Barkhane vittima di quattro errori principali commessi dall’Eliseo, di Bernard Lugan

Qui sotto alcune considerazioni, come sempre interessanti, di Bernard Lugan riguardanti l’annuncio “sorprendente” circa i destini dell’operazione “Barkhane” in Mali e nell’Africa subsahariana. Vanno sottolineati a corollario degli argomenti dell’autore due elementi che più coinvolgono l’Italia. La decisione arriva a pochi mesi dall’invio di un contingente italiano nella regione a sostegno di “Barkhane”; la motivazione dell’invio è legata ufficialmente alla necessità di bloccare e controllare i flussi migratori in partenza da quell’area. Ai lettori l’onere di un giudizio sulla “tempestività” e sul “respiro strategico” di una tale partecipazione. Contemporaneamente all’ipotesi di ritiro delle truppe francesi, si registra una presenza sempre più importante di forze militari russe a sostegno di buona parte dei regimi e di fazioni non solo di quell’area africana. Una forza che si aggiunge alle presenze americana, cinese, indiana e turca. Presenza per altro che suggella un ritorno nel continente della Russia, sufficiente a puntellare, ma non a creare stabili aree di influenza. Germinario Giuseppe

Prendendo come pretesto il colpo di stato del colonnello Assimi Goïta in Mali, Emmanuel Macron ha deciso di “trasformare”, in realtà si dovrebbe leggere “smantellare” Barkhane [1].

Eppure, il colpo di stato dell’ex comandante delle forze speciali maliane è stato, al contrario, un’opportunità di pace. Avendo per le sue funzioni un giusto apprezzamento delle realtà sul terreno, questo Minianka, ramo minoritario del grande ensemble Senufo, non ha controversie storiche, né con i Tuareg, né con i Peul, i due popoli all’origine del conflitto [2] . Potrebbe quindi aprire una discussione di pace correggendo quattro grandi errori commessi dai decisori parigini dal 2020, errori che hanno impedito a Barkhane di esprimere tutto il suo potenziale.

1) Nel 2020 si è intensificata la lotta all’ultimo sangue che oppone l’EIGS ( Stato Islamico nel Grande Sahara ) all’AQIM ( Al-Quaïda per il Maghreb Islamico ).

L’EIGS, che è attaccato a Daesh, mira a creare in tutta la BSS (Sahelo-Saharan Band), un vasto califfato transetnico che sostituisca e includa gli attuali Stati. Dal canto suo, AQIM è l’emanazione locale di ampie frazioni dei due grandi popoli all’origine del conflitto, ovvero i Tuareg e i Peul, i cui capi locali, i Tuareg Iyad Ag Ghali e i Peul Ahmadou Koufa, non sostengono la distruzione degli attuali stati del Sahel.

Tuttavia, contrariamente a quanto proponevano gli ufficiali militari francesi, i decisori parigini non sono stati in grado di sfruttare questa opportunità politico-militare.

2) Il 3 giugno 2020, la morte dell’algerino Abdelmalek Droukdal, leader di Al-Quaïda per tutto il Nord Africa e per la banda saheliana, abbattuto dall’esercito francese su intelligence algerina, ha conferito la propria autonomia ai Tuareg Iyad ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, liberandoli da ogni soggezione esterna. Poiché gli “emiri algerini” che avevano a lungo guidato Al-Qaeda nel BSS erano stati uccisi uno dopo l’altro da Barkhane, l’eliminazione di Abdelmalek Droukdal segnò così la fine di un periodo, al-Qaeda nel BSS. da stranieri, da “arabi”, ma da gente “regionale”.

Tuttavia, Parigi non ha voluto vedere che questi ultimi avevano un approccio politico regionale, che le loro richieste erano prima di tutto risorgive radicate nei loro popoli, e che il “trattamento” delle due frazioni jihadiste meritava quindi approcci diversi.

3) In questo nuovo contesto, un primo colpo di stato militare avvenuto in Mali nell’agosto 2020. Ha permesso di aprire negoziati tra Bamako e Iyad Ag Ghali, che ha ulcerato Parigi ma ha ulteriormente amplificato la guerra tra i due movimenti jihadisti .

Per la Francia, quindi, l’operazione è stata del tutto redditizia perché le avrebbe consentito di chiudere il fronte nord per concentrare le proprie risorse su altre regioni. Per questo, il 24 ottobre 2020, ho pubblicato un comunicato stampa dal titolo “Mali: serve il cambio di paradigma”.

Tuttavia, ancora una volta, Parigi non ha preso la misura di questo cambio di contesto, continuando a parlare indiscriminatamente di una lotta globale al terrorismo.

4) Mentre la liquidazione di Droukdel aveva permesso di portare alla ribalta dirigenti, certo islamisti, ma di tendenza etno-islamista, chiusi nei loro postulati, e non vedendo decisamente che esistesse un’opportunità insieme politica e militare di cogliere, i decisori parigini rifiutarono categoricamente qualsiasi dialogo con Iyad ag Ghali. Al contrario, il presidente Macron ha dichiarato di aver dato a Barkhane l’obiettivo di liquidarlo e il 10 novembre 2020, Bag Ag Moussa, il suo luogotenente è stato ucciso mentre, per diversi mesi, i funzionari francesi sul campo avevano evitato di attaccare troppo direttamente il movimento di Iyad ag Ghali.

Contro ciò che raccomandavano i vertici militari di Barkhane, Parigi insisteva quindi in una strategia “americana”, “digitando” indiscriminatamente il GAT (Gruppi armati terroristici), e rifiutando qualsiasi approccio “bene” … “francese”. …

Questi gravi errori, basati su un ostinato rifiuto di Parigi di tener conto delle realtà sul campo, per quanto ben percepiti dalla forza di Barkhane, portarono quindi a un vicolo cieco in cui la Francia entrò metodicamente. Il presidente Macron spera di uscirne annunciando l’inizio di una partenza… e una successione “internazionale” e “africana”.

Speriamo che questo disimpegno non porti a massacri su larga scala che saranno poi imputati alla Francia. Non dimentichiamo che se il genocidio in Ruanda è avvenuto dal 6 aprile 1994, è perché, su richiesta del generale Kagame, Parigi aveva ritirato l’esercito francese nell’autunno del 1993 affinché potesse essere sostituito da un esercito dell’ONU volapük che, rintanato nelle sue baracche, è rimasto passivo di fronte alle stragi… Ma è vero che il grottesco rapporto “Duclert” tanto caro al presidente Macron e al generale Kagame non cita questo “dettaglio”…


[1] L’operazione Barkhane sarà esaminata nel numero di luglio di Real Africa.

[2] A questo proposito si veda il mio libro Les guerres du Sahel dalle origini ai giorni nostri .

Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

Ciad: le chiavi per la comprensione passano attraverso il riconoscimento dei fondamenti dell’etno-clan, non attraverso incantesimi democratici_di Bernard Lugan

Nell’attuale incertezza, nonostante le voci, i giochi politici, le dichiarazioni di tutte le parti, le domande sul futuro del G5 Sahel, del gioco sempre più “chiaro” della Turchia, della Russia, della Cina e delle visite turistiche della Francia, l’importante è riconoscere che la questione del Ciad è prima di tutto etno-clanica.
Lo Zaghawa, il Toubou di Tibesti (il Teda), il Toubou di Ennedi-Oum Chalouba (il Daza-Gorane) e gli arabi di Ouadaï sono divisi in una moltitudine di sottogruppi. Tutti sommati, costituiscono meno di un quarto della popolazione del Ciad. Democraticamente, cioè parlando “occidentale”, non contano quindi poiché qualsiasi elezione “equa” li rimuoverebbe matematicamente dal potere. Tuttavia, costituiscono la frazione dominante di ciò che è diventato il Ciad. È intorno alle loro relazioni interne a lungo termine, alle loro alleanze, alle loro rotture e alle loro riconciliazioni più o meno effimere che la storia del paese è stata scritta dall’indipendenza. È intorno a loro che si sono combattute tutte le guerre in Ciad dal 1963. È dalle loro relazioni che dipende il futuro del paese, essendo la maggioranza della popolazione solo spettatrice-vittima dei loro crepacuori e delle loro ambizioni. Questo è difficile da capire per gli universalisti democratici nel mondo occidentale.
Per riassumere la domanda:
– Idriss Déby Itno era Zaghawa del clan Bideyat. Tuttavia, gli Zaghawa sono così divisi che, dal 2004, i fratelli Timan e Tom Erdibi, i suoi nipoti, sono in guerra con lui. Come si posizioneranno ora i vari clan Zaghawa nella lotta per il potere? Questa è la prima domanda.
– Il nuovo capo di stato, Mahamat Idriss Déby, uno dei figli di Idriss Déby Itno, è di madre Gorane. Gorane è il nome arabo del Toubou di Ennedi e Oum Chalouba la cui lingua è Daza. Lui stesso ha sposato un Gorane. Da qui la sfiducia di alcuni Zaghawa che ritengono che lui sia solo in parte loro. Anche se in passato più che strette alleanze hanno potuto associare regolarmente Zaghawa e alcuni clan Gorane, cosa faranno quelli dei Gorane che hanno seguito Idriss Déby? C’è una seconda grande domanda.
– Hinda, la moglie preferita di Idriss Déby Itno, è un’araba di Ouadaï. Favorita da Idriss Déby, il suo clan che faceva parte del primo circolo presidenziale è odiato sia dagli Zaghawa sia da quelli dei Gorane che hanno seguito il marito. Qual è dunque il futuro del circolo arabo Ouadaïan che ruota attorno a Hinda? Se ci fosse una rottura con lui, la tripla alleanza etno-clan formata da Idriss Déby si ridurrebbe quindi a due, ovvero una frazione Zaghawa e una frazione Gorane.
Un’altra grande domanda riguarda i ribelli che si dividono in tre principali movimenti militari. Due sono emanazioni di alcuni clan Toubou-Gorane che non hanno perdonato Idriss Déby per essersi ribellato contro Hissène Habré, lui stesso Gorane del clan Anakaza della regione di Oum Chalouba:
– Idriss Déby ha perso la vita combattendo contro il Fatto (Fronte per l’Alternanza e la Concordia in Ciad). Fondato nell’aprile 2016 da Mahamat Mahdi-Ali, il Fact originariamente riuniva Toubou che parlava Daza, quindi principalmente Toubou-Gorane di Ennedi. In Libia il Fatto ha combattuto con le milizie di Misurata contro le forze del maresciallo Haftar. Oggi è armato dalla Turchia che lo utilizza nella sua spinta verso la regione peri-Chadic, una rinascita contemporanea della grande politica ottomana di un tempo il cui obiettivo era il controllo dell’Africa centrale e delle sue risorse in avorio e schiavi.
– Nel giugno 2016, i Toubou del clan Kreda che sono anche parlanti di Daza hanno lasciato il Fatto per seguire Mahamat Hassane Boulmaye che ha fondato il Ccmsr (Consiglio del comando militare per la salvezza della Repubblica).
– L’Ufr (Unione delle forze di resistenza), fondata nel 2009, è composta essenzialmente da alcuni clan Zaghawa e Tama. Questo movimento ha anche combattuto contro le forze del generale Haftar in Libia. È lui che l’aviazione francese ha fermato la sua marcia su N’Djamena nel febbraio 2019. L’Ufr avrebbe fornito il suo sostegno al Fatto.
Destabilizzata dalla sua morte, l’alchimia etno-clan formata da Idriss Déby Itno è attualmente in subbuglio. Se, grazie alle sue rivalità interne e al regolamento di conti che incombono, i Toubou riscoprono la loro unità, come nel 1998 quando Youssouf Togoïmi fondò il Mdjt (Movimento per la democrazia e la giustizia in Ciad) per unire gli oppositori di Toubou a Idriss Déby, e se l’una o l’altra delle frazioni o sotto-frazioni della vecchia matrice etnico-clan formata intorno a Idriss Déby, si unisse ai ribelli, il regime di suo figlio sarebbe quindi estremamente indebolito.
Tutto il resto, a cominciare dagli infiniti riferimenti allo Stato di diritto, dal canto del “buon governo” e dagli artificiali incantesimi allo svolgimento delle elezioni, è purtroppo, e in realtà, solo chiacchiere europee.
Per tutto ciò che riguarda la storia delle complessità delle relazioni etniche ciadiane, si rimanda al mio libro: Le guerre del Sahel dalle origini ai giorni nostri . Nel numero di maggio di Afrique Réelle che gli abbonati riceveranno all’inizio del mese, un dossier sarà dedicato alla questione del Ciad.
Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

Perché è illusorio persistere nel continuare a credere che sia possibile una “pacificazione dei ricordi” con Algeria e Ruanda, di Bernard Lugan

Esistono e sono  esistiti i processi di decolonizzazione e le guerre di liberazione, esiste il neocolonialismo, esistono l’utilizzo delle ricostruzioni storiche e la retorica della liberazione per determinare le dinamiche geopolitiche e per giustificare la sopravvivenza di regimi che hanno tradito le aspettative di indipendenza e di sviluppo o che si sono rivelati fallimentari nel perseguirle_Giuseppe Germinario

Emmanuel Macron si ostina a rifiutare di vedere che Francia, Algeria e Ruanda non parlano della stessa cosa quando viene sollevata la questione della memoria. Per Parigi, la storia è una scienza che permette di conoscere e comprendere il passato. Per Algeri e per Kigali, è un mezzo per legittimare i regimi in atto attraverso una storia “organizzata”. Essendo l’incomunicabilità totale, i dadi vengono quindi caricati dall’inizio. Da qui l’affondamento del “Rapporto Stora” e del “Rapporto Duclert”.

Algeria e Rwanda non vogliono una “pacificazione della memoria” nel senso in cui la intende la Francia, poiché ogni normalizzazione passerebbe necessariamente per concessioni di memoria che farebbero esplodere le false storie su cui poggia la “legittimità” del popolo. Due regimi. Il presidente algerino Tebboune, inoltre, lo ha più che chiaramente riconosciuto quando ha dichiarato che “la memoria nazionale non può essere oggetto di rinuncia o di contrattazione”.
In definitiva, la Francia cerca una pace commemorativa basata sulla conoscenza scientifica degli eventi passati quando l’Algeria e il Ruanda chiedono il suo allineamento con le proprie storie inventate.

Prima di imbarcarsi in modo evaporato nel processo di appiattimento dei ricordi, Emmanuel Macron avrebbe potuto prevedere la notevole differenza di approccio dei paesi interessati, il che gli avrebbe poi permesso di capire che il suo approccio era destinato al fallimento. Ma, per questo, avrebbe dovuto chiedere consiglio a veri specialisti di storia dell’Algeria e del Ruanda, a conoscitori delle mentalità dei loro leader. Tuttavia, e al contrario, per il fascicolo algerino, il presidente francese ha scelto di rivolgersi a uno storico militante che ha firmato una petizione a sostegno degli abusi di sinistra islamo dell’UNEF, e, per il fascicolo ruandese, a uno storico totalmente incompetente nel la questione. Benjamin Stora è in linea con la storia ufficiale algerina scritta dall’FLN quando la tesi di Vincent Duclert su “Il coinvolgimento degli scienziati nell’affare Dreyfus” non lo rende un conoscitore della complessa alchimia etno-storica del Ruanda… e non lo consente osare parlare, contro tutta la cultura regionale, di “assenza di antagonismi etnici nella società tradizionale ruandese” (!!!).

Come poteva Emmanuel Macron aspettarsi un “avanzamento” dal “Sistema” vampirico che pompa la sostanza dell’Algeria dal 1962, quando osserva con più che gelosa cura che la storia legittima il suo dominio sul paese non è messa in discussione? È davvero una questione di sopravvivenza. L’omologo algerino di Benjamin Stora non ha quindi proposto una revisione storica, lasciando il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Saïd Chengriha, ad alzare la posta in gioco con la Francia evocando, contro lo stato delle conoscenze, i “milioni di martiri di la guerra d’indipendenza ”… In una frase, il tentativo dei poveri Elisiani di conciliare i punti di vista tra Francia e Algeria è stato così polverizzato. Inoltre, pur rafforzando il rapporto di fiducia instaurato tra i presidenti Macron e Tebboune, il generale Chengriha ha mostrato chiaramente che il presidente algerino è solo un fantoccio e che è l’istituzione militare che governa e impone la sua legge.

Padroni del tempo, i generali algerini ora metteranno pressione su Emmanuel Macron, chiedendogli di consegnare o di espellere alcuni grandi personaggi dell’opposizione attualmente profughi in Francia … La ricerca eterea e ideologica di un consenso storico avrà quindi portato una disfatta francese.

Nel caso del Ruanda la situazione è decisamente caricaturale perché il “Rapporto Duclert” va anche oltre il “Rapporto Stora” in quanto si allinea quasi del tutto con le posizioni di Kigali, legittimando così la falsa storia su cui poggia la legittimità “del regime del generale Kagame. Una storia radicata in tre postulati principali:
– La Francia ha sostenuto ciecamente il regime del presidente Habyarimana.
– Sono stati gli hutu che, il 6 aprile 1994, hanno abbattuto l’aereo del presidente Habyrarimana per compiere un colpo di stato che avrebbe innescato il genocidio.
– Era programmato il genocidio dei Tutsi.

Tuttavia, al contrario:

– Mentre la tragedia in Ruanda è stata causata dall’attacco lanciato dall’Uganda nell’ottobre 1990 da rifugiati tutsi o disertori dell’esercito ugandese, il “Rapporto Duclert” afferma, così come Kigali, che tra il 1990 e il 1993 la Francia ha appoggiato ciecamente il regime ruandese . Tuttavia, ogni intervento militare francese era subordinato a un’anticipazione ottenuta dal presidente Habyarimana nella condivisione del potere con coloro che gli avevano dichiarato guerra nell’ottobre 1990 … La differenza è significativa.

– Voltando le spalle allo stato delle conoscenze e allineandosi nuovamente con la tesi ufficiale di Kigali, il “Rapporto Duclert” suggerisce che sarebbero stati i suoi stessi sostenitori ad abbattere, il 6 aprile 1994, l’aereo del presidente Habyarimana. Un’ipotesi che anche i giudici Jean-Marc Herbaut e Nathalie Poux, incaricati del caso dell’attentato, hanno ritenuto non essere supportati da nessuno degli elementi del fascicolo. Inoltre, se si fossero presi la briga di interessarsi concretamente all’operato del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR), e di non parlarne attraverso letture di seconda o terza mano, gli autori del “Report Duclert” avrebbero appreso che questo tribunale, che lavora sulla questione da più di vent’anni, ha chiaramente escluso ogni responsabilità per gli hutu nell’attacco che ha scatenato il genocidio.

– Per gli editori del “Rapporto Duclert” tutto questo non ha importanza perché, secondo loro, e ancora come sostiene Kigali, poiché il genocidio era programmato, sarebbe comunque avvenuto, anche senza l’attacco … Ora, ancora una volta, è stato più che chiaramente stabilito dinanzi all’ICTR che il genocidio era la conseguenza dell’assassinio del presidente Habyarimana …

Grazie al “Rapporto Duclert”, Kigali è ora in una posizione di forza per chiedere alla Francia delle scuse ufficiali che dovranno essere supportate dal pagamento di contanti “forti e morbidi” … E se Parigi si dimostrasse ribelle, come il “Rapporto Duclert” ha, contro ogni verità storica, riconosciuto una parte della responsabilità francese nella genesi del genocidio, consigliato dall’uno o dall’altro studio legale dall’altra parte dell’Atlantico, il Ruanda potrebbe quindi decidere di citare in giudizio la Francia in tribunale internazionale… Si potrebbe quindi annunciare un nuovo ricatto. Frutto della debolezza francese e della volontà del presidente Macron di risolvere la controversia con il Rwanda, ora è la Francia che è a pancia in giù …

Bibliografia
– Per tutto ciò che riguarda la critica alla storia ufficiale dell’Algeria resa popolare in Francia da Benjamin Stora, rimandiamo al mio libro Algeria, History in the place .
– Per tutto ciò che concerne le critiche alla storia ufficiale del genocidio in Ruanda, riprese nel “Rapporto Duclert”, rimandiamo al mio libro Rwanda, un genocide en questions e alle mie relazioni di esperti dinanzi all’ICTR dal titolo Dieci anni di esperienza prima del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR)
– Per tutto ciò che riguarda il pentimento in generale, rimandiamo al mio libro Responding to decolonials, islamo-leftists and terrorists of pentance .
Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

la 1a guerra mondiale in Africa, di Bernard Lugan

In questo anniversario della fine della prima guerra mondiale, la commemorazione dei combattimenti sul fronte europeo mette in secondo piano la guerra africana dove, grazie alla loro enorme superiorità umana e materiale, gli Alleati sono riusciti a impadronirsi rapidamente del Togo, da Kamerun e in misura minore dall’Africa sudoccidentale tedesca. Non fu lo stesso per la Deutsche Ost-Afrika (Tanganica e Ruanda-Urundi) e più in generale per tutta l’Africa orientale dove, attraverso gli attuali Stati di Ruanda, Burundi, Tanzania e Mozambico, ordinò del colonnello, allora generale, Paul von Lettow-Vorbeck, qualche centinaio di tedeschi e da due a tremila ascari, l’equivalente dei fucilieri francesi, resistettero infatti fino al 25 novembre 1918, essendo riusciti a immobilizzare lontano dal Fronte europeo fino a 200.000 soldati britannici, sudafricani, portoghesi e belgi. Tagliati fuori da ogni rifornimento, sapendo sfruttare al meglio i loro magri mezzi, vivendo delle catture fatte contro il nemico, la loro esperienza merita di essere studiata nelle accademie militari. Nel marzo 1919, dietro al generale von Lettow-Vorbeck, i cento tedeschi sopravvissuti all’epopea africana fecero un ingresso trionfante a Berlino attraverso la Porta di Brandeburgo e la Pariser Platz. Il contesto era allora irto di tempeste perché nel dicembre 1918 la rivoluzione bolscevica aveva quasi conquistato la Germania e il generale von Lettow-Vorbeck giocava allora un ruolo essenziale e poco conosciuto. Nell’aprile 1919, le tre brigate navali tedesche (fanteria della marina), compresa la famosa brigata Ehrhardt, furono infatti unite al “1 ° reggimento coloniale” (Schutztruppe che non aveva combattuto oltremare), e il reggimento di artiglieria da campo di Osiander, per costituire la “Divisione Marine” di cui fu affidato il comando a Paul von Lettow-Vorbeck. Questa divisione della marina di von Lettow-Vorbeck, nota anche come divisione dei volontari di von Lettow-Vorbeck, fu ordinata da Noske, il ministro degli interni socialista, di spezzare le rivolte degli eredi comunisti degli spartachisti. Ha adempiuto perfettamente alla sua missione, sia ad Amburgo che a Monaco. È a questa epopea che Bernard Lugan ha dedicato un video corso di un’ora e mezza, illustrato con numerose mappe e immagini d’archivio.

AFRICA 2021…come il 2020, di Bernard Lugan

In Africa, l’anno 2020 è finito come era iniziato, con diverse ampie aree di conflittualità:
– In Libia, paese tagliato in due entità, Tripolitania in Occidente e Cirenaica nell’est, Turchia attraverso il governo di Tripoli e L’Egitto, tramite il marescialloHaftar hanno la pistola ai piedi. Il maresciallo Haftar controlla i terminali petroliferi del Golfo di Syrtes che la Turchia vuole conquistare. Per l’Egitto sarebbe un casus belli e ha avvertito che, in questo caso, il suo esercito sarebbe intervenuto.
– Nella BSS (Sahelosaharan Band), la grande novità è una guerra aperta tra Daesh
il cui obiettivo è stabilire un califfato transetnico e transnazionale, e Aqmi che si è evoluto verso un etno-jihadismo territoriale.
– Nel corno, la principale la domanda è se l’Etiopia è sì o no alla vigilia di uno sviluppo di tipo jugoslavo, o al contrario in fase di ricomposizione attorno all’Oromo che emarginò l’Amhara e schiacciò il Tigrayans.
– In Africa centrale, dalla CAR alla regione del Lago Albert, il buco nero non è pronto per essere riempito. Quanto al Mozambico, il jihadismo sembra mettere radici nel gioco della
parte settentrionale del paese vicino alla Tanzania.

Alla fine del 2020, il conflitto “vecchio” cincischiava nel Sahara occidentale dove in agonia il Polisario ha tentato senza successo di tagliare la strada che collega il Senegal al
Mediterraneo, strada che attraversa il Sahara marocchino. Ora la domanda è se l’Algeria ha ancora interesse a sostenere a distanza di un braccio un Polisario, una sorta di testimone delle guerre del tempo della “guerra fredda” prima del 1990, e del quale alcuni degli ultimi
membri si sono uniti allo Stato islamico (Daesh), nemico mortale di Algeri.
Politicamente, l’anno 2020 ha visto tenere una serie di elezioni le quali, nella quasi totalità,
hanno solo consolidato e confermato i rapporti etnodemografici, grazie ai quali i più numerosi matematicamente sovrastano i meno numerosi. Tuttavia, questa etnomatematica elettorale è la chiave della questione politica africana.
Nel 2020, dieci anni dopo l’inizio dell’ondata disastrosa di “Primavera araba”, l’Africa
del Nord è tornata al punto di partenza, ovvero al suo principale problema, quello demografico.
Mentre le nascite procedono più veloci dello sviluppo, dall’Egitto al Marocco, i problemi sociali costituiscono tante bombe a orologeria. A questo si aggiungono problemi specifici. Così la questione delle acque del Nilo che ha creato una situazione quasi conflittuale tra l’Egitto e l’Etiopia, i disperati tentativi del “sistema” algerino di sopravvivere a se stesso.

Plus d’informations sur le blog de Bernard Lugan.

fuochi che si riaccendono, di Bernard Lugan

Alla fine del 2020, due “vecchi” conflitti  africani si stanno riaccendendo:
1) A nord, la tensione è aumentata improvvisamente tra ilMarocco e l’Algeria

dopo che il Polisario ha deciso di tagliare i corridoi di collegamento stradale

dal Senegal e dalla Mauritania al Mediterraneo. Tuttavia, l’unica domanda che

vale la pena porsi è se il Polisario ha agito di propria iniziativa, o se l’esercito

algerino lo ha spinto a testare la volontà marocchina.

Domande correlate: quale controllo l’Algeria esercita realmente su alcuni diverticoli

delPolisario che ha aderito allo Stato islamico (Daesh)? Alla fine del
conto, è ancora il Polisario utile al “sistema” algerino?
2) Nella regione del Corno, l’Etiopia è di nuovo protagonista con la secessione del

Tigray.
Stiamo affrontando un fenomeno di tipo jugoslavo, con lo smembramento di un paese multietnico, un mosaico di popoli che hanno perso la propria coesione?
Dalle sue origini al 1991, l’Amhara ha svolto questo ruolo; successivamente dal 1991 al 2019, sono subentrati i Tigrini. Oggi, etno-matematicamente forti, gli Oromo si stanno gradualmente affermando.
Ma i Tigrini non vogliono essere soggetto ai loro ex servi …
Fortunatamente per il potere centrale, l’odio degli Amhara verso i loro cugini tigrini è talmente viscerale che sono alleati congiuntamente al potere degli Oromo.
Fino a quando ? E’ la questione delle questioni…
Interviene la crisi algerino-marocchina in un contesto politico algerino che fa

venire in mente la fine del periodo Bouteflika. Infatti, dal 2013, data del primo colpo di quest’ultimo, l’Algeria è una barca alla deriva; non è più governata.
Dopo le grandi manifestazioni dell ‘”Hirak” interrotte dal Covid 19, una vera “grazia divina” per il “Sistema”, la “nuova Algeria” annunciata dal presidente Tebboune apparve rapidamente per quello che era, l’estensione gerontocratica dell’Algeria di Bouteflika.
Infatti, ‘ tre gerontocrati che gestiscono il “Sistema” sembrano tutti arrivati alla fine del loro” orologio biologico “.

75 anni anni, il presidente Tebboune è ricoverato in Germania, mentre il generale Chengriha, capo di stato maggiore di 77 anni in Svizzera. Quanto a Salah Goujil, il presidente del Senato, l’uomo destinato ad assumere il periodo di transizione in
caso di scomparsa del presidente, ha 89 anni ed è anche molto malato …
In questo periodo di fine regno, i clan dei giannizzeri sono pronti a regolare i conti, a tagliarsi la gola a vicenda per afferrare i resti di potere. Quello del generale Gaïd Salah è stato liquidato politicamente e riguardo agli altri due clan sembra che stiano aspettando
la scomparsa del presidente
Tebboune:
– L’ex DRS (i Servizi), quello dato per distrutto, dimostra che è ancora potente
nonostante l’incarcerazione del suo
leader principale.
– Quella del suo nemico, il generale Benali Benali, circa 80 anni,
il più vecchio ufficiale nel grado più alto e leader dell’esercito algerino
della potente guardia repubblicana.
Per tutti, l’alternativa è semplice:
prendere il potere o finire il loro giorni in prigione …
Bernard Lugan

Sahel: tra jihadismo universalista e jihadismo etnico, di Bernard Lugan

L’attacco notturno a cavallo di mercoledi 10 e giovedì 11 giugno, alla frontiera tra il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, è la prima azione jihadista che ha preso di mira la Costa d’Avorio, dalle azioni del Grand Bassam nel 2016. Essa viene inscritta in un quadro di confronto mortale tra l’EIGS (Stato Islamico nel Grand Sahara) e AQMI (Al-Quaïda per il Maghreb islamico).
In questa parte del Sahel Occidentale, il jihadismo è ormai imploso in due grandi correnti che si combattono:
– Uno, quello dell’EIGS (Stato islamico nel Grand Sahara), è legato a Daesh e il suo obiettivo è la creazione in tutto il BSS (striscia Sahelo-Sahariana) di un vasto califfato transetnico che sostituisce il stati attuali. Il suo leader, Adnane Abou Walid al-Saharaoui è un arabo Réguibat, ex dirigente del Polisario..
– L’altro, quello di Aqmi (Al-Quaïda per il Maghreb islamico), è il prodotto di grandi frazioni di due grandi popoli, il Tuareg e il Fulani, compresi i leader locali, il Touareg Iyad Ag Ghali e il Fulani Ahmadou Koufa, i quali non sostengono la distruzione degli attuali stati del Sahel.
Le rivendicazioni dei tuareg di Azawad non essendo quelle dei fulani di Macina, Soum o Liptako, era quindi del tutto artificioso che i loro combattenti si fossero radunati sotto lo stendardo di Al-Qaeda che, tutti come Daesh, rivendica il califfato, quindi la distruzione degli stati del Sahel.

Questa artificiosità ha condotto infine ad una frattura tra l’Algérino Abdelmalek Droukdal, il capo d’Al-Qaïda per l’Africa del Nord e la BSS, e gli altri principali capi etno-islamisti régionali, quindi Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa. Questi ultimi che detengono in parte le chiavi del conflitto, negoziano attualmente con Bamako. Iyad Ag Ghali sotto gli auspici dei padrini algerini sono preoccupati della progressione regionale di Daech; analogamente Ahmadou Koufa sotto la protezione del suo mentore, l’imam Dicko.

Come da me spiegato in un comunicato in data 6 giugno , Abdelmalek Droukdal si è opposto a questi accordi, aveva deciso di ripristinare la propria autorità su Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa. Il suo tentativo di intralciare i futuri accordi di pace, già oggetto di sottili e molto complesse discussioni, era parecchio mal visto in Algeria. Soprattutto da quando, per diverse settimane, il presidente Tebboune ha rilevato dal loro stato di “semifinanziati” alcuni degli ex DRS, veri “intenditori” del dossier, già licenziati dal generale Gaïd Salah e dal clan Bouteflika

La morte d’Abdelmalek Droukdal e di altri tre comandanti locali, tali Sidi Mohamed Hame, Abou Loqman alias Taoufik Chaib e Ag Baye Elkheir, il tre giugno, à Talahandak, nel cerchio di Tessalit in Mali, a pochi chilometri dal confine con l’Algeria, pone in essere quindi la libertà di Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa..

Infine, poiché gli “emiri algerini” che hanno guidato a lungo Al Qaeda nel BSS sono stati uccisi uno dopo l’altro, l’eliminazione di Abdelmalek Droukdal segna la fine di un periodo. D’ora in poi, Al Qaeda nel BSS non è più guidato da stranieri, da “arabi”, da algerini, ma da “regionali” che hanno un approccio politico regionale e le cui affermazioni sono principalmente rivendicazioni radicate nei loro popoli, come mostro nel mio libro Le guerre del Sahel dalle origini ai giorni nostri. Per anni ho scritto che le componenti locali di Aqmi hanno usato l’Islam come uno schermo per le richieste inizialmente etno-politiche, che sono attualmente verificate sotto i nostri occhi.

Siamo quindi, e ancora una volta, di fronte al ritorno, in una forma “modernizzata”, della grande realtà africana che è l’etnia. Se fosse ancora necessario, questi eventi dimostrano che, ovviamente, l’etnia ovviamente non spiega tutto … ma che nulla può essere spiegato senza di essa …

Resta dunque Daech, la cui distruzione in BSS non potrà realizzarsi che:
1) Opponendo la direzione allogena, dunque il «marocchino» Adnane Abou Walid al-Saharaoui, alle sue truppe autigene.
2) Esasperare le contraddizioni tra le rivendicazioni di diversi generi etnici, tribali e clanici.
3) Impedendo al nostro “fedele alleato” turco nella NATO di rifornire i combattenti dell’ISIS. Ma se la rotta del maresciallo Haftar continuasse e le sue truppe perdessero il controllo di Fezzan come sembra essere in corso, allora …

Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan

Sahel: e se fosse lo sviluppo la causa della guerra?, di Bernard Lugan

Il più grande merito dello storico ed analista Bernard Lugan, grande studioso delle vicende politiche del continente africano, è stato nel corso degli anni quello di aver smontato sistematicamente la costruzione retorica ed ideologica degli aiuti umanitari e di sostegno allo sviluppo legati ad una condizione di sottosviluppo. Questo breve articolo ci offre un ulteriore tassello della sua costruzione analitica e della sua denuncia politica. Il conflitto politico in Africa non è dovuto in prevalenza al sottosviluppo, ma ai colossali cambiamenti socioeconomici indotti da interventi esterni e con nuovi grandi attori i quali stanno spingendo sempre più i paesi africani nel circuito commerciale internazionale delle materie prime; ma anche a dinamiche interne a quei paesi quali quelle illustrate in questo articolo.Buona lettura_Giuseppe Germinario

Sahel: e se fosse lo sviluppo la causa della guerra?
I conflitti nel Sahel centrale non sono una conseguenza della scarsità di risorse alimentari
poiché, tra il 1999 e il 2016, la produzione di cereali è ivi aumentata di tre volte a seguito dell’incremento del 25% della superficie coltivata. Allo stesso tempo, il terrorismo ha travolto la regione.
Perché?
Se le risorse alimentari si sono moltiplicate per tre, è perché le aree coltivate sono aumentate del 25%. Un risultato ottenuto essenzialmente per la messa a coltivazione dei terreni da pascolo. Quindi a spese dei pastori. Sulle loro antiche terre di transumanza, i Fulani hanno visto così l’insediamento di coloni non nativi i cui antenati, prima della colonizzazione, erano vittime a loro volta di razzie. Minacciati nel loro modo di esistenza, loro si sono rivolti ai jihadisti.
Più in generale, se osserviamo i microfenomi e non più unicamente i macrofenomi,
scopriamo che non è tanto attorno ai vecchi punti di acqua che avvengono gli scontri,
quanto attorno ai nuovi pozzi
scavati dalle ONG e alle superfici irrigate grazie alle sovvenzioni dell’Unione Europea. Alcuni progetti di bonifica realizzati dai “salvatori del pianeta” equivalgono a veri e propri fattori di guerra. Recintano zone umide ora vietate ai pastori ma che sono vitali per loro.
La religione dello “sviluppo” quindi sconvolge i sottili equilibri tradizionali di quella terra. Da qui il motivo della maggior parte degli attuali scontri etnici a Macina, Soum
e a Liptako.
Come spiego nel mio libro “Le guerre del Sahel dalle origini Oggi”, a causa dell’etnomatematica elettorale, gli Stati
del Saheliani controllati con il sostegno degli agricoltori sedentari favoriscono questi a spese dei pastori.
Le persone arricchite e sedentarie investono nel bestiame, competendo così direttamente con i pastori.
Questo è particolarmente vero nel Soum-Macina. Da qui lo scontro tra Peul e Dogon.
Il risultato di questa doppia espropriazione dei pastori comporta che il sedentario arricchito e possidente di bovini, assume come
pastori i giovani proletari Peuhl.
Pertanto, è gioco facile per i jihadisti suggerire loro di uscire dalla loro condizione umiliante con la legge delle armi. La stessa dei loro antenati quando erano dominanti.
Un altro esempio, il Soum dove, come non ho smesso di scrivere da tempo per anni, l’introduzione della coltivazione del riso avvenuta a spese della pastorizia è una delle chiavi di comprensione dell’attuale jihadismo.
Questa novità ha davvero attratto nuove popolazioni nella regione. I coloni coltivatori di riso mossi o fulsé-kurumba hanno inizialmente cacciato i pastori Peuhl dalle terre di transumanza. In nome dell’etno-matematica, perché localmente più numerosi
dei Fulani hanno combattuto contro i loro capi-clan per cambiare le regole di assegnazione del territorio.
Anche qui lo sviluppo ha quindi aperto una autostrada ai jihadisti …

http://bernardlugan.blogspot.com/

Sahel! Che fare ora?, di Bernard Lugan

Riflessioni da un punto di vista transalpino_Giuseppe Germinario

Nel Sahel, nella stessa settimana, un soldato francese è stato ucciso, gli eserciti del Mali e del Burkina Faso hanno subito diverse gravi sconfitte, perdendo più di cento morti, mentre cinquanta lavoratori civili impiegati in una miniera canadese massacrato in Burkina Faso, un paese in via di disintegrazione. Anche se la Francia annuncia di aver ucciso un importante leader jihadista, la situazione sfugge a poco a poco a qualsiasi controllo.

La realtà è che gli stati africani in fallimento non sono in grado di difendersi, il G5 Sahel è un guscio vuoto e le forze internazionali schierate in Mali usando la maggior parte delle loro risorse per l’autoprotezione, sul campo, fanno tutti affidamento i 4500 uomini della forza Barkhane.

oro:
1) Abbiamo interessi vitali nella regione che giustificano il nostro coinvolgimento militare? La risposta è no
2) Come condurre una vera guerra quando, per ideologia, ci rifiutiamo di nominare il nemico? Come combattere quest’ultimo, allora, facciamo come se fosse nato dal nulla, non appartenesse a gruppi etnici, tribù e clan ma perfettamente identificati dai nostri servizi?
3) Quali sono gli obiettivi del nostro intervento? Il minimo che possiamo dire è che sono “fumosi”: combattere il terrorismo attraverso lo sviluppo, la democrazia e il buon governo, mentre ostinatamente, sempre ideologicamente, minano o talvolta rifiutano prendere in considerazione la storia regionale e il determinante etnico che costituisce comunque le sue basi?
4) Gli stati africani coinvolti hanno gli stessi obiettivi della Francia? È lecito dubitare …

Il fallimento è quindi inevitabile? Sì, se non cambiamo rapidamente il paradigma. Soprattutto perché l’obiettivo primario del nemico è quello di causarci perdite che saranno sentite insopportabili dal pubblico francese.
In queste condizioni, come evitare l’imminente disastro?

Sono possibili tre opzioni:
– Invia almeno 50.000 uomini sul campo per incrociare e pacificare. Questo è ovviamente del tutto irrealistico perché i nostri mezzi lo vietano e perché non siamo più nell’era coloniale.
– Piega la nostra forza. Barkhane è in una situazione di stallo con possibilità di manovra sempre più ridotte, soprattutto a causa della proliferazione di mine poste sugli assi di comunicazione richiesti. Ma anche perché ora dedica una parte sempre più importante dei suoi mezzi alla sua autoprotezione.
– Infine, dai a Barkhane i mezzi “dottrinali” per condurre efficacemente la controinsurrezione. E sappiamo come farlo, ma a condizione di non metterci più in imbarazzo con considerazioni “morali” e ideologiche paralizzanti.

Questa terza opzione si baserebbe su tre pilastri:

1) Tenendo conto della realtà che la conflittualità sahelo-sahariana fa parte di un continuum storico millenario e che, come mostro nel mio libro Le guerre del Sahel dalle origini ai giorni nostri, non possiamo ambire con 4500 uomini a dirimere le questioni regionali iscritte nella notte dei tempi.

2) Dare priorità al focolaio principale del fuoco, vale a dire la questione tuareg che, nel 2011, era all’origine dell’attuale guerra. Infatti, se riusciamo a risolvere questo problema, asciugiamo i fronti di Macina, Soum e Liptako tagliandoli dai settori sahariani. Ma per questo, sarà indispensabile “torcere il braccio” alle autorità di Bamako dando loro un mercato in mano: o fai delle concessioni politiche e costituzionali reali al tuareg che si farà la polizia nella loro zona, oppure noi andiamo e lasciati coccolare per te stesso. Per non parlare del fatto che diventa insopportabile notare che il governo maliano tollera le manifestazioni che denunciano Barkhane come forza coloniale quando, senza l’intervento francese, il tuareg prese Bamako …

3) Quindi, una volta estinto il focolaio settentrionale e i Tuareg diventeranno garanti della sicurezza locale, sarà quindi possibile affrontare seriamente i conflitti nel sud non esitando a designare coloro che sostengono il GAT (gruppi armati terroristici) e armare e inquadrare coloro che sono ostili nei loro confronti. In altre parole, dovremo operare come gli inglesi hanno fatto in modo così efficace con il Mau-Mau del Kenya quando hanno lanciato contro il Kikuyu, matrice etnica del Mau-Mau, le tribù ostili a queste. Certamente, gli eterici sostenitori dei “diritti umani” urleranno, ma se vogliamo vincere la guerra e prima evitare di dover piangere i morti, dovremo attraversarla. Quindi, tieni presente che, come ha detto Kipling, “il lupo dell’Afghanistan sta cacciando con il levriero afgano”. Non sarà quindi più necessario denunciare le frazioni Fulani e quelle dei loro ex tributari che costituiscono il vivaio di jihadisti. Ma, allo stesso tempo, e ancora una volta, sarà necessario imporre ai governi interessati di proporre una soluzione di uscita ai Fulani.
Sarà quindi possibile isolare i pochi clan che danno combattenti al “GAT”, che impedirà il contraccolpo regionale. Il jihadismo, che afferma di voler andare oltre l’etnia fondandola in un califfato universale, sarà quindi intrappolato in scontri etno-centrici e potrà quindi essere ridotto ed eradicato. Rimarrà la questione demografica e quella delle elezioni etno-matematiche che ovviamente non possono essere risolte da Barkhane.
Collocate alla confluenza tra islamismo, contrabbando, rivalità etniche e lotte per il controllo di territori o risorse, le nostre forze colpiscono regolarmente le dinamiche locali e costanti. Tuttavia, il percorso della vittoria passa prendendo in considerazione e usando questi ultimi. Ma è ancora necessario conoscerli …

Bernard Lugan
2019/07/11

Qualche riflessione sul problema migratorio, di Andrea Zhok

Qualche riflessione sul problema migratorio

1) Premessa

Discutere oggi di immigrazione in Italia, come in Europa in generale, finisce facilmente per fornire occasioni di polemica corrente e per focalizzare su questo o quell’episodio mediatico. Non è questa l’intenzione delle brevi considerazioni che seguono. Non prenderemo posizione su decisioni del presente governo, di quello precedente, del Consiglio d’Europa, ecc. L’intento invece è quello di chiarire, contestualizzandola storicamente, la cornice economica ed etica entro la quale è sensato prendere le nostre decisioni in termini di immigrazione.

 

2) Il contesto italiano in rapporto al fenomeno migratorio

L’immigrazione verso l’Italia è un fenomeno relativamente recente, che però ha avuto una crescita molto rapida, con direttrici di provenienza che sono variate nel tempo. Gli stranieri residenti in Italia sono al 1° gennaio 2018 5 milioni e 144mila (5.144.440), cui vanno aggiunti secondo le stime del Ministero degli Interni circa 600.000 clandestini. Questo significa che la popolazione di stranieri residenti rappresenta l’8,57% della popolazione, cui va aggiunto circa un 1% di clandestini, per un totale approssimativo del 9,5%.

I gruppi nazionali prevalenti sono, in ordine di grandezza e limitandoci ai gruppi che superano le 100.000 presenze: Romania (1.190.000), Albania (440.000), Marocco (416.000), Cina (290.000), Ucraina (237.000), Filippine (167.000), India (151.000), Moldavia (131.000), Bangladesh (131.000), Egitto (119.000), Pakistan (114.000), Sri Lanka (107.000), Nigeria (106.000), Senegal (105.000).

Ciò che colpisce immediatamente è come la percezione pubblica della ‘problematicità’ o ‘onerosità’ di alcuni gruppi di stranieri non coincida con la mole della loro presenza sul territorio. Alcuni gruppi, pur presenti in modo massiccio (Cina, Ucraina, Filippine, India) sembrano aver prodotto un impatto minimo in termini di ‘disfunzionalità percepita’ rispetto ad altri. Proveremo a vedere in seguito se a questo elemento di ‘percezione’ corrispondano elementi obiettivi o meno.

La situazione italiana ha alcune caratteristiche specifiche rispetto ad altri paesi europei con dimensioni simili. In termini assoluti, in raffronto a paesi di dimensioni comparabili, abbiamo una percentuale di stranieri residenti non particolarmente elevata: come abbiamo detto l’Italia presenta circa il 9,5% di stranieri residenti di contro al 14,8% della Germania; al 14% del Regno Unito; all’11,8% della Francia, al 9,9% dell’Austria, al 9,8% della Spagna.

L’andamento temporale della presenza in Italia è però particolare. Rispetto a Francia, Germania o Inghilterra, l’Italia ha iniziato ad assorbire forza lavoro straniera solo in tempi recenti, con una curva degli ingressi molto repentina. Nel 2000 gli stranieri in Italia erano circa un milione, oggi sono oltre 5 milioni, con una quintuplicazione della popolazione straniera nell’arco di 18 anni.

Per comprendere anche le specificità nella percezione pubblica del problema bisogna ricordare come a questa dinamica di crescita si sia aggiunto il fenomeno degli sbarchi clandestini, dovuto alla collocazione geografica del paese. Con l’eccezione della fiammata del 1991, con lo sbarco di circa 50.000 albanesi in pochi mesi, fino al 2010 il tasso di sbarchi si era contenuto in una forbice che andava dai 4.000 ai 50.000, poi a partire dal 2011, con 62.000 sbarchi, è iniziata una tendenza alla crescita che ha portato nel 2014 a 170.100, nel 2015 a 153.843, e nel 2016 a 181.436 sbarchi. Ancora nella prima parte del 2017 l’andamento sembrava ricalcare quello del 2016, ma il successo della strategia di contenimento adottata dal ministro Minniti ha ridotto drasticamente gli sbarchi nella seconda metà dell’anno, che sono risultati alla fine 119.247.

La rapidità della crescita percentuale della popolazione straniera in pochi anni e il recente fenomeno di immigrazione clandestina di massa sono le coordinate obiettive indispensabili per comprendere il formarsi di una percezione pubblica dell’immigrazione come priorità nazionale. A questo aspetto oggettivo va però abbinato l’aspetto interpretativo, più specificamente politico, su cui ci soffermeremo in seguito.

 

3) L’immigrazione dall’Africa subsahariana come caso di studio

Proviamo ora a concentrare l’analisi su quella componente che, a dispetto di numeri non debordanti, è stata percepita negli ultimi anni come maggiormente problematica, ovvero l’immigrazione proveniente dall’Africa subsahariana. Prendiamo questa situazione non solo per il suo carattere di emergenza contingente, ma soprattutto come esempio di problemi che potrebbero verificarsi su altre direttrici, e per cui bisogna approntare una risposta.

Per quanto il problema degli ‘sbarchi’ dal Mediterraneo riguardi persone provenienti tanto dal Medio Oriente e dal Maghreb che dall’Africa subsahariana, la situazione in prospettiva più preoccupante è quest’ultima, in quanto non sembra di essere di fronte a crisi passeggere, ma ad una condizione di squilibrio strutturale.

In Italia, sulla rotta mediterranea, giungono prevalentemente migranti da Senegal, Nigeria, Tunisia, Guinea, Eritrea, Sudan, Gambia, Costa d’Avorio, e Somalia. Sono quasi tutti paesi con condizioni di vita problematiche, spesso in mano a cordate familistiche che detengono il potere in forme autocratiche ed autoritarie. Salvo il caso del Gambia non si tratta in senso stretto di ‘paesi poveri’.

La Tunisia è l’unico paese del Maghreb in questa lista. Dal 2010 le vicissitudini politiche seguite alla ‘primavera araba’ hanno abbattuto un Pil che nei precedenti dieci anni oscillava tra il 2 e il 6% di crescita; da allora il paese è in sostanziale stagnazione, nonostante il ritorno ad una situazione di stabilità politica.

Il Senegal è il paese dell’Africa subsahariana con la maggiore stabilità politica e con una crescita economica prima facie invidiabile (salvo una breve recessione nel 2012 oscilla negli ultimi dieci anni tra i 2% e il 10% di crescita).

La Guinea ha avuto una serie di vicissitudini politiche interne che hanno inciso sull’economia, inducendo un andamento ondivago della produzione, con negli ultimi anni un episodio recessivo e ora una crescita apparentemente solida, oltre il 6%.

La Nigeria, paese produttore di petrolio, ha visto una crescita del Pil oscillante tra il 4 e il 6% tra il 2005 e il 2015, per poi avere una repentina recessione (2016-2017) ed una ripresa all’attuale 1,5%.

L’Eritrea, dopo una lunga guerra intestina, ha ripreso a crescere nel 2009, tenendo una crescita media un po’ superiore al 4%.

Anche il Sudan è un paese produttore di petrolio che ha avuto un tasso di crescita medio negli ultimi 10 anni poco sopra il 4%.

Il Gambia, uno dei paesi africani più poveri, ha comunque avuto buona crescita (3-4%) negli ultimi 10 anni, con un episodio recessivo nel 2011.

Dopo la conclusione di una guerra civile nel 2011, la Costa d’Avorio, il più grande esportatore al mondo di cacao, ha infine un’economia che, in termini di Pil, appare galoppante.

Senza voler entrare in troppi dettagli, ad uno sguardo generale è facile riconoscere che in quasi tutti i casi si tratta di paesi ricchi di risorse naturali, con potenzialità produttive buone e talvolta eccellenti, ma dove tuttavia la ricchezza procapite non riesce ad aumentare in modo significativo.

Ciò sembra dipendere da una molteplicità di fattori, ma tre si presentano in primo piano: 1) l’organizzazione politica interna è spesso conflittuale e disfunzionale, con una distribuzione interna della ricchezza estremamente diseguale, dove a fronte di una ristretta élite estremamente benestante c’è una parte ampia della popolazione sulla soglia della sopravvivenza; 2) l’elevata crescita demografica suddivide la crescita totale su di una popolazione a sua volta crescente; 3) nei casi più ‘favorevoli’, dove il paese ‘gode della fiducia’ degli ‘investitori stranieri’, questi ultimi drenano ampia parte del Pil al di fuori del paese. In sostanza, come è stato osservato più volte, parlare di ‘paesi poveri’ è limitativo e fuorviante; si tratta di paesi i cui problemi di ordinamento interno, fragile e conflittuale, si ripercuotono in instabilità e scarsa capacità di imporre le proprie condizioni negli scambi internazionali.

Se guardiamo all’evoluzione demografica in questi paesi troviamo, come detto, elevata natalità, contenuta in parte da una mortalità più elevata rispetto a quella dei paesi OCSE. Nell’Africa Subsahariana le donne hanno in media 5,2 figli nel corso della loro vita, rispetto all’1,6 dell’Europa e all’1,9 del Nord America, e la densità media della popolazione nell’Africa subsahariana è di 43 abitanti per kmq. Per avere un raffronto, in Italia la demografia è in lieve decrescita (-0,12/anno), con una densità di popolazione di 202 persone per kmq.

Più specificamente in Africa troviamo:

Eritrea: crescita demografica = + 2,3%/anno, densità: 51 persone per kmq;

Somalia: crescita demografica = + 2,96%/anno; densità: 24 persone/kmq; Nigeria: crescita demografica = + 2,64%; densità 215/kmq;

Costa d’Avorio: Popolazione + 2,53%/anno, densità 78/kmq;

Gambia: Popolazione + 3,1%/anno, densità 214/kmq;

Senegal: popolazione +2,42%/anno, densità 84/kmq;

Guinea: crescita demografica = + 2,64%/anno, densità 44/kmq.

L’unico paese con un tasso di crescita demografica relativamente ridotto è la Tunisia, con uno 0,96%, per una densità di 65/kmq.

Naturalmente qui contano anche i valori assoluti di partenza e perciò l’incidenza di crescita della Nigeria, con quasi 200 milioni di abitanti, è molto superiore a quella del Gambia, con poco più di due milioni di abitanti. Con una crescita media del 2,6% la popolazione dell’Africa subsahariana è destinata a raddoppiare nell’arco di una generazione (ogni 27 anni).

Ciò che si può evincere da questi dati demografici è una dinamica di fondo. Gran parte dell’Africa Subsahariana adotta una strategia riproduttiva adatta a condizioni di vita rurali e precarie, strategia non dissimile da quella che si poteva ritrovare anche in Europa fino a un secolo fa: le famiglie fanno comparativamente molti figli per tre ragioni: a) l’investimento richiesto (ad esempio in formazione) per il mantenimento di un figlio è comparativamente basso; b) il gruppo famigliare rappresenta la principale risorsa economica e di influenza sociale; c) l’incertezza delle condizioni di vita rende sensato considerare la possibilità di decessi precoci.

Questa strategia riproduttiva potrebbe lasciare spazio ad una strategia differente, come spesso predicato dai demografi, solo in presenza di condizioni di sviluppo differenti. Tuttavia al momento i sistemi di organizzazione sociale e produzione, a base familistica, e le condizioni di sfruttamento internazionale non sembrano consentire cambiamenti consistenti: i gruppi dominanti, su base familiare o tribale, spesso tributari a potenze estere, si appropriano di una parte comparativamente molto elevata del Pil, che non alimenta né servizi locali, né la domanda interna. Questo è testimoniato anche dall’Indice di Gini, che cerca di misurare il tasso di diseguaglianza economica (dal minimo al massimo, tra 0 e 100). Per quanto l’Indice di Gini sia spesso di ardua misurazione in quei contesti, nella misura in cui lo riteniamo attendibile, esso mostra una forbice reddituale tendenzialmente ampia. Prendendo come parametro la Germania (31.4) o l’Italia (34.7), troviamo il Senegal con 40.3, la Costa d’Avorio con 41.7, la Nigeria con 43.0, il Gambia con 47.3, ecc.

Nel complesso questa situazione può essere rappresentata come una sorta di ‘squilibrio perpetuo’, dove i problemi interni di questi paesi, politici ed economici, vengono allentati ricorrendo alla valvola di sicurezza dell’emigrazione. Tale valvola, tuttavia, si limita a impedire (o limitare) la conflittualità interna, senza indurre mutamenti sistemici e anzi consentendo a quegli squilibri di perpetuarsi indefinitamente.

È abbastanza evidente come questa dinamica non rappresenti né un meccanismo socioeconomico capace di risolvere i problemi delle relative nazioni africane, né un processo sostenibile nel medio-lungo periodo dai paesi europei.

Nei paesi industrializzati, il tasso demografico ridotto corrisponde ad un modello sociale dove l’investimento in cura e formazione è tendenzialmente elevato, dove i tempi di lavoro e i correlati oneri tendono a lasciare tempi contingentati alla cura famigliare, e dove il raggiungimento delle condizioni economiche favorevoli alla procreazione ne impongono spesso una dilazione considerevole. Queste condizioni, non meno strutturali ed oggettive di quelle che dettano una strategia demografica diversa nel Terzo Mondo, si sono sviluppate in Europa in forme sociali ed economiche dove lo Stato si assume un ruolo di cura e supporto significativo (welfare state). Tali forme sociali possono essere messe a repentaglio dai flussi migratori, in forme che vedremo.

Qual è dunque l’effetto dei flussi migratori in Europa? L’effetto dipende naturalmente da paese a paese, a seconda di quali siano le condizioni sociali ed economiche pregresse, ed è un’impresa complessa darne un resoconto che quantifichi separatamente l’impatto migratorio rispetto ad altre variabili. Tuttavia, è possibile estrarre una dinamica generale di incidenza sia sul piano strettamente economico, che su quello sociale.

4) L’impatto dell’immigrazione su stato sociale e spesa pubblica

Dal punto di vista economico un afflusso di immigrati può influire in modi diversi, a seconda di quanto essi possano essere assorbiti dal locale mercato del lavoro.

Se gli immigrati sono in grado di entrare nel circuito produttivo e di pagare contributi, essi possono incidere positivamente sul benessere economico di un paese. Ciò accade quando un paese è in una condizione prossima alla piena occupazione, oppure nell’eventuale caso di ingressi settoriali di lavoratori qualificati per supplire a mancanze di offerta lavorativa interna altamente specifiche. Questo secondo caso riguarda tipicamente lavori specializzati e non comporta spostamenti massicci di popolazione.

Se siamo in presenza di moderata disoccupazione, l’afflusso di forza lavoro straniera crea un incremento di concorrenza, che, in un regime di libero mercato, crea una pressione al ribasso dei salari e in generale delle condizioni di lavoro. Questo naturalmente non si verifica ad ogni livello, ma solo in quegli ambiti lavorativi in cui la manodopera immigrata è in grado di fornire un contributo lavorativo. Di norma il fenomeno è percepito nelle occupazioni con minore valore aggiunto. Tale processo viene spesso salutato con favore da una parte della classe imprenditoriale, mentre viene percepito come un problema dai lavoratori autoctoni, specialmente quelli meno qualificati, le cui condizioni sul mercato del lavoro tendono a degenerare. Naturalmente l’idea che ‘esistano lavori che gli italiani / europei non vogliono più fare’ è una sciocchezza: quel che è vero è solo che mestieri al di sotto di certi livelli salariali sono accettabili solo per chi è prossimo alla disperazione. Un sistema che dia per scontato che è impossibile elevare le condizioni di lavoro dei mestieri meno piacevoli, e che dunque, per preservare i margini dei ceti benestanti, si richiede l’importazione di persone disperate, rappresenta un tale abisso morale da non richiedere particolari commenti. Per una bizzarra perversione concettuale, chi sostiene questa tesi di sfruttamento sistematico spesso ammanta sé stesso di virtù umanitarie ed etichetta chi la contesta di razzismo.

Infine, se siamo in condizioni di elevata disoccupazione, il sistema economico non è in grado di assorbire alcuna nuova forza lavoro. In queste circostanze un afflusso migratorio genera fatalmente esiti altamente problematici, che incidono sul sistema di welfare e/o sulle risorse statali. I nuovi arrivi, non trovando occupazione non possono fornire alcuna risorsa al paese con i propri contributi. Al tempo stesso, quanto più esteso e generalista è un sistema di welfare, tanto più esso viene messo sotto tensione da tali nuovi arrivi, che inevitabilmente pesano su asili nido, case popolari, servizio sanitario pubblico, assistenza alla povertà, ecc.

Ciò ha anche un effetto indiretto di logoramento del welfare negli stati che lo offrono. Infatti, gli Stati che offrono di meno in termini di servizi pubblici e ammortizzatori sociali (scarso welfare e ampie aree privatizzate) sono anche meno oberati dall’afflusso di persone disoccupate o maloccupate. I servizi di welfare degli Stati più socialmente generosi sono messi in tensione dall’utenza addizionale e riducono perciò la propria qualità ed accessibilità. Questo deterioramento alimenta l’opinione comune e l’azione politica favorevole ad una sostituzione del servizio pubblico con un servizio privato, che per sua natura non è universalistico e non rappresenta un onere per le casse dello stato. Perciò, con un meccanismo indiretto ma intuitivo, un’immigrazione incontrollata produce pressioni per la riduzione del welfare pubblico e la privatizzazione dei servizi.

Nel peggiore dei casi, infine, i soggetti che non riescono ad entrare nel circuito dell’economia legale si ritroveranno in quello dell’economia illegale, quando non senz’altro in quella criminale.

5) L’impatto dell’immigrazione sull’ordinamento sociale

Prendiamo ora in considerazione l’altro lato, oltre a quello economico, dell’impatto di un’immigrazione eccedente le capacità di assorbimento di un paese. Fino a che l’immigrazione riesce a integrarsi essa può rappresentare un arricchimento, come testimoniano, per dire, i ristoranti etnici di molte grandi città. C’è tuttavia un nesso causale ovvio tra l’impossibilità di integrazione economica e la tendenza a nutrire le fila della criminalità: chi non può vivere legalmente vivrà illegalmente. Inoltre, sia la cultura di provenienza sia la specifica formazione culturale del migrante non sono variabili neutrali quanto alla facilità o difficoltà di integrazione. Persone che presentano maggiori difficoltà di integrazione culturale possono essere più difficilmente assorbibili dal tessuto lavorativo (dove tale assorbimento è ancora possibile) e finire più facilmente per minare la convivenza e la legalità. Troviamo una conferma di questi due effetti nei dati relativi alla popolazione carceraria italiana.

Al 31 dicembre 2017 i detenuti stranieri in Italia erano 19.745 su 57.608 detenuti totali, dunque il 34,27% del totale a fronte di una popolazione straniera residente del 9,5%. Questo dato sembra segnalare una maggiore propensione a delinquere nella popolazione straniera, propensione sensatamente ascrivibile alla maggiore difficoltà di integrazione sociale ed economica. È stato peraltro osservato, giustamente, come la popolazione carceraria straniera tenda ad essere sovrarappresentata per la maggiore difficoltà ad avere accesso a servizi sostitutivi al carcere. Tuttavia, come vedremo, questa difficoltà non può spiegare se non in piccola parte l’asimmetria tra le percentuali in oggetto (9,5% vs 34.27%).

Questo dato generale può essere confermato e precisato analizzandolo per sottogruppi. Questo 34% di popolazione carceraria straniera può essere suddiviso per macroaree come segue: 7.287 (il 12,64% del totale) provengono dall’Europa di cui 3387 (il 5,87%) da paesi UE; dall’Africa provengono 9.797 detenuti (il 17,00%), dall’Asia 1.357 (il 2,35%) e dalle Americhe 1.096 (il 1,90%). Il dato qui è molto grossolano, e andrebbe spezzato per singolo paese di provenienza, ma alcune linee sono di particolare interesse. In particolare colpisce la divergenza tra il dato di presenza sul territorio e quello relativo alla popolazione carceraria.

Gli europei nella popolazione straniera residente sono 2.620.257 (cioè il 4,36% della popolazione totale residente in Italia), e nella popolazione carceraria sono il 12,64%. Questo significa che la percentuale di popolazione carceraria di origine europea è in una proporzione di 2,89 a 1 rispetto alla percentuale degli stranieri europei residenti.

Gli asiatici nella popolazione straniera residente sono 1.053.838 (cioè l’1,75% della popolazione totale), e nella popolazione carceraria sono il 2,35%). Questo significa che la percentuale di popolazione carceraria di origine asiatica è in una proporzione dell’1,34 a 1 rispetto a quella degli asiatici residenti.

Gli africani (Maghreb incluso) nella popolazione straniera residente sono 1.096.089 (l’1,82% della popolazione totale), cui però vanno certamente aggiunti una parte significativa dei 600.000 clandestini, che potrebbe portare la percentuale totale intorno al 2,5%. In termini di popolazione carceraria tuttavia essi ne rappresentano il 17,00%. Questo significa che la popolazione carceraria di origine africana è in una proporzione di 6,8 a 1 rispetto a quella degli africani residenti.

Per un raffronto, gli italiani in carcere sono 37.863, che in rapporto alla popolazione italiana rappresenta una proporzione dello 0,74.

Come sempre tutti questi dati vanno presi con cautela e verificati con attenzione, tuttavia essi sembrano confermare in maniera netta sensazioni diffuse, spesso sbrigativamente additate come ‘razzismo’. Così come è ragionevole aspettarsi che persone che hanno maggiori difficoltà ad integrarsi nell’economia, come un migrante disoccupato, abbiano una maggiore propensione ad entrare in forme di economia illegale o criminale, parimenti è ragionevole aspettarsi che divergenze culturali più accentuate, maggiori difficoltà ad identificarsi con usi e costumi del paese ospitante, accentuino la violazione delle regole comuni. – Di passaggio questo dato scomposto chiarisce anche come l’argomento della maggiore difficoltà degli stranieri di accedere a servizi sostitutivi al carcere non sia decisivo: se lo fosse non si comprenderebbe la vasta divergenza nelle proporzioni di cui sopra tra differenti gruppi stranieri, visto che tutti quanti hanno le stesse difficoltà di accesso a servizi alternativi in quanto stranieri.

Qui va evitata nel modo più netto ogni tendenza a trasformare questi dati in discussioni razziali, trattandosi di questioni perfettamente trattabili con variabili schiettamente sociologiche. Tuttavia, il problema rappresentato dalle specifiche difficoltà di integrazione, economica, culturale e sociale, con i relativi costi, non può essere sottovalutato, e in questo contesto l’immigrazione dal continente africano sembra rappresentare un problema di gravità specifica rispetto ai problemi posti da altre provenienze. Ciò aiuta forse anche a comprendere le ragioni per cui in Italia il rigetto nei confronti dei flussi migratori si sia accentuato drasticamente in concomitanza con il fenomeno degli ‘sbarchi’, provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo.

In sintesi, è chiaro e non dovrebbe essere oggetto di controversie, se non ideologiche, che in condizioni lontane dalla piena occupazione un afflusso di popolazione migrante rappresenta per il paese ospitante un logoramento del welfare, un onere economico netto, ed una pressione disgregativa sul piano sociale e legale.

Come abbiamo notato, esiste un problema di integrazione economica, ma esiste poi anche un problema di integrazione sociale complessivo. Come si è visto in paesi con economie più prospere della nostra, la capacità di integrare gli ingressi lavorativi nel tessuto economico produttivo non garantisce che essi siano anche integrati sul piano sociale. Le periferie urbane di Parigi, Londra e Bruxelles, con le tensioni e gli scontri che vi si verificano da tempo e reiteratamente, stanno lì a ricordarci come fornire un posto di lavoro sia solo un passo necessario, ma ampiamente insufficiente verso l’integrazione e l’assimilazione, un passo che, se rimane l’unico, apre facilmente la strada a successive situazioni di aspro conflitto. È un dato manifesto che vi sono forme di vita e culture con gradi di conciliabilità maggiore o minore. Nei casi di minore conciliabilità, la creazione di enclave etniche impermeabili le une rispetto alle altre tende a produrre tensioni tra aspettative differenti in termini di leggi e costumi. Nei periodi di afflusso rapido di popolazione, anche dove le condizioni economiche ne consentano l’impiego, la creazione di tali enclave resta esiziale.

Questo è uno dei temi perennemente misconosciuti nel dibattito pubblico corrente. Lo è innanzitutto perché è un tema obiettivamente delicato e molto difficile da trattare, visto che la ‘conciliabilità (o inconciliabilità) culturale’ non è un dato immediatamente evidente, ma è l’esito di una pluralità di fattori, legati alla religione, ai costumi popolari pregressi, al livello culturale complessivo. Ma è misconosciuto anche perché è un tipo di questione che nella prospettiva culturale oggi dominante, di matrice liberale, viene delegittimata in partenza, in quanto l’esistenza stessa di identità collettive (società, comunità, nazioni, ecc.) è considerato un atavismo o un nonsenso.

Ad essere misconosciuto qui è un dato di fondo, ovvero che nessuna società è in grado di funzionare sulla sola base delle leggi formali, scritte, dei codici implementati da tribunali e carabinieri. In ogni sistema normativo (perfino nei contratti redatti tra contraenti volontari) esiste sempre un’ampia parte di ‘tacito senso condiviso’ che non può essere formalizzato, non può essere esplicitato, ma che presuppone una comunanza di vita, un’esistenza di vissuti pregressi comuni, di percorsi formativi comuni, ecc. Per quanto, come è ovvio, non ci siano due individui che abbiano esattamente gli stessi trascorsi e le stesse radici, comunque esistono gradi di maggiore o minore conciliabilità, e i confini tradizionali degli Stati nazione rappresentano a tutt’oggi la maggiore discontinuità in questo ambito di ‘comunanza informale’.

Fino a quando l’ospitalità concerne numeri limitati o casi episodici, chiunque si trapianti in un nuovo paese tende naturalmente ad assimilarsi, anche senza un intervento intenzionale da parte dello Stato. Ma quando si è di fronte ad afflussi massicci in tempi brevi, la tendenza a creare comunità chiuse, che replicano le forme di vita dei paesi d’origine è pressoché irresistibile. E mentre nel caso di differenze culturali blande ciò può rappresentare un problema minore, in altri casi esso può costituire un processo potenzialmente deflagrante, come le banlieue parigine ci ricordano.

6) Tre argomenti a favore dell’immigrazione e il contesto italiano

Torniamo nello specifico al caso italiano e alla recente sensibilizzazione di una parte cospicua della popolazione al problema migratorio. Per comprendere quanto accaduto è necessario ricordare insieme la catena degli eventi oggettivi e il modo in cui essa è stata discussa nel dibattito pubblico e sui media.

Che obiettivamente ci sia stato un doppio processo capace di ingenerare allarme lo abbiamo sottolineato sopra: abbiamo assistito ad una crescita rapida della popolazione straniera e negli ultimi anni ad un fenomeno di sbarchi clandestini accentuato e apparentemente irrefrenabile. Rispetto a questo quadro oggettivo il monopolio di una posizione semplicemente avversa è stato detenuto dalla Lega. Ma nonostante la Lega (come Lega Nord) sia stata al governo per otto degli ultimi diciotto anni (2001-2006 e 2008-2011) il dibattito mediatico è stato dominato da varianti di tre argomenti, tutti e tre in forme diverse favorevoli all’immigrazione. Possiamo chiamarli per comodità espressiva, rispettivamente, a) l’argomento “umanista”, b) l’argomento “fatalista” e c) l’argomento “utilitarista”. Va notato come spesso tali argomenti, nonostante si appellino a istanze incompatibili, vengano usati liberamente come opzioni alternative, tali per cui, se una opzione appare impercorribile, ci si appella senza remore ad una differente. Questo procedimento argomentativo dà talvolta la sgradevole impressione che qualunque cosa vada bene purché supporti il fine predeciso, cioè il sostegno alla libertà di immigrazione.

6.1) L’argomento umanista

Questo argomento è probabilmente quello più difendibile. Si tratta di un appello di natura deontologica alla necessità di aiutare i meno fortunati e al rispetto dei diritti umani. Questo appello, umanamente condivisibile, presenta però tutti i tipici problemi degli appelli a diritti/doveri fondati aprioristicamente e svincolati dal contesto reale di applicazione.

C’è innanzitutto il problema dell’identificazione di chi sia prioritariamente da aiutare. In un periodo affluente, di benessere diffuso, con condizioni di lavoro agiate, redditi generali crescenti, può essere facile identificare il bisognoso e motivare così il soccorso. Molto meno facile farlo quando precarietà reddituale e lavorativa sono ampiamente presenti. Esercitare comparazioni di fino circa chi sia più ‘sfortunato’ tra i bisognosi prossimi e quelli remoti, tra l’infanzia negata della periferia di Napoli o quella di Abuja, diventa un’impresa francamente improbabile. In ogni caso le difficoltà di vita non sono mai misurate dai dati sul Pil medio pro-capite, visto che livelli di sviluppo e di organizzazione differenti richiedono risorse molto differenti per tenere la testa sopra la linea di galleggiamento. Peraltro, sul piano politico, a chi nutra fondati timori per il futuro proprio o della propria famiglia non si può realisticamente chiedere di posporre questi timori all’aiuto di ignoti estranei.

Nella stessa ottica appellarsi, in maniera più o meno vaga, ai ‘diritti umani’ è una mossa retoricamente brillante, ma vacua. Chi si prenda la briga di visionare gli articoli della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 può facilmente notare come essi siano ampiamente disattesi in tutto il mondo, per diversi miliardi di persone, e per moltissime persone anche nel nostro paese. Chi volesse prendere l’appello ai ‘diritti umani’, come imposizione di un ‘dovere inderogabile’, si troverebbe in un vicolo cieco. Molte persone incontrate quotidianamente sull’autobus o per strada vedono i propri ‘diritti umani’, a partire da quelli sociali, palesemente violati (sia prendendo come riferimento la Dichiarazione del 1948 che la Costituzione italiana). Ciò significa che il presunto obbligo ‘kantiano’ deve necessariamente essere temperato con un criterio selettivo: possiamo essere d’aiuto sempre solo a una netta minoranza degli aventi bisogno in senso assoluto. Ma una volta riconosciuto che un criterio selettivo deve esserci, il passo ulteriore è abbastanza diretto: nel patto sociale che fonda ciascuno Stato ci si vincola innanzitutto a diritti e doveri reciproci nell’ambito della medesima nazione. Questa è la dimensione primaria cui dobbiamo rivolgerci in termini di doveri di aiuto. Solo nel momento in cui questa sfera di soddisfacimento dei diritti sociali fosse adeguatamente coperta, avrebbe senso aprire un secondo livello di prossimità, rappresentato ad esempio da chi desideri insediarsi nel nostro paese.

6.2) L’argomento fatalista

Il secondo argomento, anch’esso frequentemente sollevato di fronte al fenomeno migratorio, suona più o meno così: siamo di fronte ad un movimento storico, epocale, fatale, di fronte cui opporre resistenza è futile, pretenzioso ed illusorio; migrazioni e spostamenti di popoli ci sono sempre stati e nessuno può farci nulla: meglio dunque disporci in maniera adattiva alla nuova situazione. Questo argomento, frequentemente ripetuto nei salotti televisivi non meno che in pensosi editoriali, è stato uno di quelli che hanno nutrito in maggior misura il successo della Lega di Matteo Salvini alle ultime elezioni. Infatti, il combinato disposto di crescita di stranieri e sbarchi da un lato e appello alla resa di fronte ad un ‘ineluttabile movimento storico’, ha prodotto naturalmente un’acuta ‘sindrome da invasione’. Inutile sottolineare come l’idea di un’invasione possa essere accettata con serena compiacenza solo da una minoranza di persone altamente ideologizzate. L’argomento fatalista così dispiegato è stato tra i maggiori contributori di quella svolta nella percezione pubblica che ha reso in qualche modo obbligati gli interventi di Minniti prima e di Salvini poi. La questione infatti era diventata quella di dimostrare sul piano pratico come, volendo, il flusso migratorio potesse essere arrestato o ridotto ai minimi termini. Cosa puntualmente avvenuta.

6.3) L’argomento utilitarista

Con ciò si arriva al terzo e ultimo argomento. Questo è forse l’argomento sollevato più spesso nell’ultimo periodo, in particolare nella versione per cui l’afflusso migratorio, colmando il deficit di crescita demografica italiana, servirebbe a pagarci le pensioni. In questo argomento ci sono una quantità di fallacie logiche del tutto indipendenti da stime numeriche o calcoli più o meno affidabili. Qual è, infatti, il modello di pagamento delle pensioni che esso prefigura? Se l’immigrazione è necessaria per pagare le pensioni, ciò significa che per riuscire a pagare le pensioni un sistema dovrebbe avere un numero di lavoratori in ingresso sempre crescente rispetto ai lavoratori in uscita. In sostanza si dice che senza crescita demografica infinita, o senza drenare risorse umane da paesi poveri, i paesi industriali non potrebbero pagare quanto dovuto ai pensionandi. In sostanza si propone come norma un sistema in perenne squilibrio che ‘vampirizza’ risorse umane altrui. È peraltro difficile capire come un modello del genere possa essere sostenibile nel tempo, in particolare in paesi con densità di popolazione già molto elevata (come tutta l’Europa occidentale).

Detto questo, bisogna ricordare che gli introiti della previdenza sociale non dipendono dal ‘numero dei lavoratori’, ma dal reddito complessivo dei lavoratori e dalla percentuale di questo reddito versato in contributi. Il modo più ovvio per supplire a difficoltà del sistema pensionistico sarebbe aumentando i redditi dei lavoratori attuali, e/o aumentando gli occupati, non certo aumentando indefinitamente il numero assoluto di lavoratori sempre più impoveriti. In un paese con la disoccupazione a doppia cifra e 100.000 giovani con alta formazione in uscita ogni anno, dire che per pagare le pensioni bisogna far entrare persone destinate a lavori a basso valore aggiunto o, più spesso, al lavoro nero o alla disoccupazione, può valere solo come una provocazione, non come una proposta costruttiva.  Incidentalmente, tutto questo discorso non sfiora neppure la prospettiva a brevissimo termine in cui, a causa della crescente automazione, si prevede una riduzione della domanda di lavoro pur in presenza di produttività crescente.

Se si prende come argomento a favore dell’accoglienza degli afflussi migratori l’idea che lo si debba fare nel nome dell’utilità economica, questo argomento andrebbe svolto con coerenza in tutte le sue implicazioni. Questo ragionamento implica che in presenza di disoccupazione locale, nel paese ospitante non dovrebbe entrare assolutamente nessuno, salvo eventuali contingenti mirati a momentanee scoperture di personale con precise qualifiche (e solo fino a quando il paese non sia in grado di riconvertire forza lavoro locale a quei compiti). Un afflusso di migranti in presenza di disoccupazione più che ‘fisiologica’ può solo sostituire lavoratori già impiegati (comprimendo i salari) o nutrire il lavoro nero: in entrambi i casi nessuno contributo giunge ai cespiti che pagano le pensioni.

 

7) Conclusioni e modelli di integrazione possibili

Nel complesso, le linee generali che sembrerebbe ragionevole adottare nei confronti del fenomeno migratorio (parliamo dei cosiddetti ‘migranti economici’) sembrano chiare. Se si ha a cuore il paese, nella situazione attuale e per il prevedibile futuro, ogni ingresso di popolazione migrante dev’essere rigorosamente regolamentata, il che significa che deve poter essere possibile bloccare gli accessi (altrimenti parlare di ‘regolamentazione dei flussi’ è solo una chiacchiera). La consegna, con riferimento alla cosiddetta ‘migrazione economica’ dev’essere quella di accogliere solo quantità di persone integrabili sia lavorativamente che socialmente.

A grandi linee ciò potrebbe implicare l’adozione di questi indirizzi.

Innanzitutto il paese deve avere un canale ufficiale per gli ingressi legali, canale che possa essere modulato in modo restrittivo e selettivo, e che consenta l’inoltro di richieste d’asilo per ragioni umanitarie. Queste ultime, fino a quando rimangono entro numeri non esorbitanti, possono essere considerate in eccezione alle esigenze di funzionalità del paese.

Per quanto concerne la migrazione di tipo economico, in prima istanza, il modello di accoglimento può essere di tipo funzionalista, simile a quello dei Gastarbeiter tedeschi, dunque con permessi funzionali, limitati, rinnovabili, senza la pretesa, né l’aspettativa che un processo di assimilazione avvenga. Questo processo ha senso solo per numeri limitati, e per periodi limitati.

In seconda istanza, quando c’è l’aspettativa che la permanenza lavorativa si protragga nel tempo è opportuno entrare nell’ottica di una strategia ‘assimilazionista’, mirata in ultima istanza alla creazione di nuovi cittadini. Questa strategia deve farsi carico di alcuni elementi di supporto all’integrazione di tipo culturale e linguistico, e deve portare, dopo un congruo numero di anni (dieci?) alla possibilità di richiedere la cittadinanza. La cittadinanza dovrebbe peraltro essere conferita solo previo superamento di alcune prove (una seria prova di italiano parlato, e una conoscenza normativa di base, con particolare riferimento alla normativa costituzionale). A chi obietti che anche alcuni cittadini italiani potrebbero essere in difficoltà a superare tali prove bisogna replicare che ciò sarebbe una buona ragione per dedicare sforzi primari alla formazione degli italiani, non certo una ragione per abbassare ulteriormente il livello di formazione medio. In ogni caso, il senso di tali prove è quello di supplire, almeno in parte, alla mancanza di un retroterra pregresso comune, che per gli autoctoni si estende a numerosi livelli informali impossibili da insegnare ‘tecnicamente’.

Infine, chiunque abbia a cuore l’esistenza futura del proprio paese, la tenuta di qualche forma di stato sociale, e la prosperità della propria popolazione deve respingere radicalmente i modelli di accoglimento di tipo ‘pluralista’ o ‘multiculturalista’. Tali modelli infatti tendono a creare enclave incomunicabili, conflitti sociali endemici, e difficoltà nel governo del territorio. Una volta di più, a chi obietti che da tali difficoltà l’Italia è già afflitta, bisogna replicare che questo è solo un argomento per farsene carico seriamente, e non certo per dichiarare per l’ennesima volta la resa di fronte al degrado.

1 2