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William Burroughs e il West tagliato_di Constantin von Hoffmeister

William Burroughs e il West tagliato

Una civiltà riorganizzata a partire dai propri frammenti.

Constantin von Hoffmeister28 aprile
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Constantin von Hoffmeister sulla trasformazione dell’Occidente in una civiltà di frammenti e ricombinazioni.

Questo è un estratto da Il destino dell’America bianca .

Il pensiero liberale si fonda spesso sul presupposto che gli esseri umani siano naturalmente armoniosi e fondamentalmente buoni quando lasciati liberi di perseguire i propri interessi. Da questa premessa scaturisce la convinzione che la società funzioni al meglio quando gli individui godono della massima autonomia con un’interferenza minima da parte di un’autorità superiore. L’attività economica, la produzione culturale e le relazioni personali sono quindi incoraggiate a operare in modo indipendente, purché non violino un sistema minimo di leggi. Tuttavia, un simile assetto trascura la necessità di un ordine sovrapersonale capace di unire gli individui in una collettività significativa. Senza un principio unificante – sia esso religioso, culturale o politico – la vita sociale rischia di dissolversi in una moltitudine di attività scollegate tra loro.

Questa frammentazione si manifesta in diverse sfere della cultura moderna. L’arte, ad esempio, si evolve sempre più in un ambito che esiste principalmente per la propria sperimentazione interna piuttosto che come riflesso di valori culturali condivisi. La religione spesso si rifugia in pratiche cerimoniali spogliate di autorità metafisica, mentre la scienza progredisce all’interno di discipline specializzate che raramente dialogano con questioni filosofiche più ampie. La letteratura e la tecnologia si sviluppano secondo una propria logica interna, guidata dalle forze di mercato o dalla specializzazione accademica piuttosto che da una visione comune della civiltà. Lo Stato moderno, nel frattempo, tende ad assumere un ruolo manageriale che regola le transazioni economiche e protegge la proprietà intellettuale attraverso brevetti e diritti d’autore. Nell’espletamento di queste funzioni amministrative, rinuncia frequentemente all’autorità più profonda un tempo associata alla definizione dell’orientamento culturale e morale.

Gli scrittori della letteratura moderna hanno esplorato questa atomizzazione culturale in modi vividi. William S. Burroughs, noto per opere sperimentali come Pasto nudo (1959), ha ritratto la società contemporanea come un aggregato di esperienze disgiunte in cui gli individui vagano attraverso realtà frammentate plasmate dai media, dalle dipendenze e dai sistemi burocratici. La sua tecnica narrativa rispecchiava la disintegrazione che percepiva nell’ordine sociale, presentando la realtà come un collage piuttosto che come una trama coerente. Un’esplorazione simile appare nell’opera di Kathy Acker, i cui romanzi smantellavano la struttura narrativa convenzionale e l’identità stabile. La scrittura di Acker spesso dissolveva la narrazione lineare in una serie di voci mutevoli e frammenti testuali. Questa sperimentazione letteraria rifletteva una condizione culturale più ampia in cui le identità stabili e gli assetti comunitari sembravano sempre più difficili da mantenere.

Burroughs non credeva nelle storie come la maggior parte degli scrittori. Considerava la narrazione un’arma attiva, non un semplice specchio passivo della realtà. Il linguaggio, nella sua visione, si comporta come un virus: autonomo, autoreplicante e capace di impadronirsi della mente. Ogni frase non si limita a descrivere il mondo. Lo plasma, lo riordina, lo programma. Gli atti linguistici diventano incantesimi. La carta stampata diventa codice neurale. Dalla pubblicità alla diplomazia, il linguaggio impone comportamenti e codifica desideri. Il soggetto moderno, nel mondo di Burroughs, parla mentre viene a sua volta manipolato. Scrivere, quindi, significa iniettare il pensiero nel tempo. Tagliare il linguaggio significa spezzare l’incantesimo, frantumare la programmazione, permettere all’imprevisto di irrompere nel regno delle possibilità.

L’ossessione di Burroughs per la natura virale del linguaggio emerse da una vita trascorsa a contatto con sistemi di controllo. Influenzato dalle sue prime esperienze in medicina, immerso nella teoria occulta e nella speculazione culturale, e influenzato dalla paranoia del dopoguerra, considerava la società moderna come una costruzione di coercizione invisibile. Il linguaggio fungeva da principale sistema operativo di questa costruzione. Retorica politica, pubblicità aziendale, massime morali: tutto funzionava come copioni ciclici. Le persone, ripetendo slogan e interiorizzando titoli di giornale, mettevano in atto comportamenti prevedibili. Burroughs rispose con il sabotaggio. La sua produzione letteraria mirava a smantellare il flusso armonioso della sintassi convenzionale, sostituendolo con frammentazione, ricorsività e collisione. Il suo obiettivo era la liberazione attraverso la rottura.

La tecnica del cut-up, spesso attribuita a Burroughs, ebbe inizio con Brion Gysin, pittore, poeta e mago della carta. Nel 1959, mentre tagliava fogli di carta al Beat Hotel di Parigi, Gysin scoprì che accostamenti casuali potevano generare poesie sorprendenti. Senza saperlo, era tornato su un percorso già battuto dai dadaisti. Tristan Tzara, il poeta rumeno-francese e cofondatore del Dadaismo, aveva già proposto nel 1920 la possibilità di creare una poesia estraendo parole da un cappello. Il gesto era rivoluzionario: il significato si spostava dall’intenzione e dalla convenzione alla scoperta attraverso il caso e la deriva. Gysin, ispirato da questa logica e spinto da inclinazioni mistiche, abbracciò il cut-up come porta d’accesso a nuove modalità di percezione.

Burroughs portò il metodo a un livello superiore. Per lui, il cut-up funzionava sia come gioco estetico che come strumento metafisico. Credeva che il linguaggio, una volta frantumato, rivelasse il suo scheletro segreto: le istruzioni in esso contenute e i suoi schemi manipolativi. Tagliando e ricomponendo i testi – che si trattasse di notizie, discorsi governativi o testi sacri – Burroughs sperava di spezzare il ciclo. La pagina divenne un’interfaccia per “hackerare” la coscienza. Attraverso registratori e forbici, lui e Gysin costruirono testi che balbettavano, si attorcigliavano e ululavano. L’effetto era disorientante, estatico e stranamente profetico. Sconvolgendo le aspettative del lettore, il cut-up mirava a risvegliare una consapevolezza più profonda, irraggiungibile attraverso una narrazione lineare.

Burroughs vedeva la società come una prigione costruita con frasi ben strutturate. Scuole, burocrazie, imperi mediatici e agenzie di intelligence si basavano tutti su copioni. Questi copioni – confezionati in libri di testo, dichiarazioni ufficiali, pubblicità – formavano una rete di pensieri e comportamenti. Le persone li recitavano automaticamente, spesso credendo di pensare con la propria testa. Il cut-up divenne uno strumento per infrangere questa illusione. Rompendo lo schema, l’incantesimo si spezzava. Burroughs immaginava un mondo in cui la coscienza potesse insinuarsi tra le cuciture del linguaggio precostituito e incontrare qualcosa di crudo e non filtrato. Il cut-up andava oltre la semplice interruzione della prosa; mirava a minare le fondamenta della realtà imposta.

Questo desiderio di decifrare il codice collegava Burroughs ad altri movimenti anti-establishment del suo tempo. I situazionisti in Francia cercavano di smantellare lo spettacolo del capitalismo consumistico attraverso il détournement : reindirizzare i media esistenti in giustapposizioni sovversive. I lettristi e i dadaisti avevano già fatto a pezzi la sintassi, sfidando la coerenza dell’arte e dell’ideologia borghese. Burroughs, arrivato più tardi, offrì un approccio più tecnologico. Con registratori a nastro, montaggi cinematografici e forbici, creò un assalto multisensoriale alla coerenza. Per lui, il linguaggio era l’ultima frontiera del controllo e il cut-up il bisturi. Nel tagliare, il mondo si apriva.

Con l’avanzare del XX secolo, la grande narrazione dell’Occidente iniziò a perdere la sua linearità. I ​​miti del progresso, della razionalità, dell’impero e dell’individualità eroica si frammentarono in contraddizioni e parodie. Il passato non procedeva più in avanti, ma riappariva in forme strane e riciclate. Le cattedrali si trasformarono in centri commerciali. Antichi rituali tornarono a essere protagonisti di campagne pubblicitarie. L’architettura classica divenne una facciata estetica per banche e aeroporti. L’Occidente, come un romanzo di Burroughs, entrò nella sua fase di cut-up. La sua memoria culturale si ripiegava su se stessa, producendo strani ibridi: il sacro accanto al banale, l’epico intessuto nel kitsch.

Burroughs comprese istintivamente questa trasformazione. Invece di seguire trame prestabilite, i suoi libri esploravano il tempo. The Soft Machine (1961) e Nova Express (1964) presentavano mondi in cui tutto era già accaduto e si ripeteva. I personaggi si trasformavano, ritornavano e saltavano da una pagina all’altra. Le istituzioni collassavano nel rumore. Il controllo pulsava in ogni superficie. La traiettoria stessa dell’Occidente ricordava in modo inquietante questo crollo dell’integrità narrativa. Mentre le ideologie fallivano e le istituzioni si trasformavano in gusci vuoti, rimanevano solo frammenti: frammenti che si rifiutavano di svanire, frammenti che si moltiplicavano. L’archivio non serviva più alla memoria. Divenne un luogo di ripetizione infinita.

Burroughs descrisse la società moderna come un ciclo di feedback. Messaggi ripetuti. Slogan ripetuti a pappagallo. La sorveglianza registrava tutto, ma non produceva nulla di nuovo. Questo ciclo definiva l’esperienza occidentale moderna. La cultura divenne un riciclo di forme. La televisione trasmetteva nostalgia. La politica riesumava il passato. La musica campionava se stessa. La religione si trasformò in un marchio di stile di vita. In questo ambiente saturo, l’originalità cedette il passo all’accelerazione. Tutto accelerò, ma poco cambiò. La tecnica del cut-up catturò con precisione questa condizione. Rivelò il ciclo e, in pochi istanti, lo spezzò.

L’era digitale ha amplificato questa condizione. I social media sono diventati una piattaforma per una ricombinazione infinita. Meme, frammenti audio, riavvii: ogni frammento si stacca dalla sua origine, fluttuando nel cyberspazio. Internet è diventato il motore definitivo del cut-up. Eppure Burroughs aveva previsto un pericolo: la ripetizione può anestetizzare. La frammentazione può sfociare nella passività. L’obiettivo combinava la frammentazione con la svolta. Lo scopo del cut-up era quello di scuotere il sistema, di risvegliare chi dormiva. Burroughs esortava i suoi lettori ad ascoltare tra le parole, a trovare il codice nascosto nel rumore.

Nel caos, Burroughs cercava la rivelazione. Il cut-up apriva le porte a nuove forme di coscienza. Accostamenti involontari producevano scorci di verità nascoste. La tecnica permetteva l’emergere di voci che altrimenti sarebbero rimaste sepolte. Alcuni passaggi suonavano profetici. Altri sacri. Nelle crepe del messaggio dominante, qualcosa di più antico e più strano si agitava. Burroughs credeva che queste fenditure consentissero l’accesso a dimensioni dimenticate: la memoria ancestrale, lo spazio psichico, il tempo non lineare. Ogni taglio era un portale.

Questa esperienza rimanda ad antiche pratiche mistiche. Gli sciamani usavano il disorientamento per raggiungere stati alterati di coscienza. La tradizione gnostica insegnava che la salvezza emerge attraverso la rottura. Gli anti-rituali del Dadaismo parodiavano la liturgia per ristabilire una connessione più profonda con il divino. Burroughs, nella sua sintassi caotica, ha portato avanti questo impulso esoterico. Ha creato una gnosi moderna, formata da staticità, frammenti e interferenze. In questo quadro, il crollo dell’Occidente diventa più di un semplice decadimento. Diventa un rito di trasformazione. Ogni frammento invita alla ricostruzione.

Il canone occidentale, anziché scomparire, è diventato una tavolozza. Un tempo venerato come successione ininterrotta, ora funziona come materiale di partenza. Da Omero a Nietzsche, da Platone a Proust, ogni voce attende nell’archivio, pronta per essere campionata. Burroughs non ha distrutto la tradizione. L’ha riorientata. Ha trattato i testi come entità viventi capaci di rinascita. Il passato è entrato nel presente attraverso la collisione, non la continuità. Ogni taglio ha creato una nuova disposizione: spesso inquietante, spesso bellissima, sempre viva.

Questa logica si applica a tutte le discipline. La musica classica si fonde con quella elettronica. Il mito greco appare nella fantascienza. L’architettura gotica riemerge nello spazio virtuale. Il sacro rientra nella cultura attraverso il remix. La tradizione, spogliata dell’autorità istituzionale, riacquista vitalità attraverso la mutazione. Il cut-up offre un modello di persistenza culturale in un contesto di forti sconvolgimenti. Invece di congelare la storia, invita ogni generazione a ricomporla.

Nell’era della saturazione digitale, la storia si manifesta attraverso la simultaneità, abbandonando la sequenza temporale. Il passato si affianca al presente in mille schede aperte. Le istituzioni si confondono nello spettacolo. L’autorità indossa il costume della parodia. Il sé diventa un flusso di informazioni. Tutto ciò va oltre la crisi. Si dispiega come una trasformazione della percezione. Burroughs visse all’interno di questa soglia, registrandone i fremiti prima che diventassero universali. Le sue opere oggi si leggono come documentari di un futuro arrivato in anticipo.

In questo caos, gli individui trovano sia disorientamento che libertà. Senza un unico percorso, ognuno deve diventare un compositore. Il significato emerge attraverso l’organizzazione, superando l’autorità. La vita diventa un atto di montaggio. L’identità nasce dalla stratificazione, dalla giustapposizione, dal taglio. Burroughs non offriva risposte preconfezionate. Offriva una cassetta degli attrezzi. La cultura occidentale, intrappolata nel crollo dei suoi schemi tradizionali, riceve lo stesso invito: tagliare, scegliere, assemblare.

Burroughs ricordava ai suoi lettori che il linguaggio pensa attraverso di noi, ma che è possibile intervenire. Alterando lo schema, la mente crea spazio per nuovi messaggi. Quando la sceneggiatura vacilla, emerge la libertà. Il cut-up è più di un metodo. È un atteggiamento spirituale: un rifiuto di accettare il dato di fatto, una volontà di entrare nell’ignoto. Tra le macerie delle narrazioni, il futuro parla in frammenti.

L’Occidente, ora circondato dai frammenti della sua antica coerenza, si erge in questo spazio. La sua prossima frase resta ancora da scrivere. I frammenti non sono svaniti. Vibrano di energia, in attesa di essere ricomposti. Un nuovo mito richiede editori. Il sacro attende la sua prossima sintassi. Ogni risonanza invita una nuova voce.

La tradizione occidentale attraversa il crollo rimodellando le sue rovine. Ogni caduta apre una nuova forma. La cattedrale cede il passo al codice. La pergamena si trasforma in segnale. La voce rimane. Burroughs ha cesellato il rumore e ha trovato la profezia. Nelle sue pagine frammentate, il futuro si agita. L’Occidente, respirando attraverso il suo archivio di frammenti, ricomincia attraverso l’assemblaggio, lasciando da parte il restauro.

Tagliare è scegliere. Scegliere è dare forma. Attraverso il taglio, il codice si fa carne. Attraverso il taglio, la Parola si fa segnale. Attraverso il taglio, arriva il futuro.

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