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La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: Trasformare l’egemonia e un ordine internazionale in transizione I e II parte_di Tiberio Graziani

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: Trasformare l’egemonia e un ordine internazionale in transizione

L’autore sostiene che la Strategia di sicurezza nazionale 2025 emerge in un momento in cui il dominio unipolare degli Stati Uniti si è indebolito e il sistema internazionale è sempre più plasmato da molteplici centri di potere.

Tiberio Graziani

17 dicembre 2025

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8 minuti 

Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

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La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) 2025 emerge in un momento delicato della storia strategica degli Stati Uniti e, più in generale, dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Dopo i tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, caratterizzati da una fase di apparente unipolarità americana, il sistema globale è ora attraversato dall’ascesa di molteplici centri di potere: Cina, Russia, India, il gruppo BRICS allargato e nuovi attori regionali nel Vicino e Medio Oriente, in Africa e in America Latina. In questo contesto, la capacità di Washington di stabilire unilateralmente le regole del gioco non può più essere data per scontata.

La NSS 2025 nasce proprio in questo contesto di tensione: da un lato, ribadisce con fermezza l’obiettivo di preservare il ruolo centrale degli Stati Uniti; dall’altro, riflette la consapevolezza che tale centralità è sempre più contestata e indebolita da processi geopolitici, economici e tecnologici di lungo periodo. La strategia rifiuta esplicitamente l’idea di un ordine policentrico pienamente cooperativo e mira invece a riorganizzare l’architettura internazionale in forma gerarchica, con Washington al vertice e una serie di poli subordinati che fungono da garanti locali di un sistema ancora guidato dal potere statunitense.

Questo approccio può essere descritto come «unipolarismo reattivo»: non più l’unipolarità trionfante degli anni ’90, ma piuttosto il tentativo di prolungare l’egemonia in condizioni strutturali meno favorevoli, attraverso strumenti più selettivi, più difensivi e talvolta apertamente coercitivi.

CONTINUITÀ E ROTTURE CON LE STRATEGIE PRECEDENTI

Continuità strutturali

Nonostante le sue innovazioni, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 si inserisce in una linea di continuità con le principali strategie sviluppate dal 2001. Diversi pilastri fondamentali rimangono invariati.

In primo luogo, l’obiettivo di impedire l’emergere di potenze egemoniche regionali ostili rimane centrale. Gli Stati Uniti continuano a considerare fondamentale impedire che qualsiasi potenza rivale domini l’Europa, l’Asia orientale o il Vicino e Medio Oriente. Questo obiettivo è alla base del mantenimento di una presenza militare avanzata degli Stati Uniti in Europa (attraverso la NATO) e in Asia (attraverso il sistema di alleanze bilaterali con Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il partenariato strategico con l’India).

In secondo luogo, la strategia ribadisce la logica della “pace attraverso la forza”. Il rafforzamento della potenza militare, sia convenzionale che nucleare, rimane un pilastro della politica di sicurezza degli Stati Uniti. La deterrenza è ancora percepita come lo strumento principale per prevenire i conflitti tra grandi potenze e per mantenere equilibri di potere favorevoli.

In terzo luogo, si consolida ulteriormente la centralità dell’Indo-Pacifico e della competizione tecnologica con la Cina. La supremazia in settori quali l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica, le telecomunicazioni avanzate, l’energia e le biotecnologie è considerata parte integrante della sicurezza nazionale, piuttosto che un semplice obiettivo economico o industriale.

Infine, il sistema di alleanze e partenariati continua a essere considerato un moltiplicatore di forza. Gli Stati Uniti intendono affidarsi all’Europa, al Giappone, all’India, all’Australia e ad altri partner per distribuire gli oneri e le responsabilità associati alla gestione dell’ordine internazionale.

Discontinuità: sovranismo, protezionismo e la fine del globalismo

Accanto a queste continuità, emergono chiaramente anche alcune significative discontinuità.

Il primo riguarda il rifiuto della globalizzazione. La strategia critica esplicitamente trent’anni di libero scambio, delocalizzazione, apertura indiscriminata dei mercati e dipendenza da istituzioni internazionali percepite come veicoli di erosione della sovranità economica degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato non è più quello di “guidare l’ordine liberale”, ma piuttosto quello di difendere gli interessi degli Stati Uniti come priorità, anche a costo di minare le regole e le pratiche stabilite nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale.

La seconda grande discontinuità è la centralità attribuita alla migrazione. L’immigrazione non è più considerata principalmente come una questione sociale o economica, ma come una minaccia fondamentale alla coesione interna e, quindi, alla sicurezza nazionale. La protezione delle frontiere è definita come la prima linea di difesa dello Stato e la strategia proclama esplicitamente la “fine dell’era della migrazione di massa”. Ciò rappresenta un profondo cambiamento rispetto alle fasi precedenti, in cui le minacce principali erano identificate nel terrorismo o nella proliferazione nucleare.

La terza svolta riguarda l’abbandono della retorica della “promozione della democrazia”. La NSS 2025 non cerca più di trasformare altri sistemi politici dall’esterno invocando i diritti umani e le norme democratiche. Al contrario, afferma la legittimità della cooperazione con regimi non democratici quando ciò serve gli interessi degli Stati Uniti. Ciò segna un chiaro allontanamento dalle dottrine interventiste degli anni ’90 e 2000.

La quarta rottura risiede nella trasformazione delle alleanze in rapporti contrattuali condizionati. Le alleanze non sono più concepite come comunità di valori condivisi, ma come meccanismi attraverso i quali Washington richiede ai propri alleati maggiori spese per la difesa, acquisti di armi e allineamento tecnologico e geoeconomico in cambio di garanzie di sicurezza.

Infine, la strategia abbraccia una forma di “mercantilismo strategico”. La reindustrializzazione, il protezionismo, l’uso politico delle tariffe doganali e il rifiuto del paradigma “Net Zero” diventano componenti integranti della dottrina di sicurezza, piuttosto che semplici elementi della politica economica interna.

La sicurezza come difesa dell’ordine interno

Uno degli aspetti più innovativi della Strategia di sicurezza nazionale 2025 è lo stretto legame che stabilisce tra la sicurezza interna e la capacità di proiezione di potere all’estero.

Reindustrializzazione e sovranità economica

L’erosione della base industriale è identificata come una minaccia alla sicurezza nazionale. La reindustrializzazione è presentata come una condizione necessaria per sostenere la capacità militare, ridurre la dipendenza da catene di approvvigionamento globali vulnerabili, riequilibrare le relazioni economiche con la Cina e proteggere la società americana dalle conseguenze sociali e politiche della deindustrializzazione.

Questo approccio ribalta il paradigma del recente passato: non è più l’apertura commerciale a garantire il potere, ma piuttosto il controllo sulle infrastrutture produttive, energetiche e tecnologiche critiche. La sicurezza nazionale è quindi ancorata alla sovranità industriale.

Migrazione, società e vulnerabilità interna

La strategia sottolinea la minaccia rappresentata dalla migrazione irregolare, dal traffico di droga (in particolare il fentanil) e dalla crescente percezione di insicurezza sociale. I flussi migratori su larga scala sono associati al rischio di frammentazione dell’identità e di crisi politica interna. La sicurezza delle frontiere è quindi elevata a pilastro centrale della sicurezza nazionale.

Questo cambiamento ha implicazioni significative: le minacce non provengono più solo da attori statali ostili, ma anche da processi transnazionali – migrazione, reti criminali e instabilità sociale – che influenzano direttamente la coesione della comunità politica americana.

La crisi del globalismo e la deglobalizzazione selettiva

La critica al globalismo si traduce in una forma di deglobalizzazione selettiva. Gli Stati Uniti non abbandonano del tutto la globalizzazione, ma cercano invece di gestirne gli effetti al fine di preservare la propria supremazia. Da un lato, l’accesso a settori strategici – quali tecnologie avanzate, catene del valore critiche e infrastrutture digitali – è limitato o filtrato; dall’altro, il ruolo del dollaro e dei mercati finanziari statunitensi come fulcro del sistema economico internazionale viene mantenuto e rafforzato.

(Questo articolo costituisce la prima parte di un articolo in due parti che esamina la Strategia di sicurezza nazionale 2025.)

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: Trasformare l’egemonia e un ordine internazionale in transizione

In questa seconda parte dell’articolo, l’autore sostiene che trattando gli alleati come semplici appaltatori anziché come co-progettisti e facendo ampio ricorso a strumenti economici coercitivi, la strategia rischia di minare le proprie fondamenta di legittimità, attrattiva e sostenibilità a lungo termine.

Tiberio Graziani

21 dicembre 2025

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Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

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EUROPA, RUSSIA ED EURASIA: UN FRONTE DA STABILIZZARE MA NON DA EMANCIPARE

La sezione europea della strategia è particolarmente significativa per comprendere la logica complessiva del documento.

L’Europa come spazio di proiezione, non come polo autonomo

L’Europa viene presentata come un partner fondamentale, ma non come un attore in grado di definire in modo indipendente il proprio destino strategico. La retorica del “rafforzamento dell’Europa” è accompagnata da una serie di condizioni: un forte aumento della spesa militare, una riduzione della dipendenza energetica e tecnologica dagli attori non occidentali, una maggiore apertura ai prodotti e alle tecnologie statunitensi e il sostegno alle forze politiche meno integrate nel progetto sovranazionale europeo.

Il presupposto implicito è che un’Europa veramente autonoma, in particolare se in grado di instaurare un dialogo strutturato con la Russia e la Cina, rappresenterebbe una minaccia per l’ordine atlantico. Di conseguenza, la strategia mira a raggiungere un equilibrio in cui gli Stati europei rimangano sufficientemente forti da contribuire alla sicurezza del continente, ma non al punto da poter definire un’agenda strategica indipendente.

Russia: stabilizzare il conflitto e prevenire un asse eurasiatico

La strategia dichiara l’intenzione di negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina e di ripristinare condizioni di stabilità strategica con Mosca. Ciò segna un cambiamento di tono rispetto al periodo in cui l’obiettivo esplicito era l’indebolimento a lungo termine della Russia. Tuttavia, l’obiettivo non è quello di integrare la Russia come polo legittimo all’interno di un ordine multipolare eurasiatico, ma piuttosto di congelarne il ruolo, impedendole di fungere da ponte strutturale tra Europa e Asia.

In questo senso, la stabilizzazione del fronte ucraino appare fondamentale per impedire la nascita di uno spazio eurasiatico più ampio che colleghi Mosca, Berlino, Pechino e altre capitali attraverso reti di interdipendenza energetica, infrastrutturale e tecnologica che costituirebbero un’alternativa all’ordine guidato dagli Stati Uniti.

La NATO come strumento di trasferimento degli oneri

La NATO rimane al centro dell’architettura di sicurezza euro-atlantica, ma la sua funzione è stata ridefinita: da organizzazione difensiva contro un nemico chiaramente identificato a piattaforma per il trasferimento di oneri e responsabilità agli alleati europei.

L’aumento della spesa per la difesa e la spinta verso una “NATO più piccola ma più fortemente armata” dovrebbero essere interpretati come un tentativo di: (a) rafforzare le capacità europee di contenimento della Russia; (b) generare domanda per l’industria della difesa statunitense; (c) liberare risorse americane da ridistribuire nel teatro indo-pacifico.

ASIA E EMISFERO OCCIDENTALE: CONTENERE LA CINA E IL RITORNO DELLA DOTTRINA MONROE

La Cina come sfida sistemica

La Cina è considerata una sfida sistemica di natura prevalentemente economica e tecnologica piuttosto che ideologica. La priorità dichiarata è quella di “riequilibrare” le relazioni economiche, ridurre i deficit e le dipendenze, limitare l’accesso della Cina alle tecnologie critiche e contrastare la sua espansione nei paesi a medio e basso reddito.

La strategia combina dazi e sanzioni, controlli sulle esportazioni e sugli investimenti, la creazione di coalizioni normative con Europa, Giappone, India e Australia e investimenti interni in settori strategici.

Questo approccio, tuttavia, comporta un potenziale effetto collaterale: incoraggia Pechino a rafforzare ulteriormente i legami con la Russia, l’Iran, i paesi dell’ASEAN, l’Africa e l’America Latina, accelerando così la differenziazione del sistema economico globale e l’emergere di circuiti finanziari e tecnologici alternativi a quelli occidentali.

L’Indo-Pacifico e il ruolo degli alleati regionali

India, Giappone, Corea del Sud e Australia hanno ruoli complementari nel contenimento della Cina:

  • L’India come grande potenza continentale con margini di autonomia, orientata a limitare l’espansione cinese nel subcontinente e nell’Oceano Indiano;
  • Giappone e Corea del Sud come pilastri della difesa marittima e aerea lungo la “prima catena di isole”;
  • L’Australia come piattaforma logistica avanzata nel Pacifico.

Anche in questo caso la logica è transazionale: Washington offre deterrenza e garanzie di sicurezza, ma chiede ai suoi alleati aumenti sostanziali della spesa per la difesa, allineamento tecnologico e partecipazione attiva alle strategie di contenimento.

L’AMERICA LATINA E IL “COROLLAIO TRUMP” ALLA DOTTRINA MONROE

All’interno del proprio emisfero, gli Stati Uniti rilanciano una versione aggiornata della Dottrina Monroe. L’obiettivo è impedire alle potenze extra-emisferiche, soprattutto Cina e Russia, di acquisire il controllo delle infrastrutture critiche, delle risorse naturali, delle reti digitali e, più in generale, di esercitare una forte influenza politica nei paesi dell’America Latina.

La strategia combina:

  • iniziative economiche e commerciali preferenziali per i partner allineati;
  • cooperazione in materia di sicurezza nella lotta contro i cartelli della droga e il traffico illegale;
  • pressione politica contro i governi percepiti come eccessivamente vicini a Pechino o Mosca.

Tuttavia, i processi in atto nella regione – quali la crescente interdipendenza commerciale con la Cina, la sperimentazione di accordi monetari alternativi e il crescente interesse per il BRICS+ – rendono sempre più difficile sostenere questa pretesa di esclusività.

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: UNA STRATEGIA DI DIFESA EGEMONICA

Nel complesso, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 appare come una strategia volta più a difendere che ad espandere l’egemonia degli Stati Uniti. I suoi punti di forza non devono essere sottovalutati:

  • riconosce che il potere esterno dipende dalla resilienza interna;
  • identifica chiaramente la centralità della concorrenza con la Cina;
  • riconosce la necessità di evitare di disperdere le risorse militari su troppi fronti;
  • mira a ridurre le dipendenze economiche ritenute pericolose.

Allo stesso tempo, emergono limiti strutturali significativi:

1. Rifiuto di un ordine cooperativo multipolare

La strategia riconosce l’esistenza di più poli, ma non ne accetta la piena legittimità. Gli altri attori sono considerati rivali da contenere o partner subordinati. Nel medio termine, ciò rischia di favorire la convergenza tra potenze che, nonostante le loro differenze, condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal sistema incentrato sugli Stati Uniti.

2. Gli alleati trattati come appaltatori piuttosto che come co-architetti dell’ordine

La trasformazione delle alleanze in relazioni prevalentemente transazionali potrebbe minare la fiducia politica che le ha sostenute per decenni. L’Europa, in particolare, potrebbe reagire, sebbene con difficoltà, cercando una maggiore autonomia strategica qualora l’allineamento atlantico fosse percepito come eccessivamente costoso in termini economici e politici.

3. Uso difensivo del potere economico

Tariffe, sanzioni, controlli tecnologici e condizionalità finanziaria sono strumenti efficaci nel breve termine, ma insufficienti per costruire un ordine verso cui gli altri attori convergano volontariamente. Un potere che fa sempre più affidamento su strumenti restrittivi rischia di erodere la propria capacità di attrazione.

4. Fragilità interna irrisolta

L’importanza attribuita alla migrazione, alla droga e all’insicurezza sociale rivela una profonda preoccupazione per la coesione interna. Se questi problemi vengono affrontati quasi esclusivamente attraverso approcci di sicurezza, senza sforzi paralleli per affrontare le loro radici economiche e politiche, il risultato potrebbe essere solo una sicurezza apparente che non riesce ad affrontare le cause sottostanti della vulnerabilità.

CONCLUSIONE

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 descrive un’America riluttante a rinunciare al proprio ruolo di potenza centrale, ma costretta a ripensare profondamente i mezzi attraverso i quali cerca di preservare tale ruolo. Piuttosto che proporre un progetto di ordine condiviso, la strategia delinea un disegno per la ri-gerarchizzazione del sistema internazionale: un mondo in cui esistono più poli, ma organizzati attorno a un vertice statunitense che continua a stabilire standard, regole e priorità.

In definitiva, si tratta di una strategia di transizione: troppo consapevole della crisi del vecchio ordine per limitarsi a riprodurlo, ma non ancora pronta a immaginare un assetto realmente policentrico in cui gli Stati Uniti sarebbero una grande potenza tra le altre, anziché il centro inevitabile del sistema.

Il futuro dell’ordine internazionale dipenderà in parte proprio da questa tensione: dalla capacità – o incapacità – di questa strategia di adattarsi a un mondo in cui la forza militare e il potere economico, pur rimanendo fondamentali, non sono più sufficienti a sostenere un’egemonia incontrastata. Resta da vedere se la NSS 2025 si evolverà in una piattaforma per una nuova forma di coesistenza tra le potenze o rimarrà il manifesto di un’egemonia difensiva destinata a essere erosa proprio dai processi che cerca di contenere.