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Ieri in Polonia è scoppiato il panico quando è stato dichiarato un “colpo di stato” giudiziario dopo che l’edificio del Tribunale costituzionale è stato bloccato dalla polizia mentre la giudice Anna Korwin-Piotrowska, vicina al partito Tusk, procedeva alla sospensione illegale del presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, vicino al partito Nawrocki.
L’intera vicenda ruota attorno alla lotta tra il governo Tusk, allineato a Bruxelles, e il partito nazionalista di opposizione del presidente Nawrocki, odiato dai globalisti perché cerca di preservare la sovranità polacca di fronte al sistema totalitario dell’UE che tenta di sovvertirla.
L’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ne offre un riassunto conciso:
La Germania è complice di un colpo di stato a Varsavia, afferma Tarczyński, membro polacco del Parlamento europeo.
«Vogliono trascinarci nell’eurozona affinché abbandoniamo la nostra valuta. Vogliono mandarci migranti illegali oltre confine.»
Il conflitto nasce dal fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki si è rifiutato di nominare molti dei giudici proposti dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza liberal-globalista. A dire il vero, il suo potere di rifiutare tali nomine rimane oggetto di discussione: la Costituzione polacca sembra essere vaga al riguardo, conferendo al presidente il potere di nominare i candidati proposti, ma sottintendendo che non sia obbligato a farlo qualora non lo desideri.
Come sottolinea Dominik Tarczynski, lo scopo di insediare al potere questi giudici nominati è quello di formalizzare l’integrazione della Polonia nella sovrastruttura globalista dell’UE, trasformandola in definitiva in uno stato vassallo la cui sovranità nazionale verrà abolita in cambio di migrazioni di massa, moneta europea e tutti gli altri veleni che il Politburo dell’UE, tirannicamente corrotto e assetato di potere, ha usato per sovvertire tutte le altre sfortunate nazioni cadute sotto la sua bandiera.
La migliore spiegazione su come tutto ciò fosse stato pianificato in anticipo è stata fornita da Mike Benz:
Egli fa notare, giustamente, che la National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione affiliata alla CIA e partner dell’USAID e di altre istituzioni globaliste, ha elaborato il piano per usurpare il potere in Polonia alla vigilia dell’ascesa al potere di Tusk nel 2023. Il piano prescrive nel dettaglio come sradicare gli ultimi residui di elementi “populisti” e “nazionalisti” al fine di assoggettare completamente la Polonia all’egida dell’UE.
I disegni provengono dal Journal of Democracy, fondato dalla NED, i cui comitati editoriali e consultivi sono un vero e proprio gotha di lacchè globalisti: Condoleezza Rice, Anne Applebaum (moglie del vice primo ministro polacco globalista Radoslaw Sikorski), Michael Mcfaul, Francis Fukuyama, Vladimir Kara-Murza e molti altri.
Il documento programmatico, dal titolo quanto mai appropriato, è “Come smantellare una democrazia illiberale”, e rivela tutto ciò che c’è da sapere sulle sue vere intenzioni:
Il documento del 2023 delinea con precisione ciò che il nuovo governo di Tusk deve fare per prendere il potere e sabotare l’opposizione. Inizia con una richiesta diretta di sradicare il populismo alla radice:
Il nuovo governo polacco non deve quindi limitarsi a ripristinare la democrazia liberale; deve affrontare la questione della giustizia di transizione. Il Primo Ministro Tusk e il suo governo di coalizione devono inoltre stabilizzare il sistema politico per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni. Il futuro della democrazia in Polonia è in bilico.
Gli autori ammettono persino che il “populismo” polacco si basa sul desiderio di sovranità che affonda le sue radici nella storia e nell’identità polacca, ammettendo quindi, per estensione, che l’obiettivo è quello di cancellare per sempre l’identità polacca:
Il populismo odierno, pur essendo parte di un fenomeno globale che abbraccia paesi dagli Stati Uniti all’Ungheria e alla Turchia, trae origine anche da radici locali. L’eclettico programma del PiS si fondava sul sovranismo, con profonde radici nella storia e nell’identità nazionale polacca.
Ricordiamo che la questione chiave alla base di tutto questo conflitto tra le fazioni globaliste e nazionaliste è che i globalisti, legati alla mafia di Bruxelles, credono che il diritto dell’UE prevalga sul diritto polacco. La fazione nazionalista all’opposizione, d’altro canto, ritiene che la Costituzione polacca sia superiore al diritto dell’UE, come qualsiasi persona di buon senso concorderebbe sul fatto che dovrebbe essere così. L’intera lotta si riduce a questo punto critico ed esistenziale.
La mafia totalitaria di Bruxelles non può permettere che la costituzione di nessuna nazione abbia la precedenza sul Politburo dell’UE, poiché ciò distruggerebbe i piani dell’URSS per la centralizzazione del potere. Essendo il burattino prescelto dall’UE, Tusk ha combattuto con orgoglio per consegnare la Polonia ai globalisti, ed è per questo che ha pubblicato questo messaggio il giorno prima del tentativo di colpo di stato per indebolire l’opposizione:
L’assorbimento totale e l’assimilazione in stile Borg nel decrepito panopticon dell’Unione Sovietica sono l’ unica politica che conta per burattini globalisti come Tusk; non il benessere del popolo polacco, l’economia, la cultura, il patrimonio o qualsiasi altra irrilevante feccia che alla fine verrà inglobata dal piano Kalergi dell’UE.
Il documento del NED prosegue con espliciti appelli alla “giustizia di transizione”, un eufemismo globalista per indicare una guerra legale volta a perseguire e imprigionare gli oppositori politici una volta strappato loro il controllo giudiziario e legislativo. È sempre lo stesso vecchio schema, in ogni paese:
Il progetto di processare i politici più in vista del PiS ha implicazioni sia politiche che legali e si scontrerà con un’élite radicata e potente. Il presidente del Tribunale di Stato, ad esempio, è stato nominato dal precedente regime ed è di fatto il primo presidente della Corte Suprema. La presidenza è ricoperta da Andrzej Duda, alleato del PiS, e anche la Corte Suprema e altri incarichi sono ora occupati da persone legate al precedente partito di governo. Sarebbe ingenuo pensare che queste figure parteciperanno volontariamente alla seconda ondata di giustizia di transizione. Al contrario, è probabile che ostacoleranno l’azione e attenueranno le responsabilità per i misfatti del passato. Ciò lascia alle commissioni parlamentari la maggior parte del potere inquirente. Secondo il Codice di procedura penale, queste commissioni dispongono di alcuni strumenti per sanzionare coloro che vengono convocati in caso di mancata ottemperanza.
Altri esempi pubblicati da Mike Benz:
Si noti la particolare attenzione riservata alla nomina dei giudici del Tribunale costituzionale, che, a loro avviso, sarebbe stata fondamentale per i loro piani. Chiedono apertamente che il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, venga “ritenuto responsabile”, un altro eufemismo per “eliminato”, in un modo o nell’altro.
In definitiva, tutto ruota attorno al loro bisogno di controllo del Tribunale, poiché il compito di questo tribunale è interpretare la Costituzione polacca , il che gli conferisce l’autorità di interpretare la questione fondamentale se la Costituzione sia subordinata al diritto dell’UE o viceversa. La mafia di Tusk a Bruxelles vuole usare il tribunale per assicurarsi che la Costituzione polacca rimanga soggetta al diritto dell’UE in ogni caso.
“Le serie preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale e alla sua giurisprudenza sono state confermate dalla Corte di giustizia dell’UE.”
«La Corte di giustizia ha ritenuto che la Polonia non avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto dell’UE poiché il Tribunale costituzionale polacco aveva violato il principio di effettiva tutela giurisdizionale e ignorato il primato, l’autonomia, l’efficacia e l’applicazione uniforme del diritto dell’UE , nonché il valore vincolante delle due sentenze della Corte. Alla luce delle gravi irregolarità riscontrate nella nomina di tre giudici della Corte costituzionale polacca nel dicembre 2015 e del suo Presidente nel dicembre 2016, la Corte ha messo in discussione lo status del Tribunale costituzionale quale tribunale indipendente e imparziale istituito per legge ai sensi del diritto dell’UE.»
Il Tribunale costituzionale ha affermato che la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale e che la sua sentenza non ha effetto sul funzionamento del Tribunale stesso. Il Tribunale costituzionale ha dichiarato incostituzionale il criterio di indipendenza applicato ai giudici dei tribunali amministrativi.
Leggete attentamente di nuovo: l’organo dell’UE considera una pericolosa violazione del diritto dell’UE il fatto che il Tribunale costituzionale polacco abbia osato infrangere il “primato… del diritto dell’UE” . Il Tribunale costituzionale ha inoltre dichiarato che “la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale” .
Per porre rimedio a questa situazione di stallo, il documento dell’UE chiede che le “autorità competenti” della Polonia, essenzialmente il presidente, consentano la nomina dei giudici globalisti scelti dal parlamento polacco di orientamento liberale:
Nel marzo 2026, il Parlamento ha adottato una risoluzione con la quale ha ribadito la necessità di ripristinare l’indipendenza del Tribunale costituzionale ed ha eletto, il 13 marzo e l’11 giugno 2026, sette giudici per ricoprire i posti vacanti all’interno del Tribunale. Il 5 maggio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso misure provvisorie che obbligavano le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte di quattro di questi giudici.
Come già accennato, il presidente polacco non è legalmente obbligato a rispettare le nomine, secondo la Costituzione; al contrario, il Sejm sostiene che la nomina non richieda l’approvazione presidenziale, e questo processo appare giuridicamente ambiguo. Si è quindi creata una situazione di stallo, e la mafia globalista di Tusk è stata costretta ad agire impulsivamente impadronendosi del tribunale a causa dell’urgenza delle imminenti elezioni parlamentari del 2027.
È significativo notare che non ci sono state condanne di rilievo da parte dell’UE o di altri organismi internazionali per questa flagrante violazione del loro sacro “Stato di diritto”. Se Putin avesse inviato i suoi scagnozzi a occupare con la forza la Corte Suprema russa, quante riunioni “di emergenza” e dichiarazioni internazionali sarebbero state indette? Ciò mette ancora una volta in luce l’ipocrisia dell’Occidente globalista che negli ultimi anni ha chiuso un occhio o addirittura avallato apertamente la messa al bando dei partiti di opposizione, l’annullamento delle elezioni, l’incarcerazione di figure politiche conservatrici e molto altro ancora.
L’ex presidente della Polonia Andrzej Duda ha riassunto al meglio la situazione paragonando le azioni di Tusk a quello che oggi è comunemente considerato il “modo di fare europeo”:
La saga continua a svolgersi e potrebbe persino precipitare in una crisi ben più grave, a seconda di quanto Tusk deciderà di spingersi oltre con i suoi piani disperati.
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Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, Trump si è dato da fare a insinuare un rinnovato attacco all’Iran. Durante i recenti comizi, ha minacciato di “fare un torto all’Iran” come non se ne sono mai visti:
In modo assurdo, pur affermando che l’Iran “non può e non avrà un’arma nucleare”, sostiene poi che tale capacità è ora “sepolta sotto migliaia di tonnellate di roccia”. La domanda logica che ne consegue è: perché, allora, la necessità di ulteriori attacchi? È la solita contraddizione.
Il Wall Street Journal riporta che l’operazione di salvataggio di Hormuz, condotta dagli Stati Uniti, costa ora ai contribuenti americani la cifra esorbitante di 2-3 miliardi di dollari al mese per il suo mantenimento:
Attualmente gli Stati Uniti hanno 50.000 soldati e 20 navi della Marina impegnati in Medio Oriente, e il Congressional Budget Office stima che il conflitto costi agli Stati Uniti dai 2 ai 3 miliardi di dollari al mese, poiché il Pentagono consuma munizioni, carburante per aerei e rifornimenti per sostenere le proprie operazioni.
Secondo un nuovo rapporto del Congressional Budget Office , il costo totale del conflitto armato con l’Iran finora ha superato i 38 miliardi di dollari, cifra che non include nemmeno gli altri costi accessori generati indirettamente dalla guerra:
Costi operativi, logistici e di mantenimento del Dipartimento della Difesa.
Secondo le stime del CBO, al 1° agosto 2026 il conflitto armato con l’Iran è costato al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari. Tale importo comprende i costi di sostituzione delle munizioni esaurite e delle attrezzature perse in battaglia, l’aumento delle ore di volo, altre operazioni e l’incremento dei costi del carburante.
Questi costi in continua e spropositata servono tutti a promuovere l’agenda politica di Trump, secondo cui gli Stati Uniti “controllano” Hormuz e facilitano senza problemi il transito di energia globale. In realtà, questa narrazione continua a presentare diverse incongruenze.
Un’analisi condotta dal gruppo di pressione statunitense United Against Nuclear Iran (UANI), che monitora il traffico di petroliere legate all’Iran utilizzando il tracciamento navale e satellitare, mostra che almeno otto navi cisterna che trasportano GPL iraniano hanno lasciato il Golfo dell’Oman da metà luglio.
Un’altra petroliera che trasportava carburante per aerei iraniano ha raggiunto il Myanmar a settembre, come dimostrano ulteriori immagini satellitari e analisi del gruppo di intelligence marittima SynMax.
Un’analisi di Reuters sulle navi e sulle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense ha rivelato che sei delle otto navi cisterna per gas e la nave cisterna per carburante per aerei sono soggette a sanzioni statunitensi per il trasporto di prodotti petroliferi e petrolchimici iraniani.
Allo stesso tempo, Bloomberg scrive che l’amministrazione Trump sta procedendo alla legittimazione delle petroliere della precedente flotta “ombra”:
L’amministrazione Trump sta consentendo alle petroliere soggette a sanzioni di avviare una procedura per poter iniziare a trasportare legalmente petrolio greggio , ha dichiarato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright.
Gli investitori propongono di acquistare petroliere inattive soggette a sanzioni, ristrutturarle e utilizzarle per trasportare petrolio non soggetto a sanzioni, ha dichiarato Wright lunedì durante un evento di Citadel Securities a New York.
“Sposteremo alcune navi da quella che io chiamo la ‘flotta dei cattivi’ alla ‘flotta dei buoni'”, ha detto Wright. “Non trasporteranno più petrolio soggetto a sanzioni.”
La vicenda rivela che dietro le quinte le cose non sono così semplici come sembrano. Abbiamo scritto più volte di accordi segreti e strette di mano sottobanco che permettono a diversi prodotti energetici di attraversare lo stretto, nonostante le affermazioni di “blocchi”.
L’amministrazione è costretta a giocare su due fronti: da un lato, Trump ha bisogno dell’immagine di un blocco efficace e “inattaccabile”, dall’altro ha disperatamente bisogno che l’energia continui a fluire per sostenere l’economia in difficoltà alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.
Naturalmente, secondo Trump, va tutto bene:
Mentre il Presidente degli Stati Uniti si dibatte con il suo trito e ritrito gioco di prestigio, l’Iran ha consolidato la sua posizione di egemone regionale, ereditata a seguito dello storico errore militare di Trump.
Il 26 ottobre, rappresentanti di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono giunti a Teheran per importanti colloqui. Tra questi figuravano il Capo di Stato Maggiore del Pakistan, Asim Munir, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, Khalid bin Salman, e il capo dell’agenzia di intelligence turca (MIT), Ibrahim Kalin.
Il quadro era inequivocabile. La guerra ha dimostrato che l’Iran si sta affermando come il centro di potere per eccellenza del Medio Oriente, dove le grandi potenze delle nazioni periferiche sono costrette a inchinarsi.
L’incontro è stato ospitato, in particolare, dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsan Rezaei, che è emerso come una figura chiave in Iran agli occhi degli Stati Uniti:
Il Washington Post scrive che la Casa Bianca sta corteggiando Rezaei nella speranza che diventi l’ influente funzionario iraniano in grado di porre fine al conflitto. JD Vance si è impegnato personalmente per ottenere un incontro con il nuovo e influente personaggio iraniano.
Con l’aumentare del rischio di un rinnovato conflitto con l’Iran, il vicepresidente JD Vance ha inviato un messaggio al leader ultraconservatore di Teheran.dicendo cheÈ pronto a incontrarlo personalmente per discutere una soluzione negoziata alla guerra.
La scorsa settimana Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei , segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La lettera e il suo intento mi sono stati descritti da un funzionario statunitense a conoscenza dei negoziati. Il messaggio è stato reso pubblico per la prima volta dal Wall Street Journal.
La tempistica è intrigante: arriva subito dopo che Rezaei ha ospitato importanti leader militari e dell’intelligence mediorientale, il che suggerisce che l’amministrazione Trump sia diventata preoccupata e invidiosa della crescente influenza e del potere dell’Iran, e sia disperata di intervenire estorcendo risposte su cosa sia stato discusso e concordato direttamente dal padrone di casa.
Teheran, IRNA – Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), Mohsen Rezaei, ha dichiarato che una riunione quadrilaterale tenutasi a Teheran, alla quale hanno partecipato alti funzionari di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ha sottolineato la necessità di garantire la sicurezza in Medio Oriente dall’interno della regione, senza interferenze straniere.
Come segnale chiaro e inequivocabile rivolto agli Stati Uniti, rappresenta il declino dell’influenza americana agli occhi delle potenze mediorientali, che hanno assistito in prima persona al fallimento dell’America nell’imporre la propria volontà al gigante iraniano nello Stretto di Hormuz.
In una lettera inviata direttamente a Rezaei, Vance descrive l’ex leader delle Guardie Rivoluzionarie come l’unico uomo in grado di promuovere un accordo per fermare il programma nucleare iraniano – lo stesso che Trump ha seppellito sotto migliaia di tonnellate di roccia – e si dice che sia tra le poche persone in costante contatto con l’enigmatica Guida Suprema Mojtaba Khamenei:
L’iniziativa di Vance riflette la convinzione dell’amministrazione Trump che Rezaei sia il punto di contatto essenziale a Teheran e l’unica persona in grado di costruire un consenso attorno a un accordo per fermare il programma nucleare. Funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che Rezaei sia in contatto regolare con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei e che i due abbiano comunicato negli ultimi giorni , da quando è stata ricevuta la lettera di Vance. Se dovesse aver luogo un incontro, ha affermato il funzionario statunitense, i luoghi più probabili sarebbero Istanbul o Doha, in Qatar.
Non sorprende che l’articolo del Washington Post sottolinei come dietro l’urgenza si celi la convinzione degli Stati Uniti che la finestra di pace “potrebbe chiudersi” a causa delle pressioni israeliane per un’ulteriore escalation militare. Leggendo tra le righe, si comprende appieno la situazione: l’atto disperato e senza precedenti di Vance di contattare direttamente un ex capo delle Guardie Rivoluzionarie per un incontro personale ha lo scopo di prevenire quella che sa essere un’imminente provocazione israeliana che trascinerebbe ancora una volta gli Stati Uniti in una disastrosa continuazione della guerra.
La Casa Bianca ritiene che la finestra di opportunità per raggiungere un accordo senza un ritorno alla guerra si stia chiudendo. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un cambio di regime come unica via “per eliminare questa minaccia una volta per tutte”. Dopo l’inaspettata e forte performance alle elezioni di martedì, Netanyahu conserva un ruolo decisivo in Israele. Il Presidente Donald Trump ha affermato di voler “portare a termine il lavoro” in Iran e il Pentagono sta intensificando l’invio di truppe nella regione. Ma è chiaro che Trump e Vance preferiscono un accordo pacifico a un nuovo conflitto.
In sintesi: gli Stati Uniti sono ora ricorsi a supplicare le Guardie Rivoluzionarie per un accordo al fine di tenere a bada l’avanzata israeliana, poiché non hanno il potere di limitare il controllo di Israele sul governo e sulla politica statunitensi.
La nuova campagna di attacchi, appena promessa, sarà probabilmente la più debole e meno efficace di tutte. Questo perché, a questo punto, le vanterie di Trump sono diventate inversamente proporzionali alle capacità del suo esercito, dato il degrado storico che il conflitto ha inflitto alle forze armate.
Oltretutto, l’Iran ha ricostituito gran parte di ciò che era andato perduto durante la guerra e ora ha una comprensione molto più approfondita delle tattiche statunitensi. Gli Stati Uniti si trovano anche in una situazione di grave svantaggio rispetto al primo conflitto, avendo perso ingenti risorse regionali sotto forma di basi, nodi di comando e controllo, installazioni radar, droni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e morale delle truppe. Di fatto, la capacità degli Stati Uniti di colpire in profondità all’interno dell’Iran è ora messa in discussione, soprattutto dopo l’esaurimento delle principali munizioni a lungo raggio. Qualsiasi attacco futuro probabilmente continuerebbe a concentrarsi su installazioni costiere insignificanti e grandi infrastrutture civili come le centrali elettriche, che possono essere colpite anche da munizioni economiche a bassa precisione come il drone “Lucas”, una copia dello Shahed.
Ecco perché continuano a circolare voci secondo cui, al di là delle apparenze, gli Stati Uniti starebbero segretamente chiedendo all’Iran il permesso di colpire obiettivi strategici senza subire ritorsioni:
ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore.
Ghoroghi ha scritto che “l’America ha chiesto all’Iran di permettere un attacco a Pickaxe Mountain senza reagire”.
Se, come previsto, gli Stati Uniti riprenderanno un massiccio attacco contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, si tratterà probabilmente di una messa in scena ancora più imponente di prima, il cui scopo sarà quello di permettere a Trump di segnalare una “vittoria” che gli consentirà di salvare la faccia e di uscire dalla guerra.
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Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategico-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che la NATO orientale non ricambi.
A fine ottobre, il Telegraph ha pubblicato un articolo citando fonti diplomatiche anonime secondo cui ” la Russia spera di indebolire la NATO con i colloqui di pace con l’Ucraina “. Prevedono che “Putin probabilmente chiederà che la presenza della NATO in Europa venga ridotta ai livelli del 1997, prima che i paesi dell’ex blocco orientale iniziassero ad aderire all’alleanza”, in base alle sue richieste di garanzie di sicurezza formulate a partire dalla fine del 2021. Questa previsione si basa sull’annuncio del suo principale consigliere, Yuri Ushakov, secondo cui la Russia ora desidera che l’Europa partecipi al processo di pace.
Secondo il Telegraph, “ciò significherebbe un potenziale ritiro delle truppe NATO da Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, nonché dalla Finlandia, che ha aderito all’alleanza nel 2023”. Tecnicamente parlando, non è del tutto vero, dato che la Russia ha auspicato un ritorno allo status quo militare-strategico continentale a partire dalla data di firma dell’Atto Fondamentale NATO-Russia nel 1997. In pratica, ciò significherebbe il ritiro delle truppe dei Paesi membri della NATO precedenti al 1997 dai territori dei nuovi membri.
Come valutato in precedenza , ciò potrebbe persino gettare le basi per il loro patrocinio militare congiunto sul Baltico orientale, fulcro della NATO 3.0 , che prevede che gli europei guidino il contenimento della Russia da parte della NATO, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. L’ Intermarium , ovvero gli stati tra Germania e Russia, dovrebbe svolgere il ruolo più importante in questo contesto. Polonia e Svezia ne sono i pesi massimi, quindi è naturale che guidino congiuntamente il contenimento della Russia.
Gran Bretagna, Francia e Germania, le prime due potenze nucleari e la terza leader de facto dell’UE, hanno schierato diverse forze nei territori degli Stati membri successivi al 1997. Tuttavia, nell’ambito di un accordo generale mediato dagli Stati Uniti tra la NATO orientale e la Russia sull’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, potrebbero potenzialmente ritirare le proprie forze per facilitare i compromessi da parte della Russia senza mettere in pericolo i loro alleati. Questi alleati regionali, guidati da Polonia e Svezia, sono ora abbastanza forti da poter resistere autonomamente.
In cambio del rispetto dello spirito della richiesta russa ai membri della NATO precedenti al 1997 di ritirare le proprie truppe dai territori dei membri successivi, questi ultimi e la Russia potrebbero raggiungere un accordo di de-escalation mediato dagli Stati Uniti per il ritiro delle loro truppe dal confine. Mosse simmetriche da parte della Polonia e degli Stati baltici da un lato, e della Russia e della Bielorussia dall’altro, potrebbero costituire la base dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra e portare a nuovi negoziati sul controllo degli armamenti, se vi fosse la volontà di farlo.
Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategici-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che quest’ultima non ricambi. La via più realistica per raggiungere tale obiettivo è il ritiro delle forze russe dai territori occupati dai paesi membri successivi al 1997. Anche la Francia dovrebbe ritirare la sua offerta di estendere il proprio ombrello nucleare su questi territori. In tal caso, una stabilità duratura nel dopoguerra diventerebbe una prospettiva concreta.
Questo ordine emergente è il più sostenibile possibile date le circostanze.
Il grande obiettivo strategico che la Russia cercava di perseguire con il suo intervento militare su larga scala in Ucraina era quello di rimodellare l’architettura di sicurezza europea al fine di risolvere il dilemma di sicurezza tra NATO e Russia, causato dalla continua espansione verso est del blocco nel corso dei decenni. La NATO ha respinto le richieste di garanzie di sicurezza della Russia a partire dalla fine del 2021, i colloqui di pace con l’Ucraina della primavera del 2022 sono stati sabotati e la Russia non è stata in grado di raggiungere i suoi obiettivi massimalisti in Ucraina con la forza.
Questa situazione contestualizza diversi recenti sviluppi che, nel loro insieme, hanno preparato il terreno per una serie di compromessi mediati dagli Stati Uniti tra la NATO europea (E-NATO) e la Russia, volti a costruire l’architettura di sicurezza postbellica più realistica e sostenibile per il continente. La tendenza generale è la creazione, da parte degli Stati Uniti, della NATO 3.0 , che si rifà alla visione di Trump 2.0 di una E-NATO in grado di contenere la Russia, consentendo così il ridispiegamento della maggior parte delle forze americane in Europa verso il territorio nazionale, l’America Latina e la regione Asia-Pacifico.
Affinché la Russia acconsenta al dispiegamento dei peacekeeper dell’E3 in Ucraina, gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere loro le garanzie previste dall’articolo 5 della Costituzione, e i membri della NATO precedenti al 1997 dovrebbero ritirarsi dai paesi che hanno aderito dopo l’Atto Fondamentale NATO-Russia di quell’anno. L’unica eccezione potrebbe essere una base militare statunitense permanente in Polonia, che potrebbe essere necessaria affinché il paese di riferimento polacco dell’Intermarium accetti tutti i compromessi che verranno trattati in questo articolo.
Allo stesso modo, probabilmente a parte gli Stati Uniti, anche la Francia e il Regno Unito dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere i loro ombrelli nucleari ai membri del blocco successivi al 1997. Detto questo, i paesi dell’Intermarium (ad eccezione della Norvegia, membro del Blocco Vichingo e membro fondatore della NATO) potrebbero schierare un numero illimitato di truppe e attrezzature sul territorio altrui, il che rappresenterebbe un compromesso significativo da parte della Russia, considerando il rapido rafforzamento della componente aerea del Blocco Vichingo e il fatto che la Polonia comanda il più grande esercito dell’E-NATO .
Parallelamente, gli Stati Uniti potrebbero acquisire partecipazioni nei gasdotti Nord Stream, Yamal e Brotherhood affinché la Russia possa riprendere le esportazioni di energia verso l’UE sotto la supervisione statunitense, in modo che tutti abbiano un interesse comune nel mantenimento della pace. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti potrebbero mediare ritiri militari reciproci tra l’Intermarium e la Russia lungo il fianco orientale della NATO , che funge anche da fianco occidentale del ” cordone sanitario “. A quel punto, potrebbero seguire canali di gestione delle crisi e colloqui sul controllo degli armamenti per istituzionalizzare i progressi sopra descritti.
Il centro delle risorsepartenariato strategico che Russia e Stati Uniti stanno attivamentenegoziare secondo WesternmediaI rapporti darebbero a Washington interessi tangibili, finanziari e strategici nel preservare l’ordine postbellico in mezzo a qualsiasi provocazione che l’Ucraina, il Regno Unito e/o chiunque altro potrebbero mettere in atto per rovinarlo. Attraverso questi mezzi, gli Stati Uniti potrebbero più liberamente ” pivotare verso l’Asia ” per contenere la Cina, la Russia potrebbe concentrarsi sull’affrontare le emergenzeminacce in Asia centrale, e l’UE potrebbe ricostruire la sua economia devastata dalle sanzioni.
La Carta non deve seguire l’esempio delle dichiarazioni del BRICS e dell’SCO, diventando puramente superficiale.
La Bielorussia e la Russia hanno avviato congiuntamente il processo di stesura del testo di una Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità, promossa per la prima volta dalla Bielorussia alla fine di settembre a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Myanmar, Tagikistan e Vietnam hanno firmato la loro dichiarazione congiunta. La notevole assenza di Cina e India, che insieme alla Russia costituiscono il nucleo RIC dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), potrebbe essere spiegata dalle recenti critiche mosse dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko a tutti e tre i paesi.
All’incontro SCO+ tenutosi all’inizio di settembre, a margine del vertice SCO a Bishkek, ha dichiarato: «Siamo pronti ad agire in modo attivo e determinato. Francamente, è proprio questo che ci aspettiamo dai nostri leader. Per quanto possiamo essere tutti alla pari qui, riconosciamo che ci sono tre Stati particolarmente potenti — la Repubblica Popolare Cinese, l’India e la Federazione Russa — potenze nucleari influenti in termini di economia e risorse. Innanzitutto, ci aspettiamo che siano loro a prendere l’iniziativa. Purtroppo, tale iniziativa non c’è ancora».
Comunque sia, tutti gli Stati eurasiatici possono partecipare alla stesura della Carta. La dichiarazione congiunta ha inoltre annunciato che «lo scopo di questo processo è quello di elaborare un documento politico che definisca i principi di cooperazione, riaffermi l’impegno nei confronti del diritto internazionale e definisca approcci comuni per garantire una sicurezza equa e indivisibile nello spazio eurasiatico, nonché per favorire i partenariati economici, promuovere i legami culturali e umanitari e facilitare gli scambi tra civiltà in un’era multipolare».
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha aggiunto nel suo intervento all’evento di lancio che «La nostra proposta è quella di creare una nuova architettura di sicurezza eurasiatica come base per lo sviluppo pacifico e progressivo di tutte le nazioni che vivono nel continente più grande e ricco del pianeta, che ospita alcune delle civiltà più antiche del mondo». Il testo dovrà essere concordato all’unanimità secondo i «Termini di riferimento del gruppo di lavoro», dovrà essere redatto entro ottobre 2027 e successivamente si terrà a Minsk un vertice per la firma.
L’importanza della Carta risiede nel dare impulso alla transizione sistemica globale, stabilendo un codice di condotta che guidi il comportamento dei suoi firmatari nei rapporti reciprocie nei consessi multilaterali. Ciò può a sua volta portare a un’azione più coesa su una gamma più ampia di questioni in seno all’ONU, alla Banca Mondiale e ad altre istituzioni simili, rispetto a quanto possano ottenere i BRICS e l’SCO. Entrambi i gruppi multipolari sono gonfiati, il BRICS oggi molto più della SCO, e ciò ha compromesso la loro capacità di concordare dichiarazioni che non siano del tutto superficiali.
Si spera quindi che il processo di redazione del testo della Carta eviti di seguire lo stesso destino sotto questo aspetto, in modo da produrre finalmente un documento molto più mirato che possa poi portare a iniziative significativamente coordinate per accelerare i processi di multipolarità in tutto il mondo e, in particolare, all’interno dei forum multilaterali. Lo scenario in cui Stati rivali si contendano l’influenza nel processo di redazione del testo, indebolendone di conseguenza la formulazione, equivarrebbe a un’ennesima occasione persa per la multipolarità.
Pertanto, sebbene tutti gli Stati eurasiatici siano invitati a partecipare al processo di redazione del testo, la presidenza bielorussa dovrebbe far capire con discrezione alla Cina, all’India e agli altri rivali che manifestano interesse ad aderire che ci si aspetta che accettino condizioni più impegnative rispetto a quelle previste nelle dichiarazioni del BRICS e della SCO. In qualità di alleato nell’Unione Statale, la Russia può integrare gli sforzi della Bielorussia, soprattutto poiché fa parte del nucleo del RIC che sta guidando i processi di multipolarità globale. La Carta non deve seguire la stessa sorte delle dichiarazioni del BRICS e della SCO, diventando puramente superficiale.
Questo sviluppo è incredibilmente importante poiché potrebbe innescare una serie di eventi mediati dagli Stati Uniti per allentare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO orientale e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino, attraverso un accordo globale tra tutte le parti.
Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno telefonato a Putin martedì per discutere della ripresa dei colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti ad Abu Dhabi il mese prossimo. Sono i primi membri principali della NATO europea (E-NATO), che esclude l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, favorevole alla Russia, e il primo ministro slovacco Robert Fico, a rompere l’isolamento politico del blocco nei confronti della Russia. Non sorprende che Stubb abbia avuto un ruolo in questo.
A fine agosto aveva dichiarato che “A un certo punto, si dovrà instaurare un dialogo da parte europea, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”, affermazione che qui è stata interpretata come un’allusione a un suo possibile avvio di un dialogo con la Russia. Le argomentazioni sorprendentemente solide che ha espresso poco dopo riguardo alla Russia e il suo successivo tentativo di far ragionare le sue controparti isteriche della NATO europea hanno reso, a posteriori, la telefonata di martedì ancora più plausibile.
Quanto al motivo per cui il Primo Ministro norvegese ha accettato la chiamata, ciò si spiega con il fatto che ha ospitato l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, subito prima e subito dopo il suo ultimo viaggio a Mosca per incontrare Putin, durante il quale Witkoff ha incontrato anche Stubb e Zelensky. Il ruolo di Oslo nell’ultima fase del processo di pace russo-ucraino mediato dagli Stati Uniti è significativo poiché la Norvegia non è membro dell’UE, e quindi il suo ministro degli Esteri di fatto, Kaja Kallas, politicamente intransigente, è escluso da questi colloqui.
L’assetto sopra descritto rappresenta un sottoblocco baltico all’interno della NATO , in grado di esercitare simultaneamente influenza sull’Artico, sul Baltico e sull’Europa centrale, costituendo così il nucleo della NATO 3.0 . Il relativo pragmatismo dimostrato di recente nei confronti della Russia dai membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo potrebbe portare direttamente alla ripresa del dialogo tra Polonia e Russia , sebbene forse con la mediazione di Trump, data la ben nota animosità storica tra i rispettivi governi.
Il bucaneve polacco-bielorusso La diplomazia potrebbe combinarsi con il riavvicinamento tra Bielorussia e Stati Uniti e con l’approccio pragmatico del Blocco Vichingo verso la Russia per creare un canale di gestione delle crisi tra Russia, Stati Uniti e Polonia, che potrebbe estendersi alla Bielorussia, al Blocco Vichingo e agli Stati baltici. L’obiettivo potrebbe essere quello di sfruttare questo canale per coordinare i reciproci ritiri militari dal confine a fini di de-escalation, in modo da gettare le basi per la costruzione dell’architettura di sicurezza europea postbellica e la ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti.
La rottura tra Finlandia e Norvegia e l’isolamento della Russia da parte della NATO è quindi incredibilmente importante poiché potrebbe mettere in moto una sequenza di eventi mediati dagli Stati Uniti per alleviare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino per un grandeun accordo tra tutte le parti. In tale scenario, l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra sarebbe costruita principalmente dall’Intermarium, guidato congiuntamente da Polonia e Svezia, e dalla Russia sotto la supervisione degli Stati Uniti, e potrebbe in definitiva risultare sostenibile.
Le loro potenziali pattuglie congiunte lungo i confini tra Finlandia e Stati baltici e la Russia potrebbero diventare un elemento permanente dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
L’annuncio svedese di fine settembre relativo al secondo dispiegamento in altrettanti anni di aerei Gripen in Polonia è stato seguito, poco dopo e all’inizio di ottobre, da un annuncio correlato riguardante il sistema di difesa aerea Patriot, che andrà a integrare gli sforzi di Stoccolma per proteggere il centro logistico della NATO a Rzeszów. La tempistica coincide con il previsto dispiegamento svedese di aerei e navi da guerra in Finlandia per contribuire al pattugliamento del confine con la Russia. Questo evento rappresenta inoltre una rapida espansione della cooperazione militare con la Polonia.
Solo 13 mesi fa, nel settembre 2025, hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare e, nello stesso mese, hanno condotto la loro prima esercitazione a breve termine (SNEX) sull’isola strategica svedese di Gotland. Due mesi dopo, a novembre, la Polonia ha annunciato l’acquisto dalla Svezia di tre sottomarini diesel-elettrici di classe A26 Blekinge, nell’ambito di un accordo il cui valore è stimato in poco meno di 2,5 miliardi di euro. La tendenza generale che avvicina questi due Paesi è il concetto di NATO 3.0 promosso dagli Stati Uniti.
In sostanza, ciò si riferisce alla supervisione da parte degli Stati Uniti del contenimento della Russia da parte della NATO europea (E-NATO), mentre gli Stati Uniti “tornano all’Asia (orientale)” per contenere più efficacemente la Cina. Gli alleati che dovrebbero accelerare l’attuazione di questo processo fanno parte del Gruppo di Bergen , organizzato dagli Stati Uniti, che include in particolare Svezia e Polonia. Entrambe svolgono un ruolo importante nel nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia. La prima guida il Blocco Viking nell’Artico-Baltico, mentre la seconda comanda il più grande esercito della NATO europea .
Qui è stato spiegato che la Polonia prevede di collegare il Blocco Vichingo lungo il fianco nord-occidentale del “cordone sanitario” con l’Impero Neo-Ottomano guidato dalla Turchia lungo tutto il suo fianco meridionale, al fine di diventare il cuore geomilitare della NATO 3.0. Il grande obiettivo strategico della Polonia è quello di assemblare l’ Intermarium sotto la sua guida per contenere la Russia nel modo più efficace possibile. La Polonia non confina direttamente con la Turchia, ma solo con la Svezia attraverso il Mar Baltico, ed è per questo che al momento sta dando priorità a questo vettore dei suoi piani per la NATO 3.0.
L’invito rivolto alla Svezia a rafforzare la complessa difesa aerea del centro logistico NATO di Rzeszów può essere considerato il seguito spirituale dell’esercitazione SNEX di Gotland del settembre 2025 e un segnale di ciò che ci aspetta. Una cooperazione più complessa e forse anche duratura potrebbe presto seguire. Ad esempio, la Polonia potrebbe unirsi alla missione aerea e navale svedese lungo i confini finlandesi con la Russia, qualora i partner comuni di Helsinki lo richiedessero. Missioni congiunte simili sono possibili anche negli Stati baltici.
Tutti gli elementi sopracitati potrebbero diventare componenti permanenti dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, il cui scopo potrebbe essere quello di ampliare gli interessi diretti degli stati regionali nella sicurezza reciproca, in modo che qualsiasi incidente con la Russia provochi una risposta congiunta, “scoraggiando” così il Cremlino, come quest’ultimo potrebbe credere. Il rischio, tuttavia, è che un incidente di minore entità possa degenerare in una crisi potenzialmente incontrollabile, e la consapevolezza di tale rischio potrebbe indurre terze parti, come l’Ucraina, a compiere provocazioni sotto falsa bandiera a tale scopo.
Ciò che è necessario, quindi, nello scenario di una protezione militare congiunta svedese-polacca sulla Finlandia e sugli Stati baltici, che potrebbe costituire il nucleo della NATO 3.0, sono canali di gestione delle crisi tra questi paesi (almeno Svezia e Polonia), il leader americano della NATO e la Russia. Questo potrebbe idealmente gettare le basi per nuovi accordi di de-escalation, anche se non sul controllo degli armamenti come quelli esistenti prima del 2022, che ridurrebbero complessivamente il rischio di una guerra dovuta a errori di valutazione. Trump farebbe bene a proporre questa soluzione.
Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza che gli Stati Uniti tacitamente si aspettano da lei per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin, oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio.
La fine del comunismo ha visto la Polonia prendere la fatidica decisione di aderire alla NATO, che ha rappresentato l’espansione verso est più significativa del blocco, data la secolare rivalità con la Russia e il suo status di membro del Patto di Varsavia più popoloso al di fuori dell’ex Unione Sovietica, rimodellando così l’ordine europeo. La prossima decisione di politica estera della Polonia sarà altrettanto cruciale, tuttavia, poiché la fine del conflitto ucraino rimodellerà l’ordine europeo in modo altrettanto radicale quanto la fine del comunismo.
Il ministro delle Finanze polacco Andrzej Domański ha dichiarato lunedì, durante il quarto Forum economico polacco-tedesco, che “In nessun caso si potrà mai tornare al ‘business as usual’ con la Russia. La Polonia non lo accetterà mai”. Quella che normalmente verrebbe considerata una banalità scontata assume un significato strategico alla luce dell’articolo del Washington Post, pubblicato dopo l’ accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti, secondo cui Trump prevede di mediare un importante accordo energetico tra Russia, UE e Ucraina nell’ambito di un grande compromesso .
Se la Polonia si rifiutasse categoricamente di partecipare a un accordo in base al quale gli Stati Uniti potrebbero ottenere partecipazioni parziali nel gasdotto Yamal, che attraversa il territorio polacco, come “salvaguardia politica” per la ripresa delle esportazioni di energia russa verso l’UE, si troverebbe isolata dall’ordine emergente auspicato dagli Stati Uniti. Questo perché gli Stati Uniti potrebbero prevedibilmente ottenere partecipazioni simili nel Nord Stream, che termina in Germania, e/o nel gasdotto Fratellanza, che attraversa l’Ucraina. Berlino e Kiev avrebbero quindi la meglio su Varsavia .
Allo stesso modo, i membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo, che include anche la Svezia (Danimarca, Islanda e Stati baltici possono essere considerati parte di esso o partner a seconda dei punti di vista), hanno appena rotto l’isolamento politico della Russia da parte della NATO europea (E-NATO) chiamando Putin . ” Il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ è il più minaccioso per la Russia “, ma il fronte centroeuropeo guidato dalla Polonia è al secondo posto, dato che la Polonia ora comanda il più grande esercito dell’E-NATO .
Il blocco vichingo e la Polonia possono guidare congiuntamente l’ Intermarium tra Germania e Russia nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, che sembra essere la soluzione preferita dagli Stati Uniti, in quanto rappresenta l’esito più realistico e sostenibile del conflitto ucraino, consentendo loro di ” pivotare verso l’Asia “. Affinché ciò accada, tuttavia, la politica estera polacca deve allinearsi con quella del leader americano della NATO, che sta organizzando la NATO 3.0 proprio con l’obiettivo di contenere la Russia all’interno del blocco, in modo che gli Stati Uniti possano poi contenere la Cina.
La Polonia può svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico auspicato dagli Stati Uniti, ma dovrà accettare la sua dimensione economica, trainata dal settore energetico, e riprendere il dialogo con la Russia (probabilmente inizialmente con la mediazione statunitense) per allentare le tensioni tra l’Intermarium e la Russia. In tal caso, la Polonia potrebbe diventare più importante per la Russia nell’ordine postbellico rispetto alla Germania, come proposto in precedenza , ma se rifiutasse questi compromessi pragmatici, si ritroverebbe isolata e perderebbe il favore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.
Non è quindi un’esagerazione affermare che la Polonia si trova di fronte alla decisione di politica estera più cruciale dalla fine del comunismo. Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza tacitamente richiesti dagli Stati Uniti per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin , oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio. Le conseguenze di questa decisione dureranno decenni, quindi la Polonia deve scegliere con estrema attenzione.
A quanto pare, Trump è finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione.
Il cessate il fuoco che Melania Trump ha contribuito a siglare nell’insediamento di Alyoshki, in prima linea sul lato russo del fiume Dnepr, nella regione di Kherson, sta sorprendentemente reggendo . La Russia ha sempre rispettato tutti i precedenti cessate il fuoco, mentre l’Ucraina non lo ha mai fatto, sfruttandoli invece per far ruotare le proprie truppe, rifornire il fronte e poi riprendere le ostilità con la Russia da posizioni sul campo di battaglia relativamente più vantaggiose. Il fatto che l’Ucraina abbia finora rispettato l’ultimo cessate il fuoco merita quindi un approfondimento.
Per questi motivi, potrebbero esserci gravi conseguenze se l’Ucraina violasse in modo significativo il cessate il fuoco di Melania, il che potrebbe spingere Trump a tagliare le forniture di armi, intelligence, Starshield, ecc. all’Ucraina come punizione per aver umiliato sua moglie, come potrebbe affermare che Zelensky abbia fatto in quello scenario. Anche i giornalisti del canale Newsmax, vicino a Trump, sono sul posto per monitorare il cessate il fuoco e sono in contatto con Melania , quindi lei potrebbe informare immediatamente il marito se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco.
Zelensky sta quindi procedendo con cautela, tenendo presente che il fallimento da parte dell’Ucraina dei prossimi colloqui trilaterali con la Russia, mediati dagli Stati Uniti, potrebbe compromettere definitivamente i suoi rapporti con Trump, il quale prevede di ospitare una cerimonia per la firma dell’accordo di pace durante il G20 di dicembre in una delle sue proprietà a Miami. Non c’è alcuna garanzia che ciò accada entro quella data, ma se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco di Alyoshki, Putin potrebbe incolpare Zelensky di aver mandato a monte l’ultimo tentativo di Trump di vincere il Premio Nobel per la Pace, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.
Se il cessate il fuoco dovesse reggere, tuttavia, potrebbe essere esteso ad altri insediamenti in prima linea, a condizione che vi sia la volontà politica da parte di tutte e tre le parti. L’ufficio di Melania potrebbe proporlo, e sia Putin che Zelensky sarebbero riluttanti a rifiutarlo per timore di irritare Trump. In questo scenario, il modello di cessate il fuoco monitorato dai media statunitensi negli insediamenti locali potrebbe diventare lo standard per la prima fase di attuazione di un cessate il fuoco più ampio , che potrebbe iniziare nella regione di Kherson per poi estendersi ad altre zone.
Kherson rappresenterebbe un punto di partenza realistico per un cessate il fuoco più ampio, dato che il Dnepr funge da Linea di Controllo tra Russia e Ucraina, il che significa che qualsiasi cessate il fuoco in quella regione equivarrebbe di fatto alla cessazione degli attacchi al di là del fiume. In caso di successo, la fase successiva potrebbe prevedere un cessate il fuoco marittimo per la protezione della Crimea, di Odessa e del traffico marittimo internazionale, quest’ultimo sfruttato dall’Ucraina per contrabbandare armi nel paese. Trump considererebbe una vittoria un eventuale accordo in tal senso al G20.
Nel complesso, la sorprendente adesione dell’Ucraina al cessate il fuoco di Alyoshki voluto da Melania Trump suggerisce che quest’ultimo sia finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione, sulla quale potrà poi costruire ulteriori accordi per porre fine rapidamente al conflitto. La tempistica è ipotetica, ma i segnali sono chiari: Trump si sta lavando le mani della guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina per ” tornare all’Asia (orientale) ” e contenere più efficacemente la Cina durante i suoi ultimi due anni di mandato.
Volevano spingere la coalizione di governo a condannare i loro piani per smascherare l’ipocrisia dei liberali, dopo che il sindaco loro alleato aveva permesso agli ucraini di tenere la Marcia dell’Indipendenza di quest’anno a Varsavia, nonostante le nuove tensioni politiche e sociali con l’Ucraina a causa del genocidio in Volinia.
A metà settembre, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha dichiarato che “le proposte politiche per l’organizzazione di marce non sono tentativi di commemorazione e di costruzione di un’autentica politica della memoria, ma creano invece ulteriori divisioni tra le nazioni”. Il riferimento era alla proposta avanzata a fine agosto dal deputato conservatore dell’opposizione Dariusz Matecki di tenere la Marcia per la Festa dell’Indipendenza di quest’anno l’11 novembre a Leopoli, una delle culle storiche della civiltà polacca, poi entrata a far parte dell’Ucraina.
Ha spiegato che “l’assistenza fornita dallo Stato polacco ai polacchi che vivono in Ucraina è insufficiente e il sostegno precedentemente concesso loro viene sistematicamente ridotto. Nel frattempo, le amministrazioni locali e le istituzioni pubbliche polacche finanziano organizzazioni ucraine che operano in Polonia, nonché eventi legati all’Ucraina”. È proprio quest’ultimo punto ad essere il più rilevante per la sua proposta, dato che molti polacchi sono furiosi per il fatto che agli ucraini sia stato permesso di organizzare una marcia per la Festa dell’Indipendenza a Varsavia alla fine di agosto.
Peggio ancora, il sindaco liberale di Varsavia, Rafał Trzaskowski, era il patrono onorario dell’evento , il che era scandaloso viste le nuove tensioni politiche e sociali tra la Polonia e l’Ucraina a seguito della decisione di Zelensky di onorare la Volinia. I colpevoli del genocidiodell’OUN-UPA a livello statale all’inizio di quest’anno. L’opposizione conservatrice, che era filo-ucraina quanto l’attuale coalizione liberale al governo prima di perdere il potere alla fine del 2023 e di aver assunto un atteggiamento un po’ ostile nei confronti dell’Ucraina poco prima di allora, si è reinventata come critica nei confronti dell’Ucraina.
Questo contesto chiarisce la proposta di Matecki, che voleva denunciare l’ipocrisia della coalizione di governo, la quale permetteva agli ucraini di sfilare a Varsavia nel giorno della loro indipendenza, ma si opponeva alla sfilata dei polacchi a Leopoli nel giorno della loro festa nazionale. Anche gli alleati della coalizione, come l’attivista ucraina e cittadina polacca naturalizzata Natalia Panczenko, sono altrettanto ipocriti. La Panczenko si è detta ” inorridita ” all’idea che i polacchi sfilassero a Leopoli, nonostante avesse sfilato in precedenza con i suoi compatrioti a Varsavia .
La sua sfrontatezza ha spinto l’attivista polacca Małgorzata Zych a replicare : “Se le relazioni tra Polonia e Ucraina dovrebbero essere di alleanza e amicizia, perché un’iniziativa di questo tipo nei rapporti tra i nostri Paesi disturba Natalia Panczenko?”. Lo stesso vale per la coalizione di governo. La differenza tra queste due manifestazioni è che gli ucraini non subiscono discriminazioni in Polonia, nonostante le affermazioni contrarie, mentre i polacchi subiscono discriminazioni in Ucraina, secondo l’ex ambasciatore polacco .
Inoltre, ” l’Ucraina ha trascorso l’ultimo anno a preparare il terreno per chiedere risarcimenti e territori alla Polonia “, mentre la Polonia non chiede né risarcimenti né territori all’Ucraina . Dal punto di vista dei polacchi patriottici, il fatto che gli ucraini abbiano tenuto la loro marcia per il Giorno dell’Indipendenza a Varsavia sotto il patrocinio onorario del sindaco della capitale polacca, nel contesto sopracitato e in quello, già menzionato, delle nuove tensioni legate al genocidio in Volinia, rappresenta una provocazione suprema che giustifica una loro marcia a Leopoli.
Resta da vedere se manterranno la posizione, ma lo scopo di questa proposta, ovvero quello di evidenziare l’ipocrisia della coalizione di governo e dei suoi alleati come Panczenko, è già stato raggiunto, e potrebbe lasciare un’impressione duratura sugli elettori in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. La tendenza è che la coalizione di governo verrà sostituita da una tra i partiti di opposizione conservatori e libertari-nazionalisti. Se ciò accadrà, sarà in parte dovuto al fatto che gli elettori saranno stanchi del fatto che la coalizione favorisca gli ucraini a scapito dei polacchi.
Questo fatto, unito alla reputazione positiva di cui gode la Russia ai loro occhi, spiega perché così tanti paesi del continente stiano oggi ampliando con entusiasmo la cooperazione con essa, nonostante le pressioni occidentali.
Questa settimana Mosca ha ospitato il terzo vertice Russia-Africa, che si tiene ogni due anni a partire dall’edizione inaugurale tenutasi a Sochi nel 2019. Questo formato ottimizza il coinvolgimento della Russia con i paesi del continente consentendole di esaminare, discutere e promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali. Tra i numerosi partner dell’Africa, la Russia è senza dubbio il più affidabile, poiché non ha bisogno delle risorse di questi paesi, di cui dispone già in abbondanza. Ciò significa che la Russia offrirà sempre accordi equi e senza condizioni.
Sebbene le esigenze economiche e la necessità di rompere l’isolamento della Russia da parte dell’Occidente siano motivazioni importanti, la forza trainante principale alla base delle iniziative russe in Africa negli ultimi anni è il modo in cui ciò rafforza la sua sicurezza nazionale. L’obiettivo esplicitamente dichiarato dalla Russia di rafforzare in modo globale la sovranità dei propri partner, al fine di aiutarli a liberarsi dalle catene neocoloniali dell’Occidente, mira a privare i suoi rivali occidentali delle risorse africane che finanziano in parte i loro complessi militare-industriali.
Questi stessi complessi militare-industriali contribuiscono all’uccisione di russi da parte dell’Ucraina, sia militari che civili, e si prevede che continueranno a rappresentare un problema per la sicurezza nazionale della Russia anche molto tempo dopo la fine del conflitto ucraino, a causa della corsa agli armamenti tra Europa e Russia. Aiutando l’Africa a liberarsi dalle catene neocoloniali che consentono all’Occidente di sottrarle così tanta ricchezza, la Russia spera di costringere l’Occidente a reindirizzare la spesa sociale verso la corsa agli armamenti, con tutte le conseguenze politiche interne che ne derivano.
Questo obiettivo contestualizza il coinvolgimento del suo Africa Corps (precedentemente Wagner) nella Repubblica Centrafricana e in quella che oggi è nota come Alleanza del Sahel, entrambe le quali fino a quel momento rientravano nella “sfera d’influenza” della Francia ma da allora ne sono uscite, sebbene non senza subire i costi punitivi della guerra ibrida. La Francia continua a intromettersi nei loro affari, da qui l’importanza del continuo sostegno russo alla “sicurezza democratica”, ovvero l’assistenza con tattiche, strategie e, se richiesto, politiche di contrasto alla guerra ibrida.
Per quanto riguarda gli altri partner africani della Russia, tuttavia, i loro legami con essa sono più convenzionali. Anziché un sostegno attivo sul campo di battaglia, la Russia fornisce investimenti, tecnologia, scambi commerciali, energia, fertilizzanti, trasferimento di competenze e modernizzazione delle infrastrutture, ecc. Anche i suddetti partner ricevono tale sostegno, oltre a quello militare e di sicurezza descritto in precedenza. I legami di ciascun Paese con la Russia sono unici, ma esistono alcune somiglianze tra di essi e all’interno delle regioni, da cui deriva l’importanza dei vertici multilaterali.
Tornando all’ultimo punto, le aspettative degli appassionati dovrebbero essere moderate, perché la vittoria dell’Africa, con l’aiuto della Russia, sul neoimperialismo occidentale non si realizzerà pienamente nell’immediato futuro. Si tratta di un processo in corso, un grande obiettivo strategico a lungo termine verso il quale tutte le parti stanno procedendo lentamente ma inesorabilmente. Ci saranno colpi di scena e, in alcuni casi, forse anche battute d’arresto, ma ciò che conta è che questa tendenza sia in linea con la transizione sistemica globale verso la multipolarità che si è accelerata negli ultimi anni.
Tutto sommato, la Russia è il partner più affidabile dell’Africa perché non ha bisogno delle risorse dei paesi africani; proprio per questo si può sempre contare su di essa per proporre accordi equi e senza condizioni. La Russia non dispone neanche lontanamente dell’eccesso di capitale di cui dispongono gli Stati Uniti e la Cina per investire nel continente, ma la sua competenza globale nel settore delle risorse (materie prime, energia e minerali) la distingue da entrambi, così come la sua reputazione, come già spiegato. Ecco perché oggi così tanti Stati africani stanno ampliando con entusiasmo la cooperazione con la Russia.
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Ieri, per la prima volta dall’inizio della guerra, la Russia ha colpito con un missile balistico uno dei principali ponti sul fiume Dnepr. Dopo settimane di attacchi “sonda” apparentemente sperimentali con droni sui ponti meridionale e settentrionale di Kiev, la Russia ha finalmente utilizzato quello che si presume essere un missile Iskander per colpire il ponte meridionale.
Foto geolocalizzate che dimostrano che si tratta del ponte chiave a sud:
Un missile balistico di precisione ha colpito direttamente di fronte all’imbocco del tunnel della metropolitana del Ponte Sud , sul lato della stazione di Vydubichi , sulla riva destra del Dnepr.
È difficile dire se si sia trattato di una scelta intenzionale o di una fortunata coincidenza, ma i treni della metropolitana non attraverseranno questo ponte per un bel po’ di tempo.
Per mantenere il traffico stradale sul ponte sospeso per un periodo prolungato, sarebbero necessari impatti simili anche sulle corsie stradali.
Ci sono alcune cose importanti da dire riguardo a questo attacco.
Innanzitutto, la precisione è stata notevole. Il missile ha colpito esattamente il centro della linea ferroviaria, anziché le due strade laterali. Ecco un’immagine ravvicinata per mostrare approssimativamente il punto d’impatto:
Se dovessimo supporre che ciò sia stato intenzionale, forse per evitare il traffico civile sulla strada esterna, per colpire solo la ferrovia o semplicemente per mirare alla parte portante centrale della struttura, la precisione del CEP dell’Iskander si collocherebbe nell’intervallo più ristretto possibile di circa 5 metri, anziché nei 10-15 metri spesso ipotizzati dalle fonti occidentali.
È vero che occasionalmente sono sorti dubbi sulla precisione dei missili russi, dato che si sono verificati alcuni errori notevoli e spiegabili. Ciò potrebbe essere dovuto a malfunzionamenti del sistema di guerra elettronica o ad altri fattori, ma quando il missile funziona correttamente sembra in grado di raggiungere una precisione estrema, soprattutto se paragonata a quella delle bombe plananti russe, che di recente sono state viste mancare il ponte di Zaporozhye.
Ciò detto, va ricordato che la scorsa settimana la Russia ha colpito anche il ponte di Zaporozhye con droni tedeschi, prendendo di mira, a quanto pare, ancora una volta i cavi di sostegno, proprio come avevano fatto a Kiev all’inizio del mese (la seconda parte del filmato mostrerebbe attacchi con bombe plananti contro il ponte):
Ma torniamo al ponte sud di Kiev. Inizialmente si parlò di ben quattro Iskander che avrebbero colpito il ponte, sebbene ci siano stati mostrati danni causati da un solo aereo.
Sebbene accurato, l’attacco dimostra qualcosa di cui scriviamo da anni: ci vorrebbero decine di missili per distruggere irrimediabilmente un ponte del genere. Già all’inizio del 2023 scrivevamo che sarebbe stato necessario l’intero arsenale di missili da crociera russo rimanente per tentare di abbattere tutti i ponti sul Dnepr.
Col senno di poi, la stima di “6 missili per ponte” è probabilmente troppo bassa, e non sarebbe sorprendente se ne fossero serviti molti di più, soprattutto considerando i potenziali errori e malfunzionamenti.
Possiamo constatare che il temuto Iskander è riuscito a creare solo una grande buca nello strato più superficiale del ponte di costruzione sovietica, con danni discutibili alla struttura interna. È interessante, tuttavia, notare che una buca separata, molto più piccola, è stata osservata dietro Klitschko, sulla carreggiata del ponte, all’esterno della linea ferroviaria interna.
È impossibile dire da cosa sia stato causato quel buco, ma di certo non da un Iskander.
A titolo di riferimento, confrontate le dimensioni dei fori lasciati dai razzi HIMARS sul ponte Antonovsky di Kherson nel 2022:
Il missile HIMARS ha penetrato a malapena parte della struttura in acciaio, creando fori di dimensioni pari a circa un quinto o meno del danno causato dall’Iskander. Lo stesso vale per il foro creato da un drone tedesco sul ponte nord della Kiev all’inizio di questo mese, che ha dimensioni simili a quello provocato dal missile HIMARS:
Le autorità ucraine hanno annunciato l’intenzione di ricevere nei prossimi mesi dai partner dei “ponti mobili”, presumibilmente pontoni.
Dopo gli attacchi, i ponti ucraini hanno iniziato a essere ricoperti con vari tipi di reti anti-drone, come si vede qui sul ponte di Zaporozhye, colpito da una serie di attacchi di droni tedeschi nell’ultimo mese:
Per ora, non possiamo trarre molte conclusioni se non che la campagna russa contro i ponti ucraini sta procedendo almeno in modo semi-sistematico, sebbene sembri ancora in una sorta di fase “sperimentale”. Possiamo ipotizzare diverse ragioni per questo: la Russia potrebbe testare diversi tipi di munizioni contro diverse sezioni del ponte per valutarne gli effetti; ad esempio, granate Geran contro i cavi di sostegno, testate penetranti contro la carreggiata stessa, ecc.
Inoltre, la Russia potrebbe non voler lanciare un unico bombardamento su larga scala con molte munizioni contro un ponte, poiché ciò causerebbe un elevato numero di vittime civili, considerando il traffico veicolare che lo attraversa in qualsiasi momento. Parallelamente, la Russia potrebbe tentare una deliberata campagna di “degrado graduale” per prosciugare il più possibile le risorse dell’Ucraina; ovvero, invece di bombardare in massa il ponte per renderlo inutilizzabile in una sola volta, lo si “deteriora gradualmente”, lasciando intervalli tra un bombardamento e l’altro per consentire interruzioni, caos, interventi di riparazione da parte degli ucraini, ecc., prosciugando così lentamente le risorse dello Stato. Un ponte cronicamente danneggiato e in costante stato di degrado è per certi versi peggiore di un ponte completamente inutilizzabile; è per questo che nelle guerre passate le truppe avversarie venivano spesso ferite intenzionalmente con le schegge anziché uccise sul colpo, al fine di gravare sulla logistica nemica, costretta a trasportare e soccorrere i feriti.
Visto che stiamo parlando di argomenti tecnici, accenniamo all’interessante rivelazione fatta ieri da Elon Musk riguardo a Starlink. A quanto pare, il vero motivo per cui Musk teme che Starlink possa diventare un’arma offensiva a livello militare è la sua convinzione che la Russia potrebbe “kesslerizzare” l’orbita terrestre e distruggere l’intero suo impero spaziale.
Il motivo per cui questa ammissione è sorprendente è che si pone in netto contrasto con l’atteggiamento spavaldo mostrato in precedenza da Musk sulla questione , quando si vantava che la Russia non sarebbe mai stata in grado di neutralizzare in modo significativo i satelliti Starlink perché SpaceX poteva “lanciarli nello spazio più velocemente di quanto la Russia potesse neutralizzarli”.
Ora, improvvisamente, è preoccupato. Potrebbe essere questa la ragione?
Musk potrebbe anche star pianificando astutamente in anticipo. Ora che il sistema russo analogo a Starlink sarà operativo nei prossimi anni, potrebbe temere la concorrenza: Starlink potrebbe compromettere la sua reputazione di vettore civile “neutrale” partecipando a operazioni belliche offensive. Ciò darebbe alla Russia un notevole vantaggio in futuro per convincere i paesi del Sud del mondo a utilizzare il sistema Rassvet, più “amichevole” e “neutrale”, al posto di Starlink, che potrebbe essere impiegato militarmente contro di loro in qualsiasi momento. È una situazione simile alla precedente lotta per le quote di mercato tra Glonass e GPS.
Rimanendo in tema tecnico, un altro sviluppo di questa settimana è stato l’annuncio da parte dell’ucraina Fire Point che il famigerato missile da crociera “Flamingo”, che avrebbe dovuto essere la prossima arma miracolosa in grado di mettere in ginocchio la Russia, ha visto la sua produzione completamente interrotta e il progetto è stato considerato un fallimento:
L’amministratrice delegata di Fire Point, Irina Terekh, ha confermato la notizia, ammettendo che il progetto era solo un “esperimento” concepito più per fini politici che altro:
In sintesi: si trattava di un’operazione di pubbliche relazioni, come sospettavamo da tempo.
RWA ha la spiegazione più plausibile e accurata per il fallimento del progetto estetico:
È interessante notare che Zelensky, in un’intervista rilasciata proprio la settimana scorsa a Steven Bartlett, ha affermato che l’Ucraina era la “fucina di talenti” dell’URSS:
«L’Ucraina veniva definita la fucina di talenti dell’Unione Sovietica. C’erano tantissimi scienziati, ingegneri, università, un’enorme intellighenzia. Molte persone provenienti dall’Ucraina sono poi arrivate a dirigere diverse istituzioni e ministeri nell’Unione Sovietica. L’Ucraina era il polo intellettuale dell’Unione Sovietica. L’Ucraina è sempre stata coinvolta nella produzione di razzi. Il più grande centro di produzione missilistica era qui, così come le armi nucleari, che l’Ucraina ha ceduto. Moltissime cose venivano prodotte in Ucraina.»
È interessante notare come questa fucina di talenti stia ora riciclando i resti dell’URSS, ridicolizzando e rinnegando al contempo la propria eredità sovietica. Abbiamo già parlato del recente missile balistico ucraino, una copia dell’S-300 sovietico, tra le tante altre armi riadattate. Come mai la parte “russa” dell’URSS, arretrata e marginale, ha continuato il suo percorso verso lo status di superpotenza che rappresenta oggi a livello globale, mentre lo Stato ucraino, “unico” e “speciale”, si è trasformato in una cloaca spopolata del terzo mondo?
Un’istantanea significativa dello sviluppo post-sovietico dell’Ucraina, vera e propria fucina di talenti, a confronto con quello di Mordor:
“Talento” contro puro entusiasmo e passione civilizzatrice .
Forse l’intelletto è sopravvalutato?
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La scorsa settimana gli analisti occidentali sono rimasti scioccati nello scoprire che i depositi di mezzi corazzati russi, che si credevano svuotati a causa della guerra in Ucraina, si stanno silenziosamente riempiendo di nuovi veicoli e di mezzi corazzati ricondizionati.
Nuove foto satellitari hanno mostrato diverse basi completamente svuotate durante i lunghi anni di guerra, periodo in cui i principali analisti occidentali ci dicevano che la Russia non solo stava esaurendo i mezzi corazzati ogni giorno, ma che presto avrebbe esaurito anche carri armati pesanti, veicoli da combattimento di fanteria e sistemi di artiglieria. Abbiamo ripetutamente scritto che ciò era impossibile, poiché la dottrina russa avrebbe sempre imposto che le perdite di mezzi corazzati si sarebbero compensate con la produzione e con cambiamenti di tattica che avrebbero gradualmente arrestato le perdite fino al raggiungimento di un equilibrio.
Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riportato più volte come le perdite di veicoli e attrezzature tra Russia e Ucraina si stessero lentamente invertendo. A tal proposito, gli ultimi dati provenienti da una fonte sono i seguenti:
Ciò è avvenuto grazie a diversi fattori, tra cui la riduzione dell’uso di mezzi corazzati pesanti dovuta alla proliferazione dei droni, ma anche un maggiore ricorso a tattiche di infiltrazione con piccole unità.
Un’omissione notevole nella comprensione di quest’ultimo punto: molti presumono che le tattiche di infiltrazione di piccole unità russe siano state esclusivamente il risultato della maggiore diffusione dei droni, ma non è così. Infatti, se l’Ucraina avesse mantenuto le stesse capacità difensive di prima, solo grandi colonne corazzate sarebbero oggi efficaci nell’avanzare sul territorio. Uno dei veri motivi per cui l’infiltrazione di piccole unità ha iniziato a funzionare è stato il drastico esaurimento degli effettivi delle Forze Armate ucraine, che ha assottigliato la linea del fronte a tal punto da consentire a piccole squadre russe di due uomini di penetrare i presidi sparsi dei resti delle Forze Armate ucraine su qualsiasi linea. Se le Forze Armate ucraine avessero ancora avuto un numero sufficiente di uomini, nessuna infiltrazione di squadre di due uomini sarebbe stata possibile, poiché tali unità sarebbero state rapidamente sopraffatte in termini di numero, armamento e potenza di fuoco.
Pertanto, è importante riconoscere che uno dei fattori più importanti, se non il più importante, che ha portato a questa evoluzione tattica è stata in realtà la decimazione delle forze armate ucraine da parte della Russia, piuttosto che la semplicistica spiegazione dell'”evoluzione dei droni”.
A tal proposito, per divagare e contestualizzare l’argomento principale, le ultime ricerche in materia, presentate in un articolo accademico dell’Università della Difesa Nazionale di Helsinki, in Finlandia, hanno fornito importanti risultati sulle stime delle vittime della guerra in Ucraina:
Passate a pagina 149 del PDF per il capitolo intitolato “PERDITE IRRAGGIUNGIBILI: STIMA DELLE VITTIME DELLA GUERRA RUSSO-UCRAINA” .
In alternativa, potete guardare la presentazione di questo capitolo da parte dell’autore stesso, Alexander Grable, al minuto 2 e 45 secondi, qui:
L’interessante articolo getta un po’ di scetticismo sulle famigerate statistiche sulle vittime russe fornite da Mediazona, citando diversi esempi di ufficiali dichiarati morti in azione da Mediazona, ma la cui morte non è stata verificata in modo indipendente dall’autore. Quando l’autore ha chiesto chiarimenti a Mediazona, quest’ultima ha risposto di aver utilizzato un’altra fonte governativa, più oscura, che “non viene resa pubblica”. In breve, i loro risultati non sono replicabili e nascondono questo fatto dietro la scusa di oscure “fonti segrete” che si rifiutano di elencare apertamente.
Egli osserva inoltre che Mediazona ha riscontrato solo circa 6.000 ufficiali russi caduti in combattimento. Questo è problematico perché, secondo le stime dello stesso ricercatore, la percentuale di ufficiali nell’esercito russo avrebbe dovuto essere più vicina al 20% che al 5%, e più probabilmente, a suo avviso, intorno al 14%. Conclude affermando che circa 6.000 ufficiali caduti in combattimento dovrebbero portare a un totale di perdite intorno alle 86.000 unità, anziché alle quasi 300.000 perdite russe che Mediazona ora dichiara. Questi sono solo alcuni piccoli esempi tra i molti altri forniti, che potete leggere voi stessi nell’articolo.
L’autore osserva correttamente che il rapporto stimato sopra è all’incirca di 10:1, che corrisponde ai rapporti di scambio di cadaveri registrati tra Ucraina e Russia negli ultimi due anni:
È opportuno sottolineare che il rapporto nello scambio di corpi di soldati caduti tra Russia e Ucraina è di 12,46 caduti ucraini per ogni russo, e ciò coincide anche con le informazioni relative agli amputati.
Pochi giorni fa è avvenuto un nuovo scambio di cadaveri, con 252 corpi ucraini scambiati con 25 russi, in un rapporto esatto di 10 a 1.
A titolo di promemoria sulla cronologia degli scambi, ignorate la traduzione errata dell’IA di “SMO” in “Seconda guerra mondiale”:
Ricordate: l’Ucraina sostiene che la disparità sia dovuta all’avanzata russa. Eppure, secondo le Forze Armate ucraine, è l’Ucraina ad avanzare negli ultimi mesi, riconquistando ampie porzioni di territorio. Quindi, qual è la verità? O l’avanzata ucraina era una menzogna, oppure la disparità di perdite non ha nulla a che vedere con chi sta avanzando.
Tornando al rapporto, la conclusione raggiunta in merito alle vittime è la seguente:
Conclusione
Qual è dunque il bilancio? Le prove presentate dimostrano che le perdite russe (KIA/MIA) sono molto probabilmente inferiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti, e che le perdite ucraine sono molto probabilmente superiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti. Inoltre, le prove presentate in questo articolo suggeriscono con forza che le perdite ucraine (KIA/MIA) sono superiori a quelle russe, sia in termini relativi che assoluti. L’Ucraina, con una popolazione molto più piccola, si trova con ogni probabilità dalla parte sbagliata del gradiente di logoramento e sta perdendo la guerra. Ciò mette a rischio la sostenibilità della sua efficacia operativa sull’attuale ampio fronte. Su questa traiettoria, è improbabile che l’Ucraina prevalga e la Russia potrebbe ottenere il sopravvento. Come ha sostenuto Vershinin, l’Ucraina sta esaurendo il margine di manovra nei negoziati man mano che perde uomini. Dato il supporto cruciale fornito dalla NATO, ciò significa anche che le forze armate della NATO potrebbero dover rivalutare il loro approccio alla condotta della guerra.
Le riserve corazzate russe iniziano misteriosamente ad aumentare
Fatte queste premesse, passiamo ora alla parte principale, che riguarda le scoperte “scioccanti” secondo cui la Russia starebbe rifornendo le proprie riserve di mezzi corazzati in tutto il paese, quasi in preparazione di un futuro conflitto, e cosa ciò significhi per il futuro dell’Operazione Marxista.
Diversi resoconti documentavano questa situazione, in particolare quello del redattore di Radio Free Europe citato di seguito, e quello di Jompy, il principale ricercatore filo-ucraino sulle basi russe di stoccaggio di mezzi corazzati. È proprio la ricerca di Jompy, basata sul confronto di immagini satellitari, ad aver costituito la base delle teorie, a partire dal 2022, secondo cui la Russia stava esaurendo le scorte di carri armati.
Ciò riguarda alcune delle seguenti basi di stoccaggio, che hanno visto un enorme afflusso di mezzi corazzati immagazzinati nel corso dell’ultimo anno.
La 22ª base di stoccaggio di carri armati vicino a Kostroma, Russia, alle coordinate geografiche 58°27’51.0”N 41°30’25.0”E:
La 22ª base di stoccaggio carri armati , situata a 500 km dal confine NATO, viene rifornita con nuovi carri armati T-90M, come si può notare dal confronto tra le immagini satellitari di @planet dell’ottobre 2025 e dell’ottobre 2026.
Il 349° nel Territorio dell’Altai, Russia, alle coordinate 52.8115° N, 83.1363° E:
La 349ª base di stoccaggio, Altai Krai. Immagine @planet scattata ieri, 15 ottobre, rispetto a quella di ottobre 2025. La parte meridionale è completamente piena.
La parte settentrionale più ampia della base ha registrato un aumento significativo nell’ultimo anno:
349ª base di stoccaggio, parte settentrionale, aumento significativo di veicoli. 15 ottobre 2026 contro ottobre 2025.
La mappa satellitare di Google sembra mostrare una quantità ancora maggiore di mezzi corazzati in quella zona, anche se è difficile stabilire la data esatta dell’immagine, nonostante sia contrassegnata come 2026:
Uno degli aspetti più sconcertanti è che gran parte dell’equipaggiamento che viene rifornito è costituito da materiale di ultima generazione: T-90M, BMD-4M, BMP-3M, ecc.
La famosa Covert Cabal ha acquistato ulteriori immagini satellitari che confermano il rifornimento di T-90M nella 22a base:
Sono stati effettuati rifornimenti anche in altre basi, come la 6018ª e l’80ª nell’oblast di Sverdlovsk, dove, a quanto pare, sono stati immagazzinati sempre più pezzi di artiglieria di ultima generazione come i 2S19 Mstas, i 2S43 Malvas e i 2S44 Giatsint-K.
La maggior parte di queste attrezzature menzionate è costituita da modelli di produzione di serie, i più recenti e avanzati attualmente prodotti dalla Russia: T-90M, BMD-4M, Malva 2S43, ecc. Invece di essere inviate al fronte, vengono stoccate nelle basi nelle retrovie, sebbene presumibilmente alcune vengano inviate anche al fronte.
In sintesi: la Russia sembra stia ricostituendo le sue scorte e riserve di ogni tipo di corazza e artiglieria. Cosa possiamo dedurre da ciò?
Il fatto più evidente è che la Russia non sta chiaramente impiegando tutta la sua potenza e le sue capacità contro l’Ucraina. Continua ad accumulare riserve per una forza più consistente, sia per una questione puramente dottrinale, sia in previsione di un futuro conflitto su scala maggiore contro gli aggressori europei.
Da questo semplice fatto possiamo dedurre molte cose, una delle quali è che l’approccio russo alla guerra in Ucraina continua ad essere misurato , in cui l’aspetto puramente cinetico del più ampio conflitto ibrido viene bilanciato con altre necessità. Ciò ha chiare correlazioni anche con l’approccio economico, dove la Russia ha scelto di condurre la guerra in modo più graduale e prudente al fine di gestire il proprio sviluppo economico in maniera sostenibile, preservando lo status quo per il cittadino medio senza sottoporre il paese a uno scenario di “guerra totale”.
Bisogna ammettere che la difesa di gran lunga più efficace contro l’aggressione della NATO è la deterrenza implicita. Quando la Russia iniziò a trovarsi, presumibilmente, “impantanata” in Ucraina, vedemmo molte figure occidentali fremere apertamente dall’entusiasmo, con Mitt Romney che una volta disse, in una frase diventata celebre, che se gli Stati Uniti avessero voluto intervenire in Ucraina, avrebbero colto la Russia “con i pantaloni abbassati”.
Costruendo un deterrente credibile sotto forma di forze di riserva modernizzate e prodotte in serie su larga scala, la Russia sta inviando il messaggio di essere più che pronta a qualsiasi guerra su due fronti che la NATO potrebbe segretamente pianificare. Ciò è particolarmente vero considerando che alcune delle basi di stoccaggio di mezzi corazzati menzionate in precedenza si trovano vicino al confine europeo e vengono rifornite con i pezzi di artiglieria più recenti e avanzati.
Jompy osserva che queste sono solo le basi che il suo team è stato in grado di tracciare con le immagini satellitari disponibili, il che implica che ce ne siano molte altre in fase di rifornimento, incluse basi di unità attive e non solo basi di stoccaggio in eccesso.
Da ciò possiamo estrapolare ulteriormente: si può sostenere che anche la Russia si stia preparando per un conflitto molto più lungo e prolungato, e non si lascerà “adescare” gettando avventatamente tutte le sue armi e attrezzature nel macello per ottenere vantaggi immediati, semplicemente per compiacere i cicli di stampa a caccia di propaganda, come invece Zelensky sembra così desideroso di fare. La Russia non sta seguendo una tempistica precisa e a quanto pare si è impegnata a impiegare tutto il tempo necessario per raggiungere i suoi obiettivi di guerra.
Quest’ultimo punto ci introduce a un aspetto importante che abbiamo evidenziato riguardo alle dinamiche attuali del campo di battaglia e ai futuri sviluppi della guerra:
Dall’inizio di questo blog, all’inizio del 2023, ho fatto diverse previsioni “controverse” che si sono scontrate con l’ortodossia comunemente accettata riguardo alla guerra, ma che si sono rivelate vere nel tempo. La più notevole è stata la mia precoce comprensione della futura evoluzione strategica della Russia come incentrata sulla strategia a mosaico dei “mille tagli”, che avevamo previsto sarebbe stata la strategia a lungo termine utilizzata dalle forze russe, ben prima che i droni dominassero il fronte. Ora, vediamo che questa tattica di “dispersione” e infiltrazione frammentata, basata su una pressione simultanea e continua su tutti i fronti, è proprio la direzione in cui si è evoluta la situazione.
Fornisco questa contestualizzazione passata per premettere che ora stiamo nuovamente segnando un punto di svolta cruciale rispetto all’analisi contemporanea sulla guerra.
Le analisi predittive più recenti indicano che la Russia ha avviato una sorta di “dormienza strategica” sul fronte, di cui ho già parlato. Di cosa si tratta esattamente? È una forma di deliberato “rallentamento” del potenziale offensivo, altrimenti inutile, a favore di operazioni ibride più ampie, per un periodo di tempo determinato, fino a quando non si ripresenteranno condizioni favorevoli per offensive di maggiore portata.
Ho già scritto in precedenza che queste “condizioni favorevoli” non sono oscuri castelli in aria “sperando di raggiungerli”, ma sviluppi decisamente imminenti che stanno già prendendo forma per il prossimo anno. I più notevoli sono la costellazione satellitare Rassvet o “Alba”, così come gli sviluppi nel campo dei sistemi anti-drone (C-UAS), dei sistemi di intercettazione come Arena-M, della guerra elettronica (EW) su larga scala, ecc.
Un esempio di quanto sopra: un elicottero ucraino armato con una pletora di intercettori anti-drone a basso costo:
Tali intercettori, come il russo Yolka, si stanno già diffondendo ampiamente, e presto questi sistemi potrebbero essere installati su qualsiasi mezzo, compresi i veicoli corazzati.
Il miglioramento della tecnologia dei droni e dell’ISR limiterà ulteriormente il predominio dei droni, poiché consentirà l’identificazione e il puntamento delle unità nemiche di droni, che in genere sono costrette a operare a circa 5 km dietro la linea del fronte. L’eliminazione diretta dei veri e propri quartier generali delle unità di droni incide in modo significativo sulla diffusione e sul successo dei droni lungo il fronte.
Ma torniamo al concetto di “dormienza strategica”. Si tratta di un approccio realista alla guerra, che riconosce semplicemente gli alti e bassi del conflitto, assecondando le dinamiche della situazione, piuttosto che tentare di “nuotare controcorrente”. La Russia comprende che in questo momento è inutile dedicare una quantità eccessiva di energia e sforzi a vaste conquiste territoriali e a spinte “di sfondamento”, poiché le perdite subite non ne valgono la pena, in particolare quando gli altri aspetti ibridi della guerra possono essere sfruttati per produrre effetti maggiori per il momento. In questo caso, la Russia ha privilegiato la campagna di attacchi alle retrovie, che ha allentato le precedenti ROE (Regole di Ingaggio) e ha permesso alle forze russe di indebolire l’Ucraina in modi che le semplici conquiste territoriali non possono eguagliare.
Ciò non significa che la Russia stia interrompendo ogni avanzata, ma semplicemente che sta ridistribuendo l’equilibrio delle priorità e i settori in cui impiega la maggior parte delle risorse. Ciò si ricollega ancora una volta alla prospettiva a lungo termine discussa in precedenza: la Russia non ha particolare fretta; vede l’Europa e l’Ucraina diventare sempre più tese sia dal punto di vista politico che economico, mentre il proprio sviluppo prosegue a ritmo sostenuto.
Questo articolo rappresenta un’approvazione della strategia? No. Avrei personalmente utilizzato la stessa strategia se fossi stato nei panni di Putin? Non necessariamente. Si tratta semplicemente di un riconoscimento della realtà sul campo e di un’affermazione dei fatti.
La Russia continuerà a ridurre le risorse umane dell’Ucraina, a deteriorare le sue infrastrutture e il suo capitale politico, soffocando al contempo lentamente il fronte in un modo che è vantaggioso per la Russia dal punto di vista delle risorse, privilegiando l’attenzione alla riduzione delle perdite e alla sostenibilità a lungo termine, in particolare per quanto riguarda un secondo fronte che potrebbe essere aperto dagli aggressori europei.
Quando arriverà il momento e la tecnologia sarà maturata al punto da consentire la ripresa di operazioni offensive più attive, la Russia tornerà a un approccio più aggressivo. Una forma universalizzata e funzionante del sistema Rassvet potrà da sola contribuire in modo apprezzabile a questo obiettivo, cosa che potremmo vedere già l’anno prossimo se tutto andrà come previsto.
Fino ad allora, continueranno a essere privilegiate le tattiche predominanti di infiltrazione con piccole unità, mentre il Ministero della Difesa farà affidamento sulla sua campagna ibrida di droni e bombardamenti per infliggere la maggior parte dei danni devastanti. L’intento di questa campagna non è semplicemente quello di distruggere le retrovie dell’Ucraina e paralizzare le Forze Armate Ucraine (AFU), ma si può sostenere che il suo obiettivo più ampio sia quello di creare per l’UE un imbuto infinito di risorse e, al contempo, un abisso, al fine di far crollare il sostegno europeo all’Ucraina. Se raggiunto, questo costituirà di fatto il colpo di grazia e contribuirà alla sconfitta delle Forze Armate Ucraine (AFU) più di quanto potrebbero fare da sole qualsiasi numero di forze di terra russe.
Tuttavia, dati i cicli elettorali europei, quel momento è probabilmente ancora lontano.
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Dopo che Musk e Trump hanno già dimostrato che l’utilizzo di Starlink/Starshield da parte dell’Ucraina può essere bloccato in un istante, rischiando quindi il collasso dell’intera linea del fronte in caso di un blocco totale, Zelensky potrebbe essere più propenso a un accordo di pace con Putin.
Il fondatore di SpaceX, Elon Musk, ha confermato che l’Ucraina ha violato i termini di servizio per l’utilizzo di Starlink, l’equivalente civile del sistema militare Starshield, impiegandolo in attacchi letali con droni. A metà ottobre, Zelensky aveva candidamente dichiarato : “Utilizziamo Starlink anche per attacchi a medio raggio contro obiettivi militari nemici nei nostri territori temporaneamente occupati”, quindi l’affermazione di Musk è inconfutabile. Questo contesto chiarisce il rallentamento dei servizi di SpaceX, segnalato all’inizio di ottobre in un contesto di nuove tensioni con gli Stati Uniti.
Uno dei “ Cinque motivi per cui Trump è più serio che mai nel concludere accordi con Putin ” è perché “Trump si sente sfidato ad affermarsi come leader” dopo che Zelensky ha esplicitamente sfidato le sue richieste di non prendere di mira le raffinerie russe. È quindi del tutto plausibile che lui e Musk abbiano concordato di rallentare temporaneamente l’uso di Starlink e Shield da parte dell’Ucraina per mandare un messaggio a Zelensky. Il risultatoLa confusione su chi fosse il responsabile era probabilmente intenzionale, al fine di attenuare la percezione di una responsabilità condivisa.
Tornando ai recenti post di Musk, in quello citato ha ricordato a tutti che “Starlink rimane fondamentale per la difesa dell’Ucraina, in quanto è l’unico sistema che non può essere disturbato o distrutto, almeno per ora. Se Starlink venisse disattivato, la linea del fronte ucraina crollerebbe immediatamente. Questa NON è una minaccia, è semplicemente una constatazione di fatto. Starlink è stato cruciale anche per impedire alla Russia di invadere l’Ucraina nei primi giorni della guerra, poiché tutti gli altri mezzi di comunicazione erano stati distrutti o disturbati dalla Russia.”
Poco dopo, ha pubblicato un altro messaggio dichiarando che “Può essere utilizzato per infrastrutture militari, ma non per attacchi apertamente offensivi che lo rendano un bersaglio legittimo per una rappresaglia”, confermando così che può essere impiegato per le comunicazioni militari ma non per attacchi letali con droni. Tutte le sue precedenti affermazioni sono vere, soprattutto per quanto riguarda il ruolo imprescindibile che la sua tecnologia ha svolto nel perpetuare il conflitto, rendendolo di fatto un partecipante diretto alle ostilità.
Musk lo sa, ed è per questo che ha aggiunto nel post sopra citato che “Un avversario che facesse esplodere i satelliti Starlink creerebbe un effetto domino di distruzione che genererebbe un vasto campo di detriti rendendo lo spazio inutilizzabile”, ed è per questo che ora sta limitando l’uso illecito della sua tecnologia da parte dell’Ucraina per evitare ciò. Certo, sapeva ovviamente che questa situazione si protraeva da anni, ma il suo voltafaccia è stato probabilmente coordinato con Trump per punire Zelensky per la sua disobbedienza e costringerlo a un accordo di pace con Putin .
Considerato tutto ciò che è accaduto dopo il fallimento dell’operazione di influenza di 40 giorni di Zelensky per costringere Putin a un cessate il fuoco senza precondizioni, è improbabile che l’Ucraina ottenga l’utilizzo di Starlink/Starshield su tutta la Russia, come Zelensky aveva inizialmente richiesto . Questo è tanto più vero dopo che Musk ha scritto alla fine del suo primo tweet: “Non provo altro che TOTALE DISPREZZO per i guerrafondai malvagi che ostentano virtù, che spingono per un massacro senza fine e non offrono alcuna soluzione realistica al conflitto. Che possiate bruciare all’inferno”.
Dopo che Musk e Trump hanno già dimostrato che l’utilizzo di Starlink/Starshield da parte dell’Ucraina può essere bloccato in un istante, rischiando quindi il collasso dell’intera linea del fronte in caso di un blocco totale, Zelensky potrebbe essere più propenso a un accordo di pace con Putin. Se quest’ultimo dovesse rimanere irremovibile e il duo Musk-Trump si mostrasse riluttante a punirlo con i mezzi sopracitati, Zelensky ne approfitterebbe al massimo, vanificando così l’ultimo tentativo di pace.
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La serie di colloqui tra Nawrocki e Putin mediati da Trump (sia di persona che al telefono), la creazione di un canale di gestione delle crisi tra i due e l’obiettivo iniziale di un ritiro reciproco delle forze armate dal confine potrebbero stabilizzare l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Il principale quotidiano conservatore polacco Rzeczpospolita ha pubblicato all’inizio di ottobre i risultati di un sondaggio sull’opinione dei polacchi riguardo all’ipotesi di un incontro tra il presidente Karol Nawrocki e Putin a margine del vertice del G20 che si terrà a dicembre a Miami. La Polonia è stata invitata dagli Stati Uniti a partecipare per la prima volta, sia per via degli stretti rapporti di Nawrocki con Trump, sia perché la Polonia è diventata, lo scorso anno, un’economia da 1.000 miliardi di dollari. Il sondaggio di Rzeczpospolita ha rivelato che il 29,7% dei polacchi ritiene che Nawrocki dovrebbe incontrare Putin in quell’occasione.
Secondo i dati, questa opinione è “sostenuta principalmente dai sostenitori dell’opposizione (44% delle risposte), dagli esponenti della destra (34%) e da coloro che alle ultime elezioni parlamentari hanno votato prevalentemente per la Confederazione (75%). Questa opinione è condivisa soprattutto dagli uomini (37%), dalle persone tra i 30 e i 39 anni (42%), dai residenti nelle città di medie dimensioni (36%) e da chi possiede un titolo di studio superiore (37%)». Questo risultato è stato poi interpretato da diversi esperti intervistati da Rzeczpospolita.
Le opinioni andavano dall’attribuirlo alla “convinzione che i canali di comunicazione debbano essere mantenuti anche con un avversario” a convinzioni filo-russe basate sul timore che “altrimenti la Russia attaccherà” la Polonia e persino alla convinzione che la Russia possa diventare un “alleato” se si raggiungesse un’intesa con essa. Comunque sia, il 29,7% dei polacchi che sostiene un incontro tra Nawrocki e Putin è leggermente superiore al totale di coloro che voterebbero per i due partiti libertari-nazionalisti della Confederazione, secondo un autorevolesondaggio.
Ciò suggerisce che tale scenario stia iniziando a guadagnare popolarità tra gli elettori della maggioranza. Tra le tre opinioni degli esperti espresse sopra, la prima è quindi la più plausibile, e verrà ora approfondita nel contesto attuale delle relazioni bilaterali e del conflitto ucraino. Per cominciare, la partecipazione della Polonia alla Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato di arresto politicizzato nei confronti di Putin, e l’inserimento di Nawrocki nella lista dei ricercati dalla Russia non costituiscono un ostacolo al loro incontro all’estero.
Dopotutto, Nawrocki è il comandante in capo, quindi tutte le decisioni militari definitive spettano a lui. Questo ci porta al terzo punto riguardante un’ipotetica distensione tra Polonia e Russia mediata dagli Stati Uniti, che potrebbe basarsi sullo spirito del nascente ““diplomazia dei bucaneve”” della Polonia con la Bielorussia, alleata della Russia, il cui leader è nel pieno di un riavvicinamento con gli Stati Uniti e dove sono di stanza anche truppe russe. La creazione di un canale di controllo delle crisi tra i due paesi potrebbe gettare le basi per un ritiro militare reciproco dal confine.
La serie di colloqui tra Nawrocki e Putin mediati da Trump (sia di persona che al telefono), la creazione di un canale di gestione delle crisi tra i due e l’obiettivo iniziale di un ritiro militare reciproco dal confine potrebbero stabilizzare l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra. Ciò potrebbe anche gettare le basi per una riduzione reciproca più ampia delle tensioni tra la NATO 3.0 nel suo complesso – indipendentemente dal fatto che sia guidata dalla Polonia – e la Russia in futuro. Tutti e tre i leader farebbero quindi bene a prendere in considerazione questa possibilità.
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Putin farà sempre ciò che ritiene sia nel migliore interesse della Russia, date le circostanze, anche a costo di compromettere i suoi obiettivi più ambiziosi e di stringere accordi con i rivali.
Alla fine di ottobre, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato al nuovo gruppo di diplomatici del suo Paese che, nonostante tutto ciò che è accaduto dal 2022, il governo russo rimane interessato a cooperare con gli Stati Uniti. Nelle sue parole : “Vedremo cosa ci proporranno. Se proporranno qualcosa che ci avvantaggi economicamente e finanziariamente, perché no? Ma non dovrebbe comportare alcuna concessione politica da parte nostra, né dovremmo aspettarci che si crei una situazione politica a noi favorevole in tutti gli affari globali”.
Questo nonostante, nello stesso evento, avesse anche affermato : “Dobbiamo tenere presente che, nella migliore delle ipotesi, sono nostri rivali e nella peggiore, nostri avversari. Non sono preparati per una concorrenza leale”. In tal senso, Lavrov ha dichiarato : “Diciamo sempre di essere pronti a ristabilire i rapporti con chi agisce in buona fede… Non ci comporteremo come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che disse che non avrebbero mai ripristinato i gasdotti Nord Stream… Non saremo così ingenui”.
Quest’ultima parte avvalora un rapporto secondo cui il piano di pace di Trump prevede l’integrazione economica postbellica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico, che, secondo questa analisi, potrebbe essere facilitata dalle partecipazioni statunitensi nei gasdotti russi, ottenute restituendo i beni congelati nell’UE . Il giorno dopo il colloquio di Lavrov con la nuova delegazione diplomatica del suo paese, il vice primo ministro russo Alexander Novak ha confermato che i tre gasdotti Nord Stream danneggiati potrebbero essere riparati.
Ha inoltre ricordato ai giornalisti che “Una delle quattro linee è operativa. Se i consumatori europei, o i paesi e i politici europei, lo desiderano, il gas potrebbe certamente essere fornito attraverso questa linea”. Il Nord Stream è tornato di recente alla ribalta in seguito alle indiscrezioni secondo cui potrebbe rientrare nel grande accordo che Trump vuole negoziare per porre fine al conflitto ucraino e mantenere la stabilità nell’Europa postbellica. La partecipazione degli Stati Uniti al gasdotto, come “garanzia politica” per la ripresa delle esportazioni energetiche russe verso l’Europa, potrebbe rappresentare il primo passo.
È possibile che un simile accordo possa essere raggiunto anche prima di un cessate il fuoco, come “gesto di buona volontà” da parte americana, europea a guida tedesca e russa, per aver portato avanti i colloqui sull’Ucraina. Qualunque cosa accada, tuttavia, è significativo che Lavrov abbia confermato l’interesse della Russia a cooperare con gli Stati Uniti, dato che è famoso tra i ” filo-russi non russi ” (NRPR) per aver definito in modo indimenticabile l’Occidente ” incapace di raggiungere un accordo “. Purtroppo, però, questa affermazione ha tratto in inganno milioni di persone.
Ancora oggi, la stragrande maggioranza di loro immagina che ogni dichiarazione pubblica di interesse per i colloqui con l’Occidente faccia parte di un “piano strategico a cinque dimensioni per destabilizzare psicologicamente l’Occidente”, e ci credono sinceramente, anche se Putin ha recentemente ribadito di aver accettato i compromessi richiesti da Trump ad Anchorage . Lo stesso vale per l’ accordo sul diesel . La realtà è che l’affermazione di Lavrov secondo cui l’Occidente sarebbe “incapace di raggiungere un accordo” era solo retorica politica e non una dichiarazione di politica russa definitiva.
Il conflitto ucraino probabilmente si concluderà con un accordo che comporterà alcuni compromessi da parte della Russia, non raggiungendo quindi i suoi obiettivi massimi fin dall’inizio della guerra speciale.operazione , ma un simile risultato non dovrebbe essere visto come un fallimento . Ciò che i NRPR dovrebbero accettare prima che accada, per evitare delusioni, depressione e persino disperazione, è che Putin farà sempre ciò che ritiene sia nel migliore interesse della Russia date le circostanze, anche se ciò significa compromettere i suoi obiettivi massimi e stringere accordi con i rivali.
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Il punto cruciale non è se ci creda veramente, ma se il suo Ministero degli Esteri e i servizi segreti politicizzino le loro valutazioni di questo scenario per conformarsi a ciò che pensano lui voglia sentirsi dire, il che andrebbe contro quanto affermato in precedenza sulla necessità di abbandonare le illusioni.
All’inizio di ottobre, durante il vertice annuale del Valdai Club, Putin ha previsto che “si disgregheranno senza alcun aiuto da parte nostra”, rispondendo a una domanda sull’opportunità che la Russia “proceda direttamente allo smembramento dell’UE, in modo da poter trattare più facilmente con i singoli Paesi” a causa dei divieti imposti dal blocco di instaurare legami con la Russia. Questa affermazione è stata comunemente interpretata da molti ” non russi filo-russi ” (NRPR) come una previsione seria, nonostante il contesto scherzoso in cui era stata posta, frutto di un’illusione da parte di queste persone.
Le parole di Putin vengono trattate come oro colato ogni volta che coincidono con ciò che molti NRPR desiderano e liquidate con noncuranza come parte di un “piano strategico a cinque dimensioni” per “destabilizzare psicologicamente” i suoi oppositori quando questi si discostano dalle sue aspettative, come nel caso dei suoi anni di lodi sperticate a Israele . Per quanto riguarda l’esempio specifico del crollo dell’UE, esistono ragioni oggettive per cui persone serie hanno discusso di questo scenario, ma il fatto che Putin vi faccia riferimento non significa di per sé che ci creda veramente.
Putin rappresenta il Paese che pone la maggiore sfida all’Occidente a causa della sua guerra per procura in Ucraina, una sfida qualitativamente diversa da quella economica rappresentata dalla Cina. Mentre la crescita economica cinese costituisce una sfida sistemica a lungo termine, la complessa interdipendenza economica, finanziaria e delle catene di approvvigionamento della Cina con l’Occidente limita la misura in cui tale sfida potrebbe manifestarsi , a differenza dell’autonomia strategica che consente alla Russia di condurre la sua guerra per procura contro l’Occidente, che dura da anni.
Putin è consapevole di questo, così come del modo in cui le sue parole vengono interpretate da governi e società straniere. Pertanto, non si può dare per scontato che creda sempre alle sue drammatiche dichiarazioni, poiché potrebbero essere diffuse per secondi fini, come ad esempio influenzare l’opinione pubblica. Sia chiaro, questo non significa che Putin menta, come dimostra la sua previsione del crollo inevitabile dell’UE, dato che potrebbe dare un certo fondamento a tale scenario, ma semplicemente che la questione potrebbe essere più complessa di così.
La cosa più importante non è ciò che Putin crede personalmente, bensì se il suo Ministero degli Esteri e i servizi segreti plasmeranno le loro valutazioni di questo scenario in modo da conformarsi a ciò che, a torto o a ragione, ritengono sia ciò che lui crede e quindi desidera. Si presume che l’ecosistema mediatico globale russo presenterà tale immagine al proprio pubblico, ma se le suddette istituzioni la presenteranno a Putin per un malinteso desiderio di compiacerlo, allora ciò potrebbe causare problemi.
La politicizzazione, dettata da interessi personali, dei già problematici meccanismi di retroazione della Russia, che sono probabilmente in larga misura responsabili della serie di insuccessi in politica estera subiti dal Paese sotto la “Dottrina Neo-Reagan” di Trump 2.0 , potrebbe portare alla formulazione di politiche inefficaci. Se il presunto inevitabile collasso dell’UE servisse da premessa per la definizione della politica nei confronti dell’Europa, la Russia non solo rischierebbe di perdere opportunità, ma questo errore di valutazione potrebbe condurre a sbagli che, in ultima analisi, danneggerebbero i suoi stessi interessi.
La rilevanza della previsione di Putin, quindi, non sta nel fatto che lui ci creda veramente, ma nel fatto che il suo Ministero degli Esteri e i servizi segreti politicizzino le loro valutazioni di questo scenario per conformarsi a ciò che pensano lui voglia sentirsi dire, il che contraddirebbe quanto affermato in precedenza all’evento di Valdai. In quell’occasione, infatti, aveva esplicitamente messo in guardia contro le illusioni e aveva chiesto “valutazioni realistiche”. A differenza di quanto detto sull’UE, non c’è motivo di non prendere queste parole alla lettera, e si spera che chi è tenuto a farlo lo faccia.
Le capacità militari della NATO in Europa surclassano completamente le forze convenzionali russe presenti nella regione.
Durante la sessione di domande e risposte che ha fatto seguito al suo intervento alla conferenza del Valdai Club all’inizio di ottobre, a Putin è stato chiesto di commentare la dichiarazione del suo Ministero degli Esteri secondo cui la Russia ricorrerebbe alle armi nucleari in caso di attacco a Kaliningrad. Ha spiegato che “ci troveremmo di fronte a un avversario con il doppio della nostra popolazione. Ha un immenso potenziale economico e militare. Sì, non avremmo a disposizione una vasta gamma di forze e mezzi per contrastare una simile minaccia. Dovremmo fare affidamento sui nostri vantaggi competitivi in questa lotta”.
Quanto a quali siano questi vantaggi competitivi, Putin ha ricordato a tutti che “nessun altro possiede le capacità di attacco che la Russia ha oggi”, aggiungendo che “Non stiamo minacciando nessuno. Stiamo semplicemente affermando che non abbiamo poi così tanti mezzi per difenderci”. La sua spiegazione potrebbe scioccare molti ” filo-russi non russi “, che credono che la Russia travolgerebbe la NATO europea proprio come alcuni dei loro oppositori hanno istericamente paventato.
Innanzitutto, l’UE ha circa tre volte la popolazione della Russia, non solo il doppio. In secondo luogo, la Strategia di Difesa Nazionale di Trump 2.0 ha dichiarato che “la NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, quindi, potenziale militare”, deve solo essere organizzata correttamente. Infine, il concetto di NATO 3.0 che Trump 2.0 sta attivamente implementando prevede che gli Stati Uniti supervisionino il contenimento della Russia da parte della NATO europea, il che includerà l’ottimizzazione della suddetta interazione di fattori a tal fine.
Il fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia è il più avanzato, poiché collega gli alleati della NATO nelle regioni artico-baltica, centroeuropea e del Mar Nero. Le prime due regioni geografiche includono il Blocco Vichingo guidato dalla Svezia , la Germania e la Polonia , tutti e tre in grado di attaccare Kaliningrad individualmente o congiuntamente. Ricordiamo che la scorsa primavera è stata inaugurata in Lituania, paese confinante con Kaliningrad, la prima base militare tedesca all’estero dalla Seconda Guerra Mondiale.
Questa exclave russa è solo leggermente più grande del Connecticut e conta poco più di un milione di abitanti, il che la rende relativamente facile da conquistare tramite attacchi coordinati aerei, navali e terrestri; da qui la necessità di dichiarare che la Russia ricorrerebbe alle armi nucleari per autodifesa a scopo di deterrenza. Inoltre, Kaliningrad ospita il quartier generale della Flotta del Baltico russa e si ritiene che custodisca anche parte del suo arsenale nucleare, quindi la sicurezza nazionale della Russia sarebbe gravemente compromessa dalla sua distruzione o conquista.
Questi fatti – lo status di exclave di Kaliningrad, la presenza di un quartier generale militare regionale e, forse, anche di armi nucleari – contestualizzano il motivo per cui la Russia ricorrerebbe alle armi nucleari se la regione subisse una grave aggressione, e lo ha dichiarato a scopo di deterrenza, cosa che non ha fatto per Kursk . Quest’ultima è stata attaccata solo dall’Ucraina, le cui forze non sono riuscite a distruggerla o conquistarla, e la sua posizione nella “Russia continentale” ha facilitato il lancio di una controffensiva. Inoltre, non ospitava alcun quartier generale militare regionale né armi nucleari.
Dopo aver chiarito le differenze tra queste due situazioni, che spiegano perché la Russia abbia dichiarato di voler usare armi nucleari per difendere Kaliningrad ma non le abbia usate per difendere Kursk, sorge spontanea la domanda se ciò sarà sufficiente a dissuadere la NATO europea. Nonostante le dure parole dei loro leader per fini di politica interna , restano pur sempre esseri umani con istinti di autoconservazione, quindi potrebbero scegliere di non commettere un suicidio politico autorizzando un’aggressione seria contro Kaliningrad, consapevoli delle conseguenze.
Considera la morte di 500 ucraini a Bucha un genocidio, ma si rifiuta di descrivere il massacro di oltre 100.000 polacchi perpetrato dagli ultranazionalisti ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale, compresi gli 8.000 che si stima siano stati uccisi nella “Domenica di Sangue”, per timore di una rivolta ultranazionalista qualora osasse farlo.
Zelensky ha recentemente pubblicato: “Bucha. È stato un genocidio, riconosciuto da tutti. Hanno seppellito centinaia di persone. Hanno torturato delle persone. Abbiamo trovato la fossa comune. Credo che ci fossero circa 500 persone”. A prescindere dalle controversie su questo episodio , tra cui il recente intervento del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che ha ricordato a tutti la diversa posizione del suo Paese sull’accaduto, è significativo che il criterio di Zelensky per definire un genocidio sia la morte di sole 500 persone. Questo è rilevante per le relazioni polacco-ucraine.
L’Ucraina si rifiuta di riconoscere come genocidio il massacro di oltre 100.000 polacchi nella regione della Volinia e nelle aree circostanti, perpetrato durante la Seconda Guerra Mondiale da ultranazionalisti ucraini alleati dei nazisti. Addirittura, a maggio ha rinominato un’unità di commando d’élite in onore dei responsabili, chiamandola ” Esercito Insurrezionale Ucraino ” (UPA). Questo ha scatenato una crisi politica con la Polonia che ha polarizzato l’opinione pubblica sull’Ucraina e sugli ucraini, una polarizzazione che persiste ancora oggi. Si prevede che le opinioni sull’Ucraina e sugli ucraini avranno un ruolo determinante nelle prossime elezioni del Sejm, previste per l’autunno del 2027.
La Polonia riconosce ufficialmente i suddetti omicidi come genocidio, soprattutto considerando che la ” Domenica di Sangue ” dell’11 luglio 1943 causò il massacro di circa 8.000 polacchi in un solo giorno, la maggior parte dei quali si trovava in chiesa al momento dell’uccisione. Nonostante il criterio di Zelensky per definire un genocidio sia la morte di sole 500 persone, e nemmeno tutte nello stesso giorno, egli si rifiuta di riconoscere come genocidio quanto accaduto in Volinia e nelle zone limitrofe, sebbene il numero di vittime in un solo giorno sia stato 16 volte superiore e il totale 200 volte maggiore.
Questo perché l’UPA e l'”Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini” (OUN) da cui è emersa sono considerati ” eroi ” nell’Ucraina post-Maidan. I suoi leader, i principali politici e le figure di spicco della società civile ritengono che le azioni dell’OUN-UPA durante la Seconda Guerra Mondiale abbiano gettato le basi per il moderno Stato ucraino. Ciò include, come minimo, la pulizia etnica dei polacchi (così come degli ebrei e di altre minoranze), e, nel peggiore dei casi, il loro genocidio ( secondo la definizione di questo crimine data dalle Nazioni Unite ).
Sebbene lui stesso sia ebreo, Zelensky fa ciò che è richiesto a livello socio-politico dagli ultranazionalisti ucraini, dal cui sostegno dipendono il suo potere e la sua capacità di perpetuare la guerra con la Russia. Se riconoscesse i loro “eroi” della Seconda Guerra Mondiale per quello che oggettivamente sono, se vietasse la loro glorificazione e consentisse alla Polonia di riesumare e seppellire dignitosamente tutti i resti delle vittime, come l’Ucraina ha permesso alla Germania di fare per oltre 100.000 soldati della Wehrmacht , allora si ribellerebbero.
Per questo motivo dettato da interessi personali, Zelensky sta palesemente applicando due pesi e due misure nei confronti di Bucha e Volinia, il che scredita ulteriormente l’Ucraina, poiché induce gli osservatori più informati – soprattutto i polacchi – a chiedersi perché non riconosca il genocidio in Volinia, quale oggettivamente è stato, al fine di rafforzare la sua affermazione secondo cui anche quello in Bucha lo sarebbe stato. Inoltre, l’imposizione di due pesi e due misure su base etno-nazionale, come in questo caso, è la definizione da manuale di intolleranza, se non addirittura di supremazia etnica.
I polacchi non sono figli di un dio minore, per così dire, ma sono visti come tali agli occhi degli ultranazionalisti ucraini, come quelli a cui Zelensky deve il suo mantenimento al potere e la perpetuazione della sua ( molto redditizia ) guerra con la Russia. Ecco perché non osa riconoscere come genocidio il massacro di polacchi perpetrato dall’OUN-UPA durante la Seconda Guerra Mondiale, che fu 200 volte più grande di quello di Bucha e 16 volte più grande della “Domenica di Sangue” se si crede che Bucha sia stato commesso in un solo giorno. I polacchi sono furiosi.
Ecco la versione inglese dell’intervista che ho rilasciato a Dang Thuy di Dan Viet su questo argomento.
1. I segnali recenti suggeriscono che l’Ucraina potrebbe essere disposta a discutere negoziati basati su determinate condizioni proposte dalla Russia, tra cui lo status e il controllo di circa il 25% del territorio ucraino. Come valuta questa potenziale svolta e quali fattori chiave stanno spingendo Kiev a modificare la propria posizione in questo momento?
Zelensky ha iniziato a ventilare questo scenario un anno fa, ma solo di recente ha espresso quello che viene ampiamente interpretato come un sincero impegno in tal senso. La tempistica suggerisce che la ragione sia da ricercare nella sua rottura con Trump, dovuta ai continui attacchi dell’Ucraina contro le infrastrutture energetiche russe, in aperta sfida alle richieste statunitensi di cessare tali attacchi, attacchi che hanno aggravato la crisi energetica globale causata dalla Terza Guerra del Golfo. Secondo quanto riportato da The Atlantic , Trump considera tutto ciò una forma di interferenza nelle elezioni di medio termine, mirata a danneggiarlo.
Zelensky probabilmente si rende conto, o gli è stato consigliato (dal suo team, dai suoi alleati europei e/o dai suoi partner nella “burocrazia permanente” statunitense, nota anche come “deep state”), che Trump è probabilmente pronto a porre fine al conflitto e potrebbe persino costringere Zelensky a concessioni di vasta portata se quest’ultimo rimanesse ostinato. Pertanto, potrebbe aver calcolato che sia meglio accettare il congelamento delle linee del fronte piuttosto che continuare a chiedere a Trump di fare di più per aiutare l’Ucraina a invertire la tendenza, da cui il suo recente cambio di rotta.
2. Dal punto di vista strategico di Mosca, la disponibilità dell’Ucraina a negoziare sulla base delle realtà territoriali sul campo sarebbe sufficiente per la Russia a perseguire un cessate il fuoco duraturo? Oppure Mosca rimarrà ferma sui suoi obiettivi più ampi di smilitarizzazione completa e neutralità?
La Russia ha chiesto questa soluzione sin dai colloqui di pace della primavera del 2022, ma solo di recente Zelensky ha espresso un sincero impegno in tal senso. Anche Putin ha precedentemente confermato di aver accettato i compromessi proposti dagli Stati Uniti ad Anchorage, senza però rivelarne i dettagli. Ciononostante, lui e il suo team hanno ripetutamente ribadito la necessità di risolvere le cause profonde del conflitto, tra cui i legami della NATO con l’Ucraina, l’esaltazione da parte della sua leadership dei fascisti dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale e i diritti delle minoranze.
Il fatto che l’Ucraina controlli ancora circa l’11% di Donetsk ha un enorme valore simbolico per entrambe le parti, poiché il congelamento del fronte senza che la Russia ne ottenga il controllo potrebbe rafforzare la percezione, soprattutto in Russia, che Putin non sia riuscito a raggiungere pienamente almeno uno dei suoi obiettivi originari. Questo contestualizza ulteriormente la richiesta russa che l’Ucraina si ritiri dalla restante parte della regione. È anche il motivo per cui gli Stati Uniti hanno preso in considerazione l’ipotesi di costringere l’Ucraina a farlo come contropartita per un cessate il fuoco accettato dalla Russia.
3. In termini di quadro giuridico e dinamiche politiche interne, quali ripercussioni interne e rischi politici potrebbe affrontare il presidente Zelensky se accettasse una formula di pace che preveda la perdita del controllo territoriale di fatto?
È improbabile che Zelensky accetti di cedere formalmente qualsiasi territorio alla Russia; piuttosto, probabilmente manterrebbe le rivendicazioni dell’Ucraina, ma accetterebbe di perseguirle d’ora in poi solo per via diplomatica. L’influenza che le forze ultranazionaliste esercitano su di lui, che alcuni hanno paragonato a un vero e proprio ostaggio politico, è uno dei motivi per cui ci ha messo così tanto a esprimere un sincero impegno ad accettare la perdita di fatto delle regioni controllate dalla Russia che l’Ucraina rivendica come proprie. Teme disordini o peggio.
La rinnovata retorica di Trump sul cambio di regime in Ucraina non promette nulla di buono per Zelensky, poiché suggerisce fortemente che Trump si aspetti che Zelensky rinunci a candidarsi alle elezioni, a lungo rimandate, del suo Paese. Considerando l’influenza degli Stati Uniti sulle forze ultranazionaliste nella società, per non parlare di quelle all’interno dello stesso Stato, gli USA potrebbero sfruttare questi rapporti per deporre Zelensky tramite elezioni. Se Zelensky manipolasse il voto per rimanere al potere, allora una “Rivoluzione Colorata” appoggiata dagli Stati Uniti e/o un colpo di stato militare e/o della polizia segreta diventerebbero possibili.
4. Qualora i negoziati dovessero compiere progressi concreti, quale modello di garanzia di sicurezza per l’Ucraina potrebbe realisticamente risultare accettabile per tutte le principali parti interessate – Russia, Stati Uniti ed Europa – senza gettare le basi per un futuro conflitto?
La diplomazia è l’arte del possibile, come dice il proverbio, quindi sono necessari compromessi reciproci per trovare un terreno comune tra tutte le parti coinvolte in un conflitto, in assenza di una vittoria totale da parte di una delle due. Questo è il caso del conflitto ucraino. La Russia non vuole l’Ucraina nella NATO né lo schieramento ufficiale di truppe NATO in Ucraina, l’Ucraina chiede garanzie di sicurezza per scoraggiare quello che sostiene essere un futuro attacco non provocato da parte della Russia, e la maggior parte delle élite europee nutre una paura patologica della Russia.
Pertanto, uno scenario possibile prevede l’esclusione dell’Ucraina dalla NATO in base a un accordo russo-americano, ma il dispiegamento di truppe europee al di fuori della NATO, senza gli impegni statunitensi previsti dall’articolo 5. La creazione di un canale di gestione delle crisi tra Russia, Stati Uniti e Ucraina potrebbe consentire di gestire eventuali incidenti successivi. Il ripristino della complessa interdipendenza economica tra la Russia da un lato e l’Ucraina e l’UE dall’altro, attraverso un grande accordo energetico mediato dagli Stati Uniti, contribuirebbe a mantenere la pace in seguito.
5. Considerando le più ampie implicazioni geopolitiche, quale segnale invierebbero questi negoziati al nascente ordine mondiale multipolare, in particolare per quanto riguarda il partenariato strategico tra Russia, Cina e il Sud del mondo?
La partecipazione di ciascuna parte a questi colloqui è indipendente dai suoi legami con il Sud del mondo, ma un accordo di pace di ampio respiro mediato dagli Stati Uniti potrebbe rimodellare l’ordine mondiale. Una pace stabile in Europa potrebbe liberare un maggior numero di forze statunitensi da ridispiegare nella regione Asia-Pacifico per contenere più efficacemente la Cina. Allo stesso modo, la ripresa degli investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo potrebbe di fatto precludere investimenti negli stessi giacimenti da parte della Cina, che potrebbe a sua volta non ottenere una deroga alle sanzioni statunitensi.
Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, considerato la mente strategica dietro il secondo mandato di Trump, è famoso per la sua “strategia di negazione” nei confronti della Cina. Nel contesto attuale, gli Stati Uniti cercano di negare alla Cina l’accesso ai mercati e alle risorse necessarie per alimentare la sua ascesa a superpotenza, al fine di costringerla ad accettare un accordo commerciale sbilanciato e istituzionalizzare il suo status di potenza subordinata rispetto agli Stati Uniti. Ci si aspetta quindi che gli Stati Uniti sfruttino un accordo di pace globale in Europa per raggiungere questo obiettivo finale.
Il concetto del giornalista irlandese Brian McDonald, secondo cui la Russia sta per travolgere la NATO pur credendo che la NATO possa travolgere la Russia, è stato strumentalizzato dai liberali al governo in Polonia per quasi sei mesi, nella disperazione di vincere le prossime elezioni dell’autunno 2027.
Durante la sessione di domande e risposte all’ultima conferenza annuale del Valdai Club, Putin ha affermato che il recente allarmismo europeo nei confronti della Russia “è dovuto al grave deterioramento della loro situazione economica e politica interna. Basta guardare cosa sta succedendo alle loro economie, alle loro politiche sociali e al tenore di vita delle persone nei principali paesi europei. In queste circostanze, hanno un disperato bisogno di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni e di concentrarla su questioni esterne”.
In seguito, ha precisato che “di fronte a tendenze economiche sfavorevoli in patria, a una posizione sempre più precaria per le loro classi politiche al potere e al mutamento dell’opinione pubblica, ora sembrano provocare lo scontro con la Russia e alimentare ulteriori crisi tra Russia ed Europa. Lo fanno proprio per giustificare i preparativi di guerra e per radunare attorno a sé il maggior numero possibile di sostenitori, consentendo loro così di rimanere al potere”. Si tratta di una valutazione ragionevole.
L’ultima ondata di isteria è scoppiata a fine aprile, quando il primo ministro liberale polacco Donald Tusk ha dichiarato al Financial Times che la Russia avrebbe potuto mettere alla prova la risolutezza della NATO europea entro “pochi mesi”. Quattro mesi dopo, a fine agosto, durante un viaggio a sorpresa a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, sono poi circolate voci secondo cui quest’ultimo avrebbe messo in guardia la Russia proprio da questo scenario. Un mese dopo, a fine settembre, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato che “la Russia è in guerra con l’Europa”, alimentando ulteriormente l’isteria.
Ciononostante, il presidente finlandese Alexander Stubb cercò di far ragionare le sue controparti europee della NATO minimizzando la probabilità di un attacco russo, dopodiché Sikorski fece marcia indietro affermando improvvisamente che “la Russia non ha le forze per un attacco di vasta portata contro la NATO”. Sikorski, inoltre, era passato dal seminare paura riguardo alle minacce alla Russia a minacciarla direttamente, dopo aver notoriamente affermato che la NATO europea “sconfiggerebbe la Russia piuttosto rapidamente” in caso di guerra.
Ha inoltre proposto esercitazioni NATO su larga scala vicino a Kaliningrad, che la Polonia chiama con il suo nome storico polacco Królewiec dalla metà del 2023, quando era ancora al governo conservatore, il che ha spinto la Russia a chiarire che una guerra nucleare sarebbe seguita a qualsiasi aggressione seria contro la sua exclave. I liberali al governo in Polonia sono quindi responsabili del doppio pensiero isterico che sta travolgendo l’Europa riguardo al terribile scenario di un attacco russo alla NATO e ora alla falsa sicurezza che alimenta i discorsi su un attacco della NATO alla Russia .
La valutazione di Putin, secondo cui fattori economici e politici sarebbero alla base di questa isteria, è particolarmente vera nel caso polacco, dato che sondaggi autorevoli suggeriscono che la coalizione liberale al governo rischia di essere spodestata da una coalizione nazionalista conservatrice dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, se le tendenze attuali dovessero persistere. Spaventare i polacchi riguardo alla Russia e poi tentare di infondere in loro la falsa convinzione di poter “sconfiggere la Russia piuttosto rapidamente” è una forma di campagna elettorale estremamente manipolativa che potrebbe alla fine ritorcersi contro di loro.
È intellettualmente offensivo che i liberali al governo in Polonia credano di poter spingere i polacchi in direzioni diametralmente opposte per i prossimi dodici mesi, al fine di radunarli attorno alla loro coalizione. La ” russofrenia “, ovvero la convinzione che la Russia stia per travolgere la NATO e al contempo che la NATO possa facilmente travolgere la Russia, per citare il famoso concetto del giornalista irlandese Brian McDonald, è difficile da sostenere a lungo e su vasta scala senza inavvertitamente alienarsi ulteriormente il favore dei polacchi.
Un autorevole organo di stampa polacco, citando fonti di difesa non ufficiali, ha riferito che il drone ucraino carico di esplosivo, precipitato in Lituania lo stesso giorno di un grave attentato contro San Pietroburgo, era in realtà partito dalla Lituania stessa e non era entrato nel paese dalla Polonia, come affermato da Vilnius.
La Lituania ha affermato che un drone ucraino carico di esplosivo, precipitato sul suo territorio lo stesso giorno di un grave attacco ucraino contro San Pietroburgo, proveniva dalla Polonia. La Polonia ha dichiarato che chiederà spiegazioni all’Ucraina in merito, dopo che la notizia è diventata pubblica. In Russia si sospetta da tempo che l’Ucraina utilizzi droni nello spazio aereo della NATO per facilitare gli attacchi contro la seconda città più grande del paese. Quest’ultimo episodio non fa che avvalorare tale ipotesi.
Sebbene la situazione sia già di per sé preoccupante, dato che la possibile intercettazione da parte della Russia di droni ucraini nello spazio aereo baltico a scopo di autodifesa potrebbe innescare un’escalation incontrollabile con la NATO, secondo i media polacchi ci sarebbero ulteriori elementi che la renderebbero ancora più grave. L’agenzia di stampa Polsat News ha citato “informazioni non ufficiali del Ministero della Difesa Nazionale, secondo le quali il drone sarebbe decollato dal territorio lituano, a circa 30 chilometri dal confine polacco, e si sarebbe addentrato in profondità nel Paese”.
Sebbene il Ministero della Difesa abbia smentito la notizia, essa potrebbe comunque essere vera, rendendo così l’ultimo gioco di scaricabarile un tentativo di insabbiamento dopo lo schianto del drone ucraino in Lituania. Il Servizio di intelligence estera russo aveva avvertito all’inizio dell’anno che il Paese era pronto a reagire contro la Lettonia in seguito alle notizie secondo cui l’Ucraina stava pianificando di lanciare droni contro la Russia da quel territorio. Non ci fu alcuna rappresaglia, il che suggerisce che la Lettonia abbia respinto tali piani, ma la Lituania potrebbe averne assunto il ruolo.
Ci sono tre ragioni per sospettare che sia così. In primo luogo, i rapporti polacco-ucraini rimangono tesi dopo che Zelensky ha glorificato la Volinia I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA alla fine della primavera, quindi la Polonia potrebbe non sentirsi a suo agio nel rischiare un grave incidente di sicurezza con la Russia a causa dei droni ucraini che sorvolano il suo spazio aereo (anche se in precedenza li aveva consentiti). In secondo luogo, sebbene qui si sia sostenuto che i droni ucraini a volte sorvolano lo spazio aereo neutrale della Bielorussia, possono comunque essere tracciati e successivamente intercettati dalla Russia.
Infine, l’utilizzo della Lituania da parte dell’Ucraina come base di lancio per droni contro la Russia aggira i suddetti ostacoli ai suoi piani, e la sua posizione geografica permette a tutti di mantenere la calma fingendo che l’Ucraina abbia fatto volare droni sulla Lituania dalla Polonia, qualora qualcosa andasse storto e la cosa venisse scoperta, come è appena accaduto. Ciò nonostante, questo possibile accordo rimane estremamente rischioso per la Lituania, considerando che confina sia con l’exclave russa di Kaliningrad che con la Bielorussia, suo alleato, il che la rende molto vulnerabile a ritorsioni.
Questa osservazione contestualizza ulteriormente gli sforzi della Lituania per modificare la propria legislazione in modo da poter un giorno ospitare armi nucleari statunitensi, qualora Washington acconsentisse a dislocarle sul suo territorio, parallelamente al suo progetto complementare di ospitare una base militare statunitense permanente. Vilnius potrebbe credere che tali discorsi possano dissuadere Mosca da ritorsioni future, come quelle minacciate contro la Lettonia, ma in realtà potrebbero dissuadere Washington dall’accettare queste proposte, per evitare il rischio di una guerra su vasta scala con la Russia a causa della Lituania.
Polsat News, la fonte delle speculazioni su un possibile insabbiamento in merito all’ultimo incidente con un drone in Lituania, è generalmente considerata affidabile. Le probabilità che i suoi redattori abbiano pubblicato un’affermazione inventata, secondo cui il drone in questione sarebbe stato lanciato dal territorio lituano, attribuendola poi al Ministero della Difesa, sono estremamente basse. Pertanto, a prescindere dal fatto che ciò sia realmente accaduto o meno, è quasi certo che questa versione dei fatti sia stata loro raccontata da alcuni funzionari della difesa per ragioni che rimangono oscure.
Il conflitto potrebbe congelarsi lungo le linee del fronte se gli Stati Uniti costringessero l’UE e l’Ucraina ad accettare la ripresa delle importazioni energetiche russe attraverso gasdotti parzialmente controllati dagli Stati Uniti, convincendo al contempo la Russia ad acconsentire al dispiegamento di forze europee in Ucraina senza la protezione dell’articolo 5 del Trattato di Waitangi.
Zelensky ha affermato che l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, presenterà a Putin, durante il loro incontro a San Pietroburgo, una proposta che equivale a garanzie di sicurezza per l’Ucraina simili a quelle previste dall’articolo 5. Si è ipotizzato che Putin potrebbe accettare tale proposta nell’ambito di un accordo complessivo, dato che l’articolo 5 non obbliga all’invio di truppe e il suo spirito di mutuo soccorso (armi, fondi, intelligence, ecc.) a un alleato sotto attacco è in vigore fin dall’inizio . Trump potrebbe anche offrire a Putin incentivi legati al settore energetico per rendere l’accordo più allettante.
Ciò potrebbe comportare una diplomazia energetica creativa per indurre l’UE a sbloccare i fondi congelati della Russia attraverso la sequenza qui descritta , in cambio dell’acquisizione da parte degli Stati Uniti di quote nei suoi gasdotti come “garanzia politica” per la ripresa delle esportazioni russe verso l’UE. La crisi energetica globale innescata dalla Terza Guerra del Golfo potrebbe anche servire da pretesto per gli Stati Uniti per ridurre le esportazioni di energia verso l’UE al fine di abbassare i prezzi interni e costringere l’UE a sostituire le importazioni statunitensi perse con quelle russe attraverso questa formula.
La complessa interdipendenza economica che verrebbe ristabilita tra Russia e UE grazie alla diplomazia energetica innovativa degli Stati Uniti potrebbe placare le preoccupazioni della Russia riguardo alla rapida rimilitarizzazione della Germania, leader di fatto dell’UE , che l’ex presidente Dmitry Medvedev ha paragonato al periodo precedente all’Operazione Barbarossa . Questo perché il potere che la Russia avrebbe allora di staccare la spina all’economia tedesca potrebbe dissuadere la Germania dal oltrepassare le linee rosse russe nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Allo stesso modo, la ripresa da parte dell’Ucraina delle importazioni energetiche russe attraverso gasdotti parzialmente controllati dagli Stati Uniti potrebbe contribuire a stabilizzare il nuovo ordine emergente, in cui gli Stati Uniti avranno un ruolo molto minore negli affari europei attraverso il modello NATO 3.0 , da cui l’inclusione di questa proposta nel presunto piano di pace di Trump . Le partecipazioni statunitensi in società energetiche e giacimenti di risorse russi potrebbero dissuadere l’Ucraina dal colpirli, al fine di ridurre al minimo il rischio di una ripresa del conflitto in corso, una volta che questo sarà inevitabilmente terminato.
La ripresa, sotto la supervisione degli Stati Uniti, delle esportazioni energetiche russe verso l’UE guidata dalla Germania e l’Ucraina, l’allentamento delle sanzioni occidentali per la Russia guidato dagli Stati Uniti (compresa l’attuazione graduale degli stessi dopo un cessate il fuoco ) e un approccio postbellico incentrato sulle risorseIl partenariato strategico russo-americano rivoluzionerebbe gli affari europei. I vantaggi che questo potrebbe apportare alla Russia potrebbero anche convincere Putin a consentire il dispiegamento di alcune forze NATO europee (E-NATO) in Ucraina in cambio delle suddette concessioni da parte dell’UE e dell’Ucraina.
Sebbene in precedenza avesse affermato che sarebbero stati un obiettivo legittimo, finché gli Stati Uniti non estenderanno loro la protezione dell’articolo 5, come confermato dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth nel febbraio 2025, il rischio che un incidente postbellico degeneri in una guerra aperta tra Russia e Stati Uniti rimarrebbe basso. Si sospetta che operino segretamente in quella zona già da anni, e le forze ucraine sono comunque molto più esperte di quelle della NATO orientale, quindi il loro dispiegamento postbellico servirebbe solo a rassicurare psicologicamente l’Ucraina.
Questo scenario è il più delicato dal punto di vista della Russia, ma dal punto di vista della NATO orientale e dell’Ucraina, lo scenario in cui gli Stati Uniti li costringono a ripristinare la loro complessa interdipendenza economica con la Russia è altrettanto delicato. Proprio per questo motivo, gli Stati Uniti potrebbero fare pressione su entrambe le parti affinché accettino tali concessioni reciproche in nome della stabilità postbellica, che potrebbero poi gettare le basi per la costruzione congiunta dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra attraverso nuovi negoziati sul controllo degli armamenti e altre iniziative correlate.
Anche Putin prende la questione più sul serio che mai, per ragioni completamente diverse.
L’accordo a sorpresa tra Russia e Stati Uniti sul diesel, siglato all’inizio di ottobre, ha rappresentato il primo accordo bilaterale tra i due Paesi dal 2022 e, cosa importante, non includeva alcuna clausola relativa all’Ucraina. Questo ha convinto gli osservatori, sia quelli ostili che quelli favorevoli, che Trump sia più che mai intenzionato a concludere accordi con Putin, a un anno di distanza dal vertice di Anchorage, che aveva suscitato grandi speranze poi deluse profondamente. Il suo cambio di rotta è probabilmente attribuibile ai seguenti cinque motivi:
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1. Il successore spirituale della controffensiva del 2023 si è rivelato un fallimento.
2. Trump si sente sfidato ad affermarsi come leader
La palese sfida di Zelensky alle richieste di Trump di non colpire le raffinerie russe, richieste formulate con l’intento di stabilizzare il mercato energetico globale dopo la Terza Guerra del Golfo, rappresenta una minaccia senza precedenti alla sua autorità. Secondo alcune fonti, Trump equipara questa posizione a un’ingerenza nelle elezioni di medio termine. Se Trump ignorasse la sfida, non solo si umilierebbe personalmente, ma minerebbe anche la reputazione internazionale della sua carica. Pertanto, per “salvare la faccia”, deve impartirgli una lezione memorabile.
3. La crisi energetica globale rende tutto ancora più urgente
L’impennata del costo della vita, innescata dalla crisi energetica globale, rappresenta la più grande minaccia al controllo repubblicano della Casa Bianca nel 2028. Per preservare la sua eredità politica interna, Trump deve quindi abbassare i prezzi per i consumatori prima di quella data, il che richiede una riduzione del costo del carburante. Il modo più affidabile per scoraggiare i continui attacchi ucraini contro le raffinerie russe, responsabili dell’impennata dei prezzi, è quello di raggiungere un accordo con Putin che preveda partecipazioni statunitensi in tali raffinerie come garanzia di sicurezza per la Russia.
4. La realtà post-esame di metà semestre è un altro fattore motivante
La probabile perdita di almeno una delle due camere del Congresso a favore dei Democratici il mese prossimo dovrebbe motivare Trump ad accelerare i suoi sforzi per rimodellare l’ordine mondiale in modo da creare un fatto compiuto che sopravviva alla sua amministrazione come sua eredità globale, anche se i Democratici riconquistassero la Casa Bianca nel 2028. Egli immagina un ordine mondiale incentrato sulle risorse.Un partenariato strategico con la Russia che sposti irreversibilmente gli equilibri della rivalità sistemica sino-americana a favore degli Stati Uniti. Gli restano solo due anni per concluderlo e sa che è ora o mai più.
5. La traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza diventerà presto irreversibile
Allo stesso modo, è giunto il momento per gli Stati Uniti di fermare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza, sfruttando a tal fine la suddetta partnership con la Russia; altrimenti, la situazione diventerà presto irreversibile, da qui l’urgenza di concludere accordi con la Russia che, di fatto, neghino alla Cina l’accesso ai giacimenti di risorse in cui hanno investito gli Stati Uniti. ” La Cina non vuole che nessuno vinca in Ucraina “, poiché perpetuare il conflitto, soprattutto attraverso la vendita di droni all’Ucraina , ritarda ulteriormente il ” Pivot verso l’Asia ” degli Stati Uniti. Questo è un motivo in più per cui Trump deve porvi fine al più presto.
Xi, giustamente, non vuole congelare il divario tra Cina e Stati Uniti, ma se non lo fa, è possibile una corsa agli armamenti nucleari con la probabile partecipazione di diverse potenze di medio livello come il Giappone.
Il documento informativo della Casa Bianca pubblicato dopo la visita di Xi negli Stati Uniti a settembre riportava che “il Presidente ha auspicato negoziati trilaterali sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti, Russia e Cina”. Questo è significativo, poiché Trump ha a lungo auspicato tali colloqui, ma Xi rimane giustamente riluttante ad accettarli, dato che l’arsenale nucleare cinese non è neanche lontanamente paragonabile a quello di Stati Uniti e Russia. Qualsiasi accordo sul controllo degli armamenti congelerebbe quindi il divario tra Cina e Stati Uniti, a vantaggio di questi ultimi.
Questo argomento era già stato analizzato all’inizio di febbraio in un articolo intitolato ” Qualsiasi nuovo patto sul controllo degli armamenti strategici tra Russia e Stati Uniti dipende dalla partecipazione della Cina “. L’articolo citava anche l’ ultimo rapporto annuale del Dipartimento della Guerra al Congresso , previsto per dicembre 2025, sugli sviluppi militari e di sicurezza della Cina nell’ultimo anno, per calcolare che il Pentagono prevede che la Cina quintuplicherà il suo arsenale nucleare, passando da poco più di 200 testate nel 2020 a oltre 1.000 entro il 2030. Ciò equivale a 80 nuove testate nucleari all’anno.
Gli Stati Uniti e la Russia possiedono ciascuno oltre 5.000 armi nucleari, quindi anche questo traguardo lascerebbe la Cina molto indietro. Ciononostante, non si può escludere che la Cina possa aumentare ulteriormente la sua produzione annuale di armi nucleari per raggiungerle prima di quanto avverrebbe se l’attuale tendenza dovesse rimanere invariata, ovvero entro la fine di questo secolo. Gli Stati Uniti temono che la Cina raggiunga la parità nucleare, quindi vogliono che la Cina accetti un accordo trilaterale sul controllo degli armamenti con la Russia, oppure gli Stati Uniti riprenderanno inevitabilmente la loro produzione di armi nucleari.
L’articolo di inizio anno precedentemente citato rimandava a un’analisi introduttiva sulla probabilità di una corsa globale agli armamenti nucleari in seguito alla decisione di Trump di lasciare scadere il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, nonostante la proposta di Putin di estenderlo per un altro anno senza precondizioni. Si stimava che un test nucleare reciproco da parte della Russia e/o la ripresa della produzione di armi nucleari dopo che gli Stati Uniti lo avessero fatto per primi, avrebbero potuto indurre i paesi europei, dell’Asia occidentale e dell’Asia orientale a fare altrettanto.
La rilevanza di citare tale valutazione in questa analisi, relativa al fatto che Trump “abbia sostenuto negoziati trilaterali sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti, Russia e Cina” durante la visita di Xi, risiede nel fatto che potrebbe avergli insinuato che Giappone e Corea del Sud potrebbero dotarsi di armi nucleari se i “tre grandi” non raggiungessero un accordo. Tale scenario potrebbe minacciare la sicurezza nazionale cinese per ovvie ragioni, pertanto Xi potrebbe riconsiderare la sua decisione di rifiutare i colloqui trilaterali sul controllo degli armamenti proposti da Trump prima che tale scenario diventi un fatto compiuto.
Potrebbe anche non farlo, tuttavia, a prescindere dai suoi calcoli. In tal caso, e se portato all’estremo, le armi nucleari potrebbero diventare il nuovo simbolo di status di tutte le potenze di medio livello nel prossimo decennio. Se ciò accadesse, le guerre dirette tra i nuovi stati dotati di armi nucleari o le guerre per procura condotte da uno contro l’altro, come la guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina, potrebbero diventare più frequenti, a meno che uno di essi non ripristini la deterrenza, come valutato da Foreign Affairs la scorsa estate e analizzato qui .
Tenendo conto di tutto ciò, la sicurezza strategica globale si trova a un bivio: o inizierà una corsa agli armamenti nucleari con la probabile partecipazione di diverse potenze di medio livello, oppure le “tre grandi” avvieranno negoziati sul controllo degli armamenti che le avvicineranno a un accordo per scongiurare il suddetto scenario peggiore. In definitiva, spetta alla Cina decidere quale di questi due scenari si realizzerà, e quindi Xi deve scegliere quale dei due sia il male minore per il suo Paese. Sembra che preferisca una corsa agli armamenti nucleari al congelamento del divario tra Cina e Stati Uniti.
Sebbene Putin potrebbe accettare alcuni compromessi in Ucraina come contropartita per questi accordi, ciò non è garantito, ma gli accordi possono ancora essere conclusi a patto che Trump sia disposto a revocare ulteriori sanzioni senza prima raggiungere un cessate il fuoco.
Il principale collaboratore di Putin, Yury Ushakov, ha confermato dopo l’ultimo incontro tra Steve Witkoff e Putin che “sono stati discussi in dettaglio anche altri progetti economici congiunti su larga scala, che offrono significative prospettive di cooperazione bilaterale; alcuni di essi sono ormai prossimi alla fase di attuazione”. Ciò fa seguito all’impegno di Putin per il ritorno degli investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo all’inizio del 2025 e alla recente conferma da parte di Kirill Dmitriev di colloqui sui data center alimentati a energia nucleare. Ecco le cinque opportunità congiunte più promettenti:
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* Petrolio e gas
Le partecipazioni statunitensi nelle infrastrutture e nelle aziende energetiche russe possono incentivare la Russia a ottenere dall’UE la restituzione dei beni congelati attraverso la sequenza qui proposta . Servirebbero anche come garanzia di sicurezza contro eventuali attacchi ucraini, pena l’interruzione delle forniture energetiche statunitensi all’Ucraina qualora attaccasse beni in cui Trump ha personalmente acquisito partecipazioni per conto degli Stati Uniti. Un ulteriore investimento di capitali statunitensi nel settore energetico russo, come nuovo “accordo del secolo”, potrebbe rimodellare l’industria globale riducendo la dipendenza dal Golfo.
* Minerali critici
I giacimenti di minerali critici della Russia, di importanza globale, rimangono purtroppo sottosfruttati, ma grazie alla partecipazione degli Stati Uniti in questo settore, attraverso la sequenza di investimenti sopra menzionata e ulteriori iniezioni di capitale, è possibile renderli operativi in tempi relativamente brevi, accelerando così la diversificazione economica degli Stati Uniti e riducendo la dipendenza dalla Cina. Le regioni scarsamente popolate della Siberia e dell’Estremo Oriente russo possono inoltre ospitare impianti di lavorazione altamente inquinanti, lontani dalle aree densamente popolate e agricole. Ciò rende gli investimenti congiunti estremamente attraenti.
* Centri dati
Secondo quanto recentemente rivelato da Dmitriev, i colloqui sui data center alimentati a energia nucleare rappresentano un’altra promettente opportunità per entrambi i paesi. I giacimenti di minerali critici della Russia, di importanza globale, potrebbero essere lavorati nel paese come proposto in precedenza e poi immediatamente utilizzati all’interno di queste strutture. Ciò ridurrebbe notevolmente i costi di costruzione, mentre la manutenzione risulterebbe altrettanto conveniente grazie all’energia nucleare. Questo potrebbe anche gettare le basi per collaborazioni globali nel settore nucleare e tecnologico.
* Centrali elettriche
Gli impianti critici per la lavorazione dei minerali e i centri dati possono essere alimentati anche da dighe idroelettriche, non solo da centrali nucleari, e gli Stati Uniti possono acquisire partecipazioni in tutti e quattro – impianti, centri, dighe e centrali – attraverso la restituzione dei beni russi congelati nell’UE, come proposto. Ulteriori iniezioni di capitale possono contribuire a finanziare i costi di costruzione in cambio di maggiori partecipazioni, e l’eventuale surplus di energia elettrica prodotta dalle nuove dighe e centrali nucleari può essere esportato verso i paesi confinanti con la Russia, sia in Asia che in Europa.
* Logistica internazionale
I giacimenti minerari in cui gli Stati Uniti hanno recentemente investito in Kazakistan e Uzbekistan possono raggiungere gli impianti di lavorazione di proprietà congiunta in Russia attraverso la Ferrovia Transiberiana e da lì al mercato globale. Lo stesso vale per i relativi investimenti statunitensi nella Mongolia, anch’essa priva di sbocchi sul mare. In quanto custodi della Rotta Marittima del Nord e del Passaggio a Nord-Ovest, grazie al controllo dello Stretto di Bering, è possibile anche una cooperazione logistica artica separata, così come una cooperazione nel settore delle navi rompighiaccio a propulsione nucleare.
La minaccia che l’ISIS-K rappresenta per l’Afghanistan (che, secondo quanto lasciato intendere da alti funzionari russi, è legata al Pakistan), la guerra afghano-pakistana e il conflitto del Kashmir sono i tre ostacoli al Piano Kosygin del XXI secolo, promosso dalla Russia e guidato dal PAKAFUZ, in tutta l’area metropolitana di Kashmir.
L’ambasciatore russo in Pakistan, Albert Khorev, ha confermato che “Mentre il Ministro degli Interni russo era in visita a Islamabad, il capo dell’intelligence russa si trovava a Kabul e il vicesegretario del nostro Consiglio di Sicurezza era a Nuova Delhi. Tutti loro hanno discusso anche della guerra afghano-pakistana. Pertanto, la Russia sta ora cercando di contribuire alla risoluzione di questo problema attraverso questi sforzi”. Tutto ciò si è svolto parallelamente alla recente Conferenza sulla sicurezza in Asia centrale e in Afghanistan, tenutasi a Mosca e organizzata da CSTO, CSI e SCO .
La serietà con cui la Russia sta cercando di risolvere la guerra afghano-pakistana, attraverso il recente impegno di alto livello in materia di sicurezza con entrambi i Paesi e con l’India, alleato storico della Russia, suggerisce fortemente che il Cremlino stia iniziando a considerare la sicurezza dell’Asia centrale e meridionale come interconnessa. Come spiegato qui , Mosca prevede anche che la proposta ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan (PAKAFUZ) si colleghi all’India, conferendo così a tutte le parti coinvolte interessi economici condivisi nella sicurezza dell’intera regione.
Il PAKAFUZ rappresenta il mezzo attraverso il quale la Russia mira a far rivivere il ” Piano Kosygin ” dell’era sovietica nel contesto odierno. Il suddetto piano fu proposto dall’omonimo premier sovietico nel 1969 con l’intento sopracitato, ovvero concettualizzare l’Asia centrale e l’Asia meridionale come una macroregione con interessi economici e di sicurezza interconnessi, da cui la proposta di collegarle attraverso un corridoio commerciale regionale. Questa macroregione può essere chiamata CASA per comodità.
Per quanto riguarda il secondo punto, la Russia si è offerta di mediare , ma il Pakistan ha recentemente escluso colloqui incondizionati con l’Afghanistan. Tuttavia, come intuito dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che ha attribuito la responsabilità del conflitto all’ISIS , un accordo di de-escalation mediato dalla Russia potrebbe portare il Pakistan a ridefinire i “Talebani pakistani”, presumibilmente sostenuti dall’Afghanistan, come ISIS, a rafforzare la propria recinzione di confine e a porre fine alle ostilità per riprendere la collaborazione sul progetto PAKAFUZ. Anche se non dovesse mai raggiungere l’India, rafforzerebbe comunque l’integrazione complessiva nella maggior parte dell’area CASA.
Infine, la Russia si è anche offerta di mediare nel conflitto del Kashmir, che potrebbe concludersi con un compromesso reciproco in base al quale la Linea di Controllo diventi il confine internazionale, al fine di normalizzare le relazioni, allentare le tensioni regionali ed estendere la PAKAFUZ all’India. Gli sforzi della Russia per superare questi tre ostacoli al suo Piano Kosygin del XXI secolo contestualizzano la sua intensa attività diplomatica regionale delle ultime settimane, caratterizzata da un impegno di alto livello, orientato alla sicurezza, con Afghanistan, Pakistan e India.
La Russia comprende la complessità del conflitto del Kashmir, pur sostenendo pienamente l’India in tale conflitto, e quindi non incolpa nessuno dei due Paesi per la perdurante situazione di stallo. Tuttavia, il ruolo, fortemente implicito, del Pakistan nel problema dell’ISIS-K in Afghanistan e nella guerra in corso con quel Paese potrebbe essere visto negativamente da alcuni. Se la Russia giungesse alla conclusione che il Pakistan sia il principale ostacolo all’attuazione, almeno parziale, del suo Piano Kosygin del XXI secolo, guidato da PAKAFUZ, attraverso l’area CASA, allora le relazioni potrebbero presto raffreddarsi.
In assenza di progressi nella risoluzione del ruolo del Pakistan nelle sfide alla sicurezza dell’Afghanistan, progressi che non sono mai stati seriamente previsti, la Russia intensificherà di conseguenza il suo riavvicinamento ai talebani, orientato alla sicurezza, e i relativi legami con l’Asia centrale, sempre in un’ottica di sicurezza, per contrastare congiuntamente le minacce dell’ISIS-K.
Timofei Bordachev, direttore del programma del Valdai Club, ha pubblicato un articolo su Vzglyad in cui si parla di come ” la Russia stia valutando le minacce, vecchie e nuove, in Asia centrale “. Ha accennato agli interessi comuni nel contrastare la minaccia rappresentata dall’ISIS-K in Afghanistan e alla loro posta in gioco nella capacità dell’Iran di resistere alle pressioni israelo-americane, lasciando intendere che le Repubbliche dell’Asia centrale potrebbero sfruttare la loro posizione geostrategica nell’escalation della rivalità sino-americana. Ciò potrebbe a sua volta portare a una riduzione dell’influenza russa.
Secondo lui, “i mari intorno all’Asia e all’Eurasia saranno una zona di crisi, mentre la terraferma sarà uno spazio di prosperità. Anche per questo motivo, i nostri amici e alleati nella regione ora si sentono relativamente fiduciosi riguardo al proprio futuro. E questa fiducia a volte può apparire come eccessiva sicurezza, una deviazione dalla tradizionale politica di relazioni bilaterali speciali con la Russia”. Bordachev ha tuttavia previsto che le regioni centro-meridionali manterranno un approccio pragmatico nei loro rapporti con la Russia e viceversa. L’Afghanistan ne è la ragione.
Ha citato il discorso del ministro degli Esteri Sergey Lavrov , pronunciato di recente a Mosca in occasione di un evento multilaterale sulla sicurezza in Asia centrale e in Afghanistan, per sensibilizzare i lettori sulle minacce poste dall’ISIS-K in Afghanistan, come il traffico di armi e droga, nonché il terrorismo. Bordachev non lo ha menzionato, ma Lavrov ha anche avvertito che “una presenza significativa di gruppi terroristici ed estremisti, con i relativi campi di addestramento e roccaforti, permane nelle aree afghane al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan”.
Il potenziale armamento dei talebani da parte della Russia contro l’ISIS-K è solo una parte di una soluzione in tre punti per sventare questa minaccia. Le altre due parti prevedono che il Pakistan interrompa il flusso di munizioni, armi e terroristi verso l’Afghanistan, un problema che alti funzionari russi hanno fortemente indicato come reale, come documentato in questo documento , ma che esula dalla capacità di influenza del Cremlino, e una più stretta coordinazione in materia di sicurezza con le regioni centro-meridionali dell’Afghanistan. L’unico paese confinante con l’Afghanistan che fa parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia è il Tagikistan.
Pertanto, è necessaria una combinazione di cooperazione di sicurezza bilaterale e multilaterale guidata dalla CSTO con l’Uzbekistan e il Turkmenistan. Il primo è il paese più popoloso della regione, la cui popolazione è notoriamente incline al fondamentalismo e ai disordini, mentre il confine del secondo, scarsamente popolato, potrebbe essere relativamente facile da conquistare per l’ISIS-K, a meno che non venga fortificato e monitorato in modo capillare. Si prevede che tali minacce provenienti dall’Afghanistan, generate dall’ISIS-K, persisteranno anche se il gruppo verrà formalmente sconfitto.
Né gli Stati Uniti, né la Cina, né la Turchia, aspirante potenza egemone regionale, possiedono capacità paragonabili a quelle della Russia nell’aiutare le regioni centro-meridionali a contrastare queste minacce; ecco perché ci si aspetta che mantengano stretti legami. La graduale trasformazione della ” Comunità dell’Asia centrale ” (CAC), proposta lo scorso anno, in un blocco regionale simile all’ASEAN, che ora include l’Azerbaigian , potrebbe ulteriormente facilitare i loro sforzi congiunti nella lotta al terrorismo. Ciò favorirebbe anche l’integrazione economica regionale e renderebbe le regioni centro-meridionali partner più efficaci per l’Afghanistan.
In assenza di progressi nella risoluzione del ruolo del Pakistan nelle sfide alla sicurezza dell’Afghanistan, progressi che non sono mai stati seriamente previsti, la Russia intensificherà di conseguenza il suo riavvicinamento, motivato da ragioni di sicurezza, con i talebani e i relativi legami con le regioni centro-meridionali/comunità dell’Afghanistan, al fine di contrastare congiuntamente le minacce dell’ISIS-K. Pertanto, a prescindere dai progressi che Stati Uniti, Cina o l’aspirante potenza egemone regionale Turchia possano compiere nella regione, il più stretto alleato delle regioni centro-meridionali dovrebbe rimanere la Russia, i cui interessi difficilmente andranno contro i loro.
Tuttavia, essendo un ex funzionario con ottime conoscenze, può trasmettere quasi una ventina di briefing sulla politica russa, così come viene effettivamente interpretata, a coloro che, dalla sua parte, hanno bisogno di leggerli.
L’ex rappresentante speciale del Pakistan per l’Afghanistan, Asif Durrani, ha pubblicato su Arab News un articolo stimolante sulla disputa russo-pakistana relativa all’Afghanistan guidato dai talebani . Ha espresso preoccupazione per il rapido riavvicinamento della Russia ai talebani, per la legittimità che questo conferisce al gruppo e per la conseguente possibilità che continui a ignorare le richieste del Pakistan in materia di sicurezza. Ancor più preoccupante, a suo avviso, è il complementare riavvicinamento dell’India, paese rivale, ai talebani.
Durrani ha poi elencato cinque ragioni per cui il Pakistan dovrebbe monitorare la politica russa nei confronti dell’Afghanistan. In primo luogo, ha insinuato che la Russia debba essere consapevole della presenza di gruppi terroristici anti-pakistani sul territorio afghano, eppure continua a rafforzare il coordinamento in materia di sicurezza con i talebani. In secondo luogo, “Mosca si è generalmente astenuta dal fare del bilancio antiterrorismo dei talebani un punto centrale di pressione politica in seno al Consiglio di Sicurezza”, il che, a suo avviso, va a scapito degli interessi pakistani.
Il suo terzo punto è che “i talebani cercano i benefici della diplomazia regionale, resistendo al contempo a formulazioni che impongano chiari obblighi politici o di sicurezza”, e ha lasciato intendere che la Russia non abbia obiezioni. In quarto luogo, il riconoscimento da parte della Russia dei talebani come governo nazionale dell’Afghanistan “rappresenta un cambiamento significativo rispetto alla precedente enfasi regionale su un processo politico inclusivo e sulla necessità dei talebani di adempiere agli obblighi internazionali”, il che è vero. Durrani ha poi condiviso la sua ultima osservazione su questo argomento.
Secondo le sue parole, “Il Formato di Mosca era originariamente prezioso perché riuniva i principali attori regionali dell’Afghanistan attorno a una comprensione comune secondo cui il territorio afghano non dovrebbe essere utilizzato contro i paesi vicini. Se questo consenso dovesse gradualmente cedere il passo al perseguimento di interessi bilaterali separati da parte dei singoli paesi con Kabul, il meccanismo regionale potrebbe perdere gran parte della sua rilevanza originaria”. Questa affermazione è comprensibile dal punto di vista degli interessi pakistani, così come la sua leadership li intende.
Durrani ha quindi concluso che “il cambiamento di tono di Mosca potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre le relazioni tra Russia e talebani. Potrebbe rimodellare l’equilibrio regionale intorno all’Afghanistan e, di conseguenza, costringere il Pakistan a rivalutare la propria posizione in un contesto diplomatico sempre più competitivo”. Il suo articolo rappresenta la comprensione più perspicace di questa questione finora espressa da un pakistano, siano essi funzionari, diplomatici, esperti, giornalisti o commentatori dei social media.
Ha riconosciuto le posizioni diametralmente opposte di Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani, posizioni che sono state o categoricamente negate o grossolanamente esagerate sui social media, e ne ha analizzato con calma le conseguenze per il suo Paese. Il passo successivo è che i funzionari accettino la sua valutazione e ricalibrino di conseguenza la politica, auspicabilmente in modo da non peggiorare i rapporti bilaterali, anche se inevitabilmente dovessero raffreddarsi. È imperativo che il riavvicinamento faticosamente conquistato nell’ultimo decennio non venga vanificato.
Al termine di questo documento verranno condivise quasi una ventina di analisi, con l’obiettivo di migliorare al massimo la comprensione da parte dei funzionari pakistani della posizione russa sulla questione, così come viene realmente intesa. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alle analisi riguardanti la politica russa in Asia meridionale, la tabella di marcia per le relazioni bilaterali nel contesto della disputa sull’Afghanistan e il piano strategico della Russia per quel paese. Durrani, ex funzionario con ottimi contatti, può garantire che questi documenti raggiungano coloro che devono leggerli.
L’aspetto più rilevante è l’insinuazione che la guerra in Sudan si sia trasformata in una guerra per procura tra Israele ed Egitto.
Netanyahu ha mostrato, durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso fine settimana, una mappa di tre alleanze regionali che è diventata virale sui social media per via delle sue implicazioni. La prima alleanza è l'”Esagono” tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, la seconda è l’Asse della Resistenza iraniana e la terza è il “Diamante sunnita” (noto anche come NATO islamica) di cui l’Egitto è indicato come membro, pur non avendo ( ancora? ) aderito formalmente. Cinque osservazioni spiccano in particolare e meritano un breve approfondimento:
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1. Russia
La Russia viene indicata come un paese che l’Iran considera amico, ma non come un paese per cui il Diamante sunnita o l’Esagono nutrano lo stesso sentimento. Questa affermazione è oggettivamente inesatta, dato che gli Emirati Arabi Uniti sono il principale partner commerciale arabo della Russia , i rapporti con Israele rimangono cordiali nonostante le recenti critiche di Bibi alla Russia, e le relazioni con il Diamante sunnita sono generalmente buone (con l’eccezione della nuova disputa russo-pakistana sull’Afghanistan guidato dai talebani ). Si tratta quindi probabilmente di una manovra elettorale per conquistare i voti degli israeliani anti-russi.
2. Grecia e Cipro
Nonostante la dichiarazione iniziale di Netanyahu a fine febbraio, in cui menzionava Grecia e Cipro come parte dell’alleanza, questi due Paesi sono indicati solo come nazioni considerate amiche. Si tratta di una valutazione corretta, ma suggerisce anche che i colloqui sulla sicurezza tenutisi dietro le quinte per includerli come membri formali dell’alleanza non abbiano (ancora?) dato frutti. Ciononostante, non si può escludere una loro futura adesione formale all’alleanza.
3. Kurdistan iracheno
È interessante notare che il Kurdistan iracheno non è indicato da nessuna entità sulla mappa di Netanyahu, il che suggerisce che sia neutrale. Il motivo per cui vale la pena sottolinearlo è che indica il profondo disappunto di Israele per il presunto rifiuto di Netanyahu di invadere l’Iran, formalmente o clandestinamente, durante la Terza Guerra del Golfo. Alcuni ipotizzano che gran parte della pianificazione bellica israelo-americana si basasse proprio su questo presupposto. Dato che ciò non è avvenuto, è comprensibile perché Israele non consideri più Netanyahu un paese amico.
4. Etiopia
Al contrario, l’Etiopia è indicata come amica dell’Esagono, ma non è rappresentata con diverse sfumature come l’India, che indica anche la sua amicizia con il Diamante sunnita (con l’eccezione dell’Egitto) e l’Asse della Resistenza. In realtà, l’Etiopia ha stretti legami con Turchia, Arabia Saudita e Iran, ma Netanyahu potrebbe non aver voluto evidenziarli affinché gli osservatori israeliani occasionali la considerassero semplicemente un alleato. Ciò suggerisce che dietro le quinte potrebbero essere in corso importanti discussioni di natura legata alla sicurezza .
5. Le RSF del Sudan
Le ribelli ” Forze di Supporto Rapido ” sono considerate alleate dell’Esagono, il che avvalora la loro sospetta alleanza con gli Emirati Arabi Uniti e i colloqui con Israele avvenuti negli ultimi due anni. Considerando che il Sudan è considerato amico del Diamante sunnita, il che è effettivamente vero visti gli stretti legami con tutti e quattro i suoi membri, la guerra in Sudan può quindi essere vista come una guerra per procura tra queste due alleanze, anche se potrebbe non essere nata come tale.
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L’importanza della mappa di Netanyahu risiede nel fatto che mostra come Israele percepisce l’allineamento di sicurezza dei paesi nella regione. Alcune parti sono imprecise, ma è probabile che tali imprecisioni siano dovute alle motivazioni politiche che sono state spiegate. Ciononostante, i punti salienti sono che Israele considera già di fatto un membro della NATO islamica e che la guerra in Sudan, in cui è fortemente coinvolto, si è trasformata in una guerra per procura tra quel blocco e l’Esagono, il che potrebbe aggravare le tensioni bilaterali.
Ha scandalosamente esortato l’India a “sabotare” i BRICS per renderli “internamente divisi” e ridurli a un mero “luogo di discussione”, a causa della sua falsa convinzione che il ruolo della Cina in tali gruppi rappresenti una minaccia per l’India.
Il professor Rajesh Rajagopalan, docente di politica internazionale presso l’Università Jawaharlal Nehru, ha affermato in modo scandaloso in un articolo del mese scorso che “il vero obiettivo dell’India dovrebbe essere quello di rendere inefficaci i BRICS “. A suo avviso, “se mai dovessero diventare un gruppo efficace, è probabile che la Cina lo utilizzerà per promuovere i propri interessi, isolare l’India e minare i principali partner dell’India nell’Indo-Pacifico”. Di conseguenza, ha consigliato all’India di assicurarsi che i BRICS siano “divisi internamente” e non si limitino a essere un “luogo di discussione”.
Con tutto il rispetto dovuto a Rajagopalan, la sua comprensione dei BRICS è avulsa dalla realtà. L’estrema asimmetria che già esiste all’interno dei BRICS fa sì che non si possa mai raggiungere nulla di più di istituzioni alternative nei settori finanziario, assicurativo e in altri ambiti correlati del commercio internazionale, e forse un’unità di conversione valutaria per aggirare il dollaro. Certo, questi sarebbero traguardi significativi, ma non sono paragonabili a una moneta comune o ad altre proposte rivoluzionarie.
Sebbene sia vero che alcuni funzionari e portavoce dei BRICS abbiano presentato l’organizzazione come un blocco anti-occidentale, ciò serviva unicamente a mantenere alto il morale delle popolazioni non occidentali nel contesto del parziale ripristino dell’unipolarità guidata dagli Stati Uniti, a seguito dello sfruttamento del conflitto ucraino a tale scopo. La realtà è sempre stata che i BRICS rappresentano semplicemente una rete volontaria i cui membri condividono idee per accelerare la multipolarità finanziaria, con l’obiettivo di dare ai Paesi non occidentali gli strumenti per riformare collettivamente, ma gradualmente, la governance globale.
Tornando a Rajagopalan, la premessa su cui ha basato il suo consiglio all’India di “sabotare i BRICS” per difendere i propri interessi nazionali nei confronti della Cina è quindi falsa, poiché i BRICS sono sempre stati un “consiglio di discussione” i cui membri sono “internamente divisi” a causa delle loro estreme asimmetrie, ma questo non è necessariamente un male. Il suo scopo attuale, ovvero quello di elaborare idee per accelerare la multipolarità finanziaria e possibilmente un giorno creare istituzioni alternative, è molto utile e queste funzioni promuovono concretamente gli interessi indiani.
La conclusione di importanti accordi con la Russia, dopo anni di colloqui senza progressi tangibili, dimostrerebbe al Cremlino che il Pakistan è sufficientemente sovrano da resistere alle pressioni statunitensi e che ha interesse a gestire la controversia sull’Afghanistan guidato dai talebani attraverso una cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa.
I media pakistani hanno riportato che il Primo Ministro Shehbaz Sharif visiterà la Russia tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, dopo che il suo viaggio previsto per la fine di febbraio è stato rinviato a causa della Terza Guerra del Golfo. L’agenda dovrebbe includere questioni regionali, cooperazione energetica, il supporto russo per il rilancio delle acciaierie pakistane, sicurezza alimentare e canali finanziari, tra gli altri argomenti. Tutti questi temi sono importanti, ma i seguenti cinque dovrebbero essere considerati prioritari, poiché plasmeranno il futuro delle relazioni russo-pakistane, ora incerte:
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1. La disputa russo-pakistana sull’Afghanistan guidato dai talebani
La Russia considera i talebani i legittimi governanti dell’Afghanistan, ne ha elogiato i successi nella lotta al terrorismo e sta valutando la possibilità di armarli contro l’ISIS-K , mentre il Pakistan li considera illegittimi, li accusa di ospitare terroristi e teme che le armi russe possano essere usate contro di esso. Questa disputa , emersa pubblicamente durante l’ottava edizione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan all’inizio di ottobre, rischia di degenerare in una crisi politica o peggio, se non verrà risolta.
2. La presunta guerra per procura condotta dal Pakistan contro l’Afghanistan.
Il New York Times ha citato un funzionario dell’intelligence pakistana in servizio e un ex funzionario della sicurezza nazionale, secondo i quali ufficiali militari e dell’intelligence pakistani avrebbero incontrato gruppi anti-talebani per offrire un potenziale sostegno. Se ciò fosse vero, e coinciderebbe con le aspettative di molti osservatori data la guerra in corso tra Afghanistan e Pakistan, che non sembra avere fine, l’ultima guerra per procura del Pakistan contro l’Afghanistan potrebbe estendersi all’Asia centrale e destabilizzare gli alleati della Russia nella regione, peggiorando ulteriormente le relazioni russo-pakistane.
3. Il ruolo della NATO islamica nell’aiutare il Pakistan a condurre la guerra di cui sopra
Kamran Yousaf, corrispondente senior per gli affari esteri dell’Express Tribune, ha recentemente citato diplomatici pakistani anonimi secondo i quali si sospetterebbe che il rapido riavvicinamento della Russia all’Afghanistan sia una risposta alla NATO islamica. Come spiegato qui , ciò non corrisponde al vero , ma è possibile che il Pakistan possa sfruttare il Patto della Mecca per chiedere all’Arabia Saudita di finanziare l’acquisto di droni turchi da utilizzare da parte del Pakistan e/o dei suoi alleati in Afghanistan, il che potrebbe scatenare una guerra per procura con la Russia in quel paese .
4. L’influenza degli Stati Uniti sugli accordi tra Pakistan e Russia
Anni di colloqui tra Russia e Pakistan su un importante accordo petrolifero , oltre ad altre promettenti opportunità come la modernizzazione da parte della Russia delle infrastrutture energetiche pakistane , non hanno portato finora a nulla. Alcuni sospettano che ciò sia dovuto al potere di veto di fatto esercitato dagli Stati Uniti sugli accordi tra Pakistan e Russia. La conferma da parte del Pakistan di aver chiuso il confine con l’Iran in ottemperanza alle sanzioni contro quest’ultimo, acuisce ulteriormente i sospetti che le sanzioni contro la Russia siano responsabili di questa mancanza di progressi.
5. Il futuro di PAKAFUZ
Anche se gli Stati Uniti esercitano di fatto un potere di veto sugli accordi tra Pakistan e Russia, la loro influenza sulla ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan (PAKAFUZ) è considerata inferiore rispetto a quella sugli accordi energetici e infrastrutturali, data la sua natura multilaterale e il ruolo relativamente minore del Pakistan al suo interno. Di conseguenza, è ragionevole considerare la PAKAFUZ il progetto di punta nelle relazioni bilaterali in attesa della fine della guerra afghano-pakistana, per la quale la Russia si è offerta di mediare qualora entrambe le parti siano interessate.
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La Russia desidera davvero ampliare in modo completo le relazioni con il Pakistan, quindi spetta al Pakistan ricambiare concretamente, concludendo importanti accordi in materia di energia, infrastrutture e altri settori, dopo anni di negoziati senza progressi tangibili. Anche se nessuno di questi accordi dovesse essere raggiunto durante la prossima visita di Sharif, si spera che lui e Putin discutano francamente i cinque argomenti sopra elencati, al fine di evitare un deterioramento delle relazioni qualora non riuscissero a superare la disputa sull’Afghanistan.
Questa iniziativa è l’ultima di quella che probabilmente sarà una sequenza di significative mosse tecnico-militari di rappresaglia tra l'”Esagono” guidato da Israele e la Turchia, che potrebbero alla fine trascinare l’alleato pakistano di quest’ultima nel Mediterraneo orientale.
A fine agosto, la Grecia ha siglato un accordo da 3 miliardi di euro con Israele per la costruzione dello ” Scudo di Achille “, che “fornirà una gamma completa di armi di difesa contro una serie di minacce, dai missili balistici ai droni”. Questa è l’ultima manifestazione della loro partnership in materia di difesa, diretta contro la Turchia, che ha una disputa marittima con la Grecia ed è in una rivalità regionale con Israele per il Levante . Anche il loro comune partner cipriota percepisce la Turchia come una minaccia, poiché controlla la metà settentrionale dell’isola omonima.
La NATO islamica non è ancora riuscita a rappresentare una vera sfida per Israele, Cipro e Grecia, paesi che Netanyahu ha esplicitamente descritto come formanti un ” Esagono ” contro “sia l’asse sciita radicale… sia l’emergente asse sunnita radicale” poco prima dell’inizio della Terza Guerra del Golfo. Lo stesso non si può dire, tuttavia, per questi tre paesi dell'”Esagono” nei confronti della Turchia, dato che stanno coordinando sempre più le loro attività di contenimento lungo il suo fianco meridionale nel Mediterraneo orientale.
Lo “Scudo di Achille” fungerà da ombrello di difesa aerea di fabbricazione israeliana sulla Grecia, che un giorno potrebbe estendersi anche a Cipro. In apparenza, si tratta di un’iniziativa puramente difensiva, ma la Turchia potrebbe temere che la conseguente sicurezza che essa fornirà alla Grecia (e forse un giorno anche a Cipro) possa incoraggiare la Grecia (e forse anche Cipro) a respingere con maggiore assertività le sue rivendicazioni marittime. La Turchia potrebbe quindi aspettarsi che la costruzione dello “Scudo di Achille” preceda futuri scontri in mare.
A tal proposito, Trump 2.0 sta valutando la possibilità di reinserire la Turchia nel programma F-35, presumibilmente come ricompensa per il suo ruolo previsto nell’espansione dell’influenza NATO lungo l’intera periferia meridionale della Russia, in linea con la “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ) che entrerà in vigore nell’agosto 2025. Ricordiamo che il duplice scopo non dichiarato della TRIPP è quello di fungere da corridoio logistico militare NATO a guida turca verso il cuore dell’Eurasia, consolidando così il fianco meridionale del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia.
Così come la Turchia potrebbe percepire lo “Scudo Achille” come una minaccia, allo stesso modo l'”Esagono” potrebbe percepire il potenziale ritorno della Turchia al programma F-35, a causa del loro dilemma di sicurezza. Per chi non lo sapesse, questo si riferisce al fatto che ciascuna parte in una rivalità considera le iniziative dell’altra, presumibilmente orientate alla deterrenza, come un vantaggio offensivo per il rivale, spingendolo quindi a fare altrettanto per non rimanere indietro. Ciascuna delle suddette iniziative viene percepita da una parte come un deterrente e dall’altra come una minaccia.
Anche se si neutralizzerebbero a vicenda, mantenendo così l’equilibrio militare, il loro dilemma di sicurezza potrebbe portare una delle due parti a intraprendere un’altra iniziativa, presumibilmente a scopo di deterrenza, per rafforzare le proprie difese, dopodiché l’altra farebbe lo stesso, e così via. Lo “Scudo di Achille” è quindi l’ultimo di una serie di significative mosse tecnico-militari di rappresaglia tra l'”Esagono” e la Turchia, che potrebbero alla fine trascinare l’alleato pakistano di quest’ultima nel Mediterraneo orientale.
L’Azerbaigian si sta rapidamente affermando come potenza di medio livello e, come spesso accade con le grandi potenze, grandi responsabilità, il che contestualizza il suo riavvicinamento reciprocamente vantaggioso con l’India.
Il Ministro degli Affari Esteri indiano (EAM), Dr. Subrahmanyam Jaishankar, ha effettuato la prima visita in solitaria di un EAM in Azerbaigian dai tempi del suo predecessore nel 2018. Ha incontrato non solo il suo omologo , ma anche il Presidente azero Ilham Aliyev , i cui “sentimenti positivi” per l'”impegno comune” di “rafforzare le relazioni tra i due Paesi” sono stati da lui “apprezzati” dopo che i rapporti erano stati precedentemente tesi a causa dei conflitti del Karabakh e del Kashmir . Ecco cinque punti salienti di questa visita storica:
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1. L’Azerbaigian sta ricalibrando il suo equilibrio geostrategico.
La visita di Jaishankar si svolge all’ombra delle nuove tensioni nella fratellanza azero-turca, scatenate dalle presunte interferenze di Ankara nel di fatto vietato l’hijab nelle scuole di Baku. Come suggerito in precedenza , Aliyev sembra fare affidamento sull’India come contrappeso regionale per evitare un’eccessiva dipendenza dell’Azerbaigian dalla Turchia, riducendo al contempo la percezione di minaccia da parte dell’Iran nei confronti dell’Azerbaigian, a causa degli stretti legami di quest’ultimo con Israele. Ciò testimonia la sua saggezza geostrategica, maturata in quasi un quarto di secolo di carriera politica.
2. Probabilmente darà anche la priorità alla “Comunità dell’Asia centrale”
Questa analisi prevedeva che l’Azerbaigian avrebbe dato priorità alla “Comunità dell’Asia centrale” (CAC) rispetto all'”Organizzazione degli Stati turchi” (OTS) guidata dalla Turchia, e il nascente riavvicinamento tra Azerbaigian e India, proposto per la prima volta qui nel gennaio 2024, suggerisce che stia effettivamente procedendo in tal senso. Questo perché l’India è uno dei pilastri del Corridoio di trasporto Nord-Sud (NSTC), lungo il cui ramo occidentale si trova l’Azerbaigian e quello orientale gli alleati centroasiatici di Baku. Il loro riavvicinamento può quindi essere reciprocamente vantaggioso.
3. L’Azerbaigian e l’Iran possono entrare a far parte della macroregione CASA
” La Russia sta iniziando a concettualizzare l’Asia centrale e meridionale come la macroregione CASA “, e il nascente riavvicinamento tra Azerbaigian e India, unito a un possibile futuro riavvicinamento tra Azerbaigian e Iran, guidato dai loro interessi comuni nel NSTC, potrebbe portare anche l’Azerbaigian e l’Iran a essere concettualizzati come parte della CASA. L’Azerbaigian è la porta d’accesso economica occidentale del CAC, così come l’Iran lo è quella meridionale, quindi i loro ruoli di connettività nei confronti dell’Asia centrale sono complementari, da cui la loro integrazione in questo concetto.
4. Jaishankar probabilmente informò Aliyev della minaccia rappresentata dal Pakistan per il CAC.
Il Pakistan è diventato uno dei partner più stretti dell’Azerbaigian nel corso della guerra del Karabakh del 2020, tuttavia ” l’ultima guerra per procura del Pakistan contro l’Afghanistan rischia di destabilizzare l’Asia centrale “, minacciando così tre dei sei membri del CAC che confinano con l’Afghanistan. L’India conosce bene le attività clandestine regionali del Pakistan ed è anche vicina ai talebani, che sono l’obiettivo di questa guerra per procura volta a cambiare regime, quindi è probabile che Jaishankar abbia informato Aliyev di ciò, vista la recente adesione dell’Azerbaigian al CAC.
5. Aliyev potrebbe dissuadere Erdogan dal farsi coinvolgere
Il Pakistan potrebbe sfruttare il Patto della Mecca per chiedere all’Arabia Saudita di finanziare l’acquisto di droni turchi da utilizzare da parte del Pakistan e/o dei suoi alleati anti-talebani in Afghanistan, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan potrebbe essere convinto da Aliyev, nonostante i loro dissapori, a non intervenire. Questo perché Erdogan potrebbe dare priorità agli interessi dell’Uzbekistan e del Turkmenistan rispetto a quelli del Pakistan. Dopotutto, Erdogan è un nazionalista turco e la guerra per procura del Pakistan in Afghanistan minaccia questi due alleati turchi dell’OTS.
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In definitiva, la storica visita di Jaishankar in Azerbaigian rappresenta l’ultimo sviluppo nella rapida sequenza di mosse che sta rimodellando le dinamiche geostrategiche della CASA e delle regioni limitrofe, come il Caucaso meridionale, nel contesto della transizione sistemica globale. L’Azerbaigian si sta rapidamente affermando come potenza di medio livello e, come spesso accade, a un grande potere corrisponde una grande responsabilità, il che contestualizza il suo riavvicinamento reciprocamente vantaggioso con l’India. La loro rinnovata partnership ha quindi un grande potenziale.
La risposta superficiale dei liberali al governo probabilmente non migliorerà la loro posizione tra gli elettori, così come non l’ha fatto il recente episodio “russofrenico” che ha avuto ripercussioni in tutta Europa negli ultimi sei mesi.
Il Consiglio regionale della regione di Leopoli, nell’Ucraina occidentale, culla del suo movimento ultranazionalista, ha votato per commemorare il 2027 come anno dell'”Esercito Insurrezionale Ucraino” (UPA) e del suo comandante in capo Roman Shukhevich . Lui e la sua organizzazione furono tra i responsabili della Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un genocidio che ha causato il massacro di oltre 100.000 polacchi. All’inizio di quest’anno, Zelensky ha intitolato un’unità di commando d’élite all’UPA, a costo di scatenare una crisi politica con la Polonia.
Sebbene la coalizione di governo liberale polacca avesse ricucito i rapporti con l’Ucraina dopo che il presidente conservatore Karol Nawrocki gli aveva revocato la più alta onorificenza del Paese, per un breve periodo ha inasprito la retorica nei confronti dell’Ucraina per ragioni elettorali, e ora lo sta facendo di nuovo . Il Primo Ministro Donald Tusk ha condannato la risoluzione definendola “suicida”, il Ministro degli Esteri Radek Sikorski ha sospeso il funzionario che l’ha proposta e il Ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz ha definito la mossa inaccettabile.
Questa reazione si allinea con la nuova polarizzazione dei polacchi sull’Ucraina, emersa dopo la provocazione di Zelensky menzionata in precedenza, una situazione che si prevede rimarrà la nuova normalità almeno fino alle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. Allo stesso tempo, il viceministro degli Esteri Marcin Bosacki ha affermato di aver ricevuto rassicurazioni dal team di Zelensky sul fatto che Kiev non riconoscerà la risoluzione della regione di Leopoli, il che coincide con l’ appello della vicecapo dell’ufficio di Zelensky, Irina Vereshchuk, alle autorità regionali affinché “agiscano con pragmatismo”.
Anche se Kiev non riconosce la decisione della regione di Leopoli di commemorare il 2027 come l’anno dell’UPA e di Shukhevich per non inasprire ulteriormente le relazioni bilaterali, soprattutto dopo che Vereshchuk ha ricordato a tutti la dipendenza logistica militare dell’Ucraina dalla Polonia, il danno è ormai fatto. Gli abitanti del luogo possono comunque commemorare l’anno in questo modo in modo indipendente, così come le milizie ultranazionaliste locali e le organizzazioni a esse collegate, che Kiev non oserà pressare per timore di una rivolta ultranazionalista.
Allo stesso modo, la condanna di questa decisione da parte della coalizione liberale al governo è altrettanto superficiale finché la logistica militare ucraina attraverso la Polonia rimane intatta, come confermato dal viceministro della Difesa Cezary Tomczyk , in seguito alle notizie secondo cui la Polonia avrebbe sospeso una spedizione di armi per protesta. Come si era già osservato durante l’estate, ” la Polonia potrebbe denazificare rapidamente l’Ucraina senza sparare un solo colpo, ma Tusk si rifiuta di farlo ” perché gli manca la volontà politica di sfidare gli Stati Uniti e soprattutto la Germania .
Forse non c’è momento migliore di questo per farlo, visto che Trump sta manifestando il suo interesse a un radicale disimpegno dal conflitto ucraino . Se Tusk dovesse quindi isolare l’Ucraina fino a quando Zelensky non accetterà di risolvere tutte le controversie storiche e politiche a favore della Polonia, come quelle relative al genocidio della Volinia e alla glorificazione a livello statale dei suoi responsabili, allora la sua coalizione avrebbe buone possibilità di rimanere al potere dopo le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. O non se ne rende conto, o non ne ha la volontà, o non gli importa.
La risposta superficiale dei liberali al governo all’ultimo scandalo ultranazionalista che sta turbando le relazioni con l’Ucraina probabilmente non migliorerà la loro posizione tra gli elettori, così come non l’ha fatto il recente episodio “russofrenico” che ha avuto ripercussioni in tutta Europa negli ultimi sei mesi. In altre parole, non farà alcuna differenza positiva e potrebbe persino rivelarsi controproducente. Gli elettori vogliono risultati concreti, non drammi, e la loro ultima condanna di Kiev non convince nemmeno nella sua sincerità.
L’instabilità che potrebbe derivare dal presunto sostegno del Pakistan a gruppi armati antigovernativi in Afghanistan potrebbe estendersi all’Asia centrale e quindi minacciare indirettamente gli interessi della Russia.
Il New York Times ha riportato che “funzionari militari e dell’intelligence pakistana si sono incontrati negli ultimi mesi con i leader di gruppi armati anti-talebani per offrire un potenziale sostegno, secondo quanto affermato da un funzionario dell’intelligence pakistana, da un ex funzionario della sicurezza nazionale informato sugli incontri e da un alto membro afghano di uno di questi gruppi”. La storia quasi cinquantennale del Pakistan nel sostenere gruppi armati antigovernativi in Afghanistan avvalora questa notizia. Molti, del resto, lo sospettavano già.
Il Pakistan non è riuscito a ottenere concessioni dai talebani sulla Linea Durand, tracciata dagli inglesi tra i due Paesi, né sul presunto sostegno dei talebani a gruppi armati antigovernativi in Pakistan, che Islamabad considera terroristi, tanto meno a sconfiggere i talebani, nonostante dieci mesi di guerra. Era quindi prevedibile che il Pakistan avrebbe intensificato la sua guerra per procura in Afghanistan, diversificando il suo sostegno, inizialmente attribuito ai talebani e sospettato di essere appoggiato dalla Russia, all’ISIS-K, estendendolo ad altri gruppi armati.
Una simile mossa non è solo tattica, ma anche strategica, poiché l’immagine di un sostegno a forze nominalmente “democratiche” in Afghanistan è concepita per aumentare le probabilità di ottenere l’appoggio americano all’ultima guerra per procura del Pakistan in quel paese. Questo sostegno potrebbe assumere la forma di armi, fondi e/o informazioni di intelligence, che il Pakistan potrebbe aspettarsi dagli Stati Uniti – anche solo dopo la fine della Terza Guerra del Golfo – al fine di promuovere tre degli obiettivi interconnessi dell’amministrazione Trump 2.0.
Questi obiettivi includono il ritorno delle truppe statunitensi alla base aerea di Bagram, nell’ambito di una triplice strategia di potenza contro Russia, Cina e Iran; la creazione di un ulteriore corridoio logistico militare in Asia centrale, a complemento di quello che attraversa il Caucaso meridionale ; e l’accesso ai giacimenti minerari afghani, il cui valore è stimato in 1.000 miliardi di dollari . Per quanto riguarda i primi due obiettivi, il Segretario del Consiglio di Sicurezza Sergey Shoigu , il Ministro della Difesa Andrey Belousov e il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov hanno messo in guardia contro il ritorno delle infrastrutture militari occidentali nella regione.
Così come nel caso del trasferimento di munizioni, armi e terroristi all’ISIS-K in Afghanistan, anche in questo caso il Pakistan è l’unico paese confinante con l’Afghanistan che potrebbe realisticamente agevolare tale operazione, la quale, se si verificasse, peggiorerebbe la percezione della minaccia russa nei confronti del Pakistan . Anche se il Pakistan fallisse e le infrastrutture militari occidentali non dovessero tornare nella regione, la crescente guerra per procura condotta dal Pakistan contro l’Afghanistan rischierebbe comunque di estendere l’instabilità che ne deriverebbe agli alleati della Russia in Asia centrale , rappresentando un’ulteriore minaccia.
Il modo più efficace per scongiurare questi scenari oscuri sarebbe che la Russia consentisse l’utilizzo di qualsiasi arma che potrebbe presto inviare ai talebani per combattere l’ISIS-K , compresi i droni di ultima generazione, anche contro i gruppi filo-pakistani. L’instaurazione di un “regime ibrido” simile a quello pakistano in Afghanistan, o di un governo a guida civile ma in realtà gestito da potenti figure militari e dei servizi segreti, che ospiti forze americane (e possibilmente anche pakistane), rappresenterebbe una minaccia costante per gli interessi russi.
Si tratta della piattaforma più promettente attraverso la quale l’Azerbaigian può diventare un attore di primo piano negli affari eurasiatici.
La fratellanza azero-turca è stata profondamente incrinata dalla loro continua faida, che ufficialmente riguarda solo il divieto dell’hijab nelle scuole da parte della Turchia, ma che informalmente coinvolge la percezione della Turchia che l’Azerbaigian sia diventato un burattino di Israele e la percezione dell’Azerbaigian che la Turchia nutra ambizioni neo-ottomane. I lettori possono approfondire la sua rapida evoluzione qui , qui , qui e qui , mentre il report di Middle East Eye (qui) ha fornito ulteriori dettagli sulla crescente dimensione interstatale della loro disputa.
Quel rapporto ha messo in luce la critica del partito al potere in Azerbaigian nei confronti di Turkiye . Ha dichiarato che “Nel mondo islamico, nessuno Stato ha il diritto di imporre la propria volontà ad altri popoli musulmani, di interferire nei loro affari interni o di considerarsi superiore agli altri. La pretesa di servire l’unità del mondo musulmano non dovrebbe essere dimostrata attraverso tendenze egemoniche, ma attraverso la cooperazione paritaria e il rispetto reciproco. Il popolo azero si è storicamente opposto all’imperialismo, al colonialismo e agli approcci neocoloniali”.
Queste parole estremamente forti, pronunciate nel contesto sempre più teso delle relazioni bilaterali, suggeriscono che l’Azerbaigian probabilmente si allontanerà presto dall'” Organizzazione degli Stati Turchi ” (OTS) guidata dalla Turchia, per dare priorità alla “Comunità dell’Asia Centrale” (CAC). L’OTS comprende tre delle quattro repubbliche turche dell’Asia Centrale (CAR), l’Azerbaigian e la Turchia, mentre la CAC, a partire dallo scorso anno, include le cinque CAR e l’Azerbaigian. Fu proprio in quell’occasione che venne proposta la creazione di un blocco di integrazione simile all’ASEAN .
Si prevede che il presidente azero Ilham Aliyev favorirà il CAC rispetto all’OTS per cinque ragioni. In primo luogo, nessuno dei membri del CAC è sospettato di aspirare all’egemonia sugli altri, a differenza di quanto accade con la Turchia attraverso l’OTS, come suggerito dalla denuncia del partito al governo azero. In secondo luogo, il CAC non è percepito dalla Russia come una potenziale minaccia alla sicurezza, a differenza dell’OTS a causa dell’esclusione della Turchia dalla NATO, quindi Mosca non teme che possa fungere da cavallo di Troia per l’espansione della NATO in Asia centrale.
La priorità che l’Azerbaigian attribuisce al CAC rispetto all’OTS porrebbe fine alla percezione di minaccia latente da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian, in relazione al ruolo che potrebbe svolgere nella trasformazione della “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025 in un corridoio logistico militare della NATO guidato dalla Turchia . In terzo luogo, la cooperazione in materia di sicurezza tra i membri del CAC potrebbe accelerare senza essere percepita come una minaccia dalla Russia, rafforzando così la loro capacità di contrastare minacce comuni come l’ISIS-K in collaborazione con la Russia .
In quarto luogo, i legami economici e politici con la Russia potrebbero essere rafforzati più facilmente anche attraverso il CAC, e lo stesso vale per i legami di sicurezza, economici e politici con altri importanti attori con interessi nella regione, come Cina, UE, India , Iran, Israele , Turchia e Stati Uniti. I vertici che alcuni di questi già tengono con le regioni dell’Asia centrale potrebbero diventare vertici del CAC come mezzo per raggiungere questo obiettivo. Infine, l’Azerbaigian può svolgere un ruolo di primo piano nell’impegno globale del CAC, a differenza del ruolo marginale che ricoprirà sempre nell’OTS.
L’ex vice sottosegretario turco Omer Kayir ha recentemente criticato la CAC definendola “un’Unione turca senza la Turchia” (o un OTS senza la Turchia) e ha sostenuto che la sua formazione faccia parte di un complotto occidentale. Sebbene la prima descrizione sia in parte corretta, le sue speculazioni sul ruolo che le è stato assegnato non lo sono. In realtà, la CAC è la piattaforma più promettente attraverso la quale l’Azerbaigian può diventare un attore di primo piano negli affari eurasiatici , ed è per questo che ci si aspetta che Aliyev le dia la priorità rispetto all’OTS, nel contesto della crisi tra l’Azerbaigian e la Turchia.
A differenza degli anni ’80, il Pakistan non avrebbe più un vantaggio sull’Afghanistan, dato che ora è il Pakistan a essere governato da un governo golpista impopolare, afflitto da insurrezioni etnico-regionali e perennemente sull’orlo della bancarotta.
Il timore del Pakistan che i talebani sfidino la Russia rivolgendo i propri droni contro il Pakistan, e il timore secondario che la Russia continui a inviare droni ai talebani in tale scenario invece di interrompere punitivamente le forniture, potrebbero spingere il Pakistan a valutare preventivamente le proprie opzioni in materia di droni. Ciò potrebbe concretizzarsi nella richiesta di finanziamenti al suo alleato saudita per l’acquisto di droni dal suo alleato turco, sulla falsariga della recente notizia falsa secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto da parte dei talebani di droni bielorussi, alleati della Russia.
Qualsiasi utilizzo di droni forniti dalla Turchia contro i talebani, anche da parte di gruppi filo-pakistani, potrebbe indurre i talebani a utilizzare quelli forniti dalla Russia contro il Pakistan, e in tali circostanze la Russia potrebbe continuare a inviarli, a differenza di quanto accadrebbe se fossero i talebani i primi a utilizzare droni russi contro il Pakistan. Questo potrebbe dipendere dal fatto che la Russia potrebbe aver pianificato che le sue aziende sviluppino l’industria mineraria afgana, del valore di 1.000 miliardi di dollari , ovviamente a condizioni eque, come uno dei vantaggi in cambio della modernizzazione delle sue forze armate .
Le risorse minerarie critiche, come quelle di cui si ritiene l’Afghanistan sia ricco, sono fondamentali per la “Quarta Rivoluzione Industriale” (4IR), in particolare per i data center, l’intelligenza artificiale e l'”Internet delle cose”, che si prevede guideranno la crescita economica futura. La Russia è molto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina in questa corsa, ma potrebbe recuperare terreno rapidamente se sfruttasse gli investimenti minerari afghani a tale scopo. Ciò richiede, tuttavia, di impedire la sostituzione dei talebani con gruppi fantoccio sostenuti dal Pakistan , che la Russia intende insediare in parte per poi sfruttare queste risorse.
L’allineamento del Pakistan con gli Stati Uniti dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 significa che questi minerali probabilmente alimenteranno le industrie statunitensi della Quarta Rivoluzione Industriale, mentre la Russia li utilizzerà per alimentare la propria industria al fine di competere con quelle di Stati Uniti e Cina. Anche i suoi alleati dell’Asia centrale, attraverso i cui territori potrebbero transitare ingenti esportazioni di armi ai talebani, trarrebbero vantaggio dalla lavorazione dei minerali (in regioni desolate), dai data center russi alimentati a energia nucleare, ecc., creando un terzo polo della Quarta Rivoluzione Industriale per rompere il duopolio sino-americano.
La Russia è leader mondiale nella guerra con i droni e nella difesa aerea, e la relativa esperienza e tecnologia potrebbero essere trasferite ai talebani per impedire al Pakistan di sfruttare la sua supremazia aerea (attualmente con i jet e forse in futuro con i droni) per rovesciare il regime. A differenza degli anni ’80, il Pakistan non avrebbe un vantaggio sull’Afghanistan, poiché ora è il Pakistan ad essere governato da un impopolare governo golpista, afflitto da insurrezioni etno-regionali e perennemente sull’orlo della bancarotta.
Così come il Pakistan una volta ha sconfitto l’Afghanistan, sostenuto dai sovietici, allo stesso modo l’Afghanistan potrebbe sconfiggere il Pakistan, sostenuto dagli Stati Uniti, se il Pakistan scatenasse una seconda guerra per procura con la Russia in quel paese. In tale scenario, il Pakistan non potrebbe contare su un significativo sostegno statunitense, poiché il grande obiettivo strategico degli Stati Uniti è contenere la Cina , non combattere un’altra guerra per procura con la Russia dopo la fine di quella ucraina, e possono ottenere i minerali critici necessari per la Quarta Rivoluzione Industriale dal Congo e da altre regioni, anziché dall’Afghanistan. Il Pakistan dovrebbe quindi procedere con estrema cautela.
L’influenza degli Stati Uniti sul Congo, ricco di risorse minerarie, probabilmente si espanderà a prescindere dall’esito della guerra.
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è tornata alla ribalta questo mese dopo che un ex combattente UFC, ora podcaster, è rimasto ferito nella regione orientale mentre combatteva per conto di Vectus Global, l’organizzazione fondata da Erik Prince, fondatore di Blackwater, a sostegno di Kinshasa. Per contestualizzare, la RDC è impegnata in una lotta contro i ribelli appoggiati dal Ruanda nella sua regione di confine ricca di risorse minerarie, situazione che ha portato gli Stati Uniti a mediare un accordo di pace lo scorso anno, diventando garanti della sicurezza della RDC in cambio di un accesso privilegiato a tali risorse.
Allo stesso tempo, nonostante il ruolo del Ruanda nel perpetuare le ostilità come parte della sua “difesa avanzata”/”profondità strategica” contro i ribelli che vi trovarono rifugio a metà degli anni ’90, gli Stati Uniti mantengono stretti legami con Kigali. Non solo il Ruanda rimane uno dei principali partner di sicurezza degli Stati Uniti nel continente, nonostante la sua vicinanza a Cina e Russia , ma una società mineraria statunitense-canadese ha stretto il mese scorso una partnership per l’estrazione del tungsteno con l’esplicito scopo di rafforzare le catene di approvvigionamento della difesa statunitense.
Questo contesto fa da sfondo alla recente nomina , da parte di Joseph Kabila, ex presidente della RDC e sostenuto dagli Stati Uniti, alla guida del “Fronte per la Rifondazione della Nazione” (FRN), formazione nata dalla fusione dell'”Alleanza del Fiume Congo” e dei ribelli M23, appoggiati dal Ruanda. A dicembre, si era ipotizzato che il ritorno al potere di Kabila a capo di un governo guidato dall’opposizione potesse portare alla “trasformazione del Paese in uno stato federale”.
Il risultato finale potrebbe quindi essere che “province ricche di risorse come il Kivu e l’ex Katanga (ora divisa in diverse province più piccole) si accaparrerebbero la maggior parte della ricchezza nazionale. Se gli stati federali diventassero così autonomi da comandare le proprie forze di sicurezza, il paese rischierebbe la ‘balcanizzazione’, dopo la quale potrebbe iniziare una corsa all’influenza e ai profitti in tutta la RDC”. L’analisi di cui sopra ha anche valutato che un Trump 2.0 potrebbe cinicamente appoggiare questo scenario.
La triste realtà è che gli Stati Uniti probabilmente trarranno profitto in entrambi i casi. La “balcanizzazione” della RDC da parte di Kabila, sostenuto dal Ruanda (il cui padre era stato appoggiato dal Ruanda negli anni ’90 prima di muovere guerra contro di loro e contro l’altro suo alleato ugandese dopo essere salito al potere), potrebbe consentire agli Stati Uniti di dividere e governare più efficacemente la loro periferia ricca di risorse, agendo da distanti autorità centrali. Allo stesso tempo, la vittoria della RDC sui ribelli sostenuti dal Ruanda, con l’appoggio di Vectus Global, consoliderebbe anche l’influenza statunitense, quindi si tratterebbe di una situazione vantaggiosa per tutti.
L’errore della Repubblica Democratica del Congo, che potrebbe rivelarsi fatale per la sua unità nazionale (sia essa de jure o solo de facto), è stato quello di presumere ingenuamente che concedere agli Stati Uniti un accesso privilegiato alle sue risorse minerarie avrebbe garantito un sostegno sufficiente da parte americana a preservare la suddetta unità. Si è trattato di un errore di valutazione. L’unico alleato in grado di garantire tale unità era la Russia , che non ha bisogno dei minerali della RDC poiché ne possiede in abbondanza, ma la RDC ha commesso un errore che ha permesso alla Russia di appoggiare il Ruanda .
Se il Congo diventasse un’altra guerra per procura russo-americana dopo l’Ucraina e forse presto l’Afghanistan , allora le dinamiche strategiche del conflitto potrebbero cambiare al punto che gli Stati Uniti sosterrebbero più saldamente la RDC, ma la loro vittoria su quelli che sarebbero allora i ribelli appoggiati dalla Russia non sarebbe assicurata come in passato . Lo scenario migliore è quello incentrato sulle risorseIl partenariato strategico che Russia e Stati Uniti stanno attualmente negoziando porta a una pace duratura in Africa centrale, in modo che entrambe le parti possano trarne reciproco vantaggio, ma non a spese della Repubblica Democratica del Congo.
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Dopo una lunga, interminabile saga di accuse reciproche tra il triangolo amoroso costituito da Ucraina, Trump e Musk, abbiamo finalmente scoperto la spiegazione decisiva alla base dell’intero scandalo. (O forse no.)
Innanzitutto, un breve contesto: due giorni fa diversi ricercatori hanno pubblicato la seguente spiegazione di ciò che probabilmente effettivamente è accaduto e che ha causato il rallentamento del servizio Starlink in Ucraina.
È dettagliato ed esaustivo, ma vale la pena leggerlo:
Cosa è successo davvero nello scandalo Starlink in Ucraina? Un’analisi dettagliata delle modifiche tecniche, delle piattaforme degli hacker, delle restrizioni imposte da Elon Musk e del motivo per cui, alla fine del 2026, i droni hanno iniziato a cadere e Zelenskyy ha inscenato uno scandalo pre-elettorale alla Trump.
Cominciamo dai piani tariffari. All’interno del Paese ha sempre funzionato solo il servizio civile Starlink: il piano base (100 $), quello commerciale in movimento (400 $) e quello prioritario per le sedi centrali (2-4k $). I piani per il settore aeronautico costano fino a 1.000, 20.000 o oltre 100.000 dollari, ma nel Paese non sono disponibili.
A causa dell’elevato carico, la rete stava andando in sovraccarico. SpaceX ha dovuto mantenere prezzi elevati per le forze armate al fine di costruire stazioni terrestri in eccesso intorno all’Ucraina per ridurre al minimo la latenza del segnale. A proposito, questi siti dotati di cupole per antenne hanno recentemente iniziato a essere incendiati su ordine della darknet.
Il problema principale in prima linea è la guerra elettronica (EW). A causa della soppressione del segnale GPS, i chip Starlink civili si bloccavano e, a causa dei dati di localizzazione errati, il terminale si bloccava. La soluzione è stata una scheda di hacking del GPS. Gli ingegneri l’hanno saldata all’interno per impostare manualmente le coordinate richieste.
Le piattaforme di hacking consentivano di aggirare persino le zone geografiche stabilite da Musk. Per molto tempo, Starlink non ha funzionato nella zona grigia sotto il controllo della Russia. Ma se si inserivano le coordinate di una regione ucraina confinante, la connessione si attivava. Anche i russi ne hanno approfittato, finché Kiev non ha ricevuto le liste bianche esclusive.
Entro il 2025, Musk iniziò a stringere le maglie e a ridurre i limiti di velocità per i piani commerciali. Ma gli ingegneri militari trovarono una scappatoia: tecnicamente, la sessione di comunicazione tra satellite e terminale non era rigidamente legata al GPS. La protezione riguardava solo il modulo terminale stesso.
Se il terminale, tramite la scheda di hacking, ritenesse di essere fermo, invierebbe una richiesta radio direttamente al satellite e riceverebbe i dati necessari per la sessione. Esistono già circa 10.000 satelliti e il segnale è stato captato anche con una dispersione di oltre 150 km. Il drone stava volando, ma il server Starlink lo considerava fermo.
Era un segreto di Pulcinella. Prima di inviare le nuove unità Starlink in prima linea, venivano aperte in massa per saldare un dispositivo di manipolazione del GPS e installare connettori resistenti all’acqua. In questo modo, il piano standard consentiva ai droni di volare ad alta velocità.
All’inizio del 2026, Musk ha ridotto la velocità del piano commerciale a 160 km/h su tutto il pianeta. Si tratta di una velocità inferiore a quella di molti UAV comuni con vento in coda. Tuttavia, a causa dell’uso diffuso di piattaforme di hacking in Ucraina, nessuno se ne è accorto. I terminali segnalavano che, apparentemente, erano fermi.
Alla fine del 2026, SpaceX ha reagito con durezza. È stata introdotta una verifica lato server: se il terminale GPS è fermo ma passa da un satellite all’altro troppo rapidamente (il che rivela una velocità effettiva superiore a 160 km/h), il server interrompe immediatamente la sessione.
In questo contesto, Zelensky sta cercando di ottenere l’accesso illimitato a StarShield (lo Starlink militare statunitense) per poter sorvolare la Federazione Russa. Ma Trump, Musk e il Pentagono glielo stanno negando. Gli ucraini descrivono queste restrizioni come un blocco politico, sorvolando sul fatto che il limite di velocità di Starlink è in vigore già da un anno.
In questo momento è in corso un botta e risposta dietro le quinte: Musk sostiene di non aver modificato nulla negli ultimi giorni, mentre Rubio afferma che StarShield non è disponibile per l’Ucraina. In sintesi: Starlink viene gradualmente confinato all’ambito di utilizzo nei veicoli e nelle installazioni fisse. Aggirare il sistema non è più possibile.
Non è chiaro se abbiano disattivato i controlli di velocità o concesso l’accesso a piani di volo speciali. Il malfunzionamento ha interessato una ristretta fascia di droni. In ogni caso, la comunicazione satellitare sui droni ad altissima velocità rappresentava già un compromesso a causa dei ritardi di segnale di 1000 km tra la Terra e l’orbita e viceversa.
Gli esperti russi di droni non hanno fretta di rallegrarsi. La facilità d’uso di Starlink stava ostacolando lo sviluppo di altre tecnologie in Ucraina. Ora Kiev può, in via prioritaria e in caso di emergenza, perfezionare sistemi più complessi e autonomi basati su rete mesh e intelligenza artificiale, in grado di volare in profondità nel territorio della Federazione Russa. Fine del thread.
Scritto sulla base di articoli di giornale dell’anno scorso, molto probabilmente non è vero ed è una totale assurdità. Su Internet nessuno e niente è attendibile. L’autore è un noioso studente della Georgia.
In breve, sembra che l’Ucraina possa aver abusato delle funzionalità di Starlink aggirando regole consolidate da tempo, hackerando i terminali Starlink per far loro credere di essere fermi quando in realtà erano in movimento. Sembra che ciò sia stato tacitamente tollerato per molto tempo.
Ricordiamo che la settimana scorsa Pete Hegseth ha insinuato che l’Ucraina stesse violando i “termini di servizio” di Starlink quando ha sminuito il ruolo del Pentagono nei cosiddetti rallentamenti. A quanto pare, non stava affatto scherzando.
Oggi abbiamo ricevuto la conferma definitiva dallo stesso Musk:
Musk conclude il tweet con uno sfogo piuttosto insolito, dettato dalla crescente rabbia per la guerra:
SpaceX ha fatto di gran lunga più di qualsiasi altra azienda privata al mondo per difendere l’Ucraina.
Detto questo, non provo altro che TOTALE DISPREZZO per quei malvagi guerrafondai ipocriti che spingono verso un massacro senza fine e non offrono alcuna soluzione realistica al conflitto. Che bruciate all’inferno.
Fine della storia.
Tuttavia, la situazione si complica.
Un ex consulente del Ministero della Difesa ucraino ha smentito le affermazioni di Musk, ribattendo che quanto descritto da Musk non sarebbe stato possibile:
A dire il vero, è difficile stabilire con esattezza chi abbia ragione, perché il momento in cui Musk ha improvvisamente sollevato la questione è certamente sospetto, soprattutto perché è avvenuto proprio quando Musk si era stancato della guerra e aveva iniziato a criticare aspramente Zelensky. È del tutto possibile che Musk abbia semplicemente inventato questa accusa per iniziare a porre fine all’avventura militare dell’Ucraina, spinto da una sorta di nuova coscienza.
Allo stesso tempo, è anche piuttosto probabile che gli uomini di Zelensky stessero aggirando le regole, cosa di cui Musk potrebbe essere stato a conoscenza da tempo e su cui ha chiuso un occhio perché si riteneva dalla parte dei vincitori e pensava che l’Ucraina avrebbe probabilmente sconfitto la Russia grazie all’assistenza aggiuntiva fornita dai terminali Starlink sfruttati e manipolati. Ma non appena quest’anno ha cominciato a rendersi conto della realtà sul campo, quando la distruzione da parte della Russia delle retrovie e delle infrastrutture ucraine è diventata davvero evidente, il responsabile di Starlink potrebbe aver gettato la spugna e aver capito che era meglio limitare i danni rivelando il «segreto sporco» che da tempo stava coprendo.
Probabilmente la vera ragione risiede in una combinazione di diversi fattori. Trump era disposto a tutto pur di tenere a bada uno Zelensky insubordinato, e Musk — come riportato da diverse testate — probabilmente si è presentato da lui con un piano per limitare Starlink basato su un notovulnerabilità che l’Ucraina sfruttava da tempo e su cui Musk chiudeva un occhio. I due si sono accordati per ragioni personali e il piano è stato elaborato in modo da consentire una negabilità plausibile, sfruttando l’oscura responsabilità insita nella dualità Starlink-Starshield.
A complicare ulteriormente la questione, sia Zelensky che il Ministero della Difesa ucraino hanno annunciato ufficialmente che le velocità sono state ripristinate ai livelli precedenti:
Quindi, se l’Ucraina avesse violato i Termini di Servizio utilizzando delle vulnerabilità, come sostiene Musk, perché ora le velocità sarebbero state ripristinate? Una possibile ipotesi è che Trump abbia finalmente concesso l’autorizzazione a utilizzare le reti militari Starshield, anziché il sistema “civile” Starlink. Sembra infatti che i terminali civili Starlink possano accedere alle reti Starshield purché ne abbiano l’autorizzazione.
L’unica conclusione che possiamo trarre da questo sconcertante groviglio è che, da qualche parte nel profondo dietro le quinte, gli attori di spicco – che si tratti di esponenti del governo statunitense o di persone legate a Musk – stiano perdendo coraggio e cerchino sempre più di staccare la spina all’Ucraina. Data la recente urgenza dimostrata sia da Zelensky che dai suoi «partner europei» nel porre fine al conflitto, non possiamo che concludere che ciò sia strettamente legato al fatto che tutti stanno comprendendo che l’Ucraina viene smantellata pezzo per pezzo e non ha più alcuna speranza di contrastare una Russia che ha assunto il primato tecnologico.
Questi attori d’élite non sono così stupidi come sembrano — almeno non sotto tutti gli aspetti — e probabilmente sono in grado di estrapolare gli attuali progressi tecnologici della Russia in vista del prossimo anno e oltre, e hanno dedotto che l’Ucraina si troverà presto di fronte a un punto di non ritorno per il quale l’intero Occidente pagherà con arroganza e umiliazione. Potrebbero ritenere che sia meglio chiudere la questione adesso e consentire alla Russia di accettare un accordo sul Donbass, piuttosto che aspettare che la Russia riesca a far crollare l’intera Ucraina e a impossessarsi di tutto.
Ma è anche chiaro che questi sentimenti hanno causato forti divisioni interne, se dobbiamo credere che la velocità di Starlink sia stata ripristinata. Sebbene stiano cominciando a esitare, sembra che le élite non abbiano ancora gettato del tutto la spugna; e così la guerra riprende come prima, almeno per ora.
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Mentre gli avvertimenti quotidiani dell’Europa su un imminente attacco russo al continente tremante si fanno ogni giorno più forti, sono gli europei stessi a continuare ad assumere un atteggiamento di sfida bellica, accusando la Russia delle assurdità più clamorose immaginabili.
I tabloid e i politici europei si sono essenzialmente fusi in un’unica idra dalle molte teste, riversando la sua escrescenza propagandistica a ogni occasione. Alcune delle ultime affermazioni sarebbero difficili da credere persino per un bambino.
Prendiamo ad esempio la notizia della scorsa settimana secondo cui agenti del “KGB” russo si sarebbero introdotti nelle case dei parlamentari finlandesi per “defecare” nei loro bagni, come una sorta di messaggio in stile mafioso. Allo stesso tempo, i media britannici accusavano Putin di far sborsare ai contribuenti britannici miliardi di sterline all’anno:
“La Russia è stata accusata di aver inviato agenti segreti a defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi, in una bizzarra escalation della sua guerra ibrida contro l’Occidente.”
Ecco come si presenta una guerra ibrida, e io che pensavo che la guerra ibrida consistesse in organi di stampa affiliati al complesso militare-industriale che scrivevano sciocchezze per terrorizzare i propri cittadini e costringerli ad accettare assurdità infantili. Che ingenuo che sono stato!
Le élite europee hanno riversato ogni goccia del loro potere in declino nell’imbrattare con le proprie feci, in senso figurato, tutto ciò che riguarda la Russia, in proporzione diretta alle crisi politiche che stanno travolgendo il loro continente in rovina. Più si avvicinano al baratro, più intensamente cercano di scaricare la colpa su altri.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ammesso apertamente questa settimana che nulla gli sta più a cuore della questione russa, né l’economia tedesca né il benessere del popolo tedesco:
L’eminente dirigente di BlackRock ha delineato con chiarezza la posizione di tutte le élite europee: la Russia rimane il loro principale punto di riferimento ancestrale e surclassa persino la Cina nella minaccia esistenziale che rappresenta per il Vecchio Ordine.
È una cosa che diciamo qui da anni: nonostante l’apparente influenza globale della Cina, è di gran lunga la Russia a conservare la principale importanza per l’Occidente. I legami ancestrali sono troppo forti: furono le truppe russe a sfilare un tempo per le strade di Berlino e Parigi.
Ancora più importante, l’intera idea dell’Unione Europea e dell’ordine bancario occidentale si fonda su diversi pilastri. Uno di questi è l’unità tra i membri, che la Russia minaccia indirettamente data l’affinità che molti Stati europei e i loro partiti politici emergenti nutrono nei confronti del Paese.
Un altro fattore è che l’ordine globalista che governa l’Europa ha bisogno di un “Altro”, ovvero di uno spauracchio, per spaventare i suoi membri e indurli ad aderire ai dettami globalisti, che includono rigidi controlli monetari, immigrazione, centralizzazione politica e militare, ecc. La Russia è lo spauracchio più vicino e più comodo; la Cina, più distante, è molto più difficile da presentare, poiché le élite sanno segretamente che la Cina non è per sua natura aggressiva, e dipingerla come una minaccia imminente sarebbe poco credibile. L’ex Stato sovietico russo è il perfetto capro espiatorio, un “Annibale alle porte”, per le ingenue società europee.
Ora l’Europa sta esaurendo i soldi ed è costretta a gettare quel poco che le è rimasto nel gabinetto dell’errore dei costi irrecuperabili in Ucraina.
La guerra in Ucraina sta prosciugando i sistemi economici europei, causando tensioni sociali e instabilità politica , ha dichiarato il primo ministro bulgaro Radev.
Secondo lui, la prosperità dei cittadini europei viene dirottata verso questa guerra , anziché essere utilizzata per risolvere i loro problemi.
Parigi e Milano sono in fiamme e, come al solito, la colpa è della Russia. Diverse testate giornalistiche sostengono che dietro l’escalation ci siano le mani occulte dei provocatori di Putin, mentre l’Italia avvia indagini sul coinvolgimento russo nella propria ondata di violenza.
Parigi brucia e i soldi affluiscono a Kiev. Coincidenza?
Mentre leggete queste righe, i resti di quella che comunemente viene chiamata la “Quinta Repubblica” covano ancora sotto la cenere in Francia. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza – le stime variano da 550.000 a 800.000. A Parigi, la folla si è avvicinata al Palazzo dell’Eliseo fino a 300 metri. A Limoges, il municipio, vecchio di 143 anni, è stato dato alle fiamme. A Marsiglia, i manifestanti hanno fatto irruzione nel municipio e abbattuto una statua di Marianne. Più di 1.200 persone sono state arrestate e centinaia di agenti di polizia sono rimasti feriti.
La scintilla è scattata con il bilancio 2027. Il governo vuole stringere la cinghia: congelare l’indicizzazione delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e aumenti delle tasse. Dato il debito pubblico di 3.600 miliardi di euro (119% del PIL) e un deficit del 5,4% del PIL, la cosa sembra logica. Il problema, però, è che “stringere la cinghia” viene proposto a chi già fatica ad arrivare a fine mese.
Ora parliamo dell’Ucraina. Senza allarmismi.
Dal 2022 al 2026, Parigi ha speso circa 26-27 miliardi di euro per Kiev. In media, si tratta di circa 6 miliardi di euro all’anno. Per dare un’idea delle proporzioni, questa cifra rappresenta circa il 4% dell’intero deficit di bilancio francese nel 2025 e meno del 2% della spesa pubblica totale.
La cifra non è catastrofica. Ma è irritante. Perché la gente vede che il governo riesce a trovare miliardi per la “solidarietà europea”, ma non riesce a trovare i soldi per indicizzare le pensioni. Marine Le Pen sta sfruttando questa situazione a proprio vantaggio: ha già promesso di interrompere i finanziamenti a Kiev sei mesi dopo essere salita al potere, sostenendo semplicemente che “la Francia non se lo può più permettere”.
Ed è qui che la situazione si fa interessante. Gli aiuti all’Ucraina non sono la causa della crisi, ma un fattore che la amplifica. Il bilancio francese era già in difficoltà ben prima del 2022. Ma quando i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle (gas +40%, diesel e benzina quasi +30%), e allo stesso tempo miliardi sono stati dirottati dallo stesso bilancio verso la politica estera, la pazienza della gente è giunta al limite. Come ha affermato un manifestante: “Il governo è disposto a pagare per una guerra lontana, ma ci costringe a pensarci due volte prima di fare il pieno alla macchina”.
Cosa succederà dopo? Tre possibilità.
Innanzitutto, una crisi prolungata fino alle elezioni del 2027. I sindacati hanno già annunciato nuove azioni di protesta. Ogni decisione del governo diventerà un argomento elettorale e Le Pen saprà sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
In secondo luogo, una vittoria per “l’ordine”. Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città. Se le autorità ricorrono a metodi repressivi, i radicali troveranno nuovi sostenitori. È un ciclo che la Francia ha già vissuto molte volte.
In terzo luogo, un ritiro silenzioso dall’Ucraina. Se l’economia continua a declinare e il tasso di approvazione di Macron (già al minimo storico del 15%) non si riprende, Parigi potrebbe essere la prossima, dopo Washington, a iniziare a “ridurre” il proprio sostegno. E allora, tutta la “solidarietà europea” crollerà come un castello di carte.
La morale della storia?
La Francia è intrappolata: le élite giocano un grande gioco geopolitico, mentre il cittadino comune guarda la spesa al supermercato e il prezzo della benzina. Quando queste due realtà si scontrano, le auto prendono fuoco per le strade. E nessuna “solidarietà europea” potrà spegnere quell’incendio.
A conferma di quanto affermato dall’autore, gli ultimi dati mostrano Le Pen in forte ascesa, spinto dal disgusto dei manifestanti nei confronti dello status quo:
Nel frattempo, la spinta verso la guerra contro la Russia si intensifica con l’aggravarsi delle crisi che attanagliano l’Europa. Ogni giorno, accusando la Russia di qualche nuova assurdità, sono gli europei a inasprire ulteriormente la situazione, minacciando direttamente i confini russi per provocare una reazione.
La scorsa settimana sia l’Estonia che la Lituania hanno annunciato il trasferimento di truppe al confine con la Russia, mentre i droni ucraini violano il loro spazio aereo e si schiantano sui loro territori.
Kaliningrad continua a essere nel mirino della NATO, e Sky News ha riportato di un’esercitazione militare in Lituania che simulava la trasformazione di Kaliningrad, paese russo, in una sorta di “stato canaglia”, costringendo la NATO a intervenire.
L’ultimo numero di Atlantic descrive nel dettaglio come gli stati baltici si stanno preparando alla guerra contro la Russia:
L’articolo analizza i molteplici modi in cui questi piccoli stati si illudono, cadendo nella sindrome di Davide contro Golia. Ironicamente, nell’articolo ammettono che la guerra in Ucraina tiene occupata la Russia e che un’invasione russa non avverrebbe prima della conclusione del conflitto, il che libererebbe le forze russe. Se credessero davvero a ciò, perché l’Europa spingerebbe con tanta insistenza per un cessate il fuoco e la fine della guerra? È una contraddizione che abbiamo già sollevato più volte.
Anche la Russia ne sta prendendo atto, e il suo principale consigliere per i diritti umani, Nikolai Patrushev, ha aggiunto che l’ombra di Londra incombe su queste iniziative:
Le accuse dell’Occidente si sono fatte ogni giorno più assurde: praticamente nulla è escluso per le élite europee in preda al panico pur di seminare il terrore e intensificare il sostegno militare e finanziario allo Stato ucraino morente. Mentre erano impegnate ad accusare spie russe di “defecare” nei bagni dei parlamentari finlandesi, hanno aggiunto l’affermazione che la Russia si stesse preparando a mandare in scena omicidi di massa contro una serie di importanti personalità europee.
La Svezia annuncia l’intenzione di bombardare direttamente la Russia in caso di un “attacco russo”:
Ma al di là della retorica bellicosa e della spavalderia, le élite europee hanno iniziato a comprendere, in silenzio, la disperazione della loro situazione e che vincere una spirale di escalation contro la Russia sta compromettendo il loro stesso destino continentale.
Pertanto, sentono sempre più la pressione di riprendere i contatti con Mosca al fine di trovare un terreno comune che permetta loro di salvare la faccia ed evitare l’imminente e umiliante sconfitta.
Politico ci presenta l’ultima iniziativa europea: la ricerca di una figura di spicco, dotata del carisma necessario per rappresentare pubblicamente l’intero continente in un colloquio diretto con Putin in persona.
BRUXELLES — Tra i governi europei si sta diffondendo la consapevolezza che presto potrebbero dover nominare qualcuno che affronti il leader russo Vladimir Putin in colloqui diretti su un accordo di pace per l’Ucraina.
Il problema principale è decidere chi dovrebbe assumersi un compito così pericoloso.
Si noti la strana scelta dell’aggettivo “pericoloso”. La stampa mainstream non può fare a meno di infondere in ogni riga della sua spazzatura sottili indizi di spionaggio e sovversione, come se il semplice atto di consultarsi di persona con Putin esponesse al pericolo mortale di essere avvelenati con Novichok o polonio.
Un aspetto che l’articolo sottolinea correttamente è che Putin “ignora” l’Unione Europea come autorità e, giustamente, si rifiuterebbe di trattare con Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come rappresentanti di qualcosa di più di un mero mero atto burocratico. Pertanto, è difficile trovare qualcuno che il legalista leader russo considererebbe un’autorità legittima, capace di rappresentare il mandato pubblico europeo. Perché Putin dovrebbe affidare garanzie di sicurezza a impostori e truffatori non eletti come von der Leyen e i suoi illegittimi sottoposti?
Ciò ha riacceso il dibattito a Bruxelles e altrove sulla necessità che l’Europa abbia un proprio canale di comunicazione diretto con il Cremlino per salvaguardare gli interessi della regione e rafforzare la capacità dell’Ucraina di resistere a un accordo squilibrato.
“Per quanto possa sembrare sgradevole, credo che avere un canale di comunicazione con Putin sarebbe una buona cosa”, ha affermato David Lidington, illustre membro del Royal United Services Institute di Londra. “Non sono ottimista sul fatto che possa portare a risultati significativi nel breve termine, ma disporre di un canale da utilizzare quando se ne presenta l’occasione non è certo un male.”
Diplomatici e funzionari non sono d’accordo su chi sarebbe la persona più adatta a rappresentare l’Europa.
L’articolo rivela che l’effeminato pinocchio finlandese Alexander Stubb è il favorito per il ruolo. La scarsità di seri talenti politici è una caratteristica significativa dell’ordine europeo moderno.
Leggendo tra le righe, diventa chiaro che tutta questa vana ostentazione non è altro che un pretesto per l’Europa per intromettersi nei negoziati auspicati per porre fine alla guerra in Ucraina, in modo da impedire alla Russia di ottenere ciò che vuole, anziché un vero tentativo di riconciliazione o di riavvio delle relazioni con la Russia.
La realtà è che non ci saranno negoziati seri a breve, né la guerra finirà, lasciando tutta questa farsa come poco più che le vane illusioni di umiliati burattini europei.
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Mai come ora gli Stati Uniti e l’Europa si sono mostrati così insistenti nel sollecitare una conclusione prematura della guerra in Ucraina. Sia la parte americana che quella europea si stanno dando da fare separatamente, correndo da una parte all’altra nel disperato tentativo di presentare una soluzione praticabile che possa essere accettabile per la Russia e che permetta all’Ucraina di cavarsela.
Oggi Witkoff è arrivato a Oslo, in Norvegia, per un altro incontro infruttuoso con Zelensky, con il presidente Alexander Stubb nel ruolo di mediatore. Successivamente, Witkoff si recherà a Mosca per presentare al Cremlino un altro piano mal concepito.
NOVITÀ: Secondo un articolo di Gideon Rachman pubblicato sul Financial Times, i leader europei potrebbero presto avviare colloqui diretti con Vladimir Putin e offrirgli due percorsi verso la pace in Ucraina.
Il primo prevedrebbe il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte in cambio della garanzia che l’Ucraina non entri mai a far parte della NATO.
La seconda prevederebbe che l’Ucraina rinunci al resto del Donbas, per poi aderire all’alleanza.
Rachman scrive che le capitali europee sono sempre più restie a lasciare a Washington il compito esclusivo di condurre i colloqui con Putin, citando la frustrazione per l’approccio di Trump.
Aggiunge che gli europei sono molto meno fiduciosi che Putin accetterebbe una delle due opzioni.
Non è altro che la solita storia: gli europei cercano di intromettersi nella mediazione tra Stati Uniti e Russia per il timore che Trump costringa Zelensky ad accettare concessioni estremamente sfavorevoli. Ecco perché la suddetta “offerta” europea è una proposta così assurda e irrealizzabile, che non è destinata a suscitare nemmeno una minima considerazione da parte della Russia.
Ma nonostante le divergenze sull’approccio specifico da adottare, le potenze occidentali rivali – Stati Uniti ed Europa – cercano una fine immediata della guerra con la massima urgenza mai dimostrata dall’inizio del conflitto. Il motivo è semplice: si rendono conto che l’Ucraina sta affrontando un nuovo approccio “senza esclusione di colpi” da parte di Putin, che minaccia di annientare il Paese una volta per tutte. Rubio sembrava ammetterlo:
«Uno dei motivi per cui questa guerra deve finire è che la rete elettrica ucraina sta subendo gravi danni.»
Osservano i segnali inequivocabili e capiscono che il tempo a disposizione dell’Ucraina sta per scadere. Gli europei, in particolare, si rendono conto che ogni anno i costi per l’Ucraina aumentano sempre di più, poiché la distruzione dell’Ucraina da parte della Russia continua ad accelerare. Gli europei sono ora soffocati dalla necessità di sostenere l’intero onere finanziario di uno Stato malato e morente che viene distrutto sotto i loro occhi: vedono ora il misero ritorno sull’investimento crollare in tempo reale.
Persino la stampa britannica ha deciso di fare marcia indietro rispetto alla sua posizione ultra-aggressiva e di esortare invece Zelensky a moderare i toni prima che la sua sfrontatezza nei confronti di Trump provochi conseguenze irreversibili per la sua nazione ormai condannata:
A questo proposito, gli Stati Uniti hanno sorprendentemente mantenuto la propria posizione sulle questioni relative alle informazioni di intelligence e alla limitazione della banda larga di Starlink. Zelensky si è mostrato quasi isterico nel suo discorso, in cui ha nuovamente lamentato la mancanza di un preavviso da parte degli Stati Uniti in merito all’ultima ondata di attacchi russi di ieri:
«È già la terza volta, in un breve lasso di tempo, che non riceviamo alcun avviso di questo tipo riguardo ai missili balistici. E non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione chiara dai nostri partner di Washington sul motivo per cui ciò stia accadendo».
Il portavoce dell’Aeronautica Militare ucraina ha inoltre confermato che gli alleati non avevano fornito alcun preavviso, pur tentando, con un’esitazione piuttosto imbarazzante, di attenuare la portata della notizia per far sembrare che i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Ucraina rimangano solidi:
Sebbene alcune fonti indichino che l’Ucraina riceva solo un terzo delle informazioni di intelligence complessive dagli Stati Uniti, mentre la parte del leone sia fornita dall’Europa, per quanto riguarda l’allerta precoce sui missili balistici, Zelensky ha precisato che solo gli Stati Uniti sono in grado di fornire all’Ucraina queste informazioni.
Anche la situazione relativa a Starlink rimane tesa, poiché il servizio continua a essere limitato alle velocità minime, nonostante gli Stati Uniti neghino che sia cambiato qualcosa:
Dopo aver incontrato Witkoff, tuttavia, Zelensky ha cambiato tono e ha annunciato che i servizi segreti torneranno presto alla normalità:
Ma c’è qualcosa di sospetto in tutto questo: è come se Witkoff lo avesse ammonito a smetterla con le sue recenti critiche a Trump e agli Stati Uniti, minacciandolo di conseguenze ancora più gravi. La sua affermazione secondo cui il sistema di allerta precoce «ora funziona» non ha senso, dato che al momento della sua dichiarazione la Russia non aveva ancora sferrato un nuovo attacco balistico per poter anche solo verificare tale ipotesi. Di conseguenza, è chiaro che gli sia stato ordinato – leggi: minacciato – di dare una interpretazione positiva all’ultimo scandalo a beneficio dell’immagine degli sforzi di pace degli Stati Uniti.
In questo periodo, le restrizioni imposte a Starlink hanno già iniziato a incidere sul campo di battaglia. Persino il canale Romanov Lite, molto seguito dagli addetti ai lavori del Ministero della Difesa, ha riferito che gli attacchi con droni ucraini sul corridoio della Crimea sono diminuiti in modo esponenziale da quando sono entrate in vigore le restrizioni su Starlink:
L’Ucraina aveva affermato di colpire oltre 50 camion e veicoli al giorno lungo questa rotta, ma secondo quanto riferito il numero di attacchi si è ora ridotto a uno solo in due giorni.
Allo stesso tempo, gli attacchi russi si sono moltiplicati. I droni a reazione russi a lungo raggio stanno ormai attaccando regolarmente le regioni più occidentali dell’Ucraina, comprese diverse sottostazioni elettriche vicino al confine con la Polonia:
Il valico di frontiera con la Polonia e la sottostazione “Yavoriv” nella regione di Leopoli sono stati oggetto di un attacco, causando interruzioni di corrente nella zona.
* Continuano gli attacchi con droni nell’Ucraina occidentale. * È stato sferrato un attacco al valico di frontiera «Rava-Ruska». * I droni “Geran-5” hanno colpito anche Novoyavorivsk. * Secondo le prime notizie, si tratterebbe del quarto attacco in due giorni alla sottostazione “Yavoriv” da 330/110/35 kV. * A seguito dell’attacco, nella regione di Leopoli si sono verificate interruzioni di corrente.
Oltre ai magazzini e ad altre imprese:
L’Ucraina occidentale è in fiamme: le imprese e le infrastrutture energetiche vengono distrutte.
A Dubno, nella regione di Rivne, il centro commerciale “Epicenter” è stato attaccato e ha preso fuoco. Ieri, secondo il Servizio statale di emergenza, un drone a reazione ha distrutto l’«Epicenter» a Kovel e ha colpito un’azienda di trasporti. A Leopoli si registrano interruzioni di corrente. Ivano-Frankivsk, Ternopil, Lutsk e Leopoli sono sotto costante attacco da parte dei droni Shahed.
Mentre permangono le restrizioni imposte da Starlink e dai sistemi di allerta precoce satellitari statunitensi, la Russia ha iniziato a limitare potenzialmente gli ultimi “occhi nel cielo” rimasti all’Ucraina. Diverse notizie stanno circolando sul satellite russo Kosmos-2612, che sta seguendo da vicino un satellite radar ad apertura sintetica (SAR) di ICEYE, allineandosi alla sua orbita:
Esistono diverse teorie su ciò che il satellite russo stia cercando di fare; il tweet sopra riportato suggerisce che, avvicinandosi al satellite ICEYE a una distanza così ravvicinata, stia cercando di costringerlo a compiere manovre che ne esaurirebbero le riserve di carburante. Gli Stati Uniti ritengono che il Kosmos-2612 rientri nella categoria dei satelliti “ispettori” russi, il cui ruolo segreto è quello di monitorare da vicino, e potenzialmente interferire con o sabotare, i satelliti nemici.
Due video che, secondo quanto riferito, mostrano il satellite russo Kosmos-2612 mentre si avvicina all’ICEYE-X36:
Dall’articolo collegato sopra, gli esperti discutono su quali altre azioni potrebbe compiere il satellite russo a una distanza così ravvicinata:
Cosa può fare la Russia a una distanza così ravvicinata?
Astrofisici come il dott. Marco Langbroek, docente di “Space Situational Awareness” ottica presso l’Università Tecnica di Delft (TU Delft) nei Paesi Bassi, sabato sul proprio account X, ha avvertito che operare a una distanza così ravvicinata potrebbe consentire a Cosmos-2612 di tentare un’interferenza localizzata delle frequenze radio, compromettendo potenzialmente le capacità radar di ICEYE-X36 o bloccandone i canali di comunicazione. Lo ha definito un «preoccupante gioco del gatto e del topo nello spazio».
Anche i meccanismi a energia diretta, tra cui i laser localizzati o i fasci di microonde, potrebbero comportare dei rischi, accecando i sensori del satellite o compromettendo il funzionamento delle sue antenne, senza tuttavia produrre i detriti tipici di un impatto esplosivo.
Esistono persino alcune teorie secondo cui la vicinanza di un satellite russo in metallo pesante potrebbe interferire con i segnali radar dell’ICEYE e renderlo praticamente “cieco” a causa dell’enorme superficie riflettente del satellite russo.
Oltre al lancio di proiettili, la capacità intrinseca di un veicolo spaziale di manovrare molto vicino ad altri oggetti in orbita e di mantenere tale posizione consente una serie di altre modalità di attacco, sia cinetiche che non cinetiche. Ciò include l’uso di bracci di presa per causare danni o semplicemente trainare un satellite fuori orbita, spruzzare aerosol per danneggiare o compromettere i sistemi ottici e i pannelli solari, nonché il disturbo elettronico. Un satellite potrebbe rivelarsi esso stesso un’arma, trasformandosi in un intercettore cinetico che si schianta contro il bersaglio a comando.
In ogni caso, sembra che la Russia stia compiendo uno sforzo concertato per approfittare della crescente mancanza di visibilità e delle restrizioni alle comunicazioni in Ucraina al fine di compromettere ulteriormente le operazioni delle Forze Armate Ucraine.
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Infine, forniamo un aggiornamento sulla situazione descritta nell’ultimo rapporto riguardo ai droni ucraini che, in qualche modo, sono riusciti a sorvolare lo spazio aereo polacco per raggiungere la Lituania durante gli attacchi a San Pietroburgo.
Il primo ministro polacco Tusk ha ora dichiarato ufficialmente al proprio parlamento che sta chiedendo chiarimenti all’Ucraina in merito alla questione, come riportato da diversi organi di stampa polacchi:
La Polonia chiede spiegazioni all’Ucraina in merito a un drone che ha sorvolato il proprio territorio diretto in Lituania.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato che Varsavia si aspetta spiegazioni da Kiev in merito all’incidente che ha visto un drone sorvolare il territorio polacco in direzione della Lituania. Secondo Tusk, il presidente della Lituania, Gitanas Nausėda, è giunto a Varsavia per discutere dell’incidente.
L’articolo di Poland-24 descrive in modo approfondito e dettagliato ciò che è accaduto esattamente. Si sostiene che sia stata la Lituania stessa a individuare per prima il drone all’interno del territorio polacco, cosa che la Polonia, a quanto pare, non ha fatto, il che fa sorgere l’ovvio sospetto che la Polonia fosse in qualche modo coinvolta e che le parole di Tusk servano semplicemente a coprire la realtà dei fatti:
La Lituania afferma che un drone è stato individuato all’interno del territorio polacco
Le autorità lituane hanno presentato lunedì una cronologia dettagliata dei movimenti dell’aereo, a seguito di una riunione della Commissione per la sicurezza nazionale del Paese.
Il contrammiraglio Giedrius Premeneckas, capo di Stato Maggiore della Difesa lituana, ha affermato che i sistemi di sorveglianza hanno rilevato per la prima volta l’oggetto a circa 30–40 chilometri all’interno del territorio polacco.
Le autorità hanno riferito che l’oggetto ha successivamente attraversato il confine con la Lituania alle 6:02 circa del mattino.
Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha affermato che le prove disponibili indicavano che l’aereo fosse ucraino e trasportasse esplosivi.
Anche l’ipotesi di un avvicinamento dalla Polonia non permette di stabilire da dove sia decollato originariamente l’aereo.
Come si può vedere di seguito, l’articolo conferma che i radar polacchi sono riusciti in qualche modo a non rilevare il velivolo nel proprio spazio aereo e ha persino accusato la Lituania di aver in qualche modo permesso il lancio del drone dal suo territorio:
Il Ministero della Difesa polacco smentisce l’ipotesi di un lancio alternativo
Le autorità polacche hanno ribadito che i propri sistemi radar militari non hanno confermato l’attraversamento del confine descritto dai funzionari lituani.
La controversia si è complicata lunedì quando i media polacchi, citandofonti anonime del settore della difesa, hanno suggerito che il drone potesse essere stato lanciato dall’interno della Lituania.
Il fatto che la Polonia respinga la teoria secondo cui il lancio sarebbe avvenuto dalla Lituania non dimostra, di per sé, che il drone abbia attraversato lo spazio aereo polacco.
Allo stesso modo, l’assenza di una traccia radar polacca corrispondente non smentisce in modo definitivo l’osservazione lituana.
Per risolvere questa discrepanza è necessaria l’analisi congiunta attualmente in corso.
Incredibile. Il Paese che si autoproclama come la forza armata europea più potente della NATO non è stato in grado di individuare i droni ucraini che attraversavano tranquillamente il proprio territorio e le tracce radar sembrano essere state cancellate a posteriori; che coincidenza perfetta.
L’intera vicenda puzza chiaramente di un’enorme operazione di insabbiamento e, viste le bizzarre scuse della Polonia e il suo atteggiamento da “ingenuo”, sembra sempre più probabile che sia stata proprio la Polonia a facilitare gli attacchi ucraini, il che, ovviamente, avrebbe perfettamente senso.
Le dichiarazioni di Tusk, quindi, non sono altro che una dichiarazione di facciata, fatta solo per salvare le apparenze, per fingere professionalità e innocenza mentre si cerca di coprire qualcosa di losco.
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nonché un suo “sequel” su quel “temerario” che cercò di rifondarla; articolo che poi non ho mai inviato perché per quanto l’ argomento sia FONDAMENTALE, specialmente per noi italiani, per capire la nostra storia e perché si sia arrivati in queste situazioni geostrategiche non mi sembrò allora di avere suscitato grande interesse in merito.
Ma niente di strano in questo. I più di coloro che si interessano di geopolitica lo fanno per capire “il domani”, così sbagliando, però; di fatti se è “l’ oggi” che determina “il domani”, è “il passato” che ha determinato “l’oggi” .
Non posso quindi che apprezzare questo contributo di “necrofilia” storica , (“necrofilia” perché oramai i suoi soggetti, gli stati europei, sono sostanzialmente morti ) e con una analisi con cui sono in gran parte d’accordo.
Ma il mio orecchio geopolitico non ha potuto fare a meno di coglierne “la stecca”; “stecca” appunto legata alla attualità geopolitica; quello che, appunto, interessa ai nostri lettori e che probabilmente giustifica la committenza di questo egregio lavoro storico e sicuramente un mio pronto commento.
E “la stecca” si chiama INTERMARIUM una cosa che nella storia europea non è mai esistita e che mai esisterà aldilà delle fantasticherie polacche.
E perché si è sentito adesso necessario inquadrare “ storicamente” questo “futuribile” progetto? Perché il piano originale de “l’ occidente combinato” ( cioè della dirigenza americana ) è fallito in una ovvietà : la Russia NON può essere sconfitta in CASA PROPRIA .
E questo è un concetto banale, già noto a molti : MAI MARCIARE CONTRO LA RUSSIA!
Lo ha detto in punta di morte quel Bismarck creatore del “l’ impero tedesco ”, lo ha ripetuto sarcasticamente BEN TRE volte Montgomery alla platea di ufficialetti inglesi della accademia a cui lui non era stato ammesso.
E adesso ai soliti inglesi glielo ha pure spiegato Crosetto: se non si vuole andare fino in fondo ( cioè alla guerra nucleare) con la Russia si dovrà trovare un modo di conviverci… ovviamente fino al momento del prossimo tentativo di metterla definitivamente “ sotto” !
Ma come “ricostruire” un “ equilibrio in Europa ” che mantenga le condizioni fondanti della NATO : la Russia FUORI , la Germania SOTTO e gli angloamericani DENTRO ?
L’ INTERMARIUM ovviamente; una specie di nuova “ Jugoslavia”, ma stavolta a “guida polacca” che si frapponga tra la morente €uropa e la Russia. Un guerrafondaio botolo “anglomericano” puntato contro la Russia, ma “ a spese” degli €uropei !
Ora sia chiaro , SE ( e sottolineo SE ) ci scampiamo da un ennesima guerra mondiale in EUROPA ( cosa che io non credo), un “ equilibrio” con una Russia “piuttosto arrabbiata” andrà comunque trovato; OVVIAMENTE questo non potrà essere la famosa “ pace giusta” di cui tutti blaterano in “occidente” perché ALLA RUSSIA delle VERE “ garanzie” andranno date, e altrettanto ovviamente quel “buco nero “ che allora sarà diventato questo cesso di €uropa a guida franco- tedesca andrà comunque “riempito” .
E di “idee” in proposito se ne possono avere tante, ma esercitarsi ORA su questa fantageopolitica è assolutamente inutile; PRIMA dovremo aspettare il responso del “campo di battaglia”. Che cali definitivamente ogni polvere sulle “macerie”.
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