Italia e il mondo

ELEZIONI AMERICANE DI MEDIO TERMINE_VALUTAZIONI ED AGGIORNAMENTI

Per un paio di giorni il primo articolo in evidenza sarà dedicato all’analisi delle elezioni americane di medio termine con continui aggiornamenti. Buona lettura_Giuseppe Germinario_Gianfranco Campa

Mercoledì 7 nov ore 21.00 Il dopo elezioni è già cominciato. Trump ha dimissionato il Ministro della Giustizia Jeff Sessions, reo di non aver contrastato l’azione del Procuratore Muller sul Russiagate e sul Pornogate. La prossima vittima sarà probabilmente lo stesso Muller. Qualche scheletro nell’armadio sarà sempre disponibile per agevolare le sue dimissioni. Trump evidentemente vuole approfittare del vuoto di potere della Camera sino al prossimo insediamento di gennaio per prepararsi allo scontro frontale ormai prossimo

Mercoledì 7 nov ore 20.00 il parziale successo dei democratici è merito dei circa sessanta candidati espressione dei servizi di intelligence piuttosto che della componente radicale di sinistra del partito

Mercoledi 7 Nov ore 07:17 Si stanno aspettando i risultati definitiva dalla costa dell’Ovest. La corsa alla camera sara` decisa in California, Nevada, Arizona. Tutto è ancora possibile. I media danno per certo il controllo della camera da parte dei Democratici. Per il momento però dai risultati parziali  che arrivano dall’Ovest i repubblicani sono ancora sconfitti nella corsa al controllo della Camera

Mercoledi 7 Nov ore 06:54 Il senato e saldamente in mano ai Repubblicani che guadagnano almeno 4 Senatori. La camera e ancora in bilico, alla fine i democratici dovrebbero prevalere per pochissime sedie. In linea con i nostri pronostici. 

Mercoledi 7 Nov ore 03:55 Le proiezioni dicono che la corsa alla Camera è molto incerta. Sono troppi i posti da deputati per poterli analizzare uno per uno. La situazione generale è al momento la seguente: I Democratici hanno ribaltato 2 sedie repubblicane, ma non hanno ancora preso il sopravvento. La cosa più certa e` questa: l’onda Blu si è prosciugata ancora prima di arrivare a riva. Sara` dura per i Democratici prendere il controllo della Camera, se ci riusciranno sarà per il rotto della cuffia.

Mercoledi 7 Nov ore 03:19 Buone notizie per i Democratici : Joe Manchin, il Senatore democratico della West Virginia vince sullo sfidante Repubblicano. Trump aveva vinto ampiamente in West Virginia le presidenziali. Marsha Blackburn sconfigge il suo sfidante Democratico Phil Bredesen nel Tennessee, per il Senato. Questo e` un altro ribaltamento importante. Il conto e ora di due senatori in più per i Repubblicani al senato.

Mercoledi 7 Nov ore 02:54 Notizia importante alla corsa al senato; il repubblicano Mike Braun sconfigge l’attuale senatore democratico Joe Donnelly nello stato dell’Indiana. Primo rovesciamento importante nella corsa al senato.

Mercoledi 7 Nov ore 02:13 Molti dei seggi in stati della costa dell’est sono ora chiusi. I numeri ci dicono che l’andamento e molto equilibrato. Prestiamo particolare attenzione alle sfide al Senato e alla Camera dove ci potrebbe essere un capovolgimento di partito, soprattutto a favore dei Democratici.

Mercoledi 7 Nov ore 01:05 I primi Exit Polls sembrano favorire i Democratici. E troppo presto per farsi un idea della situazione. Alle presidenziali del 2016 gli Exit Polls davano certa la vittoria di Clinton.

Martedì 6 Nov ore 23:59 James Comey fa propaganda elettorale bussando alle porte della gente, con sua madre, per conto del partito Democratico. Una vittoria alla camera dei democratici allontanerebbe lo spauracchio di una inchiesta del Dipartimento di Giustizia sul ruolo di Comey nella fasulla costruzione del Russiagate in particolare riferito al suo coinvolgimento col dossier di Steele. Se i Repubblicani mantengono il potere alla camera sara piu` facile per Trump liberarsi dell’inutile Jeff Session e rimpiazzarlo con un procuratore generale molto più aggressivo ed inquisitivo. Comey lo sa, il suo futuro dipende da queste elezioni.

Martedì 6 Nov ore 23:45 Lunghe file di elettori si segnalano in molti seggi, ad Atlanta l’attesa in certi seggi e fino a 3 ore. La maggior parte del movimento si registra nei centri urbani. Questo potrebbe essere un buon segno per i Democratici.

Martedì 6 Nov ore 22:42 I primi dati ufficiali sull’affluenza alle urne mostra l’alto numero di votanti che si stanno recando ai seggi. Questo confermerebbe la previsione di una elezione a medio termine con un coinvolgimento senza precedenti degli elettori americani. Si parla di numeri che rasentano quelle delle presidenziali.

Martedì 6 Nov ore 21:00 Si arriva alle elezioni di Medio termine con i sondaggi che favoriscono i democratici. Negli ultimi mesi siamo stati tempestati da notizie che davano per certo l’arrivo dai seggi della cosiddetta onda blue democratica.

Il nostro blog non condivide questa previsione. Noi crediamo che i Repubblicani manterranno il controllo del Senato e probabilmente aumenteranno il numero di Senatori. Le nostre previsioni sono di almeno 2 nuovi senatori, ma potrebbero arrivare fino a 7. Gli Stati  da seguire attentamente nella corsa al Senato: Florida, Indiana, Missouri, Montana, North Dakota, Ohio, Pennsylvania, Michigan, West Virginia, Wisconsin. In questi stati i Repubblicani potrebbero spodestare i Democratici. In Texas e in Nevada i Democratici potrebbero ribaltare i Repubblicani.

I risultati alla Camera invece saranno molto più incerti. La situazione è fluida, combattuta, cambierà costantemente. Alla fine dovrebbe prevalere un partito rispetto all’altro di pochi seggi.

IL LEGGIADRO FILO SPINATO, di Pierluigi Fagan

IL LEGGIADRO FILO SPINATO.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan?__tn__=%2CdC-RH-R-R&eid=ARCw5TGJ87JUTKj9tmT0_T6Wp4SJHFgCRC0vldc_c7P3znfOgHhwmobhgTsbuxt05tL6ZMVd2Ai0fUIB&hc_ref=ARRu_WEX732vEx9UNlFm3oi4_9TZBZGQUAzKJz71m8AT3o38F94hTd9-5t7vAJpN4b0&fref=nf

La geopolitica ha alcune costanti di lungo corso per via della parte “geo” che ne compone l’oggetto, la geografia fisica, in genere, non cambia. Così dalla Dottrina Monroe, ovvero dal 1823 (poi allargata dal Corollario Roosevelt 1904), ovvero da poco dopo che gli “americani” hanno avuto uno stato diventando quindi soggetto geopolitico, gli USA ritengono di dover esser il centro di un sistema che ha tutto intorno due fasce a cui non ci si deve/può avvicinare: 1) tutta la terra continentale (tant’è che chiamiamo “americani” gli statunitensi); 2) tutti e due gli oceani su cui affacciano.

Entro questi spazi, le sovranità le decidono loro se non direttamente, almeno evitando il formarsi di backdoor per eventuali nemici. Molti anni dopo, ci hanno provato anche i tedeschi a tirar fuori una teoria del genere pervertendo il concetto di Lebensraum (spazio vitale) che in verità aveva origini bio-geografiche o con Schmitt col concetto di “grande spazio”. Ma di nuovo, ciò che la geografia e la storia permettono in un contesto, non è detto si possa replicare in altro contesto. Non c’è nulla di più resistente all’idealismo della geografia fisica.

Gli USA si sono momentaneamente allontanati dall’applicazione della Dottrina Monroe in coincidenza dell’affermarsi della strategia globalista che aveva una sua convinzione post-materialistica quindi a-geografica che alcuni teorici liberali continuano a teorizzare (con sempre minor convinzione). Raggiunta una inedita massa critica di governi di centro-sinistra o sinistra-sinistra al 2008, è poi iniziata la Reconquista che ha segnato punti importanti in Cile, Argentina ed ora Brasile. Il Latinobarometro del 2016, censiva un 28% di elettori di centro-destra e solo il 20% di centro-sinistra, con ovviamente un baricentro di 36% centrista, spesso inclinato più a destra che a sinistra.

Alcuni indicano a spiegazione un mix fatto di sette protestanti, insopportabilità della criminalità e corruzione, incapacità della sinistra di far funzionare il capitalismo secondo i suoi spiriti animali, crollo dei proventi da vendita di materie prime che rimangono il principale asset latino-americano. Morti Kirchner, Chavez, Castro e con Lula in galera, le seconde generazioni non hanno ben performato. I leader della speranza hanno un certo vantaggio su i manager della gestione che quelle speranze, in genere, debbono ridimensionare.

Archiviato il trionfo di Bolsonaro, ora la partita si giocherà tra il mantenimento delle promesse fatte dalle destre coadiuvate ovviamente dagli Stati Uniti da vedere però quanto in grado di condividere la loro ricchezza vista la postura neo-egoista da una parte e il messicano Obrador ragionevolmente social-democratico dall’altra. Il crollo dei prezzi delle materie prime permane (con grande gaudio dei statunitensi nel frattempo riconvertitesi al materialismo-realista che a questo punto si riproporranno come principale/unico partner commerciale dotandosi di una congrua riserva utile a trincerarsi maggiormente in casa visti gli incerti tempi multipolari), la contrazione generale degli scambi internazionali pure, fintanto che gli statunitensi continueranno a drogarsi intensamente la criminalità certo non diminuirà, il Venezuela (preda ambita per via delle corpose riserve petrolifere) cadrà e la Cina continuerà a corteggiare l’area offrendo una alternativa sempre più difficile da perseguire.

Nel migliore dei mondi immaginabili ma non necessariamente possibili, la vera alternativa sarebbe la costituzione di uno stato latino-mediterraneo europeo dove portoghesi, spagnoli ed italiani potrebbero rappresentare l’alternativa ideale per un sistema di co-evoluzione basato su familiarità, reciprocità e differenza. In fondo, la Monroe che è una dottrina non solo geografica ma geostorica, venne fatta ai tempi proprio contro gli europei perché legami e relazioni stratificate nel tempo storico, contano.

Il tempo e gli uomini ci diranno come andrà a finire, per ora “Monroe is back” (che poi in realtà la dottrina era di J.Q.Adams, quinto presidente USA).

«Oggi […] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.»

(Carlo Emilio Gadda, La meccanica, 1929)

RIEDUCAZIONE, di Antonio de Martini

ASSASSINIO PREMEDITATO IN PIENO SOLE A FINI EDUCATIVI

Nessun media del mondo ha pubblicato ( o ripubblicato) gli articoli ( e nemmeno singole frasi) del “ giornalista” Khassoghi che, in realtà abbiamo saputo essere stato il segretario del principe Turki (ex capo dei servizi segreti sauditi e ex ambasciatore negli USA fino a che non si è provato un finanziamento a uno degli attentatori dell’11 settembre da parte della moglie).

La ragione del mancato “scoop” giornalistico è che leggendo gli scritti si capirebbe che le “accuse” fatte sul Washington post ( giornale di Jeff Bezos, padrone di Amazon e amico di Mohammed mani di forbice) sono note dalla fondazione del regno, insignificanti e ignote alla stragrande maggioranza dei sauditi che sono in gran parte analfabeti anche nella loro lingua.

Nessun giornale occidentale ha mai citato testi o notizie scritte da questo signore, reso cauto anche dal fatto che il divieto di espatrio al figlio rimasto a Ryad lo aveva in pratica reso un ostaggio a garanzia di eventuali intemperanze giornalistiche.

Un poliziotto direbbe che a questo delitto non c’è movente.
Non si tratta certamente di in tentativo di conculcare la libertà di stampa o del “ cervello che deve essere messo a tacere” come disse Mussolini di Gramsci.

Trovare il movente – dato che il colpevole è certo e ormai confesso – richiede conoscere il segreto meglio custodito del momento: perché mai Khassoghi abbia messo la testa nella bocca della belva.

La spiegazione della richiesta di un certificato è risibile.

L’Arabia saudita non ha una anagrafe degna di menzione.
Per matrimonio e divorzio sono ancora più spicci: al maschio per divorziare basta pronunciare tre volte la parola “ ti ripudio” e per sposarsi basta tirar fuori l’attrezzo.

Se davvero avesser avuto bisogno di un certificato , gli sarebbe bastato chiedere al figlio che viveva in loco e una mancia a un impiegato per ottenere qualsiasi pezzo di carta timbrato e firmato.

Scoprire cosa, e chi, lo ha convinto a entrare nel consolato significherebbe fare un grande passo avanti nella ricerca della ragione vera dell’omicidio e dello scempio.

Tutte le pene che vengono inflitte in Arabia Saudita hanno intento esemplare.

Faccio un esempio noto alla mia famiglia: durante la seconda guerra mondiale, mio padre Francesco, mentre era a colloquio con uno sceicco, si trovò ad assistere all’arrivo di un giovanotto trafelato che disse al capo villaggio di aver visto, abbandonati, cinque sacchi di caffè all’entrata del villaggio.
“ come sai che è caffè?” Chiese il vecchio. “ ho aperto uno dei sacchi”.

Quando il capo villaggio ordinò di tagliare la mano allo sventurato, mio padre chiese come mai questa pena visto che nulla era stato rubato.

“ non ha rubato perché era caffè, se fosse stato oro se lo sarebbe tenuto” disse il vecchio sheikh respingendo l’appello, “avrebbe dovuto informarmi senza informarsi del contenuto”.

Ho maturato il convincimento che il delitto con annesso scempio ha tutte le caratteristiche della esecuzione esemplare: nulla è stato fatto per nasconderlo.

Il luogo, la squadra di killer giunta con due jet privati invece che alla spicciolata come da prassi, l’aver lasciata viva la fidanzata- testimone, la noncuranza per il “ cover up” , l’immediata dichiarazione americana che le forniture USA non sarebbero state interrotte, il disinteresse per le conseguenze internazionali e, in pratica , la candida ammissione, la partecipazione all’esecuzione di intimi servitori del crownprince, tutto mostra che è una pubblica esecuzione.

Il fiume di denaro che ha distratto in Occidente la pubblica opinione non è stato speso nel mondo arabo che oscilla tra l’orrore e l’ammirazione, tutto induceva pensare che nessuno voleva nascondere il delitto, anzi.

La sequela di errori politici con Yemen, Siria e Katar e l’omicidio di due familiari concorrenti al trono, hanno certamente creato una corrente contraria a Mohammed mani di forbice. In seno al Consiglio di famiglia che deve eleggere il successore di re Salman ormai con entrambi i piedi nella tomba.

Le orribili torture inflitte a un agente, che gli USA hanno deciso essere sacrificabile” sconsiglieranno molti membri della famiglia reale dal cercare un altro candidato ed un eventuale candidato dall’accettare la candidatura.

Un piano di questa complessità prevede assicurarsi la complicità USA (110 miliardi di forniture più altre dall’anno prossimo) per la copertura media e il non boicottaggio ; la complicità dei padroni del luogo ( vedrete che investimenti giungeranno in Turchia) e l’immediato permesso alla polizia a perquisire locali coperti da immunità diplomatica completano il panorama.
Per non uccidere i suoi fidi esecutori Mohammed ha pagato il prezzo del sangue ( liberando il figlio e i beni di Khassoghi e li lascerà processare in Turchia.

LA CRISI LIBANESE SARA’ LA TOMBA DELLA DINASTIA SAUDITA? IN OGNI CASO E’ UN ALTRO SCHIAFFO AGLI USA. di Antonio de Martini, scritto il 13 nov 2017

Immaginatevi che il Primo ministro Paolo Gentiloni vada in America,  all’arrivo invece del benvenuto di prammatica si veda sequestrato il telefonino, venga catapultato davanti a una telecamera a leggere una lettera di dimissioni e a chi lo contattasse per sapere quando torna in Italia, risponda ” a Dio piacendo” e avrete la fotografia di quel che è accaduto tra Libano e Arabia Saudita in questi giorni.

La motivazione del perché avviene è più complessa e andrebbe spiegata con la psicoanalisi prima che con l’analisi politica. Proviamo a dipanare questa intricata matassa di lana di cammello.Procediamo in ordine cronologico distinguendo tra interno ed estero..

Da quando il nuovo principe ereditario ( MOHAMMED BEN SALMAN) ha ottenuto dal re suo padre,( SALMAN BEN ABDULAZIZ)  approfittando della sua infermità, i pieni poteri, la situazione interna ed estera saudita ha iniziato a muoversi con un moto progressivamente accelerato. Impossibile oggi  capire se verso i vertici del mondo o verso il baratro.

SUL PIANO INTERNO

, col solito pretesto della ” lotta alla corruzione” il nuovo aspirante re ha fatto uccidere due tra i figli di  predecessori del re suo padre che avevano la caratura per contendergli il trono ( il figlio di Abdallah e quello di Fahd; ha messo agli arresto nella sua residenza il cugino ministro dell’interno Mohammed Ben Nayaf suo predecessore nel ruolo, arrestato cinque altri cugini figli di re predecessori del padre  e dieci principi minori più undici ex ministri e le tre fortune più importanti del regno.

E’ di stanotte la notizia che avrebbe arrestato l’ex capo dei servizi segreti Bandar ” Busch” Sultan che fu l’iniziatore della guerra alla Siria,  amico intimo dell’ex Presidente USA George W. Bush ( di qui il suo nomignolo) ed è stato lunghi anni ambasciatore saudita a Washington. Per metterci un po di pepe nel minestrone , sua moglie è stata notata dalla commissione di inchiesta come generosa contribuente di un pio conterraneo il cui nome figura tra quelli dei caduti sauditi che hanno condotto l’attentato alle due torri del World Trade Center.

Mohammed Ben Salman , ormai l Crownprince , è figlio dell’attuale re Salman ben Abdulaziz ,ultimo dei sette fratelli di stessa madre ( Hassa , la preferita del fondatore della dinastia) che si sono trasmessi il trono, per via adelfica, dal 1945.                                                                                                                                                                                               Prima d’essere vittima dell’Alzeimer, Salman era reputato come il più rigido della famiglia reale e il solo che nel 1991 si oppose  – nel Consiglio di famiglia composto da 150 persone – alla concessione di basi militari USA sul territorio saudita, con la motivazione che una volta installati non se ne sarebbero più andati. E’ stato facile profeta. Essndo l’ultimo figlio di Abdelaziz,  otttantenne e malato, si pensò che non avrebbe creato problemi , anzi che avrebbe dato tempo per pensare alla successione e al passaggio generazionale.

Appena salito al trono invece, Salman ha nominato – come da attese-  Crownprince Mohammed Ben Nayaf che da quattro anni era succeduto al defunto suo padre nella conduzione del ministero dell’interno. Dopo qualche tempo, però, il re creò una nuova carica: vice principe ereditario, mettendoci suo figlio Mohammed Ben Salman ( ministro della Difesa e capo della polizia religiosa).

I due Mohammed, in perfetto accordo giubilarono Bandar Bush ( creando per un breve periodo una sorta di Consiglio per la sicurezza nazionale con dentro il figlio), misero da parte il principe Muqrin che aspirava a fare da ago della bilancia tra i due  e poi iniziarono il confronto culminato nella nomina a principe ereditario ( che ha unicamente funzioni di primo ministro dato che il re viene nominato dal Consiglio di famiglia) del trentaduenne  figlio prediletto  Mohammed  il quale non ha esitato a sbarazzarsi del più anziano cugino , accoppare i due principi-cugini  più quotati alla successione e terrorizzare i membri più anziani del clan arrestando in totale quindici principi di varia caratura, oggi ospiti del Royal Carlton Hotel  trasformato in una fastosa prigione e ” fully booked” . L’inchiesta sulla corruzione prosegue senza fretta. Sono ostaggi nella più genuina tradizione beduina. E’ stato proibito in tutto il regno, il decollo di jet privati.

Posto che il piano riesca e il Crownprince prevalga, gli resterà da sciogliere il nodo della modernizzazione ( es la patente alle donne) con il fatto che egli ( e il padre) rappresenta l’ala conservatrice wahabita e si è appoggiato alla polizia religiosa nella sua scalata….

SUL PIANO ESTERO

 Come ministro della Difesa , Mohammed Ben Salman avrebbe dovuto passare per il tramite del Ministero degli Esteri per guerreggiare nello Yemen, ma come figlio del re non si attardò in quisquilie e mosse all’attacco, creandosi così una buona rete di amicizie USA tra i fornitori di materiale bellico.

Per la prima volta nella storia della dinastia il ministro degli esteri fu scelto NON tra i membri della famiglia reale e questo fu un primo segnale che sarebbe stata una partita a due.

Come nemico fu scelta la tribù degli Houti confinanti con l’Arabia Saudita a sud . Il pretesto era che stavano diventando una spina nel fianco alleata con l’Iran.        Inaspettatamente, gli Houti – privi di aeronautica-  resistettero, contrattaccarono, occuparono la capitale Sanaa e il giovane principe ebbe il suo primo “scacco al regno”.  Ossessionato dalla onnipresenza iraniana , il saudita si lanciò sulla scia USA nelle vicende irachene  che hanno visto trionfare l’Irak ufficiale ormai in mano agli sciiti per decreto ( 2003)  del proconsole USA Bremer. I Curdi rientrarono nell’ordine e l’Arabia Saudita si trovò confinante con un Irak ricostruito e diventato potenza sciita invece che sunnita come era sempre stato. Potenzialmente soggetto a influenze iraniane.

Sempre in cerca di successi napoleonici che lo legittimassero agli occhi dei sudditi, specie dopo le prime pessime figure, Mohammed Ben Salman decise di egemonizzare il Consiglio del Golfo ( una sorta di UE degli Emirati) fino ad allora gestito assieme al Katar della famiglia Al Thani. La politica del Katar è sempre consistita nel far fluire i denari in tutte le direzioni e supplire alla dimensione minima del paese ( 300.000 abitanti) con partecipazioni e sponsorizzazioni sportive di caratura mondiale.

Invitato a rompere i contatti con l’Iran ,  Tamim al Thani ,  emiro del katar, finse di non sentire. La reazione smodata fu l’accusa ufficiale  di sostenere nascostamente  il terrorismo e la sanzione lampo fu l’embargo.

Gli americani, per mostrare equidistanza autorizzarono comunque una significativa vendita di armi all’emirato. La famiglia al Thani, approfittando che il padre dell’emiro, Ahmad ben Khalifa al Thani,   ( defenestrato su richiesta USA quando iniziarono a girare le voci sui finanziamenti al Daesch) utilizzò il padre installato negli USA, per una intervista televisiva bomba: nella sua veste di ex primo ministro, dichiarò davanti alle telecamere di aver in effetti finanziato il Daesch, e di averlo fatto suprecisa, insistente  richiesta del re Abdallahben Abdulaziz , predecessore dell’attuale, e d’intesa con il governo americano e la Turchia che si sono occupati della distribuzione dei finanziamenti, delle armi, e della selezione dei mercenari. Il gruppo era destinato a ” una partita di caccia alla volpe” siriana. A conclusione della intervista, il vecchio sceicco ha anche posto la pietra tombale al progetto, dichiarandolo fallito.

Come e dove colpire l’odiato Iran? Come recuperare prestigio alla corona? Sconfitto in Siria, scornato in Yemen e ridicolizzato a Doha, restava il Libano.

Mohammed Ben Salman, convoca il primo ministro libanese Saad Hariri ( figlio dell’ex premier, arricchitosi in Arabia Saudita e  saltato in aria nel 2009) e dopo una accoglienza fredda ( nessuno all’aeroporto ad accoglierlo) e quattro ore di anticamera l’indomani, gli ingiunge di muovere guerra all’Hezbollah. Sarebbe come chiedere alla Romania di muovere guerra alla Russia.

Giudiziosamente Saad Hariri gli deve aver risposto che ci ha già provato nel 2006, subendo una sconfitta netta – come sconfitto fu l’esercito israeliano che aveva sottovalutato il problema –  Oggi l’Hezbollah fa parte del governo, alle elezioni ottiene il 50% dei voti ed è armato fino ai denti con in più la campagna di Siria in cui ha acquisito esperienza  operativa di manovra anche a livello di brigata, cosa che l’esercito regolare non ha. Hezbollah è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche in USA, ma un movimento che ha dietro di se metà del paese, è un problema politico , non di ordine pubblico.

Altra reazione furente: Mohammed ingiunge a Saad di dimettersi da primo ministro e lo vuole sostituire col fratello maggiore Bahaa che, guarda caso è in Arabia anche lui.  Il Libano insorge in favore del suo giovanotto in pericolo, i dirigenti del partito di Hariri ( il 14 marzo) rifiutano di andare a Ryad a prestare giuramento di fedeltà a Bahaa come richiesto,  spiegando sprezzantemente che in Libano i dirigenti dei partiti li sceglie il partito in un congresso. Pietosa bugia che rivela la paura di non tornare a casa.

il presidente  della Repubblica, generale Aoun ( i cui volontari cristiani hanno combattuto assieme all’Hezbollah in Siria) si rivolge agli USA e alla Francia per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Il dipartimento di Stato USA rilascia una dichiarazione di solidarietà e rispetto per Hariri, mentre il presidente francese Macron va in Arabia Saudita a parlare col focoso giovanotto. Esce dichiarando di non essere d’accordo con la politica iraniana del Crownprince e di ritenere che Hariri è trattenuto. Gli americani cerchiobbottisti avventizi, dichiarano che studieranno delle sanzioni a Hezbollah e la Camera dei rappresentanti autorizza eventuali spese in questo senso.

Consapevoli della gravità del momento, Israele e Hezbollah hanno tenuto un profilo basso e insolitamente silenzioso. Il quotidiano Haartez commenta che l’Arabia Saudita vuole far fare a Israele ” il lavoro sporco”.  In sede di analisi, spiega che non vuole intralciare il processo in corso di accordo tra Hamas e Fatah al Cairo e abbisogna di almeno un anno per completare le sistemazioni difensive del Sinai.

Credo che il silenzioso Hezbollah stia cercando tra i familiari del Crownprince la persona adatta a sbarazzarci del matto, mentre Saad Hariri , rintracciato da un giornalista che voleva sapere quando sarebbe tornato in Patria,  avrebbe risposto ” tra giorni”. Inchallah.

Gli USA adesso non sanno che pesci pigliare. Se seguire il rampollo reale nella sua spericolata discesa e inimicarsi anche il Libano, oppure guardare alla dinastia giordana che potrebbe sostituire i sauditi ( wahabiti) nella custodia dei luoghi santi dell’Islam, visto che ormai i wahabiti vengono sempre più considerati come estranei all’Islam. E guidati da due matti. Sono quasi certo che prenderanno la decisione sbagliata.

Khashoggi, il buono e il cattivo_di Giuseppe Germinario

La sparizione e la probabile morte del saudita Jamal Khashoggi a Istanbul ha provocato una vera e propria indignata sollevazione di scudi. La Turchia in questi mesi ha conosciuto altri eventi drammatici che hanno riguardato diplomatici, nella fattispecie l’uccisione dell’ambasciatore russo; ha vissuto tragici attentati, un tentativo di golpe e una drastica conseguente epurazione di decine di migliaia di funzionari pubblici e giornalisti che hanno rafforzato il pieno controllo politico di Erdogan sul paese. In Arabia Saudita, d’altro canto, paese componente e sino a pochi mesi fa posto senza remore alla presidenza del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, il confronto politico prevede da sempre, nella gamma delle modalità, la liquidazione fisica degli avversari ed altre amene trivialità; in un paese dove la pena di morte, le punizioni corporali e il controllo capillare sono connaturati al regime integralista sin dalla nascita. A conferma che queste pratiche non risparmiano nessuno il recente attacco sanguinoso con fucili di assalto nel palazzo del Principe Selmani prontamente censurato.

Da questa plumbea normalità il caso Khashoggi è emerso con grande clamore rimbalzando in tutto il mondo.

Il paladino della democrazia, il giornalista militante della libera informazione vittima della crudeltà triviale del Principe Saudita oscurantista e paranoico. In un mondo così confuso finalmente un chiaro discrimine tra il buono e il cattivo così in voga nella narrazione cinematografica.

Una nobile indignazione colta ed alimentata da quella grande stampa che negli ultimi anni pare aver spento ogni spirito critico e ogni precauzione alla manipolazione dei fatti.

Ma siamo proprio sicuri di trovarci ad un atto di redenzione sia pure tardivo?

Proviamo a porci e porre qualche domanda.

Come mai Erdogan, sino a pochi giorni fa presentato come il grande affossatore della libertà di stampa, il fustigatore di decine di giornalisti, l’epuratore per antonomasia assurge improvvisamente agli stessi occhi dei fustigatori di un tempo al ruolo di dispensatore della verità e di giudice della barbarie saudita? Eppure sono stati i turchi ad avvertire i sauditi del prossimo arrivo di Khashoggi a Istanbul; dicono di avere prove schiaccianti e filmati del barbaro assassinio, ma tardano ad esibirle. La stessa presenza di filmati, se confermata, confermerebbe piuttosto l’esistenza di una quinta colonna nel drappello saudita incaricato della missione. In operazioni analoghe i sauditi hanno per altro dimostrato ben altra perizia con il trasbordo forzato in madrepatria della vittima designata.

Come mai la testa dello schieramento dei partigiani della verità e della democrazia è fermamente e tempestivamente presidiata, tra gli altri del medesimo campo, da John Brennan, ex capo della CIA ai tempi di Obama, grande artefice delle primavere non solo arabe e del grande caos in Medio Oriente e dal Washington Post, giornale ormai ridotto a mera cassa di risonanza partigiana dell’establishment sconfitto alle elezioni presidenziali americane. Figure ormai poco attendibili e credibili per questo genere di proclami e di campagne.

Come mai il martire Khashoggi è stato unanimemente presentato come fine giornalista e scrittore e come paladino della democrazia liberale quando il suo curriculum è ben più nutrito e abbraccia un campo di interessi e di interventi ben più vasto e rilevante. La figura del giornalista, purtroppo non è più così ben definita. Il confine tra il ruolo di giornalista, quello di informatore e di agente sta diventando labile. La scena indecoroso fferta a Tripoli da buona parte degli addetti nel 2011 è rivelatrice di una insana commistione. Nel caso di Khashoggi per altro sembrano esserci pochi dubbi. Negli anni ’80 lo vediamo impegnato a buoni livelli nella resistenza jihadista in Afghanistan; successivamente lo si vede in contatto stretto con Al Qaida e con Bin Laden al punto da essere indicato dai sauditi come mediatore di una possibile riconciliazione del capo qadista con la famiglia saudita; ancora dopo lo si vede tra i sostenitori e simpatizzanti dei Fratelli Musulmani, notoriamente sostenuti e finanziati dall’emiro del Qatar e dai Turchi e ormai da tempo scaricati dai sauditi, dopo le fallimentari prove offerte in Egitto e in Libia. Obama e il suo cerchio magico aveva notoriamente riposto in essi le maggiori speranze di successo di un ribaltamento dei regimi in Medio Oriente. Da qui il suo impegno in Siria a favore dei “ribelli moderati”, almeno nelle sigle. La democrazia rivendicata da essi e dallo stesso Khashoggi, a leggere con attenzione i suoi testi, non era altro che un tentativo di imporre un diverso regime, alternativo al modello wahabita dei Saud, ma pur sempre nettamente integralista. Quanto alla sua visione geopolitica è sufficiente sottolineare la sua conclamata omologazione del Principe Selman alla figura altrettanto nefasta di Putin. Per ultimo Khashoggi è stato per anni segretario del capo dei servizi segreti sauditi, Principe Suleiman, acerrimo avversario del Principe Selman, attualmente capo di fatto della casa saudita. Negli ultimi tempi il giornalista, entrato nelle grazie di Obama, è apparso sempre più distante ed estraneo ai giochi interni alla casa saudita e sempre più legato alle trame dei servizi angloamericani. Lo stesso era addirittura in predicato di diventare uno dei capi all’estero di una eventuale rivoluzione d’Arabia che prevedeva il controllo diretto da parte americana dei pozzi di petrolio e l’instaurazione di un nuovo regime che spodestasse i Saud. Un progetto per il momento naufragato con lo stallo in Siria e l’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Il caso Khashoggi in realtà si sta trasformando in un’occasione e uno strumento da brandire da parte dei vari attori dello scacchiere geopolitico mediorientale e delle due fazioni in lotta negli Stati Uniti. Può servire ad Erdogan per ottenere un qualche salvacondotto nella politica di sanzioni all’Iran, visto il suo vitale interscambio commerciale con esso. Può servire a ridurre a patti e a ridimensionare il peso geopolitico del Principe Selman ed indebolire quindi il suo patto di ferro con Trump ed Israele e di conseguenza a ricucire il rapporti di Erdogan con i due schieramenti negli USA. Sarebbe in proposito interessante analizzare le linee di condotta Russa e Cinese nell’eventualità di un nuovo giro di valzer turco. Per la prima volta Trump appare stretto in un cul di sac, obbligato a due scelte alternative altrettanto costose: sostenere il maldestro Bin Selman e con questo rendersi complice di un comportamento efferato; scaricarlo e con questo mettere in discussione la triplice alleanza con i sauditi e Israele; il perno della attuale politica americana in Medio Oriente.

In realtà la componente wahabita più integralista, quella stessa osteggiata dal Principe Selman, potrebbe essere quell’avversario ancora più spietato e determinato, interessato a liquidare il “giornalista” troppo vicino ai Fratelli Musulmani e agli americani. Il temporaneo sodalizio di questa con il sultano turco e la sua simbiosi con la componente democratica-neocon americana potrebbe essere il trio diabolico più interessato a liquidare e sacrificare “il paladino della democrazia” addebitandone la responsabilità al Principe saudita di fatto reggente. L’improvvisa prudenza con la quale Erdogan in queste ore sta affrontando l’affaire lascia margini alla fantapolitica. Potrebbe essere la scappatoia che consentirebbe a Trump di uscire dalla trappola e di ribaltare sulle spalle altrui il dilemma; in questo, ancora una volta, sarà importante il lavoro sotterraneo di Israele, ben presente nei tre paesi principali di quell’area.

Intanto l’Arabia Saudita ha improvvisamente aumentato i volumi di produzione del petrolio; ci sarà da attendersi una pressione dei prezzi al ribasso. Russia e Stati Uniti sono avvertiti.

Ci attende un mondo sempre più complicato e dalle apparenze ingannevoli dove i buoni, in realtà, possono rivelarsi ben peggiori dei cattivi.

UN AVVOCATO FOLGORATO SULLA VIA DI DAMASCO, di Gianfranco Campa

Lo scontro politico, sia nel confronto interno agli stati e alle formazioni sociali che nello scacchiere geopolitico, si sta vieppiù imbarbarendo e brutalizzando. Sta assumendo sempre più l’aspetto di una guerra per bande dagli umori e dalle alleanze mutevoli corroborate da sodalizi trasversali. Non sono beninteso eventi straordinari. Gli “incidenti” sono sempre possibili, ma in periodi di quiete o di gerarchie e alleanze ben definite i colpi bassi avvengono sotto traccia, in maniera selettiva e sono coperti solitamente da una cortina di silenzio o di giustificazioni in caso di emersione. La realtà odierna dello scontro politico presenta invece aspetti crescenti di ferocia, brutalità e spregiudicatezza così ostentata da lasciare allibiti tanto è immensa la miseria, la grettezza e l’arroccamento di gran parte delle fazioni e delle classi dirigenti. Gianfranco Campa ci offre un altro schizzo del paesaggio e delle trame in azione all’interno degli Stati Uniti. Prossimamente allungheremo lo sguardo a migliaia di chilometri di chilometri, verso il Medio Oriente, al caso Khashoggi. Una vicenda impressionante nella sua brutalità; un episodio la cui dinamica apparentemente cristallina non deve ingannare. Il probabile intrico di interessi e di trame che lo hanno sacrificato lascia intendere la presenza di numerosi protagonisti. Vedremo come, tra le varie ipotesi, in un modo o nell’altro, l’assassinio del giornalista dalle molte professioni rischia di costringere Trump per la prima volta in un cul de sac. A meno che…_Giuseppe Germinario

 

A VOLTE PURTROPPO RITORNANO

Qualcuno di voi ricorderà il nome di Michael Cohen. E’ uno dei protagonisti dei nostri ultimi podcasts sul Pornogate e Russiagate, apparso più volte nelle note delle agenzie di stampa tradizionali. Michael Cohen è stato l’avvocato di Donald Trump fino a quando, una mattina deI 9 aprile 2018, l’FBI fece irruzione nel suo ufficio legale con un mandato di perquisizione federale. Mandato ottenuto per conto dell’ufficio del procuratore federale del distretto meridionale di New York. L’irruzione negli uffici di Cohen portò al sequestro di migliaia di documenti legati alle attività di Trump e delle registrazioni private fra il legale e il futuro Presidente.  Se avete seguito i nostri precedenti podcasts, saprete allora che l’indagine del distretto federale di New York seguiva il filone dell’inchiesta del pornogate a sua volta figlia illegittima dell’indagine del procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller.

Dopo il patteggiamento con il giudice e il conseguente voltafaccia nei confronti di Trump, l’avvocato Cohen sembrava uscito virtualmente di scena. Improvvisamente tre giorni fa il professionista di fiducia è rientrato in scena; Cohen, folgorato sulla via di Damasco, durante un’intervista alla CNN ha supplicato gli elettori americani di recarsi alle urne per le elezioni di Medio termine e votare contro il presidente Trump e il partito repubblicano, implorando loro di farlo per evitare la iattura di altri due o sei anni di Donald Trump.

Nell’intervista Cohen dice: “…la mia raccomandazione! Prendi la tua famiglia, prendi i tuoi amici, afferra i tuoi vicini e vai ai seggi, perché altrimenti, avremmo altri due o sei anni di questa follia” Sempre nell’intervista Cohen ha dichiarato di essere stato da sempre un Democratico, iscritto poi al partito Repubblicano su richiesta del vertice del partito Repubblicano stesso, quando Trump si presentò da candidato alle elezioni.

L’intervista a Cohen suona come un brutto presagio per Trump. Sottolinea l’importanza di queste elezioni di Medio Termine e risalta allo stesso tempo la potente macchina organizzativa responsabile dell’assedio alla presidenza di Trump. Macchina che è riuscita tramite la magistratura a trasformare Michael Cohen da protettore degli interessi di Trump ad ennesimo nemico arruolato alla causa anti-trumpiana. Mancano quattordici giorni alle elezioni di medio termine, se ne stanno vedendo di tutti i colori. Tutto è possibile, senza nessuna esclusione di colpi.

https://www.youtube.com/watch?v=gz4aet3AYkI&t=395s

 

27°-2 podcast_elezioni di medio termine, di Gianfranco Campa

Il 27° podcast di Gianfranco Campa è una autentica gemma; un pezzo di grande giornalismo degno di essere ospitato nelle più autorevoli riviste di analisi politica. Offre informazioni ed analisi introvabili nell’editoria più affermata. La grande stampa, però, è ormai schiava della peggiore e più ottusa partigianeria, condita da un livello di approssimazione sconcertante; offre rarissimi spazi ad analisi obbiettive ed approfondite. questo blog ha sottolineato più volte la crucialità della scadenza delle elezioni americane di medio termine sia per quella nazione che per le dinamiche geopolitiche. Sino ad ora si è soffermato soprattutto sulle vicende della Presidenza Trump, sul suo rapporto conflittuale, aspro con il Partito Repubblicano e con i settori maggioritari e più potenti dello Stato. A prezzo di pesanti cedimenti e compromessi del Presidente, ha tuttavia rivelato sì la forza di questi settori, ma anche la loro mancanza di una strategia coerente e di una prospettiva convincente tale da consentire il controllo accettabile della situazione e un recupero di credibilità. Una situazione che ha consentito l’acquisizione di un controllo accettabile del Partito Repubblicano da parte di Trump a costo però di una fronda disposta a tutto pur di affossarlo e ridurlo in minoranza rispetto ai democratici. La scadenza elettorale sta rivelando un accenno di strategia coerente del fronte di opposizione a Trump. Una strategia tesa a paralizzare il Presidente, presumibilmente, sino alla fine del suo mandato ma anche a controllare le possibili fratture che minacciano la tenuta anche del Partito Democratico americano. Si deve ricordare che la Clinton, in cambio del sostegno tiepido di Sanders, successivo alla vittoria fraudolenta alle primarie, ha dovuto cedere il controllo di ampi settori del partito in cambio della rinuncia all’astensione e ad una probabile scissione dei settori radicali di quel partito. La strada scelta è del tutto inedita e sorprendente; inquietante soprattutto. Si assiste, ormai, all’ingresso esplicito e massiccio nella scena politica di esponenti dello stato profondo. Una dimostrazione di forza e di debolezza allo stesso tempo. Per questo l’ascolto del podcast merita grande attenzione. La situazione in Italia e in Europa, del resto, dipende in gran parte dall’evolversi di questa situazione.

Qui sotto sono forniti i link ai quali fa riferimento Campa nel suo intervento e la lista parziale ma significativa dei candidati direttamente legati ai servizi di intelligence. Sono circa la metà del totale delle candidature alla Camera, al Senato e ai Governatorati. Se volete avete tutta la possibilità di approfondire e verificare l’attendibilità delle informazioni. 

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Due importanti progetti sono in preparazione e in espansione in Medio Oriente; potrebbero presto scontrarsi. Di Alastair Crooke

Un interessante articolo di A. Crooke sulle dinamiche in via di formazione nel Medio Oriente. La traduzione presenta qualche difetto che non inficia la comprensione in quanto per mancanza di tempo è stato utilizzato un traduttore come base di lavoro_ Buona lettura_Giuseppe Germinario

Fonte: Strategic Culture, Alastair Crooke , 18-09-2018

Sulle ceneri di due mega-progetti di questo decennio si conclude – vale a dire il tentativo di acquisizione da parte dei Fratelli musulmani e, invece, il progetto del Golfo per romperlo – e ripristinare l’assolutismo ereditaria tribale (il “sistema arabo”) – compaiono due diversi progetti contrapposti. Stanno guadagnando sempre più potere e inevitabilmente competeranno tra loro – prima o poi. In realtà, lo fanno già. La domanda è quanto lontano andrà la rivalità.

Uno di loro è l’assembramento dell’area settentrionale della regione attraverso la diffusione di un’etica politica comune (in base alla resistenza verso gli Stati Uniti i quali insistono che la regione aderisce a un’egemonia americana restaurata) e nel bisogno più concreto di trovare un modo per aggirare la macchina da guerra finanziaria americana.

Quest’ultima società ha conseguito una grande vittoria negli ultimi giorni. Elijah Magnier, un giornalista veterano del Medio Oriente, riassume la situazione in poche parole:

Il candidato preferito degli Stati Uniti al primo ministro [Haidar Abadi] perse la sua ultima possibilità di rinnovare il suo mandato per un secondo mandato quando le rivolte scatenarono attacchi incendiari nella città meridionale di Bassora. del paese e bruciato le pareti del consolato iraniano in quella città. Mentre i residenti manifestavano per le loro legittime richieste (acqua potabile, elettricità, opportunità di lavoro e infrastrutture), i gruppi sponsorizzati con diversi obiettivi si mescolavano alla folla e riuscivano a bruciare uffici, ambulanze, un edificio governativo e una scuola. associato con al-Hashd al-Shaabi e altri gruppi politici anti-americani. Questo comportamento di folla ha costretto Sayyed Moqtada al-Sadr, leader di 54 deputati, abbandonare il suo compagno politico Abadi e porre fine alla sua carriera politica. Moqtada cercò di prendere le distanze dagli eventi di Bassora per permettere che la colpa cadesse solo su Abadi. Si è unito al campo vincente, quello dell’Iran …

“Questa combinazione di eventi ha portato Moqtada a … portare i suoi 54 deputati a unirsi alla più grande coalizione. La sponsorizzazione aperta degli Stati Uniti e gli eventi di Bassora hanno messo fine alla carriera politica di Abadi in Iraq … La più grande coalizione dovrebbe ora includere molti più di 165 deputati, e quindi diventare eleggibile per scegliere il Presidente dell’Assemblea e i suoi due deputati, il Presidente e il nuovo Primo Ministro … La nuova grande coalizione non avrà più bisogno del sostegno dei curdi (42 deputati). “

Il capo di questa vasta coalizione di partiti sciiti e sunniti sarà probabilmente Faleh al-Fayyadi, il leader di Hashd al-Shaabi. Sul fronte politico, l’Iraq è ora incline a far parte del partenariato Russia-Iran-Siria guidato da Russia e Siria al Nord (anche se le divisioni all’interno del campo sciita iracheno rimangono una potenziale fonte di conflitto) . E se, come è probabile, l’Iraq è sotto embargo imposto dagli Stati Uniti per non aver rispettato le sanzioni statunitensi contro l’Iran, allora l’Iraq sarà spinto – dall’urgenza delle circostanze – nella mutevole situazione economica che è stata oggetto di importanti discussioni al vertice di Teheran lo scorso venerdì. Cioè, in una serie in continua evoluzione di quadri economici per la de-dollarizzazione e la violazione delle sanzioni statunitensi.

La portata di questo errore di calcolo (l’istigazione di proteste violente) a Bassora (una complicità saudita è ampiamente sospettata) ha implicazioni più ampie per gli Stati Uniti. Innanzitutto, è probabile che alle forze americane verrà ordinato di lasciare l’Iraq. Secondo, complicherà la capacità del Pentagono di mantenere la sua presenza militare in Siria. La logistica degli schieramenti statunitensi nella Siria nord-orientale, che attraversano l’Iraq, potrebbe non essere più disponibile e le forze statunitensi in Siria saranno inevitabilmente isolate e quindi più vulnerabili.

Ma un’inversione di tendenza in Iraq è anche il culmine dell’aspirazione del presidente Trump a riaffermare il predominio energetico americano nel Medio Oriente. Iran – si sperava – sarebbe poi capitolare e cadono sotto la pressione economica e politica, e come e quando il domino capovolgimento iraniana avrebbe portato con sé il domino iracheno che sarebbe caduta rumorosamente all’accettazione politica

Con questo scenario, gli Stati Uniti finirebbero con le principali fonti di energia del Medio Oriente a “basso costo di produzione” (cioè petrolio, gas e petrolio del Golfo, dell’Iran e dell’Iraq) nelle loro mani. Alla luce degli eventi di questa settimana, tuttavia, sembra più probabile che queste risorse – o almeno le maggiori risorse energetiche di Iran e Iraq – finiranno nella sfera russa (con le prospettive inesplorate del bacino levantino in Siria). E questo “cuore” russo, la sfera che produce energia, potrebbe alla fine rivelarsi un rivale più che sostanziale rispetto alle aspirazioni degli Stati Uniti (che è appena emerso come “il più grande produttore di petrolio al mondo”). ) per ripristinare il loro dominio energetico in Medio Oriente.

L’altra opposta “dinamica” che sta guadagnando massa critica è l’obiettivo di Kushner-Friedman-Grrenblatt di porre fine all’insistenza del popolo palestinese che la sua stessa rivendicazione è precisamente un “progetto politico”. L’obiettivo (secondo i dettagli divulgati finora), è quello di svuotare la forza politica della loro rivendicazione – tagliando gradualmente i principali lavatori di salami che costituiscono in primo luogo questa affermazione che si tratta di un progetto politico.

In primo luogo, ponendo fine al paradigma dei due Stati, che deve essere sostituito da uno stato, uno “stato-nazione” ebraico con diritti differenziati e diversi poteri politici. Secondo, rimuovendo Gerusalemme dal tavolo dei negoziati come capitale di uno stato palestinese; e in terzo luogo, tentando di dissolvere lo status di rifugiato palestinese, per reindirizzare il peso della colonizzazione sui governi ospitanti esistenti. In questo modo, i palestinesi devono essere cacciati dalla sfera politica in cambio della promessa che possono diventare più prosperi – e quindi “più felici” – seguendo la ricetta di Kushner.

E, a quanto pare, facendo affidamento sulla loro esperienza immobiliare nel gestire inquilini scomodi che si distinguono da qualsiasi importante sviluppo immobiliare, è in corso il “restringimento” di Kushner-Friedman: ritiro dei fondi da UNWRA [L’Agenzia di Soccorso e Lavori delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina nel Vicino Oriente è un programma di assistenza delle Nazioni Unite ai rifugiati palestinesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, Giordania in Libano e in Siria, 1949, chiusura dell’Ufficio degli Stati Uniti dell’OLP; rimozione degli aiuti agli ospedali di Gerusalemme Est e demonizzazione dei funzionari palestinesi accusandoli di corruzione e ignorando le cosiddette aspirazioni della Palestina (per un’esistenza materialmente migliore).

Recentemente, la squadra di Kushner ha riproposto una vecchia idea (sottolineato in ebraico quotidiano Yedioth Ahoronot da Sima Kadmon, 7 settembre 2018) Abu Mazen [Mahmoud Abbas Selman soprannome NdT] non ha rilasciato direttamente quando è stato avvicinato). È nata con il generale israeliano Giora Eiland nel gennaio 2010 in un articolo che ha scritto per il Begin-Sadat Center for Strategic Studies. Eiland ha scritto:

“La soluzione è stabilire un regno unificante giordano con tre” stati “: la Banca orientale, la Cisgiordania e Gaza. Questi stati, nel senso americano del termine, saranno come la Pennsylvania o il New Jersey. Godranno della completa indipendenza in materia di affari interni e avranno un budget, istituzioni governative, leggi distintive, un servizio di polizia e qualsiasi altro simbolo esterno di indipendenza. Ma, come la Pennsylvania e il New Jersey, non avranno alcuna responsabilità in due aree: politica estera e truppe militari. Queste due aree, come negli Stati Uniti, rimarranno di competenza del governo “federale” di Amman. “

Eiland ha ritenuto che tale soluzione avesse evidenti vantaggi per Israele, rispetto alla soluzione dei due stati. “Primo, c’è un cambiamento nella storia. Non stiamo più parlando del popolo palestinese che vive sotto occupazione, ma di un conflitto territoriale tra due paesi, Israele e Giordania. In secondo luogo, la Giordania potrebbe essere più conciliante su alcune questioni, come la questione territoriale. Aggiungendo che “il Medio Oriente, l’unico modo per garantire la sopravvivenza del regime è quello di garantire un controllo efficace della sicurezza … quindi, il modo per prevenire disordini in Giordania, che sarà alimentato da un futuro regime di Hamas a West Bank, è il controllo militare giordano su questo territorio [più una Cisgiordania smilitarizzata su cui Israele insiste] “.

Nel complesso, i palestinesi di Gaza (secondo i rapporti) saranno installato in Gaza / Sinai (e “controllato” dai servizi segreti egiziani), mentre le restanti enclave palestinesi in Cisgiordania saranno controllati da ufficiali giordani sotto controllo della Sicurezza generale degli israeliani. È un governo “federale” giordano che riceverà le denunce e sarà ritenuto responsabile da Israele per l’intera situazione.

Naturalmente, questo potrebbe essere solo un palloncino di prova di Kushner et al. Non sappiamo quale sarà il Trion’s Century Coup (è stato ritardato molte volte), ma ciò che sembra chiaro è l’intenzione di estinguere la nozione di tutto il potere politico palestinese in sé e rendere docili i palestinesi tagliando i loro capi e offrendo loro un guadagno materiale. I palestinesi sono attualmente deboli. E non c’è dubbio che gli Stati Uniti e Israele, lavorando insieme, potrebbero riuscire a soffocare ogni opposizione al “colpo di stato”. Gerusalemme sarà “data” ad Israele. I palestinesi saranno politicamente de-fenestrati. Ma a quale prezzo? Cosa succederà allora ai re del Golfo?

In un articolo di opinione sul New York Times , lo studioso di Oxford Faisal Devji ha osservato il mal di testa dell’Arabia Saudita:

Dopo la prima guerra mondiale, la marina statunitense sostituì gli inglesi e il petrolio rese il regno una risorsa cruciale per il capitalismo occidentale. Ma la sua supremazia religiosa ed economica è stata contestata dalla continua emarginazione politica dell’Arabia Saudita, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e anche l’esercito pakistano essere responsabile per la stabilità interna e la sua difesa contro le minacce esterne.

Oggi l’Arabia Saudita si oppone apertamente all’Iran, ma le sue pretese di dominio sono rese possibili solo dal declino dell’Egitto e dalla devastazione dell’Iraq e della Siria. La Turchia rimane la sua unica rivale, ancora ambigua, con l’eccezione dell’Iran.

… Il regno del principe Mohammed è più simile a uno stato “laico” che a uno stato “teocratico”, in cui la sovranità è stata finalmente strappata da clan e religiosi per essere richiesta direttamente dalla monarchia. Ma l’Arabia Saudita non può assumere un maggiore potere geopolitico se non mettendo in pericolo il suo status religioso … [Enfasi aggiunta].

Il progetto di fare dell’Arabia Saudita uno stato politicamente definito, piuttosto che religioso, rischia di demolire la visione secolare di una geografia islamica [sunnita], che è sempre stata basata sulla costituzione di un centro depoliticizzato in Arabia Saudita. La Mecca e Medina continueranno ad accogliere i loro pellegrini, ma l’Islam [sunnita] potrà finalmente trovare la sua casa in Asia, dove vive il maggior numero di suoi seguaci e dove la ricchezza e il potere del mondo continuano a fluire.

Ma questo non è semplicemente il caso dell’islam sciita, che ha saputo unire il potere politico con status religioso restaurato – come dimostra la straordinaria crescita del centro di pellegrinaggio sciita di Karbala – e il successo della L’Iran nella sua lotta contro i jihadisti wahhabiti in Siria e Iraq. (Per l’Arabia Saudita, d’altra parte, il conflitto nello Yemen ha minato la sua credibilità politica e religiosa.

Eppure … eppure, nonostante le traiettorie contrastanti, è qui che può verificarsi una collisione: Israele si è inevitabilmente alleata con l’Arabia Saudita e l’Islam sunnita. Allo stesso modo, gli Stati Uniti hanno adottato la posizione partigiana di Israele e Arabia Saudita contro l’Iran. Entrambi spingono il re saudita da dietro per condurre una guerra ibrida contro il suo potente vicino.

Alon Ben David, corrispondente militare israeliana, scrivendo sul quotidiano Ma’ariv in ebraico (7 settembre 2018), illustra la narrazione israeliana Promethean celebra il suo successo (grazie al pieno supporto di Trump): “L’esercito di difesa “Israele [IDF], che era indietro di diversi anni nel rilevare la potenziale minaccia dell’espansione dell’Iran, ha capito che doveva agire … questa settimana l’IDF ha rivelato che erano stati effettuati oltre 200 attacchi aerei in Siria dall’inizio del 2017. Ma se si guarda alla somma delle attività dell’IDF, di solito segrete, nel contesto di questa guerra, negli ultimi due anni, l’IDF ha condotto centinaia di transazioni transfrontaliere di tipo diverso. La guerra tra due guerre divenne la guerra dell’IDF, ed è stato condotto giorno e notte … Finora, Israele è stato più forte nella guerra diretta con l’Iran … quando colpiamo, il nostro potere deterrente diventa più forte. ”

Beh … è una questione di opinione (alto rischio).

Fonte: Strategic Culture, Alastair Crooke , 18-09-2018

27°-1 podcast_elezioni di medio termine, di Gianfranco Campa

Raramente, nei settant’anni di vita politica della Repubblica Italiana, le incertezze del conflitto politico negli Stati Uniti si sono riflesse in maniera così diretta nel nostro contesto nazionale come oggi. Gran parte delle fortune presenti e future del Governo Conte, pur tra tanti errori e difetti di impostazioni spesso grossolani, dipendono dalla sopravvivenza se non dall’affermazione dell’attuale leadership americana. Le elezioni di medio termine della Camera e del Senato statunitensi segneranno probabilmente un punto di svolta in un senso o nell’altro. Solitamente rappresentano una scadenza enfatizzata mediaticamente, ma dalle conseguenze poco rilevanti nella concretezza del confronto politico. Questa volta è diverso. Non a caso l’avvicinarsi dell’appuntamento è accompagnato da una serie di atti intimidatori di estrema gravità nei confronti di singoli esponenti politici della compagine conservatrice prossima al Presidente apparsi nella stampa nazionale americana e del tutto ignorati in quella europea. L’atteggiamento tattico adottato dalla compagine democratica e neocon teso a sopire lo spirito di militanza dello schieramento avverso non deve trarre in inganno. Di questo il blog renderà conto prossimamente. Sta di fatto che, per tornare a casa nostra, tutte le vecchie classi dirigenti europee sembrano in attesa di un evento salvifico che consenta loro di tornare rapidamente in sella. Gianfranco Campa, da par suo, nel frattempo ci illustra le varie possibilità che si potranno verificare in base all’esito di queste votazioni e, soprattutto, nella seconda parte ci svelerà alcuni risvolti inquietanti delle scelte di parte democratica riguardanti le candidature. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-27-1

decolli e naufragi, di Antonio de Martini

IN UN ORGIA DI LIQUIDITA’ L’AFRICA DECOLLA SOTTO IL NOSTRO NASO.

Il Senato degli Stati Uniti ha adottato il 3 di ottobre, un provvedimento ” storico” di cui nessuno ha parlato nei media italiani.

Gli USA hanno creato lo strumento per controbattere la penetrazione cinese in Africa:: l’USIDFC, una nuova istituzione finanziaria per lo sviluppo. ( United States Development Finance Corporation).

Si tratta della risposta americana al progetto ” ONE BELT, ONE ROAD” col quale la Cina si propone di ricreare una nuova ” via della seta” e sulla quale Xi JINPING, il presidente cinese, ha stanziato – lo scorso settembre – in occasione del ” FORUM PER LA COOPERAZIONE CINA-AFRICA tenutasi a Pechino- 60 miliardi di dollari di cui 15 da erogare parte come Doni e parte senza interessi.

Trump, un mese dopo, ha stanziato lo stesso ammontare e il Senato americano dilaniato da lotte mortali, in un eccezionale momento di coesione nazionale, ha votato il provvedimento a 93 contro 6, questo BUILD ACT, una legge per ottimizzare gli investimenti in Africa.

Il BUILD ACT ha ordinato la fusione di alcune agenzie americane L’Overseas Private Investment Corporation ( OPIC) e l’ United States Agency for International Development ( USAID).

Ai trenta miliardi di dotazione dell’ OPIC, il governo, oggi, ne ha aggiunti altri trenta e ha tolto il veto a investire direttamente nelle imprese finanziate e in Africa. Il modulo prescelto è la collaborazione pubblico/privato.

Si tratta di una opportunità storica per l’Africa ( 120 miliardi di dollari in totale) che contribuiranno al decollo del Continente a noi più vicino e che sancirà la nostra irrilevanza – anche in quanto europei- perché siamo incastrati in beghe di cortile e guidati , a livello europeo, da Agenti di potenze imperiali vecchie e nuove che sviano l’attenzione del mondo dal business del secolo.

Basterebbero le briciole di questo progetto per trasformare l’Italia nel trampolino del super sviluppo data la nostra vicinanza logistica, le nostre tecnologie e la nostra mancanza di un passato coloniale imbarazzante.

Vedrete che perderemo anche questo treno.

La necessità di un vertice Trump-Putin. Di Stephen F. Cohen, a cura di Giuseppe Germinario

La necessità di un vertice Trump-Putin. Di Stephen F. Cohen

Fonte: The Nation, Stephen F. Cohen , 06-06-2018

Dieci modi in cui la nuova guerra fredda USA-Russia diventa più pericolosa di quella cui siamo sopravvissuti.

 

3Stephen F. Cohen, professore emerito di studi e politica russa alla NYU (New York University) e Princeton, e John Batchelor discussioni continue (di solito) settimanali sulla nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia. (Puoi trovare gli episodi precedenti, ora al loro quinto anno, su TheNation.com. )

I rapporti recenti suggeriscono che un incontro formale tra i presidenti Donald Trump e Vladimir Putin è stata seriamente discussa a Washington e Mosca. Tali ‘vertici’ rituali ma spesso significativo, come venivano chiamati, sono stati utilizzati frequentemente durante il 40-year Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, tra gli altri, ridurre i conflitti e aumentare la cooperazione tra la due superpoteri. Erano i più importanti quando le tensioni erano le più forti. Alcuni hanno avuto molto successo, altri meno, altri sono stati considerati fallimenti. Date le circostanze politiche straordinariamente tossiche di oggi, anche lasciando da parte la forte opposizione di Washington (compresa all’interno dell’amministrazione Trump) ogni forma di cooperazione con il Cremlino, ci si chiede se qualcosa di positivo sarebbe venuto da un vertice Trump-Putin. Ma è necessario, anche imperativo, provare Washington e Mosca.

La ragione dovrebbe essere chiara. Come Cohen ha iniziato a discutere per la prima volta nel 2014, la nuova Guerra Fredda è più pericolosa della precedente e sta diventando sempre di più. È ora di aggiornare, anche brevemente, i motivi, di cui ce ne sono già almeno dieci:

  • 1.L’epicentro politico della nuova guerra fredda non è nella lontana Berlino, come è stato dalla fine degli anni ’40, ma direttamente ai confini della Russia, degli stati baltici e dell’Ucraina vicino a casa. ex repubblica sovietica della Georgia. Ognuno di questi nuovi fronti della Guerra Fredda è, o è stato recentemente, segnato dalla possibilità di una guerra calda. Le relazioni militari tra Stati Uniti e Russia sono particolarmente tese oggi nella regione del Baltico, dove è in corso un rafforzamento della NATO su larga scala, e in Ucraina, dove una guerra per procura tra Stati Stati Uniti e Russia si intensificano. Il “blocco sovietico” che fungeva da cuscinetto tra NATO e Russia non esiste più. E molti incidenti immaginabili sul nuovo fronte occidentale dell’Occidente, intenzionale o no, potrebbe facilmente innescare una vera guerra tra Stati Uniti e Russia. Qual è l’origine di questa situazione senza precedenti ai confini della Russia – almeno dall’invasione nazista nel 1941 – è, naturalmente, la decisione estremamente imprudente, alla fine del 1990 per espandere La NATO ad est. Nel nome della “sicurezza”, ciò ha solo aumentato l’insicurezza di tutti gli Stati interessati.
  • 2. Le guerre Proxy erano una caratteristica della vecchia Guerra Fredda, ma in genere limitate a ciò che era noto come il “Terzo Mondo” – in Africa, per esempio – e raramente coinvolgevano molti, se non nessuno, militari Sovietica o americana, per lo più solo denaro e armi. Le guerre per procura USA-Russia odierne sono diverse, situate al centro della geopolitica e accompagnate da troppi consiglieri militari, assistenti e forse persino da combattenti americani e russi. Due sono già scoppiati: in Georgia nel 2008, quando le forze russe hanno combattuto un esercito georgiano finanziato, addestrato e guidato da fondi e personale statunitensi; e in Siria, dove, a febbraio,dozzine di russi sono stati uccisi dalle forze anti-Assad sostenute dagli Stati Uniti. Mosca non ha reagito, ma si è impegnata a farlo se c’è “una prossima volta”, come potrebbe essere. Se è così, sarebbe una guerra diretta tra Russia e America. Nel frattempo, il rischio di un tale conflitto diretto continua a crescere in Ucraina, dove il presidente Petro Poroshenko, sostenuto dagli Stati Uniti ma politicamente imperfetto, sembra sempre più tentato di lanciare un nuovo attacco militare totale al Donbass controllato dai ribelli, sostenuto da Mosca. Se lo fa, e l’assalto non fallisce rapidamente come i precedenti, la Russia interverrà certamente nell’est dell’Ucraina con una “invasione” davvero concreta. Washington dovrà quindi prendere una decisione fatidica di guerra o pace. Avendo già rinunciato ai propri impegni nei confronti degli accordi di Minsk, che è la migliore speranza di porre fine pacificamente alla crisi ucraina che dura da quattro anni, Kiev sembra avere un impulso incrollabile per essere un cane da guerra. Certo, la capacità di provocazione e disinformazione è senza precedenti, come dimostra ancora una volta la settimana scorsa il “assassinio e la risurrezione” falso del giornalista Arkady Babchenko.
  • 3. La demonizzazione occidentale, ma soprattutto americana, del leader del Cremlino Putin, che dura da anni, non ha precedenti. Troppo ovvio ripetere qui, nessun leader sovietico, almeno da quando Stalin, è mai stato oggetto di diffamazione personale così prolungata, infondata e grossolanamente dispregiativa. Mentre i leader sovietici sono stati generalmente considerati partner negoziali accettabili per i presidenti degli Stati Uniti, anche a grandi vertici, Putin sembra essere un leader nazionale illegittima – nella migliore delle ipotesi “un KGB canaglia” nel peggiore dei casi un “padrino mafia “assassino.
  • 4. Inoltre, la demonizzazione di Putin ha generato diffamazione diffamatoria Russofobica della stessa Russia , o ciò che il New York Times e altri media mainstream hanno definito “la Russia di Vladimir Putin”.. Il nemico di ieri era il comunismo sovietico. Oggi è sempre più la Russia, delegittimando così la Russia come una grande potenza con legittimi interessi nazionali. “Il principio di parità”, come lo ha definito Cohen durante la precedente Guerra Fredda, il principio secondo cui entrambe le parti avevano interessi legittimi in patria e all’estero, che erano alla base della diplomazia e dei negoziati, e simboleggiato dai vertici dei leader – non esiste più, almeno sul versante americano. Né il riconoscimento che entrambe le parti erano da biasimare, almeno in parte, per questa guerra fredda. Tra gli influenti osservatori americani che riconoscono almeno la realtà della nuova guerra freddasolo la “Russia di Putin” deve essere criticata. Quando non c’è una parità riconosciuta e una responsabilità condivisa, c’è poco spazio per la diplomazia – solo per relazioni sempre più militarizzate, come stiamo assistendo oggi.
  • 5. Nel frattempo, la maggior parte delle misure di salvaguardia della guerra fredda – la cooperazione e norme di comportamento meccanismi reciprocamente osservate che si sono evolute nel corso dei decenni per prevenire la guerra calda delle superpotenze – sono stati spruzzati o compromesso, giacché la crisi ucraina nel 2014, come riconosciuto, quasi da solo, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres“La Guerra Fredda è tornata – con ardore raddoppiato ma con una differenza. I meccanismi e le protezioni per gestire i rischi di escalation che esistevano in passato non sembrano più essere presenti. ” recenti attacchi missilistici di Trump sulla Siria ha accuratamente evitato di uccidere russi lì, ma ancora una volta Mosca ha promesso di vendicarsi contro gli aggressori americani o altre forze coinvolte se c’è un “la prossima volta Come, di nuovo, ci possono essere alcuni. Anche il processo di controllo degli armamenti, che dura da decenni, potrebbe, dice un esperto, arrivare a “finire”. Se questo è il caso, ciò significherà una nuova corsa alle armi nucleari senza ostacoli, ma anche la fine di un processo diplomatico in corso che ha servito da cuscinetto per le relazioni USA-URSS in tempi di pessimi periodi politici. In breve, se ci sono nuove regole di condotta per la guerra fredda, non sono ancora state formulate e accettate reciprocamente. Questa semi-anarchia non tiene conto né della nuova tecnologia bellica degli attacchi informatici. Quali sono le sue implicazioni per il funzionamento sicuro dei sistemi di comando e controllo nucleare e anti-allarme nucleare russo e statunitense esistenti che proteggono da un lancio accidentale di missili ancora in stato di allerta?
  • 6. Le accuse su Russiagate che il presidente degli Stati Uniti è stato compromesso – o addirittura un agente del Cremlino – sono senza precedenti. Queste affermazioni hanno avuto conseguenze profondamente pericolose, tra cui l’assurda ma ripetuta dichiarazione come un mantra guerriera che “la Russia ha attaccato l’America” ​​durante le elezioni presidenziali del 2016; gli assalti paralizzanti al presidente Trump ogni volta che parla con Putin stesso o per telefono; e rendono Trump e Putin così tossici che persino la maggior parte dei politici, dei giornalisti e dei professori che capiscono i pericoli attuali sono riluttanti a denunciare i contributi americani alla nuova Guerra Fredda.
  • 7.Ovviamente, i media mainstream hanno svolto un ruolo deplorevole in tutto questo. Contrariamente al passato, quando i sostenitori del pro-rilassamento avevano un accesso pressoché uguale ai media tradizionali, i nuovi media odierni della Guerra Fredda rinforzano il loro discorso convenzionale secondo cui la Russia è l’unico responsabile. Non praticano la diversità di opinioni e relazioni, ma il “bias di conferma”. Le voci alternative (con, sì, fatti alternativi o opposti) appaiono raramente nei giornali mainstream più influenti in televisione o in radio. Un risultato allarmante è che la “disinformazione” generata da Washington e dai suoi alleati ha conseguenze prima che possa essere corretta. Il falso assassinio di Babchenko (presumibilmente ordinato da Putin, ovviamente) è stato prontamente denunciato, ma non il presunto tentativo di omicidio di Skripal nel Regno Unito, che ha portato alla più grande espulsione di diplomatici russi nella storia degli Stati Uniti prima della versione ufficiale di Londra di la storia non inizia a crollare. Anche questo non ha precedenti: la Guerra Fredda senza dibattito, che a sua volta ci impedisce di ripensare e rivedere spesso la politica americana che ha caratterizzato i 40 anni della precedente Guerra Fredda – in effetti, una “dogmatizzazione” forzata della politica americana che è estremamente pericoloso e antidemocratico. che ha portato alla più grande espulsione di diplomatici russi nella storia degli Stati Uniti prima che la versione ufficiale della storia di Londra iniziasse a crollare. Anche questo non ha precedenti: la Guerra Fredda senza dibattito, che a sua volta ci impedisce di ripensare e rivedere spesso la politica americana che ha caratterizzato i 40 anni della precedente Guerra Fredda – in effetti, una “dogmatizzazione” forzata della politica americana che è estremamente pericoloso e antidemocratico. che ha portato alla più grande espulsione di diplomatici russi nella storia degli Stati Uniti prima che la versione ufficiale della storia di Londra iniziasse a crollare. Anche questo non ha precedenti: la Guerra Fredda senza dibattito, che a sua volta ci impedisce di ripensare e rivedere spesso la politica americana che ha caratterizzato i 40 anni della precedente Guerra Fredda – in effetti, una “dogmatizzazione” forzata della politica americana che è estremamente pericoloso e antidemocratico.
  • 8.Così come non sorprende, e come molto diverso dalla 40enne Guerra Fredda, non c’è praticamente nessuna opposizione significativa nella corrente principale americana al ruolo degli Stati Uniti nella nuova Guerra Fredda – né nei media, né al Congresso, né nei due principali partiti politici, né nelle università, né a livello di base. Anche questo è senza precedenti, pericoloso e contrario alla vera democrazia. Basti pensare al silenzio assordante di dozzine di grandi aziende statunitensi che da anni fanno affari redditizi nella Russia post-sovietica, dalle catene di fast food e dalle case automobilistiche ai giganti dell’industria farmaceutica ed energetica. E confronta il loro comportamento con quello degli amministratori delegati di PepsiCo, dati di controllo, IBM e altre importanti società statunitensi che cercavano di entrare nel mercato sovietico negli anni ’70 e ’80, quando sostenevano e finanziavano anche organizzazioni e politici pro-rilassamento. Come spiegare oggi il silenzio delle loro controparti, che di solito sono così motivate dal profitto? Hanno paura di essere etichettati come “pro-Putin” o forse “pro-Trump”? Se è così, questa Guerra Fredda continuerà a svolgersi con esempi di coraggio molto rari negli alti luoghi? chi di solito è così motivato dal profitto? Hanno paura di essere etichettati come “pro-Putin” o forse “pro-Trump”? Se è così, questa Guerra Fredda continuerà a svolgersi con esempi di coraggio molto rari negli alti luoghi? chi di solito è così motivato dal profitto? Hanno paura di essere etichettati come “pro-Putin” o forse “pro-Trump”? Se è così, questa Guerra Fredda continuerà a svolgersi con esempi di coraggio molto rari negli alti luoghi?
  • 9. E poi c’è il mito diffuso che la Russia oggi, a differenza dell’Unione Sovietica, sia troppo debole – la sua economia troppo piccola e fragile, il suo leader troppo “isolato negli affari internazionali” – a condurre una Guerra Fredda duratura, e che alla fine Putin, che “scatole nella categoria superiore”, come vuole il cliché, capitolerà. Anche questa è un’illusione pericolosa. Come Cohen ha mostrato in precedenza“La Russia di Putin” è difficilmente isolata negli affari mondiali, e ancor meno, anche in Europa, dove almeno cinque governi si stanno allontanando da Washington e Bruxelles, e forse dalle loro sanzioni economiche. contro la Russia. In effetti, nonostante le sanzioni, l’industria energetica russa e le esportazioni agricole stanno prosperando. A livello geopolitico, Mosca ha molti vantaggi militari e connessi nelle aree in cui si è svolta la nuova Guerra Fredda. E nessuno Stato con armi nucleari e altre armi moderne in Russia sta combattendo “al di sopra della sua categoria”. Soprattutto, la stragrande maggioranza della popolazione russa si è radunata dietro a Putin perché crede che il suo paese sia sotto attacco dall’Occidente guidato dagli Stati Uniti.. Chiunque abbia una conoscenza rudimentale della storia russa comprende che è molto improbabile che possa capitolare in qualsiasi circostanza.
  • 10.Infine (almeno per il momento), c’è una crescente “isteria” di guerra, spesso evocata sia a Washington che a Mosca. È motivato da vari fattori, ma i programmi televisivi, che sono comuni in Russia come negli Stati Uniti, svolgono un ruolo importante. Solo uno studio quantitativo approfondito potrebbe discernere chi ha il ruolo più lamentevole nella promozione di questa frenesia – MSNBC e CNN o loro omologhi russi. Per Cohen, la caratteristica russa pessimista sembra appropriata: “I due sono i peggiori” (Oba khuzhe). Anche in questo caso, parte del dell’estremismo trasmissione americana esisteva nella precedente guerra fredda, ma quasi sempre equilibrata o addirittura superati dai pareri veramente informati e più saggio, ora in gran parte esclusa.

Questa analisi dei pericoli insiti nel nuovo estremista o allarmista della guerra fredda? Persino alcuni specialisti normalmente riluttanti sembrano concordare con la valutazione generale di Cohen. Gli esperti riuniti da un think tank di centro a Washington hanno pensato che su una scala da 1 a 10 ci sono da 5 a 7 reali opportunità di guerra con la Russia. Un ex leader britannico del MI6 ha riferito che “per la prima volta nella memoria dell’uomo esiste una possibilità realistica di un conflitto di superpotenze”. E un rispettato generale russo in pensione ha detto allo stesso gruppo di esperti che qualsiasi confronto militare “si tradurrà nell’uso di armi nucleari tra gli Stati Uniti e la Russia”.

Nelle attuali circostanze disastrose, un vertice Trump-Putin non può eliminare i nuovi pericoli della Guerra Fredda. Ma i vertici USA-Sovietici hanno tradizionalmente servito tre scopi corollari. Hanno creato una sorta di partenariato per la sicurezza – non è una cospirazione – che ha coinvolto limitato capitale politico di ciascun dirigente del paese, l’altro dovrebbe riconoscere e non mettere a repentaglio il indipendentemente. Hanno mandato un messaggio chiaro ai rispettivi burocrazie della sicurezza nazionale dei due leader, che spesso non ha favorito un tipo di rilassamento di cooperazione, il “capo” è stato determinato e che dovrebbero porre fine alla loro lentezza o addirittura di sabotaggio. E i vertici, con i loro solenni rituali e la loro intensa copertura, hanno generalmente migliorato l’ambiente politico-mediatico necessario per rafforzare la cooperazione nel mezzo dei conflitti della guerra fredda. Se un vertice di Trump-Putin raggiunge anche alcuni di questi obiettivi, potrebbe portare ad un allontanamento dal precipizio che al momento sta minacciando.

Stephen F. Cohen è professore emerito di studi e politica russa presso la New York University e la Princeton University e redattore di The Nation .

Fonte: The Nation, Stephen F. Cohen , 06-06-2018

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