costruttori di ponti, di Giuseppe Germinario

http://italiaeilmondo.com/2018/08/17/i-meriti-del-governo-conte_-le-implicazione-della-tragedia-del-crollo-del-ponte-morandi-a-genova/

Ho conosciuto la Treviso dei Benetton negli anni ’80. La famiglia godeva di grande prestigio e rispetto tra la gente. Era uno dei gruppi imprenditoriali che stavano guidando lo sviluppo vorticoso di una regione proprio quando il triangolo industriale del nord-ovest stava avviando un drastico processo di riorganizzazione e riduzione delle concentrazioni industriali, ma anche un allarmante ridimensionamento ed impoverimento dei più grandi gruppi. Quella famiglia riuscì a creare nuovi stabilimenti manifatturieri, ma anche una rete impressionante di lavoro a domicilio e decentrato che coinvolgeva decine di migliaia di veneti. Gli occhi più attenti colsero in quelle dinamiche i primi segni di un declino complessivo della qualità della produzione industriale e del peso delle industrie strategiche nonché le basi di uno sviluppo industriale alternativo fondato sulla precarizzazione e su una catena di valore meno significativa che comunque favoriva lo sviluppo di quella regione rispetto alle altre. Riuscì, assieme ad altre, pertanto a dare un grande impulso alla diffusione di una imprenditoria piccola e polverizzata fondata su elevati redditi famigliari tratti da attività ibride nella piccola agricoltura, da un assistenzialismo fondato su pensioni ed indennità concesse a man bassa, su lavori a domicilio e in fabbrica e su una sapiente politica creditizia delle banche popolari, rafforzate da rimesse e rendite provenienti soprattutto dalle estrazioni dalle cave. Il livello di organizzazione gestionale ed industriale di gran parte di quelle attività era letteralmente penoso ed infatti cominciò a scremare e declinare paurosamente già dalla fine degli anni ’90. Gli stessi Benetton, assieme a tantissimi imprenditori, iniziarono a trasferire massicciamente all’estero l’attività manifatturiera oltre a garantirsi il controllo di buona parte delle materie prime, la lana in particolare, con l’acquisto di centinaia di migliaia di ettari di terreno, soprattutto demaniale, in Argentina. Fu un colpo al prestigio popolare della famiglia. I Benetton riuscirono comunque a salvaguardare una aura potente di illuminati con un sapiente mecenatismo ed una grande capacità di comunicazione fondata su paradossi e su un concetto elementare di fratellanza universale tra diversi complementari alla diversità di colori e modelli delle proprie linee di abbigliamento. Quella comunicazione non era un mero involucro vuoto e artefatto. I pochi esterni che hanno avuto la fortuna di visitare i laboratori nei sotterranei del centro direzionale nei pressi di Preganziol rimanevano colpiti dal fervore e dall’entusiasmo, dalla creatività che sprigionava quell’ambiente e si trasmetteva anche alle istituzioni culturali e accademiche sino ai primi anni del 2000. Fu una delle basi della creazione dell’attuale intellighenzia, oggi così smarrita e autoreferenziale. La svolta definitiva in rentier e percettori di rendite avvenne con la privatizzazione delle concessioni pubbliche, per i Benetton nella fattispecie di quelle autostradali. Le motivazioni potevano avere una loro fondatezza nel tentativo di introdurre criteri privatistici nella gestione dei servizi che innescassero innovazione, organizzazione e controllo dei costi. La fede nelle virtù innate delle attività imprenditoriali e delle dinamiche di mercato condusse invece alla trasformazione della quasi totalità della grande imprenditoria privata superstite in tagliatori di cedole proprie e per conto terzi della peggiore risma. Un connubio tutto politico, sottolineo politico che creò l’attuale classe dirigente responsabile nei vari livelli del progressivo e disastroso declino del paese accelleratosi già a metà degli anni ’90. Quel mecenatismo e quell’illuminismo si rivelò di pari passo sempre più un involucro artefatto e cinico proprio di un ceto decadente e parassita, avulso.

Mi ha subito sorpreso la apatica, grottesca, manifesta indifferenza dei Benetton a ridosso della tragedia.

Con quegli antefatti e a mente più fredda, ad una settimana dalla tragedia del crollo del ponte, riesco a spiegarmi la rozzezza e l’impaccio impressionanti manifestati dai comunicatori della Società Autostrade e dalla famiglia Benetton.

I nostri illuminati purtroppo non sono soli nella loro mediocrità.

Il cardinale Bagnasco, nella scialba e anodina gestione dell’intera liturgia che ha regolato la cerimonia funebre ha raggiunto l’apoteosi del peggio nell’omelia, con la sua involontaria macabra ironia sui “ponti la cui funzione è solcare il vuoto e condurre a nuova vita le anime”. Ci ha pensato, paradossalmente, l’orazione dell’imam, nel suo italiano fortunatamente approssimativo, a ridare qualche goccia di ottimismo e qualche prospettiva di giustizia alla folla presente nella cerimonia. E’ stato, di conseguenza l’unico, tra i religiosi, ha ricevere applausi sinceri dagli astanti.

I Benetton, però e i loro accoliti hanno saputo fare di peggio nella loro freddezza, aridità d’animo, intempestività e mancanza pressoché assoluta della virtù fondamentale dei potenti in debito di autorevolezza: l’ipocrisia! Hanno dato il meglio della loro debolezza e del loro arroccamento sordo: la cieca arroganza!

Con le vittime appena incastrate tra le macerie hanno pontificato sulla necessità di accertare le responsabilità prima di ogni azione. Sollecitate una prima volta da Salvini a collaborare, hanno bontà loro sottolineato di aver concesso il passaggio gratuito delle ambulanze sull’autostrada; sollecitati ancora una volta dallo stesso Ministro a dare un segno di vicinanza ai familiari delle vittime, a qualche giorno di distanza hanno porto le condoglianze secondo lo stile proprio di un telegramma di convenevoli a un caro estinto; ulteriormente spinti a dare un qualche segnale di sostegno alla città, agli sfollati e alle vittime, anziché usare la discrezione e annunciare l’intenzione di contattare gli interessati e le istituzioni per concordare le modalità e l’entità del sostegno hanno strombazzato da parvenu ai quattro venti lo stanziamento di 500 milioni di euri. Badate bene! I due ultimi atti di comprensione umana sono scaturiti dai loro cuori solo dopo aver affidato a consulenti esterni la gestione della comunicazione, probabilmente con qualche sofferenza del cuore stesso posto troppo vicino al portafogli.

L’allucinante sordità di questo brandello emblematico di classe dirigente è stata purtroppo parzialmente offuscata dalla dabbenaggine comunicativa e dall’improvvisazione emotiva delle reazioni di alcuni ministri, in particolare di Di Maio, il quale fatica ad esibire il freddo aplomb istituzionale nelle risposte, nelle reazioni e nei sentimenti. Per il resto ad amplificare la “defaillance” dei manager e padroni ci sta pensando da par suo l’isterica reazione e difesa delle loro prerogative e dei loro comportamenti da parte dei dirigenti più esagitati e gretti del PD.

I baldi difensori dovrebbero meritare una amorevole attenzione a parte in proposito.

In un modo o nell’altro i costruttori di ponti di fratellanza in una umanità unita dall’ottimismo pubblicitario rischiano di cadere sulla cattiva costruzione e manutenzione di un ponte in cemento armato.

NUOVI COSTRUTTORI DI PONTI

In crisi un costruttore di ponti, ne viene fuori un altro. Questa volta si tratta di ponti galleggianti.

In queste ore la nave della Guardia Costiera “Diciotti” ha raccolto aspiranti immigrati da un barcone in Mediterraneo, adducendo una richiesta di soccorso. Il Governo di Malta, le cui motovedette stavano accompagnando il barcone, ha smentito tale richiesta e rincarato la dose affermando che i naviganti avevano rifiutato la loro offerta di soccorso essendo al sicuro sul loro mezzo. L’ammiraglio Pettorino, comandante della guardia costiera di nomina Gentiloni, ha coperto il comportamento della nave; i Ministri della Difesa, Trenta e degli Esteri Moavero hanno coperto senza smentita e con ogni evidenza l’ammiraglio Pettorino. L’obbiettivo è mettere in imbarazzo e ridicolizzare Salvini e le componenti politicamente più autonome del Governo. Attendiamo lumi da Mattarella. La Diciotti è stata artefice di un gesto analogo un paio di mesi fa. I Comandi della Marina Militare, meno di due anni fa, di fronte alle intenzioni di bloccare le partenze degli scafisti e i salvataggi in prossimità delle acque libiche ribadirono la loro intenzione di proseguire comunque con i salvataggi. Una Repubblica nella Repubblica. È tempo di fare pulizia nel Governo e nelle Pubbliche Amministrazioni. In autunno si annunciano tempeste e provocazioni pesanti. Difficilmente si riuscirà a sostenere la barra guardandosi nel contempo da nemici e da “amici”.

Buona fortuna agli italiani!

IL RAZZISMO NASCE NEI RAPPORTI SOCIALI a cura di Luigi Longo

IL RAZZISMO NASCE NEI RAPPORTI SOCIALI

a cura di Luigi Longo

Propongo la lettura dello scritto di Luisa Muraro su “Con i problemi dell’accoglienza degli immigrati, crescono anche le accuse di razzismo” apparso sul sito www.libreriadelledonne.it il 6 luglio 2018.

E’ uno scritto del 2008. Lo ritengo interessante e ancora attuale, considerato anche quanto sta accadendo in questo periodo, soprattutto sulla lettura del razzismo come espressione dei rapporti sociali storicamente determinati.

Non condivido nella struttura dello scritto tre cose: 1) la dicotomia destra-sinistra è storicamente superata nella materialità delle cose e continuare ancora a riprodurla non aiuta a capire le trasformazioni della società; 2) la mancanza di una lettura dell’insieme della questione immigrazione, frutto della parcellizzazione del lavoro del pensiero, non aiuta a capire sia la mancanza di controllo dell’immigrazione, sia il ruolo dell’Italia al servizio dei sub-dominanti europei e predominanti USA, né tantomeno il conflitto tra potenze mondiali nella fase multicentrica ( Russia e Cina, per ora, per un mondo multipolare, gli USA per un dominio assoluto); 3) il pensiero politico delle donne deve essere orientato alla costruzione del loro essere soggetto sessuato di cambiamento reale della società costruendo una nuova sintesi di ordine sociale espressione prevalentemente dei due soggetti sessuati ( uomo e donna): la sinistra è irriformabile ed è serva dei peggiori agenti strategici dominanti, cioè quelli statunitensi in lento declino.

 

 

CON I PROBLEMI DELL’ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI, CRESCONO ANCHE LE ACCUSE DI RAZZISMO

di Luisa Muraro

 

Pubblichiamo la trascrizione, inedita, dell’introduzione all’incontro per discutere su questa situazione a Sondrio, Centro evangelico, dieci anni fa, 28 ottobre 2008

 

Affronterò l’argomento per una strada che potrebbe forse sorprendere: parlerò – ve lo dico in forma paradossale – in difesa di quelli che chiamano razzisti, di quelli che vengono accusati di essere razzisti. Questo è l’approccio, in contropelo, poi darò i miei argomenti. Vengo qui con materia – se buona o cattiva giudicherete voi – nuova, sono cose che non ho ancora mai esposto, scritto da nessuna parte, vengo ad esporle qui per la prima volta e a discuterne. Discutiamone insieme con franchezza, senza paura di urtarmi, perché a me interessa ascoltare anche chi non è d’accordo. Queste cose propongo di andare ad esporle sempre in contesti dove non ci sono i cosiddetti razzisti. Naturalmente questo va incontro alla preoccupazione di Katarina in una maniera forse non abituale ma vera: dobbiamo ricordarci che il cosiddetto razzismo è nella relazione, nasce nei rapporti tra gli esseri umani, non è mai una cosa di un solo lato. Io sono stata negli Stati Uniti d’America e ho avuto più di un incidente in cui ero investita da risposte del razzismo di rimando. Quella è una società in cui il razzismo si è installato nei rapporti e a me è capitato di essere vittima di attacchi razzisti che venivano da signore afroamericane: il razzismo lo avevano dentro, era nell’aria e lo attribuivano a chiunque avessero visto, l’hanno attribuito a me e quindi si sono difese in maniera razzista da me che assolutamente tale non ero e non sono. Allora il razzismo è un male dei rapporti sociali. Forse ci sarà anche qualcuno che lo è intimamente, che ha dentro di sé l’odio per chi è nero, per chi è ebreo… Ma prima che questa cosa capiti agli esseri umani, è andato male qualcos’altro, che riguarda i rapporti sociali. Questa è l’impostazione mia.

Un’altra premessa. Io ho avuto l’idea di questa inchiesta, che conduco dentro di me, leggendo molto sui giornali – leggo molto quei giornaletti gratuiti, mi portano via un sacco di tempo… perché ci sono e-mail, lettere, fatti di cronaca, i giornalisti e le giornaliste stesse scrivono di corsa, sono giovani, scrivono alla buona, quindi fanno capire tante cose – per un fenomeno che avrà colpito anche voi, e cioè che da dieci-quindici anni circa le classi popolari si sono passo passo spostate verso destra e la cultura politica che chiamiamo di sinistra ha perso presa sulle classi popolari. Da quando c’è il reaganismo, una politica economica fatta per arricchire i ricchi e che non aiuta i poveri, per cui il divario tra i più ricchi e i più poveri non fa che crescere, sia negli Stati Uniti d’America che in Italia che in altri posti, da quell’epoca circa le classi popolari si sono messe a votare la politica di destra, cioè la politica che li danneggia. Ed è una stranezza, tant’è vero che io – scusate la franchezza del mio linguaggio – volevo scrivere a quelli del Manifesto: “Perché dite alle classi popolari che sono razzisti? Dovreste dirgli che sono stupidi”. Ma questo è razzismo verso i poveri. C’è questo strano fenomeno, che è stato notato per la prima volta in Francia. I francesi si sono accorti a un certo momento che pensare in termini di giustizia sociale era diventato un pensiero della borghesia e non era più un pensiero delle classi popolari; sempre di più un pensiero della borghesia colta e che stava diventando una minoranza. E così la destra ha vinto da noi, ha vinto in Francia, finora è stata – speriamo non rimanga – al governo negli Stati Uniti d’America, con il sostegno delle classi popolari. Mi sono convinta che questo fenomeno ha tanti fattori. Ma tra i fattori, secondo me, c’è la difficoltà in cui le classi popolari si sono trovate – parlo adesso dell’Italia – a causa dell’immigrazione dai paesi poveri extra Comunità Europea ma anche Comunità Europea (perché la Romania recentemente è entrata nella CE) e della cultura politica della sinistra che non ha aiutato le classi popolari davanti a questo fenomeno. Io penso che dobbiamo tener conto di due fatti. Il primo è che la immigrazione dai paesi poveri e poverissimi è per l’Italia un fenomeno che è avvenuto tutto molto velocemente. In dieci anni l’Italia ha raggiunto le percentuali di immigrazione che la Francia ha raggiunto in cinquant’anni, la Germania dell’ovest in quarant’anni. Sia la Francia che la Germania dell’ovest hanno avuto modo di elaborare risposte, l’Italia si è trovata rapidissimamente esposta a questa immigrazione che avviene in condizioni drammatiche. E mentre questo avveniva con questa rapidità e intensità, bisogna poi considerare un altro aspetto, che il peso, gli aspetti più deteriori di questa immigrazione così veloce da paesi molto poveri, da culture molto lontane, sono stati a carico delle periferie e dei posti dove abitavano i poveri. Nelle parti ricche, colte, della città, gli immigrati non potevano andare a installarsi. Quindi queste periferie – pensiamo a Torino, a Milano, a Padova, a Verona… io parlo delle città in cui ho conoscenza più precisa, ma poi leggiamo di Napoli, Roma ecc. – sono abitate da una umanità che deve lottare ogni giorno per una dignitosa sopravvivenza materiale e per una tenuta dei rapporti, dove le donne sono impegnate in prima fila a tenere la decenza, un minimo di civiltà e il senso di non essere proprio al fondo della scala sociale. L’altro giorno, parlando di questo argomento con un’amica, dicevo: noi, che abitiamo nel centro di Milano, che cos’è che abbiamo sopportato di questi dieci anni di tumultuosa immigrazione dai paesi poveri e poverissimi? Abbiamo fatto il conto: tra noi – non noi due personalmente, ma tra noi – qualche furto, qualche volta questi furti sono degenerati in ammazzamenti. E, altra cosa, noi abbiamo i fantasmi. Io personalmente non li ho, ma ci sono persone che conosco – e persone anche ottime – a cui i fantasmi dentro la mente arrivano. Ricordo un’amica carissima – e buona perché aveva dato una parte della sua villa a gente che veniva dallo Sri Lanka, prima uno, poi due, tre, quattro, cinque, non faceva il conto – che però aveva il fantasma che gli albanesi fossero troppi. Noi abbiamo questo, ma le altre persone hanno cose pesanti: hanno periferie che sono viali con una prostituzione terribile, perché è una prostituzione in parte non libera, hanno vicini di casa, i furti li hanno anche loro e più in abbondanza, hanno un senso crescente di… Teniamo conto di queste cose. La risposta della cultura politica di sinistra – perché a questa mi rivolgo, e se devo fare una distinzione tra laici e non laici devo dire che i cattolici meritano un discorso meno severo perché qualcosa hanno fatto – è stata di etichettare di razzismo una serie di comportamenti che erano prevalentemente delle classi popolari. Ricordo quindici anni fa un libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, due persone egregie, sicuramente piene di buone intenzioni, denunciava che gli italiani sono razzisti. All’epoca questo era veramente non vero, e questo è stato poi il registro su cui ha camminato soprattutto la stampa e la cultura della sinistra.

Qui entro nel merito della questione – e, ripeto, se poi volete contraddire o spostare è ben accolto da parte mia, ascolterò fino in fondo qualsiasi obiezione. L’accusa di razzismo è ormai diventata un luogo comune, e non risparmia le classi popolari. Anzi, quasi sempre gli episodi che provocano l’indignazione dei buoni, delle persone che hanno coscienza, senso religioso, senso di civiltà umana verso gli immigrati poveri, gli episodi che provocano queste accuse di razzismo, sono episodi che hanno visto come protagoniste le classi popolari. Ora, io sostengo che è ingiusta questa accusa. Nel mio linguaggio dico che è una facile accusa. Ma in prima istanza dico che l’accusa è ingiusta (poi dico perché), è controproducente (non aiuta nessuno, anzi) ed è politicamente suicida (quando viene mossa, come spesso avviene, da esponenti della cultura politica di sinistra).

È ingiusta perché riassume in una etichetta molto pesante – razzismo – reazioni, comportamenti che sono molto vari. Si chiama razzismo (dai tempi di quel libro che citavo) un insieme di comportamenti che forse – anzi, senz’altro – sarebbe più giusto chiamare con altri nomi. C’è indubbiamente il nome – che si è anche trovato ma è poco familiare, anche se tecnicamente sarebbe più giusto – di xenofobia. Io sono stata in paesi razzisti, sono anche stata fidanzata con un magrebino, a Parigi, e vi assicuro che lì il razzismo verso gli arabi c’è e non è la stessa cosa di quello che qui si chiama razzismo: a chi è razzista non importa che uno sia istruito, che sia ricco, che si comporti educatamente; chi è razzista non sopporta quell’altro per la differenza che incarna. Qui in Italia invece c’è una forma diffusa di xenofobia unita al disprezzo per i poveri, che è cosa orribile. Alcuni dicono che è un popolo di ex poveri, sono stati poveri fino a una-due generazioni fa, si sono sfangati dalla povertà e disprezzano, per paura della povertà, i poveri. Può darsi che sia questo. Comunque c’è xenofobia, che è fatta molto del disprezzo dei poveri. In Italia, se si presenta una famiglia africana o asiatica ricca, che si comporta all’italiana e che riesce a parlare l’italiano, state sicuri che nessuno la guarda male. Le classi popolari non guardano male le persone. C’è piuttosto una insofferenza per la povertà e per la diversità dell’altro: l’altro, che è povero, che mette in pericolo la mia dignità, che ha comportamenti… Ho visto nella provincia veneta cattolica il fatto di persone come i musulmani, che sono persone dignitose, molto riservate, lavoratori ecc., che però pregano così tanto, questa richiesta di avere un posto dove pregare urta, che cosa? Il cristianesimo ormai sepolto sotto montagne di indifferenza religiosa, ma il cristianesimo residuale che è una forma di localismo, di provincialismo. Si sta attaccati a un cristianesimo tradizionale, non più vivo, non più sentito, e allora si vede l’altro, l’islamico, che invece ci crede, ci crede tantissimo, lo si vede come qualcosa di fastidioso, e pochi, pochissimi, ricordano a questa popolazione locale, indigeni, che è lo stesso dio che quelli stanno pregando. Io ho provato a farlo anche con persone colte e quelli dicevano: no, no. C’è questa ignoranza, non assoluta (le loro tradizioni le conoscono), ignoranza degli altri ecc. Tutta una serie di cose negative, deteriori se volete, anche, talvolta, ma che non sono razzismo. Non lo sono in senso stretto. Ed è sbagliato chiamarle così. Io ho detto: è ingiusto.

Poi ho detto: questa accusa è controproducente. Perché? Perché offre una interpretazione – “è razzismo” – di comportamenti che sono negativi ma sono confusi, sono reattivi, nascono da disagio, da ignoranza…, comportamenti che gli interessati non riuscivano e non riescono a capire bene di cosa si tratti. Teniamo conto che questa è una società dove c’è una divisione del lavoro del pensiero, è una divisione anche pesante: ci sono persone che tutto il giorno fanno lavoro manuale, lavoro esecutivo, lavoro ripetitivo, e c’è una minoranza, che per fortuna è meno piccola di una volta, di persone che si dedicano al lavoro del pensiero. Quelle che si dedicano al lavoro del pensiero, che si chiamano anche intellettuali, hanno il compito di offrire le interpretazioni agli altri. Gli altri dipendono. A me non piace che la situazione sia questa, ma questa è la situazione. Chi ha tempo e strumenti per leggere, ragionare, pensare ecc. ha il compito – non so se è un dovere, io penso di sì – di spiegare continuamente, di capire quanto a sé, di far capire ad altri di che cosa si tratta. Se io riassumo in un’etichetta – “è razzismo” – la complessità di comportamenti nati in situazioni difficili, io spingo l’altro verso questo esito. Così siamo passati – ormai è documentato – dalla vecchia frase “Io non sono razzista, ma… quando vedo questi qui che pisciano agli angoli di strada, quando vedo tutte le lattine buttate, quando sento i latinos che fanno caciara alle quattro del mattino ecc.”, al fatto che la madre e moglie di quei due che hanno ucciso il ragazzo italiano che veniva dal Burkina Faso ha detto “Io sono razzista”. Siamo arrivati a questo. E nella cultura politica di sinistra – quella che io voglio chiamare a un cambiamento – la prima frase, “Io non sono razzista ma…”, veniva presa in giro. Cioè lo sforzo di queste persone meno attrezzate rispetto alle pulsioni deteriori, xenofobe, insofferenti e intolleranti, lo sforzo che facevano di resistere veniva irriso, lo si prendeva come una falsità, invece di riconoscere lì lo sforzo per resistere. Alla fine si è rivelato controproducente, insomma si è lavorato contro. Come dice il famoso proverbio cinese, se vuoi far sì che un uomo diventi ladro, basta che tu gli dica: “Sei un ladro”, glielo dica oggi, domani… alla fine della settimana quell’uomo sarà un ladro. E si è fatto, si sta facendo in questo modo. Fino a che si arriva a che questa signora – a me ha fatto pena – ha proclamato di esserlo lei, razzista. Intendiamoci bene: in tutta questa situazione che si sta degradando della cultura di base della società italiana, soprattutto tra le classi meno privilegiate, la destra porta responsabilità più grandi di quanto non ne porti la sinistra. Nel libro che ho appena scritto le ho paragonate alle responsabilità di quegli uomini, soprattutto del clero, in un primo tempo, ma poi anche non del clero, che hanno fomentato la paura popolare verso le streghe, scatenando la persecuzione, la caccia alle streghe – questi sono posti che ne portano tracce. La caccia alle streghe è stata fomentata dalle classi alte. (Il libro si intitola Al mercato della felicità, è la seconda puntata del Dio delle donne; la figura che dà il titolo è una vecchia donna che va al mercato poverissima, con pochi mezzi, gli altri ridono di lei ma lei va al mercato per comprare il massimo, la felicità.) La destra sta facendo questo, quindi ha una responsabilità più grande. Perché spogliare le classi popolari della loro cultura tradizionale, portarli a, spingerli a, autorizzare comportamenti xenofobi, di odio nei confronti dei più poveri, tutto questo spoglia le classi popolari di aspetti preziosi della loro cultura, in primis la religione cristiana, e questo è molto molto grave. Ma io non mi soffermo sulle responsabilità della destra, non è questo il mio target. Noi siamo imputabili della interpretazione sbagliata che diamo di certi comportamenti delle classi popolari. E siamo imputabili di non cercare giustificazioni, quando pure ci sono, di non cercare di capire l’altro; non l’altro che viene da fuori. Chi vuole aiutare il povero che sbarca in Italia deve aiutare le classi popolari, perché sono loro che se lo ritroveranno addosso, non sono io che abito in Porta Ticinese, e che ho tutta la cultura necessaria e che faccio un lavoro… Sono le classi popolari le più gravate da questa cosa, e bisogna capire. Dopo di che, in pratica, sono anch’io una che baruffa con le cassiere di supermercato perché danno segni di fastidio verso i poveri, non è che io sia una prima della classe, che sa mettere bene in pratica quello che vi sto dicendo adesso: qualche volta mi è andata bene, qualche volta non ce l’ho fatta, perché ero disgustata dal vedere la cassiera disprezzare il poveretto. Quando ho vinto il disgusto, ho vinto il mio snobismo, il mio spirito di prima della classe, e sono riuscita a parlare, ho visto che in genere l’ascolto viene. Questa gente, se viene aiutata… Le amiche di mia sorella più anziana di me, che vive nella provincia veneta, lei mi diceva che parlano sempre male degli immigrati, dei rumeni, degli zingari… Io ci ho parlato insieme ad alcune di loro, ero calma e ho visto che si può fare breccia.

Infine, dicevo che l’accusa di razzismo molto spesso è politicamente suicida. Non ci vogliono molte spiegazioni per capirlo. La destra ha giustificato e autorizzato gli atteggiamenti deteriori delle classi popolari, pensate a quel sindaco o vicesindaco che aizza tutti quelli che rifiutano di ospitare le moschee e la presenza degli islamici nel loro quartiere. I comportamenti incivili sono diventati purtroppo, non dico modello o esempio, ma le classi popolari sono state spinte ad assumere certi atteggiamenti anche da questi… Però la destra ha anche coltivato gli atteggiamenti provinciali localistici, l’uso del dialetto… Queste cose non hanno in sé niente di brutto, l’uso del dialetto fa parte della cultura italiana (e forse anche svizzera): l’italiano è una bella lingua che naviga sopra dei bellissimi dialetti.

La sinistra, davanti a questa offensiva, si è soprattutto contrapposta. Fino ad arrivare a quello che abbiamo visto in queste ultime settimane, polemiche dove c’è: “Questo è razzismo!” “No, questo non è razzismo”, grida il ministro degli interni. “Altroché se non è razzismo!”… Ha fatto bene il vescovo di Milano, Tettamanzi, che è un uomo secondo me di giudizio, di finezza politica e culturale, a dire: “Le parole possono diventare pietre, non tiriamole troppo facilmente addosso agli altri”. L’ha detto proprio mentre c’era questa specie di scambio…

Ma soprattutto questa semplificazione dell’accusa di razzismo – che dal punto di vista umano ho già detto che può essere ingiusta, e fare ingiustizia ai poveri è sempre qualcosa che se Dio esiste non la prende bene, perché i poveri gli sono specialmente cari – dal punto di vista politico ha un effetto deteriore, di coprire i veri problemi. Vi faccio l’esempio. Tor bella Monaca, un quartiere di Roma dei più difficili, ho delle amiche suore che ci lavorano (suore: veramente sono più fuori che dentro perché la loro libertà e le loro scelte non sono piaciute alla famiglia religiosa), hanno preso un appartamento e vivono là: io so la lotta che fanno, da anni, ci sono anche altri che lottano, in questo quartiere che è sempre minacciato del peggio. C’è stato un cinese che una banda di ragazzotti ha aggredito in maniera bruttissima… Tenete conto che là c’è gente aggredita tutte le settimane, donne uccise più di una all’anno, uccise in casa dai maltrattamenti ecc., e queste mie amiche portano il peso di questa sofferenza, sono eroiche; in un libro che ho pubblicato con Marietti, Il posto vuoto di Dio, c’è una di queste suore che racconta come una del giro delle sue amiche è stata trovata ammazzata dal marito tornato dal carcere, non so per quale pretesto la poveretta è stata massacrata: questo è il quartiere. Allora, avviene l’incidente del cinese a Tor bella Monaca, si riaccende il discorso “è razzismo”, “non è razzismo”. No, vivaddio! Non è il problema di Tor bella Monaca il razzismo! Certo che se ci sono ideologie razziste che girano, in quello sventurato quartiere c’è anche quello, ma la cosa non è in quei termini lì che va trattata (e poi qualcuno è intervenuto a dire “si deve esaminare quello che è”). Il razzismo sono giochi verbali di ragazzi violentissimi che se gira che si va a caccia di prostitute, vanno a caccia di prostitute, se c’è un’altra cosa girano con altre parole. Il problema di fondo non era quello. Queste accuse di razzismo nascondono le inadempienze delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici che dovrebbero provvedere. La immigrazione di questi quindici anni è andata in crescendo e l’edilizia pubblica non ha offerto nulla. Una mia amica, Lia, che lavora per la Lega delle cooperative, dice che i cooperatori continuano a chiedere alla Regione di stanziare soldi, l’addetto della Regione non si presenta neanche più alle loro assemblee a dire “Sì, stanzieremo…” perché è subissato dai fischi. Quando sono arrivati i meridionali sono stati fatti dei quartieri, brutti, ma glieli hanno fatti, perché avessero da abitare. Adesso sono arrivati questi, i quali sono lavoratori, è tutta gente, per tre quarti, che lavora effettivamente, che è necessaria all’economia, sia nel Veneto che in Lombardia: le amministrazioni pubbliche non hanno provveduto. Ci sono situazioni abitative a Milano che sono indegne, sotto i portici… Se poi qualche giornalista si degna di andargli a chiedere – quelli dei giornaletti magari vanno -, più della metà è gente che lavora, che ha un lavoro e che non ha un bagno, un gabinetto, una stanza, un posto dove fare all’amore, non ha niente, stanno sotto dei portici. Questo è quanto. La bravissima Gabanelli della trasmissione Report, l’ha detto domenica scorsa. Ha parlato di una cooperativa di pensionati – uomini della migliore sinistra milanese, uno è il figlio di Lelio Basso – i quali e lavorando gratis e andando a tampinare la Cariplo ecc., hanno messo su una cooperativa che adesso si paga con gli affitti. Sono case che hanno dato sia a extracomunitari sia a italiani, e hanno fatto bene a metterci anche gli italiani, perché non bisogna suscitare invidie dei poveri verso gli altri poveri.

Insomma – adesso finisco veramente – che cosa fare? (Qui avevo scritto qualche giustificazione, ma non importa, non devo giustificare i miei amici e compagni e gli intellettuali ai quali sono più vicina, devo andare avanti per questa mia strada, spero che mi ospiteranno, chiederò al Manifesto, a Diario, se vogliono ospitare questa messa sotto accusa critica, cercherò di non cadere anch’io nel difetto di fare il grillo parlante che dice agli altri…) La domanda di fondo che io vorrei fare a questi intellettuali e politici della sinistra così pronti ad accusare le classi popolari di razzismo, è questa: perché le classi popolari dovrebbero farsi carico loro degli effetti della globalizzazione, che è una forma di economia che fa arricchire i già ricchi e che non sta affatto aiutando di poveri? Perché dovrebbero essere loro? Ci sono paesini del Veneto in cui quasi metà della popolazione sono immigrati: per questi paesi salvare la propria identità culturale è diventato molto difficile, sono frastornati. Loro sono abituati a parlare in veneto, sono abituati a fare le loro sagre… Ci si può ridere sopra su questi bisogni, ma sono bisogni per la coesione sociale, loro devono trovare il modo di intrecciarsi, di restare intrecciati, che era l’unico modo per tirare su i figli e per evitare il degradarsi di una malavita, l’entrata della droga e altre cose. Questa gente è messa in difficoltà da questa massiccia immigrazione. Certo che il ragionamento della Confindustria è sacrosanto: questi portano ricchezza, lavoro ecc. È verissimo, però è anche vero che il beneficio della globalizzazione alle classi più popolari non è ancora arrivato.

Adesso voi dite: ma tu cosa ci proponi di fare? Le mie proposte sono queste due.

Raddrizzare il tiro delle denunce, e prendere esempio in questo dalla Gabanelli (in Report ha detto tre parole, ma comunque…). Poi, naturalmente, cercare di sviluppare una intelligente comprensione di certi comportamenti. Quello che prima dicevo in senso evangelico: attenzione a non fare ingiustizie ai poveri perché sono cari a Dio. E i poveri non sono solo quelli che arrivano con i barconi, i poveri sono anche quegli altri, li conoscete, forse voi stessi, qualcuno tra voi appartiene a questa categoria, di gente che deve spendere tutte le sue forze, le sue energie per lavorare, perché non ha altro che il suo lavoro per sopravvivere.

E la seconda cosa è: riformare la cultura politica della sinistra con il pensiero politico delle donne. Pensiero politico delle donne che dà un’alta, altissima importanza alla decenza delle strade e delle case. Pensiero semplicissimo, ma le donne danno molta importanza alla dignità e decenza dei luoghi. Pensiero politico delle donne che poi non è mai caduto nell’errore di rafforzarsi con la contrapposizione destra-sinistra. In questa storia che vi ho raccontato – a modo mio, naturalmente – io vedo una parte della stupidità del maschile unico. C’è il pensiero unico, ma c’è anche il maschile unico, che vuol dire una politica che sente gli argomenti degli uomini, sente la sensibilità degli uomini, rispecchia i loro modi preferiti di fare e non si fa in qualche maniera spostare. L’esempio che qui porto è la discussione che ho avuto – tra l’altro con una donna, ma di partito – a proposito della prostituzione sulle strade. Era successo che delle donne, credo a Mestre, fossero scese in strada per cacciare le prostitute e i loro clienti: la sinistra l’ha trovato un comportamento di destra, e io a discutere… Gli uomini possono essere degli ipocriti padri di famiglia, che cacciano le prostitute ma poi cercano di andare, se magari glieli facessero, al bordello. Gli uomini. Ma le donne no, le donne si sentono umiliate dalla vista delle prostitute, e sentono più difficile il loro compito di madri di famiglia e di mogli dalla vista di questa cosa. Questi ragionamenti la sinistra deve poterli fare, e devono poter pesare. Non si può essere sempre i più bravi, i più illuminati, i più democratici. Ci sono problemi che domandano un impegno meno semplificato, che domandano più ascolto, di più voci.

Questo è quello che avevo da dirvi, adesso sta a me ascoltare e vi ringrazio in anticipo di quello che vorrete dirmi, in bene in male, pro contro, aggiunte…

 

 

Macerata vista da New York, di Roberto Buffagni

Macerata vista da New York

 

Lo scorso 7 luglio il “New York Times” ha pubblicato un lungo articolo sui fatti di Macerata a firma Jason Horowitz, responsabile per la redazione di Roma e per tutto il Sud del Mediterraneo.[1]

E’ un articolo di grande interesse per due ragioni: perché esce sul più importante e rispettato organo di stampa liberal del mondo, e perché fornisce il modulo o template dell’interpretazione liberal dei seguenti fatti di primario rilievo politico e culturale contemporaneo: l’immigrazione, la crisi/sconfitta delle sinistre liberal in tutto il mondo, la crisi dell’Unione Europea e del globalismo, l’insorgenza/vittoria dei populismi.

Intendiamoci: non vi si trovano novità analitiche, o spunti di riflessione di eccezionale qualità. Vi si trovano però, formulati molto professionalmente, i luoghi comuni liberal, gli stessi che ritroviamo e ritroveremo, mille volte ripetuti e riformulati con maggiore o minore efficacia ed eleganza, nella comunicazione politica e nei media dominanti occidentali.

Eccone una breve analisi.

Sulle 323 righe dell’articolo, 37 sono dedicate a Luca Traini, 23 a Pamela Mastropietro, 11 a Martina Borra segretaria di Forza Nuova Macerata, 47 a Salvini. C’è una foto (primo piano) di Traini, nessuna di Pamela, tranne la serigrafia col viso di sua figlia che si scorge sulla maglietta indossata dalla madre di Pamela al funerale. Luca Traini è nominato 18 volte, Pamela/Mastropietro 15. Salvini è nominato 19 volte. Fascism/Fascist ricorre 13 volte. Populist/Right-Wing 7volte.

Sull’assassinio di Pamela Mastropietro si dice l’assoluto minimo possibile: che è stata uccisa e smembrata, che sono stati ritrovati i suoi resti nei dintorni di Macerata, che è accusato dell’omicidio il nigeriano Innocent Oseghale, che “le circostanze della morte di Ms. Mastropietro sono tuttora ignote”. Viene riportata la notizia, inesatta, che Pamela si fosse ricoverata in comunità perché tossicodipendente (era invece affetta da una malattia psichiatrica, un serio disturbo bipolare, e non assumeva abitualmente droghe pesanti). Non vengono riportate le dichiarazioni del medico legale che ha eseguito la seconda autopsia sui resti di Pamela, prof. Mariano Cingolani: “Io, con gli strumenti giusti e un tavolo operatorio ci avrei messo almeno 10 ore per sezionare un corpo in quel modo, non posso credere che sia stato fatto in una vasca da bagno[2]; né il fatto che nel referto della prima autopsia, eseguita dal dr. Antonio Tombolini, si parla di “irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza.”[3] Nessun cenno a Lucky Awelima e Desmond Lucky, possibili complici di Oseghale, né alla loro spaventosa conversazione in carcere[4], tradotta la quale l’interprete nigeriana, terrificata, si è resa irreperibile. Nessun cenno all’ipotesi, pur diffusa, che possa essersi trattato di un omicidio rituale. Viene citato l’Hotel House, “il grattacielo multiculturale” con i suoi molti problemi di criminalità, e viene citata anche la fossa comune dove sono stati ritrovati resti umani: ma non vengono messi in relazione. Non si tratta di un errore del reporter, ma di una omissione intenzionale: della fossa comune si parla riferendo di un’escursione in automobile nei dintorni di Macerata insieme a Martina Borra, che indica al giornalista un “housing project”, un grande condominio popolare divenuto centro per lo spaccio di droga, che non può essere altro che l’Hotel House; la guida italiana indica a Horowitz una casetta nei pressi “dove un tempo le donne andavano a comprare le uova e dove adesso i tossici comprano droga – lì vicino la polizia ha trovato resti umani”. Dell’Hotel House, però, si riparla più di trenta righe dopo. Intenzionale anche l’omissione della scoperta che tra i resti umani ritrovati in prossimità dell’Hotel House ci sono quelli di Camey Mossamet[5], la quindicenne bengalese scomparsa nel 2010. La notizia è uscita sui giornali il 28 giugno[6], l’articolo del NYT è uscito nove giorni dopo: Horowitz aveva tutto il tempo (e l’obbligo) di informarsi, e il grande quotidiano USA ha alle sue dipendenze una schiera di redattori addetti al controllo dei fatti.

Il taglio interpretativo dell’articolo è ben riassunto dai paragrafi di apertura e chiusura:

Apertura: “Una volta Macerata era famosa per la sua tolleranza. Ma l’assassinio di una donna e una sparatoria per vendetta hanno trasformato la città in un simbolo della marea montante della destra politica.[7]

Chiusura: “Mr. Diallo, il senegalese che si impratichiva dei verbi italiani al centro della Caritas, rideva con gli amici mangiando specialità africane e italiane. Tiziana Manuale, responsabile del centro, sedeva lì accanto. Molta della gente che sta pranzando qui sarà costretta ad andarsene, disse. ‘Un tempo c’era l’idea di Macerata città accogliente,’ disse. ‘Ma certi settori della popolazione non sono pronti.’ “ [8]

Sintesi: andava tutto bene finché  un omicidio, tragico finché si vuole ma in fin dei conti legato alla droga e allo sbandamento giovanile, problemi endemici e gravi ma non legati all’immigrazione in quanto tale, è stato sfruttato dalla destra per far leva sull’arretratezza culturale dei settori di popolazione che “non sono pronti”.

Pronti per che cosa, non è specificato. Pronti a mangiare all’aperto specialità africane e italiane insieme agli immigrati? Per questo, non credo ci sarebbero problemi: quando viene la bella stagione, pranzare insieme all’aperto con parenti, amici e forestieri è un’antica tradizione popolare italiana, bella e toccante come “l’ora italiana”, gli incantevoli, lunghi momenti in cui il giorno trascolora nella sera, e lasciati i luoghi di lavoro, si passeggia serenamente per la città, diretti a casa senza fretta.

Pronti a rassegnarsi ad accettare come effetti collaterali dell’accoglienza, certo incresciosi ma inevitabili, crimini di un’atrocità terrificante? Bambine stuprate, uccise e magistralmente fatte a pezzi? O che escono per andare a scuola, spariscono, e non se ne sa più nulla finché otto anni dopo la polizia ritrova un dente in una fossa comune? E’ arretrato, chi non è pronto per questo? Vuole tornare indietro e dunque è un fascista? Vale persino questa candela, il gioco del progresso e dell’accoglienza?

Forse, se Mr. Horowitz si fosse permesso di riflettere e immaginare un po’ meglio quel che è realmente accaduto a Pamela Mastropietro e a Camey Mossamet, non avrebbe avuto bisogno di tirare in ballo Mussolini e il fascismo, e neanche Casa Pound o Salvini, per spiegarsi come mai i crollino i consensi per le sinistre liberal non solo italiane, e perché Macerata e l’Italia non siano più “famose per la loro tolleranza”.

[1] https://www.nytimes.com/2018/07/07/world/europe/italy-macerata-migrants.html

[2] https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/tutti-i-particolari-sul-depezzamento-di-pamela-mastropietro-002358745.html ; v. anche http://italiaeilmondo.com/2018/06/17/fatti-di-macerata-tre-domande-senza-risposta-di-roberto-buffagni/#_ftn6

[3] http://m.dagospia.com/il-medico-legale-pamela-e-stata-mutilata-con-orrore-molti-organi-non-si-trovano-piu-166498

[4] https://www.giornalettismo.com/archives/2660597/pamela-mastropietro-intercettazione-carcere

[5] http://italiaeilmondo.com/2018/07/03/a-trenta-chilometri-da-macerata-di-roberto-buffagni/#_ftn1

[6] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/29/pozzo-dellorrore-le-ossa-sono-di-cameyi/1121347/

[7] Macerata once had a reputation for tolerance. But the killing of a woman and a revenge shooting made the Italian town a symbol of rising right-wing politics.

[8] “Mr. Diallo, the Senegalese man who had practiced his Italian verbs at the Caritas center, laughed with friends as they ate African and Italian specialties. Tiziana Manuale, who managed the center, sat nearby. Many people at the lunch would be forced to leave, she said. ‘There was the notion that Macerata is a welcoming city,’ she said. ‘But some parts of the population aren’t ready.’

A trenta chilometri da Macerata, di Roberto Buffagni

I nostri lettori, per lo meno alcuni di essi, si chiederanno il motivo dell’ostinazione con la quale la redazione di Italia e il Mondo si stia concentrando sui fatti di Macerata e dintorni a partire dall’assassinio atroce di Pamela Mastropietro. Un accanimento proprio di un giornale di inchiesta piuttosto che di un gruppo sparuto impegnato con scarsi mezzi e ancor meno tempo nell’analisi politica e geopolitica.

Tranquilli!

Non si tratta di un cedimento alla attenzione morbosa e ossessiva al gossip più macabro; nemmeno di uno snaturamento della natura e delle intenzioni che stanno sorreggendo l’impegno della redazione. Tutt’altro!

Alberga la sensazione sempre più netta che i fatti di Macerata, se messi a nudo nella loro integrità e nella loro profondità, possano contribuire a smascherare in maniera decisiva la grettezza, la pochezza, l’ignoranza, la complicità, l’accondiscendenza, la perversione della gran parte di una classe dirigente che ha preso in mano, per la precisione si è vista consegnare le redini del paese da trenta anni, a partire da Tangentopoli. Una classe dirigente in evidente crisi di credibilità, che sta perdendo il controllo di alcune leve, ma che detiene ancora saldamente, anche se in maniera sempre più disarticolata, il resto delle funzioni di controllo e di comando, il reticolo di strutture e apparati in grado di conformare una comunità e una nazione.

Quello che i fatti di Macerata rischia di evidenziare è:

  • il pressapochismo e l’ignoranza con la quale si è affrontato il problema dell’immigrazione consentendo la formazione di enclaves e comunità chiuse spesso in territori sui quali lo Stato, alcuni settori di essi, fatica a detenere anche storicamente il controllo e nei quali spesso e volentieri scende a patti, si fa permeare e convive con le forze più retrive e dissolutrici
  • il peso crescente e abnorme che il cosiddetto “terzo settore” ha assunto progressivamente nella formazione di risorse economiche, di una classe dirigente e di un ceto politico; un processo non a caso concomitante con la politica di dismissione e spoliazione della grande industria privata e soprattutto pubblica e di disarticolazione di alcuni apparati centrali dello stato. Tutti ambiti dai quali si formavano gli esponenti più lungimiranti e capaci di strategie politiche di una qualche consistenza apparsi sino agli anni ’80. Non si vuole certo sminuire l’importanza del settore e la buona fede e l’impegno di gran parte degli operatori. Va sottolineato piuttosto il peso abnorme rispetto al resto delle attività di una formazione sociale e l’inerzia che innesca la creazione di apparati burocratici di tali dimensioni specie negli ambiti assistenziali
  • la progressiva e supina remissività e subordinazione, senza alcun sussulto e capacità di trattativa, a strategie politiche esterne al paese e contrarie e ostili agli interessi della parte preponderante della nazione e del paese sino ad arrivare ai mercimoni più miserabili. Gli accordi europei passati, riguardanti i punti di approdo marittimo, sono certamente uno di questi

I fatti di Macerata, probabilmente, non sono nemmeno l’epicentro di fenomeni che stanno attraversando il paese. Sono, piuttosto, la punta di un iceberg che si estende in altre parti ben più importanti del territorio. Sono emersi lì, perché si tratta di un territorio ancora non del tutto compromesso e dove l’assassinio di una ragazza può emergere ancora come un fatto di cronaca rilevante capace di porre interrogativi esistenziali.

Le pressioni per mantenere sotto traccia o addirittura rimuovere l’episodio devono essere enormi e il comportamento oscillante degli organi inquirenti sono l’indizio probabilmente del loro peso.

Una situazione che altrimenti, sfuggita di mano, rischia di assestare un colpo definitivo alla credibilità residua di una classe dirigente, affetta com’è dalle tare del cosmopolitismo, del pensiero liberale debole, dell’umanitarismo compassionevole. Tutte categorie in crisi evidente, ormai incapaci di offrire adeguate chiavi di interpretazioni, tanto meno di politiche adeguate. L’ascesa di Trump ha offerto l’occasione per scatenare queste dinamiche. Categorie alle quali sembrano ancora abbarbicate i superstiti di questa classe dirigente e che rischiano di essere la causa ultima del loro declino e dell’erosione del loro potere_Buona lettura, Germinario Giuseppe

A trenta chilometri da Macerata

 

Nel marzo del 2018, a 29,7 chilometri da Macerata, a 11,3 chilometri dal Colle dell’Infinito leopardiano, sono stati ritrovati una cinquantina di resti umani[1] sotterrati nei pressi dell’ Hotel House, “grattacielo multietnico” di Porto Recanati.

Due giorni fa, esami di laboratorio eseguiti sulla polpa di un dente hanno accertato che tra i resti ci sono anche quelli di Camey Mossamet, quindicenne bengalese scomparsa nel 2010[2]. Camey abitava a Tavernelle, all’Hotel House aveva un fidanzatino. E’ nei pressi dell’Hotel House che è stata vista per l’ultima volta.[3]

Il 29 maggio 2010 l’incantevole ragazzina uscì di casa per andare a scuola, ad Ancona, e sparì nel nulla. Nel nulla finirono anche le indagini. L’avvocato Luca Sartini dell’ Associazione Penelope, che assiste i familiari di persone scomparse, all’epoca seguì le indagini[4]. L’Associazione voleva incaricare delle ricerche un investigatore, e chiese alla Procura di vedere il fascicolo delle indagini, per non sprecare tempo cercando dove la polizia già avesse fatto sopralluoghi. La Procura negò l’accesso al fascicolo perché Sartini non aveva indicato gli atti precisi da visionare. Cosa tutt’altro che facile: l’Avv. Sartini non è chiaroveggente, e non poteva sapere quali indagini avessero condotto gli inquirenti. Secondo l’Avv. Sartini, gli inquirenti s’erano formata la convinzione che all’interno della famiglia ci fosse omertà, e che insomma Camey, una ragazzina che voleva vivere all’occidentale e amava giocare a calcio, fosse stata riportata in Bangladesh contro la sua volontà: tant’è vero che si fecero indagini anche colà, naturalmente senza risultati. Per smentire questa ipotesi investigativa, Sartini accompagnò la madre e il fratello di Camey a un colloquio con il Procuratore. Non è servito, a quanto pare. Tuttora non si sa dove abbiano svolto ricerche gli inquirenti. Non si può che convenire con l’Avv. Sartini, quando dichiara che “non dovessero aver cercato lì, a pochi metri dall’Hotel House, dove è stata vista per l’ultima volta, sarebbe scandaloso.” Aggiunge Sartini che gli è capitato di seguire diversi casi, e “senza polemiche, ci sono indagini di serie A e di serie B.”[5]

Non c’è dubbio: senza polemiche, ci sono indagini di serie A e di serie B. Da che cosa sia dipesa l’iscrizione dell’indagine su Camey nel campionato minore, non è facile capire. Può essere la ragione più vecchia del mondo: socialmente, la famiglia di Camey conta zero, e per chi conta zero gli inquirenti, salvo eccezioni, tendono a impegnarsi meno. Oppure: se l’ipotesi degli inquirenti era “Camey riportata contro la sua volontà in Bangladesh a scopo matrimonio forzato”, l’argomento era delicato perché si presta a polemiche contro i mussulmani, l’integrazione degli immigrati, le magnifiche sorti della società multietnica e progressiva, etc. O anche: il “grattacielo multietnico” Hotel House, dove vivono e convivono, male, duemila e passa persone, quasi tutte immigrati di varie etnie e religioni, già nel 2010 era un focolaio di crimini[6] e malvivenza che le autorità non riuscivano a controllare e tanto meno a sanare. Ma sino a quel momento, si parlava di spaccio di droga, furti, prepotenze: reati odiosi, ma non atrocità terrificanti. Alla microcriminalità endemica le popolazioni possono, tristemente, abituarsi e rassegnarsi. Abituarsi e rassegnarsi all’orrore senza nome è meno facile, in tempo di pace (almeno nominale). Possibile che il timore di scoprirsi in precario equilibrio sull’orlo di un “pozzo degli orrori”, come anni dopo i giornalisti avrebbero chiamato la fossa comune con i resti di Camey e di altre vittime sinora ignote, abbia infuso negli inquirenti una semiconsapevole propensione a quieta non movere?

Non so. Non so neanche se il ritrovamento dei resti umani a due passi dell’Hotel House possa essere collegato all’assassinio e allo smembramento di Pamela Mastropietro, per il quale sulle prime qualcuno (tra i quali anch’ io) parlò di omicidio rituale.

Un letterato del IV secolo, Onorato, nei suoi Commentarii in Vergilii Aeneidos libros VIII scrive: “…in omnibus sacris feminei generis plus valent victimae”, in ogni tipo di rito le vittime migliori sono di genere femminile. Ma sono passati millesettecento anni, e da quei tempi bui tutto è cambiato. O no?

[1] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/03/29/pozzo-dellorrore-trovati-oltre-50-reperti-il-sindaco-la-citta-e-sicura/1084978/

[2] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/29/pozzo-dellorrore-le-ossa-sono-di-Cameyi/1121347/

[3] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/03/29/unamica-di-Cameyi-non-so-se-siano-i-suoi-resti-ma-lascio-un-fiore/1084906/

[4] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/01/il-legale-che-segui-il-caso-Cameyi-volevamo-cercarla-con-un-detective-ci-fu-negato-di-vedere-il-fascicolo/1085465/

[5] Ibidem

[6] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/14/hotel-house-al-setaccio-in-sei-mesi-di-controlli-12-arresti-e-177-denunce/1114776/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/24/al-setaccio-hotel-house-e-river-perquisite-diverse-case-foto/1094802/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/24/blitz-in-21-appartamenti-due-denunce-per-spaccio-sette-persone-saranno-espulse/1094640/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/21/forze-dellordine-allhotel-house-necessario-un-presidio-permanente/1118049/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/03/31/hotel-house-sfuggito-di-mano-problema-piu-grande-delle-nostre-forze/1085595/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/18/hotel-house-lira-dellopposizione-cittadini-umiliati-il-sindaco-agisca/1092037/ eccetera, eccetera.

MATTEO SALVINI HA RAGIONE, di Augusto Sinagra

MATTEO SALVINI HA RAGIONE
Cercherò di fare una riflessione esclusivamente tecnico-giuridica di diritto internazionale di cui sono stato Professore Ordinario nell’Università.
1. Le navi che solcano i mari battono una Bandiera. La Bandiera non è una cosa meramente folkloristica o di colore. La Bandiera della nave rende riconoscibile lo Stato di riferimento della nave nei cui Registri navali essa è iscritta (nei registri è indicata anche la proprietà pubblica o privata).
2. La nave è giuridicamente una “comunità viaggiante” o, in altri termini, una “proiezione mobile” dello Stato di riferimento. In base al diritto internazionale la nave, fuori dalle acque territoriali di un altro Stato, è considerata “territorio” dello Stato della Bandiera.
Dunque, sulla nave in mare alto si applicano le leggi, tutte le leggi, anche quelle penali, dello Stato della Bandiera.
3. Il famoso Regolamento UE di Dublino prevede che dei cosiddetti “profughi” (in realtà, deportati) debba farsi carico lo Stato con il quale essi per prima vengono in contatto. A cominciare dalle eventuali richieste di asilo politico.
4. Non si vede allora quale sia la ragione per la quale una nave battente Bandiera, per esempio, tedesca, spagnola o francese, debba – d’intesa con gli scafisti – raccogliere i cosiddetti profughi appena fuori le acque territoriali libiche e poi scaricarli in Italia quando la competenza e l’obbligo è, come detto, dello Stato della Bandiera.
5. Da ultimo è emerso che due navi battenti Bandiera olandese e con il solito carico di merce umana, non si connettano giuridicamente al Regno di Olanda e né figurino su quei registri navali, come dichiarato dalle Autorità olandesi.
Allora, giuridicamente, si tratta di “navi pirata” le quali non sono solo quelle che battono la bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate (come nei romanzi di Emilio Salgari).
6. Ne deriva il diritto/dovere di ogni Stato di impedirne la libera navigazione, il sequestro della nave e l’arresto del Comandante e dell’equipaggio.
Molti dei cosiddetti “profughi” cominciano a protestare pubblicamente denunciando di essere stati deportati in Italia contro la loro volontà. Si è in presenza, dunque, di una nuova e inedita tratta di schiavi, di un disgustoso e veramente vomitevole schiavismo consumato anche con la complicità della UE, che offende la coscienza umana e che va combattuto con ogni mezzo.

Augusto Sinagra

PER LE ANIME BELLE

A proposito di quel che ho scritto il 18 giugno con il titolo “Matteo Salvini ha ragione”, dopo aver dato sfogo a numerosi commenti e dopo aver dato tempo di riflettere sulla questione del regime giuridico delle navi in navigazione in alto mare, diverse anime belle mi hanno mosso alcune osservazioni.
1. La prima è che io avrei avuto l’intenzione di fare da supporter al Ministro @matteosalvini e così confondendo la appartenenza partitica con l’onestà intellettuale e la difesa dei legittimi interessi nazionali.
Rispondo: politicamente non “appartengo” alla Lega, diverse sono le mie convinzioni politiche, ma se un Governo, un Ministro, svolge positivamente le sue funzioni e difende gli interessi nazionali (e Salvini lo sta facendo), si ha il dovere morale, prima ancora che politico, di riconoscerlo.
2. Alcuni (in realtà pochi) sono intervenuti in argomento svolgendo qualche critica, pur non sapendo nulla di diritto internazionale. Ad essi non rispondo per ovvie ragioni.
3. Altri (ancor più pochi) hanno elevato al cielo alti lai in nome della sacralità della vita (ciò che è fuori discussione) e di un “buonismo” tanto peloso quanto contrastante con le loro corrispondenti scelte di vita e i conseguenti doveri civili, e pur ad essi non merita rispondere.
4. Altri (ancora di meno) e solo perché in possesso di patente nautica per la conduzione di piccole barche a vela, hanno evocato il giuridico obbligo del soccorso in mare, sempre e comunque e in qualsiasi luogo e momento, di chi è in pericolo.
È evidente che tale assunto è tanto vero quanto inconsistente nella verifica dei presupposti che giustificherebbero l’obbligo in questione.
Premesso che non è il caso di evocare il Regolamento “Dublino” o la Convenzione di Montego Bay sulla navigazione marittima o altre Convenzioni internazionali in materia, basta una semplice osservazione: come ho detto, è fuori discussione l’obbligo dell’intervento – dovunque e comunque – in soccorso di chi è in pericolo, ma il punto è proprio questo: si deve dare la prova della situazione di pericolo e anche indipendentemente da chi l’abbia provocata (è il caso, da ultimo, della “Lifeline”, nave da diporto che ha fatto salire a bordo 230 “profughi”!!!). Non sembra che si siano verificate situazioni di pericolo che avessero giustificato l’obbligo del soccorso. Basta vedere, per esempio, le immagini contrastanti a bordo della “Aquarius”. Basta considerare, a proposito di questa nave, che il Comandante, avvicinato da unità militari italiane, rifiutò viveri, medicine e medici e rifiutò il trasbordo di donne e minori. Se vi è una situazione di emergenza, non si tengono spenti i trasponder! Non ci si collega a mezzo radiotelefono con i delinquenti scafisti per concordare luogo e orario di consegna della “merce” umana! Se vi fossero ragioni di emergenza, i porti più vicini e più “sicuri” sarebbero gli stessi porti libici, quelli tunisini, quelli maltesi e quelli egiziani. Potrei continuare a lungo ma se non si da prova di situazioni di pericolo che impongono il soccorso, ogni altra critica è oggettivamente rivolta a favorire la commissione di reati, e chi lo fa è complice nei i delitti commessi dagli scafisti, dai trasportatori di “schiavi” (le navi delle ONG), dai gestori dei centri di accoglienza (gestiti anche dalla Chiesa cattolica) che lucrano in modo infame sul business dei cosiddetti “migranti”. A questa schiera di delinquenti vanno aggiunti i delinquenti francesi che favoriscono e sollecitano il passaggio verso il nord della Libia ai confini meridionali di questa di moltitudini di genti africane.
Per quanto riguarda la falsa esposizione sulla nave della bandiera di uno Stato di non riferimento (è il caso dell’Olanda), ribadisco che si tratta di navi “pirata” che vanno sequestrate anche con la forza, e il relativo Comandante ed equipaggio vanno arrestati.
Perchè @matteosalvini ha ragione? Perché ha messo l’Unione europea con le spalle al muro, perché ha fatto abbassare la cresta a Macron, alla Merkel e a Sanchez e soci, perché ha messo allo scoperto la criminosità di questo nuovo commercio di schiavi, perché ha posto un freno a questa invasione di nuovi schiavi, perché ha posto l’Italia al centro delle “preoccupazioni” dell’Unione europea dicendo ben chiaramente che non s’intende subire ulteriori prepotenze, perché ha difeso i legittimi interessi nazionali anche attraverso opportuni accordi e disponibilità di mezzi navali al Governo di Tripoli. Perché, infine, la sua politica è proprio rivolta a ridurre il numero dei morti in Mediterraneo.
Mi pare, allora, di poter dire ancora che Matteo Salvini ha ragione.

Augusto Sinagra

tratti da facebook

https://www.facebook.com/search/top/?q=augusto%20sinagra

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Fatti di Macerata: tre domande senza risposta, di Roberto Buffagni

Fatti di Macerata: tre domande senza risposta

 

In base alle informazioni di cui dispongo, tutte ricavate dai media e dunque molto parziali, propongo all’attenzione dei lettori tre domande sull’omicidio di Pamela Mastropietro che sembrano restare senza risposta nelle risultanze delle indagini, che si sono chiuse il 15 giugno rinviando a giudizio il solo Innocent Oseghale.

1) Cadavere di Pamela Mastropietro: chi lo ha smembrato ne ha anche asportato degli organi, o no? Se sì, quali?

Sul cadavere della vittima sono state eseguite due autopsie: la prima dal dr. Antonio Tombolini, la seconda dal prof. Mariano Cingolani. Qui[1], qui[2] e qui[3] si dice che “il referto autoptico di Pamela, depositato in Procura dal medico legale Antonio Tombolini, parla di ‘depezzamento, scarnificazione, sezionamento di parti di derma, muscolatura e seni’ e denuncia la irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza.”

Qui[4] invece una fonte autorevolissima, il procuratore di Macerata dr. Giovanni Giorgio, nega recisamente che siano stati asportati organi dal cadavere, ma lo fa in una forma quanto mai ambigua: “E’ destituita di ogni fondamento la notizia relativa all’assenza di significative parti del corpo di Pamela Mastropietro, che sono state nella stragrande maggioranza recuperate e ricomposte in occasione degli accertamenti medico-legali eseguiti dal prof. Mariano Cingolani“. Si aggiunge immediatamente dopo, in una formulazione anch’essa insieme molto recisa e molto ambigua, che “Al momentosecondo il dr. Giorgio sono ‘da escludere assolutamente’  l’ipotesi di ‘antropofagia’ e di ‘riti voodoo connessi al decesso’ “ [sottolineature mie].

Che vuol dire “significative parti del corpo”? Che vuol dire “nella stragrande maggioranza recuperate e ricomposte”? Quali sono  le parti mancanti, non “significative” e non “recuperate e ricomposte”? Come si può “escludere assolutamente” ma “al momento”? Un’esclusione assoluta non è, per definizione, condizionata.

Il punto è della massima importanza per l’intellezione della dinamica dell’omicidio, perché l’asportazione di organi dal cadavere può appunto alludere alla pista dell’omicidio rituale.[5]

2) Innocent Oseghale ha smembrato da solo il cadavere della sua vittima?

Qui[6] il prof. Cingolani afferma che “Io, con gli strumenti giusti e un tavolo operatorio ci avrei messo almeno 10 ore per sezionare un corpo in quel modo, non posso credere che sia stato fatto in una vasca da bagno”. Non ho trovato smentite di questa valutazione, da parte del prof. Cingolani o di altra persona competente e autorevole. Oseghale non disponeva né di strumenti giusti, né di tavolo operatorio, né di completa formazione accademica e lunga esperienza medico-legale. Come è possibile che abbia operato da solo lo smembramento del cadavere?

3) Perché Oseghale ha messo in valigia il cadavere smembrato per poi abbandonarlo sul ciglio di un viottolo di campagna?

Non cito fonti giornalistiche perché il fatto non è controverso. Abbandonare le valigie in un luogo pubblico, benché appartato, rappresenta un grave rischio per Oseghale, che infatti proprio così viene subito scoperto. Perché lo fa? Poteva sminuzzare i resti, disperderli nelle fogne, eventualmente anche mangiarli, come suggeriscono i suoi presunti complici, oggi scagionati, Lucky Awelima e Desmond Lucky in questa intercettazione in carcere[7]. Poteva anche dissolverli nell’acido cloridrico, disseminarli in campagna o in mare, seppellirli, etc. Pare logico che a) Oseghale abbia depositato le valigie d’accordo con un complice incaricato di ritirarle b) Oseghale abbia corso il grave rischio di depositare le valigie in vista di un scopo, di lucro (vendita dei resti, utilizzabili in pratiche rituali[8]) e/o di autotutela (il complice incaricato di raccogliere le valigie gli garantiva un più sicuro occultamento dei resti).

Gli inquirenti dispongono di informazioni a me ovviamente precluse, e sono i soli incaricati per ufficio di fare chiarezza sui terribili fatti di Macerata. Com’è doveroso, ho il massimo rispetto per loro e il difficile compito che sono chiamati ad assolvere. L’atroce omicidio di Pamela Mastropietro ha però scosso e turbato gli animi  di tutti gli italiani, e sarebbe opportuno che per quanto possibile, pur tutelando la necessaria riservatezza, gli inquirenti illustrassero anche all’opinione pubblica le motivazioni che li hanno condotti a  prosciogliere Lucky Awelima e Desmond Lucky, e a incriminare il solo Innocent Oseghale.

 

[1] https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/pamela-mastropietro-medici-legali-autopsia-peggiore-vita-2827321/

[2] https://www.newnotizie.it/2018/02/08/la-peggior-autopsia-mai-vista-parlano-medici-visto-corpo-pamela-pezzi/

[3] http://m.dagospia.com/il-medico-legale-pamela-e-stata-mutilata-con-orrore-molti-organi-non-si-trovano-piu-166498

[4] http://www.ansa.it/marche/notizie/2018/02/15/pamela-pm-escluse-antropofagia-o-mafie_60d6a1fd-58aa-4d52-8c9b-7b59ef61e0a6.html

[5] V. J. Omosade Awolalu, Yoruba Sacrificial Practice, “Journal of Religion in Africa” Vol. 5, Fasc. 2 (1973), pp. 81-93 http://www.jstor.org/stable/1594756 ; Karin Barber, How man makes God in West Africa: Yoruba attitudes towards the Orisa, International African Institute 1981 https://www.cambridge.org/core/journals/africa/article/how-man-makes-god-in-west-africa-yoruba-attitudes-towards-the-orisa/AB2C604A49D9A4D1712082F22E2C52BA ; ma soprattutto Patrick Egdobor Igbinova, Ritual Murders in Nigeria, 1 april 1988, in “Internation Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology” http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0306624X8803200105 e Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230 . Ne parlo nel mio precedente articolo http://italiaeilmondo.com/2018/02/07/intorno-ai-fatti-di-macerata_-non-ce-piu-religionedipende-di-roberto-buffagni/

[6] https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/tutti-i-particolari-sul-depezzamento-di-pamela-mastropietro-002358745.html

[7] https://www.giornalettismo.com/archives/2660597/pamela-mastropietro-intercettazione-carcere

“Desmond: «L’ha tagliata… l’ha tagliata, l’ha tagliata», «Gli ha tolto l’intestino… è molto coraggioso (inteso Innocent Oseghale)».

Awelima: «Quell’intestino forse l’ha buttato nel bagno».

D.: «L’intestino è lungo. Come puoi buttarlo dentro al bagno?!».

A.: «L’intestino poteva tagliarlo a pezzi».

D.: «Tagliarlo in pezzettini?».

A.: «Sì. Pezzi, pezzi. Così buttava a pezzetti. Così sarebbe stato più facile… Forse lui (inteso Innocent) ha già ucciso una persona così».

D.: «Gli ha tolto tutto il cuore».

A.: «Poteva mangiarlo. Perché non l’ha mangiato?».

D.: «Poteva metterlo in frigo».

A.: «Lo metteva in frigo e cominciava a mangiare i pezzi».

D.: «Così sarebbe stato meglio per lui mangiare il corpo».

[8] v. Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230 , ma anche questo recentissimo articolo di giornale nigeriano, un caso di cronaca che si riferisce a una pratica colà molto diffusa: https://guardian.ng/news/i-killed-my-friend-took-his-heart-for-money-making-ritual-man-confesses/

Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero?, di Roberto Buffagni

Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero?

 

Ieri la Procura di Macerata ha chiuso le indagini sull’omicidio di Pamela Mastropietro. Unico indagato, Innocent Oseghale, che dovrà rispondere di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere, con l’aggravante di aver ucciso Pamela durante uno stupro dopo averla drogata. Sulla violenza sessuale, c’è discordia con il GIP e il tribunale del Riesame, che ritengono non sufficientemente provata la custodia cautelare per violenza sessuale. L’uomo potrebbe aver ucciso, infatti, perché colto dal panico quando vide Pamela collassare dopo l’iniezione di eroina. Per la Procura, invece, il movente scatenante fu la violenza. Oseghale avrebbe comunque violentato, ucciso e smembrato il cadavere da solo: scagionati da tutte le accuse connesse all’omicidio Lucky Awelima e Desmond Lucky, che restano in carcere per la sola accusa di spaccio. [1]

Giudicando con le informazioni di cui dispongo (i media e basta) le conclusioni delle indagini sembrano gravemente incoerenti con gli elementi disponibili. Ho illustrato un paio di settimane fa perché queste tesi accusatorie non mi persuadono: http://italiaeilmondo.com/2018/05/05/macerata-come-procedono-le-indagini_di-roberto-buffagni/ . Non vedo perché dovrei cambiare idea, a meno che scagionare Lucky Awelima e Desmond Lucky non serva ad avviare una indagine sulla mafia nigeriana, sorvegliandoli con discrezione: se è così, naturalmente mi scuso sin d’ora con gli inquirenti.

Ma se non è così, e temo proprio che non sia così, questo mi pare un esito determinato da un classico condizionamento ambientale. Nessuno dei moventi dell’omicidio, per come risulterebbero ipotizzati dall’accusa, avrebbe il minimo rapporto con la razza e la diversa cultura del colpevole, nessuna delle modalità dell’omicidio alluderebbe a complicità, precedenti o posteriori all’omicidio, della mafia nigeriana. Il modus operandi del colpevole designato, Innocent Oseghale, sempre alla luce del tenore della contestazione formulata dagli indaganti, ci presenterebbe semplicisticamente il ritratto di un balordo dai nervi fragili, un criminale dilettante che si fa prendere dal panico. La vittima ci viene presentata come un prodotto della società, della droga, del crollo dei valori e del disorientamento della gioventù in questo mondo così difficile e sordo alle esigenze, eccetera. L’unica divergenza tra le ipotesi sulla dinamica dell’omicidio riguarda proprio la vittima, e non il suo assassino: per il Procuratore Pamela è stata violentata da Oseghale, per il GIP no. Questo aspetto della vicenda – se il rapporto sessuale tra Pamela e il suo omicida sia stato consenziente o meno – è certo rilevante sul piano giudiziario e importante per i parenti di Pamela, ma non ci aiuta a capire come sono andate davvero le cose: chi l’ha uccisa e perché, chi e perché l’ha smembrata per poi depositarne il corpo fatto a pezzi sul ciglio di un viottolo di campagna.

L’impressione che ne ricavo è che gli inquirenti abbiano seguito un codice informale teso a chiudere il caso il più presto possibile e nel modo più indolore. Ovvio il dubbio e il sospetto che ne consegue: c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che vanno comunque tutelati.

Mi sbaglio? Spero di sì, temo di no. E se il Ministero degli Interni inviasse un’ispezione della Criminalpol per dissipare i timori e i sospetti che certo non sono l’unico a nutrire? Timori e sospetti ben insinuati tra i profani, ma anche tra gli addetti ai lavori.

[1]http://www.oggi.it/attualita/notizie/2018/06/14/pamela-mastropietro-chiuse-le-indagini-per-la-procura-e-innocent-oseghale-lunico-assassino-e-stupratore/

Macerata, come procedono le indagini_di Roberto Buffagni

Macerata, come procedono le indagini

 

Premessa: non sono Sherlock Holmes, e le uniche informazioni che ho sono ricavate dalla stampa. A seguire trovate un resoconto dei fatti, qualche dubbio sulle interpretazioni proposte dagli inquirenti, e un’ipotesi diversa, non suffragata da alcuna prova: nulla più.

Novità sul caso Pamela Mastropietro: a Innocent Oseghale è stata notificata l’accusa di omicidio volontario. Intercettato in carcere, Lucky Awelima dice a Desmond Lucky; “Il 30 gennaio Innocent [Oseghale, principale sospetto dell’omicidio] mi telefonò chiedendomi se volevo andare a stuprare una ragazza che dormiva.”

Secondo gli inquirenti, le cose si sarebbero svolte così: Pamela va nell’appartamento di Oseghale, si inietta l’eroina, ha un rapporto sessuale con lo spacciatore nigeriano. Per il procuratore Giorgio è senz’altro stupro perché Pamela, drogata, non era in grado di consentire; per il GIP Giovanni Maria Manzoni, invece, può esserci stato consenso “in un’atmosfera amicale” (presumo lo desuma dal fatto che Pamela si prostituiva, e che non è insolito per una tossicodipendente prostituirsi agli spacciatori). Pamela si sente male e Oseghale, “forse nel timore di essere scoperto”, la uccide con un colpo alla testa e due coltellate al fegato.[1] Poi smembra il cadavere per liberarsene, lo mette in valigia, chiama il tassista abusivo camerunese Mouthong Tchomchoue, soprannominato “Patrick”, carica in macchina le valigie, gli chiede di portarlo a Tolentino. Qualche chilometro fuori Macerata fa fermare l’auto, scarica le valigie sul ciglio di un viottolo di campagna e si fa riportare a casa. Insospettito, a sera Patrick torna dove ha lasciato le valigie, ne apre una, si fa luce con il cellulare, vede una mano e scappa. Quando vede in Tv la notizia dell’omicidio torna, trova la polizia al lavoro, va in commissariato, denuncia l’accaduto e riferisce che nel corso del viaggio di andata, Oseghale ha fatto una telefonata in inglese, durante il viaggio di ritorno ha parlato al telefono con una donna.[2]

Prime impressioni sulla ricostruzione dei fatti degli inquirenti, per come la presenta la stampa.

1) I due nigeriani intercettati non sono ingenui cittadini modello, non è improbabile che immaginassero di essere sotto sorveglianza e che cerchino di scaricare la colpa sul solo Oseghale. In ogni caso, la tesi “Oseghale unico colpevole” fa comodo anche a chi ha interesse a minimizzare il più possibile l’accaduto, un vasto fronte che comprende chiunque abbia interesse ad alzare una muraglia impenetrabile tra l’omicidio di Pamela e  le problematiche connesse all’immigrazione. Cui prodest? Piccolo esempio: a Macerata, nel 2013 la Lega prende lo 0,6; nel 2018, dopo l’omicidio di Pamela, il 20% abbondante.[3]

2) Non si vede perché Oseghale uccida Pamela “per paura di essere scoperto” quando la ragazza si sente male. Per lo spaccio di droga? Ma è la sua attività abituale, e perché mai Pamela dovrebbe denunciarlo? Si droga abitualmente, non risulta che abbia mai denunciato uno spacciatore. E con quali prove lo denuncerebbe? Anche nel peggiore dei casi, Oseghale rischia ben poco, con una denuncia per spaccio, mentre con un omicidio rischia grosso. Per lo stupro? Ma Pamela si prostituisce abitualmente, oggi persino il GIP contesta lo stupro. Se Pamela si sente male, basta aspettare che faccia buio, accompagnarla fuori sorreggendola, lasciarla su una panchina e chi s’è visto s’è visto. Se muore in casa, si fa la stessa cosa, magari nascondendola in un tappeto arrotolato, caricandola in auto e gettando il cadavere in qualche posto fuori mano. Altrimenti, Oseghale poteva adottare la soluzione consigliata da Lucky Awelima e Desmond Lucky, v. punto 3 a.

3) Invece Oseghale corre tre grossi rischi: il rischio di un omicidio, il rischio di coinvolgere un estraneo come Patrick per trasportare le valigie con il cadavere smembrato, il rischio di abbandonarle lungo la via. Perché? Vediamo due ipotesi.

  1. a) Oseghale è un criminale dilettante che si lascia prendere dal panico e fa un errore dopo l’altro. Mah. A giudicare dalle sue frequentazioni non sembra. Nell’ordinanza di custodia cautelare per Lucky Awelima e Desmond Lucky, il GIP G.M. Manzoni riporta altre intercettazioni nel carcere di Montacuto, dove Desmond dice: “Sono stato un rogged [appartenente ad un’organizzazione criminale nigeriana], le cose che sono successe [l’omicidio di Pamela] sono cose da bambini… abbiamo già fatto cose terribili.” I due poi aggiungono che Oseghale poteva benissimo far sparire il cadavere tagliandolo a pezzettini e gettandoli un po’ per volta nel water. Il resto poteva congelarlo e mangiarselo con calma.[4] Fanno gli spacconi? Mah: tradotta questa conversazione, l’interprete nigeriana si rende irreperibile.[5]
  2. b) Pamela è uscita dalla comunità senza un soldo. Incontra lungo la strada un camionista che le dà un passaggio, e con lui contratta un rapporto sessuale a pagamento, qualche diecina di euro. Alla stazione di Macerata prende un taxi (sette euro) che la porta ai giardini Diaz, dove si spaccia. Chiede eroina a Oseghale che ha solo hashish e la accompagna da un collega che le vende una dose di eroina (trenta euro). Insieme comprano una siringa in farmacia.[6] Pamela è al verde e non ha dove andare. Oseghale la invita a casa sua, “Vieni da me, ti fai con calma, magari stiamo insieme, se vuoi ti fermi un po’”. Pamela va, si inietta l’eroina, Oseghale la prende (stuprandola o no), Pamela, che non è abituata all’eroina, si sente male mentre fanno sesso e respinge Oseghale che si irrita e le dà una botta in testa; oppure è Pamela che sbatte la testa divincolandosi. A questo punto Oseghale fa un rapido conto costi/benefici. Pamela non gli serve né per il sesso, né come cliente perché non ha soldi. Se reagisce così male all’eroina, difficile anche agganciarla e farla battere per lui in cambio del rifornimento di droga. In più ingombra, ha problemi, dà fastidio. Togliersela dei piedi abbandonandola da qualche parte? Corre il rischio di qualche fastidio, e non ci guadagna niente. Come metterla a reddito? Pamela è un gatto randagio, nessuno la cerca e nessuno la conosce. Tanto vale ammazzarla, farla a pezzi e venderli a qualcuno che apprezza l’articolo, per esempio l’organizzazione criminale a cui – forse – si può ricondurre la fossa comune di Porto Recanati, v. punto 4. Però qualcosa non va nel verso giusto. Per qualche imprevisto, l’incaricato non ritira in tempo le valigie, e Patrick, più coraggioso dell’interprete che tradotte le intercettazioni si resa irreperibile, o forse ignaro di quanto sia pericolosa la mafia nigeriana, non si fa i fatti suoi come invece Oseghale dava, apparentemente, per scontato.

4) A Porto Recanati (32 km da Macerata) è stata scoperta una fossa comune con 50 reperti umani circa, a due passi dall’Hotel House, “condominio multietnico”, un palazzone modello Le Corbusier dove abitano circa 2000 stranieri. Tra i resti, forse quelli di Cameyi Mossamet, una quindicenne bengalese scomparsa ad Ancona nel 2010,[7] e quelli di un bambino di 8-10 anni, non identificato. Colgo l’occasione per segnalare un articolo de “L’Internazionale” che tenta eroicamente di sdrammatizzare la fossa comune: “non è poi così vicina all’Hotel House”, “hanno trovato solo due corpi”; il problema immigrati: “anche gli italiani non pagano le spese condominiali” e di prospettare un futuro multietnico radioso: “Zakiri, un ragazzo bangladese che vive all’Hotel House e coordina la squadra di cricket dei bangladesi di Porto Recanati…ha ottenuto la cittadinanza italiana, lavora in una fabbrica della zona con un contratto regolare e parla un ottimo italiano. Lui e sua moglie aspettano un figlio, che nascerà all’Hotel house”. Medaglia d’oro per l’ottimismo al colonnello in pensione (ultimo dei Mohicani italiani che non hanno venduto a tempo il loro appartamento) Antonio La Rosa, intervistato dalla giornalista: “l’Hotel house parla del nostro passato, di quando gli immigrati erano i meridionali che andavano a lavorare al nord ed erano trattati con disprezzo dai torinesi. L’Hotel house parla anche del futuro, della società multietnica che ci aspetta. Questo edificio potrebbe essere una grande occasione per sperimentare delle forme di convivenza” (non si specifica quali).[8]

Conclusione. Come sia andata, non lo so. La ricostruzione degli inquirenti, per come la presenta la stampa, non mi pare molto verisimile, perché non spiega né la ragione dell’omicidio, né la ragione dello smembramento, né la ragione dell’abbandono lungo la via delle valigie contenenti il cadavere; non spiega neanche perché Oseghale non abbia avuto timore di coinvolgere Patrick nel trasporto delle valigie: semplice imprudenza, pura stupidità? O dava per scontato che Patrick, avendo a che fare con un rogged, come l’interprete nigeriana si sarebbe preso un salutare spavento e avrebbe tenuto la bocca chiusa?

Si intuisce negli inquirenti una gran voglia, d’altronde comprensibile, di minimizzare i fatti, addossando tutta la colpa al solo Oseghale, e tenendo a distanza di sicurezza cioè fuori dal quadro dell’indagine mafie nigeriane, rivendita a scopo di lucro di parti di cadavere, omicidi rituali, fosse comuni, etc., cioè a dire tutti gli elementi che possono differenziare l’assassinio di Pamela Mastropietro da un comune, rassicurante fatto di cronaca nera senza legame alcuno con l’immigrazione. Teniamo gli occhi aperti, e chissà: magari vedremo.

[1] https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_maggio_03/pamela-mastropietro-oseghale-carcere-anche-accusa-omicidio-7ce90c60-4ed6-11e8-aead-38ee720fad91.shtml

[2] http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13311589/pamela-mastropietro-parla-tassista-oseghale-da-trolley-spuntava-mano.html

[3] https://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/a_macerata_la_lega_fa_boom-3587546.html

[4] https://www.corriereadriatico.it/macerata/macerata_pamela_mastropietro_cannibalismo_intercettazioni-3689855.html

[5] https://www.la-notizia.net/2018/04/27/pamela-zio-interprete-nigeriana/

[6] https://www.corriereadriatico.it/macerata/macerata_pamela_sesso_droga_dopo_fuga_comunita-3529726.html

[7] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lorribile-cumulo-ossa-umane-due-passi-allhotel-dei-migranti-1510332.html

[8] https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/05/03/hotel-house-porto-recanati-immigrazione

LA LUNGA MARCIA, di Giuseppe Germinario

Una carovana di oltre mille persone da oltre una settimana si è incamminata da alcuni paesi del Centroamerica con meta finale il confine degli Stati Uniti. L’iniziativa non pare improvvisata ed estemporanea. Lungo il percorso è organizzato un efficiente servizio di assistenza con punti di ricovero, di ristoro e in parte mezzi di trasporto. I paesi di transito non hanno frapposto alcun ostacolo al passaggio, almeno sino a quando il Presidente Trump ha minacciato di schierare la Guardia Nazionale al confine e di disdire gli accordi commerciali e di sostegno finanziario ai paesi coinvolti. La speranza degli organizzatori era di raccogliere lungo il percorso nuovi immigrati ed ingrossare così esponenzialmente il fiume umano. E’ facile sospettare che qualcosa di analogo si veifichi nella gestione dei flussi verso l’Italia e l’Europa. Ci si aspetterebbe dalla “libera stampa” un qualche interesse a indagare in proposito. Il modello ispiratore deve essere stato quello della Lunga Marcia di Mao Tse Tung. Il grande Timoniere si starà rigirando nervosamente nella tomba. Allora l’obbiettivo era di liberare la Cina dagli occupanti giapponesi e dalle satrapie locali. Oggi il motivo è assai diverso. Dietro gli impulsi umanitari si nascondono veri e propri piani di destabilizzazione. L’immigrazione è ormai diventata un’arma geopolitica e di politica interna. Uno dei protagonisti, Soros, lo aveva ampiamente preannunciato, anche recentemente. Non si può dire nemmeno che si tratti di un conflitto netto tra paesi sottosviluppati e paesi dominanti. In Africa da tempo la chiesa cattolica, specie i parroci, cerca di porre un argine al fenomeno, giudicato negativamente perché priva quei paesi delle energie migliori. Il silenzio se non l’accondiscendenza invece delle alte gerarchie cattoliche in proposito, è altrettanto eloquente del ruolo che intende assumere il papato nel contesto mondiale. A seguito delle minacce il corteo sembra essersi miracolosamente dissolto. Vedremo gli sviluppi. Vedremo soprattutto se l’afflato umanitario continuerà nei confronti dei pellegrini anche dopo la dispersione della carovana e il naufragio delle mire politiche connesse.

http://www.foxnews.com/politics/2018/04/05/trump-praises-mexico-for-stopping-caravan-avoiding-giant-scene-at-border.html

https://twitter.com/search?q=caravan+of+immigrants&ref_src=twsrc%5Egoogle%7Ctwcamp%5Eserp%7Ctwgr%5Esearch

Geopolitica dell’acqua: verità controcorrente di Aymeric Chauprade (traduzione di Roberto Buffagni)

Geopolitica dell’acqua: verità controcorrente

di Aymeric Chauprade

Conferenza tenuta l’8 febbraio 2013 alla Webster University (USA) di Ginevra, come introduzione al Forum dedicato all’acqua come fattore nelle relazioni internazionali.

link originale non disponibile

 

Quando Alexandre Vautravers mi ha chiesto di introdurre questo colloquio sull’acqua e la sicurezza, confesso che sulle prime ho sentito una piccola reticenza ad accettare, non perché a chiedermelo era Alexandre (che è uno spirito libero, impossibile da incasellare), tutt’al contrario: ma perché con il passare degli anni, ho imparato a non mettere acqua nel mio vino, e dunque a non mettere acqua… nella mia geopolitica!

Come molti, ho cominciato con le idee dominanti e alla moda sul tema, quelle che si sentono dappertutto, nei dibattiti, nei media, e che è facile riassumere con semplicità: “nel pianeta mancherà l’acqua e per l’acqua gli uomini si faranno la guerra.” Ma voi lo sapete come funziona il mondo: quando non se ne sa un gran che, si seguono le idee dominanti, ma poi, quando si conduce uno studio personale sull’argomento, si scoprono cose che non vanno necessariamente nella stessa direzione. Tra i numerosi libri che ho letto, ce n’è uno che vi raccomando particolarmente: Pour en finir avec les histoires d’eau1 di Jean de Kervadoué e Henri Voron.

Stamattina nuoterò di nuovo controcorrente, e spero che il mio intervento sarà utile introduzione a un dibattito che si vuole esigente, alieno dalle mode, e libero nelle sue conclusioni. Il mio intento sarà quello di rammentare alcune verità idrogeologiche che bisognerà tenere ben presenti in questa giornata di lavori.

Mentre nelle opinioni pubbliche si alimenta l’idea che il problema sarà la rarefazione dell’acqua, dobbiamo cominciare a constatare che oggi, e senza dubbio ancor più domani, è l’eccesso d’acqua che uccide e ucciderà, ben più della sua scarsità.

La catastrofe ecologica che ha mietuto più vite umane negli ultimi tre anni non è stato lo tsunami di Fukushima, ma una inondazione in Pakistan che ha ucciso più di 20.000 persone, ha causato profughi a milioni e sommerso una superficie di 200.000 km, il 40% del territorio francese.

Prendete l’Indo, che da solo misura 1.081.000 kmed è lungo 3.180 km. La sua portata media annua alla foce è di 4.000 m3/s, cioè 120 miliardi di m3 l’anno. La precipitazione di 100 mm di pioggia sulla metà a monte del suo bacino (500.000 km2) genera un volume d’acqua pari a 50 miliardi di m3 in pochi giorni, cioè a dire la metà della portata lorda annuale media. Le inondazioni catastrofiche diventano inevitabili, e la portata della piena abituale nel mese d’agosto può moltiplicarsi fino a 10 volte, da 4.000 a 40.000m3/s. L’acqua può salire molto in alto, e inondare superfici considerevoli.

Nelle gole dello Yangzi Jiang, che un tempo si chiamava Fiume Azzurro, l’altezza delle acque ha avuto variazioni di più di 60 mt. Nel Douro inferiore, in Portogallo, nel dicembre 1990, le acque sono salite a più di due metri sopra gli argini. In Francia, i livelli record in rapporto allo zero delle scale ufficiali hanno raggiunto, per la Garonna 8,32 mt. a Tolosa e 11,70 ad Agens, per la Loira i 7,52 a Tours, per la Senna gli 8,60 al ponte d’Austerlitz a Parigi, per il Rodano gli 8,30 ad Avignone.

Ma non è nulla, a paragone del Mississippi, che a valle di Cairo, nel 1882 ha sommerso più di 9 milioni di ettari, cioè una superficie maggiore dei territori di Belgio e Olanda insieme.

Lo Yangzi Jiang ha allagato superfici paragonabili nel 1931 e 1954, e in quelle occasioni pare abbia distrutto le abitazioni di più di 20 milioni di persone. Per la sola alluvione del 1931, si sarebbe dovuta piangere la morte di più di 100.000 persone.

L’acqua è una risorsa minacciosa, e in realtà, è più facile lottare contro la siccità che contro le inondazioni. Le piene sono improvvise, mentre la siccità è lenta e progressiva. Le piene distruggono abitazioni, riserve di grano e di fieno, uomini e bestiame, quando la siccità al massimo li costringe a spostarsi.

Ora che ho ricordato questa realtà, che secondo gli idrologi rischia addirittura d’aggravarsi, vorrei dare qualche cifra, anche in questo caso per smentire dei miti troppo diffusi.

Esistono tre grandi serbatoi d’acqua sulla Terra: il mare, la terra e l’aria (l’atmosfera).

Il Mare è il serbatoio di gran lunga più voluminoso, 1.338 milioni di miliardi di m3 (o tonnellate d’acqua): il mare, che è la principale fonte di evaporazione, e dunque delle piogge.

Poi c’è la Terra, che rappresenta 48 milioni di miliardi di m3, cioè il 3,5% della massa di acqua marina.

E qui, facciamola finita con i miti a proposito di certi ghiacciai in fusione.

Sulla Terra, ci sono 33 milioni di miliardi di m3 d’acqua immobilizzata sotto forma di ghiaccio; e tenete presente che su questi 33, ce ne sono già 32,6 che costituiscono l’Antartico e la Groenlandia, che non sono ghiaccio, ma che si possono considerare una forma di roccia fissa sul posto da 15 milioni di anni, la temperatura media della quale è di – 70°, e che è diversissima dal ghiaccio dei ghiacciai alpini e dell’Himalaya, i quali rappresentano soltanto 600.000 miliardi di m3.

E’ vero che secondo alcuni questi ghiacciai continentali si ritirano, a causa del riscaldamento climatico osservato a partire dal 1850; ciononostante, l’errore del grande pubblico è credere che a causa del ritiro di certi ghiacciai, diminuisca il volume d’acqua disponibile nei fiumi a valle di essi. E’ falso. Nel caso del Rodano, ad esempio, da 150 anni non si osserva alcuna riduzione della portata media.

E’ importante tenere presente che l’immagazzinamento provvisorio d’acqua, in un lago o sotto forma di ghiaccio, non cambia per nulla il ciclo dell’acqua.

Con o senza ghiacciai, le montagne del mondo sono dei castelli d’acqua. Anche senza ghiacciai, tutte le montagne immagazzinano acqua nei periodi umidi per restituirla nei periodi secchi. Nessun ghiacciaio alimenta il Rio delle Amazzoni, il fiume più possente al mondo, o l’Orinoco, o il Rio de la Plata in Argentina; lo stesso vale per il Nilo, il fiume più lungo del mondo, il Congo, lo Zambesi, i grandi fiumi siberiani, il Mississippi o il San Lorenzo.

Ritorniamo dunque ai nostri 48 milioni di miliardi di m3 d’acqua dolce, dai quali toglieremo i 33 di ghiacci; ci resteranno 15 veri milioni di miliardi di acqua dolce (laghi, fiumi, falde freatiche, zone umide) ciò che risulta, per 7 miliardi di esseri umani, in uno stock di acqua dolce personale di 2 milioni di m3; sapendo che ogni francese consuma in media 100 m3 d’acqua all’anno, se anche vivesse 100 anni, il suo consumo sarebbe di 10.000 m3 su un potenziale di 2 milioni: vale a dire, lo 0,5%.

E’ importante ricordare queste cifre, perché anche se sappiamo che le cose sono più complicate, questo ci porta a relativizzare il peso relativo della presenza umana nel ciclo dell’acqua a livello planetario, e soprattutto a distinguere bene il cosiddetto problema globale dell’acqua dai problemi locali legati all’acqua, problemi che non voglio affatto sottovalutare.

Per riassumere la mia filosofia sul problema dell’acqua: i problemi sono locali, ma la menzogna è globale.

Proseguo sui serbatoi. Ho parlato del mare, della terra, ma non dimentichiamo il terzo serbatoio, l’atmosfera, che è il meno ricco dei tre, 1700 miliardi di m3 sotto forma di vapore, di goccioline d’acqua e ghiaccio che formano le nubi.

Sorvolo sui dettagli, ma negli scambi tra questi tre serbatoi consiste quel che si chiama il ciclo dell’acqua, che, naturalmente, è equilibrato: ecco perché il livello dei mari è costante.

Fatti tutti i calcoli, tenendo conto dell’acqua che cade, di quella che evapora, di quella che torna al mare con i fiumi, si arriva a quella che chiamo l’abbondanza lorda mondiale, cioè a dire la quantità disponibile per l’Umanità nel suo insieme: 47.000 miliardi di m3 all’anno, cioè a dire 6700 m3 per ciascuno dei 7 miliardi di esseri umani. Questi 6700 m3 sono una media, perché per un francese, la disponibilità è di 2800 m3 per abitante; e di questi 2800 m3 a testa, il francese medio (non solo lui, ma anche le sue industrie, i suoi servizi, etc.) ne consuma solo 100 m3 all’anno.

E qui, di nuovo torniamo alla realtà, e tiriamo il collo alle false idee veicolate dall’ideologia mediatica.

Bisogna tenere presente che le famiglie, le industrie, i servizi, le città di tutte le dimensioni restituiscono all’ambiente naturale praticamente il 100% dell’acqua che usano. L’acqua non fa che scorrervi, per essere poi sottoposta a nuovo trattamento: dunque, ad essere consumato non è l’acqua, ma un servizio di distribuzione dell’acqua potabile. Non bisogna confondere l’acqua e il servizio di fornitura dell’acqua: non sono la stessa cosa.

Il solo vero consumo d’acqua, quella che non torna al mare, è l’irrigazione, perché in questo caso l’acqua evapora, e non torna più allo stato liquido nel suo bacino. Ora, tutti sanno che oggi, l’irrigazione ha soltanto un piccolo ruolo nell’agricoltura mondiale.

Eppure, vengono continuamente spacciate delle falsità. Prendiamo questa affermazione di Claude Allègre: “Se tutti gli uomini del pianeta consumassero tanta acqua di fiume quanta ne consumano gli europei, questo prelievo costituirebbe la metà della portata media dei fiumi. Se poi la popolazione mondiale aumentasse del 50%, passando a 9 miliardi, e il livello di vita si elevasse dappertutto al livello di vita europeo, allora l’uomo preleverebbe l’80% della portata dei fiumi.”

Da queste affermazioni traspaiono, oltre alla sempiterna colpevolizzazione dell’europeo, e all’ideologia malthusiana conforme alla quale la crescita demografica è necessariamente un flagello, parecchi errori scientifici. Si lascia credere, anzitutto, che i fiumi siano l’unica risorsa idrica, ciò ch’è inesatto, poiché il 60% delle acque continentali viene dalle falde freatiche. Poi, queste affermazioni lasciano credere che tutta l’agricoltura sia irrigata, che l’allevamento non esiste, che un miglioramento dei livelli di vita comporti necessariamente un aumento proporzionale dei consumi d’acqua. Ora, il consumo dei fiumi francesi è modesto rispetto alla loro portata (3%), e il prelievo non aumenterà, perché l’irrigazione non si svilupperà che in misura molto marginale. D’altronde, da una ventina d’anni i consumi domestici di acqua in Francia diminuiscono, mentre il tenore di vita è raddoppiato. Anche qui vi rimando alle notevoli analisi di Jean de Kervasdoué e Henri Voron.

E’ assolutamente impossibile che l’umanità consumi l’80% dell’acqua dei fiumi e faccia evaporare 47.000 miliardi di m3 all’anno. Per riuscirci, si dovrebbero irrigare 4 miliardi di ettari supplementari, cioè a dire 80 volte la superficie della Francia, per una media di consumo d’acqua per ettaro di 10.000 m3. Ne conseguirebbero raccolti supplementari per 20 miliardi di tonnellate di cereali, quando oggi l’umanità ne produce e consuma soltanto 2,5 miliardi. D’altronde, ad oggi le terre arabili coprono solo 1,4 miliardi di ettari, cioè il 10% delle terre emerse. Non si vede come si potrebbero moltiplicare per 2,5.

I continenti non sono abbastanza grandi per accogliere più di 5,4 miliardi di ettari di terre arabili!

Dunque, se vogliamo affrontare il problema geopolitico dell’acqua, del quale non mi sogno di negare l’esistenza, bisogna cominciare a non massacrare la verità scientifica (idrologica, in questo caso), e anche a diffidare di questo pensiero globalizzante che ha il solo scopo di ficcare in testa alla gente che “per i problemi globali ci vuole un governo globale”.

Globalmente, l’accesso all’acqua non è un problema e non lo sarà, anche con la tensione demografica. Lo ripeto: il problema futuro saranno piuttosto le alluvioni che le siccità. Quanto alla fusione di certi ghiacciai, essa non minaccia in alcun modo il ciclo dell’acqua. Il BRGM2 ci dice che il volume delle falde freatiche mondiali è di 10 milioni di miliardi di m3, cioè a dire 1,5 milioni di m3per abitante nelle sole falde freatiche. Queste acque sotterranee costituiscono il 60% delle acque continentali; e le falde più profonde, a debole capacità di rinnovo, restano dove sono da più di 70.000 anni.

Un’altra impostura nel modo di trattare il problema dell’acqua è che si presenta la diga come un problema, una fonte di conflitti fra gli Stati a monte e gli Stati a valle. Anche qui, il peso dell’ideologia: la diga è come la frontiera, è un muro, e ai nostri giorni i muri non piacciono; l’ideologia dominante ama solo la circolazione senza vincoli, la circolazione degli uomini, la circolazione delle merci, la circolazione delle acque, anche quando sono alluvioni… Il sogno preferito dell’ideologia dominante, subito dopo il meticciato, è proprio la circolazione.

Ora, al contrario di quel che si afferma di solito, le dighe per la produzione di energia idroelettrica non consumano acqua. La diga viene attraversata dal volume totale d’acqua, che transita sia attraverso le turbine, sia attraverso il canale di scarico delle piene. Le perdite per evaporazione, in dighe di questo tipo, sono modestissime o nulle, perché a quelle altitudini fa freddo, anche nelle zone tropicali.

Non solo le dighe non consumano acqua, ma recuperano la sua energia e lottano contro l’erosione. Contribuiscono al contenimento delle piene. La diga non sbarra la via all’acqua, la trattiene provvisoriamente.

Ciononostante, gli Stati a valle non tollerano che gli Stati a monte facciano delle dighe, come l’Egitto e il Sudan che vogliono impedire all’Etiopia di costruire dighe sul Nilo Azzurro, come il Laos, la Cambogia e la Tailandia che si preoccupano dei progetti cinesi sul Mekong. O come l’Uzbekistan che si irrita contro il Tagikistan.

Il vero oggetto di questi conflitti non è l’acqua, è l’elettricità, perché lo Stato a valle non vuole vedere lo Stato a monte produrre la sua propria elettricità, che poi dovrà pagargli a prezzo di mercato. E’ una classica gelosia tra vicini.

Allora fa fine saltare addosso alla Cina e criticarla per la sua diga delle Tre Gole3.

Si dimentica che le Tre Gole sono sul fiume Yangzi Jiang, il più lungo fiume dell’Asia, e senz’altro il più pericoloso del mondo. La verità è che la diga delle Tre Gole ha migliorato la situazione, pur senza annullare il rischio di piene catastrofiche. La capacità della diga, disgraziatamente, è insufficiente a un’efficacia preventiva del 100%. Raccoglie soltanto 34 miliardi di m3, cioè meno del 4% dell’acqua convogliata alla sua imboccatura ogni anno. Gli sversamenti possono ancora superare i 100.000 m3/s, e raggiungere, a valle, i 17 metri di altezza dal livello del suolo. Nel settembre 1998, prima della costruzione della diga, al centro di Wuhan l’onda di piena ha raggiunto i 29 metri, causando la morte di migliaia di persone. Ma la diga regola le piene medie, il che è già molto, e produce 85 miliardi di kWh, l’equivalente di 20 centrali nucleari o di 50 milioni di tonnellate di carbone all’anno.

Bisognerà che un bel giorno i radical-chic4 d’occidente, installati nei loro comfort dopo due secoli di domesticazione dei fiumi e di progressi in materia di trattamento delle acque, autorizzino finalmente i popoli di Asia, d’America Latina e persino d’Africa ad apportare gli stessi miglioramenti. Proprio gli stessi radical-chic d’Europa che si attestano su posizioni dogmatiche in quasi tutti i campi scientifici, che si tratti del gas di scisto, degli OGM o di tutte le altre possibilità che la scienza degli ingegneri ci offre, e che ha costruito la potenza dell’Occidente e la sua superiorità sulle altre civiltà dal XVI secolo in poi. Com’è come non è, gli unici progressi scientifici che si augura questa gente sono quelli che permetterebbero di distruggere lo statuto della famiglia come base della nostra civiltà.

Qualche anno fa, come molti studiosi di geopolitica, sono stato sensibile al tema dell’acqua. Come tutti, amo la Natura, e mi sono detto che forse, qui c’era un vero problema ecologico. Ma bisogna fare, anzi rifare dell’idrogeologia, prima di fare dell’idropolitica, come bisogna rifare la climatologia prima di impegnarsi a testa bassa nell’ideologia del riscaldamento globale di origine antropica. Nel 2009, alla frontiera che separa la repubblica Dominicana da Haiti, nelle piantagioni di banani inondate dal lago salato Enriquillo (che fa da frontiera tra i due paesi vicini) ho scoperto che non esistevano soltanto mari chiusi in via di prosciugamento come il mare d’Aral, del quale si parla sempre, ma che questo lago immenso, invece, si estendeva ogni giorno di più. Insomma, tale e quale ai ghiacciai. Certi si riducono, mentre altri si estendono. Eppure, ai miei figli si parla solo dei primi.

Il professor Aron Wolf, citato da Bjorn Lomborg, faceva notare, dopo aver analizzato le crisi mondiali del XX secolo, che su 412 conflitti catalogati tra il 1918 e il 1994, solo 7 avevano l’acqua come causa parziale, e che in 3 casi su quei 7 non è stato sparato un solo colpo. Un po’ pochino per annunciare la prossima “guerra dell’acqua”.

Insomma, l’acqua è certamente una fonte di conflitto geopolitico, e oggi bisognerà chiedersi che ruolo ha l’acqua nel conflitto israelo-palestinese, nelle relazioni Turchia/Siria/Iraq, interrogarsi sull’acqua in Asia centrale, sul Nilo Bianco, il Nilo Azzurro e tanti altri casi, ma appena cominciate a interessarvi seriamente dei problemi idrogeologici, comprenderete che praticamente tutti questi casi hanno soluzioni scientifiche, e che una guerra costerà sempre molto più cara di parecchi impianti di dissalazione.

Spingiamo più oltre la riflessione. Perché si fa credere alle opinioni pubbliche che qualcosa di essenziale alla loro vita (che cosa c’è di più essenziale dell’acqua?), d’insostituibile, che può suscitare violente reazioni dell’istinto di sopravvivenza, si sta rarefacendo, quando è falso?

Credo che proprio qui la questione dell’acqua in quanto “problema globale” coincida con quella del terrorismo come “problema globale”, e con tutti i “problemi globali”.

Da un canto si spingono alla guerra i popoli confinanti facendo loro credere che sono investiti da un problema geopolitico, quando invece obiettivamente (scientificamente) non è affatto così, dall’altra gli si spiega che la soluzione è globale, e che dunque ci vuole una potenza globale, un potere mondiale, per spegnere questo conflitto.

Da un canto si spinge verso la guerra, dall’altro si spinge verso l’estinzione della sovranità statale.

Chi ha interesse, insomma, a creare disordine per installare più facilmente il suo nuovo ordine globale? Chi ha interesse a destabilizzare i paesi emergenti, a sbarrare la via al multipolarismo che si sta costruendo, a mettere i bastoni fra le ruote a chi vuole incamminarsi sulla via del progresso scientifico e della domesticazione delle forze della Natura che l’Occidente ha imboccato tre secoli fa?

1 Jean de Kervasdoué, Henri Voron, Pour en finir avec les histoires d’eau : L’imposture hydrologique, Paris: Plon 2012

 

2 Bureau de Recherche Géologiques et Minières : http://www.brgm.fr/ [N.d.T.]

 

4 Traduco così l’espressione usata dall’Autore, che in Italia non è di uso corrente: “bobos”. “Radical-chic” non indica esattamente la stessa cosa: in francese, “bobos” cioè “bourgeois-bohéme” designa le persone relativamente agiate e istruite che professano valori “di sinistra” soprattutto nel campo dei diritti delle minoranze, della libertà sessuale, etc. In Italia, il “bobo” corrisponde con una certa precisione al lettore ideale di “la Repubblica”. [N.d.T.]

testo originale non più disponibile on line

Publié par Aymeric Chauprade le 16 août 2013 dans Articles – 6 commentaires

Une conférence donnée à la Webster University (USA) de Genève, le 8 février 2013, en introduction au Forum consacré au facteur de l’eau dans les relations internationales.

Quand Alexandre Vautravers m’a demandé de venir introduire ce colloque sur l’eau et la sécurité, j’avoue d’abord avoir eu une petite réticence, non parce que c’était Alexandre (c’est un esprit inclassable et libre), bien au contraire, mais parce qu’avec le temps j’ai appris à ne pas mettre d’eau dans mon vin, et donc pas d’eau… dans ma géopolitique !

Comme beaucoup, j’ai commencé avec les idées dominantes et à la mode sur ce thème, celles que l’on entend partout dans les colloques, les médias, et qui peuvent se résumer de manière simple : « la planète va manquer d’eau et les hommes se feront la guerre pour l’eau ». Mais vous savez comme le monde fonctionne : quand on ne sait pas grand-chose, on suit les idées dominantes, puis quand on travaille soi-même le sujet, on découvre des choses qui ne vont pas forcément dans le même sens. Parmi les nombreux livres que j’ai lus, il y a en un un que je vous recommande en particulier : Pour en finir avec les histoires d’eau de Jean de Kervasdoué et Henri Voron.

Ce matin je vais encore nager à contre-courant et j’espère que mon intervention sera une introduction utile pour un colloque qui se veut exigeant, loin des modes, et libre dans ses conclusions. Mon but sera de rappeler quelques vérités hydrologiques qu’il faudra garder en tête durant cette journée.

Crédit photo : Kingbob86 via Wikimedia (cc)

Alors que l’on développe dans les opinions publiques cette idée que la raréfaction de l’eau sera le problème, il faut commencer par constater qu’aujourd’hui, et sans doute demain plus encore, c’est l’excès d’eau qui tue et tuera encore beaucoup plus que le manque d’eau.

La catastrophe écologique la plus meurtrière de ces 3 dernières années n’a pas été le tsunami de Fukushima, mais une inondation au Pakistan qui a tué plus de 20 000 personnes, en a déplacé des millions et noyé une surface représentant 40% de la superficie de la France soit 200 000 km2.

Prenez le bassin versant de l’Indus qui mesure à lui seul 1 081 000 km2 et qui une longueur de 3180 km. Son débit moyen annuel à l’embouchure est de 4000 m3/s soit 120 milliards de m3 par an. Le ruissellement intégral de 100 mm de pluies sur la moitié amont du bassin versant, à savoir 500 000 km2, génère un volume d’eau de 50 milliards de m3 en quelques jours, soit la moitié de l’abondance brute annuelle moyenne. L’inondation catastrophique est inévitable et le débit de crue habituel habituel au mois d’août peut alors être multiplié par 10 fois, de 4000 m3/s à 40000m3/s. L’eau peut alors monter très haut et inonder des surfaces considérables.

Dans les gorges du Yangzi Jiang, l’ancien fleuve Bleu, en Chine, la hauteur des eaux a varié de plus de 60 m. Dans le Douro inférieur, au Portugal, en décembre 1909, les eaux ont monté de plus de 26 m au-dessus de l’étiage. En France, les niveaux records par rapport aux zéros des échelles officielles ont atteint, pour la Garonne 8,32 m à Toulouse et 11,70 à Agen, pour la Loire, 7,52 à Tours, pour la Seine 8,60 au pont d’Austerlitz à Paris, pour la Rhône, 8,3 à Avignon.

Mais cela est rien à côté du Mississipi qui, à l’aval de Cairo, a submergé en 1882, 9 millions d’ha soit plus que la surface de la Belgique et de la Hollande réunies.

Le Yangzi Jiang s’est répandu sur des étendues comparables en 1931 et 1954 et, en ces circonstances, aurait détruit les habitations de plus de 20 millions de personnes. Pour la seule crue de 1931, on aurait déploré plus de 100 000 morts.

Crédit photo : KoS (cc)

L’eau est une ressource menaçante et il est en réalité plus facile de lutter contre la sécheresse que contre les inondations. Les crues sont soudaines et violentes et la sécheresse est lente et progressive. Les crues détruisent les habitations, les réserves de grain et de paille, les hommes et le bétail, alors qu’au pire la sécheresse les déplace.

Maintenant que j’ai rappelé cette réalité qui risque même de s’aggraver d’après les hydrologues, je voudrais maintenant donner quelques chiffres, là encore pour casser quelques mythes trop répandus.

Il y a trois grands réservoirs d’eau sur terre : la mer, la terre et l’air (l’atmosphère).

La Mer est le réservoir de loin le plus volumineux, 1338 millions de milliards de m3 (ou de tonnes d’eau). Cette mer qui est donc la principale source d’évaporation et donc de pluies.

Et puis il y a la Terre qui représente 48 millions de milliards de m3 ce qui représente 3,5% de la masse de l’eau de mer.

Tordons ici le coup à quelques mythes à propos de la fonte de certains glaciers.

Il y a 33 millions de milliards de m3 immobilisés sous forme de glace sur Terre et gardez bien à l’esprit que sur ces 33 il y en a déjà 32,6 qui sont l’Antarctique et le Groenland et qui ne sont pas de la glace mais que l’on peut considérer comme une forme de roche en place depuis 15 millions d’années, dont la température moyenne est de -70% et qui est très différente de la glace des glaciers alpins et Himalaya lesquels ne représentent que 600 000 milliards de m3.

Oui ces glaciers continentaux reculent pour certains, du fait du réchauffement climatique observé depuis 1850; mais, pour autant, l’erreur souvent faite par le grand public est de croire que parce que certains glaciers reculent alors le volume d’eau disponible dans les fleuves à l’aval de ces glaciers baisse. C’est faux. Dans le cas du Rhône par exemple, on n’a observé aucune réduction du débit moyen depuis 150 ans.

Il est important d’avoir en tête que le stockage provisoire de l’eau dans un lac ou sous la forme d’un glacier ne change rien au cycle de l’eau. 

Avec ou sans glacier, les montagnes du monde sont des châteaux d’eau. Même sans glaciers, toutes les montagnes stockent de l’eau pendant les périodes humides pour la restituer en périodes plus sèches. Il n’y a pas de glacier pour alimenter l’Amazone, le fleuve le plus puissant du monde, pas plus que l’Orénoque ou le Rio de la Plata en Argentine ; c’est aussi le cas du Nil, le fleuve le plus long du monde, du Congo, du Zambèze, des grandes fleuves sibériens, du Mississipi et du Saint-Laurent.

Donc revenons à nos 48 millions de milliards de m3 d’eau douce sur lesquels on retirera nos 33 de glace et il nous reste quand même 15 vrais millions de milliards d’eau douce (lacs, rivières, fleuves, nappes phréatiques, sols humides) ce qui fait quand même, pour 7 milliards d’être humains, un stock d’eau douce personnel de 2 millions de m3 sachant qu’un Français consomme en moyenne chaque année 100 m3, même s’il vit 100 ans, cela représente 10 000m3 de consommation sur un potentiel de 2 millions soit 0,5%.

Il est important de rappeler ces chiffres car même si nous savons que les choses sont plus compliquées, cela nous amène à relativiser la trace humaine dans le cycle de l’eau, au niveau global (planétaire) et surtout à bien différencier le soit-disant problème global de l’eau des problèmes locaux liés à l’eau, problèmes que je ne veux surtout pas minorer.

Pour résumer ma philosophie sur le problème de l’eau : les problèmes sont locaux mais le mensonge est global.

Je continue sur les réservoirs. J’ai parlé de la mer, de la terre, n’oubliez pas le troisième réservoir, l’atmosphère, qui est le moins doté des trois réservoirs, 17000 milliards de m3 sous forme de vapeur, de fines gouttelettes d’eau et de glace et qui forment les nuages.

Je passe les détails, mais le jeu entre ces trois réservoirs est ce que l’on appelle le cycle de l’eau, il est équilibré évidemment, ce qui fait que le niveau de la mer est constant.

Quant on a fait tous les calculs, en prenant en compte l’eau qui tombe, celle qui s’évapore, celle qui retourne à la mer par les fleuves, on arrive à ce que l’on appelle l’abondance brute mondiale, c’est à dire finalement la disponibilité pour l’Humanité et elle est de 47 000 milliards de m3 par an soit 6700 m3 par an pour chacun des 7 milliards d’être humains. Ces 6700 m3 sont une moyenne car pour un Français, la disponibilité est de 2 800m3par habitant et si je vous dis que ce que ce Français (c’est-à-dire lui-même mais aussi, ses industries, ses services…) consomme c’est seulement 100 m3 par an sur ces 2 800m3.

Là encore revenons aux réalités et tordons le cou aux fausses idées véhiculées par l’idéologie médiatique.

Il faut avoir en tête que les ménages, l’industrie, les services, les villes de toutes tailles rendent au milieu naturel pratiquement 100% de l’eau qu’ils utilisent. L’eau ne fait que passer ; elle est retraitée ; donc ce qui est consommé ce n’est pas l’eau mais un service de distribution d’eau potable. Il ne faut pas confondre l’eau et le service de l’eau. Ce n’est pas la même chose.

La seule vraie consommation d’eau, celle qui ne retourne pas à la mer, c’est l’irrigation, car dans ce cas l’eau est alors évaporée et ne se retrouve pas à l’état liquide dans son bassin versant. Or tout le monde sait que l’irrigation constitue aujourd’hui une petite part dans l’agriculture mondiale.

Pourtant des contre-vérités sont sans cesse colportées. Prenons cette affirmation de Claude Allègre : « Si tous les hommes de la planète consommaient autant d’eau des fleuves que les Européens, ce prélèvement constituerait la moitié du débit des fleuves en moyenne. Si en outre, la population mondiale augmentait de 50%, passant à 9 milliards, et que le niveau de vie s’améliorait partout pour se mettre à niveau des Européens, alors l’homme prélèverait 80% de l’eau des fleuves ».

De ces propos transparaissent, outre la sempiternelle culpabilisation de l’Européen, et l’idéologie malthusienne selon laquelle la croissance démographique est nécessairement un fléau, plusieurs erreurs scientifiques. Ils laissent d’abord croire que les fleuves sont les seules ressources en eau, ce qui n’est pas exact puisque 60% de l’eau des continents tient aux nappes phréatiques. Ensuite, ces propos laissent penser que toute agriculture est irriguée, que l’élevage n’existe pas, que la hausse des niveaux de vie s’accompagne nécessairement d’une hausse parallèle des consommations d’eau. Or les consommations dans les fleuves français, sont faibles par rapport à leur débit (3%) et ces prélèvements n’augmenteront pas car l’irrigation ne se développera que très marginalement. D’ailleurs, depuis une vingtaine d’années, les prélèvements domestiques d’eau baissent en France alors que le niveau de vie a doublé. Là encore je vous renvoie aux analyses remarquables de Jean de Kervasdoué et Henri Voron.

Il est absolument impossible que l’humanité consomme 80% de l’eau de ses fleuves et évapore 47 000 milliards de m3 d’eau par an. Pour cela il faudrait irriguer 4 milliards d’ha supplémentaires soit 80 fois la surface de la France sur une base de consommation en eau de 10 000 m3 par ha. On pourrait y récolter 20 milliards de tonnes de céréales supplémentaires alors que l’humanité ne produit et consomme aujourd’hui que 2,5 milliards de tonnes. Par ailleurs, les terres arables ne couvrent que 1,4 milliards d’ha à ce jour soit environ 10% des terres émergées. On ne voit pas comment les multiplier par 2.5

Les continents ne sont pas assez grands pour accueillir plus de 5,4 milliards de terres arables!

Donc si nous voulons aborder les problèmes géopolitiques de l’eau, que je ne nie pas évidemment, il faut commencer par ne pas massacrer la vérité scientifique (hydrologique en la matière) et même par se méfier de cette pensée globalisante qui n’a d’autre but, que de mettre dans la tête des gens « qu’à problème global il faut gouvernement global ».

Globalement, l’accès à l’eau n’est pas un problème et ne le sera pas, même avec la tension démographique. Je le répète, le problème à venir sera davantage la crue que la sécheresse. Quant à la fonte de certains glaciers, elle ne menace en rien le cycle de l’eau. Le BRGM nous dit que le volume des nappes phréatiques mondiales est de 10 millions de milliards de m3 soit 1,5 million de m3 dans les nappes pour chaque habitant. Ces eaux souterraines constituent 60% des eaux continentales et les nappes les plus profondes à faible capacité de renouvellement sont là depuis 70000 ans.

Une autre imposture du traitement du problème de l’eau est celui du barrage que l’on présente comme un problème, une source de conflits entre États amont et État aval. Là encore, le poids de l’idéologie joue, le barrage, c’est comme la frontière, c’est un mur, et l’on n’aime pas les murs de nos jours ; l’idéologie dominante n’aime que la circulation sans contrainte, la circulation des hommes, la circulation des biens, la circulation des eaux, même quand il s’agit d’eaux en crues… Plus que la circulation l’idéologie ambiante ne rêve que de métissage.

Or contrairement à ce qui est souvent affirmé, le barrage hydroélectrique ne consomme pas d’eau. Il est traversé par la totalité du volume d’eau qui transite soit par les turbines, soit par l’évacuateur de crues. Les pertes par évaporation sur le plan d’eau de ce type de barrages sont faibles, voire nulle, car il fait froid en altitude, même en zones tropicales.

Non seulement les barrages ne consomment pas d’eau mais ils récupèrent son énergie et luttent contre l’érosion. Ils participent à la maîtrise des crues. Le barrage ne barre pas l’eau, il la retient provisoirement.

Pourtant, les États aval ne supportent pas que les États amont fassent des barrages, tels l’Égypte et le Soudan qui veulent empêcher l’Ethiopie de construire des barrages sur le Nil bleu, tels le Laos, le Cambodge et la Thaïlande qui s’inquiètent des projets chinois sur le Mékong. Comme encore l’Ouzbékistan qui se fâche contre le Tadjikistan.

Le vrai sujet de ces querelles ce n’est pas l’eau, c’est l’électricité, l’État aval n’ayant pas envie de voir l’État amont produire sa propre électricité qu’il devra payer lui au prix du marché. C’est une jalousie classique de voisin.

Alors il est de bon ton de tomber sur le dos de la Chine et de la critiquer pour son barrage des Trois Gorges.

On oublie ce qu’est le fleuve Yangzi Jiang, plus long fleuve d’Asie et sans doute le fleuve le plus dangereux du monde. La vérité c’est que le barrage des Trois Gorges a amélioré la situation, sans avoir supprimé le risque de crues catastrophiques. Sa capacité est malheureusement insuffisante pour être efficace à 100%. Il ne stocke que 34 milliards de m3, soit moins de 4% de l’eau charriée à l’embouchure chaque année. Les débits peuvent encore dépasser 100 000 m3/S et atteindre en aval une côte de 17 m au dessus du niveau de la plaine. En septembre 1998, avant la construction du barrage, la côte de 29 m a été atteinte au centre de Wuhan, causant la mort de milliers de personnes. Mais il régule les crues moyennes et c’est déjà beaucoup et il a produit 85 milliards de kWh, l’équivalent de 20 tranches de centrales nucléaires ou de 50 millions de tonnes de charbon par an.

Il faudra un jour que les bobos d’Occident, installés dans leur confort après deux siècles de domestication des fleuves et de progrès en matière de retraitement des eaux, autorisent enfin les peuples émergents d’Asie, d’Amérique Latine et même d’Afrique à procéder aux mêmes améliorations. Ces bobos d’Europe qui campent sur des positions dogmatiques dans presque tous les domaines scientifiques, qu’il s’agisse du gaz de schiste, des OGM ou de toute autre possibilité que la science des ingénieurs nous apporte et qui a fait la puissance de l’Occident et sa supériorité sur les autres civilisations depuis le XVIème siècle. Bizarrement, les seuls progrès scientifiques que souhaitent ces gens sont ceux qui permettraient de détruire le statut de la famille comme socle de notre civilisation.

La mer d’Aral en 2003. Crédit photo : Staecker (cc)

Il y a quelques années, comme beaucoup de géopolitologues, j’ai été sensible au thème de l’eau. J’aime la Nature comme nous tous, et je me suis dit qu’il y avait peut-être un vrai problème écologique de ce côté-là. Mais il faut refaire de l’hydrologie avant de faire de l’hydropolitique, comme il faut refaire de la climatologie avant de s’engager tête baissée dans l’idéologie du réchauffisme d’origine anthropique. En 2009, à la frontière séparant la République dominicaine et Haïti, dans les bananeraies inondées du lac salin Enriquillo (qui fait frontière entre les deux pays voisins), j’ai découvert qu’il n’y avait pas que des mers fermées en voie de rétraction comme la mer d’Aral, dont on parle tout le temps, mais que ce lac immense, lui, s’étendait chaque jour davantage. Comme pour les glaciers donc. Certains rétrécissent, pendant que d’autres s’étendent. Pourtant, à mes enfants on ne parle que des premiers.

Le professeur Aaron Wolf cité par Bjorn Lomborg faisait remarquer, après avoir analysé les crises mondiales du XXème siècle, que sur 412 conflits répertoriés entre 1918 et 1994, seulement 7 eurent l’eau comme cause partielle et que dans 3 cas sur 7 aucun coup de feu ne fut même tiré. Cela fait quand même léger pour nous annoncer “la guerre de l’eau” à venir.

Alors bien sûr, l’eau est une source de litige géopolitique et il faudra s’interroger aujourd’hui sur la place de l’eau dans le conflit israélo-palestinien, sur les relations Turquie/Syrie/Irak, sur l’eau en Asie centrale, sur le Nil bleu et le Nil blanc et tant d’autres cas, mais à partir du moment où vous vous penchez sur les problèmes hydrologiques, vous comprenez que pratiquement tous les cas considérés ont des solutions scientifiques et qu’une guerre coûtera toujours beaucoup plus cher que plusieurs usines de désalement.

Poussons la réflexion plus loin. Pourquoi fait-on croire aux opinions publiques que quelque chose d’essentiel à leur vie (quoi de plus essentiel que l’eau ?), d’incontournable, qui peut susciter des réactions violentes de survie, va se raréfier alors que c’est faux ?

Je crois que c’est là que la question de l’eau en tant que “problème global”, rejoint celle du terrorisme comme “problème global”, et de tous les problèmes globaux.

D’un côté on pousse des peuples voisins à la guerre en leur faisant croire qu’ils ont un problème géopolitique alors qu’objectivement (scientifiquement) ils n’en ont pas, de l’autre on leur explique que la solution est globale, qu’il faut donc une puissance globale, un pouvoir mondial, pour éteindre ce conflit.

D’un côté on pousse à la guerre, de l’autre on pousse à l’extinction de la souveraineté étatique.

Qui aurait donc intérêt à créer ainsi du désordre pour mieux installer son nouvel ordre global ? Qui donc a intérêt à déstabiliser les émergents, à barrer la route à la multipolarité qui se met en place, à gêner ceux qui veulent emprunter le chemin du progrès scientifique et de la domestication des forces de la Nature que l’Occident commença à emprunter il y a trois siècles?

Aymeric Chauprade

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