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Accordo UE-India: l’Europa accelera la fuga in avanti del libero scambio_di Frédéric Farah

Accordo UE-India: l’Europa accelera la fuga in avanti del libero scambio

La Commissione europea ha accolto con favore la firma di uno storico trattato di libero scambio con l’India. Lo scenario è noto: si tratta, per i servizi di comunicazione dell’istituzione europea, di enunciare promesse meravigliose per il futuro e di rassicurare a basso costo le popolazioni europee di fronte a questo tuffo nell’ignoto. La trasformazione del quadro geopolitico ed economico ha accelerato la conclusione di questo accordo, che presenta alcune zone d’ombra e suscita legittime preoccupazioni. Ma nulla ferma la macchina europea: sono previsti altri accordi, mentre è più che mai necessario, per ragioni sia politiche che economiche, prendere in considerazione una rottura con il dogma del libero scambio.

Articolo Politica

pubblicato il 04/03/2026 Di Frédéric Farah

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Il 27 gennaio 2026, l’Unione Europea e l’India hanno firmato un accordo di libero scambio che ha dato vita a un’area che ora comprende due miliardi di persone. Il contesto geopolitico è in evoluzione, ma la carovana passa, se ci è consentito usare questo detto appropriato. Infatti, l’Unione europea continua con costanza a concludere accordi di libero scambio, anche se quello negoziato con il Mercosur non ha ancora avuto un esito chiaro. Inoltre, il calendario dei negoziati con altri paesi prosegue: Malesia, Emirati Arabi Uniti, Thailandia, Filippine. Ci si devono quindi aspettare nuove firme nei prossimi mesi o anni.

Il lancio degli accordi di libero scambio di nuova generazione corrisponde a due momenti distinti della storia economica contemporanea. Nel 2006, essi si inserivano nel contesto dell’iperglobalizzazione allora ancora in atto. Non sorprende che i negoziati con l’India siano iniziati nel 2007, ovvero nel momento in cui questa potenza si è affermata e la globalizzazione si è amplificata. Questo momento, all’inizio degli anni 2000, segna l’affermazione nazionale di nuove potenze emergenti, ovvero India, Cina e Brasile, solo per citarne alcune. È in questo contesto che i negoziati tra l’India e l’Unione europea si sono arenati, poiché l’India desiderava proteggere la propria produzione interna.

Ma il contesto è cambiato sulla scia della crisi del 2007: l’iperglobalizzazione ha lasciato il posto alla “slowbalisation”, ovvero al proseguimento dei processi di globalizzazione, ma a un ritmo più lento. Nonostante i cambiamenti del contesto economico e geopolitico, l’Unione europea è rimasta fedele alla sua strategia decisamente favorevole al libero scambio, seguendo la dinamica avviata dal presidente americano Barack Obama che, a partire dal 2008, si è fatto portavoce degli interessi delle multinazionali americane prevedendo due grandi accordi di libero scambio al fine di contenere la Cina e amplificare le relazioni transatlantiche.

Con il trumpismo, brevemente interrotto dalla parentesi democratica incarnata dal mandato di Joe Biden (2017-2021), si sta ora affermando un mondo più apertamente aggressivo e protezionista. Ma l’Unione europea rimane convinta che il libero scambio sia la risposta giusta, in nome dei principi che dovrebbero governare le relazioni commerciali: multilateralismo, clausola della nazione più favorita, promozione delle istituzioni internazionali. Questa scelta giuridica può essere compresa e persino difesa, ma quando rasenta l’accecamento ideologico, proprio mentre questi trattati vengono messi in discussione per i loro effetti, diventa chiaramente contestabile.

Motivazioni geopolitiche ed economiche

Il trattato tra l’India e l’Unione europea avrebbe dovuto suscitare maggiore attenzione da parte dei media e della politica. Tuttavia, è passato quasi inosservato, nonostante l’importanza delle parti coinvolte e delle questioni in gioco. Come nel caso del Mercosur, i negoziati sono stati lunghi e hanno incontrato numerosi ostacoli. Le discussioni sono iniziate nel 2007, per poi essere riprese nel 2022.

Alle motivazioni economiche iniziali si sono aggiunte considerazioni geopolitiche più recenti. Il ritorno al potere di Donald Trump ha portato a un indebolimento delle alleanze economiche e politiche esistenti fino a quel momento. La nuova amministrazione americana ha quindi designato sia l’India che l’Unione Europea come avversari commerciali e politici. In questa nuova prospettiva, non hanno tardato ad arrivare misure di ritorsione doganale. Si comprende quindi l’accelerazione del ravvicinamento tra i due blocchi. Sul Times of India, Ajay Srivastava, economista indiano vicino ai negoziatori del suo paese e a capo di un think tank, ha dichiarato:

«Questo accordo è in fase di conclusione ora, non perché le differenze tra le due parti siano scomparse, ma perché la geopolitica ha imposto il pragmatismo. I recenti shock tariffari sotto Trump, combinati con una crescente dipendenza dalla Cina, hanno spinto entrambe le parti verso ambizioni più modeste e un accordo realizzabile.»

Lo stesso autore sottolinea, in uno studio condotto dal suo think tank Global Trade Research Initiative, che:

«Il commercio mondiale è sempre più influenzato dai dazi doganali, dalla geopolitica e dal riallineamento delle catene di approvvigionamento; il rapporto economico tra India e UE si distingue per la chiarezza dei suoi obiettivi. Le due parti non sono rivali, ma partner che operano a livelli diversi della catena del valore. L’India esporta beni ad alta intensità di manodopera, a valle e di trasformazione, mentre l’Unione europea fornisce beni strumentali, tecnologie avanzate e fattori produttivi industriali.»

Queste affermazioni hanno lo scopo di rassicurare sui possibili rischi inerenti a tali accordi.

Due partner il cui peso nell’economia mondiale è ormai consolidato

L’Unione europea è il primo partner commerciale dell’India: nel 2024, il valore degli scambi commerciali tra i due partner ammontava a oltre 120 miliardi di euro, pari al 12% del commercio totale indiano. Gli scambi di beni e servizi tra i due blocchi sono aumentati di oltre il 90% in dieci anni. Dietro questa statistica impressionante, è necessario riflettere: anche in assenza di un trattato di libero scambio, il volume degli scambi è aumentato notevolmente.

Questo punto merita di essere sottolineato, poiché ricorda quanto sia difficile, tra due partner commerciali che già intrattengono scambi intensi, attribuire in futuro la quota crescente del loro commercio al solo effetto del libero scambio. L’accordo con la Corea del Sud del 2011 aveva dato adito a interpretazioni divergenti. La Commissione europea si era affrettata ad attribuire l’aumento delle importazioni coreane all’attuazione dell’accordo.

Ma il rapporto parlamentare francese dell’epoca, redatto dal Senato, invitava alla cautela, spiegando che, a causa dei precedenti scambi commerciali tra la Corea del Sud e l’Unione Europea in alcuni settori, risultava difficile valutare la quota strettamente attribuibile al trattato commerciale. Inoltre, la crescita del reddito coreano aveva automaticamente provocato un aumento delle importazioni, poiché con l’aumentare del reddito, la quota dei beni importati nel consumo tende ad aumentare.

È quindi necessario usare cautela in materia, poiché per gli economisti rimane difficile misurare con certezza l’aumento degli scambi legati a un trattato. Le valutazioni sono spesso oggetto di accesi dibattiti all’interno della professione.

Il caso dell’India è particolarmente interessante per la forte predominanza del protezionismo nelle sue scelte economiche. Accettare un certo grado di libero scambio testimonia un evidente cambiamento nella sua politica commerciale. D’altra parte, l’accordo apre la strada a partnership strategiche, in particolare nel settore della difesa, e consente di rafforzare ulteriormente la presenza dell’Unione europea nella zona indo-pacifica. Per il periodo 2025-2026, il bilancio militare indiano dovrebbe raggiungere i 70 miliardi di euro e le esigenze di modernizzazione della sua marina e della sua aviazione militare appaiono considerevoli.

L’India è inoltre destinata a diventare la terza economia mondiale entro la fine del decennio, il che rafforza la sua attrattiva per le imprese europee. Tuttavia, questo trattato, firmato tra l’entusiasmo di alcuni leader europei e l’indifferenza dei media, non è privo di zone d’ombra e solleva legittime domande sul proseguimento di questo processo di libero scambio che è ormai sfuggito a qualsiasi controllo reale.

Negoziati sospesi per nove anni, fino al 2022

I negoziati tra l’Unione europea e l’India sono iniziati nel 2007. Sono stati sospesi per nove anni a causa di profondi disaccordi su alcune questioni delicate. I punti di stallo riguardavano settori chiave come quello automobilistico. L’India applicava dazi doganali molto elevati per proteggere il proprio mercato interno. La Germania esercitava quindi pressioni per accedere al mercato indiano. Anche per quanto riguarda i vini e i liquori sussistevano ostacoli a causa delle forti protezioni doganali indiane, che garantivano allo Stato entrate fiscali sostanziali. La Francia e i produttori scozzesi erano in prima linea per ottenere concessioni.

Anche il settore farmaceutico non era da meno, essendo l’India uno dei principali produttori mondiali di farmaci generici. Questa situazione preoccupava gli europei, desiderosi di proteggere i propri brevetti, mentre la parte indiana rimproverava all’Unione europea di frenare la diffusione di farmaci a prezzi più accessibili. Si può citare anche l’accesso al mercato europeo per la manodopera indiana specializzata nelle alte tecnologie, il che solleva ovviamente la questione dei visti.

Più tradizionalmente, le norme e l’accesso agli appalti pubblici costituiscono ostacoli ricorrenti. L’Unione europea si aspettava dall’India una maggiore attenzione alle questioni ambientali e al diritto del lavoro. Inoltre, l’accesso agli appalti pubblici indiani era al centro delle preoccupazioni degli industriali europei.

È fondamentale tornare su questi temi per comprendere la natura mista, per non dire originale, di questi accordi. In altre parole, parlare di libero scambio è riduttivo: ci troviamo di fronte a un dispositivo che mescola investimenti, appalti pubblici e norme.

Gli ostacoli di allora illustrano un cambiamento epocale. A partire dagli anni ’80, le specifiche degli accordi internazionali sono diventate progressivamente più complesse e si sono estese a settori che in precedenza erano poco interessati da questo tipo di impegno giuridico, come l’agricoltura o le norme. La prima fase del libero scambio, quella dal 1947 al 1994, sancita dagli accordi del GATT fino alla sua sostituzione con l’Organizzazione mondiale del commercio, era ormai un ricordo del passato. L’India, potenza emergente dei BRICS, non voleva più lasciarsi dettare le proprie scelte economiche dalle vecchie potenze industriali, percepite inoltre come in declino.

Ripresa dei negoziati nel 2022

I negoziati sono tuttavia ripresi a causa della profonda trasformazione del contesto economico e soprattutto geopolitico. La pandemia ha rivelato all’Unione europea la sua dipendenza dalla Cina, rendendo necessaria una diversificazione dei suoi partner. Questo desiderio è stato rafforzato dalla guerra in Ucraina a partire dal 2022.

Le recenti crisi hanno messo in luce la vulnerabilità dell’Europa in molti settori chiave legati alle transizioni ecologiche e alle esigenze di difesa. L’India, in particolare nel campo dell’energia verde e in particolare di quella solare, sta realizzando investimenti massicci. Per quanto riguarda la potenza indiana, dopo aver a lungo seguito la strada del protezionismo, ora aspira a diventare un vero e proprio nodo logistico degli investimenti globali e mantiene una rivalità storica con la Cina. Un partenariato con l’Unione europea appariva quindi tanto più auspicabile.

La ripresa dei negoziati si è articolata su tre fronti: il libero scambio vero e proprio, gli investimenti e la protezione delle indicazioni geografiche. Ma i tempi non sono più gli stessi del 2007. In breve tempo, l’India si è affermata come una potenza imprescindibile nella regione. Soprattutto, la sicurezza energetica e quella delle catene di approvvigionamento in settori strategici hanno contribuito a rendere questo accordo di nuova e urgente attualità.

Tuttavia, è opportuno dare carta bianca a questa scelta e ritenere che i risultati che ne potrebbero derivare sarebbero necessariamente positivi, senza zone d’ombra riguardo agli orientamenti strategici dell’India? In realtà, l’Unione europea persiste in una strategia commerciale che la espone a nuove vulnerabilità e a possibili cambiamenti di alleanza.

Un trattato caratterizzato da zone d’ombra e interrogativi

Come spesso accade in questo tipo di accordi, i primi sguardi si rivolgono agli studi di impatto per valutarne con cautela gli effetti. La Commissione europea presenta cifre globali per evidenziare i benefici attesi, senza specificare in dettaglio gli effetti settoriali. Secondo la Commissione, le esportazioni dell’Unione europea verso l’India potrebbero raddoppiare entro il 2032. Una volta che l’accordo sarà pienamente applicato, si potrebbe prevedere un guadagno annuo di 4 miliardi di euro. In sintesi, dovrebbe instaurarsi un circolo virtuoso.

La letteratura economica può contribuire al dibattito, ma anche in questo caso numerose divergenze relative agli strumenti di misurazione e ai modelli econometrici portano a relativizzare la portata delle conclusioni avanzate. Uno studio del settembre 2008, concomitante al primo ciclo di negoziati, si mostrava particolarmente cauto:

« A breve termine, i guadagni reali in termini di reddito nell’UE dovrebbero variare tra 3 e 4,4 miliardi di euro (di più in scenari di liberalizzazione più ambiziosi), ovvero meno dello 0,1% del PIL. A lungo termine, gli effetti di un accordo di libero scambio nell’UE sarebbero ancora minori. Per l’economia indiana, gli effetti a breve termine, in valore assoluto, sono simili a quelli osservati per l’UE, ma a causa delle differenze di dimensioni delle economie, l’effetto relativo è più significativo in India (tra lo 0,1 e lo 0,3% del PIL). A lungo termine, gli effetti sull’economia indiana dovrebbero essere più significativi. »

Uno studio condotto nel 2025 dal Ministero dell’Agricoltura dipinge un quadro ancora più preoccupante. Una delle prime cose che salta all’occhio leggendo lo studio, e che è in gran parte sconosciuta al grande pubblico, è il ruolo chiave del tasso di cambio come fattore determinante della competitività dei prezzi delle imprese:

«Per le produzioni indiane, la parità monetaria tra la rupia indiana (INR) e le principali valute delle economie sviluppate costituisce un fattore reale di competitività. Tra gennaio 2012 e maggio 2023, la valuta indiana si è deprezzata del 38% rispetto al dollaro statunitense e del 26% rispetto all’euro, rafforzando la competitività delle esportazioni del Paese. »

Prima di stipulare un accordo di libero scambio, si sarebbe potuto prendere in considerazione un accordo monetario, poiché l’Unione europea, attraverso la sua banca centrale, non dispone di una vera e propria politica di cambio. La storia ci offre tuttavia alcuni insegnamenti: gli accordi monetari di Bretton Woods hanno preceduto i negoziati del GATT. La definizione di un quadro monetario stabile è indispensabile per poter prevedere una liberalizzazione commerciale che non sia squilibrata.

D’altra parte, i rischi per alcuni settori dell’agricoltura europea, insieme alle scarse opportunità individuate, relativizzano la portata di questo accordo:

« In questo contesto, sebbene esistano alcune opportunità sul mercato indiano per alcuni prodotti agricoli europei, appare opportuno mantenere misure di protezione a livello dell’UE al fine di limitare l’accesso di determinati prodotti al mercato europeo. La loro introduzione potrebbe infatti destabilizzare quest’ultimo, mentre diverse concessioni sono già state proposte o attuate nell’ambito di altri accordi di libero scambio, in particolare con la Nuova Zelanda o il Mercosur.»

Resta inoltre da chiarire la futura posizione dell’India nei confronti della Russia, che fornisce oltre il 36% del petrolio indiano. Inoltre, lungi dal ridurre le vulnerabilità europee, questo trattato potrebbe accentuarle rafforzando la dipendenza dai farmaci generici prodotti in India. E in materia ambientale e sociale, le carenze appaiono ancora una volta evidenti. Gli accordi di Parigi sul clima non sono stati integrati e, in materia di diritti sociali, l’India ricorre ancora ampiamente al lavoro forzato e non ha ratificato tutte le convenzioni internazionali sulla protezione dei lavoratori.

In definitiva, si profila un’equazione identica a quella di molti trattati dello stesso tipo: guadagni modesti e rischi insufficientemente valutati. Senza contare che, in materia di diritti umani, l’Unione europea si dimostra talvolta poco esigente. Il trattato di libero scambio firmato con l’Indonesia, ad esempio, ha ampiamente ignorato la situazione dei papuani in quel Paese.

L’Unione europea continua così a promuovere una strategia economica dagli effetti discutibili: quella della competitività a tutti i costi, che porta a strategie non cooperative tra gli Stati europei. Inoltre, la strategia dei surplus commerciali non sempre produce i risultati sperati. L’Italia è oggi il quarto esportatore mondiale, eppure il tenore di vita degli italiani è in calo, la produttività è stagnante e le disuguaglianze sono in aumento.

La macchina commerciale europea sembra fuori controllo, mentre gli Stati membri assumono un ruolo ambiguo, criticando questa strategia e promuovendola al tempo stesso. Il caso della Francia nel quadro dei negoziati con il Mercosur ne offre un esempio illuminante. Il periodo di vulnerabilità dell’Europa è lungi dall’essere finito e sembra necessario un riorientamento verso il mercato interno europeo. Non si tratta affatto di porre fine alle relazioni commerciali con molti paesi, ma piuttosto di mettere in discussione questi accordi di libero scambio di nuova generazione, vasti, mal gestiti e insufficientemente controllati, che sarebbe opportuno interrompere.