Italia e il mondo

Con l’uccisione di Seif al-Islam, svanisce l’unica opzione credibile per la riunificazione della Libia_di Bernard Lugan Commento di Giuseppe Germinario

Una settimana fa, il 3 febbraio, è stato assassinato a Zintan, a sud-est di Tripoli, Seif al-Islam Gheddafi. Si chiude, quantomeno si vorrebbe chiudere, il tragico cerchio tracciato con l’assassinio brutale di suo padre, Muammar Gheddafi nel 2011. A determinare la fine di Seif avrà contribuito sicuramente la tentazione di recuperare o estorcere da parte di qualche banda o clan locale parte del tesoro nascosto detenuto dalla famiglia. Non bisogna dimenticare che gran parte di quelle ricchezze sono state congelate all’estero nei depositi dei cosiddetti liberatori della Libia dalla dittatura; il sospetto che in realtà buona parte di quei beni, in particolare in Francia e Regno Unito, si siano già dileguati o rimangano preda agognata dei liberatori si insinua perniciosamente. Gli antefatti trapelati negli anni scorsi che hanno visto coinvolti alte cariche de “la Republique” sono un utile indizio all’individuazione prosaica dei moventi che hanno spinto a queste azioni così scellerate.

Sarebbe, però, riduttivo attribuire all’avidità e allo spirito predatorio dei singoli soggetti politici la motivazione e il successo in simili azioni così infami, pur poco originali. Trovano spazio in dinamiche e cicli di lungo periodo. Nella fattispecie, in Libia, nella gestione e nel condizionamento del moto indipendentista da parte delle potenze straniere: da una parte il mondo anglosassone, del Regno Unito in particolare, artefice di un sistema similconfederale di accordo tra le tribù e i clan che lasciasse grande spazio alla autonomia e alle rivalità tribali e claniche circoscritte da una debole monarchia, rappresentata nel dopoguerra sino al ’69 da re Idris; dall’altra la costruzione di una struttura statale più centralizzata sostenuta dai due clan libici più importanti e corroborata dalla istituzione di un consiglio tribale e clanico che raccogliesse le istanze di tutti i gruppi presenti nel paese. Il regime di Gheddafi è stato l’espressione vincente di questa ultima dinamica, favorita dal bipolarismo e dall’esistenza del movimento terzomondista. Ci hanno pensato i franco-britannici, con l’accondiscendenza degli Stati Uniti di Obama e l’iniziale diffidenza dei turchi, a rompere dopo lunga gestazione, con presenza discreta sul posto di proprie truppe speciali, il giocattolo unitario libico. Una operazione che è riuscita a dissolvere, ma non a ricostruire, ammesso che lo si sia voluto, su basi più tenui una parvenza di stato unitario. In questo quindicennio gli attori internazionali presenti sul terreno, a cominciare dalla Turchia, si sono moltiplicati parimenti al numero delle fazioni in loco che ambiscono al primato e alla vendetta, a cominciare dal clan di Misurata, eterno perdente dei decenni precedenti.

E l’Italia!? La classe dirigente e le leadership politiche si stanno cacciando ormai da tempo, progressivamente nella stessa situazione sperimentata tragicamente piu volte, con le sole eccezioni del periodo di Cavour e Giolitti, anche se in tono minore rispetto ai tracolli catastrofici della Germania. Con l’inchino a Obama e alla sua velenosa concessione di “caduta in piedi” Berlusconi ha ceduto alle “frattinate” del suo ministro degli esteri partecipando a pieno titolo, molto più di quanto la narrazione abbia lasciato intendere, alla infamia dell’intervento in Libia. Una adesione che, al netto dei pesanti ricatti personali subiti, avrebbe potuto essere evitata e addirittura dovuto ostacolare tanto da contrapporre con un po’ di astuzia e determinazione almeno nella fase preliminare dell’operazione atti contrari, quando l’intervento alleato era svolto ancora in modalità coperta e poteva subire una battuta di arresto senza eccessivi danni di immagine. Il ruolo dell’Italia è proseguito sulla stessa falsariga di quello alla exJugoslavia di tredici anni prima, ma con minori contrasti interni ed effetti ancora più disastrosi ed irreversibili
Il danno economico provocato all’economia italiana è stato pesante, quantificabile in una perdita immediata di circa centoquarantamila posti di lavoro
Si registra una prima perdita di controllo dei flussi migratori da aree problematiche nella loro gravità
Nel medio periodo, aspetto ancora più significativo, si innesca una dinamica di progressiva riduzione della diversificazione delle forniture energetiche a basso costo e dai flussi garantiti
Tra questi tre esiti, pur nella loro gravità, manca quello più importante e strategico. l’Italia, a partire dagli anni ’90, ma soprattutto dall’intervento in Libia, si è allontanata progressivamente da un ruolo attivo e relativamente autonomo nel suo vicinato, nella fattispecie dal Mediterraneo, dal Nord Africa e Medio Oriente e dai Balcani, sino ad essere risucchiata progressivamente e supinamente nelle politiche e nella aggressione russo roba all’estremo lembo orientale dell’Europa.
Eppure le occasioni per ritagliarsi almeno in Africa e in Libia un ruolo più autonomo non sono mancate, a cominciare dalla possibilità di sostenere l’uomo politico più popolare in Libia, fautore credibile di una riconciliazione e riunificazione di quel paese da costruire sulla concreta base sociale di quel paese, Saif al Islam Gheddafi. Lugan descrive molto bene, nel suo articolo e in numerosi altri testi e libri, quel contesto, anche se spesso e volentieri glissa volentieri, direi comprensibilmente, sulle ragioni politiche delle scelte dei leader del suo paese.

Il governo Meloni, in particolare la leader, non ostante la retorica della difesa dell’interesse e del protagonismo nazionali, non si è di fatto significativamente distaccata da queste dinamiche adottate per altro più o meno convintamente da tutti gli ultimi governi. Ha scelto di collocarsi, per reazione all’atteggiamento ostile, apertamente della Francia e subdolo della Gran Bretagna nei suoi confronti, all’ombra della Turchia, imbarazzante nella sua pochezza e nella sua manifestazione di debolezza.
Una spia, un campanello di allarme che dovrebbe porre sotto una luce diversa, se non proprio opposta, altri atti presentati, altrimenti, dalla stessa come momenti di svolta rivoluzionari e innovativi, pur nuovi rispetto all’immobilismo dei governi tecnici e di centrosinistra.
Tra questi:
Il piano Mattei sull’Africa, in realtà vissuto scarsamente di luce propria e dipendente in larga misura dai finanziamenti veri e presunti dei fondi statunitensi

Le inspiegabili, politicamente gratuite e compiacenti, cessioni azionarie ai fondi americani di ENI, Poste Italiane, e rete telefonica primaria
Ultimo aspetto, forse il più geopoliticamente significativo: la possibile adesione, sollecitata recentemente dalla Commissione Esteri della Camera, al cosiddetto Trimariun che dovrebbe collegare in uno stretto sodalizio i paesi che corrono dal mar Baltico, al mar Nero, al mare Adriatico. Occorre spendere su questo qualche parola in più. Il documento prodotto dalla Commissione enfatizza i vantaggi economici e commerciali di tale adesione: renderebbe il porto di Trieste strategico nella sua collocazione, perché lo renderebbe un hub indispensabile a garantire e intersecare i flussi verso l’Europa Orientale, con quelli verso il Centro Europa e quelli che si dipartono oltre Atlantico, in particolare verso gli Stati Uniti. Tutto vero! Rimangono però due aspetti non proprio secondari da considerare: chi avrà in mano l’effettiva gestione del porto di Trieste? Ancora più importante da sottolineare è il fatto che il Trimariun, altrimenti detto Intermarium, assume finalità e scopi principalmente militari di separazione definitiva e contrapposizione ostile alla Russia. È soprattutto una cintura e un corridoio militare promosso dai paesi più bellicisti dell’Europa Orientale, una sorta di cordone sanitario. Per gli interessi strategici e le priorità nazionali Italiane avrebbe senso una collaborazione esterna sugli aspetti economici civili all’iniziativa piuttosto che una adesione politicamente costrittiva al consorzio. Una faciloneria, o presunta tale nei suoi aspetti subdoli che rischia di trascinare ancora una volta l’Italia in conflitti contrari e opposti ai propri interessi  Buona lettura, Giuseppe Germinario

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Nominato il 14 settembre 2015 dal Consiglio Supremo delle Tribù della Libia come suo rappresentante legale, quindi unico autorizzato a parlare a nome delle vere forze vive della Libia che sono le tribù, candidato alle elezioni presidenziali libiche, Seif al-Islam era l’unico in grado di ricostituire l’alchimia tribale polverizzata dall’ingiustificabile intervento militare franco-NATO del 2011. Poteva farlo perché era legato da vincoli di sangue sia alla grande confederazione tribale degli Awlad Sulayman della Tripolitania da parte di padre, sia a quella dei Sa’adi della Cirenaica da parte di madre. Attraverso la sua persona, era quindi possibile ricostituire l’ordine istituzionale libico smantellato dalla Francia e dalla Gran Bretagna in nome della «democrazia» e dei «diritti umani».

Oggi è illusorio pretendere di ricostruire la Libia senza tenere conto dell’archeologia e persino dell’alchimia tribale su cui si basano tutte le definizioni culturali, politiche, sociali, economiche e religiose del Paese. Tuttavia, poiché la soluzione passa attraverso la riattivazione del sistema politico-tribale costruito dal colonnello Gheddafi, e non attraverso l’imposizione di un sistema democratico “alla occidentale”, l’annuncio della morte di Seif al-Islam, figlio del defunto colonnello, non è una buona notizia per il futuro della Libia. Seif al-Islam, che aveva il sostegno del consiglio delle tribù, era infatti l’unico in grado di ricostituire il sottile sistema politico creato da suo padre, poiché attraverso la sua persona era possibile ricostituire l’ingranaggio delle alleanze tra le due principali confederazioni tribali del Paese.

Con una superficie di 1.759.540 km² e una popolazione di quasi 7 milioni di abitanti nel 2021, la Libia è un’immensità vuota. Più del 90% dei libici vive in città e oltre l’80% è concentrato lungo la costa mediterranea. La Libia, che fa parte sia del Maghreb che del Mashreq, è costituita da tre aree con forti caratteristiche geografiche, umane, storiche, politiche ed economiche:

1) A ovest, la Tripolitania con la capitale Tripoli, è delimitata a nord dal Mediterraneo. La regione è chiusa sui suoi tre lati terrestri da tre vasti complessi desertici: a sud l’immenso altopiano roccioso della Hamada el Hamra, a ovest le dune del Grand Erg Oriental e a est, separandola dalla Cirenaica, la regione delle Sirti (sabbia in greco), che costituisce un avamposto del Sahara verso il Mediterraneo. A sud delle Sirte, nella depressione della Joffra, le tre oasi di Waddan, Hun e Sukna presentano pascoli e palme.

A nord, il Jebel Nefusa, che raggiunge un’altitudine massima di 837 metri e presenta una vegetazione tipicamente mediterranea, è separato da scarpate rocciose che dividono pianure e altipiani dalla stretta pianura costiera della Djefara. Quest’ultima, che nasce nel sud della Tunisia, è come stretta in una morsa tra il Mediterraneo e il Jebel, che digrada in un vasto altopiano che scende verso sud. A sud, la Tripolitania è costituita da una vasta regione particolarmente inospitale,

2) A est, separata dalla Tripolitania da un blocco sahariano largo oltre 1000 chilometri, la Cirenaica, con capoluogo Bengasi, guarda verso l’Egitto. La regione è dominata dal Jebel Akhdar (la montagna verde). Lungo circa 300 chilometri e largo circa 100, quest’ultimo è formato da due creste parallele separate da un altopiano la cui larghezza varia da 3 a 25 chilometri e che digrada dolcemente verso sud su regioni sempre meno piovose fino al deserto. Tra la parte bassa del Jebel e il mare si estende una stretta fascia costiera la cui larghezza massima è di 20 chilometri alle spalle di Bengasi. Grazie alla presenza del Jebel Akhdar, la regione riceve tra i 300 e i 500 mm di pioggia all’anno.

3) Il Fezzan è una regione bassa occupata in gran parte da vaste distese di dune, gli edeyen (erg), che formano le due grandi depressioni di Mourzouk e Oubari. L’edeyen di Mourzouk ha una superficie di circa 60.000 km² completamente desertica. Nel sud del Fezzan, i serir, regioni pianeggianti dal terreno soffice, sono altrettanto inospitali. A sud-est, la regione di Koufra con le sue oasi è isolata alla fine di una pista racchiusa tra due mari di sabbia. La traversata del Fezzan, o Sahara libico, avveniva tradizionalmente seguendo corridoi tracciati da linee di oasi incastonate in altipiani rocciosi e immense distese di dune ostili.

Dal punto di vista economico, la Libia è il settimo produttore mondiale di petrolio e detiene il 3,5% delle riserve mondiali accertate. Il petrolio libico è di buona qualità, facile da estrarre e poco costoso, poiché lo sfruttamento avviene principalmente sulla terraferma. Esistono pochi giacimenti in sfruttamento in mare. Di conseguenza, i costi tecnici sono bassi. La Libia occupa il 22° posto nella classifica mondiale per il gas, ma il grande potenziale libico in questo settore è ancora largamente sottoutilizzato per ragioni economiche e di sicurezza. La Libia è teatro di un complesso gioco di influenze tra numerosi paesi a causa delle sue potenzialità energetiche (gas e petrolio), ma anche per la sua posizione geografica.

La guerra insensata scatenata contro il colonnello Gheddafi nel 2011 è stata seguita dalla rovina di un paese prospero, dalla sua divisione territoriale e da una guerra civile atroce. Oggi, la situazione della sicurezza in Libia è ancora fortemente deteriorata. Gli scontri armati sono frequenti. Anche le zone di confine con Niger, Ciad, Sudan, Tunisia e Algeria sono instabili. La Libia è oggi un paese frammentato da diversi conflitti.

La grande originalità politica della Libia è che si tratta di una società con due dinamiche, quella del potere e quella delle tribù. La costante socio-politica è la debolezza del potere rispetto alle tribù. Numerose decine, se contiamo solo quelle principali, ma diverse centinaia se prendiamo in considerazione tutte le loro suddivisioni, le tribù libiche sono raggruppate in çoff (alleanze o confederazioni) con alleanze tradizionali mutevoli all’interno delle tre regioni che compongono il Paese.

Tradizionalmente, le tribù più forti agivano come veri e propri “apripista” poiché controllavano gli immensi corridoi di nomadizzazione dell’asse Mediterraneo-Fezzan. Le tribù più deboli praticavano invece un semi-nomadismo regionale.

Il colonnello Gheddafi aveva mantenuto il sistema tribale, inquadrandolo però in un sistema amministrativo moderno, con prefetture (muhāfazāt) e comuni (baladīyat). Coloro che nel 2011, in nome dell’ingerenza democratica, hanno rovesciato il suo regime hanno fatto a pezzi questa sottile alchimia tribale e provocato direttamente il caos.

In Libia, la realtà politica si basa infatti sull’equilibrio e sui giochi di potere tra le confederazioni tribali e regionali. In Libia esistono tre grandi confederazioni tribali (coff o saff): la confederazione Sa’adi nella Cirenaica, la confederazione Saff al-Bahar nel nord della Tripolitania e la confederazione Awlad Sulayman che occupa la Tripolitania orientale e interna, nonché il Fezzan.

Il colonnello Gheddafi aveva fondato il suo potere sull’equilibrio tra questi tre grandi çoff. Proveniente dalla tribù dei Qadhadfa, il cui centro è la città di Sebha, Muammar Gheddafi sposò una Firkeche, un clan della tribù reale dei Barasa, un matrimonio che gli permise di stringere un’alleanza tra i Qadhafda e le grandi tribù della Cirenaica legate ai Barasa. Il suo potere si estese quindi a tutta la Libia, poiché si basava sulle tre grandi confederazioni tribali del Paese:

– quella della Cirenaica con la confederazione Sa’adi che riunisce le tribù alleate dei Barasa,

– quella del corridoio che va dalle Sirti al Fezzan e al Ciad, con una propria confederazione, quella degli Awlad Sulayman (Ouled Slimane).

– quella della Tripolitania settentrionale attraverso la confederazione al-Bahar, grazie ai suoi alleati, i Margarha di Sebha, il cui centro è la città di Waddan, a circa 280 km a sud di Sirte.

Al di là di una nuova guerra di tutti contro tutti e delle schiere democratiche, oggi sono possibili due opzioni: o la ricostruzione di uno Stato forte, o la presa in considerazione delle realtà confederali.

1) La ricostituzione di uno Stato forte è un’opzione che implicherebbe un ritorno alla situazione precedente con l’emergere di un nuovo «colonnello Gheddafi» in grado di riunificare il Paese. L’assassinio di Seif al-Islam rende questa opzione irrealizzabile.

2) La costituzione di due poli confederati (Tripolitania e Cirenaica), che sancirebbe il riconoscimento ufficiale della frammentazione della Libia, ma avrebbe il vantaggio di circoscrivere le lotte di potere all’interno di due regioni e quindi di limitare l’effetto domino regionale. Oggi, due governi si contendono il potere: il governo di unità nazionale (GNU) con sede a Tripoli, nella parte occidentale del Paese, guidato da Abdelhamid Dbeibah e riconosciuto dall’ONU, e le autorità di Bengasi, nella parte orientale, controllate dal maresciallo Haftar e dai suoi figli, che hanno esteso la loro presenza militare nella parte meridionale del Paese.

Finora tutti i tentativi di pace sono falliti perché, come diceva Albert Einstein, «non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che lo ha generato». Tuttavia, allontanandosi come sempre dalla realtà, la «comunità internazionale» persiste nei suoi due errori principali:

1) Le tribù, uniche vere forze politiche del Paese, sono in realtà escluse dal processo politico.

2) L’unica soluzione proposta è ancora una volta un programma elettorale. In altre parole, solo chiacchiere…

Né le milizie della Tripolitania né la città di Misurata vogliono sentir parlare della fine della loro autonomia. Questa ricca e potente città situata all’estremità orientale della Tripolitania è storicamente, culturalmente, religiosamente, politicamente e militarmente orientata verso la Turchia.  Vuole assumere il controllo della Tripolitania per poter affrontare direttamente la confederazione tribale della Cirenaica, con cui è in rivalità secolare. Se la Turchia sostiene il governo di Tripoli e dispone di basi militari nella regione, la Russia e l’Egitto fanno lo stesso con il generale Haftar in Cirenaica.

La “nuova linea dura” di Putin?(1,2,3)_di Gordon Hahn

La “nuova linea dura” di Putin?

Gordon Hahn20 gennaio∙Pagato
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Diversi acuti osservatori delle relazioni internazionali, della diplomazia, delle relazioni russo-occidentali e della guerra NATO-Russia in Ucraina – ad esempio, il perspicace Alexander Mercouris – sostengono che il discorso del presidente russo Vladimir Putin del 15 gennaio, durante la cerimonia di accettazione delle credenziali dei nuovi ambasciatori a Mosca, abbia segnato una nuova linea dura. La nuova linea, secondo questi osservatori, era evidente nell’insistenza di Putin affinché l’Occidente coinvolgesse la Russia nei colloqui su una nuova architettura di sicurezza per l’Europa. Personalmente, non riesco a vedere in questo discorso nulla che rappresenti una nuova linea dura. Piuttosto, vedo una manifestazione di una possibile nuova linea dura nell’escalation della guerra aerea russa contro l’Ucraina, ma anche qui dubito del significato di un’eventuale intensificazione dello sforzo bellico da parte del Cremlino e del suo collegamento con le recenti escalation tra Ucraina e Occidente.

La versione della “nuova linea dura” è che si tratti della risposta di Mosca al tentato assassinio di Putin con un drone nella sua residenza di Valdai, dove alcune fonti sostengono che non fosse localizzato al momento in cui Kiev ha lanciato circa 91 droni in direzione della residenza, nonché alla guerra tra Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina contro le petroliere che trasportavano petrolio russo e all’attacco ucraino di Capodanno a un hotel a Khorly, nella regione di Kherson, in cui sono morti circa 25 civili ( https://www.theguardian.com/world/2026/jan/01/new-year-drone-strike-kills-24-in-russian-occupied-ukraine-moscow-says ). Si sostiene inoltre che Putin sia rimasto bloccato in consultazioni per la prima decade di gennaio per elaborare una nuova linea dura e una risposta a questi attacchi.

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Per quanto riguarda il presunto attentato al presidente Putin del 28 dicembre , è improbabile che il Cremlino possa capire se il presidente statunitense Donald Trump fosse un partecipante volontario o un inganno della CIA nel complotto per incastrare Putin dopo la loro telefonata prima dell’incontro con il leader ucraino Volodomyr Zelenskiy. In questo racconto, Trump chiamò Putin prima dell’incontro con Zelenskiy e gli chiese di rimanere al suo posto in modo da poterlo contattare sui risultati dell’incontro. In questo modo, Putin rimase al suo posto mentre i droni venivano puntati su Valdai durante l’incontro Trump-Zelenskiy. A mio avviso, è più probabile che, se Putin si trovava effettivamente a Valdai e Trump lo avesse “incastrato” in quella località, allora si sia trattato di una macchinazione messa in atto dal direttore della CIA John Radcliffe, dal segretario Marco Rubio e forse da altri funzionari dell’amministrazione per intrappolare Trump nel complotto e rovinare le relazioni tra Stati Uniti e Russia. Un simile affondamento, tra l’altro, sarebbe stato prevedibile indipendentemente dal fatto che Putin fosse stato assassinato, non assassinato ma a Valdai, o meno a Valdai. In ogni caso, Trump può essere considerato un complotto per assassinare Putin, soprattutto dai funzionari russi più americanofobi, e Putin deve ora nutrire seri dubbi sulla fiducia nella sua controparte americana. Quindi, senza dubbio, l’episodio dell’assassinio è certamente un motivo per il Cremlino di indurire la sua linea. Tuttavia, va ricordato che, nonostante queste oscure possibilità, il Cremlino è pronto a ricevere il capo negoziatore di Trump, Steven Whitkoff, e Jared Kushner. Pertanto, la nuova linea dura potrebbe essere molto più dura.

Va anche tenuto presente che la guerra delle petroliere contro le esportazioni di petrolio russo ha raggiunto il culmine a fine dicembre, prima della pausa di Capodanno di Putin a inizio gennaio. Quindi anche questo è uno dei fattori che hanno spinto Putin a adottare una nuova linea dura, la cui durezza non dovrebbe essere esagerata.

Il discorso di Putin del 15 gennaio non rivela alcun cambiamento di atteggiamento nei confronti degli americani o del presidente Trump. Nessuno dei due viene nemmeno menzionato. Anzi, anziché essere una dichiarazione spartiacque di una nuova linea dura, il discorso di Putin non è stato altro che una serie di affermazioni stereotipate tipiche del presidente. Il passaggio rilevante, che segue il ricordo ai nuovi ambasciatori dell’importanza della Carta delle Nazioni Unite, recita:

“  La sicurezza deve essere veramente completa, e quindi uguale e indivisibile, e non può essere garantita per alcuni a scapito della sicurezza di altri. Questo principio è sancito nei documenti giuridici internazionali fondamentali.

Trascurare questo principio fondamentale e vitale non ha mai portato a nulla di buono e non porterà mai a nulla di buono. Lo ha dimostrato chiaramente la crisi in Ucraina, che è stata il risultato diretto di anni di ignoranza dei legittimi interessi della Russia e di una politica deliberata di creare minacce alla nostra sicurezza, spostando il blocco NATO verso i confini russi, contrariamente alle promesse pubbliche che ci erano state fatte.

“Voglio sottolineare questo: contrariamente alle promesse pubbliche che ci sono state fatte, vorrei ricordarvi che la Russia ha ripetutamente preso iniziative per costruire una nuova, affidabile ed equa architettura di sicurezza europea e globale. Abbiamo offerto opzioni e soluzioni razionali che potessero soddisfare tutti in America, Europa, Asia e in tutto il mondo.

“Riteniamo che varrebbe la pena tornare alla discussione di fondo per consolidare le condizioni affinché si possa raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, e prima sarà, meglio sarà.

Il nostro Paese si batte proprio per una pace duratura e sostenibile che garantisca in modo affidabile la sicurezza di tutti. Non ovunque, compresa Kiev e le capitali che la sostengono, siamo pronti a questo. Ma speriamo che la consapevolezza di questa esigenza arrivi prima o poi. Nel frattempo, la Russia continuerà a raggiungere con coerenza i suoi obiettivi. Allo stesso tempo, vorrei sottolineare ancora una volta e chiedervi di tenere conto nelle vostre attività che la Russia è sempre aperta a costruire relazioni paritarie e reciprocamente vantaggiose con tutti i partner internazionali per il bene della prosperità, del benessere e dello sviluppo universali” ( http://kremlin.ru/events/president/news/79011 ) .

Non c’è nulla in questa dichiarazione che Putin non abbia già ripetuto più volte. In un certo senso, è un riassunto della storia recente, che allude implicitamente alle offerte di Mosca del 2008 e del 2021 a Washington per negoziare una nuova architettura di sicurezza per l’Occidente e la Russia.

Inoltre, il Cremlino ha perseguito un riavvicinamento con gli Stati Uniti fin da quando la nuova amministrazione Trump ha sollevato l’idea all’inizio. Il percorso USA-Russia non ha incluso una discussione più ampia sull’architettura di sicurezza occidentale-russa a causa della riluttanza dell’Europa a coinvolgere la Russia, se non attraverso la continua guerra condotta da un’Ucraina sempre più in rovina. Il percorso USA-Russia ha discusso l’espansione della NATO, nonché il ripristino diplomatico, il potenziale commercio, l’Artico e presumibilmente le questioni relative alle armi nucleari, con il New START destinato a scadere tra poche settimane. Quindi non c’è nulla di nuovo nelle proposte di Putin per negoziare una nuova infrastruttura di sicurezza per
La Russia e l’Occidente, la cui mancanza – insieme al Maidan sostenuto dall’Occidente
putsch e l’espansione di fatto della NATO in Ucraina — è stato visto da Mosca come
rendendo necessaria la sua speciale operazione militare in Ucraina.

Ora, se c’è un’escalation, allora è da ricercare sul campo di battaglia piuttosto che nella retorica, in linea con l’approccio operativo standard di Putin. A differenza di Washington, Bruxelles e Kiev, eccessivamente concentrati sull’effetto sulle narrazioni e sul potere delle parole di creare nuove “realtà”, Putin è unicamente concentrato sui dettagli della conduzione di un’operazione militare speciale efficace, chirurgica e politicamente sicura.

Se c’è davvero una straordinaria escalation russa legata alle escalation dell’Occidente e dell’Ucraina di dicembre, allora può essere vista nell’intensificazione dell’operazione militare speciale russa, evidente nel secondo (e forse imminente terzo) utilizzo del temuto missile Oreshnik e nella guerra sempre più massiccia alle infrastrutture elettriche ucraine, che sta oscurando le principali città ucraine e provocando evacuazioni di massa da quelle città, in particolare dalla stessa Kiev. Ciò contribuirà a paralizzare la capacità di guerra dei droni dell’Ucraina, che ha colpito gli impianti petroliferi russi e le petroliere ed è stata impiegata nell’apparente tentativo o provocazione di “assassinio di Putin”.

Ma anche qui è difficile individuare un significativo incremento nella guerra aerea di Mosca contro l’Ucraina o la sua infrastruttura elettrica. L’Oreshnik è già stato utilizzato la scorsa estate; ora è stato utilizzato di nuovo. L’incapacità della rete elettrica ucraina è stata un processo graduale durato oltre un anno, con un effetto cumulativo che ha raggiunto
una massa critica proprio ora.

In sintesi, non vedo un’escalation smisurata e massiccia o una nuova linea dura da parte di Mosca. Piuttosto, vedo una continuazione della strategia sufficientemente metodica, mirata e ben ponderata di Putin per distruggere l’esercito ucraino, la sua capacità di combattimento e l’attuale configurazione del regime di Maidan, che persiste nel rifiutare un accordo con Mosca su richiesta dell’Occidente.

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La nuova linea dura di Putin? AGGIORNAMENTO

Risposta ai commenti di Alexander Mercouris del 21 gennaio 2021

Gordon Hahn22 gennaio
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Ieri, 21 gennaio, il sempre interessante e informativo Alexander Mercouris ha risposto sul suo podcast al mio articolo del giorno prima, dissentendo dalla sua interpretazione secondo cui Mosca avrebbe adottato una nuova linea dura in risposta all’apparente tentativo di assassinio con i droni del presidente Vladimir Putin del 28 dicembre 2025. In quell’articolo sostenevo che il discorso di Putin ai nuovi ambasciatori non conteneva

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Gordon Hahn·20 gennaio
La “nuova linea dura” di Putin?
Diversi acuti osservatori delle relazioni internazionali, della diplomazia, delle relazioni russo-occidentali e della guerra NATO-Russia in Ucraina, ad esempio il perspicace Alexander Mercouris, sostengono che la dichiarazione del 15 gennaio del presidente russo Vladimir Putin
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Nessuna nuova linea dura, ma piuttosto posizioni consolidate del Cremlino, e nessuna nuova linea dura è emersa né attraverso l’articolazione di una nuova posizione né attraverso nuove azioni politiche o militari. Nel suo podcast di ieri, Alexander ha riportato i commenti del consigliere per la politica estera di Putin, Yurii Ushakov, che ha parlato dell’intenzione di Putin di “rivedere” la posizione della Russia nei negoziati per porre fine alla guerra ucraina tra NATO e Russia. Alexander ha anche approfondito una frase in particolare nel discorso di Putin ai nuovi ambasciatori.

Per quanto riguarda la dichiarazione di Ushakov sui piani di Putin di rivedere la posizione russa, ciò sembra indicare l’intenzione di rivedere la posizione negoziale della Russia. È impossibile che qualsiasi revisione comporti un ammorbidimento di tale posizione, viste le recenti escalation tra Occidente e Ucraina. Tuttavia, l’intenzione non determina una politica, tanto meno un’attuazione. Al momento non abbiamo ancora formulato o messo in pratica una nuova linea dura, anche se potremmo benissimo vederne una.

Per quanto riguarda l’interpretazione di Alexander delle parole di Putin, ecco le frasi chiave che ha analizzato: ” La Russia ha ripetutamente preso iniziative per costruire una nuova, affidabile ed equa architettura di sicurezza europea e globale. Abbiamo offerto opzioni e soluzioni razionali che potrebbero soddisfare tutti in America, Europa, Asia e in tutto il mondo. Riteniamo che varrebbe la pena tornare alla loro discussione sostanziale per consolidare le condizioni che consentano di raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, e prima possibile “. Vorrei ribadire che questa è la reiterazione di una nuova posizione, con forse l’eccezione di una sfumatura, come ha osservato Alexander. Mosca si è a lungo opposta all’espansione della NATO e, come ho osservato nel mio articolo in disaccordo con la ragionevole aspettativa di Alexander di una nuova linea dura, ha proposto soluzioni per creare un’architettura di sicurezza completa per l’Europa che tenga conto degli interessi di sicurezza sia della Russia che dell’Occidente. Questo è assolutamente corretto. La sfumatura sembra emergere dal fatto che Putin leghi la ripresa dei colloqui su questa questione più ampia alla risoluzione della guerra ucraina tra NATO e Russia. La frase chiave riguarda la necessità di tornare su questa questione più ampia “al fine di consolidare le condizioni affinché si possa raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina “. Se con questo Putin intende che un accordo su una nuova architettura di sicurezza per l’Europa deve precedere, ed è una condizione per una soluzione della guerra, allora, in effetti, questo rappresenterebbe un cambiamento importante e un inasprimento della linea di Putin.

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Ma qui è opportuno fare due precisazioni. In primo luogo, la ripetuta affermazione russa, quasi fino alla nausea, secondo cui un accordo di pace richiede di “affrontare le cause profonde” del conflitto ha da tempo ribadito la necessità di un accordo sulle più ampie questioni di sicurezza europea, quali l’espansione della NATO e il ritiro dell’Occidente da vari trattati stipulati tra Mosca e Washington alla fine della Guerra Fredda (ABM, INF, Open Skies). In secondo luogo, non sono sicuro che Putin intendesse dire che un accordo su una più ampia sicurezza europea sia una nuova precondizione per un accordo di pace per l’Ucraina. In realtà, e come ho sostenuto dovrebbe essere, il processo di pace sponsorizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha operato su due binari de facto , se non de jure . Washington e Mosca hanno discusso del ripristino delle normali relazioni diplomatiche e commerciali e presumibilmente di questioni di sicurezza come il New START, in scadenza a breve. Sull’altro binario ci sono i colloqui indirettamente trilaterali tra Washington, Mosca e Kiev. Questi due binari sono infatti interconnessi, come Putin ben sa, dalla questione dell’espansione della NATO, che è apparsa in varie formulazioni nelle varie proposte o iniziative di trattato, con I russi ne chiedono la cessazione, in particolare all’Ucraina, e gli ucraini rifiutano di rinunciare al diritto di aderire all’Alleanza transatlantica o di pretendere garanzie di sicurezza simili a quelle dell’articolo 5 della NATO.

Sebbene non consideri la somma delle dichiarazioni di Ushakov e Putin come prova di una nuova linea dura imminente o già adottata a Mosca, non escludo a priori che una possa effettivamente essere qui o in arrivo. Ci sono semplicemente alcune sottili differenze nelle interpretazioni e nei livelli di certezza a cui mi attengo, Alexander e io. Per me, le parole sottolineate da Alexander sono certamente segnali importanti che potrebbero preannunciare esattamente ciò che Alexander si aspetta, ma potrebbero anche non esserlo. Inoltre, l’intento dichiarato non determina una politica.

La questione più importante in tutto questo è che se da Mosca emergesse una nuova linea dura – una che richiedesse un accordo più ampio sull’architettura di sicurezza o negoziati strutturati e seri su questa questione estremamente complessa come precondizione per un accordo sull’Ucraina – Kiev sarebbe destinata alla sconfitta. I fronti di difesa, l’esercito, il regime e persino lo Stato ucraino non sopravvivrebbero all’anno o più necessario a tali colloqui di sicurezza tra Russia e Occidente per giungere a un accordo, ammesso che un accordo sia possibile, dati i costanti sforzi degli europei per affossare qualsiasi accordo sull’Ucraina e prolungare la guerra fino alla partenza di Trump dalla Casa Bianca. In altre parole, se questa diventasse la nuova linea dura di Putin, allora avrebbe di fatto condannato i colloqui di pace al fallimento, che lo preferisca o no.

La nuova linea dura di Putin? Secondo aggiornamento

Risposta ai commenti di Alexander Mercouris del 3 febbraio

Gordon Hahn4 febbraio∙Pagato
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Vorrei tornare sulla questione se la Russia abbia o meno adottato una “nuova linea dura” in risposta al presunto attentato alla vita del presidente russo Vladimir Putin, rappresentato dal massiccio attacco con droni del 28 dicembre contro la residenza di Putin a Valdai, Novgorod. Ci sono stati diversi scambi di opinioni su questo tema tra Aleksandr Mercouris nel suo superbo podcast, me stesso e l’eccellente analista, attivista per la pace di lunga data ed ex analista della CIA Ray McGovern. Conosco entrambi, sia elettronicamente che virtualmente, e ascolto con entusiasmo i loro lavori, ma non li ho mai incontrati di persona. Inizialmente, ho risposto al podcast di Alexander, in cui proponeva l’esistenza di una nuova linea dura, basandosi sulla sua attenta e plausibile interpretazione di una dichiarazione di Putin e di un’altra del suo consigliere per la politica estera Yurii Ushakov ( https://gordonhahn.substack.com/p/putins-new-hardline-update?r=1qt5jg ; https://gordonhahn.substack.com/p/putins-new-hard-line?r=1qt5jg ; e ). Ray McGovern è intervenuto affermando che Alexander potrebbe interpretare in modo eccessivo le dichiarazioni russe da lui citate.

Sebbene abbia ritenuto che l’osservazione originale di Alexander, secondo cui si sta delineando una nuova e più dura linea russa, fosse una leggera interpretazione esagerata delle dichiarazioni da lui citate, ho ritenuto la sua interpretazione ragionevole, plausibile e potenzialmente accurata, anche se non sono d’accordo ( https://gordonhahn.substack.com/p/putins-new-hardline-update?r=1qt5jg ). Sarebbe certamente comprensibile se Mosca inasprisse il suo approccio in seguito a un simile attacco, ma l’intenzione dichiarata di attuare una linea più dura non è ancora una nuova politica di linea dura.

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Nel suo podcast del 3 febbraio, Alexander è tornato sull’argomento (

). Ha sostenuto che un documento del Ministero degli Esteri russo, modificato in un’intervista con Ushakov e pubblicato sul sito del ministero, costituisce un’ulteriore prova della nuova linea dura. Alexander si è concentrato sulla descrizione del regime ucraino di Maidan come una “cricca terroristica” come prova. Il documento non menzionava nulla riguardo all’inserimento del regime di Kiev in una lista di organizzazioni terroristiche designate, né tantomeno alcuna dichiarazione riguardante un inasprimento della posizione negoziale della Russia. Tuttavia, un anno fa la Russia ha aggiunto il capo dell’HRU e ora anche Capo di Gabinetto dell’Ufficio del Presidente, Kyryll Budanov, alla sua lista ufficiale o “Registro” di estremisti e terroristi ( https://www.kommersant.ru/doc/6494847?ysclid=ml868btvxf890538908 ). Inoltre, i funzionari russi hanno definito il regime di Maidan un terrorista e una giunta per oltre un anno. Nell’agosto 2024, il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha dichiarato che era “assolutamente chiaro” al Cremlino che il regime di Maidan è un “regime terrorista nazista” ( https://tass.ru/politika/21635725 ). Nell’aprile dello scorso anno, Lavrov ha accusato l’Ucraina di sostenere “gruppi terroristici” in Africa ( Italiano: https://iz.ru/1864740/2025-04-03/lavrov-zaiavil-o-podderzhke-ukrainoi-terroristov-v-sakhele ). Nel giugno dello scorso anno, dopo che le forze ucraine avevano fatto saltare i ponti a Bryansk e Kursk, in Russia, lo stesso Putin dichiarò: “Il regime illegittimo di Kiev sta degenerando in un’organizzazione terroristica”. “Nel tentativo di intimidire la Russia, la leadership di Kiev ha fatto ricorso all’organizzazione di atti terroristici. Allo stesso tempo, chiedono una sospensione delle ostilità per 30 o addirittura 60 giorni e un vertice. Ma come si possono tenere tali incontri in queste condizioni? Di cosa c’è da parlare? Chi, in generale, negozia con coloro che fanno affidamento sul terrore, con i terroristi?” ( https://meduza.io/news/2025/06/05/putin-vchera-rezhim-v-kieve-terroristy-a-kto-vedet-peregovory-s-terroristami-kreml-segodnya-v-kieve-konechno-terroristy-no-nado-prodolzhat-kontakty-na-rabochem-urovne?ysclid=ml87w6i3tw394397840 ) Il portavoce di Putin ha aggiunto: “Certo, il fatto che il regime di Kiev abbia acquisito tutti i segnali del terrorismo non potrà essere ignorato in futuro, se ne terrà conto. Ma sapete, nella riunione di ieri il nostro ministro degli Esteri ha espresso l’opinione che, nonostante ciò, sia necessario continuare i contatti a livello operativo, e questo punto di vista è stato sostenuto dal capo dello Stato” ( https://meduza.io/news/2025/06/05/putin-vchera-rezhim-v-kieve-terroristy-a-kto-vedet-peregovory-s-terroristami-kreml-segodnya-v-kieve-konechno-terroristy-no-nado-prodolzhat-kontakty-na-rabochem-urovne?ysclid=ml87w6i3tw394397840 ). Quindi, l’idea del regime di Maidan come terrorista non è una novità all’interno del Cremlino. Ma, cosa ancora più importante, anche se fosse nuova, non mi sembra che riferirsi o designare persone o un regime come terroristi sia la prova di una nuova linea dura nei negoziati di pace.

Credo che Alexander fosse più solido nella sua affermazione iniziale sul collegamento che Putin aveva stabilito tra la questione del ritorno della Russia e dell’Occidente alla questione di una nuova architettura di sicurezza europea e la questione di un accordo in Ucraina. Questo è certamente possibile da interpretare come una nuova richiesta, sebbene abbia tentato di controbattere a tale argomentazione nella mia risposta iniziale alla riflessione iniziale di Alexander su una nuova linea dura. Tuttavia, se si adottasse una nuova linea dura sulla creazione di una nuova architettura di sicurezza e la si dichiarasse esplicitamente come condizione per un accordo in Ucraina, allora potremmo avere qualcosa. Questo potrebbe essere il modo in cui Mosca attua qualsiasi nuova linea dura. In mancanza di qualcosa del genere, attendo ancora prove più conclusive della nuova linea dura di Putin.

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Il triumvirato europeo dei tirapiedi incapaci affronta il momento della verità_di Simplicius

Il triumvirato europeo dei tirapiedi incapaci affronta il momento della verità

Simplicius 10 febbraio
 
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Sotto la finta “solidarietà ucraina” e la “forza europea”, i leader europei stanno affondando in crisi senza precedenti. I leader delle tre principali nazioni – Germania, Regno Unito e Francia – stanno assistendo al crollo totale delle loro fazioni e del loro potere in generale, mentre i loro indici di gradimento toccano il fondo.

Infatti, l’ultimo articolo di BILD ha aggiornato il punteggio con una cifra ancora più raccapricciante: Merz ha ora un indice di disapprovazione del 67%.

https://www.bild.de/politik/inland/merz-stuerzt-ab-union-hinter-afd-69861161a98670650cfa2151

BILD riferisce che gli ultimi sondaggi mostrano non solo il drastico calo di Merz, ma anche quello del suo partito “Unione”, che continua a rimanere indietro rispetto all’AfD in ascesa:

Berlino – Dal punto di vista degli elettori, questa settimana non è stata un successo per il cancelliere Friedrich Merz (70) e il suo governo: l’ultimo sondaggio INSA per BILD mostra un ulteriore calo. È un boccone amaro da mandare giù per l’Unione: il loro cancelliere sta precipitando nei sondaggi e sono ancora una volta dietro all’AfD in termini di popolarità tra gli elettori. Nel frattempo, l’SPD rimane almeno stabile.

La CDU/CSU ha perso un punto percentuale nel sondaggio domenicale (“Come voteresti se le elezioni federali si tenessero domenica?”), attestandosi al 25%. L’AfD, invece, mantiene il risultato della settimana precedente, rimanendo al 26%. Ciò significa che l’Unione torna a essere dietro al partito di estrema destra, dopo averlo raggiunto per la prima volta dall’autunno nell’ultimo sondaggio. L’SPD rimane al 16%, senza variazioni per gli altri partiti.

La gente è stanca della completa abrogazione dei principi democratici, ammesso che siano mai esistiti. Ad esempio, sulla recente questione dell’accordo Mercosur, destinato a impoverire gli agricoltori tedeschi, quando il “democratico” Parlamento europeo ha recentemente respinto l’accordo, Merz ha immediatamente sostenuto l’approvazione “provvisoria” della misura, che è un altro modo per dire di applicare l’accordo senza il dovuto processo democratico inerente alla cosiddetta “democrazia” dell’UE:

È così che funzionano i globalisti, come abbiamo visto più volte quando hanno annullato o semplicemente “ribaltato” qualsiasi risultato elettorale che non fosse di loro gradimento, in particolare in Romania, ecc. L’apparato totalitario dell’UE è progettato semplicemente per presentare la facciata di una sorta di governance “democratica”, mentre in realtà spinge continuamente per l’erosione della vera democrazia in ogni occasione.

Il caso di Macron non va meglio, con Politico che questa settimana ha annunciato l’arrivo della sua era da “lame duck”, poiché il leader francese ha esaurito tutti i tentativi di riaccendere una sorta di falsa rilevanza:

https://www.politico.eu/articolo/macron-entra-nella-sua-era-da-lame-duck-campagne-elettorali-/

Proprio come nel caso di Merz e dell’ascesa dell’AfD, Politico sottolinea che quando il mandato di Macron sarà terminato, ci sono buone possibilità che venga sostituito da qualcuno del partito di “destra” RN.

“È la fine del mandato [di Macron]”, ha dichiarato un ex consigliere vicino al primo ministro Sébastien Lecornu in merito all’approvazione del bilancio.

Gabriel Attal, ex primo ministro di Macron e attuale leader del partito del presidente francese, ha confermato in un’intervista rilasciata ai media francesi il mese scorso di aver detto ai suoi sostenitori che il bilancio segnava “la fine” del secondo mandato di Macron.

«Rimango fedele a quanto ho detto»,ha dichiarato Attal a FranceInfo.

Mi viene in mente questo vecchio gioiellino degli anni ’50:

Ma nessuno è più vicino al baratro di Starmer, leader del partito laburista britannico, che secondo le previsioni avrebbe dovuto tenere oggi un discorso, forse annunciando addirittura le sue dimissioni, vista la drammatica caduta in disgrazia. Il suo capo di gabinetto Morgan McSweeney si è già dimesso in disgrazia, così come il suo direttore della comunicazione Tim Allan:

I titoli dei giornali degli ultimi giorni non sono stati affatto gentili:

Questi tirapiedi stanno affogando completamente negli scandali e nelle miserie politiche che loro stessi hanno creato. Nel caso di Starmer, lo scandalo Mandelson-Epstein è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per la disastrosa premiership di “Koran Keir” (o “Kosher Keir”, a seconda di chi lo chiama).

Stephen Bush scrive per il Financial Times:

Non vedevo il Partito Laburista Parlamentare (PLP) così scontento e arrabbiato, in tutte le sue fazioni e tradizioni, dall’estate del 2016, quando la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’UE. Molti parlamentari hanno attribuito parte della colpa alla campagna poco convinta di Jeremy Corbyn a favore della permanenza nell’Unione. Quella rabbia ha scatenato una sfida alla leadership, anche se mal concepita e ovviamente destinata al fallimento.

La leadership del primo ministro è in fase terminale e, a quanto pare, né lui né i suoi fidati collaboratori hanno la capacità di invertire la tendenza. Tuttavia, nel breve termine, ho seguito la destituzione di tre primi ministri (Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss) e solo in un caso (l’uscita di scena di Liz Truss) ciò è avvenuto rapidamente.

https://www.economist.com/britain/2026/02/09/keir-starmer-a-sick-man-who-cant-afford-to-catch-a-cold

Che Starmer sopravviva o meno è irrilevante: resta il fatto che l’Europa è in una profonda crisi di credibilità, non conservando più nemmeno un briciolo di autorità morale sul resto del mondo. Ma la cosa assurda è che questi governi occidentali non hanno soluzioni reali ai loro problemi perché le questioni sono così profondamente strutturali e fondamentali per loro natura che il semplice atto di ammettere le loro cause profonde significherebbe il crollo totale di tutto ciò che l’ordine globalista occidentale ha costruito negli ultimi decenni.

L’invecchiamento e l’amarezza della popolazione di questi paesi, il malessere economico, l’inflazione galoppante, le scarse prospettive di lavoro e la dissoluzione sociale: tutto questo marciume viene affrontato allo stesso modo da una leadership altrettanto marcia, con soluzioni ad hoc e “cerotti” che in realtà aggravano i problemi. Questo perché tali soluzioni rapide sono concepite semplicemente per migliorare temporaneamente la posizione politica con statistiche facilmente citabili o dati di sondaggi alla moda, mentre in ultima analisi minano le fondamenta economiche e culturali di ciascun paese. L’esempio più evidente è la “soluzione rapida” dell’immigrazione di massa, che ha lo scopo di aumentare rapidamente i dati economici e occupazionali nel breve termine per motivi di pubbliche relazioni politiche, trasformando ogni paese ospitante in una cloaca culturale che porta all’erosione di tutti i pilastri fondamentali della società nel lungo termine.

Questo è il motivo per cui civiltà come quella cinese stanno ora vincendo, perché la loro pianificazione viene eseguita tenendo conto dell’ampiezza generazionale. I paesi europei sono intrappolati in questo zugzwang di problemi inestricabili che possono solo essere “rattoppati” perché, come affermato in precedenza, risolverli veramente a livello di principio fondamentale richiederebbe di sbirciare negli scomodi armadi dove le élite hanno nascosto i loro segreti.

Un altro esempio è l’attuale tempesta di censura: invece di affrontare le questioni reali che terrorizzano queste élite, portarle alla luce e avere un vero e proprio dialogo onesto su di esse a livello sociale, le élite preferiscono la “soluzione rapida” a breve termine di reprimere qualsiasi dissenso o discussione su “argomenti delicati” con tattiche sempre più crude e pesanti. Credono che questo farà scomparire i problemi, ma invece genera un vasto risentimento sociale, malcontento e sfiducia verso tutti gli organi di potere, dai media al governo e tutto ciò che sta in mezzo. Ma naturalmente, se questi argomenti fossero autorizzati a essere discussi in modo onesto e sensato nella “piazza pubblica”, l’intero castello di carte crollerebbe, creando una situazione davvero senza via d’uscita per i controllori al comando.

Politico descrive come nelle prossime settimane l’apparato europeo, in preda alla disperazione, organizzerà diverse convocazioni disperate intorno alla questione fondamentale della caduta in disgrazia dell’Europa: il tema principale sarà come resuscitare l’UE, o meglio, come mantenerla a galla:

https://www.politico.eu/articolo/europa-grande-settimana-crisi-diplomazia-monaco-conferenza-vertice-economico/

BRUXELLES — L’UE si prepara ad affrontare una settimana cruciale, durante la quale i leader dovranno confrontarsi con alcune delle questioni più spinose che affliggono il continente.

La loro missione: capire come rendere l’Europa un attore globale forte in un mondo sempre più spietato. Ciò significa rendere l’UE più competitiva dal punto di vista economico, ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e aiutare l’Ucraina a resistere alla dura invasione russa che dura ormai da quattro anni.

Senza dubbio, una serie di idee deleterie mascherate da soluzioni rapide “promettenti” saranno nuovamente proposte dalla nomenklatura intellettualmente fallita. Ne abbiamo avuto un primo assaggio di recente da parte dell’incompetente Kaja Kallas, assunta dal DEI, che ha tentato di stravolgere il recente discorso di Mark Carney a Davos trasformandolo in un appello all’eliminazione della sovranità europea e a una maggiore centralizzazione del potere totalitario dell’UE:

“Dobbiamo cambiare la cultura e smettere di pensare come nazioni…”

In un recente articolo abbiamo discusso di come alcuni paesi stiano orientandosi verso la Cina come ultima risorsa per rimanere a galla durante il periodo post-crisi in cui si galleggia per sopravvivere. Poco dopo, Starmer si è trascinato in Cina per rendere omaggio disperatamente a una nuova ancora di salvezza:

A proposito, come esempio molto istruttivo della “trasparenza” intrinseca di entrambe le parti, ecco le dichiarazioni del Regno Unito e della Cina dopo l’ossequiosa sessione di lotta di Starmer con Xi:

Resoconto ufficiale cinese dei colloqui:

Lettura del Regno Unito:

Si noti che la versione cinese fa molti riferimenti critici alle varie azioni antidemocratiche e ostili dell’Occidente, mentre la versione britannica sorvola e nasconde qualsiasi critica imbarazzante che faccia apparire Starmer come il piccolo vagabondo mendicante e irrequieto che era realmente al cospetto dell’imponente presenza di Xi.

Come affermato, le élite europee non hanno via d’uscita dalla trappola del fallimento dei costi irrecuperabili: tornare indietro significherebbe ammettere peccati così mostruosi da aver sperperato il sostentamento dell’intera civiltà europea; per questi criminali, non c’è altra via che andare avanti. Raddoppiare la posta e sperare che i propri avversari cedano prima di loro.

Dopotutto, se le cose dovessero mettersi male… ci sarebbe sempre la guerra mondiale.


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Rassegna stampa tedesca 66a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Il Texas dimostra che il malcontento nei confronti di Trump si è diffuso anche nelle regioni
tradizionalmente conservatrici. Il clamore sul “miglior presidente di tutti i tempi” o sulla “più forte
ripresa economica della storia”, le minacce quotidiane, gli insulti, le vanterie, tutto questo non può
nascondere il fatto che sempre più americani stanno voltando le spalle al loro presidente. Questo
non si vede solo alle elezioni, ma ogni giorno in città come Chicago, Los Angeles e soprattutto
Minneapolis. Lì, nelle ultime settimane, membri dell’ICE, l’agenzia per l’immigrazione, e della
polizia di frontiera hanno ucciso due persone. In Germania molti si chiedono perché gli americani
accettino senza grande resistenza lo smantellamento della democrazia e la violenza che proviene
dal governo. La risposta è: non è vero. Non è solo la brutalità del governo a rafforzare il campo
degli oppositori di Trump. Molti americani lamentano l’alto costo della vita. Vogliono che il
presidente si occupi di alloggi a prezzi accessibili invece che dell’annessione della Groenlandia.

06.02.2026
EDITORIALE
Il potere di Trump sta svanendo
Elezioni regionali perse, proteste contro gli agenti dell’ICE: sempre più cittadini non vogliono più
accettare la politica del presidente degli Stati Uniti.

Di Ralf Neukirch
A volte sono i piccoli segnali ad annunciare grandi cambiamenti. Qualche giorno fa, in un’elezione
suppletiva per il Senato del Texas, un candidato democratico moderato ha battuto nettamente la sua
avversaria repubblicana.

Credo che gli USA capiscano che abbiamo bisogno l’uno dell’altro, sia in materia di sicurezza che
nelle relazioni commerciali e di altro tipo. Perché se ci separiamo, non c’è futuro. Dobbiamo quindi
lavorare sodo per garantire che la NATO rimanga forte. Ma allo stesso tempo dobbiamo lavorare
sodo per rafforzare l’UE. La priorità assoluta dovrebbe essere quella di rafforzare l’UE e
comprendere che si tratta delle forze armate europee. Non lituane, lettoni, spagnole, tedesche.
Sono le forze armate dei paesi europei. Se qualcuno attacca il nostro paese, non attacca la
Lituania, ma l’UE.

08.02.2026
La Germania è sulla strada giusta
Il capo del governo lituano mette in guardia dagli attacchi ibridi della Russia, chiede una maggiore
leadership europea e spiega perché la zona di confine tra Lituania e Polonia potrebbe diventare un caso
grave per la NATO e l’UE.

Inga Ruginien – La socialdemocratica (LSDP) proviene dal movimento
sindacale ed è considerata una nuova figura politica con un profilo sociale e lavorativo molto marcato. Dal 2018 al 2024 è stata a
capo della Confederazione sindacale lituana. In precedenza, da dicembre 2024 a settembre 2025, è stata ministra degli Affari sociali
e del Lavoro.
Di ALEXANDER DINGER, CAROLINA DRÜTEN E CHRIS LUNDAY
Mentre a Washington si ripensa la presenza militare globale degli Stati Uniti, Vilnius porta avanti il
potenziamento della propria difesa e coinvolge più da vicino i partner europei.

Trump ha dispiegato così tante truppe e attrezzature nel Golfo Persico che credo che prima o poi
farà qualcosa. Ma potrebbero esserci negoziati che si protrarranno a lungo. La flotta statunitense
rimane in posizione, ma per ora non succede nulla. A mio avviso, una situazione di stallo è la più
probabile nel breve termine. La tensione nella regione è enorme. Nessuno vuole fare il passo
successivo. Molti giovani iraniani sono furiosi. E incredibilmente coraggiosi. Noi occidentali
dovremmo riconoscerlo. Non abbiamo ancora compreso appieno quale rivoluzionario
cambiamento abbia avuto luogo tra le giovani generazioni iraniane negli ultimi anni. L’ostacolo più
grande: l’odio e la sfiducia profondamente radicati nella popolazione. Ci vorrebbe un leader con
capacità speciali per superare tutto questo. Una sorta di Nelson Mandela iraniano. Ma non se ne
vede uno all’orizzonte.

STERN
05.02.2026
“MOLTI GIOVANI IRANIANI SONO FUORI DI SÉ
PER LA RABBIA”
Che Donald Trump attacchi o meno l’Iran, il Paese sprofonderà nel caos, prevede lo storico Ali Ansari

ALI ANSARI, 58 anni, insegna storia iraniana all’Università di St Andrews in Scozia

Intervista: Steffen Gassel
Professore Ansari, da giorni un suo omonimo fa notizia. Ali Ansari, un uomo d’affari iraniano con legami
con le Guardie della Rivoluzione, avrebbe sottratto 400 milioni di euro dal Paese e li avrebbe investiti
soprattutto in Europa, tra l’altro in un centro commerciale a Oberhausen e in due hotel Hilton a
Francoforte.

Non dovrebbero tutti scendere in piazza contro gli eccessi del presidente Donald Trump? A noi
tedeschi piace gridare, ma la nostra propensione alla protesta sembra finire quando questa
potrebbe costarci troppo. Almeno questo è quanto suggeriscono i dati dell’attuale sondaggio Forsa
per la rivista Stern: alla domanda se noi tedeschi, vista la situazione attuale, non dovremmo
boicottare i prossimi Mondiali di calcio negli Stati Uniti e in Messico, la risposta è stata chiara.
Circa tre quarti degli intervistati non riescono nemmeno a immaginarlo. Ora, si potrebbe supporre
che dietro a ciò si nasconda l’idea strategica di non irritare il presidente degli Stati Uniti Trump. Ma
potrebbe anche essere che per noi il divertimento finisca con il calcio.

STERN
05.02.2026
EDITORIALE

Quando uscirà il caso di studio “Come una nazione
industrializzata ancora leader sta rovinando
completamente la sua gestione del cambiamento”?

La Harvard Business School (HBS) non è solo il vivaio del capitalismo moderno. È anche famosa per i suoi
casi di studio.

La Nuova Destra è una forza politica “ipermoderna” che si è adattata alle condizioni degli anni

  1. Nonostante le differenze nazionali, tutti i partiti seguono lo stesso schema con quattro pilastri
    interconnessi, uniti da un nemico comune: il liberalismo, che ha creato un mondo pieno di
    interdipendenze difficilmente controllabili dal punto di vista politico e che minano le società. La
    famiglia politica della Nuova Destra si propone come salvatrice in questo contesto: promette ordine
    attaccando apertamente le regole, le istituzioni e i tabù esistenti, patria politica dei perdenti della
    globalizzazione, tra cui lavoratori, non laureati o abitanti di regioni strutturalmente deboli. Questa
    strategia è una “nuova guerra di classe” contro le élite urbane, le burocrazie o le grandi aziende.
    Sfrutta la frammentazione dell’opinione pubblica, domina i social media e mobilita i suoi sostenitori
    attraverso le emozioni e l’identità.

05.02.2026
Il successo della Nuova Destra in Europa – e
cosa la contrasta
Nonostante le differenze nazionali, tutti i partiti seguono lo stesso schema basato su quattro pilastri
interconnessi. Sono uniti da un nemico comune: il liberalismo

Di TILL HENNIGES
I partiti di estrema destra stanno guadagnando consensi in Europa. Nel febbraio 2025, la famiglia dei partiti
di estrema destra in Europa ha registrato un successo elettorale medio del 24%, raggiungendo per la prima
volta dal 1920 lo stesso risultato dei conservatori e dei socialdemocratici.

L’accordo New Start firmato nel 2010 dagli allora presidenti Barack Obama e Dmitrij Medvedev
comprendeva missili intercontinentali terrestri con una gittata superiore a 5500 chilometri, armi
nucleari sottomarine e bombardieri strategici. Trump non sembra interessato a una proroga
informale; anche Pechino dovrebbe far parte dell’accordo, secondo il presidente americano. La
Repubblica Popolare Cinese rifiuta da tempo un controllo trilaterale sugli armamenti: un portavoce
del ministero degli Esteri a Pechino ha dichiarato: “Chiedere alla Cina di partecipare ai negoziati
sul disarmo nucleare in questo momento non è né giusto né ragionevole”. La sua motivazione: “Le
forze nucleari della Cina e degli Stati Uniti non sono affatto equivalenti”. Alla luce del
potenziamento nucleare della Cina, Washington si riserva tutte le opzioni, compreso l’aumento del
numero delle proprie testate nucleari. Non è certo che la Cina miri effettivamente alla parità nel
numero delle sue testate, ma Xi continua a potenziare massicciamente le sue forze nucleari in
termini di numero e qualità.

05.02.2026
La fine del New Start
Con il New Start scadono le ultime barriere all’armamento nucleare tra Mosca e Washington. Trump
vuole un accordo “migliore” che coinvolga anche la Cina. Ma Pechino non è d’accordo.

di Gregor Grosse, Friedrich Schmidt e Jochen Stahnke
L’ultimo grande accordo sul controllo degli armamenti nucleari tra Russia e Stati Uniti, il New Start,
dovrebbe scadere nella notte tra mercoledì e giovedì.

Il Giappone eleggerà un nuovo parlamento. Quello vecchio è stato sciolto da Sanae Takaichi, in
carica come primo ministro da ottobre. Takaichi vuole cogliere l’attimo, ha guadagnato prestigio
nella disputa con la Cina ed è così popolare che il suo partito dovrebbe ottenere alle elezioni una
maggioranza più solida rispetto al precario vantaggio di un solo voto della coalizione di governo. Il
dibattito è simile alla discussione tedesca sulla svolta epocale: un Paese gravato dal senso di
colpa per la guerra, che per decenni si è nascosto nell’ombra degli Stati Uniti dal punto di vista
militare, viene improvvisamente strappato dalla sua identità pacifista. “Dobbiamo essere in grado
di proteggere il nostro Paese da soli”, ha dichiarato Takaichi. Le tre sfide più grandi per la
sicurezza del Giappone sono la Cina, la Cina e la Cina.

05.02.2026
Svolta epocale in Giappone
Con le nuove elezioni, il primo ministro Sanae Takaichi mette in discussione il pacifismo del dopoguerra

DI JENS MÜHLING
Una mattina d’inverno a Hiroshima, ottantacinque anni dopo il lancio della bomba atomica. Nel punto in cui
esplose nel 1945, oggi si trovano delle teche di vetro a cielo aperto, alte quanto un uomo, piene di gru di
carta dai colori vivaci, disposte in lunghe ghirlande.

In Alaska, a Miami e ad Abu Dhabi, Russia, Ucraina e Stati Uniti discutono del futuro dell’Europa
senza l’Europa. Altri negoziano. Altri decidono. L’Europa sta a guardare. Ciò che manca è una
geopolitica europea offensiva. Partnership proprie per le materie prime. Standard propri.
Tecnologie proprie. Fonti energetiche proprie. Interessi propri. Geopolitica offensiva significa:
definiamo ciò di cui abbiamo bisogno e agiamo di conseguenza. Non aspettiamo che altri creino i
fatti. . La forza europea deve essere costruita, non presa in prestito. La geopolitica è dura. Non
chiede cosa speriamo. Chiede cosa ci serve.

05.02.2026
Geoeconomia
L’Europa ha bisogno di una propria politica
geopolitica offensiva
Ogni innovazione tecnologica produce oggi un’eco geopolitica. Chi resta indietro, resta indietro. Per
l’Europa questo è un segnale d’allarme.

Di Nico Lange – è il fondatore dell’Istituto per l’analisi dei rischi e la sicurezza internazionale
L’Europa ha a lungo percepito la geopolitica come un rombo lontano dietro le colline. Un rumore che si
ignorava finché era lontano. Ma ora si sta avvicinando. È udibile. È percepibile. Non possiamo più ignorarlo.

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Historia Arcana del Patto NATO_di Vladislav Sotirovic

Historia Arcana del Patto NATO

La NATO (North Atlantic Treaty Organization/Organisation du Traité de l’Atlantique Nord) è un’alleanza politico-militare siglata a Washington il 4 aprile 1949 dai governi di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Italia, Portogallo, Belgio, Norvegia, Danimarca, Lussemburgo e Islanda. Il trattato di alleanza entrò in vigore il 24 agosto 1949. Nel corso del tempo si è ampliato fino ai giorni nostri, e uno Stato (la Grecia) se ne è ritirato per un breve periodo (nell’agosto 1974 a causa della crisi di Cipro, ma è rientrato dopo il cambio di regime ad Atene).

Il patto NATO è stato fondato da 12 Stati membri dell’Europa occidentale che si sono uniti militarmente per prevenire la presunta potenziale aggressione militare dell’URSS sul territorio dell’Europa occidentale. Ricordiamo che il Patto di Varsavia fu fondato nel 1955, proprio come risposta alla minaccia militare del patto NATO. In ogni caso, il patto NATO ha subito un’evoluzione storica dai 12 Stati membri dell’Europa occidentale originari nel 1949 agli attuali (2026) 32 membri. La più grande espansione in termini di numero di membri ammessi al patto NATO è avvenuta in diverse fasi dopo la scomparsa dell’URSS e del Patto di Varsavia, cosicché oggi la Russia (come spina dorsale dell’ex URSS) è effettivamente circondata ai suoi confini occidentali su quasi tutti i lati dai membri della NATO o dai suoi satelliti diretti (Ucraina). Per la Russia, l’unico respiro di spazio libero in Occidente per ora è la Bielorussia.

Naturalmente, qui sorgono due domande cruciali:

1) Perché la NATO non si è sciolta dopo la scomparsa dell’URSS e del Patto di Varsavia?

2) Perché la NATO si sta espandendo progressivamente verso est, in direzione dei confini della Russia?

La conclusione logica sarebbe che, in sostanza, il patto NATO non è stato fondato per difendere l’Europa occidentale da potenziali aggressioni militari da parte dell’URSS (il Patto di Varsavia non esisteva nel 1949), ma piuttosto per l’occupazione militare della Russia! Questo non ricorda i piani di Hitler per una guerra europea contro quella stessa Russia? Dopo la Guerra Fredda, l’URSS è scomparsa, ma non la Russia. In altre parole, la NATO non ha pienamente adempiuto al suo compito, proprio come la Germania di Hitler, che si fermò a 30 km da Mosca nel novembre 1941. In ogni caso, l’esperienza nazista dell’Operazione Barbarossa fu molto apprezzata dal patto NATO, e questa esperienza fu condivisa dai generali di Hitler e da altri alti ufficiali sopravvissuti alla guerra.

In breve, ricordiamo che la ragione formale della creazione del patto NATO era l’autodifesa contro la potenziale diffusione del comunismo con mezzi militari dall’est dopo la seconda guerra mondiale (contenimento e repressione), ma il patto stesso si è espanso territorialmente anno dopo anno dopo la caduta dei regimi comunisti nell’Europa orientale e la scomparsa dell’URSS, anche se tutti questi ex Stati comunisti hanno adottato la democrazia parlamentare multipartitica di tipo occidentale. Tuttavia, va anche ricordato che durante un periodo della Guerra Fredda, due membri del patto NATO ampliato – Turchia e Grecia – erano antidemocratici, ovvero dittature militari che nel 1974 arrivarono quasi alla guerra tra loro per Cipro, ovvero l’invasione e l’occupazione turca del 40% di quest’isola (con pulizia etnica) che continua ancora oggi.

Come molte altre organizzazioni (mondiali), storicamente parlando, il patto NATO ha una sua storia nascosta o soppressa (nascosta sotto il tappeto) che, se venisse alla luce, getterebbe una luce completamente diversa sulle ragioni dell’esistenza e delle attività dell’organizzazione, compresi i suoi obiettivi finali. Scrivere storie segrete delle attività di determinati individui e/o organizzazioni è una tendenza ben nota nella storiografia mondiale, ma il cronista bizantino Procopio è forse il più famoso in questo segmento della storiografia.

Uno degli scrittori più prolifici della storiografia bizantina primitiva fu Procopio di Cesarea in Palestina, che fu anche il più grande storico dell’era dell’imperatore bizantino Giustiniano I (527-565). Oltre alla sua principale opera storiografica sulla storia delle guerre di Giustiniano (Storia delle guerre) con i Persiani, i Vandali e i Goti in 8 libri (551-553), in cui glorificava il ruolo dell’imperatore Giustiniano I nella sua veste ufficiale, Procopio scrisse anche la famosa Storia segreta (Historia arcana), un pamphlet in cui presenta le accuse più gravi contro l’imperatore Giustiniano I e le autorità imperiali dell’epoca, ovvero la verità sui misfatti dell’imperatore. Nella sua Storia arcana, Procopio dà sfogo alla sua insoddisfazione e al suo disaccordo con le politiche dell’imperatore Giustiniano I e le azioni dell’imperatrice Teodora, fornendo un quadro veritiero dell’Impero bizantino del suo tempo.

Fino ad ora, il quadro reale della storia del patto NATO non è stato scritto in un unico testo, ma solo in frammenti che possono essere assemblati come un puzzle per ottenere la Historia arcana di questa alleanza occidentale. Questo breve testo è un contributo alla storiografia di questo puzzle.

Probabilmente il grande pubblico non sa che, per molto tempo dopo il 1945, ex nazisti e criminali di guerra tedeschi hanno servito nelle più alte strutture del patto NATO. La maggior parte di loro erano ufficiali della Wehrmacht altamente decorati, che dopo la guerra hanno servito nelle più alte posizioni prima nell’esercito della Germania occidentale e poi sono stati promossi a comandanti e capi delle strutture NATO in Europa. Questo fenomeno era comune nell’Europa occidentale dopo la guerra, ma soprattutto nella Germania occidentale.

Molti nazisti e, in generale, persone che hanno sostenuto e aiutato il regime nazista in Germania e le entità satellite naziste in Europa a compiere l’Olocausto e altri crimini di guerra, crimini di genocidio e crimini contro l’umanità non sono mai stati processati per crimini di guerra contro ebrei, polacchi, greci, russi e altri popoli europei, ma invece di essere assicurati alla giustizia, sono stati nominati a posizioni di rilievo nel patto NATO, nel governo della Germania Ovest, nell’esercito, nell’industria e nella società della Germania Ovest in generale.

Tra tutti i nazisti in questione nel contesto sopra descritto, il più grande mostro è sicuramente Adolf (Bruno Heinrich Ernst) Heusinger (1897-1982), ufficiale militare tedesco la cui carriera abbracciò l’Impero tedesco, la Repubblica di Weimar, la Germania nazista, la Germania occidentale e la NATO. Durante la seconda guerra mondiale, dal 1940 al 1944, fu capo del dipartimento operazioni (Operationsabteilung) di Hitler, ovvero lo Stato Maggiore. A. Heusinger partecipò attivamente alla pianificazione delle invasioni di Hitler in Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia. Fu promosso colonnello il 1° agosto 1940 e divenne capo del Dipartimento Operazioni nell’ottobre dello stesso anno. Divenne così anche il terzo uomo nella gerarchia nazista in termini di pianificazione delle attività della Wehrmacht sul campo.

Tuttavia, dopo la guerra, A. Heusinger, criminale di guerra che pianificò le invasioni tedesche di diversi paesi europei causando la morte di milioni di persone, non fu nemmeno processato per crimini di guerra, ma assunse invece il comando dell’esercito della Germania occidentale, la Bundeswehr (come ispettore generale dal 1957 al 1961) e nel 1961 fu nominato presidente del Comitato militare della NATO, ovvero capo di fatto dello Stato maggiore della NATO. Rimase in carica fino al 1964.

A differenza di molti di coloro che furono uccisi sotto il suo comando durante la seconda guerra mondiale, A. Heusinger andò in pensione nel 1964 e visse fino alla veneranda età di ottantacinque anni. Sebbene fosse stato detenuto per due anni dopo la guerra, non fu mai processato né pagò per i crimini di guerra e le atrocità commesse da lui e dai suoi subordinati (secondo la struttura piramidale del comando). Fu invece assunto dallo Stato della Germania Ovest come consulente e poi come tenente generale, prima di essere ingaggiato dall’alleanza militare internazionale che pretende di difendere la democrazia. A. Heusinger godette di diciotto anni di pensione.

Purtroppo, Adolf Heusinger non fu l’unico nazista tedesco e criminale di guerra a continuare la sua carriera militare nella Germania Ovest e/o nella NATO dopo la guerra. Questo è stato anche il caso del generale Hans Speidel (1897-1984), che ha servito nell’esercito del Secondo Impero tedesco, della Germania nazista (Terzo Reich) e della Germania occidentale. Durante la seconda guerra mondiale, è stato capo di stato maggiore dell’esercito di Erwin Rommel (“Volpe del deserto”) durante la guerra. Dopo il 1945, fu uno dei principali comandanti militari della Bundeswehr durante i primi anni della Guerra Fredda e, dal 1957 al 1963, ricoprì la carica di comandante in capo delle forze terrestri della NATO nell’Europa centrale (Mitteleuropa), ovvero comandante delle forze terrestri alleate dell’Europa centrale (COMLANDCENT). Dal 1964 ricoprì la carica di presidente dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza.

Il successivo nazista a ricoprire una posizione di rilievo nella NATO fu Johannes “Macky” Steinhoff (1913-1994), pilota di caccia nella Luftwaffe di Göring e titolare della Croce di Cavaliere di Ferro, la più alta onorificenza della Wehrmacht nazista. Dopo la guerra, J. Steinhoff entrò a far parte dell’Ufficio per il riarmo del governo della Germania Ovest come consulente per l’aviazione militare nel 1952 e divenne uno dei principali funzionari incaricati di ricostruire l’aeronautica militare tedesca durante la Guerra Fredda. Successivamente, dal 1971 al 1974, fu presidente del Comitato militare della NATO (capo di Stato Maggiore) e ricoprì altre cariche all’interno del patto NATO.

Il conte Johann Adolf Graf von Kielmansegg (1906-2006) fu un importante ufficiale militare tedesco che prestò servizio nella Reichswehr, nella Wehrmacht e successivamente come comandante della NATO nella Bundeswehr. Nel 1940, il conte Kielmansegg prestò servizio come ufficiale di stato maggiore durante l’invasione nazista della Francia. Successivamente, fu ufficiale dello Stato Maggiore del Comando Supremo della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale dal 1942 al 1944. Dopo la seconda guerra mondiale, durante la guerra fredda, divenne Comandante Supremo Alleato per l’Europa Centrale all’interno della NATO nel 1967 e nel 1968.

Il maggiore della Wehrmacht Ernst Ferber (1914-1998), capo del dipartimento organizzativo dell’Alto Comando della Wehrmacht dal 1943 al 1945, insignito della Croce di Ferro di prima classe della Wehrmacht, fece parte delle strutture della NATO proprio come il conte Johann Adolf Graf von Kielmansegg – Comandante Supremo Alleato per l’Europa Centrale, ma negli anni dal 1973 al 1975. Ernst Ferber fu succeduto in questo stesso posto di comando nel patto NATO da ex nazisti tedeschi della Wehrmacht, Karl Schnell dal 1975 al 1977 (insignito della Croce di Ferro di seconda classe, comandante di batteria sul fronte occidentale nel 1940 e capo di stato maggiore del 74° Corpo Panzer nel 1944), Franz-Josef Schulze (1918‒2005) dal 1977 al 1979 (insignito della Croce di Cavaliere della Croce di Ferro nel 1944) e Ferdinand Maria von Zenger und Etterlin (1923‒1987) dal 1979 al 1983 (tenente della 24ª Divisione Panzer della 6ª Armata tedesca, partecipante alla battaglia di Stalingrado, aiutante del Comando Supremo della Wehrmacht e insignito della Croce di Ferro di prima classe).

Probabilmente si noterà che tutti gli ufficiali nazisti sopra menzionati stavano solo svolgendo i loro doveri militari professionali durante la guerra e quindi non possono essere considerati criminali di guerra. Tuttavia, l’esercito nazista – la Wehrmacht – non era un esercito professionale standard, ma parte integrante della macchina criminale organizzata del Terzo Reich responsabile di crimini di guerra sistematici e crimini di genocidio in tutta l’Europa occupata. Invece di finire sul banco degli imputati del Tribunale Internazionale di Giustizia dopo la guerra, molti alti ufficiali della Wehrmacht trovarono rifugio nelle posizioni più alte e prestigiose dell’alleanza NATO, il cui emblema ricorda due croci naziste unite (das Hakenkreuz) e il cui nuovo edificio dello Stato Maggiore Generale a Bruxelles ricorda i due simboli delle SS naziste (Schutzstaffel) che i soldati delle SS indossavano sui colletti delle loro uniformi.

Dopo la seconda guerra mondiale, circolava un detto informale secondo cui i nazisti tedeschi non avevano perso la guerra, ma erano fuggiti in America. Tuttavia, questo era vero solo per un piccolo numero di loro. Gli altri, i sopravvissuti, si infiltrarono nelle strutture europee della NATO, dove guadagnarono anche delle pensioni. In ogni caso, sia prima che dopo il 1945, combatterono contro il comunismo e la Russia, senza abbandonare né tradire le loro posizioni ideologiche e le loro dottrine. Hanno solo cambiato le loro uniformi e i loro emblemi, ma il nemico è rimasto lo stesso. Questo vale ancora oggi per la Russia, anche se non è più comunista, ma, in ogni caso, è sopravvissuta come Russia.

Ecco perché il patto NATO non è stato smantellato dopo la fine della Guerra Fredda nel 1989/1990, dopo il crollo del Patto di Varsavia e dell’URSS. Semplicemente, il patto non si è disintegrato/sciolto (cessato di funzionare) da solo, il che sarebbe stato un passo del tutto logico, ma contrariamente alla nuova realtà geopolitica emergente, ha continuato ad espandersi territorialmente e a rafforzarsi militarmente. Probabilmente anche sotto l’influenza dell’ideologia del nazismo tedesco, secondo cui la Russia (non solo l’URSS) deve essere cancellata dalla mappa geopolitica del mondo.

È noto che la funzione fondamentale della conoscenza della storia è quella di comprendere i processi contemporanei e di prevederne lo sviluppo futuro. La funzione di svelare il segreto della storia è quella di comprendere i processi contemporanei in modo estremamente obiettivo e completo, in modo da poter prevedere con la massima precisione il loro sviluppo futuro e, di conseguenza, reagire in modo adeguato e corretto.

Dichiarazione di non responsabilità personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2026

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

Historia Arcana of the NATO Pact

The NATO (North Atlantic Treaty Organization/Organisation du Traité de l’Atlantique Nord) is a military-political alliance signed in Washington on April 4th, 1949, by the governments of the United States, Canada, Great Britain, France, the Netherlands, Italy, Portugal, Belgium, Norway, Denmark, Luxembourg, and Iceland. The treaty alliance entered into force on August 24th, 1949. Over time, it has expanded to the present day, and one state (Greece) briefly withdrew from it (in August 1974 due to the Cyprus crisis, but returned after the change of regime in Athens).

The NATO pact was founded by 12 Western European member states that united militarily to prevent the alleged potential military aggression of the USSR on Western European territory. Let us recall that the Warsaw Pact was founded in 1955, in fact, as a response to the military threat of the NATO pact. In any case, the NATO pact has undergone a historical evolution from the original 12 Western European member states in 1949 to the current (2026) 32 members. The largest expansion in terms of the number of members admitted to the NATO pact occurred in several stages after the disappearance of the USSR and the Warsaw Pact, so that today, Russia (as the backbone of the former USSR) is effectively surrounded on its western borders on almost all sides by NATO members or its direct satellites (Ukraine). For Russia, the only breath of free space in the West for now is Belarus.

Of course, two crucial questions arise here:

1) Why didn’t NATO disband itself after the disappearance of the USSR and the Warsaw Pact?, and

2) Why is NATO successively expanding eastward towards the borders of Russia?

The logical conclusion would be that, in essence, the NATO pact was not founded to defend Western Europe against potential military aggression by the USSR (the Warsaw Pact did not exist in 1949) but rather for the military occupation of Russia!? Does this remind you of Hitler’s plans for a European war against that same Russia? After the Cold War, the USSR did disappear, but not Russia. In other words, NATO did not fully fulfill its task, just like Hitler’s Germany, which stopped 30 km from Moscow in November 1941. In any case, the Nazi experience from Operation Barbarossa was very welcome to the NATO pact, and this experience was shared by Hitler’s generals and other high-ranking officers who survived the war.

In shorten words, let us recall that the formal reason for the creation of the NATO pact was self-defense against the potential spread of communism by military means from the east after World War II (containment and suppression), but the pact itself expanded territorially year after year after the fall of the communist regimes in Eastern Europe and the disappearance of the USSR, even though all of these former communist states adopted the Western-type of multi-party parliamentary democracy. However, it should also be recalled that during one period of the Cold War, two members of the expanded NATO pact – Turkey and Greece – were undemocratic, i.e. military dictatorships that almost went to war with each other in 1974 over Cyprus, i.e. the Turkish invasion and occupation of 40% of this island (with ethnic cleansing) that continues to this day.

Like many other (world) organizations, historically speaking, the NATO pact has its own hidden or suppressed history (swept under the carpet), which, if it were to see the light of day, would shed a completely different light on the reasons for the existence and activities of the organization, including its ultimate goals. Writing secret histories of the activities of certain individuals and/or organizations is a well-known trend in world historiography, but the early Byzantine chronicler Procopius is perhaps the most famous in this segment of historiography.

One of the most prolific writers of early Byzantine historiography was Procopius of Caesarea in Palestine, who was also the greatest historian of the era of the Byzantine Emperor Justinian I (527–565). In addition to his main historiographical work on the history of Justinian’s wars (History of the Wars) with the Persians, Vandals, and Goths in 8 books (551–553), in which he glorified the role of Emperor Justinian I in his official capacity, Procopius also wrote the famous Secret History (Historia arcana), a pamphlet in which he presents the most serious accusations against Emperor Justinian I and the imperial authorities at the time – in other words, he presents the real truth about the Emperor and his misdeeds. In his Secret History, Procopius gives vent to his dissatisfaction and disagreement with the policies of Emperor Justinian I and the actions of Empress Theodora, giving a true picture of the Byzantine Empire of his time.

Until now, the true picture of the history of the NATO pact has not been written in one place, but only in fragments that can be arranged like a puzzle to obtain the Historia arcana of this Western alliance. This short text is a contribution to the historiography of this puzzle.

It is probably not known to the general public that, for a long time after 1945, former Nazis and German war criminals served in the highest structures of the NATO pact. Most of them were highly decorated Wehrmacht officers, who after the war served in the highest positions first in the West German army, and were later promoted to commanders and heads of NATO structures in Europe. This phenomenon was common in Western Europe after the war, but especially in West Germany.

Many Nazis and in general persons who supported and assisted the Nazi regime in Germany and Nazi satellite entities in Europe in carrying out the Holocaust and other war crimes, crimes of genocide, and crimes against humanity were never tried for war crimes against Jews, Poles, Greeks, Russians, and other European peoples, but instead of serving justice, they were appointed to leading positions in the NATO pact, the West German government, the army, industry, and West German society in general.

Of all the Nazis in question in the above context, the biggest beast is certainly Adolf (Bruno Heinrich Ernst) Heusinger (1897‒1982), who was a German military officer whose career spanned the German Empire, the Weimar Republic, Nazi Germany, West Germany, and NATO. He was, during the Second World War, Hitler’s Chief of the Operations Department (Operationsabteilung), i.e., the General Staff, from 1940 to 1944. A. Heusinger actively participated in the planning of Hitler’s invasions of Poland, Norway, Denmark, and France. He was promoted to colonel on August 1st, 1940, and became Chief of the Operations Department in October of the same year. Thus, he also became the third man in the Nazi hierarchy in terms of planning the Wehrmacht’s activities on the ground.

However, after the war, A. Heusinger, a war criminal who planned German invasions of several European countries that led to the deaths of millions of people, was not even tried for war crimes but instead took over the West German army – the Bundeswehr (as a General Inspector since 1957 to 1961) – and in 1961 was appointed Chairman of the NATO Military Committee, i.e. de facto Chief of NATO General Staff. He remained in this position until 1964.

Unlike many of those who were murdered under his command during WWII, A. Heusinger retired in 1964 and lived till the ripe old age of eighty-five. Whilst he was detained for two years post war, he never faced trial nor paid for the war crimes and atrocities he and those under his command committed (according to the pyramidal structure of command). Instead, he was employed by the West German state as an advisor and then later a Lieutenant General before he was snapped up by the international military alliance that purports to defend democracy. A. Heusinger enjoyed eighteen years of retirement.

Unfortunately, Adolf Heusinger was not the only German Nazi and war criminal who continued his military career in West Germany and/or NATO after the war. This was also the case with General Hans Speidel (1897‒1984), who served in the armies of the Second German Empire, Nazi Germany (Third Reich), and West Germany. During the Second World War, he was Chief of Staff in Erwin Rommel’s army (“Desert Foxes”) during the war. After 1945, he was one of the key military commanders in the Bundeswehr during the early Cold War, and from 1957 to 1963, he served as Commander-in-Chief of NATO’s Land Forces in Central Europe (Mitteleuropa), i.e., a Commander of the Allied Land Forces Central Europe (COMLANDCENT). From 1964, he served as the President of the German Institute for International and Security Affairs.

The next Nazi to hold a high position in NATO was Johannes „Macky“ Steinhoff (1913‒1994) – a fighter pilot in Göring’s Luftwaffe and holder of the Iron Knight’s Cross, the highest decoration in the Nazi Wehrmacht. After the war, J. Steinhoff joined the West German government’s Rearmament Office as a consultant on military aviation in 1952 and became one of the principal officials tasked with rebuilding the German Air Force during the Cold War. Later, he became Chairman of the NATO Military Committee (Chief of the General Staff) from 1971 to 1974 and held other positions within the NATO pact.

Count Johann Adolf Graf von Kielmansegg (1906‒2006) was a prominent German military officer who served in the Reichswehr, Wehrmacht, and later as a NATO commander in the Bundeswehr. In 1940, Count Kielmansegg served as a staff officer during the Nazi invasion of France. Later, he was an officer of the General Staff of the Wehrmacht Supreme Command during World War II from 1942 to 1944. After WWII, during the Cold War, he became Supreme Allied Commander for Central Europe within NATO in 1967 and 1968.

Wehrmacht Major Ernst Ferber (1914‒1998) and Group Chief of the Organizational Department of the Wehrmacht High Command from 1943 to 1945, holder of the Wehrmacht Iron Cross, First Class, was in the NATO structures just like Count Johann Adolf Graf von Kielmansegg – Supreme Allied Commander for Central Europe, but in the years 1973 to 1975. Ernst Ferber was succeeded in this same command post in the NATO pact by former German Nazis from the Wehrmacht, Karl Schnell from 1975 to 1977 (holder of the Iron Cross, Second Class, battery commander on the Western Front in 1940 and Chief of Staff of the 74th Panzer Corps in 1944), Franz-Josef Schulze (1918‒2005) from 1977 to 1979 (bearer of the Knight’s Cross of the Iron Cross in 1944), and Ferdinand Maria von Zenger und Etterlin (1923‒1987) 1979–1983 (lieutenant of the 24th Panzer Division of the German 6th Army, participant in the Battle of Stalingrad, adjutant of the Wehrmacht Supreme Command and bearer of the German Cross in gold).

One will probably notice that all the above-mentioned Nazi officers were only carrying out their professional military duties during the war and therefore cannot be considered war criminals. However, the Nazi army – the Wehrmacht – was not a standard professional army, but an integral part of the organized criminal machinery of the Third Reich responsible for systematic war crimes and crimes of genocide throughout occupied Europe. Instead of senior Wehrmacht officers finding themselves on the docks of the International Court of Justice after the war, many found refuge in the high and highest positions of the NATO alliance, whose emblem resembles two joined Nazi crosses (das Hakenkreuz) and the new General Staff building in Brussels resembles two Nazi SS symbols (Schutzstaffel) as worn by the SS soldiers on the collars of their uniforms.

After World War II, there was an informal saying that the German Nazis did not lose the war but fled to America. However, this was true for only a small number of them. Others, the survivors, infiltrated European NATO structures where they also earned pensions. In any case, both before and after 1945, they fought against communism and Russia, neither abandoning nor betraying their ideological positions and doctrines. They only changed their uniforms and emblems, but the enemy remained the same. This is still true today for Russia, although it is no longer communist, but, anyway, it has survived as Russia.

That is why the NATO pact was not dismembered after the end of the Cold War in 1989/1990, after the collapse of the Warsaw Pact and the USSR. Simply, the pact did not disintegrate/dissolve (cease to function) on its own, which would be a completely logical step, but contrary to the newly emerging geopolitical reality, it continued to expand territorially and strengthen militarily. Probably also under the influence of the ideology of German Nazism, that Russia (not only the USSR) must be wiped off the geopolitical map of the world.

It is known that the basic function of knowing history is to understand contemporary processes as well as to predict their development in the future. The function of uncovering the secret of history is to understand contemporary processes in an extremely objective and comprehensive scope so that their future development can be predicted with maximum precision and, accordingly, adequately and correctly react.

Personal disclaimer: The author writes for this publication in a private capacity, which is unrepresentative of anyone or any organization except for his own personal views. Nothing written by the author should ever be conflated with the editorial views or official positions of any other media outlet or institution. 

The author of the text does not have any moral, political, scientific, material, or legal responsibility for the views expressed in the article.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex-University Professor

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2026

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com    

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L’impianto termico di Kiev sarebbe stato “distrutto” nei nuovi attacchi post-“tregua”, + analisi dettagliata BDA_di Simplicius

L’impianto termico di Kiev sarebbe stato “distrutto” nei nuovi attacchi post-“tregua”, + analisi dettagliata BDA

Simplicius 6 febbraio
 
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In mancanza di notizie più rilevanti, facciamo nuovamente un rapido aggiornamento dalla prima linea, soprattutto perché solo poche ore dopo l’ultimo aggiornamento le forze russe sono nuovamente avanzate conquistando diversi nuovi insediamenti.

L’ultima volta ci eravamo lasciati nella regione di Zaporozhye, dove ultimamente si è registrata la maggiore attività. L’ultima volta la Russia aveva appena conquistato Sviatopetrovka (cerchiata in giallo sotto), e ora, solo un paio di giorni dopo, ha conquistato la vicina Staroukrainka (cerchiata in rosso) — video obbligatorio della conquista dal Ministero della Difesa:

Le truppe d’assalto del 114° Reggimento di Fanteria Motorizzata della 127° Divisione di Fanteria Motorizzata hanno conquistato il villaggio di Staroukrainka nella regione di Zaporizhia.

Il “Far Eastern Express” si sta dirigendo verso Orekhov.

Alcuni campi sono stati conquistati anche a sud di Staroukrainka, avvolgendo lentamente l’insediamento vicino di Zalizhnychne.

Allo stesso modo, appena a nord di lì, l’ultima volta le forze russe avevano conquistato gran parte di Ternuvate. Ora hanno conquistato l’adiacente Prydorozhne, anche se alcuni cartografi, come si può vedere qui sotto, non hanno ancora considerato conquistata tutta Ternuvate:

In sostanza, ciò significa che l’Eastern Express che opera su questo fronte ha apparentemente ripreso le operazioni e sta iniziando a raggiungere tassi di avanzamento simili a quelli precedenti alla “pausa” festiva, come la chiamerò, del mese scorso e oltre.

Sul lato occidentale della regione di Zaporozhye, secondo quanto riportato da fonti ucraine, le DRG russe stanno operando lungo il fiume Dnepr quasi fino alla città di Zaporozhye stessa:

Per riferimento, questa è la distanza dalla linea russa attuale:

La maggior parte delle altre linee del fronte non ha ancora ripreso i precedenti ritmi di avanzamento, ma sembra che stiano lentamente tornando in vita.

Sulla linea di Seversk, le forze russe stanno spingendo l’intero muro verso ovest in direzione di Slavyansk. Le aree cerchiate hanno visto avanzamenti verso ovest, in particolare l’area tra Nykyforovka e Pryvillya in basso, con il cerchio giallo che indica Novomarkove, conquistata una o due settimane fa:

L’intero mini “calderone” tra i due è essenzialmente una zona grigia che probabilmente cadrà completamente a breve. Sopra potete vedere l’avanzata delle forze russe a Ryznykovka: ecco un primo piano:

In breve, l’intera “linea Chasov Yar” si sta spostando verso ovest in direzione di Kramatorsk, ed è possibile vedere quanto la linea si sia avvicinata alla città chiave:

Come si può vedere, anche se il fronte avanza lentamente, in realtà non ci sono molti insediamenti tra lì e Kramatorsk, ma soprattutto campi aperti.

Ci sono altri piccoli progressi, ma nulla di cui valga la pena menzionare solo per “riempire lo spazio”. Torneremo su di essi quando saranno conquistati territori o insediamenti più significativi.

Che ci crediate o no, nonostante il “apparente” rallentamento, le statistiche sembrano mostrare che gennaio 2026 ha comunque registrato il più alto tasso di avanzamento su base annua della guerra:

Nota bene: si ricordi che nel primo grafico le statistiche relative alla fine del 2024 sono fortemente distorte dalla riconquista della regione di Kursk da parte della Russia, avvenuta tra l’agosto 2024 e l’inizio del 2025. In realtà, escludendo quell’anomalia, le “conquiste organiche” della Russia e la conquista di nuovi territori (piuttosto che la riconquista di un grande “fallimento”) sono in realtà cresciute in modo significativo ogni anno.

Ancora due giorni fa la Russia ha colpito obiettivi energetici ucraini con un attacco piuttosto consistente, che ovviamente è avvenuto solo due giorni dopo l’attacco “da record” lanciato non appena è terminato il falso “cessate il fuoco”. Lo definisco falso perché ora è stato sostanzialmente dimostrato che Putin non ha mai accettato alcun cessate il fuoco, ma piuttosto che Trump ha mentito e il Cremlino lo ha semplicemente “assecondato” poiché aveva comunque bisogno di alcuni giorni per preparare il prossimo pacchetto di attacchi. Lo hanno considerato come una innocente concessione poiché non ha causato alcun danno, ha rafforzato Trump – il che è nell’interesse del Cremlino – senza influire in alcun modo sullo sforzo bellico.

La cosa interessante di questo nuovo attacco è che abbiamo una serie di immagini BDA, grazie in particolare al canale AMK Mapping che le ha raccolte tutte (seguite il suo account X qui).

Gli impianti termici di Kiev e Kharkov sono stati nuovamente presi di mira, insieme a una sottostazione da 750 kV a Vinnitsya.

Il primo è il TPP Zmiivska a Kharkov:

Le immagini satellitari mostrano danni significativi alla centrale termica di Zmiivska nell’oblast di Kharkiv, comprese le sottostazioni da 330 kV e 110 kV, insieme a 4 dei trasformatori del generatore, a seguito del più recente attacco missilistico combinato della Russia.

Sono visibili 5 crateri causati dai missili balistici Iskander-M, ovvero 1 impatto in più rispetto a quanto riportato in precedenza.

In particolare, la centrale termica ha interrotto tutta la produzione di energia elettrica.

Confrontiamo i colpi con le mappe Google dell’impianto, all’indirizzo 49. 5835450145553, 36.52210475711416 geolocalizzazione:

Quello che possiamo vedere è che apparentemente la maggior parte dei colpi ha colpito il grande campo della sottostazione trasformatrice appena fuori dall’impianto: un primo piano:

Allo stesso modo, a Vinnitsya è stata colpita la sottostazione:

Le immagini satellitari mostrano che la sottostazione elettrica da 750 kV “Vinnytsya” è stata presa di mira nell’ultimo attacco missilistico combinato della Russia contro l’Ucraina.

Due crateri causati dai missili da crociera Kh-101/Iskander-K sono visibili presso la sottostazione, mentre un terzo cratere è visibile nel campo adiacente a circa 390 metri di distanza, causato da uno dei missili che ha mancato il bersaglio.

Coordinate: 49.165, 28.72248

I colpi sembrano essere stati sferrati all’incirca qui:

49.16446413452411, 28.720129503371282

Ricordate quando ho detto che questi grandi campi da 750 kV avrebbero richiesto decine di missili e centinaia di droni per essere completamente distrutti? Ora capite perché.

Passando a Kiev, vediamo che la TPP-5 (centrale termica 5) è stata colpita, secondo quanto riferito, dagli Iskander a 50.39325474093848, 30.56989136578839 geolocalizzazione:

Le immagini satellitari mostrano nuovi danni alla centrale termoelettrica CHP-5 di Kiev, dopo che è stata colpita da 4 missili balistici russi Iskander-M nell’ultimo attacco missilistico combinato contro l’Ucraina.

È visibile un grande segno di bruciatura e l’impianto è entrato in modalità di arresto di emergenza.

Ciò corrisponde alla seguente area colpita:

50.39325474093848, 30.56989136578839

La cosa interessante di questa immagine è che, ingrandendola, possiamo vedere che sembrano essere state colpite delle enormi turbine:

Ma la TPP-5 non è stata la centrale che ha subito i danni maggiori. Secondo diverse dichiarazioni ucraine, la TPP-4 nel distretto di Darnytska a Kiev sarebbe stata messa definitivamente fuori servizio.

Rutti Fruitti Mark Rutte ha riferito dallo stabilimento—che si trova alle coordinate geografiche 50.44781824547086, 30.644984293087234—per mostrarci di persona i danni:

Le immagini satellitari mostrano i nuovi danni alla centrale termoelettrica CHP-4 di Kiev, dopo che è stata colpita da 2 missili balistici Iskander-M

Entrambi i crateri sono visibili nel cerchio rosso. Gli altri crateri visibili nelle immagini sono stati causati da attacchi precedenti.

A seguito degli attacchi, la centrale CHP-4 è entrata in modalità di arresto di emergenza.

L’attacco sembra corrispondere a un punto qui al centro:

Video sopra tratto da Radio Svoboda.

Il giornalista investigativo ucraino Yuri Nikolov sostiene che il TPP-6 e il TPP-4 potrebbero essere completamente distrutti:

L’emittente ucraina Hromadske Radio cita per iscritto il ministro delle infrastrutture ucraino secondo cui il TPP-4 è “quasi completamente distrutto“:

La centrale termica di Darnytsia a Kiev è quasi completamente distrutta dagli attacchi nemici, — Oleksiy Kuleba, ministro ucraino per lo Sviluppo delle comunità, dei territori e delle infrastrutture.

Ha segnalato la mancanza di riscaldamento in 1.146 abitazioni a causa dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche.

“Attualmente sono riscaldate esclusivamente con l’elettricità. Comprendiamo e conosciamo tutti i problemi che queste persone stanno affrontando. Ci coordiniamo costantemente con la città di Kiev per soddisfare tutte le loro esigenze”, ha dichiarato Kuleba durante una visita di 60 ambasciatori di Stati stranieri alla centrale termica di Darnytsia, nella capitale ucraina, mercoledì scorso.

Questa centrale termica serviva circa 500.000 persone a Kiev, ma dall’inizio della stagione di riscaldamento è già stata attaccata cinque volte con missili balistici e droni ed è ora quasi completamente distrutta.

“Oggi siete qui dopo l’attacco di ieri, quando il nemico ha lanciato 5 missili balistici proprio qui, mirando precisamente all’unica cosa che era rimasta operativa, ovvero proprio questa attrezzatura destinata a fornire calore alla popolazione. Ciò è avvenuto nella notte più fredda a Kiev. La temperatura notturna ha raggiunto i -26 gradi. Tutto ciò ha portato al fatto che, come potete vedere oggi, la stazione è quasi completamente distrutta”, ha detto.

Secondo Kuleba, il restauro di questa stazione è già iniziato.

“Abbiamo due giorni per capire tecnicamente quando e in che misura saremo in grado di ripristinare il funzionamento di questa stazione. Dopodiché sarà possibile fare alcune previsioni. Ad oggi è ancora piuttosto difficile dire qualcosa”, ha aggiunto.

In totale, dall’inizio della stagione di riscaldamento, più di 20 missili hanno colpito le centrali termoelettriche della capitale. Durante tali attacchi, gli occupanti russi utilizzano missili balistici con schegge, che distruggono le condutture del calore e complicano i lavori di ripristino.

Detto questo, si può vedere che il ministro sostiene che il “ripristino” dell’impianto è ancora in programma, o meglio, l’analisi sulla possibilità che possa essere ripristinato.

Infine, la sottostazione da 750 kV situata a 50.493880929107966, 29.693279584170742, che collega la centrale nucleare di Rivne a Kiev, è stata nuovamente colpita:

Le immagini satellitari mostrano nuovi danni alla sottostazione elettrica “Kyiv” da 750 kV dopo che è stata colpita da numerosi missili da crociera russi Kh-22/32 e missili da crociera ipersonici Zircon.

In particolare, all’esterno della sottostazione sono visibili numerosi crateri e segni di bruciature, che indicano che alcuni dei missili Kh-22 meno precisi sono stati utilizzati insieme ai Kh-32.

Si notano danni anche alla sottostazione stessa in almeno tre punti a causa dell’impatto dei missili.

Confronto:

50.493880929107966, 29.693279584170742

L’ipotesi che si sta formulando è che la Russia abbia utilizzato una serie di missili più vecchi come il Kh-22, che presumibilmente hanno mancato il bersaglio. Ciò è possibile, anche se va precisato che gli analisti stanno semplicemente formulando ipotesi. Non hanno una conoscenza diretta del sistema d’arma utilizzato per l’attacco. Per quanto ne sappiamo, potrebbero essere stati dei droni che hanno deviato dalla rotta a causa dell’EW.

Detto questo, la spiegazione del Kh-22 avrebbe senso logico per il seguente motivo. Si tratta di una delle testate più grandi della Russia e sarebbe l’ideale per un campo di sottostazioni così vasto, per mettere fuori uso il maggior numero possibile di trasformatori. Tuttavia, il missile è stato progettato come missile antinave e utilizza una guida radar terminale per agganciare una nave. Questa forma di guida non è progettata per essere utilizzata su un bersaglio terrestre di questo tipo, il che significa che il missile potrebbe essere programmato solo per utilizzare il suo INS, ovvero il sistema di navigazione/guida inerziale, fondamentalmente un giroscopio. Il vecchio giroscopio sovietico da solo probabilmente non avrebbe una grande precisione, poiché non è mai stato progettato per essere utilizzato da solo, anche se forse Oreshnik recentemente ha avuto qualcosa da dire al riguardo.

Naturalmente, è anche plausibile che alcuni missili siano stati abbattuti nella fase finale di discesa terminale e quindi abbiano colpito un punto “vicino” dopo la caduta. Ma probabilmente non si tratterebbe dei Kh-22, che, come abbiamo appreso, sono essenzialmente immuni all’abbattimento.

In ogni caso, è comunque evidente che tali attacchi non sono “definitivi” e che l’Ucraina continua ad avere potere operativo. Sembrano esserci tre colpi andati a segno all’interno del gigantesco campo della sottostazione, corrispondenti all’incirca ai cerchi sottostanti:

Questo potrebbe aver messo fuori uso una piccola manciata di trasformatori, che rappresentano una percentuale minima del totale disponibile in quella zona.

Alcuni sostengono addirittura che, nonostante i massicci attacchi russi dall’inizio del nuovo anno, l’energia complessiva dell’Ucraina continui a reggere abbastanza bene e sia persino in fase di ripristino, almeno stando a questo grafico:

Sebbene ritenga che un calo così drastico dall’80% al 40-50% in un solo mese sia piuttosto significativo, ciò non significa che la rete elettrica ucraina sia stata completamente distrutta.

In alcuni degli ultimi attacchi, la Russia ha continuato a utilizzare un numero record di missili Iskander. I rapporti indicano che ciò è dovuto a un forte aumento della produzione russa di missili Iskander:

https://www.csis.org/analysis/russias-grinding-war-ukraine

Il rapporto CSIS sopra citato sostiene che la Cina sia interamente responsabile di tale aumento:

Nel settore della difesa, la Cina ha aumentato in modo significativo le esportazioni verso la Russia di “articoli ad alta priorità”, un insieme di 50 beni a duplice uso che includono chip per computer, macchine utensili, radar e sensori di cui la Russia ha bisogno per sostenere i propri sforzi bellici. 49 Mentre la Russia non ha la capacità di produrre molti di questi beni in quantità sufficienti, il massiccio settore manifatturiero cinese è in grado di produrne un certo numero su larga scala. 50 Le esportazioni cinesi hanno aiutato la Russia a triplicare la produzione di missili balistici Iskander-M dal 2023 al 2024, che la Russia ha utilizzato per bombardare le città ucraine. 51 Inoltre, nel 2024 la Cina ha rappresentato il 70% delle importazioni russe di perclorato di ammonio, un ingrediente essenziale nel carburante dei missili balistici. 52 La Cina ha anche fornito alla Russia corpi di droni, batterie al litio e cavi in fibra ottica, componenti fondamentali per i droni in fibra ottica utilizzati in Ucraina, in grado di aggirare le interferenze elettroniche. 53


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Il Generale e la UE che non fu_di WS

Leggere   queste   tardive   considerazioni (https://italiaeilmondo.com/2026/02/03/vita-e-morte-dellunione-europea_di-andre-larane/ )   mi fa  solo  ridere amaramente.

 Svegliarsi adesso è tardi e  a volte mi domando   se non sia  anche peggio visto che  oramai  ci  si può fare  ben poco, in quanto la ” decostruzione degli Stati-Nazione” europei per asservirli agli interessi del Grande Kapitalismo ” anglosassone” è nel principio fondante di questa UE  e viene da lontano.

Ma   siamo arrivati     fin qui  perché  sostanzialmente lo abbiamo  voluto   NOI TUTTI , non solo le nostre , all’uopo  “ben selezionate” , élites   dalle  quali purtroppo noi ci siamo  fatti convincere  facilmente   perché non  c’ erano   abbastanza voci  contrastanti  altrettanto udibili  dalla “massa”, né questa era  poi  veramente in  grado  di  capire la  fregatura.

 Ed il meccanismo  di questo processo  ci  era  anche stato ben messo  davanti  in un noto “ falso profetico”, a dimostrazione  della  abilità   di  chi  questo “progetto”  lo ha  pensato e perseguito  per un   vasto lasso   di tempo  con tenacia,  sicurezza e abbondanza di mezzi.

Ma  questo è un  discorso generale,  che  a chi lo vuol vedere,   verrà  sempre più  chiaro  nel  nostro  “inferno prossimo venturo”; concentriamoci  qui invece sulle  dinamiche che  hanno portato  a  questo   LORO importante    risultato :  l’ attuale  UE.

Nella   fattispecie     a  portarci  “qui”  è  stato infatti il “non detto” di questo progetto politico-economico e che  Trump ha ora solo  messo brutalmente allo scoperto.

 E in questo ” non detto”  c’ è sempre   stata , quantomeno  dalla morte  di De Gaulle, la volontà di Francia e Germania di servire questo progetto per trarne un sotto-vantaggio al livello  “nazionale”, una cosa  iconicamente ben rappresentata dai reciproci “sorrisini” alle spalle del nostro pur ridicolo Berlusconi di Sarkozy e Merkel , queste due mere “creature” del colonialismo americano.

Perché il loro piano, qualunque esso fosse, era cieco ed autodistruttivo . “Gestire” infatti una “unione” creata da ALTRI , operandovi per il solo proprio e ALTRUI “vantaggio” a danno di tutti i restanti “membri”, è solo fare il Kapò di un Lager la cui finalità appunto non è un “accrescimento” ma solo una “distruzione”.

 La data    “fatale”         è  stata  quel 1992  quando  a Mastricht  si è  deviato  definitivamente  da  un progetto possibile  di Europa = Grande  Svizzera  verso  questo €urolager   del Grande Kapitale  “ anglosassone”  a gestione  franco-tedesca.

 Quella  data per noi è risultata  doppiamente  fatale  perché  come  sottoprodotto di quell ‘ accordo  abbiamo  avuto l’assalto DIRETTO   della  finanza “angloamericana”  al nostro  “  Sistema-Italia”  con anche il placet    di   Francia   e Germania    interessate  anch’esse  a prendersi una fetta.

  Ma si   era persa la strada  per un “modello  svizzero” già molto prima . Ho infatti  già  spiegato    quanto   il MEC    avesse  appunto  accidentalmente  ricomposto    “l’ unità  carolingia”   attraverso  una  ricomposizione  “lotaringica”     della  irrisolvibile  dicotomia    franco-tedesca.  Accidentale perché  la  divisione  della Germania  ne aveva   amputato  gran parte   delle  terre  “ sassoni”  e l’ aveva  riportata  quindi  ad una  dimensione “renana” .

E nel  formato MEC  la cosa  aveva funzionato  seppur  sempre peggio    causa i continui  “allargamenti”; da Maastricht la  distruzione  è diventata evidente   e si è poi   accelerata sempre più, fino al suo prossimo culmine raggiunto i quale tutto sarà fuso in una NATO-€uropa lanciata in un conflitto mortale con la Russia, cosa che è da sempre il progetto di  chi finanziò l’ ascesa   dello psicopatico   che questo  fine lo mise per scritto nel suo programma.

Ma ho  già scritto altrove  su questo, torniamo invece  al MEC

Il progetto MEC  era  proprio nato  fin dall’ inizio  a questo  scopo, portato avanti  da  “l’ agente”    Monnet : fare   gli “Stati Uniti di Europa”    come strumento integrato    del  Grande  Capitalismo “ angloamericano”. Ma   De  Gaulle uscendo  dalla  Nato , la struttura militare  gemella,  aveva  stoppato  il processo  al livello  di sola “alleanza  economica” : La CEE.

Affermando    il  concetto  di  una Europa     “dall’Atlantico agli Urali”   con tutti i suoi popoli dentro,    De Gaulle  spezzava  la  rete    “atlantista”   e poneva come obbiettivo  una comune  collaborazione   tra  tutti i popoli europei  ognuno  lasciato  nelle  sue specificità.

E  dato che ,   a conseguenza  di una  seconda  distruttiva  guerra   in Europa ,  i vincitori  angloamericani   ne avevano  già  creato  “il format”, si poteva  certamente cominciare  dalla CEE (fig1)

Fig1: il MEC

per avviare una collaborazione  più  stringente   tra i popoli     dell’ ex impero  carolingio  (Fig2)  quelli che  più a lungo avevano  avuto una   comune, seppur  spesso conflittuale, interazione.

            Fig2: l’Impero  Carolingio

Per  chiudere  appunto, la fonte  di questi devastanti  conflitti, Francia  e  Germania,  si riconciliarono  formalmente nel 1963 ponendo le basi  di  quel “direttorio”  franco-tedesco che  poi  ci ha portato  fin qui, non ostante i progetti di De Gaulle  fossero certamente altri.

Perché  purtroppo  le  basi  di quel progetto erano  divergenti.  Per  De Gaulle  era  fondamentale  costituire  un nucleo  strategico   di Europa   separato   dagli “angloamericani”    e quel nucleo non poteva  essere  che  centrato  sulla Francia,   unico stato  continentale  europeo  formalmente “vincitore”  che poteva  quindi dotarsi  dell’ atomica e quindi  rendere inconsistente il mito  della “minaccia  sovietica”  su  cui  si basava  il colonialismo americano dell’ Europa.

Ma   la classe politica   negli altri paesi  della  CEE  ancora “sotto occupazione” non poteva  oggettivamente  seguirlo  staccandosi  dalla NATO; nemmeno poi i  tedeschi volevano farlo,  perché  solo  l’ “amicizia”   anglomericana manteneva  in loro  il sogno   di  rifare  quella Grande Germania che avrebbe  ridato  corpo  ai  timori francesi (  e  ridevastato l’ Europa) .

  
I fattori   di  fallimento  dell’ idea  di De  Gaulle   c’erano  già tutti  e  l’ unico modo   per  evitarla    era  appunto   NON  espandere la CEE   e tenere l’ Italia  maggiormente  dalla propria parte.

Solo   così la CEE  avrebbe potuto    essere  quel  “nocciolo  critico”.

Trattavasi  ovviamente  di un  equilibrio difficile ,  ma col  tempo  le cose potevano solo migliorare.

Io non so  se questo fosse realmente il suo piano;  è comunque indubbio  che “le General”    non  volesse  nuovi apporti   “non carolingi”   e tantomeno una adesione  inglese.

Ma  questo   suo veto  durò  finché  lui   visse; i “bankesters”  avevano altre idee  e  sapevano aspettare.

 Ed infatti  “il banchiere  dei Rothshild   francesi“, suo successore  Pompidou,  ci  tirò dentro  la  Gran Bretagna  dei loro  cugini inglesi  e  già  lì fu sicuramente   la fine  di un progetto  “ Grande  Svizzera”.

Chiunque  però può capire  che   la storia sarebbe  stata  diversa   se   il progetto  del Generale  non fosse  stato  tradito  dal  suo   delfino  “banchiere”. Solo la volontà  del Generale  poteva   trattenere le   superiori  forze   dei  Bankesters  “anglosassoni”    che poi ci hanno portato  alla   attuale  situazione.

 Quale  è la morale  di   tutto questo ?  Che un solo uomo  per  quanto  grande  non basta  a portare  avanti una politica  in grado  di contrastare     un progetto  secolare   di  chi ha la continuità  e i mezzi per portarlo  avanti,   a cominciare dal mettere sempre  i propri uomini      dentro  la squadra  di  quel “solo uomo”    financo pure  il suo “delfino”/successore.

E’ già successo  e  purtroppo succederà ancora.

Non ci credete ?    Guardate  quanti “banchieri”  sono  già    a guidare la politica  degli  stati “atlantici” ,  e  loro non sono nemmeno i veri “bankesters”;  ne sono  solo i   meri “  funzionari”.

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Come reagiranno i paesi chiave al tentativo degli Stati Uniti di ripristinare l’unipolarità?_di Andrew Korybko

Come reagiranno i paesi chiave al tentativo degli Stati Uniti di ripristinare l’unipolarità?

Andrew Korybko3 febbraio
 
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Il ripristino della unipolarità da parte degli Stati Uniti rischia di scatenare un’altra guerra mondiale se non prevarrà il buon senso.

Le nuove Strategie di Sicurezza Nazionale e di Difesa degli Stati Uniti, che insieme articolano la “Dottrina Trump“, chiariscono che il grande obiettivo strategico degli Stati Uniti è quello di ripristinare la propria posizione predominante (unipolarità) nel mondo. A differenza di quanto accaduto durante la breve era unipolare che seguì la fine della Guerra Fredda, questa volta gli Stati Uniti sono esplicitamente riluttanti a lasciarsi coinvolgere in conflitti all’estero che rischiano di sovraccaricarli, e ora faranno maggiormente affidamento sui loro partner regionali per condividere l’onere di promuovere i loro interessi comuni.

Cina, Russia, Iran e Corea del Nord sono identificati come avversari degli Stati Uniti, il primo dei quali è descritto nella Strategia di Difesa Nazionale come “lo Stato più potente rispetto a noi dal XIX secolo”, e ciascuno di essi deve ora decidere se sfidare gli Stati Uniti, bilanciarli o allearsi con loro. In misura minore, lo stesso vale anche per potenze emergenti come l’India che hanno rapporti complessi con gli Stati Uniti. In ordine inverso, l’India non sfiderà mai gli Stati Uniti, ma è probabile che cercherà invece di bilanciarli e di allinearsi con loro.

L’aspetto dell’equilibrio si basa principalmente sulla Russia per evitare in modo preventivo una dipendenza economica e tecnico-militare potenzialmente sproporzionata dagli Stati Uniti, che potrebbe essere utilizzata a fini coercitivi. Per quanto riguarda l’aspetto del bandwagoning, questo riguarda il sincero interesse dell’India a rispettare il suo nuovo accordo commerciale con gli Stati Uniti e a concluderne altri in materia di difesa, a condizione che il primo non venga sfruttato dagli Stati Uniti per inondare il suo mercato e che il secondo non richieda lo stazionamento di truppe statunitensi sul suo territorio.

Al contrario, è improbabile che la Corea del Nord si schieri mai con gli Stati Uniti, preferendo invece bilanciare la situazione con una triangolazione tra Cina e Russia (per evitare una dipendenza sproporzionata da entrambe) e sfidandoli talvolta con test militari in risposta alle mosse regionali degli Stati Uniti. L’approccio dell’Iran continuerà probabilmente ad applicare tutte e tre le politiche: sfidare gli Stati Uniti in Asia occidentale; bilanciarli triangolando tra Cina e Russia; e negoziare un nuovo accordo nucleare per unirsi a loro un giorno.

La Russia ha perseguito lo stesso obiettivo sotto Trump 2.0: il suo sviluppo di armi strategiche sfida il ripristino della unipolarità da parte degli Stati Uniti; la triangolazione tra Cina e India (per evitare una dipendenza sproporzionata da entrambe) bilancia gli Stati Uniti; e i colloqui in corso cercano di raggiungere un accordo con gli Stati Uniti. La Cina non è diversa: il proprio potenziamento militare sfida anch’esso il ripristino dell’unipolarità; i suoi partner della BRI la aiutano a controbilanciare gli Stati Uniti; e i colloqui commerciali in corso cercano di raggiungere un accordo anche con essa.

Dal punto di vista della grande strategia degli Stati Uniti, che considerano la Cina come “lo Stato più potente rispetto a noi dal XIX secolo”, ci si aspetta che offrano condizioni di partnership relativamente migliori all’India e alla Russia per incentivarli ad allontanarsi relativamente dalla Cina. L’Iran sarà sottoposto in un modo o nell’altro affinché gli Stati Uniti possano controllare il flusso delle sue risorse verso la Cina, la Corea del Nord rimarrà sotto controllo e la Cina sarà costretta ad accettare un accordo commerciale sbilanciato per ostacolare la sua ascesa a superpotenza.

Come dice il proverbio, “i piani migliori dei topi e degli uomini spesso vanno storti”, quindi l’approccio sopra descritto potrebbe non essere attuato completamente. Anzi, potrebbe anche ritorcersi contro se la Cina si sentisse costretta in un dilemma a somma zero simile a quello dell’Impero giapponese del 1941, ovvero sottomettersi agli Stati Uniti o iniziare una guerra per evitare lo scenario peggiore, che è proprio quello che gli Stati Uniti vogliono evitare. Il ripristino della unipolarità da parte degli Stati Uniti rischia quindi di scatenare la prossima guerra mondiale se non prevarranno le menti più lucide.

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L’accordo commerciale indo-americano potrebbe cambiare drasticamente la direzione della transizione sistemica globale

Andrew Korybko3 febbraio
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La Russia potrebbe trovarsi di fronte a un grande dilemma strategico: affidarsi alla Cina per sostituire il mercato petrolifero indiano perduto, rischiando di diventare troppo dipendente da essa, oppure accettare compromessi difficili con gli Stati Uniti sull’Ucraina per una graduale riduzione delle sanzioni che restituirebbe gradualmente il suo petrolio al mercato globale.

Lunedì Trump ha annunciato a sorpresa un accordo commerciale tra India e Stati Uniti, in base al quale i dazi statunitensi sulle importazioni indiane scenderanno al 18%, mentre l’India ridurrà a zero i suoi dazi sulle importazioni statunitensi. Ha anche affermato che Modi ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo, che sostituirà con petrolio statunitense e possibilmente venezuelano , impegnandosi anche ad acquistare 500 miliardi di dollari di energia, tecnologia, prodotti agricoli, carbone e altri prodotti americani. Da parte sua, Modi ha confermato che l’accordo è stato effettivamente raggiunto, ma non ne ha confermato i dettagli.

Se Trump li avesse trasmessi accuratamente, e a quanto si dice, Se l’India avesse sbagliato ad affermare alla fine dell’anno scorso che aveva già smesso di acquistare petrolio russo, allora l’accordo commerciale indo-americano sarebbe stato certamente storico. Innanzitutto, poco meno della metà della popolazione indiana ( il 42% ) è impiegata nel settore agricolo, quindi le importazioni statunitensi di tali prodotti senza dazi potrebbero rovinare parte dei loro mezzi di sussistenza e spingere la popolazione rurale a trasferirsi in città. Le potenziali turbolenze socio-economiche potrebbero portare a disordini politici se gestite in modo improprio.

Ciò potrebbe essere compensato se maggiori investimenti da parte di Stati Uniti e Unione Europea, che hanno raggiunto un accordo commerciale con l’India il mese scorso, offrissero nuove opportunità di lavoro. Sebbene si tratti di una scommessa, Modi potrebbe aver calcolato che vale la pena correre questi rischi per ragioni macroeconomiche, di sicurezza regionale e geoeconomiche. Il primo obiettivo è quello di accelerare la crescita del PIL indiano, che si prevedeva già al 7,4% quest’anno, nonostante i dazi del 50% imposti dagli Stati Uniti all’epoca, contribuendo così a far diventare l’India la terza economia mondiale entro il 2030 o prima.

Per quanto riguarda la dimensione della sicurezza regionale, questa riguarda il ripristino del ruolo dell’India come principale partner sud-asiatico degli Stati Uniti attraverso la diplomazia economica, dopo che il rivale Pakistan l’ ha sostituita lo scorso anno, scongiurando così lo scenario in cui gli Stati Uniti strumentalizzano il Pakistan e il loro partner minore comune, il Bangladesh, come mandatari per ostacolare l’ascesa dell’India . La suddetta diplomazia economica si inserisce nella terza ragione geoeconomica che si può ipotizzare spieghi perché Modi potrebbe aver fatto compromessi così significativi per un accordo con Trump.

I dazi punitivi del 25% imposti dagli Stati Uniti per continuare a importare petrolio russo a prezzo scontato non valgono più il costo economico, ora che gli Stati Uniti offrono all’India petrolio venezuelano a prezzi simili. Nel frattempo, la minaccia di dazi del 25% per le relazioni commerciali con l’Iran e le preoccupazioni per la sua stabilità rendono il Corridoio di Trasporto Nord-Sud attraverso il suo territorio, diretto verso la Russia, impraticabile per il momento. L’effetto di questa pressione geoeconomica potrebbe aver comprensibilmente spinto l’India a dare priorità a un accordo con gli Stati Uniti.

Se i dettagli di Trump sul suo accordo con Modi sono corretti, allora l’India sta ricalibrando la sua grande strategia in direzione occidentale, sebbene a causa della coercizione economica. Le potenziali implicazioni di questo cambiamento di politica potrebbero essere una minore attenzione ai BRICS , una decelerazione della diversificazione dal dollaro , ulteriori accordi di difesa con gli Stati Uniti e la conseguente difficoltà nel mantenere il suo incipiente riavvicinamento con la Cina. Anche la Russia si troverebbe in un grande dilemma strategico se l’India smettesse effettivamente di importare il suo petrolio scontato.

Per stabilizzare le sue entrate di bilancio e il rublo, la Russia potrebbe fare affidamento sulla Cina per sostituire il suo mercato petrolifero indiano perduto, rischiando di diventare troppo dipendente da esso, oppure accettare una politica di pace dura. compromessi con gli Stati Uniti sull’Ucraina per una graduale riduzione delle sanzioni che restituirebbe gradualmente il suo petrolio al mercato globale. Le conseguenze sposterebbero drasticamente la transizione sistemica globale a favore della Cina o degli Stati Uniti, e se l’accordo commerciale indo-americano spingesse la Russia a fare questa scelta epocale, allora sarebbe davvero storica.

Gli Stati Uniti sono sul punto di sottomettere Cuba

Andrew Korybko1 febbraio
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L’obiettivo immediato dell’embargo petrolifero di fatto imposto dagli Stati Uniti a Cuba è un “aggiustamento di regime” che realizzi almeno alcuni degli obiettivi di politica estera richiesti da Trump e dia inizio a un graduale cambio di regime che scongiuri questa imminente crisi umanitaria istigata dagli Stati Uniti, che potrebbe riversarsi in Florida prima delle elezioni di medio termine.

La scorsa settimana Trump ha promulgato lo stato di ” emergenza nazionale ” per essersi concesso il potere di imporre dazi a qualsiasi paese che fornisca petrolio a Cuba. Questo riguarda principalmente il Messico, che ha sostituito il Venezuela come principale fornitore di petrolio di Cuba dopo che la cattura del presidente Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti ha portato il Messico a ottenere il controllo per procura sull’industria energetica della Repubblica Bolivariana attraverso il suo successore. Poco prima del decreto di Trump, il Messico aveva temporaneamente sospeso le sue spedizioni di petrolio a Cuba, che ora ha solo 15-20 giorni di scorte di petrolio.

A gennaio è stato valutato che “Tagliare [le importazioni di petrolio di Cuba] potrebbe accelerare il collasso dell’economia e quindi subordinarla agli Stati Uniti, con o senza un cambio di regime, come Washington ha cercato di ottenere già da decenni”. Trump ha previsto, in vista della promulgazione della sua ultima “emergenza nazionale”, che “Cuba è in realtà una nazione molto vicina al crollo”, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato alla Commissione Affari Esteri del Senato che “vorremmo vedere un cambio di regime”.

Tuttavia, il precedente venezuelano dimostra che gli Stati Uniti possono accettare un ” ritocco di regime ” al posto di un cambio di regime, ovvero il mantenimento della struttura di potere dello Stato preso di mira dopo alcuni cambiamenti (a volte significativi) che favoriscono gli interessi dello Stato intromettente. Il decreto di “emergenza nazionale” di Trump chiarisce che vuole che Cuba interrompa i legami con Russia, Cina, Iran, Hamas e Hezbollah. Vuole anche che Cuba attui “riforme significative” che implichino fortemente l’avvio di un cambio di regime graduale.

La vicinanza di Cuba alla Florida implica che qualsiasi crisi umanitaria scatenata dagli Stati Uniti a causa del blocco petrolifero di fatto, che potrebbe diventare formale se il blocco venezuelano venisse esteso a Cuba, potrebbe portare a un afflusso massiccio di rifugiati cubani via mare. Ciò potrebbe complicare le prospettive dei repubblicani in vista delle elezioni di medio termine di questo autunno, soprattutto in Florida, con la sua numerosa comunità cubano-americana, quindi Trump ha un incentivo politico interno per evitare il collasso totale di Cuba.

A tal fine, gli Stati Uniti potrebbero proporre un compromesso di “modifica del regime”, in base al quale Cuba taglierebbe i legami con i partner menzionati in precedenza (tutti in una volta o solo alcuni all’inizio) e avvierebbe un cambio di regime graduale guidato dagli Stati Uniti in cambio di aiuti petroliferi di emergenza. Se si rifiutasse di raggiungere un accordo, gli Stati Uniti potrebbero effettuare attacchi mirati contro obiettivi politici, militari e/o di altro tipo, possibilmente parallelamente a incursioni delle forze speciali, nessuno dei quali Cuba potrebbe impedire, poiché non ha mezzi per infliggere costi inaccettabili agli Stati Uniti.

Cuba non rappresenta una minaccia militare per gli Stati Uniti, né possiede risorse naturali significative, quindi rovesciare il suo governo non giova a nessun interesse tangibile degli Stati Uniti. Gli unici interessi promossi sono quelli immateriali e di parte, come il consolidamento simbolico del controllo degli Stati Uniti sull’emisfero , l’incoraggiamento di un maggior numero di ispanici a votare repubblicano, la riapertura del settore immobiliare dell’isola agli sviluppatori immobiliari statunitensi e la trasformazione dell’isola in una nuova meta turistica statunitense per aumentare la popolarità complessiva dei repubblicani.

Data l’importanza per Trump 2.0 di promuovere questi interessi prima delle elezioni di medio termine di questo autunno, gli Stati Uniti potrebbero costringere Cuba alla subordinazione attraverso il loro nuovo blocco petrolifero di fatto entro la primavera. L’obiettivo immediato è un “aggiustamento di regime” che raggiunga almeno alcuni degli obiettivi di politica estera richiesti e avvii un cambio di regime graduale che eviti una crisi umanitaria che potrebbe estendersi fino alla Florida. Se ciò non fosse possibile, si potrebbero impiegare mezzi militari, ma non è chiaro quali sarebbero i costi finali.

Il Pakistan e gli Stati Uniti potrebbero rivalutare la loro partnership strategica recentemente ripristinata

Andrew Korybko5 febbraio
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L’accordo commerciale indo-americano riduce notevolmente le probabilità che gli Stati Uniti contengano congiuntamente e persino tentino di “balcanizzare” l’India insieme al Pakistan, che era l’interesse comune responsabile del loro rapido riavvicinamento lo scorso anno, a causa delle tangibili poste in gioco che ora ha nella sicurezza e nella prosperità dell’India.

L’ accordo commerciale indo-americano dev’essere stato una sorpresa per il Pakistan. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Feldmaresciallo Asim Munir, l’uomo che controlla davvero il Pakistan, hanno corteggiato ossequiosamente Trump nell’ultimo anno. Il loro Paese si è anche affidato a lobbisti ben introdotti e ad accordi potenzialmente corrotti sulle criptovalute con l’azienda del figlio per ottenere un’aliquota tariffaria favorevole del 19%. L’India, nonostante i suoi rapporti molto difficili con gli Stati Uniti nell’ultimo anno, ha appena ricevuto un’aliquota tariffaria del 18% che non è passata inosservata in Pakistan.

Col senno di poi, il Pakistan, “principale alleato non NATO”, ha fatto tutto il possibile per avviare un rapido riavvicinamento con gli Stati Uniti, volto a ripristinare il suo tradizionale ruolo di principale alleato regionale degli Stati Uniti, sperando che ciò avrebbe poi portato gli Stati Uniti a contenere congiuntamente e persino a tentare di “balcanizzare” l’India. Da parte sua, Trump 2.0 ha assecondato questa iniziativa, ma ora si può sostenere che le sue intenzioni non fossero sincere (almeno non del tutto) e che si trattasse piuttosto di uno stratagemma per spingere l’India a scendere a compromessi commerciali difficili.

Se l’India non avesse concluso un accordo con gli Stati Uniti, questi ultimi avrebbero potuto benissimo concludere che i loro interessi generali sarebbero stati meglio tutelati promuovendo quelli regionali del Pakistan, il che avrebbe potuto portare a una serie di problemi di sicurezza per l’India. Invece, ottenendo interessi tangibili nella sicurezza e nella prosperità dell’India, è ora molto meno probabile che gli Stati Uniti contengano congiuntamente e persino potenzialmente cerchino di “balcanizzare” l’India, poiché i tumulti che ne deriverebbero metterebbero a repentaglio le opportunità economiche che hanno lavorato così duramente per sbloccare.

Il Pakistan non può competere economicamente con l’India a causa delle asimmetrie di mercato e delle differenze strutturali, dovute al fatto che l’India ha una popolazione quasi sei volte superiore a quella del Pakistan e che settori chiave dell’economia pakistana rimangono informalmente sotto il controllo militare. Questi fatti contestualizzano il motivo per cui ha fatto ricorso a servilismo, lobbisti e corruzione speculativa nel settore delle criptovalute per corteggiare Trump. L’unica attrattiva che il Pakistan ha ancora per gli interessi nazionali degli Stati Uniti è la sua potenziale ricchezza mineraria critica .

La CNN ha riferito che il Pakistan afferma di possedere 8.000 miliardi di dollari di risorse minerarie essenziali, con una singola miniera in Belucistan che esporta già ogni anno circa un quinto del fabbisogno annuale di rame degli Stati Uniti verso la Cina. Gli Stati Uniti non sono in grado di sfruttare appieno il potenziale di questo settore a causa della partnership strategica del Pakistan con la Cina, che condivide la sua valutazione della minaccia rappresentata dall’India, e del peggioramento delle insurrezioni terroristiche sostenute dai talebani in Belucistan e Khyber Pakhtunkhwa. L’accordo commerciale indo-americano potrebbe complicare ulteriormente la situazione.

Il previsto miglioramento dei rapporti indo-americani disincentiva il Pakistan dal concedere agli Stati Uniti un accesso preferenziale ai suoi minerali essenziali rispetto alla Cina, per non parlare della rottura dei contratti con la Cina come prevedibilmente richiederebbe la ” Dottrina Trump “, per timore di una dipendenza sproporzionata da un nuovo appoggio degli Stati Uniti all’India. Allo stesso modo, il suddetto miglioramento dei rapporti indo-americani potrebbe essere ostacolato da qualsiasi nuovo sostegno antiterrorismo statunitense al Pakistan per garantire l’accesso ai suoi minerali essenziali, che potrebbe dissuadere gli Stati Uniti dal farlo.

Per queste ragioni, Pakistan e Stati Uniti potrebbero rivalutare la loro partnership strategica dopo l’accordo commerciale indo-americano, il che riduce notevolmente le probabilità che gli Stati Uniti contengano congiuntamente e possibilmente persino tentino di “balcanizzare” l’India. Infatti, a seconda dell’abilità della diplomazia indiana, gli Stati Uniti potrebbero presto orientarsi a contrastare la suddetta strategia di Islamabad a partire dal Bangladesh recentemente “pakistanizzato” e sempre più anti-indiano, al fine di ripristinare l’equilibrio regionale sconvolto dal cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti nell’estate del 2024

Quali sono le probabilità che la Russia accetti un piano di cessate il fuoco a tre livelli in Ucraina?

Andrew Korybko5 febbraio
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È presumibilmente possibile che il rapporto del Financial Times diventi realtà, ma per essere assolutamente chiari, si tratta di pure supposizioni ed è molto più probabile che la Russia non sia d’accordo.

Gli Stati Uniti hanno espresso il loro sostegno alle truppe NATO in Ucraina il mese scorso, dopo che gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno elogiato per la prima volta il principio delle garanzie di sicurezza, subito dopo che Francia e Regno Unito si sono impegnati a schierare truppe lì in caso di cessate il fuoco . Questa sequenza è stata analizzata in dettaglio qui . Un recente rapporto del Financial Times , pubblicato poco prima del secondo round dei colloqui trilaterali russo-ucraino-statunitensi, indica che tutti e tre sono molto seri riguardo a questo principio.

Secondo le loro fonti, loro e l’Ucraina hanno concordato un piano di cessate il fuoco a tre livelli. Le prime 24 ore dopo qualsiasi presunta violazione russa comporteranno una risposta militare ucraina, le successive 24 ore vedranno l’intervento delle forze della “coalizione dei volenterosi”, mentre le ultime 24 ore coinvolgeranno le forze americane se la Russia non farà marcia indietro. Un piccolo incidente di confine, magari anche innescato da un’operazione sotto falsa bandiera ucraina, potrebbe quindi facilmente sfociare in una Terza Guerra Mondiale in sole 72 ore.

Questo scenario oscuro è particolarmente probabile se le truppe NATO venissero schierate in Ucraina in caso di un cessate il fuoco, come ha dichiarato il Segretario Generale della NATO Mark Rutte in un discorso pronunciato alla Rada, casualmente lo stesso giorno dell’articolo del Financial Times. Nelle sue parole, “Alcuni alleati europei hanno annunciato che schiereranno truppe in Ucraina dopo il raggiungimento di un accordo. Truppe a terra, jet in aria, navi sul Mar Nero. Gli Stati Uniti saranno la garanzia”.

La Russia ha ripetutamente avvertito che avrebbe preso di mira le forze straniere schierate in Ucraina, e ha anche ribadito praticamente altrettante volte la sua opposizione a un cessate il fuoco, proponendo invece una fine completa del conflitto che risolva le cause profonde e porti al ripristino della neutralità dell’Ucraina. Accettare il presunto piano di cessate il fuoco a tre livelli, soprattutto se comportasse il dispiegamento di truppe NATO in Ucraina, rappresenterebbe quindi un cambiamento di rotta molto significativo.

Per essere chiari, nessun funzionario russo ha detto nulla che possa anche lontanamente essere interpretato come un’insinuazione che il Cremlino stia prendendo in considerazione una simile ipotesi, quindi rimane puramente speculativa. Tuttavia, non si può escludere, ed è ipoteticamente possibile che la Russia possa essere convinta ad accettare. Per continuare con l’esercizio di riflessione, gli incentivi potrebbero includere il ritiro dell’Ucraina dal Donbass, la conclusione di un accordo tra Russia e Stati Uniti incentrato sulle risorse. partenariato strategico e rapida riduzione delle sanzioni, et al.

Un simile compromesso potrebbe essere razionalizzato dalla Russia in termini di costi militari, finanziari e opportunità derivanti dal continuare a perseguire gli obiettivi massimalisti dichiarati all’inizio della guerra speciale. operazione che ora supera i benefici della reciprocità compromessi . Il suddetto quid pro quo porterebbe la Russia a ottenere pacificamente il controllo sul territorio più emotivo che rivendica, dando al leader statunitense della NATO interessi nella sicurezza e nella prosperità della Russia e restituendo gradualmente il suo petrolio al mercato globale.

Le armi strategiche della Russia – gli Oreshnik ipersonici , i sottomarini nucleari, i droni sottomarini Poseidon per scatenare tsunami devastanti, ecc. – potrebbero anche dissuadere l’Occidente dall’intensificare le sue azioni dopo un eventuale attacco sotto falsa bandiera ucraino, garantendo così la propria sicurezza nonostante il piano a tre livelli e le truppe NATO in Ucraina. È quindi presumibilmente possibile che il rapporto del Financial Times diventi realtà, ma per essere assolutamente chiari, si tratta di pure congetture ed è molto più probabile che la Russia non sia d’accordo.

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Gli Stati Uniti potrebbero fare all’Alleanza del Sahel un’offerta che non potrà rifiutare

Andrew Korybko4 febbraio
 
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I suoi membri potrebbero ricevere dal capo dell’Ufficio per gli affari africani l’ordine di lasciare che gli Stati Uniti sostituiscano o almeno “bilanciano” il ruolo della Russia come loro principale partner in materia di sicurezza, sotto la minaccia implicita di pressioni militari nigeriane sostenute dagli Stati Uniti con pretesti antiterroristici, avanzate terroristiche sostenute dalla Francia e/o attacchi antiterroristici statunitensi.

Il Dipartimento degli Affari Africani degli Stati Uniti ha annunciato nel fine settimana che il suo capo si recherà a Bamako “per trasmettere il rispetto degli Stati Uniti per la sovranità del Mali e il desiderio di tracciare un nuovo corso nelle relazioni bilaterali e superare gli errori politici del passato”. Ha aggiunto che “gli Stati Uniti sono ansiosi di discutere i prossimi passi per rafforzare la cooperazione tra Stati Uniti e Mali e di consultarsi con altri governi della regione, tra cui Burkina Faso e Niger, su questioni di sicurezza e interessi economici comuni”.

Il contesto geostrategico in rapida evoluzione è molto rilevante. Segue il bombardamento statunitense dell’ISIS in Nigeria a Natale, che è stato valutato qui come un possibile segnale dell’inizio di una partnership antiterroristica più solida che potrebbe alla fine servire da pretesto per la destabilizzazione nigeriana sostenuta dagli Stati Uniti dell’Alleanza Saheliana (AES secondo il suo acronimo francese) con tali pretesti. L’AES comprende i paesi confinanti Niger, Burkina Faso e Mali, quest’ultimo teatro del primo colpo di Stato militare patriottico nella regione.

Il blocco si sta inoltre trasformando in una confederazione ed è alleato militarmente con la Russia, che lo aiuta nei compiti di “sicurezza democratica” volti a garantire la stabilità politica e a contrastare le minacce terroristiche. A questo proposito, i tentativi di colpo di Stato segnalati non sono rari (soprattutto in Burkina Faso) e i terroristi stanno avanzando da quando l’AES ha espulso la Francia, che accusano di essere dietro a tutto questo per vendetta. Le battute d’arresto strategiche della Francia nel Sahel negli ultimi anni hanno danneggiato la sua immagine di grande potenza.

Se gli Stati Uniti riuscissero a convincere l’AES a sostituire o almeno a “bilanciare” il ruolo della Russia come loro principale partner in materia di sicurezza, che costituisce la base dei loro legami strategici che si sono evoluti in ambito socio-culturale, minerario, energetico e in altri settori, allora gli Stati Uniti potrebbero danneggiare anche l’immagine della Russia come grande potenza. Da quando è iniziata l’operazione speciale , la Russia ha subito alcune battute d’arresto strategiche in Armenia-Azerbaigian e, in misura minore, in Kazakistan, Venezuela e Siria, dove gli Stati Uniti hanno interesse a replicare l’AES.

Ciò potrebbe essere ottenuto in modo “facile” dai paesi che accettano volontariamente la suddetta richiesta speculativa degli Stati Uniti, con un accordo forse addolcito da aiuti su larga scala e/o tariffe ridotte per l’accesso al mercato statunitense, oppure in modo “difficile” attraverso una coercizione militare indiretta. Il secondo approccio potrebbe essere portato avanti attraverso una combinazione di pressioni militari nigeriane sostenute dagli Stati Uniti con pretesti antiterroristici, avanzate terroristiche sostenute dalla Francia e/o attacchi antiterroristici statunitensi.

Per quanto riguarda l’ultima possibilità, il bombardamento dell’ISIS in Nigeria ha creato un precedente che potrebbe giustificare un’azione simile nell’AES, anche se senza la loro approvazione, a differenza di quella concessa da Abuja a Washington. Secondo quanto riferito, gli Stati Uniti starebbero anche valutando la possibilità di schierare aerei spia in Costa d’Avorio, che confina con il Mali e il Burkina Faso, per facilitare le operazioni antiterrorismo transfrontaliere. Se la decisione venisse presa, è prevedibile che questi aerei sarebbero accompagnati da droni armati. Tutto ciò potrebbe costringere l’AES ad accettare la richiesta speculativa degli Stati Uniti.

Si può quindi ritenere che il tentativo di Trump 2.0 di riavvicinarsi diplomaticamente all’AES sia quasi certamente finalizzato a fare loro un’offerta che non potranno rifiutare. Tutti e tre i suoi membri stanno già lottando per arginare l’avanzata dei terroristi nonostante l’aiuto della Russia, che comprensibilmente sta dando la priorità all’operazione speciale, e non è chiaro cosa farebbero se perdessero altro terreno mentre subiscono maggiori pressioni dalla Nigeria sostenuta dagli Stati Uniti, dalla Francia sostenuta dagli Stati Uniti e/o dagli stessi Stati Uniti. Sarebbe molto difficile continuare a rifiutare.

La Russia è il partner più affidabile che potrebbero avere, poiché dispone di risorse sufficienti da non aver bisogno di quelle di altri paesi, a differenza della Francia e degli Stati Uniti, ma le sue forze armate hanno le mani legate a causa dell’operazione speciale e non possono correre in loro soccorso come fece l’URSS con l’Etiopia dalla Somalia alla fine degli anni ’70. La Francia e gli Stati Uniti lo comprendono perfettamente, motivo per cui la prima ha sostenuto i gruppi terroristici contro l’AES, mentre i secondi stanno probabilmente preparando un’offerta che non potranno rifiutare.

Lo scenario migliore è che le forze armate dell’AES ottengano una svolta nelle rispettive campagne antiterroristiche, comunque interconnesse, con l’aiuto della Russia, vanificando così quelli che sono probabilmente i piani della Francia, della Nigeria e del loro comune protettore statunitense. Tuttavia, ciò non può essere dato per scontato, vista la difficoltà che hanno incontrato negli ultimi anni, come dimostrano le loro recenti battute d’arresto, quindi non si può escludere lo scenario peggiore, ovvero la loro capitolazione agli Stati Uniti o il loro collasso.

Si prevede che l’India ridurrà solo lentamente le sue importazioni di petrolio russo

Andrew Korybko4 febbraio
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Gli Stati Uniti potrebbero rimanere delusi, ma le importazioni di petrolio dell’India sono sempre state determinate dalle condizioni del mercato e né il petrolio americano né quello venezuelano sono in grado di sostituire su larga scala il petrolio russo nel prossimo futuro.

La parte più scandalosa dell’accordo commerciale indo-americano è stata l’affermazione di Trump secondo cui “[Modi] ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di acquistarne molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela”. Modi ha confermato che l’accordo era stato effettivamente raggiunto, ma non ne ha confermato i dettagli, mentre il suo Ministro del Commercio si è limitato a ribadire la politica di lunga data dell’India di continuare a diversificare i propri fornitori. Le sue importazioni su larga scala di petrolio russo sono sempre state guidate dalle condizioni di mercato, mai dall’ideologia.

La base per i dazi punitivi del 25%, ora revocati dagli Stati Uniti, era che questi acquisti alimentassero la macchina bellica russa. Era quindi fuorviante, poiché questa non era mai stata l’intenzione dell’India. Ciononostante, gli Stati Uniti vogliono ovviamente che l’India riduca le importazioni di petrolio russo, al fine di privare il Cremlino di entrate di bilancio estere che contribuiscono a stabilizzare il rublo e a finanziare lo speciale… operazione , ergo la richiesta di Trump. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente supponendo che l’India abbia accettato questa richiesta, per diverse ragioni.

Bloomberg ha riportato che “i flussi giornalieri si attestavano ancora intorno a 1,2 milioni di barili a gennaio, secondo i dati di Kpler. I massimi dirigenti delle raffinerie statali e private indiane avevano precedentemente affermato di aspettarsi che questi volumi scendessero sotto 1 milione di barili al giorno, un livello ritenuto raggiungibile per l’India e accettabile per gli Stati Uniti”. Di conseguenza, mentre i 200.000 barili di petrolio al giorno potenzialmente ridotti dalla Russia potrebbero ipoteticamente essere sostituiti dagli Stati Uniti e/o dal Venezuela , farebbero fatica a sostituire l’intero totale.

Il Wall Street Journal ha riportato che “ci vuole più tempo per trasportare petrolio dagli Stati Uniti all’India che dalla Russia all’India. Attualmente, il tempo di transito dalla costa del Golfo degli Stati Uniti all’India è di 54 giorni. Dalla Russia, è di 36 giorni, secondo Vortexa. Acquistare dagli Stati Uniti è anche più costoso. Le raffinerie in India dovrebbero pagare 7 dollari in più al barile… Le raffinerie in India sono più abituate a raffinare greggi pesanti e acidi, che sono il tipo di petrolio in Russia e in Venezuela, ma non quello leggero e dolce negli Stati Uniti”.

DW ha riferito di conseguenza che “le consegne (dal Venezuela) potrebbero essere influenzate dal persistere delle sanzioni, nonché da ostacoli logistici simili e dall’aumento dei costi derivanti dal trasporto del petrolio dall’altra parte del mondo. Con la produzione petrolifera venezuelana che si aggira ancora intorno ai 900.000 barili al giorno – una frazione dei 3-4 milioni di barili prodotti nei primi anni 2000 – ci vorranno anni, una politica stabile e ingenti investimenti per aumentare le forniture e soddisfare la domanda indiana”, tenendo presente che si prevede che i consumi continueranno a crescere .

Lo scenario più probabile è quindi che l’India sostituisca gradualmente alcune delle sue importazioni di petrolio russo con quelle venezuelane, ma l’ambasciatore venezuelano in Cina ha detto ai suoi ospiti che il prezzo del petrolio sarà ora dettato dalle condizioni di mercato e Trump ha accolto con favore gli investimenti cinesi nell’industria petrolifera venezuelana. L’India dovrà quindi competere con la Cina per il petrolio venezuelano, e il prezzo potrebbe presto superare quello del petrolio russo, quindi le importazioni di petrolio venezuelano potrebbero non sostituire quelle russe così rapidamente come si aspettano gli Stati Uniti.

Il risultato è che le importazioni di petrolio russo da parte dell’India probabilmente diminuiranno solo lentamente, tendenza confermata dal Ministro del Petrolio indiano a fine gennaio (probabilmente in risposta ai dazi punitivi del 25% degli Stati Uniti, ora revocati), il che eviterà qualsiasi shock alle economie indiana e russa. Gli Stati Uniti potrebbero essere delusi, ma proprio come per le importazioni di petrolio russo da parte dell’India, anche le importazioni di petrolio di altri paesi sono guidate dalle condizioni di mercato, non dall’ideologia, e gli affari sono affari , indipendentemente da come li faccia sentire l’uno o l’altro.

Probabilmente sono stati i talebani, non l’India o gli Stati Uniti, ad aver aiutato il BLA nella sua ultima serie di attacchi

Andrew Korybko2 febbraio
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Né le accuse del Pakistan contro l’India né le speculazioni della comunità dei media alternativi sul coinvolgimento della CIA hanno senso.

L’anno appena trascorso è stato piuttosto positivo per il Pakistan. Ha convinto parte della comunità internazionale di aver abbattuto diversi jet indiani durante gli scontri della scorsa primavera , ha avviato un rapido riavvicinamento con gli Stati Uniti dopo aver accettato la controversa affermazione di Trump di mediare tra il Pakistan e l’India e ha promosso i suoi servizi militari all’estero attraverso accordi di sicurezza e di armi . La ritrovata fiducia che trasudava dalla sua dittatura militare di fatto, tuttavia, ha subito un duro colpo dopo gli ultimi attacchi coordinati in Belucistan.

L'”Esercito di Liberazione del Balochistan” (BLA), un gruppo etnico-separatista designato come terrorista da diversi stati, ha compiuto numerosi attacchi suicidi e con armi da fuoco contro obiettivi amministrativi, militari, di polizia e civili durante il fine settimana. La portata di questi attacchi in tutta la regione omonima, ricca di risorse, che secondo loro viene saccheggiata come una colonia dai pakistani punjabi e dai loro partner cinesi, testimonia l’alto livello di organizzazione del gruppo e la continua lotta dello stato per sventare i suoi piani.

Il porto di Gwadar , in Belucistan , anch’esso preso di mira, è il punto terminale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della Belt & Road Initiative cinese. Nelle vicinanze si trova il porto di Pasni, che il Pakistan, “principale alleato non NATO”, starebbe valutando di cedere agli Stati Uniti per facilitare l’esportazione di minerali dal Belucistan, in base all’accordo dello scorso anno ; tuttavia, potrebbe anche aiutare gli Stati Uniti ad accedere all’Asia centrale se i rapporti tra Afghanistan e Pakistan dovessero migliorare. I disordini in Belucistan danneggiano quindi gli interessi sia cinesi che statunitensi.

Come prevedibile, il Pakistan ha attribuito all’India la responsabilità dell’ultima ondata di attacchi, ma è altamente improbabile che l’India metta a repentaglio il suo incipiente riavvicinamento alla Cina e rischi di subire una maggiore ira degli Stati Uniti di quanta ne stia già subendo a causa dei dazi militari di Trump, attaccando i propri interessi per procura attraverso il BLA. Sebbene gli Stati Uniti abbiano interesse a fermare il CPEC, la sua alleanza ristabilita con il Pakistan e l’obiettivo di Trump di riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram in Afghanistan con il sostegno di Islamabad escludono il coinvolgimento della CIA .

Queste osservazioni rafforzano il sospetto che i Talebani abbiano aiutato il BLA, direttamente o tramite i terroristi del “Tehreek e Taliban Pakistan” (TTP), che Islamabad ha accusato Kabul di patrocinare e che, secondo quanto riferito, hanno iniziato a stringere legami con i separatisti beluci negli ultimi anni. Sebbene i Talebani non abbiano problemi con la Cina e cerchino di instaurare rapporti cordiali con gli Stati Uniti, il sostegno a gruppi anti-pakistani come il TTP e il BLA potrebbe essere visto da loro come un mezzo per compensare la loro asimmetria di potere con il Pakistan.

Il danno che questa politica potrebbe infliggere agli interessi cinesi e statunitensi potrebbe essere liquidato con noncuranza dai talebani come danno collaterale nel loro programma ibrido. Guerra con il Pakistan, accusato di sostenere i terroristi dell’ISIS-K, compresi quelli che hanno orchestrato l’attacco terroristico al Crocus in Russia. A parte queste accuse di rappresaglia, il BLA ha oggettivamente dimostrato di rappresentare una grave minaccia per il Pakistan attraverso i suoi ultimi attacchi coordinati in Belucistan, che non sarebbero stati possibili senza un certo livello di sostegno popolare.

Guardando al futuro, quanto accaduto nel fine settimana non promette nulla di buono per il Pakistan, che nell’ultimo anno ha vissuto un periodo di grande prosperità grazie al percepito successo nella regione e oltre, per poi ritrovarsi improvvisamente a dover fronteggiare la fragilità della situazione della sicurezza nella sua provincia più grande e ricca di risorse. Un’altra operazione antiterrorismo potrebbe quindi essere imminente, ma qualsiasi abuso contro i civili, come quello già accaduto in passato, potrebbe ritorcersi contro di loro, alimentando un sostegno ancora maggiore alla popolazione per l’Esercito di Liberazione del Pakistan (BLA), peggiorando ulteriormente la situazione della sicurezza.

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Gli interessi della Russia in Siria vanno ben oltre il mantenimento delle sue basi aeree e navali

Andrew Korybko2 febbraio
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Sono tutti collegati al ruolo svolto nella costruzione congiunta della “Nuova Siria”.

Il secondo viaggio a Mosca del presidente siriano Ahmed “Jolani” al-Sharaa in diversi mesi è stato ampiamente interpretato come legato al futuro delle basi aeree e navali russe presenti in quel Paese. Ciò può essere vero, soprattutto perché svolgono un ruolo logistico praticamente insostituibile per l'”Africa Corps” russo, attivo in diverse località del continente, ma i suoi interessi in Siria vanno ben oltre. Come ha sottolineato lo stesso Sharaa durante il suo primo incontro con Putin, egli prevede che la Russia contribuisca a costruire la “Nuova Siria”.

Questo grande obiettivo fu analizzato qui all’epoca e può essere riassunto come una “missione di costruzione della nazione” postmoderna congiunta, simile nello spirito alle decine di missioni per cui il predecessore sovietico della Russia era famoso in tutto il Sud del mondo durante la Vecchia Guerra Fredda. Replicare questo approccio nella Siria di oggi promuove diversi interessi russi interconnessi, non ultimo il mantenimento e l’espansione delle sue attività commerciali in quel Paese. Questo è di enorme importanza al giorno d’oggi, date le sanzioni anti-russe dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti.

Guadagnare denaro è importante, ma avvantaggiare la Siria e il suo popolo in questo processo dimostrerebbe che si può fare affidamento sulle imprese russe per assistere altri paesi colpiti dal conflitto nella loro ricostruzione, rafforzando così i legami della Russia con tali stati e, idealmente, ampliando la gamma delle sue partnership. Ciò riguarda rispettivamente la Repubblica Centrafricana e l’ Alleanza degli Stati del Sahel, dove la Russia già intrattiene tali legami, e la Repubblica Democratica del Congo e il Sudan, la cui ricostruzione spera di contribuire.

Ciò che è così straordinario nel ruolo della Russia nella costruzione congiunta della “Nuova Siria” è che molti si aspettavano la perdita della sua influenza lì poco dopo la caduta di Assad . La partnership di Sharaa con Putin in questo senso serve quindi da esempio per altri stati in cui la Russia potrebbe subire battute d’arresto simili, come il Venezuela post-Maduro e forse presto l’Iran , che anche loro possono trarre beneficio dal preservare ed espandere la propria influenza. Il precedente siriano dimostra che gli Stati Uniti non li costringeranno sempre a tagliare i legami con la Russia.

Il Venezuela post-Maduro potrebbe essere costretto a ridurli a causa della pressione molto maggiore esercitata dagli Stati Uniti, guidata dalla “Dottrina Donroe” per il dominio delle Americhe, ma è degno di nota che la Russia abbia confermato che i legami diplomatici rimangono intatti e la cooperazione tecnico-militare continua . Quegli stati recentemente allineati agli Stati Uniti che seguono il modello pragmatico avviato da Sharaa possono evitare più efficacemente una dipendenza sproporzionata dagli Stati Uniti e dai loro altri protettori e quindi massimizzare la propria flessibilità politica.

Si prevede che questo effetto dimostrativo sarà attraente per molti Paesi, sia quelli in situazioni simili a quella della Siria (siano essi recentemente allineati agli Stati Uniti e/o afflitti da conflitti) sia quelli che non lo sono (come i Paesi del Sud del mondo geopoliticamente neutrali e relativamente stabili), il che può aiutare la Russia a riequilibrare la propria posizione geopolitica. Il soft power della Russia potrebbe anche crescere all’interno della comunità musulmana internazionale, o Ummah, dopo che i suoi membri statali e non statali avranno assistito a una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra la Siria islamista e la Russia.

Per concludere, il ruolo della Russia nella costruzione congiunta della “Nuova Siria” promuove molti più interessi rispetto al mantenimento delle sue basi militari lì, anche se questo non significa che queste ultime non siano importanti. Ciò che la Russia vuole fare è preservare ed espandere le sue attività commerciali lì, ispirare un’ampia gamma di paesi a collaborare con lei dopo aver visto i benefici che le sue attività possono apportare agli stati recentemente allineati agli Stati Uniti e/o afflitti da conflitti, e rafforzare il suo soft power nella Ummah. Questi obiettivi sono ragionevoli e raggiungibili.

L’ambasciatore dello Sri Lanka in Russia ha condiviso un rapido aggiornamento sui legami bilaterali

Andrew Korybko31 gennaio
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Sembra che lo Sri Lanka stia seguendo l’esempio della vicina India nel voler ampliare il commercio del settore reale attraverso il corridoio marittimo Vladivostok-Chennai, espandere la cooperazione energetica e ospitare più esercitazioni militari.

L’ambasciatrice dello Sri Lanka in Russia, Shobini Gunasekera, ha rilasciato una breve intervista alla TASS sui legami bilaterali a metà dicembre. Il suo Paese viene raramente menzionato in riferimento alla politica estera russa, ma è una destinazione sempre più popolare per i suoi turisti. Lo Sri Lanka ha anche sfidato le sanzioni occidentali sul petrolio e sui cereali russi negli ultimi quattro anni, a dimostrazione della sua neutralità di principio nei confronti della Nuova Guerra Fredda. Questa posizione è profondamente apprezzata dalla Russia e crea una solida base per un’ulteriore espansione dei loro legami.

A questo proposito, Gunasekera ha iniziato la sua intervista elogiando la Russia per gli aiuti umanitari forniti dopo l’ultimo devastante ciclone che ha colpito la sua nazione insulare. Ha poi rassicurato i turisti russi che lo Sri Lanka è pronto ad accoglierli in qualsiasi momento, poiché le sue strutture turistiche sono state fortunatamente risparmiate dal recente disastro. Passando al commercio, ha osservato come si tratti di soli 727 milioni di dollari all’anno, un valore fortemente sbilanciato a favore della Russia (550 milioni di dollari di esportazioni contro 177 milioni di dollari).

Le esportazioni russe sono “principalmente prodotti petroliferi, fertilizzanti, minerali, carbone e cereali”, mentre quelle dello Sri Lanka sono “principalmente tè”, ma ritiene che in futuro si potrebbero esportare di più in Russia frutti di mare, frutta e verdura, tessuti e pietre preziose. Sebbene le sanzioni abbiano causato alcune complicazioni, Gunasekera ha rivelato di “aver avuto un’ottima discussione con i rappresentanti della Camera di Commercio e Industria di Vladivostok, che mi hanno offerto numerose opportunità di cooperazione”.

Si tratta probabilmente di un’allusione alla potenziale partecipazione dello Sri Lanka lungo il Corridoio Marittimo Vladivostok-Chennai (VCMC), che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha confermato all’inizio di dicembre, in vista della visita di Putin a Delhi, come uno dei progetti prioritari nelle relazioni russo-indiane. In futuro, quindi, il commercio bilaterale nel settore reale (non energetico) potrebbe essere condotto più frequentemente lungo questa rotta. Gunasekera ha poi suggerito che la manodopera dello Sri Lanka potrebbe contribuire a soddisfare le esigenze della Russia ( proprio come è pronta a fare quella dell’India ).

Verso la fine dell’intervista, ha parlato dell’interesse del suo Paese per l’aiuto della Russia nella costruzione di un terminale GNL, ma ha chiarito che non è stato ancora raggiunto alcun accordo. Per concludere, le sue ultime osservazioni hanno riguardato le prime esercitazioni militari bilaterali dello scorso autunno , che, a suo dire, potrebbero diventare un evento annuale ospitato dallo Sri Lanka, poiché riguardano specificamente la guerra nella giungla. Sembrava anche accennare all’apertura dello Sri Lanka a ulteriori visite della flotta russa del Pacifico.

L’importanza complessiva dello Sri Lanka per la politica russa nell’Asia meridionale è ovviamente messa in ombra da quella della vicina India, ma come intuito dalla sua intervista, sembra che lo Sri Lanka stia tacitamente seguendo l’esempio dell’India, volendo ampliare gli scambi commerciali attraverso la VCMC, espandere la cooperazione energetica e ospitare più esercitazioni militari. Di conseguenza, sarebbe vantaggioso per tutti i loro interessi formare un gruppo di lavoro che si riunisca periodicamente per discutere di iniziative trilaterali reciprocamente vantaggiose, sfruttando così al massimo queste opportunità.

Guardando al futuro, sebbene il futuro delle relazioni tra Russia e Sri Lanka sia roseo, per liberarne appieno il potenziale sarà probabilmente necessario un coordinamento con l’India. I suoi imprenditori, sia in India che in Russia (anche tra la diaspora di origine russa), possono svolgere un ruolo di primo piano nello sfruttamento di queste opportunità. Se loro e i loro partner concentrassero i loro sforzi lungo la VCMC, potrebbero nascere ulteriori opportunità, soprattutto se questa redditizia rotta commerciale attirasse l’interesse di altri paesi dell’Asia meridionale, sudorientale e nordorientale.

Cinque spunti sui colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti

Andrew Korybko30 gennaio
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L’accettazione da parte della Russia di questo formato rappresenta un cambiamento politico significativo.

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha confermato che il secondo round dei colloqui trilaterali russo-ucraino-statunitensi ad Abu Dhabi si terrà il 1° febbraio. Non ci sono state molte fughe di notizie dal primo round, quindi gli osservatori possono solo fare congetture sull’oggetto e sul significato di questo nuovo formato. Ciononostante, è ancora possibile intuire qualcosa sulla base di quanto è noto e riportato, consentendo così di comprendere meglio questo ultimo sviluppo. Di seguito cinque punti importanti:

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1. Il territorio sarebbe l’ultimo problema rimasto

Il principale collaboratore di Putin, Yuri Ushakov, ha dichiarato alla vigilia del primo round di colloqui che “sarebbe improbabile raggiungere una soluzione duratura senza affrontare la questione territoriale sulla base della formula concordata ad Anchorage”. A questo ha fatto seguito il Segretario di Stato americano Marco Rubio, che la scorsa settimana ha dichiarato alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato che “l’unica questione rimasta… è la rivendicazione territoriale su Donetsk”. Le precedenti indiscrezioni sulla richiesta russa di ritiro dell’Ucraina dal Donbass potrebbero quindi essere vere.

2. Si sta discutendo di un dispiegamento della NATO dopo il conflitto

Rubo ha anche detto loro che le discussioni sulle “garanzie di sicurezza implicano fondamentalmente il dispiegamento di una manciata di truppe europee, principalmente francesi e britanniche, e poi un sostegno statunitense”, che richiederebbe il consenso della Russia. Gli Stati Uniti stanno ancora dibattendo sull’opportunità di “impegnarsi potenzialmente in un conflitto, in un conflitto futuro”, nonostante Steve Witkoff e Jared Kushner abbiano precedentemente segnalato il sostegno del loro Paese alle truppe NATO in Ucraina. Il secondo round riguarderà quindi probabilmente anche questa questione.

3. Un quid pro quo potrebbe essere nelle carte

Il Financial Times ha riportato che le garanzie di sicurezza statunitensi per l’Ucraina dipendono dal suo ritiro dal Donbass, mentre il New York Times ha riportato che questa parte della regione controllata da Kiev potrebbe quindi diventare una zona demilitarizzata o ospitare forze di pace neutrali. Potrebbe quindi verificarsi un quid pro quo, in base al quale l’Ucraina si ritirerebbe dal Donbass in cambio di garanzie di sicurezza statunitensi e di un dispiegamento della NATO, che la Russia potrebbe accettare se tra i due si frapponessero forze di pace neutrali.

4. Trump ha evitato di fare pressione pubblica su Zelensky

Per quanto promettente possa sembrare questo potenziale quid pro quo, almeno in termini di raggiungimento di un cessate il fuoco (a condizione che la Russia ritiri la sua opposizione formale ), Zelensky rimane riluttante a ritirarsi dal Donbass. Trump ha anche evitato di fare pressioni pubbliche su di lui per farlo, pena conseguenze tangibili come la sospensione irreversibile delle vendite di armi all’UE destinate all’Ucraina, il che suggerisce quindi che ci sono limiti reali a ciò che gli Stati Uniti sono disposti a fare per raggiungere un accordo.

5. Il ruolo diplomatico degli Stati Uniti è ormai indispensabile

Nonostante questi limiti, il ruolo diplomatico degli Stati Uniti è ormai indispensabile, come dimostra l’accordo della Russia di trilateralizzare i colloqui bilaterali con l’Ucraina, che ha rappresentato un significativo cambiamento di politica. La Russia sembra quindi credere che gli Stati Uniti siano sinceramente intenzionati a negoziare un accordo con l’Ucraina, anche se non faranno tutto il possibile per raggiungere tale obiettivo. Ora che i colloqui russo-ucraini includono gli Stati Uniti, è improbabile che tornino al formato bilaterale prima di Trump 2.0, se il conflitto sarà ancora in corso.

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Le cinque intuizioni che si possono intuire sui colloqui trilaterali russo-ucraino-statunitensi suggeriscono fortemente che Putin sta considerando compromessi di vasta portata sui suoi obiettivi massimi nello speciale operazione come stipulato all’inizio. È prematuro trarre conclusioni affrettate sul perché ciò possa accadere, ma se un tale risultato fosse ufficialmente sancito da un accordo legale (che sia un cessate il fuoco, un armistizio o un trattato di pace), allora sarà sicuramente analizzato per capire meglio perché Putin dovrebbe credere che benefici Russia .

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Controllo dei danni: Epstein è una spia russa secondo la nuova campagna mediatica delle grandi aziende_di Simplicius

Controllo dei danni: Epstein è una spia russa secondo la nuova campagna mediatica delle grandi aziende

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Il nuovo archivio Epstein ha rivelato alcune cose interessanti sui retroscena delle manovre segrete delle élite occidentali riguardo al conflitto ucraino. Conferma la maggior parte dei sospetti su una sorta di cricca di élite interne che lavorano per minare la Russia mentre sfruttano l’Ucraina per i propri motivi di lucro.

La reazione più evidente a questo fatto è stata la campagna mediatica assolutamente teatrale dei media mainstream per limitare i danni collegando Epstein a Putin, nonostante i chiari segnali che Epstein stesse cercando disperatamente di entrare in combutta con Zelensky e l’Ucraina:

A causa di questa massiccia campagna volta a offuscare la vera natura dei rapporti anti-russi di Epstein, mi sono sentito in dovere di redigere questo breve rapporto che mette in luce il vero nesso tra i giochi di potere delle élite che si svolgono sotto l’egida di Epstein.

La saga inizia con Epstein che parla con il venture capitalist croato Boris Nikolic, che era uno dei principali consulenti tecnologici di Bill Gates. Sembravano molto amici, tanto che Epstein aveva nominato Nikolic come esecutore testamentario di riservasecondo quanto riportato dai media.

Nel seguente scambio, Nikolic esorta Epstein a incontrare il dissidente russo e sedicente “figura dell’opposizione” Ilya Ponomarev, allo scopo di sostenere la sua campagna contro Putin, che dura da una vita:

Dallo scambio sopra riportato risulta più che evidente che Epstein avrebbe aiutato Ponomarev a rovesciare Putin e che menzionare Ponomarev come principale organizzatore della rivolta contro Putin era considerato un incentivo fondamentale per coinvolgere Epstein nella causa. Ma torneremo più avanti su questo collegamento.

Segue un interessante scambio con Larry Summers, ex capo economista della Banca Mondiale, ex presidente di Harvard ed ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, in cui Epstein afferma che Putin riteneva che Zelensky fosse “controllato dagli israeliani”:

Tenete presente che il messaggio sopra riportato risale al 6 maggio 2019, appena due settimane prima che Zelensky diventasse presidente dell’Ucraina dopo aver sconfitto Poroshenko. Infatti, solo tre mesi prima Epstein aveva apparentemente prenotato un soggiorno all’Hyatt Regency di Kiev, secondo un’e-mail di avviso contenuta nei file:

Questo avvenne durante la “fase calda” delle elezioni stesse, che si tennero un mese dopo, a marzo, il che suggerisce che Epstein si fosse recato sul posto nel bel mezzo degli eventi per aiutare Zelensky nel momento più cruciale.

Un’altra conversazione menziona Zelensky:

La cosa più interessante è che Epstein aveva iniziato a interessarsi alla questione ucraina proprio nel periodo della rivoluzione di Maidan nel 2014. È ormai risaputo che Epstein era molto legato ai Rothschild: ricordiamo che Dershowitz rivelò casualmente di essere stato presentato a Epstein da Lynn Forester de Rothschild negli anni ’90.

È interessante notare che Lynn Forester de Rothschild stessa è stata presentata a suo marito Sir Evelyn de Rothschild da Henry Kissinger alla conferenza del Gruppo Bilderberg del 1998, come riportato nella sua pagina Wiki—un altro esempio di quanto siano profondamente interconnessi i membri di questa élite mondana.

Lo stesso Epstein, tra l’altro, era anche vicino ai Rockefeller, essendo stato nominato membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Rockefeller dallo stesso David Rockefeller, come racconta Epstein in un video. Ricordiamo che David e Jacob erano anche stretti colleghi, con molti teorici che ipotizzavano che i Rockefeller fossero semplicemente il braccio americano dei Rothschild, o in breve, i loro esecutori negli Stati Uniti:

Infatti, secondo le ricerche di Whitney Webb, la famosa villa di Epstein nell’Upper East Side di Manhattan sarebbe stata acquistata per lui dai Rockefeller.. La stessa Ghislaine Maxwell avrebbe acquistato la sua proprietà a New York nientemeno che da…Lynn Forester de Rothschild:

Un documento proveniente dall’archivio dimostra che Epstein aveva stretti rapporti commerciali con i Rothschild, ricevendo 25 milioni di dollari per servizi resi loro, apparentemente per analisi dei rischi e “servizi relativi ad algoritmi” nella risoluzione di questioni tra i Rothschild e le autorità statunitensi:

A dire il vero, è molto più probabile che Epstein non fosse un agente del Mossad, ma piuttosto un agente diretto dei Rothschild, utilizzato per ottenere un vantaggio su tutti compreso il Mossad; altrimenti perché avrebbe dovuto compromettere politici israeliani come Ehud Barak insieme ai “goyim”, come li chiamava comunemente?

E naturalmente c’è ora il famigerato scambio con Peter Thiel, in cui Epstein ammette apertamente chi rappresenta:

https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%2011/EFTA02470755.pdf
https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%2011/EFTA02470755.pdf

Perché il più potente compromissario al mondo dovrebbe essere il Mossad, quando può lavorare direttamente per le persone che hanno creato Israele e lo stesso Mossad?

Poi ci sono le numerose conversazioni tra Epstein e Ariane de Rothschild. La più sorprendente è quella inviata proprio nel periodo della rivolta ucraina di Maidan, all’inizio del 2014, in cui Epstein prevede minacciosamente che “gli sconvolgimenti in Ucraina dovrebbero offrire molte opportunità, molte”:

Si noti che Ariane risponde dicendogli che sta uscendo da una riunione del consiglio di amministrazione, citando dati deludenti. Nella precedente e-mail con Peter Thiel, risalente al 2016, Epstein cerca di aiutare i Rothschild ad espandersi e crescere nel mercato tecnologico con l’aiuto di Thiel, il che sembra collegato alla situazione finanziaria poco brillante citata da Ariane in questa precedente e-mail.

Ricordiamo che nell’introduzione abbiamo menzionato gli amici di Ilya Ponomarev che cercavano di organizzare un incontro tra lui ed Epstein. È emerso che Ilya Ponomarev ricopriva la carica di vicepresidente della Yukos Oil Company, la più grande compagnia petrolifera e del gas della Russia.

Ponomarev ricopriva il ruolo di vicepresidente della Yukos Oil Company, all’epoca la più grande società petrolifera e del gas russa.

Il CEO di Yukos, ovviamente, era l’oligarca Mikhail Khodorkovsky, che è anche un’altra figura di spicco dell’opposizione anti-Putin. Il collegamento affascinante in questo caso è che Mikhail Khodorkovsky ha dichiarato apertamente di aver consegnato le leve di controllo segrete della Yukos direttamente a nientemeno che Jacob Rothschild in persona:

Quindi, “Lord Jacob Rothschild” è stato nominato dal fondatore e amministratore delegato della Yukos come una sorta di “interruttore di sicurezza”, figura di emergenza e di ultima istanza per la società.

È interessante notare come tutte le persone coinvolte, in particolare quelle che sono diventate famose per la loro attività di propaganda anti-russa, abbiano tutte legami diretti con il clan Rothschild. Con Epstein interessato all’Ucraina nel periodo di Maidan, che diceva nientemeno che ad Ariane de Rothschild che ci sarebbero state molte, molte opportunità derivanti dai disordini, con la stessa Rothschild che ricambiava il suo interesse nel “discutere dell’Ucraina”, è chiaro che la cricca finanziaria occidentale dei banchieri di vecchia data era dalla parte dell’Ucraina contro la Russia fin dall’inizio. Con il licenziamento di Zelensky da parte di Putin in quanto “controllato dagli israeliani”, abbiamo un quadro ancora più chiaro delle dinamiche.

E per coloro che credono che siano “entrambe le parti” a essere manipolate dai clan generazionali come i Rothschild, ricordate il video che ho pubblicato più volte in passato. È quello in cui il russo agenti del GRUI comici burloni “Vovan & Lexus” hanno fatto uno scherzo telefonico ad Alexandre de Rothschild, capo della famiglia francese Rothschild. Durante la telefonata, fingendo di essere il presidente ucraino Zelensky, i burloni hanno indotto Alexandre a fare diverse ammissioni molto interessanti:

In primo luogo, ammette che la società Rothschild fornisce consulenza diretta o collabora in qualche modo con il Ministero delle Finanze ucraino dal 2017, precisando poi di essere in contatto diretto con lo stesso ministro delle Finanze, Serhiy Marchenko. Afferma che i Rothschild hanno un debole per l’Ucraina: viene da chiedersi perché, esattamente?

Ma la parte più interessante arriva intorno all’1:38, quando “Zelensky” chiede a Rothschild se la sua azienda abbia rapporti con le élite russe. Rothschild gli risponde laconicamente che un tempo avevano un piccolo ufficio a Mosca, chiuso dopo il 2022, e che ora non c’è più alcuna presenza Rothschild in tutta la Russia. Alle 3:30, afferma in modo ancora più categorico:

“Noi di Rothschild, come organizzazione e come banca, non abbiamo praticamente alcuna esposizione in Russia. Non abbiamo clienti russi nella nostra divisione di gestione patrimoniale privata. E abbiamo avuto solo pochi clienti che potevano avere la doppia cittadinanza…”

Continua poi a sostenere con fervore l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia per soffocare Putin, in modo che le élite nella sua sfera di influenza comincino a rivoltarglisi contro. Quale prova più schiacciante occorre per comprendere l’odio ancestrale di questa famiglia nei confronti della Russia e il desiderio di orchestrarne la distruzione?

Per quanto riguarda Epstein, come ultimo interessante messaggio misterioso dai file trapelati, abbiamo quanto segue. Si tratta di quella che sembra essere una catena di messaggi iMessage inviati a una misteriosa “fiamma” che Epstein stava corteggiando, presumibilmente una ragazza più giovane, che dice di provenire dall’Ucraina orientale. È datato letteralmente tre giorni dopo l’insediamento di Zelensky, vincitore delle elezioni del 2019, e qui Epstein commenta la “sofisticata corruzione” dell’Ucraina e come “si faranno enormi quantità di denaro. Enormi”. Continua immaginando lei come una donna oligarca:

https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%2010/EFTA01618230.pdf

Questo ovviamente si ricollega alla sua precedente osservazione ad Ariane de Rothschild secondo cui grandi opportunità attendevano nell’«upheaval» (sconvolgimento). Curiosamente, nella telefonata burlona di Vovan & Lexus, Alexandre de Rothschild afferma che il rapporto principale della sua famiglia con il ministero delle finanze ucraino riguarda la «capacità di contrarre debiti»:

È facile capire come possa svilupparsi una tale “debolezza” per un Paese che offre “opportunità” senza pari al capitalismo predatorio. Ricordiamo che “capacità di indebitamento” è solitamente un eufemismo per indicare le solite vecchie tattiche di predazione economica: privatizzazione e svendita di tutti i beni pubblici alla cricca della finanza privata, mentre il debito nazionale viene fatto lievitare a livelli stratosferici proprio a vantaggio degli stessi interessi bancari. I Rothschild si comportano come se stessero facendo un “favore” all’Ucraina, schiavizzandola con le loro secolari catene dell’usura.

Allo stesso modo, Epstein sembrava considerare l’Ucraina come un terreno fertile sia dal punto di vista finanziario che carnale. Anche durante il suo viaggio a Kiev, sembrava cercare disperatamente un modo per farsi spedire un vibratore:

https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%2010/EFTA01619864.pdf

Non sorprende che anche BlackRock abbia finito per piombare sull’Ucraina per la frenesia della “ricostruzione” di avvoltoiocapitalismo di rischio. Tutti i fatti indicano che l’Ucraina è un centro nevralgico per l’élite globalista mondiale, le famiglie di banchieri e i loro fornitori di piaceri, da cui estrarre ogni tipo di risorsa potente.

Ma i media corporativi e il complesso politico-mafioso ora ci abbaglieranno con la narrativa criminalmente stupida secondo cui dietro tutto ci sarebbe la Russia, come stanno sostenendo anche i principali leader mondiali:

Quando gli ucraini hanno dato fuoco alla casa di Starmer: è stata la Russia.

Uomini ucraini sorpresi mentre facevano saltare il gasdotto Nord Stream: è stata la Russia.

Un pedofilo, socio della figlia del pezzo grosso del Mossad Robert Maxwell, che indossava spesso magliette dell’IDF e sembrava recarsi ripetutamente a Kiev mentre convogliava importanti finanziamenti in Ucraina, sta in realtà lavorando anche per conto della Russia.

L’ordine di Epstein su Amazon, secondo i file resi pubblici.

Non c’è da stupirsi che la fiducia nei media e nei politici occidentali sia scesa al minimo storico. La propaganda che diffondono è ormai criminale e offensiva.


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La geopolitica dell’Europa sud-orientale e l’importanza della posizione geostrategica regionale_di Vladislav Sotirovic

La geopolitica dell’Europa sud-orientale e l’importanza della posizione geostrategica regionale

Introduzione

La questione geopolitica dell’Europa sud-orientale ha assunto grande importanza per studiosi, politici e ricercatori, con il problema dello smembramento dell’Impero ottomano come uno degli aspetti più cruciali dell’inizio del XX secolo nella storia europea. Il crollo di quello che un tempo era un grande impero è stato accelerato e seguito dalla competizione e dalle lotte sia delle grandi potenze europee che degli Stati nazionali balcanici per la sua eredità territoriale. Mentre le grandi potenze europee avevano l’obiettivo di ottenere nuove sfere di influenza politico-economica nell’Europa sud-orientale, seguito dal compito di stabilire un nuovo equilibrio di potere nel continente, il crollo totale dello Stato ottomano era visto dalle piccole nazioni balcaniche come un’opportunità storica unica per ampliare i territori dei loro Stati nazionali attraverso l’unificazione di tutti i compatrioti etnico-linguistici dell’Impero Ottomano con la madrepatria. La creazione di un unico Stato nazionale, composto da tutte le terre “nazionali” etnografiche e storiche, era vista dai principali politici balcanici come la fase finale del risveglio nazionale, della rinascita e della liberazione delle loro nazioni, iniziata all’inizio del XIX secolo sulla base ideologica del nazionalismo romantico tedesco espresso nella formula: “Una lingua, una nazione, uno Stato”.[1]

I vantaggi geopolitici e geostrategici dell’ampliamento dello Stato nazionale a scapito del territorio dell’Impero Ottomano erano estremamente significativi, oltre al desiderio di unificazione nazionale come una delle principali forze motrici del nazionalismo balcanico all’inizio del XX secolo. In particolare, i regni di Serbia e Bulgaria erano preoccupati dall’idea di essere “i più grandi” della regione come condizione preliminare per controllare gli affari balcanici in futuro. D’altra parte, tenendo conto dell’importanza geopolitica e geostrategica dell’Europa sud-orientale, ciascun membro dell’orchestra delle grandi potenze europee cercava di ottenere la propria influenza predominante nella regione, favorendo le aspirazioni territoriali della o delle nazioni balcaniche a sé più care. Allo stesso tempo, una parte della politica balcanica di ciascuna grande potenza europea consisteva nell’impedire agli altri membri dell’orchestra di dominare l’Europa sud-orientale. Il mezzo usuale per realizzare questo secondo obiettivo era quello di opporsi alle rivendicazioni territoriali delle nazioni balcaniche che erano sotto la protezione del campo politico antagonista. In questo modo, le piccole nazioni balcaniche erano principalmente burattini nelle mani dei loro protettori europei. In altre parole, il successo della lotta nazionale degli Stati balcanici dipendeva principalmente dalla forza politica e dalle capacità diplomatiche dei loro protettori europei.

La creazione e la lotta per gli Stati nazionali indipendenti nei Balcani dal 1804 al 1913 aveva due dimensioni:

1. La lotta nazionale per creare un’organizzazione statale nazionale indipendente e unita.

2. La rivalità tra le grandi potenze europee per il dominio dell’Europa sud-orientale.

La posizione geostrategica delle nazioni balcaniche era uno dei motivi più incisivi che spingeva i membri delle grandi potenze europee a sostenere o opporsi all’idea dell’esistenza dei loro Stati nazionali più piccoli o più grandi, come nel caso, ad esempio, dell’Albania indipendente annunciata il 28 novembre 1912. [2] La reale portata di questo dilemma può essere compresa solo nel contesto del significato geopolitico e geostrategico dell’Europa sud-orientale come regione.

Una descrizione comune, ma più populista, dell’Europa sud-orientale (o dei Balcani) è quella di “ponte o crocevia tra Europa e Asia”, “punto di incontro o crogiolo di razze”, “polveriera o barile di polvere da sparo dell’Europa” o “campo di battaglia dell’Europa”.[3] Tuttavia, una delle caratteristiche più importanti della regione è proprio il crogiolo di culture e civiltà. [4]

La geofisica e la cultura

La penisola balcanica è circondata da sei mari su tre lati: dal Mare Adriatico e dal Mar Ionio a ovest, dal Mar Egeo e dal Mar di Creta a sud, e dal Mar di Marmara e dal Mar Nero a est. Il quarto lato della penisola, quello settentrionale, dal punto di vista geografico, confina con il fiume Danubio. Se si devono prendere in considerazione i fattori dello sviluppo storico e culturale, allora i confini settentrionali dei Balcani (cioè dell’Europa sud-orientale) sono i fiumi Prut, Ipoly/Ipel e Szamos (gli ultimi due in Ungheria). In pratica, la prima opzione (Balcani) si riferisce alla geografia, mentre la seconda (Europa sud-orientale) si riferisce ai legami e alle influenze storiche e culturali. Più correttamente, la seconda opzione si riferisce alla regione dell’Europa che dovrebbe essere considerata la penisola balcanica in termini puramente geografici, ampliata dai territori rumeni e ungheresi, che sono storicamente e culturalmente strettamente legati sia ai territori dell’Europa centro-orientale[5] che ai Balcani. [6]

Il termine “Balcani” ha molto probabilmente una radice turca che significa ‘montagna’ o “catena montuosa”. Di sicuro, le montagne sono la caratteristica più specifica della regione. Le condizioni naturali favorevoli della penisola hanno attirato nel corso della storia molti invasori diversi che hanno creato società e civiltà multiculturali, multireligiose e multietniche in questa parte d’Europa. L’importanza storica della regione è aumentata enormemente agli occhi della civiltà occidentale a partire dalla conquista ottomana della maggior parte dell’Europa sud-orientale (1354-1541), quando questa porzione del Vecchio Continente era abitualmente indicata come la terra tra Europa, Turchia e Russia. A causa del dominio ottomano sulla regione (fino al 1913), che ne ha cambiato significativamente l’immagine (in termini di costumi, cultura, etnografia, comportamento umano, sviluppo economico, stile di vita quotidiano, aspetto degli insediamenti urbani, cucina, musica, ecc.), molti autori occidentali, in particolare i viaggiatori, consideravano i Balcani come parte dell’Oriente o, in virtù della loro lontananza geografica, come parte del Vicino Oriente. L. S. Stavrianos, professore di storia alla Northwestern University (USA), ha perfettamente ragione quando spiega l’eterogeneità degli sviluppi storici e culturali della regione essenzialmente con la posizione intermedia della penisola tra l’Europa centrale e orientale da un lato e l’Asia Minore e il Levante dall’altro. [7]

Dal punto di vista culturale e storico, l’Europa sud-orientale è parte integrante della civiltà europea, influenzata nel corso dei secoli dalle caratteristiche culturali del Mediterraneo orientale, dell’Europa centrale, occidentale e orientale. Essendo al crocevia di tre continenti (Africa, Asia ed Europa), i Balcani sono stati considerati una regione di straordinaria importanza geopolitica e geostrategica fin dai tempi antichi. L’importanza geopolitica e geostrategica della regione ha avuto un impatto cruciale sul suo sviluppo interculturale, sulla sua mescolanza e sulle sue caratteristiche. Mentre dal punto di vista fisiografico i Pirenei e le Alpi separano la penisola iberica e quella appenninica dal resto d’Europa, la penisola balcanica è invece aperta al resto del continente. Il fiume Danubio collega più che separare questa parte d’Europa dal “mondo esterno”, in particolare dalla regione dell’Europa centrale. I geografi tendono a considerare il confine settentrionale dei Balcani sul fiume Danubio, ma tale atteggiamento non è ragionevole per gli storici, in quanto esclude i territori transdanubiani della Romania, la regione subcarpatica e la Grande Pianura Ungherese (Alföld).[8]

I mari che circondano i Balcani, così come il fiume Danubio, sono diventati una via principale di comunicazione con i paesi vicini. Ad esempio, lo stretto di Otranto (lungo 50 miglia) era il collegamento più vicino tra la civiltà balcanica e quella dell’Europa occidentale e, da questo punto di vista, l’Italia orientale e i territori della Dalmazia, del Montenegro, dell’Albania, dell’Epiro e del Peloponneso hanno svolto il ruolo di ponte che collega l’Europa occidentale con l’Europa sud-orientale. Di conseguenza, gli insediamenti urbani costieri della Dalmazia e del Montenegro, ad esempio, nel corso della storia hanno accettato lo stile di vita, l’architettura, l’organizzazione municipale e sociale, la cultura e la struttura economica dell’Italia dell’Adriatico occidentale. Ciò è particolarmente evidente nelle isole dell’Adriatico, che si trovavano in una posizione di ponte tra due penisole e le loro culture: i Balcani e gli Appennini. Probabilmente le isole dell’Adriatico, influenzate in modo significativo dalla cultura e dalla civiltà italiana e balcanica, sono il miglior esempio storico di questo fenomeno: il crogiolo balcanico delle civiltà. Le isole dell’Egeo, seguite da Creta e Cipro, erano un naturale ponte tra i Balcani da un lato e l’Egitto e la Palestina dall’altro. Per i sei secoli di legami commerciali veneziani (dal 1204 al 1797) tra l’Italia e il Medio Oriente, le isole dell’Egeo, Creta (Candia sotto il dominio veneziano), Rodi e Cipro furono di vitale importanza per l’esistenza della Repubblica di San Marco. Ancora oggi, in queste isole sono presenti numerosi resti ed esempi della cultura e della civiltà materiale e spirituale veneziana, che costituiscono un elemento costitutivo di una caratteristica interculturale delle civiltà balcaniche e del Mediterraneo orientale. Nel corso dei secoli, esse furono occupate dagli Egizi, dai Romani, dai Bizantini, dai Cavalieri di San Giovanni, da Venezia, dagli Ottomani, dagli Italiani e dai Tedeschi fino alla loro definitiva unificazione con la Grecia. Tuttavia, grazie alle sue caratteristiche geofisiche, non esisteva un centro naturale della penisola balcanica dove potesse formarsi una grande unità politica (Stato).[9]

Il crocevia e le “linee di demarcazione”

Una straordinaria caratteristica storica dei Balcani era il fatto che attraverso la penisola correvano diverse “linee di demarcazione” e confini politici e culturali, come ad esempio tra la lingua latina e quella greca, l’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente, l’Impero Bizantino e quello Franco, i territori ottomani e asburgici, l’Islam e il Cristianesimo, la Cristianità Ortodossa e quella Cattolica, e più recentemente tra l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) e il Patto di Varsavia (dal 1955 al 1991).

Gli esempi più significativi di vita “tra linee di demarcazione” sono i rumeni e i serbi. Essendo stati influenzati in modo decisivo nel Medioevo dalla cultura e dalla civiltà bizantine, entrambi hanno accettato la civiltà bizantina e l’ortodossia cristiana. Tuttavia, nel corso dei secoli successivi, a causa dello sviluppo storico peculiare della regione e delle condizioni di vita politiche, una parte dell’etnia rumena e dei serbi è diventata membro della Chiesa uniata (greco-cattolica) (sotto la supremazia del Papa)[10] o della Chiesa cattolica romana. Ad esempio, il 27 marzo 1697 fu firmata l’unione di una parte della Chiesa ortodossa rumena in Transilvania (parte dello storico Regno d’Ungheria) con la Chiesa cattolica romana, che portò alla creazione della Chiesa greco-cattolica o uniate. [11] L’unione ecclesiastica con Roma, basata sui quattro punti dell’Unione di Firenze del 1439, riconosceva l’autorità del Papa, ottenendo in cambio il riconoscimento dell’uguaglianza del clero rumeno con quello della Chiesa cattolica romana. Analogamente ai rumeni della Transilvania, parte dei serbi insediati nel territorio della monarchia asburgica (Dalmazia, Croazia, Slavonia, Istria, Ungheria meridionale) dalla metà del XVI secolo, si convertirono al cattolicesimo greco e successivamente al cattolicesimo romano. Nel XX secolo divennero tutti croati. A titolo illustrativo, i serbi che nel XVI secolo si stabilirono nella zona di Žumberak (al confine tra Croazia e Slovenia) erano ortodossi, mentre nel secolo successivo la maggior parte di loro accettò l’Unione e infine, nel XVIII secolo, si dichiarò membro della Chiesa cattolica romana e oggi croata. Fino all’inizio del XVIII secolo, l’alfabeto nazionale dei rumeni era quello cirillico, mentre nei decenni successivi fu sostituito dall’alfabeto latino che è utilizzato ancora oggi da tutti i rumeni. A causa del fatto che nel corso dei secoli la nazione serba è stata influenzata dalla cultura bizantina, ottomana, italiana e dell’Europa centrale, vivendo per cinque secoli (dal XV al XX) nei territori della Repubblica di Venezia, dell’Impero asburgico e dell’Impero ottomano, i serbi contemporanei utilizzano nella vita quotidiana in modo abbastanza equo l’alfabeto cirillico e quello latino, mentre l’alfabeto nazionale ufficiale è solo cirillico. Inoltre, dal punto di vista religioso, la nazione serba è divisa tra ortodossi orientali, musulmani e cattolici romani, mentre il segno di identità nazionale solitamente creato dagli stranieri è solo l’ortodossia orientale e l’alfabeto cirillico. [12]

I tremila anni di storia balcanica che si sono sviluppati al crocevia e nel punto d’incontro di civiltà diverse hanno portato a due risultati fondamentali: 1) la presenza di un gran numero di minoranze etniche; e 2) l’esistenza di numerose religioni diverse e delle loro chiese. Le attuali minoranze etniche balcaniche, con le loro culture peculiari, sono distribuite nel modo seguente. In Romania, la minoranza etnica più numerosa è quella degli ungheresi che vivono in Transilvania, seguiti dai serbi nel Banato e dai tedeschi in Transilvania. La minoranza etnica macedone non è ufficialmente riconosciuta in Bulgaria e in Grecia, mentre la maggioranza dei turchi etnici della Bulgaria ha subito un’assimilazione forzata dal 1984 al 1989 e molti di loro sono infine emigrati in Turchia nel 1989. [13] In Grecia, la minoranza etnica più numerosa è quella albanese, insediata principalmente in Epiro, mentre la minoranza etnica più numerosa in Albania è quella greca, seguita dai serbi e dai montenegrini. Il maggior numero di minoranze etniche balcaniche vive in Serbia e Montenegro: albanesi, bulgari, valacchi, rumeni, ungheresi, ucraini, zingari (rom), croati, slovacchi e altri. La Croazia ha minoranze italiane, serbe e ungheresi, mentre in Macedonia la minoranza etnica più numerosa è quella albanese, seguita dai turchi, dai musulmani, dagli zingari e dai serbi.[14] Infine, in Bosnia-Erzegovina, le minoranze più numerose sono quelle ceca, polacca e montenegrina. [15]

Allo stesso modo, anche la composizione etnica dei Balcani e la distribuzione delle religioni sono molto complesse. Nell’Albania odierna, ci sono tre denominazioni principali: l’Islam (professato dal 70% della popolazione), il Cattolicesimo Romano (professato dal 10% degli albanesi) e l’Ortodossia Orientale (professata dal 20% degli abitanti dell’Albania). Tale divisione è una conseguenza diretta della posizione geopolitica dell’Albania e del corso dello sviluppo storico. Ad esempio, la popolazione ortodossa dell’Albania si trova nella parte meridionale del paese, dove erano dominanti le influenze greco-bizantine, mentre l’Albania settentrionale, aperta sul mare Adriatico e sull’Italia, è stata per secoli principalmente sotto l’influenza del cattolicesimo romano. La presenza di un gran numero di musulmani è il risultato diretto della dominazione ottomana in Albania (1471-1912). La stragrande maggioranza della Bulgaria è di fede ortodossa orientale, mentre ci sono anche 800.000 turchi musulmani, 55.000 cattolici romani e 15.000 greco-cattolici (gli uniate). Inoltre, i musulmani bulgari di origine etnica slava (bulgara), i pomacchi, non si sentono bulgari e hanno una maggiore affinità con i turchi a causa della religione comune.

Analogamente ai cittadini bulgari, la maggioranza della popolazione greca è di fede ortodossa orientale. Allo stesso tempo, a metà degli anni ’70, c’erano 120.000 musulmani (nella Tracia occidentale), 43.000 cattolici romani, 3.000 greco-cattolici e persino 640 armeno-cattolici. [16] Sul territorio dell’ex Jugoslavia sono presenti tre religioni principali: quella cattolica romana (nella parte occidentale), quella ortodossa orientale (nella parte orientale) e quella musulmana (in Bosnia-Erzegovina, Kosovo-Metochia e Sanjak (Raška)). Nel 1990, in Jugoslavia c’erano 35 comunità religiose. Secondo il censimento del 1953, nella Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia (RSFJ) il 41,4% della popolazione era ortodossa, il 31,8% cattolica, il 12,3% musulmana e il 12,5% non credente.[17] Analogamente al caso dell’Albania, tale divisione è il risultato diretto della posizione geopolitica della Jugoslavia e delle diverse influenze storiche, culturali e religiose sul suo territorio.

In questa parte d’Europa è piuttosto evidente una simbiosi tra religione e nazione. Il legame tra identità religiosa ed etnica tra i popoli balcanici, specialmente nelle aree etnicamente, culturalmente e religiosamente miste, è evidente dal fatto che la Chiesa ortodossa serba ha contribuito in modo consapevole allo sviluppo di un’ideologia nazionale tra i serbi, ma in particolare tra quelli provenienti dal Kosovo-Metochia, dalla Croazia e dalla Bosnia-Erzegovina. [18] Il territorio della Bosnia-Erzegovina, situato letteralmente al crocevia di culture e civiltà diverse, è diventato negli anni ’90 un esempio emblematico di punto d’incontro di religioni, nazioni, culture, abitudini e civiltà divergenti nei Balcani. Il legame tra identità religiosa ed etnica è fondamentale per il popolo della Bosnia-Erzegovina. La Chiesa ortodossa serba, la Chiesa cattolica croata e la comunità musulmana bosniaca sono state un fattore determinante nel processo di differenziazione etnica, forse addirittura il fattore più importante. La religione è diventata un segno di identità e custode delle tradizioni per i croati, i serbi e i musulmani della Bosnia-Erzegovina (i bosniaci), così come per altri popoli della regione, ma non per gli albanesi, che costituiscono l’eccezione più importante a questo fenomeno. Ciò è stato particolarmente importante per la conservazione dell’identità e della cultura, dato che vari imperi stranieri hanno dominato la regione. [19] Infatti, l’oppressione simultanea sia della religione che della nazione ha contribuito a consolidare il legame tra la chiesa e la nazione, nonché l’identità religiosa ed etnica.[20] Sicuramente, la composizione etnica e religiosa piuttosto complessa dei Balcani è una causa fondamentale dell’esistenza delle sue diverse culture, ma anche dei conflitti etnici, molto frequenti in questa parte d’Europa. La penisola balcanica è allo stesso tempo il punto d’incontro delle civiltà e la polveriera d’Europa.

Geopolitica balcanica: tra ponte e campo di battaglia

La peculiare posizione geostrategica della penisola balcanica ci fornisce una risposta alla domanda sul perché nel corso della storia sia stata sia un ponte che un campo di battaglia di diverse civiltà e culture. Pertanto, la storia della regione è stata in larga misura determinata dalla posizione dei Balcani. Situati al punto d’incontro tra Europa, Africa e Asia, i Balcani hanno vissuto alternativamente spinte imperiali, ideologie concorrenti e sistemi sociali, politici ed economici contrastanti.[21] Per la popolazione locale della regione, vivere in un’area di forti tensioni internazionali significava principalmente trovare una via d’uscita dalla pressione permanente proveniente dall’estero. Ciò ha portato alla loro resistenza a qualsiasi regno straniero e ai tentativi esterni di annettere o dominare la regione. Di conseguenza, è stata proprio questa parte del Vecchio Continente a meritarsi l’etichetta di “punto più critico d’Europa”.[22] Allo stesso tempo, le società dell’Europa sud-orientale hanno accettato molte istituzioni, costumi, regole o abitudini straniere che in molti casi sono state rimodellate in base alle tradizioni e alle necessità locali. [23]

L’elevato interesse internazionale per i Balcani nel corso della storia dell’umanità è al primo posto per il suo valore geopolitico e geostrategico.[24] I Balcani sono stati, durante tutto il XIX e il XX secolo, un vero e proprio “laboratorio” per l’espressione e lo studio dei diversi attributi della geopolitica. [25]

La regione della penisola balcanica, in termini geografici, è a cavallo tra il bacino del Mediterraneo e lo spartiacque del Danubio, il che significa sostanzialmente che non è stato possibile stabilire un unico grande Stato duraturo. Inoltre, a causa del rilievo montuoso della regione, frastagliato e attraversato da numerosi fiumi più o meno grandi, la popolazione locale era “destinata” a vivere all’interno di organizzazioni statali più piccole. L’antica città-stato greca (пoλιξ) era un prodotto tipico delle condizioni geografiche dell’area. [26] Quando nel 1913 furono tracciati i confini del nuovo Stato indipendente dell’Albania, essi seguirono in larga misura la conformazione geografica dell’area abitata da molti albanesi etnici al di fuori della madrepatria, la maggior parte dei quali nella provincia serba del Kosovo-Metochia, ma anche nella Macedonia occidentale, nella Grecia sud-occidentale e nel Montenegro orientale. In altre parole, le condizioni geografiche regionali divennero uno degli ostacoli più decisivi per i popoli balcanici nel realizzare i loro obiettivi e le loro esigenze territoriali. Oltre a questo fattore, la lunga mescolanza di diversi gruppi etnici, religiosi e culturali divenne il secondo ostacolo, che non permise alle nazioni dell’Europa sud-orientale di realizzare i loro sogni di unificazione nazionale all’interno di un unico Stato nazionale senza entrare in conflitto con i loro vicini o coabitanti che avevano visioni nazionali simili. Il nazionalismo dell’Europa sud-orientale, guidato dall’idea fondamentale che ogni etnia debba vivere in un unico Stato nazionale, era un quadro ideologico essenziale per i continui scontri interetnici. [27] La creazione di un unico Stato nazionale, composto da tutte le terre “nazionali” etnografiche e storiche, era agli occhi dei principali politici balcanici la fase finale del risveglio, della rinascita e della liberazione nazionale iniziata all’inizio del XIX secolo sulla base ideologica del nazionalismo romantico tedesco espresso nella formula: “Una lingua, una nazione, uno Stato”. La lotta per gli stessi territori “nazionali” che appartenevano a “tutti” in base a principi e ragioni storici, etnici, militari o geostrategici portò alla certezza che in questa parte del mondo c’era più sangue che terra. In altre parole, non c’erano territori sufficienti per soddisfare tutte le aspirazioni nazionali. Così, ad esempio, la disputa serba, greca, ottomana, montenegrina e albanese sul destino e sui confini fissi dell’Albania indipendente nel 1912-1913, o la guerra civile jugoslava nel 1991-1995 seguita dalla lotta jugoslavo-albanese per la provincia del Kosovo-Metochia nel 1998-1999 sono solo episodi del nazionalismo locale, ma certamente non costituiscono un’eccezione. [28]

La caratteristica più importante della geopolitica balcanica è il legame geografico, storico, politico, militare-strategico ed economico della penisola con il Mar Mediterraneo e il suo bacino. La definizione geografica più appropriata dei Balcani è quella di “penisola del Mediterraneo”. Quasi tutti gli Stati balcanici sono Stati mediterranei. I mari che appartengono a loro fanno parte di un Mar Mediterraneo più grande. Ad esempio, poiché le coste adriatiche e ioniche sono parte integrante della costa mediterranea, situata vicino all’Italia, la loro importanza strategica ha attirato molto spesso nella storia molte potenze straniere ad occuparle e possederle, come gli antichi greci, i romani, i bizantini, i normanni, gli ungheresi, i veneziani, i serbi, gli ottomani o gli italiani moderni.

Storicamente, il concetto di Balcani era associato ai turchi ottomani orientali, che dal 1354 diffusero gradualmente il loro dominio sulla penisola, mantenendola sotto il loro controllo fino al 1913. Tuttavia, alcune grandi potenze europee consideravano la costa balcanica come un loro legittimo possesso storico o come una sfera di influenza, cercando di tenere lontano l’Impero Ottomano dal litorale balcanico. Per ragioni storico-culturali, le parti continentali dei Balcani erano legate all’Oriente, mentre le parti costiere erano affini all’Occidente. La ragione fondamentale dell’interesse russo per i Balcani era l’aspirazione a possedere l’accesso ai “mari caldi”. Per i diplomatici del Secondo Reich tedesco (1871-1918) e i politici nazisti (1933-1945), l’Europa sud-orientale divenne attraente come “corridoio trasversale” che collegava il Medio Oriente e l’Asia con i possedimenti europei tedeschi; in altre parole, un corridoio molto adatto alla politica di Berlino del Drang nach Osten. [29] Agli occhi dei responsabili della politica estera austro-ungarica, la regione rivestiva un’importanza fondamentale in quanto unica via terrestre verso l’obiettivo finale di Vienna: il controllo del porto egeo di Salonicco (Thessaloniki) nella Macedonia egea. Un punto di particolare interesse nei Balcani per le grandi potenze europee all’inizio del XX secolo era l’ingresso (porta) al Mar Adriatico, delimitato dal litorale italiano e albanese. Da questo punto di vista, per i politici viennesi, il territorio dell’Albania, in particolare la sua costa, doveva svolgere il ruolo di ostacolo fondamentale alla penetrazione italiana nei Balcani, soprattutto verso il porto marittimo di Salonicco, che doveva essere trasformato nel principale punto commerciale di esportazione e importazione austro-ungarico nel Mar Mediterraneo.

A partire dal 1860, le coste adriatiche e ioniche divennero estremamente attraenti per il Regno di Serbia come una delle possibili strisce del territorio balcanico dove la Serbia poteva trovare uno sbocco sul mare per motivi commerciali. Il Principato del Montenegro (dal 1910 Regno del Montenegro) era interessato solo all’estrema parte nord-occidentale dell’attuale Albania, l’area intorno alla città di Scutari, per ragioni storiche, poiché Scutari era stata la capitale del Montenegro nell’alto Medioevo. Anche il Regno di Bulgaria, dalla sua indipendenza de iure nel 1878, espresse il suo desiderio di conquistare il litorale dell’Egeo. Le pretese greche sullo stesso territorio portarono infine Sofia e Atene alla guerra nel 1913 (la seconda guerra balcanica). Nella politica balcanica di Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria all’inizio del XX secolo, gli albanesi e l’Albania erano il cuneo contro gli altri. Ad esempio, per la Bulgaria, l’asse bulgaro-albanese era considerato il miglior ostacolo contro la collaborazione e le azioni politiche congiunte tra Serbia e Grecia. Infine, l’Impero ottomano aveva il proprio interesse politico-economico a mantenere il litorale ionico come proprio possedimento. A tal fine, per i diplomatici di Istanbul, l’ingresso orientale del Mare Adriatico (Albania) doveva essere sotto il controllo ottomano.

Il litorale ionico con il suo entroterra svolse un ruolo significativo per i sultani ottomani al tempo delle guerre ottomane per l’Europa sud-orientale. Ad esempio, il sultano Mehmed il Conquistatore (1451-1481) stabilì nell’entroterra della costa ionica due dei più importanti punti d’appoggio ottomani nei Balcani per ulteriori azioni militari previste attraverso il Mare Adriatico. Queste due fortezze militari furono costruite ad Akçahisar (Kruja) e Avlonya (Valona). I comandanti ottomani (beys) sulla costa nord-orientale dello Ionio furono autorizzati dal sultano ad aumentare le loro incursioni rispettivamente in Bosnia-Erzegovina e Dalmazia. [30]

I fattori militari-strategici della geopolitica balcanica

Nel XIX e XX secolo, la parte orientale dell’Europa sud-orientale era sotto la sfera d’influenza russa perché più vicina ai principali obiettivi di acquisizione russi: Costantinopoli (Istanbul), il Mar di Marmara, il Bosforo e i Dardanelli. A partire dall’epoca dell’imperatrice Caterina la Grande (1762-1796), la conquista di Costantinopoli fu posta al centro della politica balcanica russa. [31] D’altra parte, la parte occidentale dell’Europa sud-orientale era considerata la sfera di influenza austro-ungarica (degli Asburgo). Di conseguenza, le sfere di influenza russo-austro-ungarica si sovrapponevano sui territori della Serbia e del Montenegro[32], mentre il territorio dell’Albania subiva una simile sovrapposizione delle sfere di influenza italo-austro-ungarica. Tenendo presente questo, era abbastanza naturale che i membri delle grandi potenze europee sostenessero diversi Stati balcanici durante le guerre balcaniche del 1912-1913 e la prima guerra mondiale del 1914-1918.

I fattori militari-strategici dell’Europa sud-orientale presentano cinque punti delicati:

1) La “Porta di Lubiana”, che confina con l’Europa centrale e l’Adriatico settentrionale.

2) La valle della Morava-Vardar, che delimita l’Europa centrale con il Mar Egeo settentrionale.

3) La pianura pannonica, al confine tra la parte meridionale dell’Europa centrale e i Balcani settentrionali.

4) Il fiume Danubio è il principale ponte tra l’Europa sud-orientale e l’Europa centrale e occidentale.

5) La costa del Mar Nero. [33]

Nel corso della storia molti invasori hanno utilizzato questi cinque punti come vie di comunicazione per attraversare l’Europa centrale e raggiungere i Balcani o viceversa (ad esempio i crociati e gli ottomani).[34] La regione subdanubiana dell’Europa sud-orientale ha svolto un ruolo significativo nella politica estera tedesco-austriaca del Drang nach Osten negli anni dal 1871 al 1918. In questo contesto va compresa la penetrazione militare-politico-economica tedesca in Asia Minore e, con l’apertura del Canale di Suez, anche in India (i piani tedeschi riguardanti le ferrovie di Baghdad e dell’Anatolia). La doppia monarchia austro-ungarica divenne la locomotiva di questo corso dopo l’annessione della Bosnia-Erzegovina nel 1908, interessata in primo luogo a spingersi verso il Mar Egeo attraverso il Sanjak di Novi Pazar (dopo il 1913 diviso tra Serbia e Montenegro)[35] e la valle del fiume Vardar. All’epoca dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe I (1848-1916), un sinonimo del suo paese era “monarchia subdanubiana”, in riferimento all’importanza del fiume Danubio per l’esistenza stessa dell’Austria-Ungheria, che era composta dalle province balcaniche e dell’Europa centrale. [36]

La costa del Mar Nero divenne il principale teatro di guerra tra l’Impero russo e l’Impero ottomano dal tempo dell’imperatrice russa Caterina II per tutto il XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Entrambe le parti belligeranti cercarono di aumentare la loro influenza politica nell’Europa sud-orientale al fine di garantire la propria egemonia nell’area marittima del Mar Nero. Tuttavia, anche le altre grandi potenze europee avevano i propri interessi particolari nel settore della parte europea della costa del Mar Nero e delle sue acque, come il Regno Unito, la Francia, la Germania, l’Austria-Ungheria e persino l’Italia. La lotta delle grandi potenze europee per il controllo commerciale e militare del Mar Nero influenzò direttamente o indirettamente gli affari interni di Serbia, Romania, Bulgaria, Montenegro e Grecia. Ciò fu particolarmente vero dal periodo della guerra di Crimea (1854-1856) fino alla Grande Guerra (1914-1918), quando la lotta delle piccole nazioni balcaniche per la loro liberazione nazionale e unificazione dipendeva in larga misura dall’esito delle guerre russo-ottomane -ottomane e dal sostegno diplomatico russo agli Stati balcanici cristiano-ortodossi. Ad esempio, dopo la sconfitta militare e diplomatica della Russia durante la guerra di Crimea e la Conferenza di pace di Parigi del 1856, Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia non potevano aspettarsi alcun risultato territoriale fino alla successiva guerra russo-ottomana del 1877-1878, in cui l’Impero ottomano fu sconfitto. Pertanto, grazie alla vittoria russa e al trattato di pace di San Stefano del 1878, Bulgaria, Montenegro, Romania e Serbia divennero Stati indipendenti in base alle decisioni del Congresso di Berlino del luglio 1878 e allo stesso tempo ampliarono i propri territori a spese dell’Impero ottomano. [37] A quel tempo, il principale protetto della Russia nei Balcani era la Bulgaria, motivo principale per cui la Serbia rivolse la propria attenzione a Vienna e Pest dopo il 1878. La politica balcanica filo-bulgara della Russia durante la guerra contro l’Impero ottomano nel 1877-1878 aveva le sue fondamenta negli sforzi russi di stabilire una solida presenza sul litorale del Mar Nero al fine di acquisire facilmente il controllo su Istanbul e lo stretto. A tal fine, la Bulgaria era lo Stato balcanico più adatto a fungere da avanguardia della politica euro-balcanica russa e principale precursore degli interessi di San Pietroburgo nella regione.

Possibili alleanze politiche

L’importanza geostrategica dell’Europa sud-orientale può essere sintetizzata nei seguenti tre punti:

1) La regione è un importante collegamento terrestre tra l’Europa e il Medio Oriente.

2) La regione possiede importanti riserve di ricchezze naturali in materie prime, energia, ecc.

3) La regione situata tra l’Europa centrale, il Mar Nero e il Mar Mediterraneo era ed è un punto importante del sistema europeo e persino globale di sicurezza e strategia delle potenze imperialistiche.[38]

L’Europa sud-orientale ha raggiunto la sua massima importanza geostrategica nelle relazioni internazionali all’inizio del XX secolo, quando la regione è diventata un anello fondamentale nella catena del sistema europeo di equilibrio dei poteri. Per questo motivo, sia le potenze centrali che l’Intesa hanno compiuto notevoli sforzi per ottenere posizioni militari, strategiche, politiche ed economiche migliori nella regione prima dello scoppio della prima guerra mondiale.

Tenendo conto degli aspetti storici, culturali, nazionali e religiosi dello sviluppo della civiltà balcanica, c’erano e ci sono tre possibili assi politici principali che funzionano in questa regione europea:

I) Un asse islamico: i turchi, i musulmani della Bosnia-Erzegovina, del Sanjak, dell’Albania, della Macedonia occidentale, del Montenegro orientale, della Bulgaria orientale e del Kosovo-Metochia.

II) L’alleanza ortodossa: Russia, Serbia, parte serba del Montenegro, Grecia, Bulgaria, Romania, serbi della Bosnia-Erzegovina, Kosovo-Metochia e regioni orientali della Repubblica di Macedonia del Nord.

III) Il blocco cattolico romano: croati, sloveni, cattolici tedeschi dell’Europa centrale, ungheresi, Vaticano e cattolici romani della Bosnia-Erzegovina.[39]

Durante la seconda guerra mondiale, l’Europa sud-orientale divenne il campo di battaglia di tre forze politico-ideologiche opposte: 1) i nazisti e i fascisti; 2) i comunisti; e 3) i democratici parlamentari. Dopo il 1945, la regione fu nettamente divisa tra i membri del Patto NATO (fondato nel 1949) e del Patto di Varsavia (fondato nel 1955), mentre la Jugoslavia socialista, in quanto membro del Movimento dei Paesi Non Allineati, era in una certa misura un mediatore politico nei Balcani. Infine, i Balcani, ancora una volta, nel XX secolo, sono stati al centro dell’attenzione mondiale durante il processo di sanguinosa disintegrazione e distruzione della Jugoslavia (1991-1995)[40] e la guerra del Kosovo (1998-1999), seguita dall’intervento militare della NATO nei Balcani (contro la Repubblica Federale di Jugoslavia) nel 1999 (marzo-giugno). [41]

Conclusione

In conclusione, l’Europa sud-orientale è un termine geopolitico che connota i popoli, le culture e gli Stati che compongono una regione compresa tra il Mar Nero, l’Adriatico, l’Egeo e il Mediterraneo. Dal punto di vista geostrategico, vi sono tre punti cruciali di importanza regionale:

1) Il territorio dell’Europa sud-orientale è un collegamento estremamente importante tra l’Europa occidentale e centrale e il Vicino e Medio Oriente.

2) La ricchezza delle risorse naturali della regione.

3) La regione è una parte molto importante della strategia politico-militare-economica delle grandi potenze.

Situata al crocevia di diverse civiltà, l’Europa sud-orientale, nel corso dei suoi 3.000 anni di sviluppo storico e culturale, ha conservato molte testimonianze materiali di diverse civiltà ed è stata fortemente influenzata spiritualmente dalle culture dell’Europa occidentale, dell’Europa orientale, dell’Europa centrale, del Mediterraneo, cristiana, musulmana, ebraica e da molte altre. Se una parte dell’Europa merita davvero il nome di “crogiolo di civiltà”, questa è sicuramente la sua parte sud-orientale.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2026

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

Note finali:

[1] Il criterio linguistico come fattore cruciale della determinazione nazionale fu stabilito dal romantico tedesco della fine del XVIII secolo Herder, che considerava i confini linguistici come confini nazionali. Il modello di “nazionalismo linguistico” di Herder fu ulteriormente sviluppato ideologicamente all’inizio del XIX secolo, in particolare dai tedeschi Humboldt e Fichte. Fu Fichte a mettere nero su bianco l’interpretazione più influente del rapporto tra lingua e appartenenza nazionale, scrivendo il suo famoso Reden an die deutsche Nation nel 1808. Secondo lui, solo i tedeschi erano riusciti a preservare la lingua teutonica originale (ursprünglich) nella sua forma più pura. Questo era il motivo per cui Fichte sosteneva che solo la nazione che aveva conservato l’antica lingua teutonica aveva il diritto di definirsi tedesca, cioè teutonica. Fichte sosteneva inoltre che il potere e la grandezza dei tedeschi si basavano proprio sul fatto che solo loro parlavano la lingua originale lingua “nazionale”. Fichte concluse che la lingua influenza l’identità del popolo molto più fortemente di quanto il popolo influenzi la formazione della lingua [Fichte G. J., Reden an die deutsche Nation, Berlino, 1808, 44]. Il valore pratico di quest’opera era il fatto che Fichte, “creatore ideologico del nazionalismo linguistico tedesco”, sollecitava l’unificazione politico-nazionale tedesca tenendo conto del fattore nazionale più determinante: la lingua. Uno dei più antichi esempi del rapporto tra lingua e nazione è stato segnalato nel libro [Mielcke C., Litauisch-Deutsches und Deutsch-Litauisches Wörter-Buch, Königsberg, 1800].

[2] Петер Бартл, Албанци од средњег века до данас, Београд: CLIO, 2001, 139.

[3] Castellan G., History of the Balkans: From Mohammed the Conqueror to Stalin, New York: Colombia University Press, East European Monographs, Boulder, 1992, 1.

[4] Sul problema della sociogenesi dei concetti di “civiltà” e “cultura”, cfr. [Elias N., The Civilizing Process. Sociogenetic and Psychogenetic Investigations, Cornwall, 2000, 3–45].

[5] Sul concetto di Europa centrale da una prospettiva storica, si veda [Magocsi R. P., Historical Atlas of Central Europe. Revised and Expanded Edition, Seattle: University of Washington Press, 2002].

[6] L’opzione secondo cui i territori rumeni e ungheresi appartengono ai Balcani è sostenuta, ad esempio, dalla National Geographic Society, che ha pubblicato il supplemento “The Balkans” nel numero di febbraio 2000 della sua rivista. Inoltre, secondo il Gazetter. Atlas of Eastern Europe, l’intera area dal Mar Baltico al Mar Adriatico e al Mar Nero appartiene all’Europa orientale. Poulton Hugh è convinto che l’Ungheria e la Romania non appartengano ai Balcani [Poulton H., The Balkans. Minorities and States in Conflict, Londra: Minority Rights Publications, 1994, 12]. Infine, gli autori del famoso Westermann Großer Atlas zur Weltgeschichte, pubblicato annualmente, non sono del tutto sicuri di dove si trovino esattamente i confini storici settentrionali dei Balcani.

[7] Stavrianos L. S., The Balkans since 1453, New York: Rinehart & Company, Inc., 1958, 1–33.

[8] Ad esempio, gli stretti legami storici, economici, culturali e politici tra i Balcani, la Transdanubia e la Grande Pianura Ungherese sono indicati in molti punti del libro [Kontler L., Millenium in Central Europe. A History of Hungary, Budapest: Atlantisz Publishing House, 1999]. A titolo di esempio, per quanto riguarda le relazioni confessionali e le influenze tra l’Ungheria dell’Europa centrale e l’Impero bizantino balcanico, si veda [Moravcsik Gy., “The Role of the Byzantine Church in Medieval Hungary”, The American Slavic and East European Review, Vol. VI, № 18019, 1947, 134–151].

[9] Per quanto riguarda le relazioni tra le condizioni geofisiche dei Balcani e la creazione degli Stati balcanici, si veda [Cvijić J., La Péninsule Balkanique, Parigi, 1918].

[10] Gli uniati o greco-cattolici erano ex cristiani ortodossi che accettarono l’unione ecclesiastica con il Vaticano ma continuarono a seguire i riti liturgici bizantini. Il Vaticano non richiedeva la conversione completa al cattolicesimo romano, ma solo l’accettazione dei quattro punti essenziali che costituivano il fondamento dell’Unione delle Chiese ortodosse e cattoliche proclamata dal Concilio di Firenze il 6 luglio 1439: 1) il riconoscimento della supremazia del Papa; 2) Il “filioque” nella professione di fede (lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio); 3) Il riconoscimento dell’esistenza del purgatorio; e 4) L’uso del pane azzimo nella messa. Gli uniate conservarono tutte le altre tradizioni e diritti. In cambio dell’accettazione dell’unione con Roma, al clero, che fino ad allora era ortodosso, erano stati concessi gli stessi privilegi dei loro omologhi cattolici romani [Bolovan I. et al, A History of Romania, The Center for Romanian Studies, The Romanian Cultural Foundation, Iaşi, 1996, 185–190. ]. Maggiori dettagli sull’Unione di Firenze del 1439 sono disponibili in [Hofmann G., “Die Konzilsarbeit in Florenz”, Orient. Christ. Period., № 4, 1938, 157–188, 373–422; Hofmann G., Epistolae pontificiae ad Concilium Florentinium spectantes, Vol. I–III, Roma, 1940−1946; Gill J., The Council of Florence, New York: Cambridge University Press, 1959;

Gill J., Personalities of the Council of Florence, Oxford, 1964; Ostroumoff N. I., The History of The Council of Florence, Boston: Holy Transfiguration Monastery, 1971]. Sulla Chiesa uniata, cfr. [Fortescue A., The Uniate Eastern Churches, Gorgias Press, 2001].

[11] Sul caso rumeno delle relazioni tra confessione ed etnia in Transilvania, si veda [Oldson O. W., The Politics of Rite: Jesuit, Uniate, and Romanian Ethnicity in 18th-Century, New York: Colombia University Press, East European Monographs, Boulder, 2005].

[12] Sulla storia dei serbi nella Nuova Era, si veda [Екмечић М., Дуго кретање између клања и орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992), Треће, допуњено издање, Београд: Evro-Guinti, 2010].

[13] TANJUG, 28 marzo 1985, in BBC Summary of World Broadcasts, Eastern Europe / 7914 B/ 1, aprile 1985; Bulgaria: Continuing Human Rights Abuses against Ethnic Turks, Amnesty International, EUR/15/01/87, 5; Amnesty International, “Bulgaria: Imprisonment of Ethnic Turks and Human Rights Activists”, EUR 15/01/89.

[14] Secondo il censimento del 1981, la popolazione totale della Macedonia era di 1.912.257 abitanti, di cui 1.281.195 macedoni, 377.726 albanesi, 44.613 serbi, 39.555 musulmani, 47.223 zingari, 86.691 turchi, 7.190 valacchi e 1984 bulgari [Poulton H., The Balkans. Minorities and States in Conflict, Londra: Minority Rights Publications, 1994, 47].

[15] Sellier A., Sellier J., Atlas des peuples d’Europe centrale, Parigi, 1991, 143−166; Петковић Р., XX век на Балкану. Версај, Јалта, Дејтон, Београд: Службени лист СРЈ, 53–55; Statistical Pocket Book: Federal Republic of Yugoslavia, Belgrado, 1993. Per illustrare tutta la complessità del fenomeno delle minoranze etniche nei Balcani, l’esempio migliore è quello della Bosnia-Erzegovina, dove accanto alle tre nazioni riconosciute (secondo gli accordi di Dayton del novembre 1995, i bosniaci, i serbi e i croati) vivono anche i seguenti gruppi nazionali come minoranze etniche: montenegrini, zingari, ucraini, albanesi, sloveni, macedoni, ungheresi, cechi, polacchi, italiani, tedeschi, ebrei, slovacchi, rumeni, russi, turchi, ruteni (rusini) e “jugoslavi”. Queste informazioni si basano sui dati forniti dalla “Forza di polizia internazionale” (IPTF) il 17 gennaio 1999.

[16] Europa Yearbook 1975, Londra, 1976. A titolo illustrativo, nel 1912 nella Macedonia egea vivevano i seguenti gruppi etnici e religiosi: i macedoni, i macedoni musulmani (i pomacchi), i turchi, i turchi cristiani, i circassi (i mongoli), i greci, i greci musulmani, gli albanesi musulmani, gli albanesi cristiani, i valacchi, i valacchi musulmani, gli ebrei, gli zingari e altri. Tutti insieme costituivano un totale di 1.073.549 abitanti di questa parte dei Balcani.

[17] Jugoslovenski pregled, № 3, 1977.

[18] Steele D., “Religion as a Fount of Ethnic Hostility or an Agent of Reconciliation?”, Janjić D. (ed.), Religion & War, Belgrado, 1994, 163–184.

[19] Ramet P., “Religion and Nationalism in Yugoslavia”, Ramet P. (ed.), Religion and Nationalism in Soviet and East European Politics, Durham, 1989, 299–311.

[20] Marković I., Srpsko pravoslavlje i Srpska pravoslavna crkva, Zagabria, 1993, 3–4.

[21] Jelavich B., History of the Balkans. Eighteenth and nineteenth centuries, Cambridge: Cambridge University Press, 1983, ix–xi.

[22] Berend I., T., Ránki G., East Central Europe in the 19th and 20 centuries, Budapest: Akadémiai Kiadó, 1977, 41.

[23] Tra la bibliografia selezionata sugli sviluppi culturali, politici, storici e sociali dell’Europa sud-orientale meritano di essere citate le seguenti opere [Cvijić J., Balkansko Poluostrvo i južnoslovenske zemlje. Osnove antropogeografije, I, Zagabria, 1922; Stavrianos, L. S., The Balkans, 1815–1914, New York: Holt, Rinehart & Winston, 1963; Jelavich B. e Ch., The Balkans, Prentice-Hall: New Jersey, 1965; Stoianovich T., A Study in Balkan Civilization, New York: Knopf, 1967; Jelavich Ch., (ed.), Language and Area Studies: East Central and Southeastern Europe, Chicago: University of Chicago Press, 1969; Edgar H., The Balkans: A Short History from Greek Times to the Present Day, New York: Crane, Russak, 1972; Jelavich B. e Ch., The Establishment of the Balkan National States, 1804–1920, Seattle: University of Washington Press, 1977; Sugar P. E., Southeastern Europe under Ottoman Rule, 1354–1804, Seattle: University of Washington Press, 1977; Castellan G., History of the Balkans: Da Maometto il Conquistatore a Stalin, New York: Columbia University Press, East European Monographs, Boulder, 1992; Stojanović T., Balkanski svetovi. Prva i poslednja Evropa, Belgrado: Equilibrium, 1997; Bideleux R., Jeffries I., A History of Eastern Europe. Crisis and Change, Londra−New York: Routledge, 1999; Mazower M., The Balkans. A Short History, Random House, Inc., 2002; Kaplan D. R., Balkan Ghosts. A Journey Through History, New York: Picador, St. Martin’s Press, 2005; Wachtel B. A., The Balkans in World History, Oxford−New York: Oxford University Press, 2008; Gleny M., The Balkans. Nationalism, War and the Great Powers, 1804–2012, Granta Books, 2012]. Una delle guide più utili alla bibliografia selezionata di nostro interesse fino agli anni ’70 è [Horecky, P. L., (ed.), Southeastern Europe: A Guide to Basic Publications, Chicago: University of Chicago Press, 1969].

[24] Ancora oggi, ci sono scienziati e ricercatori sospettosi che seguono l’atteggiamento del XIX secolo nei confronti della geopolitica come area non scientifica o semplicemente come pseudoscienza. Va detto che dalla metà del XIX secolo la geopolitica è stata sempre più accettata come un campo alla pari delle altre discipline accademiche, principalmente grazie alle opere dell’ammiraglio americano Mahan A. T. (1840-1914) sul ruolo della marina militare nel governo del mondo, e poi alle opere del geografo tedesco Ratzel F. (1844-1904) sulle relazioni tra geografia e spazio vitale (Lebensraum), del professore universitario svedese di scienze politiche Kjellén J. R. (1864-1922) sullo Stato come organismo e sulla superiorità della razza tedesca, lo scienziato britannico Mac Kinder Halford John (1861–1947) sull’importanza del cuore del territorio e, infine, ma allo stesso tempo soprattutto grazie al generale e geografo tedesco Haushofer K. (1869–1946), che scrisse principalmente sulle ragioni geopolitiche delle guerre di espansione territoriale del Terzo Reich di Hitler. Tuttavia, lo storico greco Erodoto (484-424 a.C.), “padre della storia” e autore della famosa Storia delle guerre greco-persiane, dovrebbe essere considerato uno dei primi fondatori della geopolitica come scienza. In sintesi, la geopolitica è stata inizialmente screditata come campo di ricerca e indagine accademica, poiché era vista solo come una giustificazione e una proiezione dell’espansionismo tedesco nel XIX e XX secolo. Successivamente, i sinonimi negativi della geopolitica sono stati le dottrine del “Sangue e Suolo” (Blut und Boden), dello “Spazio vitale” (Lebensraum), la “volontà di potenza” (Wile zum Macht) e la “nazione padrona” (Herren Volk). Sulla geopolitica, si veda [Dodds K., Geopolitics: A Very Short Introduction, Oxford-New York: Oxford University Press, 2007; Black J., Geopolitics, Londra: The Social Affairs Unit, 2009; Cohen B. S., Geopolitics: The Geography of International Relations, Lanham, Maryland: The Rowman & Littlefield Publishing Group, Inc., 2009; Walberg E., Postmodern Imperialism: Geopolitics and the Great Games, Atlanta, GA: Clarity Press, 2011; Flint C., Introduction to Geopolitics, New York: Routledge, 2012; Starr H., Sulla geopolitica: spazio, luogo e relazioni internazionali, Paradigm Publishers, 2014].

[25] Петковић Р., XX век на Балкану. Версај, Јалта, Дејтон, Службени лист СРЈ, Београд, 10. Sulla “geopolitica balcanica da incubo”, cfr. [Славољуб Б. Шушић, Геополитички кошмар Балкана, Београд: Војноиздавачки завод, 2004].

[26] Sulle antiche città-stato greche, cfr. [Adkins H. W., White P., University of Chicago Readings in Western Civilization, 1 The Greek Polis, Chicago−Londra: The University of Chicago Press, 1986; Hansen H. M., Polis. An Introduction to the Ancient Greek City-State, New York−Oxford: Oxford University Press, 2006].

[27] Il principio fondamentale della nazionalità in Europa è: una nazione è un popolo che possiede o lotta per ottenere un proprio Stato. Il rapporto tra Stato e nazione in Europa si è gradualmente trasformato dal modello della pace religiosa di Augusta del 1555 – « Cuius regio, eius religio“ al modello moderno di Svizzera, Belgio, Quebec o Bosnia-Erzegovina – ”Cuius regio, eius lingua”. Sull’etnicità, l’identità nazionale e il nazionalismo, si veda [Smith A., The Ethnic Origins of Nations, Oxford, 1986; Gellner E., Nations and Nationalism, Parigi, 1989; Miller D., On Nationality, Oxford, 1995; Guibernau M., Rex J. (a cura di), The Ethnicity: Nationalism, Multiculturalism and Migration. Reader, Cornwall: Polity Press, 1997; Jenkins R., Rethinking Ethnicity, SAGE Publications Ltd, 2008].

[28] Il culto della guerra è presente in ogni nazionalismo balcanico. Ad esempio, il vescovo ortodosso serbo Nikolaj Velimirović dichiarò il giorno della proclamazione dell’inizio della prima guerra balcanica nel 1912 nel suo discorso sulla “Giovane Serbia” che “il Signore è un grande guerriero” [Велимировић Н., Изнад греха и смрти. Беседе и мисли, Београд, 1914, 12]. Sulla guerra del Kosovo del 1998-1999, si veda [Hadjimichalis C., “Kosovo, 82 giorni di una guerra non dichiarata e ingiusta: un commento geopolitico”, European Urban and Regional Studies, vol. 7, n. 2, 2000, 175-180; Henrikson D., NATO’s Gamble: Combining Diplomacy and Airpower in the Kosovo Crisis 1998-1999, Annapolis, Maryland: Naval Institute Press, 2007].

[29] Sul Drang nach Osten tedesco, cfr. [Meyer C. H., Drang Nach Osten: Fortunes of a Slogan-Concept in German-Slavic Relations, 1848−1990, Peter Lang AG, 1996; Lewin E., The German Road to the East: An Account of the ‘Drang Nach Osten’ and of Teutonic Aims in the Near and Middle East… , Nabu Press, 2012].

[30] Il centro del governo ottomano in Albania fu istituito a Gjirokastra in seguito all’annessione di tutte le proprietà della nobiltà dell’Albania centrale. Tra i nobili albanesi espropriati c’era anche John Kastriota, padre di George Kastriota Skanderbeg (1405-1468). Quest’ultimo riuscì a liberare l’Albania dal dominio ottomano e governò un’Albania indipendente dal 1443 al 1468. Il giorno in cui Skanderbeg issò una bandiera con lo stemma della sua famiglia sulla cittadella di Kruja (28 novembre) 1443 divenne una festa nazionale per gli albanesi (il “Giorno della Bandiera”). Non è un caso che il ripristino dell’indipendenza dello Stato albanese nel 1912 sia stato annunciato proprio il 28 novembre. La bandiera di Skanderbeg divenne l’emblema nazionale dell’Albania indipendente. Il 28 novembre rimase la festa nazionale. Tuttavia, gli Ottomani finirono per soggiogare l’Albania nel 1479, prendendo il controllo della fortezza di Scutari (Shkodër/Skadar) dalle mani di Venezia (secondo l’accordo di pace firmato tra l’Impero Ottomano e Venezia a Costantinopoli/Istanbul il 25 giugno 1479). La conquista di Scutari nel 1479 divenne parte della principale propaganda anti-ottomana tra gli italiani, gli albanesi e i montenegrini nella loro lotta contro la signoria ottomana nell’attuale Albania settentrionale. Tutti sostenevano che gli Ottomani avevano conquistato la “loro” città storica di Scutari e una politica di liberazione della città dal dominio ottomano divenne una forza trainante del loro dovere nazionale e della loro prudenza nel XIX e XX secolo.

[31] Радовановић Љ., “Балкан и Средоземље”, Међународна политика, Београд, № 484, 1970.

[32] Радовановић Љ., “Санстефански и Берлински уговор”, Међународна политика, Београд, № 498, 1971.

[33] Sul fiume Danubio, cfr. [Ристић А. М., Геополитички положај Дунава, Београд, 1940; Wechsberg J., The Danube, The Book Service Ltd, 1980; Meszaros L., The Danube, John Beaufoy Publishing, 2009; Beattie A., The Danube. A Cultural History, New York−Oxford: Oxford University Press, 2010].

[34] Per quanto riguarda le caratteristiche militari e strategiche dei Balcani durante la Guerra Fredda, si veda [Габелић А., “Гарантије”, Међународна политика, Београд, № 448, 1968; Mates L., Međunarodni odnosi socijalističke Jugoslavije, Beograd: Nolit, 1976].

[35] Sulla storia della regione di Sanjak (Sandžak), cfr. [Morrison K., Roberts E., The Sanžak: A History, Londra: C. Hurst & Co. (Publishers) Ltd., 2013].

[36] Per ulteriori informazioni, cfr. [Kann R. A., The Habsburg Empire: A Study in Integration and Disintegration, New York, 1973; Bérenger J., A History of the Habsburg Empire 1273–1700, Londra−New York, 1997; Bérenger J., A History of the Habsburg Empire 1700–1918, Londra−New York, 2000].

[37] Sulla questione relativa alla guerra e alla diplomazia nel 1877-1878, si veda [Sluglett P., Yavuz M. H. (a cura di), War and Diplomacy: The Russo-Turkish War of 1877-1878 and the Treaty of Berlin, University of Utah Press, 2011; Druri I., The Russo-Turkish War 1877, Men-at-Arms, Osprey Publishing, 2012].

[38] Per quanto riguarda i problemi generali dell’importanza geostrategica e della sicurezza dell’Europa sud-orientale, si veda [Castellan G., Le monde des Balkans: poudriere ou zone de paix?, Parigi: Voubert, 1994; Yazakova A. Shmelyov B., Selivanova I, Kolikov N. (a cura di), The Balkans: Between the Past and the Future, Mosca, 1995; Lukić R., Lynch A., Europe from the Balkans to the Urals, Oxford: SIPRI−Oxford University Press, 1996].

[39] Per quanto riguarda il problema della base religiosa della determinazione nazionale e della creazione di alleanze politiche nei Balcani, si veda [Пашић Н., Национално питање у савременој епохи, Београд, 1973; Janjić D. (a cura di), Religion and War, Belgrado, 1994].

[40] Su questo tema, cfr. [Woodward L. S., Balkan Tragedy: Chaos and Dissolution after the Cold War, Washington D.C.: Brooking Institution Press, 1995; Guskova J., Istorija jugoslovenske krize (1990−2000), I−II, Belgrado: Izdavački grafički atelje „M“, 2003; Finlan A., Essential Histories: The Collapse of Yugoslavia 1991−1999, Oxford: Osprey Publishing Ltd., 2004].

[41] Sull’intervento, cfr. [Parenti M., To Kill a Nation: The Attack on Yugoslavia, Londra−New York: Verso, 2000; Gibbs N. D., First Do Not Harm: Humanitarian Intervention and the Destruction of Yugoslavia, Nashville, Tennessee: Vanderbilt University Press, 2009].

The Geopolitics of South-East Europe and the Importance of the Regional Geostrategic Position

Introduction

A geopolitical issue of South-East Europe became of great importance for scholars, policymakers, and researchers, with the question of the dismemberment of the Ottoman Empire as one of the most crucial features of the beginning of the 20th century in European history. A collapse of the one-time great empire was accelerated and followed by competition and struggles by both the European Great Powers and the Balkan national states over the territorial inheritance of it. While the European Great Powers have the aim to obtain the new spheres of political-economic influence in South-East Europe, followed by the task to establish a new balance of power in the continent, a total collapse of the Ottoman state was seen by small Balkan nations as the unique historical opportunity to enlarge the territories of their national-states by unification of all ethnolinguistic compatriots from the Ottoman Empire with the motherland. A creation of a single national state, composed by all ethnographic and historic “national” lands, was in the eyes of the leading Balkan politicians as a final stage of national awakening, revival and liberation of their nations which started at the turn of the 19th century on the ideological basis of the German romanticist nationalism expressed in a formula: “One Language-One Nation-One State”.[1]

Both the geopolitical and the geostrategic advantages of nation-state enlargement at the expense of the Ottoman Empire’s territory were tremendously significant, besides the wish for national unification as one of the main driving forces of Balkan nationalism at the turn of the 20th century. Especially the Kingdoms of Serbia and Bulgaria were preoccupied with the idea of being “the biggest” in the region as the precondition to control the Balkan affairs in the future. On the other hand, taking into consideration the geopolitical and geostrategic importance of South-East Europe, each member of the European Great Powers’ orchestra sought to obtain its own predominant influence in the region by fostering territorial aspirations of its Balkan favorite-nation(s). At the same time, a part of the Balkan policy of each European Great Power was to prevent other members of the orchestra from dominating over South-East Europe. The usual means to realize this second task was to oppose the territorial claims of those Balkan nations that were under the protection of the antagonist political camp. In such a way, the small Balkan nations were mainly the puppets in the hands of their European protectors. In other words, the success of the national struggle of the Balkan states depended primarily on the political strength and diplomatic skills of their European patrons.

The creation of and fight for independent nation-states in the Balkans from 1804 to 1913 had two dimensions:

  1. The national struggle to create an independent and united national state organization.
  2. The rivalry between the European Great Powers over the domination of South-East Europe.

The geostrategic position of the Balkan nations was one of the most incisive reasons for the members of the European Great Powers to support or to oppose an idea of the existence of their smaller or bigger nation-states, as was, for instance, the case of independent Albania announced on November 28th, 1912.[2] The real magnitude of this dilemma can be understood only in the context of the geopolitical and geostrategic significance of South-East Europe as a region.

A usual, but more populist, description of South-East Europe (or the Balkans) is a “bridge or crossroads between Europe and Asia”, a “mixing point or melting pot of races”, a “powder room or keg of Europe”, or the “battlefield of Europe”.[3] However, one of the most important features of the region is the melting pot of cultures and civilizations.[4]

The geophysics and culture

The Balkan Peninsula is bordered by six seas at its three sides: by the Adriatic Sea and the Ionian Sea on the west, by the Aegean Sea and the Sea of Crete on the south, and by the Sea of Marmara and the Black Sea on the east. The fourth side of the Peninsula, the north one, from the geographical point of view, has the border on the River Danube. If the factors of historical and cultural developments have to be taken into consideration, then the Balkan (i.e., South-East Europe’s) northern borders are on the Rivers Prut, Ipoly/Ipel, and Szamos (the last two in Hungary). Practically, the first option (Balkans) refers to geography, while the second (South-East Europe) refers to the historical and cultural linkage and influences. Correctly speaking, the second option refers to the region of Europe under which should be considered the Balkan Peninsula in pure geographical terms, enlarged by the Romanian and Hungarian lands, which are historically and culturally closely linked to both: the territories of East-Central Europe[5] and the Balkans.[6]

A term, the Balkans most probably has a Turkish root the meaning a mountain or a mountain chain. For sure, the mountains are the most specific characteristic of the region. Favorable natural conditions of the peninsula attracted throughout history many different invaders who created multi-cultural, multi-religious, and multi-ethnic societies and civilizations in this part of Europe. The historical significance of the region enormously increased in the eyes of Western European civilization from the time of the Ottoman conquest of the biggest part of South-East Europe (1354–1541), when this portion of the Old Continent was customarily marked as the lands between Europe, Turkey, and Russia. Due to the Ottoman lordship upon the region (till 1913), which significantly changed its image (in the points of customs, culture, ethnography, human behavior, economic development, style of everyday life, appearance of urban settlement, cuisine, music, etc.) many Western authors, especially travelers, considered the Balkans as a part of the Orient or by virtue of geographical remoteness as a part of the Near East. L. S. Stavrianos, a professor of history at Northwestern University (the USA), is quite right to explain the heterogeneity of the regional historical and cultural developments essentially by the peninsula’s intermediate location between Central and East Europe on one hand and Asia Minor and the Levant on the other.[7]

South-East Europe culturally and historically is an integral part of the European civilization, influenced throughout the centuries by the East Mediterranean, Central, West, and East European cultural features. Being at the crossroads of three continents (Africa, Asia, and Europe), the Balkans has been taken into account as the region of extraordinary geopolitical and geostrategic importance even since the early days of antiquity. The regional geopolitical and geostrategic significance had a crucial impact on its intercultural development, mixture, and characteristics. While from a physiographic viewpoint the Pyrenees and the Alps separate the Iberian and the Apennine Peninsulas from the rest of Europe, the Balkan Peninsula is, in contrast, open to it. The River Danube is more linking than separating this part of Europe from the “outside world,” especially with the region of Central Europe. Geographers are willing to see the northern border of the Balkans on the River Danube, but such an attitude is not reasonable for historians, as it excludes the Trans-Danubian territories of Romania as well as the Sub-Carpathian region and the Great Hungarian Plain (Alföld).[8]

The seas around the Balkans, likewise the River Danube, became a principal road to the neighborhood. For example, the Straight of Otranto (50 miles long) was the closest link between the Balkan and Western European civilization, and from this point of view, East Italy and the territories of Dalmatia, Montenegro, Albania, Epirus, and Peloponnesus played the role of a bridge which is connecting Western Europe with South-East Europe. As a result, Dalmatian and Montenegrin littoral urban settlements, for instance, throughout history accepted the West Adriatic Italian style of life, architecture, municipal and social organization, culture, and structure of an economy. It is visible particularly at the Adriatic islands, which were in the position of bridging two peninsulas and their cultures – the Balkans and the Apennines. Probably, the Adriatic islands, considerably influenced by both sides – Italian and Balkan culture and civilization, are the best historical example of the phenomena: the Balkan melting pot of civilizations. The Aegean islands, followed by Crete and Cyprus, were natural stepping stones between the Balkans on one hand and Egypt and Palestine on the other. For the Venetian six centuries-long trade links (from 1204 to 1797) between Italy and the Middle East, the Aegean islands, Crete (Candia under Venetian rule), Rhodes, and Cyprus were of vital importance for the existence of the Republic of St. Marco. Even today, there are numerous remains and examples of the Venetian material and spiritual culture and civilization in these islands that are a constituent element of an intercultural feature of the Balkan and East Mediterranean civilizations. Over the centuries, they were occupied by the Egyptians, Romans, Byzantines, Knights of St. John, Venice, Ottomans, Italians, and Germans until their ultimate unification with Greece. Nonetheless, thanks to its geophysical characteristics, there was no natural center of the Balkan Peninsula where a great political unity (state) could be formed.[9]

The crossroads and the “division lines”

An extraordinary historical earmark of the Balkans was the fact that throughout the peninsula ran several political and cultural “division lines” and boundaries as, for instance, between the Latin and the Greek language, East and West Roman Empire, the Byzantine and the Frankish Empire, the Ottoman and the Habsburg lands, the Islam and the Christianity, the Christian Orthodoxy and the Christian Catholicism, and recently between the North Atlantic Treaty Organization (the NATO) and the Warsaw Pact (from 1955 to 1991).

The most remarkable examples of living “between division lines” are the Romanians and the Serbs. Being decisively influenced in the Middle Ages by the Byzantine culture and civilization, both of them accepted the Byzantine civilization and the Christian Orthodoxy. However, in the course of the following centuries, under peculiar historical development of the region and political living conditions, one part of ethnic Romanians and the Serbs became members either of the Uniate (Greek Catholic) Church (under the Pope’s supremacy)[10] or the Roman Catholic Church. For instance, on March 27th, 1697, the union of a part of the Romanian Orthodox Church in Transylvania (a part of the historic Kingdom of Hungary) with the Roman Catholic Church was signed, resulting in the creation of the Greek-Catholic or the Uniate Church.[11] The church union with Rome, based on four points of the Union of Florence of 1439, recognized the authority of the Pope, in return receiving recognition of the equality of the Romanian clergy with that of the Roman Catholic Church. Similar to the Romanians in Transylvania, part of the Serbs settled on the territory of the Habsburg Monarchy (Dalmatia, Croatia, Slavonia, Istria, South Hungary) from the mid-16th century, converted themselves into the Greek-Catholics and later into the Roman-Catholics. All of them in the 20th century became Croats. Thus, for the matter of illustration, the Serbs who came to live in the Žumberak area (on the very border between Croatia and Slovenia) in the 16th century were the Orthodox believers while in the next century majority of them accepted the Union, and finally, in the 18th century declared themselves as members of the Roman Catholic Church and today as the Croats. Till the beginning of the 18th century, the national alphabet of the Romanians was the Cyrillic one, while in the subsequent decades it was replaced by the Latin script that is used to our day by all Romanians. As a result of the fact that throughout the centuries the Serbian nation was influenced by the Byzantine, the Ottoman, the Italian and Central European culture, living five centuries (from the 15th to the 20th) on the territories of the Republic of Venice, the Habsburg Empire, and the Ottoman Empire, contemporary Serbs are using in every-day life a quite equally Cyrillic and Latin scripts, while official national alphabet is only Cyrillic. In addition, the Serbian nationhood is split in a religious point of view into East Orthodox, Muslim, and Roman Catholic believers, while the usual national identity mark created by the foreigners is only East Orthodoxy and the Cyrillic script.[12]

Three thousand years of Balkan history that was being developed on the crossroads and meeting ground of civilizations resulted in two most important outcomes: 1) The presence of a great number of ethnic minorities; and 2) The existence of numerous different religions and their churches. The present-day Balkan ethnic minorities, with their peculiar cultures, are distributed in the following way. In Romania, the biggest ethnic minority is the Hungarians living in Transylvania, followed by the Serbs in Banat and the Germans in Transylvania. The Macedonian ethnic minority is not officially recognized in Bulgaria as well as in Greece, while a majority of Bulgaria’s ethnic Turks suffered forced assimilation from 1984 to 1989, and many of them finally emigrated to Turkey in 1989.[13] In Greece, the biggest ethnic minority is the Albanians, settled mainly in Epirus, while the biggest ethnic minority in Albania is the Greeks, followed by the Serbs and the Montenegrins. The largest number of the Balkan ethnic minorities are living in Serbia and Montenegro: the Albanians, the Bulgarians, the Vlahs, the Romanians, the Hungarians, the Ukrainians, the Gypsies (the Roma), the Croats, the Slovaks, and others. Croatia has the Italian, the Serbian, and the Hungarian minorities, while in Macedonia, the biggest ethnic minority is the Albanians, followed by the Turks, the Muslims, the Gypsies, and the Serbs.[14] Finally, in Bosnia-Herzegovina, the biggest minorities are the Czechs, the Poles, and the Montenegrins.[15]

Likewise, the ethnic composition of the Balkans, its distribution of religions are very complex too. In present-day Albania, there are three biggest denominations: Islam (confessed by 70% of the population), the Roman Catholic (confessed by 10% of Albanians), and the Eastern Orthodox (confessed by 20% of Albania’s inhabitants). Such division is a direct consequence of Albania’s geopolitical position and the course of historical development. For example, Albania’s Orthodox population is located in the southern part of the country where the Greek-Byzantine influences were dominant, while North Albania, open to the Adriatic Sea and Italy, was for centuries mainly under the influence of Roman Catholicism. The presence of a great number of Muslims is a direct outcome of the Ottoman lordship in Albania (1471–1912). An overwhelming majority of Bulgaria is of East Orthodox faith, while there are 800.000 Muslim Turks, 55.000 Roman Catholics, and 15.000 Greek-Catholics (the Uniates) as well. In addition, Bulgaria’s Muslims of the Slavic (Bulgarian) ethnic origin, the Pomaks, do not feel like the Bulgarians and have a closer affinity to the Turks due to a shared religion.

Similar to the citizens of Bulgaria, a significant majority of Greece’s population is of the Eastern Orthodox Church. At the same time, in the mid-1970s, there were 120.000 Muslims (in West Thrace), 43.000 Roman Catholics, 3.000 Greek-Catholics, and even 640 Armenian-Catholics.[16] On the territory of the former Yugoslavia, there are three major religions: the Roman Catholic (in the western part), the Eastern Orthodox (in the eastern part), and the Muslim (in Bosnia-Herzegovina, Kosovo-Metochia, and Sanjak (Raška)). In 1990, there were 35 religious communities in Yugoslavia. According to the census of 1953, there were 41.4% the Orthodox population, 31.8% the Catholics, 12.3% the Muslims, and 12.5% non-believers in the Socialist Federal Republic of Yugoslavia (the SFRY).[17] Similar to Albania’s case, such division is a direct product of Yugoslavia’s geopolitical position and different historical, cultural, and religious influences on its territory.

A symbiosis between religion and nation is quite visible in this part of Europe. The proper linkage between religious and ethnic identity among the Balkan peoples, especially in ethnically, culturally, and religiously mixed areas, can be seen from the fact that the Serbian Orthodox Church has been a self-conscious contributor to the development of a national ideology among the Serbs, but particularly among those from Kosovo-Metochia, Croatia, and Bosnia-Herzegovina.[18] The territory of Bosnia-Herzegovina, situated literally on the crossroads of different cultures and civilizations, became in the 1990s a most referring example of a meeting ground of divergent religions, nations, cultures, habits, and civilizations in the Balkans. The linkage between religious and ethnic identity is crucial for the people of Bosnia-Herzegovina. The Serbian Orthodox Church, the Croatian Catholic Church, and the Bosnian Muslim Community were a defining factor in the process of ethnic differentiation, perhaps even the most important factor in the process. The religion became a badge of identity and guardian of traditions for the Croats, the Serbs, and the Muslims from Bosnia-Herzegovina (the Bosniaks), as well as for other peoples in the region, but not for the Albanians, who are the most important exception from this phenomenon. This was particularly important for the preservation of identity and culture as various foreign empires dominated the region.[19] In fact, the simultaneous oppression of both religion and nation tended to solidify the connection between the church and the nation as well as religious and ethnic identity.[20] Surely, the quite complex Balkan ethnic and religious composition is a pivotal cause for the existence of its different cultures, but also for ethnic conflicts, which are very often in this part of Europe. The Balkan Peninsula is at the same time both the meeting ground of civilizations and the powder room of Europe.

Balkan geopolitics: Between a bridge and the battlefield

The peculiar geostrategic position of the Balkan Peninsula gives us an answer to the question of why it has been throughout history both a bridge and the battlefield of different civilizations and cultures. Thus, the history of the region was to a great extent determined by the location of the Balkans. Situated at the meeting point of Europe, Africa, and Asia, the Balkans experienced alternate imperial drives, competing ideologies together with conflicting social, political, and economic systems.[21] For the local people in the region, to live in an area of high international tensions meant primarily to find a way out from permanent pressure from abroad. It led to their resistance to any foreign realm and outside attempts to annex or dominate the region. Accordingly, it was exactly this part of the Old Continent to deserved the label of “Europe’s worst trouble spot”.[22] At the same time, South-East European societies accepted many foreign institutions, customs, rules, or habits which were in many cases reshaped according to the local traditions and necessities.[23]

A high degree of international interest in the Balkans for the whole time of mankind history ranks first place for the reason of its geopolitical and geostrategic value.[24] The Balkans were, during the entire 19th and 20th centuries, a real “laboratory” for the expression and investigation of different attributes of geopolitics.[25]

The region of the Balkan Peninsula, in geographical terms, is straddled between the Mediterranean basin and the Danube watershed, which basically means that one great long-time existed state could not be established. Moreover, for the reason of the mountainous face of the region, broken and interlaced with many smaller and bigger rivers, the local population was “destined” to live within smaller state organizations. The ancient Greek city-state (пoλιξ) was a typical product of the geographical conditions of the area.[26] When the borders of a newly independent state of Albania were drawn in 1913, they followed in great extent the geographical shape of the area inhabited by many ethnic Albanians outside the motherland, a majority of them in Serbia’s province of Kosovo-Metochia, but also in West Macedonia, South-West Greece, and East Montenegro. In other words, the regional geographical conditions became one of the most decisive hindrances for the Balkan people to realize their maximized territorial aims and requirements. Besides this factor, the long-time intermixture of different ethnic, religious, and cultural groups became the second obstacle, which did not allow South-East European nations to effectuate their dreams of national unification within a single national statehood without the conflict with their neighbors or co-dwellers who had similar national visions. South-East European nationalism, led by the basic idea that each ethnos has to live in one national state, was an essential ideological framework for the constant inter-ethnic collisions.[27] A creation of a single national state-body, composed of all ethnographic and historic “national” lands, was in the eyes of the leading Balkan politicians a final stage of national awakening, revival, and liberation which started at the turn of the 19th century on the ideological basis of the German romanticist nationalism expressed in a formula: “One Language-One Nation-One State”. The struggle upon the same “national” territories which belonged to “everybody” in accordance with historic, ethnic, military, or geostrategic principles and reasons resulted in the certitude that in this part of the world, there was more blood than land. In other words, there were not enough territories to satisfy all national aspirations. Thus, for example, the Serbian, the Greek, the Ottoman, the Montenegrin and the Albanian dispute over the destiny and fixed borders of the independent Albania in 1912–1913, or the Yugoslav civil war in 1991–1995 followed by the Yugoslav-Albanian struggle over Kosovo-Metochia’s province in 1998–1999 are only the episodes of the local nationalism but certainly not an exemption.[28]

The most important feature of Balkan geopolitics is the peninsula’s geographical, historical, political, military-strategic, and economic connections with the Mediterranean Sea and basin. The most convenient geographical definition of the Balkans is a “Peninsula of the Mediterranean”. Almost all Balkan states are Mediterranean ones. The seas that belong to them are parts of a greater Mediterranean Sea. For instance, because the Adriatic and the Ionian seacoasts are integral parts of the Mediterranean shore, located near Italy, the strategic importance of these attracted very often in history many foreign powers to occupy and possess them, like the Ancient Greeks, the Romans, the Byzantines, the Normans, the Hungarians, the Venetians, the Serbs, the Ottomans or modern Italians.

Historically, the notion of the Balkans was in conjunction with the Oriental Ottoman Turks, who gradually spread their lordship over the peninsula from 1354, keeping it under their sway till 1913. However, certain European Great Powers saw the Balkan seaside either as their legitimate historic possession or the sphere of influence, endeavoring to keep back the Ottoman Empire from the Balkan littoral. From the cause of historic-cultural factors, the continental parts of the Balkans were related to the Orient, while the littoral parts of the Balkans were cognate to the Occident. The crucial reason for the Russian interest in the Balkans was an aspiration to possess the exit to the “warm seas”. For the German Second Reich’s diplomats (1871–1918) and the Nazi politicians (1933–1945), South-East Europe became attractive as the “transversal corridor” which was connecting the Middle East and Asia with the German European possessions; in other words, a corridor very suitably located for Berlin’s policy of Drang nach Osten.[29] In the eyes of Austro-Hungarian foreign policy creators, the region was of pivotal prominence as the only overland way to Vienna’s final goal – to have control over the Aegean seaport of Salonika (Thessaloniki) in Aegean Macedonia. A special point of interest in the Balkans for the European Great Powers at the turn of the 20th century became the entrance (gate) to the Adriatic Sea, bordered by Italy’s and Albania’s littoral. From this point of view, for Viennese politicians, Albania’s territory, especially its seacoast, should play the role of a pivotal obstacle against the Italian penetration in the Balkans, especially towards the Salonika seaport, which should be transformed into the principal Austro-Hungarian commercial export-import point in the Mediterranean Sea.

The Adriatic and the Ionian littorals became from the 1860s extremely attractive for the Kingdom of Serbia as one of the possible strips of the Balkan territory where Serbia could find the exit to the sea for commercial reasons. The Montenegrin Principality (from 1910 the Kingdom of Montenegro) was infatuated only by the ultimate north-western portion of present-day Albania – the area around the city of Scodra, for historical reasons, as Scodra was the capital of Montenegro in the early Middle Ages. The Kingdom of Bulgaria, from its de iure acquainted independence in 1878, expressed its thirst for the Aegean littoral as well. The Greek pretensions for the same territory finally led Sofia and Athens to war in 1913 (the Second Balkan War). In the Balkan politics of Serbia, Montenegro, Greece, and Bulgaria at the turn of the 20th century, the Albanians and Albania were the wedge against the others. For instance, for Bulgaria, the Bulgarian-Albanian axis was imagined as the best impediment against the Serbian-Greek teamwork and joint political actions. Finally, the Ottoman Empire had its own political-economic interest to keep the Ionian littoral as its own possession. For this purpose, for Istanbul’s diplomats, the eastern entrance to the Adriatic Sea (Albania) should be under Ottoman control.

The Ionian littoral with its hinterland played a significant role for the Ottoman sultans at the time of the Ottoman wars for South-East Europe. For instance, the Sultan Mehmed the Conqueror (1451–1481) established on the hinterland of the Ionian seacoast two of the most important Ottoman footholds in the Balkans for further intended military actions across the Adriatic Sea. These two military fortresses were built at Akçahisar (Kruja) and Avlonya (Valona). The Ottoman commanders (beys) on the north-east Ionian littoral were allowed by the sultan to increase their raiding expeditions into Bosnia-Herzegovina, Dalmatia, respectively.[30]

The military-strategic factors of Balkan geopolitics

In the 19th and 20th centuries, the eastern portion of South-East Europe was under the Russian sphere of influence because it was closer to the main Russian objects of acquisition – Constantinople (Istanbul), the Sea of Marmara, the Bosporus, and the Dardanelles. Beginning with the time of the Empress Catherine the Great (1762–1796), the conquest of Constantinople was put on the pedestal of the Russian Balkan policy.[31] On the other hand, the western part of South-East Europe was considered the Austro-Hungarian (the Habsburg) sphere of influence. Consequently, the Russian-Austro-Hungarian spheres of influence overlapped on the territories of Serbia and Montenegro[32], while the territory of Albania experienced a similar overlapping of the Italian-Austro-Hungarian spheres of influence. Taking this into mind, it was quite natural that the members of the European Great Powers supported different Balkan states during the Balkan Wars in 1912–1913 and the First World War in 1914–1918.

The military-strategic factors of South-East Europe have five delicate points:

  1. The “Ljubljana Door”, adjoining Central Europe and the North Adriatic.
  2. The Morava-Vardar valley, which bounds Central Europe with the North Aegean Sea.
  3. The Pannonian Plain, on the confines of the southern part of Central Europe and the North Balkans.
  4. The River Danube is the main bridge between South-East Europe and Central and further Western Europe.
  5. The Black Sea’s seashore.[33]

Many invaders throughout history used these five points as roads in order to cross from Central Europe to the Balkans or vice versa (for example, the Crusaders and the Ottomans).[34] The Sub-Danubian region of South-East Europe played a significant role in the German-Austrian foreign policy course of Drang nach Osten in the years from 1871 to 1918. Under this course should be grasped the German military-political-economic penetration into Asia Minor and when the Suez Canal was opened, further into India (the German plans concerning the Baghdad and Anatolian railways). The Dual Monarchy of Austria-Hungary became the locomotive of this course after the annexation of Bosnia-Herzegovina in 1908, interested in the first place to drive towards the Aegean Sea through the Sanjak of Novi Pazar (after 1913 divided between Serbia and Montenegro)[35] and the valley of the River Vardar. At the time of the Austrian-Hungarian Emperor Franz Josef I (1848–1916), a synonym for his country was a “Sub-Danubian Monarchy” referring to the importance of the River Danube for the very existence of Austria-Hungary, which was composed of the Balkan and Central-European provinces.[36]

The Black Sea’s seashore became the principal battlefield area between imperial Russia and the Ottoman Empire from the time of the Russian Empress Catherine II throughout the whole 19th century and the beginning of the 20th century. Both belligerent sides tried to increase their political influence in South-East Europe in order to provide their own hegemony in the maritime area of the Black Sea. Nevertheless, the other European Great Powers had as well as their own particular interests in the sector of the European part of the Black Sea’s shore and its waters, like the United Kingdom, France, Germany, Austria-Hungary, and even Italy. The struggle of the European Great Powers upon mastering the Black Sea’s trade and military directly or indirectly affected the domestic affairs of Serbia, Romania, Bulgaria, Montenegro, and Greece. It was true particularly from the time of the Crimean War (1854–1856) to the time of the Great War (1914–1918), when the fight of the small Balkan nations for their national liberation and unification depended to a large extent on the result of the Russian-Ottoman wars and the Russian diplomatic support for the Balkan Christian Orthodox states. For instance, after the Russian military and diplomatic defeat during the Crimean War and the Paris Peace Conference in 1856, Serbia, Montenegro, Bulgaria, and Greece could not expect any territorial achievement until the next Russian-Ottoman War of 1877–1878, in which the Ottoman Empire was defeated. Therefore, due to the Russian victory and the San Stefano Peace Treaty in 1878, Bulgaria, Montenegro, Romania, and Serbia became independent states according to the Berlin Congress’s decisions in July 1878 and at the same time enlarged their state’s territories at the expense of the Ottoman Empire.[37] At that time, the Russian principal protégé in the Balkans was Bulgaria, which was the prime reason for Serbia to turn its eyes towards Vienna and Pest after 1878. The Russian pro-Bulgarian Balkan policy during the war against the Ottoman Empire in 1877–1878 had its foundations in the Russian efforts to establish a firm foothold on the Black Sea’s littoral in order to easily acquire control over Istanbul and the Straits. For that purpose, Bulgaria was the most appropriate Balkan state as being a vanguard of the Russian Euro-Balkan policy and the main forerunner of St. Petersburg’s interests in the region.

Possible political axis-alliances

South-East European geostrategic importance can be sublimated in the next three points:

  1. The region is a significant overland tie between Europe and the Middle East.
  2. The region has important reserves of natural wealth in raw materials, energy, etc.
  3. The region located between Central Europe, the Black Sea, and the Mediterranean Sea was and is an important point of the European and even global system of security and strategy of imperialistic powers.[38]

South-East Europe has its highest geostrategic importance in international relations, accurately at the beginning of the 20th century, when the region became a notable link in the chain of the European system of balancing powers. For that reason, both the Central Powers and the Entente made considerable efforts in order to obtain better military, strategic, political, and economic positions in the region before the outbreak of the First World War.

Taking into account historical, cultural, national, and religious aspects of the development of the Balkan civilization, there were and are three possible main political axes to function in this European region:

  1. An Islamic axis: The Turks, the Muslims from Bosnia-Herzegovina, Sanjak, Albania, West Macedonia, East Montenegro, East Bulgaria, and Kosovo-Metochia.
  2. The Orthodox alliance: Russia, Serbia, Serbian portion of Montenegro, Greece, Bulgaria, Romania, Serbs from Bosnia-Herzegovina, Kosovo-Metochia, and the eastern regions of the Republic of North Macedonia.
  3. The Roman Catholic bloc: Croats, Slovenians, Central European German Catholics, Hungarians, the Vatican, and Bosnian-Herzegovinian Roman Catholics.[39]

During WWII, South-East Europe became the battlefield of three opposite political-ideological forces: 1) the Nazis and Fascists; 2) the Communists; and 3) the Parliamentary Democrats. After 1945, the region was sharply divided between the members of the NATO Pact (est. 1949) and the Warsaw Pact (est. 1955), while Socialist Yugoslavia, as a member of the Non-Alignment Movement, was to a certain extent a Balkan political mediator. Finally, the Balkans, once again, in the 20th century, were at the very focus of the world’s attention during the process of bloody disintegration and destruction of Yugoslavia (1991–1995)[40] and the Kosovo War (1998−1999), followed by NATO military intervention in the Balkans (against the Federal Republic of Yugoslavia) in 1999 (March−June).[41]

Conclusion

In conclusion, South-East Europe is a geopolitical term that connotes peoples, cultures, and states that make up a region between the Black, Adriatic, Aegean, and Mediterranean Seas. There are three crucial points of regional significance from the geostrategic point of view:

  1. The territory of South-East Europe is an extremely important connection between West and Central Europe and the Near and Middle East.
  2. A wealth of the region’s natural resources.
  3. The region is a very important part of the Great Powers’ political-military-economic strategy.

Located on the crossroads of different civilizations, South-East Europe, during its 3.000 years of historical and cultural development, preserved many material remains from different civilizations and was under strong spiritual influence from Western European, Eastern European, Central European, Mediterranean, Christian, Muslim, Jewish, and many other cultures. If some part of Europe really deserved the name of “melting pot of civilizations,” it is the case with its south-eastern part for sure.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex-University Professor

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2026

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com


Endnotes:

[1] The language-criteria as the crucial factor of national determination was established by the German romanticist from the end of the 18th century – Herder, who understood the linguistic borders as the national borders. Herder’s model of “linguistic nationalism” was further ideologically developed at the beginning of the 19th century especially by the Germans Humboldt and Fichte. It was Fichte who put on the paper the most influential interpretation of the relationship between the language and the national appertaining by writing his famous Reden an die deutsche Nation in 1808. According to him, only the Germans succeeded to preserve original (ursprünglich) Teutonic language in its purest form. It was the reason for Fichte to claim that only the nation who conserved the old Teutonic language has the right to call itself as the Germans, i.e. the Teutons. Fichte further claimed that the power and greatness of the Germans were based exactly on the fact that only they spoke the original „national“ language. Fichte concluded that the language influences the people’s identity much stronger than the people influence the language-shaping [Fichte G. J., Reden an die deutsche Nation, Berlin, 1808, 44]. The practical value of this work was the fact that Fichte, „an ideological creator of the German linguistic nationalism“, urged the German national-political unification taking into consideration the most decisive national determinator – the language. One of the oldest examples of the language-nation relationship was pointed out in the book [Mielcke C., Litauisch-Deutsches und Deutsch-Litauisches Wörter-Buch, Königsberg, 1800].      

[2] Петер Бартл, Албанци од средњег века до данас, Београд: CLIO, 2001, 139.

[3] Castellan G., History of the Balkans: From Mohammed the Conqueror to Stalin, New York:  Colombia University Press, East European Monographs, Boulder, 1992, 1.

[4] About the problem of the sociogenesis of the concepts of “civilization” and “culture”, see in [Elias N., The Civilizing Process. Sociogenetic and Psychogenetic Investigations, Cornwall, 2000, 3–45].

[5] About the concept of Central Europe from a historical perspective, see in [Magocsi R. P., Historical Atlas of Central Europe. Revised and Expanded Edition, Seattle: University of Washington Press, 2002].

[6] An option that the Romanian and Hungarian lands belong to the Balkans is advocated, for instance, by The National Geographic Society which printed Supplement “The Balkans” in February 2000’s issue of its Magazine. Further, according to Gazetter. Atlas of Eastern Europe the whole area from the Baltic Sea to the Adriatic Sea and the Black Sea belongs to East Europe. Poulton Hugh is sure that Hungary and Romania do not belong to the Balkans [Poulton H., The Balkans. Minorities and States in Conflict, London: Minority Rights Publications, 1994, 12]. Finally, the authors of the famous Westermann Großer Atlas zur Weltgeschichte, published annually, are not quite sure where are the exact historical northern borders of the Balkans.        

[7] Stavrianos L. S., The Balkans since 1453, New York: Rinehart & Company, Inc., 1958, 1–33.

[8] For example, close historical, economic, cultural and political connections between the Balkans, Transdanubia, and a Great Hungarian Plain are indicated in many places in the book [Kontler L., Millenium in Central Europe. A History of Hungary, Budapest: Atlantisz Publishing House, 1999]. As a matter of example, about confessional relations and influences between the Central European Hungary and the Balkan Byzantine Empire, see in [Moravcsik Gy., “The Role of the Byzantine Church in Medieval Hungary”, The American Slavic and East European Review, Vol. VI, № 18019, 1947, 134–151].    

[9] About the relations of the Balkan geophysical conditions and the creation of the Balkan states, see in [Cvijić J., La Péninsule Balkanique, Paris, 1918].

[10] The Uniates or Greek Catholics were former Christian Orthodox who accepted the church union with the Vatican but continued to follow Byzantine liturgical rites. The Vatican did not require complete conversion to the Roman Catholicism, only the acceptance of the four essential points that were the foundation for the Union of the Orthodox and Catholic churches proclaimed by the Council of Florence on July 6th, 1439: 1) The recognition of Pope’s supremacy; 2) The “filioque” in the profession of faith (Holy Spirit proceeds from both the Father and the Son); 3) The recognition of the existence of purgatory; and 4) The use of unleavened bread in the mass. The Uniates preserved all of their other traditions and rights. In exchange for accepting the union with Rome, the clergy, which up to then was Orthodox, had been accorded the same privileges as their Roman Catholic counterparts [Bolovan I. et al, A History of Romania, The Center for Romanian Studies, The Romanian Cultural Foundation, Iaşi, 1996, 185–190.]. About the Union of Florence in 1439 more details can be obtained in [Hofmann G., “Die Konzilsarbeit in Florenz”, Orient. Christ. Period., № 4, 1938, 157–188, 373–422; Hofmann G., Epistolae pontificiae ad Concilium Florentinium spectantes, Vol. I–III, Roma, 1940−1946; Gill J., The Council of Florence, New York: Cambridge University Press, 1959; Gill J., Personalities of the Council of Florence, Oxford, 1964; Ostroumoff N. I., The History of The Council of Florence, Boston: Holy Transfiguration Monastery, 1971]. About the Uniate Church, see in [Fortescue A., The Uniate Eastern Churches, Gorgias Press, 2001].    

[11] On the Romanian case of relations between confession and ethnicity in Transylvania, see in [Oldson O. W., The Politics of Rite: Jesuit, Uniate, and Romanian Ethnicity in 18th-Century, New York:  Colombia University Press, East European Monographs, Boulder, 2005].

[12] About the history of the Serbs in the New Age, see in [Екмечић М., Дуго кретање између клања и орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992), Треће, допуњено издање, Београд: Evro-Guinti, 2010].

[13] TANJUG, March 28th, 1985, in the BBC Summary of World Broadcasts, Eastern Europe / 7914 B/ 1, April 1985; Bulgaria: Continuing Human Rights Abuses against Ethnic Turks, Amnesty International, EUR/15/01/87, 5; Amnesty International, “Bulgaria: Imprisonment of Ethnic Turks and Human Rights Activists”, EUR 15/01/89.

[14] The total population of Macedonia according to the 1981 census was 1.912.257 of which there were 1.281.195 Macedonians, 377.726 Albanians, 44.613 Serbs, 39.555 Muslims, 47.223 Gypsies, 86.691 Turks, 7.190 Vlahs and 1984 Bulgarians [Poulton H., The Balkans. Minorities and States in Conflict, London: Minority Rights Publications, 1994, 47].

[15] Sellier A., Sellier J., Atlas des peuples d’Europe centrale, Paris, 1991, 143−166; Петковић Р., XX век на Балкану. Версај, Јалта, Дејтон, Београд: Службени лист СРЈ, 53–55; Statistical Pocket Book: Federal Republic of Yugoslavia, Belgrade, 1993. In order to illustrate the whole complexity of the ethnic minority phenomena on the Balkans, the best example is Bosnia-Herzegovina where alongside with the three recognised nations (according to the Dayton Accords in November 1995, the Bosniaks, the Serbs and the Croats) the following national groups as the ethnic minorities are living too: the Montenegrins, the Gypsies, the Ukrainians, the Albanians, the Slovenians, the Macedonians, the Hungarians, the Czechs, the Poles, the Italians, the Germans, the Jews, the Slovaks, the Romanians, the Russians, the Turks, the Ruthenians (the Russyns), and the “Yugoslavs”. This information is based on data supplied by the “International Police Task Force” (IPTF) on January 17th, 1999.  

[16] Europa Yearbook 1975, London, 1976. For the matter of illustration, the following ethnic and religious groups lived in Aegean Macedonia in 1912: the Macedonians, the Muslim Macedonians (the Pomaks), the Turks, the Christian Turks, the Cherkez (the Mongols), the Greeks, the Muslim Greeks, the Muslim Albanians, the Christian Albanians, the Vlahs, the Muslim Vlahs, the Jews, the Gypsies, and others. All of them made a total of 1.073.549 inhabitants of this part of the Balkans.

[17] Jugoslovenski pregled, № 3, 1977.

[18] Steele D., “Religion as a Fount of Ethnic Hostility or an Agent of Reconciliation?”, Janjić D. (ed.), Religion & War, Belgrade, 1994, 163–184.

[19] Ramet P., “Religion and Nationalism in Yugoslavia”, Ramet P. (ed.), Religion and Nationalism in Soviet and East European Politics, Durham, 1989, 299–311.

[20] Marković I., Srpsko pravoslavlje i Srpska pravoslavna crkva, Zagreb, 1993, 3–4.

[21] Jelavich B., History of the Balkans. Eighteenth and nineteenth centuries, Cambridge: Cambridge University Press, 1983, ix–xi.

[22] Berend I., T., Ránki G., East Central Europe in the 19th and 20 centuries, Budapest: Akadémiai Kiadó, 1977, 41.

[23] Among selected bibliography of South-East European cultural, political, historical and social developments the following works deserve to be mentioned [Cvijić J., Balkansko Poluostrvo i južnoslovenske zemlje. Osnove antropogeografije, I, Zagreb, 1922; Stavrianos, L. S., The Balkans, 1815–1914, New York: Holt, Rinehart & Winston, 1963; Jelavich B. and Ch., The Balkans, Prentice-Hall: New Jersey, 1965;   Stoianovich T., A Study in Balkan Civilization, New York: Knopf, 1967; Jelavich Ch., (ed.), Language and Area Studies: East Central and Southeastern Europe, Chicago: University of Chicago Press, 1969; Edgar H., The Balkans: A Short History from Greek Times to the Present Day, New York: Crane, Russak, 1972; Jelavich B. and Ch., The Establishment of the Balkan National States, 1804–1920, Seattle: University of Washington Press, 1977; Sugar P. E., Southeastern Europe under Ottoman Rule, 1354–1804, Seattle: University of Washington Press, 1977; Castellan G., History of the Balkans: From Mohammed the Conqueror to Stalin, New York: Columbia University Press, East European Monographs, Boulder, 1992; Stojanović T., Balkanski svetovi. Prva i poslednja Evropa, Beograd: Equilibrium, 1997; Bideleux R., Jeffries I., A History of Eastern Europe. Crisis and Change, London−New York: Routledge, 1999; Mazower M., The Balkans. A Short History, Random House, Inc., 2002; Kaplan D. R., Balkan Ghosts. A Journey Through History, New York: Picador, St. Martin’s Press, 2005; Wachtel B. A., The Balkans in World History, Oxford−New York: Oxford University Press, 2008; Gleny M., The Balkans. Nationalism, War and the Great Powers, 1804–2012, Granta Books, 2012]. One of the most useful guides of selected bibliography of our interest up to the 1970s is [Horecky, P. L., (ed.), Southeastern Europe: A Guide to Basic Publications, Chicago: University of Chicago Press, 1969].  

[24] Even today, there are suspicious scientists and researchers who are following before 19th-century attitude towards geopolitics as not scientific area or simply as the pseudo-science. It should be said that from the time of the mid-19th century the geopolitics was accepted more and more like a field to be equal with other academic disciplines primarily due to the works of the American Admiral Mahan A. T. (1840–1914) connected with the role of the navy in the ruling the world, then the works of the German geographer Ratzel F. (1844–1904) concerning the relations between geography and the living space (Lebensraum), the Swedish university professor of the political sciences Kjellén J. R. (1864–1922) about the state as an organism and the superiority of the German race, the British scientist Mac Kinder Halford John (1861–1947) with regard to the importance of the heartland and finally but at the same time mostly due to the German General and geographer Haushofer K. (1869–1946) who was writing primarily upon the geopolitical reasons of Hitler’s wars of territorial expansion of the Third Reich. However, a Greek historian Herodotus (B.C. 484–424), a “father of history” and the author of the famous History of the Greek-Persian Wars, should be considered as one of the early founders of the geopolitics as the science. In sum, the geopolitics was primarily discredited as an academic field of research and investigation since it was seen only as a justification and projection of the German expansionism in the 19th and the 20th centuries. Subsequently, the negative synonyms for the geopolitics were the doctrines of the “Blood and Soil” (Blut und Boden), the “Living Space” (Lebensraum), the “Will for Power” (Wile zum Macht) and the “Lord-Nation” (Herren Volk). On geopolitics, see in [Dodds K., Geopolitics: A Very Short Introduction, Oxford-New York: Oxford University Press, 2007; Black J., Geopolitics, London: The Social Affairs Unit, 2009; Cohen B. S., Geopolitics: The Geography of International Relations, Lanham, Maryland: The Rowman & Littlefield Publishing Group, Inc., 2009; Walberg E., Postmodern Imperialism: Geopolitics and the Great Games, Atlanta, GA: Clarity Press, 2011; Flint C., Introduction to Geopolitics, New York: Routledge, 2012; Starr H., On Geopolitics: Space, Place, and International Relations, Paradigm Publishers, 2014].      

[25] Петковић Р., XX век на Балкану. Версај, Јалта, Дејтон, Службени лист СРЈ, Београд, 10. On the „Balkan geopolitics of nightmare“, see in [Славољуб Б. Шушић, Геополитички кошмар Балкана, Београд: Војноиздавачки завод, 2004].

[26] On ancient Greek city-state, see in [Adkins H. W., White P., University of Chicago Readings in Western Civilization, 1 The Greek Polis, Chicago−London: The University of Chicago Press, 1986; Hansen H. M., Polis. An Introduction to the Ancient Greek City-State, New York−Oxford: Oxford University Press, 2006].

[27] The pivotal nationality principle in Europe is: A nation is a people in possession of or striving for its own state. The relationship between state and nation in Europe was gradually transformed from the model of the Augsburg religious peace settlement of 1555 – “Cuius regio, eius religio” to the modern model of Switzerland, Belgium, Quebec or Bosnia-Herzegovina – “Cuius regio, eius lingua”. On ethnicity, national identity and nationalism, see in [Smith A., The Ethnic Origins of Nations, Oxford, 1986; Gellner E., Nations and Nationalism, Paris, 1989; Miller D., On Nationality, Oxford, 1995; Guibernau M., Rex J. (eds.), The Ethnicity: Nationalism, Multiculturalism and Migration. Reader, Cornwall: Polity Press, 1997; Jenkins R., Rethinking Ethnicity, SAGE Publications Ltd, 2008].

[28] The cult of war is present in every Balkan nationalism. For example, Serbian Orthodox Bishop Nikolaj Velimirović stated on the day of the proclamation of the beginning of the First Balkan War in 1912 in his oration about “Young Serbia” that the “Lord is a great warrior” [Велимировић Н., Изнад греха и смрти. Беседе и мисли, Београд, 1914, 12]. On the Kosovo War in 1998−1999, see in [Hadjimichalis C., “Kosovo, 82 Days of an Undeclared and Unjust War: A Geopolitical Comment”, European Urban and Regional Studies, Vol. 7, No. 2, 2000, 175-180; Henrikson D., NATO’s Gamble: Combining Diplomacy and Airpower in the Kosovo Crisis 19981999, Annapolis, Maryland: Naval Institute Press, 2007].     

[29] On the German Drang nach Osten, see in [Meyer C. H., Drang Nach Osten: Fortunes of a Slogan-Concept in German-Slavic Relations, 1848−1990, Peter Lang AG, 1996; Lewin E., The German Road to the East: An Account of the ‘Drang Nach Osten’ and of Teutonic Aims in the Near and Middle East…, Nabu Press, 2012]. 

[30] The center of the Ottoman government in Albania was set up at Gjirokastra following the annexation of all the property of the nobility in Central Albania. Among the expropriated Albanian noblemen was and John Kastriota the father of George Kastriota Skanderbeg (1405–1468). The latter succeeded to liberate Albania from the Ottoman sway and ruled an independent Albania from 1443 to 1468. The day when Skanderbeg raised a flag bearing his family’s arms on the citadel of Kruja (November, 28th) 1443 became a national holiday for Albanians (the “Flag’s Day”). Knowing that it is not surpassingly that a restoration of the Albanian independent statehood in 1912 was announced exactly on the day of November 28th. A Skanderbeg flag became a national emblem of an independent Albania. The day of November 28th remained as the national feast day. However, the Ottomans finally subjugated Albania in 1479 taking control over the fortress of Scutari (Shkodër/Skadar) from the hands of Venice (according to the peace agreement signed between the Ottoman Empire and Venice in Constantinople/Istanbul on June 25th, 1479. The capture of Scutari in 1479 became a part of principal anti-Ottoman propaganda among the Italians, the Albanians and the Montenegrins in their struggle against the Ottoman lordship in present-day North Albania. All of them claimed that the Ottomans captured “their” historical city of Scutari and a policy of liberation of the city from the Ottoman possession became a driving force of their national duty and prudence in the 19th and 20th centuries.

[31] Радовановић Љ., “Балкан и Средоземље”, Међународна политика, Београд, № 484, 1970.

[32] Радовановић Љ., “Санстефански и Берлински уговор”, Међународна политика, Београд, № 498, 1971.

[33] About the River Danube, see in [Ристић А. М., Геополитички положај Дунава, Београд, 1940; Wechsberg J., The Danube, The Book Service Ltd, 1980; Meszaros L., The Danube, John Beaufoy Publishing, 2009; Beattie A., The Danube. A Cultural History, New York−Oxford: Oxford University Press, 2010].

[34] About the Balkan military-strategic features during the Cold War, see in [Габелић А., “Гарантије”, Међународна политика, Београд, № 448, 1968; Mates L., Međunarodni odnosi socijalističke Jugoslavije, Beograd: Nolit, 1976].   

[35] On the history of the region of Sanjak (Sandžak), see in [Morrison K., Roberts E., The Sanžak: A History, London: C. Hurst & Co. (Publishers) Ltd., 2013].

[36] See more in [Kann R. A., The Habsburg Empire: A Study in Integration and Disintegration, New York, 1973; Bérenger J., A History of the Habsburg Empire 1273–1700, London−New York, 1997; Bérenger J., A History of the Habsburg Empire 1700–1918, London−New York, 2000].

[37] On the issue regarding the war and diplomacy in 1877−1878, see in [Sluglett P., Yavuz M. H. (eds.), War and Diplomacy: The Russo-Turkish War of 1877−1878 and the Treaty of Berlin, University of Utah Press, 2011; Druri I., The Russo-Turkish War 1877, Men-at-Arms, Osprey Publishing, 2012].

[38] About general problems of the geostrategic importance and security of South-Eastern Europe, see in [Castellan G., Le monde des Balkans: poudriere ou zone de paix?, Paris: Voubert, 1994; Yazakova A. Shmelyov B., Selivanova I, Kolikov N. (eds.), The Balkans: Between the Past and the Future, Moscow, 1995; Lukić R., Lynch A., Europe from the Balkans to the Urals, Oxford: SIPRI−Oxford University Press, 1996].

[39] In regard to the problem of a religious ground of national determination and making political alliances in the Balkans, see in [Пашић Н., Национално питање у савременој епохи, Београд, 1973; Janjić D. (ed.), Religion and War, Belgrade, 1994].  

[40] On this issue, see in [Woodward L. S., Balkan Tragedy: Chaos and Dissolution after the Cold War, Washington D.C.: Brooking Institution Press, 1995; Guskova J., Istorija jugoslovenske krize (1990−2000), I−II, Beograd: Izdavački grafički atelje „M“, 2003; Finlan A., Essential Histories: The Collapse of Yugoslavia 1991−1999, Oxford: Osprey Publishing Ltd., 2004].

[41] On the intervention, see in [Parenti M., To Kill a Nation: The Attack on Yugoslavia, London−New York: Verso, 2000; Gibbs N. D., First Do Not Harm: Humanitarian Intervention and the Destruction of Yugoslavia, Nashville, Tennessee: Vanderbilt University Press, 2009].

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