Italia e il mondo

Italia e Unione Europea a corto di “energia”_di Marco Pugliese

La Repubblica dei galleggianti

L’Italia non è un Paese senza talento. È un Paese che non lo seleziona. Nei ruoli chiave, troppo spesso, viene premiato chi non sbaglia perché non decide, chi non inciampa perché non corre. La competenza diventa un corpo estraneo, la visione un elemento di disturbo. Così avanza una classe dirigente che sopravvive, ma non costruisce. Un esempio emblematico è Federico Faggin. L’inventore del microprocessore, la base materiale dell’era digitale. Italiano. Genio riconosciuto nel mondo. Non ha potuto sviluppare il suo lavoro nel Paese che lo ha formato. Altrove il merito è stato considerato un investimento; qui sarebbe stato percepito come un problema organizzativo. Il talento, quando è autentico, chiede spazio e autonomia. Due cose che il sistema italiano concede malvolentieri. Stesso discorso per Adriano Olivetti. Un imprenditore che teneva insieme produzione, innovazione, cultura e responsabilità sociale. Faceva industria vera, non storytelling. Dopo di lui, l’esperimento è stato smontato e trasformato in leggenda. Olivetti è celebrato, ma non replicato. Perché replicarlo avrebbe imposto una selezione basata su competenza, responsabilità e visione di lungo periodo. Questo meccanismo si riflette anche nello sport più popolare. Un Paese che ha vinto quattro Mondiali oggi accetta una gestione che punta più alla sopravvivenza amministrativa che alla costruzione tecnica. Club orientati alle plusvalenze, progettualità ridotta, identità smarrita. Non è un caso isolato, è una metafora nazionale. La politica completa il quadro. Sempre meno governo dei processi, sempre più organizzazione di eventi. Conferenze, tavoli, stati generali, inaugurazioni, slogan. La scena è curata, il contenuto spesso evanescente. Si comunica il cambiamento senza praticarlo. Si annuncia il futuro senza pianificarlo. Governare richiede studio, numeri, competenze settoriali. Organizzare eventi richiede visibilità e tempismo. La seconda opzione è diventata la preferita. Eppure si parla di un Paese che ha inventato il Rinascimento, che ha prodotto Leonardo da Vinci, Galileo, Mattei, Olivetti, Falcone, Borsellino. Una nazione che ha dimostrato, nella storia, di saper guidare e innovare. La mediocrità non è un destino naturale. È una scelta sistemica, fatta premiando chi galleggia e marginalizzando chi sa fare. Finché la competenza continuerà a essere vista come un fastidio e non come una risorsa, l’Italia resterà ferma in una rappresentazione permanente. Luci accese, palco pieno, ma nessuno alla guida. E la storia, quella vera, non procede per eventi. Procede per decisioni. Che dite, ci diamo una svegliata?

Sotto sotto l’obiettivo è portare il continente a non produrre più…



Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha condensato in una frase un intero paradigma: “L’energia più economica è quella che non si usa”. Non è solo una frase fatta, ma la sintesi plastica del pensiero “europeo” targato Bruxelles. È una dichiarazione di impostazione. La leva principale non è aumentare l’offerta, ma comprimere la domanda.

Il problema è che un sistema economico avanzato non vive di sottrazione. Industria, logistica, digitale, sanità: tutto si regge su disponibilità energetica stabile e abbondante. Ridurre i consumi può essere una misura tattica a brevissimo termine, non una strategia strutturale. Quando diventa orizzonte politico, si trasforma in un freno alla crescita.

Negli ultimi vent’anni l’Europa ha ridotto capacità di raffinazione, rallentato investimenti in upstream e complicato l’espansione infrastrutturale.

Con quale risultato? Maggiore dipendenza esterna e prezzi più sensibili agli shock. In questo contesto, l’idea che “consumare meno” sia la soluzione rischia di diventare una coperta troppo corta: scopre competitività, salari reali e resilienza industriale.

Il confronto internazionale è impietoso. Negli Stati Uniti la logica prevalente è aumentare produzione e autonomia: shale gas, LNG, nucleare di nuova generazione, reti più robuste. L’energia non viene trattata come un peccato da contenere, ma come un moltiplicatore di potenza economica. Più offerta, prezzi più stabili, maggiore capacità di assorbire crisi.

In Europa, invece, la narrativa della riduzione si intreccia con obiettivi ambientali e con un’impostazione regolatoria che spesso anticipa la realtà industriale. Il rischio è scivolare in una “transizione senza base”: meno fossili, ma senza sufficiente alternativa scalabile nel breve periodo. Il risultato non è decarbonizzazione efficiente, ma volatilità e delocalizzazione.

Non bisogna negare l’efficienza energetica, che resta fondamentale. Serve l’equilibrio: senza nuova produzione, senza infrastrutture e senza una strategia industriale coerente, l’efficienza diventa austerità energetica. E l’austerità, in economia, raramente crea sviluppo.

Se l’Europa vuole invertire la rotta, deve rimettere al centro una verità semplice: l’energia non è solo un costo da ridurre, è un fattore di produzione da garantire. Senza questo cambio di prospettiva, ogni crisi esterna continuerà a tradursi in una fragilità interna.

Questa governance europea non è in grado.

La giornata più lunga: fine della globalizzazione e nuova instabilità energetica



Le dichiarazioni di Donald Trump sull’Iran non vanno lette come semplice pressione negoziale, ma come espressione di una postura strategica coerente con le sue promesse elettorali: ritorno alla deterrenza diretta, superamento del multilateralismo debole e ridefinizione degli equilibri su base bilaterale. In questo contesto, l’ipotesi di un accordo sul nucleare resta quasi possibile e intrinsecamente instabile, mentre lo scenario alternativo di escalation “a bassa intensità” appare sempre meno probabile. Costerebbe miliardi agli USA.

La questione è tecnica, entrambe le traiettorie generano volatilità sistemica sui mercati energetici. Il baricentro resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio globale e una quota rilevante di GNL. Oltre a ciò il prezzo globale cinque testo sistema muta appena ci sono problematiche d’instabilità. Non è necessario un blocco totale: è sufficiente un aumento del rischio percepito per incidere sui premi assicurativi marittimi, sui noli e sui tempi di transito. Questo si traduce in un incremento immediato dei costi derivati delle materie prime energetiche.

L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale. Con una dipendenza energetica superiore al 60%, il sistema industriale europeo è esposto a shock esogeni lungo tutta la catena del valore. Negli ultimi vent’anni, la riduzione della capacità di raffinazione e la crescente specializzazione hanno ampliato il mismatch tra domanda e offerta di prodotti raffinati, in particolare sul diesel. Ciò significa che anche in presenza di disponibilità di greggio, il collo di bottiglia può spostarsi a valle, amplificando gli effetti sui prezzi finali.

In uno scenario di tensione persistente, si attiva un meccanismo a tre livelli: primo, aumento del prezzo del greggio e del gas; secondo, incremento dei costi logistici e assicurativi; terzo, trasmissione all’economia reale tramite inflazione energetica e riduzione della competitività industriale. Il tutto con effetti non lineari, perché inseriti in un contesto già segnato da frammentazione geopolitica e reshoring selettivo.

Il limite dell’approccio europeo è l’assenza di una reale strategia di sicurezza energetica integrata. Le politiche di transizione, pur necessarie, sono state costruite assumendo condizioni di stabilità internazionale che oggi non esistono più. In assenza di capacità di proiezione e controllo delle rotte, l’Europa resta un price taker in un mercato sempre più politicizzato.

Non esiste uno scenario “neutrale”. Sia un accordo fragile sia una crisi prolungata producono effetti distorsivi sui mercati energetici. In un sistema globale meno integrato e più competitivo, la variabile energetica torna ad essere un fattore primario di potenza.

Trump ha una strategia, sbaglia chi non la vede.

Più mobilità, meno energia: gli errori strategici dell’Europa


L’europeo medio oggi viaggia circa il 30% in più rispetto al 2000 (dati Eurostat). Più auto, più merci su gomma, più voli. Fin qui, sviluppo. Ma sotto questa crescita si nasconde un errore strutturale e strategico: l’Europa ha aumentato la domanda senza costruire l’offerta.

La responsabilità politica è chiara e porta il segno della govetnsnce Ue che ota guidata da Ursula von der Leyen pare non cambisre rotta.

Vediamo punto per punto gli erroti strategici partititi dalla Ue

Deindustrializzazione energetica
Non è solo una questione di raffinerie (oltre 20 chiuse dal 2005). È l’intero sistema industriale energetico ad essere stato progressivamente smantellato. Oggi l’UE importa oltre il 90% del petrolio e circa il 60% dell’energia complessiva (European Commission). Dipendenza strutturale.

Green Deal senza base reale
Il European Green Deal ha imposto obiettivi ambiziosi senza una filiera industriale pronta. Risultato: chiusura di capacità produttiva prima che le alternative fossero operative. Una transizione energetica fatta “per decreto”, non per sistema.

Guerra al motore senza alternative
Lo stop ai motori termici entro il 2035 è stato deciso senza risolvere questioni fondamentali: infrastrutture, costi e approvvigionamento delle materie prime. L’Europa rischia di sostituire la dipendenza dal petrolio con quella da batterie e terre rare, spesso controllate da altri attori globali.

Illusione rinnovabile
Si è venduta l’idea che eolico e fotovoltaico potessero coprire tutto. Ma la mobilità pesante, l’aviazione e la logistica continuano a dipendere da carburanti fossili. Senza raffinazione interna, la dipendenza cresce.

Assenza di visione geopolitica
Le scelte energetiche sono state fatte ignorando i chokepoint globali: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez. Oggi basta una crisi in queste aree per mettere in ginocchio prezzi e forniture. E l’Europa non ha né controllo né leva.

Regole fuori scala rispetto alla realtà
Mentre il sistema industriale perde competitività, Bruxelles continua a stringere su ETS, emissioni e vincoli fiscali. Il risultato? Produrre in Europa costa di più, quindi si produce altrove. Ma l’energia, poi, la si importa.

Nessuna strategia sul gasolio
Il cuore della mobilità europea resta il gasolio. Eppure l’UE è in deficit strutturale e deve importarlo. Una scelta miope: penalizzi il prodotto che ti serve di più senza avere un’alternativa pronta.

Più mobilità, più consumo, meno produzione interna. Un sistema che si espone volontariamente agli shock esterni.

Non servono analisi sofisticate. Basta guardare i numeri. L’Europa ha costruito una transizione energetica senza energia. E ora si trova a correre su un’autostrada sempre più affollata, con il serbatoio nelle mani degli altri.

Alla luce di tutto questo ancora si punta su austerità (il famigerato patto di stabilità) e modelli economici ormai decaduti.

Bisogna fallire del tutto per cambiare strada?…

Confindustria come Eni: da Claudio Descalzi a Emanuele Orsini la stessa accusa all’Europa


Non è più una voce isolata. Prima Claudio Descalzi, ora Emanuele Orsini. Due mondi, stessa diagnosi: l’Europa sta pagando anni di scelte industriali sbagliate, soprattutto sul fronte della raffinazione.

Descalzi è stato diretto: il problema non è solo il prezzo dell’energia, ma i volumi e la capacità produttiva. Negli ultimi vent’anni in Europa sono state chiuse 36 raffinerie, portando a una perdita strutturale di capacità che oggi pesa come un macigno. Il risultato è evidente: l’UE consuma circa 60 milioni di tonnellate di jet fuel e ne importa il 35%, mentre sul gasolio il deficit è ancora più marcato.

Orsini si inserisce esattamente su questa linea, ma con un messaggio ancora più politico: l’Europa è miope, sta deindustrializzando il continente mentre la competizione globale accelera. I dati gli danno ragione. Le esportazioni cinesi verso l’UE sono cresciute di circa +30%, mentre si registra oltre 1 milione di disoccupati in più legati alla perdita di capacità industriale.

Incautamente abbiamo smantellato la raffinazione senza costruire alternative. Oggi l’Europa importa tra il 15% e il 20% dei prodotti raffinati che consuma, con picchi molto più alti per il diesel. E in uno scenario di crisi geopolitica, questa dipendenza diventa una vulnerabilità immediata.

Nel frattempo, i margini di raffinazione raccontano la verità meglio di qualsiasi discorso politico. Il “crack spread” sul gasolio ha superato più volte i 40 dollari al barile, segnale che la domanda supera di gran lunga l’offerta disponibile. È il mercato che certifica il fallimento della strategia europea.

Mentre industria e manager chiedono interventi strutturali, Bruxelles continua a muoversi con logiche regolatorie. Si discute di ETS, vincoli, transizione, ma senza una base industriale solida queste politiche diventano un boomerang.

Descalzi parla di “martellate in testa” quando si penalizza ulteriormente l’industria energetica. Orsini rilancia: senza un cambio di rotta, l’Europa perde competitività e posti di lavoro. Non sono opinioni, sono due livelli diversi dello stesso allarme.

La Ue avrebbe voluto diventare il laboratorio della transizione energetica globale. Rischia invece di diventare il continente che non raffina più ciò che consuma e che s’impoverisce ad ogni crisi sistemica (non siamo dinanzi a crisi cicliche, qui sta l’errore di fondo).
Quando perdi la raffinazione, perdi il controllo. Quando perdi controllo, paghi. Sempre.

Come OpenIndustria non possiamo che essere preoccupati, bisogna iniziare ad aver coraggio, scansandosi dalle “soluzioni” di Bruxelles…