo di Fang Lizhi nelle proteste di piazza Tienanmen e i legami con la CIA dei principali studenti dissidenti, ma alla fine ho deciso di non sovraccaricare ulteriormente questo articolo. Tutto ciò che avevo promesso di trattare sarà oggetto della terza puntata.


Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tidee autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” & “L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valuta la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazionee iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

Non dimenticate inoltre di guardare i nostri film e documentari RTF e CP disponibili qui.

Come la Cina mise al bando Soros nel 1989

Cynthia Chung

5 giugno 2023

Guarda il cortometraggio su C’è un po’ di trambusto qui. (Si noti che questo film è stato girato nel 2023 e, pertanto, non riflette la situazione geopolitica attuale. Tuttavia, la panoramica storica che offre è ancora di grande attualità.)

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Cynthia Chung

·

27 agosto

How China Escaped Shock Therapy: Zhao Ziyang’s Controlled Opposition, the CIA’s Operation Yellowbird, George Soros and Tiananmen Square

Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nello scrivere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…

Leggi l’articolo completo

Puoi leggere la versione in forma di articolo di questo cortometraggio qui “Come il “Gorbaciov cinese” fu spazzato via nel 1989” di Matthew Ehret tratto da “Liberarsi dalle operazioni psicologiche anti-cinesi: come si sta riaccendendo la Guerra Fredda e cosa puoi fare al riguardo.”

Gli americani di oggi sono diventati creature estremamente malleabili.

Nonostante quei potenti documenti fondanti che sanciscono la libertà, i diritti inalienabili e il benessere generale come principi morali fondamentali del diritto, dell’economia e della politica, pochissimi americani viventi sembrano avere un legame concreto con quella grande tradizione per la cui difesa otto presidenti hanno perso la vita nel corso della storia della giovane repubblica.

Di conseguenza, gli americani di oggi sono stati indotti a considerare la politica come un gioco di polarizzazione tra destra e sinistra. Questa visione è riuscita a impedire alla maggior parte delle sue vittime di comprendere le forze fondamentali della storia che plasmano le crisi attuali e, inoltre, ha oscurato il ruolo delle strutture di potere oligarchiche ereditarie che i Padri Fondatori consideravano una fonte di male che condiziona l’intera esperienza umana.

Eppure, nonostante il fatto che siano state proprio le strutture dello “Stato profondo” guidate dalla Gran Bretagna a orchestrare l’assassinio di così tanti presidenti, compreso il recente colpo di Stato avvenuto negli stessi Stati Uniti nel 2020, i portavoce sia di destra che di sinistra, da George Soros a Steve Bannon, sembrano concordare sul fatto che la più grande minaccia all’ordine basato sulle regole siano Xi Jinping e il Partito Comunista Cinese.

In questo documentario della Canadian Patriot Press scopriremo le origini dell’hedge fund Quantum di Soros, e della Open Society Foundation, dello scopo e degli obiettivi della Commissione Trilaterale che ha preso il controllo del governo statunitense nei primi anni ’70, nonché di un’importante riorganizzazione della CIA, trasformata in un’idra a più teste sotto le spoglie del National Endowment for Democracy, che a partire dal 1983 ha inaugurato una nuova era di cambi di regime sotto la copertura delle «rivoluzioni colorate».

Vi verrà illustrato il ruolo di Soros nella distruzione del sistema degli Stati nazionali sovrani nel corso degli anni ’80 e ’90 e scoprirete come la Cina, tra tutte le nazioni, sia riuscita a epurare i suoi agenti e a bandire a vita il “terrorista finanziario”… nel 1989.

In che modo questa lotta contro Soros e altre organizzazioni di facciata della CIA ha portato la Cina a riuscire a far uscire dalla povertà miliardi di persone e a creare (insieme alla Russia e ad altre nazioni che non intendono essere distrutte) una nuova architettura fondata sulla cooperazione, sullo sviluppo a lungo termine e sul superamento dei limiti alla crescita?

Per altri video della Canadian Patriot Press, clicca qui:
https://canadianpatriot.org/cp-videos/


Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tide e autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” & “L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valutate la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazione e iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

Guarda anche gratuitamente la nostra serie di documentari RTF “Fuggire dall’isola di Calipso: un viaggio fuori dalla nostra illusione verde” e la nostra serie di documentari CP “La mano nascosta dietro gli UFO”.

Potenziare l’empowerment: un esempio fondamentale: la Cina diventa una potenza finanziaria, di Karl Sànchez

Dare potere all’emancipazione: un esempio cruciale: la Cina che diventa una potenza finanziaria

Karl Sanchez22 settembre

Potenziare l’empowerment: un esempio fondamentale: la Cina diventa una potenza finanziaria

Karl Sanchez

22 settembre 2026

Poco dopo la pubblicazione delle linee guida del 15° Piano quinquennale della Cina, Global Times ha scritto un editoriale che ha fornito un eccellente esempio di quanto discusso nell’articolo di ieri sulla definizione cinese di “empowerment”. La disfunzionalità del sistema finanziario globale, concepito a vantaggio dei fuorilegge coloniali/imperialisti, è nota da tempo e finalmente si stanno compiendo tentativi molto seri per creare un sistema più giusto a beneficio della Maggioranza Globale. Il profondo spostamento del potere geoeconomico verso la Cina e la crescente disfunzionalità all’interno dell’impero fuorilegge statunitense hanno facilitato l’ascesa del nuovo sistema che, in alcuni settori cruciali, è già in atto e sta guadagnando terreno di giorno in giorno. Questo discussione molto recente Il podcast sulle azioni della Cina nel mercato dell’oro e sulle relative mosse del sistema finanziario è solo un esempio dei numerosi podcast che stanno nascendo per spiegare in parte ciò che sta accadendo. La creazione di un’alternativa, da tempo necessaria, al Sistema di Bretton Woods è un atto di emancipazione che rafforzerà le nazioni che aderiranno al nuovo sistema, a vantaggio della Cina e di altri paesi. Ecco cosaGlobal Timesha scritto:

“La creazione di una potenza finanziaria riveste un’importanza fondamentale per la Cina e per il mondo”

Per la prima volta, il documento programmatico del 15° Piano quinquennale include “costruire un colosso finanziario“in Cina“Il piano quinquennale nazionale, che riveste un’importanza fondamentale. Trasformare la Cina in una potenza finanziaria non solo sosterrebbe lo sviluppo dell’economia reale nazionale, ma contribuirebbe anche a tutelare meglio gli interessi collettivi del Sud del mondo e a costruire un sistema di governance finanziaria internazionale più giusto ed equo. [Enfasi nell’originale]

Giovedì [10 settembre] l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato ha tenuto una conferenza stampa sull’attuazione del 15° Piano quinquennale (2026-2030) nel settore finanziario e sulla trasformazione della Cina in una potenza finanziaria. Alla conferenza hanno partecipato alti funzionari delle quattro principali autorità di regolamentazione finanziaria—il Popolo“la Banca di Cina, l’Amministrazione nazionale di regolamentazione finanziaria, la Commissione cinese di regolamentazione dei valori mobiliari e l’Amministrazione statale per il cambio—sono apparsi insieme all’evento. Questa conferenza di grande rilievo lancia un segnale chiaro: La creazione di un polo finanziario di grande rilievo ha assunto un ruolo di primo piano nella strategia nazionale complessiva.

Per la prima volta, il programma del 15° piano quinquennale prevede “costruire un colosso finanziario“in Cina“il piano quinquennale nazionale, che riveste un’importanza fondamentale. La finanza è la linfa vitale dell’economia nazionale ed è fondamentale per il Paese“la sua competitività di base. Negli ultimi oltre 40 anni, la Cina“Il sistema finanziario ha sostenuto con successo il recupero del ritardo industriale e la crescita trainata dalle esportazioni. La creazione di una potenza finanziaria rappresenta un’esigenza endogena della Cina“lo sviluppo economico.Il suo scopo è quello di favorire uno sviluppo economico di alta qualità e fornire una solida base per la piena realizzazione di un paese socialista moderno.

Per le imprese e i cittadini, una finanza più solida significa adottare soluzioni più efficienti “vasi sanguigni“per l’economia reale, consentendo alle piccole e medie imprese di accedere a “capitale paziente“più facilmente. [Rafforzamento delle capacità interne] Per il Paese, un sistema finanziario solido può sostenere meglio un’elevata autosufficienza e forza nei settori della scienza e della tecnologia, della modernizzazione industriale e del “espansione a livello globale“delle imprese. Nel contempo, solo grazie a una migliore regolamentazione finanziaria, a misure più solide di prevenzione e controllo dei rischi e a un approccio risoluto volto a scongiurare i rischi sistemici, l’economia nazionale potrà operare con maggiore stabilità.

Cina“Il sistema finanziario cinese è profondamente integrato nell’economia globale e riveste grande importanza a livello mondiale. Alla fine di giugno 2025, il totale delle attività della Cina“Il sistema bancario di s si è classificato al primo posto nel mondo. Mentre il mondo“In quanto seconda economia mondiale [in realtà la prima, poiché non include i trilioni di capitale fittizio] e principale attore nel commercio di beni, la Cina mantiene da tempo una posizione di leadership nelle riserve valutarie, fornendo un solido sostegno al regolamento del commercio globale, agli investimenti e ai finanziamenti transfrontalieri e alla stabilità delle catene di approvvigionamento. I miglioramenti nella facilità di utilizzo transfrontaliero aiutano un numero crescente di paesi a ridurre i rischi di cambio e a tagliare i costi di transazione. [Potenziamento] Costanti progressi nella finanza scientifica e tecnologica, nella finanza verde, nella finanza inclusiva, nella finanza pensionistica e nella finanza digitale — in particolare il solido sviluppo dello yuan digitale e l’implementazione globale di una rete di compensazione dello yuan a più livelli—fornire beni pubblici finanziari accessibili e a prezzi contenuti ai paesi partner dell’iniziativa “Belt and Road” e al Sud del mondo. [Quelli che la Cina definisce “beni pubblici” sono solitamente strumenti di emancipazione.]

Cina“L’impegno di s a costruire una potenza finanziaria infonde una preziosa stabilità in un mondo che sta attraversando profondi cambiamenti in un contesto turbolento. [Empowerment] La finanza delle grandi potenze costituisce parte integrante della finanza globale. Attualmente, la ripresa economica globale rimane lenta, l’unilateralismo e il protezionismo stanno tornando in auge e le vulnerabilità del sistema finanziario globale sono in aumento. Mentre il mondo“ssecondoIn quanto economia più grande del mondo, la Cina ha mantenuto la propria valuta sostanzialmente stabile e ha difeso con determinazione la propria stabilità di fondo dai rischi sistemici. Ciò costituisce di per sé un contributo fondamentale alla stabilità finanziaria globale e alla crescita economica. [Empowerment]

Cina“Il peso della Cina nella governance finanziaria internazionale non è ancora commisurato alle sue dimensioni economiche, al ritmo di sviluppo e alla sua posizione nelle catene industriali e di approvvigionamento globali. La Cina mantiene da tempo la sua posizione di leader mondiale“è il principale paese manifatturiero in termini di dimensioni complessive, il che lo rende un polo fondamentale nelle catene di produzione e di approvvigionamento globali. Tuttavia, presso istituzioni finanziarie internazionali quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, la Cina“La quota e il peso in termini di voti della [] sono ancora nettamente inferiori al suo contributo economico. [E le è preclusa la possibilità di raggiungere tali livelli.]

Negli ultimi anni, l’internazionalizzazione dello yuan ha registrato progressi costanti, con le banche centrali o le autorità monetarie di oltre 80 paesi e regioni che lo hanno incluso nelle proprie riserve valutarie. Tuttavia, lo yuan dispone ancora di un ampio margine per aumentare la propria quota nelle riserve valutarie globali e nei pagamenti e regolamenti internazionali. Questo divario tra la Cina“La sua voce e la sua forza economica limitano la sua capacità di tutelare meglio i propri interessi e di contribuire in modo più efficace allo sviluppo globale. [La Cina deve rafforzarsi, come descritto in precedenza.]

L’attuale sistema finanziario internazionale non è più pienamente in grado di soddisfare le esigenze della globalizzazione economica e dello sviluppo del multilateralismo. Il sistema di Bretton Woods, istituito dopo la Seconda guerra mondiale, ha svolto un ruolo importante nel mantenimento della stabilità finanziaria globale. [Beh, non proprio, dato che la maggior parte delle nazioni ne è stata destabilizzata e che era stato concepito per avvantaggiare i “fuorilegge coloniali”, non la maggioranza globale.] Tuttavia, con l’ascesa collettiva dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo, il sistema“Le carenze in termini di rappresentanza e inclusività sono diventate sempre più evidenti. Pertanto, trasformare la Cina in una potenza finanziaria non solo sosterrebbe lo sviluppo dell’economia reale nazionale, ma aiuterebbe anche a tutelare meglio gli interessi collettivi del Sud del mondo e contribuirebbe a costruire un sistema di governance finanziaria internazionale più giusto ed equo. [Doppio potenziamento]

Trasformare la Cina in una potenza finanziaria è un compito urgente e di grande importanza.Recentemente è stato presentato ufficialmente il 15° Piano quinquennale per trasformare la Cina in una potenza finanziaria. Il piano definisce l’obiettivo di sviluppare un sistema finanziario moderno con caratteristiche cinesi, proponendo al contempo un approccio cinese al miglioramento della governance finanziaria globale. Gli sforzi della Cina volti ad accelerare la creazione di una potenza finanziaria non solo contribuiranno in modo più efficace alla modernizzazione del Paese, ma consentiranno anche di condividere i benefici dello sviluppo con altre nazioni e di dare nuovo slancio alla stabilità finanziaria e alla crescita economica globali.[Il mio risalto]

Se i lettori non hanno ancora assimilato la proposta di ieri, la questione dell’empowerment e della sua duplice natura potrebbe risultare di difficile comprensione. Il sistema di Bretton Woods e la sua struttura sono un argomento fin troppo ricorrente, dato il ruolo fondamentale che rivestono nei conflitti geopolitici e geoeconomici. Desai e Hudson hanno recentemente avuto una discussione che può essere rletto o ascoltato quidove è stata spiegata in modo approfondito anche l’alternativa di Keynes. L’obiettivo generale della Cina è quello di emancipare le nazioni che desiderano essere libere di intraprendere il proprio percorso di sviluppo e di rafforzarle nella misura in cui esse stesse desiderano essere rafforzate. Soprattutto, la Cina non cerca il controllo, poiché ciò è controproducente e danneggia la Cina stessa. Xi Jinping vuole vedere la Cina rinnovarsi continuamente attraverso una modernizzazione costante, in grado di rafforzare se stessa e tutte le nazioni che scelgono un percorso simile. La stasi va evitata. E se si osserva attentamente il mondo, c’è un’enorme mole di lavoro da svolgere anche solo per eliminare la povertà. Le nazioni egoiste e fuorilegge opporranno resistenza, poiché hanno dimenticato come condividere e agire in modo umano; pertanto, si incontreranno degli ostacoli. I sentimenti espressi quest’anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dalla Maggioranza Globale devono essere ascoltati, per una volta, e non liquidati come spesso accade.

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È difficile chiedere contributi vista l’attuale situazione di incertezza, ma devo farlo comunque. Vi prego di prendere in considerazione la possibilità di contribuire al momento dell’iscrizione. Grazie mille a chi lo ha fatto in passato e a chi lo fa ora!

Definizione cinese di “Potere di emancipazione”

Definizione cinese di “potere che conferisce potere”

“This Is China” Episodio 349

Karl Sanchez

22 settembre 2026

Mentre scrivevo un articolo piuttosto lungoquesta trascrizione Ho trovato un programma che affronta uno dei suoi punti principali, un argomento su cui ci siamo soffermati più volte qui alla Gym, in quanto uno dei principali strumenti che la Cina sta utilizzando per eliminare l’egemonia dell’Impero Fuorilegge statunitense senza che ciò sfoci in un conflitto diretto: *Il guerriero supremo vince senza combattere*: Sun Tzu. Il programma è lungo come al solito e l’introduzione fornisce le informazioni che io stesso avrei riportato in un preambolo. Ci sono molti avvenimenti in corso che meritano di essere trattati, ma a mio parere questa discussione è troppo ricca e importante per essere ignorata e lasciata passare. Quindi, eccoci qui:

Come possiamo comprendere la Cina di oggi, in particolare la sua importanza e il suo contributo allo sviluppo globale? Spesso sentiamo parlare di un nuovo termine: “potenza che dà potere”.

Il 14 settembre, nel corso della trasmissione “This Is China” di Dragon TV, il professor Zhang Weiwei, direttore dell’Istituto di ricerca sulla Cina dell’Università di Fudan, e il professor Fan Yongpeng, vicedirettore dell’Istituto di studi sulla Cina, hanno condotto un’analisi approfondita del futuro ordine mondiale partendo dal concetto di “grande potenza che favorisce l’emancipazione”.

Fan Yongpeng:

Nel mondo odierno, dilaniato dalle crisi, si può affermare che la Cina rappresenti il fattore positivo più importante. Ad esempio, in termini di sicurezza, senza la Cina potremmo essere già entrati nella “trama” di una guerra mondiale, e i decenni di sviluppo pacifico nell’Asia orientale non sarebbero stati possibili.

Dal punto di vista economico, dalla crisi finanziaria globale del 2008 alla guerra commerciale di Trump del 2018, passando per la pandemia di COVID-19, il conflitto tra Russia e Ucraina e la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’economia mondiale ha subito duri colpi in successione. Fortunatamente, la Cina, il principale “motore” della crescita globale, sta tenendo in piedi l’economia.

Dal punto di vista tecnologico, l’intelligenza artificiale ha posto l’umanità di fronte a sfide senza precedenti. Non molto tempo fa, proprio a Shanghai, è stata istituita l’Organizzazione mondiale per la cooperazione in materia di intelligenza artificiale, anch’essa guidata dalla Cina, con l’obiettivo di affrontare con serietà la questione.

Un detto molto diffuso sui social media cinesi è particolarmente eloquente: «Il mondo è a brandelli, la Cina lo ricuce». «In realtà, da queste parti, la cosa potrebbe sembrare meno evidente, ma molti osservatori in tutto il mondo hanno già iniziato a rendersi conto che il mondo di oggi non può fare a meno del ruolo di potenza della Cina. Pertanto, dallo scorso anno, i media e il mondo accademico cinesi hanno iniziato a esplorare un nuovo concetto denominato “rafforzamento di una grande potenza”».

Cosa significa questa responsabilizzazione? Ne do una definizione: il comportamento strategico di un paese in politica estera che rafforza in modo sostanziale le capacità autonome di altri paesi attraverso risorse, tecnologia, impegni in materia di sicurezza o piattaforme istituzionali.

Questa definizione suona un po’ strana. Le azioni strategiche di ogni paese non hanno forse lo scopo di servire i propri interessi? Come potrebbero mai rafforzare attivamente le capacità di altri paesi? Se guardiamo al mondo antico, era effettivamente così: le civiltà erano o isolate le une dalle altre o impegnate in lotte all’ultimo sangue. Anche i trasporti e il commercio in tempi di pace rappresentano una naturale interazione tra civiltà, guidata dal profitto, con pochissime azioni attive di potenziamento esterno.

L’espansione globale del capitalismo ha dato vita a un sistema mondiale predatorio, sfruttatore e asservente. Sebbene abbia oggettivamente diffuso alcune forze produttive avanzate e moderne forme di organizzazione sociale, il suo scopo era comunque quello di servire gli interessi della potenza coloniale, causando alle colonie danni ben superiori alla loro capacità di riprodursi, per cui non vi è stato alcun rafforzamento netto.

Tuttavia, a partire dal XX secolo, la forma embrionale dell’empowerment di rete ha fatto la sua comparsa in tutto il mondo. Soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, si è delineata una fase in cui l’empowerment globale, rappresentato dalle Nazioni Unite, coesisteva con forme di empowerment di gruppo come quelle degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Ad esempio, nel contesto della Guerra Fredda, Le potenze statunitensi e sovietiche avevano bisogno di conferire ai propri alleati un potere limitato affinché potessero competere in gruppi, dando così vita a questo sistema di potenziamento collettivo basato su gruppi.

Ad esempio, il “Piano Marshall” statunitense ha aiutato l’Europa, gli Stati Uniti hanno aiutato il Giappone e la Corea del Sud a realizzare la loro industrializzazione e gli aiuti dell’Unione Sovietica all’industrializzazione della Cina — in particolare il ben noto “Progetto 156” — sono tutti esempi tipici. Tuttavia, questa autonomia è soggetta a rigide condizioni politiche ed è molto instabile.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il mondo è entrato in una fase di egemonia unipolare. Inizialmente, alcuni sistemi internazionali del blocco occidentale hanno iniziato a trasformarsi a livello globale, come l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT), che originariamente era un quadro commerciale multilaterale incentrato sui paesi occidentali e che in seguito si è evoluto nell’Organizzazione mondiale del commercio. Questo tipo di “globalizzazione” ha oggettivamente svolto un certo ruolo di facilitazione per i paesi di tutto il mondo, come dimostra la fase di rapido sviluppo della Cina dopo l’adesione all’OMC. Tuttavia, questi sistemi continuano sostanzialmente a servire l’egemonia occidentale e, con il declino dell’egemonia americana, anche essi stanno rapidamente decadendo. Negli ultimi anni, il meccanismo di risoluzione delle controversie dell’OMC è rimasto paralizzato e la sua capacità di agire è stata gravemente compromessa.

D’altra parte,anche il processo di emancipazione di tipo collettivo guidato dagli Stati Uniti sta subendo un’accelerazione nel suo declino.Dall’atteggiamento di Trump nei confronti degli alleati all’evoluzione del conflitto tra Russia e Ucraina e alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, È ormai evidente che il blocco guidato dagli Stati Uniti si sta rapidamente disgregando.

In sintesi, prima del 2010 [direi del 1994], le attività di empowerment delle principali potenze mondiali — tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica — erano finalizzate ai propri interessi economici, alle strategie geopolitiche, alla competizione egemonica e agli obiettivi ideologici, e costituivano tutte forme di empowerment dipendenti dal centro. A partire dalla riforma e dall’apertura della Cina, e in particolare dall’inizio del XXI secolo, abbiamo contribuito sempre più al progresso del mondo e degli altri paesi. Soprattutto dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19, la Cina ha dimostrato in misura sempre maggiore la volontà e la capacità di perseguire l’uguaglianza, il reciproco vantaggio e l’emancipazione decentralizzata.A seguito di una serie di eventi quali la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, la guerra tecnologica, il conflitto tra Russia e Ucraina e la politica statunitense di ricorso ai dazi nei confronti del resto del mondo, Il ruolo della Cina come “grande potenza facilitatrice” è ormai emerso ed è sempre più riconosciuto a livello mondiale.

Diamo un’occhiata alle caratteristiche e alle ragioni alla base della formazione di un “grande Paese influente”. Nella politica estera della Cina e nella sua filosofia di governance globale, abbiamo da tempo affermato in vari modi che la modernizzazione in stile cinese rappresenta una fonte di forza per il mondo.Ad esempio, nel 2024 il presidente Xi Jinping ha affermato: «La Cina non persegue una modernizzazione che miri solo a preservare se stessa», affermando chiaramente che la modernizzazione in stile cinese è un percorso volto a dare più potere al mondo e altri paesi. L’ordine mondiale a cui aspira la Cina non è un’egemonia basata sulla dipendenza centrale, bensì un ordine fondato su un autentico multilateralismo e su una multipolarità equa e ordinata. Tale multipolarità è una struttura a rete composta da sistemi multicentrici su un piano di parità.

Perché puntiamo a un ordine mondiale di questo tipo? Innanzitutto, in quanto paese civilizzato, grazie alla nostra civiltà avanzata e sedentaria che vanta migliaia di anni di storia, la Cina non persegue un’egemonia predatoria o oppressiva, perché queste cose sono dannose per noi stessi. Pertanto, la Cina non prenderà mai parte alla storia mediterranea delle successioni egemoniche, né si lascerà coinvolgere in alcuna forma di rivalità tra due potenze o di co-governance del G2.

In secondo luogo, in quanto paese socialista, la nostra tradizione di internazionalismo ci porta a stare al fianco dei paesi in via di sviluppo e del “Sud del mondo”. La Cina è ormai diventata la nazione industriale più potente della storia dell’umanità, ma non dobbiamo perseguire l’imperialismo.Pertanto, non possiamo rimanere ancorati alla catena del valore globale di stampo occidentale; Dobbiamo invece creare una rete globale di valore reciprocamente vantaggiosa e vantaggiosa per tutti con il resto del mondo. Dare potere agli altri significa anche dare potere a se stessi.

Infine, la multicentralizzazione della struttura del potere mondiale riflette anche le tendenze di sviluppo distribuite, decentralizzate e diversificate della produttività contemporanea, dei metodi di produzione, nonché della tecnologia, dell’energia e dei mezzi di trasporto. Ad esempio, le nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili tendono verso la decentralizzazione, il che richiede anche una struttura di governance globale basata sul networking.

Il posizionamento della Cina come “grande potenza che promuove l’emancipazione” è un approccio scientifico che si allinea alle leggi dello sviluppo storico dell’umanità. Il “rafforzamento delle grandi potenze” è un fenomeno che caratterizza le grandi potenze nell’ambito della nuova forma di civiltà umana. Il suo processo di realizzazione differisce inevitabilmente dalla successione delle grandi potenze nel sistema capitalistico moderno della storia contemporanea. Non è attraverso la guerra né alcun tipo di cambiamento improvviso,ma sulla base dell’andamento dello sviluppo economico e tecnologico, seguendo la potente logica del materialismo storico, e, attraverso la cooperazione e una riforma graduale, condurre infine l’umanità verso un nuovo ordine mondiale e una nuova forma di civiltà umana.

Qual è il significato storico-mondiale di una “grande potenza che conferisce potere”? Mi viene in mente He Xiu, uno studioso confuciano della dinastia Han orientale, che elaborò una filosofia storica delle “Tre Ere” basata sulle tre fasi corrispondenti agli *Annali delle Primavere e degli Autunni*. La prima fase è chiamata “Era del Declino e del Caos”, successivamente ribattezzata da Kang Youwei “Era della Rovina e del Caos”. Questa fase è caratterizzata da una netta distinzione tra confini interni ed esterni, ed è segnata da guerre, usurpazioni e dal crollo dell’ordine sociale. Il principio di questa fase è «attenzione interna al proprio Stato, attenzione esterna agli altri Stati cinesi», il che significa che gli Stati vassalli danno priorità ai propri affari interni e considerano gli altri Stati vassalli come rivali.

La seconda fase è denominata “Età della pace ascendente” e segna l’inizio di un periodo di relativa prosperità. Sul piano interno, la Cina ha raggiunto uno stato di pace e ordine, ma permangono ostacoli esterni. Il principio di questa fase è “attenzione interna verso gli Stati cinesi, attenzione esterna verso i barbari”, il che significa che la Cina costituisce il fondamento, mentre i barbari sono considerati estranei.

La terza fase è l’«Età della Grande Pace», che segna l’inizio di un periodo di grande armonia in cui la civiltà si diffonde in tutto il mondo. Il principio guida di questa fase è «il mondo, vicino e lontano, grande e piccolo, è considerato come un tutt’uno», il che significa che i confini tra i cinesi e i barbari sono stati eliminati e tutti sono considerati come un’unica famiglia.

Sebbene la “Teoria delle tre epoche” fosse un ideale sociale proposto dai nostri antenati sulla base di una comprensione limitata e sia stata da tempo superata dall’odierno materialismo storico, I suoi elementi progressisti, in quanto parte di una delle filosofie storiche più influenti nella storia intellettuale cinese, conservano ancora oggi il loro valore.

Utilizziamo un’analogia un po’ imprecisa per illustrare questa “Teoria delle tre epoche”: la Repubblica Popolare Cinese, nei suoi oltre settant’anni di sviluppo, ha compiuto l’impresa storica di trasformare la Cina da un’“epoca caotica” a un’“epoca pacifica”. Nel perseguire una società moderatamente prospera in questa «era pacifica», continuiamo a dare priorità allo sviluppo interno, un concetto noto come «la Cina all’interno, il mondo all’esterno». Da quando il 18° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, nel 2012, ha proposto per la prima volta il concetto di «comunità con un futuro condiviso per l’umanità», la Cina è entrata in una fase di sviluppo che la porta da un’«era pacifica» a una «era di grande pace».

Lo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione umani, le dimensioni dell’economia e dell’industria cinese, nonché la nostra tecnologia innovativa e in rapida evoluzione, sono tutti fattori che determinano che La Cina non può più limitarsi a essere un paese come tanti altri nel mondo. Lo sviluppo della Cina, in un certo senso, ha raggiunto una nuova fase che abbraccia “tutto ciò che è sotto il cielo”, estendendosi all’intero globo, “vasto e sconfinato”: questo è il significato del detto secondo cui “tutto ciò che è sotto il cielo, vicino e lontano, grande e piccolo, è uno”. L’ideale di un mondo pacifico e armonioso, ovvero la “Grande Armonia”, è stato per millenni l’ideale del popolo cinese. Oggi, mentre la Cina sta per realizzare la sua grande rinascita, si trova naturalmente di fronte a un nuovo punto di partenza nel perseguimento di questo mondo ideale.

La nascita del concetto di “grande potenza che favorisce l’emancipazione” non è un caso storico, bensì una necessità inevitabile dello sviluppo storico mondiale e della logica intrinseca dello sviluppo della civiltà cinese. In un’epoca caratterizzata dal declino dell’egemonia tradizionale, dall’aggravarsi delle sfide globali e dall’ascesa delle potenze emergenti, il mondo ha urgente bisogno di un nuovo modello di leadership delle grandi potenze che vada oltre la logica dell’egemonia tradizionale.Il posizionamento della Cina come “grande potenza che promuove l’emancipazione” è proprio una risposta a questa esigenza dei tempi. Una “grande potenza che promuove l’emancipazione”, che non mira a conquistare l’egemonia ma sostiene la cooperazione e lo sviluppo inclusivi, sta diventando una forza importante nella trasformazione dell’ordine mondiale. Questo è l’impegno della Cina nei confronti del mondo e il suo contributo alla civiltà umana.

Tavola rotonda

He Jie:Proprio poco fa, il professor Fan ha spiegato in dettaglio questo concetto, definito “potenza che conferisce potere”. Di recente, in effetti, ho sentito usare questa espressione piuttosto spesso. Che tipo di “capacità” utilizziamo per conferire potere agli altri?

Zhang Weiwei:Ad esempio, quando si parla dei paesi del Sud-Est asiatico, pongono sempre questa domanda: «Gli Stati Uniti vogliono che prendiamo posizione, a favore della Cina o degli Stati Uniti?». Ho risposto: «Noi in Cina non vogliamo che scegliate da che parte stare, e va bene se siete amici degli Stati Uniti, purché ciò non leda gli interessi fondamentali della Cina».

Ma poi devo aggiungere: cosa possono offrirvi gli Stati Uniti? Cosa può offrirvi la Cina? Ho chiesto: cosa vi offrono gli Stati Uniti? Innanzitutto le ONG, che rappresentano quasi una minaccia importante. In secondo luogo, la fornitura di armi militari. Ho detto che anche la Cina può fornirle, e che i prezzi saranno più ragionevoli e la qualità potrebbe essere migliore. La Cina è in grado di fornirvi quasi tutti i prodotti della Quarta rivoluzione industriale, oltre ai servizi e alle competenze correlate, che gli Stati Uniti non sono in grado di offrire.

He Jie:Prodotti, esperienza, soluzioni. Grazie a questa “capacità”, possiamo aiutare gli altri a crescere.

Fan Yongpeng:Sì. Il successo della modernizzazione in stile cinese ha infatti dato vita a una serie completa di progetti. Alcune di queste proposte, come i nostri modelli culturali e politici, potrebbero presentare ostacoli non indifferenti e non essere immediatamente applicabili da altri, ma a livello concreto ci sono molti aspetti che numerosi paesi possono adottare direttamente. Ad esempio, le infrastrutture, lo sviluppo economico e le capacità di sviluppo industriale della Cina possono essere tutti impiegati direttamente per aiutare molti paesi a raggiungere l’autosufficienza.

La Banca asiatica per gli investimenti nelle infrastrutture (AIIB) e le altre organizzazioni internazionali che abbiamo sostenuto sono ben diverse dalle tradizionali organizzazioni finanziarie e internazionali dominate dall’Occidente. Sottolineano il rispetto della sovranità, evitano il diritto di veto, incoraggiano la consultazione e il dialogo e promuovono i finanziamenti in valute locali: tutto ciò con l’obiettivo di dare più autonomia agli altri.

In termini di sicurezza, un esempio tipico è la cooperazione tra Cina e Pakistan sul progetto del caccia JF-17. Si tratta in realtà di un progetto molto classico: ne siamo comproprietari e investiamo insieme, condividendo rischi e benefici, e il Pakistan ha acquisito una certa autonomia tecnica a livello interno. Naturalmente, conserviamo anche alcuni vantaggi tecnologici fondamentali. Allo stesso tempo, il Pakistan non è solo un destinatario e un acquirente, ma può anche vendere sui mercati globali, realizzando un modello vantaggioso per entrambe le parti.

Dal punto di vista delle conoscenze e della tecnologia, è una situazione molto comune. Progetti come la stazione spaziale cinese e il FAST (Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope) sono aperti al mondo e consentono agli scienziati di tutti i paesi di candidarsi. L’anno scorso abbiamo iniziato a formare astronauti pakistani. Un altro esempio è rappresentato dalle ultime innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). Ogni volta che gli americani cercano di crearne clamore, la Cina rilascia una versione open source per controbatterli. Altrimenti, se gli Stati Uniti dovessero svilupparlo da soli, verremmo tutti sfruttati. I cinesi offrono un’altra possibilità. Nel complesso, credo che offrire questa possibilità sia il nostro contributo più grande.

He Jie: Che si tratti di enti governativi di grandi dimensioni o di società di dimensioni più ridotte, è possibile riscontrare questo tipo di concetto e modello.

Zhang Weiwei:La portata dell’ascesa della Cina, la portata di un “paese civilizzato”, apporta enormi benefici al mondo. Infatti, nel primo paragrafo del vostro discorso di oggi, per dirla senza mezzi termini, in questo mondo è tutto merito della Cina. Ormai da cinque o sei anni consecutivi manteniamo una crescita economica intorno al 5% all’anno. Cosa significa questo? Contribuiamo per oltre il 30% alla crescita economica globale, il che significa che per ogni aumento di 100 dollari nell’economia mondiale, 30 dollari provengono dall’economia cinese, il che è straordinario.

Senza il contributo della Cina alla lotta contro la povertà a livello globale, la povertà nel mondo sarebbe in aumento, anziché in diminuzione. Se la Cina non avesse avuto un impatto determinante sulla sicurezza globale, la Terza Guerra Mondiale potrebbe già essere scoppiata. Senza i contributi della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale, immaginate che la domanda mondiale in questo settore sarebbe monopolizzata da sette aziende della Silicon Valley.

Fan Yongpeng: All’improvviso mi sono reso conto che questo “empowerment” ha un doppio significato. Il termine cinese “能” (néng, che significa “capace” o “in grado”) si riferisce sia alla capacità di svilupparsi in modo indipendente sia, in particolare, all’energia.Ritengo che la Cina abbia proposto una nuova soluzione a livello fondamentale per la civiltà umana, che considero rivoluzionaria. Storicamente, quasi ogni forma di civiltà umana si è basata su una particolare fonte energetica. L’“empowerment” della Cina, in senso stretto, significa fornire un nuovo modello energetico.

He Jie:Dopo la crisi dello Stretto di Hormuz, tutti avevano previsto una forte oscillazione dei prezzi internazionali del petrolio e dell’energia, ma alla fine la situazione reale non si è rivelata così drammatica come ci si aspettava. Una ragione fondamentale è che la Cina ha agito da contrappeso e stabilizzatore fondamentale. A differenza di alcuni paesi che hanno accumulato scorte di petrolio, noi abbiamo invece ridotto le nostre importazioni di petrolio. Proprio grazie a questa riduzione delle importazioni, abbiamo contribuito ad alleviare la crisi petrolifera in altre parti del mondo: si tratta quindi di un gesto responsabile.

Al contrario, siamo in grado di farlo proprio perché da tempo stiamo attuando la nostra strategia energetica, che ci permette oggi di dipendere un po’ meno dal petrolio. Pertanto, per quanto riguarda lo sviluppo dell’energia verde e l’utilizzo delle nuove fonti energetiche, la Cina ha già tracciato un percorso brillante, e queste esperienze possono essere condivise anche con altre regioni.

Zhang Weiwei:Vorrei aggiungere ancora qualcosa: l’energia, perché si tratta di una questione estremamente importante. Quando parliamo di ordine internazionale, spesso ci riferiamo al passaggio da un ordine unipolare a uno multipolare. Il mondo multipolare esiste già oggettivamente, ma l’ordine multipolare non è ancora stato instaurato.

Se si considera la storia dell’umanità moderna, i diversi ordini internazionali hanno ciascuno le proprie fonti energetiche: nell’ordine guidato dalla Gran Bretagna si utilizza il carbone; in quello guidato dagli Stati Uniti, il petrolio. Nel futuro mondo multipolare, questo ordine sta prendendo forma e la sua base energetica sarà sicuramente costituita dalle energie rinnovabili.

Recentemente, Eurasia Group ha pubblicato un rapporto sulla valutazione dei rischi per il 2026, in cui si afferma che attualmente esistono indubbiamente due modelli: da un lato il modello statunitense della “nazione petrolifera” e, dall’altro, il modello cinese basato sullo sviluppo sostenibile, l’energia verde e l’elettricità verde. Quale di questi due modelli rappresenta il futuro? Il rapporto tende a privilegiare il modello cinese come rappresentativo del futuro.

He Jie:Il modello cinese di “grande potenza che promuove l’autonomia” non è mai esistito prima nella storia?

Fan Yongpeng: Adottiamo un approccio incentrato sulla comunità. Siamo già molto grandi, molto forti sotto certi aspetti, bEppure continuiamo a trattare gli altri con rispetto e a collaborare con tutti.

Si veda il termine cinese per indicare una “grande potenza che promuove l’autonomia”, compresa l’affermazione contenuta nel Quotidiano del Popolo.L’anno scorso, il Quotidiano del Popoloha pubblicato nove commenti consecutivi, in cui ha anche discusso a quale tipo di relazione corrisponda il concetto di “potenza emergente”, come l’egemonia tradizionale o quella che viene definita una grande potenza “predatoria”. Ma non abbiamo mai affermato che gli Stati Uniti siano nostri nemici, né che ci uniamo a questi paesi per combattere contro gli Stati Uniti. [A mio avviso, questo lascia perplessi molti che vedono chiaramente la Cina additata come nemica, ma a cui non viene mai fornita una motivazione logica a sostegno di tale affermazione.]

Molte persone comuni potrebbero pensare che ciò non sia molto appagante o piacevole, ma credo che rappresenti una saggezza superiore—Il nostro obiettivo è un mondo ordinato in futuro.Questo mondo non può escludere l’esistenza degli Stati Uniti, né quella di qualsiasi altro tipo di paese.

He Jie: Sto addirittura pensando che, nell’ottica di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, se gli Stati Uniti hanno bisogno del nostro sostegno, dovremmo darglielo.

Fan Yongpeng: Sì. Dobbiamo rafforzare non solo il sistema internazionale, il “Sud del mondo” e i paesi vicini, ma anche queste ex potenze egemoniche e i paesi occidentali, creando una comunità con un futuro condiviso per tutti, affinché possiamo svilupparci insieme.

Zhang Weiwei:Ripensando al processo di riforma e apertura, se si osserva attentamente, perché ci siamo aperti al mondo intero, non solo all’Occidente, ma anche ai paesi in via di sviluppo e all’Europa dell’Est? Oggi la situazione è la stessa. Saremmo lieti se gli Stati Uniti e l’Europa aderissero all’iniziativa “Belt and Road”. L’iniziativa “Belt and Road” non può essere portata a termine né realizzata in modo adeguato da un solo Paese; deve essere frutto di uno sforzo collaborativo. Pertanto, la Cina ha deciso di abbracciare la globalizzazione, massimizzandone i benefici e riducendone al minimo i rischi.

He Jie:Allora, Il nuovo percorso che il nostro Paese sta intraprendendo in qualità di grande potenza non ha precedenti e non ci sono esempi passati da cui trarre insegnamento. Quali tipi di sfide e rischi potremmo incontrare lungo questo percorso?

Fan Yongpeng:Ad esempio, l’aspetto più significativo è che gli occidentali, di fronte a questo concetto, solleveranno immediatamente il “paradosso dell’empowerment”. La logica dell’empowerment consiste nel potenziare le capacità degli altri.Ma secondo la teoria tradizionale delle relazioni internazionali, ovvero il cosiddetto realismo, Come potrei mai migliorare le tue capacità? Se le tue capacità aumentassero, le mie diventerebbero inevitabilmente relativamente più deboli, quindi si tratta di un paradosso.

Tuttavia, la logica storica della Cina è completamente diversa dalla logica storica egemonica dell’Occidente. Qual è la logica storica dell’intero sistema mondiale occidentale moderno, compresi i paesi occidentali? Essi hanno avuto origine dalla civiltà mediterranea. Il Mediterraneo è una struttura aperta che ha dato vita a numerose civiltà in competizione tra loro. Nel corso di tale competizione, una civiltà diventava potente e ne conquistava altre: questo fenomeno è chiamato egemonia.

Ma l’egemonia è ciclica. Non si può dominare gli altri per sempre. Quando altri salgono al potere, la vecchia egemonia svanisce,e molti addirittura cessano del tutto di esistere, svanendo nelle nebbie della storia. Questo è diverso dalla nostra logica, quindi la chiamo la logica dell’ascesa e della caduta, ovvero “Rise and Fall”.

La storia cinese segue una logica diversa,la logica dell’ordine e del caos. Poiché noi stessi abbiamo formato una placca continentale indipendente,Il nostro più grande avversario nella storia non è mai stato un nemico esterno, bensì il nostro stesso sviluppo e il nostro stesso ordine. La sfida più grande che la nazione cinese ha dovuto affrontare nel corso di migliaia di anni è stata quella di superare se stessa e mantenere viva l’innovazione e questo spirito di rinnovamento. Pertanto, la storia cinese segue una logica di ordine e caos. Ora, con l’ascesa globale della Cina, dobbiamo tornare alla nostra logica: Il destino della Cina è determinato dalla Cina stessa; i fattori esterni costituiscono semplicemente il contesto e le condizioni.Pertanto, non considero nessuno un nemico.

Vi accorgerete che queste due logiche storiche sono completamente diverse. Secondo la logica cinese, il “paradosso dell’empowerment” non rappresenta un problema rilevante. Perché se diventassimo davvero potenti e gli altri diventassero nostri vassalli, noi stessi finiremmo ben presto per stagnare, adagiarci sugli allori o addirittura decadere. Dobbiamo dare agli altri i mezzi per agire, avvalendoci della nostra potente capacità industriale e delle nostre competenze tecnologiche per guidare tutti verso lo sviluppo e costituiscono un rapporto complementare. Questo rapporto di complementarità può inoltre stimolare continuamente una rivoluzione interna, mantenendo viva la forza motrice dell’autorivoluzione, affinché la nazione cinese, in quanto entità vivente e civiltà vibrante e dinamica, possa rimanere in buona salute per sempre.

Zhang Weiwei:Abbiamo un’eredità storica lunga e duratura: quando si è poveri, bisogna coltivare se stessi; quando si ha successo, bisogna aiutare il mondo. Questo si riflette anche in tutto il nostro processo di empowerment, eL’aiuto è reciproco.

Alcuni spettatori non lo capiscono bene e hanno sempre pensato che i paesi in via di sviluppo siano poveri, ma in realtà, non puoi vederla in questo modo—Il mondo è già cambiato. Ad esempio, stiamo sviluppando nuove fonti energetiche e la maggior parte dei materiali per le batterie destinate a queste nuove fonti proviene dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina. A volte, anche un piccolo Paese fornisce materie prime per noi fondamentali. A questo proposito, quel piccolo Paese può rivestire per la Cina la stessa importanza di una normale nazione europea. Dovremmo quindi guardare alle relazioni della Cina con l’Asia, l’Africa e l’America Latina con un atteggiamento nuovo. Aiutiamo gli altri e loro aiutano noi: in sostanza, è questo il tipo di rapporto.

He Jie:I media occidentali propongono spesso ogni sorta di cosiddette “trappole” e “paradossi”. Lei ha appena spiegato la questione dal punto di vista della cultura e della spiritualità cinesi, ma non sarebbe così. Tuttavia, il signor Zhang ha appena detto che Quando diamo forza al mondo, riceviamo anche l’energia degli altri. I paesi in via di sviluppo dispongono di numerose risorse e possiamo integrarci e collaborare tra noi.

Fan Yongpeng:Ad esempio, nell’opinione pubblica circolano alcune preoccupazioni. In futuro, quando la cooperazione internazionale raggiungerà un certo livello di internazionalizzazione, arriverà un gran numero di immigrati? Ciò finirà per indebolire il predominio della nostra cultura principale? Ritengo che, in realtà, non ci sia motivo di preoccuparsi al riguardo.

Circa quindici anni fa ho scritto un articolo in cui commentavo il problema dei rifugiati in Europa. Il modo migliore per risolvere il problema dei rifugiati è aiutare questi paesi di origine a svilupparsi; del resto, tutti vogliono vivere nella propria città natale. Perché si verifica questo fenomeno di afflusso massiccio di rifugiati? Questo è il risultato inevitabile di un sistema internazionale incentrato su un polo centrale.

La nuova ondata di globalizzazione guidata dalla Cina, eil nuovo ordine mondiale che esso instaura, mira a consentire a chiunque, ovunque, di costruirsi la propria casa,il che, in realtà, favorisce lo sviluppo dell’identità culturale dei vari gruppi etnici. [Sviluppo incentrato sulle persone]

Un altro aspetto da considerare è che la costruzione di una “grande potenza che promuove l’emancipazione” potrebbe incontrare difficoltà o suscitare critiche, poiché Un principio fondamentale alla base di questa struttura è la non ingerenza negli affari interni.Molti si chiederanno: e se alcuni paesi si “ribellassero” dopo aver ricevuto i benefici, o se molti paesi adottassero meccanismi elettorali competitivi multipartitici e oggi fossero d’accordo ma domani cambiassero regime e venissero meno alle loro promesse? Penso che dovremmo davvero prestare attenzione a questa questione.

Nella storia cinese si è svolto un dibattito di grande importanza: la nostra politica estera dovrebbe basarsi principalmente sulla moralità o su interessi realistici? È necessario trovare un equilibrio dinamico tra questi due aspetti; dobbiamo attenerci ai principi, ma abbiamo anche bisogno di misure concrete. [L’eliminazione delle nazioni fuorilegge e il ripristino dello Stato di diritto contribuiranno in modo determinante a risolvere la questione.]

Come dovremmo quindi costruire oggi una “grande potenza che dia forza”? Innanzitutto, ritengo che nel processo di costruzione di questa “grande potenza che dia forza”, dobbiamo avvalerci appieno delle norme, dei sistemi, dei meccanismi e delle leggi stabiliti nell’ambito del nuovo sistema e ordine internazionaleper creare un meccanismo di ricompense e sanzioni, un “effetto a cricchetto” della cooperazione. Qualsiasi paese che benefici di un progetto di cooperazione non può facilmente “abbandonare la nave”, altrimenti ne pagherà le conseguenze; esiste infatti un intero sistema di istituzioni internazionali che lo vincola.

In secondo luogo, il mondo di oggi è ancora dominato dal liberalismo occidentale. In futuro, dobbiamo far sì che i nostri valori diventino i valori universali dominanti del mondo. Una volta questi valori universali prendono forma,Inoltre, cambieranno il modo di pensare e di agire di molti paesi.

He Jie:Se la Cina riuscirà, con i propri sforzi, a dare un contributo positivo alla stabilità e al regolare funzionamento dell’ordine mondiale, allora questo contesto internazionale favorevole sarà di grande beneficio per il nostro stesso sviluppo. Pertanto, aiutare gli altri è come regalare rose: il profumo rimane sulle proprie mani.

Zhang Weiwei:L’accerchiamento e la repressione da parte dell’Occidente dell’iniziativa cinese “Belt and Road” hanno, sin dall’inizio, dato origine a ogni sorta di retorica volta ad attaccarci, sostenendo che stiamo praticando il neocolonialismo, creando trappole del debito, ecc. Non è affatto così. La Cina sta infatti rafforzando il ruolo degli altri paesi, promuovendo lo sviluppo comune. Poiché il nostro principio guida, la “Regola d’oro” consiste nella consultazione, nella costruzione congiunta e nella condivisione dei benefici,È un elemento che permea l’iniziativa “Belt and Road”. Questa innovazione nel campo del soft power ha prodotto risultati eccellenti.

Sessione di domande e risposte

Partecipante 1:Salve, cari professori e gentili padroni di casa. Negli ultimi anni, la Cina ha ottenuto risultati significativi nell’aiutare i paesi del “Sud del mondo”, in tutti gli ambiti socio-economici. Tuttavia, alcuni paesi occidentali considerano gli aiuti cinesi come una forma di egemonia economica e un nuovo “Piano Marshall”. Vorrei quindi chiedere a entrambi i professori: come valutate questa questione? Grazie.

Zhang Weiwei:La caratteristica fondamentale del “Piano Marshall” è il confronto tra blocchi. Seguendo questa logica, gli Stati Uniti sostengono l’Europa per contrastare il blocco sovietico.È estremamente esclusivo e fondato su principi ideologici.

La nostra iniziativa “Belt and Road” è completamente aperta; tutti i Paesi che ho citato in precedenza – gli Stati Uniti, i Paesi europei – e la vostra azienda possono partecipare. Abbiamo ripetutamente affermato in Europa che l’Africa è attualmente il continente con la crescita demografica più rapida e che registra il maggior flusso di rifugiati; l’Europa e la Cina possono collaborare per creare posti di lavoro in Africa.

O, per dirla senza mezzi termini, la portata dell’iniziativa “Belt and Road” che vediamo oggi — se calcolata in termini di contratti, ovvero i fondi destinati alla realizzazione del progetto cinese “Belt and Road” — ammonta già a 2.000 miliardi di dollari USA, il che rappresenta un altro aspetto senza pari.

Fan Yongpeng:La domanda di questo membro del pubblico è davvero molto pertinente. Nella prima metà di quest’anno, il Financial Timesha pubblicato tre articoli di fila, dando grande risalto a un argomento denominato “China Impact 2.0”. Che cos’è il 2.0? Il 1.0 sosteneva che la Cina avesse influenzato l’Occidente; ora si sta creando un concetto 2.0, secondo cui la Cina starebbe influenzando i paesi in via di sviluppo del “Sud del mondo”. Si tratta di una retorica tipica; i cinesi di certo non ci crederanno. Gli occidentali tendono a criticare gli altri basandosi sulle proprie azioni passate, senza dare spazio all’immaginazione. [Proiezione]

Ma cosa dovremmo fare? Credo che, innanzitutto, sia necessario tornare a parlare delle discipline umanistiche e delle scienze sociali. Queste discipline hanno oggi una missione davvero enorme: per spiegare in modo chiaro ed efficace le nostre idee, la nostra cultura e altre cose straordinarie. In breve, si tratta di salvaguardare il grande rinnovamento della Cina e la costruzione di una “grande potenza che dia forza agli altri”. [Educare l’Occidente sarà un compito arduo ma imprescindibile.]

In secondo luogo, c’è la questione della nostra comunicazione internazionale. Non possiamo permettere che la controparte ci denigri o ci esalti eccessivamente; ci sono opinioni di ogni tipo. Ad esempio, ho ispezionato alcuni progetti cinesi all’estero e ho potuto constatare che la Cina ha svolto un lavoro solido, mentre l’Occidente mobilita alcuni media e studiosi di diritto per cercare il pelo nell’uovo. Ciò che ci viene richiesto non è solo la comunicazione a livello internazionale, ma anche un lavoro meticoloso sul campo in vari paesi, con un approccio concreto e diretto. Dobbiamo integrarci profondamente nella vita, nella produzione e nella società civile delle popolazioni di diversi paesi e svolgere un lavoro solido.

Zhang Weiwei:Abbiamo bisogno che un gran numero di persone si metta in campo, compresi gli operatori delle discipline umanistiche e delle scienze sociali, per condurre ricerche sul campo, fondare le nostre ONG e svolgere ogni tipo di attività. C’è un enorme spazio per questo tipo di attività e la domanda è enorme.

He Jie: La retorica occidentale che attacca la Cina è in continua evoluzione e mutamento. Quando ci si rende conto che le cosiddette “trappole del debito” e il neocolonialismo di cui si è parlato in precedenza non hanno un impatto significativo su molte persone, possono emergere nuovi termini. Da un lato, quindi, dobbiamo comprendere lo scopo che sta dietro all’invenzione di queste parole; dall’altro, dovremmo diffondere attivamente le storie della Cina.

Partecipante 2:Salve, professori. Il sostegno offerto dalla Cina ai paesi del “Sud del mondo” rafforza indubbiamente il nostro soft power, ma allo stesso tempo constatiamo che tali paesi presentano un leggero ritardo rispetto ai paesi sviluppati in termini di sistemi economici e integrità, come dimostrano anche episodi come quello della “miniera di nichel indonesiana”. Quello che vorrei chiedere è: mentre forniamo questo sostegno, come possiamo anche mantenere un forte controllo sulla situazione a nostro vantaggio? Grazie.

Zhang Weiwei:Hai appena menzionato l’Indonesia, dove abbiamo recentemente condotto una ricerca. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato il ministro dell’Economia indonesiano ed entrambe le parti hanno raggiunto un consenso: l’Indonesia sottolinea che alcune delle sue attuali politiche non sono rivolte a nessun Paese specifico. Alla base di ciò vi è l’ascesa del nazionalismo economico e del nazionalismo delle risorse in molti paesi, che porta alla lavorazione di alcune risorse a livello locale. In effetti, la Cina ha già attuato questa strategia in Indonesia. Ora spera che anche alcune industrie a valle possano insediarsi in Indonesia, e abbiamo sottolineato che ciò presenta aspetti positivi, ovvero il fatto di andare oltre la semplice lavorazione primaria.

Questo crea naturalmente una sorta di gioco. Attualmente, circa il 90% del nichel e dei prodotti a base di nichel prodotti dall’Indonesia viene assorbito dal mercato cinese. Se, come sostengono alcune fonti online, l’Indonesia dovesse fare questo o quello alla Cina, dove venderebbe i propri prodotti? Nessun paese potrebbe acquistarli. Quindi, tutti hanno molte carte da giocare, e Approfondendo la comprensione reciproca, è possibile raggiungere un compromesso. Credo che questo sia probabilmente l’approccio più corretto.

Fan Yongpeng:Su Internet e sui social media si sentono alcune voci che, per attirare traffico, tendono a esagerare certe questioni. In realtà, è normale che nelle relazioni bilaterali vi siano molte manovre strategiche. Poiché perseguiamo un approccio basato sulla consultazione, la co-costruzione e la condivisione, tutti possono discutere e collaborare insieme.

Ma, oggettivamente, il problema che hai menzionato esiste davvero. Perché? Innanzitutto, ad esempio, il contesto economico. Molti paesi devono affrontare pressioni urgenti sui propri interessi, tra cui partiti e forze politiche desiderose di raccogliere fondi, il che porta ad aumenti dei prezzi.

Inoltre, sebbene la Cina sia ormai così potente che nessuno può dichiararle guerra, non è ancora così potente da impedire agli altri di provocare conflitti. Dopotutto, nel mondo esistono ancora diversi grandi centri di potere. Trovandosi tra questi centri di potere, qualsiasi paese sceglierà di trarre vantaggio da entrambe le parti, oscillando tra l’una e l’altra: si tratta di un fenomeno normale.

Nella situazione politica interna di alcuni paesi, la miopia e l’irrazionalità sono una realtà. Come risolvere questo problema? In effetti, l’Occidente ha affrontato questo problema nell’era moderna, e la soluzione adottata dai paesi occidentali è stata il colonialismo o il neocolonialismo. Il colonialismo è repressione, è il flagello dei colonizzati; il neocolonialismo, come potete constatare, significa che la maggior parte dei paesi del mondo odierno, pur apparendo indipendenti, sono in realtà il risultato di compromessi raggiunti durante la decolonizzazione e non hanno vissuto una profonda rivoluzione sociale. Sebbene la ex potenza coloniale sembri essersi ritirata e la colonia abbia ottenuto l’indipendenza, eleggendo un nuovo governo, le loro strutture interne sono indissolubilmente legate al sistema neocoloniale occidentale, che continua a prosciugarne le risorse. L’Occidente ha mantenuto a lungo questo approccio, utilizzandolo per sfruttare queste nazioni di recente indipendenza.

Questo approccio è vantaggioso per gli stessi paesi occidentali? In realtà, no.Perché questo approccio favorisce la formazione di un gruppo corrotto all’interno dei paesi occidentali — un gruppo di interesse neocoloniale capace persino di corrompere il proprio stesso paese. Oggi, il caos interno in paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti è in gran parte dovuto allo sfruttamento del mondo da parte loro, che si ritorce contro di loro a livello interno.

Partecipante n. 3:Salve, professori. È un onore trovarmi qui oggi come matricola. Nella vita di tutti i giorni mi pongo una domanda: in qualità di giovani studenti comuni, come dovremmo gestire il rapporto tra sviluppo personale e sviluppo nazionale? Vorrei quindi rivolgere una domanda ai professori qui presenti: nella nostra vita quotidiana, in quali aspetti possiamo apprezzare il valore della Cina come “grande potenza che favorisce l’emancipazione” e in quali ambiti possiamo dare il nostro contributo?

Fan Yongpeng:I giovani di oggi potrebbero trovarsi ad affrontare in futuro più cambiamenti rispetto alle generazioni nate dopo gli anni ’70 e ’80. Guardando indietro ora, quando vivevo negli anni ’80, ero terrorizzato all’idea del futuro, ma ora che l’ho vissuto, penso che sia stata un’esperienza davvero meravigliosa. Credo che i giovani di oggi proveranno la stessa sensazione in futuro.

In realtà, quale ritengo sia una buona scelta? Significa partecipare alla realizzazione della “Global Initiative” del nostro Paese. In passato, nel settore giornalistico circolava un motto: “Viaggiare, cambiare, riformarsi”. Ora dovremmo chiamarlo “andare all’estero, cambiare e riformarsi”. Andare tra la gente, andare tra la gente, cambiare il proprio stile di lavoro, cambiare il proprio stile di scrittura, viaggiare per il mondo e poi dedicarsi alla causa della creazione di un mondo migliore.

Una volta che questo mondo migliore sarà stato costruito, molte delle sfide e delle incertezze che i giovani di oggi devono affrontare scompariranno effettivamente. Se in futuro la Cina dovesse dominare il mondo, il nostro sistema industriale si troverebbe effettivamente ad affrontare problemi di squilibrio. Facciamo in modo che le nostre capacità si diffondano a livello globale e diano slancio ad altri paesi, creando un modello complementare a vantaggio di tutti, affinché le economie di tutti possano dare il via a una nuova ondata di crescita in futuro.Ad esempio, le sfide legate al multiculturalismo e all’immigrazione: se aiutiamo tutti i gruppi etnici a costruirsi delle belle case, potremo risolvere questi problemi affrontandone la causa alla radice.

Zhang Weiwei:Vorrei aggiungere una cosa. Il mese scorso sono stato a Mosca. L’Università di Mosca stava organizzando un convegno accademico e io ho avanzato una richiesta speciale. Ho detto che volevamo visitare il luogo in cui, all’epoca, il presidente Mao Zedong aveva incontrato gli studenti cinesi all’Università di Mosca. Il famoso discorso improvvisato del presidente Mao: «Il mondo appartiene a voi ed è anche nostro». Voi giovani siete pieni di vitalità, come il sole alle otto o alle nove del mattino. Il suo discorso è stato davvero brillante: sono andato ad ascoltarlo e ne sono rimasto profondamente commosso.

A quel tempo, il presidente Mao non solo parlava del sole alle otto o alle nove del mattino e riponeva le sue speranze nei giovani, ma affermava anche che il vento dell’est aveva avuto la meglio sul vento dell’ovest. A quel tempo, il presidente Mao nutriva questa aspettativa: che il campo socialista potesse sconfiggere il campo capitalista.

Oggi, quando parliamo di “ascesa dell’Oriente e declino dell’Occidente”, si tratta ormai di una realtà oggettiva. Il mondo intero assiste all’“ascesa dell’Oriente e al declino dell’Occidente” e, in un certo senso, questa costituisce davvero una tendenza inarrestabile. Ciò significa che le giovani generazioni possono fare moltissime cose. Credo che anche la Cina abbia bisogno che la vostra generazione più giovane si apra al mondo intero. La Cina raggiungerà il centro del mondo, e anche i giovani raggiungeranno il centro del mondo. La recente ascesa dell’industria cinese dell’intelligenza artificiale è sostenuta da molte persone nate negli anni ’90 e 2000, il che è ammirevole e offre molti modelli di riferimento.

He Jie:È come il termine “paese che dà potere”: è di per sé un termine nuovo. Ci troviamo davvero in un’era completamente nuova, caratterizzata da molti cambiamenti.

Come si suol dire, l’intelligenza artificiale ha portato molti cambiamenti nel mondo: ridefinisce gli individui, riorganizza l’ordine sociale, le strutture di governo e molto altro ancora. In un’era ricca di nuove opportunità e trasformazioni, a cosa dovremmo prestare attenzione in particolare? Ai cambiamenti che essa apporta ad alcuni aspetti tradizionali del passato, oppure al fatto che, dietro a questi cambiamenti, si stanno in realtà sviluppando innumerevoli nuove possibilità? Credo che ci regalerà molta trepidazione e speranza. Questo è anche un aspetto molto importante nella nostra discussione odierna sul concetto di «Stato che dà potere». Perché ciò porterà molte nuove opportunità alla Cina, al mondo e a noi personalmente. [Il corsivo è mio]

La Cina riuscirà a evitare la “trappola dell’eccezionalismo” attingendo alle sue lunghe esperienze storiche, come ha spiegato il professor Fan? O, cosa ancora più importante, riuscirà a convincere tutte le altre nazioni che i suoi obiettivi e i suoi mezzi differiscono notevolmente da ciò che è stato vissuto negli ultimi 2400 anni in Occidente e nel resto del mondo? L’Occidente nel suo insieme finirà per rendersi conto che è nel proprio interesse unirsi alla Cina nel percorso che sta intraprendendo? Non è stato fatto alcun accenno alla necessità che la Cina si difenda dagli obiettivi dei fuorilegge occidentali che non vogliono che nessuna nazione dia potere a nessuno se non a se stessa. I lettori dovrebbero ora avere una buona comprensione degli obiettivi politici della Cina, sia interni che esteri. L’obiettivo del rinnovamento della Cina fu enunciato per la prima volta da Sun Yat-sen intorno al 1911 e fa parte di ciò che è noto come il «Sogno cinese», che include la completa riunificazione ed è legato all’emancipazione. L’idea di rivoluzione permanente e la sua relazione con l’affermazione sono concetti in ascesa a livello globale: basta guardare all’Asia occidentale e al modo in cui la sua struttura coloniale viene attaccata con l’obiettivo di portarla alla rovina. Vedo il domani Global Times ha un editorialecon questo titolo: “Rafforzare la cooperazione tra Cina e Stati Uniti è un vantaggio per il mondo”. Purtroppo, a mio avviso, quel rapporto sta prendendo una direzione tutt’altro che collaborativa; pertanto, ciò che accadrà nel prossimo fine settimana andrà seguito con attenzione. Xi Jinping dovrebbe intervenire all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prima dei suoi colloqui con Trump, quindi anche le sue dichiarazioni meriteranno lo stesso scrutinio.

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È difficile chiedere contributi vista l’attuale situazione di incertezza, ma devo comunque farlo. Vi prego di prendere in considerazione la possibilità di contribuire al momento dell’iscrizione. Grazie mille a chi lo ha già fatto in passato e a chi lo fa ora!

La creazione di una potenza finanziaria riveste un’importanza fondamentale per la Cina e per il mondo: editoriale del Global Times

A cura di Global TimesPubblicato: 11 settembre 2026, ore 00:20

Una veduta di Lujiazui, Shanghai. Foto: VCG


Per la prima volta, le linee guida del 15° Piano quinquennale includono “la creazione di una potenza finanziaria” in Cina’nel piano quinquennale nazionale, il che rappresenta una pietra miliare. Trasformare la Cina in una potenza finanziaria non solo sosterrebbe lo sviluppo dell’economia reale nazionale, ma aiuterebbe anche a salvaguardare meglio gli interessi collettivi del Sud del mondo e contribuirebbe alla creazione di un sistema di governance finanziaria internazionale più giusto ed equo.

Giovedì l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato ha tenuto una conferenza stampa sull’attuazione del 15° Piano quinquennale (2026-2030) nel settore finanziario e sulla trasformazione della Cina in una potenza finanziaria. Alla conferenza hanno partecipato alti funzionari delle quattro principali autorità di regolamentazione finanziaria -il Popolo’la Banca di Cina, l’Amministrazione nazionale di regolamentazione finanziaria, la Commissione cinese di regolamentazione dei valori mobiliari e l’Amministrazione statale per il controllo dei cambi -sono apparsi insieme all’evento. Questa conferenza di grande rilievo lancia un segnale chiaro: la creazione di una potenza finanziaria ha assunto un ruolo di primo piano nella strategia nazionale complessiva.

Per la prima volta, il documento programmatico del 15° Piano quinquennale include “costruire un colosso finanziario”in Cina’il piano quinquennale nazionale, che riveste un’importanza fondamentale. La finanza è la linfa vitale dell’economia nazionale ed è fondamentale per il Paese’la sua competitività di base. Negli ultimi oltre 40 anni, la Cina’Il sistema finanziario cinese ha sostenuto con successo il recupero industriale e la crescita trainata dalle esportazioni. La creazione di un polo finanziario di primo piano rappresenta un’esigenza endogena della Cina’lo sviluppo economico. Il suo scopo è quello di favorire uno sviluppo economico di alta qualità e fornire una solida base per la piena costruzione di un paese socialista moderno.

Per le imprese e i cittadini, una finanza più solida significa adottare sistemi più efficienti “vasi sanguigni”per l’economia reale, consentendo alle piccole e medie imprese di accedere a “capitale paziente”più facilmente. Per il Paese, un sistema finanziario solido può sostenere meglio un elevato grado di autosufficienza e forza nei settori della scienza e della tecnologia, il potenziamento industriale e il “espansione a livello globale”delle imprese. Nel contempo, solo grazie a una migliore regolamentazione finanziaria, a misure più efficaci di prevenzione e controllo dei rischi e a un approccio risoluto volto a scongiurare i rischi sistemici, l’economia nazionale potrà operare con maggiore stabilità.

Cina’Il sistema finanziario cinese è profondamente integrato nell’economia globale e riveste grande importanza a livello mondiale. Alla fine di giugno 2025, il totale delle attività della Cina’Il sistema bancario di s si è classificato al primo posto a livello mondiale. Mentre il mondo’In quanto seconda economia mondiale e principale partner commerciale nel settore delle merci, la Cina mantiene da tempo una posizione di leadership nelle riserve valutarie, fornendo un solido sostegno al regolamento del commercio globale, agli investimenti e ai finanziamenti transfrontalieri, nonché alla stabilità delle catene di approvvigionamento. I miglioramenti apportati alla facilità di utilizzo transfrontaliero aiutano un numero crescente di paesi a ridurre i rischi di cambio e a tagliare i costi di transazione. Costanti progressi nella finanza scientifica e tecnologica, nella finanza verde, nella finanza inclusiva, nella finanza pensionistica e nella finanza digitale -in particolare il corretto sviluppo dello yuan digitale e l’implementazione a livello globale di una rete di compensazione dello yuan articolata su più livelli -fornire beni pubblici finanziari accessibili e a prezzi contenuti ai paesi partner dell’iniziativa “Belt and Road” e al Sud del mondo.

Cina’L’impegno di s a costruire una potenza finanziaria infonde una preziosa stabilità in un mondo che sta attraversando profondi cambiamenti in un contesto turbolento. La finanza delle grandi potenze costituisce parte integrante della finanza globale. Attualmente, la ripresa economica mondiale rimane fiacca, l’unilateralismo e il protezionismo stanno tornando in auge e le vulnerabilità del sistema finanziario globale sono in aumento. Mentre il mondo’In quanto seconda economia mondiale, la Cina ha mantenuto la propria valuta sostanzialmente stabile e ha difeso con determinazione la propria stabilità finanziaria dai rischi sistemici. Ciò costituisce di per sé un contributo fondamentale alla stabilità finanziaria e alla crescita economica globali.

Cina’Il peso della Cina nella governance finanziaria internazionale non è ancora commisurato alle sue dimensioni economiche, al ritmo di sviluppo e alla posizione che occupa nelle catene industriali e di approvvigionamento globali. La Cina mantiene da tempo la propria posizione di leader mondiale’è il principale paese manifatturiero in termini di dimensioni complessive, il che lo rende un polo fondamentale nelle catene di produzione e di approvvigionamento globali. Tuttavia, nelle istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, la Cina’La quota e il peso in termini di voti della s sono ancora nettamente inferiori al suo contributo economico.

Negli ultimi anni, l’internazionalizzazione dello yuan ha registrato progressi costanti, con le banche centrali o le autorità monetarie di oltre 80 paesi e regioni che lo hanno incluso nelle proprie riserve valutarie. Tuttavia, lo yuan ha ancora un ampio margine di crescita per aumentare la propria quota nelle riserve valutarie globali e nei pagamenti e regolamenti internazionali. Questo divario tra la Cina’La sua voce e la sua forza economica limitano la sua capacità di tutelare meglio i propri interessi e di contribuire in modo più efficace allo sviluppo globale.

L’attuale sistema finanziario internazionale non è più pienamente in grado di soddisfare le esigenze della globalizzazione economica e dello sviluppo del multilateralismo. Il sistema di Bretton Woods, istituito dopo la Seconda guerra mondiale, ha svolto un ruolo importante nel mantenimento della stabilità finanziaria globale. Tuttavia, con l’affermarsi collettivo dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo, il sistema’Le carenze in termini di rappresentanza e inclusività sono diventate sempre più evidenti. Pertanto, trasformare la Cina in una potenza finanziaria non solo sosterrebbe lo sviluppo dell’economia reale nazionale, ma aiuterebbe anche a tutelare meglio gli interessi collettivi del Sud del mondo e contribuirebbe alla creazione di un sistema di governance finanziaria internazionale più giusto ed equo.

Trasformare la Cina in una potenza finanziaria è un compito urgente e di grande rilevanza. Recentemente è stato pubblicato ufficialmente il 15° Piano quinquennale per la trasformazione della Cina in una potenza finanziaria. Il piano definisce l’obiettivo di sviluppare un sistema finanziario moderno con caratteristiche cinesi, proponendo al contempo un approccio cinese al miglioramento della governance finanziaria globale. Cina’Gli sforzi volti ad accelerare la creazione di un polo finanziario di primo piano non solo contribuiranno in modo più efficace alla modernizzazione della Cina, ma le consentiranno anche di condividere i benefici dello sviluppo con altri paesi e di dare slancio alla stabilità finanziaria e alla crescita economica globali.

Messo in ombra dal “Drago”: Xi rimane impassibile di fronte alla chiassosa spavalderia di Trump durante una tiepida visita di Stato, di Simplicius

Messo in ombra dal “Drago”: Xi rimane impassibile di fronte alla chiassosa spavalderia di Trump durante una tiepida visita di Stato

Simplicius 25 settembre
 
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Il presidente Xi è atterrato ieri negli Stati Uniti per un’importante visita di Stato, durante la quale Trump ha sfoderato la consueta retorica altisonante e i soliti atteggiamenti teatrali nel tentativo di fare colpo sul suo ospite di grande prestigio.

La mossa più degna di nota del suo repertorio di stratagemmi maldestri è stato il tentativo di “mettersela contro” a Xi con un sorvolo assordante di un bombardiere supersonico B1, che però non è andato proprio come Trump aveva previsto. I nervi di Trump lo hanno inaspettatamente tradito e, invece di trasmettere potenza, ha trasmesso… qualcosa di simile, dal suono analogo:

Xi, con i suoi nervi d’acciaio, osservò con calma l’antiquato simbolo del potere americano senza il minimo turbamento, mentre un Trump scosso da un forte nervosismo assunse un’espressione forzata di disagio di fronte alla furia del proprio spettacolo, reso eccessivo dalle sue stesse esagerazioni.

Il drago e lo scoiattolo: totale serenità contro nervosismo da stringere gli sfinteri, fenomeno che oggi viene salutato come una perdita generazionale di “aura”.

Il resto della prima giornata è andato bene, tuttavia, con Trump che ha fatto fare a Xi, di una umiltà consumata, un giro nei locali della Casa Bianca, sfoggiando allegramente i suoi piccoli oggetti curiosi più eccentrici e le “migliorie apportate alla casa” come un bambino che mostra la sua collezione di giocattoli, non da ultimo la sostituzione del ritratto ufficiale di Biden con uno realizzato con l’autopen nel maestoso colonnato dell’Ala Ovest.

Il tour si è concluso con Trump che ha consegnato al suo illustre ospite un regalo speciale: un’aquila americana che stringeva con orgoglio un serpente tra gli artigli — un’opera d’arte che Trump sostiene di aver collaborato alla creazione:

Secondo te, quale messaggio simbolico si vuole trasmettere con questa immagine, soprattutto considerando che Trump ha contribuito alla sua ideazione?

Sappiamo che, proprio come il serpente, il drago cinese è legato al mondo dei rettili: c’è forse qualcosa di più da leggere in questo? È successo proprio lo stesso giorno in cui il senatore John Kennedy, con la bocca spalancata, ha definito gli iraniani, i cinesi, i nordcoreani e i russi “rettili” su Fox News. E chi è il «capo dei rettili» tra loro, secondo quel bifolco dal tono strascicato? Ma certo, Xi della Cina:

Mi sono preso la libertà di creare un piccolo meme per l’occasione:

I politici occidentali sembrano scolari presuntuosi, che ridacchiano come bulli a cui non è ancora stato spaccato il naso. Disumanizzano le loro vittime con epiteti come “rettile”, tema che si è rivelato di attualità proprio oggi, quando il malvagio Netanyahu, universalmente detestato, è salito sul palco dell’ONU poco dopo. L’intera sala si è svuotata in segno di protesta, tra una raffica di fischi e boati, prima ancora che Netanyahu avesse la possibilità di aprire la sua bocca infestata da mosche:

E quando finalmente la aprì, dalle sue labbra untuose uscirono parole davvero incredibili.

Ascoltate voi stessi:

Proprio come il senatore cretino della Louisiana prima di lui, l’ambasciatore israeliano ha avuto addirittura la sfacciataggine di maltrattare apertamente il delegato iraniano, schernendolo con un terminale Starlink in una dimostrazione di ostilità poco professionale che sembrerebbe violare ogni protocollo di decoro in un luogo di “sacralità” diplomatica come l’ONU:

L’ambasciatore di Israele presso l’ONU si è avvicinato a un membro della delegazione iraniana, offrendogli un dispositivo Starlink e auspicando un “cambio di regime” in Iran

Il diplomatico iraniano ha ignorato l’israeliano e non ha dato alcun segno di averlo notato.

Persone davvero malvagie.

Anche Trump ha assunto un tono pieno di odio nel suo discorso di condanna dell’Iran, nel quale ha nuovamente minacciato di distruggere l’intero Paese dopo aver a lungo difeso il suo “popolo”, al quale, a suo dire, teneva così tanto:

L’anno scorso: «Popolo iraniano, stiamo arrivando per aiutarvi e salvarvi».

Ora: «Devo annientare l’Iran e non lasciargli alcuna possibilità di sopravvivenza, spingendolo all’inferno?»

A questo punto è banale dirlo, ma l’Occidente sta davvero affogando in una pozza rosso sangue causata dalla propria bancarotta morale e dalla propria misantropia.

Si confronti questo con la cortesia dimostrata nel discorso autorevole tenuto da Xi alla Casa Bianca, in cui ha invocato la cooperazione pacifica e ha nuovamente esortato a evitare i pericoli della “trappola di Tucidide”:

In definitiva, dalla visita di Xi non è emerso nulla di particolarmente concreto, se non qualche dichiarazione altisonante di pubbliche relazioni e alcune aperture piene di speranza per una futura cooperazione. Si è trattato di un viaggio dichiaratamente pacifico, durante il quale Trump ha sfruttato ogni occasione per presentare gli Stati Uniti nella luce migliore possibile accanto al suo principale rivale e per trasmettere indirettamente il messaggio che gli Stati Uniti continuano a detenere tutte le carte in mano nelle questioni internazionali.

A tal proposito, un conciso commento su YouTube ha colto al meglio lo spirito della situazione:


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Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen _ di Cynthia Chung

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Prima puntata della Parte III della serie: Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese

Cynthia Chung

27 agosto 2026

Saggio molto interessante e documentato con tesi in parte già tempo fa ricalcate dal sito almeno su due aspetti: 1° il dibattito politico in Cina, contrariamente alla narrazione occidentale, è molto vivace con particolari livelli di apertura nelle province, non a caso i luoghi di formazione e selezione, almeno sino ad ora, delle classi dirigenti. In questo schema lo scontro politico fondamentale ha assunto precise collocazioni geografiche, con il lato cantonese e di Shangai, non a caso il più esposto alle aperture politiche occidentali legate inizialmente allo sviluppo della piccola e media industria di consumo. Da rilevare due aspetti: la grande intelligenza della componente “manciuriana” della dirigenza nell’aver prima congelato, piuttosto che distrutto, la grande industria pesante in vista di una radicale riorganizzazione, avvenuta in una seconda fase, che ha portato ai colossi nei settori strategici. La dirigenza cinese più accorta ha assunto come esempio negativo lo scempio avvenuto in Russia e nei paesi dell’Europa Orientale, come esempio positivo della prima fase di conversione la realtà delle “tigri asiatiche”. Una nota particolare merita riservata all’esperienza delle grandi industrie delle partecipazioni statali italiane; esperienza che spiega i noti rapporti di Romano Prodi, proseguiti nel tempo, con la dirigenza del paese. Giuseppe Germinario

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Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nel redigere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare il nostro mondo odierno con conseguenze globali, quali Operazione Gladio, a cui Operazione Condorè una corrente, e i personaggi storici che si sono opposti ad essa. Considero questa serie attuale come una diretta continuazione di quel lavoro. Il presente articolo si concentrerà su come la Cina sia sfuggita alla terapia d’urto (a malapena, sebbene non del tutto), cosa che ritengo molto positiva. I veri risultati della terapia d’urto parlano ormai da soli e sono ben documentati in libri come «La dottrina dello shock». Poiché la terapia d’urto era letteralmente concepita come una «prescrizione» da somministrare come «cura» a un’economia malata, con quattro fasi di «shock», le sue conseguenze non solo sono molto evidenti, ma si manifestano rapidamente. La terapia d’urto è la forma più rapida di riforma economica e, pertanto, i suoi effetti reali possono essere attribuiti più chiaramente alla sua “prescrizione” prestabilita rispetto a molte altre scuole di pensiero economico, la cui attuazione richiede da diversi anni a decenni. Sebbene questo articolo sia chiaramente critico nei confronti della terapia d’urto di Milton Friedman, così come del ruolo delphico di George Soros in questa vicenda, vorrei chiarire che lo sto scrivendo, in ultima analisi, dal punto di vista di un documento di controspionaggio.

L’economia può essere utilizzata come forma di guerra. Come illustra “La dottrina dello shock”[1]Come risulta chiaro, la “terapia d’urto”, come suggerisce il nome stesso, è stata introdotta come politica economica quasi sempre ricorrendo alla forza bruta (cioè polizia, esercito) e al regime dittatoriale; nel caso dell’America Latina, spesso si trattava di una dittatura militare. Il risultato non è stato un «equilibrio», ma proprio l’opposto: un aumento della povertà per le fasce più basse della società e un massiccio accrescimento della ricchezza per i pochi al vertice. Infatti, è stata proprio la terapia d’urto di Milton Friedman a consentire il successo di Operazione Condor.[2]Pertanto, il campo di battaglia dell’economia è direttamente collegato al lavoro che ho già svolto, in particolare per quanto riguarda il mio libro L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai.

Scrivo questo articolo concentrandomi in particolare sulle tattiche della terapia d’urto e sui loro sostenitori in Cina, con un chiaro spirito critico. Tuttavia, in questo articolo non tratto l’economia in senso più ampio. In altre parole, non sostengo alcuna scuola di pensiero economica specifica.[3]in questo articolo e non va interpretato come se questa fosse la mia intenzione. Piuttosto, che, che lo si voglia ammettere o meno, la Cina non solo è riuscita a evitare il pieno impatto della terapia d’urto (il che è già di per sé un’impresa), ma è anche riuscita a evitare il pieno impatto di una crisi finanziaria che le è stata riversata addosso dalle onde d’urto del crollo orchestrato del 2008 (vedi la Parte II di questa serie) insieme ai prestiti tossici nel settore fintech P2P, ideati ancora una volta nel mondo anglo-americano, che hanno scatenato in Cina una crisi finanziaria e bancaria destabilizzante, giunta al culmine tra il 2013 e il 2018[4]da cui la Cina è riuscita ancora una volta a uscire relativamente indenne.

Pertanto, l’intento di questa serie è quello di studiare come la Cina abbia realizzato queste imprese, in modo da acquisire una maggiore consapevolezza della dottrina economica che è stata – e, nel caso della “terapia d’urto”, è sempre stata concepita – utilizzata come vera e propria arma contro chiunque l’abbia avventatamente adottata. Non si tratta di formulare affermazioni generiche e generalizzate sul “capitalismo” o sul “libero mercato”, né di sostenere che un “socialismo” “puro” sia superiore a essi. Piuttosto, la mia intenzione in questa serie è quella di dimostrare che questi termini sono in gran parte insufficienti come definizioni superficiali di un sistema economico che serva veramente al benessere della popolazione. Attraverso l’analisi di tali casi di studio, spero di chiarire meglio il motivo per cui ciò avvenga. In una prossima puntata le diverse scuole di pensiero economico saranno discusse in modo più diretto e approfondito; tuttavia, dal mio punto di vista, nessuno detiene la risposta assoluta a tali domande e nessuno dei termini che terminano in «-ismo» o delle «correnti» economiche si è guadagnato il titolo di «campione assoluto» del popolo. C’è ancora molto da imparare, e spero che questi casi di studio possano gettare ulteriore luce su questo aspetto.

Il presente articolo costituisce la Parte III della serieLe vere origini del “sistema di credito sociale” cinese:

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Introduzione

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Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese – Parte I

Cynthia Chung

·

11 giugno

The True Origins of China’s “Social Credit System” Part I

Una delle critiche più famigerate mosse alla Cina negli ultimi anni, che ha costituito la base per considerare il Paese come uno Stato di sorveglianza orwelliano e i suoi cittadini come semplici automi simili a droni, è il suo presunto “sistema di credito sociale”. Ma cosa direste se vi dicessi che l’origine di questo “sistema di credito sociale” orwelliano e del fintech (finan…

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Il ruolo di Goldman Sachs nel provocare crisi finanziarie globali

Cynthia Chung

·

2 lug

The Role of Goldman Sachs in Engineering Global Financial Crises

Questa è la seconda parte della serie “Le vere origini del ‘sistema di credito sociale’ cinese”.

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Quando, il 1° ottobre 1949, fu fondata la Repubblica Popolare Cinese, la Cina era stata devastata da oltre un secolo di guerre (Prima guerra dell’oppio britannica 1839-1842, Seconda guerra dell’oppio contro gli inglesi 1856-1860, Prima guerra sino-giapponese 1894-1895, Seconda guerra sino-giapponese 1937-1945) era sommersa da una povertà di massa. Sebbene al momento della morte di Mao fosse stata raggiunta una industrializzazione urbana di base, il tenore di vita della maggior parte della popolazione cinese, costituita da contadini, era ancora molto basso e problemi come l’accesso a un’alimentazione adeguata rappresentavano ancora questioni importanti che non erano state completamente risolte. Quando Mao morì, la Cina, nonostante i risultati industriali ottenuti nei settori urbani, era ancora un paese molto povero.

Tuttavia, la storia di come la Cina sia entrata nel 20thIl fatto che la Cina fosse una nazione povera in quel secolo viene spesso convenientemente ignorato dai resoconti storici occidentali, pronti a promuovere l’idea che i cinesi fossero un popolo arretrato che non era riuscito a modernizzarsi – come se questa fosse la ragione per cui la Cina soffriva di povertà di massa e si trovava in una posizione incredibilmente debole sulla scena mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale.

È importante che riconosciamo alla Cina il rispetto che merita per la sua potenza economica. La Cina era stata in testa al mondo per PIL sin dal 1500, seguita dall’India. E nel 1800 manteneva ancora un ampio vantaggio sul resto del mondo in termini di PIL. Il suo PIL iniziò a calare drasticamente solo dopo un secolo di guerre scatenate contro di essa, prima dalle invasioni britanniche e poi da quelle dell’Impero giapponese. Negli anni Novanta del XIX secolo, il PIL cinese subì un drastico calo durante la prima guerra sino-giapponese, quando il Giappone post-Restaurazione Meiji invase la Cina e la Corea, per poi entrare in una fase di quasi libera caduta durante la seconda guerra sino-giapponese, che causò il caos assoluto tra il popolo cinese per mano dei fascisti giapponesi.

Durante quello che la stessa Cina ha definito il suo “Secolo dell’umiliazione”, il Paese subì numerosi attacchi militari sia da parte degli inglesi che dei giapponesi, oltre che attacchi economici. Furono utilizzate persino operazioni di guerra psicologica, come nel caso della Ribellione dei Taiping (1850-1864). La Ribellione dei Taiping fu chiaramente istigata dall’estero e guidata da Hong Xiuquan, che si autoproclamò fratello minore di Gesù Cristo.[5]

[My New Book is Out!] The Shaping of a World Religion: From Jesuits, Freemasons and Anthropologists to the Ghost Dance Religion vol. I

[È uscito il mio nuovo libro!] La nascita di una religione mondiale: dai gesuiti, ai massoni e agli antropologi alla religione della Danza degli Spiriti, vol. I

Cynthia Chung

·

11 novembre 2024

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Entro il 20thNel XIX secolo, la Cina era in uno stato di totale disordine. Detto questo, è importante sottolineare che le antiche pratiche economiche, apprese inizialmente grazie agli insegnamenti contenuti nel Guanzi che risale a prima della dinastia Qin (fondata nel 221 a.C.), di cui si parla in il prologo di questa serie, era rimasto in gran parte invariato.

Sebbene non siano mancati episodi di violenza per costringere la Cina a piegarsi durante il suo “Secolo dell’umiliazione”, gli atti bellici più distruttivi furono di natura economica. Gli antichi Guanzi gli insegnamenti furono oggetto di attacchi da parte della potenza imperiale britannica, “a seguito di un ‘l’ideologia radicata, di fatto un’idée fixe, dei commercianti britannici a Guangzhou secondo cui ogni forma di regolamentazione statale e ogni monopolio sono dannosi”. Nel primo dei trattati iniqui stipulati dopo la sconfitta della Cina nella prima guerra dell’oppio contro gli inglesi, il governo cinese fu costretto ad abolire il proprio antico sistema di monopolio che regolava il commercio del sale e del ferro.[6]Wagner (1997)[7]«ritiene che questo sia il punto di partenza del declino dell’industria siderurgica cinese».[8]

Quello fu l’inizio dei dibattiti economici neoclassici più accesi, anche se, come si può notare, non c’era poi molto da discutere quando si ricorreva a sparare con i cannoni contro il proprio “avversario”. L’Impero britannico, nella sua crociata a favore del libero scambio, si era assunto il compito di denunciare come «perniciosi» tutti i regolamenti statali e tutti i monopoli, tranne, ovviamente, quelli presenti all’interno della stessa Gran Bretagna. Incredibilmente, i britannici assunsero un tono moralista su queste questioni mentre procedevano alla costituzione della Hongkong and Shanghai Banking Corporation (HSBC) per gestire il proprio commercio di oppio.

The Dope Trade and the Crown: A Very-British Wealth of Nations

Il traffico di droga e la Corona: una “Ricchezza delle nazioni” in chiave tipicamente britannica

Cynthia Chung

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16 febbraio 2023

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Al governo cinese è stato detto che non poteva intervenire di fronte al commercio “libero”.

Ironia della sorte, o forse non così ironico se si guarda alla storia cinese in una prospettiva più ampia, Il Partito Comunista, una volta salito al potere, iniziò a reintrodurre gli insegnamenti del Guanzi nelle loro politiche economiche, in risposta alla galoppante inflazione che si erano ritrovati in eredità dopo la guerra con il Giappone e la guerra civile contro Chiang Kai-shek.(Per ulteriori informazioni su questa notizia, consultare il Il prologo di questa serie è disponibile qui.)

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

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23 aria

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Contrariamente a quanto è stato fatto credere a molti occidentali, il dibattito seguito alla Rivoluzione Culturale non verteva sulla questione se la Cina dovesse o meno attuare riforme economiche. La stragrande maggioranza, se non la totalità, dei principali leader politici cinesi di quel periodo concordava sul fatto che la riforma economica fosse una necessità assoluta e che non si dovesse incoraggiare un cieco seguitarismo della dottrina maoista.

Va sottolineato che la morte di Mao segnò la fine della Rivoluzione Culturale. Un mese dopo la sua morte, fu arrestata la famigerata “Banda dei Quattro”, responsabile di aver istigato gran parte delle violenze e delle persecuzioni verificatesi durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976).

Pertanto, alla morte di Mao, praticamente tutta la leadership politica cinese concordò sul fatto che la Rivoluzione Culturale dovesse terminare e che la Cina avesse un disperato bisogno di riforme economiche.

Ciò aprì le porte a quello che divenne un dibattito sempre più acceso all’interno della leadership cinese nel corso degli anni ’80, con i sostenitori radicali del libero mercato (compresi i fautori delle terapie d’urto del “big bang”) che finirono per dominare sempre più il dibattito sulla riforma cinese. Gli anni ’80 si sarebbero conclusi con la famigerata debacle di Piazza Tienanmen, che non fu solo l’esito di un dibattito interno alla Cina sulla questione delle riforme, ma anche lo strumento di una forte interferenza straniera, compresa quella dell’Open Society di George Soros, che svolse un ruolo diretto insieme alla CIA.

Questa panoramica storica ci fornirà le basi per comprendere meglio il dibattito ancora in corso in Cina sulla questione delle riforme, che avrebbe portato alla crisi del P2P del 2013-2018 e all’appello lanciato da Jack Ma nel 2020 per smantellare di fatto il sistema bancario cinese, argomento che verrà trattato nella Parte IV di questa serie.

Pertanto, con la scomparsa di Mao, la questione che si poneva alla leadership cinese non era se attuare o meno le riforme, ma come la Cina avrebbe dovuto attuare le riforme durante il periodo cruciale degli anni ’80. Questa serie cercherà di raccontare questa storia in tutte le sue sfaccettature, con i conflitti tra fazioni e, naturalmente, le interferenze straniere.

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisionismo storico e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

La Banca Mondiale presenta alla Cina i sostenitori della terapia d’urto

“L’aumento dei prezzi non va bene, ma nemmeno il calo dei prezzi è positivo per la produzione. È meglio cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume con maggiore sicurezza.”

– Chen Yun

Deng Xiaoping sarebbe diventato di fatto il presidente della Cina dal 1978 al 1987. Durante questo periodo, due economisti di spicco che ebbero un ruolo fondamentale nella riforma economica cinese furono Chen Yun e il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun, che facevano parte degli “Otto Anziani” della Cina post-Mao.

Chen Yun (immagine a sinistra) e il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun (immagine a destra)

Nel 1980, la Cina entrò ufficialmente a far parte della Banca Mondiale nell’ambito delle sue riforme di mercato note come “riforma e apertura”. Parte del gioco sporco che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale amano mettere in atto consiste nell’imporre condizioni ai paesi che hanno un disperato bisogno di un prestito. La Cina non fece eccezione. Il paese aveva un disperato bisogno di fondi per favorire lo sviluppo essenziale e la Banca Mondiale aveva accesso a tali fondi, ma c’era un prezzo da pagare. La Cina dovrebbe seguire i consigli della Banca Mondiale in materia di riforme economiche, che costituivano una promozione diretta della terapia d’urto.

In contrasto con questo consiglio della Banca Mondiale c’era Chen Yun.

Chen Yun, che viene tacciato di essere contrario alle riforme da alcuni radicali sostenitori delle riforme, riteneva che il mercato e l’economia pianificata non fossero incompatibili e che l’orientamento impartito dalla pianificazione statale avrebbe impedito al mercato di diventare instabile. Come illustrato nel prologo a questa serie, non si tratta di una nuova forma di regolamentazione introdotta dal Partito Comunista Cinese, bensì della continuazione di una politica economica che risale all’antica Cina, prima della dinastia Qin (fondata nel 221 a.C.), nota come Guanzi dottrine economiche.

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

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23 aria

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Chen Yun era quindi favorevole alle riforme, così come lo erano tutti i principali economisti cinesi dell’epoca; la questione riguardava la velocità delle riforme e se, e in che misura, lo Stato dovesse svolgere un ruolo. I riformisti più radicali spingevano per una riforma rapida con un approccio quasi “tutto o niente”, affinché lo Stato fosse escluso da qualsiasi ruolo e si lasciasse che il mercato dettasse pienamente le regole, lasciando che le cose andassero come dovevano andare.

In Cina, personaggi come Chen Yun sono stati ripetutamente e ingiustamente dipinti come oppositori delle riforme semplicemente perché continuavano a sostenere il ruolo dello Stato nel guidarle. Non si è mai trattato di un contrapposto tra mercati e regolamentazione statale, come spesso viene erroneamente interpretato nelle narrazioni economiche moderne. Come già accennato, gli antichi insegnamenti economici cinesi noti come Guanzi, aveva sempre sostenuto che la regolamentazione statale e i mercati non dovessero essere considerati come entità separate e contrapposte, ma che potessero invece coesistere armoniosamente. Il dibattito tra l’una e l’altra opzione è sempre stato un falso dilemma, utilizzato per diffamare i riformatori come Chen Yun, che non si sono mai opposti alle riforme a favore del mercato.

Chen Yun riteneva che fosse responsabilità dello Stato garantire il benessere del popolo, una visione che risale anch’essa al Guanzie già in precedenza, pertanto era responsabilità dello Stato garantire che i beni di prima necessità fossero accessibili e a prezzi abbordabili per la popolazione. I mercati possono svolgere un ruolo, ma se i beni di prima necessità diventano troppo costosi o inaccessibili per la popolazione, spetta allo Stato intervenire di conseguenza. Anche in questo caso, si tratta di una pratica secolare in Cina.

Pertanto, ciò che Chen Yun sosteneva, in termini di riforma economica graduale per la Cina, era che ai mercati sarebbe stata concessa la massima libertà per quanto riguarda i beni non essenziali, quelli che vengono considerati beni “leggeri” nel Guanziinsegnamenti. La riforma inizierebbe quindi dai beni non essenziali, con l’intenzione di passare gradualmente a quelli più essenziali man mano che l’economia cinese «cerca a tentoni le pietre per attraversare il fiume»[9].” Tuttavia, i beni di prima necessità, considerati prodotti “pesanti”, dovevano rimanere soggetti a un certo grado di regolamentazione statale per consentire allo Stato di intervenire qualora tali beni fossero diventati troppo costosi o inaccessibili a causa della volatilità del mercato. Man mano che la Cina consolida la propria posizione sui mercati, secondo i sostenitori delle riforme graduali, ciò creerebbe un contesto più stabile per avviare la transizione dei beni di prima necessità.

In altre parole, l’idea sostenuta dai riformatori graduali come Chen Yun era che, man mano che la Cina si fosse aperta gradualmente ai mercati globali, a partire da una maggiore liberalizzazione dei prezzi dei beni non essenziali, il Paese sarebbe stato in grado di compiere una transizione senza intoppi, senza creare troppa instabilità per la popolazione. So che potrei sembrare troppo ripetitivo su questo punto, ma purtroppo la falsa narrativa è stata inculcata con tanta forza che non potrò mai sottolinearlo abbastanza, Questo approccio alla riforma del mercato non è una creazione comunista, ma era in realtà uno dei principi fondamentali della Cina che risale al 221 a.C. e anche a epoche precedenti, ovvero il ruolo dello Stato rispetto al mercato.

È proprio questa pratica che ha permesso alla Cina di diventare per secoli leader mondiale in termini di PIL e di creare stabilità economica. Non si tratta, come spesso viene descritta, di una sorta di oscura cospirazione volta a impedire che l’economia cinese venga cosiddetta “liberata” attraverso la terapia d’urto, la quale, come suggerisce il nome stesso, ammette di fatto che il dolore e l’instabilità siano inevitabili prima che si realizzi la sua promessa “utopia”. Tuttavia, come vedremo in questa serie, non esistono casi di terapia d’urto che possano effettivamente vantare il successo nel raggiungimento di tale utopia. C’è, tuttavia, una cosa su cui la terapia d’urto può fornire una garanzia assoluta, con un tasso di successo del 100%, ed è il risultato di una massiccia instabilità economica che, in ogni caso, è stata seguita da una massiccia instabilità politica.

Si potrebbe dire che questa sia la vera finalità della terapia d’urto: un’instabilità politica che apra le porte a un cambio di regime guidato da potenze straniere e dalle grandi somiglianze con il corporativismo di Mussolini.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

·

4 novembre 2024

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Il corporativismo di Mussolini era nato dal nazionalsocialismo di Sorel. In effetti, anche il neoconservatorismo negli Stati Uniti trova le sue origini in questo, come ho illustrato nel saggio sopra citato. È per questo motivo che all’interno della classe finanziaria americana c’era un forte sostegno al fascismo italiano. È importante qui ricordare di non lasciarsi coinvolgere troppo dagli «ismi», ma piuttosto di prestare maggiore attenzione agli aspetti specifici della politica economica, poiché, come possiamo vedere proprio in questo breve paragrafo, i termini «corporativismo», «neoconservatorismo» e «nazionalsocialismo» sono accostati in modo confuso al «fascismo». Invito i lettori a leggere l’articolo sopra citato, che costituisce il capitolo 13 del mio libro «L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai” per una spiegazione dettagliata di questa storia.

[My Book is Out] The Empire on which the Black Sun Never Set: The Birth of International Fascism and Anglo-American Foreign Policy

[Il mio libro è uscito] L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai: La nascita del fascismo internazionale e la politica estera anglo-americana

Cynthia Chung

·

12 novembre 2022

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Ne parlo qui proprio per mettere in evidenza che vi sia una grande somiglianza tra ciò che Milton Friedman e la Banca Mondiale proponevano nella loro “terapia d’urto” per la Cina e il corporativismo di Mussolini e non credo che si sia trattato di una coincidenza. Fornirò ulteriori chiarimenti sulle somiglianze quando tratterò del Cile di Pinochet e della dittatura militare brasiliana più avanti in questa serie. Questi casi di studio sono stati infatti utilizzati come modelli di riferimento dai riformatori cinesi favorevoli alla “terapia d’urto”, che per coincidenza collaboravano strettamente anche con George Soros. Tra i membri di questo gruppo attorno a Soros figuravano anche i principali istigatori della tragedia di piazza Tienanmen, ai quali fu garantito un passaggio sicuro fuori dalla Cina sotto la protezione della CIA tramite l’Operazione Yellowbird.

È inoltre interessante notare che i consulenti che la Banca Mondiale coinvolse nelle discussioni con i cinesi sulle riforme economiche negli anni ’80 erano tutti esponenti dell’Europa dell’Est che, pur avendosi un tempo definiti socialisti, avevano poi rinunciato al socialismo in favore della “terapia d’urto” di Milton Friedman.

Ancora una volta, a contrapporsi a questa linea della Banca Mondiale a favore della terapia d’urto c’era Chen Yun.

Chen Yun aveva dichiarato al Consiglio di amministrazione del Partito Comunista Cinese, già il 7 aprile 1950:

«L’aumento dei prezzi non è positivo, ma nemmeno il calo dei prezzi lo è, per la produzione». È meglio cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume con maggiore sicurezza.”

In altre parole, Chen Yun era favorevole a una riforma graduale, in cui fosse possibile vedere chiaramente i risultati di determinate misure di riforma e agire di conseguenza: decidere se adottare definitivamente tali riforme, modificarle o scartarle. La situazione della Cina era unica nel suo genere e non si trattava semplicemente di “copiare” ciò che altri paesi avevano fatto o stavano facendo in quel momento.

Il 6 dicembre 1980, Chen Yun dichiarò alla Conferenza centrale sul lavoro:

«Dobbiamo attuare delle riforme, ma i nostri passi devono essere costanti. Poiché le questioni oggetto della nostra riforma sono complesse, non possiamo permetterci di essere eccessivamente impazienti. È vero che la riforma deve basarsi su una teoria adeguata, su statistiche economiche e su previsioni, ma è ancora più importante iniziare con sperimentazioni in ambiti selezionati e trarre insegnamenti dall’esperienza al momento opportuno: è come cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume. All’inizio, i passi devono essere piccoli e bisogna procedere lentamente».

Questo approccio di Chen Yun era rimasto dominante per tutti i primi anni ’80, periodo in cui la Cina avrebbe avviato un processo di liberalizzazione graduale piuttosto che radicale, partendo dai margini del sistema economico.

Tuttavia, proprio in quel periodo, istituzioni come la Banca Mondiale offrivano sempre più spesso i propri consigli “amichevoli” in cambio dell’approvazione di prestiti alla Cina, e tali consigli stavano riscuotendo un successo crescente.

Nel tentativo della Cina di risolvere il problema dei prezzi, la Banca Mondiale ha organizzato una serie di incontri tra intellettuali cinesi di lunga data ed economisti emigrati dall’Europa dell’Est.«Questo dialogo tra gli economisti cinesi favorevoli alle riforme e i loro omologhi ha dato origine a uno dei principali approcci contrapposti alla riforma di mercato in Cina:» la cosiddetta riforma “a pacchetto”, il cui fulcro era costituito da una radicale riforma dei prezzi, primo passo della terapia d’urto.’[10]

Questo pacchetto di riforme prevedeva, nella sua strategia di contrasto alla crisi, quattro misure principali: (1) la liberalizzazione di tutti i prezzi in un’unica mossa radicale (il cosiddetto “big bang”); (2) la privatizzazione; (3) la liberalizzazione del commercio; e (4) la stabilizzazione, sotto forma di politiche monetarie e fiscali restrittive (ovvero una rigorosa austerità).

«Le quattro misure della terapia d’urto, attuate contemporaneamente, dovrebbero, in teoria, costituire un pacchetto completo». Un’analisi più approfondita rivela che la parte di questo pacchetto che può essere attuata in un colpo solo si riduce a una combinazione degli elementi (1) e (4): la liberalizzazione dei prezzi, accompagnata da rigide misure di austerità.’[11]

Il rapporto congiunto su L’economia dell’URSS(1990)[12]da parte del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, è stato sollecitato,

“Nulla sarà più importante, ai fini del successo della transizione verso un’economia di mercato, della liberalizzazione dei prezziper orientare l’allocazione delle risorse. Una liberalizzazione dei prezzi tempestiva e completa è essenziale per porre fine sia alle carenze che agli squilibri macroeconomici che affliggono sempre più l’economia.”

Isabella Weber[13][si veda la nota 13 per la mia precisazione su Weber] scrive in “Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto”:

Il “salto una tantum dei prezzi” che ci si aspettava derivasse dalla liberalizzazione dei prezzi all’ingrosso era visto con favore poiché avrebbe “assorbito la liquidità in eccesso” e, in tal modo, rafforzato le misure di austerità [come indicato nel rapporto del FMI *The Economy of the USSR* (1990)]. In altre parole, un aumento del livello generale dei prezzi comporterebbe una svalutazione dei risparmi e quindi una riduzione dell’eccesso cronico di domanda aggregata che caratterizza le economie socialiste.

Il costo derivante dalla privazione dei cittadini della modesta ricchezza che avevano accumulato sotto il socialismo di Stato era considerato un male necessario. Di fatto, ciò equivaleva a una ridistribuzione regressiva a vantaggio delle élite che possedevano beni non monetari. L’imposizione improvvisa dei rapporti di mercato alla società comportava inevitabilmente una maggiore disuguaglianza.

…La natura e le strutture delle istituzioni dominanti che avrebbero costituito la nuova economia di mercato non hanno ricevuto molta attenzione da parte dei sostenitori delle terapie d’urto. Il pacchetto raccomandato da [David] Lipton, [Jeffrey] Sachs e molti altri, compresi gli economisti che all’epoca operavano nel mondo socialista, non ha “creato” un’economia di mercato, come suggerisce il titolo del loro influente studio sulla Polonia (1990).

Si sperava invece che la distruzione dell’economia pianificata avrebbe automaticamente dato origine a un’economia di mercato. È una ricetta per la distruzione, non per la costruzione. Una volta che l’economia pianificata fosse stata “uccisa con uno shock”, ci si aspettava che la “mano invisibile” entrasse in azione e, in modo quasi miracoloso, consentisse l’emergere di un’economia di mercato efficiente.

La distruzione prevista dalla terapia d’urto non si limita al sistema economico. È necessario soddisfare un’ulteriore condizione: un “cambiamento rivoluzionario delle istituzioni”(Kornai, 1990). Oppure, come affermano Lipton e Sachs (1990), «il crollo del regime comunista monopartitico è stato la condizione sine qua non [cioè senza la quale non c’è nulla] per un’efficace transizione verso l’economia di mercato». Infatti, fu necessario il crollo dello Stato sovietico e del regime comunista monopartitico nel dicembre 1991 prima che potesse essere attuata una riforma radicale; il presidente russo Boris Eltsin eliminò quasi tutti i controlli sui prezzi il 2 gennaio 1992. Sotto il segretario generale Mikhail Gorbachev, una riforma radicale dei prezzi era stata ripetutamente all’ordine del giorno dal 1987, ma non era mai stata attuata, poiché i cittadini russi protestavano in massa e gli studiosi mettevano in guardia dal rischio di disordini sociali.

Con la promessa di benefici a lungo termine, il “Big Bang” ha comportato sacrifici a breve termine che hanno immediatamente inciso sugli interessi dei lavoratori, delle imprese e dei dipartimenti governativi. Una liberalizzazione radicale dei prezzi è diventata politicamente fattibile solo dopo lo scioglimento dello Stato sovietico. «Il crollo del regime comunista monopartitico si è rivelato, di fatto, “la condizione imprescindibile” per un big bang, ma il “Big Bang” non è riuscito a realizzare “una transizione efficace verso l’economia di mercato”. Anziché il previsto aumento una tantum del livello dei prezzi, la Russia è entrata in un periodo prolungato di inflazione molto elevata, accompagnato da un calo della produzione seguito da bassi tassi di crescita.[14]

URSS e Russia (dal 1990). Indice dei prezzi al consumo e PIL reale, 1980-2016. Fonti: CPI URSS, 1971-1990 (FMI et al., 1991, 100); IPC Russia, 1991 (Filatochev et al., 1992, 746), 1992 (Sachs, 1994b, 70), 1993-2016 (FMI, 2017); PIL (Alvaredo et al., 2017). Fonte: Isabella Weber, «How China Escaped Shock Therapy» (2021).

Isabella Weber prosegue:

«Quasi tutti i paesi post-socialisti che hanno applicato una qualche forma di terapia d’urto hanno attraversato una recessione profonda e prolungata. Al di là della devastazione documentata dagli indicatori economici, la maggior parte degli indicatori del benessere umano, quali l’accesso all’istruzione, l’assenza di povertà e la salute pubblica, ha subito un crollo.

La Cina ha adottato un approccio sperimentale che ha sfruttato le realtà istituzionali esistenti per costruire un nuovo sistema economico. Lo Stato ha gradualmente ricreato i mercati ai margini del vecchio sistema… Le riforme cinesi sono state graduali – non solo in termini di ritmo, ma anche nel passaggio dai margini del vecchio sistema industriale verso il suo nucleo centrale. Innescando una dinamica di crescita e reindustrializzazione, la graduale liberalizzazione del mercato ha finito per trasformare l’intera economia politica, mentre lo Stato manteneva il controllo sui settori chiave.[15]

IPC e PIL reale della Cina, 1980-2016. Fonti: IPC (FMI; 2017); PIL (Alvaredo et al., 2017). Fonte: Isabella Weber, “How China Escaped Shock Therapy” (2021).

La trasformazione del sistema economico è stata guidata in ogni sua fase dallo Stato. Al contrario, la liberalizzazione dei prezzi “big bang” attuata nell’ambito della terapia d’urto ha provocato una disorganizzazione dei collegamenti produttivi esistenti senza sostituirli con rapporti di mercato. ‘In questo vuoto, né le vecchie strutture di comando né il mercato funzionavano in modo efficace.Per la Cina, la questione fondamentale degli anni ’80 non era se attuare o meno le riforme – come sottolinea la contrapposizione binaria, spesso invocata, tra conservatori e riformisti. La questione era come attuare la riforma: distruggendo il vecchio sistema o facendo nascere il nuovo sistema da quello vecchio.’[16]

Quando, tra ottobre e novembre 1980, giunse la prima missione della Banca Mondiale per verificare se la Cina fosse idonea a ricevere prestiti dall’Associazione Internazionale per lo Sviluppo, i funzionari cinesi a livello centrale e provinciale esposero ai rappresentanti della Banca Mondiale il loro punto di vista in merito alla pratica della regolamentazione e della riforma dei prezzi.

La Banca Mondiale riteneva che la Cina potesse in qualche modo trarre insegnamento dai principali riformatori socialisti dell’Europa orientale, i quali avevano tutti alle spalle una storia terribile costellata solo di fallimenti e non ritenevano più che il socialismo, in qualsiasi forma, fosse fattibile; e, per di più, ora tutti sembrano aver abbracciato la dottrina economica della “terapia d’urto”. Tra i primi visitatori più influenti figuravano gli ex riformatori socialisti disillusi Wlodzimierz Brus e Ota Šik, nonché il neoliberista di fama mondiale Milton Griedman.

Il primo economista dell’Europa dell’Est ad aver lasciato un segno profondo sugli economisti cinesi fautori delle riforme fu Wlodzimierz Brus. Nel 1972, Brus entrò a far parte dell’Università di Oxford, che gli offrì rifugio, ma rimase comunque un luogo di esilio. «A Oxford, Brus aveva due dottorandi; uno era Anders Aslund, un convinto sostenitore delle politiche del “big bang”.» Insieme a David Lipton e Jeffrey Sachs, Aslund sarebbe diventato consulente del governo russo nel periodo cruciale del 1991-1994. L’altro studente era Cyril Lin, fratello del primo capo missione della Banca Mondiale [in Cina] Edwin Lim.’[17] [18]

Su raccomandazione della Banca Mondiale, Brus è stato invitato a tenere delle conferenze in Cina, dove ha accennato a molti degli elementi chiave di quella che in seguito sarebbe stata definita “terapia d’urto”.[19]

Brus ha detto al suo pubblico cinese che, invece di armeggiare con misure isolate, ha affermato, i cinesi dovrebbero rendersi conto che la riforma economica comporta il passaggio dal vecchio al nuovo sistema. Pertanto, la riforma avrebbe dovuto essere attuata in un unico pacchetto; secondo Brus, un approccio frammentario era impossibile.[20]

Inoltre, secondo Brus, gli economisti dell’Europa orientale avevano raggiunto un accordo secondo cui Solo un cambiamento del sistema politico potrebbe garantire che la riforma non venga vanificata, impedendo così un ritorno al vecchio sistema. Pertanto, il cambiamento politico doveva far parte del pacchetto. Questo aspetto è stato volutamente lasciato vago e poco precisato durante i loro incontri con le delegazioni cinesi.

Wu Jinglian, che lavorava presso l’Istituto cinese di ricerca economica, rimase profondamente colpito dalla visita di Milton Friedman in Cina tra settembre e ottobre 1980. Friedman fu tra i primi economisti a recarsi in Cina dopo l’avvio della politica di apertura. Wu avrebbe poi scritto che Friedman aveva influenzato il suo modo di pensare in materia di prezzi.[21]A metà degli anni ’80, Wu sarebbe diventato uno dei principali sostenitori di una liberalizzazione radicale dei prezzi in Cina.

Ota Šik fu un altro influente economista che visitò la Cina per la prima volta nel 1981. In qualità di artefice delle riforme economiche della Primavera di Praga, Šik sperava che la Cina potesse trarre ispirazione dal suo modello di socialismo di mercato in Cecoslovacchia. La sua riforma prevedeva una radicale liberalizzazione dei prezzi e l’abolizione della pianificazione statale. Quando, nell’agosto del 1968, le truppe del Patto di Varsavia invasero Praga, ponendo bruscamente fine ai piani di riforma, Šik si trovava per caso in vacanza in Jugoslavia. Temendo persecuzioni politiche, Šik non tornò mai più in Cecoslovacchia. Trovò rifugio in esilio in Svizzera, dove divenne professore di economia all’Università di San Gallo.[22]

Šik ha indicato come obiettivo la completa liberalizzazione dei prezzi in Cina. La pianificazione, in quanto sistema di base, deve essere sostituita dal mercato. A Wu Jinglian fu affidato il compito di organizzare la visita di Šik del 1981. Durante le sue conferenze presso l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS), Šik disse al suo pubblico: «Ritengo che il vecchio sistema di pianificazione sia incompatibile con il sistema di mercato; pertanto è impossibile mantenere la pianificazione direttiva adottando al contempo la regolazione di mercato». Ciò significava che la riforma doveva comportare l’abolizione della pianificazione obbligatoria, lo smantellamento dei monopoli e la liberalizzazione dei prezzi.[23]«Per Šik, non potrebbe esserci socialismo senza il libero mercato.»[24]

Wu Jinglian ha ricordato[25]fu proprio Zhao Ziyang a proporre che Šik diventasse il primo consulente straniero dell’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS) e fosse invitato in Cina ogni anno. Zhao voleva inoltre organizzare un incontro con i principali dirigenti incaricati della riforma economica. L’incontro ebbe luogo l’ultimo giorno della visita di Šik.[26]Zhao Ziyang è stato primo ministro della Cina dal 1980 al 1987 e segretario generale dal 1987 al 1989. Inoltre, come vedremo, è stato al centro della tragedia di piazza Tienanmen del 1989.

Le conferenze di Šik ebbero una grande influenza sui riformatori cinesi, che iniziarono a seguire con maggiore attenzione i suoi consigli su come la Cina dovesse attuare le riforme. Sebbene tali discussioni fossero ancora a livello di ricerca e non di politica, le cose stavano procedendo molto rapidamente.

Tuttavia, non ci volle molto perché Šik compromettesse questo rapporto con la Cina in materia di riforme economiche. Circa un anno dopo, in Cina era emerso che Šik aveva rilasciato un’intervista al settimanale della Germania Ovest Settimana economicaappena poche settimane prima della sua prima visita in Cina. In questa intervista Šik espresse la sua opinione secondo cui la riforma economica non avrebbe potuto avvenire senza un sistema politico completamente nuovo. La “terapia d’urto” non solo prevedeva che l’economia fosse determinata dai mercati senza l’intervento dello Stato, ma richiedeva anche la creazione di uno Stato completamente nuovo che la accompagnasse – anche se sui dettagli concreti del tipo di Stato che immaginavano per questa nuova utopia si mostrarono piuttosto reticenti.

Šik ha dichiarato in questa intervista: «[I politici al potere] che capiscono ben poco o nulla di economia e che vivono ancora la vecchia visione della dittatura del proletariato, temono fortemente che ogni liberalizzazione e ogni cambiamento del sistema economico verso l’autonomia delle imprese e l’orientamento al mercato minino la loro posizione. Affinché le riforme funzionino davvero, occorre porre fine al diktat del partito sull’economia».[27]

È interessante notare che terapeuti dello shock come Šik, e Brus in modo più indiretto, chiedessero di porre fine al “diktat del partito” sull’economia. Viene da chiedersi se considerassero la dittatura militare di Pinochet in Cile sotto la stessa luce. A prima vista sembra ironico che i sostenitori della terapia d’urto fossero così irremovibili, anzi aggressivi, nell’affermare che il «diktat» dello Stato dovesse essere eliminato per «liberare» l’economia; tuttavia, nella maggior parte dei casi (se non in tutti) in cui è stata adottata la terapia d’urto, è stata necessaria una dittatura militare per imporre le sue politiche contro le proteste della popolazione.

Ma l’apparente ironia di tutto ciò svanisce presto, quando ci rendiamo conto che quello era l’obiettivo finale fin dall’inizio: instaurare una dittatura militare.

Šik non fu mai più invitato in Cina, ma la sua influenza, compresa la sua proposta di riforma dei prezzi, rimase un punto di riferimento importante per gli economisti cinesi favorevoli alla riforma “a pacchetto” (terapia d’urto), come Wu Jinglian.

Secondo Wu Jinglian, la riforma avrebbe potuto avere successo solo se il potere fosse stato decentralizzato. Colpiti da Brus e Šik, Liu Guoguang (che era stato il primo a invitarli in Cina) e Wu Jinglian contattarono Edwin Lim, capo della missione della Banca Mondiale in Cina, e proposero di organizzare una conferenza per approfondire le conoscenze degli economisti dell’Europa dell’Est.

Una delegazione composta principalmente da economisti esiliati dall’Europa dell’Est e da funzionari della Banca Mondiale si è incontrata con gli economisti cinesi incaricati della riforma dei prezzi. Lim aveva assunto Brus come consulente poco dopo l’inizio della missione della Banca Mondiale in Cina nel 1980 e gli aveva affidato il compito di costituire una delegazione composta prevalentemente da riformatori esiliati dall’Europa dell’Est.[28]

Tra questi figurava Jiri Kosta, un amico d’infanzia di Sik che aveva lavorato alle sue dipendenze sulle riforme economiche presso l’Istituto di Ricerca Economica Cecoslovacco e che viveva in esilio come professore a Francoforte, in Germania. Un importante elemento in comune tra tutti gli esperti invitati, tranne uno, era che avevano perso fiducia nel socialismo. Si trattava di una delegazione di esperti stranieri, invitati per contribuire alla riforma del socialismo, i quali, nella maggior parte dei casi, ritenevano non solo che il socialismo fosse irriformabile, ma anche che la terapia d’urto fosse l’unica vera via per la riforma economica.[29]

Gli esperti dell’Est, prima di recarsi in Cina, raccomandavano vivamente un “approccio globale” che prevedesse la riforma simultanea di tutti i settori, il più rapidamente possibile. In pratica, sostenevano quel tipo di politiche radicali che in seguito si rivelarono disastrose in Russia e nell’Europa dell’Est.

Weber scrive:

Juliusz Struminski, ex presidente della Commissione polacca per i prezzi (1953-1968), che viveva in esilio nella Germania occidentale e lavorava come giornalista, era un altro membro di spicco tra gli esperti dell’Europa dell’Est.

…Struminski non ha spiegato in che modo la riforma generale dei prezzi da lui proposta avrebbe potuto evitare un grave sconvolgimento politico. Considerata la sua confessione secondo cui non riteneva che il socialismo fosse riformabile, viene da chiedersi se Struminski potesse aver visto nelle proteste su larga scala causate da variazioni di prezzo così radicali un modo per superare politicamente il sistema socialista. D’altronde, gli europei dell’Est hanno ripetutamente sottolineato le condizioni politiche necessarie per le riforme.[30]

Durante queste prime fasi di apertura, i cinesi erano ancora prevalentemente favorevoli a una graduale liberalizzazione del mercato. Gli economisti come Wu Jinglian, sostenitori della “terapia d’urto”, rappresentavano all’epoca una minoranza. Pertanto, la Banca Mondiale e i suoi partner avanzavano proposte di riforma più radicali di quanto la delegazione cinese si aspettasse e che dovevano apparire piuttosto irragionevoli, dato che questi riformatori dell’Europa dell’Est chiedevano una revisione completa dell’intero sistema economico e politico cinese in un colpo solo. La vera domanda a cui la maggioranza dei riformatori cinesi cercava di rispondere in quelle riunioni era di quanto dovessero modificare i prezzi specifici e quali sarebbero stati gli effetti sul livello generale dei prezzi – non se abolire o meno l’intero sistema di regolamentazione dei prezzi.

Weber scrive:

Quando la discussione si è spostata sul tema dell’inflazione, Brus ha cercato ancora una volta di rendere convincenti le ragioni a favore di riforme radicali, ricorrendo ad argomenti simili a quelli avanzati da Friedman sull’inflazione repressa durante la sua visita e attingendo all’opera di Kornai *Economics of Shortage* (1980). Agli occhi di Brus, nei paesi socialisti ci sarebbe sempre stata un’inflazione repressa… Se si lasciasse che fosse il mercato a determinare i prezzi, l’inflazione repressa si manifesterebbe immediatamente. Per Brus, così come per Friedman, l’inflazione era un male necessario per raggiungere l’equilibrio.[31]

Tuttavia, l’equilibrio di per sé non è un parametro di valutazione. Si può avere un equilibrio nella povertà così come si può avere un equilibrio nella ricchezza; il semplice desiderio di raggiungere un equilibrio non è un indicatore del fatto che un sistema sia effettivamente prospero.

János Kornai era un altro eminente riformatore dell’Europa dell’Est, sostenitore di un approccio globale, che fu chiamato a fornire consulenza ai cinesi in materia di riforme. Wu Jinglian incontrò Kornai per la prima volta nel 1981 in occasione di un convegno organizzato dall’International Economic Association ad Atene, al quale partecipavano personalità di spicco quali il matematico sovietico Leonid Kantorovich e l’economista di Oxford Sir John Hicks – entrambi vincitori del Premio Nobel negli anni ’70 – nonché Herbert Giersch, che di lì a poco sarebbe diventato presidente della neoliberista Mount Pelerin Society.

In occasione di quella conferenza, Wu incontrò per la prima volta János Kornai. «Kornai influenzò profondamente il pensiero di Wu sulle riforme, e Wu divenne il più grande sostenitore di Kornai in Cina, promuovendone la traduzione delle opere. Entrambi erano stati in precedenza paladini delle rispettive ortodossie in Ungheria e in Cina e stavano ora diventando riformatori radicali orientati al mercato, con Wu che seguiva le orme di Kornai. Questo avvenne prima che Kornai diventasse membro della facoltà di economia dell’Università di Harvard, ma al momento del loro incontro ad Atene, Kornai aveva già acquisito fama in Occidente».[32]

Nel suo libro “Economics of Shortages” (1980), Kornai attribuiva la causa delle carenze alla natura stessa del sistema dell’economia pianificata socialista. Ne conseguiva che, secondo la logica di Kornai, l’unico modo per superare le carenze fosse quello di eliminare la pianificazione centrale.

Questo gruppo di consulenti dell’Europa dell’Est era noto per elaborare teorie così contorte e stratificate che era difficile individuare con precisione quali fossero i punti esatti da seguire. Poiché tutti questi uomini avevano in realtà un pessimo curriculum quando si trattava di applicare l’economia nella realtà e non in teoria, erano molto cauti nella scelta delle parole; e ogni volta che avanzavano un suggerimento che comportasse un certo grado di concretezza, anziché generici commenti vaghi, si assicuravano di aggiungere rapidamente qua e là una clausola di esclusione di responsabilità, in modo da non poter mai essere realmente ritenuti responsabili di alcuna politica concreta che potesse prendere forma da tali incontri.

Molti hanno criticato l’«interpretazione» data da Wu Jinglian dell’economia di Kornai; se egli abbia seguito fedelmente o meno gli insegnamenti di Kornai è oggetto di dibattito; tuttavia, l’opinione comune era che il piano concreto di Wu Jinglian per la riforma dei prezzi equivalesse a una ricetta per il disastro e comportasse il rischio di iperinflazione.

Infatti, come vedremo, l’unico elemento di coerenza in tutte queste diverse teorie che verranno discusse in questo articolo — avanzate sia dai riformatori favorevoli al “pacchetto” sia dal think tank di Zhao Ziyang, l’Istituto per la Riforma del Sistema — è proprio il fatto che l’iperinflazione fosse considerata un dato di fatto.

I sostenitori della terapia d’urto dell’Europa dell’Est esortarono i riformatori cinesi ad abolire il loro vecchio sistema dei prezzi a più livelli, che dal 1949 aveva garantito la stabilità dei prezzi e si era dimostrato incredibilmente affidabile nel contrastare l’inflazione e gli attacchi speculativi.[33]Il sistema di prezzi a più livelli era infatti una continuazione di l’antico Guanzi principi di economia.

Ho intenzione di fornire una panoramica più approfondita su questo argomento in futuro, ma per ora l’idea fondamentale alla base del sistema dei prezzi a più livelli della Cina era una struttura dei prezzi più differenziata o graduata, che spesso andava oltre una semplice divisione binaria (piano vs. mercato) per arrivare a tre o più livelli di prezzo distinti in base al volume, alla qualità o alla destinazione. In agricoltura (come nel sistema di responsabilità familiare), ciò comprendeva il prezzo più basso per le consegne di quota base allo Stato, una tariffa negoziata più elevata per le vendite in eccesso rispetto alla quota allo Stato e un prezzo di libero mercato per i raccolti venduti in modo indipendente alle fiere rurali. Nell’industria, poteva comprendere prezzi pianificati, prezzi variabili, prezzi negoziati e prezzi di libero mercato.

I cinesi desideravano mantenere il sistema dei prezzi a più livelli nell’ambito della loro riforma graduale di “apertura” verso i mercati. Ciò che i cinesi intendevano per “graduale” – ovvero una liberalizzazione dei prezzi a partire dai settori marginali dell’economia – significava che avrebbero consentito una certa liberalizzazione dei prezzi per i beni classificati come “leggeri”, in altre parole beni non essenziali. Prodotti come il cotone, l’acciaio, il ferro, i prodotti agricoli e le scorte alimentari erano considerati «pesanti», essenziali per i bisogni primari della popolazione e dell’industria,e quindi al centro della stabilità economica. Si riteneva che questi beni “pesanti” dovessero continuare a essere soggetti alla regolamentazione statale attraverso il loro sistema di prezzi a più livelli. I cinesi desideravano attuare delle riforme, ma non a scapito della stabilità delle condizioni di vita della popolazione.

Sebbene questi riformatori dell’Europa dell’Est dovessero ammettere di non avere alcun risultato di rilievo da vantare in materia di riforme radicali dei prezzi, affermarono comunque alla delegazione cinese che era proprio il loro sistema dei prezzi a più livelli a impedire alla Cina di attuare una “corretta” riforma. Secondo questi “esperti”, se la Cina voleva crescere e “aprirsi”, la pratica economica più critica che le ostacolava il cammino era proprio l’uso del sistema dei prezzi a più livelli. Proprio quel sistema dei prezzi che aveva di fatto corretto l’inflazione che stava causando il caos a causa della leadership corrotta di Chiang Kai-shek, un sistema dei prezzi che vantava un record di stabilizzazione dei prezzi lungo oltre tre decenni. Ironia della sorte, il sistema di prezzi a più livelli era l’unico sistema di prezzi che potesse effettivamente vantare ottimi risultati tra quelli proposti in occasione di tali riunioni della Banca Mondiale.

Poiché non avevano un’eredità economica degna di nota, ma piuttosto il contrario, ovvero esiti economici e politici disastrosi che avevano aperto la strada a repressioni militari e instabilità sociale, questi consulenti dell’Europa dell’Est non si sentivano “a proprio agio” nel sostenere una replica esatta di ciò che avevano fatto; tuttavia, con il loro atteggiamento evasivo, i membri continuarono a sostenere un pacchetto di riforme, una soluzione “tutto in uno”. I dettagli, tuttavia, erano sempre poco chiari, e le regole su come il sistema avrebbe dovuto funzionare in teoria cambiavano continuamente. L’unica cosa davvero chiara in tutto ciò che dicevano questi economisti era l’obiettivo: la liberalizzazione dei mercati.

A quanto mi risulta, proprio questo obiettivo in sé – la liberalizzazione dei mercati – ha fatto sì che qualsiasi misura radicale (ovvero una riforma rapida) che si potesse adottare per raggiungerlo era quello di provocare il caos economico e politico.

Chen Yun guidò la riforma economica cinese dal 1978 fino ai primi anni ’80. Nel 1984, l’offerta di cereali era aumentata a tal punto che, per la prima volta, il prezzo pianificato e il prezzo di acquisto statale oltre la quota erano superiori al prezzo di mercato.[34]

In altre parole, nel giro di pochi anni, Chen Yun era riuscito a risolvere in modo eclatante il problema della carenza alimentare in Cina, creando per la prima volta da molti decenni una situazione di abbondanza.

Nonostante i risultati economici ottenuti da Chen Yun per la Cina in quegli anni cruciali, il sostegno alla ricetta della “modernizzazione” proposta dalla Banca Mondiale stava guadagnando popolarità tra alcuni intellettuali cinesi, che senza dubbio ritenevano di poter trarne notevoli vantaggi economici. Tuttavia, Chen Yun, che figurava tra gli “Otto Anziani” cinesi del periodo post-Mao, era un uomo per il quale il popolo cinese nutriva ancora, a ragione, un enorme rispetto, e Chen Yun non intendeva seguire i “consigli” della Banca Mondiale.

Il 20 ottobre 1984, il Comitato Centrale cinese definì prioritaria la sfida di individuare un sistema razionale di determinazione dei prezzi (con l’obiettivo di una riforma orientata all’economia di mercato):

«Man mano che il potere decisionale delle imprese cresce, la determinazione dei prezzi assumerà un’importanza sempre maggiore nel regolare la loro produzione e il loro funzionamento. È quindi tanto più urgente istituire un sistema razionale di determinazione dei prezzi…La fissazione dei prezzi è uno degli strumenti più efficaci di regolamentazione, e prezzi ragionevoli costituiscono una condizione importante per garantire un’economia dinamica ma non caotica. Pertanto, la riforma del sistema dei prezzi è la chiave per riformare l’intera struttura economica.”[35]

Poiché i sostenitori della “terapia d’urto” in Cina non potevano criticare direttamente Chen Yun, che stava ottenendo grandi successi per la Cina con il suo approccio alla riforma economica, iniziarono invece a travisare le sue parole nel tentativo di far sembrare che la loro versione di riforma graduale fosse in linea con il concetto di Chen Yun di “tastare il terreno per attraversare il fiume con maggiore sicurezza”.

Il “cavallo di Troia” assumerebbe la forma del “sistema di prezzi a doppio binario” proposto.

Al fine di placare l’opposizione alle critiche mosse dai riformatori favorevoli al pacchetto di riforme riguardo al sistema dei prezzi a più livelli della Cina, è stato proposto un “sistema dei prezzi a doppio binario” come forma di riforma “graduale” che, agli occhi di chi non ne sapeva di più, appariva coerente con la posizione di Chen Yun, secondo cui il nuovo sistema doveva svilupparsi a partire da quello vecchio.

È stato sostenuto che il sistema dei prezzi a doppio binario avrebbe fatto da ponte, facilitando la transizione dal sistema cinese dei prezzi a più livelli verso una completa liberalizzazione dei prezzi.

Tuttavia, ciò non corrispondeva al vero. Con il senno di poi che la storia ci offre, il sistema dei prezzi a doppio binario si rivelò in realtà un completo fallimento e aveva generato, nel giro di pochi anni, un’iperinflazione dilagante e una corruzione che colpirono la Cina alla fine degli anni ’80. Ciò, a sua volta, creò un’instabilità economica tale da alimentare le condizioni che avrebbero portato alle proteste di piazza Tienanmen, nonché alle manifestazioni in tutta Pechino. La debacle di piazza Tienanmen sarà discussa in dettaglio nella seconda parte di questo articolo, compreso il ruolo della CIA e dell’Operazione Yellowbird.

È importante sottolineare in questa sede che le condizioni che portarono alla crisi di Piazza Tienanmen — che in realtà riguardava questioni economiche e non di “democrazia” — non sarebbero state possibili senza l’introduzione del sistema dei prezzi a due livelli. Per la prima volta in diversi decenni, la Cina stava vivendo livelli di inflazione destabilizzanti che avevano innescato un effetto domino di altre reazioni molto prevedibili, come l’accaparramento dettato dal panico dei beni di prima necessità. Come già osservato, la stabilizzazione dei prezzi è stata uno dei grandi successi del governo del Partito Comunista Cinese (PCC), grazie all’applicazione del sistema dei prezzi a più livelli, che rappresentava una continuazione dei veri principi della Cina Guanzi.

Il sistema dei prezzi a doppio binario prevedeva che un singolo prodotto avesse due livelli principali: un prezzo basso e fisso, stabilito dallo Stato, per i quantitativi prodotti nell’ambito delle quote statali obbligatorie, e un prezzo di mercato più elevato e flessibile per la produzione in eccesso rispetto al piano. L’obiettivo era quello di mantenere la stabilità macroeconomica delle imprese statali (SOE) e dell’approvvigionamento urbano, introducendo al contempo, in modo graduale, incentivi di mercato a livello marginale.

La differenza fondamentale tra i due sistemi (multilivello e a doppio binario) sta nel fatto che il sistema a doppio binario definisce in linea di massimala coesistenza di percorsi pianificati e di mercato, mentre il sistema a più livelli descrive i livelli specifici graduati(spesso da 3 a 5 livelli di prezzo) utilizzati per gestire le quote, i bonus per il superamento delle quote e gli scambi sul mercato libero nell’ambito di tale transizione.

In altre parole, a causa della “definizione generica” del funzionamento del sistema dei prezzi a doppio binario, si è creato il terreno fertile per numerose attività predatorie e corruttive nelle sue varie zone grigie, ovvero nelle aree della politica in cui la normativa era carente. Di fatto, tale sistema ha eliminato il controllo preciso garantito dal sistema dei prezzi a più livelli, lasciando i prezzi in gran parte non regolamentati.

Il sistema di prezzi a doppio binario ha causato direttamente la crisi di iperinflazione del 1988 attraverso una combinazione di manipolazione dell’offerta, un boom creditizio alimentato da un “vincolo di bilancio flessibile” e un grave stato di panico psicologico tra i consumatori, che ha provocato un fenomeno di accaparramento su vasta scala. Sebbene fosse stato concepito per facilitare una transizione graduale della Cina verso l’economia di mercato, il sistema dei prezzi a doppio binario ha sostanzialmente svincolato l’offerta di moneta del Paese dai beni reali, creando le condizioni ideali per un’impennata dei prezzi.

Oltre a ciò, in quel periodo si verificò un’ondata di corruzione su vasta scala, nota come guandao (speculazione da parte di funzionari), che si traduce letteralmente come “speculazione ufficiale” o “rivendita ufficiale”. Le differenze di prezzo all’interno dei sistemi di determinazione dei prezzi a doppio binario e a più livelli in Cina, tra la metà e la fine degli anni ’80, hanno dato origine ad alcuni dei circoli viziosi di corruzione e ricerca di rendite più diffusi nella storia economica moderna. Poiché lo Stato, nell’ambito del sistema a doppio binario, fissava artificialmente a prezzi bassi i beni “previsti dal piano”, mentre i prezzi di mercato dei beni “non previsti dal piano” salivano alle stelle, chiunque riuscisse a colmare tale divario diventava ricco dall’oggi al domani. Questo fenomeno ha portato ad abusi strutturali senza precedenti, distorsioni del mercato e disordini sociali diffusi.

Piuttosto simile agli effetti che la Perestrojka ebbe sull’Unione Sovietica ormai al collasso, dove da un giorno all’altro nacquero oligarchi milionari e la corruzione dilagò su vasta scala.

Il sistema dei prezzi a doppio binario in Cina iniziò a essere ufficialmente integrato in una più ampia politica statale a partire dal 1984. Le figure chiave che hanno portato il sistema dei prezzi a doppio binario a diventare parte della politica ufficiale furono Deng Xiaoping, leader supremo della Cina dal 1978 al 1989, e Zhao Ziyang, premier della Cina dal 1980 al 1987.

Il sistema dei prezzi a doppio binario divenne una politica nazionale in Cina nel 1985.

Mentre il caos che si sarebbe scatenato con il sistema dei prezzi a doppio binario “definito in senso lato” stava per raggiungere il punto di ebollizione, i riformisti favorevoli al pacchetto hanno scatenato un’ondata di aspre critiche contro la politica del sistema dei prezzi a doppio binario e hanno continuato a sostenere che la Cina dovesse eliminare ogni forma di regolamentazione dei prezzi e liberalizzarli immediatamente, invocando una rapida transizione verso un “mercato libero”.

Gli economisti sostenitori della terapia d’urto, come Zhou Xiaochuan — che in seguito sarebbe diventato una figura di spicco nel sistema bancario cinese e avrebbe svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrare la crisi del fintech P2P in Cina (ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie), noto come il “padre della tecnocrazia” cinese —, insistevano, insieme agli economisti neoclassici come Brus, che Stabilire i prezzi giusti era fondamentale per raggiungere l’equilibrio. Equilibrio in ciò che, dal punto di vista qualitativo, non è mai definito, ovviamente. Ciò non impedì però al giovane Zhou Xiaochuan, insieme al suo collega Lou Jiwei, di giungere alla conclusione, piena di ottimismo, che sarebbe stato possibile individuare il “prezzo giusto” grazie ai progressi nelle tecniche di calcolo.

Questa tendenza a mettere da parte il proprio giudizio e a lasciare che la modellizzazione informatica gestisca il sistema finanziario presenta notevoli analogie con la crisi del fintech P2P che avrebbe colpito la Cina due decenni più tardi. Anche gli algoritmi dei prestiti P2P erano forme piuttosto complesse di fintech che iniziarono a mettere a dura prova il sistema bancario e finanziario cinese. Zhou Xiaochuan fu l’artefice dei prestiti fintech P2P, ai quali concesse il diritto di operare come quasi-banche.

Fortunatamente, la proposta di Zhou Xiaochuan e Lou Jiwei relativa agli adeguamenti dei prezzi basati su calcoli è stata respinta. Si riteneva infatti che, anche se le imprese avessero accettato un adeguamento dei prezzi di tale entità, il rischio di reazioni a catena sarebbe stato incalcolabile e avrebbe “sicuramente sconvolto l’intera economia”. Se c’era qualcosa che la Cina poteva imparare dall’esperienza dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica, era che “In realtà non esiste un aggiustamento una tantum che porti a una situazione razionale ideale.”

Il piano che prevedeva un unico grande adeguamento, che avrebbe comportato un’impennata dei prezzi, indipendentemente dal fatto che fosse calcolato al computer o meno, è stato respinto.

Zhou e Lou proponevano che, anziché procedere a una liberalizzazione totale dei prezzi, si ricorresse a un modello informatico per determinare i prezzi “ideali” che avrebbero consentito una transizione cosiddetta “graduale” verso un’economia di libero mercato. Tuttavia, gli economisti cinesi hanno riconosciuto che nessun modello informatico sarebbe stato in grado di farlo e non avrebbe avuto la capacità di valutare le decisioni sui prezzi alla luce degli altri fattori necessari per determinare un cosiddetto adeguamento “perfetto” dei prezzi.

Alla fine dei conti, non era diverso dal “big bang” proposto dai sostenitori della terapia d’urto, se non per il fatto che, sotto la patina della “scienza”, si ricorreva a modelli computerizzati considerati infallibili, fornendo così la falsa rassicurazione che fosse possibile attuare una riforma radicale dei prezzi senza compromettere la stabilità economica.

Zhao Ziyang era in realtà molto favorevole a questi sviluppi a favore della “terapia d’urto” e diede vita a un gruppo di giovani che sarebbe diventato il primo think tank cinese, denominato “Istituto per la Riforma del Sistema”, fondato ufficialmente e guidato dai discepoli di Zhao Ziyang, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, che avrebbero poi svolto un ruolo di primo piano anche nella tragedia di piazza Tienanmen.

Il sistema dei prezzi a doppio binario era stato concepito fin dall’inizio come una misura temporanea, volta a favorire la transizione verso una futura liberalizzazione dei prezzi; pertanto, sembrava che Zhao Ziyang stesse semplicemente adempiendo al proprio dovere, gestendo il sistema dei prezzi a doppio binario proprio in vista di tale obiettivo.

George Soros, Zhao Ziyang e i sostenitori della terapia d’urto fanno fronte comune

L’Istituto per la Riforma del Sistema (noto anche come Istituto di Ricerca sulla Riforma del Sistema Economico Cinese) è considerato il primo think tank dedicato alle riforme nel mondo socialista; guidato da Chen Yizi e Wang Xiaoqing, è stato istituito ufficialmente all’inizio del 1985.[36]Era noto come il comitato consultivo riformista o “brain trust” di Zhao Ziyang. L’Istituto fu chiuso e i suoi membri si dispersero all’indomani della tragedia di piazza Tienanmen.

Come vedremo, l’Istituto ha svolto il ruolo di una sorta di “opposizione controllata” nei confronti dei riformatori favorevoli al pacchetto di misure.

Nel marzo 1986, Zhao aveva già definito con chiarezza la sua visione per il passo successivo: «La riforma globale è preferibile alla riforma per singole misure», disse Zhao ai suoi segretari personali Bao Tong e Bai Meiqing.[37]In particolare, Zhao ha suggerito, proprio come aveva fatto Brus, che la situazione di coesistenza di due prezzi diversi per lo stesso bene non potesse durare a lungo. Se le condizioni si fossero rivelate mature, La Cina dovrebbe «compiere un passo decisivo nei prossimi due anni e passare sostanzialmente a un sistema in cui prevale il nuovo modello».[38] Zhao Ziyang era quindi fortemente favorevole alla riforma “pro-pacchetto”, ovvero alla terapia d’urto: alla fine, una vera e propria conversione sulla via di Damasco.

«Quattro giorni dopo il colloquio con i suoi segretari, il 15 marzo 1986, Zhao intervenne alla Conferenza nazionale sul lavoro dedicata alla riforma del sistema economico urbano, ribadendo le stesse linee guida. Una riforma globale era l’approccio giusto, proclamò Zhao».[39]

Tra i principali sostenitori della riforma globale che ora facevano parte dell’Ufficio del Programma figuravano Lou Jiwei, che in precedenza aveva collaborato con Guo Shuqing alla stesura di una proposta per una riforma radicale dei prezzi; Zhou Xiaochuan; nonché Liu Guoguang, che nei primi anni della riforma aveva lavorato a stretto contatto con la Banca Mondiale per portare in Cina economisti dell’Europa dell’Est come Brus e Sik.

Wu Jinglian ha sottolineato che[40]che questo segnò l’inizio di una stretta collaborazione all’interno di questo gruppo, che giunse a compimento sotto la presidenza di Jiang Zemin e il mandato di primo ministro di Zhu Rongji negli anni ’90 e nei primi anni 2000, il periodo delle riforme di mercato più neoliberiste della Cina (ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie).

La prima proposta di riforma dell’Ufficio del Programma, intitolata “Linee guida di base per la riforma nei prossimi due anni” e datata 25 aprile 1986, fu redatta nell’arco di ventidue giorni.[41]Il programma rappresentava un’estensione delle idee di Guo Shuqing, Lou Jiwei, Zhou Xiaochuan e altri, oltre ad essere stato promosso dai riformatori dell’Europa orientale. Il programma era pienamente in linea con Il 15 marzo 1986 di Zhao Ziyang discorso in cui aveva sottolineato la necessità di un sacrificio a breve termine per ottenere benefici a lungo termine.

Il Programma ha sostenuto la “necessità e la possibilità di compiere un grande passo avanti” nella riforma entro i prossimi due anni, sottolineando che il successo o il fallimento della riforma si sarebbero decisi nel corso del Settimo Piano quinquennale (1986-1990).L’approccio è stato ancora una volta definito un “pacchetto”.[42]

Weber scrive:

I piani dell’Ufficio Programmi suscitarono una forte opposizione da parte dei riformatori gradualisti cinesi. Furono lanciati avvertimenti sui pericoli derivanti dall’aumento dei prezzi e dall’instabilità sociale causati da una riforma dei prezzi “big bang”… Man mano che queste voci critiche diventavano più incisive, gli economisti dell’Ufficio Programmi fecero nuovamente affidamento sul “vento favorevole proveniente dall’estero”. Il 21 giugno 1986, Edwin Lim, in qualità di rappresentante della Banca Mondiale, incontrò Zhao Ziyang e lo esortò: «Credo che possiate accelerare la riforma, in particolare quella dei prezzi» (Zhao e Lim, 2016, 415). Ripetendo ancora una volta la posizione di Brus… Lim ha affermato che il sistema di prezzi a doppio binario era una misura transitoria e, in quanto tale, non avrebbe dovuto durare troppo a lungo.

…Nonostante queste voci influenti si fossero schierate a sostegno dell’Ufficio del Programma, il piano per un “grande passo avanti” nella riforma dei prezzi è stato alla fine abbandonato.[43]

Nello stesso periodo, l’Istituto per la Riforma del Sistema stava conducendo degli “esperimenti sul campo” ed era giunto alla conclusione che una riforma globale (ovvero una “terapia d’urto”) avrebbe distrutto il nucleo dell’economia industriale cinese senza creare un mercato; continuava invece a sostenere il disastroso sistema dei prezzi a doppio binario, definendolo un successo.

Nel frattempo, il sistema di prezzi a doppio binario stava creando le premesse, probabilmente non a caso, per lo stesso esordio precoce dei sintomi della “ricetta” di riforma del pacchetto: ovvero, l’iperinflazione.

Il cosiddetto “dibattito” in Cina si tradusse in voci molto forti da una parte, quelle dei riformatori favorevoli al pacchetto di riforme sostenuti dalla Banca Mondiale e dai riformatori dell’Europa dell’Est, e dall’altra parte quelle del think tank giovanile di Zhao Ziyang, l’Istituto per la Riforma del Sistema, che sosteneva il mantenimento del sistema dei prezzi a doppio binario. Zhao Ziyang, nel frattempo, cercava di ingraziarsi entrambe le parti. Queste voci avrebbero soffocato quelle contrarie sia al pacchetto di riforme che al sistema dei prezzi a doppio binario, ovvero, di fatto, il gruppo di Chen Yun, che riteneva che entrambe le strade portassero al disastro.

È così che il System Reform Institute ha svolto il proprio ruolo di “opposizione controllata”. Promuovendo l’“alternativa” alla riforma del pacchetto, in cui il sistema di prezzi a doppio binario veniva presentato come l’unica altra scelta praticabile, il risultato sarebbe lo stesso: l’iperinflazione.

Weber scrive:

Alla fine del 1984, Chen Yizi aveva incontrato Marton Tardos, uno degli artefici del Nuovo Meccanismo Economico ungherese presso l’Istituto di Economia dell’Accademia delle Scienze ungherese, in occasione della visita di quest’ultimo in Cina. Tardos disse a Chen che il suo amico George Soros nutriva grande interesse per le riforme cinesi e avrebbe voluto invitare una delegazione cinese. Secondo Tardos, Soros era insoddisfatto della direzione che stavano prendendo le riforme ungheresi e riteneva che un cambiamento in un grande Paese come la Cina potesse attirare maggiore attenzione da parte del mondo rispetto a un piccolo Paese come la sua Ungheria natale.

La speranza di Soros poteva essere quella che, se la Cina avesse portato avanti riforme di mercato radicali, ciò avrebbe “sfondato l’argine” e creato un’apertura affinché altri paesi socialisti potessero seguire il suo esempio. He Weiling, un vecchio amico di Chen Yizi che studiava negli Stati Uniti, ha ribadito l’invito di Soros finché la dirigenza del System Reform Institute non ha finalmente deciso di cogliere questa opportunità.

Da maggio a metà giugno 1986, una delegazione guidata da Gao Shangquan, responsabile dell’Ufficio Programmi, con Chen Yizi e Wang Xiaoqiang in qualità di vice, si recò in Ungheria e in Jugoslavia, grazie al sostegno di George Soros.

Tra i membri della delegazione figuravano non solo i responsabili di diversi dipartimenti dell’Istituto per la Riforma del Sistema, ma anche Ma Kia, direttore dell’Ufficio dei Prezzi della città di Pechino (vice premier dal 2013 al 2018), Lu Mai (oggi segretario generale della Fondazione cinese per la ricerca sullo sviluppo) del Centro di ricerca sullo sviluppo rurale del Consiglio di Stato, inviato per conto di Wang Qishan (oggi vicepresidente); Li Jiange, del Centro di Ricerca per lo Sviluppo Tecnologico e Sociale del Consiglio di Stato, che è stato coautore insieme a Wu Jinglian, Zhou Xiaochuan e Lou Jiwei ed è considerato un sostenitore della riforma globale; Zhao Ming del Comitato di Pianificazione dello Stato; e altri.

Hanno organizzato 111 incontri di discussione in Ungheria e in Jugoslaviainsieme ai responsabili dei programmi di riforma a livello governativo, di partito e del mondo accademico, nonché ai rappresentanti delle imprese e dei dipartimenti governativi interessati dalla riforma, per analizzare «gli attriti, le contraddizioni e le aree problematiche generali emerse nella transizione dal vecchio al nuovo sistema» (Gao et al., 1987, 15).

Tra i loro interlocutori figuravano lo stesso Soros, Tardos e Kornai.[44]

Wang Xiaoqiang incontra George Soros in Ungheria, nel 1986. Wang Xiaoqiang (a sinistra, in piedi) saluta George Soros a nome del System Reform Institute (al centro). Fonte: Isabella Weber, per gentile concessione di Wang Xiaoqiang.

Nel 1986 la Cina sfuggì per un soffio a un “big bang”. Di fronte a avvertimenti contrastanti e autorevoli sui rischi imprevedibili derivanti dall’imposizione di una riforma dei prezzi a shock e sull’incertezza riguardo ai suoi benefici, Zhao Ziyang alla fine rinunciò al pacchetto di riforme, anche se tale rinuncia sarebbe stata di breve durata.

«Nel 1986, la liberalizzazione dei prezzi all’ingrosso fu smontata dagli economisti riformisti che credevano nella liberalizzazione del mercato ma si opponevano a un cambiamento radicale. Dopo che Zhao Ziyang abbandonò il progetto di riforma, il suo programma nel 1987 e all’inizio del 1988 consisteva nel combinare il sistema dei contratti d’impresa con una nuova strategia di sviluppo delle zone costiere. Ciò costituiva una versione internazionalizzata della liberalizzazione graduale a partire dalle periferie e del sistema a doppio binario.»[45]

Weber scrive:

Ma all’inizio dell’estate del 1988, una riforma radicale dei prezzi divenne improvvisamente il tema del giorno. La Cina si trovò ancora una volta a un soffio da un “big bang”. Questa volta, il costo fu drammatico. Per la prima volta dagli anni ’40, l’inflazione andò fuori controllo. In tutto il Paese, la popolazione reagì agli annunci di una forte spinta alla riforma dei prezzi con acquisti dettati dal panico, corse agli sportelli bancari e proteste locali, in una reazione popolare senza precedenti contro le riforme di mercato.

Nell’autunno del 1988 la leadership cinese non ebbe altra scelta che sospendere i piani di liberalizzazione dei prezzi.

…La dolorosa rinuncia della Cina al “big bang” del 1988 fa parte del contesto più ampio delle rivolte [in]… Piazza Tienanmen. La letteratura in lingua inglese presenta sostanzialmente due interpretazioni sul motivo per cui nel 1988 si tentò una riforma radicale dei prezzi. Una sottolinea l’importanza di Deng Xiaoping. Secondo questa versione, Deng prese personalmente l’iniziativa e promosse la riforma dei prezzi, ansioso di ottenere una svolta riformista prima che i suoi poteri si indebolissero. L’altra interpretazione pone l’accento sui consigli politici forniti a Zhao Ziyang da una delegazione in visita in America Latina, la quale avrebbe suggerito che l’inflazione non fosse da temere. Secondo questa versione, i consigli politici della delegazione portarono a una mossa audace in materia di riforma dei prezzi.

…Queste due interpretazioni coincidono grosso modo con le spiegazioni fornite dagli economisti che negli anni ’80 erano in competizione tra loro sul giusto approccio alla riforma del mercato. Ad esempio, Chen Yizi (2013, 512-15) e Zhu Jiaming (2013, 44) sottolineano che fu Deng Xiaoping ad avviare il tentativo di portare avanti la riforma dei prezzi, e che Zhao Ziyang non ebbe altra scelta che seguirlo. Al contrario, Wu Jinglian (2005, 368; Wu e Ma, 2016, 216) sostiene che Zhao Ziyang abbia preso l’iniziativa e abbia seguito il consiglio della delegazione in America Latina guidata da Zhu Jiaming e Chen Yizi. Probabilmente bisognerà attendere che gli storici abbiano accesso agli archivi pertinenti prima che la questione possa essere chiarita.[46]

Ritengo che il coinvolgimento diretto della CIA nell’Operazione Yellowbird e il fatto che si sia attivamente assunta il compito di garantire una via di fuga a persone come Chen Yizi dimostrino che non si è trattato semplicemente di un errore di teoria economica, come sembra suggerire Weber, ma che persone come Chen Yizi, che lavoravano a stretto contatto con George Soros, erano perfettamente consapevoli che le loro azioni miravano in realtà a creare instabilità economica, la quale a sua volta avrebbe generato l’instabilità politica che avrebbe portato alla tragedia di piazza Tienanmen. I principali leader delle proteste studentesche, e più specificamente delle proteste studentesche con sciopero della fame, avevano dichiarato pubblicamente che era loro intenzione provocare spargimenti di sangue nelle strade, poiché solo così le loro voci sarebbero state ascoltate e si sarebbero create le condizioni mature per una rapida riforma.

Questo argomento verrà trattato in dettaglio nella seconda parte di questo articolo; per ora, tuttavia, basti dire che George Soros ha una certa reputazione come istigatore di rivoluzioni colorate e quindi il fatto che esponenti di spicco del System Reform Institute abbiano partecipato a oltre 110 incontri con Soros e il suo team selezionato, seguiti da un viaggio in Sudamerica organizzato da Soros per studiare la terapia d’urto e il fatto che in seguito siano stati anche accusati di aver svolto un ruolo di primo piano nelle proteste di piazza Tienanmen non dovrebbe passare inosservato.

Inoltre, a queste oltre 110 riunioni hanno partecipato anche esponenti di spicco dell’Ufficio del Programma (sostenitori della riforma del pacchetto), il che conferma ulteriormente il fatto che l’Istituto per la Riforma del Sistema non fosse altro che una falsa facciata di opposizione. Non dimentichiamo che a queste numerose riunioni con la delegazione di Soros erano presenti anche alcuni membri del Partito di Stato cinese e figure influenti del mondo accademico.

Perché questi incontri si svolgevano su iniziativa di Soros senza che venisse redatto alcun verbale ufficiale di quanto discusso? Non si potrebbe forse interpretare questo come un tentativo di appropriarsi del ruolo del governo cinese nella politica economica, dato che questioni economiche cruciali venivano discusse da rappresentanti cinesi selezionati (che, in fin dei conti, erano tutti favorevoli alla terapia d’urto) e da rappresentanti della Banca Mondiale e di Soros, tutti riuniti nella stessa stanza per oltre 110 incontri (da maggio a metà giugno 1986), con membri come Chen Yizi direttamente coinvolti nelle proteste studentesche in Piazza Tienanmen e a cui era stato offerto un passaggio segreto fuori dalla Cina tramite la CIA!

Weber scrive:

Per comprendere il susseguirsi degli eventi nell’estate del 1988, dobbiamo innanzitutto considerare il quadro politico generale. Il XIII Congresso del Partito, tenutosi nell’ottobre 1987, segnò il consolidamento del programma di riforme di mercato della Cina. Ciò scatenò una tensione crescente tra i riformisti, come Zhao Ziyang e Deng Xiaoping, disposti a fare tutto il necessario per riformare il sistema economico cinese, e leader come Chen Yun, secondo i quali la riforma non doveva prevalere sul primato della pianificazione socialista.

…In un approccio illustrato da Zhao al XIII Congresso del Partito, le forze di mercato erano ben accette nella misura in cui avessero favorito lo sviluppo economico… Quando Zhao iniziò a pronunciare il suo discorso di apertura al Congresso, Chen [Yun] si alzò e uscì dall’aula. Chen, l’alto dirigente che aveva guidato le prime riforme economiche, manifestò la propria disapprovazione sotto gli occhi di tutti.[47]

Come già accennato, all’inizio dell’estate del 1988 la riforma radicale dei prezzi tornò improvvisamente all’ordine del giorno. Il caso volle che ciò avvenisse proprio nel periodo di massimo picco dell’iperinflazione in Cina.

Questo è sempre stato il vero ruolo del sistema di prezzi a “doppio binario” inteso in senso lato: creare le condizioni per un’instabilità economica che portasse a un’instabilità politica, aprendo così la strada alla terapia d’urto. Ma la Cina opponeva una resistenza ostinata a questa “medicina”.

Durante quel periodo di picco dell’iperinflazione, lo stesso gruppo alla guida dell’Ufficio del Programma presentò una proposta per i successivi sette anni di riforme (1988-1995), sostenendo che fosse necessario compiere un passo decisivo il prima possibile e ricorrendo alla tipica retorica della terapia d’urto:

«Sia il controllo dell’offerta di moneta che la liberalizzazione dei prezzi non sono facili da attuare e comportano l’assunzione di un rischio considerevole… Sebbene sia difficile avviare la riforma dei prezzi al momento giusto, non c’è modo di evitarla e più si aspetta, più diventa difficile e rischiosa… Purché mettiamo in atto un pacchetto completo di misure di riforma, potremo sicuramente superare l’ostacolo (cioè la riforma dei prezzi).»[48]

Weber scrive:

L’orientamento di fondo della proposta del 1988 rimase lo stesso del piano elaborato dall’Ufficio del Programma nel 1986. Tuttavia, il tono si era ulteriormente radicalizzato e la portata della riforma si era estesa, passando dalla combinazione di riforme dei prezzi, fiscali, salariali e finanziarie per includere la riforma della proprietà, una riforma del sistema di governo compatibile con l’economia di mercato, la liberalizzazione finanziaria e la mercificazione della terra e del lavoro. Come chiarì Wu (2013b, 200-201) in un articolo pubblicato più tardi quello stesso anno, egli invocava un «sistema economico completamente nuovo» come unico modo per migliorare l’efficienza. Ciò avrebbe richiesto «misure incisive per superare il sistema a doppio binario in un lasso di tempo relativamente breve».

Le piccole imprese statali dovrebbero essere cedute, mentre quelle più grandi dovrebbero essere trasformate in società per azioni. Questa strategia di privatizzazione dovrebbe “riformare la struttura giuridica di governance delle imprese statali… [in modo tale che] il governo mantenga solo il ruolo di gestione generale della società e dell’economia” e “non sia più l’agente diretto della proprietà pubblica, né tantomeno interferisca negli affari interni delle imprese”. In questo articolo, Wu ha illustrato nel dettaglio l’intero programma della terapia d’urto. I sostenitori cinesi delle riforme di mercato radicali erano andati ben oltre la semplice richiesta di compiere il primo e decisivo passo della “terapia d’urto” – ovvero un “big bang” nella liberalizzazione dei prezzi. Ora proponevano la “dottrina dello shock” nella sua interezza, che stava investendo il mondo dei paesi in via di sviluppo e quelli socialisti.[49]

Nel 1987, i prezzi di mercato di tredici beni di produzione di base erano superiori del 115% rispetto ai prezzi previsti dal piano. L’aumento dei prezzi dei fattori di produzione industriali esercitò una pressione al rialzo su tutti gli altri beni. I primi mesi del 1988 videro un aumento dell’indice generale dei prezzi al consumo senza precedenti nel periodo delle riforme.

Weber scrive:

È stato in questo contesto che l’esperienza latinoamericana di apertura, industrializzazione e inflazione ha assunto rilevanza nel dibattito sulle riforme in Cina. Questo collegamento con l’America Latina ha portato a interpretare che, nel 1988, Zhao Ziyang «avesse proposto di condurre la Cina sulla strada dell’iperinflazione brasiliana»…

È importante ricordare che, alla fine degli anni ’80, i riformatori cinesi guardavano con ammirazione al successo della modernizzazione dell’America Latina nel dopoguerra e aspiravano a raggiungere livelli simili di sviluppo infrastrutturale, industrializzazione e urbanizzazione (Zhu, 2009, 524). In un contesto di crescenti tensioni su come portare avanti la riforma economica, Zhu Jiaming ha organizzato un viaggio di studio in Brasile, Venezuela, Cile, Messico e Argentina. Ancora una volta, George Soros ha contribuito a finanziare il viaggio.

A quel punto la Open Society Foundation aveva costituito una filiale, la China Reform and Opening Up Foundation, grazie all’aiuto di He Weiling, Li Xianglu e Bao Tong, segretario di Zhao Ziyang, e con il sostegno dello System Reform Institute.

Nella recente letteratura in lingua inglese sull’impasse della riforma del 1988 è diffusa l’interpretazione secondo cui i rapporti inviati dalla delegazione in America Latina avrebbero causato l’episodio inflazionistico del 1988, che preparò il terreno per la rivolta del 1989.

Nel 1988, Zhu Jiaming era appena passato dalla Commissione per la riforma del sistema economico della provincia di Henan all’Ufficio internazionale della China International Trust Investment Corporation (CITIC), dove lavorava con l’ex segretario di Zhao, Li Xianglu. Entrambi hanno inoltre collaborato con la filiale cinese della Open Society Foundation.

…Zhu ha incoraggiato Chen Yizi a unirsi a lui in un viaggio di studio in America Latina con una delegazione dell’Istituto per la Riforma del Sistema, di cui faceva parte anche Song Guoqing, direttore del dipartimento di macroeconomia. Il viaggio di studio era incentrato sul Brasile,in particolare il decollo economico del Brasile sotto la dittatura militare alla fine degli anni ’60, poiché prometteva di fornire spunti utili per le riforme cinesi.

Colloqui incentrati su Delfim Netto… Gli oppositori dell’apertura agli afflussi di capitali sostenevano che questi avrebbero reso il Paese dipendente dalle potenze imperialiste – un’argomentazione che trovava eco tra gli oppositori cinesi della strategia di sviluppo costiero di Zhao. I sostenitori, tra cui Delfim Netto, al contrario, ritenevano che il capitale straniero avrebbe accelerato lo sviluppo. Ciò, secondo Delfim Netto, era stato dimostrato dall’esperienza del Brasile.

Alla domanda sull’inflazione, Delfim Netto ha sottolineato che, nei periodi di rapida crescita e industrializzazione, l’inflazione era inevitabile. L’inflazione potrebbe avere un effetto stimolante sulla crescita, ma doveva essere mantenuta entro certi limiti… La lezione da trarne non è che l’inflazione non abbia importanza, ma che dovrebbe essere tenuta sotto controllo con mezzi diversi dall’austerità e dalla restrizione monetaria.

Durante il viaggio, la delegazione inviò dei telegrammi a Pechino. Al loro ritorno, Chen Yizi si recò immediatamente da Zhao Ziyang per riferirgli il punto di vista di Delfim Netto sul capitale straniero e sull’inflazione. Chen disse a Zhao: «In ogni paese, in un periodo di sviluppo rapido, si verificherà l’inflazione. Nei paesi socialisti, l’inflazione si manifesterà anche nel corso delle riforme di mercato». Ha spiegato che «l’inflazione strutturale causata dall’espansione sia dei consumi che degli investimenti è inevitabile, in particolare quando le imprese non sono state riformate».

…Nel contesto delle epurazioni successive al 4 giugno [cioè alle proteste di piazza Tienanmen], i sostenitori della pianificazione accusarono Zhao e il suo cosiddetto gruppo di esperti, l’Istituto per la Riforma del Sistema, di diffondere l’idea che l’inflazione fosse innocua.[50]

Va sottolineato che, sebbene Delfim Netto non sia generalmente considerato un sostenitore della terapia d’urto, i suoi cosiddetti “miracoli economici” per il Brasile tra il 1967 e il 1974 coincisero proprio con il periodo della dittatura militare brasiliana, che durò dal 1964 al 1985. Non estraneo a questi sviluppi, Operazione Condorera attiva in America Latina, compreso il Brasile, negli anni ’70 e ’80.

Questo era il modello che George Soros suggeriva al System Reform Institute di adottare per la Cina…

Ricordiamo che l’Istituto per la Riforma del Sistema fu creato da Zhao Ziyang come think tank e fungeva da suo gruppo di esperti. Le accuse mosse all’Istituto per la Riforma del Sistema, a seguito di questo viaggio in America Latina, riguardavano il fatto che una delle principali conclusioni tratte dal loro “lavoro sul campo” fosse che l’inflazione elevata fosse considerata “inevitabile”, persino necessaria, durante il periodo delle riforme in Cina.

A peggiorare la situazione di Zhao Ziyang contribuì il fatto che egli avesse affermato che un certo grado di inflazione e corruzione fosse inevitabile durante il periodo delle riforme in Cina, come se i livelli di inflazione e corruzione che il Paese stava vivendo fossero accettabili, cosa che certamente non era.

Zhao avrebbe ribadito questa posizione piuttosto inconsistente in una delle sue lettere di ricorso contro la propria detenzione (dopo la debacle di Piazza Tiananmen), scrivendo che «sebbene l’inflazione avesse colpito nel 1988, ritenevo che la situazione non fosse né così grave, né così difficile da risolvere».[51]

Parole strane per qualcuno che ha effettivamente incontrato gli studenti manifestanti in Piazza Tienanmen e ha affermato che la colpa della corruzione era da attribuire al governo, in quanto conseguenza diretta della promozione, da parte di Zhao Ziyang, del sistema dei prezzi a doppio binario, che aveva inoltre provocato l’iperinflazione.

Weber cerca di assumere una posizione apologetica nei confronti di Zhao Ziyang e dei membri del suo Istituto per la Riforma del Sistema, sostenendo che le accuse relative al loro tour in America Latina travisassero la loro posizione sull’inflazione come “inevitabile”. Tuttavia, il fatto è che l’inflazione era grave, così come lo erano i livelli di corruzione, e se la questione non era «così difficile da risolvere», perché non è stata risolta, invece di lasciarla crescere e aggravarsi fino a raggiungere il culmine nel 1989?

Zhu Jiaming, membro di spicco dell’Istituto per la Riforma del Sistema che partecipò a quel tour in America Latina organizzato da George Soros, era in realtà favorevole a un “big bang” (ovvero a una terapia d’urto) già nel 1988.[52]“Nel suo resoconto sul viaggio di studio in America Latina, Zhu ha sottolineato gli insegnamenti tratti dal Cile di Pinochet. Ironia della sorte, Zhu si era avvicinato molto alla visione di Wu Jinglian in materia di riforme, pur divergendo da lui sui tempi e sulla necessità di misure di austerità.[53]

Zhu Jiaming scrive nel suo “Il bivio della riforma cinese”:

«La lezione che si può trarre dall’esperienza cilena è che la liberalizzazione dei prezzi, del tasso di cambio e dei salari può essere attuata senza provocare un’inflazione eccessiva, purché faccia parte di un adeguato pacchetto di politiche economiche che garantisca una crescita economica stabile e l’espansione delle esportazioni».[54]

In realtà, nel caso di Pinochet non è vero che l’inflazione eccessiva possa essere evitata con la terapia d’urto. Il Cile di Pinochet riuscì a correggere l’inflazione solo quando smise di seguire la terapia d’urto, come vedremo più avanti in questa serie.

Weber scrive:

Anche Chen [Yizi dell’Istituto per la Riforma del Sistema] ammirava il successo economico di Pinochet, la stabilità sociale del Cile e il ricorso alle competenze economiche dei “Chicago boys” da parte del regime militare. Secondo Chen, il programma di nazionalizzazione e di controllo economico centralizzato di Salvador Allende si rivelò un fallimento e generò un malcontento diffuso. Al contrario, le persone con cui ha parlato in Cile gli hanno detto che «Vorrebbero avere il programma economico di Pinochet senza “Pinochet”»(Chen, 2013, 508). La visione del mondo di Chen si era in gran parte allineata al neoliberismo. Tuttavia, non era diventato un sostenitore della terapia d’urto.[55]

Giusto…

Si può davvero essere un sostenitore di Pinochet e non essere a favore della terapia d’urto?

Pertanto, due membri di spicco del System Reform Institute si sono dichiarati apertamente a favore di Pinochet, e uno di loro è addirittura un sostenitore del “big bang”. L’intero gruppo sembra ammirare la dittatura militare brasiliana, che è stata il momento clou del loro tour in America Latina, se non anche quella cilena.

In questo contesto, perché dovremmo credere che l’iperinflazione causata proprio dalle politiche che Zhao Ziyang stava portando avanti non fosse in realtà l’obiettivo stesso di tali politiche, un esito in linea con la “terapia d’urto”?

Questa instabilità economica avrebbe creato le premesse per una grave instabilità politica, favorendo al massimo la possibilità di un cambio di regime e aprendo la strada alla tragedia di Piazza Tienanmen.

Non era forse quello il vero obiettivo fin dall’inizio?



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La seconda puntata proseguirà questa storia, approfondendo i dettagli relativi alla tragedia di piazza Tienanmen e al ruolo dei servizi segreti britannici e statunitensi. In una prossima puntata si parlerà più approfonditamente della “terapia d’urto” in America Latina, nonché di come tali politiche economiche abbiano contribuito a giustificare le dittature militari nell’ambito dell’Operazione Condor.

Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tidee autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” e “L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valuta la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazionee iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

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