MARE NOSTRUM_UNA CHIOSA A “UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA”_ GIUSEPPE GERMINARIO

Qui sotto il link di un articolo decisamente interessante, apparso sulla rivista Eurasia, riguardante una possibile ricollocazione geopolitica dell’Italia che consentirebbe una maggiore autonomia di azione senza necessariamente rimettere radicalmente in discussione l’attuale sistema di alleanze incentrate sulla Unione Europea e sulla NATO. Il fulcro dell’azione politica, in sostanza, dovrebbe volgersi verso il Mediterraneo e verso l’Africa nel vicinato prossimo e verso l’Asia, la Russia e la Cina in quello lontano. E’ indubbio che, pur all’interno dei pesanti vincoli di subordinazione ed alleanza, ci siano margini di agibilità che la nostra classe dirigente nemmeno sogna di utilizzare. L’esempio positivo della Turchia, per altro, mi pare fuorviante; come pure quello della Polonia, giacché l’Italia gode, a dispetto della presunta perifericità del paese, della stessa attenzione strategica da parte delle potenza dominante. La condizione di frammentarietà e debolezza politica ed istituzionale difficilmente consentirebbe di sostenere  una pressione analoga a quella subita dalla Turchia. E infatti appare propedeutico e decisivo l’orientamento politico strategico della classe dirigente dominante per intraprendere una qualsiasi strada di maggiore autonomia. La vicenda delle sanzioni alla Russia, tra i tanti, assume la veste di un vero e proprio paradigma. Non sono solo uno strumento offensivo contro la Federazione Russa, sono anche uno strumento di compattamento dell’alleanza atlantica; si stanno rivelando, sorprendentemente, nella loro opacità ed arbitrarietà di applicazione un modo particolarmente subdolo di ridefinire i rapporti interni all’alleanza stessa e di danneggiare i paesi diretti dalla classe dirigente più prona. La volontà di una classe dirigente è, però, solo una condizione, sia pure determinante. Il problema è innanzitutto come si forma e costruisce una classe dirigente alternativa, visto che quella attuale non pare offrire nessuna capacità di analisi e possibilità di redenzione. E tuttavia occorre prestare un occhio più attento alla condizione oggettiva del paese. Su questo l’articolo assume, a mio avviso, una postura un po’ troppo ottimistica sia pur nella cautela in esso suggerita rispetto a soluzioni-panacea quali quella dell’uscita dall’euro. Intanto, ancora una volta, l’estensore sembra fondare sulle capacità economiche e sulle potenzialità produttive la possibilità di redenzione dalla condizione di asservimento. Purtroppo numerosi eventi ed episodi attestano ormai quanto queste potenzialità siano piegate e conformate dalle esigenze politiche e rese praticabili da una credibilità e autorevolezza politica della classe dirigente purtroppo in via di esaurimento. Il paese, inoltre, sta erodendo drammaticamente piuttosto che acquisendo le capacità tecnologiche e produttive necessarie a dar corpo a queste politiche. Ma non solo quelle; anche dilapidando le stesse capacità e qualità professionali che non ostante tutto riesce ancora a formare. La classe dirigente sta perdendo progressivamente e consapevolmente il controllo e la capacità di indirizzo dei residui atout disponibili. Non è un caso che gli americani si siano concentrati nell’acquisizione dei settori strategici, anche quelli in apparenza meno significativi come la ceramica; non è un caso che francesi e tedeschi si siano concentrati sulla logistica, sul drenaggio del risparmio e sull’acquisizione di marchi, in particolare di quelli che potessero qualificarli con miglior lustro, sotto mentite spoglie, in Medio Oriente. Due esempi tra tutti, l’Edison e l’Italcementi, concesse anch’esse allegramente rispettivamente in mano francese e tedesca. Una gran parte dell’apparato produttivo, per altro, è costituito da componentistica legata ormai mani e piedi al prodotto finito della grande industria tedesca. La storia dello sviluppo industriale del paese è lì a rammentarci, per altro, che i momenti di maggior espansione e di sviluppo qualitativo dell’economia, in particolare dell’industria, a partire da metà ‘800, si sono ottenuti guardando a nord e ad ovest, il più delle volte obtorto collo. Emblematico ed illuminante a proposito il contenuto dell’acceso dibattito degli anni ’50, propedeutico al “miracolo economico”. La stessa impresa straordinaria di Mattei all’ENI, pur con tutti i margini di audacia ed autonomia che costui si è concesso e per i quali ha pagato drammaticamente dazio, consistevano sì in una apertura verso i paesi mediterranei, africani e mediorientali, che consentisse soprattutto l’approvvigionamento necessario alla compartecipazione, però, del paese al miracolo economico euroccidentale. Non a caso Mattei contrastò l’ostracismo dei settori più retrivi dell’industria italiana, anch’essi favorevoli ad una espansione verso il Mediterraneo, sostenne lo sviluppo dell’industria di base, specie energetica, siderurgica e chimica, antagonista a quelli e si alleò con la nascente industria meccanica, notoriamente direttamente legata ai centri americani. Nell’attuale condizione, uno spostamento del baricentro rischierebbe di asservire ulteriormente il paese al vero dominus dal secondo dopoguerra ad oggi, gli Stati Uniti. La condizione preliminare di una svolta è, diversamente, l’assunzione del controllo delle principali leve di governo e di indirizzo del paese; il patto europeo, negli attuali termini, inibisce questi sforzi secondo modalità ben più complesse della mera introduzione della moneta unica, l’euro e della imposizione delle norme di stabilità finanziaria, sui quali si incentra purtroppo la quasi esclusiva attenzione dei critici. Una rinegoziazione piuttosto che una rottura presupporrebbe l’esistenza di una classe dirigente ancora più determinata e capace e di un contesto ben diverso, quanto meno di una Unione Europea molto più ristretta e gestibile degli attuali ventisette aderenti. Una rideterminazione del “pivot” non può prescindere quindi da un lavorio sagace in grado di favorire il cambiamento degli equilibri politici in Francia e Germania, senza il quale rischiamo di trovarceli come avversari sempre più dichiarati, in una Europa sempre più frammentata e rissosa, ma sempre a supporto della potenza dominante. A maggior ragione le implicazioni sarebbero determinanti se il paese, motu proprio, dovesse allargare il raggio di azione a Cina e Russia. Buona lettura_Giuseppe Germinario

UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA

MORTE A SUEZ, di Antonio de Martini

MORTE A SUEZ

riportato da https://www.facebook.com/antonio.demartini.589/posts/1290081454470976

Sembra che, a parte la macabra contabilità, nessun media sia capace di capire come mai ci siano attacchi nel Sinai.

Non esistono rivendicazioni territoriali di indipendenza o rivendicazioni di altro genere.

La zona di El Arish – più precisamente a bir El Abed, il pozzo dello schiavo- è isolata e priva di petrolio o altri interessi strategici. Gli abitanti sono perlopiù nomadi e di origini differenti.

Eppure gli attacchi più ” cattivi” si concentrano lì e negli ultimi tre anni, sono caduti centinaia di militari egiziani, cosa non accaduta altrove. I banditi sono ben armati. Sono arrivato su ” fuori strada”; molto per dei normali nomadi.

L’attacco, lontano dal canale, a civili inermi e in preghiera nel giorno festivo ( venerdì è la loro domenica) mira a far allentare la sorveglianza al canale di Suez e far spargere i militari su un’area più vasta diminuendo così la capacità di protezione e sorveglianza della truppa su una via d’acqua che frutta all’Egitto oltre 5 miliardi di dollari annui di royalties. Per noi europei è vitale.

Da quando la Cina è diventata “il produttore del mondo” e ha avviato le sue merci verso l’Europa sulla via della seta acquatica, ( Aleppo, terminale terrestre è stato inibito per sei lunghi anni) lungo il tragitto si sono create ipoteche di ogni genere: pirati nel mare di Giava prima dello stretto di Singapore; pirati prima dello stretto di Bab El Mandeb all’entrata del mar Rosso; minacce paramilitari al canale di Suez che mirano a impedirne la manutenzione ( dragaggio a intervalli regolari per evitare che le sabbie intasino il percorso).

Se questa via, che ha restituito la centralità perduta nel seicento al Mediterraneo, dovesse chiudersi o divenire antieconomica, tornerebbero in auge incontrastati i porti del nord Europa: Amsterdam, Anversa, Rotterdam, Londra, Amburgo ( ricordate la lega anseatica?) che conoscerebbero una rinnovata prosperità .

La Grecia, che ha ceduto parte del porto del Pireo ai cinesi, è stata duramente colpita per bilanci truccati che tutti sapevano essere truccati col consenso della UE, perché fare “l’Europa senza la Grecia equivaleva a fare un fronte laico senza Pannella.” Questo dicevano all’epoca.

Un solo ostacolo sulla rotta verso il Mediterraneo è un caso. Due ostacoli fanno pensare. Tre, permettono di individuare un trend. Quattro danno la certezza di un piano.

Vogliono che il Mediterraneo torni a un ruolo secondario per consentire la continuità dello sviluppo transatlantico.

L’Unione mediterranea proposta è voluta da Sarkozy, con sede a Barcellona e responsabile italiano, è nata come sistema per imbrigliare ogni iniziativa in materia. A riprova, non hanno fatto assolutamente nulla in un decennio.

La tecnica è la stessa applicata all’ufficio per la promozione dell’Olio di Oliva installato a Madrid con a capo il fratello del ministro italiano Saccomanni, che di fatto è sempre stato gestito da olandesi a Bruxelles ( UNILEVER ha il 90% dei propri grassi di provenienza animale, balene incluse ed è la più grande multinazionale olandese) e credo che nessuno ne abbia sentito parlare.

Egemonizzano le situazioni con lungimiranza geopolitica approfittando della debolezza dei paesi mediterranei che si possono comprare assegnando loro la sede dell’ente preposto a fare gli interessi altrui, quattro posti di lavoro e due prebende.

Adesso vogliono insabbiare il canale di Suez che l’Egitto difende con le unghie e coi denti presidiandolo giorno e notte nonostante le ingenti perdite umane di cui nessuno parla.

Adesso hanno deciso di giocare la carta del massacro ( se succede in Irak se ne fregano tutti) per costringere il governo egiziano a disperdere le forze e allentare la sorveglianza sul canale in maniera da ostacolare i dragaggi.

E non sono stati i fratelli mussulmani.

SIRIA, il vaso di Pandora dalle tante sorprese_ conversazione con Antonio de Martini

Continua il viaggio in Medio Oriente. Antonio de Martini è la bussola che ci consente di orientarci in quel vero e proprio vaso di Pandora che sta diventando il Medio Oriente. Questa volta si parte dalla Siria, l’attuale epicentro di una competizione, grazie soprattutto ai Saud, dai tratti a volte medievali_ Giuseppe Germinario

La saga dei Saud_una conversazione con Antonio de Martini

L’Arabia Saudita sta vivendo da tempo una defatigante fase di successione all’interno della dinastia regnante. Il sistema di trasmissione del potere ha sino ad ora consegnato le leve di governo ad una paradossale gerontocrazia. L’ascesa di Selman sembra contraddire questa prassi e condurre all’epilogo la saga; con essa il perseguimento di alcuni capisaldi della politica estera e della politica interna sta trovando nuove ed inquietanti modalità operative, grazie anche agli sconvolgimenti in corso nella casa-madre americana_ Buon ascolto_ Germinario Giuseppe

https://www.youtube.com/watch?v=hyxQVMqEkG8&t=72s

LA CRISI LIBANESE SARA’ LA TOMBA DELLA DINASTIA SAUDITA? IN OGNI CASO E’ UN ALTRO SCHIAFFO AGLI USA. di Antonio de Martini

La saga dei Saud prosegue con continui colpi di scena. Prosegue l’avvincente e documentato resoconto di Antonio de Martini. Il velo di ironia e sarcasmo che pervade lo scritto non fa che accentuare la drammaticità degli eventi_Giuseppe Germinario https://corrieredellacollera.com/2017/11/13/la-crisi-libanese-sara-la-tomba-della-dinastia-saudita-in-ogni-caso-e-un-altro-schiaffo-agli-usa-di-antonio-de-martini/

Immaginatevi che il Primo ministro Paolo Gentiloni vada in America,  all’arrivo invece del benvenuto di prammatica si veda sequestrato il telefonino, venga catapultato davanti a una telecamera a leggere una lettera di dimissioni e a chi lo contattasse per sapere quando torna in Italia, risponda ” a Dio piacendo” e avrete la fotografia di quel che è accaduto tra Libano e Arabia Saudita in questi giorni.

La motivazione del perché avviene è più complessa e andrebbe spiegata con la psicoanalisi prima che con l’analisi politica. Proviamo a dipanare questa intricata matassa di lana di cammello.Procediamo in ordine cronologico distinguendo tra interno ed estero..

Da quando il nuovo principe ereditario ( MOHAMMED BEN SALMAN) ha ottenuto dal re suo padre,( SALMAN BEN ABDULAZIZ)  approfittando della sua infermità, i pieni poteri, la situazione interna ed estera saudita ha iniziato a muoversi con un moto progressivamente accelerato. Impossibile oggi  capire se verso i vertici del mondo o verso il baratro.

SUL PIANO INTERNO

, col solito pretesto della ” lotta alla corruzione” il nuovo aspirante re ha fatto uccidere due tra i figli di  predecessori del re suo padre che avevano la caratura per contendergli il trono ( il figlio di Abdallah e quello di Fahd; ha messo agli arresto nella sua residenza il cugino ministro dell’interno Mohammed Ben Nayaf suo predecessore nel ruolo, arrestato cinque altri cugini figli di re predecessori del padre  e dieci principi minori più undici ex ministri e le tre fortune più importanti del regno.

E’ di stanotte la notizia che avrebbe arrestato l’ex capo dei servizi segreti Bandar ” Busch” Sultan che fu l’iniziatore della guerra alla Siria,  amico intimo dell’ex Presidente USA George W. Bush ( di qui il suo nomignolo) ed è stato lunghi anni ambasciatore saudita a Washington. Per metterci un po di pepe nel minestrone , sua moglie è stata notata dalla commissione di inchiesta come generosa contribuente di un pio conterraneo il cui nome figura tra quelli dei caduti sauditi che hanno condotto l’attentato alle due torri del World Trade Center.

Mohammed Ben Salman , ormai l Crownprince , è figlio dell’attuale re Salman ben Abdulaziz ,ultimo dei sette fratelli di stessa madre ( Hassa , la preferita del fondatore della dinastia) che si sono trasmessi il trono, per via adelfica, dal 1945.                                                                                                                                                                                               Prima d’essere vittima dell’Alzeimer, Salman era reputato come il più rigido della famiglia reale e il solo che nel 1991 si oppose  – nel Consiglio di famiglia composto da 150 persone – alla concessione di basi militari USA sul territorio saudita, con la motivazione che una volta installati non se ne sarebbero più andati. E’ stato facile profeta. Essndo l’ultimo figlio di Abdelaziz,  otttantenne e malato, si pensò che non avrebbe creato problemi , anzi che avrebbe dato tempo per pensare alla successione e al passaggio generazionale.

Appena salito al trono invece, Salman ha nominato – come da attese-  Crownprince Mohammed Ben Nayaf che da quattro anni era succeduto al defunto suo padre nella conduzione del ministero dell’interno. Dopo qualche tempo, però, il re creò una nuova carica: vice principe ereditario, mettendoci suo figlio Mohammed Ben Salman ( ministro della Difesa e capo della polizia religiosa).

I due Mohammed, in perfetto accordo giubilarono Bandar Bush ( creando per un breve periodo una sorta di Consiglio per la sicurezza nazionale con dentro il figlio), misero da parte il principe Muqrin che aspirava a fare da ago della bilancia tra i due  e poi iniziarono il confronto culminato nella nomina a principe ereditario ( che ha unicamente funzioni di primo ministro dato che il re viene nominato dal Consiglio di famiglia) del trentaduenne  figlio prediletto  Mohammed  il quale non ha esitato a sbarazzarsi del più anziano cugino , accoppare i due principi-cugini  più quotati alla successione e terrorizzare i membri più anziani del clan arrestando in totale quindici principi di varia caratura, oggi ospiti del Royal Carlton Hotel  trasformato in una fastosa prigione e ” fully booked” . L’inchiesta sulla corruzione prosegue senza fretta. Sono ostaggi nella più genuina tradizione beduina. E’ stato proibito in tutto il regno, il decollo di jet privati.

Posto che il piano riesca e il Crownprince prevalga, gli resterà da sciogliere il nodo della modernizzazione ( es la patente alle donne) con il fatto che egli ( e il padre) rappresenta l’ala conservatrice wahabita e si è appoggiato alla polizia religiosa nella sua scalata….

SUL PIANO ESTERO

 Come ministro della Difesa , Mohammed Ben Salman avrebbe dovuto passare per il tramite del Ministero degli Esteri per guerreggiare nello Yemen, ma come figlio del re non si attardò in quisquilie e mosse all’attacco, creandosi così una buona rete di amicizie USA tra i fornitori di materiale bellico.

Per la prima volta nella storia della dinastia il ministro degli esteri fu scelto NON tra i membri della famiglia reale e questo fu un primo segnale che sarebbe stata una partita a due.

Come nemico fu scelta la tribù degli Houti confinanti con l’Arabia Saudita a sud . Il pretesto era che stavano diventando una spina nel fianco alleata con l’Iran.        Inaspettatamente, gli Houti – privi di aeronautica-  resistettero, contrattaccarono, occuparono la capitale Sanaa e il giovane principe ebbe il suo primo “scacco al regno”.  Ossessionato dalla onnipresenza iraniana , il saudita si lanciò sulla scia USA nelle vicende irachene  che hanno visto trionfare l’Irak ufficiale ormai in mano agli sciiti per decreto ( 2003)  del proconsole USA Bremer. I Curdi rientrarono nell’ordine e l’Arabia Saudita si trovò confinante con un Irak ricostruito e diventato potenza sciita invece che sunnita come era sempre stato. Potenzialmente soggetto a influenze iraniane.

Sempre in cerca di successi napoleonici che lo legittimassero agli occhi dei sudditi, specie dopo le prime pessime figure, Mohammed Ben Salman decise di egemonizzare il Consiglio del Golfo ( una sorta di UE degli Emirati) fino ad allora gestito assieme al Katar della famiglia Al Thani. La politica del Katar è sempre consistita nel far fluire i denari in tutte le direzioni e supplire alla dimensione minima del paese ( 300.000 abitanti) con partecipazioni e sponsorizzazioni sportive di caratura mondiale.

Invitato a rompere i contatti con l’Iran ,  Tamim al Thani ,  emiro del katar, finse di non sentire. La reazione smodata fu l’accusa ufficiale  di sostenere nascostamente  il terrorismo e la sanzione lampo fu l’embargo.

Gli americani, per mostrare equidistanza autorizzarono comunque una significativa vendita di armi all’emirato. La famiglia al Thani, approfittando che il padre dell’emiro, Ahmad ben Khalifa al Thani,   ( defenestrato su richiesta USA quando iniziarono a girare le voci sui finanziamenti al Daesch) utilizzò il padre installato negli USA, per una intervista televisiva bomba: nella sua veste di ex primo ministro, dichiarò davanti alle telecamere di aver in effetti finanziato il Daesch, e di averlo fatto suprecisa, insistente  richiesta del re Abdallahben Abdulaziz , predecessore dell’attuale, e d’intesa con il governo americano e la Turchia che si sono occupati della distribuzione dei finanziamenti, delle armi, e della selezione dei mercenari. Il gruppo era destinato a ” una partita di caccia alla volpe” siriana. A conclusione della intervista, il vecchio sceicco ha anche posto la pietra tombale al progetto, dichiarandolo fallito.

Come e dove colpire l’odiato Iran? Come recuperare prestigio alla corona? Sconfitto in Siria, scornato in Yemen e ridicolizzato a Doha, restava il Libano.

Mohammed Ben Salman, convoca il primo ministro libanese Saad Hariri ( figlio dell’ex premier, arricchitosi in Arabia Saudita e  saltato in aria nel 2009) e dopo una accoglienza fredda ( nessuno all’aeroporto ad accoglierlo) e quattro ore di anticamera l’indomani, gli ingiunge di muovere guerra all’Hezbollah. Sarebbe come chiedere alla Romania di muovere guerra alla Russia.

Giudiziosamente Saad Hariri gli deve aver risposto che ci ha già provato nel 2006, subendo una sconfitta netta – come sconfitto fu l’esercito israeliano che aveva sottovalutato il problema –  Oggi l’Hezbollah fa parte del governo, alle elezioni ottiene il 50% dei voti ed è armato fino ai denti con in più la campagna di Siria in cui ha acquisito esperienza  operativa di manovra anche a livello di brigata, cosa che l’esercito regolare non ha. Hezbollah è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche in USA, ma un movimento che ha dietro di se metà del paese, è un problema politico , non di ordine pubblico.

Altra reazione furente: Mohammed ingiunge a Saad di dimettersi da primo ministro e lo vuole sostituire col fratello maggiore Bahaa che, guarda caso è in Arabia anche lui.  Il Libano insorge in favore del suo giovanotto in pericolo, i dirigenti del partito di Hariri ( il 14 marzo) rifiutano di andare a Ryad a prestare giuramento di fedeltà a Bahaa come richiesto,  spiegando sprezzantemente che in Libano i dirigenti dei partiti li sceglie il partito in un congresso. Pietosa bugia che rivela la paura di non tornare a casa.

il presidente  della Repubblica, generale Aoun ( i cui volontari cristiani hanno combattuto assieme all’Hezbollah in Siria) si rivolge agli USA e alla Francia per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Il dipartimento di Stato USA rilascia una dichiarazione di solidarietà e rispetto per Hariri, mentre il presidente francese Macron va in Arabia Saudita a parlare col focoso giovanotto. Esce dichiarando di non essere d’accordo con la politica iraniana del Crownprince e di ritenere che Hariri è trattenuto. Gli americani cerchiobbottisti avventizi, dichiarano che studieranno delle sanzioni a Hezbollah e la Camera dei rappresentanti autorizza eventuali spese in questo senso.

Consapevoli della gravità del momento, Israele e Hezbollah hanno tenuto un profilo basso e insolitamente silenzioso. Il quotidiano Haartez commenta che l’Arabia Saudita vuole far fare a Israele ” il lavoro sporco”.  In sede di analisi, spiega che non vuole intralciare il processo in corso di accordo tra Hamas e Fatah al Cairo e abbisogna di almeno un anno per completare le sistemazioni difensive del Sinai.

Credo che il silenzioso Hezbollah stia cercando tra i familiari del Crownprince la persona adatta a sbarazzarci del matto, mentre Saad Hariri , rintracciato da un giornalista che voleva sapere quando sarebbe tornato in Patria,  avrebbe risposto ” tra giorni”. Inchallah.

Gli USA adesso non sanno che pesci pigliare. Se seguire il rampollo reale nella sua spericolata discesa e inimicarsi anche il Libano, oppure guardare alla dinastia giordana che potrebbe sostituire i sauditi ( wahabiti) nella custodia dei luoghi santi dell’Islam, visto che ormai i wahabiti vengono sempre più considerati come estranei all’Islam. E guidati da due matti. Sono quasi certo che prenderanno la decisione sbagliata.

LA PRIMAVERA ARABA IN ARABIA SAUDITA NON SBOCCERÀ IN QUESTO SECOLO, A MENO CHE…….. di Antonio de Martini

Tratto da https://corrieredellacollera.com/2012/09/28/la-primavera-araba-in-arabia-saudita-non-sboccera-in-questo-secolo-a-meno-che-di-antonio-de-martini/

L’altra domenica, il regno dell’Arabia Saudita ha festeggiato i suoi ottanta anni, felicemente regnante il sovrano Abdallah, di anni ottantanove.
Tutto sta in questi due numeri: un paese giovane e ricco guidato con mano di ferro da una congrega di geronti.
Tradizionalmente in tutte le feste, si usava celebrare alla maniera beduina, con la danza delle sciabole, ma l’usanza è stata proibita specie nelle sedi diplomatiche, nel timore di veder
“decollato “qualche ambasciatore, da un seguace di Ben Laden o uno sciita invelenito.

Lo stesso Re Abdallah, non ha ritenuto di festeggiare, ne di interrompere le sue vacanze all’estero.
La spiegazione ufficiale è che il regno è ancora in lutto per la morte del principe ereditario
Nayef- ottantenne – e forse più probabilmente perché l’attentato in cui si dice sia perito il principe Sultan ( se è vivo ha ottantasette anni…) potrebbe essere stato compiuto da un insospettabile (re Faisal cadde per le rivoltellate di un cugino) e si teme una spettacolare riedizione fino a che le circostanze non saranno chiarite e gli odi annegati nell’oro.

Il principe ereditario incaricato di gestire il paese – Salman – che non è detto sarà il successore reale visto che il re ha già seppellito due fratelli eredi designati ( Sultan e Nayef) e comunque potrebbe cambiare parere, dato che il re ha solo l’obbligo di consultare il consiglio di famiglia proponendo una rosa di tre nomi, ma la scelta finale è sempre sua.

Salman ( Salomone), dicevo, guida il paese con un rigore politico estremo e un lassismo economico alla Fiorito: 130 miliardi di dollari stanziati per ” buoni alloggio e assistenza ai disoccupati” , raddoppio degli stipendi degli statali, 37 miliardi di integrazione reddito per famiglie bisognose .
Ricordo che il paese non supera i venti milioni di abitanti.

Sul piano dei diritti politici o civili, galera garantita per ogni richiesta sia pur minima e minacce a esponenti della casta, se intoccabili.
Per la minoranza sciita – che abita nella zona petrolifera, si sta pensando a dar loro qualche posto di ambasciatore nel servizio diplomatico.
Le donne possono essere autorizzate dal marito alla guida di auto – all’estero e per la durata della validità del passaporto – una donna una , di taglia singolarmente forte, è stata inviata alle olimpiadi in rappresentanza di dieci milioni di altre rinchiuse in gabbie d’oro.
Agli alleati che consigliano riforme costituzionali, si risponde che i sistemi parlamentari sono ovunque in crisi e non assicurano il benessere di cui godono i cittadini ( quasi il 90% dei quali, impiegati statali, il resto principi o sciiti).

In politica estera,Dove sono pressati dagli sciiti in casa ( est Arabia) e fuori ( Irak, Yemen) stessa musica. Come proibiscono alle donne di guidare le auto, vorrebbero proibire ai siriani di pilotare aerei e questo è il regalo di compleanno che il vecchio re si aspetta dallo zio Sam.

Lo zio Sam, invece sta pensando che il susseguirsi di ottuagenari al trono , le spese pazze e il blocco di qualsiasi riforma stia diventando indifendibile in occidente.
La casa degli Hashemiti , invece, sistemata sul trono di Giordania nel 1928, potrebbe tornare a regnare sulla Mecca donde fu spodestata dai Saud e assicurare l’equilibrio politico voluto da Israele dato che su quattro re, tre ( AbdAllah, Hussein, AbdAllah II, ) hanno convissuto pacificamente per quanto possibile in oriente, con Israele e il dissidente ( Talal, padre di Hussein) fu chiuso in manicomio dalla famiglia senza clamore.
Come accadde al fratello di Gianni e Umberto Agnelli ( Giorgio) che voleva dare le sue azioni agli operai.

PS. AGGIORNAMENTI

1) ARABIA SAUDITA: L’AFFARE SI INGROSSA.
UCCISO UN ALTRO FIGLIO DI RE.ABDUL AZIZ BIN FAHAD, 44 ANNI , UCCISO MENTRE RESISTEVA ALL’ARRESTO.

Mi pare ormai chiara la situazione. Il giovane trentaduenne Ben Salman potrebbe aver deciso di eliminare in un modo o nell’altro chiunque minacciasse il potere suo o del padre.
E’ possibile che volessero eliminare entrambi ( un re con l’Alzeimer non è l’ideale) e lui ha detto al padre che sapeva come reagire.
La dinastia dei saud è in crisi e deve scegliere tra farsi dominare da un esagitato e un demente oppure scomparire dalla storia araba per la terza volta.
Più tardi vedo di trovare il mio , solito , vecchio post : Resisterà l’Arabia Saudita al 2014?”.
Intanto andate a fare il pieno alla macchina.

 

 

Breve consuntivo sulla Siria, di Antonio de Martini

Mi pare una sintesi efficace ed una valutazione attendibile di quanto sta accadendo attualmente in Siria ad opera di un personaggio che ha conosciuto e vissuto come pochi la Siria  _ Giuseppe Germinario

SIRIA: ASSAD MOSTRA DI NON CADERE NELLA TRAPPOLA DEL ” FRONTE SUD” E SI RIPRESENTA ALLA FRONTIERA LIBANESE PER RIAPRIRE IL CONTENZIOSO CON GLI ISRAELIANI. di Antonio de Martini

SIRIA: ASSAD MOSTRA DI NON CADERE NELLA TRAPPOLA DEL ” FRONTE SUD” E SI RIPRESENTA ALLA FRONTIERA LIBANESE PER RIAPRIRE IL CONTENZIOSO CON GLI ISRAELIANI. di Antonio de Martini

Sbarcando in Israele per una visita ufficiale predisposta da tempo, il ministro della Difesa russo  Sergei Shoygu si è trovato di fronte a uno dei rompicapo classici del Vicino Oriente: pensava di fare un incontro in atmosfera serena sfuggendo all’inverno di Mosca per qualche giorno e la patata bollente gli è caduta in mano all’improvviso, rivoluzionando l’agenda dell’incontro che peraltro  conferma il nuovo ruolo di arbitro della Russia nel contenzioso mediorientale, accettato anche da Israele.Due giorni fa un aereo di Tsahal è stato attaccato nei cieli del Libano da un sistema missilistico AS 200 in dotazione alla contraerea siriana e l’aeronautica, israeliana ha risposto con sospetta immediatezza attaccando la centrale radar che aveva diretto il tiro dal territorio siriano, distruggendola.

E’ necessaria una premessa mnemonica, necessariamente lunga, ai lettori: il Libano, piccolo e disarmato, è da sempre oggetto di contesa tra i suoi due potenti vicini. Entrambi considerano i cieli libanesi  zona propria sorvolandoli a piacimento, ma dall’inizio della guerra nel 2011 Israele non era più stato contrastato nelle sue scorrerie sul cielo di Beirut.

Assad, preso da altre più pressanti preoccupazioni e ansioso di non accumulare nemici, ha per sei anni ” sorvolato” sulle circa cento incursioni compiute dagli israeliani con due diverse motivazioni: impedire il trasferimento di ” armi strategiche a Hezbollah” e reagire a colpi perduti che colpivano il territorio israeliano senza troppo badare a chi era il mittente.

Ora che la situazione si era andata calmando si è constatato che almeno una delle due motivazioni era artefatta e – poiché le incursioni dell’aeronautica di Tsahal avevano sempre come obbiettivo installazioni militari governative – gli “insurgents” operanti ai confini israeliani avevano preso l’abitudine di sparare qualche colpo di mortaio  ( curando che non colpisse nessuno) sul territorio occupato da Israele, in maniera da ottenere di fatto un appoggio aereo “a richiesta” sotto forma di legittima rappresaglia.

L’intervento dell’aeronautica russa pose fine a questa ambigua forma di sostegno aereo ai ribelli.

Dato che le FFAA di Israele già assistevano i feriti ribelli più gravi  , fino a prelevarli con elicotteri per ricoverarli ed operarli, questo secondo “coordinamento” colp- di-mortaio-senza-danni-intervento-aereo-anti-esercito-siriano, è diventato un ulteriore elemento di accusa di ingerenza israeliana nel conflitto.

Con l’affievolirsi delle prospettive di vittoria dei mercenari ribelli, gli israelo-americani hanno precauzionalmente cessato ogni azione proveniente dalla Giordania e più in generale nelle zone prospicienti il confine israeliano.  Per evitare ogni minimo  rischio,  hanno cessato di pagare e rifornire le truppe in tutta l’area e creato una newsletter finta filo governativa mirante a suggerire la strategia desiderata  ” southfront” che osanna ogni piccolo progresso delle truppe lealiste nell’area di Deir el Zohr. In occidente il bollettino  ha trovato adepti, ma non nel Levante. Oltretutto la terminologia usata dagli arabi non è quella e i filmati e le cartine particolareggiate non fanno parte dell’arsenale siriano.

L’attacco missilistico dei siriani  all’aereo militare  israeliano che solcava i cieli del Libano ha il significato che Assad considera la guerra sul proprio territorio liquidata, che non ha abdicato al ruolo di protettore del Libano e che non abboccherà al giochino di contrastare i curdi che hanno occupato Rakka ” la capitale del Califfo”. Ai curdi ci pensano le truppe irachene che hanno occupato Kirkuk e costretto a un armistizio i seguaci di Barzani che si sono impegnati a rientrare nei confini del 2003 ossia all’inizio dell’avventura di Bush il piccolo, mentre i curdi di Rakka saranno presto impegnati dai turchi che hanno gia annunziato ufficialmente di aver installato “posti di osservazione ” nella zona di Idlib, ossia in territorio siriano ( zona di Aleppo, per intenderci). Nessuna protesta di sovranità violata da parte della Siria.

Gli israeliani, dal canto loro, hanno preferito mettere alla prova le intenzioni siriane proprio mentre arrivava  Sergei Shoygu, responsabile dei rifornimenti di nuove armi alla Siria, per poter disporre di un mediatore autorevole in caso di aggravamento della crisi nascente dal test libanese.

Si torna alla casella di partenza in questo gioco di scacchi in cui tutti sembrano conoscere le regole ad eccezione degli americani che sono riusciti in una nuova performance: hanno unificato turchi, siriani e iracheni contro i curdi.

Dopo l’Operazione ” Pace in Galilea” del 1982 in cui si volle costringere alla pace con Israele  il Libano togliendogli anche un pezzo di territorio ( e che ha dato vita a Hezbollah), assistiamo agli ultimi fuochi della “Operazione Assad” che mirava ad eliminare la Siria come avversario di Israele e che ha trasformato un oculista nel protagonista principale  della politica araba e del Levante.

CASA NOSTRA O COSA LORO? I MEDIA CONTINUANO A OMETTERE NOTIZIE DI RILIEVO, di Antonio De Martini (pubblicato su facebook)

 

Durante la visita del re saudita Salman ben Abdulaziz a Mosca, i corrispondenti italiani ci hanno detto che hanno parlato di petrolio.
Può darsi benissimo.

La SAMI (Saudi Arabian Military Industries) ha pubblicato un comunicato informando che sono stati sottoscritti una serie di MOU ( memorandum of understanding) – d’ordine del figlio del re, il crownprince Mohammed ben Salman – con la
Rosoboronexport, per la fornitura del sistema antiaereo A400 famoso ormai in tutto il vicino oriente per la sua inesorabile efficacia.

Altre forniture coinvolte,i missili anticarro Kornet -EM, i LRM TOS-1A e dei lanciabmbe ags30 con le granate relative, un numero imprecisato di Kalashnikov col relativo munizionamento è peggio di tutto, uno dei MOU riguarda l’impianto in Arabia Saudita di fabbriche, con particolare riguardo ai sistemi AS400.

Questo passo gravido di conseguenze, indica che la Russia è in Arabia per restarci; che il principe saudita vuole mostrare indipendenza rispetto all’alleato americano che continua a rifornire anche il rivale Katar ad onta delle sanzioni decise dai sauditi.
E soprattutto che la lobby delle armi ha perso l’esclusiva di un cliente che solo lo scorso anno ha piazzato ordini per 80 miliardi di dollari.

L’ AS 400 che era la garanzia di inattaccabilità dell’Iran potrebbe essere una garanzia a breve scadenza e quindi è bene che non disobbedisca a Mosca; che gli Emirati ( alleati dei sauditi nella vicenda Katar) mostrano interesse per i caccia S35 russi che surclassano nettamente i 24 Rafale francesi comprati dal Katar e che il cugino del crownprince , oggi agli arresti a casa, potrebbe a breve tornare in auge tra gli yankees visto che il giovane Mohammed non si limita a fare il galletto con gli yemeniti, ma alza la cresta anche con gli USA.

Siamo in un’altra vigilia di crisi e i nostri media ci tengono all’oscuro.

Forse vogliono scongiurare l’accaparramento delle scatole di sardine da parte delle nostre massaie.

Le attuali forze in campo in Siria, di Antonio De Martini (tratto da facebook)

Incoraggiato dall’interesse degli amici a capire cosa accade nel Levante e nei paesi appartenenti alla LEGA ARABA da cui dipende la nostra serenità e sicurezza e prosperità , offro una serie di dati da tenere a mente per capire chi fa succedere cosa.
LE COMPONENTI MILITARI DEL CONFLITTO SIRIANO.

Esercito Siriano: forte, prima della guerra, di circa 280.000 uomini ( oggi 140/50.000) e minacciato di implosione della componente sunnita ( maggioritaria al 70%), ha impostato la sua strategia sul controllo della popolazione ( oggi è al 56%)anziché del territorio ( oggi al 40%), si è arroccato sulle grandi città, abbandonando da subito l’area meno densamente popolata del paese e la zona di frontiera con la Turchia abitata da Kurdi ai quali ha favorito l’accesso agli arsenali militari, nella certezza che avrebbero aiutato i compatrioti del PKK in guerra contro la Turchia piuttosto che rivendicare improbabili libertà democratiche di cui nessuno in Oriente sente il bisogno.

Nei villaggi, ha creato una milizia popolare di autodifesa liberandosi della maggior parte dei sunniti ( 90.000 uomini) posti a difesa delle proprie case.

Ha subito due sconfitte sul terreno, la prima – all’inizio – con l’occupazione dI UN sobborgo di Aleppo e la seconda , recentissima, con l’occupazione di IDLIB e provincia come conseguenza della caduta di Jisr el Shoughrour.

Proprio questa sconfitta di sorpresa ha deciso la Russia a un intervento aereo che ha devastato la zona di frontiera turca del sangiaccato di Alessandretta da dove i ribelli ricevevano denari, appoggi e rifornimenti.

Qualche aereo e qualche bomba sono finiti fuori bersaglio e oltrefrontiera eliminando ogni speranza di rincalzi alla truppa addestrata dalla CIA.

L’intervento russo, preceduto da numerosi avvertimenti di “non voler colpire per errore” nessuno e di sollecitare “incontri a livello tecnico” volti ad evitare incidenti, hanno sortito un primo effetto politico importante.

Netanyahu si è precipitato a Mosca ed ha concluso un accordo preciso circa i limiti di intervento israeliano in territorio siriano: il Golan e la zona di Kuneitra.

Nessun altro attacco sarà fatto da Tsahal contro la Siria per non rischiare uno scontro diretto con i russi e problemi interni vista la popolosa immigrazione ex sovietica – 400.000 persone-, molte delle quali non ebrea. In cinque anni il capo dell’aeronautica Amir Eshel, aveva ammesso oltre cento raid contro obiettivi siriani con scuse varie.

Il secondo paese “democratico” che si è precipitato in zona neutrale è stato la Giordania che prima permetteva la selezione e l’addestramento dei volontari reclutati dalla CIA sul suo territorio. Ora che il fronte turco langue, non vuole diventare fronte principale al confine con Israele.

la cessazione del supporto governativo ha avuto come conseguenza il fallimento dell’offensiva ribelle nella zona frontaliera di Deraa dove il ” Fronte sud” non meglio specificato aveva iniziato una “grande offensiva”- contemporanea all’attacco a Idlib nel Nord- finita nel nulla.

Hezbollah: gruppo armato libanese rifornito dall’Iran e nato a seguito della operazione israeliana in Libano del 1982.
Trasformatosi in movimento politico ottiene circa il 50% dei voti alle elezioni. Ha inviato un corpo di spedizione di 6/8.000 uomini a supporto del governo siriano.

Attualmente ha occupato e presidia le alture del Kalamoun che potrebbero interdire le comunicazioni tra Damasco e il Libano. In questi giorni ha ricevuto mezzi corazzati dai russi ( T72 e T55) e quindi adesso dispone di mezzi blindati capaci di contrastare gli israeliani che considerano il principale avversario.

Pasdaran: guardiani della rivoluzione iraniani – circa 6/7.000 uomini. Non appartengono all’esercito iraniano, ma sono una specie di milizia. Operano in appoggio alle forze regolari siriane assieme a istruttori ed “esperti” delle FFAA iraniane.

Fronte AL NUSRA: pur non essendo nota la consistenza numerica, gli viene attribuito il maggior numero di ” volontari” stranieri ed autoctoni. E’ comandato da Abu Mohammed el Jolani ed è finanziato da Turchia. che mirava ad impossessarsi di Aleppo e Mosul.

Molti elementi salafiti hanno militato in questo gruppo, fino a che l’EI-Daesch non ha iniziato una feroce concorrenza di sterminio mirante a calamitare il maggior numero di elementi attratti dalla maggior decisione mostrata coi nemici. Presidiava Idlib e la parte circostante.

Ahrar Es-Sham ( liberi siriani in libera traduzione): gruppo armato e sostenuto dal tandem Turchia-Katar, volendo la Turchia conservare il totale controllo di Al Nusra, il primo gruppo che inaugurò le decapitazioni e supporta le mire territoriali di Erdoghan.

Jaish el Islam (esercito dell’Islam): Guidato da Zahran Allouche , non numeroso ma importante perché è il solo operante nei sobborghi di Damasco. Viene finanziato dai sauditi ( del Crownprince Mohammed ben Salman).

D’ora in poi l’esercito siriano ( e alleati) avranno l’appoggio aereo e questo ha provocato la desistenza di Israele e Giordania e sta riducendo a più miti consigli il bullismo USA e Turco che si sta sfogando in dichiarazioni scettiche circa la capacità di vincere dei russi o piagnistei NATO che avendo ritirato i missili Patriot dal territorio turco, non è in grado di essere credibile.Ansar el Islam ( cavalieri dell’Islam): ulteriore sigla appoggiata dai sauditi.

La consistenza di questi gruppi varia in funzione della disponibilità di mezzi finanziari, armi ed obbiettivi come ben descritto ne ” I sette pilastri della saggezza” del ten Col T. E. Lawrence. Ora, l’ultimo obbiettivo perseguibile dai ribelli è in pace onorevole.

Fronte Sud: unico gruppo non clericale. Operante nell’area di Deraa ed alla frontiera giordana. In esso militano numerosi elementi Drusi, provenienti dal Jabal Druso all’incrocio tra libano, Israele e Siria.

Kurdi: circa 15.000 ambosessi, i curdi operano nel loro territorio su una esile fascia a cavallo della frontiera tra Siria e Turchia ( più di 800 Km di lunghezza). Sono cagione di dissensi tra USA e Turchia che teme esfiltrazione di armi verso i curdi di Turchia che combattono da trenta anni per l’indipendenza.

Sono appoggiati da USA e Israele come i loro connazionali viventi nella zona irachena e iraniana. Godono della possibilità di coordinamento col PKK ( ex “partito comunista dei lavoratori” ai tempi dell’URSS), ma sono ferocemente avversati dalla Turchia ( vedi la battaglia di Kobane) , sia perché questa è in lotta da oltre trenta anni coi cugini chiamati ostinatamente ” turchi di montagna” , sia perché geograficamente intralciano le mire territoriali di Erdoghan verso i campi petroliferi di Mossul cui tutti aspirano.

Sauditi: Nessun soldato impegnato direttamente, ma i fondi sono quasi tutti loro. Sono i veri sconfitti della situazione, avendo perso la battaglia per il controllo dell’Irak, si trovano sotto scacco in Yemen ( contro gli Houtis) e in Siria . Dopo l’incidente ai pellegrini della Mecca ( con oltre mille morti di cui 430 iraniani tra morti e “dispersi” e centinaia di feriti) hanno perso la faccia per non essere stati in grado di proteggere gli ospiti-pellegrini dopo aver fatto persino ricorso ad una agenzia di sicurezza israelo-americana.

Per la mentalità araba e quella islamica, questo è il problema maggiore.

STATI UNITI: stando a quanto trapelato sui media americani, dal 2011 ad oggi, sono affluiti circa 30.000 combattenti stranieri e tutti sono stati reclutati e armati e addestrati e equipaggiati dal governo degli USA nelle sue varie forme ( Pentagono, CIA, DIA, POMED). Come avviene dal 1962 non sono stati impegnati direttamente militari USA se non come istruttori, consiglieri e advisors. Non hanno ancora imparato che non basta.

l’afflusso di questi “volontari” ( libici, Ceceni, Tunisini, Marocchini, Francesi , inglesi, turchi e sauditi) ha scatenato un’asta di ferocia mirante a mostrare maggior risolutezza e probabilità di vittoria per attirare gli aspiranti al martirio.

(Tre di questi Ceceni in licenza premio a Barcellona hanno ammazzato di botte un giovane italiano all’uscita da una discoteca la scorsa settimana.)

Gli equipaggiamenti sono americani ( camionette tutte nuove della Corea del sud, comprate dalla Concessionaria saudita della fabbrica…). La notorietà è assicurata dalla radio militare israeliana e dalla signora Rita Katz ( anch’essa israeliana/americana residente negli USA che ha ammesso di aver postato la maggior parte del Twitter dell’ISIS-Daesc- IS).

E’ stata per il Deasch quel che il sig Abdel Rahman, da Londra, è stato per i ribelli siriani verso i media occidentali: una fonte di cui non era lecito dubitare.

Hanno perso. Gli emigranti possono sposarsi per procura, ma le guerre , specie asimmetriche, vanno fatte in prima persona.
Perché nella guerra asimmetrica vince il più deciso e motivato, non il più forte.

LA MEDIAZIONE FRANCESE SULLA LIBIA AI LIMITI DELL’UMORISMO di Antonio de Martini

tratto da www.corrieredellacollera.com

Intrigante l’interesse suscitato dalle prime azioni pubbliche  del Presidente francese Emmanuel Macron che ha inizato il suo mandato con una serie di azioni di politica estera incontrando Trump. Putin e chiunque altro  fosse disposto a fare una gita a Parigi.

I francesi, più smaliziati di noi, lo hanno sanzionato togliendogli immediatamente dieci punti percentuali di popolarità nel solo primo mese di governo. Hanno capito di aver preso un granchio e lo hanno classificato come Hollande: un arrivista che li ha giocati grazie a una buona comunicazione.

Gli unici a prenderlo sul serio sono stati ” Il Corriere della Sera” e “il Messaggero” che cercano di darsi arie da esperti di politica estera assieme al giovane ambizioso francese che pare voler frequentare più Versailles che Parigi.

Si grida alla “marginalizzazione” dell’Italia nelle vicende libiche, si invocano interventi riparatori , ci si strappa le vesti.  La materia del contendere è presto detta: Macron, ha invitato i due pretendenti al dominio della Libia a Parigi per un fine settimana perché si parlino e magari facciano miracolosamente pace. Per dare una impronta internazionale si è invitato anche il rappresentante delle Nazioni Unite Ghassan Salamé. L’Ordine del giorno era aperto: vogliatevi bene e mostratelo alle telecamere.

Non era la prima volta che i due si incontrano. Era già accaduto a maggio in quel di Abu Dahbi,  senza risultati apparenti.

Il rappresentante del GUN ( Governo di unità nazionale) Fayez Serraj  – governo che siede a Tripoli  e gode del riconoscimento delle Nzioni Unite-  si è incontrato con il comandante dell’Armata Nazionale Libica  ( ANL Khalifa Haftar .

A solennizzare l’evento, la presenza di Ghassan Salamé, uomo politico franco-libanese che dal 2003 vaga tra le crisi mediorientali  come rappresentante del Segretario Generale dell’ONU, senza risultati apprezzabili.

A Parigi, rappresentava sopratutto “un successo della diplomazia francese” reduce dal fiasco di una mancata candidatura alla guida UNESCO . Insomma, un premio di consolazione vivente all’orgoglio francese.

Cosa chiede la Francia ( a nome dell’Europa , degli USA e del Mondo non escluso Putin?): quisquilie come la tenuta delle elezioni presidenziali ( Haftar vorrebbe  piuttosto una monarchia), le lezioni legislative ( che portino la pace tra Cirenaica e Tripolitania) e la ripresa della guerra contro l’ISIS.

La materia del contendere con l’Italia è che qualcuno voleva che fosse Roma la sede di questa riunione, mentre Yves Le Drian – ministro della Difesa con Hollande , sbarcato agli esteri con Macron, ha battuto sul tempo il nostro Angelino Alfano e ha fatto l’invito per primo.

Nei fatti, entrambi questi ministri ” des affaires etrangeres , etrangers aux affaires” mostrano di non aver chi.ara la situazione in loco.

Ormai la Libia è divisa in quattro parti e non più in due. Nell’interno, verso l’Africa,, le tribu e i clan beduini hanno ripreso la loro libertà di azione e si sono divisi il territorio in die macro areee.

la parte costiera, invece  è divisa tra Cirenaica ( governata da Haftar anche se esiste un parlamento regolarmente eletto e inefficace) e la Tripolitania ( governata da un sistema consociativo incoraggiato dalla ” comunità internazionale” e presieduto da Serraj che ormai non gode del rispetto nemmeno del suo autista).

Questo assetto si è ormai stabilizzato al punto che alcune entità statali del tempo si Gheddafi si sono organizzate e tendono all’autonomia:  A Misurata,” l’ente porto”, chiamiamolo così, ( Misurata fin dal tempo dei romani è sempre stata il porto commerciale più attivo) ha assunto una serie di iniziative semi sovrane compresa la costruzione dell’Ospedale che si affianca all’ospedale da campo italiano operante in loco. L’ospedale è gestito da una società americana e curerà malati e feriti di ambo le parti ( ISIS incluso ovviamente). Gli stipendi dei dipendenti statali ( dell’epoca di Gheddafi) operanti in entrambi i campi…..

In pratica , sulle cose essenziali, il paese si è riunificato per conto nelle questioni essenziali: Sanità e proventi del petrolio. Pensate che il petrolio viene estratto in Cirenaica, i fondi vengono versati in Tripolitania e gli stipendi vengono distribuiti ai dipendenti statali operanti in entrambe le regioni…

Intanto un paio di venduti allo straniero – entrambi ampiamente sputtanati –  giocano alla democrazia a Parigi tra la goduria dei Macron e l’invidia degli Alfano che sospira all’idea che avrebbe potuto ospitarli in Sicilia facendo un favore a un albergatore amico. Tutti voti persi.

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