Italia e il mondo

Rassegna stampa francese 7a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Per Gregory Daco, capo economista di Ernst & Young, gli USA si trovano di fronte a un nuovo
paradigma economico. In passato, era la domanda a determinare l’attività. Oggi assistiamo a
shock successivi sul fronte dell’offerta: applicazione dei dazi doganali, invecchiamento della
popolazione, cambiamenti nella politica migratoria, rivoluzione tecnologica con l’IA e ora la guerra.
Questi shock hanno un impatto anticiclico sulla crescita e sull’inflazione: limitano la crescita
aumentando al contempo l’inflazione, mentre uno shock negativo della domanda limita entrambe.
Egli comunque ritiene che finora l’economia statunitense abbia assorbito piuttosto bene le
pressioni legate alla guerra. Il motivo: l’attività era robusta quando Donald Trump è tornato al
potere grazie alla crescita della produttività osservata dalla fine della pandemia e alla minore
esposizione del Paese alle variazioni dei prezzi dell’energia rispetto ad altre aree geografiche. Il
costo della benzina è uno dei fattori che determinano il comportamento di voto negli Stati Uniti,
paese in cui l’auto è indispensabile; se è elevato, gli elettori tenderanno a punire il partito al potere.


30.04.2026
Negli Stati Uniti, l’economia è sotto pressione
A due mesi dall’inizio della guerra in Medio Oriente, dall’altra parte dell’Atlantico si moltiplicano gli
allarmi sull’inflazione e sulla crescita. L’amministrazione Trump, dal canto suo, si mostra fiduciosa

Di Alexis Buisson (da New York)
«Ora devo comprare la benzina a credito!» Quando Jason Keets si reca in una stazione di servizio del New
Jersey in questi giorni, fa soprattutto il pieno di rabbia.

“Demercantizzare” l’economia francese. Ecco il grande progetto che Boris Vallaud vuole proporre
in vista delle elezioni presidenziali del 2027. Al punto da dedicargli un intero libro. In esso critica un
mondo in cui tutto è diventato merce, divorato da un capitalismo finanziario che non serve più a
produrre ma a sottrarre il valore creato nell’economia reale. Sarebbe quindi necessario sottrarre
interi settori dell’economia al mercato e alla concorrenza, per affidarli al settore pubblico o
all’economia sociale e solidale. In questo modo, la logica del profitto non avrebbe più spazio. Boris
Vallaud rivisita i classici dell’altermondialismo, liquida un collaboratore di Olivier Faure. Si ha
l’impressione di tornare al 2001 al Forum sociale di Porto Alegre, con gente che scandisce “le
nostre vite non sono merci”. In realtà, è un remake della deglobalizzazione alla Arnaud
Montebourg, senza però il talento oratorio.


30.04.2026
De-mercificazione: Boris Vallaud, mercante di
sogni
Il rivale di Olivier Faure all’interno del PS cerca di rinnovare le idee della sinistra. Ma il suo concetto di
«de-mercificazione» non coglie molti dei problemi socio-economici della Francia. Vecchie storie: il leader
del gruppo socialista all’Assemblea nazionale ha appena pubblicato “Nos vies ne sont pas des
marchandises, Manifeste pour la démarchandisation”. Un concetto per ridare fascino al progetto della
sinistra di governo.

Di Antoine Oberdoré e Marc Vignaud
È forse perché è figlio di un editore-storico? Boris Vallaud coltiva l’arte delle formule, quei lampi di
linguaggio che, nei giorni di grigia routine parlamentare, gli servono a ridare fascino alla sua funzione di
presidente del gruppo socialista all’Assemblea nazionale.

Il 15 aprile è stata annunciata una tregua. Ma, già il giorno dopo, Israele ha ufficializzato
l’istituzione all’interno del territorio libanese di una «zona di sicurezza» profonda dieci chilometri,
priva di qualsiasi presenza umana, dove continua la distruzione di interi villaggi. «L’obiettivo è
smantellare tutte le infrastrutture costruite da Hezbollah ed eliminare ogni presenza terroristica a
sud del fiume Litani, affinché gli abitanti del nord di Israele possano vivere in sicurezza», afferma
una fonte diplomatica israeliana. Per le autorità libanesi, questa realtà sul campo equivale a una
nuova occupazione del Sud-Libano, come avvenne tra il 1982 e il 2000. Tuttavia, «di fronte a uno
Stato libanese fallito, la popolazione del Sud, che si sente minacciata da Israele, ripone le proprie
speranze nella protezione garantita da Hezbollah», avverte una fonte diplomatica in Libano.

30.04.2026
In Libano, la maledizione di Hezbollah
Ostinazione. Stretto in una morsa tra Israele e lo Stato libanese, il «Partito di Dio» filo-iraniano rifiuta di
deporre le armi. A rischio di far precipitare nuovamente il Paese nella guerra civile

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE IN LIBANO, ARMIN AREFI
Una potente deflagrazione risuona nel sud del Libano questo sabato 25 aprile. Una nuvola di fumo si alza
sopra il comune sciita di Khiam, dove una fila di case è appena stata fatta saltare in aria dall’esercito
israeliano.

I prezzi dell’energia potrebbero aumentare del 24% nel 2026, raggiungendo il livello più alto
dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Allo stesso tempo, si
prevede che le materie prime nel loro complesso registrino un aumento del 16% nel corso
dell’anno, trainate dall’impennata dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e dalle persistenti tensioni
sui metalli. I rischi rimangono fortemente orientati al rialzo. Le perturbazioni del trasporto marittimo
e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno già provocato, secondo la Banca mondiale, «il
più grande shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato». In questo contesto, sottolinea
che i rischi pendono «nettamente» a favore di un proseguimento dell’aumento dei prezzi.
L’aumento vertiginoso dei costi di produzione agricola potrebbe compromettere i raccolti futuri e
accentuare le tensioni alimentari globali.

29.04.2026
Prezzi dell’energia e delle materie prime: lo
scenario peggiore della Banca Mondiale
Nelle sue ultime proiezioni, la Banca Mondiale prevede un’impennata dei prezzi delle materie prime per
tutto l’anno, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e da uno shock energetico destinato
a ripercuotersi sull’intera economia

LD (AVEC AGENCES)
I mercati mondiali delle materie prime rimangono sotto pressione, sullo sfondo del persistere dei conflitti in
Medio Oriente e dell’indebolimento delle catene di approvvigionamento energetico. Nelle sue ultime
Prospettive sui mercati delle materie prime, pubblicate martedì, la Banca Mondiale mette in guardia da un
nuovo ciclo al rialzo dei prezzi dell’energia e dalle sue ripercussioni a cascata sull’intera economia mondiale.

Mentre i quindici membri del comitato tecnocratico istituito da Donald Trump per gestire
amministrativamente la Striscia di Gaza sono confinati al Cairo, incapaci di mettere piede nel
territorio palestinese, Hamas intensifica i propri sforzi per ridefinire la propria posizione in vista del
«giorno dopo» la guerra, aggrappandosi alla sua priorità numero uno: rifiutarsi di essere disarmato
come richiesto dalla comunità internazionale. Hamas ha ripreso il controllo della situazione: non
sono più i civili dell’amministrazione del territorio a comandare, come durante la guerra, ma i
militari. Questi ultimi sono anche riusciti a imporsi nuovamente sui membri dell’ala politica, con
sede in Qatar. In definitiva, Hamas vuole restare attraverso l’integrazione e non andarsene con la
resa. In mancanza di un accordo politico sul futuro di Gaza, il cessate il fuoco si è
progressivamente trasformato in una gestione militare del territorio. Israele rifiuta qualsiasi
ricostruzione di ampio respiro senza la completa smilitarizzazione dell’enclave, mentre i negoziati
condotti dai mediatori del Qatar e dell’Egitto rimangono in una fase di stallo.

29.04.2026
Hamas ha approfittato della tregua per
riaffermare il proprio controllo su Gaza
Gli islamisti hanno reclutato nuovi quadri amministrativi, cercando al contempo di infiltrarsi nel nuovo
governo promesso da Donald Trump

Di Georges Malbrunot
Hamas ha approfittato della fragile tregua strappata da Donald Trump in ottobre per riorganizzare le
proprie forze, riprendere saldamente il controllo della Striscia di Gaza e reimporre la propria autorità, con
grande disappunto di molti palestinesi, nuovamente sottoposti al suo implacabile giogo in un’enclave,
distrutta al 70% dai bombardamenti israeliani, in rappresaglia all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023,
che ha ucciso più di 1.200 israeliani, in maggioranza civili.

Trump ha definito «vigliaccheria» e «ferita che non si rimarginerà mai» il rifiuto degli europei di
contribuire alla riapertura dello Stretto di Ormuz. Tutto però indica che un ritiro dalla NATO
sarebbe una catastrofe per gli stessi Stati Uniti. In primo luogo, questo tradimento li screditerebbe
agli occhi di tutti i loro alleati, europei ovviamente, ma anche giapponesi, australiani, sudcoreani,
taiwanesi, filippini, ecc. Il Cremlino potrebbe interpretare questa rinuncia geopolitica come un invito
ad attaccare l’Europa. Un impatto vertiginoso per l’economia americana, dato che il Vecchio
Continente costituisce il suo principale cliente e fornitore. Lo stesso vale per Pechino a Taiwan. La
Cina diventerebbe così il capo della regione indo-pacifica, che concentra metà dell’umanità. Le
alleanze non muoiono quando ci si ritira, ma quando la fiducia crolla.

29.04.2026
NATO: lo strano gioco di Trump
Il presidente americano ha recentemente ribadito le sue minacce di far uscire gli Stati Uniti dall’Alleanza
Atlantica. Ciò sarebbe impossibile per ragioni costituzionali e danneggerebbe gravemente la sicurezza del
suo paese. Ma anche gli europei hanno la loro responsabilità in questa perdita di fiducia reciproca

L’ANALISI di Yves Bourdillon
Un’altra buffonata. Una provocazione. O un abile strumento di negoziazione? Donald Trump ha
recentemente ribadito le sue minacce di ritirare il suo paese dall’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico
del Nord (NATO) con la motivazione che i suoi alleati sarebbero dei «passeggeri clandestini» della sicurezza
collettiva.

La grande maggioranza (65%) dei carichi di GNL russo giunti a destinazione è stata scaricata negli
Stati membri dell’Unione europea. Questo significa che l’Europa tornerà a rivolgersi al suo grande
vicino per il gas? Il capo dell’azienda energetica italiana ENI, Claudio Descalzi, ha rimesso il
dibattito sul tavolo lo scorso 13 aprile: «Ritengo necessario sospendere il divieto che entrerà in
vigore il 1° gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi di GNL provenienti dalla Russia». Se la
situazione nel Golfo Persico dovesse aggravarsi, la Commissione europea ha sempre il potere di
dichiarare lo stato di emergenza e di riautorizzare temporaneamente gli acquisti di gas russo sul
mercato spot. Ma, per il momento, l’Europa dispone di riserve. La situazione potrebbe cambiare
quando la concorrenza tra Europa e Asia per l’approvvigionamento di gas si intensificherà.

29.04.2026
In Europa tornano le polemiche sugli acquisti di
gas russo
La Russia rappresenta ancora poco più del 10% degli acquisti europei di gas naturale liquefatto. Una
quota che l’Unione intende ridurre ulteriormente nonostante le conseguenze della guerra in Medio
Oriente. I ricavi derivanti dal gas naturale liquefatto sono aumentati del 5% in Russia, raggiungendo i 47
milioni di euro

Di Richard Hiault con i corrispondenti da Berlino, Atene e Madrid
Il blocco dello stretto di Ormuz, attraverso il quale transitava circa il 20% dell’approvvigionamento
mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), potrebbe rilanciare l’interesse per il gas russo.

Quando i militari israeliani lasciano il Libano, caricano apertamente sui loro veicoli ciò che hanno
rubato, senza cercare di nascondere il bottino. «La portata è pazzesca», descrive un soldato.
«Non appena qualcuno prende qualcosa – televisori, sigarette, attrezzi, qualsiasi cosa – lo mette
subito nel proprio veicolo o lo lascia all’esterno, non nella base dell’esercito, ma non è nascosto.
Tutti lo vedono e lo capiscono». Tolleranza. I soldati sostengono che alcuni ufficiali chiudono un
occhio, mentre altri condannano questo comportamento, ma si astengono dal punire i colpevoli. Se
qualcuno fosse licenziato o incarcerato, o se la polizia militare fosse di stanza al confine,
cesserebbe quasi subito. Ma quando non c’è punizione, il messaggio è evidente.

30.04.2026
Cessate il fuoco in Libano: silenzio, Tsahal
saccheggia!
Approfittando della tregua, i soldati israeliani schierati nel sud del Libano saccheggiano e rubano, in
totale impunità, beni appartenenti a civili fuggiti dalle loro case.

Ha’Aretz, estratti (Tel Aviv) —Yaniv Kubovich, pubblicato il 23 aprile, tradotto da Raymond Clarinard
I militari israeliani avrebbero saccheggiato una grande quantità di beni appartenenti a civili nel sud del
Libano, stando alle testimonianze di soldati e ufficiali di Tsahal [l’esercito israeliano] dispiegati nel Paese.
Essi riferiscono di furti sistematici e su larga scala di motociclette, televisori, quadri, divani e tappeti. Gli
ufficiali subalterni e superiori presenti sul campo sarebbero a conoscenza del fenomeno, ma non
adotterebbero misure disciplinari per porvi fine.

Coraggio, fuggiamo! Questo la dice lunga su quanto Donald Trump sia oggi considerato un
portasfiga negli ambienti sovranisti. Per la stampa estera, la sconfitta, alla fine di aprile in
Ungheria, del suo più fedele ambasciatore, Viktor Orban, al quale il vicepresidente americano, J.
D. Vance, era venuto a portare un sostegno clamoroso, ha segnato una svolta. «Donald Trump è
ormai così tossico sul piano politico in Europa che persino i suoi alleati ideologici più vicini lo
considerano un pericolo», scrive Politico. A febbraio il quotidiano svizzero TagesAnzeiger parlava
già della “frenetica marcia indietro” di Jordan Bardella e del RN in vista delle presidenziali. In
Germania, anche l’AfD ha preso le distanze, così come Giorgia Meloni in Italia o Vox in Spagna.

30.04.2026
DONALD TRUMP, L’AMICO SCOMODO
Gli alleati del presidente americano prendono le distanze. A cominciare dalla destra europea, raffreddata
dalla sua politica estera incostante e dai suoi attacchi contro il Papa

DI CLAIRE CARRARD
“Donald Trump? Non lo conosco…” O meglio: “Non lo conosco più”. In pochi mesi, il discorso dei migliori
alleati del presidente americano, in particolare in Europa, è cambiato radicalmente. Persino i suoi più
ardenti sostenitori, come Nigel Farage nel Regno Unito, cercano di far dimenticare la loro “bromance” con
Trump all’avvicinarsi di scadenze elettorali cruciali.

Il prezzo che la guerra esige dalla società israeliana è enorme, anche se è ancora difficile da
valutare. Ci vorranno senza dubbio diversi anni per misurare l’entità dei danni causati dallo scontro
con l’Iran e dall’intervento militare a Gaza. Ciò riguarda l’economia, la sicurezza, la posizione
internazionale di Israele e il destino dei suoi abitanti, per non parlare ovviamente del sangue
versato, delle distruzioni su larga scala e delle angosce che ci tormenteranno ancora per molti
anni. I fallimenti delle imprese si moltiplicano e il sistema educativo è completamente paralizzato.
La gente sta crollando mentalmente. Questo Paese, che si considera normale, vive da due anni e
mezzo in condizioni che non lo sono. Israele ha bisogno delle guerre. Non è solo l’ethos dominante
della sua narrativa nazionale, è anche una necessità esistenziale. La guerra permette a una
società divisa e disunita – sul piano politico, sociale, religioso e nazionale – di unirsi, di
mascherare le proprie debolezze e fratture.

APRILE 2026
Il militarismo come collante sociale
L’impopolarità del primo ministro Benjamin Netanyahu non ha impedito alla maggioranza degli israeliani
di approvare senza riserve la guerra condotta contro l’Iran. Al di là del trauma causato dall’attacco del 7
ottobre 2023, questa unione sacra mette in luce le contraddizioni della società e il suo rifiuto di
intraprendere la minima autocritica riguardo al terrore che Tel Aviv fa regnare nella regione

Di Gideon Levy
Queste righe sono state scritte tra una pausa e l’altra, tra due lamenti lancinanti delle sirene che ordinano
di recarsi rapidamente nei rifugi.

Mosca ha reagito con moderazione ai bombardamenti su Teheran. In una lettera di condoglianze
al suo omologo iraniano, il presidente Putin definisce l’assassinio della Guida Suprema una «cinica
violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale», senza però indicare
alcun colpevole. L’11 marzo, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia si è astenuta
durante la votazione di una risoluzione che condannava «con la massima fermezza» l’Iran.

APRILE 2026
Mosca, grande vincitrice?
Maggiori entrate petrolifere per Mosca e meno munizioni per Kiev: la guerra in Medio Oriente ha già
portato benefici alla Russia. Tuttavia, molti esperti russi ritengono che la destabilizzazione del suo
partner strategico iraniano metta il Cremlino in una posizione delicata

Di Hélène Richard
Sarà Vladimir Putin il «grande vincitore della guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran» (Le Monde, 15
marzo 2026)? Di sicuro, il bilancio federale russo, basato su un prezzo del barile di Urals a 59 dollari,
beneficia dell’impennata dei prezzi, che hanno superato i 110 dollari il 19 marzo.

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ALBA DELLA FINE ? INIZIO DI UN LUNGO CAMMINO_di Daniele Lanza

ALBA DELLA FINE ? INIZIO DI UN LUNGO CAMMINO

(Leggere. Aggiornamento situazione bellica, aprile 2026 *** )

Su questa bacheca non sono più apparsi interventi specificamente dedicati al fronte ucraino da 6 mesi a questa parte: si è deciso, in coincidenza con l’usuale letargo invernale delle operazioni, non era necessario fungere da bollettino (esistono molti altri utenti provvisti di zelo che coprono giorno per giorno l’argomento senza interruzione) favorendo la visione di insieme degli eventi, di tanto in tanto. Detto questo, ammettiamo da subito che l’espressione in alto a titolo del post è del tutto impropria: usata decine di volte nel corso degli anni ogniqualvolta vi fosse una minima svolta sulla linea del fronte o notizia di politica estera che potesse suggerire anche solo lontanamente qualcosa.

E’ possibile tuttavia ora – con cautela estrema – iniziare ad adoperarla: tenendo a mente che “alba” sta per inizio….inizio della fine, ossia un processo che di per sè si svilupperà ancora per un periodo variabile, ma di discreta durata che va da 1 a 2 anni dal momento in cui si scrive, all’incirca (…)

Prologo concluso.

Cosa occorre dire pertanto ?

Tutte le fonti – osservatori, bollettini, think tank, riviste – ci informano, all’unisono, che il fronte si è rimesso in marcia: tutto si sta riattivando, inesorabilmente. Singolarmente i più lenti, addormentati, nel diffondere coscienza di questo, sono proprio le fonti mainstream, quotidiani e mezzi di informazione di massa….il che di per sè è forse rivelatore di qualcosa. Vero che se da un lato il fronte ucraino è ormai relativamente negletto rispetto a quello mediorientale, si può d’altro canto sospettare che – a questo punto delle guerra – non vi sia interesse a veicolare troppo l’attenzione del pubblico verso un fronte i cui esiti si prospettano poco compatibili col binario narrativo obbligato da parte euro-atlantica: in parole povere, stendere con zelo il diario di una disfatta è fonte di imbarazzo.

L’autunno passato si è concluso il maggiore fatto d’arme dell’anno (e dei maggiori, per rilievo, dell’intero conflitto): la capitolazione di POKROVSK, assieme alle decine di migliaia di militari ucraini che la difendevano è stata una piccola svolta sia dal punto di vista materiale che morale che ha tenuto banco per settimane (prima di essere sapientemente seppellita nell’attenzione dei media, complice la sospensione delle ostilità per i lunghi mesi della stagione bianca).

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La zona protagonista dell’anno è ora la linea KRAMATORSK-SLOVIANSK (come già annunciato a chiare lettere al termine dell’anno passato). Di cosa si parla esattamente ? Delle due maggiori città fortificate rimaste nel Donbass: assieme ai loro 200’000 abitanti ancora non sfollati, e assieme alla cittadina di Konstantinovka (già sotto assedio diretto), costituiscono una specie di aggregato fortificato….una nebula o un “anello di ferro” che rappresenta forse uno dei punti più fortificati al mondo in questo momento, l’ultima linea difensiva della regione, tra quelle edificate sin dal 2014 (che quindi non hanno altri eguali sul territorio ucraino). Gli ultimi minuscoli centri urbani che conducono a tale anello stanno cadendo in queste settimane, dopodichè inizierà l’attacco diretto, con tutta probabilità nel cuore dell’estate.

E’ GERASIMOV in persona – capo di stato maggiore russo – a comunicarlo nei giorni passati: le unità d’avanguardia, stando a quanto detto, si troverebbero rispettivamente a 7 e 12 km dai centri menzionati (cioè la medesima distanza cui si trovavano da Pokrovsk la primavera dell’anno scorso, prima di conquistarla tra l’estate e l’inverno seguente). Gerasimov prosegue affermando che per la situazione strategica e materiale del momento, si può prevedere una caduta dell’intera “nebula” nel giro di 2-3 mesi. Pur ammettendo la stima di Gerasimov sia probabilmente ottimistica, si può ragionevolmente immaginare un collasso della linea Kramatorsk Sloviansk per i primi mesi dell’autunno (così come accaduto per Pokrovsk).

La sicurezza dello stato maggiore russo è fondata su due elementi fondamentali:

A – la riserva demografica ucraina è in oggettivo esaurimento: complessivamente le forze armate di Kiev (aprile 2026) soffrono complessivamente perdite per 1.5 milioni di uomini (caduti, feriti e dispersi + disertori che non torneranno tra le loro file). A questo vanno ad aggiungersi 2 milioni di “fantasmi” ovvero di persone in età militare che grazie a stratagemmi e corruzione riescono ad evitare le coscrizioni ordinate dal ministero della difesa (ammesso ad inizio anno dal ministro della difesa ucraina): un fenomeno di massa di gravità tale che non può avere altra spiegazione se non in una sfiducia TOTALE nelle proprie istituzioni da parte della popolazione, accompagnata da un grado di corruzione nella macchina statale che non ha un esatto analogo in occidente e può solo paragonarsi a casi storici di nazioni sull’orlo di una rivoluzione (tipo la Cina al tempo del confronto tra Mao e Chiang Kai Shek). Considerato che il “manpower” ovvero la riserva umana disponibile era stimata a 4.5 milioni l’anno scorso (di cui 900’000 già in uniforme), significa che la riserva reale indispensabile per sostituire le perdite al fronte potrebbe essere inferiore al milione: esaurita questa non sarà materialmente più possibile rimpiazzare feriti e caduti lunga la linea del fronte….che rimarrà semplicemente VUOTA per tratti interi (a quel punto il ministero della difesa dovrebbe mettere in piedi uno stato di polizia per sequestrare coloro che eludono la chiamata, ma innescando così un vero e proprio fronte interno come se non bastasse quello esterno. La decisione finale da parte di Kiev di non coscrivere i giovanissimi (18-23 anni. la cui mobilitazione del resto creerebbe problemi di ordine interno più pericolosi che il fronte stesso) completa il quadro (…)

B – Persino alcuni think tank filo occidentali ammettono che la contraerea ucraina è quasi inesistente a questo punto della guerra: i bombardamenti di massa russi, già divenuti regolari l’autunno passato, sono proseguiti con maggiore o minore frequenza per tutto l’inverno ed ora ritorneranno alla massima intensità. Le infrastrutture ucraine – strategiche in primis – già semi-distrutte in tutto il paese, per la fine dell’estate che viene potrebbero esserlo del tutto. Questo significa che tutti gli aiuti occidentali in arrivo (l’agognato assegno da 90 miliardi di cui si parla in questi giorni) avranno un effetto assai limitato, malgrado la sirena mediatica di questi giorni: questo nel senso che tutti gli armamenti in cui si tradurrà tale somma, giungeranno con ritardo – e molto lentamente – a destinazione, lungo la linea del fronte. In pratica serviranno esclusivamente per far sopravvivere le linee del fronte, ma senza apportare alcun valore aggiunto. Lo stesso si era già verificato 2 anni orsono, allorchè Joe Biden nel suo ultimo periodo di presidenza firmò per un prestito da 60 miliardi di dollari (i quali non hanno alterato le sorti sul campo nel biennio a seguire, ma solo dato una speranza illusoria alla giunta di Kiev, incentivandola a gettare nella fornace altre centinaia di migliaia di vite umane.

C – a quest’ultimo punto, per essere più precisi, occorre ricordare che della somma di cui si parla (90 miliardi) in realtà soltanto i 2/3 circa sono destinati alla spesa militare (56 miliardi), mentre gli altri sono obbligatoriamente destinati a sostenere la voce CIVILE della spesa, ossia far sopravvivere lo stato ucraino e consentirne la vita ordinaria che altrimenti si disintegrerebbe per mancanza di pensioni e stipendi (…). Lo stato sovrano ucraino è di fatto fatto sopravvivere esclusivamente grazie a tale supporto.

Detto questo, la tranche destinata alla spesa militare rimane comunque imponente: oggettivamente superiore a quella destinata dal congresso statunitense a guida Biden 2 anni fa. Un vantaggio tuttavia tragicamente bilanciato dal fatto che la situazione bellica è oggettivamente assai peggiorata rispetto a 2 anni fa, vale a dire che occorre far fronte ad un quadro strategico difficilmente risolvibile (e senza contare che una parte rilevante della cifra si smaterializzerà in corruzione e appropriazioni che caratterizzano una giunta come quella di Kiev – più assimilabile ai signori della guerra degli stati in via di sviluppo che non a quel mondo occidentale cui l’Ucraina vorrebbe appartenere (questa forse è la considerazione più DRAMMATICA dell’intera riflessione). La comunità europea sostiene – a questo punto da sola, visto che Washington si sta defilando – la causa ucraina in una dinamica che ricorda (ripetiamolo) sempre più quella dell’infelice Cina nazionalista di un Chiang Kai Shek, destinata a sprofondare nella sua stessa corruzione.

CONCLUSIONE.

Come previsto, nel giro di 6 mesi dalla data attuale, anche la linea fortificata (“impenetrabile”) KRAMATORSK-SLOVIANSK sarà in mano russa, dopo esser costata altri 80-90’000 (?) tra i migliori militari che restano a Kiev (che resisterà sino all’ultimo, oltre ogni buonsenso, nella speranza di dimostrare che la causa ucraina è ancora qualcosa sulla quale vale la pena investire).

Caduto l’ “anello di ferro”………..cadrà per davvero il Donbass: la Repubblica del Donetsk risulterà completamente liberata (come quella di Lugansk già adesso) dando a Mosca la possibilità di annunciare piena vittoria e conseguimento dei propri obiettivi strategici. Lo stato maggiore di Kiev, tra l’altro, nella foga di difendere l’indifendibile avrà prosciugato di risorse materiali e umane altre zone del fronte rendendole a loro volta un facile bersaglio (…).

Morale = I punti interrogativi non sono militari quanto diplomatici *** (leggere bene). Considerato il quadro esposto, vi sono buone ragioni di ritenere che a quel punto Zelensky e la sua giunta apriranno per forza di cose canali diplomatici (diretti o meno) prima che sia tardi: quanto avevano promesso di non cedere (Donbass) sarà stato comunque perso….e quindi tanto vale trattare, no

? (ma quanto senso può avere concedere a Mosca qualcosa che è stato già perduto sul campo ? A rigore di logica si “concede” al nemico qualcosa che ancora egli non ha conquistato con la forza: se quest’ultimo invece ha già conquistato l’oggetto della contesa versando sangue…..che cosa allora ci sarebbe da trattare ? E’ presumibile che domanderà qualcos’altro (…). Forse il riconoscimento legale della conquista ? Ma Zelensky ha dichiarato che un riconoscimento de jure non ci sarà mai (il che causerebbe la continuazione delle sazioni contro Mosca): e allora – si ritorna al punto – in cosa esattamente consisterebbe il trattato di pace ? Kiev concede, “generosamente” qualcosa che Mosca ha dovuto conquistare ad un alto prezzo…….e senza nemmeno la prospettiva di un riconoscimento giuridico internazionale ?! (detta così sembra che Kiev non concede nulla…).

L’aporia logica in alto è ostica: così come l’impossibilità per Kiev di restituire gli oltre 500 MILIARDI di dollari ricevuti in un lustro (non esiste modo oggettivo di farlo, se non facendoli pagare alla potenza perdente durante una guerra: l’enigma è che è l’UCRAINA stessa la potenza perdente e che i finanziatori europei rimarranno con un palmo di naso di fronte alle proprie opinioni pubbliche. Il che li porterebbe addirittura a sconfessare una pace chiesta da Kiev (!!) : per la serie – come disse Boris Johnson “voi ucraini potete anche firmare una pace, ma NOI europei non la riconosceremo”).

In definitiva, se la dimensione militare del conflitto vede oggettivamente un suo TERMINE (non si vede modo in cui lo stato maggiore ucraino possa proseguire al combattere dopo il 2026, senza esporsi a perdite territoriali che metterebbero a rischio lo stato stesso……..ed arrivato quel momento, l’elite politica – nel panico di conservarsi le poltrone – opterebbe per la diplomazia respinta per anni ed anni) invece la dimensione diplomatica/civile…..non sembra ancora avere un termine, un finale veramente definito

FINE

La Cina è diversa?_di WS

 Questo  articolo  di Ugo Bardi  https://italiaeilmondo.com/2026/05/01/limpero-romano-e-limpero-doccidente-un-crollo-parallelo-lungo-percorsi-contrapposti__di-ugo-bardi/ è ottimo  perché pone in primo piano il concetto basilare  che la  forza  di una società stia in  quelle “risorse mobilitabili”  che sono  fondamentali in ogni  crisi  e  quindi anche  in ogni  guerra, e come queste siano sempre state   prima deviate e quindi poi distrutte da una politica di potenza “ imperiale” delle élites incentrata su una organizzazione ” finanziaria” dell’economia.

  Ho infatti già spiegato altre volte il paradosso romano che vede apparentemente il suo culmine di potenza nella tardo-repubblica ingessata ne  “l’impero” di Ottaviano quando invece , nei termini appunto delle “risorse mobilitabili”, essa aveva certamente avuto il suo culmine all’alba della seconda guerra punica.

  Queste due fasi della romanità sono contrapposte nella loro filosofia politica. La prima repubblica romana era guidata nel proprio accrescimento da una filosofia politica  sostanzialmente difensiva che poneva nell’  accrescimento  del  numero dei suoi cittadini e del possesso della terra per farli prosperare   gli  elementi chiave della propria sopravvivenza  mentre  la  tardo repubblica poneva  a proprio obbiettivo primario  la conquista di  stati  e l’ accumulo  di  danaro da questa derivabili

Gli storici romani ci hanno dato numerose testimonianze del disprezzo  della prima repubblica  romana per l’ oro e la moneta in genere e del  suo rifiuto di quella economia  “servile”  che nello stato romano prese poi una parte rilevante solo dopo quella seconda guerra punica che aveva lasciato le terre romane vuote di centinaia di migliaia di cittadini ma anche lo stato romano padrone  di altrettanti  “prigionieri”  da impiegare  come schiavi per coltivarle in senso “capitalistico” laddove prima esse erano coltivate da  cittadini  romani al solo fine della sussistenza  delle proprie  famiglie.

E’  appunto dopo la vittoria nella seconda guerra punica che la  repubblica  romana   lasciò  la  sua precedente  lenta  espansione  basata  su  di una   rete  di  alleanze imposte  e   colonie   agricole romane   di esclusivo interesse   strategico,   e prese quella rapida dinamica imperialistica basata sulla “moneta” che  ha portato il mondo romano  prima ad una   “splendida stasi “  e poi alla inevitabile  fine.

In questa  deriva    confermando   la visione  della  storia  di Toynbee  e  del suo  fondamentale precetto   che bisogna  sempre   stare  molto  accorti  al COME   “si vincono”  le inevitabili  sfide  che ogni  società  deve  affrontare  nel corso della propria vita.

  A distruggere la “romanitas”  è stata infatti la deriva della propria filosofia politica dalla ” patria” dei tempi del frugale Camillo del ” non auro sed ferro..”  a “l’ imperium” di  quel Crasso, uomo allora più ricco del mondo, poi morto alla conquista dell’oro partico.

 E  tutti i tentativi   di fermare  questa  deriva poi fatti,  sono state  solo “toppe”  che  hanno  fallito  perché  non  sono  riuscite  a modificare    la “filosofia  dello stato”.

La “sfida”  che  allora   il “mondo  romano”  fallì  è  la stessa   che   sta portando al fallimento il “mondo occidentale” oggi , per aver portato allo stesso  errore   di aver posto   “il danaro”, che è sostanzialmente solo  un “mezzo  di scambio” ,  a  valore   supremo  della  società     e quindi    al di sopra   de  “l’uomo”   che è  invece l’ elemento base  della produzione di ogni  risorsa    della società.

Ed è la stessa  sfida   che  adesso  attende la Cina  , sfida  di cui però  , l’ attuale elite  cinese  , vuoi per la  cultura propria “atavica”  che  per la   sua   formazione  ideologica  formalmente   “marxista” , sembra  aver preso  molto  sul serio  , a giudicare   dal  suo approccio prudente  alle  conseguenze   del proprio  straordinario  successo.

D’altronde  che  “la Cina  s diversa”  non solo lo avevano   da  subito  capito  uomini  di valore  ( es  il giovane Napoleone)  ma   questo  sta già negli  atti  della  sua  storia. La Cina   era  già  un “impero”  quando Roma  muoveva i suoi primi passi  ed è ora di nuovo qui , un “impero” di  stazza mondiale,  1500 anni   dopo la fine della “romanitas”.

Certo , anche  Cina  ha subito  nella sua storia   gravi  declini seguiti  da  devastanti  invasioni “barbariche”, ma  le ha  digerite  e  la sua “cinesità”   è sempre  riemersa   “ aggiornata”  e  vincente.   Ragione per  cui,  coerentemente,   un Mao   o uno Xi  possono   a ragione  sentirsi  eredi   diretti  di  Confucio   e  Lao , mentre   da noi  il  nostro  “Dux”      fu    da   subito  chiaramente   solo la macchietta      di un “Caesar”   e  di  un “Augustus”.

Ma   posta  come è oggi la Cina  davanti a  questa   sfida, nuova per lei,  di  poter  divenire “padrona  del mondo”, solo il futuro ci dirà   se    questa  “ Nuova Cina”    darà  una   risposta “diversa”.

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Le chiese tedesche pronte alla guerra_di Pascal Lottaz

Le chiese tedesche pronte alla guerra

Un “concetto quadro ecumenico” trapelato di recente mostra che persino le chiese tedesche si stanno preparando alla guerra.

Pascal Lottaz29 aprile
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Di seguito allego il cosiddetto “concetto di quadro ecumenico” che la Dott.ssa Ulrike Guérot mi ha illustrato in una recente conferenza ( versione tedesca qui , versione inglese in arrivo). È una lettura inquietante, perché mostra quanto la psicosi bellica si sia già diffusa in Germania. Riassunto a cura dell’IA, articolo completo (in tedesco) qui .

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Riepilogo

Il “concetto di quadro ecumenico”, datato settembre 2025, è ben più di un semplice documento di pianificazione pastorale. Si tratta di un sobrio documento preparatorio all’eventualità di una guerra e, come tale, un’indicazione significativa di quanto seriamente le istituzioni tedesche, comprese le chiese, considerino oggi la possibilità di un conflitto militare in Europa.

Il punto di partenza del documento definisce il quadro di riferimento: secondo le valutazioni di tutti gli attori rilevanti, dalle forze armate ai servizi di intelligence, fino al mondo accademico, la Russia potrebbe essere in grado di attaccare il territorio della NATO entro la fine di questo decennio. La Germania si sta già preparando a livello istituzionale per questo scenario, attraverso una Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata nel 2023, un piano operativo della Bundeswehr per la Germania e linee guida quadro per una difesa nazionale globale. Il concetto di quadro di riferimento delle chiese viene esplicitamente presentato come un contributo a questa più ampia logica di preparazione sociale, che lo Stato ha consolidato sotto il concetto di “sicurezza integrata”, in cui gli attori ecclesiastici sono espressamente designati come partner della società civile.

Le richieste concrete del documento sono radicali. Si chiede la preparazione sistematica di tutti gli ambiti della pastorale ecclesiale – dal servizio di cappellania parrocchiale e ospedaliera a quello militare, di polizia e carcerario – per scenari che coinvolgano un gran numero di soldati feriti, caduti in combattimento, prigionieri di guerra e rifugiati. Non ci si aspetta che le chiese improvvisino; al contrario, sono chiamate a istituire fin da ora squadre di gestione delle crisi, a mantenere aggiornate le catene di comunicazione, a chiarire le linee di responsabilità e a formare il personale in anticipo. Il motto guida è eloquente nella sua immediatezza: “In una crisi, conosci le tue persone”.

Particolarmente significativi sono gli scenari concreti per i quali il documento prepara le chiese. Nel caso di un’alleanza – considerato lo scenario più probabile – la Germania fungerebbe da snodo logistico per le forze NATO. Ciò implicherebbe il transito di truppe e materiali attraverso il territorio tedesco, il rimpatrio di un gran numero di soldati feriti e caduti, i movimenti di rifugiati dall’Europa orientale e potenziali attacchi a infrastrutture critiche e sistemi informatici. Facendo esplicito riferimento agli insegnamenti tratti dalla guerra in Ucraina, il documento prevede un numero di vittime molto elevato. I cappellani ospedalieri dovranno prepararsi per le situazioni di triage; i cappellani di emergenza per eventi di traumatizzazione di massa; i cappellani parrocchiali per accompagnare le famiglie in lutto su una scala senza precedenti nella Germania in tempo di pace.

Il documento richiede inoltre uno stretto coordinamento istituzionale tra le strutture ecclesiastiche e le autorità statali, sia a livello federale che statale. Gli uffici ecclesiastici presso le amministrazioni statali dovrebbero fungere da interfacce istituzionali permanenti. A livello federale, si sta valutando la possibilità di istituire uno staff ecumenico di crisi composto da circa dieci membri. Le chiese devono sapere con precisione chi detiene l’autorità di supervisione in caso di emergenza: sui cappellani di emergenza, sui cappellani ospedalieri e sui dipendenti ecclesiastici che prestano servizio contemporaneamente nei vigili del fuoco volontari o nell’Agenzia federale per il soccorso tecnico. Questa chiarezza è tutt’altro che scontata; presuppone un ampio lavoro preparatorio a livello legale e organizzativo.

Nel suo complesso, questo documento mette in luce una società che – a livello istituzionale – si sta preparando alla guerra, pur senza nominarla pubblicamente come tale. Le chiese sono chiamate a entrare a far parte di un’infrastruttura nazionale di preparazione. Sebbene il documento si premuri di precisare di non toccare gli impegni etici e di pace di nessuna delle due chiese, di fatto attua un sostanziale riorientamento operativo: si passa da una posizione astrattamente etica e di pace a una pianificazione concreta delle crisi all’interno di un quadro di difesa nazionale globale coordinato dallo Stato.

Per la Germania, ciò significa che la preparazione a una possibile guerra non è più una questione puramente militare. Ora permea sempre più tutte le istituzioni sociali, arrivando fino alla singola parrocchia.

Il testo completo dell’articolo è disponibile qui .

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