Ucraina, il conflitto 10a puntata_con Stefano Orsi e Max Bonelli

Nel caso il video non sia accessibile oppure ostacolato nella visione su You Tube, gli ascoltatori possono accedere al canale di Italia e il mondo su rumble.com , precisamente al seguente indirizzo: https://rumble.com/v1e3hsr-stefano-orsi-e-max-bonelli-ucraina-il-conflitto-10a-p.html, come in calce allo scritto.

Siamo alla decima puntata. A Max Bonelli si è aggiunto Stefano Orsi a completare il quadro e gli spunti analitici di un conflitto della cui narrazione non si riesce a intravedere quale sarà l’ultima puntata. E’ una guerra di logoramento, apparentemente statica; è una delle parti però a manifestare crescenti segni di usura. Lo stesso regime inizia a conoscere momenti di convulsione sino a sacrificare pezzi importanti dei centri decisori. L’evidenza conferma che non è Zelensky a dettare le mosse e i suoi tempi. Il regime, del resto sta esaurendo completamente le proprie risorse e dipende totalmente dal sostegno esterno e da disegni estranei agli interessi del paese. Continuerà la recita almeno sino all’arrivo del generale inverno. Nel frattempo si vedrà sino a quando e sino a quanto i suoi mentori, specie quelli europei, saranno in grado di sostenere lo sforzo e le pesantissime implicazioni del loro impegno. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v1e3hsr-stefano-orsi-e-max-bonelli-ucraina-il-conflitto-10a-p.html

LA TEMPESTA PERFETTA, di Marco Giuliani

LA TEMPESTA PERFETTA

Debito pubblico, inflazione, guerra: Draghi a casa, la parola ora passerà ai cittadini

 

Come era prevedibile, non da ora, Draghi è andato K.O. dopo una strisciante instabilità provocata da una serie di politiche improvvide, avventate, telecomandate sovente da Biden e dai falchi sparsi presso le sedi Nato e UE. Ma soprattutto, dopo aver relegato in secondo piano gli interessi di tutti quegli italiani, quelle imprese e quei soggetti più deboli (come i giovanissimi e gli anziani) che non riescono più a sopportare i contraccolpi di una crisi sistemica e di un potere d’acquisto che è crollato di almeno il 20%. La stessa percentuale dell’aumento dei beni primari, degli alimenti, dei carburanti e persino – udite udite – dei prodotti per gli animali. Una tendenza, per fortuna al momento in stand-by, che ha portato l’Italia sull’orlo dell’autoflagellazione economica. Una tempesta perfetta.

Ma qual è stata la condizione scatenante il crollo del governo dopo giorni di fibrillazioni, malumori e la spinta di un’inflazione galoppante che, come mezzo secolo fa, era il tempo della Guerra dello Yom-Kippur, sta poco a poco raggiungendo il 10% in termini percentuali? Certo la pandemia, certo la crisi internazionale, ma in primo luogo è stata la diplomazia italiana a sacrificare i bisogni della sua popolazione pur di obbedire agli ordini di Washington e di Bruxelles, le quali hanno scelto una politica iperaggressiva verso tutti quei paesi – in primis la Russia e la Cina – che ritengono estranei al loro sistema, al loro universo moralista e alla presunta superiorità ideale fondata esclusivamente su una mitologia costruita a tavolino in nome del liberismo più smaccato e globalizzante. Draghi e il suo esecutivo hanno scelto la guerra, non la pace. E lo hanno fatto all’insegna del “costi quel che costi”, spendendo miliardi e miliardi in armi, inasprendo sanzioni che agli Usa fanno il solletico e per cui l’unica vittima, ahimè, è divenuta la stessa Europa. Ne sa qualcosa la Germania, anche Lei ai limiti della crisi strutturale. Si è giunti a tanto, si suppone (ma è una supposizione più che fondata), per tutta una serie di interessi che nulla hanno a che fare con i doveri e i diritti di chi questo governo aveva l’onere di rappresentare e tutelare.

Draghi è un uomo-Nato, un uomo-Usa, e benché forte di un Parlamento sino a poche ore fa asservito tout-court e di un sistema mediatico (in buona parte di proprietà degli Agnelli-Elkann) per il 90% letteralmente prono ai capricci dell’esecutivo, non era nel modo più assoluto in grado di amministrare il soggetto Italia in un momento del genere. Perché un paese, ricordiamo ancora, fondamentalmente pacifista, ha urgente necessità di riforme che affrontino i temi sociali, l’evasione fiscale, la malasanità, i problemi della ricerca, della scuola e delle università, non soltanto i tornaconti di chi vuole mettere in un angolo le cosiddette “grandi autocrazie” planetarie per assorbirle negli ingranaggi delle proprie regole.

Il Parlamento italiano, ridotto ormai a un ufficio di ratifica e timbri, da almeno due anni a questa parte non ha rappresentato affatto la maggioranza dei cittadini e ciò per cui i partiti e i suoi delegati, dopo il 2019, NON vennero scelti. Ha preferito, Pd in testa, spendere soldi per acquistare missili Stinger da spedire agli ucraini anziché investire per risanare le strutture ospedaliere più malandate del Meridione. Ha fatto le veci NON del piccolo artigiano che rischia di fallire perché non riesce a sostenere i costi della sua impresa, dell’operaio in cassa integrazione con famiglia o dei lavoratori costretti a dimezzare la spesa al supermercato perché i prezzi lievitano, ma si è preoccupato di far tacere il dissenso, della moneta unica, dei grandi gruppi di potere, dei mezzi di produzione militare, dei diktat imposti da Bruxelles e dalla Casa Bianca. Mostrando, al cospetto della crisi, la stessa sensibilità di un elefante dentro un negozio di vetri di Murano. D’altra parte, chi proviene dalle scuole della Federal Reserve e della Goldman Sachs, come avrebbe potuto? Come sarebbe stato possibile trasformare i grandi banchieri da tecnici regolatori del capitalismo in gestori politici di crisi che loro stessi – per tenere il passo con i sistemi monetari intercontinentali – contribuirono a generare? Ma tu vagli a spiegare che non è il caso, se Dio vuole, di comprare materiali energetici da altri dittatori pagandoli il doppio, pur di fare un torto a Putin e obbedire agli ordini di nonno Biden.

Per fermare lo scempio della guerra ibrida intrapresa da Palazzo Chigi non sono bastati neanche, cosa sino a poco tempo fa impensabile, gli appelli disperati di un Papa che anzi, è stato ridicolizzato (e talvolta vilipeso) a mezzo stampa dai megafoni stonati degli atlantisti nostrani più agguerriti. Gli stessi personaggi – scrivani, portaborse e burocrati strampalati – che hanno contribuito a escludere i cittadini russi, in quanto russi, dalle manifestazioni musicali, culturali e sportive. Già, lo sport; il valore più sano (insieme allo studio) che una società liberale e moderna dovrebbe trasmettere alla sua comunità, ma che invece è stato vilmente utilizzato per creare nuovi motivi di scontro interculturale e politico. Il tutto, all’insegna del quod bellum iustum est.

Non sarebbero certo bastati (vero, Draghi?) un paio di bonus da 200 € per risolvere in modo strutturale una serie di gravissime falle di sistema provocate da quarant’anni di malagestione della cosa pubblica. Non è il caso di aggiungere altro. Ora si ricomincia, palla al centro.

 

MG

 

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

 

Army Command and General Staff College,  Fort Leavenworth, Kansas, 1996 –

G.W. Gawrich, The 1973 Arab-Israeli War. The Albatross of Decisive Victory, Combat Studies Institute, U.S.

Sky TG24, edizione del 21/07/2022 –

Televideo Rai del 21/07/2022, pp. 120-130 –

www.manageritalia.it

www.ilpensierostorico.com

 

 

 

 

 

DIETRO L’UCRAINA/ I piani americani che hanno indotto Mosca alla guerra, di Giuseppe Gagliano

Ecco come Obama e Biden hanno provocato la trappola che ha costretto la Russia a intervenire in Ucraina, secondo Michael Brenner

ucraina guerra kiev 17 lapresse1280 640x300
Soldati delle forze ucraine (LaPresse)

Professore emerito di affari internazionali nell’Università di Pittsburgh e membro del Center for Transatlantic Relations presso Sais/Johns Hopkins, Michael Brenner è stato direttore del programma di relazioni internazionali e studi globali presso l’Università del Texas. Ha anche lavorato presso il Foreign Service Institute, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e Westinghouse. È autore di numerosi libri e articoli sulla politica estera americana, la teoria delle relazioni internazionali, l’economia politica internazionale e la sicurezza nazionale.

Secondo lo studioso americano per capire il conflitto attualmente in corso con la Russia è necessario tenere presenti tre aspetti.

In primo luogo, la guerra in Ucraina è il culmine di una crisi iniziata poco dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden. Questa crisi è di per sé una ripresa del fuoco dalle braci mal spente dell’iniziale conflagrazione risalente al colpo di Stato fomentato da Washington nel marzo 2014.

In secondo luogo, le fasi successive di questa crisi devono essere intese nel contesto della crescente ostilità delle relazioni russo-americane. I suoi indicatori sono stati l’intervento di Mosca nella guerra civile siriana (2015), le decisioni delle successive amministrazioni statunitensi di terminare o ritirarsi dagli accordi sul controllo degli armamenti risalenti alla Guerra fredda – che hanno suscitato la preoccupazione di Mosca per le intenzioni militari di Washington –, il graduale allargamento della Nato verso Est, le “rivoluzioni colorate” orchestrate alla periferia della Russia, e il sentimento antirusso suscitato dall’affare manipolato “Russiagate”.

Terzo, l’Ucraina è stata l’occasione, non la causa, della rottura definitiva delle relazioni tra Mosca e Washington.

Da aprile 2021 i contorni della strategia americana nei confronti dell’Ucraina e della Russia si sono ben presto chiariti: organizzare un incidente provocatorio nel Donbass che scateni una reazione russa che potrà poi essere utilizzata per confermare le affermazioni speculative di Washington sui preesistenti piani di invasione russa.

Il significativo rafforzamento delle forze ucraine lungo la linea di contatto nel Donbass, abbondantemente rifornite di missili anticarro Javelin e antimissili Sprint, prefigurava la preparazione di azioni militari offensive. L’azione Usa stava facendo esattamente quello di cui abbiamo accusato Mosca: pianificare un attacco deliberato. Washington si aspettava che la conseguente crisi costringesse gli europei occidentali ad accettare una serie completa di sanzioni economiche, inclusa la cancellazione del Nord Stream 2 contro la Russia. Era il fulcro del piano. Il team di politica estera di Joe Biden era convinto che le sanzioni draconiane avrebbero causato il collasso dell’economia fragile e non diversificata della Russia. Il vantaggio secondario per gli Stati Uniti sarebbe una maggiore dipendenza europea dagli Usa per le risorse energetiche, e implicitamente l’allineamento europeo con le posizioni politiche di Washington. Così, la paura della Russia e la dipendenza economica perpetuerebbero indefinitamente lo status di vassallo degli Stati europei che è loro proprio da 75 anni.

Pertanto, secondo Brenner, l’obiettivo principale di Washington nella crisi ucraina era la Russia: la crescente obbedienza degli alleati europei a Washington era un guadagno collaterale. Il diffuso boicottaggio delle esportazioni russe di gas naturale e petrolio è stato visto come un modo per drenare le risorse finanziarie e l’economia del Paese mentre i proventi dalle sue esportazioni diminuivano.

Se a questo si aggiunge il piano per escludere la Russia dal meccanismo di transazione finanziaria Swift, lo shock subito dall’economia doveva portare alla sua implosione. Il rublo sarebbe crollato, l’inflazione aumentata, il tenore di vita crollato, il malcontento popolare avrebbe indebolito Putin così tanto che sarebbe stato costretto a dimettersi o sarebbe stato sostituito da una cabala di oligarchi scontenti. Il risultato sarebbe stato una Russia più debole, legata all’Occidente, o una Russia isolata e impotente.

Come ha detto il presidente Biden: “Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere”.

Per comprendere appieno la tattica adottata dagli Stati Uniti, bisogna tener conto di un fatto cruciale: pochissime persone nella Washington ufficiale si preoccupavano della stabilità dell’Ucraina o del benessere del popolo ucraino. I loro occhi erano fissi su Mosca. Nella mente degli strateghi di Washington, l’Ucraina rappresentava un’opportunità unica per giustificare l’imposizione di sanzioni paralizzanti che avrebbero messo fine alle presunte ambizioni di Putin in Europa e oltre. Inoltre, i legami sempre più stretti tra la Russia e gli Stati europei sarebbero stati interrotti, probabilmente in modo irrimediabile. Una nuova cortina di ferro avrebbe diviso il continente, segnato da una linea di sangue: sangue ucraino. Questa realtà geostrategica permetterebbe all’Occidente di dedicare tutte le sue energie al confronto con la Cina. Tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto con l’Ucraina nell’ultimo anno è stato guidato da questo obiettivo generale.

Questi scenari ottimistici avevano in comune la speranza che la nascente partnership sino-russa sarebbe stata fatalmente indebolita, ribaltando l’equilibrio a favore degli Stati Uniti nella prossima battaglia con la Cina per la supremazia globale.

Come è stato concepito e deciso questo piano? In verità, gli obiettivi generali erano stati definiti dall’amministrazione Obama. Lo stesso presidente ha dato la sua approvazione al colpo di Stato di EuroMaidan (2014), che è stato supervisionato direttamente dall’allora vicepresidente Joe Biden, che ha agito come pilota per l’Ucraina tra marzo 2014 e gennaio 2016. Poi, l’amministrazione americana ha adottato misure forti per bloccare l’attuazione degli accordi di Minsk II, protestando con Merkel e Macron. Ecco perché Berlino e Parigi non hanno mai fatto il minimo gesto per convincere Kiev a rispettare i propri obblighi.

L’operazione per provocare una crisi nel Donbass è stata architettata da figure influenti – in particolare Anthony Blinken, segretario di Stato, e Jake Sullivan, capo del Consiglio di sicurezza nazionale – e circoli neoconservatori durante la presidenza Trump, la cui incoerenza e disordine ha impedito la definizione di una politica calibrata nei confronti dell’Ucraina e della Russia; così il peso delle sanzioni è aumentato negli anni 2016-2020.

La strategia era quella di aumentare la pressione su Mosca per stroncare sul nascere l’aspirazione della Russia a diventare ancora una volta un attore importante in grado di privare gli Stati Uniti dei suoi privilegi di egemone mondiale e unico sovrano d’Europa. Era guidata dall’ardente Victoria Nuland e dai suoi compagni neoconservatori del Consiglio di sicurezza nazionale (Nsc), della Cia, del Pentagono, del Congresso e dei media. Poiché Blinken e Sullivan erano essi stessi sostenitori di questa strategia di confronto, l’esito del dibattito era una conclusione scontata.

Per quanto riguarda l’Ucraina, il piano era pronto e in attesa della decisione della Casa Bianca. I fautori di una nuova Guerra fredda in tutta l’amministrazione hanno potuto imporre le loro opinioni su un governo in cui non c’erano voci dissenzienti e guidato da un presidente passivo e malleabile. Così prendeva corpo il piano antirusso in Ucraina con il rafforzamento delle forze militari lungo la linea di contatto nel Donbass e discorsi bellicosi sulla necessità di imporre sanzioni economiche più pesanti a Mosca in caso di conflitto, provenienti sia da Washington e Bruxelles.

I leader del Cremlino sembrano essere stati pienamente consapevoli di quello che stava succedendo. L’obiettivo americano di riportare la Russia al suo posto subordinato era dato per scontato dal Cremlino. Ma c’era incertezza su quali iniziative aspettarsi sul campo: un grande assalto delle forze di Kiev nel Donbass o piccoli atti provocatori per provocare una reazione russa che potesse fungere da pretesto per l’imposizione di sanzioni, inclusa la chiusura del Nord Stream 2?

È probabile che gli alti funzionari di Washington non abbiano fatto loro stessi una scelta riguardo alle modalità tattiche della loro azione. Le divergenze tra i diversi attori e un presidente titubante avrebbero potuto benissimo lasciare aperte opzioni per arrivare a un consenso morbido e oscuro. L’alternanza di retorica bellicosa e parole rassicuranti in pubblico di Biden, così come le conversazioni telefoniche “non andiamo in guerra” che ha avviato con Putin e riaffermato nei comunicati stampa, ne sono un esempio, una prova tangibile.

Ma alla fine è stata presa la decisione di lanciare l’operazione contro la Russia. Prova innegabile di ciò sono gli annunci molto specifici del presidente Biden, di Anthony Blinken e del direttore della Cia William Burns sulla data dell’“offensiva” russa. Potevano essere così affermativi perché erano ben consapevoli della data fissata per l’inizio dell’operazione militare ucraina contro il Donbass e sapevano che Mosca avrebbe immediatamente reagito militarmente. Queste affermazioni non erano basate su informazioni privilegiate ottenute attraverso intercettazioni di comunicazioni russe o la presenza di una talpa al Cremlino. Washington non ha tale accesso ai centri decisionali di Mosca, come dimostra il fatto che gli Stati Uniti sono rimasti sorpresi da tutte le altre iniziative significative della Russia, compreso l’intervento militare in Siria nel 2015.

Il conto alla rovescia è stato innescato da un aumento di 30 volte dei bombardamenti ucraini nel Donbass, anche contro quartieri residenziali, tra il 16 e il 23 febbraio 2022, come riportato dagli osservatori dell’Osce. La forma e la portata esatte della reazione del Cremlino erano imprevedibili, ma questo di per sé non era un problema per Washington, dal momento che qualsiasi azione militare di Mosca serviva al suo grande scopo. Inoltre, gli americani erano convinti che l’ambizioso programma di addestramento ed equipaggiamento dell’esercito ucraino lanciato dal 2018 – e integrato dall’erezione di un’importante rete di fortificazioni che costituiscono una linea Maginot in miniatura – avrebbe impedito una disfatta delle forze di Kiev e, di conseguenza, creato le condizioni per una guerra di logoramento i cui effetti sull’economia e sull’opinione pubblica russa sarebbero stati particolarmente marcati.

Joe Biden ha richiamato indirettamente l’attenzione su questo punto durante una conferenza stampa tenutasi all’inizio di febbraio 2022. Ha affermato che una forte reazione da parte della Russia avrebbe garantito l’unità della Nato e l’accordo degli Stati membri al fine di imporre forti sanzioni. Una reazione più limitata, ha detto in quell’occasione, avrebbe provocato probabilmente un acceso dibattito tra i governi alleati sull’opportunità o meno di escludere la Russia dal sistema Swift e sospendere il progetto Nord Stream 2. Pertanto, l’attacco preventivo russo su larga scala del 24 febbraio ha permesso agli americani di vedere realizzata la loro opzione preferita, quella di sanzioni massicce.

Che dire della ripetuta affermazione di Joe Biden secondo cui Volodymyr Zelensky ha sfidato l’“avvertimento” del presidente degli Stati Uniti di un’imminente operazione militare russa? Abbiamo potuto consultare la trascrizione di questa famosa conversazione telefonica durante la quale il primo esprimeva infatti il suo scetticismo mentre il secondo insisteva a gran voce sul fatto che non c’erano dubbi. Ci sono solo due spiegazioni per questo indovinello. La prima è che Zelensky e la sua squadra di diplomatici dilettanti – tratti dalla sua ex squadra di produzione televisiva – sono rimasti sbalorditi all’avvicinarsi del fatidico giorno e, di conseguenza, hanno cercato di ottenere un certo margine di manovra. La seconda è che Zelensky potrebbe non essere stato informato della data esatta dell’offensiva dell’esercito ucraino contro il Donbass. I suoi stessi comandanti militari e alti funzionari della sicurezza avrebbero potuto venire a patti con gli americani – che erano stati a lungo presenti e attivi nel cuore dei principali centri decisionali del Paese – senza perdere la fiducia del presidente ucraino. La sua inclinazione a parlare nel modo sbagliato potrebbe essere la ragione principale di ciò, così come il fatto che è stato solo un presidente di facciata dalla sua elezione nel 2019.

Stravagante? No, solo strano. Come ci ha insegnato Sherlock Holmes: “Una volta eliminate tutte le altre possibilità, tutto ciò che resta – per quanto strano – è la verità”.

https://www.ilsussidiario.net/news/dietro-lucraina-i-piani-americani-che-hanno-indotto-mosca-alla-guerra/2376515/?fbclid=IwAR3ZEc97t35AEDe6AaBWk5Fk8JkRt1bhlJXjtZ9MyuTH_DyWr7TKPGmk8pc

Il fallito blocco di Kaliningrad da parte della Lituania è una sconfitta per gli Stati Uniti, di Andrew Korybko

16 LUGLIO 2022

Il fallito blocco di Kaliningrad da parte della Lituania è una sconfitta per gli Stati Uniti

Tuttavia, nessuno dovrebbe cadere nel falso presupposto che questo sviluppo implichi una spaccatura transatlantica tra l’UE e gli Stati Uniti poiché non si sta verificando nulla del genere. Piuttosto, ciò che è successo è che l’UE ha inaspettatamente respinto contro gli Stati Uniti dopo che questi ultimi hanno oltrepassato provocando una grave crisi tra la Russia e il blocco attraverso il suo sfruttamento della Lituania a tal fine.

Il chiarimento della Commissione europea secondo cui le sue sanzioni anti-russe non dovrebbero essere interpretate dalla Lituania come un via libera per il blocco di Kaliningrad suggerisce fortemente che il blocco è a disagio con l’influenza destabilizzante che gli Stati Uniti sono sospettati di esercitare su quel paese baltico. L’interpretazione unilaterale di Vilnius di queste restrizioni precedenti come pretesto per interrompere i collegamenti stradali e ferroviari con quell’exclave russa era più una provocazione politica orchestrata da Washington volta a manipolare le menti degli occidentali che un tentativo di peggiorare il tenore di vita della gente di quella regione come l’autore ha spiegato in quel momento qui . La sua decisioneassecondare Bruxelles in questo senso è quindi una sconfitta per quell’egemone unipolare in declino, e per di più inaspettata.

Gli Stati Uniti hanno riaffermato con successo la loro egemonia sull’UE con un pretesto anti-russo all’inizio dell’operazione militare speciale in corso di Mosca in Ucraina, convincendo persino i suoi vassalli europei a sanzionare controproducente il loro principale fornitore di risorse grezze e innescando così una crisi economica assolutamente evitabile che portato l’euro alla parità con il dollaro per la prima volta in due decenni. Se alcune aziende europee finiscono per fallire nel prossimo futuro, allora le loro americane e britanniche i concorrenti ne trarrebbero vantaggio. Tutto sommato, gli Stati Uniti hanno al momento il controllo quasi totale sull’UE, ma alla fine hanno superato convincendo la Lituania a bloccare Kaliningrad e quindi provocare una grave crisi tra la Russia e il blocco.

Questo era troppo per i “Tre Grandi” (Francia, Germania e Italia), che sono prontamente intervenuti attraverso le istituzioni europee per riaffermare la propria egemonia molto più diretta su quel paese baltico, chiarendo che le sue sanzioni non possono essere sfruttate per tagliare il transito di prodotti civili verso l’exclave russa su rotaia. Anche se la Lituania è uno stato vassallo americano, è molto più europeo quando arriva la spinta, come è successo di recente. Vilnius non ha potuto sfidare la Commissione Europea, ecco perché ha rispettato il suo chiarimento politico e quindi è andata contro la volontà di Washington. L’unico motivo per cui ciò è accaduto è perché i “Tre Grandi” hanno ritenuto inaccettabile provocare la Russia in un modo così sfacciato, il che a sua volta parla della loro posizione relativamente più pragmatica nei confronti del conflitto ucraino.

Tuttavia, nessuno dovrebbe cadere nel falso presupposto che questo sviluppo implichi una spaccatura transatlantica tra l’UE e gli Stati Uniti poiché non si sta verificando nulla del genere. Piuttosto, ciò che è successo è che l’UE ha inaspettatamente respinto contro gli Stati Uniti dopo che questi ultimi hanno oltrepassato provocando una grave crisi tra la Russia e il blocco attraverso il suo sfruttamento della Lituania a tal fine. Ciò dimostra che i più grandi vassalli europei d’America accetteranno praticamente tutto ciò che il loro signore supremo richiede loro, tranne se rischia di innescare un conflitto diretto con la Russia nel peggiore dei casi, come alcuni temevano che il blocco di Kaliningrad orchestrato dagli Stati Uniti in Lituania avesse minacciato di fare. In tali casi, i “Tre Grandi” hanno dimostrato di avere la volontà politica di intervenire con decisione contro la volontà di Washington.

Ci sono cinque considerazioni da trarre da questo incidente. In primo luogo, gli Stati Uniti sfrutteranno i suoi vassalli dell’UE più piccoli e più russofobi per provocare una crisi tra la Russia e il blocco. In secondo luogo, se i responsabili politici delle “Tre Grandi” ritengono che la crisi rischi un conflitto diretto con la Russia nello scenario peggiore, allora interverranno in modo decisivo per scongiurarlo. Terzo, questo intervento assume la forma di riaffermare la propria egemonia su qualunque vassallo statunitense sia stato sfruttato per provocare la crisi. In quarto luogo, non ci si aspetta che gli Stati Uniti facciano una faida con l’UE ogni volta che ciò accade, poiché ciò rischia di dividere l’unità del blocco e quindi di indebolire la piattaforma più ampia che è stata sfruttata per “contenere” la Russia. E infine, queste differenze inaspettate tra l’UE e gli Stati Uniti non dovrebbero essere interpretate come implicanti una spaccatura tra di loro.

https://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=3079

GET INSIDE, STAY INSIDE, STAY TUNED, di Pierluigi Fagan

GET INSIDE, STAY INSIDE, STAY TUNED. Questi i tre consigli di un simpatico video rilasciato dal Dipartimento per le emergenze di New York, in caso di attacco nucleare: andate dentro, state dentro, state collegati alle fonti di informazione. Lo useremo come metafora per ripetere il senso di cosa sta succedendo dal 24 febbraio scorso.
Come ricorderà, forse, chi frequenta questa pagina da tempo, reagii immediatamente con molta inquietudine a quello che si stava manifestando come reazione europea ed occidentale all’attacco russo all’Ucraina. Il motivo era l’incredibile prontezza e coordinazione della reazione, la perfetta coincidenza con la narrazione subito imposta che verteva su uno sconosciuto commediante di uno sconosciuto stato della periferia d’Europa, già a lungo noto -per chi si occupava di relazioni internazionali e geopolitica- per esser nodo di lunga trama del braccio di ferro tra le due superpotenze nucleari, condita con il potente ricorso ai “valori” etico-morali che rendevano necessaria la mobilitazione a qualunque costo contro il nemico. Tutto questo prima ancora di capire cosa stesse succedendo e perché. In particolare, il “perché”, non c’era alcun perché da domandarsi, era tutto chiarissimo, c’era un aggredito ed un aggressore.
Fino a lì, che ci fosse un aggredito ed un aggressore ci arrivavamo tutti, era abbastanza evidente. Tuttavia, per coloro che cascando dal pero si accorgevano per la prima volta dell’esistenza sia di una cosa strana chiamata “geopolitica”, sia di una cosa ancora più esotica chiamata Ucraina, era forse necessario capire un po’ meglio come si era arrivati alla fatidica questione. Ma d’improvviso era vietato farsi domande, anche perché il ricatto dei valori etico-morali coinvolti serviti a condimento della lievitazione emotiva imponeva l’azione e la allineata e convinta reazione unitaria. Il mondo di prima era fatto di confuse spinte alternative, di grovigli, di conflitti di interessi, di bilanciamenti un po’ di qui ed un po’ di lì, di amorale opportunismo utilitarista, di sostanziale cinismo realista quando si trattava di fare affari con monarchie assolute, dittatori di varia risma, usurpatori di altrui territori e negatori dei diritti dei popoli. Ma d’improvviso, da un giorno all’altro, tutto ciò non valeva più e tutto ciò perché dovevamo difendere l’inderogabile diritto di questo Paese mezzo fallito e neanche democratico o stato di diritto, dedito al traffico d’armi, prostituzione e droga, di entrare nella NATO. In più colpiva l’improvviso, immediato e inderogabile allineamento ad una sola voce, come nei b-movie di fanta-distopia. Possibile?
Nel post del primo giorno, quello proprio del 24 febbraio, riportavo il virgolettato del discorso di Putin di poche ore prima che, in riferimento alle possibili prese di posizione europee, minacciava: …è molto probabile ci saranno contro-ritorsioni sulle forniture del gas in Europa “… la risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”. Aggiungevo in analisi “Il contenzioso profondo è tra gli USA che vogliono stringere a sé i propri alleati in via esclusiva, contro Cina e Russia, per resistere il più a lungo possibile all’esito multipolare dell’ordine mondiale, un esito di cui ormai non si può più discutere il “se”, ma il “come e quando”.
Tutto ciò che s’è verificato in seguito è andato in accordo con questa analisi. Biden ha sfoderato il suo format “democrazie vs autocrazie” per giustificare il dovere di allineamento strategico, si è tentato per due volte di isolare la Russia alle Nazioni Unite (con esiti modesti), si è e si sta preparando l’allineamento asiatico anti-cinese, il G7 ha fatto finta di deliberare una presunta strategia concorrenziale alla Belt and Road Initiative. Biden e Blinken hanno provato a raggruppare i paesi amici del Centro e Sud America, scoprendo di avere davvero pochi amici, il pupazzo di Kiev ha provato a blandire e minacciare di sanzione morale l’Unione Africana che ha sfoggiato assoluta indifferenza. Hanno provato a far scattare l’ostracismo ai russi per il G20 in Indonesia e per irritazione verso il sabotaggio, il locale Ministro degli Esteri ha candidamente spifferato che in realtà Blinken s’è appartato qualche ora con Lavrov alla recente riunione dei ministri degli esteri del formato, alla faccia del “col nemico etico-morale non si parla”. Ora Biden sta provando a rinsaldare il trumpiano Patto di Abramo tra Israele ed il saudita affettatore di giornalisti scomodi e promotore dell’Isis, dopo aver dato i curdi in pasto al dittatore necessario di Ankara per rimuovere il suo veto alla cooptazione dei due paesi scandinavi che torneranno utili nei prossimi tempi del conflitto per l’Artico.
Insomma, fino ad ora il disegno di Washington conta, nella rete calata nei turbolenti mari del futuro geopolitico, il solo pescione europeo. Non male come risultato, nonostante il resto.
Come altri hanno notato, ieri l’euro è andato a pari del dollaro per la prima volta dopo venti anni. Ha anche perso il 18% sullo yuan dall’agosto di due anni fa. Quindi il gas che dovremo comprare dagli USA, che già costava più di ogni altro, ci costerà ancora di più e le merci cinesi saranno meno convenienti per noi di quasi un quinto. Il tutto dopo aver perso il mercato russo del tutto e con esso, una buona parte delle forniture energetiche. Il che porta a prezzi del gas alle stelle, mancanza reale di alternative viabili nel breve-medio termine, materie prime più costose (si pagano in dollari, di solito), inflazione, razionamenti già pianificati nell’indifferenza comprensibile dei più che sognano solo la loro ristorante vacanzina, alternando il residuo di attenzione distratta tra le polemiche sul corsivo ed il divorzio dei VIP. La Germania si prepara alla “grande crisi” della sua industria mentre non si sa se noi stiamo facendo altrettanto visto che siamo parte della loro catena del valore. E tutto ciò aspettando si dipani appieno quelle “conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia” minacciate dal russo che evidentemente non era pazzo come alcuni psicanalisti da operetta hanno diagnosticato nel marasma mediatico iniziale ed i calcoli li sa fare bene, nel breve, nel medio e nel lungo periodo.
Proprio ieri, Biden si appropriava per scopi pubblicitari della cooperazione tecno-scientifica euro-canadese-americana del nuovo telescopio Webb, ricordando quanto gli USA siano l’unica, vera, potenza tecno-scientifica del pianeta, seguito a poche ore dall’annuncio della rottura della rilevante collaborazione tra l’ente europeo ESA ed il corrispettivo russo Roscosmos. La cattura egemonica dell’Europa procede a grandi falcate ed è ormai irreversibile. Ma manca ancora un pezzo, forse. Dopo tre giorni dall’inizio del conflitto, scrissi un altro post in cui avanzai la previsione che si sarebbe, prima o poi, rispolverata la vecchia idea del TTIP, l’accordo di libero scambio privilegiato transatlantico. Oramai siamo del tutto assorbiti dalla NATO e dalle strategie di riarmo e preparazione di sciami di conflitti tra “democrazie” ed “autocrazie”, non tutte, solo quelle davvero antipatiche al gusto di Washington. Siamo però anche la prima potenza commerciale del mondo pur essendo un aggregato statistico e non un soggetto economico-politico unitario. Non ci sarà vera cattura egemonica fino a che non verremo riquadrati in uno specifico recinto di sub-globalizzazione atlantica, sottraendoci al sistema cinese, nemico ultimo della nostra nuova stella madre.
Loro, col dollaro forte ci compreranno meglio e noi compreremo meno bene dai cinesi, si chiama “nudge”, spintarella gentile.
Quindi, eccoci alla metafora di apertura: entriamo tutti alla svelta nel sistema occidentale a guida americana, stiamo tutti dentro e togliamoci ogni velleità di relazioni esterne autonome, attacchiamoci allo streaming continuo di informazioni distorte ed opinioni falsate, previsioni senza senso e minacce inventate di sana pianta che ci daranno ottimi motivi, più emotivi che razionali, per credere a questo incredibile colpo di stato contro la nostra capacità di sovraintendere al nostro minimo interesse.

Ritorno al futuro con la NATO, di Antonia Colibasanu

Un articolo significativo di Antonia Colibasanu la cui considerazione implicita sottende il crescente ruolo politico a tutto campo della NATO, non più solo politico-militare. Una tesi sostenuta con enfasi già nel consesso dell’anno precedente. Manca una sottolineatura sul ruolo dell’Unione Europea, ormai sempre più subordinata ed integrata agli indirizzi della NATO, sino a porre l’interrogativo sulla sua stessa utilità e ragione di esistenza se non per la sua funzione di aggregazione dei pochi paesi europei esterni all’alleanza militare. Resta la constatazione della progressiva sussunzione delle dinamiche e ragioni economiche, costitutive della UE a quelle politiche e geopolitiche generali. Altro aspetto apparentemente ingannevole rimane la nuova enfasi dell’ostilità esclusiva verso la Russia. A ben guardare, però, la Cina rimane il convitato di pietra. L’obbiettivo degli Stati Uniti rimane al meglio quello di ripristinare il dominio egemonico unipolario; quello subordinato, più realistico, di semplificare il confronto riducendolo ad una logica bipolare. Entrambe le ipotesi, però, appaiono con tutta probabilità ormai fuori tempo massimo. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Molto è stato detto su come la guerra russa in Ucraina abbia cambiato la NATO. Il numero dei suoi membri è certamente destinato a crescere man mano che Svezia e Finlandia iniziano il processo di adesione . Ma altrettanto importante è il suo nuovo Concetto strategico, pubblicato la scorsa settimana in un vertice a Madrid, che mostra cosa c’è in serbo per l’alleanza nel prossimo decennio. In una parola, il concetto è: riallineamento.

Da partner a minaccia

Il testo del Concetto strategico è pubblico, anche se il testo della strategia militare di accompagnamento, che descrive in dettaglio come gli Stati membri possono sostenere gli obiettivi dell’alleanza, è classificato. Tuttavia, ciò che è disponibile suggerisce che il prossimo decennio si concentrerà sulla deterrenza e sulla difesa, sottolineando lo scopo originale della NATO come organizzazione militare. (Può sembrare ovvio, ma ricorda il Concetto strategico della NATO del 2010, che metteva in evidenza il ruolo politico che l’alleanza potrebbe svolgere negli affari europei.) Mentre il concetto precedente si riferiva alla Russia come partner strategico per la stabilità euro-atlantica, il nuovo concetto esplicitamente descrive la Russia come una minaccia strategica.

Questo non è particolarmente sorprendente dato che il testo è stato pubblicato in tempo di guerra. Altri documenti rilasciati durante la guerra del Kosovo nel 1999 e la guerra di Corea parlavano in termini simili. In effetti, quest’ultimo è considerato un punto di svolta nella storia della NATO perché ha portato a una maggiore assistenza degli Stati Uniti per combattere l’Unione Sovietica e alla riorganizzazione di un’alleanza in rapida espansione sotto il comando centralizzato, che sarebbero tutti pilastri per il resto della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica.

Allo stesso modo, il Concetto strategico 2022 propone un quadro più ampio per l’alleanza che ristabilisce il suo ruolo militare, pur mantenendo il suo ruolo politico e adottando un approccio più globale, integrando la Cina e discutendo questioni di sicurezza pertinenti al dominio economico. Ancora più importante, propone un nuovo modello di forza che porterà probabilmente alla riorganizzazione militare dell’alleanza, proprio come fece quello proposto nel 1952. Il documento discute l’istituzione della struttura di comando della NATO per l’era dell’informazione e le modalità con cui la NATO intende espandere le proprie capacità e cooperazione militari. La formulazione indica un ulteriore potenziamento militare, alludendo anche alla formazione di una piattaforma in grado di supportare operazioni globali in ambito militare, politico ed economico.

In effetti, il nuovo modello di forza è al centro del Concetto strategico, che significa “rafforzare in modo significativo la deterrenza e la difesa per tutti gli alleati … [e] rafforzare la nostra resilienza contro la coercizione russa”. A tal fine, le informazioni pubblicamente disponibili, compreso il contenuto di un discorso pronunciato dal Segretario generale Jens Stoltenberg la scorsa settimana, suggeriscono piani della NATO per aumentare la sua presenza nella sua parte orientale, il che potrebbe comportare l’espansione e il rebranding della Forza di risposta della NATO, composta da 40.000 uomini. Allo stesso tempo, il nuovo modello di forza per i fianchi orientale e sudorientale della NATO, che ospiterà il Corpo alleato di reazione rapida, prevede un futuro in cui migliaia di altre truppe con base nei loro paesi d’origine sono pronte a schierarsi se necessario.

Stoltenberg ha anche affermato che la Forza di risposta della NATO di circa 40.000 soldati sarà trasformata in una forza futura di circa 300.000 soldati mantenuti in allerta, con 44.000 mantenuti in alta prontezza. Sebbene non sia chiaro come i membri dell’alleanza pianifichino di raggiungere quel numero, significherebbe che, per la prima volta, tutte le forze di reazione rapida sotto il comando della NATO saranno impegnate in un ruolo di deterrenza e difesa e che tutte queste forze saranno consolidate sotto una unica struttura di comando. Sulla base delle spiegazioni offerte pubblicamente, il nuovo modello di forza vuole che questa nuova forza sia trattenuta con 24 ore di “preavviso per agire”, mentre la maggior parte della struttura della forza NATO si manterrà con 15 giorni di “preavviso per muoversi”. Si tratta di uno straordinario miglioramento dell’attuale struttura, dove alcune forze armate hanno un preavviso di 180 giorni per trasferirsi, essenzialmente rendendo l’alleanza più flessibile e più dinamica. La nuova strategia vedrà anche equipaggiamenti pesanti preposizionati vicino ai confini della NATO. Tutto ciò indica che gli Stati membri sono maggiormente impegnati a rendere nuovamente la NATO una forza militare più forte.

Raggiungere le dimensioni e la portata di una tale forza sarà costoso per gli alleati della NATO. Ecco perché Stoltenberg ha affermato che l’impegno di investimento della difesa della NATO del 2% del prodotto interno lordo per alleato è ora “più un minimo che un tetto”. Diversi membri europei della NATO, tra cui Germania, Regno Unito e Paesi Bassi, si sono già impegnati ad aumentare di conseguenza i rispettivi budget per la difesa. Ma, soprattutto, quasi tutta l’Europa ha a che fare con un’inflazione elevata e economie post-COVID, quindi il successo di questi impegni dipende dai vincoli economici futuri.

Leadership americana

In una certa misura, dipendono anche dalla leadership americana e non è chiaro se gli Stati Uniti condividano interamente le preoccupazioni dell’Europa. Una versione riservata della strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti è stata resa disponibile al Congresso alla fine di marzo e sembra dare alla Cina e alla regione indo-pacifica una priorità maggiore rispetto a Russia ed Europa. (Questo è probabilmente il motivo per cui il Concetto strategico della NATO si concentra sui collegamenti tra Russia e Cina e afferma che tali collegamenti minacciano la sicurezza europea.) L’NDS offre informazioni su come gli Stati Uniti considereranno il nuovo modello di forza della NATO e la sua forza futura. Secondo i dettagli disponibili pubblicamente disponibili sulla strategia, la futura forza americana sarà costruita su tre principi: “deterrenza integrata” e poteri di combattimento credibili, campagne efficaci nella zona grigia e “costruzione di un vantaggio duraturo” sfruttando nuove, emergenti e dirompenti tecnologie. E per la prima volta, l’NDS implica un ruolo più importante per gli alleati nell’aiutare gli Stati Uniti a raggiungere i propri obiettivi strategici e le sfide, in particolare all’interno e intorno al teatro europeo. Tutto ciò indica la sfida di mantenere l’interoperabilità tra la futura forza statunitense e le forze alleate.

Il messaggio di Washington è chiaro: l’Europa dovrà iniziare a condividere la responsabilità di garantire la sicurezza europea. Ciò significa una NATO più robusta e forte. Mentre gli Stati Uniti hanno chiesto all’Europa di farlo in diverse occasioni in passato, l’attuale scenario bellico gioca a favore degli Stati Uniti poiché gli alleati della NATO sono fortemente incentivati ​​dalle operazioni militari russe a mantenere l’integrità della NATO e migliorare le capacità di difesa nazionale.

Washington a parte, la base per il futuro della NATO è disporre di forze sufficienti per scoraggiare e impegnarsi nelle crisi, per rispondere quindi rapidamente a qualsiasi crisi dentro e intorno all’area euro-atlantica. Il nuovo Concetto strategico riafferma l’impegno della NATO per la difesa collettiva, con un approccio a 360 gradi basato su tre compiti fondamentali di deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa. Tutto ciò indica la complessità dell’ambiente in cui la NATO sta attualmente lavorando.

Il Concetto strategico è un tacito riconoscimento della guerra economica globale in cui è impegnato il mondo, motivo per cui invita anche la NATO a lavorare ulteriormente per sviluppare il suo ruolo politico e perché menziona la conservazione del vantaggio tecnico della NATO, una trasformazione digitale che migliora le tecnologie informatiche ed emergenti e dirompenti e il mantenimento dell’ordine basato su regole, che vanno tutte oltre l’ambito di un allineamento puramente militare. In parole povere, il mondo è più complicato ora di quanto non fosse negli anni ’50, quindi se l’alleanza vuole mantenere il suo vantaggio, dovrà farlo in una varietà di domini. Questo è esattamente ciò che richiede il nuovo concetto.

https://geopoliticalfutures.com/back-to-the-future-with-nato/?tpa=ZjQwOTJiYTQ2MTJlMTk0MDViMGYyMDE2NTg0MTc3NzY0NTY1YWI&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=https://geopoliticalfutures.com/back-to-the-future-with-nato/?tpa=ZjQwOTJiYTQ2MTJlMTk0MDViMGYyMDE2NTg0MTc3NzY0NTY1YWI&utm_content&utm_campaign=PAID%20-%20Everything%20as%20it%27s%20published

La Turchia, l’Italia e il realismo_di Giuseppe Gagliano

Articolo come sempre ben centrato nella sua consueta essenzialità. Il focus è incentrato su uno Stato, la Turchia e un capo di governo, Erdogan, destinati ad assumere, nella veste di una potenza di media grandezza, un ruolo di primo piano in un ampio, se non addirittura sovradimensionato, in assenza di supporto e placet da parte dei grandi, spazio che va dall’area turcomanna, ai Balcani, all’Europa Orientale, al vicino oriente, al Mediterraneo Centro-Orientale, all’Africa Sahariana e Sub-sahariana. Offre altresì uno spunto interessante sulle miserie domestiche per caratterizzare ulteriormente, a seconda dei casi, la postura rispettivamente di plenipotenziario, di luogotenente e di cerbero di Mario Draghi, sotto le mentite spoglie di Capo di Governo. Non so se avete notato l’apparente discrasia tra l’annuncio trionfalistico e denso di aspettative per il prestigio del paese che ha accompagnato l’investitura a Presidente del Consiglio di Mario Draghi e il tono dimesso che ha accompagnato le particolari e specifiche prestazioni del nostro nell’agone internazionale. Un po’ c’entra la goffaggine con la quale il nostro si è avventurato nelle sue scorribande, specie esterne e prospicienti al suo territorio di elezione e di coltura, l’Europa; una sorta di ripetitore automatico, spesso gracchiante ed approssimativo. Tantissimo c’entra il merito della sua missione e la natura dell’esercizio delle sue funzioni.

Mario Draghi, ammantato dell’aura di supertecnocrate, è stato invocato per sistemare la farraginosa macchina amministrativa quel tanto che bastasse per avviare e mettere in atto il PNRR. Al di là delle aspettative illusorie affidate al piano e al netto dei suoi aspetti compromettenti e vincolanti, il nostro sta deludendo nell’ambito riformatore, sta ampiamente conseguendo altresì l’obbiettivo di vincolare ulteriormente le future politiche economiche e, conseguentemente, le dinamiche geopolitiche del nostro paese al carro NATO-UE ormai sempre più simbiotico. La missione ormai nemmeno tanto più occulta ed imprescindibile è un’altra: condurre con mano i paesi europei dell’area mediterranea all’interno delle spericolate strategie dell’attuale leadership americana. Con poco sforzo Spagna, Portogallo e Grecia hanno seguito il buon pastore in ordine ed allineati. Vigilare sui comportamenti di Macron in Francia e Scholz in Germania. I due conoscono sin troppo bene la propensione gregaria e la fonte primaria della sua affiliazione. E’ evidente lo scarso gradimento riguardo alla sua ossessiva presenza; hanno il serio problema, a prescindere dalla loro indole e propensione politica, di dover fronteggiare i forti impulsi di autonomia presenti all’interno dei rispettivi paesi. Che sia questa la funzione essenziale da svolgere lo si deduce dalla irrilevanza dei risultati ottenuti in ambito UE da Mario Draghi in materia di calmieramento e compensazione dei danni seguiti alla pedissequa attuazione delle sanzioni nominalmente ai danni della Russia. L’aspetto più pernicioso, che rivela per altro definitivamente lo spessore umano della persona e dell’uomo di governo, si è manifestato nella postura assunta di recente nei confronti della Turchia. A fronte di qualche risultato raggiunto nel campo degli scambi commerciali e delle commesse industriali, in settori nei quali per altro l’Italia ha mantenuto parzialmente la capacità produttiva ma perso significativamente il controllo strategico, risalta l’accettazione acritica della superiore postura strategica assunta dalla Turchia in aree di interesse vitale dell’Italia, a cominciare dal controllo degli hub energetici del Mediterraneo Orientale per finire con la gestione della crisi libica. Il tutto ovviamente in linea con l’accettazione pedissequa dei nuovi orientamenti statunitensi nei confronti della Turchia, ma particolarmente onerosi per il nostro paese. Dal punto di vista simbolico la irridente anticamera imposta a Draghi e a mezzo governo italiano in attesa del vertice è stata una significativa illustrazione della reale condizione geopolitica del nostro paese della quale il nostro luogotenente non fa che prendere atto e perseguire, perfezionandola. Questo commento non è una gratuita e sterile manifestazione di livore nei confronti di un personaggio tanto estraneo quanto influente nell’agone politico italiano. Vuole stigmatizzare la tragica e grave condizione nella quale sta trascinando il paese grazie alla sua pedissequa e solerte esecuzione dei dictat statunitensi. Non è demerito suo esclusivo. Ad esso contribuiscono la grettezza della quasi totalità della nostra classe dirigente e, con la parziale eccezione di parte degli ambienti vaticani, la condizione inebetita dell’intero ceto politico. Quest’ultima è ancora una volta patrimonio comune delle compagini che sostengono il governo e della forza di opposizione: la prima a partire dalla veste assunta dal Partito Democratico, il quale per esplicita ed ostentata ammissione, ha scelto una postura “discreta” e riservata proprio per non ostacolare il cammino di Draghi; la seconda, Fratelli d’Italia, assumendo una posizione ostentatamente più realista del re tale da farla apparire pienamente corresponsabile dei prossimi disastri annunciati. Sulla base degli antefatti, molto probabilmente Mario Draghi riuscirà a sgattaiolare senza particolari danni in tempo utile per sfuggire al prossimo redde rationem; addirittura con qualche benemerenza e lascito aggiuntivo. Il cerino acceso rimarrà in mano ai suoi improbabili epigoni. In quel momento, ormai prossimo, il paese dovrà seguire necessariamente una delle due vie obbligate: una opzione autonoma ed indipendente, dai costi comunque pesanti, tale da tirarsi fuori dalla trappola costruita dall’avventurismo disperato dell’attuale leadership statunitense; la continuità nelle attuali per così dire “scelte” che avranno per epilogo l’individuazione definitiva nella Russia del capro espiatorio responsabile del disastro autolesionistico economico-sociale prossimo a venire e relativo corollario di una politica apertamente bellicista, del tutto autolesionistica per l’intero continente europeo. Il compimento tragico di un percorso avviato con la 1a guerra mondiale e proseguito con la 2a. Un paese come l’Italia, il quale quattro anni fa, ha ostentatamente rifiutato di giocare nel Mediterraneo le carte che le sono state offerte, non merita alcuna considerazione, almeno sino a quando non vorrà liberarsi delle proprie nullità al comando. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Come le democrazie liberali a volte si piegano alla ragion di Stato. Il caso della Turchia e dell’Egitto. Il corsivo di Giuseppe Gagliano

Numerosi sono i cantori dei supremi valori della democrazia liberale. Valori, questi, che tuttavia – almeno nel contesto della politica estera – vengono profondamente ridimensionati di fronte alla ragion di Stato. Per non dire vanificati. Ieri con l’Egitto. Oggi con la Turchia.

Questa discrasia tra la realtà effettuale e i nostri ideali è pienamente giustificabile e comprensibile all’interno di una determinata cornice teorica quale quella del realismo ma diventa priva di legittimità e di giustificazione se si abbraccia un approccio di tipo liberale alla politica internazionale. Cosa ha indotto il nostro paese a consolidare i propri legami con la Turchia dopo le dichiarazioni di Mario Draghi fatte lo scorso anno a proposito del premier Erdogan definito un dittatore ? Vediamole in breve.

In primo luogo la necessità di contenere i flussi migratori proventi della Libia, sulla quale ormai la Turchia esercita una politica di influenza sempre più rilevante che ha in breve tempo marginalizzato quella italiana; in secondo luogo, grazie al gasdotto Tap l’Italia avrà sempre più bisogno della Turchia. E avrà sempre più bisogno della Turchia come delle nazioni africane e di quelle mediorientali perché l’Italia ha da molto tempo rinunciato ad avere una politica energetica autonoma.

Quanto alle sinergie strette tra Italia e Turchia nel settore degli armamenti queste non fanno altro che consolidare quelle che già esistono da molto tempo, come abbiamo avuto modo di indicare in un articolo precedente. Se poi guardiamo alle scelte poste in essere dal premier turco sia in relazione al vertice di Madrid della Nato – dove è riuscito a ottenere, senza troppo clamore, che in cambio di un suo ‘sì’, in relazione all’ingresso di Helsinki e Stoccolma nella Nato, la Finlandia e la Svezia promettessero di non prestare più sostegno ai leader curdi che Ankara considera ‘terroristi’ -, sia a indurre gli USA a rivedere la loro decisione di non vendere i 40 caccia F16 il vero vincitore del vertice di Madrid è certamente il premier turco.

Forse sulla carta e sui preziosi volumi di diritto internazionale e di filosofia della politica i valori della democrazia sono sacri e puri – come l’amore narrato nei film hollywoodiani – ma nel contesto della realtà conflittuale, quale è quella della politica internazionale, questi valori vengono profondamente ridimensionati e relativizzati. Ecco che allora la realtà concreta nella quale viviamo assomiglia a una via di mezzo fra un dramma e una tragica farsa.

https://www.startmag.it/mondo/turchia-egitto-italia-ragion-di-stato/?fbclid=IwAR01QO-5qz7R_tQLpoOGDb3c83f-DfpOfnKyd9vufBZmVgoMqtKPKi9CTq8

QUANTO COSTA LA BONTA’?_di Roberto Buffagni

QUANTO COSTA LA BONTA’?

Non so se noi italiani abbiamo capito che la strategia americana sull’Ucraina (prolungare la guerra, dissanguare la Russia, provocarne la destabilizzazione e la frammentazione politica in vista del contenimento della Cina) ha un effetto collaterale garantito, per noi: rapida fine del welfare, per quel che ne resta, che non è poco (sanità e istruzione pubbliche anzitutto).

Sono molto ignorante in economia, se qualcuno che se ne intende correggerà gli errori che certo commetterò gliene sarò grato. In logica però me la cavo. La logica che propongo è la seguente.

La strategia americana implica questi presupposti:

  1. Finanziare a tempo indeterminato l’Ucraina, uno Stato in guerra con una grande potenza dotata di risorse strategiche di molto superiori; uno Stato la cui economia è già devastata, e lo sarà progressivamente sempre di più. Dunque non solo finanziare le FFAA ucraine, ma un intero paese grande il doppio dell’Italia che già ora non è in grado di provvedere autonomamente ai bisogni elementari della sua popolazione e delle sue istituzioni, e lo sarà sempre meno.
  2. L’Europa mediterranea non conta più nulla, conta soltanto l’Europa Orientale e Scandinava, che deve diventare l’hub logistico della guerra contro la Russia, fornire truppe, prendere posizioni politiche utili (es., adesione alla NATO di Finlandia e Svezia).
  3. Qualcuno deve pagare i conti al punto 1 e 2 + tutti i conti accessori, ad es. quel che chiede e chiederà la Turchia, un elemento chiave nella strategia USA. C’è un limite anche alle possibilità americane di erogare denaro con la bacchetta magica della FED. Chi paga il resto? Secondo me paga l’Europa mediterranea, e in prima fila l’Italia, il Bel Paese dove il sì suona ancor prima che gli americani pongano le domande.

Morale: non solo perdiamo mercati per noi molto importanti come il mercato russo, ma dobbiamo pagare il conto stratosferico della strategia che ce li fa perdere. Da dove usciranno questi soldi? Qualcosa mi suggerisce che usciranno dal risparmio degli italiani + dalle casse dello Stato italiano. Il quale non ha la bacchetta magica della FED, non può erogare a debito neanche un euro senza il permesso della UE che ormai coincide con la NATO, e dunque taglierà progressivamente il welfare, obiettivo: welfare zero.

Le classi dirigenti italiane cercheranno di indorare la pillola con cantafavole sulla battaglia della democrazia contro le autocrazie, con la promessa che domani si farà credito, con provvedimenti assistenziali tipo cerottino sulle ferite da mitragliatrice, con la difesa dei diritti inalienabili dell’individuo tipo il suicidio assistito. Quando il confronto tra realtà della vita quotidiana e cantafavole le polverizzerà, si verificheranno vari disordini e proteste che però, non trovando organizzazione e direzione politica adeguate, saranno spente con il vecchio sistema del bastone (manganellate in piazza, denunce e processi a raffica, accertamenti fiscali ai riottosi, etc.).

Sintesi: se vogliamo evitare il peggio, c’è un cambiamento preliminare che noi italiani dovremmo tentare. Il cambiamento è: smettere di identificarci con gli americani, perché almeno oggi, identificarci con gli americani = identificarci con l’aggressore (così funziona la sindrome di Stoccolma).

La subalternità dell’Italia agli USA è un fatto incontestabile, perché l’Italia è stata sconfitta nella IIGM, e assegnata, a Yalta, alla zona d’influenza statunitense. Sino all’implosione dell’URSS, questa subalternità è stata gestita in modo sostanzialmente favorevole, o almeno tollerabile, per l’Italia: per gli USA l’Italia era strategicamente importante, e le classi dirigenti italiane si ritagliavano un margine di autonomia politica per realizzare, nei limiti del possibile, l’interesse nazionale.

Oggi, l’Italia non ha importanza strategica, per gli Stati Uniti. Ce l’avrebbe solo in negativo, ossia se manifestasse serie intenzioni di rompere il fronte NATO – UE e quindi di intralciare o compromettere la strategia antirussa e anticinese americana. Dunque l’Italia passa dalla condizione di Stato satellite alla condizione di colonia vera e propria, da cui estrarre valore politico (adesione perinde ac cadaver alla politica estera USA) e valore economico (pagare il conto della strategia USA), e basta. Se le condizioni sociali della colonia Italia vanno in malora, agli Stati Uniti interessa il giusto: cioè molto, molto poco.

Come si reagisce a queste condizioni poco simpatiche? Anzitutto, fare un esame di realtà e rendersi conto che non possiamo MAI PIU’ ragionare come se l’interesse statunitense e l’interesse italiano coincidessero. Può avvenire, ma sarà sempre una rara eccezione, mai la regola. Poi, imparare a contrattare, e a giocare su più tavoli: come hanno imparato a fare i paesi africani, le ex colonie occidentali che l’esame di realtà, e molto severo, l’hanno dovuto fare prima di noi.

Bisogna anche smettere di identificarsi emotivamente e culturalmente con gli americani. Non è facile, perché il soft power statunitense ha lavorato a lungo e a fondo, e siccome per la cultura eccezionalista americana gli americani sono sempre i Buoni, identificandoci psicologicamente con loro ci sentiamo anche noi Quasi Buoni, sulla via di diventare – domani, quando il Progresso farà credito – Buoni del tutto, Buoni d.o.c..

È bello, sentirsi buoni. Però il presupposto di ogni esame di realtà è riconoscere che anche noi, e non solo gli altri, abbiamo qualcosa che non va: che anche una parte di noi è cattiva, meschina, ignobile. È difficile, è umiliante, lo so. Ma la Bontà, purtroppo, la Bontà non ce la possiamo più permettere. That’s all, folks.

Ucraina, il conflitto_ 9a puntata Con Max Bonelli

Ad ogni assedio di città, la capacità di resistenza dell’esercito ucraino si affievolisce costantemente. I primi segni di cedimento cominciano ad essere evidenti. E’ evidente che il regime ucraino è disposto a sacrificare la propria popolazione in una azione di resistenza senza prospettive. Ben presto si potrà toccare con mano il livello di popolarità effettiva del regime ben lontano dalla rappresentazione romantica offerta dalla stampa occidentale. Un regime che si alimenta delle risorse offerte da uno stato di guerra permanente per conto terzi sino a compromettere l’integrità di quel che resterà del Paese. Si avviano intanto i preparativi per la grande abbuffata della ricostruzione dell’Ucraina. Ogni paese occidentale ha premurosamente adottato un territorio. Dovranno provvedervi i contribuenti europei con oltre settecento miliardi di investimento. Sapete quale regione è toccata all’Italia? Il Donestk, ovvero come far festa senza l’oste. La grande novità prodotta da questo conflitto sarà di rilevanza sconvolgente: il ruolo di hub della Turchia nelle forniture energetiche all’Europa e di grande cerimoniere di Erdogan nell’area mediterranea. Non a caso, il nostro eroe nazionale insediato a Palazzo Chigi ha scelto di fare mesta anticamera immediatamente al cospetto del sultano. Ha superato di gran lunga l’eroe della commedia italiana, Arlecchino. Altro che servo di due padroni; siamo arrivati ad ossequiarne e contentarne cinque contemporaneamente. Meraviglie di un funambolismo straordinario che meriterà sicuramente il prezzo salato del biglietto che gli italiani saranno costretti a pagare. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v1bgrfp-ucraina-il-conflitto-9a-puntata-con-max-bonelli.html

BISCOTTI E MISSILI: IN UCRAINA IL TRIANGOLO WASHINGTON-EUROPA-RUSSIA, di Hajnalka Vincze

Al termine del confronto bipolare, l’ottimo diplomatico americano allora ambasciatore a Mosca, Robert S. Strauss, segnalava a Washington: “L’evento più rivoluzionario dell’anno 1991 per la Russia non è stato il crollo del comunismo, ma la perdita dell’Ucraina” . A trent’anni di distanza, il destino di questo Paese fratello-nemico resta, per Mosca, uno dei punti più delicati. Attraverso la NATO/America, è quindi a Kiev che si svolgono gran parte delle relazioni tra Europa e Russia. Washington sa perfettamente che, mantenendo la pressione su questo centro nevralgico, mantiene il suo posto di padrone del gioco nella sicurezza europea.

Vittoria in manovra

Nel dicembre 2013, durante le manifestazioni contro il presidente ucraino che si era rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’UE, il vicesegretario di Stato americano per gli affari europei è sceso in modo spettacolare nell’arena. Victoria Nuland si è unita a Independence Square con un grande sacchetto di plastica in mano, da dove ha distribuito i biscotti ai manifestanti. Lo stesso Nuland aveva spiegato al Senato degli Stati Uniti, appena un mese prima, come Washington stesse facendo pressioni sugli europei affinché offrissero questo accordo a kyiv, un accordo redatto in modo tale da poter essere visto solo come una provocazione al Cremlino. Poche settimane dopo, l’audio della conversazione telefonica tra Victoria Nuland e l’ambasciatore americano a Kiev è trapelato alla stampa; li sentiamo orchestrare la composizione del futuro governo ucraino. Fu in questo scambio che il vicesegretario di Stato pronunciò l’ormai famosa frase“Al diavolo l’Ue” , diceva in un linguaggio molto più colloquiale.

Allo stesso tempo, questo ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO ha affermato, durante una conferenza d’affari, che Washington aveva investito 5 miliardi di dollari in Ucraina per promuovere “istituzioni democratiche e altri obiettivi”. Ora sottosegretario n. 3 del Dipartimento di Stato per gli affari politici, ha detto al Financial Times che l’America ha non meno di 18 scenari nella manica se gli Stati Uniti dovessero invadere l’Ucraina attraverso Mosca. È anche lei ad affermare che il gasdotto Nord Stream 2 appena ultimato, tra Germania e Russia, verrà bloccato se necessario, anticipando allegramente qualsiasi annuncio ufficiale da parte tedesca. Incoraggia anche l’intensificazione delle consegne di armi “difensive letali”., compresi i missili antiaerei e anticarro, a Kiev, dicendo di voler rendere “una lotta molto sanguinosa” per la Russia.

Continuità americane

Capo di stato maggiore del Dipartimento di Stato sotto l’amministrazione Clinton, consigliere del vicepresidente Cheney sotto George W. Bush, Victoria Nuland incarna perfettamente il consenso bipartisan ampiamente predominante che regna su questi argomenti a Washington. Come si spiega questa coerenza quando, a 30 anni dalla fine della Guerra Fredda, la principale preoccupazione per gli Stati Uniti non è più la Russia – relegata nei documenti ufficiali allo stato di “disturber” – ma la Cina? E che, nella sua strategia di difesa nazionale, l’America non aspira nemmeno più a poter combattere due grandi guerre contemporaneamente?

In realtà, è proprio pensando alla Cina che Washington sta lavorando ancora di più per mantenere le posizioni acquisite in Europa. Perché la cosa principale, per l’America, è la sua politica di contenimento di Pechino, e la leva europea è fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Tuttavia, senza lo spettro del pericolo russo, c’è il rischio che i suoi alleati europei gli sfuggano. D’altra parte, se la minaccia russa è forte, gli europei si schierano dietro agli Stati Uniti. In primo luogo, gli alleati orientali si precipitano sotto la loro ala protettiva, anche se ciò significa mettere, come ha detto il presidente Valéry Giscard d’Estaing,  “la fedeltà atlantista al di sopra dell’attaccamento al sistema europeo”. In secondo luogo, in un clima di animosità, essendo i legami di cooperazione gravemente ostacolati, Parigi e Berlino si trovano politicamente (ed economicamente) tagliate fuori dalla Russia. Divisi tra loro, isolati dalla Russia, gli europei sono quindi – fintanto che la questione russa resta in cima al conto – lontani anni luce dalle loro recenti ambizioni di autonomia.

L’eccellente specialista in politica estera e di sicurezza russa, Jean-Christophe Romer, parla giustamente dell’interesse degli Stati Uniti a “impedire una vera unificazione dell’Europa da Brest a Vladivostok – dove l’Ucraina avrebbe potuto fungere da ponte – e quindi un forte riavvicinamento tra l’UE e la Russia. Questa unificazione costituirebbe una competizione inaccettabile per Washington..[1] Tanto più che l’attuale status quo gli conferisce molteplici vantaggi, a cominciare dagli acquisti di armi americane da parte degli alleati, a cui si aggiungono le importazioni di gas naturale liquefatto (il cui volume aumenterebbe esponenzialmente se alcuni paesi, Germania in primis, riducessero ciò che Washington diffama come la loro eccessiva dipendenza energetica dalla Russia). Più in generale, ogni volta che una controversia commerciale contrappone l’UE agli Stati Uniti, molte voci europee si levano per spiegare che un tale fascicolo non merita di “mettere in pericolo le relazioni transatlantiche” . Non c’è da stupirsi che Washington sia soddisfatta dell’attuale stato delle cose e preferisca mantenere la Russia e l’UE il più distanti possibile.

La Nato è l’origine del male

Per realizzare questa strategia americana, la NATO è uno strumento privilegiato. Gli Stati Uniti occupano una posizione dominante innegabile lì, e questa ex controparte del tardo Patto di Varsavia irrita la Russia al massimo grado. Il peccato originale fu la rottura della promessa – a lungo negata in Occidente, ma confermata dall’apertura degli archivi – fatta a Gorbaciov, in base alla quale l’Alleanza non si sarebbe estesa “per un centimetro” verso Oriente…[2] Da allora, come se nulla fosse, il numero degli Stati membri è quasi raddoppiato, dai 16 di allora ai 30 di oggi. E per rassicurare i nuovi paesi, provenienti dall’ex blocco sovietico, la Nato ha installato sempre più le sue infrastrutture, il suo quartier generale, le sue esercitazioni ei suoi missili più a est.

Ultimamente, sempre più esperti americani si stanno rendendo conto dei danni di questo approccio “tutto o niente” , che è andato avanti senza considerare alcuno status speciale per i nuovi membri, né limiti o garanzie particolari.[3] Lo stesso presidente del prestigioso Council on Foreign Relations, Richard Haass, ammette:“L’allargamento della NATO verso est è stata la politica più significativa e controversa del periodo successivo alla Guerra Fredda. Che la NATO continui ad esistere, o anche che si espanda, non è stato scritto in anticipo”. Da parte sua, avrebbe preferito vedere un rafforzamento del programma di Partenariato per la Pace degli anni ’90, che abbracciasse, attorno all’Alleanza Atlantica, i paesi dell’Europa orientale, compresa la Russia. La decisione del presidente Clinton di aprire le porte alla NATO ha presto eliminato tale opzione. Secondo Haass, “la scelta dell’allargamento ha avuto un ruolo nell’alienazione di Mosca” .[4]

Questa tendenza è culminata nel vertice dell’Alleanza a Bucarest nel 2008, la cui dichiarazione finale parlava del futuro del codice per l’adesione di Ucraina e Georgia, senza però dare una data precisa. Al termine di un burrascoso dibattito, il consigliere americano per la sicurezza nazionale aveva deciso: “Dobbiamo far capire alla Russia che la Guerra Fredda è finita e che l’ha persa” . La storica Mary Elise Sarotte paragona la politica americana dell’ultimo quarto di secolo, spingendo per l’allargamento della NATO, a una ruota a cricchetto: ad ogni nuova svolta, anche la più insignificante, le tacche impediscono ogni ritorno sui binari, non possiamo che continuare sempre nella stessa direzione. [5] Anche se ciò significa inimicarsi la Russia e fomentare divisioni all’interno dell’Alleanza.

Europa, parco giochi

È un ovvietà: i paesi europei hanno spesso atteggiamenti diametralmente opposti nei confronti della Russia. Da un lato i baltici, i polacchi, i romeni, i bulgari temono soprattutto una rinascita del potere russo e desiderano sfruttare gli equilibri di potere favorevoli alla NATO per creare le condizioni che lo proibiscano. Dall’altro, Germania, Francia, ma anche Spagna e Italia, sono certamente critiche nei confronti di Mosca, ma aspirano a un approccio più equilibrato. Questi paesi non credono che la stabilità del continente dipenda dal radicamento della Russia, al contrario, l’umiliazione è vista come una fonte di tensione, e sono anche più sospettosi della particolare agenda degli Stati Uniti. .

In effetti, la politica ufficiale di Washington continua ad essere guidata dal desiderio di mantenere la sua posizione di tutela in Europa – e alcuni paesi europei, credendo che l’America sia il loro unico e unico protettore, fungono da intermediari. In questo contesto, l’ambizione della presidenza francese dell’Ue, ovvero “realizzare una proposta europea che costruisca un nuovo ordine di sicurezza e stabilità” è simile alla quadratura del cerchio. Secondo il presidente Macron, intervenuto al Parlamento europeo sull’argomento: “Dobbiamo costruirlo tra gli europei, quindi condividerlo con i nostri alleati nel quadro della NATO. E poi offrilo alla Russia per la trattativa”. Solo che qualsiasi accordo che normalizzi i rapporti con Mosca, grazie a garanzie di sicurezza reciproca, ridurrebbe meccanicamente l’importanza, e quindi l’influenza, dell’America con i suoi alleati europei…

***

[1]Jean-Christophe Romer, Russie-Europe: des malentendus paneuropéens, L’Inventaire, 2016.
[2]National Security Archives, NATO Expansion: What Gorbaciov ha sentito?, Washington DC, 12 dicembre 2017.
[3]ME Sarotte, Contenimento oltre la Guerra Fredda – Come Washington ha perso la pace post-sovietica, Affari esteri, novembre/dicembre 2021 ; Michael Kimmage, È ora che la NATO chiuda i battenti – L’Alleanza è troppo grande – e troppo provocatoria – per il suo bene, Affari esteri, 17 gennaio 2022.
[4]Richard Haass, Un mondo allo sbando: la politica estera americana e la crisi del vecchio ordine, Penguin Press, 2017.
[5]ME Sarotte, Not one inch – America, Russia, and the making of post-guerra fredda stallo, Yale UniversityPress, 2021.

Hajnalka Vincze, Europeans Facing the Old-New American Foreign Policy, Impegno n. 134 (primavera 2022) , ASAF (Associazione di supporto dell’esercito francese).

https://hajnalka-vincze.com/list/etudes_et_analyses/617-des_biscuits_et_des_missiles_en_ukraine_le_triangle_washingtoneuroperussie

1 50 51 52 53 54 85