l’universo di Moncalieri, di Piero Visani

A poche settimane dall’episodio goliardico, con il suo epilogo grottesco, del lancio di uova ai danni di sei abitanti della cittadina, tra i quali l’atleta di colore Daisy Osakue, un piccolo affresco dell’ambiente nel quale trovano alimento le campagne sul presunto razzismo dilagante nel nostro paese_Giuseppe Germinario

testi tratti da http://derteufel50.blogspot.com/2018/08/luniverso-moncalieri.html

http://derteufel50.blogspot.com/2018/07/testimonianza-da-moncalieri.html

Testimonianza da Moncalieri

       Abito da circa 14 anni in una frazione collinare del Comune di Moncalieri. L’esistenza di una banda di dementi specializzata nel lancio a sorpresa di uova era già nota alla popolazione e alle forze dell’ordine locali; lanci del genere si erano già verificati e il tutto, secondo la nota logica italica, si era concluso con il solito e totalmente assolutorio “sono ragazzi!”.
       Quei “ragazzi” che avevano già colpito altra gente (poveri bianchi, figli di un dio minore…), hanno colpito più gravemente una giovane atleta italiana di colore, ed è scattata la canea. Il gesto abominevole compiuto da questi teppistelli si commenta da sé, ma si commentava anche prima, quando la loro vittima era un pensionato Fiat o  una vecchia signora resa ancora più pallida dall’impossibilità di permettersi una vacanza grazie alla forza dirompente dell’euro e al livello davvero confortante delle pensioni minime
       C’è una guerra in corso – questo è fin troppo evidente – e da polemologo mi permetto di dire a tutti i contendenti: mai sbagliare i propri obiettivi…

L’universo Moncalieri

       Ci vivo dal 1978, anno del mio matrimonio, a Moncalieri. In due abitazioni diverse. Ho conosciuto da vicino la storia e la cronaca di questa città alle porte di Torino, con la quale non ha soluzione di continuità.
       Conosco la borghesia collinare, i suoi riti e le sue scempiaggini, la sua abissale incultura, la propensione alle alleanze con i potenti di turno, siano essi democristiani poi diventati forzitalioti o comunisti poi diventati piddini.
       Conosco tante altre piccole storie, non tutte e non solo di criminalità meramente politica ma comune, che è meglio non raccontare e anzi fingere di non sapere, onde evitare problemi.
       Conosco i circoli sportivi elitari e  no, le tirate sull’antifascismo e le vacanze (a spese pubbliche…?) nelle più rinomate aree del mondo, spesso descritte con abbondanza di particolari in lunghi pomeriggi oziosi nei bar di tali circoli.
       Non mi interessa e non mi è mai interessato nulla di tutto questo. Ho vissuto e vivo tuttora da “esule in patria”, non per ragioni ideologiche, ma precipuamente etico-estetiche.
       Quello che non ho mai sopportato, neanche un po’, è il falso egalitarismo accompagnato da uno stucchevole moralismo; le feste nelle ville sulla collina accompagnate dai provvedimenti a tutela dei campi rom, tutti “casualmente” dislocati solo in aree dove vivono proletari e diseredati, non certo in prossimità di aree residenziali elitarie; lo stucchevole antifascismo di maniera “che fa fin e impegna nen“, per dirla nell’abominevole vernacolo locale.
       Mi ha sempre fatto sorridere questa falsità esibita e soddisfatta, che veniva (e viene) tirata fuori ogni volta che c’è qualche schifezza, grande o piccola, da coprire. Lo “schermo antifascista” usato da gente che – politicamente e umanamente – è solo un po’ più reazionaria e codina di Vittorio Emanuele I, il sovrano che tornò a Moncalieri, nel 1814, esibendo orgogliosamente una parrucca incipriata tipica di chi era rimasto a prima della Rivoluzione Francese. Ecco, a Moncalieri e a Torino, all’Ancien Régime e alle nostalgie per il medesimo sono rimasti in molti, si credono “de sinistra” e sono solo un po’ più reazionari di Vittorio Emanuele I e della sua corte. Ma non diteglielo, si offenderebbero a morte… “La verità” – diceva un grande filosofo sardo che a loro dovrebbe essere ben noto e pure ideologicamente molto caro (quanto meno in teoria) – “è sempre rivoluzionaria”. O no?

IL RAZZISMO NASCE NEI RAPPORTI SOCIALI a cura di Luigi Longo

IL RAZZISMO NASCE NEI RAPPORTI SOCIALI

a cura di Luigi Longo

Propongo la lettura dello scritto di Luisa Muraro su “Con i problemi dell’accoglienza degli immigrati, crescono anche le accuse di razzismo” apparso sul sito www.libreriadelledonne.it il 6 luglio 2018.

E’ uno scritto del 2008. Lo ritengo interessante e ancora attuale, considerato anche quanto sta accadendo in questo periodo, soprattutto sulla lettura del razzismo come espressione dei rapporti sociali storicamente determinati.

Non condivido nella struttura dello scritto tre cose: 1) la dicotomia destra-sinistra è storicamente superata nella materialità delle cose e continuare ancora a riprodurla non aiuta a capire le trasformazioni della società; 2) la mancanza di una lettura dell’insieme della questione immigrazione, frutto della parcellizzazione del lavoro del pensiero, non aiuta a capire sia la mancanza di controllo dell’immigrazione, sia il ruolo dell’Italia al servizio dei sub-dominanti europei e predominanti USA, né tantomeno il conflitto tra potenze mondiali nella fase multicentrica ( Russia e Cina, per ora, per un mondo multipolare, gli USA per un dominio assoluto); 3) il pensiero politico delle donne deve essere orientato alla costruzione del loro essere soggetto sessuato di cambiamento reale della società costruendo una nuova sintesi di ordine sociale espressione prevalentemente dei due soggetti sessuati ( uomo e donna): la sinistra è irriformabile ed è serva dei peggiori agenti strategici dominanti, cioè quelli statunitensi in lento declino.

 

 

CON I PROBLEMI DELL’ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI, CRESCONO ANCHE LE ACCUSE DI RAZZISMO

di Luisa Muraro

 

Pubblichiamo la trascrizione, inedita, dell’introduzione all’incontro per discutere su questa situazione a Sondrio, Centro evangelico, dieci anni fa, 28 ottobre 2008

 

Affronterò l’argomento per una strada che potrebbe forse sorprendere: parlerò – ve lo dico in forma paradossale – in difesa di quelli che chiamano razzisti, di quelli che vengono accusati di essere razzisti. Questo è l’approccio, in contropelo, poi darò i miei argomenti. Vengo qui con materia – se buona o cattiva giudicherete voi – nuova, sono cose che non ho ancora mai esposto, scritto da nessuna parte, vengo ad esporle qui per la prima volta e a discuterne. Discutiamone insieme con franchezza, senza paura di urtarmi, perché a me interessa ascoltare anche chi non è d’accordo. Queste cose propongo di andare ad esporle sempre in contesti dove non ci sono i cosiddetti razzisti. Naturalmente questo va incontro alla preoccupazione di Katarina in una maniera forse non abituale ma vera: dobbiamo ricordarci che il cosiddetto razzismo è nella relazione, nasce nei rapporti tra gli esseri umani, non è mai una cosa di un solo lato. Io sono stata negli Stati Uniti d’America e ho avuto più di un incidente in cui ero investita da risposte del razzismo di rimando. Quella è una società in cui il razzismo si è installato nei rapporti e a me è capitato di essere vittima di attacchi razzisti che venivano da signore afroamericane: il razzismo lo avevano dentro, era nell’aria e lo attribuivano a chiunque avessero visto, l’hanno attribuito a me e quindi si sono difese in maniera razzista da me che assolutamente tale non ero e non sono. Allora il razzismo è un male dei rapporti sociali. Forse ci sarà anche qualcuno che lo è intimamente, che ha dentro di sé l’odio per chi è nero, per chi è ebreo… Ma prima che questa cosa capiti agli esseri umani, è andato male qualcos’altro, che riguarda i rapporti sociali. Questa è l’impostazione mia.

Un’altra premessa. Io ho avuto l’idea di questa inchiesta, che conduco dentro di me, leggendo molto sui giornali – leggo molto quei giornaletti gratuiti, mi portano via un sacco di tempo… perché ci sono e-mail, lettere, fatti di cronaca, i giornalisti e le giornaliste stesse scrivono di corsa, sono giovani, scrivono alla buona, quindi fanno capire tante cose – per un fenomeno che avrà colpito anche voi, e cioè che da dieci-quindici anni circa le classi popolari si sono passo passo spostate verso destra e la cultura politica che chiamiamo di sinistra ha perso presa sulle classi popolari. Da quando c’è il reaganismo, una politica economica fatta per arricchire i ricchi e che non aiuta i poveri, per cui il divario tra i più ricchi e i più poveri non fa che crescere, sia negli Stati Uniti d’America che in Italia che in altri posti, da quell’epoca circa le classi popolari si sono messe a votare la politica di destra, cioè la politica che li danneggia. Ed è una stranezza, tant’è vero che io – scusate la franchezza del mio linguaggio – volevo scrivere a quelli del Manifesto: “Perché dite alle classi popolari che sono razzisti? Dovreste dirgli che sono stupidi”. Ma questo è razzismo verso i poveri. C’è questo strano fenomeno, che è stato notato per la prima volta in Francia. I francesi si sono accorti a un certo momento che pensare in termini di giustizia sociale era diventato un pensiero della borghesia e non era più un pensiero delle classi popolari; sempre di più un pensiero della borghesia colta e che stava diventando una minoranza. E così la destra ha vinto da noi, ha vinto in Francia, finora è stata – speriamo non rimanga – al governo negli Stati Uniti d’America, con il sostegno delle classi popolari. Mi sono convinta che questo fenomeno ha tanti fattori. Ma tra i fattori, secondo me, c’è la difficoltà in cui le classi popolari si sono trovate – parlo adesso dell’Italia – a causa dell’immigrazione dai paesi poveri extra Comunità Europea ma anche Comunità Europea (perché la Romania recentemente è entrata nella CE) e della cultura politica della sinistra che non ha aiutato le classi popolari davanti a questo fenomeno. Io penso che dobbiamo tener conto di due fatti. Il primo è che la immigrazione dai paesi poveri e poverissimi è per l’Italia un fenomeno che è avvenuto tutto molto velocemente. In dieci anni l’Italia ha raggiunto le percentuali di immigrazione che la Francia ha raggiunto in cinquant’anni, la Germania dell’ovest in quarant’anni. Sia la Francia che la Germania dell’ovest hanno avuto modo di elaborare risposte, l’Italia si è trovata rapidissimamente esposta a questa immigrazione che avviene in condizioni drammatiche. E mentre questo avveniva con questa rapidità e intensità, bisogna poi considerare un altro aspetto, che il peso, gli aspetti più deteriori di questa immigrazione così veloce da paesi molto poveri, da culture molto lontane, sono stati a carico delle periferie e dei posti dove abitavano i poveri. Nelle parti ricche, colte, della città, gli immigrati non potevano andare a installarsi. Quindi queste periferie – pensiamo a Torino, a Milano, a Padova, a Verona… io parlo delle città in cui ho conoscenza più precisa, ma poi leggiamo di Napoli, Roma ecc. – sono abitate da una umanità che deve lottare ogni giorno per una dignitosa sopravvivenza materiale e per una tenuta dei rapporti, dove le donne sono impegnate in prima fila a tenere la decenza, un minimo di civiltà e il senso di non essere proprio al fondo della scala sociale. L’altro giorno, parlando di questo argomento con un’amica, dicevo: noi, che abitiamo nel centro di Milano, che cos’è che abbiamo sopportato di questi dieci anni di tumultuosa immigrazione dai paesi poveri e poverissimi? Abbiamo fatto il conto: tra noi – non noi due personalmente, ma tra noi – qualche furto, qualche volta questi furti sono degenerati in ammazzamenti. E, altra cosa, noi abbiamo i fantasmi. Io personalmente non li ho, ma ci sono persone che conosco – e persone anche ottime – a cui i fantasmi dentro la mente arrivano. Ricordo un’amica carissima – e buona perché aveva dato una parte della sua villa a gente che veniva dallo Sri Lanka, prima uno, poi due, tre, quattro, cinque, non faceva il conto – che però aveva il fantasma che gli albanesi fossero troppi. Noi abbiamo questo, ma le altre persone hanno cose pesanti: hanno periferie che sono viali con una prostituzione terribile, perché è una prostituzione in parte non libera, hanno vicini di casa, i furti li hanno anche loro e più in abbondanza, hanno un senso crescente di… Teniamo conto di queste cose. La risposta della cultura politica di sinistra – perché a questa mi rivolgo, e se devo fare una distinzione tra laici e non laici devo dire che i cattolici meritano un discorso meno severo perché qualcosa hanno fatto – è stata di etichettare di razzismo una serie di comportamenti che erano prevalentemente delle classi popolari. Ricordo quindici anni fa un libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, due persone egregie, sicuramente piene di buone intenzioni, denunciava che gli italiani sono razzisti. All’epoca questo era veramente non vero, e questo è stato poi il registro su cui ha camminato soprattutto la stampa e la cultura della sinistra.

Qui entro nel merito della questione – e, ripeto, se poi volete contraddire o spostare è ben accolto da parte mia, ascolterò fino in fondo qualsiasi obiezione. L’accusa di razzismo è ormai diventata un luogo comune, e non risparmia le classi popolari. Anzi, quasi sempre gli episodi che provocano l’indignazione dei buoni, delle persone che hanno coscienza, senso religioso, senso di civiltà umana verso gli immigrati poveri, gli episodi che provocano queste accuse di razzismo, sono episodi che hanno visto come protagoniste le classi popolari. Ora, io sostengo che è ingiusta questa accusa. Nel mio linguaggio dico che è una facile accusa. Ma in prima istanza dico che l’accusa è ingiusta (poi dico perché), è controproducente (non aiuta nessuno, anzi) ed è politicamente suicida (quando viene mossa, come spesso avviene, da esponenti della cultura politica di sinistra).

È ingiusta perché riassume in una etichetta molto pesante – razzismo – reazioni, comportamenti che sono molto vari. Si chiama razzismo (dai tempi di quel libro che citavo) un insieme di comportamenti che forse – anzi, senz’altro – sarebbe più giusto chiamare con altri nomi. C’è indubbiamente il nome – che si è anche trovato ma è poco familiare, anche se tecnicamente sarebbe più giusto – di xenofobia. Io sono stata in paesi razzisti, sono anche stata fidanzata con un magrebino, a Parigi, e vi assicuro che lì il razzismo verso gli arabi c’è e non è la stessa cosa di quello che qui si chiama razzismo: a chi è razzista non importa che uno sia istruito, che sia ricco, che si comporti educatamente; chi è razzista non sopporta quell’altro per la differenza che incarna. Qui in Italia invece c’è una forma diffusa di xenofobia unita al disprezzo per i poveri, che è cosa orribile. Alcuni dicono che è un popolo di ex poveri, sono stati poveri fino a una-due generazioni fa, si sono sfangati dalla povertà e disprezzano, per paura della povertà, i poveri. Può darsi che sia questo. Comunque c’è xenofobia, che è fatta molto del disprezzo dei poveri. In Italia, se si presenta una famiglia africana o asiatica ricca, che si comporta all’italiana e che riesce a parlare l’italiano, state sicuri che nessuno la guarda male. Le classi popolari non guardano male le persone. C’è piuttosto una insofferenza per la povertà e per la diversità dell’altro: l’altro, che è povero, che mette in pericolo la mia dignità, che ha comportamenti… Ho visto nella provincia veneta cattolica il fatto di persone come i musulmani, che sono persone dignitose, molto riservate, lavoratori ecc., che però pregano così tanto, questa richiesta di avere un posto dove pregare urta, che cosa? Il cristianesimo ormai sepolto sotto montagne di indifferenza religiosa, ma il cristianesimo residuale che è una forma di localismo, di provincialismo. Si sta attaccati a un cristianesimo tradizionale, non più vivo, non più sentito, e allora si vede l’altro, l’islamico, che invece ci crede, ci crede tantissimo, lo si vede come qualcosa di fastidioso, e pochi, pochissimi, ricordano a questa popolazione locale, indigeni, che è lo stesso dio che quelli stanno pregando. Io ho provato a farlo anche con persone colte e quelli dicevano: no, no. C’è questa ignoranza, non assoluta (le loro tradizioni le conoscono), ignoranza degli altri ecc. Tutta una serie di cose negative, deteriori se volete, anche, talvolta, ma che non sono razzismo. Non lo sono in senso stretto. Ed è sbagliato chiamarle così. Io ho detto: è ingiusto.

Poi ho detto: questa accusa è controproducente. Perché? Perché offre una interpretazione – “è razzismo” – di comportamenti che sono negativi ma sono confusi, sono reattivi, nascono da disagio, da ignoranza…, comportamenti che gli interessati non riuscivano e non riescono a capire bene di cosa si tratti. Teniamo conto che questa è una società dove c’è una divisione del lavoro del pensiero, è una divisione anche pesante: ci sono persone che tutto il giorno fanno lavoro manuale, lavoro esecutivo, lavoro ripetitivo, e c’è una minoranza, che per fortuna è meno piccola di una volta, di persone che si dedicano al lavoro del pensiero. Quelle che si dedicano al lavoro del pensiero, che si chiamano anche intellettuali, hanno il compito di offrire le interpretazioni agli altri. Gli altri dipendono. A me non piace che la situazione sia questa, ma questa è la situazione. Chi ha tempo e strumenti per leggere, ragionare, pensare ecc. ha il compito – non so se è un dovere, io penso di sì – di spiegare continuamente, di capire quanto a sé, di far capire ad altri di che cosa si tratta. Se io riassumo in un’etichetta – “è razzismo” – la complessità di comportamenti nati in situazioni difficili, io spingo l’altro verso questo esito. Così siamo passati – ormai è documentato – dalla vecchia frase “Io non sono razzista, ma… quando vedo questi qui che pisciano agli angoli di strada, quando vedo tutte le lattine buttate, quando sento i latinos che fanno caciara alle quattro del mattino ecc.”, al fatto che la madre e moglie di quei due che hanno ucciso il ragazzo italiano che veniva dal Burkina Faso ha detto “Io sono razzista”. Siamo arrivati a questo. E nella cultura politica di sinistra – quella che io voglio chiamare a un cambiamento – la prima frase, “Io non sono razzista ma…”, veniva presa in giro. Cioè lo sforzo di queste persone meno attrezzate rispetto alle pulsioni deteriori, xenofobe, insofferenti e intolleranti, lo sforzo che facevano di resistere veniva irriso, lo si prendeva come una falsità, invece di riconoscere lì lo sforzo per resistere. Alla fine si è rivelato controproducente, insomma si è lavorato contro. Come dice il famoso proverbio cinese, se vuoi far sì che un uomo diventi ladro, basta che tu gli dica: “Sei un ladro”, glielo dica oggi, domani… alla fine della settimana quell’uomo sarà un ladro. E si è fatto, si sta facendo in questo modo. Fino a che si arriva a che questa signora – a me ha fatto pena – ha proclamato di esserlo lei, razzista. Intendiamoci bene: in tutta questa situazione che si sta degradando della cultura di base della società italiana, soprattutto tra le classi meno privilegiate, la destra porta responsabilità più grandi di quanto non ne porti la sinistra. Nel libro che ho appena scritto le ho paragonate alle responsabilità di quegli uomini, soprattutto del clero, in un primo tempo, ma poi anche non del clero, che hanno fomentato la paura popolare verso le streghe, scatenando la persecuzione, la caccia alle streghe – questi sono posti che ne portano tracce. La caccia alle streghe è stata fomentata dalle classi alte. (Il libro si intitola Al mercato della felicità, è la seconda puntata del Dio delle donne; la figura che dà il titolo è una vecchia donna che va al mercato poverissima, con pochi mezzi, gli altri ridono di lei ma lei va al mercato per comprare il massimo, la felicità.) La destra sta facendo questo, quindi ha una responsabilità più grande. Perché spogliare le classi popolari della loro cultura tradizionale, portarli a, spingerli a, autorizzare comportamenti xenofobi, di odio nei confronti dei più poveri, tutto questo spoglia le classi popolari di aspetti preziosi della loro cultura, in primis la religione cristiana, e questo è molto molto grave. Ma io non mi soffermo sulle responsabilità della destra, non è questo il mio target. Noi siamo imputabili della interpretazione sbagliata che diamo di certi comportamenti delle classi popolari. E siamo imputabili di non cercare giustificazioni, quando pure ci sono, di non cercare di capire l’altro; non l’altro che viene da fuori. Chi vuole aiutare il povero che sbarca in Italia deve aiutare le classi popolari, perché sono loro che se lo ritroveranno addosso, non sono io che abito in Porta Ticinese, e che ho tutta la cultura necessaria e che faccio un lavoro… Sono le classi popolari le più gravate da questa cosa, e bisogna capire. Dopo di che, in pratica, sono anch’io una che baruffa con le cassiere di supermercato perché danno segni di fastidio verso i poveri, non è che io sia una prima della classe, che sa mettere bene in pratica quello che vi sto dicendo adesso: qualche volta mi è andata bene, qualche volta non ce l’ho fatta, perché ero disgustata dal vedere la cassiera disprezzare il poveretto. Quando ho vinto il disgusto, ho vinto il mio snobismo, il mio spirito di prima della classe, e sono riuscita a parlare, ho visto che in genere l’ascolto viene. Questa gente, se viene aiutata… Le amiche di mia sorella più anziana di me, che vive nella provincia veneta, lei mi diceva che parlano sempre male degli immigrati, dei rumeni, degli zingari… Io ci ho parlato insieme ad alcune di loro, ero calma e ho visto che si può fare breccia.

Infine, dicevo che l’accusa di razzismo molto spesso è politicamente suicida. Non ci vogliono molte spiegazioni per capirlo. La destra ha giustificato e autorizzato gli atteggiamenti deteriori delle classi popolari, pensate a quel sindaco o vicesindaco che aizza tutti quelli che rifiutano di ospitare le moschee e la presenza degli islamici nel loro quartiere. I comportamenti incivili sono diventati purtroppo, non dico modello o esempio, ma le classi popolari sono state spinte ad assumere certi atteggiamenti anche da questi… Però la destra ha anche coltivato gli atteggiamenti provinciali localistici, l’uso del dialetto… Queste cose non hanno in sé niente di brutto, l’uso del dialetto fa parte della cultura italiana (e forse anche svizzera): l’italiano è una bella lingua che naviga sopra dei bellissimi dialetti.

La sinistra, davanti a questa offensiva, si è soprattutto contrapposta. Fino ad arrivare a quello che abbiamo visto in queste ultime settimane, polemiche dove c’è: “Questo è razzismo!” “No, questo non è razzismo”, grida il ministro degli interni. “Altroché se non è razzismo!”… Ha fatto bene il vescovo di Milano, Tettamanzi, che è un uomo secondo me di giudizio, di finezza politica e culturale, a dire: “Le parole possono diventare pietre, non tiriamole troppo facilmente addosso agli altri”. L’ha detto proprio mentre c’era questa specie di scambio…

Ma soprattutto questa semplificazione dell’accusa di razzismo – che dal punto di vista umano ho già detto che può essere ingiusta, e fare ingiustizia ai poveri è sempre qualcosa che se Dio esiste non la prende bene, perché i poveri gli sono specialmente cari – dal punto di vista politico ha un effetto deteriore, di coprire i veri problemi. Vi faccio l’esempio. Tor bella Monaca, un quartiere di Roma dei più difficili, ho delle amiche suore che ci lavorano (suore: veramente sono più fuori che dentro perché la loro libertà e le loro scelte non sono piaciute alla famiglia religiosa), hanno preso un appartamento e vivono là: io so la lotta che fanno, da anni, ci sono anche altri che lottano, in questo quartiere che è sempre minacciato del peggio. C’è stato un cinese che una banda di ragazzotti ha aggredito in maniera bruttissima… Tenete conto che là c’è gente aggredita tutte le settimane, donne uccise più di una all’anno, uccise in casa dai maltrattamenti ecc., e queste mie amiche portano il peso di questa sofferenza, sono eroiche; in un libro che ho pubblicato con Marietti, Il posto vuoto di Dio, c’è una di queste suore che racconta come una del giro delle sue amiche è stata trovata ammazzata dal marito tornato dal carcere, non so per quale pretesto la poveretta è stata massacrata: questo è il quartiere. Allora, avviene l’incidente del cinese a Tor bella Monaca, si riaccende il discorso “è razzismo”, “non è razzismo”. No, vivaddio! Non è il problema di Tor bella Monaca il razzismo! Certo che se ci sono ideologie razziste che girano, in quello sventurato quartiere c’è anche quello, ma la cosa non è in quei termini lì che va trattata (e poi qualcuno è intervenuto a dire “si deve esaminare quello che è”). Il razzismo sono giochi verbali di ragazzi violentissimi che se gira che si va a caccia di prostitute, vanno a caccia di prostitute, se c’è un’altra cosa girano con altre parole. Il problema di fondo non era quello. Queste accuse di razzismo nascondono le inadempienze delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici che dovrebbero provvedere. La immigrazione di questi quindici anni è andata in crescendo e l’edilizia pubblica non ha offerto nulla. Una mia amica, Lia, che lavora per la Lega delle cooperative, dice che i cooperatori continuano a chiedere alla Regione di stanziare soldi, l’addetto della Regione non si presenta neanche più alle loro assemblee a dire “Sì, stanzieremo…” perché è subissato dai fischi. Quando sono arrivati i meridionali sono stati fatti dei quartieri, brutti, ma glieli hanno fatti, perché avessero da abitare. Adesso sono arrivati questi, i quali sono lavoratori, è tutta gente, per tre quarti, che lavora effettivamente, che è necessaria all’economia, sia nel Veneto che in Lombardia: le amministrazioni pubbliche non hanno provveduto. Ci sono situazioni abitative a Milano che sono indegne, sotto i portici… Se poi qualche giornalista si degna di andargli a chiedere – quelli dei giornaletti magari vanno -, più della metà è gente che lavora, che ha un lavoro e che non ha un bagno, un gabinetto, una stanza, un posto dove fare all’amore, non ha niente, stanno sotto dei portici. Questo è quanto. La bravissima Gabanelli della trasmissione Report, l’ha detto domenica scorsa. Ha parlato di una cooperativa di pensionati – uomini della migliore sinistra milanese, uno è il figlio di Lelio Basso – i quali e lavorando gratis e andando a tampinare la Cariplo ecc., hanno messo su una cooperativa che adesso si paga con gli affitti. Sono case che hanno dato sia a extracomunitari sia a italiani, e hanno fatto bene a metterci anche gli italiani, perché non bisogna suscitare invidie dei poveri verso gli altri poveri.

Insomma – adesso finisco veramente – che cosa fare? (Qui avevo scritto qualche giustificazione, ma non importa, non devo giustificare i miei amici e compagni e gli intellettuali ai quali sono più vicina, devo andare avanti per questa mia strada, spero che mi ospiteranno, chiederò al Manifesto, a Diario, se vogliono ospitare questa messa sotto accusa critica, cercherò di non cadere anch’io nel difetto di fare il grillo parlante che dice agli altri…) La domanda di fondo che io vorrei fare a questi intellettuali e politici della sinistra così pronti ad accusare le classi popolari di razzismo, è questa: perché le classi popolari dovrebbero farsi carico loro degli effetti della globalizzazione, che è una forma di economia che fa arricchire i già ricchi e che non sta affatto aiutando di poveri? Perché dovrebbero essere loro? Ci sono paesini del Veneto in cui quasi metà della popolazione sono immigrati: per questi paesi salvare la propria identità culturale è diventato molto difficile, sono frastornati. Loro sono abituati a parlare in veneto, sono abituati a fare le loro sagre… Ci si può ridere sopra su questi bisogni, ma sono bisogni per la coesione sociale, loro devono trovare il modo di intrecciarsi, di restare intrecciati, che era l’unico modo per tirare su i figli e per evitare il degradarsi di una malavita, l’entrata della droga e altre cose. Questa gente è messa in difficoltà da questa massiccia immigrazione. Certo che il ragionamento della Confindustria è sacrosanto: questi portano ricchezza, lavoro ecc. È verissimo, però è anche vero che il beneficio della globalizzazione alle classi più popolari non è ancora arrivato.

Adesso voi dite: ma tu cosa ci proponi di fare? Le mie proposte sono queste due.

Raddrizzare il tiro delle denunce, e prendere esempio in questo dalla Gabanelli (in Report ha detto tre parole, ma comunque…). Poi, naturalmente, cercare di sviluppare una intelligente comprensione di certi comportamenti. Quello che prima dicevo in senso evangelico: attenzione a non fare ingiustizie ai poveri perché sono cari a Dio. E i poveri non sono solo quelli che arrivano con i barconi, i poveri sono anche quegli altri, li conoscete, forse voi stessi, qualcuno tra voi appartiene a questa categoria, di gente che deve spendere tutte le sue forze, le sue energie per lavorare, perché non ha altro che il suo lavoro per sopravvivere.

E la seconda cosa è: riformare la cultura politica della sinistra con il pensiero politico delle donne. Pensiero politico delle donne che dà un’alta, altissima importanza alla decenza delle strade e delle case. Pensiero semplicissimo, ma le donne danno molta importanza alla dignità e decenza dei luoghi. Pensiero politico delle donne che poi non è mai caduto nell’errore di rafforzarsi con la contrapposizione destra-sinistra. In questa storia che vi ho raccontato – a modo mio, naturalmente – io vedo una parte della stupidità del maschile unico. C’è il pensiero unico, ma c’è anche il maschile unico, che vuol dire una politica che sente gli argomenti degli uomini, sente la sensibilità degli uomini, rispecchia i loro modi preferiti di fare e non si fa in qualche maniera spostare. L’esempio che qui porto è la discussione che ho avuto – tra l’altro con una donna, ma di partito – a proposito della prostituzione sulle strade. Era successo che delle donne, credo a Mestre, fossero scese in strada per cacciare le prostitute e i loro clienti: la sinistra l’ha trovato un comportamento di destra, e io a discutere… Gli uomini possono essere degli ipocriti padri di famiglia, che cacciano le prostitute ma poi cercano di andare, se magari glieli facessero, al bordello. Gli uomini. Ma le donne no, le donne si sentono umiliate dalla vista delle prostitute, e sentono più difficile il loro compito di madri di famiglia e di mogli dalla vista di questa cosa. Questi ragionamenti la sinistra deve poterli fare, e devono poter pesare. Non si può essere sempre i più bravi, i più illuminati, i più democratici. Ci sono problemi che domandano un impegno meno semplificato, che domandano più ascolto, di più voci.

Questo è quello che avevo da dirvi, adesso sta a me ascoltare e vi ringrazio in anticipo di quello che vorrete dirmi, in bene in male, pro contro, aggiunte…

 

 

Macerata vista da New York, di Roberto Buffagni

Macerata vista da New York

 

Lo scorso 7 luglio il “New York Times” ha pubblicato un lungo articolo sui fatti di Macerata a firma Jason Horowitz, responsabile per la redazione di Roma e per tutto il Sud del Mediterraneo.[1]

E’ un articolo di grande interesse per due ragioni: perché esce sul più importante e rispettato organo di stampa liberal del mondo, e perché fornisce il modulo o template dell’interpretazione liberal dei seguenti fatti di primario rilievo politico e culturale contemporaneo: l’immigrazione, la crisi/sconfitta delle sinistre liberal in tutto il mondo, la crisi dell’Unione Europea e del globalismo, l’insorgenza/vittoria dei populismi.

Intendiamoci: non vi si trovano novità analitiche, o spunti di riflessione di eccezionale qualità. Vi si trovano però, formulati molto professionalmente, i luoghi comuni liberal, gli stessi che ritroviamo e ritroveremo, mille volte ripetuti e riformulati con maggiore o minore efficacia ed eleganza, nella comunicazione politica e nei media dominanti occidentali.

Eccone una breve analisi.

Sulle 323 righe dell’articolo, 37 sono dedicate a Luca Traini, 23 a Pamela Mastropietro, 11 a Martina Borra segretaria di Forza Nuova Macerata, 47 a Salvini. C’è una foto (primo piano) di Traini, nessuna di Pamela, tranne la serigrafia col viso di sua figlia che si scorge sulla maglietta indossata dalla madre di Pamela al funerale. Luca Traini è nominato 18 volte, Pamela/Mastropietro 15. Salvini è nominato 19 volte. Fascism/Fascist ricorre 13 volte. Populist/Right-Wing 7volte.

Sull’assassinio di Pamela Mastropietro si dice l’assoluto minimo possibile: che è stata uccisa e smembrata, che sono stati ritrovati i suoi resti nei dintorni di Macerata, che è accusato dell’omicidio il nigeriano Innocent Oseghale, che “le circostanze della morte di Ms. Mastropietro sono tuttora ignote”. Viene riportata la notizia, inesatta, che Pamela si fosse ricoverata in comunità perché tossicodipendente (era invece affetta da una malattia psichiatrica, un serio disturbo bipolare, e non assumeva abitualmente droghe pesanti). Non vengono riportate le dichiarazioni del medico legale che ha eseguito la seconda autopsia sui resti di Pamela, prof. Mariano Cingolani: “Io, con gli strumenti giusti e un tavolo operatorio ci avrei messo almeno 10 ore per sezionare un corpo in quel modo, non posso credere che sia stato fatto in una vasca da bagno[2]; né il fatto che nel referto della prima autopsia, eseguita dal dr. Antonio Tombolini, si parla di “irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza.”[3] Nessun cenno a Lucky Awelima e Desmond Lucky, possibili complici di Oseghale, né alla loro spaventosa conversazione in carcere[4], tradotta la quale l’interprete nigeriana, terrificata, si è resa irreperibile. Nessun cenno all’ipotesi, pur diffusa, che possa essersi trattato di un omicidio rituale. Viene citato l’Hotel House, “il grattacielo multiculturale” con i suoi molti problemi di criminalità, e viene citata anche la fossa comune dove sono stati ritrovati resti umani: ma non vengono messi in relazione. Non si tratta di un errore del reporter, ma di una omissione intenzionale: della fossa comune si parla riferendo di un’escursione in automobile nei dintorni di Macerata insieme a Martina Borra, che indica al giornalista un “housing project”, un grande condominio popolare divenuto centro per lo spaccio di droga, che non può essere altro che l’Hotel House; la guida italiana indica a Horowitz una casetta nei pressi “dove un tempo le donne andavano a comprare le uova e dove adesso i tossici comprano droga – lì vicino la polizia ha trovato resti umani”. Dell’Hotel House, però, si riparla più di trenta righe dopo. Intenzionale anche l’omissione della scoperta che tra i resti umani ritrovati in prossimità dell’Hotel House ci sono quelli di Camey Mossamet[5], la quindicenne bengalese scomparsa nel 2010. La notizia è uscita sui giornali il 28 giugno[6], l’articolo del NYT è uscito nove giorni dopo: Horowitz aveva tutto il tempo (e l’obbligo) di informarsi, e il grande quotidiano USA ha alle sue dipendenze una schiera di redattori addetti al controllo dei fatti.

Il taglio interpretativo dell’articolo è ben riassunto dai paragrafi di apertura e chiusura:

Apertura: “Una volta Macerata era famosa per la sua tolleranza. Ma l’assassinio di una donna e una sparatoria per vendetta hanno trasformato la città in un simbolo della marea montante della destra politica.[7]

Chiusura: “Mr. Diallo, il senegalese che si impratichiva dei verbi italiani al centro della Caritas, rideva con gli amici mangiando specialità africane e italiane. Tiziana Manuale, responsabile del centro, sedeva lì accanto. Molta della gente che sta pranzando qui sarà costretta ad andarsene, disse. ‘Un tempo c’era l’idea di Macerata città accogliente,’ disse. ‘Ma certi settori della popolazione non sono pronti.’ “ [8]

Sintesi: andava tutto bene finché  un omicidio, tragico finché si vuole ma in fin dei conti legato alla droga e allo sbandamento giovanile, problemi endemici e gravi ma non legati all’immigrazione in quanto tale, è stato sfruttato dalla destra per far leva sull’arretratezza culturale dei settori di popolazione che “non sono pronti”.

Pronti per che cosa, non è specificato. Pronti a mangiare all’aperto specialità africane e italiane insieme agli immigrati? Per questo, non credo ci sarebbero problemi: quando viene la bella stagione, pranzare insieme all’aperto con parenti, amici e forestieri è un’antica tradizione popolare italiana, bella e toccante come “l’ora italiana”, gli incantevoli, lunghi momenti in cui il giorno trascolora nella sera, e lasciati i luoghi di lavoro, si passeggia serenamente per la città, diretti a casa senza fretta.

Pronti a rassegnarsi ad accettare come effetti collaterali dell’accoglienza, certo incresciosi ma inevitabili, crimini di un’atrocità terrificante? Bambine stuprate, uccise e magistralmente fatte a pezzi? O che escono per andare a scuola, spariscono, e non se ne sa più nulla finché otto anni dopo la polizia ritrova un dente in una fossa comune? E’ arretrato, chi non è pronto per questo? Vuole tornare indietro e dunque è un fascista? Vale persino questa candela, il gioco del progresso e dell’accoglienza?

Forse, se Mr. Horowitz si fosse permesso di riflettere e immaginare un po’ meglio quel che è realmente accaduto a Pamela Mastropietro e a Camey Mossamet, non avrebbe avuto bisogno di tirare in ballo Mussolini e il fascismo, e neanche Casa Pound o Salvini, per spiegarsi come mai i crollino i consensi per le sinistre liberal non solo italiane, e perché Macerata e l’Italia non siano più “famose per la loro tolleranza”.

[1] https://www.nytimes.com/2018/07/07/world/europe/italy-macerata-migrants.html

[2] https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/tutti-i-particolari-sul-depezzamento-di-pamela-mastropietro-002358745.html ; v. anche http://italiaeilmondo.com/2018/06/17/fatti-di-macerata-tre-domande-senza-risposta-di-roberto-buffagni/#_ftn6

[3] http://m.dagospia.com/il-medico-legale-pamela-e-stata-mutilata-con-orrore-molti-organi-non-si-trovano-piu-166498

[4] https://www.giornalettismo.com/archives/2660597/pamela-mastropietro-intercettazione-carcere

[5] http://italiaeilmondo.com/2018/07/03/a-trenta-chilometri-da-macerata-di-roberto-buffagni/#_ftn1

[6] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/29/pozzo-dellorrore-le-ossa-sono-di-cameyi/1121347/

[7] Macerata once had a reputation for tolerance. But the killing of a woman and a revenge shooting made the Italian town a symbol of rising right-wing politics.

[8] “Mr. Diallo, the Senegalese man who had practiced his Italian verbs at the Caritas center, laughed with friends as they ate African and Italian specialties. Tiziana Manuale, who managed the center, sat nearby. Many people at the lunch would be forced to leave, she said. ‘There was the notion that Macerata is a welcoming city,’ she said. ‘But some parts of the population aren’t ready.’

Fatti di Macerata: tre domande senza risposta, di Roberto Buffagni

Fatti di Macerata: tre domande senza risposta

 

In base alle informazioni di cui dispongo, tutte ricavate dai media e dunque molto parziali, propongo all’attenzione dei lettori tre domande sull’omicidio di Pamela Mastropietro che sembrano restare senza risposta nelle risultanze delle indagini, che si sono chiuse il 15 giugno rinviando a giudizio il solo Innocent Oseghale.

1) Cadavere di Pamela Mastropietro: chi lo ha smembrato ne ha anche asportato degli organi, o no? Se sì, quali?

Sul cadavere della vittima sono state eseguite due autopsie: la prima dal dr. Antonio Tombolini, la seconda dal prof. Mariano Cingolani. Qui[1], qui[2] e qui[3] si dice che “il referto autoptico di Pamela, depositato in Procura dal medico legale Antonio Tombolini, parla di ‘depezzamento, scarnificazione, sezionamento di parti di derma, muscolatura e seni’ e denuncia la irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza.”

Qui[4] invece una fonte autorevolissima, il procuratore di Macerata dr. Giovanni Giorgio, nega recisamente che siano stati asportati organi dal cadavere, ma lo fa in una forma quanto mai ambigua: “E’ destituita di ogni fondamento la notizia relativa all’assenza di significative parti del corpo di Pamela Mastropietro, che sono state nella stragrande maggioranza recuperate e ricomposte in occasione degli accertamenti medico-legali eseguiti dal prof. Mariano Cingolani“. Si aggiunge immediatamente dopo, in una formulazione anch’essa insieme molto recisa e molto ambigua, che “Al momentosecondo il dr. Giorgio sono ‘da escludere assolutamente’  l’ipotesi di ‘antropofagia’ e di ‘riti voodoo connessi al decesso’ “ [sottolineature mie].

Che vuol dire “significative parti del corpo”? Che vuol dire “nella stragrande maggioranza recuperate e ricomposte”? Quali sono  le parti mancanti, non “significative” e non “recuperate e ricomposte”? Come si può “escludere assolutamente” ma “al momento”? Un’esclusione assoluta non è, per definizione, condizionata.

Il punto è della massima importanza per l’intellezione della dinamica dell’omicidio, perché l’asportazione di organi dal cadavere può appunto alludere alla pista dell’omicidio rituale.[5]

2) Innocent Oseghale ha smembrato da solo il cadavere della sua vittima?

Qui[6] il prof. Cingolani afferma che “Io, con gli strumenti giusti e un tavolo operatorio ci avrei messo almeno 10 ore per sezionare un corpo in quel modo, non posso credere che sia stato fatto in una vasca da bagno”. Non ho trovato smentite di questa valutazione, da parte del prof. Cingolani o di altra persona competente e autorevole. Oseghale non disponeva né di strumenti giusti, né di tavolo operatorio, né di completa formazione accademica e lunga esperienza medico-legale. Come è possibile che abbia operato da solo lo smembramento del cadavere?

3) Perché Oseghale ha messo in valigia il cadavere smembrato per poi abbandonarlo sul ciglio di un viottolo di campagna?

Non cito fonti giornalistiche perché il fatto non è controverso. Abbandonare le valigie in un luogo pubblico, benché appartato, rappresenta un grave rischio per Oseghale, che infatti proprio così viene subito scoperto. Perché lo fa? Poteva sminuzzare i resti, disperderli nelle fogne, eventualmente anche mangiarli, come suggeriscono i suoi presunti complici, oggi scagionati, Lucky Awelima e Desmond Lucky in questa intercettazione in carcere[7]. Poteva anche dissolverli nell’acido cloridrico, disseminarli in campagna o in mare, seppellirli, etc. Pare logico che a) Oseghale abbia depositato le valigie d’accordo con un complice incaricato di ritirarle b) Oseghale abbia corso il grave rischio di depositare le valigie in vista di un scopo, di lucro (vendita dei resti, utilizzabili in pratiche rituali[8]) e/o di autotutela (il complice incaricato di raccogliere le valigie gli garantiva un più sicuro occultamento dei resti).

Gli inquirenti dispongono di informazioni a me ovviamente precluse, e sono i soli incaricati per ufficio di fare chiarezza sui terribili fatti di Macerata. Com’è doveroso, ho il massimo rispetto per loro e il difficile compito che sono chiamati ad assolvere. L’atroce omicidio di Pamela Mastropietro ha però scosso e turbato gli animi  di tutti gli italiani, e sarebbe opportuno che per quanto possibile, pur tutelando la necessaria riservatezza, gli inquirenti illustrassero anche all’opinione pubblica le motivazioni che li hanno condotti a  prosciogliere Lucky Awelima e Desmond Lucky, e a incriminare il solo Innocent Oseghale.

 

[1] https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/pamela-mastropietro-medici-legali-autopsia-peggiore-vita-2827321/

[2] https://www.newnotizie.it/2018/02/08/la-peggior-autopsia-mai-vista-parlano-medici-visto-corpo-pamela-pezzi/

[3] http://m.dagospia.com/il-medico-legale-pamela-e-stata-mutilata-con-orrore-molti-organi-non-si-trovano-piu-166498

[4] http://www.ansa.it/marche/notizie/2018/02/15/pamela-pm-escluse-antropofagia-o-mafie_60d6a1fd-58aa-4d52-8c9b-7b59ef61e0a6.html

[5] V. J. Omosade Awolalu, Yoruba Sacrificial Practice, “Journal of Religion in Africa” Vol. 5, Fasc. 2 (1973), pp. 81-93 http://www.jstor.org/stable/1594756 ; Karin Barber, How man makes God in West Africa: Yoruba attitudes towards the Orisa, International African Institute 1981 https://www.cambridge.org/core/journals/africa/article/how-man-makes-god-in-west-africa-yoruba-attitudes-towards-the-orisa/AB2C604A49D9A4D1712082F22E2C52BA ; ma soprattutto Patrick Egdobor Igbinova, Ritual Murders in Nigeria, 1 april 1988, in “Internation Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology” http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0306624X8803200105 e Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230 . Ne parlo nel mio precedente articolo http://italiaeilmondo.com/2018/02/07/intorno-ai-fatti-di-macerata_-non-ce-piu-religionedipende-di-roberto-buffagni/

[6] https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/tutti-i-particolari-sul-depezzamento-di-pamela-mastropietro-002358745.html

[7] https://www.giornalettismo.com/archives/2660597/pamela-mastropietro-intercettazione-carcere

“Desmond: «L’ha tagliata… l’ha tagliata, l’ha tagliata», «Gli ha tolto l’intestino… è molto coraggioso (inteso Innocent Oseghale)».

Awelima: «Quell’intestino forse l’ha buttato nel bagno».

D.: «L’intestino è lungo. Come puoi buttarlo dentro al bagno?!».

A.: «L’intestino poteva tagliarlo a pezzi».

D.: «Tagliarlo in pezzettini?».

A.: «Sì. Pezzi, pezzi. Così buttava a pezzetti. Così sarebbe stato più facile… Forse lui (inteso Innocent) ha già ucciso una persona così».

D.: «Gli ha tolto tutto il cuore».

A.: «Poteva mangiarlo. Perché non l’ha mangiato?».

D.: «Poteva metterlo in frigo».

A.: «Lo metteva in frigo e cominciava a mangiare i pezzi».

D.: «Così sarebbe stato meglio per lui mangiare il corpo».

[8] v. Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230 , ma anche questo recentissimo articolo di giornale nigeriano, un caso di cronaca che si riferisce a una pratica colà molto diffusa: https://guardian.ng/news/i-killed-my-friend-took-his-heart-for-money-making-ritual-man-confesses/

Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero?, di Roberto Buffagni

Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero?

 

Ieri la Procura di Macerata ha chiuso le indagini sull’omicidio di Pamela Mastropietro. Unico indagato, Innocent Oseghale, che dovrà rispondere di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere, con l’aggravante di aver ucciso Pamela durante uno stupro dopo averla drogata. Sulla violenza sessuale, c’è discordia con il GIP e il tribunale del Riesame, che ritengono non sufficientemente provata la custodia cautelare per violenza sessuale. L’uomo potrebbe aver ucciso, infatti, perché colto dal panico quando vide Pamela collassare dopo l’iniezione di eroina. Per la Procura, invece, il movente scatenante fu la violenza. Oseghale avrebbe comunque violentato, ucciso e smembrato il cadavere da solo: scagionati da tutte le accuse connesse all’omicidio Lucky Awelima e Desmond Lucky, che restano in carcere per la sola accusa di spaccio. [1]

Giudicando con le informazioni di cui dispongo (i media e basta) le conclusioni delle indagini sembrano gravemente incoerenti con gli elementi disponibili. Ho illustrato un paio di settimane fa perché queste tesi accusatorie non mi persuadono: http://italiaeilmondo.com/2018/05/05/macerata-come-procedono-le-indagini_di-roberto-buffagni/ . Non vedo perché dovrei cambiare idea, a meno che scagionare Lucky Awelima e Desmond Lucky non serva ad avviare una indagine sulla mafia nigeriana, sorvegliandoli con discrezione: se è così, naturalmente mi scuso sin d’ora con gli inquirenti.

Ma se non è così, e temo proprio che non sia così, questo mi pare un esito determinato da un classico condizionamento ambientale. Nessuno dei moventi dell’omicidio, per come risulterebbero ipotizzati dall’accusa, avrebbe il minimo rapporto con la razza e la diversa cultura del colpevole, nessuna delle modalità dell’omicidio alluderebbe a complicità, precedenti o posteriori all’omicidio, della mafia nigeriana. Il modus operandi del colpevole designato, Innocent Oseghale, sempre alla luce del tenore della contestazione formulata dagli indaganti, ci presenterebbe semplicisticamente il ritratto di un balordo dai nervi fragili, un criminale dilettante che si fa prendere dal panico. La vittima ci viene presentata come un prodotto della società, della droga, del crollo dei valori e del disorientamento della gioventù in questo mondo così difficile e sordo alle esigenze, eccetera. L’unica divergenza tra le ipotesi sulla dinamica dell’omicidio riguarda proprio la vittima, e non il suo assassino: per il Procuratore Pamela è stata violentata da Oseghale, per il GIP no. Questo aspetto della vicenda – se il rapporto sessuale tra Pamela e il suo omicida sia stato consenziente o meno – è certo rilevante sul piano giudiziario e importante per i parenti di Pamela, ma non ci aiuta a capire come sono andate davvero le cose: chi l’ha uccisa e perché, chi e perché l’ha smembrata per poi depositarne il corpo fatto a pezzi sul ciglio di un viottolo di campagna.

L’impressione che ne ricavo è che gli inquirenti abbiano seguito un codice informale teso a chiudere il caso il più presto possibile e nel modo più indolore. Ovvio il dubbio e il sospetto che ne consegue: c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che vanno comunque tutelati.

Mi sbaglio? Spero di sì, temo di no. E se il Ministero degli Interni inviasse un’ispezione della Criminalpol per dissipare i timori e i sospetti che certo non sono l’unico a nutrire? Timori e sospetti ben insinuati tra i profani, ma anche tra gli addetti ai lavori.

[1]http://www.oggi.it/attualita/notizie/2018/06/14/pamela-mastropietro-chiuse-le-indagini-per-la-procura-e-innocent-oseghale-lunico-assassino-e-stupratore/

OLTRE MACERATA. SEI DOMANDE, SEI TRACCE DI LAVORO, di Luigi Longo

LE DOMANDE DI MACERATA

di Luigi Longo

 

Lo scritto di Pino Germinario su La particolare gestione politica dei fatti di Macerata, apparso sul blog Italiaeilmondo del 18 febbraio 2018, stimola delle domande per capire quei fatti oltre ciò che appare. Una piccola premessa a mò di riflessione.

 

Una piccola premessa

 

La riflessione che propongo riguarda la questione dello Stato e quello della criminalità organizzata che si fa soggetto politico.

Le problematiche da affrontare sarebbero molte [ dalla conoscenza dei luoghi di potere e dominio allo svelamento dell’interesse generale e di un astratto luogo di potere dei dominanti, dalle relazioni geo-politiche, geo-economiche, geo-territoriali al ruolo delle potenze mondiali con le aree di influenza (regioni, poli), eccetera], qui interessa evidenziare l’attenzione sullo Stato, con le sue articolazioni di funzionamento (parlamento, governo, eccetera) e le sue articolazioni territoriali (enti locali, enti intermedi, eccetera), come luogo e strumento di potere e di dominio per la realizzazione degli obiettivi degli agenti strategici dominanti nel conflitto per l’egemonia della società data.

Il potere vero, quello che produce dominio, è sempre ben nascosto, non appare. Tant’è che lo respiriamo e non ce ne accorgiamo. Gli strumenti statali, con le loro articolazioni territoriali, diventano sempre più macchine complesse per gestire e organizzare il dominio dell’intera società. Il dominio per realizzarsi ha bisogno di emergere attraverso processi istituzionali e produrre ordine simbolico della società data: è un processo di lunga durata, vedasi i vari modelli egemonici mondiali espressi dalle potenze predominanti nelle diverse fasi della storia mondiale. A questo proposito diventa fondamentale capire quali sono gli agenti strategici dominanti. Mi permetto una precisazione: non faccio distinzione tra agenti strategici dominanti nella sfera privata e quelli nella sfera pubblica, tra quelli che delinquono legalmente e quelli che delinquono illegalmente perché l’intreccio è tale che non ha senso la distinzione (gli esempi sono infiniti).

 

Le domande

 

Il problema non è quello dell’uso esclusivo della forza dello Stato ( quella c’è eccome!), quanto piuttosto riflettere su cosa è lo Stato e perchè non interviene a contrastare le forme di violenza organizzata della cosiddetta criminalità nostrana e mondiale. L’intreccio tra il potere legale e quello criminale è molto forte. Per capirlo dobbiamo considerare l’innervamento tra il soggetto politico legittimato dalle regole sociali per svolgere le sue strategie e il potere criminale che così si fa soggetto politico. Esempi sono infiniti in tutte le sfere sociali, in tutti i luoghi istituzionali, in tutte le città, in tutti i territori.

La prima domanda: a partire dai fatti di Macerata ( lascio perdere l’antifascismo che è roba da basagliati) perché i sub-agenti dominanti nostrani non sono in grado di contrastare il potere della criminalità organizzata in generale e in particolare quella nigeriana che si sta consolidando sul territorio nazionale? (rilevo che i Servizi Segreti creano allarmi sull’attività jihadista del Daesh e non si accorgono dei villaggi abusivi gestiti dalla mafia nigeriana vicino ai CARA).

La seconda domanda: perché i nostri sub-decisori intervengono malamente solo a livello di omicidi, cioè solo a livello di repressione militare per ristabilire il cosiddetto ordine pubblico?

La terza domanda: perché la criminalità organizzata si combatte sopratutto con la sfera militare, che è fondamentale ma non è incisiva perché l’accumulo di potere del soggetto politico criminale passa attraverso altre sfere sociali (politiche, economico-finanziarie, culturali, istituzionali, eccetera) che valorizzano il capitale accumulato con strategie criminali, tramite la violenza delle armi, investendolo nei settori legali? (un grande pensatore ha spiegato molto bene che se il capitale accumulato non viene valorizzato non produce potere e dominio).

La quarta domanda: Qual è il ruolo che la criminalità organizzata svolge nel gestire i flussi migratori che si coordina con quello assegnato dalla UE all’Italia? (ricordo che l’Unione Europea (sic) ha chiuso i suoi confini e ha lasciato aperto solo quello italiano).

La quinta domanda: la gestione dei flussi migratori hanno a che fare con le strategie statunitense nel Nord Africa e nel Vicino Oriente? (rammento che gli USA sono maestri nelle relazioni con la criminalità organizzata, orientano la loro creatura, il Daesh, e ri-posizionano gli jihadisti dopo la sconfitta del Califfato e la dispersione degli jihadisti di Daesh così come fecero per il ri-collocamento delle SS dopo la fine del secondo conflitto mondiale).

La sesta domanda: parafrasando William Shachespeare posso chiedermi/vi che ammasso di immondizie, pattume e rifiuti è l’Italia, se serve da vile materia per illuminare una cosa indegna quale sono i nostri agenti sub-decisori? E perché il popolo italiano dovrebbe partecipare alla farsa delle elezioni politiche per eleggere una cosa tanto indegna?

Letture sul dramma di Macerata: lo scontro delle secolarizzazioni, di Alessandro Visalli

Tratto con l’autorizzazione dell’autore da https://tempofertile.blogspot.it/2018/02/letture-sul-dramma-di-macerata-lo.html

articolo inerente di Visalli http://italiaeilmondo.com/2018/02/20/letture-sul-dramma-di-macerata-lo-scontro-delle-secolarizzazioni-di-alessandro-visalli/

Il mio amico Roberto Buffagni ha una ipotesi circa i fatti di Macerata, nelle Marche, in cui si è consumato un doppio orrendo fatto di cronaca: alcuni criminali di origine nigeriana, dediti a quanto sembra a spaccio di stupefacenti, avrebbero ucciso una povera ragazza anche essa dedita all’uso, dunque una cliente, e poi, forse per occultarne il cadavere, l’avrebbero fatta a pezzi e abbandonata in campagna. Successivamente un criminale italiano, a scopo di vendetta razziale, ha sparato su passanti di colore e si è quindi consegnato, avvolto in un tricolore.

Le indagini non sono concluse, e la dinamica non è completamente confermata, ma in alcune versioni emerge l’ipotesi, sposata da Buffagni nel suo pezzo, che l’omicidio sia stato in qualche modo una forma pervertita e corrotta di secolarizzazione (ovvero di utilizzo a fini economici di riti tradizionali) delle forme religiose tradizionali dell’area di provenienza degli attori. Certo, come sostiene Giorgio Cingolani, professore a contratto dell’università di Macerata ed antropologo, è del tutto prematuro connettere questi pochi fatti a ritualità pervertite o, come dice, a “personalizzazioni del rito ad opera di soggetti specifici”, ed è certamente improprio immaginare che questi fenomeni, dove si danno, siano di massa o “tradizionali”.

Al momento le indagini, quando l’udienza di convalida non si è neppure tenuta, non confermano, né escludono queste ipotesi, ma, come scrive la Repubblica: “restano invece aperti tutti i dubbi sul movente dell’omicidio: dal tentativo di stupro finito male al sacrificio rituale, ipotesi che gli inquirenti non escludono ma per le quali, al momento, non hanno prove”.

Tra l’altro giova ricordare che la Nigeria, il più popoloso stato africano, settimo al mondo, è sede di antica civilizzazione e dispone di un PIL di tutto rispetto (435 miliardi di dollari), maggiore di quello del Sud Africa; dal punto di vista religioso per lo più la popolazione è cristiana e mussulmana, solo l’1,4% è animista. La Nigeria, sin dal 1200 d.c. si specializza nell’essere un terminale commerciale essenziale tra il nord-africa (e poi gli occidentali) e l’Africa profonda, nel traffico degli schiavi e nell’economia di saccheggio che ne consegue. Dal 1600 gli occidentali fondano porti dedicati a tale tratta che diventa gradualmente egemone nel 1800 (in particolare diretta alle americhe). Dal 1901 è un protettorato e poi una colonia inglese, nel 1960 diviene indipendente e federale (36 stati). L’economia nigeriana è la prima del continente, la 26° nel mondo. Il settore agricolo determina il 22% del PIL, mentre il settore manifatturiero il 7%, il settore petrolifero determina il 15% del PIL ed il terziario il 52% (banche, cinema e telecomunicazioni).

 
Isaac Newton

L’unica cosa certa di questa vicenda è che una ragazza è morta, alcuni immigrati hanno tentato di occultare il cadavere, dissezionandolo, e un italiano in preda ad esaltazione ha tentato di fare giustizia sommaria su altri innocenti scelti a caso.

La vicenda mostra dunque un tessuto di violenza che attraversa la nostra società, messa sotto tensione dagli effetti di diversi sradicamenti e sul quale ci dovremmo interrogare.

Ma è anche vero, per quanto marginale e certamente non di massa, che in alcune aree centroafricane lo stesso sradicamento e troppo rapida secolarizzazione, sotto la spinta dell’esposizione senza filtri ai mercati ed al potere della tecnica (e del capitale), sta provocando fenomeni di perversione delle forme rituali tradizionali. Ci sono associazioni, tra cui la ALCR (questa la sua pagina Facebook), attiva in Gabon, che denunciano coraggiosamente gli omicidi rituali, spesso condotti per banali ragioni di successo economico in un contesto di elevata frammentazione etnica (circa 40 gruppi) e di religioni animiste (20% della popolazione) o sincretiche come il Bwiti, anche se il 75% della popolazione è identificata come cristiana. Si tratta comunque di poche centinaia di casi, spesso ricondotti a non meglio precisati “cultisti” (questo un articolo nigeriano), ma sono spia del disagio di una troppo rapida, e subalterna, trasformazione.

 
ALCR

Non ci sono dunque prove che l’episodio di Macerata sia connesso con i crimini che a volte si verificano nei paesi di provenienza e che le forze dell’ordine locali, le chiese e le religioni locali, e le associazioni combattono con vigore.

Ma il dibattito con Buffagni si è egualmente sviluppato come se tale ipotesi fosse possibile. In questo link la sua ripresa su Sinistrainrete. E in essa la reazione di due lettori, Eros Barone e Mario Galati, che con diverse sfumature richiamano al primato dell’economico di marxista memoria. In particolare Galati accusa la conversazione che è linkata nell’articolo e cui rinvio, di “scorrere tutta entro la dimensione pulsionale e sacrale dell’uomo”, fino a concepire la storia stessa solo come “storia religiosa”, ignorando o subordinando la “produzione e riproduzione della vita materiale”. In particolare, con riferimento al mio dire, si chiede se “constatare la persistenza di pulsioni primordiali e del senso del sacro possa spiegare la storia?” e, ancora, se “stabilire il nesso tra razionalismo e sviluppo capitalistico equivalga forse a rigettare il pensiero scientifico, in quanto semplice statuto disciplinare, paradigma convenzionale, o che dir si voglia?” Non mi è immediatamente chiaro cosa significhi “pensiero scientifico come statuto disciplinare, o paradigma convenzionale”, in quanto il pensiero scientifico è una sorta di habitus mentale e un insieme molto largo e comprensivo di pratiche sociali dotate di meccanismi verbali di inclusione ed esclusione; una cosa che va molto oltre lo statuto di una o più “discipline” e di convenzioni. Attraversa i “paradigmi” (nel senso di Thomas Khun) e non ne è incluso o rappresentato.

Ma la domanda sarebbe qui se il razionalismo occidentale sia, o meno, connesso con lo sviluppo storico del capitalismo, e se il riconoscimento di questa connessione debba portare direttamente a rigettare il pensiero scientifico, evidentemente in favore del primato di pulsioni o di sacralità (o, come dice Barone, del comunitarismo etnico). E, con le parole del professore di filosofia Eros Barone, al netto degli insulti o dei posizionamenti identitari, riassunti nell’etichetta di “dialettica e materialismo storico” ed ancora più nell’evocazione di passaggio dell’inferno (cui si contrappone simbolicamente un paradiso evidentemente rappresentato dal comunismo), se si debba alla fine parlare solo “dei rapporti di proprietà”, ed a questi ricondurre il fondo del conflitto e di ogni differenza.

Lo schema di Barone è molto tradizionale: è alla fine l’imperialismo che genera, alleva e fa prosperare la “prole mostruosa” del “bellicismo espansionista, del razzismo differenzialista, e del comunitarismo etnocentrico”. Prole che può essere sconfitta solo da un “vasto fronte popolare” in grado di fare l’operazione esattamente inversa a quella condotta dal capitale: unire ciò che questo vuole dividere (proletariato autoctono e immigrato), e dividere ciò che vuole unire (borghesia e proletariato). In altre parole è compito dei comunisti riportare lo scontro sul piano delle differenze di classe, proletari contro borghesi in relazione alle strutture di produzione imposte dal capitale, rigettando come false tutte le differenze di tipo etnico o culturale. Come si possa fare, senza farsi carico di comprendere il punto di vista e la percezione delle classi popolari, e continuando a ritenere di avere in toto il monopolio della Verità, mi sembra difficile da immaginare.

In questa direzione va comunque anche la richiesta di Galati di trovare piuttosto direzioni nelle quali agire, senza restare inchiodati alle carenze delle dimensioni primordiali e l’insufficienza di precarie “civilizzazioni”.

 
Gabon, articolo

Colgo l’invito a parlare prima di tutto delle condizioni materiali: anche se il fenomeno è disuniforme quanto ad impatto quantitativo (ma tende, per le modalità stesse che diremo, a concentrarsi, risultando differentemente percepito per i diversi gruppi sociali ed areali), la dinamica delle emigrazioni ed immigrazioni determina una complessiva ‘economia politica’ che è caratterizzata da importanti fenomeni di corruzione degli assetti sociali e culturali, di gestione come oggetti d’uso dei corpi estratti, e di potenziamento dello sfruttamento a causa dei normali meccanismi di creazione del valore di scambio. Per comprenderlo bisogna però fare prima una mossa, che ha qualcosa a che fare con il discorso che faremo su razionalismo e capitalismo: smettere di vedere le ‘economie povere’ come un vuoto. Una dimensione eguale alla nostra, ma con meno denaro. Se si inquadra, facendo uso di cecità educata da economisti, in questo modo l’emigrazione e la stessa trasformazione dell’ambiente di provenienza dei flussi umani immigrati alla fine è solo questione di razionalizzazione e sviluppo.

Propongo una diversa ipotesi interpretativa: che, cioè, sia più utile inquadrare il fenomeno come un progressivo allargamento dello spazio dominato e controllato dal mercato, e per esso dalla finanza, nell’intreccio di due “economie politiche” reciprocamente rimandantesi. Quella che avevo chiamatoeconomia politica dell’immigrazione”, la nostra, che fa scaturire una insaziabile e crescente spinta estrattiva e insieme di trasformazione (spingendo l’uomo a ripensarsi come ‘forza lavoro’, adattandosi alla relativa disciplina) che via via incorpora ‘risorse’ (umane) per fornire risposta ad una domanda di lavoro debole e disciplinato, insaziabilmente prodotta dall’attuale economia interconnessa e finanziarizzata (allo scopo di tenere in movimento la macchina deflazionaria contemporanea), nella quale tutti sono sempre in concorrenza con tutti sotto il pungolo del capitale mobile e continuamente valorizzante. È essenziale in questo senso che il meccanismo del recupero di margini di valorizzazione, attraverso la riduzione costante dei costi (in primis del costo più ‘inutile’, quello del lavoro), sia sempre in movimento; sia sempre un poco più veloce del paese vicino. Quindi è essenziale che il lavoro sia un poco più debole, un poco più disciplinato, giorno dopo giorno, anche a costo di espellere e sostituire chi non abbia la possibilità materiale di piegarsi, o non voglia. Il ricatto davanti al quale ci troviamo tutti è semplicemente che l’unica alternativa, in condizione di piena mobilità dei capitali, è che ad andarsene siano invece i processi produttivi. Dunque non resta che importare forza lavoro sempre più debole, per rendere debole quella che c’è, o lasciare tutti a casa. L’effetto di questa dinamica, trascinata dalla valorizzazione differenziale nella metrica della finanza che mette in contatto e costringe alla competizione il mondo intero, è che è nelle aree del lavoro debole che si concentra, in diretto contatto con coloro i quali sono sfidati e pungolati a ‘maggiore efficienza’ (che normalmente significa minori compensi a parità di lavoro produttivo), l’attrazione di ‘forza lavoro’ sostitutiva. Il processo è strutturalmente simile per i lavoratori-raccoglitori dei pomodori nelle piane pugliesi, o campane, per i lavoratori-manifatturieri nei cantieri navali o nelle fabbriche e fabbrichette in subappalto disseminati nelle nostre periferie industriali, per i lavoratori-domestici che sono nelle nostre case e per i lavoratori-professional che sono messi in competizione con le piattaforme. Ha dunque ragione chi dice che il problema è nel rapporto di forza con il capitale, ma nello stesso momento ha torto: perché nel dirlo non si fa carico davvero della materialità del problema nei luoghi in cui si determina.

Questa dinamica di attrazione differenziale, ulteriormente accentuata dal meccanismo stesso dell’attrazione (influenzato dal percorso, come dicono gli economisti, e quindi dalla preesistenza di reti di relazione, strutture sociali di accoglienza, “diaspore”) che tende ad accrescere la presenza dove è già maggiore, esercita obiettivamente una pressione al disciplinamento che è letto come oggettivamente violento (anche se la fonte non è nei corpi dei concorrenti per il lavoro debole ma in ciò che lo rende tale). Nessuno può riaprire una relazione sentimentale con le classi popolari se non comprende questa dinamica, se si limita intellettualisticamente a qualificare come brutti, sporchi e cattivi, e razzisti, coloro che se ne sentono vittime.

 
Il subcomandante Marcos

Nel suo testo “la IV guerra mondiale è cominciata”, Rafael Sebastián Guillén Vicente, noto come “il subcomandante Marcos”, denuncia questa situazione in questo modo:

“Il risultato di questa guerra di conquista mondiale è una grande giostra di milioni di migranti in tutto il mondo. ‘Straniere’ nel mondo ‘senza frontiere’ promesso dai vincitori della III Guerra Mondiale [ndr la guerra fredda], milioni di persone subiscono la persecuzione xenofoba, la precarietà del lavoro, la perdita dell’identità culturale, la repressione poliziesca, la fame, il carcere e la morte. ‘Dal Rio Grande americano allo spazio Schengen ‘europeo’, si conferma una doppia tendenza contraddittoria: da un lato, le frontiere si chiudono ufficialmente alle migrazioni di lavoro, per l’altro, interi rami dell’economia oscillano tra l’instabilità e la flessibilità, che sono i mezzi più sicuri per attrarre la manodopera straniera’ [Alain Morice, op, cit.]. Con nomi diversi, subendo una differenziazione giuridica, dividendosi una eguaglianza miserabile, i migranti o rifugiati o delocalizzati di tutto il mondo sono ‘stranieri’ tollerati o rifiutati. L’incubo della migrazione, quale che sia la causa che la provoca, continua a rotolare e a crescere sulla superficie del pianeta. Il numero di persone che sarebbero di competenza dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati [Acnur] è cresciuto in modo sproporzionato dai due milioni del 1975 a più di 27 milioni nel 1995. Distrutte le frontiere nazionali [dalle merci], il mercato globalizzato organizza l’economia mondiale: la ricerca e il disegno di beni e servizi, così come la loro circolazione e il loro consumo sono pensati in termini intercontinentali. In ogni parte del processo capitalista il ‘nuovo ordine mondiale’ organizza il flusso di forza lavoro, specializzata e no, fin dove ne ha bisogno. Ben lontani dal subire la ‘libera concorrenza’ tanto vantata dal neoliberismo, i mercati del lavoro sono sempre più condizionati dai flussi migratori. Quando si tratta di lavoratori specializzati, e anche se questa è una parte minore delle migrazioni mondiali, questo ‘travaso di cervelli’ rappresenta molto in termini di potere economico e di conoscenze. Però, si tratti di forza lavoro qualificata o semplice manodopera, la politica migratoria del neoliberismo è più orientata a destabilizzare il mercato mondiale del lavoro che a frenare l’immigrazione. La IV Guerra Mondiale [il riassestamento neoliberale], con il suo processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento provoca lo spostamento di milioni di persone. Il loro destino sarà di continuare ad essere erranti, con il loro incubo sulle spalle, e di rappresentare, per i lavoratori impiegati nelle diverse nazioni una minaccia alla loro stabilità nel lavoro, un nemico utile a nascondere la figura del padrone, e un pretesto per dare senso all’insensatezza razzista che il neoliberismo promuove”.

Ma questa “economia politica” si affianca a quella “dell’emigrazione”, la “ricostruzione/riordinamento” si affianca alla “distruzione/spopolamento”. Perché le persone che sono ‘aspirate’ in occidente dalla domanda di lavoro debole, alimentano anche il trasferimento di poveri surplus monetari che insieme alla trasformazione dei pochi settori produttivi in industria da esportazione estranea al tessuto locale e dipendente dai capitali esteri, attraggono e corrompono, disgregandole, aree ancora relativamente esterne al circuito della valorizzazione, contribuendo a “monetizzarle”, ovvero a ricondurle entro il circuito astratto e impersonale del capitale e della sua logica. In qualche misura questo paradosso è stato oggetto di analisi della tradizione marxista sin dal suo avvio, e delle esitazioni dei suoi padri.

Questo processo va infatti inteso come “razionalizzazione”, ed alfine giudicato una sia pure dura necessità (come inclinava a pensare il vecchio Engels)? Oppure un non necessario sacrificio, un calice che potrebbe anche passare, se si avesse il tempo di prendere il proprio percorso (come inclinava a pensare il vecchio Marx, ma non il giovane)? Ha ragione lo zapatista e neo-anarchico Marcos o il marxista Negri?

In altre parole, questa ‘economia’ che, come avevamo scritto, corrompe in basso, gestisce in mezzo e sfrutta in alto è senza alternative, perché in fondo coerente con la direzione della Storia? O è solo coerente con quelli che chiamavo i “campi sentimentali” dei millennials (e dei loro profeti), che individualisticamente vedono la mobilità attraverso le frontiere come liberazione?

Ma la dura realtà, ben oltre gli immaginati campi del desiderio, o le palingenesi storiche, parla del semplice fatto che è la piena libertà di movimento dei capitali, nelle attuali condizioni e infrastrutture tecnico-legali (che significa anche sistema delle “città globali” di cui parla Sassen), che porta necessariamente, insieme alla libertà di spostamento delle merci (nelle condizioni della rivoluzione informatica), a quella insostenibile segmentazione delle catene produttive nei settori tradabili (o mobili) su lunghe filiere logistiche disegnata espressamente per massimizzare lo sfruttamento dei fattori non mobili (ambiente e lavoro), i quali restano al contrario localmente sempre abbondanti in senso relativo. E’ in questo contesto generale che interviene la libertà di movimento anche dei lavoratori, per tenere sempre abbondante il fattore poco mobile, dunque per tenerlo in condizioni di subalternità.

In altre parole, se nei settori in cui le produzioni sono rivolte a mercati globali (dunque in cui le merci, ovunque prodotte, possono essere vendute su ogni mercato alle stesse condizioni), si riesce a garantire anche la piena mobilità dei fattori produttivi capitale e conoscenza, si ottiene che questi possano andare sistematicamente a rintracciare quelle condizioni locali di relativa abbondanza del fattore mancante (lavoro ed ambiente) in modo che il saggio di sfruttamento complessivo sia massimo. Ciò a fronte del ricatto di non collocarsi lì ma andare dal secondo migliore e via dicendo.

L’immigrazione, dunque la resa in condizione mobile anche del lavoro, adempie precisamente questa funzione; a questo punto il capitale può generare ovunque le desiderate condizioni di inflazione (e quindi debolezza) del fattore che gli manca per valorizzarsi.

Si tratta di un meccanismo ovvio e di semplicissima e materiale geometria, all’opera da secoli e del tutto noto a Marx:

«Il progresso industriale che segue la marcia dell’accumulazione, non soltanto riduce sempre più il numero degli operai necessari per mettere in moto una massa crescente di mezzi di produzione, aumenta nello stesso tempo la quantità di lavoro che l’operaio individuale deve fornire. Nella misura in cui esso sviluppa le potenzialità produttive del lavoro e fa dunque ottenere più prodotti da meno lavoro, il sistema capitalista sviluppa anche i mezzi per ottenere più lavoro dal salariato, sia prolungando la giornata lavorativa, sia aumentando l’intensità del suo lavoro, o ancora aumentando in apparenza il numero dei lavoratori impiegati rimpiazzando una forza superiore e più cara con più forze inferiori e meno care, l’uomo con la donna, l’adulto con l’adolescente e il bambino, uno yankee con tre cinesi. Ecco diversi metodi per diminuire la domanda di lavoro e rendere l’offerta sovrabbondante, in una parola per fabbricare una sovrappopolazione. … L’eccesso di lavoro imposto alla frazione della classe salariata che si trova in servizio attivo ingrossa i ranghi della riserva aumentandone la pressione che quest’ultima esercita sulla prima, forzandola a subire più docilmente il comando del capitale» (Il Capitale, Libro, I, 7,25)

Questo docile comando del capitale (che, giova ricordarlo, non è persona ma meccanica) trasmette, attraverso la connessione indotta dai flussi di merci, denaro e persone (e, perché no, armi), i suoi effetti di corruzione attraverso la razionalizzazione e la divisione tra deboli. Questa corruzione si manifesta sia nei luoghi di estrazione sia in quelli di ricollocamento, dunque bisogna evitare entrambi gli errori: quello di considerare che se la lotta tra poveri favorisce lo sfruttamento degli uni e degli altri, allora bisogna negare che ci sia competizione, e quello di reagire solo difendendosi dai poveri più poveri.

Trovare un corso di azione non è facile, e per farlo abbiamo bisogno delle più rilevanti forze che siamo in grado di mettere in campo e dello Stato. Dobbiamo definire la nostra responsabilità, verso noi stessi e verso l’umano.

 
Samir Amin

L’economista marxista Samir Amin, in “La crisi”, del 2009, sottolinea la necessità di combattere quella tendenza intrinseca del capitalismo, ovvero del meccanismo di creazione del valore come differenziazione ed accumulazione, che crea periferie, schiacciandole. La macchina produttiva fa dell’uomo e della natura risorse, costringendolo nel tempo lineare e razionalizzato, misurabile, della scienza e con ciò ad alienarlo (si veda anche Lohoff, qui). Amin, già nel testo del 1973, “Lo sviluppo ineguale”, sostiene che in fondo il modo di produzione capitalista, che è interpretato come una forma storica creatasi in occidente in un contesto particolarmente predatorio, e di qui dispiegatasi nel resto del mondo travolgendo altre forme di organizzazione sociale (tra le quali le promettenti forme di protocapitalismo orientali, più lente e molto meno individualiste), lungi dall’essere una necessità storica (si può leggere su questo anche l’ultimo Marx) esprime invece una forma di razionalità specifica, connaturata ai suoi propri rapporti sociali ma anche limitata da questi. Le caratteristiche essenziali del modo di produzione capitalista (la generalizzazione della “forma-merce”, l’assunzione di tale forma da parte della “forza-lavoro”, quindi la reificazione e la proletarizzazione dell’uomo fatto produttore di merci, la finalizzazione ad essa delle attrezzature produttive tutte), si ritrovano peraltro intatte anche in molte forme di esperienza socialista reale, che è quindi un “capitalismo senza capitalisti”.

In altre parole, se entro il modo di produzione capitalista, fino a che si resta entro la sua logica, appare alla fine comunque razionale, e quindi invincibile, il calcolo economico e la competizione, con essa diventano anche inevitabili i rapporti sociali che esso determina (o meglio, che lo fondano); con la sua logica viene anche una specifica forma di gerarchia sociale. Comprendendo il capitalismo, invece, come figura storica (e non sopra-storica) diventa possibile accedere ad un piano di critica più profondo. Il calcolo economico, indiscutibile sul piano della valorizzazione del valore (e quindi della sua accumulazione, nel contesto dei rapporti sociali dati), diventa irrazionale se si tiene al centro il principio di una altra socialità: se la ricerca dell’autonomia porta a porre al centro la natura e la società tutta. Il calcolo economico, come scrive nel 1973 Amin, diventa allora riconoscibile come “irrazionale dal punto di vista sociale”.

Allora come si esce dalla trappola dell’intreccio delle due “economie politiche” (che possono anche essere scalate nel rapporto intraeuropeo tra paesi ‘arretrati’ come il nostro e ‘locomotive’ come la Germania, che estrae e reinserisce a fini di disciplinamento le nostre “risorse umane”)? Ovvero dalla trappola del sottosviluppo che si proietta su tutto il pianeta? La condizione per uscire dalle condizioni di “sottosviluppo” (ovvero da forme di organizzazione sociale, prima che economiche, rese subalterne e funzionalizzate da una logica esterna nella quale possono solo perdere sempre), è dunque necessariamente di uscire anche dalla “mondializzazione capitalistica”. Dove è il secondo termine ad essere qualificante: di “sganciarsi”, dunque.

Ma una parte non secondaria dello “sganciamento” è concettuale: riconoscere che l’illuminismo, con tutti i suoi meriti che non si negano, è anche il progetto di instaurare il capitalismo. Precisamente di insediare, al posto delle forme sociali precedenti, ormai disfunzionali (diagnosi che, come ovvio, autori come Burke, De Maistre ed altri contestano), una nuova società, fondata sulla ragione, anziché sulle consuetudini sociali e le forme di vita consolidate e immersive; una società capace di determinare in sé l’emancipazione dell’individuo. Individuo che quindi deve essere libero di operare, nella cornice di leggi, nel “modo economico” (ovvero entro l’ambiente competitivo dei “mercati”) e di scegliere attraverso la forma politica della democrazia (anche essa individuale, in qualche modo nella forma di un “mercato politico”). Ma come “i due versanti del progetto sono entrambi legittimati ricorrendo alla Ragione”, così questo si autodefinisce come “instaurazione di una Ragione trans-storica e definitiva – la fine della storia, dopo una preistoria priva di ragione” (Amin, p.77). Questa è la radice ideologica della rivoluzione borghese dalla quale anche i padri del marxismo (in particolare quelli che camminano nelle orme di Engels) hanno fatto fatica a vedere, e quindi a liberarsene (nell’unico modo in cui ci si libera di una idea: capirla).

Veniamo ora al punto che ci consentirà di rileggere la discussione con Buffagni in modo diverso: proprio per Samir Amin parte della rivoluzione deve interessare il mondo tradizionale agricolo, nel quale è impegnato ancora la gran parte dell’umanità (e la cui distruzione provoca le ondate migratorie). Se si guarda con attenzione si vede che l’agricoltura industrializzata del nord attiva un meccanismo di drenaggio strutturale, per il quale i profitti del capitale impiegato dagli agricoltori vengono sistematicamente intercettati dai segmenti dominanti del capitalismo industriale (la rete distributiva e di trasformazione) e finanziario (tramite il meccanismo del debito), situati necessariamente a monte, invece l’agricoltura povera del sud resta intrappolata in ancora più aspre condizioni di dominazione (dal capitale internazionale), e tanto più si modernizza tanto più espelle individui ormai inutili.

Ancora il subcomandante Marcos:

“La IV Guerra Mondiale sul terreno rurale, per esempio, produce questo effetto. La modernizzazione rurale, che i mercati finanziari esigono, punta a incrementare la produttività agricola, però quel che ottiene è distruggere le relazioni sociali ed economiche tradizionali. Risultato: esodo massiccio dai campi alle città. Sì, come in una guerra. Intanto, nelle zone urbane si satura il mercato del lavoro e la distribuzione diseguale del reddito è la ‘giustizia’ che spetta a coloro che cercano migliori condizioni di vita”.

Alla fine l’auspicata, dai fautori dello sviluppo, modernizzazione accelerata dell’agricoltura del sud creerebbe quindi, nel medio termine, eserciti immani di “inutili” come effetto della semplice logica propria della valorizzazione. Gli ‘inutili’ saranno però anche sradicati culturalmente, e costretti violentemente entro una logica del valore che non comprendono.

Dunque se bisogna che lo sviluppo (in quanto ‘sociale’ ed ‘umano’, e non ‘economico’) sia inclusivo e non escludente, bisogna anche che a lungo sopravviva un’economia contadina effettiva, cosiddetta “di sussistenza”, i cui rapporti con “i mercati” restino protetti e regolati. La prima forma di rivoluzione in molte parti del mondo è dunque il diritto all’accesso alla terra (anche superando le forme gerarchiche tradizionali, rivolte alla creazione di élite estrattive più che tributarie). Per tornare all’esempio della Nigeria, il più ricco paese africano (soggetto come tutti alle dinamiche estrattive del capitalismo contemporaneo), e quello che tutto sommato dalla decolonizzazione ad oggi ha conservato la sua unità politica, le risorse minerarie e la connessione con l’economia internazionale passano entrambe a vantaggio del sud cristiano, lasciando isolato il nord mussulmano nel quale opera il Boko Haram e dal quale muovono due milioni e mezzo di sfollati, con quindicimila richieste di asilo in Italia nel 2015 e una tratta di giovani donne molto ben organizzata. Le rotte nigeriane (vedi qui) partono dai porti costieri, hanno un nodo nella città del nord Kano (4 ml di abitanti), e di lì transitano ad Agadez, nel basso Sahara, di qui in tre tappe si arriva alla città-prigione libica di Sabha e infine a Tripoli. La politica economica del governo nigeriano è orientata agli investimenti stranieri, concentrati su industrie di esportazione (anche verso il resto del continente) ed una importazione interamente rivolta ai consumi distintivi di imprenditori, mercanti, alta burocrazia. Il petrolio (che vale il 90% delle esportazioni, e nel quale opera l’ENI) ha determinato la distruzione ambientale di vaste zone e l’incremento dei prezzi con conseguente esodo rurale e concentrazione di immense masse in slums suburbani. Risultano al 2010 il 20% degli addetti al settore primario (ca 40 milioni) e il 10% di disoccupazione maschile (50% femminile).

Si tratta quindi di una sfida complessa e multidimensionale, per la quale bisogna fare bene attenzione a non confondere “cosmopolitismo” (borghese) con “internazionalismo” (delle lotte nelle condizioni locali). Cioè di non perdere di vista la logica dell’uniformazione gerarchica, sotto un’unica Ragione (quella della legge del valore), propria di una oligarchia che esercita una sorta di “imperialismo collettivo”, la cui meccanica si nutre di una spontanea solidarietà tra frammenti “nazionali” che gestiscono un sistema mondiale di fatto.

Ma questa dinamica, dell’intreccio tra due ‘economie politiche’ nelle quali gli uomini vengono estratti e funzionalizzati alla logica della valorizzazione astratta resta strettamente connessa con le infrastrutture concettuali della modernità, in cui il loro “lavoro concreto” si fa “astratto” e ricondotto a metriche che espellono, non trovandovi più posto, le altre dimensioni della vita, riducendole o colonizzandole. Tra queste il tempo astratto, lineare ed omogeneo, e il relativo spazio. Si tratta di vere e proprie infrastrutture concettuali messe a punto, in un processo coestensivo alla trasformazione della società e l’estendersi delle reti commerciali e di capitale, e delle relative tecniche, che sono state messe a punto nella lunga evoluzione della rivoluzione scientifica, tra il 1500 ed il 1700. Da allora il tempo che conta è quello misurabile e la misura è in esatto rapporto con la produzione di merci e con la possibilità del salario e del profitto.

Ogni lavoro, sempre e di chiunque, è quindi la riduzione del tempo ad una quantità puramente astratta e reificata di tempo speso, che rende scambiabili tra di loro i relativi prodotti. Cioè il ‘lavoro’ in quanto astrazione forma la sostanza del valore, nella misura i cui esso incorpora nel suo stesso concetto la misura nel tempo astratto. In altre parole, il lavoro non crea il valore in modo ovvio e banale, come il panettiere fa il pane in modo tale che il cumulo di pane finisca per rappresentare, in rei, il lavoro ormai trascorso, dunque “morto”; al contrario, misurare il pane come prodotto di un “tot” di lavoro, determinando rispetto ad esso il suo valore, presuppone quella che Lohoff chiama “l’astrazione di un’astrazione”: l’esistenza, cioè, di un concetto di tempo, ordinato, astratto e lineare, che separa la vita stessa in sfere distinte, e che sarebbe stato inattingibile per una persona prima della modernità. Non era ‘lavoro’ nel nostro senso quel che si svolgeva, ma parte inseparabile degli obblighi, delle relazioni e degli affetti, che costituiva la persona stessa. Parte, cioè, del suo ruolo nel mondo; era, come dice: intimamente legato alla totalità della sua esistenza (si può leggere in proposito “La nozione di persona”, di Marcel Mauss).

Ora, la tesi di Buffagni è, in fondo, questa: che le persone, dei criminali certamente ma anche degli alienati perché incapaci di sopportare la reificazione delle loro vite, che hanno condotto l’azione orrenda di Macerata si possano interpretare come disadattati alla forma di secolarizzazione che viene imposta dalla nostra società (anche nella ‘economia politica dell’emigrazione’, anche qui, dalla quale sono fuggiti, per ricadere in quella ‘dell’immigrazione’). E che la loro rozza reazione sia di secolarizzare malamente la loro cultura, piegandone i riti alle esigenze pervertite che trovano nell’oggi.

Sia vero o meno che ciò che è fattualmente accaduto a Macerata corrisponda a questa ipotesi, essa è in linea generale possibile.

Quel che dunque nel dialogo con la lettura del fatto come emergere di un profondo tenebroso non domesticato (sia nel criminale nigeriano sia nell’italiano), e come un fallimento della cultura e delle istituzioni, di Buffagni, mi pare quindi da rimarcare è che può esservi incluso il fatto che l’uomo sfugge al razionale e si ancora nei riti. L’uomo è molto di più, come dice Sahlins; e pensare altrimenti è il “grosso sbaglio” dell’idea occidentale di natura umana. In altre parole, con i poveri mezzi a disposizione i disgraziati attori della vicenda urlano che ci sono dei nessi più larghi che li costituiscono, che loro guardano e si riconoscono, ovvero fondano la loro vita, in un cosmo più ampio. La perversione dei criminali nigeriani è di immaginare mezzi creati in un contesto animista per ottenere obiettivi che solo l’adattamento alla metrica del valore occidentale può dare, e di forzare per questo i mezzi, trascinandoli fuori del loro senso. La perversione del criminale italiano è di capire il gesto dei primi come lesione di una immaginaria purezza, e di ricondurla a simboli per i quali spendere sangue.

È qui che si inseriva la mia replica a Buffagni: il radicale altro che potrebbe essere incluso nei fatti di Macerata è che l’uomo sfugge al destino di essere completamente sussunto nella tecnica e per essa nella creazione di valore del capitalismo. Nella riduzione del mondo ad oggetti e di se stessi ad erogatori, secondo metriche lineari, di ‘lavoro’ e per questo di ‘valore’. Inoltre che questo enorme risultato è provocato da uno schermare e disincantare il mondo che ha richiesto secoli e non è mai del tutto riuscito. L’estrazione violenta di uomini e donne da mondi ancora non completamente incorporati nell’occidente, mondi ‘arretrati’ e per questo deboli e periferici, rende quindi in contatto dentro la ‘gabbia d’acciaio’ della modernità, radicamenti diversi.

È un tema davvero difficile, con il quale si sta misurando anche la filosofia più specialistica (abbiamo letto, ad esempio, Habermas in “Verbalizzare il sacro”): come scrive il grande filosofo tedesco la religione, tutte le forme rituali, sono in qualche modo dei contrafforti, di socialità prediscorsiva, davanti al rischio di costringere tutto l’umano entro l’oggettivazione scientista e la razionalità strumentale e per questo funzionale ai “mercati”. Questi rischiano alla fine di disseminare un mondo di naufraghi disperatamente orfani e incapaci delle più elementari prestazioni di solidarietà e reciproco riconoscimento che sono indispensabili anche a fondare quella che chiama la normatività post-metafisica: il riconoscimento reciproco come persone capaci di azione e volontà autonome, in linea di principio in grado di scegliersi insieme il destino nella forma dell’autolegislazione.

In altre parole, e più semplici, senza conservare delle fonti autonome dalla ragione funzionale (che si riconduce necessariamente alla logica schiacciante della valorizzazione) anche la democrazia finisce per essere incorporata come tecnica dall’economico e ridotta a vuoto involucro. È, più o meno, ciò che accade al progetto europeo.

Nella risposta a Buffagni ripercorrevo quindi la storia, sommariamente, della riduzione del reale al numerabile ed alla legalità scientifica. Ovvero, come scriveva Koyrè l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine.

Non si tratta però, come teme Galati di rifiutare la scienza, nessuno potrebbe farne a meno e comunque nemmeno vorremmo. Si tratta invece di sfuggire anche all’inconsapevole religione del capitalismo (Benjamin, “Il capitalismo come religione”) che disgrega tutte le altre, sostituendole con pallidi feticci.

Un modo per diventare sensibili alle alternative ed a ciò che ci sta succedendo sotto gli occhi (unitamente ai suoi costi umani) è quindi di connettere il discorso sulla disgregazione interna della società africana per effetto della ‘seconda secolarizzazione’, quella giovane, indotta dalla ferrea logica del capitale internazionale alla prima, ‘quella vecchia’, che allunga i suoi tentacoli.

Che cosa fare?

Serve un vasto progetto di scala internazionale; connesso con politiche industriali a guida pubblica e non di mercato, che rovescino la logica dello sviluppo che sfrutta la lotta tra poveri e che costantemente riadattino verso il lavoro povero la composizione organica del capitale; una logica, in grado di orientare anche lo sviluppo tecnologico, che faccia uso di opportuna repressione finanziaria per creare condizioni di scarsità invertite, nelle quali non sia il capitale a potersi spostare liberamente ed indefinitamente scegliendosi dallo scaffale i lavoratori di volta in volta più consoni, al minor prezzo, ma il lavoro a trovarsi in condizioni di scarsità relativa e quindi attivare una dinamica ascendente (maggiore costo del lavoro, investimenti, aumento della produttività) che possa favorire il riposizionamento dei sistemi-paese su segmenti di valore e ricchezza superiori. In questa dinamica potrebbe darsi anche il miracolo che nuova forza-lavoro (che, però, sono anche persone, con la loro cultura) progressivamente sposti verso l’alto quella esistente, invece di rigettarla nella disoccupazione, la rabbia e l’intolleranza. Ma questo schema prevedrebbe anche autonomia, dunque di fuoriuscire dallo schema imperialista europeo e da quello, più in generale, di quella che Amin chiama “la triade” (USA, Giappone, Europa), eventualmente con i suoi soci minori.

In altre parole, bisogna rimettere radicalmente in questione le “quattro libertà” del progetto europeo. Che sono oggettivamente preordinate alla meccanica, incorporata nella logica del capitale e non necessariamente voluta o progettata da alcuno, della creazione costante di ‘eserciti di riserva’ pronti a prendere il posto dei renitenti locali (ovvero di chi avanzasse l’assurda pretesa di trarre dal suo lavoro quanto basta ad una vita sicura e dignitosa).

L’incastro delle due “economie politiche” osservate (e della terza, quella dell’”emigrazione” dai paesi semiperiferici come i nostri ed i paesi “core”) nella dinamica “emigrazione/immigrazione/emigrazione” sta infatti devastando il mondo e sta facendo saltare ogni possibile patto sociale, ed in modo necessario in quanto si tratta di un meccanismo strutturale intrinseco alla dinamica necessaria del capitale.

L’anziano Marx si pose questo problema nel suo dialogo, che prese diversi anni della sua vita, con i populisti russi, di cui l’esempio più noto è la lettera a Vera Zasulic e quella alla «Otecestvennye Zapiski», che è del 1877. Davanti al problema della conservazione della obšcina, ovvero della forma tradizionale di vita (che, comunque aveva circa cento anni di vita, essendo scaturita da una riforma delle forme medioevali) che prevedeva proprietà collettiva e strutture comunitarie (come oggi in alcune aree agricole asiatiche e africane). Marx resta profondamente incerto, alla fine risolvendosi verso il tentativo di tenere insieme individualità (frutto della modernità) e forme comunitarie. Questo Marx, scrive anche la prefazione all’edizione russa del “Manifesto”, nel 1882, che “l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire di punto di partenza per un’evoluzione comunista”. Ovvero scrive che la comunità rurale, questa forma tradizionale, non moderna, non progressiva nel senso comune del termine, questa forma che è un residuo “della originaria proprietà comune della terra” (residuo delle forme premoderne, dunque), può passare “direttamente” alla forma più “alta” del socialismo. Può passarci per un movimento interno, guidato dalla prassi rivoluzionaria ma anche dalla continuità, può unire conservazione e rivoluzione.

Elaborando un’idea che viene ripresa da Samir Amin (ed in modo esplicito) il Marx nel suo penultimo anno di vita (un anno di intensi studi storici ed antropologici), dice insomma che la forma comunistica, più “alta”, può manifestarsi grazie alla disponibilità di abilità, raziocinio, consuetudini e sapienza e tecnica, ad avere tempo (quel che non avrà), evitando di percorrere la stessa drammatica strada che l’occidente ha seguito. La strada della modernizzazione capitalistica non è un destino inevitabile, via proletarizzazione ed estensione del modello della ‘città’, dello sfruttamento della città nei confronti della campagna.

L’ipotesi che propone Marx per risolvere il dilemma è che, senza passare sotto le forche caudine del sistema capitalistico, i contadini ne potrebbero utilizzare ed integrare le acquisizioni positive. Così come non è necessario superare tutte le fasi tecnologiche (dal telaio meccanico, a quello a vapore, poi ai bastimenti a vapore, poi le ferrovie, e via dicendo) od organizzative (prima le fiere, poi le borse merci, poi le banche, le società per azioni, …) per impostare un sistema economico avendole ormai davanti pronte tutte.

Questo è il senso, a ben vedere, in cui si capisce l’ultima frase della prefazione del 1882:

“la sola risposta oggi possibile [al problema] è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire di punto di partenza per un’evoluzione comunista”.

Se la rivoluzione, invece, in Russia resterà sola, costretta a competere con le potenze capitaliste, in termini di confronto geopolitico e produttivo, non avremo “il completamento” reciproco e la comune potrebbe essere schiacciata (come fu, dalla collettivizzazione).

Non è andata affatto così, anche perché Engels, quando Marx andrà a Highgate, riporterà la barra al centro, e riaffermerà la sua versione del materialismo storico, oltre i dubbi e le sfumature del “vecchio Nick”.

Potremmo, almeno noi, tentare di essere meno schematici?

Ancora su Macerata. Un intervento di Alessandro Visalli

Il pezzo di Roberto Buffagni è molto bello e terribile. Non siamo davvero più abituati a traguardare nei fatti il radicale altro che vi può essere incluso. L’obiettivo mi sembra un troppo facile multiculturalismo, l’idea di una sussunzione senza resti nella tecnica, ovvero nello spirito della tecnica moderna, nella creazione di valore proprio del capitalismo (nella riduzione di tutto a misura, a metrica), dell’uomo intero. Ma l’uomo ha ottenuto questo risultato, questa potente capacità di farsi macchina di valore, schermandosi e disincantando il mondo stesso. Ci sono voluti secoli e non è neppure mai davvero riuscito del tutto. Questo processo, che si raggruma in modo particolarmente chiaro nello scientismo (ed in quella sua sublimazione che è l’economia contemporanea), postula la separazione tra mente e corpo con il confinamento di tutto il senso, di tutto il significato ed il pensiero nell’intramentale (il termine è di Charles Taylor, L’Età secolare, pp.174). Quando si ottiene questo effetto, al quale nessuno di noi è esente e che ci ha determinati, la realtà diviene meccanismo. Ed il meccanismo prevede uno ‘sviluppo’. Ma non tutti gli uomini sono formati in questo modo, ed alcuni hanno radicamenti diversi. Hanno una vita religiosa intrecciata con la vita sociale, non separabile, e non separabile da un cosmo. L’uomo è radicato in una società ed in un cosmo, dunque nei riti che lo costituiscono. Qui ci mancano le parole, perché ci manca l’esperienza. Taylor parla di “mondo incantato”, in cui gli spiriti e le forze hanno a che fare con il mondo in un modo che ci è alieno (o che non vediamo nei termini in cui ancora lo facciamo, ad esempio nel feticismo della merce e del denaro). Cosa sta succedendo quando tutto viene in contatto? Quando si sradica violentemente e si propone di reinserire come oggetti, come macchine produttive costrette alle metriche del desiderio e del valore nostre proprie, biografie e personalità diversamente formate? Che si arriverà all’imperiale dominio della forma unica della modernità, al tempo unico e lineare ed allo spazio isotropo che ci ha regalato, con immenso sforzo intellettuale e mostruoso coraggio (non privo di una sua perversione) Newton? Al dominio totale e uniforme, senza resti, del capitale, della forma denaro, del lavoro astratto e preordinato allo scambio che ne è presupposto ed esito insieme? O, come teme Roberto, qualche resto ci sarà, rigurgiterà dagli altrove, e ci minaccerà?

Negli indimenticabili saggi di Koyrè sulla rivoluzione scientifica si trova il senso di quel che succede: “spiegare ciò che è partendo da ciò che non è, da ciò che non è mai. E anche partendo da ciò che non può mai essere. . . . spiegazione, o meglio ricostruzione del reale empirico partendo da un reale ideale. [la geometria e la matematica] . . . necessità di una conversione totale, di una sostituzione totale, di una sosti­tuzione radicale di un mondo matematico, platonico, alla realtà empirica – poi­ché solo in questo modo valgono e si realizzano le leggi ideali della fisica classica-” Alexander Koyrè, Studi galileiani, pag. 210. Lo scopo delle ricerche empiriche di Galileo diventa, quindi, scoprire le leggi matematiche del moto, cioè dimostrare come il moto della caduta se­gue “la legge del numero”. Legge, bisogna notare, “astratta” nel senso che non ha validità in senso stretto per i corpi reali; ma, all’opposto, poggia su di una realtà ideale interamente costruita dall’uomo. Galileo arriverà a rifiutare una teoria come quella di Gilbert (che poteva portare la sua fisica fuori delle secche nelle quali era incappata), capace di spiegare la gravità attraverso il paragone con la calamita, perché non era matematizzabile; era, cioè, una spiegazione basata su di una forza ani­mata: “Vis magnetica animata est, aut animatam imitatur, quae humanam animam dum organico corpori alligatur, in multis superat”[3]. Da questo illuminante rifiuto possiamo comprendere la na­tura della piega epistemica che si viene a creare rispetto al pensiero precedente. Da ora ciò che non si riesce a matematizzare (o geometriz­zare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osserva­bile. Ovviamente, la caratteristica di sistemi di conoscenza “dall’alto” (come proponeva di dire Gargani), come questi, è che a tutti i possibili pro­blemi sono già state fornite le risposte; nel senso che esi­ste solo un insieme di risposte “legali”, quelle che si confor­mano alle re­gole date. In altre parole, come ha sottolineato anche Foucault con una controversa affermazione, in queste teorie filosofiche o scientifiche si possono riscon­trare non tanto procedure cognitive ma strutture d’ordine, statuti di disciplinamento nei quali vengono di­stribuiti gli oggetti, i termini di riferimento di una cultura. Tali teorie, proprio per questo, non accettano e non legitti­mano problemi che non siano già previamente risolti nelle as­sunzioni di par­tenza del si­stema. Sono perciò concepibili come vere e proprie strategie di orienta­mento della vita umana, tecni­che per dirigere i processi della vita intellet­tuale entro per­corsi già assegnati e definiti; in quanto tali re­stano fun­zionali a proce­dure di regolamentazione e disposizione in qualche modo dall’alto. Per concludere: il punto di vista della matematica classica e della geome­tria euclidea è fondato su questo lungo processo di astrazione e selezione dei “fatti”, oggetto legale di cono­scenza. In questo pro­cesso intervengono argomentazioni di tipo metafisico in notevole quantità ed è inoltre pervaso, in ogni sua parte, di spirito di autorità. Ciò può essere mostrato e compreso anche se si guarda al quadro socio – politico che fa da sfondo agli eventi dei quali ab­biamo parlato: si ha, in questo periodo, infatti un gran­dioso processo di concentrazione del potere negli stati asso­luti e la ripresa di un’economia di scambio che esigeva nuovi strumenti di controllo e legittimazione. In altre parole si crea insieme lo Stato nazionale e il capitalismo.
In risposta a queste sollecitazioni l’epistemologia newtoniana unifica l’universo, costruendo un quadro coerente in cui ogni cosa può essere inserita e trovarvi il suo posto, ma realizza tale miracolo ad un alto prezzo: lo realizza, cioè, come sostiene Koyrè “sostituendo al nostro mondo delle qualità e delle percezioni sensibili; il mondo che è teatro della nostra vita, delle nostre passioni e della nostra morte, un altro mondo, il mondo della quantità, della geometria reificata, nel quale, sebbene vi sia posto per ogni cosa, non vi è posto per l’uomo”.

Ogni campo del sapere umano converge, da ora, sul principio fondante della ragione umana e sul suo strumento principe, quello control­labile e scientifico della matematica e della ge­ometria. Intorno alla fisica vincente, quella di Newton, e al suo “Spazio Assoluto” si formerà, così, anche un sapere geografico per­fettamente for­malizzato e “neutro”; capace di giu­stificarsi a posteriori attra­verso la sua potente capacità performa­tiva.

La rivoluzione compiuta in questo secolo consiste, in effetti, nella possibilità (che aveva visto già Galilei) di studiare le “leggi” di un fenomeno anche senza darne una spiegazione. È sufficiente assumere che le forze che vai a studiare agiscano secondo leggi matematiche per poi cer­care queste leggi ed applicarle alle forze reali.
Newton compirà, infatti, proprio questa operazione per un principio cardine della nuova fisica, la gravità. Secondo le sue stesse parole: “In generale assumo qui la parola attrazione per significare una qual­siasi tendenza dei corpi ad accostarsi l’uno all’altro; ….. in quanto in questo trattato esamino, come ho spiegato nelle defi­nizioni, non le specie delle forze e le qualità fisiche, ma le quan­tità e le proporzioni matematiche. In matematica vanno inve­stigati quelle quantità e quei rapporti delle forze che discendono dalle qual­siasi condizioni poste”[Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, 1729 (traduzione inglese), (traduzione ita­liana, Principi matematici della filosofia naturale, Utet 1965), pag. 339]. La “filosofia naturale” di Newton, in altre parole, non esclude affatto enti inspiegati, e nemmeno inspiegabili come il suo “Spazio As­soluto”, ma rinuncia solo alla discussione sulla loro natura. “Le tratta – es­sendo una filosofia naturale matematica – come cause matematiche o forze, cioè come concetti o relazioni mate­matiche”[Alexandre Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito, pag. 163]. Si può, infatti, leggere nei Principi. . . “dò qui uno stesso si­gnificato alle attrazioni e alle impulsioni acceleratrici e mo­trici. E adopero indifferentemente i termini attrazione, impulso o tendenza qualsiasi verso un centro, poiché considero tali forze non fisicamente ma matematicamente”[Newton, p.39].

Ciò comporta, come ha giustamente rilevato Koyrè, l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine. Da Newton in poi questi concetti sono semplicemente soggettivi e non trovano posto nella nuova ontologia. “In altre parole, le cause finali o formali, come criteri di spiegazione spariscono – o vengono respinte – dalla nuova scienza mentre subentrano al loro posto le cause efficienti e materiali”[Alexandre Koyrè, Studi Newtoniani, pag. 8]. Abbiamo, quindi, la sostituzione di un mondo di qualità con uno di quantità e di uno del divenire con uno dell’essere “non c’è mutamento o divenire nei numeri e nelle figure”.

Tutto questo, come mostra anche Taylor ricostruendo con altri strumenti ed altre fonti il lungo percorso della secolarizzazione, è una lunga scala, la nostra scala. Non è naturale, non è ovvio, non è necessario. E’ il nostro mondo, non quello di tutti.

INTORNO AI FATTI DI MACERATA_ NON C’E’ PIU’ RELIGIONE?DIPENDE, di Roberto Buffagni

Non c’è più religione? Dipende.

Intorno ai fatti di Macerata

LA PARTICOLARE GESTIONE POLITICA DEI FATTI DI MACERATA, di Giuseppe Germinario

La giovanissima Pamela Mastropietro viene uccisa e smembrata a Macerata, pare dal criminale nigeriano Innocent Oseghale, in concorso con altro suo connazionale (identificato, non si sa perché non ancora arrestato). Immediatamente un giovane maceratese, Luca Traini, che pure non la conosce di persona, decide di vendicarla. Incensurato, con simpatie sommarie per l’estrema destra, candidato della Lega alle ultime elezioni comunali (zero voti),  in possesso di porto d’armi per uso sportivo (rilasciato dalla Questura in seguito a presentazione di certificato medico ASL attestante l’idoneità psicofisica[1], nonostante egli oggi dichiari d’essere “in cura da una sua amica psichiatra”) si propone di uccidere Oseghale. Ma Oseghale è protetto dalle FFOO, e Traini ripiega su una vendetta generica, una rappresaglia collettiva: sale in automobile e spara con la sua Glock a undici passanti neri, per fortuna senza ucciderne nessuno. Subito allertate, le FFOO lo cercano per ben due ore nella minuscola Macerata, senza trovarlo. Ci pensa Traini, a farsi trovare. Si avvolge in un tricolore e va ad attendere l’arresto-martirio, al quale non opporrà resistenza, sul monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Il simbolismo del gesto è limpido: Traini si considera un eroe, che ha agito per difendere la patria e la stirpe italiana come i soldati che combatterono e morirono nella Grande Guerra. Sorpresa: pare che non pochi maceratesi siano d’accordo con Traini, a giudicare da quel che riferisce il suo avvocato Giancarlo Giulianelli: “Mi ferma la gente a Macerata per darmi messaggi di solidarietà nei confronti di Luca. E’ allarmante ma ci dà la misura di quello che sta succedendo.”[2]

“Non c’è più religione?” Dipende. Non c’è più la religione del Dio che dice “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9 13): non c’è più il cristianesimo, che si è secolarizzato e tradotto (molto male) nel pensiero dominante progressista dei diritti umani e sociali e dell’accoglienza tous azimuts  per gli immigrati, un pensiero tanto dominante che l’ha fatto proprio persino il pontefice cattolico regnante; l’altro, il pontefice pensionato, ha le sue riserve ma sta ai giardinetti e se le tiene per sé.

Altre religioni, invece, ci sono eccome, e una di esse, antica, importante, diffusa nel mondo, a Macerata ha dato una prova di vigorosa esistenza in vita. E’ la religione del popolo Yoruba, al quale Karl Polanyi dedicò un bel libro, Il Dahomey e la tratta degli schiavi. Analisi di un’economia arcaica, Einaudi 1987[3]. Racconta Polanyi che il popolo yoruba viveva del commercio degli schiavi, inserendosi così nelle correnti del traffico interafricano. Per quei tempi, prima dell’arrivo dei bianchi, era la punta di lancia più avanzata dell’economia; i raziocinanti yoruba trattavano bene gli schiavi, per non far deperire la merce pregiata. Come molte religioni, per la verità tutte le religioni tranne le abramitiche[4], la religione yoruba contemplava il sacrificio umano.

La religione yoruba contemplava il sacrificio umano allora, e continua a contemplarlo anche oggi, anche se naturalmente lo proibiscono le legislazioni dei paesi in cui essa è praticata, tra i quali anzitutto la Nigeria. Per la religione yoruba, il benessere e la potenza degli dèi, gli orisha, dipendono dagli uomini.[5] Senza i sacrifici che gli uomini gli tributano, gli orisha si indeboliscono, si ammalano, cadono in depressione, si riducono a nulla.[6] Con il vettore degli schiavi, la religione yoruba si è diffusa nel mondo occidentale, e ibridandosi con elementi del cattolicesimo ha dato origine al candomblè brasiliano, al voodoo haitiano, alla santeria cubana.

Il sacrificio è al centro della religione yoruba. L’uomo sa di non essere solo, ma in comunione con forze divine, alle quali va offerto un sacrificio appropriato alla richiesta e all’occasione. Il sacrificio è il tramite di questa comunione. Si sacrifica per rendere grazie della buona fortuna e per propiziarsela, per sventare la collera divina, per cambiare situazioni spiacevoli, per difendersi dai nemici, per purificare una persona o una comunità in seguito all’infrazione di un tabù. A seconda delle circostanze e dello scopo, si sacrificano oggetti personali, piante, animali. In speciali circostanze, si sacrifica un essere umano. Come è consueto in tutto il mondo, la vittima sacrificale umana viene trattata con il massimo rispetto: ben nutrita, ne vengono esauditi tutti i desideri tranne la vita e la libertà. Se il sacrificio ha scopo riparatorio o espiatorio, la vittima viene condotta in parata lungo le vie della città mentre la popolazione prega per il perdono dei peccati. Il capro espiatorio porta con sé i peccati, la sfortuna e la morte di tutti, senza eccezione. Lo si cosparge di cenere per velare la sua identità di individuo, e il popolo lo tocca per trasferire su di lui tutti i propri mali, fisici e morali. Condotto sul luogo del sacrificio, egli canta la sua ultima canzone, che viene ripresa dagli astanti. La testa viene recisa, il sangue offerto agli dèi.[7]

Molto curiosa la somiglianza tra la religione yoruba e il luogo comune sociologico, o il moderno senso comune ateo, secondo il quale ogni religione è creazione puramente umana, rispondente al bisogno di rassicurazione contro la precarietà e i mali dell’esistenza. La dimensione pratica è in effetti prevalente, nella religione yoruba: in una civiltà cristiana, la si chiamerebbe magia, piuttosto che religione; perché la magia si propone appunto lo scopo pratico di influenzare o asservire forze numinose, per mezzo di rituali e incantesimi.

Come d’altronde la nostra (ex nostra) religione, anche la religione yoruba può secolarizzarsi e trascriversi in pratiche e persuasioni che le somigliano e ne derivano, senza essere espressamente e autenticamente religiose. Per esempio, negli omicidi rituali: molto interessante l’articolo di Patrick Egdobor Igbinova, accademico nigeriano, sugli omicidi rituali in Nigeria.[8] Sempre come avviene, o avveniva, per la nostra ex religione, anche la religione yoruba può influenzare le forme di rappresentazione, a livello artistico o commerciale. Wole Soyinka, ad esempio, il premio Nobel di origini nigeriane, quando ha voluto adattare per la scena un testo della classicità occidentale ha scelto Le baccanti di Euripide, che narra lo sparagmòs, o smembramento sacrificale del re Penteo per mano delle Baccanti, le donne invasate dal dio Dioniso.[9] A livello commerciale, è istruttivo apprendere che da quando in Nigeria c’è stato un afflusso importante di migranti dell’etnia Igbo, assai affezionati alla religione yoruba, il settore industriale degli home movies ha conosciuto una tumultuosa espansione. La trama fissa degli home movies di maggior successo è la seguente: rituali di sacrificio umano generano affermazione sociale, ricchezza, benessere. Certo: l’ autore del sacrificio è presentato come un cattivo, e alla fine della storia viene sconfitto. Però intanto la ricchezza, il successo e il piacere li ha raggiunti proprio grazie ai sacrifici umani che ha praticato.[10]

E’ stato un sacrificio umano con tutti i crismi, l’omicidio con smembramento di Pamela Mastropietro? Non lo so, non credo. E’ stato un omicidio rituale? Non lo so, credo di sì. E’ un pazzo, il criminale nigeriano che l’ha uccisa? Una specie di Jack lo Squartatore africano? Non credo proprio. E’ sicuramente un criminale (pregiudicato, spacciatore di droga, probabilmente membro della mafia nigeriana), ma non vedo perché dovrebbe essere un pazzo. Le modalità dell’omicidio corrispondono a una corrente, antica e profonda, della sua cultura. A quanto pare sinora, lo smembramento non è stato operato per facilitare il trasporto del cadavere, ma a scopo rituale: ma il rituale di smembramento ha uno scopo utilitario, esattamente come smembrare il corpo per farlo stare in valigia. Almeno questo aspetto utilitario dovremmo essere in grado di capirlo anche noi progressisti, che giudichiamo e comprendiamo tutto in chiave di economia, utilità e profitto. C’è molta differenza tra fare a pezzi il cadavere di Pamela per celebrare un rituale inteso ad accrescere il proprio successo e benessere, e fare a pezzi il cadavere dei feti abortiti per venderlo alle industrie biotecnologiche, come fa abitualmente Planned Parenthood? A me francamente non pare. Forse la differenza è che secondo noi progressisti, il rituale africano non funziona? Ma non è affatto detto. Il rituale africano può funzionare benissimo, per esempio per sviluppare la fiducia in sé e la forza del celebrante, per cementare l’intesa del gruppo, per incutere un salutare timore ai nemici, etc. E poi si possono fare soldi con entrambe le pratiche, no?

Concludo rivolgendomi al lettore, in special modo al lettore progressista, allo “hypocrite lecteur, mon semblable, mon frére”.[11]

Rifletti un momento, caro lettore. Giustamente ti ripeti che bisogna comprendere l’Altro, e io sono più che d’accordo con te. L’assassino nigeriano è un uomo, un uomo come te e me, capace di bene e di male come lo siamo tu ed io. Ha anche una sua cultura, radicata nella religione come tutte le culture – persino la tua, nonostante a te la religione non parli più – e questa cultura informa dal profondo sia il bene, sia il male che compie quest’uomo: pensieri, sentimenti, sogni, emozioni, punti di vista, amori, odi, azioni, passioni… E’ così, e non può essere che così, perché è un uomo, e nessun uomo si può ridurre ai moventi più superficiali ed evidenti dei suoi atti. Ora, rifletti: ti sembra facile, o almeno possibile, “integrare” questa cultura, questo uomo? Basterebbe mandarlo a scuola e insegnargli l’italiano, dargli un posto di lavoro decente, il diritto di voto, l’automobile, il 730 dell’Agenzia delle Entrate?

“Ma questo è un criminale,” mi ribatterai tu. “E tutti gli onesti nigeriani, che…etc., etc.”. Vero. Senz’altro vero. Ma secondo te, gli onesti nigeriani comprendono meglio te, o lui, il disonesto nigeriano, l’assassino rituale? A chi si sentono più prossimi? E tu, li capisci, i nigeriani? Onesti o disonesti che siano, come onesti o disonesti siamo noi, a volte indossando la stessa identità anagrafica nell’onestà e nella disonestà? Pensaci.

Pensaci, riflettici, parlane tra te e te, se parlarne con me o con altri ti mette a disagio. Sei sicuro che con tutte queste premure, con tutta questa accoglienza e assistenza, il disonesto nigeriano e gli onesti nigeriani diventerebbero come te, come noi? E se invece fossimo noi, a diventare come lui, come loro? Ci hai mai pensato? E se Luca Traini, il fragile balordo Luca Traini che si è autoinvestito di una missione sacra, la missione di placare col sangue i Mani della fanciulla appartenente alla sua tribù e alla sua stirpe, barbaramente trucidata dal membro di altra tribù, di altra stirpe, e ha simboleggiato la sacralità del suo gesto con i suoi poveri mezzi di bordo – la paccottiglia neonazi, il tricolore-sudario, il Monumento ai Caduti –  se Luca Traini fosse uno di noi che diventa come uno di loro? Un italiano criminale che si sforza di somigliare il più possibile al nigeriano criminale, e ci riesce piuttosto bene? Ci hai mai pensato? Prova. Pensaci. Prova a pensare, a valutare l’ipotesi che il fascismo e l’antifascismo non c’entrino proprio niente. O meglio: c’entrano, nel cuore di Luca Traini, perché da molti decenni le parole sacre “patria” e “stirpe” sono state rinchiuse nella gabbia-ghetto-cordone sanitario della parola “fascismo”.  Non do la colpa a te, per tante ragioni è andata così. Però, vedi: volere o volare, fascismo o antifascismo, patria e stirpe sono pur sempre parole sacre. Restano parole, parole come le altre, finché non accade qualcosa che le riattiva, che le circonda di nuovo dell’aura numinosa, splendida e terribile, che sempre circonda il sacro e dal sacro irradia. Qualcosa di simile l’hai certo sperimentato anche tu: quando parole come “amore” e “tu”, o un altrimenti banale nome di battesimo, vengono pronunciate tra amanti che profondamente si legano, nell’intimità splendida e terribile dell’eros; che come sai – te lo dice anche Umberto Galimberti – è sacro. Bene: non solo l’amore, è sacro. Purtroppo, vedi: nel cuore umano, la radice dell’amore e dell’odio è la stessa. Difetto di progettazione? Forse, ma è così. Anche questo, l’hai sperimentato: quando un tuo grande amore si è trasformato in odio radicato, insopportabile, rovente, e ti ha fatto fare e subire cose che mai avresti immaginato di fare e subire. Esiste, l’amore innocuo? L’amore senza effetti collaterali dannosi? L’amore sicuro, il safe-love? Si può mettere il preservativo, questo sì. Ma il preservativo del cuore e dell’anima non c’è; o se c’è, e lo indossi, anima e cuore avvizziscono, cadono in depressione e muoiono, come gli orisha della religione yoruba quando non gli tributi i sacrifici richiesti.

Come la mettiamo, adesso? Che facciamo? Mah. Un tempo c’era, la procedura seguendo la quale le parole sacre – amore, patria, stirpe, eccetera – restavano sacre ma non irradiavano un’aura radioattiva, mefitica, agghiacciante; in cui insomma si sapeva “gestire”, come ti piace dire, o addomesticare, come preferisco dire io, le sacre profondità dell’anima umana. La procedura si chiamava “civiltà”, e si usava, un tempo, contrapporle la parola “civilizzazione”. Con la parola “civilizzazione” si intendeva tutta la complessa, necessaria, benemerita macchina sociale, dallo Stato alle dighe alle fabbriche alle fogne: tutto quel che si occupa della vita esteriore dell’uomo. Con “civiltà” si intendeva il resto: quel che si prende cura della vita interiore dell’uomo, dalle cime angeliche alle profondità ctonie. La civiltà, ahimè, non c’è (quasi?) più. Ne restano in vita, o in animazione sospesa, gli innumerevoli, meravigliosi monumenti[12]. La fiamma ne è spenta, o è così fioca e impercettibile da sembrarlo. Immensa, torreggiante, la civilizzazione, la “gabbia d’acciaio” weberiana pare invincibile; e in un certo senso lo è, certo che lo è. Ma l’anima e il cuore dell’uomo, anche quando dormono, restano quelli che sono sempre stati. Nelle loro profondità, ci sono miniere d’oro di bontà e fermezza, e abissi di malvagità e violenza. Chi, ormai, sa scendervi e recarvi la luce  “come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte” [13] ?

Io no, e tu neanche, caro lettore progressista. Se ti azzardi a mettere piede sulle vertiginose scalinate, incise da Gustave Doré, che conducono nelle profondità ctonie dell’anima umana, e per illuminarti la via ti munisci della lampadina “antifascismo”, alimentandola con le batterie “diritti, accoglienza, eguaglianza”, temo che presto, molto presto resterai al buio, inciamperai e ti romperai l’osso del collo.

Temo che questo sia un momento solenne e terribile, caro lettore. Temo che l’endiadi dell’omicidio orribile della ragazzina sbandata, e la vendetta atroce e ridicola del giovane balordo, siano il segnale che si è mosso l’Acheronte. Ricordi L’interpretazione dei sogni di Freud, che hai comprato insieme a “la Repubblica” tanti anni fa? Ricordi l’exergo? “Si flectere nequeo Superos / Acheronta movebo”. Se non riesco a piegare gli Dei celesti, muoverò l’Acheronte: che è il fiume infernale. Questi due orribili fatti di sangue, caro lettore, temo proprio siano due schizzi dell’acqua d’Acheronte, che hanno bagnato la piccola città italiana di Macerata. Che Dio, il Dio “che vuole misericordia e non sacrifici” ci aiuti tutti, anche se non ce lo meritiamo.

[1] https://www.laleggepertutti.it/122839_porto-darmi-tipologie-previste-e-requisiti

[2] http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/05/news/macerata_11_i_migranti_presi_di_mira_da_traini-188082521/

[3] https://www.amazon.it/dahomey-schiavi-Analisi-uneconomia-arcaica/dp/8806593919

[4] L’episodio chiave che marca la differenza tra le religioni abramitiche e le altre è il sacrificio di Isacco. Dio ingiunge ad Abramo di sacrificare l’unico figlio Isacco. Abramo è sconvolto dal dolore, ma nient’affatto sconvolto dalla richiesta in sé e per sé: non trova insensato che il suo Dio gli chieda un sacrificio umano, perché per lui e per tutti i suoi contemporanei è scontato e normale che agli Dei si debbano sacrifici: e il sacrificio più pregiato è, naturalmente, il sacrificio umano. Tra i sacrifici umani, il più elevato è il sacrificio del figlio primogenito, il possesso più prezioso del sacrificante. Ma quando Abramo è sul punto di affondare il coltello nella vittima sacrificale, l’Angelo di Dio gli ferma la mano e gli dice: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio» (Gen. 22,13). Ricordo di passaggio l’opera di René Girard, recentemente scomparso, tutta incentrata intorno al tema del sacrificio umano e del suo disvelamento nel cristianesimo.

[5] V. J. Omosade Awolalu, Yoruba Sacrificial Practice, “Journal of Religion in Africa” Vol. 5, Fasc. 2 (1973), pp. 81-93 http://www.jstor.org/stable/1594756

[6] Karin Barber, How man makes God in West Africa: Yoruba attitudes towards the Orisa, International African Institute 1981 https://www.cambridge.org/core/journals/africa/article/how-man-makes-god-in-west-africa-yoruba-attitudes-towards-the-orisa/AB2C604A49D9A4D1712082F22E2C52BA

 

[7] V. Yoruba Sacrificial Practice, cit.

[8] Patrick Egdobor Igbinova, Ritual Murders in Nigeria, 1 april 1988, in “Internation Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology” http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0306624X8803200105

[9] Qui un’intelligente recensione di: Wole Soyinka, The Bacchae of Euripides: A Communion Rite https://www.jstor.org/stable/41153657

[10] Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230

 

[11] Charles Baudelaire, “Au lecteur”, in Les fleurs du mal, 1861. Qui testo originale e traduzione italiana con una analisi ben scritta. Invito a leggere o rileggere perché molto a proposito: http://charlesbaudelaireifioridelmale.blogspot.it/2011/04/au-lecteur-al-lettore-poesiaprologo.html

[12] Eccone uno, che fa bene al cuore più straziato, e lo placa: https://youtu.be/Z5WUO7hsgCA

[13] Purg. 22, 67-69

Ius soli 3: come funziona la propaganda, di Roberto Buffagni

IUS SOLI, DI ROBERTO BUFFAGNI

http://italiaeilmondo.com/2017/12/30/ius-soli-2-di-roberto-buffagni/

Per concludere la serie sullo ius soli, una nota sullo schema di funzionamento della propaganda, il “frame”, come lo chiamano i tecnici dei media.

Per cominciare, vi presento il “Triangolo drammatico di Karpman”[1]. Stephen Karpman è un rispettato e mite psicologo, allievo di Eric Berne, fondatore dell’analisi transazionale. Nel 1968, da giovanissimo, ha inventato lo schema di relazione a cui ha dato il nome di “triangolo drammatico” perché è un appassionato di teatro e di cinema e un attore dilettante. Il “triangolo drammatico di Karpman” è ben noto nell’ambiente dello spettacolo internazionale, e viene spesso usato da insegnanti di recitazione, sceneggiatori, registi, drammaturghi, com’è naturale specie di scuola statunitense, ma non solo; perché in effetti è molto utile per strutturare e analizzare alcuni rapporti drammatici (io ne sono venuto a conoscenza così, per informazione professionale).

Per questo lavoro, nel 1972 Karpman ha ricevuto l’Eric Berne Memorial Award. Il nome di “triangolo drammatico” descrive correttamente il modello, perché il dramma è sempre una rappresentazione di conflitti (anche interiori) tra persone, ma siccome quest’ultimo fatto non è universalmente noto, vale la pena di segnalare che un altro nome può descrivere con esattezza il modello ideato da Karpman: “triangolo conflittuale”.

Il conflitto descritto dal triangolo di Karpman è un conflitto DISTRUTTIVO e IRRAZIONALE che può aver luogo in mille circostanze della vita: tra amanti o coniugi, tra datore di lavoro e dipendenti, tra genitori e figli, etc. L’utilità del triangolo di Karpman nella terapia psicologica è duplice: da un canto, il modello è un ausilio per l’analisi strutturale (definizione dei ruoli assunti dai membri del gruppo in esame), dall’altro per l’analisi transazionale (descrizione del passaggio da un ruolo all’altro dei  membri del gruppo nel quale si è acceso il conflitto). Qualche esempio di conflitto triangolare distruttivo e irrazionale tratti dal sito ufficiale dedicato al triangolo di Karpman:  1) Triangolo (coniugi)  “Non ho mai guardato un altro uomo”/”Sono andato a letto con tua sorella ma non significava niente” 2) Triangolo (famigliare) “Sono geloso perché tu sei il preferito e io no” 3) Triangolo (dipendenze): “Smetto quando voglio”. Eccetera, eccetera.

Questa non è una trattazione psicologica, e io non sono uno psicologo, quindi mi limito a riferire quanto segue, che il lettore potrà approfondire leggendo il sito ufficiale del triangolo di Karpman. Il conflitto descritto dal triangolo drammatico di Karpman è un conflitto distruttivo e irrazionale, in cui tutti i partecipanti perdono, ripeto: TUTTI PERDONO. L’unico modo per indirizzare le persone coinvolte nel conflitto triangolare verso un risultato più positivo (magari non ideale, ma non distruttivo) è farle uscire dal triangolo, ripeto: FARLE USCIRE DAL TRIANGOLO. Finché ci si rimane dentro, il risultato è distruttivo per tutti, ripeto TUTTI. Il terapeuta che si avvale del modello descritto dal triangolo di Karpman si propone esattamente questo scopo: sciogliere la relazione triangolare.

Com’è fatto, il triangolo drammatico di Karpman? Immaginate un triangolo rovesciato, con il culmine in basso. Al vertice inferiore si situa il ruolo di VITTIMA, sugli altri due vertici si situano i ruoli di PERSECUTORE e SALVATORE. Il ruolo di VITTIMA è il ruolo dominante, perché è in relazione alla vittima che si creano e si posizionano gli altri due ruoli di salvatore e persecutore.

Com’è la VITTIMA? La vittima è sempre indifesa e incolpevole. Nega di avere la minima responsabilità per la situazione in cui si trova, nega di avere la benché minima possibilità di uscire dalla sua condizione di vittima. Non fa mai la sua parte di lavoro, compiti, doveri. Esige di essere trattata con i guanti, è altamente suscettibile e permalosa, si dichiara (finge di essere) impotente e incompetente.

Com’è il SALVATORE? Il salvatore si affanna per portare soccorsi immediati alla vittima (gli dà il pesce, non la canna da pesca), e così affannandosi trascura le sue proprie necessità. Lavora sempre sodo “per aiutare gli altri”. E’ spesso irritabile, esausto; a volte accusa malanni fisici. In lui si osserva spesso parecchia rabbia repressa, adotta volentieri atteggiamenti da martire (martire che soffre in silenzio o che protesta a gran voce). Per ottenere i suoi scopi e avere ragione nelle discussioni il suo metodo privilegiato è: far leva sul senso di colpa.

Com’è il PERSECUTORE? Il persecutore incolpa la vittima e critica il salvatore che “gliele dà tutte vinte”, ma non fornisce indicazioni, guida, assistenza o soluzioni. E’ uno sgradevole criticone, bravissimo a dar la colpa agli altri e a trovare, negli altri, mancanze e difetti. Spesso, dentro di sé, il persecutore si sente inadeguato, non all’altezza della situazione. E’ rigido, controllante, fanatico dell’ordine, facile alla minaccia. Può adottare tanto uno stile pacato quanto il suo contrario. Può essere un prepotente, ma non è detto, può benissimo non esserlo.

Sintesi: la VITTIMA è dipendente (come si dice di un drogato) da un salvatore, il SALVATORE sempre alla ricerca di un caso disperato, il PERSECUTORE ha bisogno di un capro espiatorio. Nel corso del gioco triangolare, i giocatori possono cambiare ruolo: per esempio, un salvatore sottoposto a una pressione troppo forte può scivolare nel ruolo di vittima, o di contro-persecutore.

Il conflitto descritto dal triangolo drammatico di Karpman è irrazionale e distruttivo perché la sua configurazione attiva un CONFLITTO MIMETICO, cioè un conflitto speculare, tra salvatore e persecutore. Speculare significa speculare, cioè identico, nella dinamica, a quel che avviene nella boxe con l’ombra: quando il pugile porta il sinistro, il suo riflesso risponde con il destro, e viceversa, in una fuga all’infinito che ha senso nell’allenamento dei pugili, ma che fuori da una palestra di boxe non ha né scopo, né senso, né termine. Nella fuga all’infinito del conflitto mimetico, i confliggenti perdono molto rapidamente di vista l’oggetto reale del conflitto, e a maggior ragione le possibili vie d’uscita dalla situazione conflittuale.

L’unico modo di sfuggire alla distruttiva irrazionalità del conflitto triangolare è: comportarsi da adulto, e SMETTERE DI GIOCARE.

E con questo direi che la presentazione del triangolo drammatico di Karpman è conclusa. Ringraziamo il dr. Karpman, un benefattore dell’umanità nevrotica e un valido studioso che non porta la minima responsabilità per gli usi, ahimè nient’affatto benefici, ai quali è stato piegato il suo modello.

Perché come il lettore avrà già intuito, non solo gli psicoterapeuti o l’ambiente dello spettacolo hanno notato e apprezzato l’intelligente modello proposto dal dr. Karpman. Il triangolo drammatico ha infatti suscitato vasti ed entusiastici apprezzamenti anche tra i professionisti della guerra psicologica, o per dirla all’anglosassone, delle psyops (tra i quali psichiatri, psicologi e psicoanalisti sono legione).

Come lavora il professionista della guerra psicologica, quando vuole influenzare un conflitto (reale)? Anzitutto, adotta il principio della leva lunga. Per essere vantaggiosa, la forza applicata richiesta deve essere minore della forza resistente, e questo accade solo se il braccio-resistenza (quello su cui si applica la forza) è più corto del braccio-potenza (quello che solleva il peso). Terra terra: il professionista della guerra psicologica si serve di intermediari, che chiameremo “agenti di influenza”. Quanto più numerosi sono gli agenti di influenza, e quanto più lunga la catena di agenti che si diparte e distanzia dal tecnico della guerra psicologica, tanto più vantaggiosa sarà la leva, che riuscirà a sollevare un peso enorme con l’applicazione di una forza minima. Gli agenti di influenza possono essere consapevoli d’esser tali (qualcuno, di solito in posizione professionalmente elevata, lo è) ma possono anche essere del tutto inconsapevoli (e in maggior parte sono tali). Gli agenti di influenza inconsapevoli agiscono nella direzione voluta dal tecnico della guerra psicologica per un’infinità di motivi, ad es., per semplice subordinazione in una gerarchia professionale: il giornalista che scrive quel che gli ordina il direttore. O perché la loro cultura o ideologia condivide gli scopi apparenti del tecnico della guerra psicologica: il giornalista democratico che condivide l’obiettivo di rovesciare il malvagio dittatore fascista, senza riflettere che con la sua caduta il paese piomberà nel caos e nella guerra civile, e che i mandanti del tecnico della guerra psicologica vogliono rovesciare il dittatore per i loro interessi economici e/o politici, non per sconfiggere il fascismo o impiantare la democrazia e il regno del Bene.

Un altro principio che adotterà il tecnico della guerra psicologica è il principio del filo di ferro. Come si fa a spezzare un filo di ferro? Lo si torce in opposte direzioni. Dunque il tecnico della guerra psicologica, sempre impiegando il principio della leva lunga e degli agenti d’influenza, torcerà in opposte direzioni il fil di ferro da spezzare. Esempio: si vuole far cadere il dittatore fascista? Bene. Insieme alla campagna “abbasso il feroce dittatore, salviamo le vittime del genocidio, viva la democrazia!” si darà impulso a una campagna in senso esattamente opposto: “viva il feroce dittatore, la democrazia è una truffa ipocrita, se c’è un genocidio chi se ne frega, l’importante è la nostra digestione.”

A questo punto dell’illustrazione, dovrebbe esser chiaro ai lettori quale prezioso ausilio sia, per i tecnici della guerra psicologica, il triangolo drammatico di Karpman. Per applicare insieme il principio della leva lunga e del filo di ferro, il tecnico della guerra psicologica deve fare una cosa sola: piazzare nel ruolo di VITTIMA il personaggio adatto. I più adatti al ruolo di vittima, naturalmente, sono i bambini, che sono sul serio “indifesi e incolpevoli”. Seguono a ruota le ragazze (carine, con grandi occhioni da cerbiatta). Che poi la vittima sia realmente vittima di un’ingiustizia, di un sopruso, di una disgrazia oppure no, al tecnico della guerra psicologica non importa molto. Certo, meglio se lo è: si evita la seccatura delle smentite, comunque subito affogate nel rumore di fondo dei media; ma se non se ne trovano di vere, ci sono sempre le fasulle; e in certi casi, ad esempio quando si devono simulare attacchi con gas venefici mai avvenuti, è inevitabile ricorrere al falso: c’è un limite anche ai miracoli della psicologia.

Una volta piazzata la vittima adatta al vertice inferiore del Triangolo di Karpman, il tecnico della guerra psicologica può mettersi comodo in poltrona e osservare divertito, fumandosi una meritata sigaretta, l’automatica escalation del conflitto irrazionale e distruttivo. Perché immediatamente, senza alcun bisogno di suoi ulteriori interventi, si autocandideranno al ruolo e vi si posizioneranno sia i salvatori, sia i persecutori della vittima. I quali salvatori e persecutori ingaggeranno subito tra di loro la boxe con l’ombra del conflitto mimetico, alzeranno un enorme polverone di accuse reciproche e reciproca rivalità, e nel polverone forniranno – gratis – ai superiori del tecnico della guerra psicologica  un comodo riparo, all’ombra del quale perseguire i loro scopi, di solito distruttivi (per gli altri) ma tutt’altro che irrazionali, almeno nel senso della razionalità strumentale.

Nel ruolo di vittima si possono piazzare praticamente tutti i gruppi sociali: gli immigrati, gli autoctoni, gli omosessuali, gli eterosessuali, i poveri, i ricchi, gli orchi e i puffi. Naturale che per i candidati più improbabili ci voglia uno sforzo in più, ma se si lavora a regola d’arte il risultato è garantito. Basta un minimo appiglio: per esempio, una ricca e tosta dirigente di megabanca d’affari passerà facilmente per vittima “in quanto donna”, un politico cinico e feroce “in quanto nero/ebreo/omosessuale/molestato dai genitori”, eccetera.

Tutte le operazioni di guerra psicologica, anche le più innovative e sofisticate, hanno uno scopo semplice e antichissimo: dividere le forze dell’avversario, abbatterne il morale, disunire la sua catena di comando, destrutturare la sua coesione mentale e sociale, e fare l’esatto contrario nel proprio campo. Questi obiettivi li ha perseguiti anche Giulio Cesare per conquistare la Gallia. Unica differenza qualitativa tra oggi e ieri: oggi, nella condotta delle operazioni l’importanza relativa della guerra psicologica è molto maggiore di ieri, perché in presenza dell’armamento nucleare strategico le maggiori potenze non possono rischiare il conflitto diretto, e quindi privilegiano il conflitto indiretto, campo d’applicazione ideale della guerra psicologica. C’è poi la differenza quantitativa di un secolo e mezzo di scienze psicologiche applicate, di pubblicità, e di sistema dei media; ma non erano per niente stupidi o rozzi anche gli antichi, che anzi, quanto a propaganda, toccavano vertici di eccellenza qualitativa oggi ineguagliati: per esempio, il “De bello gallico” è – anche –una psyops diretta a manipolare il senatus populusque romanus.

Ma torniamo al triangolo drammatico di Karpman. I tecnici della guerra psicologica, gli addetti all’ingegneria sociale e alla manipolazione della percezione, che sono legione e di solito legione accademica, hanno preso questo come tanti altri ritrovati delle scienze psicologiche, antropologiche, sociologiche, cibernetiche, e li impiegano per influenzare i conflitti, soprattutto i conflitti cosiddetti “a bassa intensità”, ma non solo (N.B.: li influenzano per fare più guerra, non per fare più pace). Le “rivoluzioni colorate”, per esempio, si fanno così. Tu esamini quali sono le linee di faglia polemogene, e fai leva. La linea di faglia polemogena primordiale è la differenza. In un sistema, la pluralità di codici (codici = culture, etnie, religioni, lingue, ideologie, etc.) è sempre altamente polemogena. Da una soglia non esattamente prevedibile in poi, la pluralità di codici comincia a produrre il caos sistemico. Se tu influenzi i vari codici, e li disponi nel triangolo di Karpman, ottieni l’equivalente della faida, cioè una conflittualità che va oltre il suo oggetto, tendenzialmente infinita.

Direi che a questo punto, il lettore può tranquillamente disegnare da sé il triangolo drammatico di Karpman che si disegna intorno alla VITTIMA-MIGRANTE, assegnare nomi e cognomi tanto ai salvatori quanto ai persecutori, e se lo desidera anche agli agenti di influenza che dispiegano il conflitto distruttivo e irrazionale su grandissima scala (scala mondiale). Lo invito a ricordare che anche questa operazione di guerra psicologica agisce su un conflitto REALE, e su un REALE fenomeno, imponente e concretissimo: il presente fenomeno migratorio non è creato dal nulla da un megacomplotto di Soros + Lucifero, esiste per conto suo e per ragioni che si possono individuare con l’analisi razionale, storica, sociologica, economica, politica, etc.

Resta da dare un nome e un cognome ai mandanti dei tecnici della guerra psicologica che implementano l’operazione “Notte & Nebbia sulle Migrazioni”.

Qui, in assenza di informazioni privilegiate, vado per induzione e per pura ipotesi.

1) le dirigenze mondialiste hanno un progetto strategico molto chiaro: il reset, in vista della istituzione di un governo mondiale (non per domani, eh?). Importanti settori delle suddette dirigenze già individuano la capitale, Gerusalemme. Pregherei di non tirare in ballo il nazismo e il complotto demoplutogiudomassonico, perché lo scrive e lo dice apertamente Jacques Attali, uno che si è inventato l’attuale presidente della Repubblica francese, insomma non un marginale che sproloquia alla fermata della metro. Se non avete voglia di leggere i suoi libri usate internet e cercate le sue interviste dove dice esattamente questo, non mi invento niente.

2) per fare un reset di queste proporzioni utopiche o meglio distopiche bisogna eseguire una “demolizione controllata” (espressione usata dalle suddette direzioni mondialiste, cercate e troverete) delle attuali società occidentali.

3) per eseguire la “demolizione controllata” vanno bene sia la guerra civile su base etnico/religiosa in Europa, sia l’accoglienza tous azimuts degli immigrati in numero indefinito, sia un mix tra le due cose. Perché la metamorfosi demografica indotta dalla presenza su suolo europeo di grandi masse di immigrati con curva demografica molto più alta degli autoctoni non si limita a risultare nel pacifico aumento relativo di culle diversamente colorate rispetto alle culle bianche, ma è altamente polemogena (= provoca conflitti endemici ed enormi per le risorse, il potere politico, l’affermazione delle identità, e non si può “gestire” con metodi equi & solidali, si guardi Israele e i palestinesi e si vedrà che succede quando c’è un problemino di demografia relativa tra due popoli costretti a convivere).

4)per promuovere INSIEME guerra civile su base etnico-religiosa e accoglienza indiscriminata di numero indefinito di migranti bisogna fare anzitutto una cosa: dividere le popolazioni europee in due settori, una che dice “il nostro nemico è l’Islam” e l’altra che dice “dobbiamo accogliere tutti perché fuggono da guerra, fame, etc”.

5) Essendo entrambe posizioni totalmente irrazionali (è assurdo e autolesionista indicare come nemico principale una religione con 1 MLD e mezzo di seguaci che NON ha un centro direttivo politico unico, è assurdo e autolesionista farsi invadere da centinaia di milioni di stranieri) per impiantarle nelle teste degli europei bisogna manipolare le loro emozioni, e impedire che si attivino il buonsenso e la ragione.

6) E qui viene utile il triangolo drammatico di Karpman. Con una intelligente gestione dei media, i mondialisti piazzano gli immigrati nella posizione della “vittima”, e di conseguenza chi si oppone all’invasione si dispone nella posizione del “persecutore”, chi vuole salvare la vittima si dispone nella posizione del “salvatore”.

7) Però vittima, persecutore e salvatore NON sono categorie politiche, sociologiche o in genere razionali, sono categorie emotive o religiose. Così i “persecutori” si oppongono frontalmente ai “salvatori”, in uno schema a specchio tipico della rivalità mimetica (v. anche René Girard, già che ci siamo), e la rivalità mimetica tende SEMPRE a una escalation che perde rapidamente di vista l’oggetto del contendere (l’oggetto del contendere sarebbe, in teoria e secondo ragione, che politiche adottare nei confronti dell’immigrazione). L’escalation mimetica porta i persecutori a tifare per la guerra civile su base etnico-religiosa: “l’Islam è il nostro nemico”, il salvatore a tifare per l’invasione totale, la “metamorfosi demografica”, il multiculturalismo fino all’ultima molecola, il grand remplacement come pena del taglione delle colpe occidentali, etc.

8) Risultato: i persecutori e i salvatori abboccano all’amo dei mondialisti, e nessuna, ripeto NESSUNA politica ragionevole ed efficace nei riguardi dell’immigrazione viene MAI implementata.

9) (la politica razionale sull’immigrazione di massa dovrebbe assumere come premessa metodologica che l’immigrazione di massa e lo sradicamento di cui è sintomo e causa danneggia gravemente sia chi emigra sia chi riceve gli immigrati. Poi su tutto il resto si potrebbe e si dovrebbe discutere.)

Invece abbocchiamo. Per farci abboccare, i tecnici della guerra psicologica devono anzitutto impedire al buonsenso di funzionare, perché il buonsenso presenta alla mente di tutti alcune domande elementari, che non sono né una analisi storico-politica del problema migratorio, né tantomeno una base sufficiente per la sua soluzione; ma rappresentano il minimo indispensabile della presa di coscienza generale del problema, senza la quale analisi, per quanto acute, e proposte di soluzione, per quanto azzeccate, servono zero. Esempio:

Il problema immigrazione ha molte facce, ma la prima e più immediata è: quanti ce ne stanno? E’ una domanda rozza, ma è anche una domanda razionale. Come fai a evitare di dare una risposta? Dire che l’immigrazione è un fenomeno naturale inarrestabile come i monsoni per un po’ funziona, ma poi non funziona più, è troppo clamorosamente falso, e persino il fratello più scemo dello scemo qualche volta riesce a fare due + due.

Altra domanda rozza ma razionale: c’è disoccupazione, che gli facciamo fare a questi che vengono qui? La risposta “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare” per un po’ funziona, ma poi anche il fratello più scemo dello scemo si rende conto che gli italiani si rifiutano di fare alcuni lavori solo perché sono lavori di merda pagati una miseria, e si rifiutano solo finché materialmente lo possono (qualcun altro gli da una mano, hanno risparmi), ma quando saranno finiti i soldi faranno di tutto. E allora come si fa a non rispondere?

Altra domanda inevitabile: non c’è proprio nessun rapporto tra la presenza di immigrati mussulmani e gli attentati? Difficile rispondere di botto “no”. Come si fa a non rispondere?

Altra domanda inesorabile: “Questi accettano salari di fame perché ormai sono qui e non possono fare altro, non abbatteranno anche i salari nostri? Non ci sentiremo dire ‘o così o prendo un immigrato che c’è la fila?’ Come si fa a non rispondere?

Ulteriore domanda: “A chi conviene l’immigrazione? non converrà per caso a quelli che la sostengono, o perlomeno ai loro capi?” Come si fa a non rispondere?

Ecco come si fa a non rispondere, ragazzi: col triangolo drammatico dell’incolpevole dr. Stephen Karpman.

Buon anno a lui e a tutti, e chissà che nel 2018 non la smettiamo di abboccare.

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Karpman_drama_triangle . Non esiste una voce Wikipedia in italiano. Per chi non leggesse l’inglese, c’è una voce in francese. Il sito ufficiale del triangolo drammatico di Karpman è questo:  http://www.karpmandramatriangle.com/

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