Italia e il mondo

Una Gabbia di Matti, di Antonio Rossello

Una Gabbia di Matti

Sottotitolo: Tra minacce e controminacce, foto di bambini morti esibite come prove e aule abbandonate per protesta, il Palazzo di Vetro si conferma un teatro dove tutti si dicono pacieri e nessuno cerca la pace. Cronaca di una farsa in più atti, con la premier italiana assente per preservare la propria verginità politica e Netanyahu che parla a se stesso. Sullo sfondo, la Cina osserva e calcola, mentre il 2026 si conferma l’anno della convergenza delle crisi.

Occhiello: Assemblea Generale delle Nazioni Unite, settembre 2026

Tags: ONU, Assemblea Generale, Iran, Ucraina, Meloni-Tajani

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Il Palazzo di Vetro nasce come promessa: un luogo dove i conflitti si trasformano in parole e le parole in regole. Nel settembre 2026 la sua Assemblea Generale mostra invece il ritratto quasi perfetto di una classe dirigente mondiale in declino. Ci sono leader che si scambiano accuse, minacce e controminacce e che a turno, con identica solennità, si presentano come i soli custodi della pace mentre indicano l’avversario come origine di ogni male. Nessuno propone una soluzione. Il problema, del resto, non è che l’ONU non risolva i conflitti: da tempo non riesce nemmeno a farli emergere e analizzare come sede di confronto reale. L’Assemblea è diventata un’arena, e nell’arena si esibiscono alcuni dei leader più sballati che il pianeta ricordi. Una gabbia di matti, appunto. Non una farsa comica, ma una di quelle rappresentazioni tragiche in cui i protagonisti, convinti di recitare un dramma shakespeariano, offrono al pubblico lo spettacolo della propria inconcludenza.

Il clima è di estrema tensione, e l’attesa per il discorso di Netanyahu, previsto per il pomeriggio, non fa che alimentare un’atmosfera già incandescente. Ma per capire ciò che accade a New York non basta guardare al Palazzo di Vetro. Il 2026 è un anno di svolta potenzialmente destabilizzante per l’ordine internazionale, non tanto per un singolo evento scatenante, quanto per la convergenza simultanea di crisi strutturali: economiche, geopolitiche, demografiche e sistemiche. Le tensioni tra grandi potenze non sono più episodiche o circostanti, ma assumono un carattere permanente e cumulativo, alimentato dal fattore tempo, dall’esaurimento dei modelli di crescita occidentali e dalla crescente incompatibilità tra sistemi economici, politici e strategici. Il mondo del 2026 non è più un sistema in equilibrio instabile, ma un sistema in transizione disordinata, nel quale le regole del passato continuano formalmente a esistere, mentre nella pratica vengono aggirate, svuotate o reinterpretate. È in questo quadro che va letta la farsa che si consuma sotto il cielo di Manhattan.

Primo atto: il pacificatore che annienta

Apre la scena Donald Trump. Nel suo discorso di apertura, altamente autocelebrativo, il presidente americano rivendica di aver «realizzato la pace mentre gli altri parlavano», accusa Teheran di essere il «cuore pulsante del terrorismo» e minaccia lo Stato islamico di «portarlo con sé all’inferno» in caso di mancata resa. Nello stesso discorso, dice che con l’Iran «o un accordo o li anniento». Il Sole 24 Ore riporta anche l’appello a Putin perché «faccia la pace». Si dice inoltre pronto a riammettere i giornalisti esclusi dalla Casa Bianca.

In tre frasi c’è l’intera grammatica dell’ipocrisia diplomatica contemporanea. Si è pacificatori per autoproclamazione, si offre la trattativa con una mano e la distruzione totale con l’altra, e si concede la riapertura ai giornalisti come atto di clemenza sovrana. Un ultimatum di annientamento che passa per offerta di pace: è il capovolgimento dei ruoli che il Corriere ha intitolato, non a caso, «Il mondo capovolto all’ONU».

Ma dietro l’enfasi teatrale del discorso c’è una realtà più dura, che rimanda alla crisi strutturale dell’egemonia americana. Gli Stati Uniti restano la principale potenza globale, ma nel 2026 la loro egemonia è sottoposta a una pressione senza precedenti. Internamente, il Paese è attraversato da polarizzazione politica, tensioni sociali e crisi di legittimità istituzionale. Esternamente, deve gestire simultaneamente più teatri di competizione. Washington percepisce il tempo come una risorsa che si sta esaurendo. La necessità di contenere la Cina, sostenere alleati, mantenere la supremazia tecnologica e gestire un debito colossale spinge verso una strategia più assertiva e meno paziente. Questo aumenta il rischio di escalation, soprattutto in contesti come l’Indo-Pacifico e l’Europa orientale. L’ultimatum all’Iran non è solo una posa: è il sintomo di una potenza che sente il tempo stringere.

Secondo atto: le foto dei bambini e l’aula che si svuota

La replica arriva il giorno dopo e ha il registro opposto, ma la stessa natura teatrale. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sale alla tribuna e, come riferiscono RaiNews, ANSA e Il Fatto Quotidiano, mostra le fotografie dei bambini uccisi dalle bombe statunitensi. Le agenzie riportano la frase «non ci piegheremo». Pezeshkian confuta abilmente l’accusa di terrorismo mossa al suo Paese da Trump, evidenzia la crudezza e la continuità degli attacchi americani, che definisce del tutto immotivati, e accusa gli Stati Uniti di essere i veri terroristi. Si dichiara tuttavia aperto al dialogo, purché sia costruttivo e non leda gli interessi dell’Iran. Vatican News e il Sole 24 Ore registrano l’esito scenico: mentre parla, la delegazione statunitense lascia l’aula. La scena si ripete identica in più occasioni nell’arco della stessa giornata, come se la delegazione americana avesse un copione preciso: ascoltare le accuse, mostrare indignazione, andarsene.

Qui la farsa raggiunge una specie di perfezione. L’immagine di bambini morti, che dovrebbe fermare qualunque discorso, diventa un oggetto di scena. Chi la esibisce vuole colpire l’avversario più che raccontare le vittime, e chi esce dall’aula si indigna d’essere accusato mentre in quella stessa sala ha appena minacciato l’annientamento altrui. Sia chiaro: i bambini morti sono reali, e le domande sulle responsabilità di chi ha ordinato i raid sono legittime. Ma nessuno nell’aula sembra trattarle come domande. Sono munizioni retoriche. E mentre una tela sempre più fitta di strategie e accordi bilaterali si tesse nei corridoi e nelle stanze del Palazzo di Vetro, le prospettive di una pace concreta che ponga fine allo sterminio di popolazioni innocenti restano, a una prima lettura, poche.

Dietro la scena, però, c’è un attore che non parla e che osserva. La Cina. Pechino rappresenta il maggiore acquirente del petrolio iraniano e uno dei partner economici più importanti di Teheran. La cooperazione tra i due Paesi consente all’Iran di mantenere una significativa capacità di esportazione nonostante le sanzioni occidentali. La nuova offensiva economica e militare di Trump contro l’Iran sta mettendo a dura prova le strategie cinesi. Washington ha annunciato una nuova campagna di sanzioni contro Teheran, minacciando conseguenze per Paesi e aziende che continueranno a commerciare con la Repubblica Islamica. L’obiettivo è indebolire ulteriormente l’economia iraniana, ma il principale problema per Pechino è che la Cina è il maggiore acquirente del petrolio iraniano. La risposta cinese è stata netta: Pechino ha respinto le misure unilaterali americane, sottolineando la legittimità dei propri rapporti commerciali con Teheran e avvertendo che difenderà i propri interessi adottando contromisure appropriate.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la solidarietà politica formale verso l’Iran, perché per la Cina sono in gioco sicurezza energetica, commercio internazionale e sovranità economica. Un rafforzamento delle sanzioni secondarie americane rischierebbe di estendere ulteriormente la capacità di Washington di condizionare le relazioni economiche di Pechino con l’Iran. La strategia cinese sembra orientarsi verso una linea intermedia: sostenere economicamente e diplomaticamente l’Iran senza trasformare il sostegno in un confronto militare diretto con gli Stati Uniti. Pechino continua a chiedere moderazione e il ritorno al dialogo, ma allo stesso tempo evita di assumere impegni che potrebbero trascinarla direttamente nel conflitto. Per la Cina, il vero problema è il precedente che potrebbe essere creato dall’azione americana: se Washington riuscisse a utilizzare sanzioni, pressione militare e controllo delle infrastrutture strategiche per limitare le relazioni tra Iran e partner esterni, aumenterebbe ulteriormente la propria capacità di condizionare i flussi energetici e commerciali globali. La crisi iraniana diventa quindi anche un nuovo capitolo della competizione globale tra Stati Uniti e Cina. Pechino non sembra voler combattere per Teheran, ma non è disposta a lasciare che la pressione americana sull’Iran si trasformi in uno strumento capace di limitare direttamente i propri interessi. È proprio in questo spazio di confronto e prudenza che si giocherà una parte importante dell’equilibrio geopolitico del Medio Oriente e, più in generale, della rivalità tra le due principali potenze mondiali.

Terzo atto: il discorso di Guterres e la voce fuori dal coro

Prima ancora che la scena si accenda, il segretario generale António Guterres, in scadenza di mandato, aveva pronunciato il suo discorso inaugurale. Il Foglio lo ha definito «un perfetto e spaventoso manifesto di sottomissione del modello Onu all’islamismo radicale». Guterres, secondo questa lettura, ha «rimosso l’Iran, minimizzato Hamas, demonizzato Israele» perché «l’algoritmo dell’Onu, quando si occupa dei conflitti del mondo, funziona meglio se sceglie di non sfidare le ideologie estremiste». Eppure, nel suo intervento, Guterres aveva condannato apertamente la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania, un passaggio che non è passato inosservato ma che non è bastato a sopire gli animi né a condurre i contendenti a maggiore ragionevolezza. È la prova che all’ONU anche le parole giuste si perdono nel rumore di fondo.

A movimentare ulteriormente il quadro ci pensa Javier Milei. Il presidente argentino, ultraliberale e alfiere della destra globale, pronuncia quello che i media hanno definito «uno dei discorsi più duri mai tenuti contro l’Onu». Definisce l’organizzazione «inutile» e la accusa di «alimentare una casta di parassiti arroganti». Poi rincara: «I presunti difensori dei diritti umani hanno permesso il caos, le dittature, permettendo i genocidi in Africa». E conclude con un siluro: l’Assemblea «ha votato sempre contro Israele ma silente di fronte al terrorismo islamico e il genocidio dei cristiani». Il discorso di Milei è interessante non tanto per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice. È un attacco frontale, senza mediazioni, che rifiuta la liturgia diplomatica e sceglie la provocazione. È, in un certo senso, l’unica voce che in questa Assemblea suona autentica, proprio perché rinuncia all’ipocrisia. Il problema è che anche la sua autenticità è funzionale a una strategia: Milei sta costruendo un personaggio, e l’Onu è la sua platea perfetta.

Quarto atto: i cartelloni di Manhattan

Mentre il dibattito infuria, l’ANSA segnala che a New York compaiono cinquecento cartelloni della campagna di Netanyahu, in vista del suo discorso, con una domanda diretta ai passanti: «Da che parte state, Israele e Usa o Iran e Hamas?». Sky TG24 aggiunge che gli Stati Uniti hanno negato il visto ad Abbas.

La diplomazia multilaterale si è ridotta a un referendum pubblicitario su Times Square: un aut-aut binario spedito a una città che dovrebbe ospitare il negoziato. E il visto negato al presidente palestinese ricorda che l’accesso alla tribuna dell’ONU dipende dalla benevolenza dello Stato ospitante, non da un diritto universale. L’organizzazione che dovrebbe accogliere tutte le voci le seleziona nel cortile di casa d’altri.

Quinto atto: Zelensky e il «paziente zero»

Sul fronte ucraino, Sky TG24 e RaiNews riferiscono le parole di Zelensky: Putin è il «paziente zero» del male, va fermato e va impedito che lo diffonda, e le sanzioni «ci rafforzano». Il Sole 24 Ore aggiunge un dettaglio che vale più di ogni discorso: nelle stesse ore un raid russo ha colpito la sede del suo partito a Kiev. Zelensky ha incontrato anche Erdoğan per parlare di sicurezza nel Mar Nero.

Fuori dall’aula la guerra prosegue con i propri strumenti, indifferente ai discorsi. La Stampa osserva che l’idea di una «pace giusta» in Ucraina si allontana, stretta tra «schiaccianoci economici» e «gusci troppo grossi». La metafora è impietosa e precisa: nessuno dei contendenti ha la forza di rompere il guscio dell’altro, e nessuno ha interesse a cederlo. La Russia entra nel 2026 con una strategia fondata sulla resistenza e sul logoramento. Isolata economicamente dall’Occidente, Mosca punta sul tempo lungo, sulla profondità strategica e sulla capacità di adattarsi a un mondo frammentato. La leadership russa interpreta la crisi del capitalismo occidentale come un segnale di declino strutturale. L’obiettivo non è tanto la vittoria immediata, quanto il superamento della fase critica, confidando che le tensioni interne occidentali limitino la capacità di pressione esterna. Questa strategia aumenta la probabilità di conflitti prolungati e a bassa intensità, ma ad alto impatto geopolitico.

Sesto atto: i pulpiti dei doppi standard

Il manifesto rileva il doppio standard di Erdoğan. Il presidente turco, all’Assemblea, avrebbe usato toni accorati per Gaza, tacendo sul fiorente export dei droni turchi. È la fotografia di un mestiere diffuso: lo Stato che denuncia la guerra e ne vende gli strumenti, il mediatore che parla di pace e arma le parti. Lo stesso giornale lo definisce paladino dei diseredati all’ONU e demolitore di diritti in casa. Dal canto suo, la venezuelana Delcy Rodríguez ha annunciato dalla tribuna che «in Venezuela ci saranno elezioni», promessa che, pronunciata da quel pulpito, vale quanto vale la credibilità di chi la fa.

Settimo atto: Netanyahu, il discorso a se stesso

In questo clima incandescente si inserisce oggi Benjamin Netanyahu. Sempre più impopolare anche all’interno del suo Paese, isolato, condannato dalla Corte Penale dell’Aia con l’accusa infamante di crimini di guerra, abbandonato — a quanto sembra — al suo destino anche dal suo amico Trump, il leader israeliano cercherà in tutti i modi di parlare non già all’ONU, ma agli israeliani. Ormai stanchi del suo lungo dominio e dell’isolamento a cui ha portato il Paese. Le guerre non consolidano il potere, ma lo destabilizzano. Né possono essere legittimate da una presunta e troppe volte sventolata autodifesa, specie quando la verità riaffiora.

A cinque settimane dalle elezioni generali in Israele, accusato da un’inchiesta della stampa israeliana di essere stato messo al corrente dell’imminente attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Netanyahu giocherà tutte le sue carte per rivalutare la sua immagine agli occhi del suo potenziale elettorato. Non incontrerà Trump oggi e partirà in giornata, subito dopo aver tenuto il suo discorso. Indubbiamente darà seguito alla faida che da circa una settimana lo vede battibeccare con il sindaco di New York, Mamdani, reo di averlo definito criminale di guerra. Una definizione, questa, che non è piaciuta a Netanyahu, il quale, a sua volta, ha accusato Mamdani di aver sostenuto i militanti di Hamas. Una carta, questa, fino ad ora risultata efficace per giustificare le scelleratezze commesse dal governo israeliano e dal suo esercito, ma che oggi sembra non convincere più nessuno. Probabilmente il leader israeliano cercherà in giornata di incontrare qualche alto rappresentante dell’amministrazione Trump, ma tutto è avvolto dall’incertezza più totale. Il suo discorso si preannuncia incandescente, ma il vero destinatario non è l’aula: è l’elettorato israeliano, a cui Netanyahu chiederà un’altra chance mentre il cerchio si stringe.

Ottavo atto: l’assenza di Meloni e la presenza di Tajani

Resta l’Italia. Giorgia Meloni all’Assemblea non c’è. Secondo Sky TG24 l’opposizione ne critica l’assenza, e a LA7 Deborah Bergamini di Forza Italia assicura che «nessuna criticità» ne discende. A rappresentare il Paese va il ministro degli Esteri Antonio Tajani, con una serie di formule che le agenzie hanno subito rilanciato: l’ONU «deve ritrovare capacità di agire, troppo spesso appare impotente»; «contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica»; l’intelligenza artificiale «va governata, non demonizzata».

Frasi ineccepibili, e per questo perfette per non dire nulla. Tajani, decano dei pesci in barile, ha una posizione comoda: se l’intervento va bene, i meriti saliranno a Palazzo Chigi; se va male, sarà lui a essere smentito, e da lei. Meloni ha scelto di non entrare in una gabbia di matti, e la scusa dichiarata è un impegno più urgente per l’interesse nazionale, che sia vero o convenientemente inventato. È una scelta di prudenza lucida, che salva la verginità politica della premier al prezzo di consegnare la voce italiana a un ministro che parla dell’impotenza dell’ONU con la sua stessa cautela istituzionale. Va detto a onore del vero che la critica delle opposizioni, per quanto legittima, avrebbe poco da guadagnare dal confronto con chi l’ONU la frequenta da decenni senza cambiarlo.

L’Europa, del resto, rappresenta uno degli anelli più fragili della catena geopolitica del 2026. Dipendente energeticamente, finanziariamente e militarmente, l’Europa fatica a definire una strategia autonoma. Il rallentamento economico, l’aumento del debito e le tensioni sociali interne limitano la capacità di azione. L’Europa è al centro delle frizioni tra grandi potenze, ma spesso senza essere un soggetto pienamente sovrano. Questo la espone a shock esterni e a decisioni prese altrove, accentuando la percezione di vulnerabilità. In questo quadro, l’assenza italiana non è solo una scelta di opportunità politica: è il sintomo di una più generale ritirata europea dalla scena globale.

Epilogo: un mondo del 1945 appeso a una parete del 2026

Linkiesta ha trovato la formula più netta: dal Palazzo di Vetro al «Palazzo del Veto», un’istituzione che è una fotografia del mondo del 1945 appesa alla parete del 2026. Le Nazioni Unite vivono il paradosso di essere più necessarie proprio quando sono meno capaci di fare ciò per cui furono create. Il Consiglio di Sicurezza è bloccato dai veti incrociati dei suoi cinque membri permanenti, che sono quasi sempre anche le parti in causa. L’Assemblea Generale, senza poteri vincolanti, è un palco. Il resto è un sottobosco di interessi meschini, in cui ogni delegazione difende la propria convenienza e chiama principio il proprio tornaconto.

Ma la crisi dell’ONU è solo la superficie di una crisi più profonda. Ciò che rende il 2026 particolarmente pericoloso non è una singola crisi, ma la convergenza simultanea di più fattori: crisi del capitalismo occidentale, crollo dei consumi, esplosione del debito, competizione sistemica tra potenze, fragilità sociale interna. In questo contesto, il margine di errore si riduce drasticamente. Alla base delle tensioni del 2026 vi è una crisi profonda del capitalismo occidentale, che non può più essere interpretata come una semplice fase recessiva. Si tratta di una crisi strutturale, legata all’esaurimento dei motori tradizionali della crescita: consumi di massa, globalizzazione lineare, espansione del credito e finanziarizzazione. Negli Stati Uniti e in Europa, la crescita degli ultimi decenni è stata sostenuta sempre meno dall’aumento della produttività reale e sempre più dall’espansione del debito, dalla compressione salariale e dalla creazione artificiale di domanda. Questo modello ha prodotto squilibri crescenti: concentrazione della ricchezza, precarizzazione sociale, erosione del ceto medio e fragilità sistemica.

Nel 2026, questi nodi arrivano al pettine. Il rallentamento dei consumi non è più temporaneo, ma strutturale. Le famiglie occidentali, gravate da inflazione persistente, debito privato e incertezza occupazionale, riducono la spesa. Questo colpisce direttamente il cuore del modello economico occidentale, basato sulla domanda interna. Il consumo non è solo una variabile economica, ma un fattore politico. Per decenni, la stabilità delle democrazie occidentali è stata garantita da un patto implicito: crescita economica in cambio di consenso. Quando questo patto si spezza, emergono tensioni sociali, polarizzazione politica e perdita di fiducia nelle istituzioni. Nel 2026, il calo dei consumi segnala una trasformazione più profonda: la fine dell’illusione di una crescita permanente. Questo genera frustrazione collettiva, rabbia sociale e un aumento del sostegno a movimenti radicali, populisti o antisistema. La politica interna diventa più fragile e imprevedibile, riducendo la capacità degli Stati di sostenere strategie geopolitiche di lungo periodo.

Uno dei temi centrali del 2026 è l’esplosione del debito pubblico e privato. Stati Uniti, Europa e Giappone hanno raggiunto livelli di indebitamento che limitano fortemente la libertà di azione politica. Il debito non è più solo uno strumento economico, ma un vincolo geopolitico. L’aumento dei tassi di interesse, necessario per contenere l’inflazione, rende il servizio del debito sempre più oneroso. Questo riduce lo spazio fiscale per investimenti strategici, welfare, difesa e innovazione. Ogni decisione geopolitica ha ora un costo finanziario immediato e potenzialmente destabilizzante. Nel 2026, molte economie avanzate si trovano intrappolate in un dilemma: continuare a sostenere il debito attraverso politiche espansive rischia di alimentare inflazione e instabilità monetaria; ridurre la spesa rischia di provocare recessione e crisi sociale. Questa trappola sistemica riduce la capacità di risposta coordinata dell’Occidente.

La Cina affronta il 2026 con una logica diversa. Il suo obiettivo principale non è l’espansione rapida, ma la stabilità interna e la gestione della transizione economica. Tuttavia, il rallentamento della crescita, la crisi immobiliare e le tensioni demografiche riducono i margini di manovra. Pechino osserva con attenzione la crisi occidentale, ma è consapevole che il tempo non gioca automaticamente a suo favore. Anche per la Cina, il 2026 rappresenta una finestra critica: rafforzare la propria autonomia tecnologica, consolidare le catene di approvvigionamento e prepararsi a un mondo più frammentato. La competizione con gli Stati Uniti assume un carattere sistemico, non ideologico, basato sulla capacità di resistere a shock prolungati.

In questa giungla di conflitti e alleanze ammantate di falsi motivi, ma in realtà ancorate a interessi economici, le ipotesi sono tante, le certezze poche, le speranze molte. Che ci possa essere un tenue spiraglio nel cielo plumbeo di questa stagione di guerre? Che si possa giungere a un accordo di pace? Che governi più miti diano una nuova vita alle vittime di tanti conflitti? Vogliamo crederci.

Ne esce l’immagine di una classe dirigente mondiale che si atteggia, si insulta e si spaventa a vicenda, incapace di trasformare il conflitto in negoziato. Più che alla diplomazia, la scena somiglia a una rappresentazione plastica di quella che il titolo chiama senza troppi giri di parole una gabbia di matti. Se ci fosse un tribunale che giudicasse i visitatori dal loro comportamento e non dai titoli, il verdetto di questi giorni sarebbe difficile da appellare. E la vera notizia, in fondo, non è che le Nazioni Unite non contino più niente: è che nessuno, tra chi sale alla tribuna, sembra volere che contino di nuovo. La storia insegna che i periodi più instabili non sono quelli di massima crescita o di massimo declino, ma quelli di transizione. Il 2026 è esattamente questo: un anno in cui il vecchio ordine non funziona più, ma il nuovo non è ancora emerso. E in questa terra di nessuno, il tempo diventa il vero campo di battaglia. Chi saprà gestire la transizione, mantenere coesione interna e adattarsi a un mondo multipolare avrà un vantaggio decisivo. Chi invece resterà prigioniero di modelli economici e politici esauriti rischia di subire la storia, anziché guidarla. Il 2026 non è solo un anno critico: è un banco di prova per l’ordine globale del XXI secolo. E l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con le sue foto di bambini morti, le sue aule che si svuotano e i suoi leader che si accusano a vicenda, è il ritratto perfetto di un mondo che non sa più dove andare.

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire, di Simplicius

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire

In parole povere17 settembre
 
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Un’inchiesta della CNN sostiene cheche la Russia abbia lanciato “14 satelliti” sul Medio Oriente, i quali, secondo i funzionari dei servizi segreti, avrebbero fornito all’Iran capacità di puntamento senza precedenti alla vigilia dei grandi attacchi di precisione sferrati contro le basi statunitensi all’inizio di quest’anno:

Erin Burnett OutFront@OutFrontCNN

Un’inchiesta della CNN rivela che la Russia avrebbe fornito informazioni satellitari cruciali sulle basi statunitensi, garantendo a Teheran un vantaggio determinante nel conflitto.

3:04 del mattino · 17 settembre 2026· 368.000 visualizzazioni


343 risposte· 1.500 condivisioni· 3,14K Mi piace

Inchiesta della CNN: l’Iran ha migliorato la precisione dei propri attacchi contro obiettivi statunitensi. Ecco in che modo i satelliti russi potrebbero aver contribuito

Quattordici satelliti spia russi hanno sorvolato una base militare statunitense in Arabia Saudita due giorni prima di un devastante attacco sferrato dall’Iran. La tempistica e la sequenza delle operazioni del veicolo spaziale hanno consentito loro di accedere a un’ampia gamma di dati che, secondo funzionari statunitensi e fonti di intelligence internazionali, hanno aiutato Teheran a sferrare alcuni dei suoi attacchi più precisi contro obiettivi americani. Ne parla Tamara Qiblawi della CNN.

Chi si ricorda questo classico??

È ancora incredibile che questo sia una sorpresa per l’Occidente. Proprio ieri un RQ-4D della NATO — una variante del famigerato Global Hawk — è stato avvistato a poche miglia al largo della Crimea, presumibilmente mentre sorvegliava obiettivi terrestri in vista di un imminente attacco ucraino:

Sintesi militare@MilitarySummary

I voli di ricognizione degli Stati Uniti e della NATO sul Mar Nero proseguono a ritmo serrato. In primo luogo, un drone ad alta quota Northrop Grumman RQ-4D Phoenix, operante dalla base aerea italiana di Sigonella, ha effettuato una missione con obiettivo la Crimea. Successivamente, un Bombardier Challenger 650 Artemis …

11:50 · 16 settembre 2026· 1,58K visualizzazioni


7 condivisioni· 25 “Mi piace”

Si chiama “occhio per occhio”.

Nella parte superiore della scheda dati qui sopra è possibile vedere il codice 7600 scritto in rosso. Si tratta del codice di emergenza internazionale da trasmettere in caso di interruzione delle comunicazioni. Diversi account hanno affermato cheL’RQ-4 ha subito un malfunzionamento del sistema di comunicazione ed è stato costretto ad allontanarsi rapidamente dalla zona.

Ma tornando all’articolo della CNN, sorge una domanda fondamentale: cosa dicono ora tutte quelle persone che sostengono che la Russia permetta passivamente il superamento di tutte le sue “linee rosse”, non reagendo all’armamento dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti e all’assistenza fornita da questi ultimi in termini di dati di puntamento per gli attacchi ucraini? Chi, in definitiva, ha pagato il prezzo più alto, la Russia o gli Stati Uniti?

L’Ucraina ha inflitto danni alla Russia, ma non di natura strategica, dato che la Russia continua ad avanzare sul campo di battaglia ed è in grado di impiegare tutte le proprie risorse come prima della guerra. Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno praticamente perso l’intera loro posizione nel Medio Oriente, in parte grazie alle informazioni di intelligence fornite dalla Russia all’Iran — almeno se dobbiamo credere a queste notizie. A prima vista sembrerebbe che la Russia abbia avuto la meglio in questo scontro, dato che le perdite degli Stati Uniti in Medio Oriente sono state davvero di natura strategica a livello generazionale, a seconda di come continueranno a evolversi gli eventi.

L’Iran ha messo gli Stati Uniti in una posizione sempre più precaria, tanto che ora questi ultimi temono di suscitare l’ira dell’Iran, dato che i potenti attacchi dei persiani sono diventati inarrestabili a causa dell’esaurimento delle scorte di intercettori.

Gregory Brew@gbrew24

L’ultimo attacco statunitense contro una petroliera iraniana risale a 8 giorni fa, il 9 settembre. Poco dopo, l’Iran ha lanciato 20 missili balistici contro una base statunitense in Giordania. La Giordania e gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 70 missili intercettori. Almeno alcuni missili iraniani sono riusciti a superare le difese, danneggiando 9 velivoli statunitensi. Ci sono stati…

17:52 · 17 settembre 2026· 25,2K visualizzazioni


11 risposte· 61 condivisioni· 275 Mi piace

L’Iran sta stringendo la morsa sugli Stati Uniti, che rimangono intrappolati in una sorta di paralisi da escalation a causa della mancanza di opzioni valide e praticabili.

A tal proposito, Phillips P. O’Brien sostiene in un nuovo articolo pubblicato su The Atlantic che l’era americana sia giunta a una fine ingloriosa:

https://www.theatlantic.com/ideas/2026/09/trump-iran-superpower-decline/688639

Egli esordisce dicendo:

L’era americana che seguì la Seconda guerra mondiale era destinata, prima o poi, a finire. Ciò che stupisce è quanto improvvisamente sia arrivato quel momento. Negli ultimi sei mesi, la potenza americana — da tempo incarnata dalle migliori attrezzature belliche al mondo e dal personale militare meglio addestrato, da una rete globale di basi e sistemi logistici, nonché da alleanze militari e diplomatiche con ogni angolo del globo — si è rivelata insufficiente a sconfiggere l’Iran, un regime repressivo ed economicamente stagnante, armato di missili e droni a basso costo.

O’Brien ammette che è stata proprio la distruzione da parte dell’Iran delle principali basi statunitensi nella regione a determinare l’immediata battuta d’arresto dell’aggressione statunitense, una tesi che in un primo momento era stata derisa dai portavoce dell’establishment, finché la realtà non si è lentamente imposta:

L’effetto di queste perdite sulle operazioni statunitensi è stato quasi immediato. Uno dei motivi principali per cui l’amministrazione Trump non ha inasprito il conflitto militare con l’Iran durante l’estate, nonostante tutte le minacce in tal senso, è stata la perdita della base in Bahrein — su cui la Marina faceva affidamento da decenni per rifornire le navi in Medio Oriente. Di conseguenza, la cosiddetta “coda logistica” delle operazioni navali statunitensi ha dovuto estendersi fino a Diego Garcia, un’isola sotto il controllo britannico nell’Oceano Indiano, a più di 2.000 miglia dallo Stretto di Ormuz.

La vulnerabilità delle strutture statunitensi situate nei pressi dell’Iran è talmente elevata e il costo previsto per la loro riparazione è talmente ingente che, come Il Washington Post come riportato il mese scorso, i funzionari dell’amministrazione potrebbero non volerli ricostruire affatto.Un modo per interpretare la situazione è quello di considerarla come “un’occasione unica in una generazione per il Pentagono di riconsiderare la propria presenza” nella regione del Golfo Persico, come afferma il Post come si suol dire. Ma il fatto è che difendere le infrastrutture chiave anche da un nemico tecnologicamente meno avanzato come l’Iran non è qualcosa che le forze armate statunitensi siano attualmente in grado di fare.

Il paragrafo chiave, tuttavia, è sicuramente questo, in cui O’Brien spiega in che modo la Cina abbia surclassato in modo straordinario gli Stati Uniti in tutti i principali fattori moderni che determinano il vero potere militare ed economico:

L’erosione della supremazia manifatturiera americana è una storia vecchia, ma costituisce un elemento chiave per comprendere la fine dell’era americana. Un tempo gli Stati Uniti riuscivano a superare le altre potenze in termini di produzione attingendo al settore civile. Durante la Seconda guerra mondiale, gli americani riorganizzarono l’industria automobilistica per costruire aerei. Oggi, rispetto al resto del mondo, gli Stati Uniti non producono quasi più navi per uso civile. La Cina, al contrario, produce circa il 50% delle navi del mondo e controlla circa l’80 per centodella produzione mondiale di droni. Avendo potenziato le proprie forze armate per prevalere in uno scontro di elevata intensità, gli Stati Uniti semplicemente non dispongono delle attrezzature, delle scorte e delle forze ben riposate necessarie per affrontare la Cina per un periodo di tempo prolungato.

Conclude senza le solite ambiguità melliflue, che lasciano aperta la porta a qualche fantasia di rinascita americana. La sua conclusione è definitiva: l’America è finita:

Tutte le superpotenze del passato hanno finito per declinare. L’emergere dell’Asia orientale come centro della produzione economica mondiale non poteva che ridurre l’influenza americana. Il passaggio da un’era globale all’altra raramente è evidente sul momento. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina quattro anni e mezzo fa, il potenziale dei droni prodotti in serie non era ancora chiaro. Fino a febbraio scorso, pochi esperti avrebbero previsto che gli Stati Uniti — un colosso mondiale da oltre 80 anni — sarebbero finiti per trovarsi così in difficoltà a causa dell’Iran.Ma il conflitto mette in luce un aspetto importante: L’era americana è giunta al termine. Il dominio globale degli Stati Uniti non può continuare senza le fonti di potere che lo hanno reso possibile.

È interessante che egli osservi che “pochi esperti avrebbero previsto” la pesante sconfitta inflitta dall’Iran agli Stati Uniti. In realtà, chiunque avesse un po’ di cervello l’aveva facilmente prevista, compreso il nostro umile blog, fin dall’inizio.

In questo raro momento di autocelebrazione, il vostro umile autore ha chiesto alla modalità “esperto” di Grok AI di leggere tutti i nostri articoli pertinenti su Substack e di stabilire quali previsioni fossero state formulate sul conflitto iraniano sin dall’inizio:

Citazioni specifiche relative alle previsioni formulate fin dai primissimi giorni del conflitto:

Link

Ma soprattutto, mentre il mondo intero si scagliava contro la riduzione della “potenza di fuoco” dell’Iran nelle prime settimane di guerra, noi siamo stati tra i pochi blog a sostenere con sicurezza il contrario:

Link

Beh, cosa possiamo dire? Forse “analisti” come Phillips P. O’Brien farebbero bene a smettere di dare retta ai giornalisti da quattro soldi del mainstream e a rivolgersi invece a fonti che hanno dato prova di affidabilità.

Secondo quanto riferito, Trump avrebbe dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un importante punto di svolta nei rapporti con l’Iran:

https://www.axios.com/2026/09/17/trump-axios-interview-iran-war

Giovedì il presidente Trump ha dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un bivio cruciale nella guerra con l’Iran, ovvero se riprendere gli attacchi su larga scala nel tentativo di porre fine al conflitto.

«Devo prendere una decisione importante. Voglio intervenire e annientarli [il regime iraniano] o no? È una decisione importante. Potrebbe succedermi di tutto».

Queste sono solo altre sciocchezze di un perdente vanaglorioso: un tentativo di compensare la mancanza di alternative fingendo di avere un potere che non ha mai posseduto. A questo punto gli Stati Uniti non possono annientare nulla, né lo faranno; quel tempo è ormai passato da un pezzo. Come avevamo già chiarito nell’ultimo articolo, l’Iran è giocare sul serio, e gli Stati Uniti non hanno più la forza d’animo necessaria per far fronte alla pressione che la superpotenza regionale è ora in grado di esercitare.

Come ultimo aggiornamento, nuove immagini satellitari mostrano i lavori segreti in corso lungo l’oleodotto est-ovest saudita. A quanto pare, i sauditi stanno ora cercando di aggirare le stazioni di pompaggio danneggiate tramite una conduttura di emergenza deviata che, letteralmente, aggira la stazione:

Mizar Vision@MizarVision

ARABIA SAUDITA | In corso lavori di deviazione d’emergenza sul gasdotto Est-Ovest Le nuove immagini satellitari di Vantor del 16 settembre sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnati nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana. Secondo quanto riferito, gli operai sarebbero …

19:47 · 17 settembre 2026· 65,3K visualizzazioni


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Timelapse:

Le nuove immagini satellitari di Vantor, risalenti al 16 settembre, sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnate nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana.

Secondo quanto riferito, si vedono alcuni operai impegnati nella posa e nella saldatura di due nuove sezioni di conduttura, che potrebbero consentire al flusso di greggio di aggirare l’impianto danneggiato.

Reuters ha confermato separatamente che tre stazioni di pompaggio lungo la cruciale conduttura est-ovest sono state colpite e che l’Arabia Saudita sta lavorando per ripristinare il flusso. Le riparazioni complete potrebbero richiedere 5–6 settimane, anche se le operazioni parziali potrebbero riprendere prima.

Se portato a termine con successo, il bypass potrebbe ridurre in modo significativo le interruzioni su una delle rotte alternative di esportazione del petrolio più importanti al mondo.

Ciò suggerisce ovviamente che i danni siano ben più gravi di quanto si pensasse in precedenza, dato che hanno deciso di deviare il traffico intorno alle stazioni anziché ripristinare immediatamente le stazioni stesse.

Gli esperti dovranno esprimersi in merito, ma dal punto di vista teorico e logico, deviare il flusso intorno alla stazione di pompaggio dovrebbe comportare un rallentamento significativo della portata del greggio nella conduttura, dato che la stazione non fornisce il necessario aumento di pressione. Ciò significherebbe che questa “soluzione rapida” non rappresenta una soluzione definitiva.

Si diceva che la linea Est-Ovest trasportasse il 4-5% dell’intero approvvigionamento mondiale di petrolioe si dice che un precedente attacco a una sola stazione di pompaggio, avvenuto all’inizio dell’anno, abbia ridotto l’approvvigionamento di 700.000 barili al giorno. Questa volta sono state colpite tre stazioni.

Resta da vedere se l’attacco sia stato solo un avvertimento, per ora, o l’inizio di una campagna sistematica volta a continuare a danneggiare l’oleodotto in modo permanente. Secondo le ultime notizie, l’Arabia Saudita starebbe implorando la Cina di intervenire e costringere l’Iran a porre fine alla sua campagna contro gli asset sauditi, ma sembra che la Cina si sia limitata a “trasmettere il messaggio” all’Iran senza chiedere alcun favore né fornire indicazioni dirette.

Resoconto dello scontro@clashreport

BIG: L’Arabia Saudita ha chiesto alla Cina di esercitare pressioni in via riservata sull’Iran affinché freni gli Houthi dopo la loro occupazione della costa yemenita sul Mar Rosso e di Bab al-Mandeb. Tre fonti iraniane affermano che Pechino abbia trasmesso il messaggio a Teheran, andando oltre i propri appelli pubblici alla moderazione. La risposta dell’Iran: …

14:27 · 17 settembre 2026· 10,8K visualizzazioni


10 risposte· 28 condivisioni· 150 “Mi piace”

Ora Bloomberg riferisce che la Russia sta aumentando i propri flussi di petrolio:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/russia-boosts-oil-exports-as-middle-east-war-sends-prices-soaring

Il prezzo del greggio russo degli Urali è balzato a 120 dollari al barile, superando quello del Brent secondo diverse stime:

Come pensi che si evolverà la convergenza tra la crescente crisi energetica ed economica e le imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti?


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Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture._ di Simplicius

Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture.

Simplicius
Sep 15
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Esperti di tutto il mondo stanno ora affermando che ci troviamo di fronte a una grave crisi energetica causata da una “tempesta perfetta” di fattori scatenanti, tra cui le reciproche ritorsioni energetiche tra Ucraina e Russia, nonché l’improvvisa intensificazione degli attacchi sferrati dall’asse Houthi-Iran contro le infrastrutture energetiche strategiche dell’Arabia Saudita.

https://www.wsj.com/business/energy-oil/oil-executives-say-the-great-fuel-crisis-is-here-b6b32030

Il WSJ riporta:

I dirigenti delle compagnie petrolifere americane hanno avvertito per mesi che la chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz avrebbe inevitabilmente provocato una crisi dei carburanti. Ora, sostengono che tale crisi sia già realtà.

Da oltre sei mesi le scorte commerciali di carburante in tutto il mondo si stanno esaurendo e le riserve strategiche di greggio non possono più essere attinte in misura significativa. Gli attacchi della scorsa settimana hanno causato l’interruzione di un oleodotto fondamentale in Arabia Saudita che aggirava lo Stretto, lasciando a terra almeno 2,5 milioni di barili al giorno in un mercato petrolifero globale già in difficoltà, secondo le stime degli analisti.

L’ultimo fattore determinante è stata la notizia secondo cui l’Arabia Saudita sta annullando le “spedizioni di petrolio greggio” verso l’Europa per il resto del mese di settembre, con voci che ora ipotizzano che tale sospensione si protragga anche nel mese di ottobre.

Negli ultimi giorni, gli Houthi hanno sferrato attacchi di grande portata contro alcune infrastrutture petrolifere saudite, tra cui l’impianto di Aramco a 18,485593, 42,505660 geolocalizzazione:

ULTIME NOTIZIE: Secondo quanto riportato da Reuters, le operazioni di carico di petrolio sono state sospese a Yanbu, il principale porto saudita sul Mar Rosso, a seguito del precedente attacco all’oleodotto est-ovest.

I serbatoi di stoccaggio del petrolio sono in fiamme a seguito di un presunto attacco missilistico degli Houthi contro l’impianto di stoccaggio di Aramco ad Abha, a nord di Abha, in Arabia Saudita.

18,485593, 42,505660

A circa 500 miglia da lì è stata colpita anche la raffineria di petrolio Yasref, situata nella città di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso:

La lettera di Hormuz@HormuzLetter

ULTIME NOTIZIE: Sembra che questa mattina gli Houthi yemeniti abbiano colpito direttamente la raffineria YASREF di Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso. Si tratta di una joint venture tra Aramco e Sinopec con una capacità di 400.000 barili al giorno e uno dei maggiori esportatori di gasolio del Mar Rosso. Le immagini mostrano un vasto incendio, con…

13:43 · 15 settembre 2026· 478.000 visualizzazioni


139 risposte· 1,54K condivisioni· 5,7K Mi piace

Nel frattempo, il fondamentale oleodotto Est-Ovest, destinato a fungere da linea vitale per reindirizzare i flussi di greggio provenienti da Hormuz, è stato individuato nelle nuove immagini satellitari di Maxar dopo l’attacco che lo ha reso inoperativo il 10 settembre. A quanto pare, multiplole stazioni di pompaggio lungo il lungo percorso sono state distrutte, rendendo l’attacco ben più grave di quanto inizialmente stimato:

È improbabile che il sito venga riaperto a breve. Gli esperti intervistati da Reuters hanno stimato che ci vorranno diverse settimane, con la possibilità che prima di allora vi siano alcuni flussi “parziali” di greggio:

https://www.reuters.com/business/energy/saudi-pipeline-outage-threatens-loss-4-global-oil-supply-2026-09-13/
https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/mbs-and-saudi-arabia-face-crisis-with-key-oil-pipeline-shut-for-weeks

Tuttavia, vista la facilità con cui è stato possibile colpire il sito, chi può escludere che i responsabili — che si trovassero in Iraq o nello Yemen — non potessero semplicemente continuare a colpirlo ancora?

Ora i prezzi del gasolio negli Stati Uniti sono saliti alle stelle in modo allarmante:

La lettera di Kobeissi@KobeissiLetter

ULTIME NOTIZIE: I prezzi del gasolio negli Stati Uniti raggiungono ufficialmente un nuovo record di 6,26 dollari al gallone, con un aumento di oltre l’80% in 9 mesi. Gli autotrasportatori pagano ora quasi 3,00 dollari in più al gallone per il gasolio rispetto a gennaio. Questo ha fatto salire i prezzi medi del carburante in California, uno degli Stati più costosi…

17:44 · 15 settembre 2026· 195.000 visualizzazioni


126 risposte· 369 condivisioni· 2,77K Mi piace

Trump ha attribuito la crisi del gasolio agli attacchi dell’Ucraina alle infrastrutture russe di raffinazione del gasolio:

Che politica estera incoerente, pigra, ipocrita, priva di principi e decisamente maleducata: «Lasciamoli scioperare su ciò che vogliono, ma per ora non sul gasolio, perché è proprio lì che stiamo subendo i colpi più duri!»

Questo tipo di diplomazia miope e maldestra è come spegnere alla rinfusa, uno alla volta, incendi casuali, mentre contemporaneamente se ne innescano di nuovi senza volerlo. Trump pensa che gli Stati Uniti possano comportarsi in modo sconsideratamente ostile nei confronti del mondo intero, fornendo senza scrupoli armi all’Ucraina per distruggere settori chiave delle infrastrutture russe, attaccando spietatamente l’Iran, ecc., e poi si chiede perché le ripercussioni stiano iniziando ad avvelenare l’economia nazionale.

Ora i rendimenti obbligazionari globali sono saliti alle stelle sia negli Stati Uniti che in Europa: i rendimenti dei titoli a 10 anni statunitensi e britannici hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007, mentre quelli tedeschi, secondo quanto riportato, hanno toccato i livelli più alti dal 2006:

ULTIME NOTIZIE: Il rendimento dei titoli decennali sale al 5,04%, il livello più alto dal luglio 2007.

Ciò fa salire il tasso di interesse medio sui mutui trentennali al 7,17%.

Possedere una casa è ufficialmente un lusso. – Fonte

Nel quadro del suo tentativo maldestro e artificioso di risolvere la situazione, Trump ha annunciato una tregua reciproca in materia di energia che non ha mai avuto luogo, l’ennesima di una lunga serie di falsità volte a placare il gregge nazionale:

Sia Zelensky che i rappresentanti russi hanno smentito l’esistenza di un simile cessate il fuoco e, a riprova di ciò, proprio questa mattina entrambi i Paesi hanno colpito gli impianti energetici dell’altra parte.

L’analista russo Victor Leonov ha avanzato una teoria interessantesecondo cui la Russia e l’Iran starebbero collaborando per smantellare l’ordine monetario ed economico occidentale:

Perché l’Iran e la Russia prendono di mira gli impianti energetici?

Nel contesto della guerra in Ucraina e delle tensioni in Medio Oriente, le stazioni di servizio, i depositi di petrolio e carburante, gli impianti energetici, le infrastrutture e le raffinerie sono costantemente presi di mira dalla Russia e dall’Iran. Allo stesso tempo, le rotte di trasporto e energetiche, come lo Stretto di Ormuz e Bab al-Mandab, sono completamente bloccate. Perché sta accadendo tutto questo? Perché la Russia e l’Iran agiscono in modo coordinato e qual è il loro obiettivo?

La risposta a queste domande deriva dal fatto che la Russia e l’Iran hanno concordato di distruggere il sistema capitalista occidentale e americano, provocando una crisi energetica attraverso attacchi mirati alle infrastrutture energetiche e alle vie di trasporto.Il meccanismo funziona così: attaccare e distruggere queste strutture riduce la produzione e l’approvvigionamento energetico, mentre la chiusura dello Stretto di Ormuz e di Bab al-Mandab comporta una riduzione analoga dell’approvvigionamento e della disponibilità a livello globale.

Di conseguenza, i prezzi dei carburanti e dell’energia in generale iniziano a salire e a registrare un’impennata. L’aumento dei prezzi comporta una maggiore pressione sul settore industriale globale, che deve procurarsi il carburante a prezzi molto più elevati. Allo stesso tempo, aumentano anche i costi di trasporto e l’inflazione economica inizia a crescere. Di conseguenza, le banche centrali sono costrette ad aumentare i tassi di interesse per tenere sotto controllo l’inflazione, il che a sua volta rallenta e indebolisce l’economia. In questo modo, la produzione e l’attività manifatturiera si indeboliscono gradualmente, mentre il settore industriale si trova ad affrontare una grave minaccia.

Con questo metodo, la Russia e l’Iran stanno mettendo a rischio l’industria, la crescita economica e l’attuale ordine mondiale, al punto che le fabbriche potrebbero chiudere e l’industria, nella sua forma attuale, potrebbe non essere più in grado di andare avanti. Poiché l’industria è la pietra angolare del capitalismo moderno, passo dopo passo l’attuale ordine mondiale si avvicina al collasso man mano che si aggrava la crisi energetica.

Pertanto, la Russia e l’Iran intendono sfruttare questa strategia per abbattere e trasformare l’attuale ordine mondiale, guidato in modo unipolare dagli Stati Uniti. Per questo motivo, sono da prevedersi ulteriori bombardamenti contro stazioni di servizio, depositi di petrolio, gas e carburante, oltre a nuovi attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche.

Non sono convinto che si tratti di un’operazione così coordinata volta a “abbattere il capitalismo”, ma è una linea di pensiero interessante, soprattutto se si considera che l’Iran e la Russia sono in grado di rafforzare le proprie rotte commerciali verso est, ostacolando al contempo le linee di vita economiche dell’Occidente. È più probabile che la Russia e l’Iran stiano semplicemente reagendo in modo difensivo per colpire i propri avversari nei loro punti più sensibili. La Russia era ben felice di fornire energia all’Occidente per mantenere in funzione l’«ordine capitalista» occidentale, fino a quando l’Ucraina non ha iniziato a mettere sotto pressione le stesse infrastrutture energetiche russe.

La tariffa giornaliera di noleggio di una superpetroliera sulla rotta dal Golfo Persico alla Cina ha raggiunto per la prima volta nella storia 1 milione di dollari.

Al momento della stesura di questo articolo, diverse fonti riferiscono che gli Houthi avrebbero minato lo stretto di Bab al-Mandab, il che sembrerebbe contraddire le loro precedenti affermazioni secondo cui il transito sarebbe vietato solo ai mezzi di trasporto sauditi:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Gli Houthi hanno posato delle mine nello stretto di Bab al-Mandab, secondo quanto riferito da una fonte militare yemenita all’agenzia di stampa tedesca DPA

22:26 · 15 settembre 2026· 29,5K visualizzazioni


23 risposte· 154 condivisioni· 556 “Mi piace”

Se le notizie fossero vere — insieme agli attacchi su larga scala alle infrastrutture petrolifere saudite — ciò potrebbe rappresentare una campagna su vasta scala volta a infliggere un colpo mortale all’economia del regime saudita.

Una cosa è certa: mentre Trump continua a trattare il conflitto con l’Iran come una sorta di distrazione occasionale o un terreno di gioco per la propria vanità, l’Iran sta portando la situazione all’estremo. Per l’Iran, il conflitto è una questione di sopravvivenza, come dimostrano chiaramente due recenti avvenimenti:

In primo luogo: circolano notizie secondo cui l’Iran si starebbe preparando a mobilitare fino a un milione di persone per l’addestramento, in vista della creazione di 1.000 battaglioni di riserva denominati “battaglioni della resistenza nazionale”, in preparazione a un possibile conflitto futuro.

Iran Observer@IranObserver0

⚡️ULTIME NOTIZIE: Tutti gli iraniani hanno ricevuto un SMS per registrarsi alla mobilitazione Le forze armate iraniane stanno iniziando ad addestrare 1.000 nuovi battaglioni (circa un milione di persone) L’addestramento non richiederà molto tempo, poiché in Iran vige il servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini

7:19 · 15 settembre 2026· 536.000 visualizzazioni


176 risposte· 1,37K condivisioni· 7.760 Mi piace

A conferma della notizia sopra riportata, Lo riporta il Jerusalem Postche in tutto l’Iran sono stati affissi cartelloni pubblicitari che promuovono l’arruolamento nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Il Jerusalem Post scrive in merito alla nuova campagna:

Appello ai volontari per mobilitare i giovani

Macmillan ha sottolineato che l’Iran sta cercando di mobilitare i giovani attraverso questi messaggi, offrendo loro addestramento all’uso delle armi, alla lettura delle mappe e alle tecniche di primo soccorso necessarie nelle zone di combattimento, nell’ambito di una campagna volta ad ampliare le unità di tipo Basij oltre la “base tradizionale” di sostenitori.

La nuova generazione di attivisti dimostrerà agli iraniani e all’Occidente che il regime «è ancora in grado di organizzare manifestazioni di massa dopo mesi di tensione», nonostante la crisi economica, la guerra e la violenta repressione delle proteste, ha affermato.

«Si tratta di un appello al volontariato, diffuso attraverso i canali ufficiali e tramite SMS di massa. È un’iniziativa ufficiale del governo iraniano, un messaggio di mobilitazione politico-militare, non un avviso neutrale di pubblica utilità», ha osservato.

In secondo luogo, Fonti giornalistiche iraniane riferiscono chesecondo cui un importante deputato iraniano avrebbe affermato che un gruppo di parlamentari ha elaborato un “progetto di legge urgente” per il ritiro dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare. Secondo quanto riferito, il progetto di legge sarà sottoposto a votazione non appena “il comitato direttivo del parlamento lo avrà approvato”.

La parte più sorprendente dell’intervista al deputato è il suo appello diretto all’Iran affinché si doti di armi nucleari, dato che l’aggressione degli Stati Uniti ha reso questa scelta una «necessità inevitabile»:

«È meglio effettuare al più presto i test necessari per le armi nucleari» perché l’Iran ha bisogno di una deterrenza nucleare e il possesso di armi nucleari è ormai una «necessità inevitabile».

Certo, non dobbiamo reagire in modo esagerato, poiché ci sono già stati in passato legislatori così provocatori e l’iniziativa probabilmente non porterà a nulla, soprattutto perché il presidente iraniano Pezeshkian ha continuato a schierarsi contro l’acquisizione di armi nucleari. Ma tutto ciò dimostra che i leader e il popolo iraniani stanno assumendo una posizione più rigida, consolidandosi attorno a un nucleo unificato, e considerano gli attacchi dell’asse USA-Israele contro il loro Paese come una minaccia esistenziale da affrontare come un cancro, piuttosto che come uno spettacolo vanitoso finalizzato all’immagine pubblica.

Alla luce di ciò, la CBS ha “divulgato” una serie di nuove foto che mostrano scene di distruzione mai viste prima nelle basi statunitensi a seguito degli attacchi iraniani:

https://www.cbsnews.com/news/new-photos-damage-u-s-kuwait-saudi-arabia-iran-drone-missile-attacks

Mario Nawfal riporta l’elenco dei beni distrutti:

Le immagini sono state inviate in forma anonima da militari in servizio attivo.

Le parole di un soldato: «Non stiamo difendendo queste basi. Stiamo solo a guardare mentre vengono distrutte».

Cosa mostrerebbero, secondo quanto riferito, le foto:

– Base aerea del Principe Sultan, Arabia Saudita: una E-3 Sentry con la coda recisada una fusoliera carbonizzata

– Base aerea del Principe Sultan: edifici e caserme sventrate che sorgono accanto a muri a T in cemento intatti, fortificazioni costruite per resistere a colpi di mortaio e granate in una guerra combattuta a 300 miglia di altitudine

-Camp Buehring, Kuwait: file di roulotte distrutte nell’area di raccolta principale delle truppe di terra e dei mezzi corazzati dell’Esercito

-Camp Buehring: veicoli bruciati all’aperto

-Camp Arifjan, Kuwait: danni strutturali a un edificio presso il più grande centro logistico americano della regione

– L’IG ha calcolato che in otto paesi sono andati persi quasi 60 velivoli e attrezzature per un valore di 3,7 miliardi di dollari.

Hegseth ha definito i missili che hanno ucciso sei persone a Shuaiba “squirters”, un termine che indica quei rari casi in cui un missile riesce a sfuggire a un sistema di difesa funzionante.

Queste foto dimostrano che la difesa non sta funzionando, e chi si trova all’interno del perimetro lo sa bene.

Fonte: CBS News / Autore: Daniel

Raccolta delle “fughe di notizie”:

Un nuovo rapporto del Pentagono elenca le “perdite ufficiali” di quella guerra fallita:

Alcuni analisti hanno analizzato i dati e, a quanto pare, hanno calcolato che le perdite per sortita dell’Operazione Epic Fury sono state tra le più elevate nella storia degli Stati Uniti:

È chiaro che l’Iran sia solo all’inizio, e che lo storico errore di Trump abbia innescato un rinnovamento nazionale che difficilmente potrà mai più rallentare, ora che il genio è uscito dalla lampada e la vulnerabilità senza precedenti degli Stati Uniti è stata messa a nudo.


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Le forze Ansar Allah lanciano una campagna lampo per cambiare gli equilibri regionali, di Simplicius

Le forze Ansar Allah lanciano una campagna lampo per cambiare gli equilibri regionali

Simplicius
Sep 11
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Ieri, il gruppo yemenita Ansar Allah è riuscito a conquistare a sorpresa un’ampia fascia di territorio precedentemente controllata dalle forze nazionali sostenute dall’Arabia Saudita. Il principe ereditario MBS ha persino supplicato Trump di intervenire sferrando un attacco contro i “ribelli”, come riportato da Axios, cosa che Trump avrebbe rifiutato di fare.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MBS) ha chiamato due volte giovedì il presidente Trump, esortandolo a lanciare attacchi contro gli Houthi mentre il gruppo sostenuto dall’Iran si avvicinava a un punto strategico fondamentale del Mar Rosso, secondo quanto riferito da due funzionari statunitensi ad Axios.

Trump ha rifiutato e i funzionari statunitensi hanno sottolineato che, per il momento, l’amministrazione non ha intenzione di intervenire direttamente contro gli Houthi.

Quest’ultima offensiva ha scatenato una vera e propria tempesta in tutto il Medio Oriente, soprattutto perché è stata accompagnata da un attacco senza precedenti all’oleodotto est-ovest dell’Arabia Saudita, che era stato annunciato come la carta vincente degli Stati Uniti e dei loro alleati per superare il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz:

Iran Observer@IranObserver0

⚡️ULTIME NOTIZIE: Gli Stati Uniti hanno confermato che l’oleodotto saudita Est-Ovest è stato danneggiato Le stazioni di pompaggio sono state colpite da proiettili provenienti dall’Iraq o dallo Yemen Di conseguenza, non è possibile trasportare 7 milioni di barili di petrolio al giorno Gli oleodotti non rappresentano un’opzione praticabile per aggirare …

19:48 · 11 settembre 2026· 30,9K visualizzazioni


30 risposte· 202 condivisioni· 1,15K Mi piace

Fonte

Le immagini diffuse mostrerebbero, secondo quanto riferito, la stazione di pompaggio di questo oleodotto che è stata colpita:

ayden@squatsons

Nuove immagini mostrano i danni causati dagli attacchi missilistici degli Houthi contro due stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto est-ovest dell’Arabia Saudita Le stazioni di Al-Dhekraa e Al-Misbaah sono state messe fuori servizio.

19:06 · 11 settembre 2026· 6.840 visualizzazioni


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Immagini satellitari del punto in cui è stato colpito il gasdotto:

Per la cronaca, tutti hanno dato per scontato che fossero stati gli Houthi a colpire l’oleodotto, ma secondo quanto riferisce la CNNche dietro l’operazione potrebbe esserci stato un gruppo di resistenza iracheno, mentre Al Jazeera riferisce che anche l’Arabia Saudita ha confermato la notizia. Reuters riferisce che un comandante iracheno è stato destituito dopo che è stato “confermato” che i droni provenivano dall’Iraq:

https://www.reuters.com/world/middle-east/iraqi-military-commander-dismissed-after-drone-attacks-against-saudi-arabia-2026-09-11/

IL CAIRO, 12 settembre (Reuters) – Un comandante militare iracheno è stato destituito sabato mattina, dopo che le indagini hanno confermato che gli ultimi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita provenivano dall’Iraq,secondo una dichiarazione diffusa dall’ufficio del primo ministro iracheno.

Secondo quanto riportato nel comunicato, il comandante ha guidato le operazioni nella provincia di Maysan, nel sud dell’Iraq.

D’altra parte, potrebbe semplicemente essere una strategia per minimizzare gli ultimi successi degli Houthi, perché, come altri hanno sottolineato oggi, la maggior parte dei canali dei media mainstream, per qualche motivo, sta cercando di nascondere sotto il tappeto questo attacco al gasdotto. Secondo alcune notizie, ora si sostiene cheche l’intero gasdotto è stato chiuso “a titolo precauzionale”, anche se non è stata specificata la durata di tale chiusura.

Faytuks Network@FaytuksNetwork

ULTIME NOTIZIE: L’Arabia Saudita annuncia di aver chiuso l’oleodotto Est-Ovest come misura precauzionale, affermando che giovedì è stato oggetto di diversi attacchi. Gli attacchi hanno causato diversi feriti.

20:28 · 11 settembre 2026· 23,5K visualizzazioni


20 risposte· 151 condivisioni· 615 Mi piace

Il Wall Street Journal@WSJ

Ultime notizie: l’Arabia Saudita ha chiuso un oleodotto fondamentale che consentiva alle esportazioni di petrolio di aggirare lo Stretto di Hormuz, affermando che era stato oggetto di ripetuti attacchi

on.wsj.com

L’Arabia Saudita chiude l’oleodotto che rappresentava una deviazione fondamentale dallo Stretto di Hormuz

21:42 · 11 settembre 2026· 59,6K visualizzazioni


28 risposte· 116 condivisioni· 277 “Mi piace”

Ricordiamo come, per mesi, uno degli argomenti più discussi fosse stato se l’Iran fosse in grado di colpire questo oleodotto saudita e di neutralizzare di fatto la capacità del Regno di deviare il proprio petrolio, rendendo lo Stretto di Hormuz “superfluo”, come Trump si vantava che sarebbe accaduto.

Cosa siamo oggi a quanto pareSi tratta di una campagna coordinata da parte dell’Iran volta a stringere definitivamente il cappio attorno agli Stati Uniti e ai loro alleati. Non può essere una semplice coincidenza che, pochi giorni dopo che l’Iran aveva sferrato il più grande attacco degli ultimi mesi contro obiettivi statunitensi e annunciato un’ampia espansione del proprio blocco dello Stretto di Hormuz, improvvisamente i suoi alleati Houthi siano intervenuti per infliggere un colpo devastante all’asse statunitense.

Secondo quanto riferito, gli Houthi avrebbero ormai conquistato l’intera area strategica dello stretto di Bab al-Mandab nel Mar Rosso, garantendo all’Iran e ai suoi alleati il controllo totale su una fetta enorme del traffico marittimo mondiale:

Fonte

Certo, Finora i rappresentanti di Ansar Allah hanno dichiaratoSolo alle navi saudite sarà vietato il passaggio attraverso Bab al-Mandab:

Il capo negoziatore e portavoce Mohammed Abdusalam (Abdulsalam) ha dichiarato: «Non c’è alcuna chiusura di Bab al-Mandab, come alcuni suggeriscono… [la misura] si limita a un blocco marittimo che riguarda solo la parte saudita».

Il colpo più duro è stato inferto con la conquista di Mocha, importante porto del Mar Rosso affacciato sullo stretto, proprio mentre il prezzo del petrolio schizzava a 105 dollari al barile e i prezzi del gasolio negli Stati Uniti raggiungevano per la prima volta nella storia il massimo di 6 dollari:

https://www.ft.com/content/cd652b20-1fa3-4a51-bea7-4d7e33b1eaa2

I ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato il porto yemenita di Mocha, sul Mar Rosso, mentre avanzano verso sud in direzione dello stretto di Bab al-Mandeb, una via navigabile fondamentale per il commercio marittimo internazionale.

La conquista di Mocha rappresenta un duro colpo per l’Arabia Saudita e per le forze yemenite da essa sostenute, e costituisce una spinta per l’Iran nel suo tentativo di mantenere alta la pressione sui prezzi globali dell’energia.

È evidente che l’asse iraniano sta stringendo una morsa su tutta la regione, senza che nessuno abbia una risposta. Ciò è dovuto al fatto che le forze iraniane sfruttano l’asimmetria delle tattiche di guerra ibrida, che si integrano perfettamente con i punti deboli e le capacità dei loro nemici. Non c’è nulla di più facile da colpire di enormi navi goffe in un minuscolo e stretto corridoio d’acqua per una nazione la cui ineguagliabile specialità sono i droni a basso costo, i missili e altre tecnologie di sorveglianza, e che dispone di una moltitudine di forze proxy e partigiane usa e getta che pullulano in tutta la regione.

Gli Stati Uniti e i loro alleati, come l’Arabia Saudita, hanno ormai trascorso decenni investendo tutto il loro denaro e riponendo tutte le loro speranze in sistemi altamente tecnologici e di prestigio, che però si rivelano inadeguati di fronte ai nuovi metodi di guerra a basso costo maturati nell’era della nostra rivoluzione neo-industriale, caratterizzata da una produzione iper-globalista delocalizzata, dall’approvvigionamento di componenti e CPU all’estero, ecc. Le multinazionali occidentali hanno «democratizzato» le materie prime e la produzione industriale per spremere e spillare profitti dai paesi del terzo mondo, e ciò ha permesso all’intero Sud del mondo «in via di sviluppo» di accedere a tecnologie standardizzate e pronte all’uso, che possono essere prodotte in serie a basso costo nelle officine e impiegate per contrastare qualsiasi sistema «di prestigio» e ingombrante utilizzato dai prestanome del complesso militare-industriale occidentale per gonfiare i propri portafogli azionari.

Ho appena saputo che, a quanto pare, gli Houthi avrebbero utilizzato l’IA Claude di Anthropic per sviluppare la propria tecnologia missilistica avanzata:

Resoconto dello scontro@clashreport

Gli Houthi hanno utilizzato Claude Code per sviluppare un software di guida missilistica: Anthropic Anthropic afferma che alcuni operatori nel nord dello Yemen hanno eseguito istanze parallele di Claude Code per progettare un software di guida, simulare traiettorie e analizzare un test missilistico fallito.

clashreport.com

Gli Houthi hanno utilizzato il codice Claude per sviluppare un software di guida missilistica: Anthropic · Clash Report

15:49 · 11 settembre 2026· 15,2K visualizzazioni


9 risposte· 32 condivisioni· 130 “Mi piace”

L’Occidente voleva una fabbrica che sfruttasse la manodopera a livello globale, ma si è ritrovato invece con una rivoluzione proletaria armata e un’intifada antimperialista, tutto in uno.

In un’intervista con Ryan Morgan di Epoch Times, il segretario della Marina degli Stati Uniti Hung Cao ha fatto una confessione scioccante:

Il segretario della Marina degli Stati Uniti Hung Cao in un’intervista:

«Gli iraniani hanno ridotto il Bahrein in macerie. Non c’è alcun posto dove la Marina degli Stati Uniti possa attraccare. Abbiamo istituito una task force incaricata di valutare se abbandonare la struttura [NSA Bahrein].»

Beh…

Nel nostro ultimo articolo avevamo riferito degli ultimi attacchi sferrati dall’Iran il 9 settembre contro la base statunitense in Giordania; ora le principali testate giornalistiche hanno confermato che, in effetti, numerosi velivoli statunitensi sono stati danneggiati durante gli attacchi:

https://www.cbsnews.com/news/multiple-us-military-aircraft-damaged-iran-strikes-military-base-jordan/

Dal servizio della CBS riportato sopra:

Un A-10 Thunderbolt, un velivolo d’attacco noto come Warthog, è stato colpito e ha perso un’ala, secondo quanto riferito dalle fonti.

Circa otto F-15 hanno riportato danni lievie sono stati rimessi in servizio, secondo quanto riferito da persone a conoscenza dei danni, che hanno parlato con CBS News a condizione di rimanere anonime poiché non erano autorizzate a rilasciare dichiarazioni pubbliche.

Ben otto F-15 sono stati colpiti, anche se sostengono che fossero già stati riparati, cosa altamente improbabile e sospetta. Sappiamo per certo che i velivoli danneggiati sono stati più di quanti ne ammettano perché erano già trapelate alcune foto degli elicotteri danneggiati che venivano trasportati via su camion.

Trump ha continuato a insistere sulla sua fallacia dei costi irrecuperabili, sostenendo che le ambizioni nucleari dell’Iran rappresentassero una minaccia così grave per il mondo. Qui scherza dicendo che, se l’Iran avesse avuto armi nucleari, avrebbe dovuto inginocchiarsi e adulare l’Ayatollah come un leccapiedi:

C’è forse un motivo più valido per cui l’Iran — o qualsiasi nazione, se è per questo — ad acquisire armi nucleari, piuttosto che il video qui sopra? Trump potrebbe anche stare girando uno spot pubblicitario a favore della proliferazione nucleare.

Ora è chiaro che l’Iran e le sue forze stanno acquisendo un vantaggio decisivo e l’iniziativa strategica sulla regione. Proprio mentre scriviamo, l’Iran ha sferrato un nuovo attacco contro le navi che tentavano di attraversare la “rotta d’oro” del contrabbando di Trump nelle acque territoriali dell’Oman. Possiamo solo supporre che il blocco totale di Bab al-Mandab sia riservato come colpo di grazia finale per un’escalation, qualora dovesse rendersi necessario. Non è saggio giocare tutte le proprie carte migliori troppo presto e, per il momento, l’Iran non ha l’urgenza di ricorrere alla sua carta finale dell’Armageddon. Il semplice fatto di avere i propri proxy in posizione di controllo per attuare un blocco in qualsiasi momento è di per sé un messaggio di deterrenza sufficientemente efficace.

Trump ha ora fatto capire di ritenere che la guerra finirà “dopo le elezioni di medio termine”. Sembra piuttosto che Trump stia cercando di mantenere la guerra a un livello di bassa intensità, senza innescare alcuna escalation significativa fino al termine delle elezioni di medio termine, al fine di evitare che la natura scandalosa di questa debacle comprometta le possibilità dei repubblicani di rimanere al potere. Dopo le elezioni di medio termine, Trump probabilmente ritiene di poter tornare a giocare ancora una volta «duro» con l’Iran, soprattutto considerando che gli Stati Uniti avranno rifornito parte delle proprie scorte, concesso agli equipaggi dei gruppi aeronavali il necessario riposo e ricreazione e forse – nella mente ottimista di Trump – recuperato un po’ di capitale politico grazie a una vittoria alle elezioni di medio termine che potrebbe rafforzare il mandato di Trump e dargli slancio per un’azione più decisa.

Ecco perché la narrazione prevalente in questo momento ruota attorno al timore che la guerra possa protrarsi fino alla fine del suo mandato e oltre. (Ma, ehi, almeno non è lunga come la Seconda guerra mondiale o quella del Vietnam!… almeno non ancora.)

Secondo le ultime notizie, Ansar Allah si è avvicinato alla città strategica di Marib e minaccia di conquistarla, poiché Le forze sostenute dall’Arabia Saudita, ormai allo sbando, iniziano a ritirarsi in fretta e furia:

Iran Observer@IranObserver0

⚡️ULTIME NOTIZIE: Ansarullah (gli Houthi) dello Yemen hanno lanciato operazioni offensive nella provincia di Marib, ricca di petrolio In questo momento sono in corso violenti scontri Se Marib cadesse nelle mani degli Houthi, questi ultimi controllerebbero il centro nevralgico energetico dello Yemen

22:12 · 11 settembre 2026· 54,2K visualizzazioni


49 risposte· 617 condivisioni· 3,16K Mi piace

Grandi convogli delle forze sostenute dall’Arabia Saudita nello Yemen si stanno preparando a evacuare dalla città di Marib verso l’Hadramawt. –Fonte

Sembra che l’Iran abbia compiuto un ulteriore passo avanti verso una situazione regionale scacco matto scacco matto, mentre i pedoni passati della difesa persiana si avvicinavano alla linea di promozione finale, sotto lo sguardo del re nemico tremante, accerchiato nella sua fortezza in H1.

Il nemico sconfitto metterà da parte il proprio orgoglio e proporrà una patta per salvare la faccia, oppure continuerà a resistere fino a una fine ignobile per mato scoperto?

Conoscendo le inclinazioni del Re Arancione, l’esito più probabile è quello descritto dal famoso proverbio sui piccioni:

Suona familiare, vero?


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L’Iran annuncia l’inasprimento del blocco navale, mentre la flotta statunitense è nuovamente costretta alla fuga nel più grande attacco degli ultimi mesi, di Simplicius

L’Iran annuncia l’inasprimento del blocco navale, mentre la flotta statunitense è nuovamente costretta alla fuga nel più grande attacco degli ultimi mesi.

Simplicius 9 settembre
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Ieri sera l’Iran ha lanciato un altro massiccio attacco contro obiettivi statunitensi nella regione, il più grande attacco di questo tipo dall’inizio dell’anno. L’obiettivo era la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, nonché basi navali statunitensi nella regione. Come si può vedere nel video qui sotto, gli Stati Uniti hanno impiegato un’enorme quantità di missili Patriot, secondo alcune stime oltre 100, che rappresenterebbero una parte consistente delle scorte rimanenti di questi missili.

I colpi diretti alla base aggirano le difese dei Patriots:

Come si può vedere, molti missili balistici iraniani hanno superato lo scudo antimissile e colpito i loro obiettivi. Sono circolate diverse notizie di decine di soldati statunitensi feriti, che il CENTCOM ha categoricamente smentito.

La lettera di Hormuz@HormuzLetter ULTIM’ORA: Un gran numero di soldati statunitensi feriti vengono trasportati in aereo alla base aerea di Ramstein, in Germania, alcuni in condizioni critiche, a seguito degli attacchi missilistici balistici iraniani di questa notte contro le basi aeree di Muwaffaq Salti e Prince Hassan in Giordania, secondo una fonte giordana ad Al… 02:00 · 9 settembre 2026 · 485.000 visualizzazioni286 risposte · 2.260 condivisioni · 9.450 Mi piace

Tuttavia, alcuni video mostravano elicotteri statunitensi danneggiati che venivano trainati via dalla base giordana su dei rimorchi dopo l’attacco.

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Finora gli Stati Uniti hanno lanciato in Giordania quasi 100 intercettori Patriot PAC-2/3. L’Iran ha lanciato circa 30 missili balistici. Si tratta del più grande attacco iraniano degli ultimi mesi e gli Stati Uniti stanno esaurendo completamente le loro rimanenti scorte di intercettori. AMK Mapping  @AMK_Mapping_Almeno 12 missili balistici sono stati lanciati contro la Giordania. Si segnala attività di difesa aerea. Alcuni missili sono diretti verso la base aerea di Muwaffaq Salti.22:07 · 8 settembre 2026 · 480.000 visualizzazioni102 risposte · 496 condivisioni · 3.250 Mi piace

L’Iran ha affermato di aver colpito una portaerei statunitense, ma in passato tali affermazioni si sono rivelate false.

Un interessante sviluppo emerso dagli ultimi due attacchi è che, secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe utilizzato per la prima volta un missile balistico antinave contro navi da guerra statunitensi. Lo ha riferito il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, il generale Mohsen Rezai:

Alcune fonti indicano che il missile “misterioso” a cui fa riferimento sia il Qassem Bassir , presentato nel 2025. Si dice che abbia una gittata di 1.200 km, ben superiore ai circa 300 km dei missili iraniani tradizionali, come abbiamo analizzato approfonditamente in precedenza qui:

L’Iran rappresenta una vera minaccia per le compagnie aeree statunitensi? Finalmente una risposta definitiva al dibattito.
Simplicio·10 marzo
L'Iran rappresenta una vera minaccia per le compagnie aeree statunitensi? Finalmente una risposta definitiva al dibattito.
Nella puntata precedente avevamo accennato a uno degli argomenti più dibattuti, ovvero l’opzione estrema di un attacco da parte dell’Iran contro una portaerei americana, e alla sua effettiva capacità di attuarla. Per approfondire l’argomento, ho deciso di dedicare un articolo dettagliato alle questioni più complesse legate a un’operazione di questo tipo e ai motivi per cui l’Iran potrebbe non essere così in grado di realizzarla come molti credono.
Leggi la storia completa

Ora, i notiziari iraniani riferiscono che le portaerei e le navi da guerra statunitensi si sono immediatamente allontanate di 500 km dopo l’ultimo attacco iraniano:

https://wanaen.com/irgc-spokesman-iranian-forces-struck-us-aircraft-carrier-at-500-kilometer-range/

WANA (9 settembre) – In dichiarazioni rilasciate ai giornalisti a margine di un incontro, il portavoce delle forze armate del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha affermato che tutte le navi statunitensi si sono ritirate di almeno 400 chilometri dalle acque costiere iraniane in seguito agli attacchi avanzati dell’Iran.

Ha osservato che prima dell’operazione “Ramadan”, nel Golfo Persico erano presenti circa 30-40 navi da guerra statunitensi, ma ha affermato che oggi non ne rimane nemmeno una nella regione. Ha aggiunto che tutte le navi statunitensi si sono allontanate di almeno 400 chilometri dalla costa iraniana.

L’ultimo attacco di questo tipo, avvenuto il 5 settembre, è stato confermato dal CENTCOM e ha costretto una portaerei statunitense a manovre evasive, il che avvalora le affermazioni dell’Iran secondo cui le navi statunitensi avevano quantomeno un motivo per fuggire.

https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4591744/centcom-destroys-3-irgc-oil-tankers-after-iran-targets-2-us-navy-warships/

Leggi l’ultima parte dell’articolo di notizie iraniano:

Il portavoce ha attribuito questa ritirata al dispiegamento da parte dell’Iran di nuove armi e missili avanzati, affermando che le forze iraniane mantengono la capacità di colpire obiettivi a distanze superiori a 400 chilometri. Ha inoltre dichiarato che le forze iraniane avevano recentemente preso di mira una portaerei statunitense situata a 500 chilometri di distanza , ribadendo che lo Stretto di Hormuz rimane un centro di forza militare iraniana per scoraggiare qualsiasi aggressione straniera.

Queste azioni rientravano in una nuova iniziativa lanciata dall’Iran per controllare una zona più ampia al di fuori dello stretto di Hormuz, come avveniva in precedenza.

https://www.washingtonpost.com/business/2026/09/06/iran-us-war-strait-hormuz-ship-attack/9d856a64-a9c1-11f1-9e38-f705d048bd5a_story.html

Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), il generale Mohsen Rezaei, ha annunciato che nei prossimi giorni verrà istituita una nuova zona a traffico limitato al di fuori dello Stretto di Hormuz , avvertendo che qualsiasi imbarcazione che entri nell’area senza coordinamento con Teheran verrà inserita nella lista delle sanzioni iraniane.

Si noti quanto segue: il nuovo blocco non inizierà solo in prossimità dello Stretto stesso, ma dalla linea di blocco della Marina statunitense, che si trova ben al di fuori del Golfo dell’Oman:

In un’intervista televisiva andata in onda domenica sera, Rezaei ha dichiarato che la zona “inizierà dalla linea di blocco della Marina statunitense e si estenderà in alcune parti del Golfo Persico”, coprendo il tratto verso i porti di carico. Le navi che si dirigono verso lo stretto da entrambi i lati ed entrano nell’area designata, ha aggiunto, saranno soggette a sanzioni con conseguenze per l’assicurazione e per il transito futuro.

L’Iran ha limitato il transito attraverso lo Stretto di Hormuz sin dai primi giorni della guerra tra Stati Uniti e Israele, iniziata alla fine di febbraio e conclusasi con un cessate il fuoco all’inizio di aprile in seguito alle operazioni militari di rappresaglia della Repubblica islamica, che si sono rivelate efficaci.

Ricordiamo che la linea rossa sottostante delimita la linea di blocco statunitense, mentre quella blu indica principalmente le aree in cui si concentrava il blocco iraniano:

Ora l’Iran intende intensificare il proprio blocco navale fino a raggiungere e superare la linea di blocco statunitense.

L’aspetto più interessante riguarda il perché di questo fenomeno, e ciò si ricollega alla domanda che abbiamo posto nel precedente articolo a pagamento .

Come discusso in quell’articolo, una teoria prevalente è che il blocco statunitense stia iniziando a imporre costi economici concreti all’Iran, che ha dovuto affrontare una grave inflazione e altri problemi, costringendolo ad agire con maggiore rapidità e assertività per estromettere gli Stati Uniti dalla regione e porre fine al blocco.

Potrebbe benissimo essere vero, ma ciò non implica comunque che l’Iran stia “perdendo la guerra”, bensì che abbia calcolato il rapporto costi-rischi del mantenimento dello status quo rispetto a un’escalation strategica, giungendo probabilmente alla conclusione di avere ora a disposizione un numero sufficiente di carte per cui l’escalation sarebbe meno rischiosa rispetto al mantenimento dello status quo, economicamente dannoso.

D’altro canto, una forte controargomentazione è che l’Iran è in realtà emerso molto più fiducioso dopo aver dominato gli Stati Uniti nella guerra, e le Guardie Rivoluzionarie hanno semplicemente visto crescere la loro fiducia nelle possibilità di successo negli scontri con gli Stati Uniti, soprattutto alla luce dei noti problemi di approvvigionamento dei caccia intercettori, tra i molti altri segnali negativi per le forze regionali statunitensi:

https://www.nytimes.com/2026/09/04/us/politics/iran-war-intelligence-reports.html

L’articolo del NYT citato sopra riporta:

Secondo quanto riportato dall’intelligence statunitense nelle ultime settimane, l’Iran ha acquisito maggiore fiducia nella propria capacità di attaccare obiettivi in ​​Medio Oriente e sembra determinato a prolungare il conflitto per mesi al fine di frustrare gli Stati Uniti.

Secondo quanto riferito da funzionari informati sui servizi segreti, l’Iran è uscito da mesi di guerra intermittente con una comprensione molto migliore dei propri punti di forza militari ed è più sicuro delle proprie capacità.

Proseguono scrivendo che ora è meno probabile che mai che l’Iran raggiunga un accordo, dato che la fiducia degli iraniani è stata rafforzata da una serie di vittorie, al punto che gli Stati Uniti appaiono più deboli che mai, e qualsiasi accordo con loro rappresenterebbe essenzialmente un compromesso inutile da parte dell’Iran.

“Gli iraniani sono piuttosto fiduciosi della loro posizione”, ha affermato il deputato Jason Crow, democratico del Colorado e membro della Commissione Intelligence. “Hanno subito danni considerevoli, ma questo è sempre stato previsto dal loro sistema. Sanno di potersi permettere dei danni e stanno giocando una partita a lungo termine”.

E perché si sentono così ottimisti?

Il signor Crow si è rifiutato di commentare valutazioni classificate, ma ha affermato che gli iraniani ritengono di trovarsi in una posizione di forza per diverse ragioni. In primo luogo, ha spiegato, la leadership iraniana, un tempo frammentata, è ora più unita e l’opposizione interna è stata messa a tacere. L’Iran, inoltre, continua a possedere un arsenale di missili e droni.

La leadership iraniana sembra inoltre avere una comprensione più precisa di come esercitare il controllo sullo Stretto di Hormuz, che prima della guerra trasportava un quinto del petrolio mondiale.

Nella frase conclusiva dell’articolo, “governo iraniano” potrebbe essere sostanzialmente sostituito con “governo statunitense”:

Il dibattito su chi stia subendo maggiori danni economici complessivi e a lungo termine è stato alimentato dalla notizia odierna che il petrolio Brent è nuovamente balzato oltre i 100 dollari al barile per la prima volta da luglio:

Molti esperti prevedono ora una catastrofe imminente per il diesel, visto che mercoledì i prezzi del gasolio avrebbero raggiunto i 5,94 dollari .

Patrick De Haan@GasBuddyGuyULTIM’ORA: sta per essere scritta una pagina di storia del diesel. 6 dollari al gallone a livello nazionale: un prezzo mai visto prima, a pochi giorni di distanza, ormai inevitabile.17:02 · 9 settembre 2026 · 405.000 visualizzazioni194 risposte · 1.070 condivisioni · 6.120 Mi piace

Come ha reagito Trump a tutti gli ultimi avvenimenti, compresi i feroci attacchi iraniani contro basi e infrastrutture statunitensi? Vedi sotto:

Link ufficiale

L’ex comandante del CENTCOM statunitense ed ex direttore della CIA, David Petraeus, ha ammesso con nonchalance che le basi statunitensi nella parte orientale del Golfo “non sono più economicamente sostenibili”:

Nel frattempo, il Financial Times riporta che le “più grandi nazioni marittime del mondo” hanno avvertito che l’intero trasporto marittimo globale sta iniziando a collassare a causa dell’illegalità derivante dal crollo del cosiddetto ordine basato sulle regole (Ruse Based Ordure):

https://www.ft.com/content/c6517e52-b855-487c-8408-7071936cf3b0​​

Le regole che disciplinano il trasporto marittimo globale si stanno sgretolando, hanno avvertito le maggiori nazioni marittime del mondo, sconvolte dalle guerre e da una flotta ombra in crescita che opera al di fuori della supervisione occidentale.

Per decenni, il settore del trasporto marittimo è stato tutelato da leggi che garantiscono la libera navigazione e la neutralità delle navi commerciali, ma il crollo di questi principi sta ponendo un grave rischio per il commercio globale, secondo un gruppo di 18 potenze marittime mondiali.

È interessante come cerchino di manipolare la situazione, quando in realtà il grande consorzio sembra scaricare la colpa sugli Stati Uniti e i loro alleati:

Questa dichiarazione rappresenta il primo intervento pubblico del CSG dalla sua fondazione, avvenuta oltre 60 anni fa. I membri del gruppo includono Grecia, Singapore, Danimarca, Giappone, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi e Corea del Sud.

“Le rotte marittime sono sempre più strumenti di leva e di rischio”, ha avvertito il CSG, aggiungendo che i recenti eventi dimostrano quanto possa essere “fragile” il sistema del commercio marittimo.

Chi sta trasformando i mari in strumenti di pressione ? Gli aggressori occidentali che hanno strumentalizzato le assicurazioni Lloyd’s per ostracizzare qualsiasi nazione che non si conformi all’imperialismo imposto? Quale fazione abborda e sequestra illegalmente e in modo aggressivo le navi, come si è visto accadere settimanalmente ai danni delle navi russe negli ultimi tempi?

Ogni volta che le regole vengono abusate e violate dall’Occidente a proprio vantaggio, la cosa viene semplicemente considerata “parte del gioco”. Ma quando altre nazioni iniziano a livellare il campo di gioco, seguendo lo stesso insieme di “regole non scritte” concesse solo alle nazioni occidentali privilegiate, improvvisamente i consorzi più grandi, antichi e stimati del mondo devono gridare allo scandalo: “Ma le leggi del giardino e della giungla non sono intercambiabili!”.

L’articolo si conclude affermando che la rivolta scaturita dalla criminale ipocrisia dell’Occidente ha portato la “flotta ombra” mondiale, appartenente principalmente a Russia e Iran, a raggiungere un quinto delle dimensioni dell’intera flotta globale di petroliere:

Allo stesso tempo, le sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito a Russia e Iran hanno causato la rapida crescita di una flotta sommersa di petroliere che , secondo TankerTrackers.com, conta ora più di 1.500 navi , quasi un quinto della flotta mondiale di petroliere . Quasi tutte queste navi sono sprovviste di polizze assicurative tradizionali.

L’Occidente dovrebbe guardarsi dal provocare ulteriormente il mondo intero. Di questo passo, l’ombra potrebbe presto diventare più grande di ciò che la proietta, e a quel punto l’Occidente stesso potrebbe ridursi a una sorta di impero ombra, che si dibatte inutilmente contro l’alba orientale incombente.


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La trappola iraniana II _ di WS

Una breve nota a questo articolo di Morgoth,

https://italiaeilmondo.com/2026/09/08/dieci-trappole-in-profondita-di-morgoth/,

giusto per precisare che si tratta di una unica “ trappola”; l’ho spiegato in un mio articolo qui sopra ( https://italiaeilmondo.com/2026/05/16/la-trappola-iraniana_di-ws/ ) per quanto gli U$A oscillino tra le 4 possibili “ uscite” per “ sottomettere” l ‘ Iran e cioè

1) corrompere una buona parte sua elite ( es URSS o Iran 1953 ) 

2 ) generare una guerra civile ( es-. Siria) 

3) disarticolare l’ entità con bombardamenti/incursioni per favorire la presa di potere di una fazione amica ( es Libia ma anche italia 1943) 

4) invaderla ed occuparla in modo sistematico ( esempio europa 1945 o Irak 2003 )  

Ribadisco che gli U$A dovranno prima o poi tentare di “”uscirne” con la (4), con un attacco totale quindi all’ Iran , con milioni di americani spediti “boots on the ground” come in un altro “Vietnam”.

È infatti questo lo scenario che stanno già formulando in USA i sionisti del sistema mediatico; contrariamente a quanto uno potrebbe pensare, l’ intenzione di spedire in Iran dei “volontari indebitati” non è affatto una idea peregrina.

U$rael già dispone di una legione “sunnita”, pure impiegata con successo in Siria e in procinto di essere impiegata su richiesta e con soldi sauditi in Yemen, ma non credo con altrettanto “successo”. Proprio per la continua crisi economica in “ occidente” e la conseguente creazione di masse giovanili stupide e disperate non avrà problemi ad “ arruolare” una “ legione sionista” da spedire in Iran , esattamente come non ha avuto problemi in Ucraina ad arruolare un armata di neonazisti da mandare a morire contro i russi.

Naturalmente si tratta di una mossa alquanto disperata , conseguente all’ evidente disastro personale che si sta abbattendo su Trump per aver ceduto, “ primo ed unico” tra i burattini-presidente, alla richiesta sionista di un DIRETTO attacco americano a l’ Iran; non credo che gli altri politici-burattini prenderanno una simile decisione a “cuor leggero”.

Ma se “il padrone” questo comanderà questo faranno , magari dopo essersi garantiti , analogamente ai politici ucraini, un sacco di soldi da rifugiare nei soliti “paradisi fiscali” .

Il fatto è che comunque, che sia Trump o il suo successore, lì si andrà; è matematico!

Ma è anche su quella sponda che l’ Iran aspetta gli americani; sta usando questa “ guerra a bassa intensità “ per logorare tutto l’ apparato logistico americano in MO, l’apparato che comunque sarà necessario per sostenere l’ invasione .

Nelle due precedenti “guerre del golfo” gli americani hanno avuto tutto il tempo necessario per costituire le proprie retrovie logistiche a ridosso dell’ Irak; l’ Iran questa volta non concederà un simile vantaggio .

Già l’ Iran ha distrutto tutte le infrastrutture americane in Irak, Kuwait, Barein, Quatar e EAU; tutte perdite grazie alle quali gli americani, in questa situazione di conflitto, non hanno più la stessa facilità di prima a ricostruire. Adesso l’ Iran, addirittura, sta sistematicamente attaccando anche la Giordania.

Certo, restano nominalmente attive le basi americane in Arabia Saudita; ma solo perché i sauditi ne hanno ristretto l’ impiego nel recente conflitto.

I sauditi sanno bene che, facessero il contrario, passerebbero in “ prima linea” come gli altri “emiri”; almeno finora hanno avuto, rispetto all “’alleato” americano, un autonomia che agli altri non è toccata.

Sanno bene, quindi, a cosa andrebbero incontro se diventassero “ prima linea” di un tentativo di invasione dell’Iran.

Perché una cosa è ormai chiara a tutti! Grazie proprio a questo stato di “guerra non guerra” gli Iraniani non rimarrebbero inerti ad aspettare che gli USA completino i loro piani logistici di invasione; anche solo bombardare l’ Iran partendo dalla Giordania o dal mar Arabico non sarebbe una impresa facile né produttiva .

Figuriamoci una invasione, poi.

Il dato di fatto principale è, infatti, che l’ Iran può distruggere tutte le infrastrutture petrolifere del MO e il Mondo occidentale non può ancora fare a meno del petrolio mediorientale; i famosi barili “venezuelani” solo molto in là da venire, se mai verranno.

Quindi non solo Trump è già politicamente morto, ma lo sarebbero anche i suoi successori qualunque mossa intraprendessero in questa direzione.

E questa è un forte ragione per gli americani TUTTI a cercare delle “scorciatoie” per piegare l’Iran “in qualche modo”

Ed io di “scorciatoie ne vedo una sola : l’impiego dell’arma nucleare.

Ora ho già spiegato qui in un post dal titolo “https://italiaeilmondo.com/2026/04/05/non-e-vero-ma-se-e-vero-di-ws/ …” che l’ Iran potrebbe aver costruito una “trappola nucleare” per Israele: logorare “ convenzionalmente” lo stato ebraico fino a spingerlo proprio ad utilizzare il “ nucleare” per poi cancellarlo del tutto.

Magari forse non è così , ma è evidente che Israele teme un conflitto DIRETTO e LUNGO con l’Iran .

Proprio per questo Netanyau ha spinto il suo burattino Trump ad una guerra “ americana” diretta contro l’ Iran che ormai appare decisamente persa; è praticamente certo che adesso spinga sempre più l’attuale amministrazione americana ( e le successive) ad un attacco nucleare americano all’ Iran nel quale Israele fungerebbe solo da “interessato spettatore”.

Questo sarebbe per gli U$A un azzardo gravissimo, ma Trump ha dimostrato di non temere gli “ azzardi” . D’altronde, gli U$A dalla “ trappola iraniana” devono comunque uscire; lo sa anche Tucker Carlson. Perché non farlo anche prima di un altro inutile e disastroso “Vietnam”?

In fondo questo per gli americani sarebbe la soluzione ideale. Trump si prenderà la colpa e poi verrà “impicciato” e pure “processato”. Ma l’ immagine degli USA “ è salva” e, anzi, pure politicamente rafforzata da una ristabilita “ deterrenza” .

Alla fin fine gli USA avrebbero “vinto” e TUTTI, con l’eccezione dell’ Iran naturalmente, “sarebbero contenti”. O no?

Ma, attenzione! Questo lo sanno anche gli iraniani. Mai cercare di turlupinare due volte uno “scacchista”.

La lezione che “ l’ impero” ha già preso in MO è ben dura , ma la prossima “furbata” potrebbe infliggerne una assai peggiore.

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Tensione al Pentagono: un rapporto trapelato definisce il conflitto con l’Iran “insostenibile”, di Simplicius

Problemi al Pentagono: un rapporto trapelato definisce il conflitto con l’Iran “insostenibile”.

Simplicius
Sep 6
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Al Pentagono si sta preparando qualcosa che non può proprio passare inosservato.

Definita da alcuni come la “rivolta dei generali”, una fuga di notizie ha rivelato che un gruppo ristretto di alti comandanti statunitensi ha formalmente espresso il proprio dissenso nei confronti di Hegseth, avvertendo al contempo che i piani degli Stati Uniti per il Medio Oriente sono insostenibili.

In sintesi:

“Rivolta dei generali” al Pentagono sulla guerra in Iran: quattro alti comandanti statunitensi si oppongono a un coinvolgimento senza fine in Medio Oriente

I comandanti dei Comandi Europei, Indo-Pacifico e del Sud, insieme al Capo delle Operazioni Navali, hanno formalmente espresso il loro “disaccordo” con la richiesta del Segretario alla Difesa Pete Hegseth di mantenere oltre 50.000 soldati in Medio Oriente, avvertendo che il prolungamento del dispiegamento è insostenibile e compromette la prontezza operativa degli Stati Uniti in altre aree, compreso il territorio nazionale. Il dissenso è stato registrato nel “Registro degli ordini del Segretario alla Difesa”, un documento riservato, come riportato per la prima volta dal *Washington Post*.

Nella regione sono ancora presenti oltre 50.000 soldati statunitensi; ad alcune unità è stato ordinato di rimanere fino a settembre, ad altre fino al 2027. I comandanti hanno segnalato l’esaurimento delle scorte di missili Patriot, THAAD e Tomahawk, e gli Stati Uniti hanno consumato circa un quarto della propria flotta di droni MQ-9 Reaper.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito la fuga di notizie «un reato» e «un tradimento delle forze armate», pur ammettendo che le obiezioni in sé sono fondate: «I pareri contrari sono la norma… il Segretario ne riceve continuamente».

Il caos non finisce qui: il segretario dell’Esercito Dan Driscoll — un alleato di Vance che ha contribuito a definire il percorso negoziale tra Russia e Ucraina — si è appena dimesso dopo mesi di scontri con Hegseth per questioni di competenza.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/30/military-leaders-warn-hegseth-against-extending-iran-war-operations

Dall’articolo del Washington Post riportato sopra, che ha dato la notizia:

Diversi vertici militari statunitensi hanno fatto presente al segretario alla Difesa Pete Hegseth che il protrarsi delle operazioni su larga scala contro l’Iran è insostenibile e rischia di indebolire la loro capacità di far fronte alle minacce altrove,compreso il territorio degli Stati Uniti, secondo fonti a conoscenza di una recente valutazione preparata per il capo del Pentagono.

Gli avvertimenti — illustrati in dettaglio a Hegseth dai capi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica Militare, nonché dai comandanti a quattro stelle che supervisionano le operazioni statunitensi in Europa, Asia e America Latina — compaiono nell’edizione del 14 agosto del “Secretary of Defense Orders Book” (SDOB), hanno riferito queste fonti. Esse hanno descritto la valutazione al “Washington Post” a condizione di rimanere anonime, poiché il documento è riservato.

Come si può vedere sopra, gli avvisi sarebbero apparsi in un documento interno riservatodocumento, e in quanto tale le relative descrizioni sono considerate fughe di notizie di grande rilevanza, il che ha fatto perdere le staffe a Trump:

https://www.nytimes.com/2026/09/04/us/politics/pentagon-staff-polygraph-tests.html

Ma concentriamoci sulla parte importante, che si ricollega alla tesi generale di cui parleremo più avanti:

Di conseguenza, il Comando Centrale degli Stati Uniti, il quartier generale incaricato di condurre la guerra contro l’Iran, ha mantenuto in stato di allerta per mesi una forza di oltre 50.000 soldati nel caso in cui il presidente ordinasse ulteriori attacchi.

Gli Stati Uniti hanno mantenuto circa 50.000 soldati in stato di allerta in vista del proseguimento della guerra contro l’Iran, e questi alti generali del Pentagono stanno sostanzialmente dichiarando che questa situazione è insostenibile, soprattutto dopo che le basi statunitensi in Bahrein e altrove sono state rase al suolo.

Si dice che l’ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, sia uno dei pezzi grossi che dissentono. Lui stesso lo aveva appena dichiarato questa settimanache la Marina degli Stati Uniti non tornerà in Bahrein nell’immediato futuro:

Il personale della Marina degli Stati Uniti non tornerà a breve in Bahrein, e la USS Theodore Roosevelt sarà la prossima portaerei a prendere posizione nel Mar Arabico, ha affermato lunedì l’ammiraglio al comando della Marina durante un “incontro pubblico mondiale” con i marinai, nel corso del quale si è parlato anche di stipendi, alloggi, assistenza sanitaria e persino del costo dei tagli di capelli.

Resoconto dello scontro@clashreport

La Marina degli Stati Uniti sta affrontando un grave problema logistico in Medio Oriente. Circa 20 navi, con a bordo circa 20.000 marinai e marines, necessitano ogni settimana di oltre 420.000 pasti e di circa otto milioni di galloni di carburante. La situazione si è notevolmente aggravata dopo che l’Iran ha distrutto una struttura chiave della Marina…

21:57 · 3 settembre 2026· 240.000 visualizzazioni


77 risposte· 721 condivisioni· 2.740 “Mi piace”

Per quanto riguarda il “non concordo”, significa che i generali non condividono la valutazione di Hegseth, ma che comunque eseguiranno gli ordini:

I vertici del Comando europeo degli Stati Uniti, del Comando del Pacifico degli Stati Uniti e del Comando meridionale degli Stati Uniti, insieme all’ammiraglio di grado più elevato della Marina, hanno risposto con quella che nel SDOB viene definita una “non approvazione”, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza della valutazione — il che significa che non concordano con l’ordine del segretario di potenziare le loro forze, ma lo eseguiranno comunque.

Nel complesso, il tono espresso dai vertici militari è che l’operazione in corso in Iran, avendo raggiunto il traguardo dei sei mesi, è stata “eccessiva per troppo tempo”, ha affermato una persona a conoscenza della valutazione.

Ciò è avvenuto solo pochi giorni dopo che il segretario dell’Esercito Dan Driscoll si era dimesso in modo definitivo a causa dei suoi disaccordi con Hegseth, in particolare riguardo alle “epurazioni” che il segretario alla Difesa sta portando avanti:

https://www.wsj.com/politics/national-security/army-secretary-resigns-after-months-of-friction-with-hegseth-9c124207

WASHINGTON — Il segretario dell’Esercito Dan Driscoll ha rassegnato le dimissioni al presidente Trump dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth riguardo alla direzione da imprimere alle forze armate e alla destituzione di numerosi ufficiali di alto rango dell’Esercito.

Si prevede che lasci il Pentagono nei prossimi giorni.

Con l’uscita di scena di Driscoll, l’Esercito rimarrà privo di vertici civili o militari confermati dal Senato. Il generale Christopher LaNeve ricopre il ruolo di capo ad interim del corpo da quando Hegseth ha destituito il suo predecessore, il generale Randy George. Mike Obadal, sottosegretario dell’Esercito, sarebbe il civile di più alto rango dopo la partenza di Driscoll.

Pur mostrando in apparenza un’immagine di calma, dietro le quinte le forze armate statunitensi, e in particolare la Marina, sembrano attraversare un periodo di declino senza precedenti. Qualche giorno fa la USS Lincoln ha fatto scalo in Thailandia, presentandosi come se fosse uscita da una pessima parodia sull’intelligenza artificiale:

Il tutto mentre Trump snocciolava le solite frasi di routine sulla presunta sconfitta dell’Iran:

Ma egli solleva l’ultimo punto, a cui abbiamo accennato in precedenza. Trump sembra credere che il tempo sia dalla parte degli Stati Uniti e che, continuando a strangolare economicamente l’Iran, gli Stati Uniti possano mettere in ginocchio quella nazione prima che gli stessi Stati Uniti si trovino ad affrontare qualsiasi tipo di pericolo critico. Alcuni hanno criticato la nostra copertura della guerra in Iran qui, sottolineando che è di parte a favore dell’Iran e che sottovaluta l’effetto reale che il blocco statunitense ha avuto, il quale, a quanto si dice, starebbe costringendo l’Iran a una crisi economica, a un’inflazione galoppante, al deprezzamento della moneta, ecc.

Questo potrebbe essere in parte vero, e il seguente articolo del WSJ lo sostiene certamente:

https://www.wsj.com/world/middle-east/time-is-no-longer-on-irans-side-in-the-battle-of-the-blockades-e47b657d

Una delle sue argomentazioni è che gli Stati Uniti continuano a facilitare ingenti flussi di petrolio destinati agli alleati della regione, in modo discreto attraverso la rotta dell’Oman, ecc.

Bloomberg ha evidenziato che, nel mese di agosto, uno di questi alleati — l’Arabia Saudita — registrava ancora un deficit ingente rispetto alle precedenti spedizioni dal Golfo Persico:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-02/saudi-oil-exports-dive-as-tankers-at-risk-from-hormuz-to-red-sea
Notizie come questa continuano a verificarsi quotidianamente.

L’articolo, tuttavia, distorce sostanzialmente gli obiettivi principali dell’Iran, sostenendo che l’Iran non sia riuscito a “mandare in crisi l’economia globale”, quando questa non è mai stata la sua intenzione. Il vero obiettivo dell’Iran è semplicemente la sconfitta degli Stati Uniti, e “mandare in crisi l’economia globale” non deve necessariamente essere una componente fondamentale di tale obiettivo. L’Iran sta raggiungendo il proprio obiettivo semplicemente sradicando l’influenza regionale degli Stati Uniti attraverso la distruzione delle loro basi, oltre che facendo precipitare gli Stati Uniti nel caos politico, come si sta vedendo ora con gli scandali del Pentagono.

Nessuno sta dicendo che l’Iran non stia subendo danni reali e quantificabili alla propria economia, ma la domanda è: chi riuscirà a resistere più a lungo?

Ma per accelerare i tempi, alcuni ritengono che l’Iran abbia ora adottato una nuova strategia: attaccare direttamente le navi statunitensi per minare ciò che resta della loro sostenibilità, ora che l’Iran ha già messo a dura prova le catene logistiche necessarie a garantire il rifornimento continuo della flotta nel corso di operazioni di durata indefinita:

La situazione si è verificata nel corso di un altro scontro in cui gli Stati Uniti hanno colpito tre petroliere iraniane, mentre l’Iran avrebbe risposto lanciando missili non solo contro navi da guerra statunitensi, ma anche contro petroliere scortate lungo la rotta che attraversa il blocco statunitense:

Secondo quanto riferito, gli attacchi avrebbero colpito sei navi di questo tipo, di cui l’Iran ha persino diffuso un video, il che confuta ulteriormente la tesi avanzata dal WSJ secondo cui sarebbe l’Iran a trovarsi a corto di tempo, poiché non è in grado di applicare il blocco dello Stretto con la rigorosità necessaria. Se l’Iran fosse in grado di colpire una mezza dozzina di petroliere in pochi minuti in un batter d’occhio, ciò sembrerebbe indicare che, se in precedenza alcune petroliere riuscivano a passare, era solo per volere dell’Iran, forse grazie a qualche accordo segreto o a un tentativo in buona fede di allentare la tensione.

Trump, nel frattempo, ha fatto ricorso a dei video di scarsa qualità realizzati con l’intelligenza artificiale che mostravano un bombardamento dell’isola di Kharg, in Iran:

Certo, proprio come in ogni conflitto in corso, esistono modi soggettivi di reinterpretare gli eventi attuali per favorire la propria parte preferita. Si potrebbe sostenere che gli Stati Uniti stiano “vincendo” perché in Iran si sono registrati segnali concreti di inflazione, oltre ad alcune tensioni politiche all’interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Le turbolenze interne degli Stati Uniti sono un argomento facile da utilizzare per sostenere che il tempo gioca a favore dell’Iran. Ricordiamo che è proprio l’amministrazione statunitense, in preda alla disperazione, a sottoporre i propri generali al test del poligrafo, come riportato in precedenza. Immaginiamo lo sdegno e il ridicolo a livello globale se fosse il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) a radunare i propri alti funzionari per sottoporli al test del poligrafo: verrebbe ampiamente salutato come il momento in cui il “regime iraniano” viene “messo in ginocchio”.

Oggi l’Iran ha dimostrato di poter colpire le navi a suo piacimento, e continuano a circolare notizie contraddittorie su quanto poco petrolio transiti effettivamente attraverso lo Stretto per gli Stati Uniti e i loro alleati. Nel frattempo, la Marina degli Stati Uniti è costretta a mettere a dura prova le proprie forze, facendo ruotare le portaerei da teatri operativi e distretti di comando lontani, mentre l’amministrazione Trump marcisce politicamente. Non si tratta certamente di una questione in bianco e nero, ma è chiaro che l’Iran ha almeno un leggero — se non decisivo — vantaggio.

Entrambi i Paesi stanno adottando praticamente la stessa strategia di doppio blocco concorrente sullo stesso stretto, per vedere chi riesce a infliggere le maggiori difficoltà economiche all’altro. Entrambi dispongono inoltre di opzioni secondarie e vie di rifornimento alternative: per l’Iran si tratta delle linee di rifornimento posteriori attraverso il Pakistan, il Mar Caspio verso la Russia, ecc.; per gli Stati Uniti e i loro alleati, si tratta della limitata via terrestre attraverso l’Arabia Saudita verso il Mar Rosso e della via dell’Oman, piuttosto incerta.

L’unico ambito in cui l’Iran continua a detenere il predominio è quello del potenziale di escalation: ormai ha ricostruito praticamente tutto ciò che era andato perduto nelle prime fasi della guerra, con una produzione missilistica che, a quanto si dice, procede a pieno ritmo. Gli Stati Uniti, d’altra parte, soffrono di carenze così gravi di munizioni essenziali da aver impedito a Trump di intensificare l’intervento in una campagna più ampia.

In effetti, la “rappresaglia” statunitense di oggi contro tre petroliere iraniane è stata rivelatrice: l’Iran aveva appena attaccato nuovamente, alcuni giorni fa, basi statunitensi in Giordania, Iraq e Kuwait, e oggi ha tentato di colpire navi da guerra statunitensi in pattuglia. Per questo, gli Stati Uniti sono riusciti solo a colpire tre petroliere iraniane, anziché un obiettivo militare di rilievo. Ciò rappresenta una svolta fondamentale. Il fatto che un avversario e una potenza media possano ora sferrare raffiche preventive di attacchi devastanti contro importanti risorse militari statunitensi a piacimento, e non subisce più nemmeno alcuna reazione cinetica grave, rappresenta un importante passo avanti.

Basta leggere la dichiarazione dello stesso CENTCOM: l’Iran è in grado di sferrare attacchi contro le risorse militari statunitensi, mentre gli Stati Uniti possono rispondere solo colpendo navi civili di scarso rilievo.

Ricordiamo come, all’inizio della guerra, si fosse fatto un gran clamore sulle affermazioni secondo cui fosse L’Iranun ritmo di attacchi che stava diminuendo, mentre il numero delle sortite statunitensi era in forte aumento e venivano colpiti ogni genere di obiettivi militari “di rilievo” in Iran. Ora gli Stati Uniti sembrano completamente allo stremo — una forza esausta e impotente — come un vecchio pugile ai suoi ultimi round, che sferra pugni lenti e inefficaci, privi di qualsiasi forza. L’Iran ha dimostrato di detenere ora il predominio nell’escalation, avendo smascherato tutti i bluff più clamorosi di Trump e resistito alla tempesta. E più questa situazione si protrae, più sembrano crescere le rivolte interne al Pentagono e nell’amministrazione Trump, man mano che i funzionari cominciano a comprendere la gravità della debacle.

Questo ci dice che è l’Iran a detenere ancora il controllo della situazione e il vantaggio in termini di tempo.


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Si sta ancora valutando la reale portata delle ripercussioni della sconfitta degli Stati Uniti in Iran, di Simplicius

Si sta ancora valutando la reale portata delle ripercussioni della sconfitta degli Stati Uniti in Iran

Simplicius 28 agosto
 
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L’ultimo articolo del WSJ getta nuova luce sulle origini della debacle iraniana di Trump, confermando praticamente tutto ciò che avevamo già intuito:

https://www.wsj.com/politics/sicurezza-nazionale/guerra-in-iran-avvertimenti-9d7f289a

Si inizia descrivendo come Netanyahu abbia rassicurato Trump sul fatto che l’Iran fosse al suo «punto più debole degli ultimi decenni», mentre gli stessi analisti dell’intelligence di Trump, tramite il DNI di Gabbard, lo avvertivano che l’uccisione di Khamenei avrebbe semplicemente portato al potere figure molto più intransigenti che si sarebbero affrettate a chiudere lo Stretto di Ormuz, tra le molte altre cose che hanno previsto quasi alla perfezione gli sviluppi che ne sono seguiti:

L’allora direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha illustrato le valutazioni formulate dall’apparato di intelligence statunitense. Secondo persone a conoscenza dell’incontro, lei avrebbe detto a Trump che l’uccisione della Guida Suprema dell’Iran avrebbe probabilmente portato all’insediamento di un regime più intransigente e disposto ad acquisire armi nucleari. Teheran si sarebbe affrettata a chiudere lo Stretto di Hormuz, destabilizzando il mercato energetico globale. Inoltre, avrebbe sferrato attacchi contro le forze statunitensi e i loro partner in Medio Oriente, sollevando dubbi sulla determinazione e l’affidabilità degli Stati Uniti nei confronti degli alleati.

L’articolo prosegue descrivendo in dettaglio come Trump si sia vantato con arroganza dell’uccisione di Khamenei, solo per vedere poi avverarsi tutte le previsioni del DNI, dopodiché un Trump sconcertato si è scagliato contro i suoi consiglieri, incapace di comprendere perché le forze armate statunitensi non fossero riuscite a mettere l’Iran al guinzaglio.

L’esito si è rivelato l’esatto contrario di quanto previsto da Trump, poiché numerosi media mainstream confermano ora che la guerra con l’Iran ha causato danni per “miliardi” a siti di intelligence statunitensi insostituibili, tra cui apparecchiature di sorveglianza, stazioni della CIA, reti radar e altro ancora.

https://www.nbcnews.com/politica/sicurezza-nazionale/l’iran-ha-causato-miliardi-di-danni-ai-siti-dei-servizi-segreti-statunitensi-secondo-fonti-rcna591879

Dal Telegraph:

I droni e i missili iraniani hanno colpito «postazioni di intelligence e apparecchiature di sorveglianza in Medio Oriente, causando danni di portata maggiore rispetto a qualsiasi altra distruzione subita dalle agenzie di spionaggio americane», ha riferito la NBC News, citando quattro fonti anonime.

Si prevede che la riparazione dei danni costerà miliardi.

Secondo quanto riportato da Reuters il mese scorso, a marzo una sede della CIA a Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita, è stata colpita da droni iraniani. Anche un’altra struttura della CIA nell’Iraq orientale è stata presa di mira.

Fonti hanno riferito alla NBC che erano stati colpiti altri siti, ma hanno rifiutato di fornire ulteriori dettagli. Le autorità statunitensi hanno inoltre indagato per appurare se la Russia abbia fornito all’Iran tecnologia per i droni o informazioni sui bersagli.

Ciò avviene mentre circolano nuove notizie secondo cui la Marina degli Stati Uniti sta esaurendo i fondi a causa della disastrosa guerra:

https://www.theguardian.com/us-news/2026/agosto/27/trump-iran-guerra-budget-della-marina

La guerra di Donald Trump contro l’Iran ha spinto le forze armate statunitensi in una grave crisi finanziaria, con la Marina degli Stati Uniti costretta a prelevare fondi dal proprio fondo stipendi e da altre fonti per coprire i costi delle operazioni di combattimento, secondo i documenti ottenuti dal Guardian e le interviste condotte con funzionari della Marina, appaltatori e analisti della difesa.

È interessante notare la loro affermazione secondo cui la “manutenzione non urgente” viene rinviata a causa della carenza di liquidità:

Esperti ed ex funzionari sostengono che i fondi si stiano esaurendo. “Il salvadanaio è rotto”, ha affermato Harlan Ullman, ufficiale di marina in pensione. Ullman è membro della Commissione nazionale per il futuro della Marina, ma ha precisato di non parlare a nome della commissione.

Un funzionario e un appaltatore della Marina hanno affermato che gli interventi di manutenzione non urgenti sulle strutture a terra sono stati rinviati a causa della crisi di liquidità.

Sebbene si faccia riferimento a “strutture legate alle calzature”, non sarebbe sorprendente se ciò si estendesse praticamente a tutto, il che spiegherebbe le pessime condizioni in cui versano ultimamente le navi statunitensi. C’è da aspettarsi che in futuro le forze armate statunitensi appaiano sempre più malandate, man mano che le ripercussioni di questo pasticcio si diffondono lentamente con il consueto effetto ritardato tipico di un’organizzazione gigantesca.

Per infierire ulteriormente sul capolavoro della presidenza Trump, il WSJ riferisce che le ultime vanterie degli Stati Uniti sul petrolio che “scorre a fiumi attraverso lo Stretto di Hormuz” non sono, ancora una volta, altro che parole al vento:

https://www.wsj.com/business/energia-petrolio/gli-stati-uniti-affermano-che-il-petrolio-sta-scorrendo-a-fiumi-attraverso-lo-stretto-di-Hormuz-ma-i-localizzatori-non-riescono-a-individuarlo-306faebd

DUBAI — L’amministrazione Trump sostiene che ingenti volumi di petrolio stiano transitando attraverso lo Stretto di Ormuz. I sistemi di monitoraggio incaricati di contabilizzare le spedizioni mondiali di petrolio rilevano invece volumi molto inferiori.

Data la natura disorientata della strategia di Trump riguardo allo Stretto di Hormuz, ciò conferisce una certa credibilità alle voci secondo cui la visita a Mosca del direttore della CIA Ratcliffe avrebbe avuto a che fare con l’avvertimento alla Russia di smettere di fornire all’Iran varie forme di aiuto. Forse, nella sua disperazione di uscire dall’impasse, Trump ha inviato Ratcliffe a supplicare la Russia di fare marcia indietro in cambio di qualche offerta, in modo da poter chiudere la questione di Hormuz con una «vittoria» e chiudere lì la faccenda.

D’altronde, nelle ultime settimane sono state diffuse diverse notizie sui tipi di aiuto che la Russia sta fornendo, non da ultimo agli Houthi, da parte dei canali di informazione israeliani:

Link

Improvvisamente, da sempre instancabile, Robert Kagan ha scritto un altro articolo per *The Atlantic* in cui dichiara categoricamente che d’ora in poi l’Iran sarà la potenza dominante in Medio Oriente:

https://www.theatlantic.com/international/2026/08/iran-middle-east-power/688374/

Sembra strano che ultimamente abbia scritto freneticamente così tanti articoli, in preda a un impeto di paranoia o disperazione. Spesso personaggi del genere scrivono questi articoli allarmistici in modo disonesto, fingendo che esista una realtà “catastrofica” quando la loro vera intenzione è quella di spronare all’azione per prevenire proprio quel risultato contro cui si scagliano. È questo il caso?

Kagan scrive:

Per anni l’Iran ha dovuto fare i conti con un equilibrio di potere in Medio Oriente che giocava a suo sfavore. La regione era dominata da una superpotenza americana ostile, da un Israele dotato di armi nucleari e militarmente superiore, e da importanti attori locali — Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti — che erano strategicamente ed economicamente allineati con gli Stati Uniti.

Oggi l’Iran si trova in circostanze del tutto nuove. Si è scontrato frontalmente con la superpotenza e con Israele, ha resistito ai bombardamenti delle loro armi più avanzate e non solo è sopravvissuto, ma ne è uscito vincitore. Di conseguenza, l’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha completamente riconfigurato la struttura del potere in Medio Oriente e nel Golfo Persico. La potenza dominante nella regione d’ora in poi sarà l’Iran, non gli Stati Uniti né Israele. I paesi confinanti si stanno già adeguando a questa nuova realtà. Lo faranno anche le potenze più lontane. Per anni, il mondo ha avuto a che fare con un Iran tenuto a freno. Ora scoprirà com’è l’Iran una volta liberato da ogni vincolo.

Quello che possiamo almeno dire è che, a prescindere dalle sue intenzioni, la conclusione è certamente oggettivamente corretta.

Kagan prosegue spiegando che, quando Israele ha tentato di bloccare la produzione di gas dell’Iran, le ripercussioni sono state così improvvise e violente da spingere immediatamente Trump a cedere e a dichiarare un cessate il fuoco:

Eppure, nonostante tutto ciò, il regime è sopravvissuto e non ha fatto alcuna concessione. Al contrario, l’Iran ha messo a nudo il tallone d’Achille degli Stati Uniti: la vulnerabilità dei paesi confinanti con l’Iran. Una svolta decisiva si è verificata a metà marzo, quando Israele ha attaccato il giacimento di gas iraniano di South Pars e l’Iran ha reagito colpendo il complesso di Ras Laffan in Qatar, il più grande impianto al mondo di gas naturale liquefatto. L’attacco ha dimostrato che, sebbene l’Iran non potesse ovviamente sconfiggere gli Stati Uniti in una guerra aerea, i missili e i droni iraniani potevano infliggere danni sufficienti alle infrastrutture petrolifere e del gas del Golfo da far precipitare il mondo in una crisi economica prolungata. Gli Stati del Golfo lo hanno capito immediatamente, e lo stesso ha fatto Trump. Ha interrotto gli attacchi contro gli obiettivi energetici iraniani, ha ordinato a un Israele riluttante di fare lo stesso e ben presto ha posto fine alla più ampia campagna senza ottenere una sola concessione dall’Iran. Da allora, e nonostante le numerose minacce, Trump non ha più ordinato nemmeno una volta un altro attacco contro le infrastrutture energetiche iraniane.

In breve, l’Iran ha dimostrato di avere in mano la leva più potente di tutte.

Egli prosegue ammettendo che il protocollo d’intesa firmato a giugno rappresentò una chiara vittoria iraniana, in cui si dichiarava “che la Repubblica Islamica dell’Iran, e nessun’altra nazione, avrebbe ‘adottato le misure necessarie’ per garantire il ‘passaggio sicuro delle navi commerciali’ attraverso lo Stretto di Hormuz. Nel dialogo con l’Oman, senza intermediari né altri partecipanti, l’Iran determinerebbe l’amministrazione dello stretto «in linea con il diritto internazionale applicabile e i diritti sovrani degli Stati costieri».

Il punto cruciale, osserva Kagan, è che l’Iran in realtà non aveva nemmeno bisogno del protocollo d’intesa, e sapeva che gli Stati Uniti non avevano carte da giocare e che avrebbero ceduto con o senza di esso:

Col senno di poi, i leader iraniani non sembrano aver ritenuto necessario il protocollo d’intesa. Secondo quanto riferito, il leader supremo Mojtaba Khamenei avrebbe dovuto essere convinto dal presidente Masoud Pezeshkian a firmarlo. La relativa indifferenza di Teheran era comprensibile: le concessioni americane riflettevano una tale disperazione nel porre fine alla guerra che gli iraniani avrebbero potuto benissimo aspettarsi che gli Stati Uniti alla fine si ritirassero, con o senza un accordo.

Gli Stati Uniti temono ora un’escalation più dell’Iran stesso, come giustamente osserva Kagan.

Per quanto riguarda invece le pietose “sanzioni” di Trump e la nuova strategia volta a soffocare l’Iran attraverso misure economiche graduali, Kagan scrive che si tratta di una vera e propria illusione:

L’idea che, dopo essere sopravvissuto sia agli attacchi militari che alle sanzioni, l’Iran possa ora soccombere alle sole sanzioni è illusoria. Mojtaba ha riorganizzato la leadership della sicurezza nazionale iraniana e ha insediato veterani del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nelle posizioni di vertice. L’ex comandante dell’IRGC Mohsen Rezaei è ora a capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e altri funzionari della sicurezza di linea dura hanno ottenuto promozioni. Il regime che sta emergendo dalla guerra viene riorganizzato da uomini convinti che l’Iran sia sopravvissuto a un tentativo americano-israeliano di distruggerlo e che sia stata la sfida, non il compromesso, a determinare la vittoria.

Con la sua nota perspicacia, Kagan spiega perché il controllo dello Stretto da parte dell’Iran costituisca un’arma ancora più potente di un ordigno nucleare, che ha una natura strettamente deterrente:

Il controllo dello Stretto di Ormuz da parte dell’Iran è uno strumento di potere più efficace di quanto lo sarebbe un’arma nucleare. Un’arma nucleare potrebbe scoraggiare un attacco, ma il controllo dello stretto offre all’Iran un vantaggio ogni giorno su decine di paesi. Grazie a esso, l’Iran può premiare gli amici, punire i nemici, ricavare entrate, costringere all’allentamento delle sanzioni e indurre i governi a pensarci due volte prima di opporsi alle politiche iraniane. Può fare tutto questo senza sparare un colpo e conservando al contempo la capacità di minacciare la violenza quando necessario.

Verso la fine, Kagan accenna a un’altra importante conseguenza del fallimento storico degli Stati Uniti in Iran: il fatto che esso abbia smascherato l’America come una tigre di carta, il che avrà ripercussioni sempre più gravi in altre regioni del mondo:

Le ripercussioni si estenderanno ben oltre il Medio Oriente. Gli alleati americani in Asia e in Europa possono constatare che una guerra relativamente breve contro una potenza di secondo piano ha esaurito gran parte delle scorte statunitensi di armi necessarie per la difesa missilistica. Possono constatare che gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra che non sono riusciti a portare a termine, hanno esposto i propri partner a ritorsioni e poi si sono fermati quando i costi sono diventati troppo elevati. Potrebbe essere impossibile conoscere le conclusioni di Pechino su Taiwan e quelle di Mosca sull’Europa. Ma gli alleati degli Stati Uniti si chiederanno inevitabilmente se Washington disponga delle armi, della resistenza e della volontà politica necessarie per sostenere un altro conflitto di grande portata. Di fatto, se lo stanno già chiedendo.

La notizia giunge oggi in un momento particolarmente opportuno, poiché è stato rivelato in modo affascinante — almeno secondo il “New York Times” e il “Washington Post” — che il “viaggio segreto” di Ratcliffe a Mosca di ieri è stato motivato dal timore di Washington che la Russia consideri ormai gli Stati Uniti così indeboliti dalla sconfitta subita in Iran, da poter indurre Putin a “ritenere di avere buone possibilità” di scontrarsi con uno Stato membro della NATO:

Rob Lee@RALee85Ecco come @nytimes e @washingtonpost descrivono il messaggio che il direttore della CIA Ratcliffe ha trasmesso ai funzionari russi durante il suo viaggio a Mosca. “John Ratcliffe, direttore della CIA, ha effettuato questa settimana una visita segreta a Mosca per condividere in privato la sua valutazione pessimistica dello stato della23:19 · 27 agosto 2026 · 53.000 visualizzazioni28 risposte · 80 condivisioni · 380 Mi piace

Leggi attentamente il testo evidenziato:

“Il misterioso viaggio a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, avvenuto questa settimana, è stato preceduto da nuove informazioni dei servizi segreti statunitensi secondo cui il Cremlino ritiene che gli Stati Uniti siano indeboliti dalla guerra in Iran, il che offre alla Russia l’opportunità di intensificare le azioni contro gli interessi americani e gli alleati in Europa, secondo quanto riferito da due persone informate sulla questione…

Non te lo puoi inventare:

Il viaggio di Ratcliffe a Mosca non era tanto dovuto al fatto che Putin si trovasse con le spalle al muro, poiché il suo esercito non è riuscito a sbloccare la situazione di stallo sul campo di battaglia in Ucraina, «quanto piuttosto al fatto che la Russia ritiene che noi siamo a corto di risorse e non possiamo intervenire», ha affermato una delle fonti informate.”

Così, Ratcliffe si è precipitato in Russia per rassicurare il Paese sul fatto che gli Stati Uniti non sono in realtà una tigre di carta, e per agitare un bastone davanti a Putin per ricordargli che, nonostante siano stati umilianti sconfitti da una potenza di medio livello, gli Stati Uniti fanno ancora sul serio.

Se fosse vero, si tratterebbe di una situazione piuttosto scioccante e imbarazzante. Significherebbe, in pratica, che Ratcliffe è stato mandato come fattorino per dire, in sostanza:

“Senti, so che il nostro impero sembra ormai agli sgoccioli, ma non dimenticare: abbiamo ancora le BOMBE ATOMICHE (per quanto possano essere obsolete, gestite con dischetti degli anni ’70 e nascoste in silos presidiati da tossicodipendenti)”

Beh, se quello fosse stato il suo messaggio, sarebbe stato sicuramente accolto con trepidante gioia dagli interlocutori russi.

Quando devi volare in giro per il mondo per “ricordare” ai tuoi avversari la tua forza, è il primo segnale importante che probabilmente il tuo impero sta iniziando a tramontare.


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La deterrenza che non c’è, di WS_ La trappola del debito, di Rorschach

In questo articolo

italiaeilmondo.com/2026/08/22/la-russia-e-il-ragazzo-che-gridava-al-lupo-_-di-eurosiberia/

Constantin von Hoffmeister “Ribolle l’ acqua calda” arrivando alla scontata conclusione che le minacce vuote distruggono la deterrenza

Alla quale la mia impulsiva risposta è: sai che novità , stiamo sprofondando in una WW proprio perché “non c’ è deterrenza”!

Infatti io ho già trattato il problema qui, in un post intitolato ” la deterrenza che non c’è ” espressamente scritta per la “vicenda Iran” giusto un mese prima che l’ Iran venisse attaccato di nuovo e frontalmente da U$rael in un “attacco decapitante” e “a tradimento” ( come al solito).

Ora ovviamente la Russia è ben lontana da una simile condizione, ma in quel post scrissi che il problema iraniano era anche lo stesso per Russia e Cina, come nella conclusione che qui riporto testualmente 

“ Questo continuo “ fare da nesci” di Russia, Cina e anche Iran però pone a tutti e tre gravissimi problemi di deterrenza .  Se infatti, “cercare un accordo” è l’ unica risposta fattuale che riceve chi ti provoca , anche quando ti colpisce sempre più direttamente , l’ unico risultato che puoi ottenere è che costui ti colpirà sempre di più e sempre più spesso dosando la sua aggressività solo secondo le sue problematiche

Il mondo quindi si avvita paradossalmente verso una guerra mondiale grazie a una deterrenza che NON c’è .

E l’ Iran ne farà per primo le spese perché non ha quella deterrenza nucleare che ci ha dato la pace finché è durata l ‘ URSS e che ancora trattiene gli U$A da aggredire frontalmente Russia e Cina ma che OVVIAMENTE non li tratterrà dall’ aggredire frontalmente l’ Iran.”.  

E siccome sono stato facile profeta, adesso farò una nuova “profezia” sulla base di come le cose si sono poi evolute in Iran.

Tutta questa operazione mediatica sulla “ Russia alle corde” ( a cui si presta anche CVH ) è la stessa che è stata perseguita con l’ Iran prima dell’ attacco DIRETTO ed è la stessa “ strategia U$raeliana” di sempre : cercare di prendere un paese “dall’ interno” come è stato fatto con Libia e Siria e due volte, ma senza un gran successo, con la Russia, o quantomeno riuscire ad indebolirlo abbastanza per portagli un attacco DIRETTO come è stato fatto con l’ Irak e recentemente con l’ Iran.

Nel caso “russo” presto si vota e quindi ci sarà un crescendo di questa strategia nella speranza di “ rompere la Russia” da “l’ interno” o quantomeno ottenere una “rimozione” di Putin , non importa COME e con CHI.

“Via l’ uomo, via il problema “ diceva ( erroneamente) Stalin , ed è così che ragiona U$rael da sempre.

E “ da sempre” più o meno gli ha funzionato: “via Stalin , via il problema” ,” via Maduro, via il problema “ , “via Arafat, via il problema” ect ect..

“Il problema” invece persiste laddove il potere è “collettivo” e “i comandanti ” non sono una espressione della “nomenklatura” ma persone capaci, i quali godono della fiducia e del rispetto del “corpo ufficiali”, con “il corpo ufficiali” che gode a sua volta del rispetto della “ truppa”.

E l’ Iran ne è appunto un esempio; la “coscienza nazionale iraniana” è tanto profonda che “rimuovere” Mossadeq , lo Scià e la “Guida suprema” ad U$rael non è servito a nulla , perché la “ guida suprema” , conscia del proprio ruolo di “servizio”, si è esposta “tenendo il punto” e avendo avuto cura di lasciare dietro di sé una struttura di potere “ a mosaico” in grado di reggersi da sola.

“ Chi comanda in “ Iran, ora ? Non si sa e, come ho già accennato un paio di volte, non è necessario che l’ attuale “guida suprema” tale sia davvero e che sia davvero “vivo”.

Khameney Jr potrebbe essere anche solo un “brand” , l’ immagine, nella sua figura di sopravvissuto al completo sterminio della propria famiglia , della inflessibile volontà iraniana di “resistere” a “ l’ennesimo invasore”.

E U$rael brancola nel buio di questo “mosaico” di potere. Certo i suoi referenti , i “preti azeri” , risparmiati dalla “mattanza” per fare i “Dercy Rodriguez” de l’ Iran sono ancora formalmente al potere e ancora formalmente invocano “l’ accordo” .

Accordo che però non viene per l’ opposizione dei “duri” de l’IRGC.

Ma chi sono “costoro” ? I nomi e le foto ci vengono dati di quelli che sono stati nominati al posto dei dirigenti precedentemente massacrati , ma è veramente così?

Ho letto recentemente su Reseau International che l’ amministrazione americana sia riuscita a ottenere tramite Pakistan un contatto diretto con l’ attuale capo “ufficiale” de l’ IRGC e che tutto quello che la dirigenza americana abbia saputo dirgli sia stata una “offerta alla Dercy” ( cioè svariati miliardi di dollari su conti ai Caraibi ) ricavandone però semplicemente un “clic”.

Perché oramai questo Iran può essere solo schiacciato con una guerra DIRETTA che U$rael esita sempre più a perseguire.

Ma ora immaginatevi quanto possa esitare U$rael e quanto sia ancora distante dal procedere ad una guerra DIRETTA con la Russia.

La via “per Mosca” più semplice per U$rael rimane quella di una “rimozione” di Putin contando sulla innata incapacità della elite russa di esprimere una continuità politica tra uno “zar” e il suo “successore”

Sarà così anche stavolta? Vedremo, di sicuro anche Putin sta tentando di creare il suo “mosaico” , che poi ci riesca davvero è tutto un altro discorso.

Tutto bene allora ? Per niente, perché queste sono guerre esistenziali e quindi non ci potrà essere “coesistenza”. Come infatti è finita la “coesistenza” U$A-URSS ? Uno dei due alla fine è SCOMPARSO! .

Ma se già un Iran non piegabile da l’ interno non ha l’ “invasibilità ” di un Irak o di una Siria, figuriamoci “ invadere” Russia e Cina !.

Così , se questi residui “stati canaglia” non collassano sotto la pressione U$raeliana, non vedo nulla che possa trattenere questa deriva verso una guerra nucleare globale.

Per la Russia la questione è molto semplice . Se , nonostante i continui avvertimenti , la sua “deterrenza “ non funziona, alla fine la Russia non avrà altra scelta tra SCOMPARIRE sotto il dominio di U$rael o SCOMPARIRE tirando TUTTO il Mondo con sé cominciando da U$rael .

Quindi tutti possono capire perché Putin non ha alcuna fretta di risolvere questo “dilemma”; Lui sa che NESSUNA mossa “esemplare” fermerebbe U$rael nella sua volontà di “liquidare “ la Russia .

Ma questo perché, vi chiederete voi ?

Perché “l’ atomica di Stalin” fermò, sia pure , come abbiamo visto, solo momentaneamente, la strategia egemonica degli U$A mentre “ l’ atomica di Putin” non ci sta riuscendo ?

Perché il “quadro è cambiato”; gli USA ALLORA erano in crescita e avevano tempo e risorse per aspettare che il “ comunismo ” cadesse come una “pera matura; ORA U$rael non ha il tempo dalla sua.

Il suo “ impero occidentale” è in caduta e l’ attuale “piramide del debito” NON può aspettare altri 40 anni senza una WW.

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Quando il mercato obbligazionario si rivolta contro il Leviatano americano

Quando il debito inizia a governare il sovrano

Simon Rorschach22 agosto∙Pagato∙Articolo ospite
 LEGGI NELL’APP 
L’autore prospetta alcune vie di uscita alla trappola del debito. Manca la più probabile e la più risolutiva: quella sostenuta dal nostro WS_Giuseppe Germinario

Simon Rorschach analizza come l’enorme debito pubblico americano abbia creato un avversario che Trump non può sottomettere con minacce, bombardamenti o dazi doganali.

Lo Stato americano ha raggiunto un punto che Karl Marx avrebbe compreso immediatamente: il governo comanda eserciti, impone tasse, stampa la principale valuta di riserva mondiale e dipende ancora da uomini che decidono se prestargli denaro. Il debito federale ha superato per la prima volta i 40 trilioni di dollari, pari a circa il 126% del PIL annuo e vicino al rapporto raggiunto durante la Seconda Guerra Mondiale. Washington registra un deficit annuo di circa il 7,5% del PIL. I soli oneri per interessi superano i 1 trilione di dollari all’anno, una somma superiore al bilancio militare. Il servizio del debito è diventato la seconda voce di spesa più importante in un bilancio federale di circa 7 trilioni di dollari, dopo la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria. Marx scrisse che il debito pubblico trasforma le entrate future dello Stato in un’attività finanziaria presente. L’America ha portato questo processo a un livello più avanzato di qualsiasi altra grande potenza precedente.

Cosa succede quando i creditori americani iniziano a chiedere un prezzo più alto per finanziare il suo sistema energetico?

Thomas Hobbes immaginava il Leviatano come la suprema autorità terrena, il potere che risolve le controversie perché ogni forza inferiore finisce per inchinarsi al suo cospetto. Il mercato obbligazionario mette in luce una debolezza in questa visione. Il governo americano può anche comandare portaerei e armi nucleari, eppure entra nel mercato come debitore. Gli acquirenti di titoli del Tesoro ne decidono il prezzo. Quando chiedono rendimenti più elevati, Washington paga. Il commentatore politico americano James Carville ha colto questa gerarchia nel 1994, quando scherzò dicendo che reincarnarsi nel mercato obbligazionario sarebbe stato meglio che tornare come presidente, Papa o stella del baseball, perché il mercato obbligazionario poteva “intimidire chiunque”. Donald Trump ora si trova di fronte allo stesso creditore sovrano.

Il messaggio dei creditori si è fatto più forte. I rendimenti dei titoli del Tesoro a trent’anni hanno superato il 5,3%, il livello più alto degli ultimi vent’anni. I costi di finanziamento a lungo termine degli Stati Uniti sono tornati a livelli che non si vedevano da prima della crisi finanziaria. Marx spesso spogliava la classe politica delle sue cerimonie per rivelare la relazione materiale che vi si cela. Qui la relazione è chiara: gli investitori vogliono più denaro in cambio dei prestiti concessi agli Stati Uniti. Tariffe, la guerra con l’Iran, minacce di annessioni, deficit in aumento e incertezza sulla politica economica americana sono tutti elementi che entrano in gioco. Ogni frazione di punto percentuale in più equivale a un voto di sfiducia.

Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha già tentato di calmare il mercato. Il suo dipartimento ha promesso di raddoppiare gli acquisti dei titoli del Tesoro a più lunga scadenza, nella speranza di sostenerne il prezzo e far scendere i rendimenti. La mossa ha funzionato per un breve periodo. I rendimenti trentennali sono scesi di poco più di un decimo di punto percentuale, per poi tornare ai livelli precedenti nel giro di pochi giorni. Il Leviatano di Hobbes era sovrano perché nessuna potenza interna poteva costringerlo. Il mercato obbligazionario rivela un limite a questa idea: Washington può comandare cittadini, agenzie ed eserciti, ma non può obbligare gli investitori a prestare a condizioni favorevoli. Bessent ha lanciato il segnale, gli operatori lo hanno recepito e la pressione è presto tornata.

L’economista egiziano-americano Mohamed El-Erian ha definito questa tattica “Operazione Twist”. Il Tesoro acquista titoli a più lunga scadenza, affidandosi al contempo maggiormente a emissioni a breve termine, producendo una variazione temporanea nella forma dei costi di finanziamento. Marx avrebbe riconosciuto la differenza tra riorganizzare un credito finanziario e modificare le condizioni economiche sottostanti. Il calendario dei rimborsi si sposta, ma l’onere rimane. Washington guadagna un po’ di respiro a un’estremità della curva delle scadenze, ma si assume ulteriori obbligazioni all’altra. Decenni di spesa in deficit hanno creato questa struttura, e le attuali politiche di Trump vi hanno aggiunto ulteriore pressione.

Diverse forze si contendono ora lo stesso capitale. La guerra con l’Iran, presentata come una breve campagna, si è protratta per sei mesi, alimentando la pressione inflazionistica. Le aziende americane di intelligenza artificiale stanno contraendo prestiti per trilioni di dollari per data center e infrastrutture informatiche, mettendo la domanda privata di capitali accanto all’immenso fabbisogno del governo. Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, si trova di fronte a validi motivi per adottare una politica monetaria più restrittiva, mentre Trump preme per condizioni più accomodanti. Hobbes temeva una repubblica dilaniata da potenze rivali. Nell’America di oggi, debito pubblico, spese militari, investimenti tecnologici, inflazione e politica monetaria tirano tutti la stessa corda finanziaria.

Anche l’entità del debito ha una storia. Nel 1981, il debito federale si aggirava intorno a 1.000 miliardi di dollari. Negli ultimi due decenni, è quadruplicato, accelerato dal salvataggio del sistema bancario durante la crisi finanziaria, dai vasti programmi fiscali del periodo Covid e dai ripetuti cicli di tagli fiscali. Durante le due presidenze di Trump, il debito federale è aumentato di circa 11.600 miliardi di dollari a causa dei programmi per la pandemia, delle riduzioni fiscali e della continua spesa in deficit. Marx considerava il debito pubblico come un mezzo attraverso il quale i governi potevano far fronte alle spese correnti senza gravare immediatamente sui contribuenti, impegnando al contempo le future entrate pubbliche al pagamento degli interessi e all’aumento delle tasse. Ogni nuovo trilione rappresenta quindi un’entrata che i futuri contribuenti dovranno contribuire a pagare.

Jerome Powell, membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve, ha già definito la traiettoria insostenibile e ha avvertito di un esito negativo se la politica monetaria dovesse rimanere su questa linea. La sua preoccupazione si concentra sul tasso di crescita. I deficit federali si stanno espandendo più rapidamente dell’economia che li sostiene. Il linguaggio dell’accumulazione di Marx si adatta perfettamente al problema: una quantità si accumula rispetto a un’altra e l’equilibrio cambia nel tempo. Trump risponde con il linguaggio della forza nazionale, insistendo sul fatto che gli Stati Uniti possiedono la forza necessaria per gestire tassi di interesse elevati. Eppure il mercato obbligazionario misura la forza in base al flusso di cassa, all’inflazione, alla crescita e al rimborso previsto. La fiducia patriottica ha poco peso in questa aritmetica.

Gli Stati Uniti sono sfuggiti al tipo di crisi che ha colpito l’Argentina o la Grecia, anche se alcuni costi di indebitamento americani superano ora quelli pagati da Atene. L’economista americano Paul Krugman vede margini per una stabilità duratura, a condizione che i governi futuri risanino la situazione fiscale. Un grande vantaggio rimane: gli Stati Uniti si indebitano in dollari, la valuta che controllano. Hobbes sosteneva esplicitamente che uno Stato sovrano potesse rinunciare al potere di coniare moneta senza rinunciare alla sovranità stessa. Per gli Stati Uniti, la principale fonte di potere finanziario è stata la fiducia nel dollaro: gli stranieri devono continuare a essere disposti a detenere valuta americana e a utilizzare i propri risparmi per finanziare il debito di Washington. Dopo il 1945, il dollaro è diventato la principale valuta di riserva mondiale e i risparmi esteri sono confluiti in titoli americani. Gli investitori europei e asiatici hanno finanziato i consumi, la potenza militare, i deficit pubblici e gli investimenti privati ​​statunitensi a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Quel sistema conferì a Washington uno straordinario privilegio. Per decenni, gli Stati Uniti poterono assorbire più beni e capitali di quanto il loro saldo interno da solo avrebbe consentito, perché gli stranieri desideravano attività in dollari. Marx descrisse il credito come un modo per concentrare risorse a distanza e nel tempo. Il sistema del dollaro svolse questo compito su scala globale. Le fabbriche tedesche, gli esportatori giapponesi, gli stati petroliferi del Golfo, le banche centrali asiatiche e i fondi internazionali accumularono dollari e riciclarono gran parte di quel denaro in debito americano. Gli Stati Uniti ricevevano beni e capitali; il resto del mondo riceveva titoli del Tesoro. Il finanziamento a basso costo divenne parte integrante dell’architettura del potere americano.

Trump ha sottoposto tale struttura a una pressione insolita. Le guerre tariffarie hanno sconvolto i vecchi rapporti commerciali. Le minacce rivolte agli alleati europei hanno indebolito le basi politiche della cooperazione finanziaria. I discorsi di annessione (Groenlandia, Canada, ecc.) e un attacco più ampio all’ordine commerciale consolidato hanno reso la politica americana più difficile da prevedere per i creditori. Marx intendeva il credito come una relazione basata sull’aspettativa. Un prestatore eroga denaro oggi perché il domani appare sufficientemente sicuro. Quando il futuro diventa più incerto, il prestatore esige un compenso. I rendimenti più elevati dei titoli del Tesoro sono il prezzo da pagare per tale incertezza.

Il Giappone offre un chiaro esempio di questa nuova pressione. Le autorità giapponesi hanno venduto ingenti quantità di titoli del Tesoro statunitensi nel tentativo di difendere lo yen, che ha toccato il suo livello più basso degli ultimi quarant’anni. Secondo alcune fonti, il Tesoro americano avrebbe poi collaborato con Tokyo sul mercato valutario per sostenere la valuta giapponese e ridurre la necessità di ulteriori vendite di titoli. Il Leviatano di Hobbes, si dice, piega al proprio volere anche gli attori più deboli. In questo caso, lo Stato americano si trova a dover modificare la propria politica in parte perché un importante creditore straniero potrebbe vendere troppi dei suoi titoli. La dipendenza finanziaria ribalta la consueta immagine del comando imperiale.

Le conseguenze si propagano rapidamente da Wall Street alla vita di tutti i giorni. I rendimenti dei titoli del Tesoro forniscono un punto di riferimento per il credito nell’intera economia americana. Quando il debito pubblico diventa più costoso, anche i mutui, i prestiti alle imprese, i finanziamenti auto e altre forme di credito al consumo tendono a diventare più cari. Marx dedicò gran parte del suo lavoro a ricondurre i movimenti astratti del capitale alle concrete relazioni della vita quotidiana. Un aumento del rendimento dei titoli del Tesoro a trent’anni appare come un numero sullo schermo di una borsa valori; in seguito si manifesta come la rata mensile di un mutuo, un acquisto di una casa non andato a buon fine, un conto della carta di credito più salato o un’azienda che accantona un investimento.

El-Erian interpreta quindi l’intervento del Tesoro tanto come un segnale politico quanto come una misura tecnica. Rendimenti più elevati acuiscono quella che lui definisce la “pressione sulla capacità di spesa” che grava sulle famiglie americane e potrebbero diventare un tema centrale nelle elezioni di medio termine per il Congresso. Le famiglie a basso reddito sono le più esposte, poiché il credito al consumo, spesso costoso, assorbe una quota maggiore del loro reddito e gli alti tassi ipotecari impediscono a un numero sempre maggiore di famiglie di acquistare una casa. Marx avrebbe trovato familiare questa ironia politica. Un governo persegue politiche in nome della propria base elettorale, mentre le conseguenze finanziarie ricadono pesantemente su quella stessa base. Molti elettori di Trump potrebbero quindi trovarsi a fronteggiare la crisi del debito attraverso le bollette mensili ben prima di rendersene conto attraverso le statistiche economiche.

L’intero sistema si basa ormai su una scommessa sulla crescita futura. Washington presume che un’America più ricca si farà carico dell’attuale debito federale. Le aziende di intelligenza artificiale scommettono in modo analogo che i profitti futuri giustificheranno i trilioni di dollari investiti oggi. I creditori accettano entrambe le scommesse finché i rendimenti attesi rimangono convincenti. Hobbes costruì il suo Leviatano per contenere la paura attraverso un’autorità politica indiscussa; l’America moderna ha costruito un Leviatano finanziario sostenuto dalla fiducia nel dollaro, nel debito del Tesoro e nella capacità produttiva dell’economia statunitense. Trump potrà anche comandare il governo, ma la creatura ha acquisito regole proprie. Man mano che il debito raggiunge livelli sempre più elevati e i creditori chiedono ricompense sempre maggiori, la domanda decisiva diventa brutalmente semplice: quanta fiducia nel futuro dell’America è ancora in vendita, e a quale prezzo?

La strategia dell’Iran si è rivelata vincente, mentre la catena logistica degli Stati Uniti è stata compromessa e messa a dura prova dai primi attacchi _ di Simplicius

La strategia dell’Iran si è rivelata vincente, mentre la catena logistica degli Stati Uniti è stata compromessa e messa a dura prova dai primi attacchi

Simplicius 17 agosto
 
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Sul fronte iraniano, la notizia più interessante giunta oggi è costituita da nuovi resoconti che confermano quanto molti analisti avessero ipotizzato sin dall’inizio del conflitto. Vale a dire che i problemi navali degli Stati Uniti in quel teatro operativo derivavano tutti dalla strategia deliberata dell’Iran volta a distruggere le basi statunitensi nella regione, con il risultato di un allungamento estremamente inefficiente della catena logistica di rifornimento bellico degli Stati Uniti:

https://www.nytimes.com/2026/14/08/us/politics/uss-abraham-lincoln-trump-supplies-diego-garcia.html

L’articolo sostiene che i problemi della Marina degli Stati Uniti siano iniziati subito dopo la prima ondata di attacchi lanciata dall’Iran all’inizio della guerra, che ha visto il principale centro logistico regionale della Marina, situato in Bahrein, andare in fumo a causa dei missili e dei droni iraniani:

I problemi di rifornimento della portaerei U.S.S. Abraham Lincoln sono iniziati subito dopo il primo giorno di guerra, quando missili e droni d’attacco iraniani hanno colpito una base della Marina nel Bahrein.

L’attacco iraniano, in rappresaglia all’assalto statunitense-israeliano a Teheran, ha distrutto gran parte della base. E mentre questa andava in fumo, lo stesso è accaduto a un importante centro logistico su cui la Marina si è affidata per decenni.

La Marina aveva bisogno di un piano B per continuare a sfamare i marinai che lavoravano senza sosta per garantire che gli aerei da guerra potessero continuare a compiere missioni di attacco e, in seguito, per mantenere il blocco dei porti iraniani.

I media israeliani avevano già riportato la notizia secondo cui il Pentagono avrebbe avviato un’operazione “segreta” volta essenzialmente a ritirare le risorse strategiche dal raggio d’azione immediato degli attacchi iraniani verso “centri di retrovia protetti”, il che ha portato al limite le forze armate statunitensi, ormai obsolete e sclerotiche:

C14 News Israele • Titoli principali@c14israelIl Pentagono ha avviato in segreto l’operazione “Defensive Arc”, trasferendo le risorse aeree strategiche dalle basi di prima linea in Medio Oriente, vicine all’Iran, verso hub protetti nelle retrovie. A seguito della cancellazione degli attacchi, gli Stati Uniti sono passati a una strategia di “deterrenza oltre l’orizzonte” per proteggere le proprie forze dai missili iraniani11:43 · 4 agosto 2026 · 1,51K visualizzazioni1 risposta · 6 condivisioni · 18 Mi piace

L’articolo del NYT prosegue:

La perdita della base operativa in Bahrein ha contribuito a una serie di problemi segnalati sulle portaerei impegnate nelle operazioni contro l’Iran, mentre i senatori democratici esprimono preoccupazione per i 5.000 marinai della Lincoln e per il loro dispiegamento di quasi nove mesi.

Il New York Times spiega in dettaglio come la USS Lincoln, ormai in condizioni precarie, verrà ora sostituita dalla USS George Washington, che giunge a fatica dall’INDOPACOM, lasciando la Settima Flotta senza portaerei dispiegate in prima linea sul cruciale “fronte cinese”.

https://apnews.com/article/portaerei-trump-cina-pacifico-iran-guerra-87cfb838de8c13464fa3cab1840ad87d

La notizia arriva mentre circolano informazioni secondo cui la USS Benfold avrebbe avuto gravi “problemi tecnici” che l’hanno costretta a rimanere inattiva per quattro giorni nel Mar Cinese Meridionale:

https://news.usni.org/2026/08/14/la-uss-benfold-è-rimasta-bloccata-nel-Mar Cinese Meridionale-per-quattro-giorni-a-seguito-di-un-incidente-tecnico

Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Benfold (DDG-65) ha trascorso quattro giorni nel Mar Cinese Meridionale senza alimentazione elettrica a causa di un guasto tecnico, secondo quanto appreso da USNI News.

Il mese scorso la Benfold ha subito un guasto tecnico che ha causato un’interruzione dell’alimentazione elettrica, ha dichiarato in un comunicato il comandante Matthew Comer, portavoce della Settima Flotta degli Stati Uniti, a USNI News.

L’interruzione di corrente ha privato i marinai dei servizi di cambusa, dei servizi igienici e dell’aria condizionata. Anche l’approvvigionamento di acqua potabile ne ha risentito, ha affermato Comer. Non ha risposto a una domanda su come i marinai gestissero i rifiuti.

Non lontano da lì, un altro cacciatorpediniere statunitense della classe Arleigh Burke — che alcuni hanno identificato come il DDG-74, anche se la cosa non è stata ancora pienamente confermata — è stato avvistato in condizioni precarie, a quanto pare da qualche parte nei pressi del Giappone:

La situazione della Marina degli Stati Uniti ha sconvolto gli osservatori che non si aspettavano un deterioramento così rapido delle condizioni, soprattutto nel contesto di un conflitto di grande portata in cui la Marina avrebbe dovuto svolgere un ruolo fondamentale di sostegno.

Ora il Washington Post riferisce che gli alleati statunitensi del Golfo stanno nuovamente riconsiderando la presenza delle basi americane sul proprio territorio, a causa della frustrazione per la gestione imprevedibile e dilettantesca del conflitto con l’Iran da parte di Trump:

https://www.washingtonpost.com/world/2026/08/15/la-frustrazione-nei-confronti-di-trump-cresce-tra-gli-alleati-del-Golfo-Persico-secondo-i-funzionari/

Alcuni hanno iniziato a discutere sull’opportunità di continuare ad ospitare grandi basi militari statunitensi sul proprio territorio.

«È stato Trump a scatenare questa guerra», ha affermato un funzionario del Golfo, «e ora ne stiamo pagando il prezzo». Come altri intervistati in questo articolo, ha parlato a condizione di rimanere anonimo per poter discutere di un argomento delicato. La rabbia nei confronti degli Stati Uniti, ha aggiunto il funzionario, ha raggiunto il livello più alto da quando, a febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

Gli Stati del Golfo continuano a fare affidamento su Washington come stretto partner in materia di sicurezza e importante fornitore di armi, mentre il Qatar e il Bahrein ospitano grandi basi statunitensi. Tuttavia, la frustrazione sta spingendo alcuni Stati a prendere in considerazione nuovi accordi. È improbabile che queste dinamiche possano, nel breve termine, ridefinire in modo significativo l’assetto della regione, affermano gli analisti, ma alcuni paesi hanno iniziato a valutare le opzioni a loro disposizione.

Possiamo concludere che la strategia dell’Iran ha funzionato: eliminare gli occhi e le orecchie degli Stati Uniti nella regione prendendo di mira i sistemi radar, saturare le difese aeree — le cui scorte non possono essere ricostituite — con droni a basso costo e missili balistici di prima generazione usa e getta; poi, quando il campo di battaglia è stato sufficientemente modellato, iniziare a lanciare i missili balistici più avanzati e precisi per colpire i veri nodi logistici, i quartier generali di comando e controllo (C2), ecc., in modo da costringere gli Stati Uniti a ritirare l’intera flotta il più lontano possibile fuori dal raggio d’azione. Questo mette poi a dura prova la catena logistica già in deterioramento fino al punto di rottura, come stiamo vedendo ora con il drastico deterioramento del morale.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/13/l-esercito-statunitense-ha-perso-circa-25-dei-suoi-droni-Reaper-la-guerra-con-l-Iran-sta-esaurendo-il-suo-arsenale/

Secondo tre funzionari statunitensi a conoscenza della questione, l’esercito statunitense avrebbe perso almeno 45 droni MQ-9 Reaper durante la guerra con l’Iran, ovvero circa il 25% della propria flotta.

Come già sottolineato, il Washington Post “conferma” che gli Stati Uniti hanno perso 45 Reaper, pari al 25% dell’intera flotta di droni. Alcuni hanno aggiunto che gli Houthi ne avrebbero già abbattuti circa un ulteriore 10%, il che porterebbe probabilmente la percentuale totale delle perdite registrate nell’ultimo anno o due più vicina al 35%.

È interessante notare che, secondo il Washington Post, non tutti sono stati abbattuti, ma molti sarebbero stati vittime delle operazioni di guerra elettronica dell’Iran — forse di provenienza russa:

Un quarto funzionario statunitense, che come gli altri ha parlato a condizione di rimanere anonimo per poter discutere dei dati del Pentagono, ha affermato che non tutti i Reaper dispersi sono stati abbattuti. Un numero non specificato di velivoli si è schiantato dopo che il collegamento di comunicazione tra gli operatori e i droni si è interrotto, ha aggiunto il funzionario.

A dire il vero, le perdite potrebbero ammontare addirittura a più del 35%, poiché il numero totale di droni della flotta non implica necessariamente che siano tutti in condizioni di funzionamento o in grado di volare, almeno in un dato momento.

In assenza totale di opzioni militari, gli Stati Uniti continuano a guadagnare tempo, portando avanti la farsa del “controllo dello Stretto”. L’ex deputata Marjorie Taylor Greene ha affermato di disporre di informazioni privilegiate su quali tipi di opzioni disperate vengano effettivamente prese in considerazione in questo momento nella frenetica sala operativa di Trump:

L’ex deputata Marjorie Taylor Greene@Ex deputatoDurante le riunioni strategiche si sta discutendo dell’uso di armi nucleari contro l’Iran. Sì, avete letto bene. È vero. Non sto speculando, lo so. Ed è pura malvagità. L’ultima volta che è stata utilizzata un’arma nucleare è stato il 6 e il 9 agosto del 1945 su due città del Giappone, Hiroshima e19:19 · 16 agosto 2026 · 17,3K visualizzazioni154 risposte · 136 condivisioni · 506 Mi piace

Ebbene, quando si esauriscono le munizioni utilizzabili — sia per attaccare che per difendersi — si suppone che prendere in considerazione un’opzione nucleare totale sia semplicemente logico — in un atto di pura disperazione. Dato che il declino dell’America è chiaramente giunto alla sua fase terminale, sarebbe quasi una sorta di addio poetico, in un certo senso contorto: il Paese che è salito alla ribalta come «superpotenza» con il primo utilizzo in assoluto di armi nucleari nel 1945 chiude il cerchio per arrivare alla resa della propria civiltà in declino con un altro addio nucleare finale.

È però più probabile che nulla del genere accada, e l’unica cosa che assomiglierà a una ricaduta nucleare sarà l’economia statunitense, con il protrarsi della cieca intransigenza di Trump sulla questione iraniana. Abbiamo ormai visto che è disposto a mettere in gioco tutto per il suo progetto vanitoso di Hormuz, compreso il benessere e il sostentamento di tutti gli americani.

Ieri ha osservato che l’economia sta andando «in modo incredibile… dal punto di vista di Wall Street»—e poco dopo ha spiegato che l’aumento dei prezzi della benzina è un piccolo prezzo da pagare per impedire a una «nazione malvagia» di dotarsi di armi nucleari:

Ma tanti “piccoli costi” possono sommarsi piuttosto rapidamente fino a diventare un unico grande costo.


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