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Inizia con la C, di Jon Kurpis

Inizia con la C

Il discorso del presidente Trump del 3 luglio 2026, in cui mette in guardia contro il comunismo, potrebbe preannunciare un attacco a breve termine a Cuba.

Jon Kurpis22 agosto
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Originariamente pubblicato da The Duran l’11 luglio 2026.


Il 3 luglio 2026, il presidente Donald Trump ha pronunciato un entusiasmante discorso pre-Festa dell’Indipendenza a Mount Rushmore per dare il via alle celebrazioni del 250° anniversario dell’America. Come ci si poteva aspettare, è stato pronunciato in un modo che solo questo particolare presidente è in grado di fare. Il discorso è stato un allegro mix di battute patriottiche, vanterie esagerate e omaggi a Donald Trump in persona.

“Non c’è mai stato niente di simile. Il trionfo dell’indipendenza americana è stato il risultato delle persone più straordinarie della storia, della cultura più straordinaria della storia e delle idee più straordinarie della storia, che insieme hanno creato la repubblica più straordinaria di sempre, di sempre, di sempre nella storia. Tutto si è unito per il miracolo del 4 luglio 1776. Quello è stato un anno importante. Domani saranno 250 anni, che giorno importante. Considero questo un giorno importante perché sono con voi. Anche questo mi piace. E a proposito, abbiamo vinto alla grande qui. Abbiamo vinto davvero alla grande, ogni singola volta.” ~ Presidente Donald Trump

Al di là dell’ego, delle banalità e dello zelo patriottico, tuttavia, il presidente Trump ha anche inserito momenti di serietà. Ha sottolineato quanto siano fortunati gli americani, poiché “…la maggior parte delle persone nella maggior parte dei luoghi ha vissuto una vita afflitta da sofferenza, povertà, sfruttamento, violenza e miseria” e che “un americano desidera sempre la pace e l’ordine, ma non si tirerà mai indietro di fronte al pericolo o alla minaccia”.

La parte più significativa del discorso è arrivata quando il Presidente Trump è passato dal patriottismo alla condanna del comunismo. Sebbene il passaggio sia stato leggermente inaspettato, non è stato poi così sorprendente. Come ho ripetuto più volte, gli americani disprezzano il comunismo! Gran parte della popolazione statunitense e della base elettorale di Trump ha anche assistito alla fine della Guerra Fredda e alla caduta dei paesi comunisti. Dato che si trattava di un discorso che celebrava la storia, i successi e i valori della nostra nazione, citare il comunismo come termine di paragone non era fuori luogo.

Il presidente Trump ha descritto il comunismo come “una minaccia mortale alla libertà americana” e lo ha definito “il nemico dei popoli liberi… in tutto il mondo”. Ha inoltre etichettato il comunismo come “l’esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità” e “un’ideologia di furto di massa, controllo di massa, menzogne ​​di massa e omicidio di massa”.

Detto questo, la critica del presidente Trump al comunismo è andata ben oltre queste semplici affermazioni, lasciando molti a chiedersi quale fosse la vera motivazione dietro l’inserimento così esplicito di tale tematica nel discorso. La maggior parte delle analisi ipotizza correttamente che questa retorica segni l’inizio di una strategia per le elezioni di metà mandato del 2026, in cui il Partito Repubblicano cercherà di associare i Democratici, le loro politiche e i loro candidati al comunismo. Sebbene questo approccio sia già stato utilizzato in passato e molti Democratici abbiano abbracciato posizioni che si prestano a tali critiche, questa spiegazione potrebbe cogliere solo superficialmente ciò che è stato effettivamente comunicato.

Considerando le parole specifiche scelte dal Presidente Trump e il contesto geopolitico e interno attuale, si può sostenere con forza che, sebbene il dibattito sul comunismo servirà certamente a supportare una strategia per le elezioni di medio termine, il segnale più profondo fosse la probabilità di una guerra imminente con Cuba. Questo articolo illustra la logica e le prove a sostegno di tale ipotesi.

La logica per Cuba

Fin da quando gli Stati Uniti sono esistiti come nazione indipendente, abbiamo, in un modo o nell’altro, puntato gli occhi su Cuba. Persino il Padre Fondatore Thomas Jefferson dichiarò, in una frase diventata celebre, “Dovremmo, alla prima occasione utile, conquistare Cuba”. Di conseguenza, non sorprende che all’inizio del XIX secolo gli Stati Uniti fossero diventati il ​​principale partner commerciale di Cuba.

Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti consideravano inoltre la prospettiva di una potenza ostile che si insediasse a 90 miglia dalla Florida come un rischio inaccettabile per la propria sicurezza. Per scongiurare un simile scenario, la Dottrina Monroe di fatto considerava Cuba una zona off-limits per le potenze straniere.

Nel tentativo di espandere i propri orizzonti territoriali, il presidente James K. Polk offrì alla Spagna 100 milioni di dollari per Cuba nel 1848, mentre il presidente Franklin Pierce ne offrì 120 milioni nel 1854. In entrambi i casi, la Spagna rifiutò l’offerta.

Nel 1898, la guerra ispano-americana scoppiò in seguito all’esplosione della USS Maine nel porto dell’Avana. Le forze statunitensi sbarcarono sull’isola, la occuparono per 5 anni e alla fine sconfissero la Spagna. Pur libera dal dominio spagnolo, Cuba si ritrovò presto a funzionare di fatto come uno stato satellite degli Stati Uniti. Ciò conferì agli Stati Uniti il ​​predominio navale regionale, ampliando al contempo il loro controllo sulle ferrovie cubane, le piantagioni di canna da zucchero, i servizi pubblici e altre importanti industrie. Verso la metà del XX secolo, circa il 70% delle esportazioni cubane era destinato al mercato americano.

Nel 1959, la Rivoluzione cubana trasformò l’isola in uno stato comunista, rendendola un avamposto strategico dell’Unione Sovietica. Questo evento pose fine, di fatto, ai rapporti finanziari tra Cuba e gli Stati Uniti e rischiò di causare la fine del mondo durante la crisi dei missili di Cuba. Dalla caduta dell’URSS all’inizio degli anni ’90, Cuba ha intrapreso un lento declino finanziario e militare e ora, agli occhi di molti neoconservatori e delle élite neoliberiste americane, appare come una preda facile.

fattori materiali

In termini di estensione, Cuba è una delle isole più grandi del mondo. Si estende per quasi 750 miglia da un’estremità all’altra e raggiunge una larghezza di circa 120 miglia nel punto più ampio. Per fare un paragone, Cuba è più grande di Porto Rico, Giamaica, Haiti, Repubblica Dominicana e di tutte le isole delle Bahamas messe insieme.

Cuba vanta anche 7 porti in acque profonde. Questi porti sono principalmente di origine naturale, senza necessità di dragaggio. Sono inoltre ben protetti e in grado di ospitare qualsiasi tipo di nave, dalle portacontainer alle petroliere, fino alle unità navali militari. Oltre ai 7 porti in acque profonde, l’isola possiede anche 11 porti commerciali principali e 31 porti per il carico e lo scarico merci.

Oltre alle sue dimensioni e ai suoi porti, Cuba possiede considerevoli risorse naturali non ancora sfruttate. L’isola vanta una delle maggiori riserve mondiali di nichel e contiene anche ferro, cobalto, rame, cromo e manganese. Questi giacimenti minerari sono preziosi perché molti di essi sono essenziali per la produzione di leghe aerospaziali e batterie.

Un aspetto spesso sottovalutato è che Cuba possiede anche petrolio greggio ricco di zolfo. Sebbene le sanzioni e le pressioni economiche abbiano impedito il pieno sfruttamento di questa preziosa risorsa, la produzione interna copre ancora quasi il 40% del fabbisogno energetico del paese.

Anche la posizione geografica di Cuba riveste un’eccezionale importanza strategica. Si può infatti affermare che chiunque controlli Cuba può esercitare il controllo anche sulle rotte marittime che collegano il Golfo di America, l’Oceano Atlantico e il Mar dei Caraibi.

Inoltre, la posizione di Cuba le consente potenzialmente di esercitare autorità su diversi punti strategici cruciali. Tra questi, lo Stretto della Florida tra Cuba e gli Stati Uniti, il Canale dello Yucatán tra Cuba e il Messico e il Canale Sopravento tra Cuba e Hispaniola. Queste rotte rivestono un’importanza fondamentale, essendo essenziali per le esportazioni di petrolio statunitensi, per il trasporto di container da e verso il Canale di Panama e per i movimenti navali tra l’Atlantico e i Caraibi. In sostanza, chiunque governi Cuba controlla l’accesso al Golfo di America.

Autisti strumentali

Oltre alle risorse fisiche menzionate, esistono diversi altri fattori determinanti, specifici del contesto cubano, che supportano tutti un’invasione americana dell’isola.

Il popolo americano

Il primo di questi fattori determinanti è il popolo americano e la sua altissima tolleranza nei confronti di una guerra per liberare Cuba. In generale, gli americani desiderano che la popolazione cubana sia libera dal regime comunista. La situazione è particolarmente singolare in quanto la maggior parte degli elettori pacifisti che sostengono il principio “America First” farebbe un’eccezione per un intervento militare a Cuba. Come già accennato, gli americani non apprezzano il comunismo e c’è un sottile risentimento per il fatto che una grande isola tropicale con una popolazione filoamericana si trovi a soli 145 chilometri dalle nostre coste eppure sia inaccessibile. Gli americani, a tutti i livelli della società, accoglierebbero con favore il turismo, gli scambi culturali e le eventuali opportunità economiche che ne potrebbero derivare. Per tutti questi motivi e altri ancora, Cuba rappresenta una candidata ideale per una campagna militare che godrebbe di un ampio sostegno popolare.

Il Pentagono e la CIA

Il secondo fattore determinante è che Cuba rappresenta la questione irrisolta più significativa sia per la CIA che per il Pentagono. Entrambe le istituzioni rimangono insoddisfatte degli eventi che hanno portato al catastrofico sbarco nella Baia dei Porci. La CIA continua a considerare l’operazione uno dei suoi più grandi fallimenti, mentre molti al Dipartimento della Guerra sostengono da tempo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto impiegare tutte le loro forze militari anziché affidarsi a un’operazione segreta limitata. Entrambe furono ulteriormente irritate dal rifiuto di JFK di autorizzare gli attacchi aerei che ritenevano necessari per il successo dell’operazione.

L’operazione della Baia dei Porci non riuscì a instaurare la democrazia sull’isola e si rivelò un’umiliante battuta d’arresto per gli Stati Uniti sulla scena mondiale. Dato che Raúl Castro, fratello di Fidel Castro e Ministro della Difesa cubano all’epoca dell’invasione, è ancora vivo, è indubbio che all’interno di queste istituzioni ci siano individui che accoglierebbero con favore l’opportunità di una seconda occasione, anche se non fossero stati coinvolti fin dall’inizio. Se c’è un conto in sospeso da saldare nella memoria istituzionale delle forze armate e dell’intelligence statunitensi, è sicuramente legato a Cuba.

Al di là di questo rancore storico, tuttavia, c’è anche la realtà dei giorni nostri. Il fatto è che queste stesse istituzioni hanno subito ancora una volta un’umiliazione, questa volta in relazione all’Iran. Inoltre, l’establishment della difesa e dell’intelligence è silenziosamente turbato dalla performance complessiva della Russia in Ucraina e continua a vergognarsi del disastroso ritiro statunitense dall’Afghanistan. Data la situazione attuale, il Pentagono e la CIA hanno tutto l’interesse a dimostrare ancora una volta l’efficacia militare e di intelligence americana, e la liberazione di Cuba dal comunismo rappresenta un’opportunità relativamente semplice per ripristinare la credibilità e riaffermare il dominio americano nell’emisfero occidentale.

Gioco a lungo termine

Oltre a quanto già menzionato, la liberazione di Cuba potrebbe rappresentare un’importante opportunità strategica a lungo termine per il complesso militare-industriale. Allo stato attuale, gli Stati Uniti non dispongono della capacità produttiva militare su larga scala necessaria per sostenere un conflitto prolungato ad alta intensità. La produzione di armi, artiglieria, missili, veicoli, droni, sistemi di difesa aerea e munizioni rimane limitata, mentre i costi di approvvigionamento continuano a salire vertiginosamente.

Il controllo di Cuba fornirebbe agli Stati Uniti l’accesso a un’isola ricca di risorse, paragonabile per dimensioni alla Corea del Sud, che potrebbe essere sviluppata in un importante centro di produzione militare. Grazie alla presenza di numerosi porti in acque profonde e a una manodopera a basso costo, Cuba sarebbe in grado di supportare la produzione di armi su una scala sufficiente a soddisfare le esigenze attuali e future degli Stati Uniti. Questa opportunità strategica ha un potenziale tale da meritare di essere considerata da sola nella valutazione della probabilità di un conflitto che coinvolga Cuba.

Il presidente Trump e il segretario di Stato Rubio

Il terzo fattore determinante è rappresentato dalle ambizioni personali e politiche del presidente Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio, nonché dalla straordinaria opportunità che Cuba offre a entrambi.

Per il presidente Trump, Cuba rappresenta forse l’ultima opportunità per raggiungere un traguardo decisivo per la sua eredità politica. Diventare il presidente che ha liberato il popolo cubano dal comunismo lo posizionerebbe come il leader americano che è riuscito dove generazioni di altri hanno fallito.

Per il Segretario Rubio, le implicazioni sono altrettanto profonde. Essendo un cubano-americano in competizione con il Vicepresidente Vance per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028, svolgere un ruolo chiave nella liberazione di Cuba potrebbe spianargli la strada verso la presidenza.

Sia per il presidente Donald Trump che per il segretario Marco Rubio, le motivazioni personali e politiche per intraprendere una missione del genere sono immense, il che rafforza ulteriormente il motivo per cui è così probabile che Cuba rientri nei calcoli strategici a breve termine degli Stati Uniti.

Elezioni di metà mandato del 2026

Va da sé che il resto dell’ultimo mandato di Donald Trump sarebbe incredibilmente limitato se i Repubblicani dovessero perdere il controllo della Camera e del Senato. Se la storia recente è indicativa, il mantenimento del controllo del Congresso da parte del partito al potere è tutt’altro che garantito.

Tenendo presente ciò, è probabile che il Partito Repubblicano sfrutti ogni possibile vantaggio politico in vista delle elezioni di medio termine di novembre, compresi gli sforzi per dipingere i Democratici come simpatizzanti dell’ideologia comunista. Se gli strateghi politici di Washington credono che questo tipo di messaggio possa influenzare l’esito delle elezioni, immaginate quanto più efficace sarebbe se gli Stati Uniti liberassero Cuba comunista prima che gli elettori si rechino alle urne.

La copertura mediatica, le opportunità fotografiche e le celebrazioni sarebbero senza precedenti. E tutto ciò si svolgerebbe con il governo statunitense che sottolinea come il comunismo sia fondamentalmente antiamericano e distruttivo. Non sarebbe solo il presidente Trump a veicolare questo messaggio. L’amministrazione darebbe voce ai cubani nativi recentemente liberati, che descriverebbero con autenticità le loro esperienze sotto il comunismo, ringraziando gli Stati Uniti e il presidente Trump e avvertendo direttamente gli americani dei pericoli delle politiche comuniste.

Vista in quest’ottica, la retorica repubblicana in vista delle elezioni di metà mandato, incentrata sul comunismo, verrebbe rafforzata in modo esponenziale da un’invasione riuscita di Cuba. Se l’obiettivo è massimizzare le possibilità di mantenere il controllo della Camera e del Senato, un simile risultato fornirebbe una narrazione di portata storica, difficile da contrastare.

Alla fonte

Prima di concludere questo articolo, vorrei affrontare la narrazione secondo cui il popolo cubano si solleverebbe e combatterebbe contro le forze americane in caso di invasione.

Questa è una di quelle situazioni in cui il modo migliore per comprendere una popolazione è recarsi sul posto, immergersi nella cultura del paese e parlare direttamente con la sua gente. Per quanto riguarda Cuba, faccio parte del numero relativamente ristretto di americani che hanno viaggiato in lungo e in largo per il paese per valutare le condizioni di persona. Sono stato all’Avana. Ho visitato la Baia dei Porci. Ma soprattutto, ho parlato con cubani di ogni estrazione sociale in tutto il paese.

Sebbene il popolo cubano sia orgoglioso della propria nazione, la mia esperienza mi ha dimostrato che nutre anche un profondo apprezzamento per gli Stati Uniti e per il popolo americano. Durante tutto il periodo trascorso lì, non ho mai incontrato nessuno che esprimesse sentimenti anti-americani. Anzi, la mia esperienza diretta mi porta a credere che, se mai ci fosse una popolazione generalmente disposta ad accogliere le forze americane, quella sarebbe proprio il popolo cubano.

Conclusione

Dopo un’attenta analisi della questione statunitense-Cuba, sembra che una missione a Cuba soddisferebbe praticamente tutte le ragioni che hanno spinto l’America a entrare in guerra in passato, così come quasi tutti i modi in cui gli Stati Uniti hanno storicamente giustificato la guerra al popolo americano. Risponderebbe a tutti i requisiti: sicurezza nazionale, cambio di regime, proiezione di potenza, petrolio, estrazione mineraria, vendetta, manodopera a basso costo, salvataggio di un popolo oppresso, creazione di opportunità economiche e contrasto alla piaga del comunismo.

In definitiva, un conflitto militare con Cuba sarebbe probabilmente accettato da gran parte dell’opinione pubblica americana, dall’élite politica, dal Presidente, dal Dipartimento di Stato, dalle forze armate e dai servizi segreti e, molto probabilmente, anche da molti cubani stessi. Convenientemente per Donald Trump, ciò favorirebbe anche la strategia repubblicana in vista delle elezioni di metà mandato del 2026.

Tenendo conto di tutto ciò, le parole scelte dal Presidente Trump per il suo discorso del 3 luglio 2026 in occasione del 250° anniversario dell’America assumono un significato particolare e un impatto diverso da quello che si potrebbe inizialmente dedurre. Ciò è particolarmente vero se analizzato nel contesto di un potenziale conflitto a breve termine tra gli Stati Uniti e il regime comunista cubano.

Il presidente Trump ha identificato il comunismo come un problema:

“In parole povere, il comunismo rappresenta le peggiori idee e gli abusi più gravi della storia, perpetrati dalle persone peggiori.”

Il presidente Trump ha chiarito che il comunismo è inaccettabile:

“Non si può tollerare alcuna pietà per tali dottrine…”

Il presidente Trump ha ricordato al mondo che l’America aiuterà il suo vicino:

“Sempre pronto ad aiutare… un vicino in difficoltà.”

Il presidente Trump illustra le intenzioni degli Stati Uniti nei confronti dei comunisti:

“Mandateli in esilio. Li allontaneremo in fretta e continueremo a far crescere il nostro Paese…”

E soprattutto, il Presidente degli Stati Uniti giura al mondo che accadrà presto:

“Pertanto, alla vigilia del 250° anniversario del patrimonio americano, ci impegniamo e giuriamo, affinché tutti ci ascoltino, che i cittadini degli Stati Uniti d’America sconfiggeranno rapidamente il comunismo.”

Valutando il discorso del Presidente Trump al Monte Rushmore nella sua interezza e considerandolo alla luce di altri fattori in atto sia a livello nazionale che internazionale, è lecito concludere che la sua ampia discussione e critica del comunismo siano potenzialmente collegate a qualcosa di più delle sole elezioni di metà mandato del 2026.

Sulla base delle informazioni attualmente disponibili, vi sono fondati motivi per ritenere che gli Stati Uniti attaccheranno e tenteranno di rovesciare il regime comunista a Cuba prima delle elezioni di metà mandato del 2026. Sebbene nulla sia ancora certo e io non disponga di informazioni riservate o di conoscenza diretta di un’operazione di questo tipo, esiste quantomeno una probabilità più che moderata che un simile evento si verifichi.

Pertanto, se qualcuno mi chiedesse quale nazione ha maggiori probabilità di essere attaccata per la prima volta dall’amministrazione Trump, la mia risposta sarebbe che non è la Cina, ma che inizia con la C.

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

PS Per ulteriori contenuti e analisi geopolitiche, iscriviti a kurpis.substack.com .


DISCLAIMER:

Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.

Biden e la caccia al tesoro_con Gianfranco Campa

Biden ovvero la parabola discendente di una controfigura. Siamo al terzo ritrovamento di documenti riservati in casa Biden o dintorni. Non è più soltanto un avvertimento; si tratta di uno stillicidio destinato a mantenere alta la pressione e debilitare e compromettere definitivamente, sia pure in forma controllata, il personaggio, ormai patetico. Per il resto saranno le dinamiche ormai innescate al Congresso a completare l’opera. Una operazione parallela, ma anche un viatico al tentativo di estromettere Trump dall’agone politico e di sterilizzare il movimento cresciuto sotto le sue ali. Un movimento, per altro, che sta imparando sempre più a camminare sulle proprie gambe. L’amministrazione di Biden ha cercato in questo anno di cavalcare i temi sollevati dal suo acerrimo nemico. La sostanza, in realtà, a cominciare dal problema dei flussi migratori, dal contenuto degli accordi internazionali e dalle dinamiche geopolitiche sono in continuità con le passate politiche demo-neoconservatrici. Una fase comunque di transizione gravida di rischi dovuta alla mancanza di una gestione unitaria e controllata e, soprattutto, alla crescente divaricazione tra le ambizioni coltivate e i mezzi disponibili. Il conflitto in Ucraina, la situazione in Brasile, il recente accordo tripartito tra Messico, Canada e Stati Uniti sono solo la punta di un iceberg. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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BIDEN INCENDIARIO?_di Teodoro Klitsche de la Grange

BIDEN INCENDIARIO?

Ciò che mi ha sorpreso nel discorso di Biden in occasione dell’anniversario di Capitol Hill sono due circostanze.

La prima: riporto un passaggio del discorso così come tradotto nel sito Rai-News “Il 6 gennaio fu un insurrezione armata e il mio predecessore cercò di rovesciare elezioni libere, di sovvertire la costituzione e di fermare un trasferimento pacifico dei poteri attraverso un gruppo di balordi, tutto il mondo ha visto con i suoi occhi”. Ora il Presidente USA parla d’insurrezione armata eseguita da un gruppo di balordi, per sovvertire la costituzione come voluto dal “predecessore”: cioè Trump.

Scrissi nell’occasione che di armi (dalla pistola in su) in mano ai dimostranti non “ne abbiamo viste con i nostri occhi”; ma ancor di più che l’aspetto, il comportamento, la (dis)organizzazione dei facinorosi provava che di colpo di stato, di sovversione della costituzione era umoristico parlarne. Perché – concordo nel mio piccolo con Biden – quello degli invasori di Capitol Hill era, come correttamente ha detto il Presidente “un gruppo di balordi”. Ma proprio per questo rendeva di una improbabilità totale che possa parlarsi di colpo di Stato. Nei colpi di Stato – riusciti o falliti – limitandosi al XX secolo -abbiamo sempre visto un’organizzazione di uomini armati che vinceva un’altra organizzazione armata (Stato o governo). Spesso mirando – in primo luogo – a disorganizzarla, come scrisse in un notissimo saggio Malaparte, sostenendo che i bolscevichi – Trocxkij soprattutto- avevano battuto il governo Kerensky proprio perché avevano cambiato il modello insurrezionale non basandolo su folle pletoriche e disorganizzate ma su militanti determinati, competenti e disciplinati. Comunque in grado di esercitare violenza; perciò armati e “inquadrati”. Anche quando i golpe fallivano, come quello del colonnello Tejero (e soci) nella Spagna post-franchista, i requisiti minimi dell’ordinamento e della organizzazione (militare) restavano invariati. Per cui l’assalto a Capitol Hill, con un pittoresco italo-americano vestito da scudiero di Conan appare il più incredibile colpo di stato della storia.

Per cui – e qua passiamo al secondo aspetto – appare facile declassarlo a folklore politico (come in effetti era). Tuttavia rivelava, proprio nella sua ingenuità, due elementi fondamentali: il rigetto di circa la metà degli americani verso le èlite e l’ascesa del sentimento ostile all’interno della comunità. Disponibile ad azioni avventate e rischiose. Anche per questo la politica di Biden – nel bene e nel male – è risultata assai meno lontana da quella di Trump di quanto si attendevano molti commentatori e opinionisti italiani (e non solo). Non si fa solo questione degli “interessi dello Stato” che non cambiano, mutano assai meno e assai più lentamente dei Presidenti, ma ancor di più di coesione nazionale, fattore determinante della “pace” interna allo Stato.

La pace esterna comporta, scriveva Kant, una “clausola d’amnistia”. Lo stesso può dirsi – fatte le debite proporzioni – per gli atti d’insurrezione.

Quando il consenso agli insorgenti è – potenzialmente – così diffuso, è meglio, smorzare l’ostilità, derogare alla prassi ordinaria, compresa l’applicazione rigorosa del diritto.

Parlare di d’insurrezione armata, di sovvertire la costituzione, va in senso contrario. Non so se ciò porterà a coltivare una repressione legale, ma penso che interesse degli USA e degli amici degli USA è che il Presidente faccia il lavoro del pompiere e non attizzi il fuoco.

Teodoro Klitsche de la Grange

USA news: chi il gatto e chi il topo_con Gianfranco Campa

Gli Stati Uniti somigliano ad un naviglio dalle troppe falle. Quando si è pensato di aver cancellato l’anomalia di Trump e di aver rattoppato lo scafo, una nuova falla si apre ad imbarcare altra acqua. Si chiude al centro, ma si riapre la ferita nella periferia. Intanto si cerca di risolvere alle mancanze di un sistema elettorale a dir poco creativo nello spoglio e nella certificazione dei dati istituzionalizzando le procedure discutibili ormai emerse alla luce del sole_ Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/veddbl-usa-news-chi-il-gatto-chi-il-topo-con-gianfranco-campa.html

 

 

L’identità nazionale compromessa_con Gianfranco Campa

I giri di valzer si susseguono vorticosi; persone apparentemente affidabili si stanno rivelando quantomeno incapaci di sostenere la pressione e mantenere un minimo di coerenza; gli strali partono da più fronti ma stanno convergendo tutti su Donald Trump. Non è stato possibile sconfiggerlo politicamente, lo si dovrà azzoppare in qualche modo. E’ iniziata una campagna che punta a criminalizzare un intero movimento. In pratica la metà del paese. E’ il nemico interno da additare al pubblico ludibrio. A differenza di dieci anni fa, però, gli inquisitori sono poco credibili; hanno il controllo pressoché esclusivo delle leve di potere, ma non il consenso maggioritario e la credibilità necessari. La stessa alleanza che ha portato all’insediamento di Biden, costruita così faticosamente rischia di scricchiolare in qualsiasi momento e di perdere prima del previsto il leader ologramma che hanno appena insediato. Le linee di frattura sono numerose: quella innanzitutto tra i detentori storici delle leve e la componente radicale; quella tra l’ambientalismo e i produttori, accentuata per altro dalla fretta che impedisce alla industria e all’artigianato statunitense di adeguarsi; quella tra l’interventismo militare strisciante e il pacifismo. Ma siamo solo all’inizio. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/ve40qt-lidentit-nazionale-compromessa-con-gianfranco-campa.html

 

Spigolature inquietanti dal centro dell’impero_con Gianfranco Campa

I preparativi per la grande ritorsione proseguono. Dal punto di vista della comunicazione la procedura di impeachement a carico di Trump volge a favore degli inquisitori. La difesa è impostata esclusivamente sul piano giuridico e della correttezza costituzionale. Su questa base probabilmente non riusciranno a incriminare Trump, nè probabilmente mirano realmente a questo obbiettivo. L’importante è creare un clima ed una area di consenso sufficiente a giustificare una pesante e selettiva azione di repressione e di controllo totalitario della società. Per questa posta in palio i giochi sono ancora aperti, ma sembrano volgere a favore dei Torquemada. Si utilizza la tecnica della persuasione, ma non si disdegna il pesante avvertimento. L’articolo apparso su “Time” https://time.com/5936036/secret-2020-election-campaign/ e ampiamente commentato da Campa è l’esempio più lampante e sottile. Serve a ribadire chi detiene realmente il controllo delle leve di potere e di influenza._Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vdqeqd-spigolature-dal-centro-dellimpero-con-gianfranco-campa.html

 

la battaglia prosegue, con Gianfranco Campa

La procedura di impeachement prosegue, ma il bersaglio non è più soltanto Trump. Si prepara il terreno ad una colossale epurazione e alla criminalizzazione di un movimento. Non sarà facile perseguirlo. Nel frattempo proseguono le fibrillazioni nel partito repubblicano. Si cerca di riproporre in politica estera le stesse dinamiche e gli stessi sistemi con gli stessi personaggi di cinque anni fa. La disposizione delle forze in campo è però profondamente mutata; la consistenza anche. Si comincia dal Myanmar, si proseguirà in Siria e in Europa. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vdij7n-la-battaglia-prosegue-con-gianfranco-campa.html

 

quale politica estera degli Stati Uniti di Biden_di Orbis Géopolitique

Rispetto a Donald Trump, Joe Biden padroneggia con facilità il funzionamento della geopolitica. La sua carriera politica come Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato gli ha infatti dato l’opportunità di interessarsene da vicino. Uomo di compromesso, multilateralista, desideroso di riallacciarsi alla strategia del suo ex mentore Barack Obama, si prepara quindi a rompere con l’eredità di Trump. Una svolta a 180 0 per gli Stati Uniti?


Dopo D. Trump, unilateralismo e patriottismo economico lasceranno il posto a una nuova diplomazia. Notizia ? Non esattamente, perché J. Biden è la coppia Obama-Clinton alla Casa Bianca. Sebbene gli interessi degli Stati Uniti rimarranno sempre rivolti all’Estremo Oriente e continueranno quindi a voltare le spalle all’Europa, che B. Obama aveva già avviato con il “perno a est”, molti cambiamenti diplomatici vedranno la luce del giorno . In realtà, è la tattica che cambierà e non proprio la strategia.

Ma cosa sarà concretamente?

In un tweet del 7 luglio 2020, J. Biden ha dichiarato: Ripristinerò la nostra leadership sulla scena internazionale. “Se D. Trump non lo ha necessariamente annientato, ha senza dubbio limitato notevolmente il volto interventista degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Europa, prima di tutto, J. Biden desidera tornare alla politica perseguita dal suo ex mentore. Sotto B. Obama, infatti, aveva promosso l’allargamento della NATO e un conseguente riavvicinamento all’Unione Europea. J. Biden desidera quindi riconquistare un ruolo di primo piano in un’Europa divisa e desiderosa di costruire una certa autonomia strategica. Quindi, se il nuovo presidente sarà più accomodante nei confronti dell’Occidente, ricordiamoci che non cederà alle spese del vecchio continente nei confronti della NATO. Un ritornello che suggerisce nuove crisi all’interno dell’Alleanza Atlantica.

D’altra parte, ed è qui che emerge indiscutibilmente il lignaggio di Clinton, Biden è fermamente contrario a qualsiasi forma di riavvicinamento con la Russia. Senza soffermarsi sul fatto che sia contro Vladimir Putin o contro la Russia che gli Stati Uniti si oppongono, conserviamo questa frase che Biden ha pronunciato lo scorso aprile a Foreign Policy  : “Per contrastare l’aggressione russa, dobbiamo mantenere le capacità militari dell’alleanza ad alto livello mentre espandere la propria capacità di affrontare minacce non tradizionali, come corruzione armata, disinformazione e furto di computer. “ Una formula che dimostra, ancora una volta, che la Guerra Fredda non è finita.

In Medio Oriente, il presidente Biden romperà, in parte, con la geopolitica intrapresa dall’amministrazione Trump. Volendo staccarsi dalle alleanze turca e saudita, che considera troppo offensive nello Yemen in particolare, è soprattutto nei confronti dell’Iran che la diplomazia americana si evolverà notevolmente. L’accordo di Vienna del 14 luglio 2015, sull’allentamento delle sanzioni americane, tornerà sul tavolo dei negoziati. Una scelta che contraddice la sua politica fermamente filo-israeliana, illustrata dal fatto che non invertirà le azioni di Trump nei confronti dello Stato ebraico. Il riavvicinamento con la Repubblica islamica spezzerà, in questo senso, l’eredità del suo predecessore che aveva fatto di tutto per unire gli Stati del Golfo a Israele contro l’Iran. Ma il nuovo inquilino della Casa Bianca continuerà, come ha fatto Obama, ma anche il suo predecessore, il ritiro americano dal Medio Oriente. Questa regione sembra quindi non essere più il centro degli interessi statunitensi. Infine, tieni presente che Biden metterà fine alMuslim Ban , che consentirà nuove relazioni con gli stati musulmani presi di mira.

Così, la nuova geopolitica degli Stati Uniti sarà un vero ritorno a quella guidata da Obama. Sotto quest’ultimo, Biden aveva creato la Trans-Pacific Partnership, che Trump ha sepolto, e ha sempre favorito il compromesso contro la Cina. Ma quale sarà il suo atteggiamento nei confronti di Pechino, mentre infuria la guerra geopolitico-commerciale tra i due stati?

L’amministrazione Biden sarà quindi molto prevedibile, perché, a differenza del suo predecessore, sarà un fervente difensore del diritto internazionale e lo privilegerà sugli equilibri di potere. Volendo costruire, ad esempio, un Summit delle Democrazie e chiedendo il reinserimento degli Stati Uniti nell’Organizzazione Mondiale della Sanità o negli accordi sul clima di Parigi, Joe Biden farà rivivere la classica geopolitica degli Stati Uniti. Niente più realpolitik . Venato di neo-conservatorismo, nei suoi rapporti con la Russia e nella misura in cui affermava che “l’America è un faro per il mondo” , tornerà e riporterà il mondo allo status quo ante. Previsioni che dovranno poi fare i conti con la realtà e gli imprevisti delle relazioni internazionali.

https://www.revueconflits.com/joe-biden-politique-exterieure-orbis/

 

Sete di vendetta_con Gianfranco Campa

Nel tentativo di restaurazione in corso negli Stati Uniti, sembra prevalere un cieco sentimento di vendetta. Non si tratta più di sopprimere un esempio e un simbolo. Un obbiettivo che rivela di per sè ottusità ed incomprensione delle reali forze in campo in questo ormai più che quinquennale feroce scontro politico; ma di una azione di cieca rivalsa. Segno che il re è sempre più nudo. Il modo migliore per far emergere in maniera disordinata i centri di potere e le forze più oscure ed arroganti di quel paese. Non è un caso che Trump, più che stigmatizzare il loro comportamento, lo ha definito “un grave errore”. Può sembrare una affermazione banale e riduttiva; è il segno invece della sua consapevolezza di quale sia il baratro verso il quale costoro stanno trascinando il proprio paese_Giuseppe Germinario

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la trappola…e il tramonto di un Presidente, di Giuseppe Germinario

Ieri, 6 gennaio, era il giorno annunciato; il punto di svolta di cinque anni di scontro politico negli Stati Uniti. Questo punto di svolta non è stato l’assemblea riunita del Congresso Americano che doveva certificare e che oggi 7 gennaio ha certificato l’elezione del nuovo presidente. È stata invece la manifestazione e la sua conduzione; soprattutto l’obbiettivo politico strategico che ha, meglio avrebbe dovuto informare e guidare quella iniziativa così impegnativa.

Due punti fermi:

  • il vicepresidente Pence aveva la facoltà di rinviare la certificazione del voto negli stati contestati a quegli stati stessi; entro due mesi questi ultimi avrebbero dovuto decidere entro due mesi se confermare o meno il responso

  • gli indizi che l’elezione di Biden sia il frutto di un broglio elettorale in quantità industriale sono pesantissimi. In Italia, ovviamente, non disponiamo delle prove come spesso e volentieri ci viene rimproverato strumentalmente; quelle sono in possesso dei manipolatori e del collegio di avvocati che ha contestato quelle modalità di svolgimento. Del resto Trump era stato avvertito con dovizia di particolari sin da giugno scorso di quello che si stava tramando

La manifestazione a Washington avrebbe dovuto essere uno straordinario momento di pressione e delegittimazione di una classe dirigente e di un ceto decadente e fatiscente al quale è legato con un cordone ombelicale una classe dirigente europea altrettanto fatiscente. Si è rivelata una trappola tanto tragica quanto scontata, almeno per chi ha esperienza di queste cose.

È molto probabile che, con l’assenza di un dissuasivo apparato di sicurezza appena sufficiente, si sia incentivata ed istigata la parte più radicale e irrazionale di quel movimento e di quella manifestazione; è certo però che quel movimento soffre di una carenza di guida e di strategia, di obbiettivi politici di fondo chiari che apre varchi enormi a quelle componenti irrazionali e sterilmente radicali che in più occasioni, sin dagli albori, avevano rivelato il loro cieco anarchismo. Non è un caso che il gruppo che aveva concepito e portato al successo la prima candidatura di Trump, valutando tra l’altro questo, si era immediatamente sciolto al momento dell’insediamento di “the Donald”. È quindi in quel movimento e in quella manifestazione, in chi la ha condotta che risiede la responsabilità politica di questo epilogo, compreso l’incredibile invito esplicito del Presidente ai manifestanti di raggiungere la sede del Congresso.

Questo epilogo rappresenta molto probabilmente la fine della carriera politica di Donald Trump; molto probabilmente rappresenterà la fine civile tragica del personaggio, se non a prezzo, ma non è detto che sia sufficiente, di un umiliante ritorno a Canossa, molto più degradante di quello subito ed accettato da Berlusconi. Osservando il personaggio, un epilogo quest’ultimo improbabile.

L’epilogo cruciale della manifestazione è avvenuto nel momento di una sconfitta tattica pesante, la conferma dell’elezione di Biden, ma di una situazione strategica abbastanza favorevole al movimento di Trump. Le elezioni avevano rivelato il radicamento del movimento in territori pregiudizialmente ostici sino a pochi anni fa; in comunità etniche, comprese la nera, sino ad ora appannaggio e riserva elettorale e di consenso esclusiva dei democratici; in ceti sociali sino a qualche anno fa inaccessibili al richiamo del partito repubblicano. Per raggiungere questo risultato Trump è stato capace di rivoluzionare quel partito senza però aver avuto la capacità ed il tempo di sostituire sufficientemente ed adeguatamente il suo gruppo dirigente.

Il punto di forza di questo movimento è stato ed è ancora il suo patriottismo e il nazionalismo. Due virtù che prevedevano una riconsiderazione della politica internazionale, una avversione al globalismo o quantomeno alle sue modalità di esercizio e il tentativo di ricostruire una formazione sociale più coesa ed economicamente più equilibrata.

Due virtù che però hanno guardato al passato remoto degli Stati Uniti, alla sua costituzione originaria varata da George Washington nel ‘700.

Non è, storicamente, una novità. Spesso i movimenti rivoluzionari e di trasformazione si sono attaccati al passato sotto una veste apparentemente reazionaria e conservatrice che comprendeva in essa contenuti programmatici adeguati alle esigenze di rinnovamento e alle trasformazioni in corso.

Questo movimento e i suoi gruppi dirigenti così approssimativi hanno una particolare difficoltà a coniugare questi aspetti.

La situazione degli Stati Uniti è particolarmente precaria e difficile: i competitori nello scacchiere geopolitico si stanno moltiplicando e stanno mettendo in discussione dall’interno il circuito costruito in questi ultimi quarant’anni. Un circuito, associato all’ideologia neocon e politicamente corretta strette in un paradossale sodalizio, che ha accelerato i processi interni a quel paese di polarizzazione geografica, di frammentazione ed isolamento etnici agli antipodi dell’ideale originario di “melting pot”, di degrado di intere aree geografiche e metropolitane, di scomposizione e degrado di ceti medi tipici di una fase regressiva.

Una situazione che avrebbe dovuto ancor di più spingere le menti di quel movimento a pazientare, a tessere con maggior convinzione una trama che accentuasse ulteriormente l’erosione della base sociale democratica e neocon, che tentasse un dialogo almeno larvato con le espressioni politiche dissenzienti di quella area ormai sempre più riottosa, a dispetto dell’opportunismo e del trasformismo dei suoi capi, a cominciare da Sanders e Cortez, ad accettare le logiche di appartenenza ad un partito contrapposto artificialmente all’altro.

Sull’onda dell’euforia del momento Trump e chi per lui ha scelto una strada diversa, a cominciare dalla polemica sulla natura socialista di quelle forze avverse, quando in realtà si trattava di una natura egualitaria, per altro per alcuni settori specifici della società (studenti, emarginati) che tuttalpiù sfociava facilmente in forme di assistenzialismo. Per non parlare della connotazione religiosa e messianica offerta per altri aspetti dello scontro politico. Una strada comprensibile, per le caratteristiche intrinseche del proprio movimento e per i limiti ancor più gravi dei suoi leader, ma non giustificabile, specie in una fase nella quale stanno emergendo tutte le contraddizioni che stanno mettendo a rischio la coesione e l’esistenza dello stesso partito democratico americano.

A questo si è aggiunta una ingenuità inspiegabile per un leader che ha conosciuto quattro anni di scontro politico della virulenza vissuta da Donald Trump; quello di aver fondato le aspettative di rivalsa prevalentemente su una azione legale, per quanto fondata giuridicamente, quando in realtà si tratta di uno scontro politico talmente esistenziale da coinvolgere apparati di potere ben più pervasivi, potenti ed operativi nel loro intreccio di legami.

Tutti limiti che rischiano di trasformare un movimento fondato su principi di unità nazionale e di patriottismo ostentato in un movimento in fase di ripiego disposto ad accettare e promuovere ipotesi di secessione dagli esiti tragici per se stesso e per il paese nella sua unitarietà.

Viene in particolare alla luce il limite di fondo di rappresentazione della realtà che sta guidando un movimento per altro ancora così eterogeneo e frammentato. Una rappresentazione che raffigura il conflitto insanabile tra un basso, la base popolare e produttiva ed un alto, raffigurato in un establishment arroccato, chiuso ed autoreferenziale. Quell’establishment sta scivolando sicuramente lungo questo declivio; ma è appunto un processo tutt’altro che compiuto o in fase di esaurimento. Dispone ancora del controllo pressoché totale dei centri di comando degli apparati coercitivi ed amministrativi, anche se meno nella loro base esecutiva; e una disarticolazione, un indebolimento e una sostituzione di quei centri è una parte fondamentale dell’azione politica, specie quella più “riservata”. Dispone per altro ancora di una discreta capacità di aggregazione di una parte significativa della base sociale e soprattutto del controllo maggioritario dei settori tecnologici più avanzati e delle prospettive di futuro che, nel bene e nel male, questi possono offrire.

Sta di fatto che gli Stati Uniti sono una nazione politicamente divisa in due e socialmente polarizzata sia verticalmente che orizzontalmente; una frammentazione sociale che rischia di portare ad una frammentazione politica.

Il successo di un movimento politico così alternativo non può prescindere da una azione di erosione in quei tre ambiti sucitati e dal superamento di una fase e concezione spontaneistica che induce a sottovalutare l’importanza della formazione di gruppo dirigente politico, di una élite adeguati.

Il successo più o meno pianificato della trappola dell’assalto al Campidoglio richiederà molto probabilmente il sacrificio, probabilmente tragico, di un leader; porrà certamente il movimento e i nuovi leader che la fucina del conflitto sta facendo emergere di fronte ad un bivio non più eludibile. Dalla strada che sapranno o saranno indotti a prendere dipenderà la natura e la modalità di svolgimento di un conflitto particolarmente virulento e destabilizzante, tutt’altro però che sopito e messo a tacere. Ne vedremo sicuramente delle belle, anche tragicamente belle, non solo lì, ma anche nelle implicazioni più contorte, anche qui, nel nostro paese così provincialotto e perennemente in attesa delle decisioni altrui.

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