ARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI, di Antonio de Martini

La vicenda della nave Diciotti si sta avvitando in un circolo vizioso. Intanto il crollo del ponte di Genova passa in secondo piano. Una via di uscita accettabile deve prevedere necessariamente le dimissioni del Comandante della Guardia Costiera Pettorino_Giuseppe Germinario

ARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI.

Detto ( più sotto) che se si vogliono impedire gli sbarchi, e le sbracate prese di posizione di qualche PM, basterebbe che un medico decretasse la quarantena ( issando bandiera gialla),

Bastò un certificato medico per dimettere Segni da Presidente della Repubblica, potrà bastare eziandio per fare un controllo medico a gruppi di ” naufraghi, denutriti e ammalati”

Va anche detto che la posizione del ministro Salvini si sta facendo sempre più macchiettistica perché sta subendo l’iniziativa degli avversari che lo provocano nella certezza di ottenere la reazione sperata.

E’ così che entrambi gli schieramenti raccolgono consensi nel loro ambito, fottendosene delle conseguenze che questa baruffa provoca all’immagine dell’Italia.

Si sta verificando una situazione di tipo trumpiano: non disponendo di un numero di persone competenti cui affidare incarichi politicamente significativi, gli attuali governanti sono costretti ad utilizzare dipendenti statali ancora obbedienti al passato regime e non sanno come cacciarli quando tralignano..

E’ successo nel dopoguerra alla DC con gli impiegati statali fascisti; ai PCI coi vecchi DC annidati nei ministeri; adesso al nuovo governo coi post comunisti immessi a legioni nei ranghi dello stato e delle organizzazioni internazionali.

A chi ha obbedito la Guardia Costiera ( che prima lamentava carenza di carburante) andando a incrociare nel mare libico? Quale ispirazione ha colto il PM che ” apre un fascicolo” per obbligare il governo a far sbarcare sul territorio della Repubblica stranieri privi di documenti e probabilmente malati?

Perché nessuno al Ministero dell’interno ha suggerito al ministro di imporre la quarantena o di impedire pattugliamenti fuori delle acque teritoriali?

Somo passati ormai tre mesi ( meno una settimana) da quando il governo è nato, ma non esiste ancora uno straccio di piano organico per respingere e/o accettare i migranti.
E’ paralisi a causa di diatribe tribali in uno stato che si vuole unitario.

I nuovi governanti non hanno ancora capito che esistono due modi di governare. Il vecchio modo è governare per atti amministrativi. Il nuovo è governare per progetti.

Qui stanno facendo governare i giornalisti.

IL RAZZISMO NASCE NEI RAPPORTI SOCIALI a cura di Luigi Longo

IL RAZZISMO NASCE NEI RAPPORTI SOCIALI

a cura di Luigi Longo

Propongo la lettura dello scritto di Luisa Muraro su “Con i problemi dell’accoglienza degli immigrati, crescono anche le accuse di razzismo” apparso sul sito www.libreriadelledonne.it il 6 luglio 2018.

E’ uno scritto del 2008. Lo ritengo interessante e ancora attuale, considerato anche quanto sta accadendo in questo periodo, soprattutto sulla lettura del razzismo come espressione dei rapporti sociali storicamente determinati.

Non condivido nella struttura dello scritto tre cose: 1) la dicotomia destra-sinistra è storicamente superata nella materialità delle cose e continuare ancora a riprodurla non aiuta a capire le trasformazioni della società; 2) la mancanza di una lettura dell’insieme della questione immigrazione, frutto della parcellizzazione del lavoro del pensiero, non aiuta a capire sia la mancanza di controllo dell’immigrazione, sia il ruolo dell’Italia al servizio dei sub-dominanti europei e predominanti USA, né tantomeno il conflitto tra potenze mondiali nella fase multicentrica ( Russia e Cina, per ora, per un mondo multipolare, gli USA per un dominio assoluto); 3) il pensiero politico delle donne deve essere orientato alla costruzione del loro essere soggetto sessuato di cambiamento reale della società costruendo una nuova sintesi di ordine sociale espressione prevalentemente dei due soggetti sessuati ( uomo e donna): la sinistra è irriformabile ed è serva dei peggiori agenti strategici dominanti, cioè quelli statunitensi in lento declino.

 

 

CON I PROBLEMI DELL’ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI, CRESCONO ANCHE LE ACCUSE DI RAZZISMO

di Luisa Muraro

 

Pubblichiamo la trascrizione, inedita, dell’introduzione all’incontro per discutere su questa situazione a Sondrio, Centro evangelico, dieci anni fa, 28 ottobre 2008

 

Affronterò l’argomento per una strada che potrebbe forse sorprendere: parlerò – ve lo dico in forma paradossale – in difesa di quelli che chiamano razzisti, di quelli che vengono accusati di essere razzisti. Questo è l’approccio, in contropelo, poi darò i miei argomenti. Vengo qui con materia – se buona o cattiva giudicherete voi – nuova, sono cose che non ho ancora mai esposto, scritto da nessuna parte, vengo ad esporle qui per la prima volta e a discuterne. Discutiamone insieme con franchezza, senza paura di urtarmi, perché a me interessa ascoltare anche chi non è d’accordo. Queste cose propongo di andare ad esporle sempre in contesti dove non ci sono i cosiddetti razzisti. Naturalmente questo va incontro alla preoccupazione di Katarina in una maniera forse non abituale ma vera: dobbiamo ricordarci che il cosiddetto razzismo è nella relazione, nasce nei rapporti tra gli esseri umani, non è mai una cosa di un solo lato. Io sono stata negli Stati Uniti d’America e ho avuto più di un incidente in cui ero investita da risposte del razzismo di rimando. Quella è una società in cui il razzismo si è installato nei rapporti e a me è capitato di essere vittima di attacchi razzisti che venivano da signore afroamericane: il razzismo lo avevano dentro, era nell’aria e lo attribuivano a chiunque avessero visto, l’hanno attribuito a me e quindi si sono difese in maniera razzista da me che assolutamente tale non ero e non sono. Allora il razzismo è un male dei rapporti sociali. Forse ci sarà anche qualcuno che lo è intimamente, che ha dentro di sé l’odio per chi è nero, per chi è ebreo… Ma prima che questa cosa capiti agli esseri umani, è andato male qualcos’altro, che riguarda i rapporti sociali. Questa è l’impostazione mia.

Un’altra premessa. Io ho avuto l’idea di questa inchiesta, che conduco dentro di me, leggendo molto sui giornali – leggo molto quei giornaletti gratuiti, mi portano via un sacco di tempo… perché ci sono e-mail, lettere, fatti di cronaca, i giornalisti e le giornaliste stesse scrivono di corsa, sono giovani, scrivono alla buona, quindi fanno capire tante cose – per un fenomeno che avrà colpito anche voi, e cioè che da dieci-quindici anni circa le classi popolari si sono passo passo spostate verso destra e la cultura politica che chiamiamo di sinistra ha perso presa sulle classi popolari. Da quando c’è il reaganismo, una politica economica fatta per arricchire i ricchi e che non aiuta i poveri, per cui il divario tra i più ricchi e i più poveri non fa che crescere, sia negli Stati Uniti d’America che in Italia che in altri posti, da quell’epoca circa le classi popolari si sono messe a votare la politica di destra, cioè la politica che li danneggia. Ed è una stranezza, tant’è vero che io – scusate la franchezza del mio linguaggio – volevo scrivere a quelli del Manifesto: “Perché dite alle classi popolari che sono razzisti? Dovreste dirgli che sono stupidi”. Ma questo è razzismo verso i poveri. C’è questo strano fenomeno, che è stato notato per la prima volta in Francia. I francesi si sono accorti a un certo momento che pensare in termini di giustizia sociale era diventato un pensiero della borghesia e non era più un pensiero delle classi popolari; sempre di più un pensiero della borghesia colta e che stava diventando una minoranza. E così la destra ha vinto da noi, ha vinto in Francia, finora è stata – speriamo non rimanga – al governo negli Stati Uniti d’America, con il sostegno delle classi popolari. Mi sono convinta che questo fenomeno ha tanti fattori. Ma tra i fattori, secondo me, c’è la difficoltà in cui le classi popolari si sono trovate – parlo adesso dell’Italia – a causa dell’immigrazione dai paesi poveri extra Comunità Europea ma anche Comunità Europea (perché la Romania recentemente è entrata nella CE) e della cultura politica della sinistra che non ha aiutato le classi popolari davanti a questo fenomeno. Io penso che dobbiamo tener conto di due fatti. Il primo è che la immigrazione dai paesi poveri e poverissimi è per l’Italia un fenomeno che è avvenuto tutto molto velocemente. In dieci anni l’Italia ha raggiunto le percentuali di immigrazione che la Francia ha raggiunto in cinquant’anni, la Germania dell’ovest in quarant’anni. Sia la Francia che la Germania dell’ovest hanno avuto modo di elaborare risposte, l’Italia si è trovata rapidissimamente esposta a questa immigrazione che avviene in condizioni drammatiche. E mentre questo avveniva con questa rapidità e intensità, bisogna poi considerare un altro aspetto, che il peso, gli aspetti più deteriori di questa immigrazione così veloce da paesi molto poveri, da culture molto lontane, sono stati a carico delle periferie e dei posti dove abitavano i poveri. Nelle parti ricche, colte, della città, gli immigrati non potevano andare a installarsi. Quindi queste periferie – pensiamo a Torino, a Milano, a Padova, a Verona… io parlo delle città in cui ho conoscenza più precisa, ma poi leggiamo di Napoli, Roma ecc. – sono abitate da una umanità che deve lottare ogni giorno per una dignitosa sopravvivenza materiale e per una tenuta dei rapporti, dove le donne sono impegnate in prima fila a tenere la decenza, un minimo di civiltà e il senso di non essere proprio al fondo della scala sociale. L’altro giorno, parlando di questo argomento con un’amica, dicevo: noi, che abitiamo nel centro di Milano, che cos’è che abbiamo sopportato di questi dieci anni di tumultuosa immigrazione dai paesi poveri e poverissimi? Abbiamo fatto il conto: tra noi – non noi due personalmente, ma tra noi – qualche furto, qualche volta questi furti sono degenerati in ammazzamenti. E, altra cosa, noi abbiamo i fantasmi. Io personalmente non li ho, ma ci sono persone che conosco – e persone anche ottime – a cui i fantasmi dentro la mente arrivano. Ricordo un’amica carissima – e buona perché aveva dato una parte della sua villa a gente che veniva dallo Sri Lanka, prima uno, poi due, tre, quattro, cinque, non faceva il conto – che però aveva il fantasma che gli albanesi fossero troppi. Noi abbiamo questo, ma le altre persone hanno cose pesanti: hanno periferie che sono viali con una prostituzione terribile, perché è una prostituzione in parte non libera, hanno vicini di casa, i furti li hanno anche loro e più in abbondanza, hanno un senso crescente di… Teniamo conto di queste cose. La risposta della cultura politica di sinistra – perché a questa mi rivolgo, e se devo fare una distinzione tra laici e non laici devo dire che i cattolici meritano un discorso meno severo perché qualcosa hanno fatto – è stata di etichettare di razzismo una serie di comportamenti che erano prevalentemente delle classi popolari. Ricordo quindici anni fa un libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, due persone egregie, sicuramente piene di buone intenzioni, denunciava che gli italiani sono razzisti. All’epoca questo era veramente non vero, e questo è stato poi il registro su cui ha camminato soprattutto la stampa e la cultura della sinistra.

Qui entro nel merito della questione – e, ripeto, se poi volete contraddire o spostare è ben accolto da parte mia, ascolterò fino in fondo qualsiasi obiezione. L’accusa di razzismo è ormai diventata un luogo comune, e non risparmia le classi popolari. Anzi, quasi sempre gli episodi che provocano l’indignazione dei buoni, delle persone che hanno coscienza, senso religioso, senso di civiltà umana verso gli immigrati poveri, gli episodi che provocano queste accuse di razzismo, sono episodi che hanno visto come protagoniste le classi popolari. Ora, io sostengo che è ingiusta questa accusa. Nel mio linguaggio dico che è una facile accusa. Ma in prima istanza dico che l’accusa è ingiusta (poi dico perché), è controproducente (non aiuta nessuno, anzi) ed è politicamente suicida (quando viene mossa, come spesso avviene, da esponenti della cultura politica di sinistra).

È ingiusta perché riassume in una etichetta molto pesante – razzismo – reazioni, comportamenti che sono molto vari. Si chiama razzismo (dai tempi di quel libro che citavo) un insieme di comportamenti che forse – anzi, senz’altro – sarebbe più giusto chiamare con altri nomi. C’è indubbiamente il nome – che si è anche trovato ma è poco familiare, anche se tecnicamente sarebbe più giusto – di xenofobia. Io sono stata in paesi razzisti, sono anche stata fidanzata con un magrebino, a Parigi, e vi assicuro che lì il razzismo verso gli arabi c’è e non è la stessa cosa di quello che qui si chiama razzismo: a chi è razzista non importa che uno sia istruito, che sia ricco, che si comporti educatamente; chi è razzista non sopporta quell’altro per la differenza che incarna. Qui in Italia invece c’è una forma diffusa di xenofobia unita al disprezzo per i poveri, che è cosa orribile. Alcuni dicono che è un popolo di ex poveri, sono stati poveri fino a una-due generazioni fa, si sono sfangati dalla povertà e disprezzano, per paura della povertà, i poveri. Può darsi che sia questo. Comunque c’è xenofobia, che è fatta molto del disprezzo dei poveri. In Italia, se si presenta una famiglia africana o asiatica ricca, che si comporta all’italiana e che riesce a parlare l’italiano, state sicuri che nessuno la guarda male. Le classi popolari non guardano male le persone. C’è piuttosto una insofferenza per la povertà e per la diversità dell’altro: l’altro, che è povero, che mette in pericolo la mia dignità, che ha comportamenti… Ho visto nella provincia veneta cattolica il fatto di persone come i musulmani, che sono persone dignitose, molto riservate, lavoratori ecc., che però pregano così tanto, questa richiesta di avere un posto dove pregare urta, che cosa? Il cristianesimo ormai sepolto sotto montagne di indifferenza religiosa, ma il cristianesimo residuale che è una forma di localismo, di provincialismo. Si sta attaccati a un cristianesimo tradizionale, non più vivo, non più sentito, e allora si vede l’altro, l’islamico, che invece ci crede, ci crede tantissimo, lo si vede come qualcosa di fastidioso, e pochi, pochissimi, ricordano a questa popolazione locale, indigeni, che è lo stesso dio che quelli stanno pregando. Io ho provato a farlo anche con persone colte e quelli dicevano: no, no. C’è questa ignoranza, non assoluta (le loro tradizioni le conoscono), ignoranza degli altri ecc. Tutta una serie di cose negative, deteriori se volete, anche, talvolta, ma che non sono razzismo. Non lo sono in senso stretto. Ed è sbagliato chiamarle così. Io ho detto: è ingiusto.

Poi ho detto: questa accusa è controproducente. Perché? Perché offre una interpretazione – “è razzismo” – di comportamenti che sono negativi ma sono confusi, sono reattivi, nascono da disagio, da ignoranza…, comportamenti che gli interessati non riuscivano e non riescono a capire bene di cosa si tratti. Teniamo conto che questa è una società dove c’è una divisione del lavoro del pensiero, è una divisione anche pesante: ci sono persone che tutto il giorno fanno lavoro manuale, lavoro esecutivo, lavoro ripetitivo, e c’è una minoranza, che per fortuna è meno piccola di una volta, di persone che si dedicano al lavoro del pensiero. Quelle che si dedicano al lavoro del pensiero, che si chiamano anche intellettuali, hanno il compito di offrire le interpretazioni agli altri. Gli altri dipendono. A me non piace che la situazione sia questa, ma questa è la situazione. Chi ha tempo e strumenti per leggere, ragionare, pensare ecc. ha il compito – non so se è un dovere, io penso di sì – di spiegare continuamente, di capire quanto a sé, di far capire ad altri di che cosa si tratta. Se io riassumo in un’etichetta – “è razzismo” – la complessità di comportamenti nati in situazioni difficili, io spingo l’altro verso questo esito. Così siamo passati – ormai è documentato – dalla vecchia frase “Io non sono razzista, ma… quando vedo questi qui che pisciano agli angoli di strada, quando vedo tutte le lattine buttate, quando sento i latinos che fanno caciara alle quattro del mattino ecc.”, al fatto che la madre e moglie di quei due che hanno ucciso il ragazzo italiano che veniva dal Burkina Faso ha detto “Io sono razzista”. Siamo arrivati a questo. E nella cultura politica di sinistra – quella che io voglio chiamare a un cambiamento – la prima frase, “Io non sono razzista ma…”, veniva presa in giro. Cioè lo sforzo di queste persone meno attrezzate rispetto alle pulsioni deteriori, xenofobe, insofferenti e intolleranti, lo sforzo che facevano di resistere veniva irriso, lo si prendeva come una falsità, invece di riconoscere lì lo sforzo per resistere. Alla fine si è rivelato controproducente, insomma si è lavorato contro. Come dice il famoso proverbio cinese, se vuoi far sì che un uomo diventi ladro, basta che tu gli dica: “Sei un ladro”, glielo dica oggi, domani… alla fine della settimana quell’uomo sarà un ladro. E si è fatto, si sta facendo in questo modo. Fino a che si arriva a che questa signora – a me ha fatto pena – ha proclamato di esserlo lei, razzista. Intendiamoci bene: in tutta questa situazione che si sta degradando della cultura di base della società italiana, soprattutto tra le classi meno privilegiate, la destra porta responsabilità più grandi di quanto non ne porti la sinistra. Nel libro che ho appena scritto le ho paragonate alle responsabilità di quegli uomini, soprattutto del clero, in un primo tempo, ma poi anche non del clero, che hanno fomentato la paura popolare verso le streghe, scatenando la persecuzione, la caccia alle streghe – questi sono posti che ne portano tracce. La caccia alle streghe è stata fomentata dalle classi alte. (Il libro si intitola Al mercato della felicità, è la seconda puntata del Dio delle donne; la figura che dà il titolo è una vecchia donna che va al mercato poverissima, con pochi mezzi, gli altri ridono di lei ma lei va al mercato per comprare il massimo, la felicità.) La destra sta facendo questo, quindi ha una responsabilità più grande. Perché spogliare le classi popolari della loro cultura tradizionale, portarli a, spingerli a, autorizzare comportamenti xenofobi, di odio nei confronti dei più poveri, tutto questo spoglia le classi popolari di aspetti preziosi della loro cultura, in primis la religione cristiana, e questo è molto molto grave. Ma io non mi soffermo sulle responsabilità della destra, non è questo il mio target. Noi siamo imputabili della interpretazione sbagliata che diamo di certi comportamenti delle classi popolari. E siamo imputabili di non cercare giustificazioni, quando pure ci sono, di non cercare di capire l’altro; non l’altro che viene da fuori. Chi vuole aiutare il povero che sbarca in Italia deve aiutare le classi popolari, perché sono loro che se lo ritroveranno addosso, non sono io che abito in Porta Ticinese, e che ho tutta la cultura necessaria e che faccio un lavoro… Sono le classi popolari le più gravate da questa cosa, e bisogna capire. Dopo di che, in pratica, sono anch’io una che baruffa con le cassiere di supermercato perché danno segni di fastidio verso i poveri, non è che io sia una prima della classe, che sa mettere bene in pratica quello che vi sto dicendo adesso: qualche volta mi è andata bene, qualche volta non ce l’ho fatta, perché ero disgustata dal vedere la cassiera disprezzare il poveretto. Quando ho vinto il disgusto, ho vinto il mio snobismo, il mio spirito di prima della classe, e sono riuscita a parlare, ho visto che in genere l’ascolto viene. Questa gente, se viene aiutata… Le amiche di mia sorella più anziana di me, che vive nella provincia veneta, lei mi diceva che parlano sempre male degli immigrati, dei rumeni, degli zingari… Io ci ho parlato insieme ad alcune di loro, ero calma e ho visto che si può fare breccia.

Infine, dicevo che l’accusa di razzismo molto spesso è politicamente suicida. Non ci vogliono molte spiegazioni per capirlo. La destra ha giustificato e autorizzato gli atteggiamenti deteriori delle classi popolari, pensate a quel sindaco o vicesindaco che aizza tutti quelli che rifiutano di ospitare le moschee e la presenza degli islamici nel loro quartiere. I comportamenti incivili sono diventati purtroppo, non dico modello o esempio, ma le classi popolari sono state spinte ad assumere certi atteggiamenti anche da questi… Però la destra ha anche coltivato gli atteggiamenti provinciali localistici, l’uso del dialetto… Queste cose non hanno in sé niente di brutto, l’uso del dialetto fa parte della cultura italiana (e forse anche svizzera): l’italiano è una bella lingua che naviga sopra dei bellissimi dialetti.

La sinistra, davanti a questa offensiva, si è soprattutto contrapposta. Fino ad arrivare a quello che abbiamo visto in queste ultime settimane, polemiche dove c’è: “Questo è razzismo!” “No, questo non è razzismo”, grida il ministro degli interni. “Altroché se non è razzismo!”… Ha fatto bene il vescovo di Milano, Tettamanzi, che è un uomo secondo me di giudizio, di finezza politica e culturale, a dire: “Le parole possono diventare pietre, non tiriamole troppo facilmente addosso agli altri”. L’ha detto proprio mentre c’era questa specie di scambio…

Ma soprattutto questa semplificazione dell’accusa di razzismo – che dal punto di vista umano ho già detto che può essere ingiusta, e fare ingiustizia ai poveri è sempre qualcosa che se Dio esiste non la prende bene, perché i poveri gli sono specialmente cari – dal punto di vista politico ha un effetto deteriore, di coprire i veri problemi. Vi faccio l’esempio. Tor bella Monaca, un quartiere di Roma dei più difficili, ho delle amiche suore che ci lavorano (suore: veramente sono più fuori che dentro perché la loro libertà e le loro scelte non sono piaciute alla famiglia religiosa), hanno preso un appartamento e vivono là: io so la lotta che fanno, da anni, ci sono anche altri che lottano, in questo quartiere che è sempre minacciato del peggio. C’è stato un cinese che una banda di ragazzotti ha aggredito in maniera bruttissima… Tenete conto che là c’è gente aggredita tutte le settimane, donne uccise più di una all’anno, uccise in casa dai maltrattamenti ecc., e queste mie amiche portano il peso di questa sofferenza, sono eroiche; in un libro che ho pubblicato con Marietti, Il posto vuoto di Dio, c’è una di queste suore che racconta come una del giro delle sue amiche è stata trovata ammazzata dal marito tornato dal carcere, non so per quale pretesto la poveretta è stata massacrata: questo è il quartiere. Allora, avviene l’incidente del cinese a Tor bella Monaca, si riaccende il discorso “è razzismo”, “non è razzismo”. No, vivaddio! Non è il problema di Tor bella Monaca il razzismo! Certo che se ci sono ideologie razziste che girano, in quello sventurato quartiere c’è anche quello, ma la cosa non è in quei termini lì che va trattata (e poi qualcuno è intervenuto a dire “si deve esaminare quello che è”). Il razzismo sono giochi verbali di ragazzi violentissimi che se gira che si va a caccia di prostitute, vanno a caccia di prostitute, se c’è un’altra cosa girano con altre parole. Il problema di fondo non era quello. Queste accuse di razzismo nascondono le inadempienze delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici che dovrebbero provvedere. La immigrazione di questi quindici anni è andata in crescendo e l’edilizia pubblica non ha offerto nulla. Una mia amica, Lia, che lavora per la Lega delle cooperative, dice che i cooperatori continuano a chiedere alla Regione di stanziare soldi, l’addetto della Regione non si presenta neanche più alle loro assemblee a dire “Sì, stanzieremo…” perché è subissato dai fischi. Quando sono arrivati i meridionali sono stati fatti dei quartieri, brutti, ma glieli hanno fatti, perché avessero da abitare. Adesso sono arrivati questi, i quali sono lavoratori, è tutta gente, per tre quarti, che lavora effettivamente, che è necessaria all’economia, sia nel Veneto che in Lombardia: le amministrazioni pubbliche non hanno provveduto. Ci sono situazioni abitative a Milano che sono indegne, sotto i portici… Se poi qualche giornalista si degna di andargli a chiedere – quelli dei giornaletti magari vanno -, più della metà è gente che lavora, che ha un lavoro e che non ha un bagno, un gabinetto, una stanza, un posto dove fare all’amore, non ha niente, stanno sotto dei portici. Questo è quanto. La bravissima Gabanelli della trasmissione Report, l’ha detto domenica scorsa. Ha parlato di una cooperativa di pensionati – uomini della migliore sinistra milanese, uno è il figlio di Lelio Basso – i quali e lavorando gratis e andando a tampinare la Cariplo ecc., hanno messo su una cooperativa che adesso si paga con gli affitti. Sono case che hanno dato sia a extracomunitari sia a italiani, e hanno fatto bene a metterci anche gli italiani, perché non bisogna suscitare invidie dei poveri verso gli altri poveri.

Insomma – adesso finisco veramente – che cosa fare? (Qui avevo scritto qualche giustificazione, ma non importa, non devo giustificare i miei amici e compagni e gli intellettuali ai quali sono più vicina, devo andare avanti per questa mia strada, spero che mi ospiteranno, chiederò al Manifesto, a Diario, se vogliono ospitare questa messa sotto accusa critica, cercherò di non cadere anch’io nel difetto di fare il grillo parlante che dice agli altri…) La domanda di fondo che io vorrei fare a questi intellettuali e politici della sinistra così pronti ad accusare le classi popolari di razzismo, è questa: perché le classi popolari dovrebbero farsi carico loro degli effetti della globalizzazione, che è una forma di economia che fa arricchire i già ricchi e che non sta affatto aiutando di poveri? Perché dovrebbero essere loro? Ci sono paesini del Veneto in cui quasi metà della popolazione sono immigrati: per questi paesi salvare la propria identità culturale è diventato molto difficile, sono frastornati. Loro sono abituati a parlare in veneto, sono abituati a fare le loro sagre… Ci si può ridere sopra su questi bisogni, ma sono bisogni per la coesione sociale, loro devono trovare il modo di intrecciarsi, di restare intrecciati, che era l’unico modo per tirare su i figli e per evitare il degradarsi di una malavita, l’entrata della droga e altre cose. Questa gente è messa in difficoltà da questa massiccia immigrazione. Certo che il ragionamento della Confindustria è sacrosanto: questi portano ricchezza, lavoro ecc. È verissimo, però è anche vero che il beneficio della globalizzazione alle classi più popolari non è ancora arrivato.

Adesso voi dite: ma tu cosa ci proponi di fare? Le mie proposte sono queste due.

Raddrizzare il tiro delle denunce, e prendere esempio in questo dalla Gabanelli (in Report ha detto tre parole, ma comunque…). Poi, naturalmente, cercare di sviluppare una intelligente comprensione di certi comportamenti. Quello che prima dicevo in senso evangelico: attenzione a non fare ingiustizie ai poveri perché sono cari a Dio. E i poveri non sono solo quelli che arrivano con i barconi, i poveri sono anche quegli altri, li conoscete, forse voi stessi, qualcuno tra voi appartiene a questa categoria, di gente che deve spendere tutte le sue forze, le sue energie per lavorare, perché non ha altro che il suo lavoro per sopravvivere.

E la seconda cosa è: riformare la cultura politica della sinistra con il pensiero politico delle donne. Pensiero politico delle donne che dà un’alta, altissima importanza alla decenza delle strade e delle case. Pensiero semplicissimo, ma le donne danno molta importanza alla dignità e decenza dei luoghi. Pensiero politico delle donne che poi non è mai caduto nell’errore di rafforzarsi con la contrapposizione destra-sinistra. In questa storia che vi ho raccontato – a modo mio, naturalmente – io vedo una parte della stupidità del maschile unico. C’è il pensiero unico, ma c’è anche il maschile unico, che vuol dire una politica che sente gli argomenti degli uomini, sente la sensibilità degli uomini, rispecchia i loro modi preferiti di fare e non si fa in qualche maniera spostare. L’esempio che qui porto è la discussione che ho avuto – tra l’altro con una donna, ma di partito – a proposito della prostituzione sulle strade. Era successo che delle donne, credo a Mestre, fossero scese in strada per cacciare le prostitute e i loro clienti: la sinistra l’ha trovato un comportamento di destra, e io a discutere… Gli uomini possono essere degli ipocriti padri di famiglia, che cacciano le prostitute ma poi cercano di andare, se magari glieli facessero, al bordello. Gli uomini. Ma le donne no, le donne si sentono umiliate dalla vista delle prostitute, e sentono più difficile il loro compito di madri di famiglia e di mogli dalla vista di questa cosa. Questi ragionamenti la sinistra deve poterli fare, e devono poter pesare. Non si può essere sempre i più bravi, i più illuminati, i più democratici. Ci sono problemi che domandano un impegno meno semplificato, che domandano più ascolto, di più voci.

Questo è quello che avevo da dirvi, adesso sta a me ascoltare e vi ringrazio in anticipo di quello che vorrete dirmi, in bene in male, pro contro, aggiunte…

 

 

Macerata vista da New York, di Roberto Buffagni

Macerata vista da New York

 

Lo scorso 7 luglio il “New York Times” ha pubblicato un lungo articolo sui fatti di Macerata a firma Jason Horowitz, responsabile per la redazione di Roma e per tutto il Sud del Mediterraneo.[1]

E’ un articolo di grande interesse per due ragioni: perché esce sul più importante e rispettato organo di stampa liberal del mondo, e perché fornisce il modulo o template dell’interpretazione liberal dei seguenti fatti di primario rilievo politico e culturale contemporaneo: l’immigrazione, la crisi/sconfitta delle sinistre liberal in tutto il mondo, la crisi dell’Unione Europea e del globalismo, l’insorgenza/vittoria dei populismi.

Intendiamoci: non vi si trovano novità analitiche, o spunti di riflessione di eccezionale qualità. Vi si trovano però, formulati molto professionalmente, i luoghi comuni liberal, gli stessi che ritroviamo e ritroveremo, mille volte ripetuti e riformulati con maggiore o minore efficacia ed eleganza, nella comunicazione politica e nei media dominanti occidentali.

Eccone una breve analisi.

Sulle 323 righe dell’articolo, 37 sono dedicate a Luca Traini, 23 a Pamela Mastropietro, 11 a Martina Borra segretaria di Forza Nuova Macerata, 47 a Salvini. C’è una foto (primo piano) di Traini, nessuna di Pamela, tranne la serigrafia col viso di sua figlia che si scorge sulla maglietta indossata dalla madre di Pamela al funerale. Luca Traini è nominato 18 volte, Pamela/Mastropietro 15. Salvini è nominato 19 volte. Fascism/Fascist ricorre 13 volte. Populist/Right-Wing 7volte.

Sull’assassinio di Pamela Mastropietro si dice l’assoluto minimo possibile: che è stata uccisa e smembrata, che sono stati ritrovati i suoi resti nei dintorni di Macerata, che è accusato dell’omicidio il nigeriano Innocent Oseghale, che “le circostanze della morte di Ms. Mastropietro sono tuttora ignote”. Viene riportata la notizia, inesatta, che Pamela si fosse ricoverata in comunità perché tossicodipendente (era invece affetta da una malattia psichiatrica, un serio disturbo bipolare, e non assumeva abitualmente droghe pesanti). Non vengono riportate le dichiarazioni del medico legale che ha eseguito la seconda autopsia sui resti di Pamela, prof. Mariano Cingolani: “Io, con gli strumenti giusti e un tavolo operatorio ci avrei messo almeno 10 ore per sezionare un corpo in quel modo, non posso credere che sia stato fatto in una vasca da bagno[2]; né il fatto che nel referto della prima autopsia, eseguita dal dr. Antonio Tombolini, si parla di “irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza.”[3] Nessun cenno a Lucky Awelima e Desmond Lucky, possibili complici di Oseghale, né alla loro spaventosa conversazione in carcere[4], tradotta la quale l’interprete nigeriana, terrificata, si è resa irreperibile. Nessun cenno all’ipotesi, pur diffusa, che possa essersi trattato di un omicidio rituale. Viene citato l’Hotel House, “il grattacielo multiculturale” con i suoi molti problemi di criminalità, e viene citata anche la fossa comune dove sono stati ritrovati resti umani: ma non vengono messi in relazione. Non si tratta di un errore del reporter, ma di una omissione intenzionale: della fossa comune si parla riferendo di un’escursione in automobile nei dintorni di Macerata insieme a Martina Borra, che indica al giornalista un “housing project”, un grande condominio popolare divenuto centro per lo spaccio di droga, che non può essere altro che l’Hotel House; la guida italiana indica a Horowitz una casetta nei pressi “dove un tempo le donne andavano a comprare le uova e dove adesso i tossici comprano droga – lì vicino la polizia ha trovato resti umani”. Dell’Hotel House, però, si riparla più di trenta righe dopo. Intenzionale anche l’omissione della scoperta che tra i resti umani ritrovati in prossimità dell’Hotel House ci sono quelli di Camey Mossamet[5], la quindicenne bengalese scomparsa nel 2010. La notizia è uscita sui giornali il 28 giugno[6], l’articolo del NYT è uscito nove giorni dopo: Horowitz aveva tutto il tempo (e l’obbligo) di informarsi, e il grande quotidiano USA ha alle sue dipendenze una schiera di redattori addetti al controllo dei fatti.

Il taglio interpretativo dell’articolo è ben riassunto dai paragrafi di apertura e chiusura:

Apertura: “Una volta Macerata era famosa per la sua tolleranza. Ma l’assassinio di una donna e una sparatoria per vendetta hanno trasformato la città in un simbolo della marea montante della destra politica.[7]

Chiusura: “Mr. Diallo, il senegalese che si impratichiva dei verbi italiani al centro della Caritas, rideva con gli amici mangiando specialità africane e italiane. Tiziana Manuale, responsabile del centro, sedeva lì accanto. Molta della gente che sta pranzando qui sarà costretta ad andarsene, disse. ‘Un tempo c’era l’idea di Macerata città accogliente,’ disse. ‘Ma certi settori della popolazione non sono pronti.’ “ [8]

Sintesi: andava tutto bene finché  un omicidio, tragico finché si vuole ma in fin dei conti legato alla droga e allo sbandamento giovanile, problemi endemici e gravi ma non legati all’immigrazione in quanto tale, è stato sfruttato dalla destra per far leva sull’arretratezza culturale dei settori di popolazione che “non sono pronti”.

Pronti per che cosa, non è specificato. Pronti a mangiare all’aperto specialità africane e italiane insieme agli immigrati? Per questo, non credo ci sarebbero problemi: quando viene la bella stagione, pranzare insieme all’aperto con parenti, amici e forestieri è un’antica tradizione popolare italiana, bella e toccante come “l’ora italiana”, gli incantevoli, lunghi momenti in cui il giorno trascolora nella sera, e lasciati i luoghi di lavoro, si passeggia serenamente per la città, diretti a casa senza fretta.

Pronti a rassegnarsi ad accettare come effetti collaterali dell’accoglienza, certo incresciosi ma inevitabili, crimini di un’atrocità terrificante? Bambine stuprate, uccise e magistralmente fatte a pezzi? O che escono per andare a scuola, spariscono, e non se ne sa più nulla finché otto anni dopo la polizia ritrova un dente in una fossa comune? E’ arretrato, chi non è pronto per questo? Vuole tornare indietro e dunque è un fascista? Vale persino questa candela, il gioco del progresso e dell’accoglienza?

Forse, se Mr. Horowitz si fosse permesso di riflettere e immaginare un po’ meglio quel che è realmente accaduto a Pamela Mastropietro e a Camey Mossamet, non avrebbe avuto bisogno di tirare in ballo Mussolini e il fascismo, e neanche Casa Pound o Salvini, per spiegarsi come mai i crollino i consensi per le sinistre liberal non solo italiane, e perché Macerata e l’Italia non siano più “famose per la loro tolleranza”.

[1] https://www.nytimes.com/2018/07/07/world/europe/italy-macerata-migrants.html

[2] https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/tutti-i-particolari-sul-depezzamento-di-pamela-mastropietro-002358745.html ; v. anche http://italiaeilmondo.com/2018/06/17/fatti-di-macerata-tre-domande-senza-risposta-di-roberto-buffagni/#_ftn6

[3] http://m.dagospia.com/il-medico-legale-pamela-e-stata-mutilata-con-orrore-molti-organi-non-si-trovano-piu-166498

[4] https://www.giornalettismo.com/archives/2660597/pamela-mastropietro-intercettazione-carcere

[5] http://italiaeilmondo.com/2018/07/03/a-trenta-chilometri-da-macerata-di-roberto-buffagni/#_ftn1

[6] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/29/pozzo-dellorrore-le-ossa-sono-di-cameyi/1121347/

[7] Macerata once had a reputation for tolerance. But the killing of a woman and a revenge shooting made the Italian town a symbol of rising right-wing politics.

[8] “Mr. Diallo, the Senegalese man who had practiced his Italian verbs at the Caritas center, laughed with friends as they ate African and Italian specialties. Tiziana Manuale, who managed the center, sat nearby. Many people at the lunch would be forced to leave, she said. ‘There was the notion that Macerata is a welcoming city,’ she said. ‘But some parts of the population aren’t ready.’

MATTEO SALVINI HA RAGIONE, di Augusto Sinagra

MATTEO SALVINI HA RAGIONE
Cercherò di fare una riflessione esclusivamente tecnico-giuridica di diritto internazionale di cui sono stato Professore Ordinario nell’Università.
1. Le navi che solcano i mari battono una Bandiera. La Bandiera non è una cosa meramente folkloristica o di colore. La Bandiera della nave rende riconoscibile lo Stato di riferimento della nave nei cui Registri navali essa è iscritta (nei registri è indicata anche la proprietà pubblica o privata).
2. La nave è giuridicamente una “comunità viaggiante” o, in altri termini, una “proiezione mobile” dello Stato di riferimento. In base al diritto internazionale la nave, fuori dalle acque territoriali di un altro Stato, è considerata “territorio” dello Stato della Bandiera.
Dunque, sulla nave in mare alto si applicano le leggi, tutte le leggi, anche quelle penali, dello Stato della Bandiera.
3. Il famoso Regolamento UE di Dublino prevede che dei cosiddetti “profughi” (in realtà, deportati) debba farsi carico lo Stato con il quale essi per prima vengono in contatto. A cominciare dalle eventuali richieste di asilo politico.
4. Non si vede allora quale sia la ragione per la quale una nave battente Bandiera, per esempio, tedesca, spagnola o francese, debba – d’intesa con gli scafisti – raccogliere i cosiddetti profughi appena fuori le acque territoriali libiche e poi scaricarli in Italia quando la competenza e l’obbligo è, come detto, dello Stato della Bandiera.
5. Da ultimo è emerso che due navi battenti Bandiera olandese e con il solito carico di merce umana, non si connettano giuridicamente al Regno di Olanda e né figurino su quei registri navali, come dichiarato dalle Autorità olandesi.
Allora, giuridicamente, si tratta di “navi pirata” le quali non sono solo quelle che battono la bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate (come nei romanzi di Emilio Salgari).
6. Ne deriva il diritto/dovere di ogni Stato di impedirne la libera navigazione, il sequestro della nave e l’arresto del Comandante e dell’equipaggio.
Molti dei cosiddetti “profughi” cominciano a protestare pubblicamente denunciando di essere stati deportati in Italia contro la loro volontà. Si è in presenza, dunque, di una nuova e inedita tratta di schiavi, di un disgustoso e veramente vomitevole schiavismo consumato anche con la complicità della UE, che offende la coscienza umana e che va combattuto con ogni mezzo.

Augusto Sinagra

PER LE ANIME BELLE

A proposito di quel che ho scritto il 18 giugno con il titolo “Matteo Salvini ha ragione”, dopo aver dato sfogo a numerosi commenti e dopo aver dato tempo di riflettere sulla questione del regime giuridico delle navi in navigazione in alto mare, diverse anime belle mi hanno mosso alcune osservazioni.
1. La prima è che io avrei avuto l’intenzione di fare da supporter al Ministro @matteosalvini e così confondendo la appartenenza partitica con l’onestà intellettuale e la difesa dei legittimi interessi nazionali.
Rispondo: politicamente non “appartengo” alla Lega, diverse sono le mie convinzioni politiche, ma se un Governo, un Ministro, svolge positivamente le sue funzioni e difende gli interessi nazionali (e Salvini lo sta facendo), si ha il dovere morale, prima ancora che politico, di riconoscerlo.
2. Alcuni (in realtà pochi) sono intervenuti in argomento svolgendo qualche critica, pur non sapendo nulla di diritto internazionale. Ad essi non rispondo per ovvie ragioni.
3. Altri (ancor più pochi) hanno elevato al cielo alti lai in nome della sacralità della vita (ciò che è fuori discussione) e di un “buonismo” tanto peloso quanto contrastante con le loro corrispondenti scelte di vita e i conseguenti doveri civili, e pur ad essi non merita rispondere.
4. Altri (ancora di meno) e solo perché in possesso di patente nautica per la conduzione di piccole barche a vela, hanno evocato il giuridico obbligo del soccorso in mare, sempre e comunque e in qualsiasi luogo e momento, di chi è in pericolo.
È evidente che tale assunto è tanto vero quanto inconsistente nella verifica dei presupposti che giustificherebbero l’obbligo in questione.
Premesso che non è il caso di evocare il Regolamento “Dublino” o la Convenzione di Montego Bay sulla navigazione marittima o altre Convenzioni internazionali in materia, basta una semplice osservazione: come ho detto, è fuori discussione l’obbligo dell’intervento – dovunque e comunque – in soccorso di chi è in pericolo, ma il punto è proprio questo: si deve dare la prova della situazione di pericolo e anche indipendentemente da chi l’abbia provocata (è il caso, da ultimo, della “Lifeline”, nave da diporto che ha fatto salire a bordo 230 “profughi”!!!). Non sembra che si siano verificate situazioni di pericolo che avessero giustificato l’obbligo del soccorso. Basta vedere, per esempio, le immagini contrastanti a bordo della “Aquarius”. Basta considerare, a proposito di questa nave, che il Comandante, avvicinato da unità militari italiane, rifiutò viveri, medicine e medici e rifiutò il trasbordo di donne e minori. Se vi è una situazione di emergenza, non si tengono spenti i trasponder! Non ci si collega a mezzo radiotelefono con i delinquenti scafisti per concordare luogo e orario di consegna della “merce” umana! Se vi fossero ragioni di emergenza, i porti più vicini e più “sicuri” sarebbero gli stessi porti libici, quelli tunisini, quelli maltesi e quelli egiziani. Potrei continuare a lungo ma se non si da prova di situazioni di pericolo che impongono il soccorso, ogni altra critica è oggettivamente rivolta a favorire la commissione di reati, e chi lo fa è complice nei i delitti commessi dagli scafisti, dai trasportatori di “schiavi” (le navi delle ONG), dai gestori dei centri di accoglienza (gestiti anche dalla Chiesa cattolica) che lucrano in modo infame sul business dei cosiddetti “migranti”. A questa schiera di delinquenti vanno aggiunti i delinquenti francesi che favoriscono e sollecitano il passaggio verso il nord della Libia ai confini meridionali di questa di moltitudini di genti africane.
Per quanto riguarda la falsa esposizione sulla nave della bandiera di uno Stato di non riferimento (è il caso dell’Olanda), ribadisco che si tratta di navi “pirata” che vanno sequestrate anche con la forza, e il relativo Comandante ed equipaggio vanno arrestati.
Perchè @matteosalvini ha ragione? Perché ha messo l’Unione europea con le spalle al muro, perché ha fatto abbassare la cresta a Macron, alla Merkel e a Sanchez e soci, perché ha messo allo scoperto la criminosità di questo nuovo commercio di schiavi, perché ha posto un freno a questa invasione di nuovi schiavi, perché ha posto l’Italia al centro delle “preoccupazioni” dell’Unione europea dicendo ben chiaramente che non s’intende subire ulteriori prepotenze, perché ha difeso i legittimi interessi nazionali anche attraverso opportuni accordi e disponibilità di mezzi navali al Governo di Tripoli. Perché, infine, la sua politica è proprio rivolta a ridurre il numero dei morti in Mediterraneo.
Mi pare, allora, di poter dire ancora che Matteo Salvini ha ragione.

Augusto Sinagra

tratti da facebook

https://www.facebook.com/search/top/?q=augusto%20sinagra

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2000706136912126&id=100009182787667

CAOS MIGRANTI/ “Politica in Africa e caos in Libia, tutte le colpe della Francia”_tratto da ilsussidiario.net

Pubblichiamo una intervista al generale in pensione Marco Bertolini sul tema della gestione dei flussi migratori

CAOS MIGRANTI/ “Politica in Africa e caos in Libia, tutte le colpe della Francia”

tratto dal sito http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2018/6/23/CAOS-MIGRANTI-Politica-in-Africa-e-caos-in-Libia-tutte-le-colpe-della-Francia-/826985/

Per il generale MARCO BERTOLINI bisogna insistere a bloccare ogni rotta via mare dalla Libia, perché al momento non è possibile inviare forze militari ai confini subsahariani

Il presidente francese Emmanuel Macron (LaPresse)Il presidente francese Emmanuel Macron (LaPresse)

Circa l’80% del patrimonio economico dei paesi cosiddetti subsahariani, le ex colonie francesi come il Niger, la Repubblica Centrafricana, il Ghana, il Senegal, il Mali, è gestito direttamente da Parigi in cambio di pseudoaiuti economici. La moneta di riferimento è il franco, cosa che li assoggetta economicamente ancor di più a Parigi. Qui, ci ha detto il generale Marco Bertolini (ex comandante del Coi, a capo di operazioni speciali in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan), la Francia ha migliaia di soldati impegnati in azioni di guerra a favore di una parte piuttosto che l’altra. Per Parigi basta che rimanga il predominio francese: “Qui la Francia non ha mai fatto niente per bloccare i flussi di migranti che si recano in Libia, dopo aver fatto saltare quel tappo che si chiamava Gheddafi e che teneva lontani questi flussi”. Per Bertolini, un blocco delle frontiere libiche del sud da parte di contingenti militari è praticamente impossibile, l’unica maniera è aumentare il blocco fino a farlo diventare totale delle rotte via mare.

Generale, in un modo o nell’altro, prima con Minniti adesso con Salvini, ci si sta avvicinando a un blocco dei flussi migratori via mare verso l’Italia. Il problema però è che i migranti continuano ad arrivare in Libia attraverso la frontiera sud, quella del Sahara. Bloccare quell’ingresso con contingenti di polizia militare sarebbe fattibile?

Il termine polizia militare è un termine poco corretto. Può essere utile spostare forze militari sia nei paesi subsahariani che in Libia per cercare di contenere lì sul posto i flussi migratori. Questo però non può prescindere da accordi con paesi che hanno una loro sovranità, indipendenza, una loro dignità. Accettare forze straniere non tutti sono disposti a farlo, altrimenti saremmo già presenti.

Basterebbe tenere le forze militari dentro i confini libici, o no?

E a chi chiediamo l’autorizzazione? Ad Haftar, a Serraj, ai tuareg del Sahara? Non possiamo andare senza permessi e imporre la nostra presenza, ci possiamo andare se siamo richiesti e accettati. Non vedo uno qualunque dei due attuali governi libici disposti ad accettare una presenza militare italiana. Noi abbiamo già a Misurata dei militari, un ospedale da campo e dei consiglieri militari ma sono presenze poco significative. L’idea di bloccare i confini sahariani è interessante ma al momento del tutto teorica.

Già ai tempi del ministro Pinotti il parlamento con accordo bipartisan si era detto disposto a togliere truppe italiane da paesi come l’Afghanistan o il Kosovo e mandarli in Africa.

Si era pianificato di andare in Niger, ma solo per addestrare le loro forze militari contro i jihadisti. Il ministro della Difesa nigerino aveva detto sì ma quello degli Esteri no e tutto è finito lì.

Quindi considera questa strada del tutto impraticabile?

La nostra presenza sarebbe importante in quei paesi per rinsaldare vincoli economici e diplomatici, ma al momento la strada da percorrere è ancora quella di togliere quel magnete che c’è in mare, le navi Ong e di altri paesi europei, che danno ai trafficanti la certezza che il loro carico sarà preso da qualcuno. Ci vuole dello stomaco almeno all’inizio, possono esserci anche incidenti ma a lungo andare si risparmiano vite. Una volta che non ci fosse più nessuno in mare pronto a portare i migranti in Italia, questo mercato dovrebbe finire. Navi Ong che operano sottocosta alla Libia sono un obiettivo facilissimo da raggiungere per chiunque dopo poche miglia in gommone.

Potrebbero volerci anni, non crede? Intanto la Libia continuerebbe a riempirsi di migranti fino a diventare una sorta di bomba che implode su se stessa.

Certamente, infatti questa azione sul mare va integrata anche da misure come quelle che ha detto lei, va fatta una pressione molto forte sui governi africani, dobbiamo pretendere che blocchino questo traffico, usando armi economiche e diplomatiche, mettendo in gioco quel po’ di forza se ancora l’abbiamo.

C’è poi la presenza francese in questa parte dell’Africa che è totalizzante, difficilmente accetterebbe la presenza su territori da cui ha vantaggi economici enormi di altre nazioni, non crede?

Infatti, a maggior ragione. In quei paesi la Francia sì che ha voce in capitolo, ha in mano l’economia, le monete locali hanno come riferimento il franco, ma non ha mai fatto niente per aiutare a interrompere il flusso che la Francia stessa ha innescato togliendo il tappo che si chiamava Gheddafi. La Francia ha nel Subsahara  migliaia di soldati, se volesse fare qualcosa lo potrebbe fare. Se parlasse con quei governi si otterrebbero risultati. Noi possiamo farlo con la Libia ma al momento manca un interlocutore.

(Paolo Vites) 

IUS SOLI 2, di Roberto Buffagni

Ius soli 2: mi spiego meglio.
Che succederebbe nei prossimi tre-cinque anni, se venisse approvata la presente proposta di legge sull’estensione dello ius soli? Niente di che. Forse – non è detto – il partito promotore si prenderebbe qualche centinaio di migliaia di voti in più, e tutto il resto, salvo grossi imprevisti, resterebbe immutato.

L’analisi molto sintetica che ho proposto qui http://italiaeilmondo.com/…/26/ius-soli-di-roberto-buffagni/ non riguarda gli effetti immediati di questa legge, illustra in breve un fatto: che il regime politico nel quale viviamo, la democrazia rappresentativa a suffragio universale, NON è adatto per una società multiculturale. A una società multiculturale è invece adatto un altro regime politico, l’impero. Qui aggiungo che non si passa da un regime politico all’altro, dallo Stato nazionale a democrazia rappresentativa all’impero, spingendo un interruttore: se c’è un luogo e un tempo in cui non si profilano neanche le condizioni minime per la nascita di un impero, questo luogo e questo tempo sono proprio l’Europa e il 2017.
L’Italia e l’Europa, insomma, sono Stati-nazione, il cui regime politico è la democrazia rappresentativa a suffragio universale – credo impossibile che la UE si trasformi in un vero e proprio Stato federale, tipo Stati Uniti d’Europa – che devono fare i conti con una realtà, l’immigrazione di massa, per la quale NON sono predisposti. Quali sono i principali problemi che devono e soprattutto dovranno affrontare, e per quale ragione ritengo che l’estensione dello ius soli sia un provvedimento sbagliato e controproducente?
1) Premessa: nelle intenzioni dei promotori, questa proposta di estensione dello ius soli è il primo passo per ulteriori allargamenti e facilitazioni, tendenzialmente sino alla concessione automatica della cittadinanza a chiunque nasca su suolo italiano o europeo. Non dispongo di facoltà telepatiche, ma il metodo “dal dito al braccio” è carissimo alle classi dirigenti UE, e comunque la logica sottesa alla proposta di legge è quella.
2) Concedere con facilità e tendenzialmente a tutti gli stranieri regolarmente residenti in Italia i diritti politici ha alcuni effetti molto importanti sul lungo periodo (20-30 anni). Attualmente, risiedono regolarmente in Italia circa 6 MLN di stranieri, di varia nazionalità ed etnia. Nel loro insieme, gli stranieri presentano una curva demografica di molto superiore a quella, preagonica, degli italiani. Quanto più facilmente e rapidamente gli stranieri otterranno i diritti politici (la cittadinanza cambia questo, non il resto) tanto prima si ridisegneranno tutti i bacini elettorali dei partiti politici, e il profondo mutamento della domanda provocherà un profondo mutamento dell’offerta politica. Sintesi: la linea di frattura politica principale tenderà a divenire veteroitaliani/neoitaliani.
3) I motivi per cui questo avverrà sono molti. Uno è, paradossalmente, la necessità di integrare socialmente gli stranieri. La principale forma di integrazione (integrazione, non assimilazione) è l’integrazione sociale. Per integrare la massa crescente di stranieri, molto probabilmente si farà ricorso a forme di “affirmative action” sul tipo di quelle adottate a favore delle minoranze etniche negli USA, cioè a dire forme di accesso privilegiato all’assistenza, all’istruzione, al lavoro: la funzione economica degli immigrati è fornire forza lavoro a basso costo, e senza un congruo salario indiretto, un salario diretto molto basso non basta per vivere. Ce n’è già una forma embrionale oggi, ed è il metodo di calcolo dell’ISEE introdotto nel 2015, profilato per favorire un tipo di nucleo familiare (3 figli o più, non proprietario di casa o titolare di diritti reali come l’ usufrutto sull’abitazione) che NON corrisponde al tipico nucleo familiare italiano ma al tipico nucleo familiare straniero. La pura e semplice introduzione di misure di affirmative action provocherà un forte e crescente conflitto per l’appropriazione delle risorse-welfare tra vetero e neoitaliani. E’ già avvenuto negli USA, dove le ultime elezioni presidenziali hanno dimostrato plasticamente che il sistema politico si sta ridisegnando su base etnica.
4) L’integrazione sociale, pur necessaria, NON produce automaticamente l’integrazione culturale e antropologica. Sradicarsi e gettare nuove radici in nuovo suolo è un processo lungo e difficile, che spesse volte fallisce. Il passaggio più delicato e difficile è quello delle seconde e terze generazioni, che non si formano più nell’ambiente culturale di provenienza, e non si formano ancora nell’ambiente culturale di arrivo, patendo così una tensione esistenziale molto seria. Lo mostra con chiarezza la dinamica rilevata in Francia, dove a radicalizzarsi nel jihadismo sono quasi sempre neofrancesi arabi di seconda o terza generazione, che dopo essersi allontanati dalla religione e dai costumi familiari e aver assorbito, della cultura ospite, solo il peggiore individualismo, vanno in crisi esistenziale, e “mettono la testa a posto”, cioè riescono a conferire un senso alla loro vita alla deriva, solo radicalizzandosi nell’islamismo jihadista. Segnalo en passant che queste persone sono tutte scolarizzate nel sistema scolastico francese.
5) Uno spiritoso commentatore, dissentendo dal mio mio articolo ha scritto: “Varrebbe la pena di rimettere i piedi per terra e considerare ad esempio che per lo sport lo jus soli funziona già!” Il suo invito scherzoso è quanto mai opportuno per descrivere il problema che si presenterà all’Italia e all’Europa delle prossime generazioni, in presenza di importanti – e crescenti, a cagione della dinamica demografica – percentuali di stranieri immigrati titolari dei diritti politici. Nelle competizioni sportive, infatti, il conflitto NON degenera in conflitto a morte perché tutti i giocatori accettano, non in conformità a una decisione razionale ma dandole per scontate e avendole assimilate sin dall’infanzia, le regole del gioco; e perché c’è un arbitro che NON ha bisogno di una scorta armata per farsi obbedire. Nel conflitto politico, accettazione irriflessa delle regole del gioco e rispetto delle decisioni arbitrali sono manifestazione visibile dell’invisibile “idem sentire” tra i cittadini, che provando sentimenti, più o meno vivi, di lealtà verso la loro nazione e le istituzioni che la reggono, si astengono dallo spingere il conflitto politico oltre la soglia della sovversione (per esempio, non manifestano armati, se danneggiati da una decisione del governo non attentano alla vita dei ministri, etc.). Finché le cose vanno così, il conflitto politico resta conflitto tra avversari, che possono scontrarsi con durezza e anche odiarsi di cuore ma che non spingono la lotta sino al conflitto tra nemici, che è il conflitto a morte.
6) Non sempre va così. Vent’anni fa, alle porte di casa nostra, si è consumata una guerra civile terribile, nella quale uomini che sino a cinque minuti prima convivevano pacificamente, pur confliggendo politicamente come avversari per le più svariate ragioni, cinque minuti dopo hanno cominciato a massacrarsi, senza risparmiare donne, vecchi e bambini. I campi in conflitto si sono disegnati, guarda caso! lungo linee etniche e religiose: perché le differenze etniche e religiose sono le più profonde e incomponibili. Sino a cinque minuti prima, non sembrava proprio, ai futuri combattenti, che etnia e religione fossero così importanti: anzi, la comunità politica che da più generazioni riuniva i futuri nemici era ufficialmente atea e universalista, e le sue istanze autorevoli, a cominciare dalla scuola, insegnavano a tutti l’oscurantismo delle religioni, la malvagità del razzismo, l’eguaglianza tra gli uomini, la fraternità socialista, eccetera. C’erano matrimoni misti (pochi, è vero), c’era pacifica convivenza, c’era un buon livello di istruzione, pubblica e gratuita per tutti; non c’era ricchezza diffusa ma neanche miseria; c’era un’antica civiltà europea, e una piacevole vita quotidiana, come sa chiunque vi abbia trascorso qualche giorno di vacanza nei tempi beati precedenti il patatrac. Poi, tàc! Un urto dall’esterno – il crollo del sistema di alleanze sovietico – e la Jugoslavia si è trasformata in ex Jugoslavia. Il transito alla nuova e attuale versione è stato una passeggiata in un mare di sangue.
Mi sono spiegato meglio?