EPILOGO DI UNA FARSA?_ di Gianfranco Campa

Mueller ha reso pubblici i capi di accusa contro tredici cittadini russi accusati di intrusione nelle elezioni presidenziali americane. Ciò che colpisce però non sono questi capi di accusa contro fantomatici agenti russi; sono piuttosto le parole, i concetti espressi durante la conferenza stampa da Rod Rosenstein,  il vice di Jeff Sessions al Dipartimento di Giustizia. Se si seguono  attentamente le  parole di Rosenstein  la vera notizia, il  titolo più adeguato è che la presunta collusione Trump-Russia non sembra per il momento esistere. Questo è abbastanza chiaro leggendo i documenti di accusa. I cittadini russi accusati dal procuratore speciale Muller sono: MIKHAIL IVANOVICH BYSTROV, MIKHAIL LEONIDOVICH BURCHIK, ALEKSANDRA YURYEVNA KRYLOVA, ANNA VLADISLAVOVNA BOGACHEVA, SERGEY PAVLOVICH POLOZOV, MARIA ANATOLYEVNA BOVDA, ROBERT SERGEYEVICH BOVDA, DZHEYKHUN NASIMI OGLY ASLANOV, VADIM VLADIMIROVICH PODKOPAEV, GLEB IGOREVICH VASILCHENKO, IRINA VIKTOROVNA KAVERZINA, e VLADIMIR VENKOV . Nessuno di questi personaggi risiede negli Stati Uniti e di conseguenza nessuno di loro vedrà mai le pareti di una cella americana. Aspettiamo ora la reazione di Putin e le decisioni che i Russi prenderanno in conseguenza di queste nuove accuse degli americani. Qui trovate il testo completo delle imputazioni formulate da Robert Muller: https://www.justice.gov/file/1035477/download

 

Come detto sopra, l’atto d’accusa riguarda  13 cittadini russi e tre organizzazioni (entità) russe le quali, a detta di Muller, hanno condotto una “guerra dell’informazione” durante il ciclo elettorale presidenziale. Secondo gli atti di accusa, queste persone; “supportavano la campagna presidenziale dell’allora candidato Donald J. Trump e hanno lavorato a denigrare Hillary Clinton.” Ma dopo l’elezione di Trump, sempre secondo la stessa accusa, “i convenuti e il loro co-ispiratori hanno usato personaggi sotto falso nome negli Stati Uniti per organizzare e coordinare ulteriori personaggi sotto mentite spoglie per organizzare e coordinare raduni politici statunitensi di protesta contro i risultati delle elezioni presidenziali del 2016. Una di quelle manifestazioni, tenutasi il 12 novembre 2016, adottava lo slogan. Trump NON è il mio presidente. No non è` uno scherzo! Siamo di fronte a pura follia russofobica mischiata a una totale confusione ideologica e politica.

 

Che dire poi del fantomatico coordinamento elettorale tra i Russi e la campagna Trump? Secondo l’accusa, “alcuni imputati, presentandosi come persone statunitensi e senza rivelare la loro origine russa, hanno comunicato con individui inconsapevoli impegnati nella Campagna di Trump e con altri attivisti politici per cercare di coordinare le attività politiche“. Non è collusione, a meno che la campagna di Trump sapesse che stava lavorando con fonti russe. La collusione, per definizione, si compie solo se hai sollecitato e ricevuto aiuto, consapevolmente, da fonti straniere. Fino ad ora nessuno dei personaggi coinvolti nella campagna di Trump è stato implicato in atti di collusione. Ricordo che lo stesso Michael Flynn è accusato di aver mentito all’FBI, non di aver collaborato con i Russi. Questa mancanza di collegamenti diretti tra Trump e i Russi crea un buco piuttosto grande nella teoria secondo la quale i russi stavano lavorando a braccetto con i funzionari della campagna di Trump. Dopo 10 mesi e  milioni di dollari spesi dai contribuenti, le indagini di Muller e dei suoi compagni di merende non sono riusciti a produrre un solo straccio di prova della collusione diretta fra Trump e i Russi. Questa linea di attacco contro Trump sembra sempre meno logica. Rod Rosenstein durante la conferenza stampa afferma categoricamente che : “Non vi è alcuna prova in questi capi di accusa che cittadini americani fossero partecipi e consapevoli in questa attività illegale. Non vi è alcuna prova che attesti che la condotta degli accusati abbia modificato l’esito delle elezioni.”  A questo punto la domanda logica da farsi è la seguente: Quanto ancora durerà il teatrino di questo Russiagate? https://www.youtube.com/watch?v=5rAxiX8Tiu0

 

Secondo i capi di accusa questi “guerrieri” russi dell’informazione avrebbero usato le piattaforme dei social media per influenzare le elezioni americane, principalmente twitter e Facebook. Anche se questo fosse vero, a mio parere, nessuno di queste interferenze ha spostato l’ago della bilancia elettorale di una virgola durante le presidenziali, soprattutto negli stati del Rust Belt. Gli elettori del Wisconsin sono andati a votare a favore di Trump contro Hillary perché erano stufi dello status quo politico non perché qualche oscuro blogger Russo chiamato “army of jesus” li ha convinti a cambiare voto da democratico a repubblicano. Per il resto se vogliamo realmente parlare di influenze straniere in elezioni terze, basta guardare a quello che fecero gli americani durante gli anni novanta quando l’amministrazione Clinton influenzò pesantemente le elezioni russe a favore di Boris Yeltsin . Stendo qui un velo pietoso su questa meschina caccia alle streghe che Mueller e i suoi co-cospiratori hanno intrapreso ai danni di chiunque abbia avuto rapporti con entità russe. Ormai siamo oltre anche alla fobìa del Maccartismo; nemmeno all’epoca di caccia alle streghe Sovietiche si era arrivati così a fondo. Poi, parliamoci chiaro: se i russi hanno interferito nelle elezioni americani quanti capi di accusa si meriterebbe il personaggio che per decenni a colluso e tramato nel minare governi e elezioni in almeno mezzo mondo? Parlo di George Soros… e delle sue entità ormai quasi misteriose.

20° PODCAST_GLI AMANTI (DEI) SEGRETI, di Gianfranco Campa

Negli Stati Uniti continua lo scontro politico innescato dalle recenti elezioni presidenziali. Quella che sembrava una caccia con una muta di cani pronta ad avventarsi senza scampo sulla preda, impegnata al massimo a schivare i colpi più letali si sta trasformando lentamente in un inseguimento che rischia di sfiancare i predatori. Pensavano i baldanzosi, probabilmente, di infilzare una lepre, al massimo una volpe; rischiano, invece, di stuzzicare pericolosamente la rabbia di un orso. La spedizione punitiva si sta lentamente trasformando in un duello durante il quale la vittima designata riesce ad organizzare le forze e inizia a restituire qualche colpo pesante. Gianfranco Campa non riesce a completare la sua egregia opera di informazione che nuove notizie continuano ad accavallarsi. In una conferenza stampa appena conclusasi il Vicesegretario alla Giustizia Rosenstein ha annunciato che l’inchiesta condotta dal procuratore Mueller ha portato all’incriminazione di tredici cittadini russi impegnati in attività di condizionamento della vita politica americana. Lo stesso ha categoricamente smentito ogni collusione o complicità di funzionari e personaggi politici americani. Una dichiarazione che lascia intravedere la ricerca disperata di una via di uscita che in qualche maniera consenta di salvare la faccia e le carriere dei protagonisti di una vera e propria caccia alle streghe sino ad ora inconcludente e in futuro probabilmente controproducente per gli stessi artefici. Secondo le conclusioni l’operazione di influenza avrebbe riguardato non solo le elezioni presidenziali, ma anche le primarie del Partito Repubblicano e curiosamente anche di quello Democratico a discapito esclusivo della candidata Hillary Clinton e a favore del suo contendente Sanders, sconfitto quest’ultimo, come ormai accertato, con velenosi colpi bassi. Vedremo se anche questa volta la stampa americana e di riflesso quella italiana riusciranno a distorcere platealmente le dichiarazioni e il corso degli eventi. Gianfranco Campa sembra ventilare la possibilità che cotanto furore persecutorio possa ritorcersi contro alfieri e paladini. Il curioso coinvolgimento di Sanders nell’inchiesta potrebbe essere l’indizio che i protagonisti più spietati delle ritorsioni potrebbero alla fine annidarsi addirittura in casa democratica piuttosto che nell’entourage del Presidente Trump. Qui sotto il link del podcast.

Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-20

 

 

 

IL PIANO A, IL PIANO B, IL PIANO C_ LE AMOREVOLI ATTENZIONI SU TRUMP, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto la traduzione del resoconto di una intervista a Roger Stone, un personaggio (forse il personaggio) chiave nell’elezione di Donald Trump, apparso su The New American, il 1° gennaio scorso. Conferma esattamente quanto sostiene italiaeilmondo da oltre un anno, soprattutto nei suoi podcast. Per la lettura in lingua italiana ho utilizzato un traduttore. Il tempo è tiranno. Il risultato non è disdicevole. Qui sotto il link originale_Giuseppe Germinario

https://www.thenewamerican.com/usnews/politics/item/27847-deep-state-plan-c-is-to-kill-trump-advisor-roger-stone-warns

Deep State “Plan C” è uccidere Trump, dichiara il consigliere Roger Stone

Scritto da   Newman

Deep State "Plan C" è uccidere Trump, consigliere di Roger Stone Warns

Il consigliere di lunga data Donald Trump e il confidente Roger Stone hanno avvertito che l’establishment globalista farebbe tutto quanto in suo potere per impedire al presidente di prosciugare la palude, anche se ciò significasse portarlo fuori dallo stile di John F. Kennedy. Con la credibilità dei media “mainstream” finita, e il sentimento di Stato Profondo minacciato in un modo senza precedenti, la “cabala globalista” è disperata e disposta a fare tutto il necessario per sbarazzarsi di Trump, che viene mostrato qui con Stone. Ma non è ancora finita.

Il “Piano A” del Deep State, ha detto Stone, è l’implosa “indagine” sulla presunta “collusione russa” del Consigliere speciale Robert Mueller. Se e quando ciò fallisse, quale pietra suggeriva fosse probabile, l’establishment passerebbe al “Piano B.”. In sostanza, quella trama avrebbe implicato il tentativo di ottenere la maggioranza del governo di Trump per dichiararlo inadatto all’ufficio. Ciò consentirebbe a Trump di essere rimosso sotto il 25 ° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti – un altro schema che Stone ha detto sarebbe probabilmente fallito. Ultimo ma non meno importante, però, se tutto il resto fallisce, Stone ha avvertito di “Piano C”: uccidere il presidente.

In un’intervista di ampio respiro con la rivista The New American nel suo studio in Florida, Stone ha offerto una panoramica di Trump – e dei suoi nemici e delle loro tattiche. “È facile dimenticare che la sconvolgente sconvolgimento che Donald Trump ha fatto non è mai stato dimenticato o riconosciuto dalla cabala globalista che ha davvero contagiato entrambi i nostri principali partiti”, ha spiegato. “Lo dico come qualcuno che è un repubblicano sentimentale, ma un repubblicano nel baratro di Barry Goldwater che voleva il governo fuori dalla camera da letto, fuori dalla sala del consiglio, che credeva nella pace attraverso la forza, non, sai, neocons in giro per il mondo cercando guerre costose per approfittarne e metterci dentro il naso. ”

“Così ho raggiunto la conclusione, con la nomina di Mitt Romney – Council on Foreign Relations e un globalista certificato nella tradizione Bush – che il vecchio Partito Repubblicano era morto”, ha detto Stone. L’elezione di Donald Trump, ha continuato, ha rappresentato “l’ostile acquisizione del vecchio Partito Repubblicano, che ora speriamo di rifare nella sua immagine di partito che sta per nazionalismo economico, che sta per mettere gli interessi americani davanti agli interessi globalisti, e ri- afferma i nostri diritti sovrani come americani “.

“È uno shock per il sistema”, ha aggiunto Stone, un leggendario agente politico noto per “trucchi sporchi” che, oltre al suo rapporto di lunga data con Trump, ha servito come assistente di campagna senior a Richard Nixon, Ronald Reagan, Senatore Bob Dole , e altri. “Ora, penso che l’establishment, in questo momento, quando il presidente ha appena passato il taglio delle tasse, abbia tagliato questi regolamenti – quindi vedi un mercato azionario record, vedi la disoccupazione a tutti i tempi bassi, vedi un mercato immobiliare in forte espansione – è facile fraintendere la profonda ostilità e l’odio che i globalisti e gli Insider hanno per questo presidente e sottovalutare la loro determinazione a rimuoverlo “.

Se tutto il resto fallisce, Stone crede che lo Stato Profondo, in realtà, tenterà di uccidere il presidente. “Avendo scritto libri sull’assassinio di Kennedy, dopo aver evidenziato il tentato omicidio del presidente Ronald Reagan da parte di persone profondamente associate alla famiglia Bush, penso che l’establishment abbia Piano A, Piano B e Piano C”, ha detto.

“Il piano A è molto chiaramente un take-down del legale speciale illegittimo Robert Mueller, che non è stato nominato da Jeff Sessions, non dalla direzione del presidente, ma da questo collega Rosenstein, che è uno stretto collaboratore di Mueller e [disonorato l’ex capo dell’FBI James] Comey, che è un insider globalista di Bush, un repubblicano liberale, che in qualche modo ha ottenuto la posizione numero due nel dipartimento di giustizia di Trump “, ha avvertito Stone, dicendo che l’establishment sperava che Trump avrebbe licenziato Mueller per riguadagnare la parte superiore mano.

Sfortunatamente per il Deep State, ha detto Stone, sembra sempre meno probabile che Mueller riesca a far cadere Trump. Cioè, almeno in parte, a causa delle rivelazioni esplosive che circondano ciò che Stone chiamava “la partigianeria nuda e il pregiudizio di Mueller e della sua squadra d’assalto partigiano”. In effetti, la squadra di Mueller è già completamente screditata, ha spiegato Stone.

Tra le altre cose, Stone ha sottolineato le rivelazioni su Peter Strzok, il principale agente dell’FBI sulla task force del Consulente Speciale di Mueller che pretende di indagare sui presunti legami tra Trump e il Cremlino. Nei messaggi di testo inviati a un collega, Strzok era estremamente critico nei confronti di Trump, anche discutendo la creazione di una “polizza assicurativa” nel caso in cui Trump avesse vinto le elezioni. Stone ha anche citato rivelazioni sui contributi della campagna da parte di individui della task force ai Clinton e agli Obamas. Inoltre, Stone ha notato che un avvocato di Ben Rhodes, “una delle persone coinvolte nei crimini di Obama della sorveglianza illegale contro Donald Trump”, è un membro della task force.

“La natura fraudolenta della sonda Mueller sta diventando sempre più evidente”, ha continuato Stone, suggerendo che ci dovrebbe essere un “ulteriore esame” di una morte a tempo sospetto che ha permesso a Mueller di acquisire tutti i record della campagna di Trump. Stone non ha elaborato su questo punto.

L’altra cosa che sta diventando sempre più evidente, ha detto, è che “né il signor Mueller né la Camera, né i comitati di intelligence del Senato né i comitati di giustizia in quei corpi sono stati in grado di trovare alcuna prova della collusione russa”.

“Mi dispiace, ma l’incontro di Don Jr. con un avvocato russo che ha fornito nulla è perfettamente legale e corretto”, ha detto Stone. “Non c’è niente di sbagliato in questo. Non ha prodotto prove, ma quello che abbiamo imparato è che lei era nel paese grazie all’FBI di Obama, senza visto, e stava saltando fuori e fotografata ai raduni di Hillary e nell’ufficio di John McCain. Lei è una Quisling! È un set up! Lei è una spia. Non ha consegnato nulla. È un tentativo di intrappolare Donny Jr. in un incontro perfettamente innocuo e perfettamente legale. ”

Quindi, la “ricerca” di Mueller è il “Piano A” della struttura, ha ribadito Stone. Ma sta rapidamente cadendo a pezzi. E così, se e quando il piano A fallisce, lo stabilimento passerà a “Piano B”, ha detto Stone. “Questo è il 25 ° piano di modifica”, ha aggiunto. Fondamentalmente, in tale scenario, la maggioranza del gabinetto e il vicepresidente dovrebbero prendere la decisione che il presidente non è in grado di adempiere ai suoi doveri – “che era mentalmente incompetente, che era pazzo”, come dice Stone. Se ciò accadesse, potrebbero, in teoria, rimuoverlo dall’ufficio, legalmente parlando. Tuttavia, se ciò dovesse accadere, il presidente potrebbe anche appellarsi alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Ma Stone pensa che questo sia un pericolo. “Se Mueller dovesse fallire nel suo colpo di stato illegittimo per abbattere il presidente in qualche falso atto d’accusa di processo – spergiuro in materia di licenziamento di Comey, o ostruzione di giustizia relativa all’accusa di [il primo consigliere di sicurezza nazionale di Trump, Micheal ] Flynn, che credo siano entrambe falsi, allora penso che vedrai un aumento nel discorso “Trump-is-crazy”, “ha detto Stone. Ha notato che, già, questa retorica veniva ascoltata dal capo di conversazione di MSNBC, Joe Scarborough e dalla nemesi di Trump, la rete di “notizie molto false” della CNN, come la descrive Trump.

Se Plan A fallisce e Plan B entra in vigore, Stone ha predetto molto di più di quella retorica di persone come il capo della CNN Don Lemon, il senatore del Consiglio per le Relazioni Estere Robert Corker (R-Tenn.), Il senatore Jeff Flake (R-Ariz .), e forse anche il senatore John McCain (R-Ariz.), un altro membro del CFR, se è ancora in circolazione. “Quindi vedremo un aumento di tutto questo” Trump è mentalmente squilibrato, Trump è pazzo, Trump deve essere rimosso “, ha avvertito Stone. “Ora devi esaminare fino a che punto possono scatenare quell’isteria come sfondo, perché senza quell’isteria, una tale mossa politica sul presidente fallirà”.

Stone ha avvertito che anche alcuni dei più alti funzionari di Trump lo avrebbero gettato sotto l’autobus se ne avesse avuto l’opportunità. “Posso dirti, ci sono membri del gabinetto di Trump che gli conficcano un pugnale nel cuore”, ha avvertito, facendo eco ad altri avvertimenti che ha offerto pubblicamente nelle ultime settimane. “Ci sono insider globalisti che, per una ragione o per l’altra, sono entrati in questo gabinetto, che non condividono la visione di riforma del presidente, e non sono leali nei suoi confronti come me e tanti americani”.

Quando gli è stato chiesto se Trump ha prosciugato con successo la palude e cosa è stato necessario fare di più, Stone ha spiegato come gli insider di Deep State ostili a Trump siano finiti in posizioni di influenza. “Sfortunatamente, penso che il presidente abbia frainteso all’inizio del processo che il personale è una politica”, ha detto, sottolineando la decisione di Trump di installare il funzionario del GOP di stabilimento Reince Priebus come capo dello staff come esempio del problema. Stone ha anche citato il Consigliere per la sicurezza nazionale, HR McMaster , un membro del CFR globalista , in più occasioni durante l’intervista.

Il piano B è una minaccia. “Penso che proveranno una venticinquesima manovra di modifica”, ha detto Stone. “Penso anche che fallirà a causa di un’economia in piena espansione, e il fatto che Donald Trump sia un operatore scaltro a tutti gli effetti. La mia preoccupazione, in un guscio di noce, è che gli avvocati del presidente – almeno nella prima fase – lo stanno portando nelle lame. Una strategia legale per consegnare al consulente speciale centinaia di migliaia di documenti della Casa Bianca, facendo affidamento sulla sua innata correttezza e mancanza di pregiudizi per determinare che non vi è alcun crimine, rinunciando a tutti i privilegi esecutivi, probabilmente senza nemmeno rivedere questi documenti, per me, questa è follia. ”

Se il Piano B fallisce, lo Stato Profondo passerebbe al Piano C, Stone ammonito. “Conosciamo il piano C. Lo abbiamo visto nel caso del presidente John F. Kennedy, che aveva attraversato la Central Intelligence Agency e il Deep State sia per la crisi dei missili a Cuba che per la Baia dei Porci, entrambi, credo, centrali” Egli ha detto. “JFK ha attraversato il crimine organizzato, che aveva finanziato la sua campagna per il presidente a Chicago e nella Virginia dell’Ovest, ha attraversato il Big Texas Oil, perché stava combattendo per l’abrogazione della franchigia di petrolio, e stava combattendo i banchieri internazionali per ripristinare almeno un dollaro d’argento, se non un dollaro sostenuto dall’oro. ”

“Quindi John Kennedy, un anti-comunista, aveva minacciato tutti gli establishment di Deep Staters del suo tempo”, ha continuato Stone. “Suona familiare? E, naturalmente, sappiamo cosa è successo – è stato portato fuori in un colpo di stato, come sostengo nel mio libro, L’uomo che uccise Kennedy: Il caso contro LBJ , di Lyndon Johnson, fattorino per il Deep State. “Mentre alcuni Chi ha studiato la questione contesta la nozione dell’ingegneria di LBJ come una cospirazione per uccidere il presidente, l’indagine di Stone sulla questione è stata ampiamente lodata dagli storici e dagli eminenti analisti.

Stone, che era vicino al presidente Nixon, ha anche tracciato un parallelo con la meno violenta caduta del presidente. “L’abbiamo visto anche nel 1974 con Richard Nixon, che aveva una reputazione di anticomunista”, ha detto Stone. “Bravo ragazzo. Chi ha mai saputo che Dick Nixon era un pacificatore? Chi ha mai saputo che i ragazzi delle munizioni non avrebbero fatto il tipo di denaro che avevano fatto con una guerra furiosa in Vietnam. Doveva andare anche lui. ”

“Quindi, dal mio punto di vista, abbiamo visto due precedenti colpi di stato, uno pacifico, ma politico, uno violento”, ha proseguito Stone. “E penso che il Deep State non si fermerà davanti a nulla per cercare di rimuovere questo presidente.”

La ragione per cui lo stato profondo è così serio nell’arrestare Trump, suggerì Stone, era perché il presidente è, in effetti, chi dice di essere. Infatti, Stone ha sottolineato ripetutamente durante l’intervista che Trump era il vero affare: un vero patriota anti-establishment determinato a “Rendere l’America grande di nuovo” e “Drenare la palude”. Mentre altri politici parlano del discorso, Trump fa una passeggiata.

Trump ha un pedigree che suggerisce che anche lui è reale. “La gente non lo sa, ma Trump proviene da una lunga serie di anti-comunisti”, ha spiegato Stone. “Suo padre era un tranquillo finanziatore della John Birch Society, suo padre era un amico personale di Billy Graham, un amico personale del [fondatore di JBS] Robert Welch, un sostenitore della crociata anti-comunista del dott. Fred Schwarz, e era stato un importante, importante fundraiser e donatore per Barry Goldwater. Ha mantenuto la sua politica nazionale tranquilla, perché, naturalmente, nel Queens, tutta la zonizzazione e le autorizzazioni per l’attività immobiliare residenziale di Trump erano controllate dai democratici meccanici “.

Prima di diventare presidente, e nonostante avesse finanziato entrambe le parti nel corso degli anni, Trump era tipicamente conservatore e populista nei suoi punti di vista, ha continuato Stone. “Donald Trump e suo padre erano membri orgogliosi del comitato finanziario del 1980 di Ronald Reagan”, ha spiegato Stone. “Donald Trump ovviamente ha dato, quando era nel settore immobiliare di Manhattan, sia ai democratici che ai repubblicani, ma le sue inclinazioni politiche sono sempre state al centro e orientate verso il populismo. Così abbiamo visto negli occhi. ”

“Trump è un vero americano, un patriota, è un vero credente in Americana, e anche nella superiorità americana – l’eccezionalismo americano, se vuoi – e un credente nella sovranità americana”, ha detto Stone. “È sempre stato profondamente diffidente nei confronti dei tipi internazionali che era felice di vendere condomini a prezzi gonfiati, ma non ha mai condiviso la loro politica”.

Un elemento chiave del fenomeno Trump che terrorizza così tanto le élite è la sua “indipendenza”, ha spiegato Stone. “Questo è un uomo così ricco che non ha bisogno di George Soros, non ha bisogno dei Warburg o dei Rothschild – che ha la sua ricchezza indipendente che è fatto nel settore immobiliare, e quindi l’ho sempre considerato come un non inciso “, ha detto Stone. “Chiunque abbia provato a comandare Donald Trump sa che non funzionerà. È molto il suo uomo. ”

E ora Trump minaccia lo status quo – così come il potere del Deep State. “Abbiamo raggiunto un punto nella politica americana in cui il duopolio bipartitico ha fatto cadere il paese – i Bush e i Clinton lavorano insieme in una famiglia criminale essenzialmente senza cuciture, dove non hanno una vera ideologia, non è che loro Sono comunisti, socialisti o liberali, useranno tutto questo, ma si tratta davvero di potere e denaro “, ha detto Stone. “E abbiamo visto questo duopolio a due partiti, che si è opposto violentemente a Donald Trump nelle elezioni e si oppone ancora violentemente alla sua presidenza oggi; Considero Trump un antidoto a questo. Considero Trump un estraneo che sfiderà l’ortodossia bipartitica. “Ecco perché il presidente è in così grande pericolo.

Secondo uno dei creatori del nuovo documentario Get Me Roger Stone , dopo lo stesso Donald Trump, l’uomo più responsabile del fatto che Trump è alla Casa Bianca oggi non è altro che Roger Stone. “Già nel 1988, ho iniziato a vedere Donald Trump come potenziale presidente”, ha detto Stone al New American , aggiungendo che Trump è sempre stato il suo stratega. “Come avrebbe detto, nel 1988, non era così interessato, aveva ancora montagne da scalare e molti altri miliardi da fare”. Ma dagli anni ’80, i due sono stati “simpatico”, Stone disse. Ora, Stone sta lavorando per far sì che la Palude si svuoti, aiutando Trump a diventare nuovamente grande l’America.

18° podcast_ all’ultimo sangue; la battaglia in Alabama, di Gianfranco Campa

La guerra di movimento tra il vecchio establishment democratico-neoconservatore e le forze che hanno portato Trump alla Presidenza ha trovato il proprio punto di attrito decisivo nelle recenti elezioni in Alabama. L’elezione del rappresentante al Senato rappresentava la ridotta, il baluardo difensivo apparentemente secondario, dalla quale avrebbe dovuto ripartire l’offensiva di Bannon tesa a sconvolgere l’assetto del Partito Repubblicano. Ha trovato invece un muro di gomma, una classe dirigente disposta a sacrificare se stessa pur di non concedere spazio all’avversario. Per il rotto della cuffia è riuscita nell’intento, ma difficilmente potrà ricostruire su tali e tante macerie una credibilità sufficiente a riprendere il pieno controllo degli spazi politici. Una battaglia aperta e senza esclusione di colpi rischia di tramutarsi in un conflitto sordo e strisciante difficilmente controllabile e dalle implicazioni poco prevedibili. Con il ridimensionamento definitivo di Steve Bannon, almeno nei prossimi anni, Trump perde l’unica sponda cui appoggiarsi per resistere al progressivo logoramento della sua azione politica. Avrà forse guadagnato un momento di tregua ed una attenuazione della presa nelle spire che lo condannano al soffocamento; di certo non guadagnerà alcuna libertà di movimento. Potrà forse togliersi qualche amara soddisfazione. Le pedine a lui avverse più esposte probabilmente non serviranno più e potranno essere offerte in sacrificio alla plebe delusa ed assetata di sangue. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Per ascoltare al meglio la registrazione è consigliabile registrarsi a

https://soundcloud.com/user-159708855. Le registrazioni possono essere scaricate anche su cellulare e tablet ed essere ascoltate senza connessione.

Qui sotto il link:

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-18

 

WEINSTEIN, CLINTON! LE SUPERNOVA DELLO STARSYSTEM AMERICANO, di Gianfranco Campa

Lo avevamo già, più volte annunciato. Tra i tanti qui a fianco due link http://italiaeilmondo.com/2017/10/22/un-torrido-inverno-di-giuseppe-germinario/

http://italiaeilmondo.com/2017/09/15/755/

Le impalcature dell’attuale sistema di potere americano iniziano a vacillare pericolosamente. La produzione cinematografica americana è uno dei veicoli fondamentali nella costruzione dell’immaginario; indispensabile a fornire una rappresentazione, indispensabile a orientare e a offrire motivi e chiavi di interpretazione alle azioni degli individui e guida e orientamento necessari a plasmare la società alle élites. E’ il modello americano! La cinematografia americana è un pilastro fondamentale della egemonia culturale e politica di quel paese. Nei momenti di crisi acuta ha spesso accentuato il proprio carattere propagandistico, ma ha sempre saputo offrire scorci sottili e di impressionante realismo e veridicità dei pregi, dei difetti e delle crudeltà della società, in particolare la loro. Da alcuni anni, però, si è legata in larga parte, quasi soffocata, ad una frazione precisa e particolare dell’establishment, quello democratico, sposando appieno l’ipocrisia del “politicamente corretto”. Ne ha guadagnato in posizioni di potere, ma ne ha perso pesantemente in credibilità agli occhi di gran parte dello stesso pubblico americano. Da qui, una delle cause del crollo degli incassi e dell’affluenza di pubblico. Da qui, soprattutto, il diretto coinvolgimento nei conflitti tra fazioni politiche e la sovraesposizione, in quanto personaggi pubblici particolarmente in vista, alle gogne politiche e mediatiche tipiche delle fasi di transizione sino a diventare, ormai, vittime sacrificali. Gianfranco Campa ci illustra, ancora una volta, con sagacia e dovizia di particolari, queste dinamiche. Una voce rara, pressoché unica, nello stantio salotto politico italico, della quale si dovrebbe saper approfittare. Buon ascolto, qui sotto_Giuseppe Germinario

DALLE PRIMAVERE AGLI INVERNI DI SOROS. SARANNO CALDI, MOLTO CALDI di Giuseppe Germinario

UN TORRIDO INVERNO

Questo insolito tepore ottobrino, così siccitoso, lascia presagire un torrido ed infuocato inverno.

Dal punto di vista meteorologico potrebbe essere una previsione troppo azzardata; previsioni del tempo attendibili riescono a coprire un arco di tempo ancora troppo breve, di pochi giorni.

È la temperatura politica del pianeta, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, che pare surriscaldarsi sino a sfiorare pericolosamente il punto critico di formazione di tempeste distruttive e roghi devastanti.

Provo a collegare, più o meno avventurosamente, quattro episodi apparentemente avulsi tra essi.

  1. Il discorso di Trump all’ONU_ Il 19 Settembre scorso Trump ha pronunciato il suo primo e per ora unico discorso all’ONU. Sul sito ne abbiamo già parlato con dovizia http://italiaeilmondo.com/2017/09/24/httpssoundcloud-comuser-159708855podcast-episode-13/

http://italiaeilmondo.com/2017/09/27/massimo-morigi-a-proposito-del-podcast-episode-13_-lo-smarrimento-dei-vincitori-di-gianfranco-campa/  ; allo stato attuale, potremmo arricchire e corroborare le nostre valutazioni con una ulteriore supposizione. Quel discorso così apparentemente contraddittorio e paradossale potrebbe essere in realtà un tentativo particolarmente sofisticato e pericoloso di mettere a nudo le debolezze, l’inconcludenza e l’avventurismo delle strategie di quello staff militare dal quale è ormai circondato e che sta cercando di erigere una vera e propria barriera in grado di filtrare rigorosamente i contatti del presidente americano. Sembra voler dire: “volete lo scontro con la Russia e la Cina, l’Iran e la Corea del Nord? Ve lo offro su un piatto d’argento e vediamo se avete la reale intenzione e capacità di portarlo avanti, con quali rischi e a che prezzo!”

Il recente viaggio degli esponenti del ramo prevalente dei Saud, dei regnanti quindi dell’Arabia Saudita, in Russia può essere d’altro canto letto non solo come un sussulto di autonomia di quella classe dirigente di fronte allo stallo della politica di destabilizzazione in Medio Oriente e al recupero di autorevolezza della Russia di Putin; ma anche come una sorta di diplomazia parallela e per interposta persona che le forze fautrici dell’avvento di Trump alla Presidenza Americana continuano a portare avanti. Le aperture ben più esplicite dei generali egiziani alla Russia da una parte e i contatti di Bannon, il mentore ufficialmente disconosciuto e reietto, in realtà ancora costantemente e discretamente consultato dal Presidente, con la dirigenza cinese sembrano confermare l’esistenza di questi doppi canali di comunicazioni e di relazioni.

  1. Lo scandalo a sfondo sessuale del produttore cinematografico americano Weinstein e le rivelazioni di wikileaks sul traffico di uranio con la Russia alimentato da personaggi politici di spicco del Partito Democratico americano hanno una cosa essenziale in comune. Entrambi colpiscono al cuore gli esponenti più importanti e decisivi della coorte che ha sostenuto e determinato in questi decenni l’ascesa e il consolidamento dell’affermazione del sodalizio tra neoconservatori e democratici americani. Più che i danni materiali e i vizi privati sbandierati sui media, risalta l’irrimediabile deterioramento di immagine e di credibilità del costrutto ideologico e mediatico sul quale si sono fondati trenta anni di politica estera e di gestione interna di quel paese.

Gli uni assestano un colpo tremendo all’ipocrisia disgustosa del politicamente corretto tanto fervido ed accorato nell’ostentare le pubbliche virtù e la coerenza del rispetto della dignità umana, quanto certosino nel coltivare nel privato della persona e nei canali riservati delle relazioni politiche i soprusi, le sopraffazioni, le meschinerie, i mercimoni più interessati.

Gli altri rivelano le relazioni e gli interessi inconfessabili di una classe dirigente così apertamente ostile alla formazione di un mondo multipolare, la quale ha individuato nella Russia di Putin il nemico acerrimo della pacificazione unipolare e globalistica, salvo intrattenere con settori di essa gli affari e i commerci più loschi. Le vittime sacrificali predestinate appaiono il produttore Weinstein e il politico Podesta, ma il capro espiatorio finale appare ben più emblematico.

  1. L’Open Society di Soros si è vista rimpolpare in breve tempo il proprio salvadanaio di ben 18.000.000.000 (diciotto miliardi) di dollari.gentiloni-soros Una cifra stratosferica in grado di impressionare manipolatori persino particolarmente adusi e avvezzi al denaro come Soros, in grado di muovere eserciti, bande armate, contestatori, manifestanti e Pussy Riot di mezzo mondo. Sino ad ora il nostro paladino delle libertà e del soccorso umanitario ha utilizzato un doppio metro di comportamento al centro e alla periferia dell’Impero, nonché nei confronti dei riottosi più ostinati esterni ad esso. Apertamente violento e destabilizzatore ai margini; più cauto e pervasivo, più suadente man mano che le trame riguardavano la geografia prossima al centro dei poteri. Qualcosa, evidentemente, comincia a cambiare in questa strategia in maniera assolutamente radicale. Come non bastasse saltano nuovamente alla ribalta organizzazioni, quasi sempre legate al filantropo e beneficiarie dei più disparati finanziamenti pubblici e privati, spesso concessi dagli stessi rappresentanti delle vittime delle loro azioni; tutte dedite, con solerzia e qualche dose inevitabile massiccia di stupidità ed ottusità, alla compilazione di liste di prescrizione foriere di una prossima caccia all’untore. Tra queste brilla ultimamente, secondo RT, https://www.rt.com/news/407347-rt-guests-list-ngo/ , l’associazione http://www.europeanvalues.net/ ,con questo documento http://www.europeanvalues.net/wp-content/uploads/2017/09/Overview-of-RTs-Editorial-Strategy-and-Evidence-of-Impact.pdf e secondo questo interessante documento fondativo, corredato da un elenco dei finanziatori sorprendente, ma non troppo http://www.europeanvalues.net/wp-content/uploads/2013/02/VZ2015_ENG_FIN.pdf L’analogia con la caccia alle streghe del Maccarthismo degli anni ’50 è inquietante. A ruoli invertiti, è probabile che le squadracce che vediamo infiltrate nelle manifestazioni di strada antisistema, prointegrazione e via dicendo, diventino lo strumento di giustizia sommaria e di fomentazione provocatoria di questi filantropi.
  2. L’investimento mortale a Charlottesville, in Virginia, di due mesi fa,riviera24-luca-botti-strage-los-angeles-390786 la drammatica strage del cecchino (dei cecchini?) a Las Vegas di due settimane fa, ancora coperta da una fitta e misteriosa coltre di nebbia da cui emergono i sussurri più inquietanti; il tentativo di secessione in Catalogna e lo stesso referendum nel quadrilatero lombardo-veneto annunciano alcune variazioni essenziali sul tema della strategia del caos perpetrata in questi ultimi anni. Le modalità di svolgimento di questi eventi apparentemente sconnessi lasciano sospettare, rispettivamente, a volte una vera e propria provocazione, altre volte una istigazione, altre ancora una manipolazione e per finire una capacità di cogliere opportunità. Non si tratta, quindi, semplicemente, di un complotto ordito a tavolino sin nei particolari; troppo semplicistico! Quanto, piuttosto, di sfruttamento di opportunità create e utilizzate in un contesto di crescente instabilità e di emersione di nuove forze antagoniste, spesso confuse e contraddittorie. Un terreno, tra l’altro, sul quale diventa particolarmente difficile ed insidioso l’intervento politico di forze sovraniste, specie quelle più sensibili alla suggestione della democrazia dal basso e della superiorità dei progetti autonomistici e localistici.

La “strategia del caos” che sino ad ora ha interessato i paesi riottosi al predominio unipolare, in particolare la Russia, ha investito le zone di confine e di contesa ai margini dell’impero, come il Nord-Africa, il Medio Oriente, in parte il Sud-Est Asiatico, l’estremità dell’Europa Orientale pare investire sempre più da vicino i luoghi e la geografia centrale dei centri di potere e delle formazioni sociali connesse attorno secondo gli stessi propositi degli attori-mestatori.

È il segno che lo scontro politico sta investendo direttamente questi centri di potere, piuttosto che essere condotto da essi per interposte persone; li sta costringendo ad un confronto diretto sempre più aspro e risolutivo.

Richiederà il sacrificio di alcuni illustri capri espiatori, alcuni dei quali particolarmente in auge nell’immediato passato.

Nel Partito Repubblicano neoconservatore abbiamo visto cadere qualche testa illustre, ma ancora senza particolare crudeltà.

Nel Partito Democratico americano, la ricomposizione che si sta tentando con buone probabilità di successo tra la componente pragmatica vicina ad Obama e la componente social-radicale prossima a Sanders, il candidato sconfitto da Hillary Clinton alle primarie, in parte lui stesso nominalmente esterno al partito, ma generosamente ricompensato con una buona presa e radicata presenza all’interno di esso, richiederà probabilmente il sacrificio ben più sanguinoso di una intera dinastia politica: quella dei Clinton. Sanguinosa riguardo al futuro delle carriere politiche, ma anche a quello degli averi e della sicurezza economica del sodalizio.

La figura che più si potrebbe attagliare a quella di Hillary Clinton, potrebbe essere metaforicamente proprio quella di Maria Antonietta, vittima predestinata della Rivoluzione Francese.

La signora Rodham Hillary C. si presenta come il capro espiatorio perfetto sul capo riverso della quale costruire le fortune di una nuova classe dirigente ansiosa di liquidare al più presto l’attuale mina vagante dello scenario politico americano: Donald Trump. Una classe dirigente ancora in grado di controllare la quasi totalità delle leve di potere e di controllo e di legarsi ai settori tecnologicamente più vivaci, ma sino ad ora incapace di dare un respiro strategico alla propria iniziativa che riesca a garantire una sufficiente coesione della formazione sociale americana e a coinvolgere in una nuova versione del sogno, buona parte del resto del mondo. Il cumularsi di errori grossolani e di una gretta difesa degli interessi di costoro e la boria legata ad un inguaribile senso di superiorità rischiano di far precipitare quel paese in una crisi analoga a quella che ha prodotto la guerra di secessione di metà ‘800, ma dagli effetti ancora più distruttivi piuttosto che creativi in un contesto di potenza declinante. Non solo, ma di lasciare i propri orfani e sodali disseminati nel mondo, soli ed esposti ad affrontare con scarso sostegno le intemperie e a cercare col tempo nuovi ripari, più per se stessi che per il gregge da accudire, come ogni buon Gattopardo o Generale Badoglio che si comandi.

 La forza e la possibile sopravvivenza delle componenti che hanno espresso Trump risiede proprio nella debolezza strategica dei suoi avversari, piuttosto che nella solidità dei propri mezzi.

Su questo “Italia e il Mondo” cercherà di concentrare la propria attenzione e le proprie scarse energie sin dai prossimi articoli con lo scopo di individuare le opportunità e gli spazi di formazione di una nuova classe dirigente così necessaria a questo nostro “pauvre pays”.

podcast-episode-13_ Lo SMARRIMENTO DEI VINCITORI, di Gianfranco Campa

Può capitare che anche l’uomo politico più ostinato e cinico, ma con ancora qualche residuo anelito di compassione represso nel fondo dell’animo, possa essere indotto ad un moto, magari un semplice cenno, di comprensione e conforto verso il suo più acerrimo avversario. Lo sconforto che ha colto in mondovisione John Kelly, capo di gabinetto presidenziale, proprio nelle fasi più colorite ed impetuose dell’intervento di Trump all’ONU, può spezzare ogni resistenza e senz’altro indurre a questo impulso. Bisognerebbe del resto mettersi, anche se di malavoglia, nei panni dei rappresentanti del vecchio establishment americano, in particolare neocon. Per mesi hanno dovuto metter mano a tutto il proprio arsenale e portare allo scoperto anche gli arnesi più riservati, quelli da esibire più come deterrenza che da mettere all’opera; hanno pregiudicato la credibilità dei mezzi di informazione, della magistratura, dei servizi investigativi e probabilmente di importanti settori delle forze armate, ma alla fine sembrava che fossero finalmente riusciti una volta per tutte ad addomesticare il Presidente riottoso e ad isolarlo dalla congrega di cattivi consiglieri. Ecco invece riemergere senza preavviso il Trump baldanzoso delle origini. E da quale pulpito! Niente meno che dall’assemblea generale dell’ONU; un sinedrio certamente poco produttivo di strategie politiche, ma certamente spettacolare nella funzione di propagazione mediatica e nella costruzione di immagine di un personaggio politico. Durante la sua performance ha rispolverato gran parte del suo repertorio d’antan: “America First”, il Nazionalismo, l’antiglobalismo, l’antimultilateralismo, l’indispensabile funzione dello stato; ha concesso rispetto ed ammirazione agli statisti dediti alla difesa degli interessi nazionali del proprio paese. Con qualche inverosimile acrobazia logica ha sostenuto però la coerenza della propria politica estera e l’incoerenza dei cosiddetti “stati canaglia” e dei loro sostenitori più o meno occulti. Un funambolismo troppo audace anche per i più perspicaci ed aperti interlocutori. La gran cassa dei saccenti, dimentichi delle batoste elettorali, non ha tardato a pontificare sull’inaffidabilità e sull’irrazionalità del Presidente. Faremmo torto alla nostra intelligenza, oltre che a quella di Trump, ad assecondare questa tesi. Gianfranco Campa ci illumina come di consueto sulla ragione principale di questo comportamento, tutt’altro che irrazionale. Trump sa benissimo che il proprio salvacondotto, nell’operazione trasformista ancora in corso, rimane la conservazione di buona parte del consenso del nocciolo duro del proprio elettorato. Il vecchio establishment non vuol capire che strattonature ulteriori rischiano di isolare del tutto Trump e trascinare il paese in un confronto politico interno dalla virulenza paragonabile solo a quella già conosciuta a metà ‘800. Il taglio particolare del discorso, inoltre, è motivato probabilmente da un’altra ragione ancora più imbarazzante; si tratta forse di una volontà manifesta di evidenziare la contraddizione e di chiedere tra le righe comprensione e tregua a quelli che avrebbero dovuto essere i suoi interlocutori privilegiati, primo fra tutti Putin, di una politica estera meno interventista e più condivisa. L’inerzia delle attuali dinamiche geopolitiche rende però pressoché impossibili ulteriori prove d’appello. Lavrov, ciò non ostante, ha dichiarato apertamente che “l’attuale incoerenza della politica estera americana” è la conseguenza delle numerose trappole disseminate dalla vecchia amministrazione Obama ai danni del nuovo presidente. Anche su questo Gianfranco Campa è stato particolarmente lucido in un articolo precedente http://italiaeilmondo.com/2017/03/09/sotto-la-copertura-delle-tenebre-di-gianfranco-campa/  _ Giuseppe Germinario

A proposito de “la fortezza assediata di Gianfranco Campa”, di Massimo Morigi

Considerazioni di Massimo Morigi sul recente podcast di Gianfranco Campa http://italiaeilmondo.com/2017/09/02/11-podcast_la-fortezza-assediata-di-gianfranco-campa/

«lo spazio esteriore – svuotato – della sovranità territoriale rimane intatto, mentre il contenuto reale di questa sovranità viene modificato in quanto vincolato alla protezione del grande spazio economico della potenza esercente il controllo. Il controllo e il dominio politico si fondano qui sull’intervento, mentre lo status quo territoriale rimane garantito. […] la sovranità territoriale si trasforma in un vuoto spazio di eventi economico-sociali. Viene garantita l’integrità territoriale esteriore, con i suoi confini lineari, non già il contenuto sociale ed economico della stessa integrità, ovvero la sua sostanza. Lo spazio del potere economico determina l’ambito giuridico internazionale. » (Schmitt, 2003, pp.324-325)
La guerra dell’establishment politico americano contro Trump (repubblicani e democratici indifferentemente, grandi mezzi di comunicazione, complesso militare-industriale) descritta e analizzata con acutezza da Gianfranco Campa nei suoi podcast ed in particolare nell’ultimo “La fortezza assediata”, l’undicesimo, dove viene freddamente rappresentata quella che sembra essere la resa finale dei conti contro coloro che hanno costruito l’ascesa alla presidenza dell’erratico e manovriero (purtroppo solo pro domo sua) nuovo presidente statunitense, al di là delle peculiarità caratteriali e politiche (ripetiamo, totalmente negative) del neoeletto presidente ed al di là anche degli errori segnalati da Campa che possono (o meglio, che sicuramente hanno) commesso gli “ingegneri” della costruzione di questa singolare presidenza (Sebastian Gorka, Roger Stone, Steve Bannon), certamente abili, per non dire geniali, nell’ avere compreso il malessere profondo dell’America contro un’ establishment dirittoumanista e pro globalizzazione e del tutto insensibile verso gli interessi dei ceti medio-bassi dei lavoratori statunitensi ma anche ingenui nello scegliere un burattino, Donald Trump, che pensavano di poter dirigere a piacimento ma che alla fine si è dimostrato una sorta di maligno e stregato simulacro dotato di vita propria e a tutto disposto per protrarre ad ogni costo e con ogni compromesso non solo la sua vita politica ma, soprattutto, anche la sua incolumità personale, una cosa dimostra e ci consegna pure un insegnamento per coloro che in Italia puntano ad un rivoluzionamento concreto ed integrale del nostro paese. E quello che la vicenda Trump dimostra è che il vero arcanum imperii della politica internazionale emerso dopo il secondo conflitto mondiale è che le potenze vincitrici mentre si ergono più o meno custodi dell’integrità territoriale degli stati sono al medesimo tempo le più occhiute sorveglianti a che questi confini territoriali delimitano sì un territorio ma un territorio privato di ogni autonomia politica ed economica. Stiamo parlando, in altre termini, della morte sostanziale della sovranità statale, o, meglio, della morte della sovranità di quegli stati che hanno perso la seconda guerra mondiale o, pur avendola vinta militarmente, l’hanno persa politicamente. Per rimanere alla vicenda Trump, accanto al fatto che questa nuova amministrazione intende de facto proseguire nella strategia del caos di obamiana memoria, semmai con qualche retorica correzione anti ideologia dei diritti umani e di esportazione della democrazia, è ancora più chiaro che strategia del caos o no oppure, in via ipotetica, la faticosa ricerca di una sua sostituzione attraverso strategie alternative (faticosa ed in via ipotetica perché i revirement trumpiani tarpano le ali a qualsiasi alternativa all’impostazione caotica e dirittoumanistica obamiana ), è ancor più chiaro che quello che in alcun modo non potrà essere cambiato è la politica statunitense volta a mantenere del tutto vuota ed insignificante la sovranità statale degli stati appartenenti alla sua sfera d’influenza. E non solo di questi ma anche di quelli che mai appartenuti al perimetro dell’alleanza occidentale, si ostinano a volere mantenere ben salda ed efficace la propria sovranità. Come dimostra la vicenda nord coreana in cui, al di là del giudizio che si possa dare di quel regime politico, la volontà di voler costruire una propria “force de frappe” nucleare altro non segnala che la sua volontà di tener cara e ben vitale la propria sovranità statale. Trump parla della Corea del nord come di uno stato terrorista: in realtà il suo rapporto col terrore è da invertire perché se questo stato terrorizza è per il semplice motivo che rifiuta di farsi terrorizzare e conseguentemente, e su questo possiamo anche convenire con l’establishment politico-militare statunitense, colui che rifiuta pervicacemente di farsi terrorizzare può suscitare profonde inquietudini ed apprensioni. L’insegnamento che consegna per l’Italia la vicenda Trump. Si tratta di un insegnamento molto semplice che deve partire dalla comprensione ed accettazione del dato di fatto da parte dell’opinione pubblica e da parte di quelle forze politiche che dall’attuale establishment vengono definite antisistema e populiste (qualità per noi positive ma che, purtroppo, allo stato attuale sono tutte da dimostrare: un ribaltone alla Trump da parte di queste forze una volta che abbiano eventualmente assunto il potere è quasi, allo stato attuale dell’arte, una matematica certezza) che un cambiamento reale della nostra vita politica ed economica non può che venire dal consapevole sovvertimento dell’annullamento della nostra sovranità consegnataci dall’esito disastroso del secondo conflitto mondiale ma protratto per più di settant’anni non da ineluttabili leggi storiche ma dalla consapevole e costante azione politica internazionale degli Stati uniti (e per rovesciare non questa “legge di natura” dell’annullamento della sovranità statale italiana ma, invece, il preciso risultato della precisa e conseguente volontà politica della potenza egemone, valgono i percorsi che già su “L’Italia e il Mondo” si sono indicati: processo di progressiva neutralità dell’Italia – con, mi permetto di aggiungere, un occhio a quanto sta facendo la Corea del nord: per dirla tutta, un’Italia neutrale non può non dotarsi di un suo arsenale nucleare – , completo cambiamento della prospettiva politico-culturale, un vero e proprio riorientamento gestaltico della mentalità comune e politica dove vengano spodestati i fantomatici diritti umani e le retoriche democraticistiche per sostituirli con una decisa e spietata difesa e rafforzamento della cultura italiana, intesa questa come l’inestricabile e dialettico portato storico di tutti quegli elementi politici, culturali, economici, religiosi e linguistici che hanno formato l’identità italiana (e qui mi fermo perché, come già detto, è urgente iniziare il dibattito e vi debbono essere anche altri contributi, l’importante è la consapevolezza della direzione da assumere). Insomma, se sapremo contribuire alla formazione di una pubblica consapevolezza politica lungo l’interpretazione espressa dalle parole di Carl Schmitt poste ad incipit di queste brevi considerazioni sarà molto difficile, per non dire impossibile, che si ripetano sul suolo italico le deludenti vicende che stanno oggi accadendo negli USA. Se invece si permetterà alle c.d. forze antisistema di continuare a praticare la loro interessata somaraggine politico-culturale (tanto per fare un esempio: se permetteremo che queste c.d. forze antisistema continuino a blaterare il loro loffio slogan “aiutiamo gli immigrati a casa loro” anziché, come in osservanza ad un elementare buon senso di realismo politico deve essere pubblicamente affermato, comincino ad impegnarsi con un ben più sostanzioso e vincolante: «pur mantenendo intatte e rispettando rigorosamente le disposizioni e consuetudini di civiltà e del diritto internazionale che impongono di soccorrere in terra ed in mare chi si trova in pericolo di vita, noi permettiamo di circolare e lavorare sul nostro territorio solo a chi economicamente e culturalmente – cioè chi è funzionale alla nostra Kultur, come avrebbe detto l’infamata geopolitica tedesca del secolo scorso ma infamata perché gli sconfitti non potessero più praticarla contro i vincitori della guerra – fa i nostri interessi e dei rimanenti che non soddisfano questi requisiti, per dirla in tutta franchezza, nun ce ne pò fregà de meno» … ), il cambiamento sarà solo quello del personale che governerà il paese. E tutto rimarrà come prima, come puntualmente è accaduto negli Stati uniti con la nuova – ma vecchissima nella sostanza – presidenza di Donald Trump. Massimo Morigi – 3 settembre 2017

11° Podcast_LA FORTEZZA ASSEDIATA, di Gianfranco Campa

Gianfranco Campa conferma con cognizione di causa ciò che lui stesso e questo sito avevano analizzato e previsto in tutti questi mesi. Il vecchio establishment è riuscito a riprendere il controllo integrale degli strumenti di governo. Gli strumenti di potere no, quelli li ha sempre detenuti, anche se profondamente intaccati nella loro efficacia e nella loro credibilità. Hanno ripreso il fortino, ma hanno dovuto scoprire gran parte dei loro sistemi di difesa e di attacco Lo scotto pagato per conseguire la vittoria è stato pesante. Hanno dovuto a malincuore includere Trump, il portabandiera e allontanato, ma non annientato i veri artefici dell’incursione alla Casa Bianca i quali intendono riprendere piena libertà di azione, forti degli strumenti e del consenso del nocciolo duro e compatto sul quale Trump ha basato la propria campagna elettorale. Hanno però messo a nudo l’artificiosità del gioco democratico di questi ultimi decenni evidenziando la sotterranea connivenza tra i vertici dei due partiti contendenti;  infatti sia buona parte della dirigenza del Partito Democratico che la quasi totalità di quello Repubblicano ne escono screditati sino a veder minacciata, quest’ultima, la propria stessa sopravvivenza. Hanno compromesso in maniera duratura la credibilità e l’efficacia del sistema di informazione. Hanno dovuto vellicare i peggiori istinti del repertorio dirittoumanitarista e del politicamente corretto sino a legittimare la furia iconoclasta che sta alimentando a dismisura le profonde divisioni nel paese e provocare reazioni altrettanto retrograde, utili però a strumentalizzare e demonizzare il profondo movimento di dissenso che cova sotto le ceneri. Hanno dovuto mettere in campo, nella gestione dell’esecutivo, soprattutto un intero staff militare. Le implicazioni circa la credibilità di questa fondamentale istituzione dello Stato e le particolari modalità di conduzione del gioco politico non tarderanno a manifestarsi pesantemente. In sostanza, lo scontro politico nel merito non si è concluso, ma spostato su un altro terreno in modo altrettanto radicale. Se i vincitori attuali riusciranno a riportare nell’ombra i meccanismi veri del potere potranno vincere definitivamente; in caso contrario lo scontro si annuncerà ancora più duro e pesante. Buon ascolto, con tanta attenzione_ Giuseppe Germinario

Qui sotto il link

11https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-11

Meno due, meno uno……, a cura di Giuseppe Germinario

bannonsteve_trumpdonald_gorkasebastian_gnCon le dimissioni di Sebastian Gorka dallo staff presidenziale americano, la presenza del nucleo originario di sostegno che ha portato all’elezione e all’insediamento di Trump si riduce al solo Peter Navarro, rimasto per altro al di fuori del Consiglio Nazionale. Una funzione, praticamente, di mera testimonianza. La lettera ha evidenziato chiaramente i termini del dissenso, in aggiunta e in maniera più secca rispetto alla lettera di dimissioni di Bannon. La lotta all’islamismo radicale avrebbe dovuto essere la base su cui costruire un accordo di vicinato con l’attuale leadership russa. Una ambizione resa però chimerica dall’inclusione di Hamas, tra le organizzazioni terroristiche, in buona compagnia dei Fratelli Musulmani, sostenuti dalla Turchia; dall’elezione dell’Iran a principale avversario dichiarato nello scacchiere mediorientale. La revisione dell’accordo con l’Iran avrebbe dovuto riguardare soprattutto, nelle intenzioni iniziali, la parte economica, giudicata poco favorevole agli interessi americani; con il passare del tempo, grazie anche alla sommatoria di opzioni scaturite dal conflitto interno alla dirigenza americana, ha assunto sempre più un peso geopolitico. Una dinamica la cui inerzia sta risucchiando la politica estera americana verso il classico sodalizio israelo-saudita indebolito però dalla crisi della dinastia dei Saud. Una impostazione che sta ricacciando progressivamente gli Stati Uniti dalla posizione di arbitro-giocatore a quella di compartecipe pur essenziale. In questo il pragmatismo dichiarato di Trump e del nuovo staff di cui si è circondato, o per meglio dire che lo ha circondato e messo sotto tutela, sembra avere decisamente la meglio con il risultato di riportare in auge, su scala più ampia e coinvolgendo direttamente gli stati nazionali, l’interventismo “caotico” privo però, almeno al momento, della copertura ideologica dirittoumanitarista. Il coinvolgimento esplicito dell’India, l’inclusione possibile dei Talebani, di parte di essi, nella riorganizzazione dell’Afghanistan successiva al nuovo intervento americano, esplicitato per la prima volta in forma ufficiale, lasciano intravedere nuove articolazioni per altro già tracciate sul finire della Presidenza di Obama, ma anche nuovi spazi ai disegni geopolitici concorrenti. Non a caso, tra le varie cose, l’attuale Governo Afghano ha offerto proditoriamente ai russi il ruolo di mediatori e di forza di intermediazione. Una impostazione che sta riportando rapidamente la politica americana dall’intenzione di ridimensionare direttamente la Cina attraverso soprattutto l’induzione di una sua crisi finanziaria, come teorizzato dal gruppo ormai sconfitto all’interno della Casa Bianca al classico canovaccio che vede nella Russia l’avversario da battere e la Cina la potenza da contenere e da inglobare in qualche maniera. Con il tramontare, pur anche agli albori, di questa nuova strategia rimane comunque un ruolo più diretto ma più circoscritto degli Stati Uniti e della sua stessa diplomazia. Quest’ultima, spesso e volentieri, vedi anche l’Ucraina, rimaneva defilata salvo agire per vie traverse sabotando o reinterpretando accordi sottoscritti da altri. Fallisce, probabilmente, l’obbiettivo prioritario di ridare coesione alla formazione sociale americana attraverso una politica di massiccio reinsediamento industriale e produttivo a scapito dei tanti paesi economicamente emergenti sulla base del deficit commerciale americano da perseguire attraverso un rivoluzionamento del sistema di accordi commerciali e finanziari. Il punto di compromesso tra le forze originarie residue sostenitrici di Trump e la parte del vecchio establishment disponibile, almeno all’apparenza, ad un accordo sarà probabilmente un parziale riequilibrio delle compensazioni commerciali che non metta in discussione l’impianto delle relazioni economiche e finanziare e del sistema delle relazioni internazionali. Un compromesso che, probabilmente, risulterà insufficiente a ricomporre le divisioni e la disgregazione che sta colpendo quel paese, al pari di tanti altri soprattutto del blocco occidentale. Da qui la considerazione che la battaglia politica non sia affatto conclusa nei termini così aspri e cruenti manifestatisi ultimamente. Il rientro di Gorka a Breibart e il programma di rifondazione del sito sono lì a testimoniare la determinazione. Resta da vedere quanta parte delle élites dissidenti sono disposte a seguirli. Da lì si vedrà se lo scontro assumerà le forme di una riproposizione o assumerà tutt’altre conformazioni e chiamerà nuovi leader alla ribalta. Giuseppe Germinario

Sebastian Gorka • Trump Comrade

Sebastian Gorka • Trump Comrade

Le intenzioni e le dichiarazioni di Bannon e Gorka sono tutte lì a testimoniare, pur nel residuo ossequio formale al Presidente, come pure però le grandi contraddizioni irrisolte di quel movimento che meriteranno una riflessione a parte, soprattutto alla luce delle possibilità di azione politica nel nostro paese che si potranno creare.

Qui il link con il testo integrale delle dimissioni di Sebastian Gorka

http://www.breitbart.com/big-government/2017/08/28/in-full-dr-sebastian-gorkas-explosive-white-house-resignation-letter/

 

tf78gy9uhoijpQui sotto la traduzione (utilizzando un traduttore)

Il dottor Sebastian Gorka, che da gennaio ha servito come vice assistente del presidente Donald Trump, si è dimesso dall’amministrazione della Casa Bianca venerdì sera, dicendo: “è chiaro a me che le forze che non sostengono la promessa di MAGA (Make America Great Again)sono – per ora – ascendenti all’interno della Casa Bianca. “

Breitbart News ha ora ottenuto una copia completa della sua lettera di dimissioni:

Caro Signor Presidente, 

È stato un mio grande onore servire nella Casa Bianca come uno dei tuoi Vice Assistenti e Strategisti.

Negli ultimi trent’anni la nostra grande nazione, e soprattutto le nostre élite politiche, mediatiche ed educative, si sono allontanate così lontano dai principi della Fondazione della nostra Repubblica, che abbiamo affrontato un futuro triste e ingiusto.

La tua vittoria dello scorso novembre era veramente un “passaggio di Ave Maria” sulla via per ristabilire l’America sui valori eterni sanciti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione di Indipendenza.

Per me è dunque più difficile sostenere le mie dimissioni con questa lettera.

La tua presidenza si dimostrerà uno degli eventi più significativi della politica moderna americana. L’8 novembre è il risultato di decenni durante i quali le élite politiche e mediatiche hanno ritenuto di sapere meglio di quelle che li hanno eletti in carica. Non lo fanno, e la piattaforma MAGA ha permesso di ascoltare finalmente le loro voci.

Purtroppo, al di fuori di te, gli individui che hanno più incarnato e rappresentato le politiche che “faranno di nuovo grande l’America” sono state contrastate internamente, rimosse sistematicamente o minacciate negli ultimi mesi. Questo è stato fatto chiaramente ovviamente mentre leggevo il testo del tuo discorso su Afghanistan questa settimana.

Il fatto che chi ha formulato e approvato il discorso abbia rimosso qualsiasi menzione di “islam radicale” o “terrorismo islamico radicale” dimostra che un elemento cruciale della vostra campagna presidenziale è stato perso. 

Semplicemente preoccupante, quando discuteva le nostre azioni future nella regione, il discorso ha elencato gli obiettivi operativi senza definire mai le condizioni di vittoria strategiche per le quali stiamo lottando. Questa omissione dovrebbe disturbare seriamente ogni professionista della sicurezza nazionale e qualsiasi americano insoddisfatto degli ultimi 16 anni di decisioni politiche disastrose che hanno portato a migliaia di americani uccisi e trilioni di dollari dei contribuenti spesi in modi che non hanno portato sicurezza o vittoria.

L’America è una nazione incredibilmente resiliente, la più grande sulla Terra di Dio. Se non fosse così, non avremmo potuto sopravvivere attraverso gli anni incredibilmente divisivi dell’amministrazione Obama, né assistere al tuo messaggio per sconfiggere in modo sconfitto un candidato che ti ha spedito in modo significativo con il suo complesso industriale di Fakenews è al 100%.

Tuttavia, dato gli avvenimenti recenti, è chiaro a me che le forze che non sostengono la promessa MAGA sono – per ora – ascendenti all’interno della Casa Bianca.

Di conseguenza, il modo migliore e più efficace per poterti sostenere, signor Presidente, è al di fuori della Casa del Popolo.

Milioni di americani credono nella visione di rendere l’America ancora grande. Essi contribuiranno a riequilibrare questa sfortunata realtà temporanea.

Nonostante il trattamento storicamente senza precedenti e scandaloso che hai ricevuto da parte di coloro che sono all’interno dell’istituzione e dei principali media che vedono perenne l’America come il problema e che vogliono re-ingegnerizzare la nostra nazione nella loro stessa immagine ideologica, so che tu resterai sicuramente per il bene di tutti i cittadini americani.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta nei tuoi uffici a New York, nell’estate del 2015, è stato immediatamente chiaro che amate la Repubblica e a questo non dovrai mai rinunciare una volta che ti sei impegnato nella vittoria.

Quando si tratta dei nostri interessi vitali della sicurezza nazionale, la tua leadership garantisce che il terrorismo islamico radicale sarà eliminato, che la minaccia di un Iran nucleare sarà neutralizzata e che le ambizioni egemoniche della Cina comunista saranno contrastate in modo robusto.

I compatrioti ei stessi lavoreranno all’esterno per sostenere te e il tuo team ufficiale quando torniamo l’America al suo luogo giusto e glorioso come la splendida “città su una collina”.

Dio benedica l’America.

In gratitudine,

Sebastian Gorka

Qui sotto l’estratto di un interessante documento sulla possibile evoluzione del conflitto politico-sociale negli Stati Uniti (dovete però tradurvelo):

Extracts from Defense & Foreign Affairs Special Analysis 1 August 18, 2017 GIS Confidential © 2017 Global Information System, ISSA

Founded in 1972. Formerly Defense & Foreign Affairs Daily Volume XXXV, No. 42 Friday, August 18, 2017 © 2017 Global Information System/ISSA.
Early Warning The Impulse in the US Toward Civil War Analysis. By Gregory R. Copley, Editor, GIS/Defense & Foreign Affairs. Yes, there is a civil war looming in the United States. But it will look little like the orderly pattern of descent which spiraled into the conflict of 1861-65. It will appear more like the Yugoslavia break-up, or the Russian and Chinese civil wars of the 20th Century. It will appear as an evolving chaos. And the next US civil war, though it yet may be arrested to a degree by the formal hand of centralized government, will destabilize many other nation-states, including the People’s Republic of China (PRC). It may, in other words, be short-lived simply because the uprising will probably not be based upon the decisions of constituent states (which, in the US Civil War, created a break-away confederacy), acting within their own perception of a legal process. It is more probable that the 21st Century event would contage as a gradual breakdown of law and order. The outcome, to a degree dependent on how rapidly order is restored, would likely be the end, or constraint, of the present view of democracy in the US. It would see a massive dislocation of the economy and currency. It would, then, become a global-level issue. Humans mock what they see as an impulse toward species suicide among the beautiful lemming clan of Lemmus lemmus.1 In fact, these tiny creatures have a societal survival pattern which seems more consistent than that of their human detractors. The pattern of human history shows that civilizations usually end through internal illness rather than at the hand of external powers. It is significant that the gathering crisis in the United States was not precipitated by the November 7, 2016, election of Pres. Donald Trump, and neither was the growing polarization of the United Kingdom’s society caused by the Brexit vote of 2016. In both instances, the election of Mr Trump and the decision by UK voters for Britain to exit the European Union were late reactions — perhaps too late — by the regional populations of both countries to what they perceived as the destruction of their nationstates by “urban super-oligarchies”.
Extracts from Defense & Foreign Affairs Special Analysis 2 August 18, 2017 GIS Confidential © 2017 Global Information System, ISSA

The last-ditch reactions by those who voted in the US for Donald Trump and those who voted in the UK for Brexit were against an urban-based globalism which has been building for some seven decades, with the deliberate or accidental intent of destroying nations and nationalism. It is now crystallizing into this: urban globalism sees nations and nationalism as the enemy, and vice-versa. The battle lines have been drawn. The urban globalists — the conscious and unconscious — have thrown their resources behind efforts to avert a return to nationalism, particularly in the US and UK, but also in Europe, Canada, Australia, and the like. Urban globalists control most of the means of communications [is this new “means of production”; the 21st Century marxian dialectic?] and therefore control “information” and the perception of events. “Nationalists”, then, are operating instinctively, and in darkness. There is little doubt that the US, despite the evidence that economic recovery is at hand, could spiral into a self-destructive descent of dysfunction, dystopia, and anomie. The path toward a “second civil war” has significant parallels with the causes of the first US Civil War (1861-65). Both events — the 19th Century event and a possible 21st Century one — saw the polarization of a fundamentally urban, abstract society against a fundamentally regional, traditional society. In some respects, it is a conflict between people with long memories (even if those memories are flawed and selective) and people to whom memories and history are irrelevant. Equally, it is a conflict between identity and materialism, with the abstract social groups (the urban populations) the most preoccupied with short-term material gain. I have covered the US for 50 years, and my earliest view of it was, a half century ago, that its populations would inevitably polarize into protective islands of self-interest, surrounded by seas of unthinking locusts. What is ironic is that the present islands of wealth and power — the cities — have come to represent short-term materialism, as cities have throughout history. But what is interesting is that, despite the global attention on the political/geographic polarizations occurring in the US and other parts of the Western world, there has been a reversion in other parts of the world to a sense of Westphalian or pre-Westphalian nationalism. The fact that “the West” may have ring-fenced Iran, Russia, and so on, with sanctions and other forms of isolation may well be what ensures their enduring status. They have avoided the contagion of globalism. Russia, indeed, recovered from the Soviet form of globalism in 1991. An urban globalist “victory” over Trump and Brexit would trigger that meltdown toward a form of civil societal collapse — civil war in some form or other — as the regions disavow the diktats of the cities. That would, in turn, bring about the global economic uncertainty which could impact the PRC and then the entire world.
Extracts from Defense & Foreign Affairs Special Analysis 3 August 18, 2017 GIS Confidential © 2017 Global Information System, ISSA

But such a conflict — physical or political — could, equally, lead to a victory for nationalism over globalism, and to the protection of currencies and values. We have seen this cycle repeated for millennia. It is the eternal battle. Footnotes: 1. See, Copley, Gregory R.: “The Lemming Syndrome and Modern Human Society”, in UnCivilization: Urban Geopolitics in a Time of Chaos. Alexandria, Virginia, USA, 2012: the International Strategic Studies Association.

 

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