EPIDEMIA CORONAVIRUS: DUE APPROCCI STRATEGICI A CONFRONTO, di Roberto Buffagni

Culto cinese degli antenati

Culto dei Lari

 

I due stili strategici di gestione dell’epidemia a confronto

 

 

Propongo una ipotesi in merito ai diversi stili strategici di gestione dell’epidemia adottati in Europa e altrove. Sottolineo che si tratta di una pura ipotesi, perché per sostanziarla ci vogliono competenze e informazioni statistiche, epidemiologiche, economiche che non possiedo e non si improvvisano. Sono benvenute le critiche e le obiezioni anche radicali.

L’ipotesi è la seguente: lo stile strategico di gestione dell’epidemia rispecchia fedelmente l’etica e il modo di intendere interesse nazionale e priorità politiche degli Stati e, in misura minore, anche  delle nazioni e dei popoli. La scelta dello stile strategico di gestione è squisitamente politica.

Gli stili strategici di gestione sono essenzialmente due:

  1. Non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati (modello tedesco, britannico, parzialmente francese)
  2. Si contrasta il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione (modello cinese, italiano, sudcoreano).

Chi sceglie il modello 1 fa un calcolo costi/benefici, e sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione. Questa quota è più o meno ampia a seconda delle capacità di risposta del servizio sanitario nazionale, in particolare del numero di posti disponibili in terapia intensiva. A quanto riesco a capire, infatti, il Coronavirus presenta le seguenti caratteristiche: alta contagiosità, percentuale limitata di esiti fatali (diretti o per complicanze), ma percentuale relativamente alta (intorno al 10%, mi pare) di malati che abbisognano di cure nei reparti di terapia intensiva. Se così stanno le cose, in caso di contagio massiccio della popolazione – in Germania, ad esempio, Angela Merkel prevede un 60-70% di contagiati – nessun servizio sanitario nazionale sarà in grado di prestare le cure necessarie a tutta la percentuale di malati da ricoverarsi in T.I., una quota dei quali viene così condannata a morte in anticipo. La quota di pre-condannati a morte sarà più o meno ampia a seconda delle capacità del sistema sanitario, della composizione demografica della popolazione (rischiano di più i vecchi), e di altri fattori imprevedibili quali eventuali mutazioni del virus.

La ratio di questa decisione sembra la seguente:

  1. L’adozione del modello 2 (contenimento dell’infezione) ha costi economici devastanti
  2. La quota di popolazione che viene pre-condannata a morte è in larga misura composta di persone anziane e/o già malate, e pertanto la sua scomparsa non soltanto non compromette la funzionalità del sistema economico ma semmai la favorisce, alleviando i costi del sistema pensionistico e dell’assistenza sanitaria e sociale nel medio periodo, per di più innescando un processo economicamente espansivo grazie alle eredità che, come già avvenuto nelle grandi epidemie del passato, accresceranno liquidità e patrimonio di giovani con più alta propensione al consumo e all’investimento rispetto ai loro maggiori.
  3. Soprattutto, la scelta del modello 1 accresce la potenza economico-politica relativa dei paesi che lo adottano rispetto ai loro concorrenti che adottano il modello 2, e devono scontare il danno economico devastante che comporta. Approfittando delle difficoltà dei loro concorrenti 2, le imprese dei paesi 1 potranno rapidamente sostituirsi ad essi, conquistando significative quote di mercato e imponendo loro, nel medio periodo, la propria egemonia economica e politica.

Naturalmente, per l’adozione del modello 1 sono indispensabili due requisiti: un centro direzionale politico statale coerentemente e tradizionalmente orientato su una accezione particolarmente radicale e spietata dell’interesse nazionale (tipici i casi britannico e tedesco); una forte disciplina sociale (ecco perché l’adozione del modello 1 da parte della Francia sarà problematica, e probabilmente si assisterà a una riconversione della scelta strategica verso il modello 2).

L’adozione del modello 1, insomma, corrisponde a uno stile strategico squisitamente bellico. La scelta di sacrificare consapevolmente una parte della popolazione economicamente e politicamente poco utile a vantaggio della potenza che può sviluppare il sistema economico-politico, in soldoni la scelta di liberarsi dalla zavorra per combattere più efficacemente, è infatti una tipica scelta necessitata in tempo di guerra, quando è normale perché indispensabile, ad esempio, privilegiare cure mediche e rifornimenti alimentari dei combattenti su cura e vitto di tutti gli altri, donne, vecchi e bambini compresi, nei soli limiti imposti dalla tenuta del morale della popolazione, che è altrettanto indispensabile sostenere.

Gli Stati che adottano il modello 1, dunque, non agiscono come se i loro concorrenti fossero avversari, ma come se fossero nemici, e come se la competizione economica fosse una vera e propria guerra, che si differenzia dalla guerra guerreggiata per il solo fatto che non scendono in campo gli eserciti. La condotta di questo tipo di guerra, proprio perché è una guerra coperta, sarà particolarmente dura e spietata, perché non vi ha luogo alcuno né il diritto bellico, né l’onore militare che ad esempio vieta il maltrattamento o peggio l’uccisione di prigionieri e civili, l’impiego di armi di distruzione di massa, etc. Per concludere, la scelta del modello 1 privilegia, nella valutazione strategica, la finestra di opportunità immediata (conquistare con un’azione rapida e violenta un vantaggio strategico sul nemico)  sulla finestra di opportunità strategica di medio-lungo periodo (rinsaldare la coesione nazionale, diminuire la dipendenza e vulnerabilità  della propria economia dalle altrui accrescendo investimenti statali e domanda interna).

 

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Alla luce di quanto delineato a proposito degli Stati che adottano il modello 1, è più facile descrivere lo stile etico-politico degli Stati che adottano il modello 2.

Nel caso della Cina, è indubbio che il centro direttivo politico cinese sappia molto bene che la competizione economica è componente decisiva della “guerra ibrida”.  Furono anzi proprio due colonnelli dello Stato Maggiore cinese,  Liang Qiao e Xiangsui Wang, che negli anni Ottanta elaborarono il testo seminale sulla “guerra asimmetrica”[1]. Credo che il centro direzionale politico cinese abbia scelto, pare con successo, di adottare il modello 2 per tre ragioni di fondo: a) il carattere spiccatamente comunitario della tradizione culturale cinese, nella quale il concetto liberale di individuo e il concetto cristiano di persona hanno rilievo scarso o nullo b) il profondo rispetto per i vecchi e gli antenati, cardine del confucianesimo c) una valutazione strategica di lungo periodo, riassumibile in queste due massime di Sun Tzu, il pensatore che più ispira lo stile strategico cinese: “La vittoria si ottiene quando i superiori e gli inferiori sono animati dallo stesso spirito”  e  “Una guida coerente permette agli uomini di sviluppare la fiducia che il loro ambiente sia onesto e affidabile, e che valga la pena combattere per esso.” In altri termini, penso che la direzione cinese abbia valutato che il vantaggio strategico di lungo periodo di preservare e anzi rafforzare la coesione sociale e culturale della propria popolazione superasse il costo di breve-medio periodo del danno economico, e della rinuncia a profittare nell’immediato delle difficoltà degli avversari. Perché “le vie che portano a conoscere il successo” sono tre: 1. Sapere quando si può o non si può combattere 2. Sapersi avvalere sia di forze numerose che di forze esigue 3. Saper infondere uguali propositi nei superiori e negli inferiori.”

Nel caso dell’Italia, la scelta – per quanto incerta e mal eseguita – del modello 2 credo dipenda dalle seguenti ragioni. 1) Sul piano culturale, dall’influsso della civiltà italiana ed europea premoderna, infusa com’è di sensibilità precristiana, contadina e mediterranea per la famiglia e la creaturalità, poi parzialmente assorbita dal cattolicesimo controriformato e dal barocco: un influsso  di lunghissima durata che continua ad operare nonostante la protestantizzazione della Chiesa cattolica odierna, e nonostante l’egemonia culturale, almeno di superficie, di liberalismo ideologico e liberismo economico 2) Sempre sul piano culturale, dal pacifismo instaurato dopo la sconfitta nella IIGM e perpetuato prima dalle sinistre comuniste e dal mondo cattolico, poi dalle dirigenze liberal-progressiste UE; un pacifismo che genera espressioni buffe come “soldati di pace”, e la negazione metodica della dimensione tragica della storia 3) Sul piano politico, sia dal grave disordine istituzionale, ove i livelli decisionali si sovrappongono e ostacolano reciprocamente, come s’è palesato nel conflitto tra Stato e Regioni all’apertura della crisi epidemiologica; sia dalle preoccupazioni elettorali di tutti i partiti; sia dalla fragile legittimazione dello Stato, antico problema italiano 4) sul piano politico-operativo, dalla sbalorditiva incapacità delle classi dirigenti, nelle quali decenni di selezione alla rovescia e abitudine a scaricare responsabilità, scelte e relative motivazioni sulle spalle dell’Unione Europea hanno indotto una forma mentis che induce sempre a imboccare la linea di minor resistenza: che in questo caso è proprio la scelta di contenere il contagio, perché per scegliere la via del triage bellico di massa (comunque la si giudichi, e io la giudico molto negativamente) ci vuole una notevolissima capacità di decisione politica.

In altre parole, la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili,  e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari[2] il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.

Farebbe sorridere Sun Tzu e forse anche Hegel constatare che i due modelli impongono metodi operativi di implementazione esattamente opposti rispetto allo stile strategico.

L’implementazione del modello 1 (non conteniamo il contagio, sacrifichiamo consapevolmente una quota di popolazione) non richiede alcuna misura di restrizione della libertà: la vita quotidiana prosegue esattamente come prima, tranne che molti si ammalano e una percentuale non esattamente prevedibile ma non trascurabile di essi, non potendo ottenere le cure necessarie per ragioni di capienza del servizio sanitario, muore.

L’implementazione del modello 2 (conteniamo il contagio per salvare tutti i salvabili) richiede invece l’applicazione di misure severissime di restrizione delle libertà personali, e anzi esigerebbe, per essere coerentemente effettuato, il dispiegamento di una vera e propria dittatura, per quanto morbida e temporanea, in modo da garantire l’unità del comando e la protezione della comunità dallo scatenamento delle passioni irrazionali, cioè da se stessa. Operativamente, la direzione esecutiva del modello 2 dovrebbe essere affidata proprio alle forze armate, che possiedono sia le competenze tecniche, sia la struttura rigidamente gerarchica adatte.

Concludo dicendo che sono contento che l’Italia abbia scelto di salvare tutti i salvabili. Lo sta facendo goffamente, e non sa bene perché lo fa: ma lo fa. Stavolta è facile dire: right or wrong, my country.

[1] Liang Qiao e Xiangsui Wang, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, LEG Edizioni 2011

[2] v. https://www.romanoimpero.com/2018/07/culto-dei-lari.html

Il Fiero Pasto, di Giuseppe Masala

Qui sotto alcune pregnanti riflessioni di Giuseppe Masala. In questi giorni si sono susseguiti gli appelli e le stigmatizzazioni per indurre tutto il paese e le forze politiche ad adottare uno spirito unitario e di concordia nazionale indispensabile a fronteggiare l’emergenza sanitaria. Emergenza che allo stato riguarda la contagiosità piuttosto che la letalità del virus. Appelli che poggiano in gran parte su un equivoco più che mai deleterio e subordinato a dinamiche politiche potenti. La diffusione del corona virus e la gestione dell’emergenza sanitaria sono l’occasione e lo strumento per rideterminare i rapporti di forza e le relazioni geopolitiche. Da una parte il colpevole ritardo della Cina nel comunicare ed affrontare l’epidemia. Nella fattispecie vediamo che per ragioni di gestione interna e di implicita attribuzione a soggetti esterni, gli untori di turno, delle responsabilità della diffusione, tra questi numerosi paesi europei, in particolare Francia e Germania si adoperano a nascondere, minimizzare e manipolare i dati di contaminazione del virus nei propri territori nazionali; dall’altro i suddetti, spalleggiati tempestivamente dai funzionari della Unione Europea, stanno spingendo per l’approvazione definitiva entro metà marzo del MES2 ed una accelerazione della Unione Bancaria. Due trattati particolarmente deleteri per il nostro paese, in particolare nell’attuale contingenza. Una operazione di vero e proprio sciacallaggio del resto consueta nel sistema di relazioni internazionali. Per quanto riguarda le dinamiche politiche interne al paese, i provvedimenti del Governo sono comunque il frutto di pressioni, punti di vista ed interessi contrastanti; ne parleremo a tempo debito. Stanno evidenziando le crepe e le disarticolazioni delle quali soffre particolarmente il nostro apparato statale ed amministrativo. Ancora una volta anzichè a un Giuseppe, continuiamo ad assistere a più “Giuseppi”, di Mattei ne abbiamo già almeno due; bastano ed avanzano. A questo punto un Governo che si vorrebbe di “afflato nazionale”, che invoca la concordia nazionale, che cerchi piena legittimità ed autorevolezza, dovrebbe contraccambiare la richiesta di responsabilità con l’accantonamento quanto meno delle scelte più divisive del paese e delle forze politiche. Il MES2 e l’Unione Bancaria sono appunto tra le scelte più divisive e su questo le forze di governo sembrano troppo ben disposte a cedere e accondiscendere. La gestione interna dell’emergenza sta assumendo toni contraddittori e ormai grotteschi. Il virus segue certamente una logica ed una dinamica più potente delle intenzioni politiche, anche le migliori; la contraddittorietà, la comunicazione e l’uso spesso maldestri dei provvedimenti sono il frutto di un progressivo disordine istituzionale ormai ultratrentennale e di un senso civico ed uno spirito di unità nazionale quantomeno carente tanto da rendere improbo il sacrificio degli operatori impegnati nell’emergenza. Non pare proprio che questa classe dirigente, questo Governo e la stessa PdR siano in grado di contrastare queste dinamiche; ne sembrano piuttosto una espressione. Non riesce ad ottenere dai fratelli europei nemmeno forniture di mascherine, medicinali e disinfettanti, nè pare porsi il problema di cominciare a produrne in casa propria.  Pare piuttosto propensa a manipolare ad uso proprio le progressive limitazioni. Il potere è protezione, e la protezione implica sempre il dominio. Non esiste la decretazione d’emergenza che si basa sul “per favore”. Le talpe che hanno diffuso in anticipo il decreto governativo di ieri vanno individuate, sanzionate, esposte al pubblico ludibrio. Lo stesso vale per i fuggitivi. Se la situazione si fa seria, e pare sia così, il governo si avochi i poteri necessari, metta fine al disordine istituzionale, consultata l’opposizione nomini un responsabile esecutivo (meglio un militare). L’opposizione, in particolare la Lega, all’inizio dell’emergenza virus ha gravemente sbagliato, attaccando il governo e facendo leva sul disordine istituzionale nel tentativo di accedere al governo. Poi i sondaggi l’hanno informata che el pueblo non gradiva, e si è corretta. Ora fa benissimo a contestare con la massima forza il tentativo di far passare i provvedimenti dei cravattari della UE come il MES. Può dunque con piena ragione condizionare il suo indispensabile appoggio alla necessaria avocazione governativa dei poteri emergenziali. Niente MES, e responsabile esecutivo dell’emergenza scelto di comune accordo. Parafrasando Giuseppe Masala ” Se la prossima settimana a Palazzo Chigi ci fosse un Generale dei Carabinieri non mi stupirei”. L’importante è che non si chiami Pietro Badoglio._Giuseppe Germinario, Roberto Buffagni

Il Fiero Pasto.

Fonti dell’Eurogruppo hanno fatto sapere che è attesa l’approvazione definitiva della riforma del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per il 16 di Marzo. Ecco, allora, non è che ci vuole Nostradamus per capire che per l’Italia la firma del Mes significherebbe suicidarsi. Le nostre banche stanno crollando in borsa e conseguentemente lo spread Btp/Bund sta salendo. E’ evidente che avremo bisogno di finanziamenti e quelli della Bce sono vincolati all’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità. Herr Weidman ha parlato chiaro: non sono all’orizzonte misure straordinarie di erogazione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea. Letto in controluce significa: <<Chi ha bisogno di liquidità usi le procedure ordinarie attivando il Mes e firmando un Memorandum of Understanding in stile greco>>.

Ancora meno si può parlare di approvazione di norme capestro quali quella della dell’Unione Bancaria che prevedono la ponderazione del peso dei titoli di stato nazionali nel portafoglio titoli delle banche. Il cosiddetto doom loop tra banche e governi” è un concetto tortuoso e illogico che solo gli economisti – categoria maestra di pensiero gregario – può accettare. In una situazione di crollo generalizzato la logica dello spalmare il rischio sia nello spazio che nella diversificazione degli asset class non funziona: crolla tutto. Il concetto di Risk-Weighted Assets (RWA) è stato semplicemente demolito come concetto dal crollo del 2008. I tedeschi fanno finta di crederci e vorrebbero imporlo perchè è funzionale ai loro disegni. L’Italia ha un un’allocazione dei risparmi/capitali fortemente concentrata sui titoli di stato italiani e questa situazione va smontata (dal loro punto di vista) con la scusa dell’effetto contagio banche-governo. Ma le banche spagnole che hanno una distribuzione più incentrata sull’estero sono messe meglio? Non mi pare proprio, hanno centinaia di miliardi impelagati in quell’Argentina che non riesce manco a pagare le rate dell’FMI e in quella Turchia impegnata in due guerre a bassa intensità (Siria e Libia) e come se non bastasse che rischia uno scontro con la Grecia. E’ forse questa un allocazione delle risorse più razionale e meno rischiosa? Non mi pare proprio.

Perchè i tedeschi vorrebbero una allocazione meno incentrata sul nazionale da parte dell’Italia? Siamo alle solite: comportarsi alla prussiana mantenendo una parvenza di correttezza con la quale fare pistolotti morali agli altri. Ovviamente loro con questa manovra intendono attivare un meccanismo virtuoso per loro e mortale per l’Italia: convogliare verso gli assets tedeschi parte del risparmio italiano abbassando i tassi sui bund che sono già negativi e sottoponendo i capitali esteri che vi sono convogliati a una patrimoniale di fatto. Ovvero sia, le spese per l’emergenza sanitaria glielo pagano i risparmiatori italiani (che però non possono pagarle per se stessi). I tassi dei titoli italiani saliranno vista la mancanza dell’afflusso di risparmio italiano? Non c’è problema secondo loro, lo stato italiano può tranquillamente attivare il Mes firmando un Memorandum of Understendig che ci vincolerà per decine di anni a ciò che decide una società privata di diritto lussemburghese (questo è il Mes). Questo è il meccanismo. Non entro neanche nel discorso su come definire il vincolo del parlamento italiano e del governo alle decisioni di una società privata di diritto lussemburghese, dico solo che io nella costituzione italiana non vedo questa opzione che vincola il parlamento italiano nell’approvazione della legge finanziaria al placet di una società privata. Un colpo di stato bello e buono.

Semplicemente con l’attivazione di questo meccanismo mortale si vedrebbe la riedizione di quanto è accaduto con la crisi finanziaria partita nel 2008: il primo che cade viene usato come fiero pasto dagli altri che si rafforzano ed evitano così a loro volta di cadere semplicemente spolpando come degli avvoltoio il malcapitato. Chiedere ad Atene in cosa si sostanzia questo concetto. Solo che questa volta a rischiare di essere i primi a cadere siamo noi.

Scusate il sermone di primo mattino.

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NOTE A MARGINE
  • per amore di verità, spiega però che gran parte degli scenari che descrivi a partire dal secondo paragrafo fanno parte dell’Unione bancaria e non propriamente del MES2.
  • In realtà, il MES2 è preparatorio all’UB, va solo precisato che su quella l’Eurogruppo è ancora indietro. Ma non di molto. E con questo governo…
  • e si, le due cose vanno di pari passo….del resto è stato Conte a parlare di “logica di pacchetto” non avendo capito che è proprio il pacchetto che ci uccide…

tratto da https://www.facebook.com/bud.fox.58/posts/3078210225570615

Minaccia asimmetrica, di Grigoriou Panagiotis

 

Traduciamo e pubblichiamo questo importante articolo, pubblicato il 3 marzo dal blog greco in lingua francese di Panagiotis Grigoriou, “Greekcrisis”[1], che dal 2011 informa puntualmente il mondo sulla situazione, o meglio sulla “crisi” greca.

Panagiotis Grigoriou è uno storico ed etnologo greco. Ha compiuto gli studi post-laurea in Francia. Ha fatto parte del CNR greco, ha organizzato corsi e seminari presso il Centre d’études byzantines, néo-helléniques et Sud-Est européennes – EHESS[2]. Il suo blog è associato alla rivista francese “Marianne”.

In Italia il suo lavoro è diventato noto all’apice della crisi greca, nel periodo in cui SYRIZA, guidata da Alexis Tsipras, andò al governo, aprì una trattativa con la UE,  ne fu duramente sconfitta e si allineò con le richieste UE, con le gravi conseguenze per la nazione e il popolo greco che abbiamo sotto gli occhi, e oggi culminano in questa pericolosa aggressione turca. Nel 2017 ha partecipato  come relatore al convegno organizzato a Pescara,  con il patrocinio dell’Università degli Studi G. d’Annunzio, dall’associazione  “a/simmetrie”  fondata da Alberto Bagnai, sul tema: “Più Italia – Europa e globalizzazione: quale ruolo per il nostro paese?” In nota link alla traduzione italiana del suo intervento.[3]

Panagiotis Grigoriou è insomma un intellettuale europeo, un uomo abituato a riflettere e a pesare le parole; un uomo alieno non solo dalla violenza, ma dall’estremismo ideologico; e la cultura politica in cui si è formato, come tutti o quasi tutti gli intellettuali europei suoi coetanei, è una cultura lato sensu di sinistra. L’esperienza, la dura esperienza anche personale della “crisi greca” (suo cugino si è suicidato dopo aver perso tutto, lui stesso ha incontrato e incontra serie difficoltà economiche, come moltissimi greci) non lo ha trasformato in un estremista o in un violento.

Ma leggendo questo articolo ben informato, e che riporta utilmente l’ analisi del docente di geopolitica alla Scuola Ufficiali dell’Esercito greco, l’accademico Konstantinos Grivas, si leggono parole come “siamo in guerra” o “Tsipras e alcuni dei suoi sono direttamente collegati agli interessi della Turchia e di Soros” o “ancora una volta siamo noi a presidiare le Termopili, Salamina e Maratona a difesa del nostro continente e della nostra civiltà, di fronte a invasori e commandos”.

Se queste parole le scrive un uomo come Grigoriou, è perché descrivono la realtà, la realtà che squarcia il velo della propaganda e dell’ipocrisia, che con la sua urgenza drammatica risveglia dal torpore e dalla rassegnazione un’intera nazione. Prestiamo attenzione.

Segnalo a tutti i lettori che Panagiotis Grigoriou chiede ai suoi lettori un contributo, anche piccolo, per finanziare un viaggio in Tracia, sul confine greco-turco, e informarci meglio sullo svolgersi del confronto bellico in corso._Roberto Buffagni

Minaccia asimmetrica[4]

Anche i media mainstream finiscono per chiamare guerra la guerra, tentativo d’invasione il  tentativo d’invasione. Il “governo” parla di minaccia asimmetrica e mette in allerta l’esercito, annullati tutti i permessi dei militari. “Tutte le persone di sinistra che qui da noi credono che la patria non debba più essere abitata dai Greci ma dagli invasori, che ce lo dicano apertamente“, dice radio 90.1 , un’emittente di grande ascolto, il mattino del 2 marzo. In pieno carnevale, cadono le maschere.

Da stamani, 2 marzo, il Quarto Corpo d’Armata è schierato lungo il confine con la Turchia, in Tracia, e intraprende esercitazioni su larga scala per 24 ore, annunciando che l’area diventerà pericolosa e di conseguenza , vietata, a causa delle manovre e dell’uso di armi di tutti i calibri, dai fucili automatici ai mezzi corazzati, la gamma è ampia. Allo stesso modo e per 24 ore, analoghe esercitazioni di simile portata avranno luogo in mare. Nel programma, fuoco diretto in una vasta area vicino alle isole greche prospicienti la Turchia, su tutta la direttrice nord-sud del Mar Egeo. Lunedì sera viene annunciato che queste esercitazioni con impiego di munizioni da guerra continueranno per altre 24 ore nella giornata di martedì.

Convogli dell’esercito greco convergono al confine con la Turchia, e altre truppe vengono inviate sulle nostre isole in nave e in aereo, mentre tutti gli hotel, nelle città vicine al confine, sono occupati da personale  della polizia e dai soldati inviati sul posto (reportage radiofonico del 2 marzo). Al passaggio dei camion dell’esercito gli abitanti applaudono, mentre altri cittadini, spesso ex membri delle forze speciali,  si organizzano in gruppi di volontari per convergere anch’essi al confine.

Siamo stati sotto lo stivale tedesco per dieci anni durante la cosiddetta crisi, e ora la Merkel e la sua Germania continuano a sostenere Erdogan; sì, siete voi tedeschi i responsabili di ciò che sta diventando la UE, vale a dire inesistente, ormai destinata a scomparire. Perché lo sappiamo che ieri, responsabili tedeschi hanno dichiarato che non dobbiamo essere troppo fermi nei confronti della Turchia, senza dimenticare, in questa truffa, i profittatori pro-migranti delle Nazioni Unite, profittatori orgogliosi  di esserlo” (2 marzo, fascia mattina, radio 90.1 FM). Media mainstream che così finiscono per chiamare guerra la guerra. Si noti che la Deutsche Welle ha riferito che la Germania evita di criticare la Turchia per l’apertura dei suoi confini che permette ai migranti di invadere la Grecia. Tutta la Grecia lo sa … ma non l’Europa, pare.

Il personale delle ONG che si arricchiscono distruggendo la Grecia deve sapere che ormai non è più al sicuro, tale e quale i loro amici, le termiti della nazione di casa nostra“, ha dichiarato il 2 marzo il giornalista Trangas su 90.1 FM. “Dobbiamo usare mezzi adeguati e non cadere nella trappola degli invasori e dei servizi segreti turchi. Questi arrivano facendosi scudo di un bambino e una donna, mentre dietro ci sono dozzine di uomini giovani e determinati. Quindi dobbiamo fargli capire che la loro invasione organizzata deve finire, e che non è una questione di pietà.

Queste persone sono soldati nemici, non sono siriani o rifugiati, su cento arrestati ieri al confine non c’è un solo siriano. Sono afgani, pakistani, africani e altri, in parte usciti delle carceri turche, e le autorità greche hanno trovato bandiere afghane su queste persone che hanno penetrato il nostro confine gridando … Dio è grande ” (Trangas su 90.1 FM, 2 marzo). Inoltre, durante la giornata i soldati e la polizia greci hanno tirato colpi d’avvertimento con veri proiettili, di fronte alle orde di commando “civili” inviati dall’esercito turco come possibile avanguardia (stampa, 2 marzo).

Il generale a riposo Yannis Baltzois, raggiunto dalla stessa radio nelle prime ore del mattino, ha affermato che tra gli invasori migranti arrestati dalla polizia su suolo  greco ci sono due turchi, apparentemente agenti del servizio segreto turco MIT. “Adesso basta scherzare,  coloro che sostengono l’immigrazionismo come la gioventù di SYRIZA, devono come minimo tacere prima di trovarsi in pericolo. La Turchia per bocca dei suoi ministri ammette di voler inviare due milioni di migranti in Grecia, ed è una corsa contro il tempo come in ogni guerra. Dobbiamo rispondere con la violenza alla violenza subita, è una guerra che non ha nulla a che fare con l’asilo e ancor meno con i rifugiati, quindi gli … ‘umanisti’ d’ Atene devono stare buoni e zitti, sennò è a loro rischio e pericolo. ” aggiunge Trangas.

Sul terreno, l’esercito greco e i suoi blindati sono posizionati per le manovre sui 212 chilometri di confine con la Turchia. E’ un primo passo nella guerra asimmetrica, ibrida e già psicologica, per far capire ai migranti che non passeranno. Trangas ci ricorda che le soluzioni esistono e che si sono fatte urgenti: “Usare se necessario le nostre armi per fermare l’invasione da terra e dal mare, e allo stesso tempo espellere le Nazioni Unite e le ONG Sorosiane da isole come Lesbo e Chio, per gestire la situazione tra greci. I membri di queste ONG vanno avvisati, in modo che lascino le nostre isole prima per loro che sia troppo tardi. Gli isolani devono impedire alle ONG di accogliere altri migranti, con qualunque mezzo ”.

Poi dobbiamo evacuare tutti i migranti dalle isole greche abitate ambite dalla Turchia, aggressiva, islamista e nazionalista, convogliandoli sulle isole disabitate, dove saranno parcheggiati e isolati fino alla loro partenza ed espulsione definitiva dal territorio nazionale . Nazioni Unite e soci dovranno allora, visto che sono … ‘umanisti’, finanziare solo i nostri isolotti disabitati trasformati in campi per migranti, invece di lasciarli avvelenare la vita quotidiana nelle nostre isole abitate, o nelle nostre città del continente. Così la smetteranno di rubare, aggredire la popolazione greca o vandalizzare le nostre chiese. D’altronde  tra questi migranti ci sono detenuti per reati comuni che Erdogan ha rilasciato dalle prigioni del suo paese per mescolarli con migranti e islamisti. Sappiamo tutti, in Grecia, qual è la verità della situazione. E’ finito il tempo delle cantafavole.

Dopo di che dovremo ripulire i quartieri di Atene dai migranti, tra i quali prospera la  criminalità organizzata, e tenerci solo quelli che lavorano davvero, che sono legali e potranno rimanere. Infine, dobbiamo armare meglio gli abitanti delle isole, vanno potenziate le nostre forze di riserva della Guardia Nazionale. Senza dimenticare che è ora di eliminare il controllo tedesco sulle nostre amministrazioni e ministeri, fino al grado di capo servizio,  per poter agire in piena libertà, finalmente ” (Trangas su 90.1 FM, 2 marzo) Per due giorni, secondo i reportage sulle isole e in particolare a Lesbo, diversi membri di ONG e altri Onusiani e Sorositi sono stati picchiati dagli abitanti. “Era ora!” sentiamo dire dappertutto, nel  paese reale. La hybris finisce sempre per evocare il suo castigo, è ben noto almeno dall’antichità greca.

Domenica 1 marzo i membri delle ONG sorosiane, come il capo dell’Alto Comitato delle Nazioni Unite per la migrazione a Lesbo, sono stati picchiati dai residenti. Hanno voluto insistere nella loro missione di quinta colonna di un’amministrazione neocoloniale volendo far sbarcare dei migranti, ma ormai gli abitanti difendono il loro territorio, in realtà la loro esistenza.

È un po’ tardi, ma meglio tardi che mai. In seguito, gli abitanti a volte hanno bloccato lo sbarco dei migranti sulla spiaggia, e addirittura in Mar Egeo, alcune barche, sotto la pressione … dei mezzi adeguati hanno invertito la rotta per tornare in Turchia. “Al punto in cui siamo, solo le armi possono risolvere il problema“, questo messaggio e le analoghe analisi degli ascoltatori, come tanti altri messaggi che vanno nella stessa direzione, è stato diffuso in fascia mattina,  senza censure, su 90.1 FM, 2 marzo.

Tsipras si schiera dalla parte di Erdogan quando i suoi media scrivono ancor oggi che questi sfortunati sono bloccati al confine e che il governo sta usando la violenza, intossicato dal  veleno del razzismo e della xenofobia. Quindi Tsipras e l’altro scagnozzo universitario Liakos vogliono che la Grecia diventi musulmana e turca, installando due milioni di invasori? Perché questa cifra di due milioni è stata data ufficialmente dal Ministro degli Affari Esteri della Turchia. Allora, qual è il ruolo che Tsipras e SYRIZA svolgono? Siete ‘umanisti’ forse? Quando questi musulmani verranno da noi, continuerete a esistere abbastanza a lungo da vederli? Voi volete distruggere il nostro paese. Vergogna e ancora vergogna. Ascoltami Tsipras, se osi mostrarti sulle isole vedrai che gli isolani ti picchieranno. E quanto a Mitsotakis, se si comporta male la fine arriverà anche per lui” (Trangas 90.1 FM, 2 marzo).

Io mi spingerei anche un po’ più in là di Trangas. Direi che Tsipras e alcuni dei suoi sono direttamente collegati agli interessi della Turchia e di Soros. Difficile provarlo con i documenti; ad esempio, quelli sui traditori greci pagati dagli inglesi durante la loro colonizzazione di Cipro, e poi tra gli anni Cinquanta e Settanta, sono  appena stati desecretati;  tuttavia, per deduzione logica e confronto dei comportamenti e degli eventi ci si può fare un’idea non diversa della Tsiprosfera, degli Antifa e compagnia cantante. Si stanno organizzando persino ora, e dimostrano non lontano dal confine … per chiedere che si apra finalmente agli invasori (stampa greca del 2 marzo).

Chi insiste nella retorica propagandistica dei cosiddetti poveri rifugiati, mentre queste sono orde di gente fanatizzata e jihadisti che insultano e minacciano la Grecia e i greci sul nostro confine trattandoli da  Crociati , chi fa questa propaganda o è un agente della Turchia, o si arricchisce con l’affare migranti, il che è la stessa medesima cosa. ” si può leggere su Internet greco. D’altronde,  polizia ed esercito usano le armi già la sera del 2 marzo, di fronte a una folla di fanatici deliranti e minacciosi sulla nostra frontiera. Contemporaneamente, i mafiosi oscurantisti delle Nazioni Unite dichiarano che “che la Grecia non ha alcun diritto di sospendere completamente  per un mese tutte le richieste di asilo, come ha appena fatto” (stampa del 2 marzo).

Il paese si risveglia e, per dire le cose come stanno, entra di fatto in guerra di fronte all’invasione avviata dalla Turchia islamico-totalitaria e dei suoi complici mondialisti o geopolitici.  Stando ai reportage disponibili, tra i migranti intercettati al confine ci sono anche turchi, e d’altronde l’esercito turco impiega droni per guidare il lancio di granate chimiche sulla polizia e sui soldati greci (media greci di oggi 3 marzo).

Sotto il velo di quarant’anni e passa di propaganda, la guerra. Mondialisti, immigrazionisti e altri propagatori del virus della decostruzione dei popoli, delle nazioni e delle culture, segnatamente in Europa, hanno già celebrato la loro festa, la festa che la finanza nichilista modello  Soros  celebra in tutto il mondo. Ora, sotto il peso schiacciante della realtà, la festa è finita. Le nostre società sarebbero già entrate in guerra, se non fosse che le pseudo-élite hanno fatto di tutto per chiudere occhi, coscienze e capacità di riflessione dei popoli.

Ma ora finisce, il tempo della decostruzione sorniona e silenziosa: perché sotto la pressione della guerra aperta, come ora in Grecia, la stragrande maggioranza dei cittadini si rende conto che d’ ora in avanti, è questione di vita, libertà o morte. Il linguaggio muta e si libera, e persino i giornalisti mainstream finiscono per ammettere che la Grecia sta subendo un attacco su vasta scala da parte di migranti clandestini, tutti  musulmani, tra i quali gli islamisti irriducibili di Daesh che la Turchia, Stato storicamente pirata e isterico, ha fatto uscire dalle prigioni siriane e turche e condotti sulla frontiera greca in vista dell’invasione.

A parlare non è più il cosiddetto cospirazionismo, spesso attribuito all’estrema destra,  ma i fatti reali e comprovati. Questa è storia, storia che nasce dalla violenza e non dai fantasmi dei sinistroidi, che come ognun sa si uniformano all’immaginario degli oligarchi e dei padroni del mondo, quella banda di squilibrati. E quando la parola dei popoli si libera, ne consegue e ne conseguirà l’azione, anche se un po’ dappertutto i governi attuali sono stati insediati dai mondialisti proprio per abolire popoli e nazioni.

Sì, siamo in guerra e questa guerra, che è soltanto all’inizio, diventerà sempre più incontestabile ed evidente in Europa. Quando nel 2011, al debutto di questo mio povero blog, ho scritto che la cosiddetta crisi o il debito pubblico non sono altro che armi di distruzione di massa, e che in realtà si tratta di una guerra genocida contro il popolo greco, perché a partire dalla Troika, come dalla Germania e dalla Turchia migranti invasori compresi, strumentalizzati o meno, è perché  il processo è fin troppo coerente sin dall’inizio.

Sappiamo anche che in passato. le guardie costiere greche hanno sparato prima per avvertimento e poi sui motori delle barche per farle restare sul lato turco, quindi sappiamo cosa bisogna fare, se necessario dobbiamo affondare alcune barche, è dura ma è così: siamo in guerra. E finirla con le ONG sulle nostre isole. E da FRONTEX apprendiamo che Erdogan sta preparando una nuova ondata per sfondare i nostri confini, quindi dobbiamo sparare nel mucchio, è un piano militare che stanno eseguendo, e dobbiamo reagire immediatamente. Il loro obiettivo è la conquista della Grecia da parte di migliaia di musulmani, e tutto si giocherà sulle isole, perché dal confine settentrionale non passeranno mai ”. Frase del giorno, giornalista Trangas, 90.1 FM, mattina del 2 marzo.

Si noti che la canaglia politica Varoufakis  dichiara “che non c’è invasione e che questi poveretti dovrebbero essere accolti da noi“, ed è lo stesso slogan dell’intera sinistra, a quanto mi risulta. Sappiamo già che Varoufakis è un burattino Soros-compatibile, e ora, con identica deduzione logica, è ammissibile che sia anche un burattino Erdogan-compatibile. In tempi di guerra e storicità coerente, chi tradisce la patria non dura a lungo, lo dice anche Tucidide.

La guerra è manifesta, e persino il momento scelto da Erdogan, in contemporanea al coronavirus,  non è affatto casuale. E ci saranno conseguenze. L’accademico Konstantinos Grivas, che insegna geopolitica alla Scuola Ufficiale dell’Esercito nazionale, prende in esame a sua volta le evidenze.

Sarebbe di un’ingenuità criminale credere che la posta in gioco oggi sul nostro confine sia solo l’aggiungersi di alcune decine di migliaia di migranti illegali ai migranti già esistenti. Questa è solo la punta dell’iceberg. In effetti, la Grecia è attaccata dalla Turchia in un’aggressione totale, che cerca di decostruire la sua identità nazionale complessiva. Se la Grecia non riuscirà a impedire alle folle fanatizzate di attaccare i suoi confini con l’aiuto dell’esercito e della polizia turchi, la sovranità nazionale greca nel suo insieme sarà messa a repentaglio.

Se a qualcuno dir questo sembrasse eccessivo, sappia che si è già verificato nella storia recente. In particolare, ciò che sta accadendo oggi al confine greco-turco assomiglia pericolosamente alla ‘Marcha Verde’ attuata dal re Hassan II del Marocco nel 1975 per conquistare il Sahara spagnolo. Più in dettaglio, questi furono gli ultimi giorni del dominio spagnolo sulla sua colonia nel Nord Africa. Il Fronte di Liberazione del Polisario intraprese una guerriglia contro gli spagnoli, e divenne probabile che presto avrebbero raggiunto l’indipendenza.

Tuttavia, Hassan II voleva incorporare il Sahara spagnolo nel suo territorio. Quindi ha dovuto agire. E doveva agire rapidamente, prima della partenza degli spagnoli,  perché dopo avrebbe attaccato un paese indipendente, mentre sotto il dominio spagnolo, poteva orchestrare la  comunicazione , vendendosi come liberatore dei territori marocchini sotto il dominio coloniale spagnolo . Ma il rapporto di forza strategico con la Spagna non gli consentiva un’azione militare convenzionale, e dunque ha scelto un metodo asimmetrico, diremmo oggi.

Più specificamente, ha radunato circa 350.000 cosiddetti civili, che il 6 novembre 1975 avanzarono nel Sahara spagnolo, presentandosi “pacificamente” perché senz’ armi, ma che, accompagnati da circa 20.000 soldati marocchini, travolsero le truppe spagnole, che avevano ricevuto l’ordine di non aprire il fuoco. Di conseguenza, il Marocco è stato in grado di raggiungere i suoi obiettivi, e nei cosiddetti accordi di Madrid del 14 novembre 1975 è riuscito a condividere il Sahara spagnolo con la Mauritania.

Certo : in seguito, il Fronte Polisario ha intrapreso una dolorosa e feroce guerriglia per liberare il suo paese dai due invasori. E’ riuscito a espellere la Mauritania, ma il Marocco ha occupato i territori evacuati dai mauritani. La guerra ha infuriato per decenni, e i marocchini hanno costruito un enorme muro lungo 2.000 km per bloccare il Polisario. Ancor oggi, la questione dell’indipendenza nazionale del Sahara occidentale non è definitivamente risolta.

Si vede dunque come dei cosiddetti civili, attraversando in gran numero il confine, siano poi di fatto riusciti ad occupare un intero paese, e in un passato non lontano. Oggi, la Turchia di Erdogan sembra adottare la medesima tattica. In altre parole, strumentalizza masse apparentemente composte da civili, inquadrati dalle forze dello Stato turco, con l’obiettivo di neutralizzare la sovranità nazionale greca in Tracia, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe avere in futuro.

In altre parole, dobbiamo capire che la Grecia sta subendo un attacco su vasta scala. Non abbiamo a che fare con una presunta crisi di rifugiati, né con la presunta gestione dei flussi migratori, e ancor meno con tutto ciò che i soliti pappagalli ripetono attraverso i media. Siamo attaccati dalla Turchia, è un attacco asimmetrico e ibrido, ma non per questo meno totale. La situazione è chiara e netta. E siamo sulla nostra ultima linea di difesa. Se cadiamo nella trappola in cui sono caduti gli spagnoli, sarà vulnerata la nostra sovranità nazionale. Non c’è spazio per le esitazioni, non c’è spazio per letture erronee della realtà. ”(Konstantinos Grivas, 2 marzo 2020).

Sembra che il paese si stia risvegliando. Non è un ingresso pacifico di alcuni migranti economici, ma di giovani maschi invasori organizzati dalla Turchia. La Turchia, come la nebulosa formata da islamisti ONU e ONG, con una diffusione massiccia di SMS incitano alla rivolta i migranti che già si trovano sulle isole, seminando il caos (stampa del 2 marzo). La Marina Nazionale Greca si dispiega a rinforzo dei guardiacoste, e a quanto pare e già stato dato l’ordine di ‘tirare sulla massa di manovra’ “.

Sì, perché non dispiaccia a mondialisti, ai  banchieri, a Soros, agli Antifa e agli altri islamogoscisti, molto spesso, nella storia, le migrazioni non sono operazioni dello Spirito Santo, ma atti di guerra e invasione. Finalmente l’Europa, cioè i popoli e le élites ancora degne di questo nome, ammesso che esistano, ma non certo l’Unione Europea, capiranno che ancora una volta siamo noi a presidiare le Termopili, Salamina e Maratona a difesa del nostro continente e della nostra civiltà, di fronte a invasori e commandos.

Siamo sotto le armi!” esclama Trangas, concludendo la sua trasmissione del 2 marzo. “Isolate le termiti che divorano la nostra nazione e il nostro morale, il nostro paese sopravvivrà, restiamo uniti, coraggio e forza a tutti“. Cioè a dire, anche i media mainstream finiscono per chiamare guerra la guerra, tentativo d’invasione il  tentativo d’invasione. Cronaca diciamo di guerra. Un’altra notte lunghissima.

 

Storico ed etnologo, porto uno sguardo sia etnografico che da cronista (corrispondente in Francia per NemecisMag 2000-2008). Dal 2008, viaggiando per buona parte della Grecia continentale, ho visitato più di trenta isole nel Mar Egeo e nel Mar Ionio, ho incontrato la vita quotidiana di diversi circoli sociali e culturali, toccando le fratture che si moltiplicano sia a livello dei sillogismi collettivi che a livello di relazioni interpersonali in un contesto di tempi di transizione. Il mio approccio si situa ai confini dell’identità e della differenza, e ciò che più conta in un contesto globalizzante di interconnessioni economiche e  culturali, e degli attriti che ne conseguono; alla luce dei quali, la “bancarotta” economica greca non pare affatto costituire un caso a parte. È così che la vita di tutti i giorni, gli stereotipi, l’immaginazione, i piccoli gesti, i significati di scambi, parole, sguardi, sentimenti e insomma le relazioni interpersonali di un intero paese e le sue “piccole storie”, si trasformano a una velocità che a una storico ricorda gli choc di quando si entra in guerra.

Panagiotis Grigoriou

APPELLO URGENTE: il vostro blog ha urgentemente bisogno del vostro sostegno per finanziare un breve soggiorno nell’Egeo orientale, per meglio comprendere la situazione sul terreno. Libertà e indipendenza hanno sempre un prezzo…

 

 

 

[1] “Menace asymmetryque” http://www.greekcrisis.fr/2020/03/Fr0769.html#deb

[2]  byzance.ehess.fr .

[3] http://www.asimmetrie.org/opinions/asimmetrie-di-panagiotis-grigoriou/

 

[4] Il titolo del pezzo riprende la dichiarazione del Primo ministro greco Mitsotakis, che così definisce la situazione al confine greco-turco.

Il momento e il modo opportuni, di Roberto Buffagni

La minaccia di uscire dall’euro non è uno strumento di pressione adeguato per una trattativa volta a ottenere migliori condizioni all’interno del quadro UE, perchè è un ultimatum, che dunque si può usare una volta sola, e a cui si è costretti a dare corso in caso di risposta negativa.

L’uscita dall’euro fa saltare il quadro UE attuale, del quale l”euro è il principale strumento politico (l’archetipo di tutti i “piloti automatici” con i quali l’oligarchia UE governa).

L’uscita dall’euro, implicando (comunque sia gestita) la fine del sistema UE vigente, è dunque una rivendicazione antisistemica, che può essere soltanto imposta, non trattata in vista di un compromesso tra pari che condividono e vogliono preservare il medesimo quadro politico d’insieme.

L’analogia più calzante mi pare quella con il meccanismo della dissuasione nucleare “du faible au fort”, studiata dal generale Gallois in vista dell’istituzione della force de frappe nucleare voluta da de Gaulle.

Sintesi: quando il debole fornito di armamento nucleare vede minacciati i suoi interessi vitali, minaccia il forte di usare le sue armi atomiche, a prescindere dal fatto che il forte sia in grado di rispondere con un contrattacco nucleare di maggiore potenza, in grado di devastarlo ed eventualmente di annichilirlo. In presenza di attori razionali del conflitto, il forte si troverà di fronte a un rapporto costi/benefici sfavorevole, e recederà. Egli può infatti annichilire il nemico, ma subendo danni immensi, politicamente ingiustificabili. Perchè la dissuasione “du faible au fort” funzioni, è imperativo che il decisore sia:

a) la massima autorità del paese debole, che nell’emergenza ha poteri pressochè dittatoriali

b) che la massima autorità del paese debole sia credibile, cioè a dire che il nemico creda che egli non esiterà a usare l’arma nucleare di cui dispone.

Quando si minaccia di uscire dall’euro, si dice implicitamente alla controparte che COMUNQUE VADA la trattativa, il quadro politico UE vigente è finito: non “che finirà”, ma che è GIA’ finito. L’unico margine di trattativa che resta, dopo la minaccia-ultimatum, è sul COME finisce il quadro politico vigente. Se la controparte cede, l’uscita dal quadro politico UE avviene in modo concordato. Qui si che si aprono gli spazi di trattativa, politica e diplomatica: una trattativa che sarà durissima, scorretta, dolorosa, ma resterà una trattativa, cioè un conflitto regolato dalle leggi nel quale si può cercare un punto di compromesso accettabile per tutti (anche se non è detto che lo si trovi). Se la controparte non accetta l’uscita concordata dal quadro UE vigente, chi ha proposto l’uscita dall’euro è costretto, dalla logica dell’ultimatum, a uscire unilateralmente, a far saltare comunque il quadro UE, e ad aprire una fase di conflitto che solo in seguito, una volta chiaritisi i nuovi rapporti di forza, potrà dare luogo a trattative.

Insomma: uscire dall’euro significa aprire una fase di guerra economica e psicologica APERTA. Il che all’Italia non solo conviene, ma è indispensabile, perchè nell’attuale fase di guerra economica e psicologica COPERTA il ceto dirigente italiano collabora con il nemico, e il popolo, che ne è ideologicamente plagiato e disinformato, non reagisce o reagisce a sproposito.
Postato da Roberto Buffagni in Goofynomics alle 21 agosto 2014 12:20

Bagnai:

Chapeau! Comunque, io che ho detto? Siamo perfettamente d’accordo. Non ci sono margini di trattativa, l’euro è un aborto, la volontà politica di tenerlo in piedi non c’è (vedi il discorso di Bolkestein), quindi chi parla di “pugni sul tavolo” è un imbecille. Semplicemente si va lì, con un bel sorriso, senza l’attitudine minacciosa da pugile suonato che ci consigliano i nostri migliori economisti e i nostri più fini politici, e si dice, se possibile in tedesco (Jorg si offre volentieri):

“Noi ce ne andiamo, e questa volta lo scherzetto dello spread non ce lo facciamo fare (NdR: ad esempio rifinanziando pro tempore il nostro debito con la stampa di euro, come propone Jacques Sapir nel suo piano di uscita, che trovate nella sezione “Per cominciare“, o anche semplicemente ridenominandolo in tempi sufficientemente rapidi – oggi ci sono i computer, mi dicono…). Voi che fate? Cooperate, o no? Perché tanto l’euro è finito, quindi, da creditori intelligenti, mi sa tanto che vi conviene cooperare. Volete attaccare la nuova lira? Fatelo! Quanto più scende, tanto più la vostra industria ci perde. Mi sa che vi conviene sostenerla e mantenere i mercati ordinati, così voi ci fate uno sconto non eccessivo sui nostri debiti, noi ci facciamo uno sconto non eccessivo sulla vendita all’estero delle nostre merci, e dopo staressimo tutti meglio. Cosa? La risposta? No, guardi, lei è tanto gentile, signora Merkel, ma io ho da fare, devo salvare il mio paese, quindi, non lo prenda come uno sgarbo o una mancanza di rispetto, ma la sua risposta è del tutto irrilevante. Bella pe’ tte”.

Cioè: non si va a dire “se non fate così l’euro è morto!”. Oh, no, sarebbe un gravissimo errore, sarebbe una minaccia, e la minaccia del debole non funziona, salvo nel caso molto particolare messo opportunamente in evidenza dal brillante intervento di Roberto. Si va a dire: “l’euro è morto, quindi fate come vi pare, ma è meglio se fate così”, che è una semplice applicazione del principio che chi mena per primo mena due volte (il che, se sei più piccolo, ti conviene).

La Costituzione francese prevede esattamente il tipo di leadership della quale Roberto parla (vedi sempre il discorso di Sapir nel suo piano di uscita). La nostra no. Il nostro Presidente della Repubblica non ha i poteri di quello francese, il che è tutto sommato un bene, visto che Napolitano si è più volte esplicitamente schierato a difesa degli interessi dei creditori esteri (lo dico rispettosamente, è un dato di fatto, evidentemente lui ora la pensa così…).

Basta solo trovare un Presidente del Consiglio che abbia voglia di passare alla storia, magari in un modo diverso da quello che vi facevo vedere, a testa in giù, qualche post fa. Sembra impossibile, ma siccome deve succedere, succederà. E chi non lo avrà fatto si mangerà le mani…

Assolutamente condivisibile.
Ovvio che trovare un simile Presidente del Consiglio comporti alternativamente due presupposti… che sia appoggiato da un forte schieramento politico che la pensi come lui (ma per quanto mi sforzi di guardare lontano quel termine “forte” appare ancora una chimera) ovvero che si comporti come fece quel poco simpatico signore con i baffetti ridicoli tanti anni fa (il che non mi sembra uno scenario auspicabile).
Io ancora spero su Marine proprio in virtù di quella peculiarità della costituzione francese accennata dal Professore…peccato che ancora manchi un bel pò di tempo, a meno che i “galletti” non trovino il modo di anticipare la faccenda.

Non riesco ad immaginare un nostro rappresentante rischiare il tutto per tutto in un braccio di ferro con i poteri forti a livello europeo/mondiale – e pure di casa. Se qualcosa – e sicuramente i nostri nemici hanno gli strumenti per farlo – andasse storto, allora si’ che subirebbe il noto rovesciamento prospettico, perche’ il nesso causa-effetto sarebbe cosi’ palese per le masse.. Lietissimo di sbagliare, ma proprio perche’ e’ improbabile l’esistenza (gomblotto) di una singola oligarchia organizzata, bensi’ di molte in conflitto perenne, queste non molleranno mai il loro pezzettino d’osso per una visione lungimirante, esempio non perdere milioni di clienti ricchi, perche’ sarebbero fagocitate all’istatte dalle altre oligarchie. Ci spoglieranno di tutti i risparmi, delle nostre case con i mutui inversi che saranno l’unico modo di mantenere i figli. Poi si dilegueranno, i pesci piccoli saranno presi, gli altri ci faranno ricostruire le loro fabbriche, grazie. Immagino che il Prof. non si interessi alla lotta di classe semplicemente perche’ non esiste, al contrario del conflitto di classe.

Paul Krugman sul NYT e già il titolo è un programma: “The Euro Catastrophe”.
E rimanda a questo articolo apparso sul Washington Post:

Worse than the 1930s: Europe’s recession is really a depression

http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2014/08/20/worse-than-the-1930s-europes-recession-is-really-a-depression/

E come se non bastasse, ecco il fratello di Belzebù

Italy’s Downward Spiral di Hans-Werner Sinn

https://www.project-syndicate.org/commentary/hans-werner-sinn-argues-that-the-economy-s-long-slump-reflects-the-failure-of-officials-to-address-the-real-problem

Ultima segnalazione: uno dei più brillanti pezzi comici dell’anno si trova su voxeu.org

How to jumpstart the Eurozone economy
Francesco Giavazzi, Guido Tabellini, 21 August 2014

In una sola notte, sono passati da “tagliare, tagliare, tagliare!!” a “spendere, spendere, spendere!!”… il sipario si sta per aprire e non sarà un bello spettacolo.

Hai capito benissimo, temo.
E lo sa bene anche il Prof.!
Noi oggi siamo oltre il 130% di rapporto debito/PIL.
La porzione di debito eccedente il 60%, cioe’ oltre il 70%, cioe’ circa 1550 miliardi di Euro, verra’ presumibilmente conferita nell’ERF (in cambio della possibilita’ di spendere ed aumentare ancora il debito per mantenere in vita l’Euro), fornendo come garanzia il patrimonio pubblico (tutto il demanio, il territorio dello Stato, il presunto gettito fiscale futuro, i flussi contributivi previdenziali obbligatori, le residue aziende e partecipazioni pubbliche, CDP inclusa).
La modifica del titolo V della Costituzione permettera’ inoltre al Governo di togliere a Comuni e Regioni le aziende municipalizzate dei servizi e di conferire nell’ERF anche i futuri flussi di cassa di IMU, TASI & TARI.
Ogni essere vivente residente in Italia (perche’ in questo scenario non ci saranno piu’ cittadini ma solo abitanti), opportunamente identificato col suo codice fiscale, dovra’ pagare ‘per sempre’ ai creditori esteri una cifra minima annuale, per il solo fatto di vivere sul territorio di quella che un tempo fu la Repubblica fondata sul lavoro e che i ben noti traditori della Patria hanno condotto a questo punto.
E’ questo il patto scellerato, il novello ‘Armistizio di Citta’ della Pieve’ (a Cassibile non c’era purtroppo nessuna villa di Draghi), che il plenipotenziario delle potenze creditrici Alleate Mefistofele Draghi ha imposto al Generale Renzie Badoglio perche’ sia annunciato lunedi’ 8 Settembre… (ogni riferimento storico e’ ricercato).
http://www.italiachiamaitalia.it/articoli/detalles/23235/StoraceO%20LaODestra%20%20O%20accordoODraghi-RenziOOLaOUeOvuoleOilOnostroOpatrimonioOnazionaleE.html

Non necessariamente . Si potrebbe finire anche a testa in su , tipo Calvi al Ponte dei Frati Neri o alla maniera di Mattei . Tenga presente che Farage per molto meno ci è andato vicinissimo .
Un Presidente del Consiglio avveduto questo deve metterlo in conto .
Tengo a precisare che non sono un complottista .
Voglio solo dire che vi dovete scordare di una uscita unilaterale , qualunque sia il Paese dell’ eurozona che voglia farlo . Un gruppo di Paesi è più razionale .
L’ipotesi fatta da Buffagni e condivisa dal Professore si basa su agenti economici razionali , e sono pareri condivisibili , e se così fosse a quest’ora saremmo già fuori dall’euro .
Ma l’euro ha anche una valenza politica . Quella di far muovere TUTTI i Paesi del eurozona all’unisono quando ci sono conflitti politici .
Vedete la storia d’ ITALIA . Quando era divisa in stati autonomi non solo non c’era il problema del mezzogiorno , ma ogni stato italiano faceva alleanze diverse con le varie nazioni europee .
Con l’unità italiana è sorto il problema del sud e ci hanno portati in massa in due guerre mondiali senza che ci fosse una regione italiana che si potesse dissociare . Dove ci hanno detto di andare siamo andati . TUTTI .
Senza tenere in conto che i mega stati producono duci e imperatori a iosa.
Personalmente una Europa politicamente unita la ritengo una calamità per la democrazia .
Per me il fascismo è il figlio diretto dell’ Unità d’Italia . IL Principe tanto vagheggiato alla fine è arrivato .
Tengo a precisare che non sono leghista , anche se su consiglio del Professore, ma anche di decisione autonoma ho votato per Borghi . Se poi è stato eletto Borghezio sti cazzi . IL problema è della Lega non mio.
Sintesi : non si va a battere i pugni sui tavoli ( comportamento infantile ) , ma non si fa nemmeno una uscita UNILATERALE ( comportamento autolesionista ) ovviamente non dal punto economico .
Comunque l’Italia non ha chance né politiche e né economiche autonome .
Come ci hanno portato dentro così ci porteranno fuori .
I pochi hanno scienza ma non potere . I molti hanno potere , ma non scienza .

Quoto:

“Noi ce ne andiamo”

Non c’è un “noi”, questo mi pare sia il senso del post di Buffagni.

Riquoto:

“Basta solo trovare un Presidente del Consiglio”

Non esiste il “noi” che elegga questo Presidente del Consiglio (cioè il “noi” che questo Presidente del Consiglio dovrebbe rappresentare a meno che, come accenna Roberto nel suo post, non si parli di “poteri dittatoriali”); inoltre appena un partito serio che si presenti alle elezioni col programma di uscire dall’euro riesce a guadagnare un consenso tale da far ipotizzare una sua quasi sicura vittoria l’euro crolla in maniera disordinata.

Le analisi del professor Bagnai sono corrette ma restano analisi economiche ossia non indicano un progetto realizzabile politicamente.

Temo che dal 2015 le cose cominceranno ad andare per i fatti loro, per così dire.

Preciso il mio pensiero. Le condizioni politiche per uscire dall’euro, nell’Italia di oggi non ci sono, per molte ragioni, la maggiore delle quali è la disgregazione del centrodestra dopo il fallimento-tradimento di Silvio B. (a mio parere, solo una forza politica di centrodestra può guidare l’uscita dall’euro, perchè solo nella cultura politica del centrodestra sopravvive, bene o male, l’idea di nazione: e la battaglia contro l’euro è una battaglia nazione vs. sovrannazione).
E’ possibile che ci siano in Francia, se il FN continua il trend positivo.
E’ anche possibile che nei prossimi anni, le condizioni politiche cambino in modo sensazionale anche qui, perchè le forze euriste hanno vinto per abbandono dell’avversario, e la situazione sociale oggettiva è quel che è (molto negativa). La questione centrale è la leadership del centrodestra. Se il Signore volesse richiamare a sè Silvio B., ci renderebbe un segnalato favore.

 

  • Ma figurati! Solo che siamo in Italia, dove “volontà” non si dice “proposta”. La proposta c’è, costa 17 euro in libreria. La volontà verrà. Mica penserai che il Pd faccia il 40% alle prossime elezioni, vero? Ci vuol altro che Fubini!

  • Quoto Buffagni:

    “E’ possibile che ci siano in Francia, se il FN continua il trend positivo.”

    E’ vero e significa appunto che una decisione simile potrà essere presa solo con un vasto consenso elettorale o alternativamente con poteri quasi dittatoriali cose che non esistono in Italia.
    Il problema secondo me è che appena si profilerà concretamente questa eventualità in uno dei paesi che contano l’euro crollerà in maniera disordinata, per questo dico che l’uscita non è una reale proposta politica anche se “teoricamente” è l’unica strada percorribile.
    Sono d’accordo che si stia andando verso un conflitto nazione vs. sovranazione ma sarà appunto un “conflitto”, prima sociale e poi forse anche qualcos’altro ma non una “soluzione”.

    Non è questione di primato della politica ma di assenza totale di prospettiva politica alternativa se non questi ritorni di fiamma dei nazionalismi che sono sostenuti principalmente da elettori impolitici; credo che nel 2015 ci renderemo conto della gravità di questa mancanza.

    Un’uscita unilaterale dall’euro con gli attuali attori e nel vigente sistema istituzionale è purtroppo irrealizzabile, in quanto richiederebbe necessariamente l’apporto comune di almeno due soggetti: presidente della Repubblica e presidente del consiglio dei ministri. Infatti, per i noti motivi più volte richiamati in questo blog, l’uscita potrebbe essere attuata solo con un decreto legge, mediante cioè l’unico mezzo di produzione normativa avente quelle caratteristiche di immediatezza e incisività operativa assolutamente indispensabili per impedire alcune delle conseguenze indesiderabili di tutta l’operazione. Il decreto legge, però deve essere deliberato dal consiglio dei ministri ed emanato dal presidente della Repubblica, il quale può rifiutarsi di farlo, come peraltro è già recentemente avvenuto proprio ad opera di Napolitano. Considerato che il convinto sostegno all’euro dell’attuale perdente della Repubblica non può certamente essere messo in discussione, mi sembra evidente che rebus sic stantibus un’uscita dalla moneta unica in via unilaterale dell’Italia è semplicemente impossibile e lo sarà nel futuro a prescindere dal capo del governo, anche se avessimo la fortuna di eleggerne uno antieuro. Mi dispiace, ma sono molto, molto pessimista sul destino del nostro meraviglioso Paese.

    Due cose che riguardano la (in)capacità di giocare la mano di poker.
    A) Renzi, secondo me ha già ricevuto la lettera con la lista della spesa (da tagliare), al primo punto c’ è il recupero di circa 4/5 MLD dal comparto pensioni, cosa su cui si sta applicando, in maniera davvero scomposta, visti danni che produrrà sui consumi e a catena sull’ economia, e non tanto per i tagli in se, ma perchè la confusione sul come, sul chi e sul quanto, su un argomento tanto delicato produrrà l’ arresto dei consumi oltre lo stretto necessario da parte di una platea molto più ampia di quella che sarà alla fine toccata (sempre con l’ avviso che l’ alta Corte di sicuro boccerà il prelievo);
    B)Come insegnava un antico adagio, non ricordo più di quale provenienza, per fare grandi cose, bisogna essere supportati dall’ alto e dal basso; dall’ alto siamo messi male e già ne ho parlato, dal basso invece, se possibile siamo messi anche peggio, pensate ai consensi del cosidetto Premier, pensate alla razza PDina, pensate a tutte le razze di elettori ed a chi li orienta, vi sembra possible un supporto dal basso? No, il masochismo, perchè di questo si tratta, non ha confini; se in Grecia, Spagna, Portogallo, hanno dei solidi argomenti per accettare tutto o quasi, in Italia le cause non possono essere che altre, cioè legate ad una inconscia ricerca del piacere attravrso il dolore e le sofferenze

    Questo post, come pure alcuni precedenti, manifestano quello che il carrista “testa matta” di un film di molti anni fa chiamava un “radioso ottimismo”.

    Il “radioso ottimismo” di riuscire a trovare nel panorama politico italiano attuale le forze necessarie per attuare una uscita volontaria, concordata o no, dall’euro.

    Evidentemente non si tratta della Lega, che pure ha dato la sua testimonianza, anche se con qualche cedimento allo statoladro, ad esempio, o di una eventuale conversione del Movimento 5 Stelle, a Casaleggio piacendo. Non si tratta neppure del radioso sole dell’avvenire che finalmente sorgerà e di un tardivo ma sempre auspicato passaggio al socialismo.

    La mia impressione è che dall’euro non usciremo volontariamente se la classe dirigente italiana non avrà risolto il problema che non è stata capace di risolvere negli anni ’70.

    Federico Caffè scrisse nel 1978 che l’adesione allo SME, il vincolo esterno, era “seguire “programmaticamente” il ricatto dell’appello allo straniero”, proporsi “come modelli di efficienza paesi che scaricano le difficoltà cicliche sui lavoratori stranieri [allora erano i lavoratori stranieri], o associano le virtù tecnocratiche alla più elevata maldistribuzione del reddito”.

    Il vincolo esterno ha funzionato: ha imposto la ristrutturazione industriale dei primi anni ’80 che ha eliminato la base sociale del movimento operaio, chiudendo la crisi sociale iniziata alla fine degli anni ’60, ha condannato i partiti politici che avevano edificato la Repubblica all’estinzione, ha consentito la distruzione dell’economia mista con le privatizzazioni degli anni ‘90, e infine ha ridotto lo Stato al rango di un debitore al quale lo strozzino di Francoforte può inviare lettere minatorie.

    Incapace di individuare una soluzione più avanzata al problema della modernizzazione del paese presentatosi nelle forme più gravi negli anni ’70, la classe dirigente italiana, quella liberale-liberista arroccata intorno alla Banca d’Italia e quella social-liberista post-comunista, hanno trovato nel vincolo esterno una soluzione più arretrata.

    Ripristinare la durezza del vivere (cfr. Padoa Schioppa) come unica alternativa possibile all’incapacità di governare una società opulenta finalmente possibile (cfr. Kalecki e Galbraith).

    E’ lì la radice del problema: “non vorrete mica tornare agli anni ‘70” è la frase che ripetono sia Draghi che Fassina, e a pappagallo i gggiovani gggiornalisti. E’ ribadendo la necessità del vincolo esterno che il Corriere ha chiuso il dibattito sull’uscita dall’euro nel 2012. E’ l’idea di un regime oligarchico quella che viene difesa persino da chi contesta la ristrutturazione renziana della Costituzione, come Zagrebelsky.

    Dall’euro non usciremo volontariamente, perché il vincolo esterno sta operando ora in profondità distruggendo quello che rimane della società creata, nel bene e nel male, negli anni della “prima” Repubblica, cioè della vera Repubblica.

    Se l’obiettivo che De Gasperi si poneva, nel 1943, era quello di “abolire” il proletariato, oggi si sta realizzando l’obiettivo opposto di abolire il ceto medio ovvero di proletarizzare il popolo italiano.

    La possibilità di governare, o meglio di controllare lo Stato, con pieni poteri finora mai sperimentati, anche con i voti del 40% del 50% degli elettori e l’assenza, al momento, di credibili alternative, assicura alle forze politiche che dovrebbero decidere un’uscita volontaria dall’euro un ricco bottino rimanendo nell’euro.

    A chi si sta immiserendo rimarrà sempre l’alternativa di non andare a votare, come avviene nei paesi a oligarchia più avanzata. Se poi è proprio necessario, si troverà un altro ragazzo immagine (ma non del complesso militare-industriale perché quello ce lo siamo già giocati molto tempo fa).

     

  • a Gianni Barbato e Giorgio D.M.

    Caro Barbato,
    grazie per la replica, e grazie anche per l’informazione sulla sepoltura di Fortuyn, non lo sapevo. Ti rispondo brevemente, e al punto 1 replico anche a Giorgio D.M.

    1) Non sono “ottimista”. Il mio breve intervento vuole soltanto descrivere la natura dell’uscita dall’euro, sottolineando il fatto che è impossibile usarla come strumento di pressione all’interno di una trattativa; il che non vuol dire che sia facile, o anche solo politicamente possibile, uscire dall’euro. Nel momento attuale, l’unica cosa sicuramente possibile è il lavoro di corretta informazione e di demistificazione della propaganda avversaria, bianca e nera. Uno dei principali frames della propaganda avversa è quello del “battere i pugni sul tavolo” usando la minaccia dell’uscita dall’euro come strumento di pressione. C’è chi lo usa in buonafede, e va fatto riflettere. C’è chi lo usa in malafede, e va smentito con l’analisi.

    2) Sì, effettivamente il politico che voglia far saltare il quadro politico UE e che si avvicini a riuscirci deve mettere in conto la possibilità di essere distrutto, politicamente e/o fisicamente. Al fondo della dimensione politica, c’è sempre il conflitto a morte.

    3) Attribuisco la principale responsabilità della disgregazione del centrodestra a B., perchè ne era, e purtroppo ne è ancora, il leader carismatico. Nel 2011 si è lasciato dimettere senza aprire bocca, e da quel momento in poi ha collaborato con le forze avverse per salvarsi. Così agendo, o non agendo, si è reso responsabile di un errore di portata storica, aggravato dal fatto che non lo ha commesso per ignoranza, ma per viltà (B. è un caso evidente di politico che, sul punto di toccare il filo dell’alta tensione, viene minacciato negli averi, negli affetti e probabilmente anche nella vita fisica). Quanto a Fini, il mio giudizio sulla sua persona è tale da non poter essere espresso senza rischiar di incorrere in querele, e quindi lo ometto.

    4) Ad impossibilia nemo tenetur. Le cose possibili, invece, vanno fatte. Oggi si può fare quello che sta facendo Alberto Bagnai, insieme a non molti altri. Sarebbe anche importante che, nel dibattito pubblico, cominciasse a entrare il seguente concetto: che siamo in guerra, che abbiamo dei nemici, e che questa guerra e questi nemici non sono la guerra e i nemici che ci hanno abituati a individuare. La guerra non viene condotta con le armi, i nemici non portano la divisa di un popolo straniero: però, guerra e nemici ci sono, ci sono eccome.

  •  

  • Caro Buffagni
    Ho appena finito di leggere la tua risposta al mio post di ieri .
    Sei una persona notevole e non devi ringraziarmi di nulla .
    Ci troviamo in sintonia . Anche ’io su Fini ho lasciato perdere per non essere sommamente volgare .
    Devi sapere che lo ‘’ conosco ‘’ da una vita ,cioè da quando era il ‘’ pupo ‘’ di Almirante ,perché io ti scrivo da Latina ex Littoria fascista come tu sai , e mi ricordo molto bene i suoi discorsi da una tribuna alta almeno tre metri fasciata dal tricolore .
    Sul berlusca non vi ho fatto mai affidamento già dalla sua ‘’ discesa ‘’ in campo perchè è lampante che pensa solo al suo patrimonio , e i suoi interessi non coincidono con quelli dell’ITALIA .
    Mentre di italianità si è sempre riempito la bocca Fini .
    Ma sul giudizio politico di questi due campioni del nulla concordiamo sostanzialmente , differiamo solo su sfumature irrilevanti .
    Mi dici che siamo in guerra . Vuoi sapere da quando sono al fronte ?
    Dal 1999 prima dell’entata nell’euro ( la mia classe è 1952) .
    In piazza del Popolo attaccai violentemente dalla sinistra estrema, ( a quei tempi ero di Rifondazione Comunista) Prodi che ci stava portando al massacro economico . IL mio discorso completamente inaspettato mi danneggiò su due fronti . Quello con i compagni del partito e quello con la polizia per le mie intemperanze verbali . Ma non giganteggiamo, mi chiesero i documenti e mi fecero un sermoncino per le intemperanze verbali .
    Con i compagni dopo una litigata li mandai a fanculo e non mi sono mai più fatto vedere .
    Tre anni fa ho scoperto Goofynomics di Bagnai , credo di essere fra i primissimi lettori del suo blog, e per me è stata una boccata di ossigeno . Ma come dice giustamente il Professore le risposte erano già dentro di noi . Con la differenza che ora hanno delle solide basi di appoggio .
    Caro Roberto spero di non averti annoiato con questo excursus sulla mia vita privata , ma come si diceva nei miei verdi anni ‘’ il privato è politico ‘’ . Ma è anche testimonianza .
    Ti saluto con Stima .

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Già pubblicato su https://goofynomics.blogspot.com/2014/08/come-negoziare-ai-politici.html?fbclid=IwAR0-3wKMLzTwFJZtm8qO8i6mwh7Ho7qKzi1GaT6e4EUsFW81R4k0A-O31q4

Sovranità, nazione e socialismo, a cura di Giuseppe Germinario

Questo blog è nato con l’aspirazione di offrire uno spazio alle tesi legate al realismo politico, al conflitto politico tra centri decisionali come chiavi interpretative delle dinamiche geopolitiche e di politica interna alle formazioni sociali. Un terreno sul quale si è cimentato fruttuosamente specie negli ultimi decenni più la componente conservatrice del pensiero politico. Rimane da affrontare il nesso tra conflitto politico, dinamiche geopolitiche ed aspirazioni di cambiamento delle formazioni sociali. Tornano sul campo termini come eguaglianza, diritti sociali, gerarchie sociali, cittadinanza e relativi diritti proposti nelle varie accezioni. Qualcosa di nuovo inizia ad emergere in un altro versante politico. Per ora sono percorsi paralleli; occorre porre le premesse per un confronto su alcuni punti in comune. Giuseppe Germinario
Tesi sull’Italia e il socialismo per il XXI secolo

Andrea Zhok·Giovedì 6 febbraio 2020·Tempo di lettura: 27 minuti

[Documento finale approvato dall’Assemblea Nazionale di Nuova Direzione]
1. Contro la mondializzazione
L’esposizione senza protezioni all’uso capitalistico della rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione finanziaria sono fondamentali fattori distruttivi nel mondo contemporaneo. L’interconnessione non è un valore in sé. In assenza della capacità di mutuo riconoscimento delle identità storiche e degli ordinamenti istituzionali differenti ciò che resta è semplicemente competizione rivolta ad instaurare rapporti di dominazione. La modernità capitalistica, dissolvendo sistematicamente tutte le barriere, non produce autodeterminazione né emancipazione, ma dipendenza e servitù (talvolta coattiva, talaltra servitù ‘volontaria’, come nel caso italiano). Capitalismo è l’asservimento di ogni funzione sociale e antropologica al fine della riproduzione e accrescimento del capitale, mercificando ogni relazione, quali che siano le conseguenze.
La cosiddetta ‘finanziarizzazione dell’economia’ rende esplicito questo aspetto, in quanto indebolisce le componenti fisse, territoriali, della produzione, rendendo più facili gli spostamenti di capitale e con ciò il potere di ricatto dello stesso. I mercati finanziari (azionario, obbligazionario e monetario) appaiono come il motore centrale dell’accumulazione, indebolendo il potere contrattuale del lavoro, che viene marginalizzato. Fusioni, acquisizioni, outsourcing, riacquisti azionari, precarizzazioni, cartolarizzazioni, piramidi di controllo, elusione fiscale, sono fenomeni connessi che abbiamo sotto gli occhi costantemente. Il gigantismo dell’apparato finanziario, lungi dall’aiutare l’economia reale, sottrae risorse attraverso interessi e provvigioni, aumenta la concorrenza internazionale e alimenta la mobilità del capitale industriale. Molti piccoli risparmiatori vengono inoltre forzati ad entrare nei giochi del capitale (con pensioni private, assicurazioni, e riserve di valore per affrontare la crescente insicurezza). Essi sono perciò indotti ad allearsi al medesimo sistema che li sfrutta, prendendosi a cuore le sorte della rendita, cui partecipano in maniera marginale, ma per loro importante.
Come già altre volte nella storia, il capitalismo finanziario, con il suo potere di destabilizzazione nazionale, lungi dall’alimentare una ‘pacifica interconnessione’, accentua i tratti di ostilità internazionale, promuovendo reazioni protezionistiche e competizione, incluso il rafforzamento militare.
Se questa è la modernità, il socialismo deve percorrere vie differenti. Superare la modernità capitalistica non significa riesumare modi di vita e produzione passati, ma consentire a diverse società e culture di scoprire il proprio modo di vivere e produrre. Bisogna difendere la libertà di vivere in una dimensione che non insegua forzosamente il mito del ‘progresso’ lineare, mutuato dalla tecnoscienza, ma sia capace di coltivare le proprie capacità, sviluppare i propri talenti, portare a compimento la propria natura e far maturare le proprie migliori tradizioni. Un progresso autentico non può essere mera crescita di potenza, esercitata indiscriminatamente sull’uomo e la natura. Progresso, per noi, non è l’indefinito incremento del Pil, o delle esportazioni, o del potere della propria moneta, e neppure il mero incremento di libertà individuali. Progresso è crescita democratica, capacità storica di trovarne una sintesi tra partecipazione ed emancipazione, diritto all’autodeterminazione individuale e collettiva. Riacquisire sovranità democratica significa ribadire la capacità della politica di governare l’economia, e della cittadinanza di governare la politica; e significa farlo per sfuggire alle spinte alla massima valorizzazione del capitale e alla dipendenza dal mercato mondiale.
2) Contro il progetto imperiale europeo
Il processo di unificazione europea sancito dal trattato di Maastricht rappresenta il tentativo del grande capitale europeo, e dei suoi ceti di riferimento, di costruire un nuovo centro imperiale per partecipare al dominio del mondo. Questo progetto assegna ruoli primari e ruoli subalterni, arruolando forzatamente i paesi europei in una lotta contro altri centri imperiali (Usa, Cina, Russia). In questo contesto l’Italia è terreno di scontro tra il recente progetto imperiale franco-tedesco e il consolidato progetto imperiale statunitense. Gli effetti collaterali di questo scontro si ripercuotono sul paese in termini di perdurante stagnazione e recessione. Si tratta di una lotta che coinvolge, sia pure in forma subalterna, parte delle élite e dei capitali nazionali, in particolare al nord. Per competere in questa corsa al dominio del mondo (che non potrà non avere una dimensione militare), viene costantemente ripetuto che i lavoratori devono sacrificarsi, lo stato deve dimagrire, che le protezioni vanno tolte per esporre i lavoratori alla “durezza del vivere”. Chi deve farsi carico di questa “durezza” sono infatti sempre i lavoratori, mai il capitale. Le conseguenze sono una struttura economica indebolita, un apparato pubblico sottodimensionato, una crescita di fratture sociali e territoriali, una politica estera inesistente.
È quindi necessario revocare il processo di unificazione europeo nato a Maastricht, rompere la camicia di forza dell’Euro e restituire la sovranità monetaria ad una Banca Centrale Italiana che risponda al potere politico. Bisogna transitare verso un’economia mondiale equilibrata e rispettosa delle individualità nazionali che prediligano la domanda interna, invece che dissanguarsi in una lotta per l’espansione delle esportazioni e la relativa accumulazione finanziaria. Prediligere la domanda interna significa ritornare all’obiettivo prioritario della piena occupazione, subordinando il fine della stabilità monetaria che interessa principalmente i ceti possidenti; significa rafforzare il lavoro, sostenere i salari, spingere direttamente e indirettamente il capitale ad innovare, impedendogli di conseguire i profitti attesi con la semplice estensione dello sfruttamento.
3) Contro la guerra tra poveri
Il paese può tornare ad essere uno, a garantire il riconoscimento sociale a ciascuno, valorizzando i propri talenti, contrastando la disgregazione e l’attuale disperato ripiegamento narcisistico. Oggi, in tutte le aree decentrate o periferiche, e nei paesi semi-centrali come l’Italia, i soggetti marginali o precarizzati percepiscono l’immigrazione come causa di un’ulteriore competizione per le abitazioni, il welfare, il salario. Si tratta di una visione corretta, ma parziale. È necessario ribadire come all’origine di questa pressione sulle proprie condizioni di vita non stiano primariamente altri sfruttati di varia provenienza, ma le modalità di produzione della ricchezza. Questo passo è necessario per disinnescare la ricerca di capri espiatori in forma di xenofobia; tuttavia va parimenti respinto il principio dell’accoglienza illimitata. Gli ingressi nel paese vanno calibrati in rapporto all’effettiva e realistica capacità di accoglimento e integrazione. Sono processi che non possono essere lasciati al “mercato”, alla “libera ricerca di opportunità” della forza-lavoro internazionale. L’obiettivo dev’essere la coesione sociale e la creazione di una società “decente”, non il potenziamento di un esercito di riserva che ricatti i lavoratori.
Il capitalismo è in primo luogo allargamento dello sfruttamento abbattendo tutte le barriere al movimento di capitali e forza-lavoro. Come socialisti siamo perciò per un severo controllo dei flussi, per il rispetto della legalità, e per la piena integrazione, economica, sociale e culturale, di chi resta con noi, senza esclusioni né discriminazioni di alcun genere. Rigettiamo l’idea di società nazionali come zone di passaggio alla ricerca di sostentamento provvisorio. Non abbiamo nulla da guadagnare dal conflitto tra poveri (che è da sempre il gioco della retorica di destra). Ciò che va difeso, ovunque, è il diritto a non emigrare, a non esservi costretti da ricatti economici, costrizioni materiali o morali; ciò che va difeso, ovunque, è il diritto a vivere e lavorare in condizioni degne nel proprio paese, in primo luogo per i nostri cittadini nel nostro paese. L’autentica solidarietà internazionalista fra le classi popolari implica il diritto all’unità e allo sviluppo integrale di ogni nazione.
4) Contro le sinistre liberali
La mutazione delle sinistre in difensori dell’ineluttabilità del capitalismo e della sua mondializzazione si è vestita di modernismo e progressismo, tipiche bandiere della sinistra liberale. I propri referenti non sono più perciò i ceti popolari, ma frazioni di classe della media borghesia, connesse con il modo di produzione della “accumulazione flessibile”. Anche le sinistre radicali, figlie dell’onda lunga del ’68, si sono rifugiate nelle loro piccole ecclesie e in movimenti (settori dell’ecologismo, del femminismo, Lgbt, animalisti, pacifisti, ecc.) che rimuovono accuratamente il problema dei rapporti di potere economico, annegandolo in rivendicazioni settoriali e identitarie che preservano il sistema. Non è un caso che la cultura di queste sinistre veda come principale nemico lo Stato e assuma come obiettivo centrale la lotta alle gerarchie e all’autoritarismo (spesso etichettato come “patriarcato”). Queste rivendicazioni sono occasioni per aumentare la segmentazione sociale, e sono peraltro agevolmente integrabili nell’attuale modo di produzione, come estetica, marketing, ecc. Concentrarsi su diritti soggettivi e identità esclusive finisce per atomizzare la società, dissimulando il problema dei rapporti di forza economici.
5) Per la democrazia reale
La sfida principale del nostro tempo è quella alla democrazia reale, che non è minacciata dai movimenti populisti, ma dalla reazione ad essi da parte delle élite in tutto il mondo occidentale. Per fronteggiare questa reazione occorre una nuova classe dirigente, con una base autenticamente popolare, che non sia l’ennesima variante minore dell’ordine liberale. L’energia sociale per uscire dall’attuale impasse si può trovare solo nei ceti in maggiore sofferenza. Quelli a proprio agio, o troppo interni al modo di produzione per distaccarsene, possono solo seguire. Si pone perciò il problema dell’unificazione non solo delle classi subalterne, ma di tutto l’ampio fronte che può muoversi in direzione antiliberista e antieuropeista.
Questa forza terza, indisponibile al vecchio bipolarismo, deve porre la questione dei rapporti sociali, della subordinazione del mercato alla democrazia, chiarendo quali gruppi, ceti e posizioni, incarnano l’interesse generale dell’Italia. Essa deve inoltre porre la questione degli strumenti della democrazia, come quelli forniti dalla nuova interconnessione virtuale, estesa a tutti i cittadini, con la possibilità di avviare discussioni molecolari in ogni momento e su ogni tema. Si deve porre anche il problema del crollo delle strutture di autorità e reputazionali tradizionali, e delle sue conseguenze sulla logica della delega. Bisogna confrontarsi con la manipolazione dei dati, l’appropriazione delle informazioni nelle piattaforme proprietarie, e gli enormi rischi che ciò comporta.
6) Per una nuova coalizione sociale
Serve per questo una larga coalizione sociale, che attraversi il paese da Nord a Sud, rispondendo alle diverse esigenze delle sue aree culturali ed economiche, spesso radicate in storie secolari. Bisogna saper parlare con i neo-proletari della new economy, i professionisti in via di “uberizzazione”, i lavoratori autonomi sfruttati e marginali, i pensionati a basso reddito e negletti, la parte ancora reattiva del sottoproletariato urbano. Per fare ciò bisogna superare i modelli utili ma insufficienti dei meet-up, o delle effimere mobilitazioni social, attraendo a sé i segmenti di piccola borghesia operanti sul mercato interno, il ceto impiegatizio pubblico, e parte dei ceti medi riflessivi, staccandoli dall’egemonia esercitata dalla borghesia cosmopolita e dal settore dedito alle esportazioni.
Oggi nessun soggetto privilegiato della storia può guidare in esclusiva una transizione al socialismo. E lo stesso socialismo deve essere declinato in modo da consentire una pluralità di vie, integrate nelle comunità territoriali, con le loro tradizioni storiche e le matrici costituzionali. Il socialismo sarà inclusivo, democratico, storicamente e territorialmente radicato, o non sarà.
Il ‘soggetto’ di questa trasformazione non può più essere unilateralmente una frazione qualificata della società. Non può esserlo la vecchia classe operaia ormai frammentata e dispersa; né possono esserlo le “classi riflessive” della nuova economia della conoscenza, spesso in prima fila per la conservazione dei loro declinanti, piccoli, privilegi; né non meglio precisate “moltitudini”, con il loro rifiuto di porre la questione del potere; né le “donne”, quasi fossero una classe a sé stante. Il blocco sociale capace di riaprire il futuro può solo essere una rete contingente di soggetti sociali, sensibili alle diseguaglianze orizzontali e verticali, tra periferie e centri. Quest’aggregazione contingente deve prendere le mosse dai danni creati dallo sviluppo unilaterale della valorizzazione capitalistica, dai luoghi dove le condizioni di lavoro o di vita risultano insopportabili per chi non gode di posizioni privilegiate. È qui che nasce la resistenza da cui partire.
Il punto diventa quindi costruire linee oppositive al capitalismo che passino innanzitutto per i differenziali di reddito, di mobilità, di luogo. È la divaricazione tra i ‘vincenti’ – che riescono a fare il proprio prezzo e si muovono nei centri geografici funzionali al sistema – e i ‘perdenti’, che il prezzo lo subiscono e stazionano in area periferica – a definire il campo della lotta di classe per un socialismo del XXI secolo. Solo focalizzando su tale frattura si può reggere lo scontro con l’Unione Europea e con quella parte del paese che dell’UE si serve per affermare i propri interessi, spacciandoli per necessità o interesse collettivo.
7) Per un’economia umana
La piena occupazione garantita dev’essere un obiettivo guida, per rovesciare i rapporti di potere contrattuale. Che siano i datori di lavoro privati a dover competere per acquisire i migliori lavoratori, e non questi ultimi a doversi svendere, in una competizione al ribasso fratricida. Bisogna imporre un ‘pavimento’ al mercato del lavoro che non possa venire compresso e salga progressivamente. Tale “pavimento” non può essere il risultato della semplice fissazione legale di un salario minimo, ma è l’effetto di un mutamento dei rapporti di forza nel mercato del lavoro ottenuto grazie ad un forte intervento pubblico di rilancio dell’occupazione attraverso piani di lavoro di ultima o di prima istanza.
Con salari e diritti crescenti il capitale, pubblico e privato, sarà costretto a investire in tecnologia, innovazione e qualità. In quest’ottica la Pubblica Amministrazione deve essere messa nelle condizioni di funzionare adeguatamente, svolgendo il ruolo di occupatore di Prima Istanza, con assunzioni massicce e quanto mai necessarie, oltre a quello di riserva di buona occupazione transitoria, come parametro per l’intero mercato del lavoro.
Un robusto pool di imprese di stato, nei settori strategici e a vocazione monopolistica, dovrà rianimare il modello di economia mista che ha fatto la fortuna del nostro paese, e che si sta affermando imperiosamente nelle economie in crescita egemonica nel mondo (Cina in primis). Il rafforzamento della domanda aggregata interna potrà riattivare lo spirito dei lavoratori italiani, rianimando le periferie depresse, e spegnendo le lotte tra ultimi e penultimi. Il ripristino del controllo sui movimenti di capitale con la sua subordinazione alla funzione sociale, la demercificazione del lavoro e della natura, la cura, il sostegno e la protezione ai piani di vita di ciascuno, la capacità costituente esercitata dal basso e dalle periferie sono i capisaldi del socialismo che cerchiamo.
Questo modello va a fornire un incremento di domanda anche al commercio mondiale, che in questo modo troverebbe nuove risorse e fattori di crescita sufficienti per essere basato su rapporti equilibrati fra aree e paesi. Sarebbe superato il tentativo odierno di operare un abbattimento tecnocratico, e ad ogni costo, di ogni frontiera per trovare i mercati e la domanda di beni che nel frattempo si è perduta abbattendo il salario, a partire da quello europeo. Anche e soprattutto per questa via passa il riequilibrio fra apertura democraticamente vagliata dei mercati e sovranità democratico-costituzionale. Solo per questa via è proponibile qualunque idea reale e non mistificata di internazionalismo.
In questo quadro un rilievo particolare dovrà essere dato alla “questione ambientale”, che lungi dall’essere una moda passeggera, rappresenta un orizzonte decisivo per le sorti dell’umanità futura. La pulsione alla competizione anarchica, sotto regime capitalistico, rende inevitabile una costante devastazione degli equilibri ecologici e organici. Emergerà perciò con sempre più chiarezza la necessità di superare questo modello di sviluppo autodistruttivo. Il socialismo, come subordinazione del mercato a politiche democratiche e finalità umane, è la forma dell’unica soluzione possibile. L’antico slogan “socialismo o barbarie” dovrebbe oggi essere declinato in “socialismo o collasso ecologico del pianeta”.
8) Per il perseguimento dell’interesse nazionale in un’ottica multipolare
Puntare su di uno sviluppo del mercato interno mostra il sovrapporsi di interesse nazionale e interesse di classe. Aumentare le opportunità dei lavoratori e delle imprese italiane, e ridurre la dipendenza dalle esportazioni, rappresentano insieme una conquista di indipendenza geopolitica e di benessere sociale. Oggi più che mai c’è la necessità di un forte settore pubblico dell’economia, capace di riequilibrare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, e di rilanciare il ruolo dell’Italia in una direzione geopolitica multipolare. Senza coltivare avventure imperiali o neocoloniali, ma anche senza diventare una zattera alla deriva nel mediterraneo.
Nonostante in Occidente tutti facciano finta di non accorgersene, il bipolarismo della Guerra Fredda è finito da trent’anni. È ora di aggiornare le nostre priorità e smettere di reiterare le costanti storiche della nostra politica estera: l’irrilevanza nel dibattito interno e l’affidamento esclusivo all’alleato forte. Due caratteristiche che entrambe mal si coniugano con la promozione dell’interesse nazionale in un multipolarismo come quello attuale. Mai come oggi gli obiettivi geostrategici dell’Italia differiscono tanto da quelli americani quanto da quelli dei competitors europei.
Se recuperassimo tutti gli strumenti – politici ed economici – che si confanno a uno Stato sovrano, potremmo rilanciare il nostro ruolo di media potenza, con un ritrovato attivismo che – lungi dal ripercorrere tristi esperienze coloniali passate – riesca a valorizzare al meglio la nostra collocazione geografica.
L’Italia ha interesse al sorgere di un mondo multipolare con un nuovo equilibrio internazionale. La subalternità ad un occidente che non riesce a liberarsi del fallimentare modello neoliberale può essere superata solo se si istituiscono relazioni eque con il mondo emergente, e se si valorizza la nostra collocazione nel mediterraneo. Senza rigettare le tradizionali relazioni con il centro europeo e con gli Stati Uniti, solo un multilateralismo che giochi su più tavoli – Africa, Russia, Cina, India, America Latina – può consentire di ridurre la nostra subalternità. Costruire un socialismo per il XXI secolo implica perciò anche difendere il proprio apparato pubblico e le proprie aziende strategiche, incluse quelle militari ed energetiche, dalle altrui mire di dominio.
9) Per un socialismo plurale nel XXI secolo
I socialismi del XXI secolo non dovrebbero essere progressisti più di quanto non siano conservatori. Essi non dovrebbero cioè predicare la convergenza di tutta l’umanità in una forma di sviluppo culturale predefinita. Gran parte dei fallimenti e delle sconfitte del socialismo storico è dipesa da questa ambizione, non troppo dissimile dalle pulsioni uniformanti ed astratte del capitalismo. Bisogna andare oltre i modelli di socialismo storici (previo loro approfondito studio, che rimane cruciale) prestando attenzione alle forme innovative che si sono sviluppate in Cina e nei paesi “bolivariani”. I socialismi per il XXI secolo devono fare buon uso dei mercati, ma impedendo che si saldino in un unico illimitato ‘sistema di mercato’. I mercati sono esistiti ben prima del capitalismo ed esisteranno dopo di esso, né devono per forza avere carattere capitalista. L’istituzione dei mercati può far leva su forme di organizzazione sociale decentrata che si può fondare sullo scambio di surplus tra pari, senza che siano indefinitamente e automaticamente traducibili in un unico metro di valore; va rigettato il modello esemplificato dai mercati finanziari, dove tutto è ininterrottamente mobile, mercificato e liquido in vista di un margine quale che sia di profitto. Rilanciare la tradizione socialista, questa volta ancorandola a forme di vita plurali e rispettose dei propri percorsi, significa liberarsi da un modello che riduca gli scambi sociali alla pratica della domanda ed offerta. Percorsi socialisti plurali, possono consentire l’esistenza di mercati contenuti da una sfera sociale più ampia, rigettando invece la risoluzione del ‘sociale’ nel mercato. L’orizzonte di un socialismo del XXI secolo è dunque quello di comunità in cui l’economia non è sovraordinata alla società ma sottomessa a un controllo pubblico, trasparente, plurale e democratico, comunità capaci di fondarsi sulla creatività, sulla capacità socializzante dell’umano e sulla logica del dono. Essere anticapitalisti significa riconoscere che “il vero è nell’intero” e che l’economico è solo una delle dimensioni della vita, né autosufficiente né auto-consistente.
10) Che fare?
Come diffondere oggi in Italia un autentico progetto socialista? Si tratta di un’impresa difficile perché radicale. Ed è radicale perché non vuole semplicemente riproporre l’intervento statale del passato, ma inaugurare una nuova azione pubblica, evitandone le forme monopolizzate dall’interesse privato dei partiti e dei manager di stato. Che fare, dunque, concretamente? È necessario prima di tutto uno sforzo per acclimatare il progetto socialista in un paese che, pur avendone disperato bisogno, lo teme, essendosi abituato negli anni a pensare in maniera antisocialista. L’Italia ne ha bisogno perché oggi solo l’intervento statale e la proprietà pubblica possono guidare una ripresa. Le sconsiderate privatizzazioni dei decenni scorsi rendono necessaria una radicale inversione di rotta verso la ricostruzione di uno stato capace di direzione politico-amministrativa, e democraticamente controllato. Ma gli italiani oggi temono questo indirizzo, sia per l’aspettativa (mediaticamente coltivata) del malfunzionamento di tutto ciò che è pubblico, sia soprattutto perché la struttura sociale italiana è stata consapevolmente costruita (dalla DC, dal craxismo, dalla “modernizzazione” neoliberista) in modo da ostacolare le concentrazioni operaie e favorire l’impresa individuale o familiare. Da ciò emerge la propensione a vedere nello Stato un protettore occasionale, che però non deve pretendere tasse o dirigere l’economia. Il problema, acuito dal fatto che spesso nella stessa famiglia si intrecciano redditi da lavoro dipendente e redditi d’impresa, non può essere affrontato con leggerezza, perché la microimpresa, con i suoi vizi e le sue virtù, è in ogni caso, e soprattutto in periodo di crisi, fonte di sopravvivenza per numerosissime famiglie.
Questa tensione tra Stato e privato, inevitabile nelle attuali condizioni, dev’essere dislocata verso il sistema del credito (banche, ma specificamente la BCE). La via maestra per la ripresa e per una possibile redistribuzione passa infatti per la monetizzazione del deficit dello Stato, non il rigore fiscale. Il problema dell’infedeltà fiscale deve ovviamente essere affrontato, ma con provvedimenti rivolti ai vertici della piramide sociale, e potrà essere pienamente risolto solo nella scia di una ripresa del paese, distinguendo tra evasione di sopravvivenza ed evasione opportunista. La prospettiva dovrà essere quella di una regolarizzazione progressiva e non traumatica delle microimprese, basata sullo scambio tra lealtà fiscale e normativa dal lato privato, e servizi efficienti dal lato pubblico.
In questa prospettiva, fondamentale giacché riguarda una cultura diffusa nel paese, è necessario costruire una strategia politica che non si limiti a declamare le buone ragioni del socialismo, dell’intervento pubblico, dell’euroscetticismo, ma individui i modi concreti per dar loro corso. L’obiettivo fondamentale non è affatto “l’unità della sinistra” contro la “destra fascista”. La destra attuale non è fascista, anche se ha pericolosi tratti autoritari. E d’altra parte la sinistra non è affatto democratica (anche se molti suoi elettori e militanti lo sono): non lo è perché il suo globalismo sconsiderato ha sottomesso il paese alla dittatura dello spread, perché (come la destra) ha sfasciato la Costituzione del ’48, perché (come la destra) mostra costantemente impulsi censori rispetto all’espressione del dissenso. In queste condizioni, è assai difficile dire se un futuro governo autoritario sia oggi più favorito da istanze di destra o di sinistra.
L’obiettivo fondamentale dev’essere quindi la lotta contro ogni riproposizione del bipolarismo, e dunque anche contro il maggioritario che lo accompagna. Il bipolarismo serve infatti a consolidare la subordinazione del paese attraverso uno scontro fittizio fra due poli, divisi su questioni secondarie, ma uniti dalla fedeltà atlantica ed europea. Ciò vale con tutta evidenza per il polo di sinistra, anche se il M5S dovesse stabilmente parteciparvi. Ma vale anche per il polo di destra, perché ha già dimostrato di alimentare un euroscetticismo di facciata, sostenendo l’irreversibilità dell’euro, e di essere avverso ad ogni rafforzamento dell’impresa pubblica e ad ipotesi di nazionalizzazione. Per rompere il bipolarismo è necessario ricostruire un terzo polo, dialogando con la parte critica dell’elettorato e della militanza M5S, raccogliendo tutte le forze che sono sovraniste in quanto socialiste, ma soprattutto dando espressione a chi da decenni non ha rappresentanza politica: la vasta e frammentata classe dei lavoratori subordinati, dei precari, dei disoccupati.
Un tale terzo polo non può nascere attorno alla mera parola d’ordine negativa dell’Italexit. L’evidente balbettio dei sedicenti sovranisti gialloverdi di fronte all’Ue, le convulsioni della Brexit, la presa nell’opinione pubblica del ricatto dello spread, rendono difficile – salvo brusche accelerazioni della crisi europea – aggregare consensi decisivi, solo ponendo al centro la prospettiva dell’uscita dall’UE. Tenendo ferme le ragioni per un’uscita dai trattati, bisogna innanzitutto accumulare le forze su espliciti contenuti positivi (più stato, piena occupazione, mercato interno, Sud…). Per farlo lanciare un programma che indichi l’uscita come condizione della propria piena realizzazione, ma che sia articolato in obiettivi intermedi parzialmente perseguibili anche in ambito UE.
• In questa prospettiva Nuova Direzione deve impegnarsi a:
I. Ribadire una dura critica all’Unione europea, sviluppando su ciò attività di formazione e controinformazione, anche in connessione con altri soggetti.
II. Costruire progressivamente un programma socialista per il paese, articolato in obiettivi di fase concretamente perseguibili. Qui l’elaborazione concettuale deve accompagnarsi alla costruzione di alleanze politiche con soggetti collocati criticamente nei diversi partiti, nell’apparato dello stato, nel mondo delle imprese e del sindacato, nei luoghi di maggiore conflitto sociale.
III. Inserirsi in tutte le esperienze di conflitto che esprimano un netto dissenso verso la situazione generale del paese e verso le politiche di indebolimento delle condizioni dei lavoratori: crisi industriali, regolarizzazione dei precari, contrasti tra banche e debitori, e così via.
IV. Promuovere, o comunque intercettare, quei conflitti con radicamento territoriale in cui si presenti una lotta fra centro e periferia, Hinterland contro città, Sud contro Nord e così via. Il fine non è disgregare, ma riaggregare su nuove basi ciò che si sta irrevocabilmente frammentando. Il fine è presentarsi come movimento per l’unità d’Italia: unità fra i suoi diversi lavoratori, fra questi e le piccole e medie imprese, fra tutti i territori che il neoliberismo italiano, rappresentato dalla sinistra come dalla destra, mette in infinita competizione a solo vantaggio del capitalismo e dell’Unione Europea.
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TESI AGGIUNTIVA
I nodi storici d’Italia: classi, Stato, sovranità
Nei momenti di crisi e difficoltà emergono le caratteristiche di fondo di un paese. La storia non dimentica, i nodi vengono al pettine. Quello che siamo ora è scritto nel percorso. Per questo, al fine di prescrivere una terapia, sono necessarie un’anamnesi e una diagnosi.
Il parto della nazione italiana è stato complicato. Fra le opzioni che si sono confrontate nell’intento di unificare l’Italia, alla fine ha vinto quella sabauda, anche grazie alla tattica cavourriana che si muoveva fra le potenze del tempo sfruttandone i conflitti. La vittoria dell’opzione monarchica ha comportato l’imposizione dello Statuto Albertino e del modello statale piemontese, senza alcun passaggio costituente, e ciò anche a causa della debolezza politico-programmatica delle correnti democratiche e dello stesso garibaldinismo. Sono state unificate in modo repentino realtà sociali, modelli istituzionali e monete diverse. Così l’Italia è nata da subito affetta da condizioni di squilibrio. L’unificazione, costruita con una mobilitazione contraddittoria delle masse, allora in gran parte contadine, e delle varie borghesie, ha prodotto il rifiuto del nuovo Stato in varie parti del paese, rifiuto sollecitato dalla reazione borbonica, dal clero e, all’inizio, anche dai più coerenti fra i repubblicani e garibaldini. La Chiesa, allora unica “forza nazionale”, dopo l’occupazione dei territori pontifici e la presa di Porta Pia, è stata all’opposizione del nuovo Stato, fino ai Patti Lateranensi.
Da questa modalità di unificazione nasce la questione meridionale. La questione agraria, in particolare, non è mai stata un punto centrale nel processo di unificazione per le forze repubblicane egemonizzate da ceti intellettuali borghesi e piccolo borghesi. Il fascismo utilizzò le masse contadine in maniera del tutto subalterna e reazionaria. Da queste modalità di unificazione nasce anche il sentire lo Stato come esterno, quando non avverso. Priva dell’ancoraggio di un’appartenenza forte, di istituzioni solide, e di una vera classe dirigente nazionale, l’Italia ha manifestato tratti di incertezza fin dalle origini.
La partecipazione delle masse cominciò a mutare le cose con il nascere del movimento socialista. Un primo risultato politico di questo mutamento sarà il suffragio universale maschile nel 1912.
L’entrata guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale evidenziò la gracilità del nuovo Stato dal punto di vista militare e di coesione sociale. La larga insoddisfazione popolare seguita alla guerra e i conflitti che ne derivarono comportarono una dura reazione delle classi agrarie e industriali e della monarchia, nell’assenza di politiche adeguate da parte delle opposizioni. La nazionalizzazione delle masse da parte del fascismo e il sovrapporsi dello Stato fascista a quello monarchico furono solo in grado di sopire gran parte dei problemi o di celarli fino a che la guerra non portò il paese allo sgretolamento.
L’8 settembre segnò così la fine ingloriosa di un altrettanto inglorioso periodo, assestando un colpo mortale al sentimento nazionale. L’indebolirsi dell’idea di nazione ha intaccato tanto l’idea dell’autonomia che il valore attribuito all’interesse generale. Esito della sconfitta furono anche la perdita di rango nel consesso internazionale (un rango che era peraltro soprattutto una finzione) e la subalternità, che dura tutt’oggi, agli USA.
La Resistenza rappresentò tuttavia un correttivo a questa condizione. La presenza di forze antifasciste che si erano formate nell’esilio e nella clandestinità consentì di portare il paese alla transizione verso la Repubblica e all’elaborazione della Costituzione, e di non farlo divenire un protettorato anglo-francese. La Resistenza, unico riscatto del popolo italiano, prima ancora che tradita fu troppo breve e troppo circoscritta territorialmente per incidere in maniera duratura sul profilo della Repubblica. E già durante i lavori della Costituente si inaugurava la subordinazione della politica italiana agli Usa. La Costituzione, del resto, fu un obiettivo quanto mai alto se si constata quanto marginalmente era prevalsa nel referendum la scelta della Repubblica, a testimonianza di come fosse ancora forte la resistenza conservatrice delle classi borghesi, della Chiesa e anche di parti consistenti delle classi popolari, contadine in particolare.
Così lo spirito e la lettera della Costituzione (la centralità del lavoro, il ruolo dello Stato finalizzato a rimuovere e a promuovere diritti ed uguaglianza, l’economia mista, la finalizzazione dell’impresa privata all’interesse generale), vennero contraddetti dal ruolo centrale assunto dagli esponenti liberisti (in primo luogo Einaudi) e dal permanere di personale fascista nei ranghi dello Stato, mentre ne venivano espulsi molti membri di origine antifascista. Ciò garantì, almeno inizialmente, una significativa continuità sia con il regime monarco-fascista che con precedente Stato liberale.
La Costituzione del ’48 non ebbe dunque modo, per ragioni interne ed internazionali, di attuarsi completamente. Ma, anche grazie alla sua promulgazione, le forze sociali e le tendenze culturali di cui essa era espressione non potevano più essere escluse dall’agone politico: ed è per questo che essa costituì lo scudo del pur relativo avanzamento dei ceti popolari degli anni ’60 e ’70, e, in quanto tale, fu sottoposta ai più duri attacchi. Se il primo periodo del centro sinistra sembrò iniziare ad attuare alcuni dei dettami della Carta, negli stessi anni e in seguito si poté assistere a una serie di assalti, politici, militari, istituzionali alla logica costituzionale.
Quegli assalti, che andavano dai minacciati golpe allo stragismo, dall’uccisione di Moro alle trasformazioni derivanti dall’ingresso del paese nell’Ue, culminarono nella Seconda Repubblica, inaugurata dall’ambigua stagione di “Mani Pulite”. E non è un caso se chi lasciò che Moro fosse ucciso, dimostrando quanto limitata fosse la nostra sovranità, fu anche artefice di una sottomissione della costituzione ai dettami di Maastricht.
Ciononostante, la presenza egemone nella Resistenza di forze politiche non-liberali se non addirittura anti-liberali permise che la sopravvivenza post-bellica – aspramente combattuta dalle forze liberali -­ dell’IRI, creata dal regime fascista per affrontare le conseguenze della Grande Depressione del ’29, diventasse il perno del decollo italiano (il cosiddetto ‘miracolo’, che avvenne con tassi di crescita ‘cinesi’) che cambiò drasticamente, si può dire per la prima volta nella storia italiana, le condizioni di vita materiali di ampie masse di popolazione.
Il mondo liberale che aveva mal sopportato la permanenza dell’IRI, nonché il predominio dei partiti di massa, aspetti che aveva continuamente combattuto nel dopoguerra, iniziò già dagli anni ’70 una violenta controffensiva. Approfittando della crisi politica di fine ’70, riuscì a imporre un passaggio del paese sotto il ‘vincolo esterno’ europeo con l’ingresso nello SME che, ulteriormente rafforzato dal divorzio Bankitalia-Tesoro, preluse allo smantellamento dell’IRI e quindi alla demolizione delle condizioni politiche della crescita economica del paese, riportando la gestione economica complessiva nelle mani di quelle forze liberali che se ne erano sentite limitate dalla Resistenza, dalla Costituzione e dai partiti di massa.
Infatti, la seconda repubblica è stata, in realtà, una sorta di golpe continuato contro la Costituzione, e il popolo italiano, consentito dai Presidenti della Repubblica, dalla Corte Costituzionale, dai partiti “contro-riformati”. È stata la repubblica “della società civile” e non più delle classi, del “cittadino-consumatore” e non più del lavoratore. La repubblica senza ideologie, tranne il liberismo. La seconda repubblica ha vissuto, e così è tutt’ora, in un’orgia di leggi elettorali rapidamente cambiate per favorire questo o quello, di liberalizzazioni e privatizzazioni, di riduzione dei diritti del lavoro, blocco dei salari, disoccupazione a due cifre, povertà, diseguaglianze, assorbimento subalterno dei sindacati, modifiche al titolo V che frantumano il paese e preludono a richieste di disunioni ulteriori (come l’autonomia differenziata). Ha partecipato a guerre destabilizzanti condotte per “esportare la democrazia”, ossia a guerre di occupazione per l’egemonia mondiale dell’occidente e del suo paese guida, gli Usa. Fino ad arrivare al masochismo di una guerra alla Libia voluta da nazioni concorrenti quali Francia ed Inghilterra, dopo che solo qualche tempo prima si era siglato un accordo storico con la Libia stessa. La partecipazione a questa guerra è stato un tradimento, oltre che della Carta, anche dell’interesse nazionale.
L’adesione all’Unione europea ha aggravato la subordinazione del paese. Oltre agli Usa ora ci si è subordinati alla finanza, ai mercati, ai paesi europei più forti politicamente o economicamente. La classe dirigente italiana ha pensato di poter così governare con il vincolo esterno le recalcitranti classi popolari italiane. La garrota dell’Unione e dell’euro comportano un declino continuo sul piano sociale, economico, culturale, democratico.
Stando così le cose, non stupisce che il paese dia sempre maggiori segni di scollamento. Tutto sembra crollare ma nessuno appare responsabile di alcunché. Il paese sta perdendo il senso di appartenenza ad una storia. Siamo fra le nazioni con il maggior grado di diseguaglianza, la giustizia è sempre più lenta, e meno cieca di quanto dovrebbe, la corruzione dilaga. Si sente la mancanza di uno Stato che, in realtà, in Italia non è mai “stato”. C’è una crisi conclamata delle élite.
Tutto ciò crea insicurezza, rancore, rabbia che però restano a livello individuale. La rabbia non prende la strada del conflitto, della lotta. Un tempo ci si rivolgeva alla sinistra per risolvere i problemi: ora non più. La cosiddetta sinistra è parimenti colpevole dello stato di cose presente. Ai cittadini non sembra rimanere altro che la protesta elettorale. E questo accade proprio quando la democrazia (e con essa le elezioni) è sempre più una finzione, in quanto le decisioni vengono prese altrove: da Bruxelles o dai “mercati”. Milioni di cittadini ad ogni votazione vagano da partito a partito alla confusa ricerca di protezione, ordine, cambiamento. Non è dunque un caso che il paese rimanga inquieto, conflittuale. I lavoratori e le masse non sono assopiti, anche se non sanno bene cosa fare: viviamo una continua transizione verso il nulla. L’Italia si presenta come una pentola in continua ebollizione che sembra non scoppiare mai.
Questo stato di cose impone di andare alla radice dei problemi: è tempo ormai di riconquistare la sovranità nella politica interna ed estera, conformemente ai principi costituzionali e all’interesse nazionale. La seconda guerra mondiale è finita da settant’anni, e l’abbiamo ormai pagata abbastanza! Del resto, l’Alleanza atlantica, già discutibile negli intenti originari, alimenta oggi conflitti e aggressioni su vasta scala, divenendo così seriamente controproducente per gli interessi nazionali e popolari. Lo stesso discorso vale per l’Unione Europea, dove gli interessi internazionali di Francia e Germania non sono affatto coincidenti con quelli dell’Italia.
L’interesse nazionale del popolo italiano richiede una neutralità attiva e funzionale alla pace, in particolare nel Mediterraneo. La globalizzazione e il liberismo, la competizione di tutti contro tutti, hanno fallito: serve più Stato, lo Stato della Costituzione. forte contro i forti. Servono programmazione, controllo dei capitali, delle merci e delle persone per una buona e piena occupazione, affinché i lavoratori non siano merce ed il lavoro non sia tortura ed usura. Serve una nuova idea di società e una nuova idea di economia e di rapporto con l’ambiente. Un’economia per la società e non una società per l’economia.
La risposta a tutto ciò può ancora essere trovata nella Costituzione del 1948. La Costituzione non è dietro di noi. Essa è un obiettivo che ci sta davanti, per cui è necessario costruire un popolo e uno Stato. A tal fine serve una memoria storica che ci ricordi le lotte che, dalla Resistenza agli anni ’70 e oltre, hanno tentato di costituire pienamente la nazione, le reazioni antipopolari e antinazionali delle classi dominanti, le circostanze che fanno sì che oggi l’interesse nazionale, l’interesse ad avere una nazione sovrana e capace di crescere nella pace, coincida ormai con quello delle classi subalterne. A tal fine servono nuove culture politiche, nuovi partiti capaci di riprendere il cammino e ricucire i fili che la regressione degli ultimi decenni sembra aver reciso.
alcuni commenti
Roberto Buffagni Andrea Zhok Senz’altro. A me non dà fastidio Marx, che è un pensatore di prim’ordine. La zavorra viene dopo, con il marxismo e con la sua decadenza, sia teorica sia politico-effettuale. Poi naturalmente ciascuno ha il suo bagaglio. La strada è lunga, i rifornimenti scarsi, il clima inospitale, e quindi vedrai che tanta parte del bagaglio che ciascuno si porta nello zaino andrà scaricato a lato strada 🙂
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni Anch’io credo che in un senso antropologico primario il confronto sia tra individualismo liberale e comunitarismo. Tuttavia il comunitarismo non può sopravvivere senza una cornice statale compensativa delle dinamiche pervasive del mercato, e solo nella tradizione marxiana ci sono gli strumenti per operare quella compensazione. (Se il comunitarismo si riduce a chiacchiera, come invocazione alla ‘comunità’ e alla ‘famiglia’ senza far seguire nessuna politica strutturale che arresti i processi di disgregazione liberal-capitalistici, allora è solo fuffa: persino Blair e Reagan sono stati detti ‘comunitari’ in questo senso esteriore.)
  • Roberto Buffagni Andrea Zhok Il socialismo non implica l’adesione al marxismo né alla vicenda storica della II Internazionale, su questo non ci piove. La contrapposizione teorica basilare è fra individualismo liberale e comunitarismo (varie forme e declinazioni possibili di – ). Farlo capire a molti se non tutti non è facilissimo però.
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni Beh, direi che nel mondo prossimo venturo ci sarà la scelta tra essere prosciugati da potenze maggiori o giocare le proprie carte con i relativi rischi. Non vedo altre opzioni.

    Quanto al tema del ‘socialismo’, l’adozione del termine è stato oggetto di discussione, proprio per la consapevolezza dei problemi connotativi del termine. Oggettivamente e concettualmente è il termine più difendibile, proprio per la sua storia plurale (il socialismo è alla base di Gramsci come di Sombart, per intenderci). Nel tempo vedremo come sviluppare l’uso del termine o se trovare altri riferimenti espressivi meno problematici.

  • Roberto Buffagni Andrea Zhok Sì, certo, il multilateralismo è una grandissima occasione per una media potenza come l’Italia. Bisogna essere molto bravi però, c’è anche da farsi tanto male.
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni La risposta è il multilateralismo. Anche se la Cina non è l’URSS, un gioco di sponda con la Cina (e magari anche la Russia) potrebbero consentire margini di manovra non troppo dissimili da quelli del secondo dopoguerra.
    Roberto Buffagni Molte buone cose. Obiezioni a prima vista: 1) se nel blocco sociale antiUE non ci stanno anche i capitalisti “nazionali”, cioè quelli che hanno bisogno di un aumento della domanda interna e di una politica di investimenti pubblici, si va poco lontano. Se il problema politico da risolvere è l’indipendenza d’Italia (e lo è) il blocco sociale che lo persegue deve essere interclassista. Individuare come nemico principale “il capitalismo” è esatto sul piano teorico, sbagliato sul piano politico perché nessuno può proporsi politicamente, cioè in termini di obiettivo strategico effettualmente perseguibile e raggiungibile, una vera e propria uscita dal sistema capitalistico, cioè a dire una rivoluzione dell’ordine di grandezza della russa 1917 2) capisco che non ci siano altre parole a disposizione per quel che volete intendere, ma parlare di “socialismo” quando nessuno sa di preciso che cosa sia è un suicidio comunicativo. Segnalo che per una larga parte della popolazione la parola “socialismo”, che viene intesa come un eufemismo per “comunismo” a meno che non sia identificata con l’esperienza craxiana, si associa a a) esperimento storico totalitario e fallito b) miseria, prepotenza burocratica, niente che funzione c) egalitarismo demenziale, sindacalismo oppressivo, tasse insopportabili d) per concludere, la reazione emotiva alla parola “socialismo” è uguale e contraria alla reazione emotiva alla parola “fascismo”. in entrambi i casi il rapporto tra reazione emotiva e realtà effettuale è tenue, perché offuscato e distorto da settanta anni di uso strumentale dell’antifascismo & dell’anticomunismo, ma in politica le reazioni emotive contano eccome 3) la Costituzione del 1948 ha molti pregi, ma non è replicabile a piacere la situazione geopolitica che la consentì. Il lavorismo e il keynesismo della Costituzione prevedono l’esistenza in vita dell’URSS, in ragione della quale il sistema capitalistico e le potenze a guida USA furono costrette a cercare vaste alleanze, a impedire che los pueblos d’Europa diventassero comunisti, e in generale a presentarsi come alternativa più efficace e umana al sistema comunista. Sintesi: il comunismo fu un’idea radicalmente sbagliata, ma l’esistenza dell’URSS fu un’ottima cosa per l’effetto di bilanciamento e limitazione che conseguì. 4) Non è esatto parlare di “neutralità in vista della pace”, perché è sempre “in vista della pace” che si fanno le guerre (bisogna solo vedere che pace). La neutralità è un obiettivo strategico che personalmente condivido, ma al sostantivo “neutralità” va aggiunto l’aggettivo “vigile”, in soldoni: bisogna armarsi di più, non di meno, perché si vis pacem (la TUA pace) para bellum. Non commento la sintesi storica perché non voglio eccedere in lunghezza. Troppo difficile trovare una sintesi accettabile in poche righe.
    Andrea Galasso Roberto Buffagni, sì, ma quello che dico è: cosa ci farebbero gli USA concretamente se provassimo a rilanciare le summenzionate politiche di welfare? In che modo si attiverebbero per impedirlo? E perché?
    Siamo sicuri, peraltro, che sia stata proprio l’esistenza dell’URSS che impediva il neoliberalismo, e magari non altre cause strutturali afferenti alla dialettica interna del capitalismo?
  • Roberto Buffagni Andrea Galasso Perchè l’URSS non è crollata in seguito alla ricezione di una raccomandata a.r., mittente “Eredi di Keynes”, che annunciavano la scomparsa del caro estinto. E’ crollata per tante ragioni , in buona parte endogene. Premessa la mia pittoresca ignoranza in materia economica: volevo soltanto rilevare un fatto storico, questo: che il welfare state del secondo dopoguerra, e l’illuminata politica non solo economica statunitense (v. rifiuto del piano Morgenthau e varo del piano Marshall) è motivata anch’essa da molte cose (tra le quali anche il dibattito accademico in materia economica) ma senz’altro da una Cosa grossa come una casa, cioè il bisogno degli USA di cercare vaste alleanze e consensi in Europa e nel mondo; alleanze e consensi che dipendevano, in larga misura, dalla possibilità di garantire sicurezza e buon tenore di vita alle popolazioni sconfitte d’Europa. Gli americani hanno condonato pressoché in blocco il debito tedesco post IIGM, e grazie a questo condono la Germania non solo ha decollato economicamente, ma si è schierata compatta (nella sua porzione occidentale) a favore degli USA e del capitalismo liberale, e contro il comunismo e l’URSS. Ora, l’URSS e il comunismo non ci sono più, è crollato il celebre Muro di Berlino, e gli USA sono stati travolti da una ventata di hybris con pochi precedenti nella storia, che gli ha fatto pensare di poter essere non l’egemone mondiale, ma il vettore di una riconfigurazione del mondo totale nella quale ci fosse posto solo per il proprio modello di vita. Che fosse una cazzata si poteva capire anche subito, ma ci hanno provato lo stesso. Il risultato è l’oggi di cui parliamo.

Roberto Buffagni

Noterella militare. Il problema strategico è molto semplice: conformare lo schieramento cioè il sistema di alleanze + la struttura di comando e controllo al conflitto principale, che NON è destra/sinistra, e neanche capitalismo/proletariato, ma mondialismo/nazionalismo + individualismo /comunitarismo. Sul piano operativo (=soggettività politica) la traduzione del problema strategico è: alleanza Stato-Lavoro, dove “Lavoro” comprende anche un settore, il più possibile ampio, delle imprese (in particolare quelle che si basano sul mercato interno e hanno bisogno di rilancio della domanda interna + pianificazione economica statale) , e “Stato” indica anzitutto le prerogative “régaliennes” dello Stato, quelle che hanno la forza sufficiente a bilanciare e contrastare le pretese di direzione politica che si arroga il settore economico (“Ministeri della forza”). L’avversario principale è PIU’ avanti nell’opera di riconversione e adeguamento al conflitto principale dello schieramento (esemplare l’esperimento Macron), noi siamo più indietro. Se non si risolve il problema strategico dello schieramento e del sistema di alleanze si perde, se si risolve si vince. Il conflitto interno al campo antimondialista che si avvita intorno ai temi destra/sinistra, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, incapacita la formazione dello schieramento strategicamente corretto. Se si sbaglia la strategia, nessun successo tattico avvicina alla vittoria, salvo errori strategici decisivi dell’avversario, sui quali è meglio non contare perché esso è più forte e coeso. Raccomandabile essere pronti a fornire risposte adeguate e progettazione credibile per il momento in cui verranno al pettine gli errori strategici compiuti dalle forze politiche (provenienti sia da destra sia da sinistra) che sinora hanno interpretato (male) il “sovranismo”, cioè il coacervo delle opposizioni, variamente motivate e consapevoli, al mondialismo. Le suddette forze hanno sbagliato e continuano a sbagliare, tutte, le scelte strategiche fondamentali, e dunque nel giro di due.- tre anni cominceranno a perdere in modo vistoso (“perdere” può essere declinato come vera e propria sconfitta elettorale oppure come “vittoria con le idee degli altri”, ossia adeguamento di fatto alla linea dell’avversario). Finché l’errore strategico e la conseguente sconfitta non sarà chiara a molti se non tutti, non ci saranno spazi di azione politica efficace (=capacità di accedere al governo+sapere che farne). Quando l’errore strategico sarà manifesto, ci sarà spazio di azione e direzione politica. Imprevedibile, ora, con quale strumento la “azione e direzione politica” potrà esercitarsi.

Colpo di Stato fallito di un establishment fallito di Patrick J. Buchanan

https://buchanan.org/blog/failed-coup-of-a-failing-establishment-138111?fbclid=IwAR3s48zaiOj5lxN5y-pMvOBB3m9L4Dn4N17uQUTt_eAKG_emgTlnxVy0mqU

Colpo di Stato fallito di un establishment fallito

di Patrick J. Buchanan, 4 febbraio 2020

 

Con una maggioranza  51-49, il Senato ha respinto l’audizione di testimoni nell’impeachment di Donald Trump e ha stabilito di concludere il procedimento mercoledì, con una maggioranza quasi sicura favorevole al proscioglimento del Presidente da tutte le accuse.

Con i sondaggi del fine settimana che danno in vantaggio per la nomination il socialista Bernie Sanders negli Stati dello Iowa, New Hampshire e California, si fa palpabile il panico che serpeggia tra le élite del Partito Democratico.

Domenica, in un albergo di Des Moines, Iowa,  qualcuno ha sentito John Kerry, ex Segretario di Stato e clone di Joe Biden, parlare della “possibilità che Bernie Sanders spinga nel burrone il Partito Democratico tutto intero”.

Martedì, con il suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump celebra e trasmette in tutta la nazione il suo giro trionfale nel Campidoglio degli Stati Uniti, mentre il vittorioso Leader della Maggioranza Mitch McConnell e l’umiliata Speaker della Camera Nancy Pelosi siedono in silenzio, l’uno accanto all’altra, dietro di lui.

I Democrats possono dichiarare che l’impeachment di Trump è stata una vittoria della giustizia, ma la collera e lo scandalo, i lamenti e i risentimenti che emanano dalle prime pagine dei giornali e dalle TV via cavo ci suggeriscono che per i media sanno che non è così.

Ci dicono che la storia darà ragione a Pelosi e ai Democrats, e condannerà il Partito Repubblicano per aver votato il proscioglimento di Trump.

Può anche darsi, ma solo se la storia la scriverà qualche Howard Zinn [celebre storico socialista USA recentemente scomparso NdT] del futuro.

Realtà: l’impeachment di Trump è stato un tentativo – fallito – di colpo di Stato che nessun repubblicano sosteneva, solo i Democrats alla Camera e al Senato. L’impeachment di Trump è stata una manifestazione di faziosità pura, e un abuso di potere bello e buono.

Qual era il fondamento del caso contro Trump?

Trump non avrebbe invitato alla Casa Bianca il Presidente ucraino  Volodymyr Zelenskiy, e per parecchi mesi avrebbe trattenuto i finanziamenti alle FFAA di Kiev, per far tenere a  Zelenskiy una conferenza stampa con l’annuncio che Kiev stava indagando sulle modalità in cui Hunter Biden [figlio di Joe Biden candidato Democrat alle presidenziali NdT] era entrato nel consiglio di amministrazione di una compagnia energetica corrotta, per un compenso di 83.000 $ al mese, mentre suo padre era a capo del monitoraggio internazionale sulla corruzione in Ucraina.

Imputazione specifica: la sospensione dell’aiuto militare decisa da Trump avrebbe messo in pericolo la “nostra sicurezza nazionale” negando armi a un alleato che stava combattendo i russi laggiù, in modo che noi non siamo costretti a combatterli qua.

E il risultato finale qual è stato?

Zelenskiy ha avuto il suo incontro col Presidente. In settembre ha avuto l’aiuto militare. Non ha tenuto la conferenza stampa richiesta. Non ha annunciato una indagine sui Biden padre e figlio.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Come ha gestito l’Ucraina il presidente Obama?

Dopo che Vladimir Putin si è annesso la Crimea, ed è intervenuto per proteggere i secessionisti pro-russi del Donbass, la Casa Bianca di Obama ha diminuito gli aiuti in armamenti a Kiev, e ha mandato invece coperte e razioni da campo.

Che punizione chiedono i Democrats di Camera e Senato e i media anti Trump, per la pausa nelle forniture di armi all’Ucraina?

La pena di morte, la pena di morte politica.

I Democrats chiedevano che il Senato Repubblicano rovesciasse il risultato elettorale del 2016, facesse di Trump il primo Presidente rimosso dalla carica in seguito a impeachment, e rendesse impossibile al popolo americano votare di nuovo per lui.

La Camera presieduta da Nancy Pelosi e la minoranza Democrat al Senato volevano che il Senato Repubblicano facesse il lavoro sporco al posto loro, ed escludesse Trump dalle elezioni 2020, nel timore che vincesse un secondo mandato.

Per quattro anni, elementi dell’establishment liberal – nei media, nel deep State, nelle principali istituzioni – hanno cercato di distruggere Trump. Prima hanno cercato d’infamarlo e impedire la sua elezione, poi di annullare l’elezione perché orchestrata dal Cremlino, poi di metterlo in stato d’accusa e rimuoverlo dalla carica, poi di impedirgli di candidarsi di nuovo.

Il danno che hanno inflitto alle nostre istituzioni è serio.

L’Avvocato Generale degli Stati Uniti John Durham sta indagando le agenzie di intelligence americane per il loro ruolo nell’investigazione di una campagna presidenziale. Lo FBI è stato screditato dalla scoperta di una cospirazione di dirigenti d’alto livello per lo spionaggio sulla campagna di Trump.

Rilanciando all’infinito le accuse mai provate che Trump fosse un fantoccio del Cremlino, i media si sono screditati a un livello mai raggiunto dai tempi in cui la “Yellow Press” si prostituì per farci entrare in guerra con la Spagna[1]. I media dichiarano di cercare imparzialmente la verità, ma la loro reputazione non ha sofferto solo per gli attacchi di Trump, ma per la loro faziosità e ipocrisia.

E’ stato acclarato che il National Security Council e il Dipartimento di Stato hanno impiegato personale che si accreditava prerogative esagerate nelle formazione e direzione della politica estera. Slealtà e animosità nei riguardi del capo dell’esecutivo  sembrano permeare i livelli più alti del “deep State”.

A memoria d’uomo, mai istituzioni del governo ed establishment hanno riscosso minore fiducia.

Quasi tutti, ormai, ammettono che siamo diventati una nazione “noi contro loro”.

Come riusciamo ancora a compiere grandi cose, con le nostre divergenze a quanto pare incomponibili, rimane un mistero.

 

[1] https://history.state.gov/milestones/1866-1898/yellow-journalism

Vittorie perdute, di Roberto Buffagni

Vittorie perdute[1]

 

Cari Amici vicini & lontani,

proviamo a fare il punto della situazione dopo le elezioni regionali del 26 gennaio. Vi propongo una ipotesi di lavoro, questa.

Per uscire dall’angolo morto in cui si è ridotta provocando, in agosto, la crisi del governo gialloverde, la Nuova Lega nazionale di Matteo Salvini ha trasformato le elezioni regionali in Emilia Romagna in un referendum sul proprio progetto, sul governo giallorosa, e sulla persona, o meglio sul personaggio del “Capitano”.

Obiettivo politico, il medesimo perseguito e fallito con l’apertura agostana della crisi: delegittimando il governo in carica e disgregandone la coesione, costringere il Presidente della Repubblica a indire le elezioni politiche,  per trasformare i vasti consensi a proprio favore in voti politicamente efficaci e conquistare maggioranza relativa parlamentare e governo della nazione.

Nonostante un successo elettorale ragguardevolissimo in territorio tradizionalmente sfavorevole al centrodestra, per la seconda volta la Nuova Lega ha fallito l’obiettivo politico che s’era proposto, e ha probabilmente raggiunto il punto culminante della vittoria: il momento in cui l’attaccante, procedendo nell’avanzata, “si trova ad aver perso la propria superiorità iniziale, stabilendosi un equilibrio tra le sue capacità offensive e quelle difensive del difensore. Oltre il punto culminante della vittoria, i rapporti di forza divengono favorevoli al difensore[2] e quest’ultimo acquista una capacità offensiva sufficiente ad annientare l’attaccante.[3]

E’ un’ipotesi di lavoro che mi pare valga la pena di esser presa in considerazione, se si pensa che:

  1. Con il successo difensivo in Emilia Romagna, il PD e il “partito delle istituzioni” hanno guadagnato tempo preziosissimo (almeno un anno) per riconfigurare le proprie forze, migliorarne la coesione, logorare l’avversario Salvini, dividere la coalizione di centrodestra; e soprattutto, si sono garantiti la possibilità di decidere le nomine delle partecipate ed eleggere il regista della politica italiana, il Presidente della Repubblica: vale a dire, la possibilità di determinare l’orientamento di fondo della politica italiana nei prossimi anni, persino nel caso di una vittoria del centrodestra alle prossime elezioni politiche.
  2. Per la seconda volta consecutiva nel giro di pochi mesi Salvini ha perseguito lo stesso obiettivo con gli stessi metodi, l’ accumulazione del consenso per mezzo di una instancabile attività di propaganda, e per la seconda volta consecutiva ha fallito; mentre il suo avversario principale (PD + “partito delle istituzioni”) ha dato prova di un’apprezzabile capacità di imparare dai propri errori, adattare e rinnovare le proprie tattiche, cercare nuove alleanze, profittare degli errori dell’avversario.

Salvini, insomma, ha per due volte ceduto l’iniziativa all’avversario: la prima volta, in agosto, facendogliene un vero e proprio insperato regalo quando esso era debole, diviso, disorientato, scosso da una seria crisi intestina; la seconda volta, in gennaio, provocandolo a battaglia campale anche simbolicamente decisiva sul terreno a lui più favorevole, e perdendola dopo aver condotto molto male le operazioni.

Perché Salvini ha condotto molto male le operazioni nella battaglia per l’Emilia Romagna? Qui elenco solo alcuni tra i più vistosi errori tattici del “Capitano”.

  1. Delegittimare la candidata Lucia Borgonzoni accompagnandola ovunque come il papà accompagna una bambina timida e ansiosa il primo giorno di scuola elementare (errore direttamente conseguente alla scelta di trasformare le elezioni emiliano-romagnole in un referendum Salvini Sì/Salvini No, nel quale i candidati leghisti, Borgonzoni in testa, erano solo comparse)
  2. Annunciare a gran voce che il Capitano veniva da via Bellerio, Milano, “a liberare” l’Emilia Romagna dall’oppressione della sinistra e/o, a seconda delle versioni, “dei comunisti”, programma senz’altro gradito ai molti elettori ex-comunisti che già avevano votato Lega, o che ci stavano facendo un pensierino; e che si parva licet, ha incontrato lo stesso successo dell’esportazione della libertà e della democrazia in Iraq o in Afghanistan da parte degli USA.
  3. Espiantare dalla propaganda ogni parvenza di argomentazione razionale e progettazione politica, locale e nazionale, sostituendovi mozioni dei sentimenti, buoni e cattivi, e bagni di folla corredati di digressioni foto-gastronomiche (errore direttamente conseguente alla rinuncia ad affrontare seriamente il tema dei rapporti con la UE, cioè la fondazione razionale della protesta che ha valso a Salvini la moltiplicazione dei consensi)
  4. Millantare un atteggiamento di aggressività popolaresco-squadrista: capolavoro, la citofonata minacciosa in favore di telecamere al presunto spacciatore tunisino del quartiere Pilastro, a Bologna; quando (per fortuna) la Lega non ha né la voglia, né la capacità di fare sul serio dello squadrismo o del vigilantismo.
  5. Far candidamente annunciare alla candidata Borgonzoni la privatizzazione del 50% della sanità pubblica emiliano-romagnola, una delle migliori se non la migliore d’Italia; un annuncio senz’altro gradito dai ceti sociali a basso reddito, gli “esclusi dalla globalizzazione” che sono i principali sostenitori della protesta leghista.
  6. Costellare la campagna regionale con esternazioni a margine quali “Gerusalemme capitale d’Israele”; “Soleimani terrorista, giusto ucciderlo”; “chi odia Israele è un criminale che va prima curato poi messo in galera”; perle di saggezza da grande statista, consapevole di quali siano gli interessi vitali d’Italia nel Mediterraneo, che gli hanno certamente conquistato le più vive simpatie degli elettori emiliano-romagnoli cresciuti nelle culture politiche del PCI, del PSI e della DC.
  7. Insomma, aver provocato a battaglia decisiva l’avversario sul terreno a lui più favorevole senza darsi la pena di studiare né l’avversario, né il terreno. Per riassumere, non aver capito che in Emilia-Romagna c’è un solido sistema di potere sorretto da una metapolitica ben strutturata, e che se non si capisce e non si sa contrastare efficacemente la metapolitica, il sistema di potere non si abbatte neanche vincendo le elezioni: al massimo, vi si può ritagliare un posticino anche per sé.

A quanto fanno prevedere le dichiarazioni a caldo di Salvini – “Dovrete aspettare vent’anni perché mi stanchi”, “Rifarei tutto daccapo citofonata compresa”, “Le elezioni politiche? sono nelle mani del buon Dio” – la Nuova Lega e il suo Capitano continueranno a battere la stessa via, un’elezione locale dopo l’altra, e probabilmente con il medesimo successo, nella speranza che “il buon Dio”, che sarebbe poi il Presidente Mattarella, indica le elezioni politiche, e l’elettorato italiano continui a premiare il Capitano.

Non è detto che ciò accada, perché il tempo, che è “il santo protettore della difesa[4] logora la speranza; e nella sua infaticabile, efficacissima azione di propaganda, che ha fatto passare la Lega dal 3% al 30% e oltre dei consensi, il Capitano da tre anni vende speranza al popolo italiano. Speranza di protezione, speranza di una via d’uscita praticabile dalla crisi sociale, morale, politica in cui versiamo; speranza di riconoscimento per chi si sente escluso e scoraggiato. Il Capitano vende speranza, ma per ora – un “per ora” che comincia a farsi lungo – non riesce a consegnare la merce sperata; e “più la vittoria si fa attendere e più le armi si arrugginiscono[5].

Andrebbe qui affrontato anche il tema più importante e più serio, vale a dire: che cos’è “la merce sperata”, in concreto? Ottenuta la vittoria elettorale politica, che cosa dovrebbe e potrebbe fare, in concreto, un governo guidato dal Capitano? Quali sarebbero, gli obiettivi raggiunti i quali si potrebbe dichiarare “vittoria”? E con quali mezzi, provvedimenti, alleati raggiungerla?

Per ora, mi limito a osservare che alla Nuova Lega e il suo Capitano Matteo Salvini va riconosciuto il merito insigne d’ aver suscitato un vasto movimento popolare di protesta; constatando però che purtroppo, non sembra sapere come e dove guidarlo.

That’s all, folks.

 

 

 

[1] Riprendo il titolo, Verlorene Siege, di un bel libro uscito nel 1955 del Feldmaresciallo von Manstein, il miglior generale della Wehrmacht nella IIGM.

[2] Perché difendersi è molto più facile che attaccare, tant’è vero che nei manuali di tattica abitualmente si dice che l’attaccante, per avere buone probabilità di successo, deve garantirsi un rapporto di forze di almeno 3:1 sul difensore (nel punto dell’attacco, ovviamente).

[3] Gen. Carlo Jean, Manuale di studi strategici, Roma, Franco Angeli ed., 2004, p. 153. In questo passo e nei successivi Jean illustra il concetto clausewitziano di “punto culminante della vittoria”, al quale il grande teorico prussiano dedica il cap. XXII del libro VII nella sua opera maggiore, Della guerra. Il concetto di “punto culminante della vittoria” è il precipitato teorico dell’esperienza vissuta da Clausewitz nelle guerre napoleoniche, che combatté nell’esercito russo e studiò brillantemente nel suo Der Feldzug von 1812 in Rußland (La campagna del 1812 in Russia, non tradotto in italiano). Il “punto culminante della vittoria”, per Napoleone, fu la battaglia di Borodino, come la chiamarono i russi e, grazie alla celeberrima descrizione di Tolstoj in Guerra e pace, la chiamiamo anche noi; o la battaglia della Moskova, come la chiamarono i francesi. Borodino/Moskova, “la più terribile delle mie battaglie” nelle parole di Napoleone, fu uno spaventoso macello (250.000 soldati in campo, 35.000 perdite francesi, 44.000 perdite russe). Alla fine della giornata i francesi avevano conquistato le posizioni nemiche, e il gen. Kutuzov, comandante in capo delle armate russe, aveva ordinato la ritirata: ma le truppe russe, nonostante le terribili perdite subite, rimanevano in campo e non mostravano segni di collasso. L’obiettivo strategico di Napoleone (fiaccare la volontà di combattere del nemico, far sì che i suoi dirigenti politici si riconoscessero sconfitti, aprire una trattativa in posizione di forza) non era stato raggiunto. Da quel momento in poi, nell’interpretazione degli eventi bellici di Clausewitz (e di Tolstoj) inizia la sconfitta della Grande Armée napoleonica.

[4] Clausewitz.

[5] Sun Tzu.

Il Medio Oriente post-Soleimani : 10 punti per capire le poste in gioco, di Anthony Samrani

Il Medio Oriente post-Soleimani : 10 punti per capire le poste in gioco

Soldati americani in partenza ieri AFP

E’ ancora possibile evitare l’escalation ?

 

Anthony SAMRANI | OLJ

06/01/2020

 

 

Ristabilimento dell’equilibrio della deterrenza o nuova escalation ?

Tutto dipende non dall’azione in sé, ma dalla percezione che ne ha ciascuno degli attori. Per gli Stati Uniti, l’eliminazione di Kassem Soleimani è un modo per ristabilire l’equilibrio della deterrenza dopo parecchi segnali di debolezza o quanto meno di esitazione da parte loro, in seguito agli attacchi nel Golfo attribuiti all’Iran, e ai quali gli Stati Uniti avevano deciso di non rispondere.

Si tratta di costringere l’Iran ad accettare la politica di massima pressione che le sanzioni economiche americane le fanno subire, e di cessare la sua strategia di graduale escalation controllata. In altri termini, è un modo di dire all’Iran “Smettila di giocare col fuoco o ti brucerai”.

Ma gli iraniani possono sentirci da questo orecchio? Dal punto di vista di Teheran, Washington ha appena eliminato il numero due del regime, una delle personalità più emblematiche del regime, e l’architetto della sua politica regionale.

E’ molto probabile che il regime iraniano percepisca questa azione come un atto di guerra al quale deve rispondere in modo proporzionato per non perdere la faccia e non inviare un segnale di debolezza a tutti i suoi nemici, nemici interni compresi. L’eliminazione di Kassem Soleimani è senz’altro un atto di dissuasione di prima grandezza, ma il regime può incassare senza reagire una simile umiliazione, quando a lungo termine il suo potere, se non la sua sopravvivenza, è seriamente minacciato dalla pressione economica americana?

 

L’Iran ha i mezzi per dare una risposta proporzionata ?

Sta lì il punto dolente per Teheran. La Repubblica islamica può certo dare il via a un’escalation su diversi teatri della regione, per mezzo delle milizie che le sono collegate, ma è assai difficile che possa “fare male” agli Stati Uniti senza correre il rischio di un confronto diretto, che non si può permettere, con la prima potenza mondiale.

Il regime iranano non è suicida, e probabilmente cercherà di trovare un equilibrio tra una risposta vigorosa e una risposta suscettibile d’esser percepita dagli USA come un atto di guerra.

Come fare il calcolo esatto dopo che tutte le convinzioni che s’erano formate su Donald Trump e la sua volontà di evitare ad ogni costo l’opzione militare sono andate in fumo dopo l’operazione contro Kassem Soleimani ?

In un’intervista concessa ieri alla catena americana CNN, il consigliere militare della Guida Suprema Hassan Dehghan ha affermato che “la risposta sarà militare, contro siti militari”. Il Segretario Generale di Hezbollah Hassan Nasrallah ha affermato ieri che l’esercito americano avrebbe « pagato il prezzo » dell’azione contro Soleimani. E’ possibile che Teheran ricominci a bluffare con Washington, facendo affidamento sul fatto che l’operazione contro il generale iraniano sia stata un atto limitato, e che gli Stati Uniti continuino a non voler andare oltre. Ma sarebbe una scommessa estremamente arrischiata.

Gli esempi del passato possono chiarire la situazione ?

In questi ultimi anni, gli israeliani hanno operato migliaia di attacchi in Siria contro gli interessi iraniani, uccidendo numerosi quadri dei pasdaran senza provocare risposte forti da parte di Teheran. Ma da un canto, le operazioni solo di rado vengono rivendicate, dall’altro non è mai stata eliminata una personalità del rango di Soleimani.

Il caso più simile è probabilmente l’eliminazione di Imad Moughniyé, il capo militare di Hezbollah, a Damasco nel 2008, che l’asse iraniano ha attribuito a Israele e promesso di vendicare con severità. A quasi dodici anni di distanza, la risposta di Teheran e di Hezbollah è rimasta piuttosto limitata.

Tuttavia, la perdita di Soleimani è simbolicamente molto più grave, e non si può seriamente equiparare ad alcuun esempio del passato, tanto più perché l’operazione è stata rivendicata. E’ proprio perché l’evento non ha precedenti che è difficilissimo sapere come reagirà l’Iran.

Gli Stati Uniti hanno finalmente una strategia chiara ?

E’ il principale punto interrogativo dopo l’eliminazione di Kassem Soleimani.  I giornali americani hanno rivelato che l’eliminazione del generale iraniano era stata programmata domenica 29 dicembre, all’indomani della morte di un contractor americano attribuita a Kata’ib Hezbollah.

L’assalto all’ambasciata americana ad opera delle milizie pro-iraniane il martedì e il mercoledì successivi ai raids di rappresaglia contro il Kata’ib Hezbollah avrebbe finito per convincere l’amministrazione Trump a passare all’azione. Gli Stati Uniti hanno chiaramente preso la decisione di far montare la tensione di una tacca contro l’Iran, ma sono pronti ad assumerne le conseguenze?Concretamente : Washington deciderà di continuare l’escalation in caso di risposta iraniana ? E in che modo?

Sabato, Donald Trump ha minacciato di colpire 52 siti iraniani « molto rapidamente e molto duramente » se la Repubblica islamica attaccasse personale o siti americani. Il presidente americano che voleva lasciare il Medio Oriente e le sue “guerre inutili” è pronto, in piena campagna elettorale, a colpire direttamente l’Iran, il che, senza dubbio alcuno, provocherebbe una escalation senza precedenti nella regione tra Iran e suoi alleati, da un canto, e Stati Uniti e suoi alleati dall’altro? Qui si pone la questione della determinazione americana a impegnarsi a medio termine in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti hanno perso l’Irak ?

L’hanno mai preso ? L’invasione americana in Irak somiglia a una successione di errori che hanno largamente contribuito a peggiorare la situazione. Il parlamento irakeno ieri ha votato per mettere fine alla presenza americana nel paese. Ormai il governo deve prendere la decisione, e se la confermerà, di norma ci vorrà un certo tempo prima che sia messa in opera.

In queste condizioni, sembra difficilissimo che i 5.200 soldati americani restino sul posto. In ogni modo, l’Amministrazione Trump lo desidera, quando il presidente non ha nascosto la sua volontà di disimpegnarsi dalla regione? La partenza delle truppe americane sarebbe una vittoria politica e strategica per l’Iran, ma al contempo la priverebbe di un capro espiatorio in tempo di crisi, e di un bersaglio potenziale per rispondere alla pressione massima degli Stati Uniti.

Partite le truppe americane, gli iraniani sarebbero i padroni del paese. In certa misura lo sono già, ma allora dovranno gestire soltanto le manifestazioni popolari, le velleità d’indipendenza dei Curdi e l’ostilità dei sunniti, visto che Curdi e Sunniti hanno boicottato la seduta parlamentare di ieri. Soltanto 169 deputati su 329 erano presenti.

Che avverrà delle forze americane nella regione ?

Gli Stati Uniti dispongono di meno di 1000 uomini in Siria, la permanenza dei quali non può darsi per certa, vista la volontà di disimpegno da quel terreno di Donald Trump. Se lasciano l’Irak, lasceranno al regime iraniano la possibilità di passare da un paese all’altro, dall’Iran fino al Libano, senza incontrare una forza militare nemica.

Ieri, Hassan Nasrallah ha dichiarato che solo la partenza di tutte le truppe americane dalla regione potrebbe controbilanciare l’uccisione di Kassem Soleimani. Sabato Kata’ib Hezbollah ha invitato i soldati irakeni ad allontanarsi « di almeno mille metri » dai siti ove sono presenti soldati americani a partire da domenica sera, sottintendendo che quei siti potrebbero essere bersaglio di attacchi.

Dal canto suo, il Segretario di Stato Mike Pompeo ieri ha ammesso che le forze americane stazionate nel Vicino Oriente potrebbero subire le rappresaglie iraniane. Secondo il Comando militare centrale degli Stati Uniti, ci sono circa 60.000 soldati dispiegati nella regione. La base più grande è quella di al-Udeid nel Qatar, dove sono di guarnigione 13.000 soldati americani.

Già il presidente Barack Obama aveva designato come obiettivo strategico il disimpegno dal Medio Oriente, senza poterlo poi veramente perseguire a causa dell’evoluzione degli avvenimenti.

Donald Trump, che ha il medesimo obiettivo, potrebbe trovarsi di fronte alla stessa problematica, tanto più che desidera perseguire l’escalation nei riguardi dell’Iran. L’amministrazione Trump aveva annunciato, alla fine del 2019, che circa 3.000 soldati americani sarebbero stati dispiegati in Arabia Saudita per proteggere la regione “contro l’azione ostile dell’Iran e dei suoi satelliti”. Venerdì scorso, Washington ha annunciato che avrebbe dispiegato da 3.000 a 3.500 soldati americani nella regione per rafforzare la sicurezza delle posizioni americane.

Quali conseguenze per le petromonarchie del Golfo ?

Esse potrebbero essere in prima linea nella risposta iraniana contro gli Stati Uniti, per due ragioni almeno. Uno: sono quelle che ospitano il maggior numero di soldati americani nella regione. Due: niente indica che beneficerebbero nuovamente dell’ombrello americano, in caso di un attacco iraniano che non prendesse di mira i soldati americani. Altrimenti detto, se oggi si ripetesse uno scenario simile agli attacchi dello scorso settembre contro il gigante petrolifero Aramco in Arabia Saudita, attribuiti all’Iran, le monarchie saudite del Golfo non hanno la garanzia che gli Stati Uniti risponderebbero.

Ieri, un responsabile saudita ha dichiarato all’AFP che Riyad non è stata consultata da Washington in proposito del raid contro Kassem Soleimani.  Segno del timore del regno saudita di subire le conseguenze di questa nuova escalation, il responsabile saudita ha sottolineato “importanza di dar prova di moderazione”. Va notato che il ministro degli Affari Esteri del Qatar si è recato sabato in Iran, quando i due paesi intrattengono relazioni cordiali nonostante la presenza della grande base americana su territorio qatarino.

Che ne sarà della lotta contro lo Stato Islamico ?

Lo Stato islamico potrebbe approfittare nuovamente del caos geopolitico. Mentre l’organizzazione riprende le forze sia in Siria sia in Irak, la coalizione antijihadista diretta dagli Stati Uniti ha annunciato ieri “la sospensione” dell’addestramento delle forze irakene e dei combattimenti contro lo Stato Islamico, perché sono “ormai totalmente dedicati a proteggere le basi irakene che ospitano e sue truppe”

Quali conseguenze per l’accordo nucleare ?

La questione del nucleare è all’origine dell’escalation americo-iraniana , eppure la si è quasi dimenticata. Mentre gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo nucleare nel maggio 2018, ieri l’Iran ha dichiarato che non rispetterà più alcun limite nel numero delle centrifughe.

Questa decisione è stata ritenuta equilibrata dagli esperti, secondo i quali essa proverebbe che l’Iran non vuole, per ora, uscire completamente dal quadro degli accordi. Gli europei cofirmatari dell’accordo, che da mesi tentano di convincere gli iraniani a restare nel quadro da esso delimitato, si preoccupano di questa nuova prospettiva, che potrebbe anch’essa creare una escalation. Né gli Stati Uniti né Israele possono permettere, a priori, che l’Iran si doti dell’armamento atomico.

Resta una chance per la diplomazia ?

In questi ultimi mesi, Iran e Stati Uniti hanno già tentato di aprire un canale diplomatico attraverso il sultanato di Oman, ma il tentativo si è già arenato di fronte al rifiuto di transigere sulle rispettive esigenze di entrambe le potenze.

Anche la Francia ha tentato, senza successo, di farsi mediatrice nella crisi. Alcuni ritengono che l’attuale crisi, se permette il ritorno all’equilibrio della deterrenza, può essere un modo di rilanciare l’iniziativa diplomatica. Questo implicherebbe che Teheran accettasse alcune condizioni americane riguardanti la sua politica regionale. Tuttavia, nelle condizioni attuali, e tenuto conto della reciproca diffidenza dei due attori, ci sono molti motivi d’essere scettici sulla possibilità che si produca uno scenario del genere.

https://www.lorientlejour.com/article/1201274/the-post-soleimani-middle-east-10-points-to-better-understand-the-challenges.html

 

Analogie tra crisi politica e crisi della Chiesa, di Cesare Baronio

Pubblichiamo l’interessante articolo di “Cesare Baronio”, pseudonimo di un Autore cattolico tradizionalista,  probabilmente un prelato, che da qualche anno cura il blog https://opportuneimportune.blogspot.com/. Il Cesare Baronio[1] a cui rinvia lo pseudonimo fu uno storico italiano, membro dell’ordine degli Oratoriani, poi nominato cardinale di S. Romana Chiesa, morto nel 1607 a 68 anni.

Come è noto ai nostri lettori, Italiaeilmondo.com non si occupa specificamente di teologia o delle vicende della Chiesa, né sono cattolici la maggior parte dei suoi collaboratori. L’articolo di Baronio riveste però un notevole interesse per chiunque sia consapevole della profonda crisi, ancor prima culturale che politica, in cui versano l’Italia, l’Europa e in genere le nazioni che si richiamano alla civiltà europea.

L’immagine scelta da Baronio per illustrare il suo articolo raffigura “La predicazione dell’Anticristo” di Luca Signorelli, parte del ciclo a tema apocalittico affrescato nella cappella di S. Brizio del duomo di Orvieto (1499-1504). Colpisce subito lo sguardo la figura dell’Anticristo, che è un sosia del Cristo a cui Satana suggerisce che cosa predicare, sussurrandogli all’orecchio. Questa interpretazione teologica della figura dell’Anticristo come falso Cristo sviluppa la definizione patristica di Satana come simia Dei, “scimmia di Dio”; e nel recente passato ha ispirato il Racconto dell’Anticristo contenuto nei Tre dialoghi e racconto dell’Anticristo del grande pensatore religioso russo ortodosso Vladimir Solov’ev[2].

L’analogia proposta da Baronio tra crisi religiosa della Chiesa e crisi politica che attraversa la civiltà europea si fonda proprio sull’idea che in entrambi i casi, si tratti di crisi dissolutiva proveniente dall’interno, e non di crisi conseguente a conflitto con un nemico esterno; e che questa crisi si manifesti come dilagare dell’ impostura. Un’impostura sistematica che ha origine ai livelli più elevati della civiltà, là dove le massime Autorità spirituali e temporali elaborano le norme culturali, etiche e politiche fondamentali, in ordine alle quali si definisce il perimetro dei valori condivisi, e si stabiliscono i fini a cui vogliono e devono tendere sia la civiltà nel suo insieme, sia le persone che concretamente la costituiscono. Fondamenti normativi, valori e fini che gli impostori autorevoli sovvertono dall’interno, gradualmente, senza mai apertamente proclamarli decaduti o errati, senza mai proporre esplicitamente norme, valori e fini ad essi contrapposti; ma distorcendone progressivamente il senso e l’effetto, trasmutandoli nel contrario di se stessi con un’operazione alchemica dissolutiva (“l’opera al nero”) che in linguaggio contemporaneo si chiama “operazione di influenza”, una modalità della guerra psicologica.

Chi segua anche distrattamente il modus operandi della Unione Europea, ad esempio, non può fare a meno di notare che il processo di dissoluzione delle sovranità statuali degli Stati più deboli da parte degli Stati più forti, grazie all’intermediario-impostore della UE, la quale di per sé non ha personalità statuale o legittimità propria, segue proprio questa procedura clandestina; che parole come “riforma” o “democrazia” hanno gradualmente assunto, in questo contesto di impostura e dissoluzione, un significato persino opposto a quello registrato nei dizionari; e ovviamente, che le forze di sinistra sono i principali rappresentanti culturali e politici delle forme più predatorie di capitalismo.

L’analogia illustrata nell’articolo di “Cesare Baronio”, dunque, ci pare interessante e fruttuosa. Buona lettura._Roberto Buffagni

 

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Baronio

[2] https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/vladimir-solovev/i-tre-dialoghi-e-il-racconto-dellanticristo-9788834339220-140729.html

Analogie tra crisi politica e crisi della Chiesa

Conosco persone di diversa estrazione sociale e differente cultura; diverse per età e censo; diverse per nazionalità e razza. Molti laici, parecchi ecclesiastici. Alcuni conoscenti non sono praticanti, altri frequentano assiduamente la vita della parrocchia. Ebbene, tra costoro credo che nessuno possa dirsi soddisfatto della vita che conduce, né fiducioso nel futuro che gli si prospetta dinanzi. La crisi pare esser diventata compagna di vita su tutti i fronti, dalla difficoltà di arrivare a fine mese con la pensione o lo stipendio, alla percezione di un imbarbarimento del vivere civile; dalle minacce concrete alla sicurezza a causa della criminalità sempre più diffusa, alla sfiducia generalizzata in chi, costituito in autorità, pare usare del proprio potere non per il bonum commune ma per interessi di parte, quasi dovesse rispondere ad altri, e non a Colui dal quale la sue autorità deriva e a coloro nei cui confronti essa è esercitata.
L’impressione è che questa sorta di abuso non si limiti al solo vivere civile, ma che si estenda anche all’ambito ecclesiastico, sicché politici, governanti e Pastori paiono accomunati da uno scollamento – per così dire – con i cittadini e i fedeli. Anzi, per esser più espliciti, si direbbe che il potere, a prescindere dalla fonte alla quale attinge la propria autorità, sia ormai nemico di quanti che pure afferma di voler tutelare e difendere. A ben vedere, ognuno di noi si rende conto che i mali denunciati non corrispondono minimamente a quelli che viceversa affliggono il popolo: si grida al razzismo, al fascismo, all’intolleranza, al fanatismo, all’integralismo quando è evidente che questi pericoli non corrispondono minimamente alla realtà.
Questa geremiade, amplificata dal mainstream, nasconde qualcosa che inizia ad esser sentito anche dalla gente comune, e cioè che i fenomeni cui assistiamo sono il risultato voluto e deliberato di un progetto volto a demolire l’intera società nella sua fede, nella sua civiltà, nella sua cultura, nelle sue tradizioni, nella sua educazione, nelle sue abitudini più apparentemente insignificanti.
Molti non comprendono bene il problema nella sua complessità, ma percepiscono l’estraneità e la pericolosità degli esperimenti in vitro proposti come ineluttabili ed imprescindibili per poter far parte del consesso civile. E percepiscono parimenti che le condanne inappellabili lanciate contro chi si oppone a questa sistematica demolizione sono solo pretestuose, perché mirano a deviare l’attenzione dalla sostanza, dalle vere cause della crisi presente.
Significativamente, la sensazione di avere contro i propri governanti coinvolge anche la Gerarchia cattolica, che soprattutto sotto il Pontificato di Bergoglio si è schierata pubblicamente a favore del mondo nemico di Dio. Quello che solo pochi denunciavano all’epoca del Vaticano II oggi è ammesso da molti laici e Prelati, alcuni dei quali iniziano a capire quel che era contenuto in nuce nei fumosi documenti del Concilio, nella rivoluzione dottrinale, morale e liturgica che esso ha determinato in seno alla Chiesa oggi trova coerente realizzazione nelle più funeste innovazioni cui assistiamo. E si comprende che il rapporto gerarchico tra Chiesa e Stato, demolito dalla Massoneria in nome di una pretesa laicità, si ripropone oggi a parti invertite, con uno Stato che si vuole superiore alla Chiesa, e una Chiesa che si è resa sua schiava; una Chiesa che rinnega se stessa e il suo divino mandato per farsi serva del mondialismo, del pacifismo, dell’ecumenismo, del pauperismo e di tutti i più detestabili ismi coniati dai suoi nemici storici, ora osannati come alleati nel perseguimento della fratellanza universale. Una fratellanza in cui Dio non è presente, se non come denominazione generica di un vago spiritualismo senza dogmi, senza morale, senza culto.
Assistiamo alla dissoluzione di tutto, attoniti e scandalizzati, quasi increduli nel dover ammettere il turpe amplesso tra la Città di Dio e la città del diavolo, tra Chiesa e anti-chiesa. Anzi, assistiamo all’eclissamento della Chiesa proprio nelle più alte sfere, dove chi dovrebbe pascere il gregge del Signore ha come unico scopo quello di disperderlo, esattamente come chi dovrebbe governare i cittadini garantendo loro pace, giustizia, salute e prosperità favorisce i dissidi, promuove l’ingiustizia, diffonde la malattia e causa deliberatamente la povertà. Su entrambi i fronti – quello religioso e quello civile – siamo testimoni di un ribaltamento, di una letterale sovversione delle finalità loro proprie, senza che paia possibile arrestare la corsa verso l’abisso.
La famiglia è distrutta, la figura paterna è cancellata, il ruolo del maschio è stravolto, la femminilità svilita, l’infanzia corrotta, l’adolescenza pervertita, la vecchiaia e la malattia eliminate per legge, l’istruzione imbarbarita, la legge infranta, l’autorità scardinata, la moralità condannata, la civiltà derisa, l’onestà punita, la bellezza sfregiata, la religione proscritta, la fede calpestata. Come contraltare ci viene proposta la celebrazione della sodomia, dell’incesto, della pedofilia, dell’omicidio, dell’aborto, della poligamia, dell’illegalità, della violenza, della criminalità, della menzogna, della sopraffazione, della barbarie, dell’orrido.
In questo sconvolgimento globale la Gerarchia non solo tace, ma se ne fa complice attiva e zelantissima, giungendo a tacere su quei principii che fino a vent’anni fa sembravano ancora irrinunciabili quali il diritto alla vita dal concepimento alla morte, la tutela della famiglia naturale, la condanna della sodomia. E come non bastasse, questa setta infeudata in Roma aggiunge all’insofferente silenzio su questi temi la legittimazione del divorzio, l’attacco al Celibato ecclesiastico, l’ammissione delle donne agli Ordini Sacri, la negazione della missione salvifica della Chiesa, l’indifferentismo religioso, l’ecologismo malthusiano e, da ultimo, anche l’idolatria pubblicamente praticata coram Pontifice durante l’ultimo, scandaloso Sinodo per l’Amazzonia.
Questa non è la Chiesa di Cristo, così come non merita d’esser considerato Stato quell’accolita di cortigiani che ci governa. Entrambi infatti, secondo la dottrina cattolica, traggono la propria autorità da Dio, che è Signore delle cose spirituali e temporali, e che entrambe regge nella Sua Provvidenza tramite l’autorità vicaria dei Sacri Pastori nelle cose spirituali e dei Governanti in quelle temporali. Scopo dell’autorità dei Sacri Pastori è di condurre le anime alla beatitudine eterna; scopo dei Governanti è di reggere i governati nelle cose materiali, affinché abbiano quel benessere sociale che possa loro permettere di compiere il loro dovere spirituale, che è di adorare, glorificare e servire Dio, per così meritare il premio eterno.
Ora, se lo Stato viene meno alle finalità che gli sono proprie, il fedele può sempre ricorrere alla Chiesa, che ha il potere di scioglierlo dall’obbligo di obbedienza ad un’autorità che si è resa illegittima, qualora sia in pericolo la sua salvezza. Ma se è la Chiesa –  o meglio, la Gerarchia della Chiesa, in un determinato momento storico – che viene meno al suo dovere, a chi mai si potrà rivolgere il Cattolico cui è imposta obbedienza all’errore e all’apostasia? Ed è forse ipotizzabile che il Signore possa pretendere da noi obbedienza ad una Gerarchia che persegue per sua stessa ammissione le stesse perverse finalità dei nemici di Dio? Ovviamente no, poiché l’autorità di Dio viene prima di quella degli uomini, e ad essa devono sottomettersi anche coloro che Egli ha designato come nostri superiori.
Vi furono epoche in cui la defezione di alcuni Prelati – talvolta anche la maggioranza – venne provvidenzialmente arginata dall’autorità civile, che difese i diritti di Dio e la Verità cattolica dinanzi ad un Clero pavido o deviato. Ci si potrà stupire nell’apprendere che ad esempio l’applicazione del Concilio di Trento nella Repubblica di Venezia venne imposta dal Doge, mentre il Clero della Serenissima avrebbe tranquillamente disatteso agli ordini della Sede Apostolica. Ma mai si ebbe il caso in cui l’autorità civile si sia dovuta scontrare con un Papa eretico, per difendere l’ortodossia. Né, in presenza di un’autorità civile ribelle, la Chiesa cedette sulle questioni di fede e di morale per assicurarsi l’appoggio del potere temporale. Eppure è quel che avviene ora, sotto i nostri occhi, mentre vediamo Bergoglio alle prese con la condanna della pena di morte fino a modificare il Catechismo, o con la legittimazione dell’adulterio, giungendo a dichiarare ufficialmente Amoris laetitia parte del Magistero ordinario. Duemila anni di eroica testimonianza della Chiesa, e cinquant’anni di silenzi complici, di compromessi, di adulazione, di ammiccamenti fino alla capitolazione e all’apostasia.
Quanti all’inizio della crisi potevano sostenere che i profeti di sventura avessero torto devono oggi riconoscere che le più fosche previsioni si sono, tutte, puntualmente avverate. E che esse sono cause dirette, logiche e necessarie delle premesse poste durante il Vaticano II. Chi non ammette questa correlazione strettissima compie lo stesso errore di chi, in ambito civile, deplora la pedofilia ma accetta l’omosessualità, perché incapace di rinnegare quei principi massonici e rivoluzionari che stanno alla base della cosiddetta democrazia moderna e della negazione della sovranità assoluta di Dio non solo sui singoli, ma anche sulle società. Quello che oggi è ammesso anche da politici “di destra”, come ad esempio le coppie omosessuali, ieri era denunciato come eccessivo dalla stessa sinistra; quando si introdusse il divorzio, lo si presentò come rimedio per casi estremi, al pari dell’eccezionalità del ricorso all’aborto quando venne approvata la Legge 194. Ma oggi il divorzio è prassi, e l’aborto è usato come alternativa alla contraccezione, e vissuto senza troppi traumi da una generazione di incoscienti per i quali la morte di un essere umano innocente è considerata un diritto e presentata come conquista sociale. Oggi suscita qualche perplessità la pedofilia, ma cosa impedirà tra un paio d’anni di legittimare il rapporto consensuale tra un minore ed un adulto, quando già oggi si insegna ai bambini la presunta normalità dei rapporti precoci e li si induce a credere che l’identità sessuale non sia dettata dalla natura, ma frutto di una scelta autonoma? Se il bambino ha diritto all’esercizio della propria sessualità al di fuori degli schemi imposti, non si dovrà far decadere anche il reato di pedofilia? E che dire dell’incesto, la cui condanna viene presentata come retaggio di un mondo bigotto e sessuofobo?
Comprendo che queste osservazioni possano apparire estreme, ma la velocità dei cambiamenti del costume sociale è tale, da permettere a chi sia oggi adulto di ricordarsi molto bene quale fosse la valutazione morale di certi atti anche solo negli anni Ottanta.
Analogo discorso può esser fatto per quanto avviene in seno alla Chiesa. Anche nell’imporre le riforme in ambito dottrinale o liturgico si è usato l’espediente del caso limite: l’istituzione dei diaconi permanenti per quei paesi in cui vi era carenza di sacerdoti era la premessa per la loro ordinazione, sempre con la stessa scusa. L’introduzione della lingua vernacolare per render meglio comprensibile la liturgia è servita come pretesto per inventare una nuova Messa, stravolgendola completamente e rendendola accettabile ai Protestanti non solo per le omissioni, ma anche per la facile equivocità interpretativa di quel che in essa rimaneva di cattolico. Il dialogo con i fratelli separati voluto dall’ecumenismo inaugurato dal Concilio era una scusa per giungere ad una confederazione delle religioni, mettendo sullo stesso piano non solo la Santa Chiesa con le sette scismatiche ed eretiche, ma addirittura con i pagani e gli idolatri. E le omissioni della dossologia trinitaria dal Veni Creator nei primi incontri ecumenici ha portato prima al pantheon di Assisi, ed oggi al culto pubblico della Pachamama, alla costruzione del tempio delle religioni abramitiche ad Abu Dabi, alla proposta del Papa all’ONU di istituire la giornata della fratellanza universale tra le religioni. Cose che nessuno dei Padri Conciliari – fatta eccezione per i congiurati del complotto, ovviamente – avrebbe mai non solo approvato, ma nemmeno potuto ipotizzare.
Così la finestra di Overton aperta con la povera fanciulla violata dal bruto per rendere accettabile l’infanticidio oggi ha condotto ad una vera e propria moda praticata dalle ragazzine di abortire per divertimento; e il compagno del malato terminale cui viene impedito l’estremo saluto sul letto di morte per rendere accettabile il matrimonio omosessuale oggi ha condotto all’adozione di bambini da parte di coppie gay, sottratti ai genitori naturali solo perché ritenuti omofobi dagli insindacabili assistenti sociali. Ed è sempre la finestra di Overton aperta da Bergoglio col suo “Chi sono io per giudicare” o ricevendo in udienza coppie di omosessuali che ha permesso in Austria la celebrazione di un matrimonio tra due lesbiche e che permette tuttora al gesuita James Martin di elogiare i gay, o che consente all’Arcivescovo di Vienna di profanare per due anni di seguito la Cattedrale con spettacoli GLBT. E sembra anzi che l’ostentata presenza di personaggi quali mons. Ricca e molti altri in Vaticano, promossi a posti di responsabilità dallo stesso Bergoglio, sia la più plateale sconfessione della condanna della Chiesa nei confronti della sodomia, assieme alla scandalosa gestione dei casi di molestie sessuali da parte non solo di sacerdoti, ma anche di Vescovi e Cardinali.
Nel mondo profano chi protesta è inizialmente deriso, poi screditato, denunciato ed emarginato dal consorzio civile. Sempre con la scusa di salvare vite deliberatamente esposte al traffico di negrieri ed ai rischi di naufragio pilotati dalle ONG – il famoso restiamo umani – non è ammesso nessun dissenso, quando si parla di accoglienza di orde di barbari violenti, criminali e incapaci di integrarsi. L’aumento dei casi di stupro e di feroce criminalità in tutti i Paesi coinvolti dall’invasione maomettana viene censurato dai media per ordine dell’autorità civile, che non vuol veder messa in discussione l’opera di distruzione di quel che resta della civiltà europea. L’imposizione dell’euro, col pretesto di un’unione solidale tra le Nazioni, ha massacrato le economie nazionali e rende gli Stati membri succubi di un’autorità tirannica dietro cui si celano élite finanziarie. Ma è vietato mettere in discussione la moneta unica, o il MES, il bail-in e tutti i mezzi dispiegati dagli oligarchi per schiavizzare interi popoli. E se chi protesta sul caso Bibbiano viene indagato; se chi in forza della legge respinge i clandestini alla frontiera è accusato di sequestro di persona o di violazione dei diritti umani; se chi lancia l’allarme sulla tossicità comprovata dei vaccini imposti per legge viene denunciato o radiato dall’ordine dei medici, non altrettanto avviene con chi viola deliberatamente la legge e compie reati nella più assoluta impunità: la Rakete può speronare una lancia della Guardia di Finanza e meritare una standing ovation al Parlamento Europeo, dopo aver querelato Salvini; il rapinatore extracomunitario che si ribella all’arresto e ferisce gravemente i Carabinieri è liberato dal magistrato; lo stupratore straniero viene assolto perché nel suo paese la violenza sessuale non sarebbe considerata un crimine; il mussulmano che sposa a forza una bambina non è perseguibile perché questa usanza fa parte della sua religione.
Similmente, anche nel mondo ecclesiastico la condanna dei buoni si accompagna scandalosamente alla tolleranza, anzi all’incoraggiamento dei malvagi. L’ordine religioso che vive la Regola francescana nella più assoluta povertà e celebra secondo il rito antico è commissariato; le monache claustrate che seguono le Costituzioni della Fondatrice sono messe per strada; il teologo che critica Amoris laetitia è cacciato dall’Università Pontificia, il giornalista cattolico che esprime perplessità sulla crisi della Chiesa è licenziato in tronco; il Nunzio Viganò, che denuncia gli scandali dei Prelati, deve vivere nascosto per paura di fare una brutta fine. Ma l’eretico più volte ammonito dal Sant’Uffizio viene creato Cardinale; il prete pervertito su cui gravano pesanti accuse di immoralità è consacrato Vescovo, e quando è denunciato si screditano le vittime e lo si chiama a Roma promuovendolo; l’ufficiale di Nunziatura che vive more uxorio con un laico è nominato Prelato dello IOR e dirige Casa Santa Marta; il Cardinale che truffa la moglie di un diplomatico e copre le molestie dell’amico Vescovo è tuttora membro del Consiglio dei Cardinali voluto da Bergoglio; il pretaccio che insulta Salvini con parole indecenti è amorevolmente visitato dall’Arcivescovo di Milano, già coinvolto nella copertura di un prete molestatore.
E se si vuole trovare un’ulteriore analogia tra la corruzione della sfera civile e quella della sfera ecclesiastica, si sappia che lo scandalo del MES, il cui contenuto è stato nascosto al Parlamento italiano, trova perfetta corrispondenza con l’occultamento dell’accordo tra la Santa Sede e il governo cinese, anche agli occhi del Cardinale Zen. Così, se un’autorità civile non eletta dal popolo impone l’accettazione di un trattato internazionale ai Parlamenti senza che questi possano conoscerne i termini (cosa inaudita), allo stesso modo un’autorità spirituale stipula un accordo diplomatico con uno Stato comunista ed anticattolico impedendone la divulgazione. In entrambi i casi, gli effetti sui cittadini e sui fedeli sono devastanti, ma questo non pare costituire un problema per chi, evidentemente, non si cura né dei cittadini né dei fedeli.
Si potrà obiettare che gli Stati derivano la propria autorità dal popolo, mentre la Chiesa non è una società democratica e l’autorità dei Sacri Pastori, ad iniziare da quella del Romano Pontefice, deriva da Dio. Ma la legittimazione popolare, dal basso, del potere civile è una costruzione recente, successiva alla Rivoluzione Francese: fino ad allora i Re ed i Governanti riconoscevano che la loro autorità proveniva dal Re dei Re, e a Lui piegavano il ginocchio. Questo sovvertimento radicale pare voler intaccare la stessa Chiesa, i cui gerarchi cercano di trasformarla da ormai cinquant’anni in una istituzione umana, in cui dovrebbero essere i fedeli, il popolo di Dio, ad eleggere e nominare i propri rappresentanti. Ma a ben vedere non è il popolo cristiano che chiede alla Gerarchia di democratizzarsi, bensì la Gerarchia stessa che, nei suoi esponenti più contaminati dallo spirito del mondo,  impone questa rivoluzione sin dal Vaticano II, che nella sfera ecclesiastica rappresenta ciò che per la sfera civile fu il 1789. Anche allora non fu il popolo a ghigliottinare i propri Sovrani, ma una minoranza di traditori al servizio della Massoneria e del cosiddetto libero pensiero. Da allora la peste ideologica ha talmente contagiato le menti da render quasi normale e scontato che la sovranità risieda nel popolo, usurpandola alla Signoria universale di Gesù Cristo: ils l’ont découronné. Ed è incredibile che la Chiesa segua, per mano dei suoi Pastori, lo stesso processo di ribellione al Re divino, scrollando da sé il giogo soave che il suo Fondatore ha voluto per lei. Anche in questo caso, non sono i fedeli a reclamare forme di rappresentatività di tipo democratico, ma la Gerarchia, il Papa. Se pensiamo al proliferare di commissioni, al moltiplicarsi di organi di impostazione parlamentarista come le Conferenze Episcopali e i Sinodi, ci rendiamo conto che la democratizzazione della Chiesa procede sulla falsariga di quanto è già avvenuto in ambito civile: con le stesse false premesse ideologiche, con gli stessi fallaci pretesti, con gli stessi esiti. Perché – come nel governo della cosa pubblica – anche in quello spirituale vi è un ordine, una gerarchia coessenziale all’istituzione, che non può esser soggetta a cambiamenti sostanziali senza violare l’intero ordine sociale voluto da Dio. E non basta affermare che si vuole coinvolgere nel governo della Chiesa la base, i laici, le donne affinché questo accada realmente: un’analisi degli eventi dimostra l’uso strumentale degli organi soi-disant democratici per il perseguimento di scopi tirannici, per l’imposizione della volontà del Principe ammantata di benigna condiscendenza verso le istanze della base che egli conculca. Non basta infine dichiarare di voler fare il bene del popolo perché le azioni compiute siano istantaneamente buone: i modi con cui le deviazioni dottrinali e morali di Amoris Laetitia sono state imposte al Clero e ai fedeli nonostante la contrarietà dell’Episcopato fanno crollare il ridicolo castello di carte della retorica bergogliana, facendo emergere maneggi indecorosi, abusi ratificati dall’alto, consultazioni falsate, risoluzioni disattese col solo scopo di eseguire gli ordini stabiliti sin dall’inizio. Ma non diversamente accadde al Concilio, per stessa ammissione dei congiurati che nelle commissioni di quell’infausta assise riuscivano a ribaltare il risultato delle votazioni con i metodi adottati in precedenza, e con successo, dagli allievi delle Frattocchie.
In questo grottesco paradosso, chi si ammanta di una legittimazione basata sul contratto sociale lo fa con autoritarismo e ricorrendo al proprio potere per imporre la sua visione rovesciata dell’autorità alla massa dei sudditi, siano essi cittadini o fedeli. E proprio in questo la sua autorità ne esce compromessa, perché ribelle all’unico detentore della sovranità, Dio, ed anche al preteso nuovo soggetto del potere, il popolo.
Si è costituita così una casta autoproclamata di gerarchi che non devono rispondere né a Dio né agli uomini, e che sono riusciti a crearsi un regno legibus solutus cui si deve obbedienza in forza di un colossale inganno che nessuno osa denunciare. Anche perché chi osasse ricordare che il potere dei governanti proviene da Dio sarebbe oggi considerato un fanatico; e chi reclamasse il rispetto di quella volontà popolare su cui si basa la democrazia non farebbe che ripetere un’ovvietà che sin dall’inizio è stata deliberatamente disattesa. Ma è pur vero che molti degli attuali oppositori si limitano a deprecare singoli eccessi, condividendo però le premesse che li cagionano.
In questi giorni un Governo non eletto dal popolo ha fatto in modo di impedire la discussione parlamentare della legge di bilancio, contro il dettato costituzionale, nel silenzio del Garante della Costituzione. Le Camere si troveranno a dover ratificare l’intera finanziaria senza potervi apporre alcuna modifica, e i partiti che compongono la maggioranza dovranno votare la legge per non far cadere il Governo, sotto la minaccia di ritorsioni economiche da parte dell’Unione Europea. I rappresentanti degli elettori sono stati spodestati e l’opposizione attuale – che in realtà rappresenta la maggioranza dei cittadini – protesta contro questo scandaloso abuso. Cosa c’è di democratico in questo, è sotto gli occhi di tutti. Ma lo stesso sistema è stato adottato ad esempio al Sinodo per l’Amazzonia, le cui consultazioni preparatorie sarebbero state condotte su migliaia di cattolici che avrebbero chiesto a gran voce l’abolizione del Celibato, l’Ordinazione delle donne, un rito liturgico più vicino alla spiritualità tribale dei popoli amazzonici. Salvo scoprire che questa operazione di presunta democrazia è stata pilotata dall’Episcopato tedesco, per aprire una breccia nella disciplina di tutta la Chiesa sfruttando norme particolari. Dietro tutto questo c’è sempre stato Bergoglio e il suo cerchio magico, che ha dimostrato non solo di voler metter mano ancora una volta alla dottrina immutabile ed alla veneranda Tradizione millenaria, ma anche di considerare i fedeli dell’Amazzonia come veri e propri selvaggi da usare come pretesto. Così abbiamo visto personaggi col viso dipinto e le piume in testa adorare l’idolo immondo della Madre Terra in Vaticano, nel deliquio estatico di frati e suore ribaldi, con massimo compiacimento delle Loro Eminenze e del Papa stesso; delle centinaia di migliaia di Cattolici che venerano la Madonna come Regina dell’Amazzonia e sono rimasti scandalizzati dalle profanazioni e dalle superstizioni volute dal Satrapo di Santa Marta non si è detto quasi nulla, se non per deplorarne il razzismo e il fanatismo. Era tutto già previsto, tutto deciso, tutto organizzato. Così la Gerarchia ha abusato della propria autorità per imporre un sovvertimento della fede immutabile, presentandolo come cosa voluta dal popolo amazzonico, cosa questa falsissima e pretestuosa. Disobbedienti a Dio, Capo della Chiesa, ed al popolo cristiano, nonostante i proclami di voler ascoltarne le istanze. Esattamente come avviene in ambito civile.
A questo punto è però necessario porsi una domanda. Anzi: la domanda. Qual è lo scopo perseguito da costoro, tanto nella sfera civile quanto in quella ecclesiastica?
La risposta si evince, senza ombra di dubbio, dalla perfetta coerenza dell’azione di entrambi. Basta analizzare criticamente gli eventi – al di là dei pretesti addotti – per coglierne la matrice luciferina. Li riconoscerete dai loro frutti. Chi oggi detiene l’autorità è emissario di Satana, prende ordini da un’élite di satanisti che a sua volta è al servizio del Principe di questo mondo. E in quest’opera infernale sono coinvolti non solo i governanti delle Nazioni ribelli, ma anche i membri della Gerarchia cattolica. Gli uni e gli altri sono uniti da un turpe vincolo di corruzione e vizio intellettuale e morale che, se solo fosse reso noto al mondo, provocherebbe una sollevazione popolare. E si comprende che il ricatto cui essi sottostanno riguarda tali aberrazioni da giustificare questo asservimento cieco alla volontà di Satana. Chi finora è stato scoperto o si è ribellato non ha avuto il tempo di esser processato, di raccontare i dettagli e di coinvolgere i capi della congiura: muoiono tutti, in fatali incidenti o suicidati. Ne ha parlato anche il Presidente Putin recentemente, affermando che l’opposizione feroce a Trump è causata dalla sua intenzione di far luce sul legame tra pedofilia e satanismo che coinvolge personaggi di spicco di mezzo mondo: politici, attori, esponenti dell’alta finanza, membri di case regnanti, Prelati.
Ma anche se di queste inconfessabili verità non si avesse contezza, sarebbe sufficiente osservare quel che accade nel mondo civilizzato, in particolare in Europa e in America, per rendersi conto che dietro tutto questo non può che esserci Satana, omicida sin dal principio, che reclama oggi sacrifici umani come ha sempre fatto nella Storia dell’umanità, che vuole la dannazione dell’uomo nella folle persuasione di poter diminuire il trionfo finale di Dio, dell’odiato Nazareno, della Donna che gli schiaccerà il capo. Chi se non Satana può ispirare i legislatori perché rendano legale l’assassinio di bambini fino ad un istante prima del parto? Chi se non Satana può volere la corruzione dei fanciulli con l’insegnamento delle peggiori perversioni nelle scuole e la diffusione della pornografia? Chi se non Satana può imporre il vizio come modello da rispettare, e la virtù come comportamento da sradicare? Chi se non Satana può abbattere la Croce di Cristo e pretendere che la Chiesa di Satana abbia piena libertà di culto, addirittura con propri cappellani nelle forze armate? Chi se non Satana può volere la distruzione di qualsiasi traccia del Cristianesimo, facendosi erigere statue nelle piazze e nei palazzi delle istituzioni pubbliche? Chi se non Satana può profanare le chiese con il culto degli idoli, ed allo stesso tempo cercare di cancellare il Sacerdozio cattolico e la Messa? Se questa fosse un’opera umana, non riuscirebbe ad essere così organizzata, così efficace e così sistematica.
La simia Dei sta replicando al contrario ciò che hanno fatto la Chiesa e la società cristiana: distruggere gli idoli, abbatterne i templi, predicare il Vangelo, battezzare le Nazioni, riformare i costumi, difendere la santità della vita umana, educare i fanciulli, dare saldi principi ai giovani, tutelare la famiglia, ispirare la giustizia civile, assistere i poveri, curare i malati, combattere gli invasori che minacciano la pace e la Religione. Ed erigere cattedrali in onore di Dio e dei Santi, costruire statue nelle piazze, alzare Croci sulle vette delle montagne, benedire i raccolti, le case, le officine per allontanarne l’influsso malefico del Nemico.
Si potrà obiettare che quelli che ho denunciato sono casi singoli, ma così non è. Forse questa obiezione avrebbe potuto  esser credibile a qualche sprovveduto venti o trent’anni fa; ma oggi la coerenza dell’azione del Maligno è talmente evidente, che negarlo sarebbe irresponsabile o in malafede.
Quello che però non viene detto è che, in questa colossale frode imposta dall’alto alle masse, la maggioranza subisce passivamente perché crede di essere minoranza, mentre è vero il contrario: i servi di Satana sono pochi e se riescono ad aver mano libera in quest’opera infernale, ciò avviene solo perché la maggioranza sopporta e non reagisce, spesso perché in essa è ancora vivo quel senso di obbedienza che la fa desistere dall’impugnare la spada contro il tiranno. Ma oggi non occorre nemmeno combattere: come chi ci governa lo fa per via finanziaria, così anche noi governati possiamo agire similmente, sottraendo loro quel denaro che alimenta il Moloch e senza il quale non possono avvalersi né di mercenari né di cortigiani. E possiamo farlo sia nei confronti del tiranno civile, sia col tiranno ecclesiastico, che usa l’Obolo di San Pietro per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton o per sponsorizzare un film che celebra un sodomita notorio come Elton John.
Un altro modo per sottrarre potere a costoro è ignorarli, disobbedir loro in massa, continuando a comportarsi onestamente nell’obbedienza a Dio e alla Tradizione della Chiesa. Anche perché non potranno mai mettere in galera un’intera Nazione, e le scomuniche degli eretici valgono zero. Disobbedire per obbedire. E pregare perché questa guerra senza quartiere tra Dio e Satana giunga presto al termine, ripristinando l’ordine che il Nemico e i suoi satelliti hanno sovvertito. Pregare e agire. Fare penitenza, farla fare ai piccoli, ai malati, ai moribondi. E ricorrere all’Immacolata, terribile come un esercito schierato in ordine di battaglia.

Lezioni di umiltà, di Roberto Buffagni

Lezioni di umiltà

 

Cari amici vicini e lontani,

proviamo ad analizzare la situazione dopo l’insediamento del nuovo governo giallorosa. Cercherò di fare un’analisi strategica, e dunque di semplificare al massimo per andare all’essenziale (=  a quello che mi sembra l’essenziale, non sono infallibile).

Sarò molto pessimista perché “scopo della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Julien Freund, Sociologie du conflit).

Siccome la botta è ancora molto calda e vivacissime le reazioni emotive nel campo “sovranista” (metto tra virgolette la parola “sovranismo” perché a mio avviso surroga a fini cosmetico-edulcoranti la corretta definizione di “nazionalismo”), premetto un riassuntino  o abstract della tesi di fondo che argomenterò: così, chi non la gradisse può risparmiarsi l’irritante lettura di questo articolo.

Riassuntino

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore, nel quale confluiscono e si palesano errori precedenti altrettanto gravi, come importanti limiti e lacune della Lega in particolare, e del “sovranismo” italiano in generale. Senza una seria e approfondita autocritica dei suddetti errori, e una riconfigurazione ideologica e organizzativa, il campo “sovranista” rischia l’implosione, mentre la “Nuova Lega” nazionalista rischia di diventare la Vecchia Lega 2.0, cioè un partito strutturalmente subalterno al proprio avversario (ieri “Roma ladrona”, oggi “Bruxelles ladrona”).

E ora, vediamo di spiegarci un po’ meglio.

 

Rottura dell’alleanza di governo

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore perché ha regalato l’iniziativa all’avversario, che pur frammentato e confuso è riuscito a sfruttarla, e a insediare il governo giallorosa. Le due più articolate giustificazioni della rottura di cui io sia a conoscenza si devono ad Alberto Bagnai[1]. La seconda e più recente, Cronaca di una crisi annunciata, racconta dettagliatamente ma non spiega. Spiega invece la prima, QED fuoriserie,  e individua la principale ragione della rottura nel crescente ostruzionismo, e, peggio, nell’attivo sabotaggio da parte dell’alleato di governo, certificato dal voto 5* per Ursula von der Leyden; sabotaggio che, conducendo al varo di una legge finanziaria inaccettabile, inevitabilmente avrebbe causato la sconfitta politica della Lega, del suo leader e dell’intero campo “sovranista”: “Fatto sta che Ursula è passata, e lì si è capito chi era vassallo e chi no. Se Salveenee phasheesta era nel mirino prima, figuriamoci dopo questa prova di coerenza! Quindi abbatterlo diventava una priorità. E come fare per scalzarlo? Semplice! Andargli contro sull’agenda economica, con la copertura politica dei 5 Stelle.” (sottolineature nel testo).

Volendo fare dell’umorismo, si potrebbe commentare che Salvini, “scalzandosi” da solo, ha sventato la minaccia.

In sintesi: Salvini (piano A)  ha scommesso sull’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare sufficiente a insediare un nuovo governo, e sul susseguente plebiscito elettorale a suo favore che gli promettevano i sondaggi d’opinione. Il piano B era invece – nell’analisi di Bagnai e Borghi, prevalente a quanto mi risulta nel campo leghista – il seguente: se anche si perdesse la scommessa e non si andasse subito ad elezioni, prima o poi ci si dovrà andare, e allora vinceremo, anzi: trionferemo. Dopo il rovesciamento delle alleanze dei grillini, el pueblo avrà compreso la natura serpentesca del M5* e la supina subalternità alla UE del “partito delle istituzioni”, e premierà la Lega con un diluvio di voti. Finalmente insignita dei “pieni poteri”, la Nuova Lega entrerà nella “stanza dei bottoni” di antica memoria[2] e riuscirà a realizzare, almeno in larga misura, il suo programma. Insomma: una strategia win-win, come s’usa dire oggi: o vinci subito, o vinci dopo un po’.

Mentre scrivo (8 settembre 2019, ricorrenza proverbiale) è evidente che il piano A è fallito. Può riuscire il piano B? Chissà. Qui entriamo nel campo delle previsioni future, dove tutto è, per forza di cose, opinabile.

Iniziamo dunque l’analisi dal passato, che è meno opinabile del futuro.

 

Formazione del governo gialloverde 1

La situazione strategica nella quale Salvini si è trovato nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si era trovato (in cui aveva liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

La natura dell’alleato di governo, il Movimento 5*, era certamente ben nota, da anni, almeno a un esponente di rilievo della Lega, il sen. Alberto Bagnai[3]. (Non posso naturalmente sapere se questa analisi del M5* fosse nota e condivisa anche dai massimi dirigenti della Lega, Salvini anzitutto). Semplificando[4]: il M5* è una forza politica che non designa un avversario o un nemico politico, e vi sostituisce categorie prepolitiche quali “la corruzione”. Da ciò consegue che a) il M5* può rastrellare consensi sia tra chi appartenga a una cultura politica di sinistra, sia tra chi appartenga a una cultura politica di destra, sia tra chi di cultura politica sia privo, “i qualunquisti”: è il segreto del suo successo b) ma soprattutto, può allearsi con tutti o con nessuno, e così neutralizzare  o influenzare la dialettica politica italiana: e questa invece è la mission per cui ha ricevuto l’impulso iniziale, in conformità alle specifiche elaborate dal dr. Gene Sharp e dai suoi collaboratori e continuatori[5]. Naturalmente, fatta salva la buonafede dei suoi elettori, e della maggioranza dei suoi attivisti e dirigenti: una buonafede essenziale per l’adempimento della mission (dell’operazione di influenza), perché non è possibile arruolare milioni di agenti.

Il “partito delle istituzioni”, invece, è il partito delle istituzioni e degli apparati dello Stato italiani, i quali entrambi sono embricati con le istituzioni e gli apparati UE. “Embricati” vuol dire che personale dirigente, mentalità, procedure, leggi, regolamenti, direttive, catene di comando e controllo di tutte, tutte le istituzioni e gli apparati statali italiani non possono prescindere dal rapporto con la UE, esattamente come le FFAA italiane sono integrate nella NATO. A solo titolo di esempio: un’ eventuale uscita dalla NATO  implicherebbe certo la decisione politica “usciamo”, ma chi si illudesse che la decisione basterebbe sarebbe diciamo ingenuo: le FFAA smetterebbero di funzionare l’istante successivo alla decisione, e dal giorno dopo ci potrebbero invadere con successo anche le Isole Tonga. Il che implica naturalmente che, in questo esempio, l’istituzione-FFAA resisterebbe con tutti i mezzi (per tacere delle reazioni dell’alleato statunitense).

Che il “partito delle istituzioni” italiano fosse nemico (non “avversario”, nemico) di una forza politica come la nuova Lega “sovranista”, che si contrapponeva frontalmente alla UE,  non era dunque difficile da immaginare; e per chi difettasse d’ immaginazione, dovevano bastare le forzature di Mattarella nella fase di formazione del governo: rifiuto di incaricare il leader della Lega di un mandato esplorativo per la formazione del governo, rifiuto di incaricarne il pericoloso sovversivo prof. Giulio Sapelli, rifiuto di accettare come Ministro dell’Economia l’altro pericoloso sovversivo prof. Paolo Savona. Forzature che erano anche gravi errori politici, perché ostendevano urbi et orbi la natura ibrida ed eterodiretta delle istituzioni italiane, e manifestavano l’incapacità del “partito delle istituzioni” di garantire un governo che godesse sia della legittimazione elettorale, sia della conformità al quadro sistemico UE.

Digressione: com’è fatta la UE

La UE è un potere di fatto, essenzialmente privo di legittimazione. Esso è privo di legittimazione perché

  1. l’unica fonte di legittimazione generalmente accettata in tutta Europa e in Occidente è “la volontà del popolo”, e la forma in cui questa legittimazione si esprime è la democrazia parlamentare a suffragio universale. In Europa i popoli sono molti, con diversi interessi e culture. Nessuno tra essi è in grado di federare gli altri[6] e trasformare la UE in un vero e proprio Stato
  2. la UE è di fatto uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Lo Stato più forte e coeso, la Germania, con lungimiranza ha provveduto, con una decisione della Corte Costituzionale, a sovraordinare la propria legislazione a quella UE, così garantendosi la possibilità di decidere in ultima istanza qualora si apra uno stato d’eccezione
  3. ne consegue che la UE è una entità politica insieme molto fragile e molto rigida, esposta in via permanente a una latente crisi di legittimità
  4. per sopravvivere, la UE dunque deve progressivamente ibridare o “contaminare” clandestinamente, come una malattia autoimmune, istituzioni e apparati degli Stati che la compongono, e che sono gli unici ad avere ereditato (dal passato regime) la legittimità
  5. questa ibridazione e “contaminazione” non può perfezionarsi fino a trasformare gli Stati che compongono la UE in Länder di un vero e proprio Stato Europeo Federale o confederale, per la ragione esposta al punto 1
  6. dunque, qualunque forza politica rilevante (= in grado di andare al governo) contesti la UE in nome della “volontà del popolo” si autodesigna come nemico, ripeto nemico, non “avversario”, della UE, e deve attendersene una reazione proporzionata al rischio esistenziale che le fa correre
  7. la reazione della UE si dispiegherà anzitutto sul piano delle istituzioni e degli apparati dello Stato che essa ha ibridato e “contaminato”, che sono il suo punto di forza e che diventano così il principale terreno di scontro tra forze favorevoli e avverse alla UE.
  8. La forza politica che in nome della “volontà del popolo” si oppone alla UE è costretta a combattere la sua battaglia sul terreno di scontro scelto dal nemico (istituzioni, apparati dello Stato) perché la “volontà del popolo” non può direttamente affermarsi sul terreno extra-istituzionale, per esempio con le barricate, lo scontro militare, lo sciopero generale, etc.[7] Per affermarsi, la “volontà del popolo” deve anzitutto passare attraverso la vittoria elettorale: e qui la UE cercherà di contrastarla mediante leggi elettorali a sé favorevoli, campagne mediatiche, attacchi giudiziari ai leader, eventualmente brogli, etc. Una volta tradotta in voto politico maggioritario la “volontà del popolo”, essa dovrà trasformare il consenso formalizzato dal voto in potenza politica, cioè in capacità di implementare nella realtà effettuale le proprie decisioni politiche.
  9. Per trasformare il consenso in potenza, è necessario impiegare le istituzioni e gli apparati dello Stato, gli strumenti operativi senza i quali nessuna decisione politica è concretamente realizzabile. Dunque l’ eventuale vittoria elettorale di una forza politica anti UE non è la fine, ma l’inizio dello scontro. L’insediamento al governo di una forza politica che in nome della “volontà del popolo” sfidi la UE segna soltanto lo schieramento in campo delle forze contrapposte, non la vittoria. Con la vittoria elettorale la battaglia non finisce: comincia.

 

 

Formazione del governo gialloverde, 2

La situazione strategica nella quale Salvini e la Lega si sono trovati nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si erano trovati (in cui avevano liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

Formare il governo gialloverde è stata un’abile mossa tattica, e un grave errore strategico[8].

Abile mossa tattica, perché a) si andava al governo b) l’alleato era inesperto e privo di una linea politica persuasiva, lo si poteva egemonizzare e strappargli consensi nell’elettorato c) il moltiplicatore di potenza della posizione istituzionale favoriva vittorie della Lega nelle elezioni regionali e locali.

Grave errore strategico, perché i rapporti di forza nelle istituzioni tra Lega, M5* e “partito delle istituzioni” sarebbero rimasti gli stessi, a meno di una nuova tornata elettorale politica in cui la Lega potesse capitalizzare il consenso conquistato nel paese.  Ora, non era difficile prevedere che quanto maggiore il consenso acquisito dalla Lega nel corso dell’esperienza di governo gialloverde, tanto più violenta la resistenza sia dell’alleato di governo, sia del “partito delle istituzioni” a regalare alla Lega l’opportunità di farsi plebiscitare. A prescindere dalla sua natura e delle eterodirezioni a cui è soggetto, Il M5*, e in particolare il suo ceto dirigente, si sarebbe opposto con tutti i mezzi a una prova elettorale che gli avrebbe inflitto un colpo devastante, forse mortale; e da che parte stesse il “partito delle istituzioni” lo si era visto con tutta chiarezza fin da subito.

(“Preferivi Cottarelli?” Sì, preferivo Cottarelli, perché un governo Cottarelli sarebbe stato un governo di minoranza, screditato nel paese, insediato dal solo “partito delle istituzioni” subito dopo una serie di gravi errori politici, e  che il parlamento avrebbe potuto incapacitare[9]. Nel frattempo, in attesa di nuove elezioni, sarebbero stati liberi tutti i partiti, di maggioranza e minoranza, di ridiscutere programmi e alleanze.)

Per rimediare in tutto o in parte all’errore strategico dell’ingresso nel governo gialloverde, e uscire dall’angolo morto in cui si era ficcata, la Lega avrebbe dovuto

  1. Piano A (molto difficile): assicurarsi che in Parlamento non potesse formarsi una maggioranza diversa dalla gialloverde, cioè spaccare il M5* e letteralmente portargli via un numero consistente di parlamentari, una manovra molto difficile, specie se non si dispone di larghi fondi e non si possono promettere sinecure e prebende. Escludere a priori un rovesciamento delle alleanze come quello che si è compiuto in questi giorni era impossibile; e infatti, esso si è realizzato.
  2. Piano B (un po’ meno difficile) restare nel governo, contendere il terreno palmo su palmo, dividere l’elettorato 5*, costringere eventualmente il M5* a prendere l’iniziativa della rottura, su un tema di grande rilievo e facile comprensibilità per tutti, in modo da rendere più difficile (comunque non impossibile) al “partito delle istituzioni” la ricerca di una nuova maggioranza e il diniego di nuove elezioni.

 

Sintesi 1: prima di “staccare la spina” bisogna assicurarsi di non restare fulminati.

Sintesi 2: siccome la strategia è sovraordinata alla tattica, una mossa tattica ha effetto a breve, una mossa strategica a lungo termine. La mossa dell’ingresso nel governo gialloverde era tatticamente corretta, e ha pagato subito. Però era strategicamente sbagliata, e ha riscosso il suo prezzo dopo un anno.

 

Perché gli errori

Ometto valutazioni sulla personalità del leader della Lega, Matteo Salvini. Mi limito ad osservare, con le parole dell’amico Fabio Falchi, che “non si trova facilmente un Alessandro Magno ed è per questo che ci sono le accademie, le scuole di guerra e gli Stati Maggiori (che sono il surrogato del genio).
Evidentemente però, anche grazie agli esperti di marketing e ai pubblicitari, è più facile prendere voti che impegnarsi seriamente a creare una organizzazione che sappia combattere quel tipo di conflitto che non è altro che la prosecuzione della guerra con altri mezzi
.”

Mi risulta invece (non ho informazioni privilegiate, e sarò lieto di essere smentito) che sia la decisione di entrare nel governo, sia la decisione di uscirne, sono state prese informalmente, tra pochissime persone vicine al leader, perché la Lega non dispone di una struttura di comando analoga a uno Stato Maggiore, nella quale si eseguano analisi e si formulino piani, si presentino al decisore in modo coerente opzioni diverse e anche opposte, si progettino modifiche all’organizzazione delle forze disponibili, si segua l’esecuzione degli ordini fino a loro effettiva implementazione.

Mi risulta anche che nella Lega non viene incoraggiata l’iniziativa e l’indipendenza di pensiero, ma semmai l’obbedir tacendo alle decisioni dei cari leader. La disciplina va benissimo. La mancanza d’iniziativa e d’indipendenza invece, specie tra i quadri, va malissimo. L’esercito prussiano divenne il migliore del mondo anzitutto grazie alla Auftragstaktik (tattica di missione): nella formulazione di von Moltke senior, “più alta l’autorità, più corti e generali gli ordini”. Agli ufficiali subalterni era garantito un notevole margine di manovra per raggiungere gli obiettivi, e nella loro formazione era incoraggiato lo spirito d’iniziativa. Con esecutori anzitutto preoccupati di non sgarrare e di coprirsi le spalle non si va da nessuna parte, tranne a Pontida.

 

Che succede adesso

Le linee di tendenza prevedibili sono le seguenti.

  1. L’obiettivo strategico del “partito delle istituzioni” italiano e della UE è: ripristinare la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, comunque composti, che siano entrambi sistemici, cioè che accettino senza retropensieri, una volta per tutte, il contesto UE (che lo legittimino nell’unico modo in cui è possibile legittimarlo, vale a dire omettendo di contestarlo)[10]
  2. Non è un obiettivo facile. Per raggiungerlo, è necessaria la riconfigurazione del centrosinistra e del centrodestra + un grado accettabile di controllo della grave contrapposizione paese legale/paese reale.
  3. Centrosinistra: dopo il rovesciamento delle alleanze, l’indebolito M5* sarà incoraggiato a prendere il posto della vecchia sinistra massimalista ormai logora, svolgendone la consueta funzione (intercettare il dissenso + al momento buono votare per il partitone). Mi pare già prepararsi, tra le file di Nuova Direzione, Senso Comune, Patria e Costituzione e altre formazioni analoghe, un nuovo ceto dirigente del M5*, che andrà a integrare e sostituire parzialmente il vecchio, già screditato. Non sono in grado di prevedere le evoluzioni interne al PD, con le relative lotte fra correnti e leader. Possibile che dal PD si distacchino formazioni più centriste e apertamente liberali, come ad esempio quella auspicata da Calenda.
  4. Il centrodestra è l’obiettivo principale dell’operazione, perché nel centrodestra c’è la Lega e il bacino elettorale più pericoloso per il partito delle istituzioni e per la UE. Si farà certamente leva sulla base sociale della Lega (PMI, lavoratori autonomi) e sulla sua base di potenza territoriale (Lombardo-Veneto), come dimostrano i recenti interventi pubblici di Luca Zaja e Roberto Maroni[11]. Attraverso questi ultimi, si incoraggerà la riconversione della Lega secondo le tradizionali specifiche del prodotto, vale a dire: a) Salvini surroga Bossi come leader carismatico (= che prende tanti voti) e come Bossi propagandava senza crederci la cantafavola della secessione grazie ai duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna, così Salvini propaganderà senza crederci la cantafavola del sovranismo, con il “prima gli italiani” e il “basta immigrati”. Dovranno però gradualmente sparire le allusioni all’uscita dall’euro e/o dalla UE b) intanto si tratta con il “partito delle istituzioni” italiano e con la UE per ottenere la forma di autonomia regionale il più possibile ampia, e nel conflitto tra potenze interno alla UE ci si lega alla Germania per difendersi dalla Francia (sulla quale si orienta invece il PD). A garanzia dell’accettazione del quadro sistemico UE, si incoraggerà l’alleanza tra Lega e Forza Italia o suoi eventuali avatar quali la nuova formazione di Urbano Cairo. Punto delicato dell’operazione, Fratelli d’Italia, che sulla linea “sovranista” ha moltiplicato i suoi voti, che ha il nazionalismo nel DNA, e nel quale potrebbero confluire i “sovranisti” delusi dalla Lega . E’ dunque prevedibile che nel prossimo futuro, proprio su Fratelli d’Italia convergeranno attacchi e manovre tese a normalizzarlo.
  5. Al fine di controllare il pericoloso scollamento tra paese legale e paese reale, si incoraggeranno a) cambiamenti ad hoc della legge elettorale b) controllo e censura dei social media c) secca repressione delle manifestazioni di dissenso d) provvedimenti assistenziali sul modello degli 80 euro renziani e) “nuova narrazione” di un’Italia protagonista nel dialogo intereuropeo f) character assassination + persecuzione giudiziaria di Salvini (che non ha più la copertura parlamentare dagli attacchi giudiziari) e altri leader “sovranisti”, es. Giorgia Meloni, al fine di demoralizzare l’opposizione “sovranista” e di dimostrarle che mettersi contro la UE è troppo difficile.

Ed effettivamente, mettersi contro la UE senza essere adeguatamente preparati è troppo difficile: se qualcosa ha dimostrato quest’anno di governo gialloverde, è proprio questo.

Dunque hanno ragione Maroni e Zaja? Bisogna accettare il quadro UE e al suo interno contrattare al meglio i propri interessi?

No, non hanno ragione Maroni e Zaja. Hanno torto, e non solo perché non è patriottico, generoso e carino fregarsene del Meridione e pensare solo al Nord. Maroni e Zaja hanno torto anche dal limitato punto di vista degli interessi del Nord Italia, perché:

  1. La secessione del Nord è impossibile. La UE esiste perché la fanno esistere gli Stati, e non può permettere che essi si disgreghino. Se servisse un esempio, basti riandare con la memoria all’avventura indipendentista della Catalogna.
  2. L’autonomia regionale così come la vogliono i lombardi e in particolare i veneti scasserebbe ulteriormente le istituzioni italiane, accrescendovi la frammentazione dei centri decisionali e la confusione dei livelli istituzionali. La si potrebbe realizzare efficacemente solo nel quadro di una completa riforma istituzionale dello Stato italiano, che lo trasformasse in una Repubblica presidenziale federale. Francamente non ne vedo le condizioni di possibilità.
  3. La tattica autonomista può pagare, in termini economici, vista l’interdipendenza tra manifatturiero italiano e tedesco. Ma siccome non esiste solo l’economia, che non decide tutto, e la suddetta interdipendenza non è un dato permanente come la collocazione geografica, gli interessi di Germania e Nord Italia possono divergere, ad esempio perché entrano in campo più rilevanti interessi franco-tedeschi. Inoltre, oggi il tacito patto tra Germania e USA è messo in forse, e la crescente rivalità tra Germania e Stati Uniti già ora espone il Nord Italia a seri contraccolpi, anche economici. Come descritto brevemente più sopra, la UE è uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Che peso avrebbero le regioni del Nord, nel recinto decisionale della UE? A occhio e croce, un peso minore del Lombardo-Veneto all’interno dell’Impero austro-ungarico, perché almeno l’Impero era uno Stato vero e proprio, e il Lombardo-Veneto ne faceva parte (per questo Carlo Cattaneo caldeggiava una linea federalista). Sintesi: indebolendo lo Stato italiano con un autonomismo massimalista, il Nord indebolisce l’unica entità politica che può difenderlo e rappresentarlo all’interno della UE. Anche la scelta autonomista-massimalista di Maroni e Zaja, dunque, è un’abile mossa tattica e un grave errore strategico.

Che fare ora?

Anzitutto, riconoscere i propri errori e analizzarli: per approfittare della lezione che impartiscono le sconfitte, bisogna ammettere che non sono né vittorie né pareggi. Dopo, solo dopo si può cominciare a ragionare su come prepararsi meglio per riprendere a combattere; ad esempio, su come prepararsi per condurre la battaglia all’interno delle istituzioni e degli apparati dello Stato, che sono – non mi stanco di ripeterlo – il terreno principale e decisivo dello scontro.

Non è facile: ci vuole umiltà.  Ma “Gloriam praecedit humilitas. Humilitas alta petit”,  “L’umiltà precede la gloria. L’umiltà sprona alla grandezza.” E’ anche il motto di un’antica casata lombarda. Forse la Lega, che proprio da quelle parti ebbe umili natali, se ne ricorderà.

[1] http://goofynomics.blogspot.com/2019/08/qed-fuoriserie.html

http://goofynomics.blogspot.com/2019/09/cronaca-di-una-crisi-annunciata.html

Ci sono naturalmente altre analisi, tra le quali segnalo questa, recentissima, di Carlo Galli: https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/09/04/che-cose-questa-crisi/

Personalmente, concordo nell’insieme con le analisi di Fabio Falchi e Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/08/31/alea-iacta-est-di-fabio-falchi/ ; http://italiaeilmondo.com/2019/08/23/il-conte-dimezzato-la-crisi-di-governo-sul-proscenio-e-dietro-le-quinte_-con-piero-visani/ (intervista video); http://italiaeilmondo.com/2019/09/02/crisi-politica-e-guerre-sordide-a-cura-di-giuseppe-masala-e-piero-visani/

http://www.destra.it/errare-humanum-est-perseverare-diabolicum/

 

[2] Per i più piccini: ne favoleggiava Pietro Nenni nel corso del dibattito interno al PSI sul progetto di primo governo di centrosinistra.

[3] V. ad es. http://goofynomics.blogspot.com/2014/10/agli-ortotteri.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/09/ortotteri-e-suini.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/07/ortotteri-e-anatroccoli.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2017/03/cinque-stelle-due-logiche-una-risposta.html

[4] Qui invece, analiticamente, quel che penso del M5* e del suo rapporto con la UE: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[5] E’ il gruppo di lavoro che ha gettato le basi teoriche e operative per l’implementazione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, se ne vedano qui i manuali gratuitamente scaricabili https://www.aeinstein.org/, https://canvasopedia.org/.  Ne raccomando caldamente la lettura, perché vi si apprendono i metodi impiegati nelle “guerre ibride”, o “guerre di quinta generazione”. Non tutti, naturalmente: per esempio, nei manuali qui disponibili non si suggerisce l’impiego di cecchini bipartisan che sparano sulla folla dei manifestanti e sulle forze di polizia che la fronteggiano allo scopo di destabilizzare un governo, com’è avvenuto in Ucraina o in Egitto; né si specifica l’importanza di disporre di agenti all’interno del sindacato, della magistratura e degli apparati di coercizione dello Stato-bersaglio, né i metodi per assicurarseli (che vanno dalla simpatia ideologica, alla corruzione, al ricatto). Questo tipo di metodi si insegnano e apprendono in altre sedi. Sia i metodi “aperti” sia i metodi “coperti” convergono verso uno stesso scopo, che può essere la destabilizzazione di un governo, la distruzione di una forza politica sgradita e/o del suo leader, etc., senza impiegare la forza militare tradizionale, e con il minimo impiego della violenza possibile, perché la violenza ha un alto costo politico. “L’ arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo” (https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR)

[6] Per una analisi di questo punto, v. http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[7] Se qualcosa hanno insegnato le esperienze rivoluzionarie del Novecento, ad es. l’affermazione dei fascismi, è che anche forze politiche dotate di milizie armate non riescono a rovesciare le istituzioni con lo scontro militare diretto. E’ indispensabile guadagnarsi la complicità delle istituzioni e degli apparati dello Stato.

[8] E’ odioso dire “ve l’avevo detto”. Mi autocito solo per mostrare che non era difficile accorgersene, se me ne sono subito accorto io che non sono Clausewitz. http://italiaeilmondo.com/2018/05/24/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-lega-5-eccetera-che-accadra-di-roberto-buffagni/

[9] Per esempio così: http://italiaeilmondo.com/2018/05/29/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-ombra-di-roberto-buffagni/

[10] Ne anticipavo qualcosa qui: http://italiaeilmondo.com/2019/08/13/navigazione-a-vista-di-roberto-buffagni/

[11] https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13499741/matteo-salvini-roberto-maroni-progetto-fallito-due-italia-crisi-m5s-governo-imprenditori.html ; https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13492326/matteo-salvini-luca-zaia-insulti-accuse-video-facebook-diretta-sospetto-rivolta-veneto-.html

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