LOS DOS AMIGOS, di Gianfranco Campa

 

Qui sotto alcune considerazioni di Gianfranco Campa riguardo ad un fatto politico rilevante, ma disconosciuto nel mondo e negli stessi Stati Uniti: la sottoscrizione da parte dei presidenti statunitense e messicano del trattato USMCA (Stati Uniti, Messico, Canada) in sostituzione del decaduto NAFTA.  La grande stampa americana ha ignorato e tutt’al più ironizzato sull’evento. Eppure il trattato prevede delle misure di tutela e regolazione sorprendenti visti i precedenti accordi di natura apertamente liberista che avrebbero dovuto quantomeno incuriosire quella sinistra sedicente legata ai problemi di disuguaglianza e di squilibrio economico. Il Messico, assieme al Brasile, è il paese potenzialmente leader dell’America Latina. Gran parte dei paesi di quell’area hanno tentato la via dell’emancipazione sociale che però, al netto di alcuni successi, è rapidamente ricaduta in una facile politica di tipo assistenziale e in una economia ancora una volta fondata e condannata alla rendita legata allo sfruttamento delle materie prime. Con una novità importante: i beneficiari di questo squilibrio non sono più i soli Stati Uniti, ma anche la Cina. Un dualismo che ha consentito ad alcuni regimi di resistere alle intromissioni pesanti di uno, poggiandosi su altri protagonisti dello scacchiere geopolitico; rendendo meno scontati quindi gli esiti di interventi diretti o sovversioni drammatiche come quelle del golpe cileno degli anni ’70. Si assiste ad un ritorno del nazionalismo, ma di una natura diversa. Il processo di globalizzazione ha pesantemente penalizzato quasi tutti i paesi latino-americani. La concentrazione degli investimenti occidentali, soprattutto americani in Cina e nel Sud-Est asiatico, hanno bruscamente e drammaticamente interrotto i processi di industrializzazione nei paesi del Centro-Sud-America devastandoli e degradandoli pesantemente. http://italiaeilmondo.com/2018/09/20/2564/ Hanno contemporaneamente indebolito notevolmente l’influenza e la presa statunitense su di essi senza che le nuove classi dirigenti latinoamericane riuscissero a creare reali condizioni di indipendenza politica ed economica; paradossalmente hanno disarticolato quel poco di tessuto economico autoctono che si era creato. L’accordo sottoscritto sembra porre su nuove basi questo sistema di relazioni interamericano. E’ però ancora solo una traccia passibile di essere rimessa pesantemente in discussione. Con gli occhi e il punto di vista di uno storico, a bocce ferme, la Presidenza Trump dovrà essere rivisitata da troppi luoghi comuni e da troppi stereotipi interessati_Giuseppe Germinario

 

 

LO DOS AMIGOS, di Gianfranco Campa

 

L’8 luglio, alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump e il presidente Messicano Andres Manuel Lopez-Obrador (AMLO) hanno sottoscritto il nuovo trattato internazionale fra i tre giganti nord americani (CANADA-USA-MESSICO), il cosiddetto USMCA che sostituisce il vecchio NAFTA.

L’incontro fra i due leader ( i due Amigos, per l’Economist) è stato ignorato dalla maggior parte dei mass-media; qualcuno ha voluto ricordare le dichiarazioni ‘razziste” fatte da Trump sui messicani prima delle elezioni del 2016. Non torniamo su  quelle dichiarazioni poiché all’epoca alcune parole dette da Trump furono travisate e estrapolate fuori contesto. Ma in linea di massima cioè di cui i critici accusano il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è di aver denigrato i migranti messicani e di aver minacciato l’alleato degli Stati Uniti con tariffe paralizzanti.

Ma se andiamo al di là della dialettica e propaganda politica, quello che molti non colgono è il filo che accomuna Trump a AMLO. È vero che i due vengono da estrazioni politiche diverse. AMLO è socialista, Trump di destra, entrambi però sono nazionalisti, populisti. AMLO è anti-capitalista, per intenderci anche Trump è un anti-capitalista anche se in versione diversa da AMLO. I due presidenti pur di estrazione politica apparentemente “opposta” non solo condividono la considerazione del nazionalismo, ma anche  l’avversione al cosiddetto crony-capitalism, il capitalismo clientelare.

Tra i due protagonisti ci sono stati scambi amorevoli, qualcuno le ha definite “effusioni pubbliche”. Le critiche ad AMLO continueranno senza sosta; d’ora in poi verrà trattato come un ologramma di Trump stesso, anche perché non solo ha speso parole positive su Trump, urtato quindi la sensibilità di molti, ma ha evitato di incontrare e fare gli omaggi al prossimo presidente Joe Biden. Probabilmente AMLO dovrà pagare un dazio pesante quando e se Bidet diventerà presidente…

Comunque sia, le ragioni del rapporto cordiale fra Trump ed AMLO sono spiegate dallo stesso AMLO nel discorso fatto alla Casa Bianca durante la cerimonia della firma del USMC:

… volevo essere qui anche per ringraziare la gente degli Stati Uniti, il suo governo; grazie presidente Trump per essere sempre più rispettoso con i nostri simili messicani.

 E a lei, presidente Trump, voglio ringraziarla per la comprensione e l’aiuto che ci ha fornito in questioni relative al commercio, al petrolio, nonché al suo supporto personale per l’acquisizione di attrezzature mediche di cui avevamo urgente bisogno per trattare i nostri pazienti con COVID-19.

 Ma ciò che apprezzo principalmente è che non hai mai cercato di imporci nulla violando la nostra sovranità. Invece della Dottrina Monroe, hai seguito, nel nostro caso, i saggi consigli del brillante e prudente presidente George Washington che ha detto, citando: “Le nazioni non dovrebbero approfittare della sfortunata condizione degli altri popoli“.

 Non hai provato a trattarci come una colonia; al contrario, hai onorato la nostra condizione di nazione indipendente. Ecco perché sono qui per esprimere alla gente degli Stati Uniti che il loro Presidente si è comportato con noi con gentilezza e rispetto. Ci hai trattati proprio come quello che siamo: un paese e un popolo dignitoso; un popolo libero, democratico e sovrano.

 Lunga vita all’amicizia delle nostre due nazioni. Lunga vita agli Stati Uniti d’America. Lunga vita al Canada. Lunga vita alla nostra America. Lunga vita al Messico. Viva México.”

 

 

 

https://publicpool.kinja.com/subject-remarks-by-president-trump-and-president-lopez-1844313082

 

IL POPOLO DELL’ECUADOR PROVA A DIFENDERSI DAGLI ARTIGLI DEL CONDOR, di Giuseppe Angiuli

IL POPOLO DELL’ECUADOR PROVA A DIFENDERSI DAGLI ARTIGLI DEL CONDOR

pubblicato anche su https://www.lintellettualedissidente.it/

Un’immagine delle proteste di piazza dell’ottobre 2019 nelle città dell’Ecuador

L’Ecuador è un piccolo e affascinante Paese del cono sud dell’America Latina incastonato fra la cordigliera delle Ande e la Foresta Amazzonica con un affaccio sull’Oceano Pacifico nel quale, a mille chilometri dalla costa, si bagna l’arcipelago delle Isole Galápagos, celebri per la loro ricchissima varietà fossile, ambientale e faunistica. Quanto alla sua composizione etnica, l’Ecuador si segnala per il fatto di vantare, appena dopo la Bolivia, la più grande presenza di gruppi indigeni all’interno della sua popolazione, i quali custodiscono gelosamente le proprie tradizioni e credenze, oltre ad uno stile di vita improntato alla lentezza e ad un rapporto armonioso tra gli esseri umani e la Madre Terra (pachamama nell’idioma quechua).
Per un buon decennio, a seguito dell’insediamento nel 2007 alla Presidenza del Paese di Rafael Correa Delgado, un giovane e brillante economista di idee keynesiane formatosi in Europa, l’Ecuador ha sperimentato un interessante laboratorio politico per l’attuazione di un nuovo modello di sviluppo a carattere pienamente democratico ed equo-sostenibile, così sintonizzandosi a pieno titolo col fragoroso vento rivoluzionario che per un certo periodo, a partire dall’avvento di Hugo Chavez a leader carismatico delle sinistre latino-americane, ha scombussolato gli assetti sociali e politici del subcontinente indio-latino-americano.
Senza mai sfiorare le degenerazioni dispotiche e gli eccessi di dirigismo militare che hanno purtroppo contrassegnato le vicende del cosiddetto «socialismo bolivariano» del vicino Venezuela, l’Ecuador negli anni della Presidenza di Correa è riuscito a fare coesistere i principi della democrazia liberale e rappresentativa con un ampio programma di riscatto sociale delle fasce più povere ed emarginate della popolazione, a partire da quelle indigene, a cui è stato riconosciuto un ruolo di primo piano nella costruzione di una nuova società a carattere solidale, tollerante ed inclusivo.

Il periodo di fermento politico-culturale coinciso con gli anni della Presidenza di Correa è passato alla storia col nome di Revolución Ciudadana e si è contraddistinto per un’ampia partecipazione del popolo dell’Ecuador alla riscrittura del proprio destino in quanto comunità nazionale libera e sovrana. A suggello di tale passaggio epocale per la storia del Paese, nel 2008 è stata approvata la nuova Costituzione dell’Ecuador, nel cui testo è stato scolpito a chiare lettere il principio del Buen Vivir («buon vivere»), l’ideale di vita armoniosa che meglio sintetizza la visione ideologica da cui ha tratto ispirazione il nuovo corso inaugurato negli anni di Governo di Rafael Correa. Più in particolare, per Buen Vivir deve intendersi il «vivere una vita piena e dignitosa, un’esistenza armonica che include le dimensioni cognitiva, sociale, ambientale, economica, politica, culturale, del pari interrelate e interdipendenti»1.

1 SERENA BALDIN, I diritti della natura nelle costituzioni di Ecuador e Bolivia, in Visioni LatinoAmericane, rivista del Centro Studi per l’America Latina, Numero 10, Gennaio 2014, p. 29.

Il pensiero politico di Correa e della sua squadra di Governo ha risentito di un vasto mix di influenze ideologiche a carattere sincretico, che vanno dal nazionalismo indio-latino al marxismo storico, dal populismo latino-americano alla socialdemocrazia di stampo europeo.
Tali tendenze hanno dato vita alla nascita di un movimento politico ispirato al modello organizzativo dei partiti politici tradizionali di tipo europeo, fondato sulla partecipazione attiva e diretta dei militanti. Il partito governativo fondato dallo stesso Correa nel 2006 ha assunto il nome emblematico di Alianza País – Patria Altiva y Soberana («Alleanza della Patria Orgogliosa e Sovrana») ed ha fatto proprio un esplicito richiamo al valore della sovranità politica dell’Ecuador oltre che alla necessità di promuovere l’integrazione politica su base regionale.

Se si analizza obiettivamente e complessivamente l’azione politica di Correa nel corso dei suoi tre mandati alla guida del Paese fino al 2017, appare giusto riconoscergli il merito di essersi imposto come una delle figure più credibili nell’intero panorama del socialismo latino-americano e forse mondiale, specie alla luce della sua grande capacità di sapere coniugare sapientemente idealismo e pragmatismo, senza mai scadere negli eccessi ideologici ovvero nella riproposizione di modelli politici superati accomunabili al cosiddetto «socialismo reale» novecentesco.
Una delle principali direttrici lungo le quali si è mossa l’azione dei Governi guidati da Rafael Correa è consistita nel pervicace obiettivo di sganciare il piccolo Paese sudamericano dalla influenza asfissiante del capitalismo a stelle e strisce e del Fondo Monetario Internazionale, un’influenza esercitata da lungo tempo con la storica complicità della ristretta oligarchia bianca autoctona, da sempre legata ad un modello di economia estrattivista di tipo «rentista».
Prima dell’avvento di Correa al potere, i vincoli fra l’economia dell’Ecuador e la finanza statunitense si erano fatti talmente stretti al punto da costringere il Paese andino addirittura ad adottare il dollaro USA quale sua divisa ufficiale (dando vita al processo di cosiddetta dollarizzazione dell’economia).

Sempre negli anni di Correa, il tentativo di rompere questa morsa tentacolare dei nordamericani gringos ha simbolicamente raggiunto il suo culmine con la chiusura della base militare statunitense nella città di Manta, con l’espulsione dal Paese della multinazionale petrolifera Chevron (accusata di avere inquinato l’Amazzonia) e con l’adesione dell’Ecuador agli organismi politici di integrazione continentale ALBA e UNASUR (contraddistinti da una certa egemonia politica del Venezuela chavista). Anche la controversa decisione di dare asilo politico al responsabile di Wikileaks Julian Assange, ospitato da agosto del 2012 all’interno dei locali dell’ambasciata di Quito a Londra, ha assunto il chiaro significato geopolitico di volere proclamare ai quattro venti una integrale emancipazione dell’Ecuador dal Washington Consensus.

L’ex Ministro dell’Economia e degli Esteri Ricardo Patiño Aroca in compagnia di Julian Assange

Stando alla lettura di alcuni dati statistici pacificamente ritenuti affidabili2, uno dei risultati più significativi conseguiti dal Governo correista riguarda la sensibile riduzione degli indici di povertà e di disuguaglianza registratasi nel Paese, frutto di politiche economiche che, rifiutando i paradigmi del neo-liberismo, si sono eminentemente basate sul controllo pubblico degli investimenti privati, sulla nazionalizzazione degli idrocarburi e dei servizi pubblici essenziali nonché sul controllo politico dei prezzi dei principali beni di prima necessità.
Accanto a questi risultati indubbiamente positivi, negli anni di Correa, con buona probabilità, la misura più autenticamente di rottura col vecchio ordine neo-liberista e fondo-monetarista è consistita nel ripudio di una parte significativa del debito pubblico estero accumulato

2 Cfr. l’analisi pubblicata dal CEPR (Center for Economic and Policy Research) con sede a Washington D.C. (U.S.A.), http://cepr.net/images/stories/reports/ecuador-2017-02.pdf.

dall’Ecuador nei decenni precedenti: sotto la regia del coraggioso Ministro dell’Economia Ricardo Patiño Aroca, il Governo di Quito è riuscito ad insediare una commissione istituzionale chiamata a compiere un esame rigoroso (cosiddetto audit) sulle singole partite contabili del debito pubblico estero del Paese, giungendo alla conclusione di ripudiarne quelle componenti definite ingiuste, impagabili e immorali.
Il rifiuto di onorare il pagamento di una parte consistente del proprio debito estero – con la contestuale decisione di imporre la rinegoziazione di quote altrettanto cospicue dello stesso debito detenuto dalle grandi banche d’affari statunitensi – ha dunque liberato delle inedite risorse per il Governo sudamericano, che ha deciso di re-investirle in programmi di investimenti e di sussidi alle fasce più povere della popolazione. La storica decisione attuata dall’Ecuador in tema di ripudio del debito estero costituisce un esempio quasi inedito di riappropriazione della sovranità politica ed economica che molti altri Paesi in via di sviluppo potrebbero emulare, rompendo così le catene dell’indebitamento che per lungo tempo li ha mantenuti legati alle potenze occidentali (e sempre che la Cina si dimostri effettivamente meno aggressiva delle vecchie potenze all’atto di intervenire negli stessi Paesi in via di sviluppo con i suoi copiosi investimenti finanziari).

BEIJING, CHINA – JANUARY 07: (CHINA MAINLAND OUT)Xi Jinping welcomes Ecuador president Correia at the Great Hall of the People on 07th January, 2015 in Beijing, China.(Photo by TPG/Getty Images)

Venendo ai punti deboli dell’azione di Governo di Rafael Correa, essi sono apparsi per molti versi identici a quelli che purtroppo da sempre connotano il modus operandi delle sinistre latinoamericane ogni volta che esse si appropriano delle leve di comando del potere politico: analogamente a quanto avvenuto nel Brasile di Lula e nel Venezuela chavista, anche in Ecuador gli interventi di contrasto alla povertà si sono incentrati quasi esclusivamente in misure di tipo assistenziale e in politiche di sussidio (calmiere dei prezzi) e di distribuzione a pioggia di benefits a vantaggio dei settori proletari e sotto-proletari della popolazione, senza che si sia riusciti in alcun modo ad implementare un processo di stimolo alla crescita della piccola iniziativa economica diffusa, alla trasformazione dei prodotti agricoli ed alla nascita di un sistema industriale e manifatturiero autoctono.
Dal punto di vista strategico, anche i Governi a guida di Correa si sono pertanto dimostrati incapaci – probabilmente anche per mancanza di tempo sufficiente – di sganciare l’Ecuador dallo storico modello estrattivista, che da secoli costituisce la principale palla al piede per lo sviluppo delle economie di tutti i Paesi del sud del mondo dotati di ingenti riserve di materie prime. Per quanto attiene al comparto energetico, negli anni di Correa l’unica sostanziale novità rispetto al passato è consistita nel fatto che lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi è progressivamente passato dalle multinazionali nordamericane a quelle cinesi, un po’ più generose nella misura delle royalties da riconoscere al Governo di Quito.


Nel 2017 Rafael Correa, non potendo più ricandidarsi alla guida del Paese per raggiunti limiti di mandato, ha dovuto lasciare il testimone nelle mani del suo fido collaboratore Lenin Moreno, anch’egli espressione del partito di ispirazione patriottica e socialdemocratica Alianza Paìs e già vice-Presidente dal 2007 al 2013. Non ci è voluto molto tempo per comprendere che in realtà Lenin Moreno, approfittando della benevolenza di Correa e dei consensi della base del suo partito, aveva puntato ad insediarsi alla Presidenza del Paese con delle finalità surrettizie, che hanno trovato espressione per mezzo di un suo clamoroso dietrofront trasformistico rispetto a tutti i principali capisaldi della politica (interna ed estera) già seguiti dai Governi correisti.

Con grande sorpresa dei suoi stessi seguaci, Lenin Moreno non ha perso tempo per fare capire che con il suo avvento alla Presidenza l’aria era cambiata ed ha dunque optato per la improvvida fuoriuscita dall’Ecuador da organismi continentali come ALBA e UNASUR, segnando così una clamorosa svolta in politica estera rispetto agli anni di Correa. Inoltre, l’autorizzazione alla polizia londinese a procedere al clamoroso arresto di Julian Assange nell’aprile del 2019 è forse l’episodio che ha dimostrato nel modo più eclatante la ferma volontà di Moreno di realizzare un riposizionamento di 180 gradi del suo nuovo Governo, ristabilendo i termini della storica subordinazione geopolitica di Quito a Washington.

In materia economica, il nuovo Governo a guida di Lenin Moreno ha inoltre promosso un generale riallineamento del Paese ai dettami ultra-liberisti del Fondo Monetario Internazionale. Come è sempre avvenuto in questi casi, anche per l’Ecuador l’F.M.I. e la Banca Mondiale sono tornati a proporre i famigerati «piani di aggiustamento strutturale». In cambio di copiosi prestiti travestiti da aiuti, gli organismi finanziari con sede a Washington hanno nuovamente imposto al Paese l’adozione delle consuete misure di marca neo-liberista ispirate dalla tristemente nota scuola friedmaniana dei «Chicago-boys»: apertura dei mercati, privatizzazione di materie prime, industrie e servizi, riduzione della spesa pubblica, deregolamentazione del mercato del lavoro, liberalizzazione delle tariffe, abolizione di ogni forma di calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità.


L’ex vice-Presidente Jorge Glas, in carcere da ottobre del 2017

La nuova fase politica inaugurata dall’insediamento di Lenin Moreno al Palazzo presidenziale di Quito ha inoltre visto affermarsi nel Paese un clima di generale repressione di ogni forma di dissenso politico, accompagnata dall’avvio di una serie di clamorose inchieste della Magistratura locale che hanno assunto il chiaro sapore della vendetta politica nei confronti di chiunque fosse legato alla precedente stagione correista.
Analogamente a quanto già accaduto in Brasile con l’inchiesta che ha portato alla condanna detentiva dell’ex Presidente Lula da Silva, anche in Ecuador si è affermato un clima di giustizialismo forcaiolo che non ha risparmiato quasi nessuno dei principali esponenti politici degli anni di Governo di Rafael Correa, a partire dallo stesso ex Presidente, colpito da un mandato di cattura internazionale alla cui esecuzione lo stesso ha finora potuto fortunosamente sottrarsi soltanto grazie al fatto di risiedere in Belgio. Per Correa l’accusa della Magistratura del suo Paese è davvero grave ed infamante, essendosi ipotizzato il suo diretto coinvolgimento nel sequestro di un suo avversario politico, avvenuto nel 2012.
Il giro di vite giudiziario si è abbattuto con maggiore virulenza nei confronti di Jorge Glas, ex vice-Presidente tanto di Correa quanto di Lenin Moreno, imprigionato nell’ottobre del 2017 ed accusato di gravi fatti di corruzione in connessione alla grande e nota società brasiliana di costruzioni, la Odebrecht.
Recentemente, il succitato ex Ministro Ricardo Patiño Aroca, accusato di essere a capo di un piano sovversivo in danno del Governo nazionale, al fine di sottrarsi all’arresto ha optato per l’esilio in Messico, ove ha ben presto ottenuto il riconoscimento dello status di perseguitato politico dal Governo amico di Andrés Manuel López Obrador mentre la ex Presidentessa dell’Assemblea Nazionale, Gabriela Rivadeneira, anch’ella investita da accuse di cospirazione anti-governativa, ha dovuto rifugiarsi all’interno dell’ambasciata del Messico a Quito, chiedendo asilo politico a Città del Messico.

Gita Gopinath, attuale Capo economista del Fondo Monetario Internazionale

Nell’ottobre del 2019, a fungere da detonatore per la rivolta popolare che in pochi giorni, partita da Quito, ha infiammato le piazze e contagiato buone parti del Paese, è stata l’adozione del cosiddetto Paquetazo, una serie di misure con cui il Governo ha inteso ossequiare le indicazioni prescritte dal F.M.I. sotto la supervisione del suo capo economista, l’indiana Gita Gopinath (pupilla di Christine Lagarde). In particolare, a fare infuriare gli strati più indigenti della popolazione ecuadoriana, è stata l’approvazione del decreto presidenziale n. 883 con cui l’esecutivo di Moreno ha disposto la fine di ogni sussidio statale sul prezzo dei combustibili.
Nei giorni più caldi della rivolta, fra il 3 ed il 13 ottobre, dopo che la folla era riuscita perfino a stringere d’assedio la sede dell’Assemblea Nazionale nella capitale Quito, il Governo dell’Ecuador ha proclamato il coprifuoco nelle principali città del Paese, mentre gli scontri hanno complessivamente lasciato sul campo 8 morti e 1340 feriti, oltre ad un numero indefinito di arresti sommari per reati politici che supera senz’altro il migliaio, secondo i dati diffusi dall’organismo della Defensoría del Pueblo.
Dato il carattere intenso e prolungato delle proteste, alla fine del confronto il Governo di Lenin Moreno è stato costretto a siglare una tregua con la CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador), la principale organizzazione sociale che raggruppa le popolazioni indigene del Paese, rispetto a cui ha dovuto fare marcia indietro proprio sulla misura ritenuta più indigesta (lo stop ai sussidi sui carburanti), giungendo così all’abrogazione del tanto contestato decreto n. 883.

Marcia di protesta dei movimenti indigenisti dell’Ecuador

Mentre diversi esponenti conservatori, tanto a Quito quanto in altri Paesi della regione, non hanno esitato ad indicare in Nicolas Maduro e nel Governo venezuelano i presunti mandanti occulti della rivolta ecuadoriana, non è affatto semplice prevedere come evolverà adesso la situazione nel Paese andino, tenendo conto che tutto il continente latino-americano è attualmente scosso da tendenze politiche di segno manifestamente contraddittorio, specie alla luce dei recenti risultati elettorali provenienti dalla Bolivia e dall’Argentina, che sembrano avere ridato ossigeno alle sinistre populiste della regione.

Giuseppe Angiuli

Russia in America Latina: insidie ​​e opportunità, di Nicolas Dolo

Russia in America Latina: insidie ​​e opportunità

Il 23 gennaio 2019, Juan Guaido, presidente del parlamento venezuelano, si è proclamato Presidente della Repubblica agendo secondo le più discutibili disposizioni costituzionali. Il 35enne riceve immediatamente il sostegno di una sfilza di potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, rivelando un’operazione di interferenza che assomiglia alla CIA in America Latina negli anni ’70 Qualunque cosa si possa pensare di questa auto-proclamazione, il secondo mandato di Nicolas Maduro sembra in ogni caso iniziare in condizioni particolarmente difficili. La Russia ha prontamente reagito e difeso il presidente venezuelano con le unghie e con i denti.

Pochi giorni prima del pronunciamiento di Guaido, tuttavia, la piattaforma online russa ” Colonel Cassad  ” , molto rilevante e “informata  “, ha ripreso un lungo articolo di Dmytro Strauss. Questo post, inizialmente pubblicato su un blog di informazione ucraino piuttosto marcato a sinistra, è una visione illuminata e severa del Venezuela, paese in cui l’autore risiede da diversi anni. Se ci fidiamo di lui, il presidente Maduro, finora poco considerato dai media internazionali, è personalmente responsabile della terribile situazione attuale nel suo paese.

Un’elezione totalmente anti-democratica

Strauss per prima cosa tratta il racconto dell’attuale leadership, che afferma che le ultime elezioni presidenziali sono innegabili, dal momento che Maduro avrebbe raccolto il 67% dei voti espressi.

I commissari politici del Partito socialista di unità socialista del Venezuela (PSUV) hanno, è vero, iniziato privando quasi la metà degli elettori del loro diritto al voto sfruttando la giustizia elettorale, e tra tutti quelli che potrebbero rappresentare un dimostrata opposizione politica al sistema. La stessa giustizia elettorale ha invalidato la maggior parte delle candidature dissenzienti, anche quelle del PSUV, a seguito di numerose accuse di atti di corruzione o di tradimento alla patria dei più sospetti.

Per stimolare l’elettorato, il governo ha anche costretto gli elettori a rinnovare la loro “Diario della Patria” (i tipi di tessere annonarie) direttamente in tende situate nelle exit poll. Nonostante questo dispositivo, vero ricatto al cibo, solo il 32% degli elettori si è alla fine recato alle urne nelle ultime elezioni presidenziali.

Supponendo che non ci fosse alcuna frode elettorale, di cui si possa legittimamente dubitare, Maduro sarebbe stato effettivamente eletto da appena l’11% dei venezuelani in età di voto. L’evidente mancanza di carisma del presidente venezuelano, a migliaia di miglia da quella di Hugo Chavez, non può da sola spiegare questa profonda disaffezione.

I Chavisti, rimossi dal potere, cercano la rivincita

Strauss torna quindi sulla capacità di Maduro, uomo d’apparato di prim’ordine che è riuscito a rivoltare gli organi di potere venezuelani in favore del suo entourage, e di escludere “chavisti”.

In occasione dei due colpi e movimenti di repressione dell’opposizione nel 2014 e 2017 Maduro ha approfittato degli eventi per emarginare in maniera massiccia i compagni di strada storici di Hugo Chavez dalla leadership politica, amministrativa, giudiziaria, diplomatico, economico e militari del paese con il pretesto di casi di corruzione o di accordo con un nemico invisibile. Questa epurazione ad esempio hanno costretto a “dimettersi” Rafael Ramirez, rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite e vecchio confidente di Chavez dal suo incarico nel 2017. Molto rispettato tra chavisti e come loro, sempre più critico delle derive del governo, è ancora minacciato da mille insidie dalla giustizia e dai servizi segreti del suo paese.

Dal suo esilio segreto, Ramirez ha iniziato a pubblicare all’inizio del 2018 testi aspri contro il potere venezuelano, e ha fatto inviti sempre più espliciti a rovesciare il “dittatore e traditore Maduro”. Proprio di recente, 27 membri della Guardia Nazionale Bolivariana sono stati arrestati dall’intelligence venezuelana. Sono sospettati di aver fomentato un ennesimo tentativo, vero o presunto, di colpo di stato militare. La loro incarcerazione, un segno dei tempi a Caracas, non ha mancato di provocare gravi disordini e scontri nelle strade della capitale, disordini ulteriormente esacerbati dalle dichiarazioni di Guaido.

Il disastro economico in corso

Strauss torna infine sul disastro economico del Venezuela e, questa è la più interessante, sulla percezione che i venezuelani hanno della assistenza dall’estero, tra cui Cina e Russia.

La realtà economica, sociale e della sicurezza del popolo venezuelano è tragica, con il paese che ha registrato un tasso di inflazione superiore all’800.000% nel 2018. Nei settori privato e pubblico, il reddito disponibile dei lavoratori è crollato. Molti dipendenti pubblici sono ora costretti a migliorare l’ordinario lavorando per la maggior parte del loro tempo da soli in proprio.I servizi pubblici di base non sono più assicurati, salute, polizia e istruzione inclusi. Le distribuzioni alimentari governative, che sono diventate indispensabili, sono esse stesse oggetto di diversione, la maggior parte dei “kit” concessi alle famiglie giungono loro mezzo vuoto. Il paese, considerato relativamente sicuro fino al 2013, è diventato allo stesso tempo il più pericoloso al mondo in termini di omicidi ogni 100.000 abitanti.

Più disastrose le une delle altre le scappatelle economiche del presidente Maduro hanno costituito un freno per la diversificazione economica, e hanno contribuito a svuotare più della metà delle riserve auree del paese. Queste ultime sono state sprecate come garanzia della creazione di una improbabile criptovaluta petrolifera,  un’alternativa alle transazioni in dollari ma già un clamoroso fallimento.

La Cina e la Russia sono volate in soccorso del Venezuela nel dicembre 2018. Le hanno concesso un prestito di $ 5 miliardi e un piano di investimento da $ 6 miliardi nei settori petrolifero e minerario. Strauss, tuttavia, ci dice che la popolazione venezuelana e i”chavisti” vedono questi piani di supporto con un occhio molto malevolo: essi lo considerano meno come un aiuto nella lotta contro l’imperialismo degli Stati Uniti che come un tentativo di “colonizzazione sino-russo -cubaine “, e quindi di interferenza diretta altrettanto riprovevole di quella degli Stati Uniti.

La Cina è sempre più presente in Sud America, dove è diventato il più grande investitore in molti paesi e il più grande partner commerciale del gigante brasiliano. Questo “piccolo” prestito di $ 5 miliardi probabilmente si inserisce nel quadro attuale della sua strategia di penetrazione commerciale “morbida” (alcuni direbbero di accerchiamento). Per quanto riguarda la Russia, d’altra parte, l’approccio sembra un po ‘diverso, e non senza rischi.

Lotta di influenza in America Latina

La Russia conosce poco l’America Latina, naturalmente dovuta a considerazioni geografiche, linguistiche e storiche. Nel nome della Dottrina Monroe, non abbandonata nonostante la relativa indifferenza di Donald Trump, lo stato profondo americano lo considera comunque come la sua zona privilegiata di influenza, con più o meno successo.

I russi hanno storicamente avvicinato questa parte del mondo durante la Guerra Fredda, principalmente attraverso il loro alleato cubano. Sebbene originariamente bolivariano stricto sensu(Dobbiamo ricordare qui che il Bolivarianismo era una dottrina nazionalista conservatrice che si opponeva alla dottrina liberale colombiana Santandériste). Hugo Chavez fu influenzato da alcuni pensatori marxisti. D’altra parte, Nicolas Maduro è un puro prodotto marxista-leninista, che è stato successivamente convertito dall’opportunismo al bolivarismo. In ogni caso, il Venezuela è gradualmente entrato in un processo di totale opposizione con gli Stati Uniti e, inversamente, in un riavvicinamento a Cuba e, indirettamente, alla Russia. Con grande pragmatismo, quest’ultima naturalmente non ha chiuso le porte a una nazione sudamericana che non era apertamente ostile ad essa.

Probabilmente in risposta alla strategia di accerchiamento del territorio russo ad opera di una NATO ormai completamente nelle mani dei neoconservatori, i russi, per la prima volta in Sud America, hanno condotto un’esercitazione militare su piccola scala all’inizio di dicembre 2018. Questo è stato l’atterraggio di due bombardieri in Venezuela e quindi un messaggio suggerendo agli Stati Uniti che la Russia ha i mezzi per far venire il “solletico” nella loro area diretta di influenza . A seguito di questo esercizio, e gli annunci di investimenti diretti nell’economia venezuelana, i rumori a Mosca dicono che i russi potrebbero pensare alla possibilità di aprire una base permanente di bombardieri in Venezuela.

Data la situazione politica quantomeno fragile di Caracas e l’ostilità della popolazione verso piani di aiuti stranieri, è tuttavia legittimo porre la questione della rilevanza di quest’ultima idea, e più in generale del sostegno fornito dalla Russia a Nicolas Maduro.

Un segno inosservato potrebbe segnalare l’inizio di un piccolo cambiamento strategico e confermare il realismo della diplomazia russa: in occasione della recente riunione del G20 a Buenos Aires, Putin ha ampiamente sottolineato il suo desiderio di sviluppare significativamente ulteriori rapporti con Argentina, e in particolare con il Brasile. Se non si mosso per il giuramento del Jair Bolsonaro del 1 ° gennaio 2019, Putin ha comunque delegato il Presidente della Duma di Stato Vyacheslav Volodin, a rappresentarlo. È stato in grado di parlare per qualche istante, e cordialmente, con il nuovo presidente brasiliano.

Convergenze di vedute tra russi e brasiliani

Nonostante la relativa ammirazione che Jair Bolsonaro dice di provare nei confronti del “Patriota” Donald Trump, e alcune battaglie comuni dei due presidenti, la linea di condotta del nuovo governo brasiliano in cui troviamo una percentuale molto alta di alti ufficiali, è in linea con la dottrina pragmatica del presidente Ernesto Geisel (1974-1979).

Come sviluppato in diversi articoli precedentemente pubblicati su Stratpol e altrove, è questa dottrina che ha causato il disallineamento strategico degli Stati Uniti nel 1977, e una relazione che può essere descritta come complicata tra le due nazioni. La dottrina militare brasiliana fu illustrata negli anni Venti per i suoi desideri di controllo del territorio e del destino nazionale, e l’esercito fu a favore quindi dell’iniziativa di sviluppo delle molte industrie strategiche del paese. Queste industrie hanno contribuito a limitare il più possibile la dipendenza del Brasile da paesi stranieri. Da un punto di vista geopolitico, l’esercito ha anche articolato l’idea di un eccezionalismo brasiliano e della necessaria leadership regionale del Brasile, che spera alla fine di diventare una delle grandi potenze mondiali.

In altre parole, le forze del nuovo Brasile, come quelle della Russia di Vladimir Putin, hanno un approccio multipolare, multilaterale, ragionevole e sovranista nelle relazioni internazionali. Le guardie del corpo di Bolsonaro sono estremamente sensibili ai segni di rispetto che altre grandi e medie potenze possono portare, e il fatto è che la Russia finora è stata estremamente misurata e rispettosa – a differenza, a proposito, dela Francia del presidente Macron.

Le relazioni commerciali tra Brasile e Russia sono ancora piuttosto limitate, e si concentrano principalmente sulle materie prime. Le possibilità di nuovi riavvicinamenti economici, tecnologici e strategici sono numerose ed evidenti. La Russia ha già dimostrato di essere l’unica grande sostenitrice del Brasile nelle sue ambizioni di seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, e questo approccio dovrebbe essere in grado di influenzare la qualità delle relazioni tra i due paesi a medio e lungo termine.

In contrasto con il Venezuela, che fa parte di un approccio sociale libertario e marxista perfettamente compatibile con l’idea del globalismo, Bolsonaro in Brazil è al passo con la Russia nel suo approccio alla società civile. Totale neutralità del servizio pubblico, lotta contro la teoria del genere, ritorno ai valori tradizionali del rispetto per la chiesa e la patria, lotta contro l’influenza politica e sociale degli oligarchi, libertà d’impresa piuttosto che libertà d’impresa, maggiore rispetto per le industrie strategiche, la lotta contro l’influenza dannosa delle ONG straniere al servizio di interessi spesso discutibili, sono solo alcune delle scelte e dei punti in comune tra questo nuovo Brasile e la Russia di Vladimir Putin.

Maduro in Venezuela non è in una situazione sostenibile

Il socialismo venezuelano di Maduro, d’altra parte, chiaramente non ha il vento nelle sue vele in Sud America. Sembrerebbe persino che il senso della storia sia sbagliato, dal momento che il continente passa al campo opposto. Tornando forse a una definizione più tradizionale di Bolivarismo, il presidente boliviano Evo Morales si era recato al giuramento del nuovo presidente del Brasile, con calore lodando il suo “fratello” Jair Bolsonaro.

Il massiccio flusso di rifugiati economici dal Venezuela al Brasile ora aggiunge un importante problema di sicurezza, umano ed economico alla reciproca ostilità ideologica tra i due paesi. Anche la Colombia e il Perù sono direttamente o indirettamente colpiti dalla situazione umanitaria venezuelana. I tre paesi erano ansiosi di riconoscere le affermazioni di Guaido, in nome di un “tutto tranne Maduro” finalmente comprensibile.

Mentre scuote alcuni uffici editoriali, anche a Mosca, l’idea di un intervento militare brasiliano in Venezuela (forse con il sostegno della Colombia) sembra ancora irrealistica. Si scontra anche con le abitudini dell’esercito brasiliano, molto più esperto nell’esercizio del soft power che nei conflitti diretti. Per Bolsonaro, il “fronte” è comunque all’interno del Brasile stesso. Non poteva permettersi di schierare forze armate all’estero, e quindi di rompere le sue promesse elettorali di rapido ripristino dell’ordine, sicurezza e progresso economico sul territorio nazionale – almeno non durante questa prima legislatura.

Jair Bolsonaro ha effettivamente indebolito Maduro eliminando sine die molti programmi di scambio economico precedentemente organizzati (in perdita) tra Brasile, Venezuela e Cuba da Lula e Dilma Rousseff. L’apertura dei conti della Banca nazionale di sviluppo (BNDES) di Rio de Janeiro ha anche rivelato il finanziamento di massicce transazioni fraudolente tra il produttore brasiliano Odebrecht e il governo di Caracas (circa 12 miliardi di reals – 3 miliardi di euro), gettando il Venezuela in ulteriore imbarazzo.

Un’opportunità storica per la Russia in Sud America

La tentazione è grande (e in qualche misura legittima) per i russi di opporsi direttamente agli Stati Uniti sul dossier venezuelano. La legittimità e il sostegno popolare del presidente Maduro, tuttavia, sono particolarmente bassi; è impossibile prevedere anche quando l’esercito di questo paese, più patriottico che chavista possa continuare realmente a sostenere il regime. In queste circostanze, il sostegno incondizionato al governo venezuelano corrente è senza dubbio una scommessa rischiosa.

La Russia, tuttavia, ha un’opportunità storica per mantenere il suo attuale rapporto strategico con il Venezuela e per costruire forti legami con il Brasile. Basterebbe che sorgesse come garante obiettivo e ragionato delle discussioni che si terranno tra le varie parti coinvolte: governo, opposizione, militari, nazioni vicine. Tutti questi attori non mancheranno di notare rapidamente la accortezza della diplomazia russa, che contrasta nettamente con il solito compiacimento degli Stati Uniti. Un colpo da maestro sarebbe quello di riunire i militari venezuelani boliviani e brasiliani, la cui visione dell’indipendenza sudamericana è finalmente abbastanza vicina – e nessuno dei quali è un vera e propria emanazione dello stato profondo degli Stati Uniti.

Oltre a ciò, la Russia starebbe gettando le fondamenta per un lavoro certosino e approfondito volto a sedurre e persuadere un nuovo alleato potenziale che i suoi interessi geostrategici a lungo termine coincidano molto più di quanto s immagini con i propri.

Morte di un presidente, di Eric Margolis

 

GARCIA SCEGLIE DI USCIRE DI SCENA DA VERO UOMO

 

20 aprile 2019

Il carismatico ex-presidente del Perù, Alan García, un tempo salutato come “il John F. Kennedy dell’America Latina”, si è ucciso lo scorso mercoledì con un colpo di pistola alla testa. Una tragedia e allo stesso tempo la perdita di un uomo brillante.

Nel 1985 volai a Lima a intervistare García per conto del Wall Street Journal di New York. Garcia aveva appena assunto l’incarico di Presidente; credo di essere stato il primo giornalista non latinoamericano a intervistarlo. García era il successore del nazionalista Haya de la Torre, fondatore del partito militante dell’APRA, il cui scopo era quello di nazionalizzare le proprietà straniere nelle Americhe e mandare a casa gli yankee.

Lima, capitale del Perù di 9,8 milioni di abitanti, fu fondata dal Conquistador Pizarro nel 1535, quasi un secolo prima della mia città natale: New York City. La capitale del Perù, a quell’epoca era buia, polverosa, fredda e spettrale. Milioni di peruviani di lingua nativa quechua si erano trasferiti in massa a Lima provenienti dalle impoverite Ande. Le strade pullulavano di mendicanti e borseggiatori.

La situazione e il crimine a Lima era così grave che, mentre venivo accompagnato al palazzo presidenziale, il Capo di Cabinetto di Garcia mi aveva avvertito di togliere l’orologio e gli occhiali. Perché? “Possiamo essere attaccati anche sui gradini del palazzo”, rispose il mio accompagnatore.

Fui presentato ad Alan García, il nuovo presidente. Lui non parlava inglese; il mio spagnolo era orribile, ma abbiamo scoperto che eravamo entrambi laureati in università di lingua francese, lui alla Sorbona a Parigi e io all’Università di Ginevra. Così ci siamo messi a parlare in un confortevole francese, che ha rilassato me e l’amabile presidente. Garcia; di primo acchito mi sembrava una persona gradevole.

La nostra intervista è stata la sua prima occasione per rivolgersi agli americani e, in particolare, a Wall Street. Il Perù era sommerso dal debito estero e incapace di sfruttare la sua vasta industria mineraria senza incorrere in nuovi prestiti esteri. All’epoca i 19,5 milioni di persone che vivevano nel paese erano sopraffatti da miseria, povertà e disperazione.

Nelle alte Ande, la ribellione era in corso, guidata da due gruppi terroristi marxisti; il Túpac Amaru e il ben più pericoloso: Sendero Luminoso. Questi ultimi adottarono il maoismo e cercarono di trasformare il Perù in una seconda Albania staliniana! Per quanto deliranti e lunatici fossero, gli attivisti del Sendero Luminoso inflissero gravi danni al Perù fino a quando il successivo presidente, il feroce nippo-peruviano Alberto Fujimori li annientò (Fujimori è attualmente in prigione per omicidio e rapimento).

Nel corso della nostra intervista, convinsi García ad ammettere che sì, era un socialista, ma del tipo “europeo benevolo.” Dopo aver riportato il commento di García sul Wall Street Journal, negli Stati Uniti scoppiò un grande putiferio. In quelli stessi Stati Uniti, dove in pochi sapevano cosa fosse e dove fosse il Perù, uscirono titoli del tipo: “García ammette di essere un socialista”. C’erano affermazioni isteriche come “il Perù è una testa di ponte di Mosca e L’Avana.” Tutte sciocchezze naturalmente, ma tanto bastò perché i campanelli di allarme sul pericolo rosso si accendessero a Washington come a New York, seminando il panico fra banchieri e politici.

Mi sentii mortificato. I miei editori cercavano da me notizie sensazionali, non notizie normali e concrete. García in realtà rappresentava solo un semplice amministratore economico e un sognatore seduto su una torre d’avorio, un accademico senza alcuna idea di come gli affari funzionassero. Sotto di lui l’inflazione tocco` il 7,500%.

Fu precursore del venezuelano Hugo Chávez.

Alla fine del suo primo mandato nel 1990, García se ne andò con disonore andando a rifugiarsi nella sua vecchia facoltà di sociologia a Parigi. Dal mio punto di vista, la sociologia è la più grande ciarlataneria nel mondo accademico ad eccezione degli studi sui vari sessi che sono ancora peggio. La frenologia è più affidabile. García e io discutemmo delle tediose opere del sociologo francese Émile Durkheim fino a tarda notte.

Nel 2006, Garcia è riuscito a farsi rieleggere in Perù, questa volta promettendo rettitudine finanziaria, onestà e solide strategie economiche. I suoi successori furono deposti o imprigionati per corruzione. Garcia iniziò bene, ma presto si  fece soverchiare dal malaffare.

La fonte principale di questo malaffare era il più grande conglomerato di ingegneria / energia dell’America Latina, il leviatano Odebrecht, con sede in Brasile il quale ha provocato il più grande scandalo di corruzione del continente latino-americano. La ditta brasiliana ha pagato almeno 788 milioni di dollari in tangenti a capi di stato e politici in dodici nazioni latine per ottenere lucrosi contratti commerciali.

Finora, lo scandalo dei mostri, conosciuto in Brasile come “Lava Jato” (autolavaggio) ha abbattuto gli ex presidenti del Brasile, Collor de Mello, Dilma Rousseff, Lula da Silva; tre ex presidenti peruviani e leader in Ecuador, Venezuela, Panama e Repubblica Dominicana. La madre di tutti i casi di corruzione.

Alan García era prossimo all’arresto in questo scandalo. Quando è arrivata la polizia peruviana, Garcia si è sparato alla testa morendo poco dopo – una via d’uscita da vero uomo. Garcia era un uomo carismatico e mi mancherà. Adiós, el presidente!

 

Copyright Eric S. Margolis 2019

 

https://ericmargolis.com/2019/04/perus-garcia-takes-the-mans-way-out/

PERU’S GARCÍA TAKES THE MAN’S WAY OUT

Venezuela! Apparenze e realtà_intervista a Giuseppe Angiuli

Le informazioni che ci arrivano dal Venezuela devono attraversare un filtro molto selettivo costituito dai partigiani del regime di Maduro e dai suoi più feroci avversari. Comprensibile nel clima di scontro aperto ormai generatosi per la contrapposizione durissima all’interno del paese e per il gioco geopolitico cruciale in atto in una area, l’America Meridionale, sino a poco tempo fa considerata il cortile di casa esclusivo degli Stati Uniti. Quel continente ha conosciuto innumerevoli tentativi di emancipazione quasi tutti naufragati, con l’eccezione di Cuba, in pochi anni. Il Venezuela proseguirà su questa falsariga? Buon ascolto, Giuseppe Germinario

Giuseppe Angiuli aderisce al  Centro Studi per la promozione del Patriottismo Costituzionale. E’ una associazione politica che si pone quale obiettivo fondante il recupero della piena sovranità per l’Italia nell’auspicabile contesto di un nuovo mondo a carattere multipolare. 

Il Centro Studi organizza e promuove dibattiti, convegni e riflessioni prevalentemente sulle seguenti tematiche: critica al modello di  finanz-capitalismo globalista, liberazione dell’Italia dai Trattati ultra-liberisti dell’€urozona, adozione di misure ed interventi di tipo keynesiano in economia, rilancio del ruolo dirigista dello Stato nel campo della programmazione economica, rafforzamento di un sistema di welfare moderno ed inclusivo, ripristino di un modello solidale e garantista delle relazioni di lavoro.

IL LEGGIADRO FILO SPINATO, di Pierluigi Fagan

IL LEGGIADRO FILO SPINATO.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan?__tn__=%2CdC-RH-R-R&eid=ARCw5TGJ87JUTKj9tmT0_T6Wp4SJHFgCRC0vldc_c7P3znfOgHhwmobhgTsbuxt05tL6ZMVd2Ai0fUIB&hc_ref=ARRu_WEX732vEx9UNlFm3oi4_9TZBZGQUAzKJz71m8AT3o38F94hTd9-5t7vAJpN4b0&fref=nf

La geopolitica ha alcune costanti di lungo corso per via della parte “geo” che ne compone l’oggetto, la geografia fisica, in genere, non cambia. Così dalla Dottrina Monroe, ovvero dal 1823 (poi allargata dal Corollario Roosevelt 1904), ovvero da poco dopo che gli “americani” hanno avuto uno stato diventando quindi soggetto geopolitico, gli USA ritengono di dover esser il centro di un sistema che ha tutto intorno due fasce a cui non ci si deve/può avvicinare: 1) tutta la terra continentale (tant’è che chiamiamo “americani” gli statunitensi); 2) tutti e due gli oceani su cui affacciano.

Entro questi spazi, le sovranità le decidono loro se non direttamente, almeno evitando il formarsi di backdoor per eventuali nemici. Molti anni dopo, ci hanno provato anche i tedeschi a tirar fuori una teoria del genere pervertendo il concetto di Lebensraum (spazio vitale) che in verità aveva origini bio-geografiche o con Schmitt col concetto di “grande spazio”. Ma di nuovo, ciò che la geografia e la storia permettono in un contesto, non è detto si possa replicare in altro contesto. Non c’è nulla di più resistente all’idealismo della geografia fisica.

Gli USA si sono momentaneamente allontanati dall’applicazione della Dottrina Monroe in coincidenza dell’affermarsi della strategia globalista che aveva una sua convinzione post-materialistica quindi a-geografica che alcuni teorici liberali continuano a teorizzare (con sempre minor convinzione). Raggiunta una inedita massa critica di governi di centro-sinistra o sinistra-sinistra al 2008, è poi iniziata la Reconquista che ha segnato punti importanti in Cile, Argentina ed ora Brasile. Il Latinobarometro del 2016, censiva un 28% di elettori di centro-destra e solo il 20% di centro-sinistra, con ovviamente un baricentro di 36% centrista, spesso inclinato più a destra che a sinistra.

Alcuni indicano a spiegazione un mix fatto di sette protestanti, insopportabilità della criminalità e corruzione, incapacità della sinistra di far funzionare il capitalismo secondo i suoi spiriti animali, crollo dei proventi da vendita di materie prime che rimangono il principale asset latino-americano. Morti Kirchner, Chavez, Castro e con Lula in galera, le seconde generazioni non hanno ben performato. I leader della speranza hanno un certo vantaggio su i manager della gestione che quelle speranze, in genere, debbono ridimensionare.

Archiviato il trionfo di Bolsonaro, ora la partita si giocherà tra il mantenimento delle promesse fatte dalle destre coadiuvate ovviamente dagli Stati Uniti da vedere però quanto in grado di condividere la loro ricchezza vista la postura neo-egoista da una parte e il messicano Obrador ragionevolmente social-democratico dall’altra. Il crollo dei prezzi delle materie prime permane (con grande gaudio dei statunitensi nel frattempo riconvertitesi al materialismo-realista che a questo punto si riproporranno come principale/unico partner commerciale dotandosi di una congrua riserva utile a trincerarsi maggiormente in casa visti gli incerti tempi multipolari), la contrazione generale degli scambi internazionali pure, fintanto che gli statunitensi continueranno a drogarsi intensamente la criminalità certo non diminuirà, il Venezuela (preda ambita per via delle corpose riserve petrolifere) cadrà e la Cina continuerà a corteggiare l’area offrendo una alternativa sempre più difficile da perseguire.

Nel migliore dei mondi immaginabili ma non necessariamente possibili, la vera alternativa sarebbe la costituzione di uno stato latino-mediterraneo europeo dove portoghesi, spagnoli ed italiani potrebbero rappresentare l’alternativa ideale per un sistema di co-evoluzione basato su familiarità, reciprocità e differenza. In fondo, la Monroe che è una dottrina non solo geografica ma geostorica, venne fatta ai tempi proprio contro gli europei perché legami e relazioni stratificate nel tempo storico, contano.

Il tempo e gli uomini ci diranno come andrà a finire, per ora “Monroe is back” (che poi in realtà la dottrina era di J.Q.Adams, quinto presidente USA).

«Oggi […] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.»

(Carlo Emilio Gadda, La meccanica, 1929)