Italia e il mondo

Inerzia e punti di svolta_ di Giacomo Gabellini

Nell’ottica statunitense, l’Ucraina continua a rappresentare una pedina preziosa, sistematicamente impiegata per mettere alle corde la Russia nell’attuale fase ma potenzialmente riciclabile, in un’ottica di medio-lungo periodo, come merce di scambio in nome di un riavvicinamento tra Washington e Mosca funzionale al contenimento della Cina. Prospettiva apparentemente inconcepibile, alla luce del fervore anti-russo che anima gli ambienti neoconservatori fortemente sovrarappresentati all’interno dello “Stato profondo”, ma pur sempre presente nel novero delle opzioni strategiche e proprio per questo pro-fondamente temuta dai leader russofobi e ultra-atlantisti della “nuova Europa”. I quali non perdono occasione per trascinare l’imbelle Unione Europea verso una posizione di crescente ostilità nei confronti della Russia – dai risultati catastrofici dal punto di vista sia economico che strategico – proprio perché persuasi che il rango dei loro Paesi, e i relativi dividendi di natura economica e (geo)politica che ne derivano, risulti direttamente subordinato al grado di rilevanza che gli Stati Uniti attribuiscono all’accerchiamento della Russia.
Osservata dal punto di vista strettamente geopolitico, infatti, la dottrina del rollback applicata da Washington nei confronti della Federazione Russa denota una smaccata illogicità di fondo. Prima d’ora, gli Stati Uniti non si sono mai trovati nelle condizioni di affrontare un avversario come la Repubblica Popolare Cinese, che va ogni giorno di più attrezzandosi per soverchiare gli Usa sotto il profilo economico, tecnologico e militare. Attualmente, gli sforzi della Casa Bianca e del Congresso si concentrano sulla rottura del legame di dipendenza sviluppato dalle imprese multinazionali statunitensi nei confronti della manifattura cinese, attraverso la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento, la rinazionalizzazione delle industrie strategiche e l’imposizione di nuovi standard produttivi concepiti appositamente per colpire l’ex Celeste Impero.
Ammesso – e non concesso – che l’ambiziosissimo progetto giunga effettivamente a realizzazione, occorreranno comunque decenni per riconfigurare le filiere, rimpatriare gli impianti delocalizzati a partire dai primi anni ’80 e rimodellare la globalizzazione in base ai propri interessi specifici. I numeri, d’altra parte, sono largamente favorevoli alla Cina, dal punto di vista sia demografico che economico. Per cui, insistono i più illustri esponenti della corrente di pensiero realista, è tempo di abbandonare le velleità di dominio maturate durante il breve periodo unipolare e prendere atto che gli Stati Uniti non dispongono più dei mezzi né dell’autorità sufficiente per piegare il resto del mondo alle proprie direttive. All’inizio degli anni ’70, quando gli Stati Uniti erano alle prese con la dispendiosissima e fallimentare Guerra del Vietnam, fu una constatazione di questo genere a spingere Nixon e Kissinger a superare le barriere di carattere ideologico consustanziali alla Guerra Fredda per aprire alla Repubblica Popolare Cinese e condannare l’Unione Sovietica a un fatale isolamento politico ed economico.
All’epoca, Washington conseguì il risultato capitalizzando politicamente i timori e le questioni aperte tra Mosca e Pechino, a coronamento di un meticoloso lavoro preparatorio che denotava una profonda consapevolezza circa le opportunità potenzialmente costruttive offerte dallo scenario multipolare in via di costituzione. Oggi, la logica della strategia imporrebbe ai decisori statunitensi l’adozione di un approccio altrettanto pragmatico, implicante cioè la predisposizione di una manovra di avvicinamento verso il Cremlino basata sul riconoscimento degli interessi nazionali russi e la strumentalizzazione delle non inesistenti divergenze tra Mosca e Pechino. In primo luogo perché la Russia «non ha la taglia per scalare la vetta del potere planetario. Ma è la quantità marginale che gettando il suo peso sull’uno o sull’altro piatto della bilancia può decidere della partita fra Stati Uniti e Cina»; un’alleanza tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese raggiungerebbe la massa critica per «squilibrare il parallelogramma delle forze a danno di Washington». Un’intesa con il Cremlino, viceversa, permetterebbe a Washington di riposizionare nell’area dell’Indo-Pacifico le risorse attualmente dedicate all’accerchiamento della Federazione Russa in Europa orientale, Caucaso e Medio Oriente, e focalizzare così l’attenzione sulla questione di gran lunga più cogente, costituita dall’ascesa della Cina e dalla rapidità con cui Pechino continua implacabilmente ad erodere i residui vantaggi di cui godono ancora gli Usa.
Non è un caso che il più convinto sostenitore della linea della normalizzazione dei rapporti con Mosca sia proprio Henry Kissinger, il principale architetto dell’intesa sino-statunitense del 1972. In un’intervista rilasciata a «The Atlantic» nel 2016, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale e segretario di Stato di Nixon raccomandava di guardare alla Russia «non come a un avversario, ma come a un partner con cui trovare una soluzione».
Sulla strada che conduce all’attuazione delle direttive kissingeriane si ergono una serie di ostacoli formidabili, a partire dall’impellente necessità dell’apparato dirigenziale Usa di preservare un “nemico perfetto” attraverso cui (tentare) tenere insieme i pezzi di una società domestica frustrata, impoverita e pericolosamente avviata verso la disgregazione, e legittimare allo stesso la sopravvivenza di un’organizzazione obsoleta e sempre più contestata come la Nato. La quale costituisce a sua volta la migliore garanzia per la perpetuazione dell’occupazione militar-strategica statunitense di un teatro di primaria importanza come l’Europa, che nella visione profondamente influenzata dalle teorizzazioni di Mackinder e Brzezinski tuttora imperante nel mondo degli “apparati” di Washington risulta imprescindibile per prevenire qualsiasi forma di collaborazione tra Russia ed Europa (leggi: Germania) in grado di ridimensionare la supremazia Usa. Di qui la decisione statunitense di pianificare la sovversione degli equilibri politici interni all’Ucraina per trasformarla in un cuneo da frapporre tra Mitteleuropa e Russia votato all’isolamento dell’Heartland, e intensificare al contempo la pressione militare (espansione della Nato, moltiplicazione delle esercitazioni dell’Alleanza Atlantica in Europa orientale), economica (inasprimento delle sanzioni) e politica (strumentalizzazione del caso Naval’nyj e delle proteste in Bielorussia) sulla Russia.
Kissinger è stato tra i pochissimi – nell’intervista a «The Atlantic», è egli stesso a definire minoritaria” la sua scuola di pensiero – a cogliere la natura spiccatamente difensiva delle mosse compiute da Vladimir Putin a partire dal 2014, e a rendersi conto che nessun leader russo avrebbe mai potuto accettare la prospettiva, resa particolarmente concreta dal colpo di Stato di “Euro-Majdan”, di ritrovarsi la Nato saldamente impiantata in Crimea e alle porte dello stesso bassopiano sarmatico attraversato dalle armate di Napoleone ed Hitler. L’annessione della penisola, attuata con il consenso schiacciante della popolazione locale, ha preservato il controllo russo sull’importantissimo porto di Sebastopoli, mentre l’appoggio garantito alle repubbliche secessioniste di Luhans’k e Donec’k ha permesso alla Federazione Russa di frapporre un imprescindibile cuscinetto fra sé e la Nato. Le cui porte rimangono aperte non solo per l’Ucraina, ma anche per la Georgia, come dichiarato sia dal segretario di Stato Blinken che dal segretario generale dell’Alleanza Stoltenberg. Ai due Paesi, la possibilità era già stata prospettata durante il vertice della Nato di Bucarest dell’aprile 2008, pochi mesi prima che Saakashvili ordinasse l’attacco contro Abkhazia e Ossezia del Sud innescando l’escalation culminata con la sconfitta militare della Georgia ad opera della Russia. A dispetto di quanto prospettato da alcuni6, le intenzioni del Cremlino non vertono sull’annessione del Donbass sulla falsariga del precedente della Crimea, ma sulla stretta osservanza degli Accordi di Minsk, implicanti la concessione di uno statuto speciale alle regioni di Luhans’k e Donec’k (dove i russi etnici sono in maggioranza) che assicuri alla Russia una “quinta colonna” interna allo Stato ucraino di cui avvalersi per influenzare il processo decisionale di Kiev – per lo stesso, identico motivo, la leadership ucraina ostacola l’applicazione dell’intesa raggiunta in Bielorussia e ne invoca la revisione.
A ennesima riprova del fatto che, ristabilito l’equilibrio strategico grazie alla messa a punto di un formidabile arsenale nucleare, la priorità odierna della Russia consiste nel sigillare i propri confini occidentali, consolidando la propria influenza entro gli ex satelliti al fine di ricostituire legami politico-economico-commerciali con il proprio “estero vicino” confluito sotto l’ombrello militar-strategico statunitense e impedire un’ulteriore espansione della Nato verso est. Una logica pressoché analoga si riscontra nella sempre più spiccata propensione del Cremlino a raggiungere compromessi tattici con la Turchia dell’ambiguo e inaffidabile Erdoğan, e ad attingere alla vasta gamma di strumenti di guerra ibrida per intervenire in scenari critici quali quello libico e, soprattutto, siriano. Dove «sul campo i proiettili russi colpiscono i nemici di Assad, ma simbolicamente sono una sorta di “fuoco di interdizione” a un intervento occidentale, per evitare uno scontro diretto tra grandi potenze. In qualche modo, i russi stanno “segnando” il proprio spazio di influenza» nel tentativo di ricavarsi aree strategiche in cui operare per far fronte alla crescente aggressività degli Stati Uniti e della Nato. La cui ostinata renitenza a riconoscere a Mosca qualsiasi legittimità nell’esercizio di influenza nel proprio “estero vicino” ha portato alla formazione di una sorta di “vallo eurasiatico” che, nelle intenzioni di Washington, dovrebbe «interrompere arterie secolari, in grado di assicurare la circolazione di beni materiali, culture, costumi, tradizioni, religioni, dialogo interetnico che si era sviluppata dall’antichità all’età di mezzo, dall’era moderna a quella contemporanea fino ai nostri giorni».
differenza di quella originaria, per di più, la nuova “cortina di ferro” appare strutturalmente votata a produrre frizioni anziché (relativa) stabilità, soprattutto perché priva di una collocazione geografica fissa. Essa non corre più “da Stettino a Trieste”, ma da Murmansk a Sebastopoli, sfiorando la direttrice San Pietroburgo-Rostov. La “linea del fronte” si è quindi spostata 1.200 km più a est, a una distanza dal cuore storico, demografico ed economico della Russia mai così pericolosamente ridotta dai tempi di Ivan in Grande. La presenza della Nato a ridosso dei confini russi priva il Cremlino dello spazio necessario a qualsiasi forma di arretramento, costringendo Mosca a reagire a ogni iniziativa dello schieramento nemico con la durezza e l’imprevedibilità ravvisabili in qualsiasi soggetto che si ritrovi nelle condizioni di dover fronteggiare minacce di tipo esistenziale. Di qui l’inequivocabilità con cui Putin ha indicato nel mantenimento dell’Ucraina in uno stato di neutralità geopolitica e nella permanenza della Bielorussia entro la sfera d’influenza russa – con o senza Lukašenko – le due “linee rosse” di cui non verrà d’ora in poi tollerata in alcun modo la violazione.
Come ha osservato Stephen Cohen, eminente russologo statunitense recentemente scomparso, «l’epicentro politico della “nuova Guerra Fredda” non si trova più nella lontana Berlino, come accadeva nei tardi anni ’40, ma direttamente ai confini della Russia, all’altezza dei Paesi baltici, dell’Ucraina e di un’altra ex repubblica sovietica, la Georgia. Da ciascuno di questi fronti potrebbe scaturire la scintilla in grado di scatenare una guerra […], perché il blocco sovietico che un tempo fungeva da cuscinetto tra la Nato e la Russia non esiste più», grazie all’espansione dell’Alleanza Atlantica verso est avviata nella seconda metà degli anni ’90 per iniziativa di Washington. Un processo che George Kennan, massimo architetto della dottrina del containment, aveva caldamente sconsigliato di innescare già nel 1997; a suo avviso, l’allargamento della Nato avrebbe infatti «infiammato le tendenze nazionalistiche, anti-occidentali e militariste in seno all’opinione pubblica russa; prodotto un effetto negativo sullo sviluppo della democrazia russa; rigettato le relazioni tra est e ovest nel clima della Guerra Fredda e indirizzato la politica estera di Mosca verso direzioni a noi sfavorevoli».
I decisori di Washington hanno puntualmente ignorato il monito di Kennan, in nome di una hybris imperiale che continua ancora oggi a definire le direttrici strategiche statunitensi nonostante il palese declino politico, economico e sociale che attanaglia il Paese. Lo si evince dall’ostinazione con cui l’apparato dirigenziale Usa si prodiga per impedire che gli equilibri geopolitici mondiali assumano una configurazione multipolare, nell’ambito di una “fatica di Sisifo” intrapresa in base all’illusoria convinzione di poter invertire un processo storico ineluttabile. Anche a costo di spingere il pianeta sull’orlo del disastro.Tratto da facebook

DA MAYERLING A MINSK, di Antonio de Martini

DA MAYERLING A MINSK
La guerra si avvicina.
Alle minacce di “ sanzioni economiche mai viste” fatte dai portavoce dell’occidente circa l’Ucraina, la Russia ha risposto, per bocca del suo capo minacciando brutalmente “sanzioni militari”.
Pensando che l’Ucraina sarebbe stata filo russa per sempre, all’atto dello scioglimento dell’URSS, le conferirono la Crimea e un grande stock di armi nucleari pensando di scaricare dei costi.
Ora paventano l’adesione ucraina alla NATO.
La Russia di Eltsin, all’atto della stesura delle intese con gli USA , diede per assodata l’esistenza sempiterna di una serie di protettivi stati cuscinetto appartenenti all’ex patto di Varsavia e non pretese di mettere nero su bianco.
Succede quando si vuole restare nell’ombra e nei negoziati ci si fa rappresentare da un alcolista.
Gli ex paesi dell’est si stanno, ad uno a uno, facendo incantare dall’idea che aderire alla NATO sia lo stesso che aderire all’Europa e con questo si sono fatti sfuggire la possibilità di creare un blocco di stati neutrali in grado di diventare aghi della bilancia.
Pensavano anche loro che non ci sarebbe più stata una rivalità russo americana da arbitrare.
Per ovviare al grande errore di ingenuità commesso, i russi hanno fatto un colpo di mano in Crimea che ha sorpreso gli USA, provocando una crescente aggressività politico-economica ma non militare ( come deciso da Chamberlain contro la Germania nel 36 in attesa di riarmare).
Gli Stati Europei, troppo poco e troppo tardi, vogliono distinguersi dalla NATO creando in esercito europeo distinto.
I russi pensano , come Hitler con Danzica e Saddam col Kuwait, di aver avuto mano libera e progettano un colpo di mano sull’Ucraina o almeno sul Donetz.
Adesso siamo in balia del menomo errore di valutazione di un elenco sterminato di cretini chiamati “ le cancellerie” che hanno una tradizione centenaria di giudizi errati e esiti terribili.
Nessuno invoca più la “ pace in terra agli uomini di buona volontà “.
Anche il Papa divaga sul sociale e i migranti e monta il presepe senza la scritta tradizionale.
Ken Follet, nel suo ultimo best seller natalizio evoca il caso della guerra mondiale per errori che tradiscono le intenzioni, ma nessuno dice che dal 1914 in poi ogni errore fu provocato e sfruttato con abilità per distruggere un rivale ingombrante.

Sulle strategie di approccio alla pandemia da Coronavirus: tiriamo le fila_di Roberto Buffagni

Sulle strategie di approccio alla pandemia da Coronavirus: tiriamo le fila

Cari amici vicini & lontani,

proviamo a tirare le fila di questo enorme pasticcio.

Premessa: lo scritto che segue è interamente congetturale. Non ho informazioni privilegiate, non ho competenze epidemiologiche o scientifiche, non ho il numero di telefono del Fato. Come tutti ho osservato gli eventi, e sulla base delle mie esperienze e riflessioni mi sono fatto un’idea di come e perché le cose sono andate così. Ho cercato di mettermi nei panni di chi ha preso le decisioni rilevanti e di chi vi reagiva, di comprenderne le motivazioni, e di individuare le principali dinamiche psicologiche e sociali che ci hanno condotti qua, a questo tragicomico casino. Quindi, tutto ciò che segue è congettura, e l’esposizione di fatti e loro cause che propongo è soltanto verisimile: verisimile secondo me, ovviamente. Vedete voi se siete d’accordo, in tutto o in parte. Benvenuta ogni critica espressa in forma cortese.

Nel marzo 2020, all’esordio dell’epidemia, ho scritto un breve articolo, I due stili strategici di gestione dell’epidemia a confronto1, che con mio grande stupore ha avuto circa un milione (sì, avete letto bene) di letture e una miriade di citazioni sulla stampa, e persino in articoli scientifici.

In estrema sintesi, affermavo che le due polarità di approccio strategico all’epidemia erano:

Stile 1. Non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati e si sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione, nessun sistema sanitario essendo in grado di prestare cure ospedaliere all’alto numero di malati che ne abbisognano.

Ratio stile 1: prevenire il grave danno economico che consegue alle misure di confinamento della popolazione, accrescere la propria potenza economico-politica relativa rispetto agli Stati che scelgono lo stile 2, e con un’azione rapida e violenta, cogliere un vantaggio strategico immediato sugli avversari.

Stile 2: Si contrasta anzitutto il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione.

Ratio stile 2: accettare il danno economico temporaneo, e, così proteggendo la propria popolazione, rafforzarne la coesione sociale e culturale, per infondere “uguali propositi nei superiori e negli inferiori” (Sun Tzu) e cogliere un vantaggio strategico di lungo periodo sugli avversari.

Riconducevo infine le scelte di stile strategico degli Stati alla cultura, non solo politica, in essi prevalente.

In contemporanea all’esordio dell’epidemia, accade quanto segue.

Il centro del sistema politico occidentale, gli Stati Uniti d’America all’epoca presieduti da Donald Trump, sceglie d’istinto lo stile 1 (compatibilmente al margine di autonomia decisionale degli Stati, che specie quando siano diretti dai Democrat fanno scelte diverse, più prossime allo Stile 2). Il governo federale tende a ridurre al minimo i confinamenti, senza imporli mai, e incarica i suoi consulenti medico-scientifici di approntare cure efficaci nel minor tempo possibile. Obiettivo principale: garantire il normale funzionamento del sistema economico; obiettivo secondario: ridurre al minimo l’intervento del governo federale nella vita quotidiana degli americani. La ratio culturale è liberal-darwinista: il primo bene da preservare è la libertà individuale, anzitutto la libertà economica di confliggere sul mercato, simbolicamente assimilato alla frontiera, uno dei maggiori miti di fondazione degli USA; il secondo bene da proteggere è l’autonomia degli individui e delle comunità locali dall’invasiva ingegneria sociale del governo federale, connotato tipico dell’avversario politico Democrat, e tradizionalmente odiato dagli elettori del Presidente Trump.

Ovviamente questa scelta strategica ha un costo, e offre l’immagine di uno Stato che non protegge o protegge poco la popolazione dall’epidemia: mentre la funzione primaria di ogni Stato è, appunto, proteggere la sua popolazione. Seguono le elezioni presidenziali, e Trump viene sconfitto con un lieve margine. Egli contesta il risultato, a suo dire viziato da gravi brogli. È probabile che i brogli vi siano effettivamente stati (è un fenomeno ricorrente nel sistema elettorale USA) ma è assai verisimile che l’esito elettorale consegua anche alla sua strategia di approccio all’epidemia da Coronavirus: molti americani che altrimenti avrebbero potuto appoggiare Trump hanno sentito che il Presidente non si curava di proteggerli dal morbo, e quindi non lo hanno votato.

Nel frattempo, in Italia. Nel frattempo in Italia si inaugura un monumentale, tragicomico pasticcio. Anzitutto, i decisori politici si accorgono che non esiste alcun piano nazionale operativo aggiornato, utilizzabile per reagire all’epidemia di un morbo ignoto e molto contagioso, sebbene, grazie al Cielo, esso abbia conseguenze letali molto ridotte. Si accorgono anche che la frammentazione istituzionale introdotta dalla regionalizzazione, che ha affidato alle Regioni le responsabilità sanitarie, ha seminato il caos nella gerarchia delle competenze e delle decisioni in una situazione di emergenza; condizione esiziale in quel contesto, ove il requisito primo per reagire con efficacia e urgenza sarebbe l’unità di comando. Il governo potrebbe legalmente avocarsela, ma non lo fa perché è politicamente troppo debole e teme le reazioni dei presidenti di Regione, molti dei quali appartengono all’opposizione. Preferisce, al contrario, manipolare tatticamente gli eventi e giocare, al pari degli avversari politici, al rimpallo delle responsabilità. La risposta dunque è disorganica, contraddittoria e lenta, ossia l’esatto contrario di quel che dovrebbe essere per circoscrivere e contenere il contagio. L’efficacia delle misure sanitarie dipende, in buona sostanza, dalla qualità professionale e umana dei dirigenti sanitari delle Regioni, e dall’ascolto che trovano presso il personale politico dirigente. Dove i dirigenti sanitari sono competenti e sanno farsi ascoltare, ad esempio in Veneto, le misure adottate in quella fase sono adeguate. Dove i dirigenti sanitari sono incompetenti e yesmen, ad esempio in Lombardia, si verificano veri e propri disastri.

Le forze politiche, dal canto loro, annaspano. Sulle prime, ciascuna forza politica reagisce pavlovianamente incollando i propri slogan preferiti all’emergenza epidemica. Il PD invita ad abbracciare un cinese, tirando in ballo l’antirazzismo. La Lega sbandiera Milano che non si ferma e non si deve fermare, fotocopiando i timori per l’interruzione dell’attività economica della sua base sociale ed elettorale. Eccetera, con più rovesciamenti di posizione bipartisan di 180°; un eccetera che non dettaglio perché appartiene alla storia della comicità (nera) più che alla storia d’Italia.

Quando ormai il contagio è nazionale, il governo centrale e i governi regionali prendono atto di un minimo di realtà, e si accordano per decretare il confinamento della popolazione: un confinamento severo ma non totale. È l’unica misura possibile nell’immediato per prevenire un collasso del sistema sanitario, altrimenti certo, perché il morbo è molto contagioso, i ricoveri ospedalieri specie in terapia intensiva e sub-intensiva sarebbero percentualmente troppi se il contagio dilagasse, e ovviamente manca esperienza clinica di cura del Covid19. Il disordine istituzionale si rivela endemico come il Coronavirus; l’apparato amministrativo è poco flessibile e articolato; il ceto politico, per inveterata abitudine, si limita a promulgare provvedimenti e non sa seguirne e verificarne la concreta attuazione. Non viene predisposto niente in merito alle cure domiciliari. Non viene predisposto un piano logistico per l’approntamento di padiglioni ospedalieri dedicati al solo Covid19, sia mediante precettazione di strutture già esistenti, sia mediante costruzione di ospedali da campo (l’esercito sa costruire in una settimana un ospedale da campo in zona di guerra). Soprattutto, non viene trovata l’unità di comando, ma il blando surrogato di una “cabina di regia”, all’interno della quale non si accomodano Stanley Kubrick, Federico Fellini o Martin Scorsese, ma mestieranti buoni per i B movies. La popolazione nel suo insieme si sottomette al confinamento volentieri, con disciplina, perché riconosce l’effettiva necessità della misura e si attende che produca il ritorno alla normalità, come ostendono dai balconi d’Italia gli striscioni casalinghi che profetizzano “Andrà tutto bene”.

Nel contempo, nel “sovranismo” italiano (e non solo italiano), una quota della popolazione significativa (v. votanti per M5* e Lega nelle ultime elezioni politiche), si diffonde un altro morbo, stavolta psichico: l’irrazionalità. Salvo eccezioni individuali, anche numerose ma non organizzate, molti “sovranisti” cortocircuitano le misure di confinamento della popolazione dettate dallo stato di emergenza sanitaria con una tendenza – beninteso reale e importantissima – della società occidentale odierna. È la tendenza verso il controllo tecno-burocratico, legittimato su basi scientiste; in due parole, la “gabbia d’acciaio” weberiana che si fa sempre più fitta e oppressiva, erode le basi reali delle Costituzioni democratiche, invade le vite personali degli individui, impone i propri ukase come uniche scelte razionali possibili. Da questo cortocircuito nascono spassose antropomorfizzazioni (Cupolone Mondialista che ti imporrà il chip sottopelle e ridurrà del 50% la popolazione mondiale) escursioni nell’escatologia (inaugurazione dell’Apocalissi, protagonisti Papa Francesco e Soros) secche negazioni della realtà effettuale (il Covid19 non esiste o al massimo è una blanda influenza o è stato diffuso intenzionalmente dai powers that be) e un ampio ventaglio di combo tra queste ed altre simbolizzazioni deliranti della situazione reale; alcune delle quali, generate da persone intelligenti e immaginose, non prive di valore come spunto per la fiction letteraria e televisiva.

In effetti, Thomas Mann prese lo spunto per scrivere La montagna magica da una sua visita a Davos, per accompagnare la moglie che si recava in sanatorio per un periodo di cura. Il direttore lo invitò a fermarsi anch’egli per un po’, che male non faceva, ma Mann si rifiutò. Rientrato, certo si chiese: “Che sarebbe accaduto se mi fossi fermato lassù?” Risultato, il celeberrimo romanzo filosofico, dove nella cornice di una casa di cura per malattia epidemica qual era la tubercolosi, si mette in scena la crisi cruciale d’un’intera civiltà. Come si vede, il cortocircuito simbolico dei “sovranisti” e il cortocircuito simbolico di Mann funzionano esattamente allo stesso modo. Il risultato però è diverso perché a) l’analisi di una realtà effettuale e la sua trasposizione letteraria rispondono a diverse categorie di verità e di senso b) Mann non perde mai il controllo razionale sul materiale simbolico incandescente che mette in forma, i “sovranisti” invece lo perdono eccome. Ne consegue che La montagna magica è molto utile per capire la realtà storica (oltre ad essere altre cose, per esempio un capolavoro della letteratura), mentre le simbolizzazioni deliranti dei “sovranisti” aumentano la confusione e basta. Le rare eccezioni individuali che non perdono la testa provano a richiamare alla realtà i girovaghi, ma non ci riescono perché quando si inizia a delirare non si riceve più la lunghezza d’onda della ragione, e per risintonizzarsi ci vuole lo scossone di un impatto frontale con la realtà.

Dopo la sconfitta di Trump, sale al centro decisionale USA il partito progressista Democrat. Grazie al confinamento, attuato in diversi Stati dell’Unione, e ad altri fattori quali la stagione calda, l’epidemia di Covid19 pare regredire. I consulenti medico-scientifici del governo statunitense, tra i quali in prima fila organizzazioni internazionali quali l’OMS, presentano ai decisori politici, in buona sostanza, un solo rimedio all’epidemia: il vaccino, ossia la specifica risposta tecnica richiesta con insistenza dalla precedente presidenza Trump. Tutte le nazioni industrializzate, occidentali e no, hanno lavorato all’approntamento di un vaccino, che, se efficace, sarebbe in effetti la soluzione più rapida e radicale del problema Covid19. Ovviamente, visti i tempi ristrettissimi, è impossibile sapere con certezza sia quanto siano efficaci i vaccini, sia quali siano i loro effetti collaterali indesiderati, gravi e meno gravi. È notevole il fatto che la principale industria produttrice di vaccini, la Merck, abbia scelto di non ricercarne uno, e di incaricare invece il proprio reparto Ricerca e Sviluppo di mettere a punto farmaci per le cure. O meglio, il fatto sarebbe notevole, ma non viene notato dai decisori politici.

Al decisore politico centrale del sistema politico occidentale, gli Stati Uniti d’America, viene dunque presentata dai consulenti una sola opzione tecnica: vaccinare. Il decisore politico, per adottare la strategia di risposta al morbo, deve rispondere alle seguenti domande:

  1. allo stato degli atti, si può avere la certezza che il vaccino eradicherà il morbo? La risposta razionale è: “no”.

  2. allo stato degli atti, si può avere la certezza che il rapporto rischi/benefici del vaccino sia favorevole sempre e per tutti? La risposta razionale è “no”. Si può avere la ragionevole certezza che il rapporto rischi/benefici del vaccino sia favorevole per le categorie di popolazione che il morbo più mette a grave rischio (es., i vecchi, o chi sia affetto da particolari patologie), non si può averla per gli altri.

Il decisore politico deve inoltre tener conto di tre obiettivi politici per lui importanti:

  1. garantire il funzionamento del sistema economico e il ritorno alla normalità nel più breve tempo possibile

  2. far sentire protetti dal morbo i cittadini americani, così differenziandosi dall’avversario politico che ha scontato il proprio opposto approccio strategico all’epidemia

  3. riaffermare la primazia culturale e politica degli Stati Uniti d’America come paese-guida del mondo intero in un periodo di crisi imperiale, obiettivo che presenta il vantaggio collaterale di un’ulteriore differenziazione rispetto all’avversario politico interno Trump, e alle sue velleità isolazioniste.

Il decisore politico statunitense coglie immediatamente l’importanza dei tre obiettivi politici principali c), d), e); e, forse perché deve rispondere sotto la forte pressione dell’urgenza, non presta la dovuta attenzione alle due domande, a) e b), che dovrebbero guidare la sua scelta; o non le prende in considerazione, o le prende in considerazione senza riflettervi seriamente, rispondendosi “sì, all’incirca, più o meno”.

Questo è un fenomeno ricorrente nella formazione delle decisioni politiche difficili e urgenti, che devono sempre semplificare tanto la scelta, quanto l’enorme quantità di informazioni disponibili, e devono per di più mediare la pressione dei grandi interessi politici ed economici che si affollano intorno al decisore. La fretta poi è la peggiore delle consigliere: una delle raccomandazioni consuete ai generali responsabili di decisioni strategiche urgenti in tempo di guerra è di concedersi sempre un tempo di riflessione, per lasciar decantare le emozioni, e analizzare razionalmente la congerie di stimoli e informazioni che li assalgono.

Fatto sta che il decisore politico centrale del sistema occidentale prende una decisione sbagliata, questa:

  1. l’unica strategia di risposta all’epidemia è il vaccino (ovviamente, il nostro vaccino)

  2. il vaccino garantirà il pieno ritorno alla normalità: ossia, l’eradicazione del morbo, anche se questa non viene promessa esplicitamente; si promette per un po’ l’immunità di gregge finché non balza agli occhi che è impossibile ottenerla perché il virus continua a mutare

  3. essendo l’epidemia una pandemia mondiale, ed essendo necessario garantire le comunicazioni globali per un ritorno alla piena normalità, la strategia di risposta al morbo dovrà essere mondiale

  4. dunque, dobbiamo vaccinare tutto il mondo, e lo vaccineremo.

Ora, già solo menzionare l’obiettivo di vaccinare tutto il mondo è un forte segnale di irrazionalità, perché nella pratica è impossibile. Si può vaccinare molto, moltissimo, ma non si può vaccinare tutto il mondo perché in vaste plaghe della Terra non ci sono le condizioni politiche e tecniche minime per vaccinare tutti; e se il vaccino non protegge al 100%, per riaccendere un focolaio di contagio, anche in un paese dove sia vaccinato il 100% della popolazione, basta l’ingresso di una sola persona contagiosa. Che il vaccino non protegga al 100% i vaccinati era già noto al decisore. È poi impossibile sigillare le frontiere e prevenire l’infiltrazione di singole persone.

In sintesi, e omettendo per brevità altre considerazioni: la strategia di eradicazione del morbo è irrazionale. La strategia razionale è, o meglio sarebbe, una strategia di contenimento del morbo, che si articoli su varie risposte flessibili: vaccino per le categorie di popolazione che presentano un rapporto rischi/benefici favorevole; intensificazione della ricerca e sviluppo delle cure; approntamento di padiglioni ospedalieri dedicati al Covid19; continuazione e intensificazione della ricerca e sviluppo sui vaccini; immunità naturale che si estende nelle categorie di popolazione a minor rischio, non vaccinate; varie ed eventuali.

La razionalità, però, è spesso fuori stanza quando entrano in ufficio obiettivi politici importanti, e riflessi condizionati culturali decisivi. Nel caso presente, il riflesso condizionato decisivo è l’asserzione della potenza culturale, tecnica, scientifica, degli Stati Uniti d’America, la riaffermazione della loro egemonia sul mondo intero, la prova della loro fiducia in se stessi e nella loro capacità di fare cose apparentemente impossibili, nella loro cultura del “can do”.

A questo punto, il dado è tratto. I consulenti del decisore centrale statunitense hanno ricevuto, forte e chiaro, il messaggio di quel che il decisore desidera sentirsi dire; e com’è naturale, quasi tutti glielo dicono. Non hanno bisogno di mentire, per dirgli quel che vuole sentire: il vaccino esiste, effettivamente funziona, ed effettivamente non risultano, nell’immediato, vistosi effetti collaterali indesiderati. Va appena rilevato, di passaggio, che incoraggiano questo atteggiamento dei consulenti i grandi interessi economici in ballo, e il coinvolgimento personale in essi di non pochi tra i consulenti di più alto livello, che sono in numero assai ristretto. Nella comunità scientifica, chi solleva dubbi viene zittito dal rumore di fondo dell’opinione dominante, o, più spesso, si zittisce da solo per non subire ripercussioni.

Quindi si procede a carrarmato nel perseguimento dell’obiettivo “vacciniamo tutto il mondo eccetera”. Fa presto capolino la realtà, e segnala i limiti – già noti o facilmente prevedibili – dei vaccini (durata limitata della copertura, possibilità che anche i vaccinati contagino, effetti collaterali indesiderabili, a volte gravi). La realtà segnala anche i limiti della politica di vaccinazione totale: già difficile nei paesi centrali, è impossibile nei paesi periferici.

I decisori non colgono le segnalazioni della realtà se non per modificare lievemente, introducendovi varianti marginali, la loro narrazione, che in sintesi dice: “Questa è l’unica via, c’è qualche ostacolo lungo il percorso ma lo supereremo insieme grazie alla scienza che è cosa nostra.” I decisori non impongono per legge l’obbligo vaccinale ma un sistema di punizioni crescenti, in buona sostanza ricatti, che chiamano Green Pass; sia per adesione irriflessa al loro economicismo (il Green Pass è mutuato dalla teoria del nudge, o spintarella, nata in ambito economico e premiata col Nobel), sia per rendere se non impossibile, almeno difficilissimo ottenere risarcimenti danni in caso di effetti collaterali gravi del vaccino: così manlevando insieme se stessi, gli Stati che dirigono, i loro consulenti tecnici e le case produttrici del vaccino.

La larga maggioranza delle popolazioni occidentali presta fiducia ai decisori politici, e si sottomette di buon grado al Green Pass, perché quando sono in gara la libertà e la sicurezza, la sicurezza inizia la corsa con un vantaggio incolmabile; e perché i decisori godono di un altro vantaggio incolmabile, il controllo dei media, che se non vengono costantemente alimentati dai decisori con le comunicazioni istituzionali non sanno più cosa raccontare 24/7.

C’è una quota, non trascurabile, di dissenzienti. All’interno di questa quota di dissenzienti, ci sono ovviamente, in prima fila, i “sovranisti” che già all’esordio della pandemia avevano cortocircuitato la realtà con la loro simbolizzazione delirante, e che ora vedono confermate tutte le loro previsioni di controllo totalitario. Essi dunque pensano di aver sempre avuto ragione, e riprendono con rinnovata lena i loro viaggi psichici nella twilight zone. Le individualità che all’esordio dell’epidemia avevano cercato di richiamarli al realismo constatano anch’essi sia gli errori della strategia di eradicazione del morbo, sia le distorsioni autoritarie nella struttura istituzionale e giuridica da essa occasionate, sia il silenziamento attivo o passivo delle voci che, nella comunità scientifica e nell’accademia in generale, avanzano obiezioni, dubbi, accuse. Protestano, cercano di farsi sentire. Vengono invitati a dibattere sui media, perché lo spettacolo vive sul conflitto e i media vivono sullo spettacolo. Qui però i loro avversari hanno gioco facile a confondere, in buona o malafede, le loro contestazioni razionali con le contestazioni deliranti degli altri dissenzienti. Risultato: anche chi abbia abbondanti qualifiche e notorietà personale e argomenti razionali fa la figura dell’imbecille e/o dell’incompetente e/o del mattoide, e non esistendo alcuna forza politica organizzata rilevante che traduca le contestazioni ragionevoli in opposizione, contano zero. Molti dunque abbandonano la contestazione, per disgusto o perché cominciano a chiedersi “Chi me lo fa fare?”

Questa situazione si diffonde, a cascata, dagli USA a tutto l’Occidente. Ragioni:

  1. i consulenti principali del decisore politico sono le organizzazioni internazionali. Fatta una scelta al centro dell’organizzazione, salvo sua strepitosa erroneità essa viene replicata nelle sedi periferiche, perinde ac cadaver. I dirigenti di grado più elevato, in contatto diretto con la sfera decisionale, sono molto pochi e hanno interesse a conservare buoni rapporti con i decisori. Dire a qualcuno “Guarda che ti sbagli” su argomento delicatissimo può avere effetti collaterali indesiderabili.

  2. Gli Stati clienti degli USA, tra i quali l’Italia, si guardano bene dal contestare le scelte strategiche del centro imperiale, perché scegliere audacemente un’altra via sarebbe una critica implicita al centro. Di fatto non ci pensano neppure, sia per inveterata abitudine, sia perché un eventuale maggiore successo di strategie alternative farebbe perdere la faccia al decisore centrale, con serie ripercussioni per l’audace innovatore.

  3. L’impostazione culturale di fondo, economicista e scientista, è la stessa al centro e in periferia.

Ciò che basta e avanza perché si proceda imperterriti per una via che – diventa ogni giorno più chiaro – è sbagliata, all’inseguimento di un obiettivo che – diventa ogni giorno più chiaro – è irraggiungibile: perché eradicare il morbo è impossibile, vaccinare il mondo è impossibile. È invece, o meglio sarebbe, possibile contenere il morbo, adottando un’opportuna strategia di contenimento, riduzione del danno e convivenza con il Covid19, flessibile e differenziata. Però non si adotterà mai, in un futuro prevedibile, perché i decisori occidentali tutti hanno investito un enorme capitale politico nella strategia di eradicazione, i dissenzienti non sono organizzati politicamente, e ci sono colossali interessi economici a favore della strategia sbagliata.

Non c’è niente di strano. È già accaduto molte volte che i consulenti tecnici abbiano dato una spintarella alla realtà per dire ai decisori quel che preferivano sentirsi dire. Nella Prima Guerra Mondiale, per esempio, il responsabile dell’intelligence militare britannica mitigava sistematicamente le spaventose perdite subite nelle sue relazioni al comandante in capo sul fronte francese, generale Haig; e si giustificava con la necessità di non scuotere i nervi del decisore. La realtà dei fatti riuscì a far capolino, e a modificare l’approccio operativo di Haig, solo dopo due anni e mezzo: quando un giovane capitano, di fresca nomina al comando dello staff dell’intelligence militare, rientrò a Londra in licenza. Il giovane capitano, un figlio naturale di re Edoardo VII che in seguito avrebbe diretto per vent’anni il Servizio Segreto, disponendo di entrature privilegiate poté far sapere alla famiglia reale e allo Stato Maggiore Imperiale come stavano le cose.

Di recentissimo c’è stato l’esempio preclaro della guerra in Afghanistan. La guerra in Afghanistan è stata decisa per ritorsione all’attacco contro le Twin Towers (i Talebani avevano dato ospitalità al presunto responsabile). Duemilacinquecento anni di storia militare suggerivano che l’occupazione dell’Afghanistan era un obiettivo irraggiungibile. Obiettivo raggiungibile sarebbe stata una spedizione punitiva: si colpisce duramente, si dichiara vittoria e si rientra, abbandonando l’Afghanistan a se stesso, come sempre è stato e sempre ha voluto restare. Però una serie complessa di fattori culturali, politici, economici, psicologici, non interamente decifrabile neppure ai decisori, ha condotto gli Stati Uniti d’America alla decisione clamorosamente sbagliata di occupare l’Afghanistan, e di impiantarvi un regime democratico totalmente alieno alla cultura di quelle lande.

Fu subito chiaro a chiunque ne sapesse qualcosa, persino a me che non sono von Clausewitz, che proponendosi quell’obiettivo strategico ci si condannava a combattere una guerra persa in partenza: ma ormai la decisione era stata presa, con tutta la zavorra di immenso capitale politico speso e formidabili interessi economici che essa trascinava con sé.

Tutti i comandanti in capo della coalizione a guida americana che si sono succeduti nel corso di vent’anni hanno avuto chiaro, appena messo piede colaggiù (e anche prima di partire, secondo me) che vincere con quella strategia era impossibile. Nessuno lo ha detto chiaramente ai decisori politici. Nessuno, se ci ha provato ed è rimasto inascoltato, si è dimesso. Uno solo, il generale McChrystal, ha dato voce a serie obiezioni ed è stato rimosso. La guerra è andata avanti per vent’anni, con un costo terrificante di vite perdute, e immani danni materiali e politici; fino a quando la realtà, con l’ausilio del tempo che è galantuomo ma non ha fretta, è riuscita a farsi valere, e gli USA hanno deciso il ritiro (eseguendolo male).

Quanto ci vorrà per correggere la rotta sbagliata, nel caso della pandemia da Covid19? Non lo so. Direi un bel po’. Dice il nostro Presidente del Consiglio che difenderemo la nostra normalità “con le unghie e con i denti”. Le unghie e i denti però non servono a niente contro il Covid19. Servirebbe la ragione, e magari anche l’indipendenza di pensiero. Chissà se le troveremo sotto l’albero di Natale.

Stati Uniti! Percorsi paralleli…per ora_Con Gianfranco Campa

Qualsiasi formazione sociale, prima o poi, è costretta ad affrontare una situazione di crisi della propria classe dirigente e del corrispondente ceto politico. La dinamica di queste crisi è una particolare cartina di tornasole utile a definire queste fasi di transizione come un percorso di declino oppure di trasformazione attiva e rigeneratrice. Un indizio significativo è la capacità di ricambio e rinnovamento di soggetti promotori e protagonisti. Negli Stati Uniti stiamo assistendo a due tendenze apparentemente contraddittorie. Da una parte, nel campo democratico e neoconservatore, alla parziale riproposizione di personaggi in grado di proporre spartiti ormai ripetitivi e desueti; maschere consunte ormai in grado di incantare, con la loro narrazione e in un quadro di degrado morale e di corruzione di costumi sterili, fasce sempre più ristrette di pubblico; dall’altra ad una dinamica del confronto politico tra due forze che, impossibilitate a comunicare e incapaci di definire un terreno comune di gioco, ormai procedono lungo percorsi paralleli sino a creare luoghi propri e separati di comunicazione, di organizzazione sociale, propri canali di finanziamento. Una situazione che non potrà protrarsi ancora per troppo tempo, pena il disfacimento dell’attuale formazione socio-politica statunitense. Una situazione che potrà trovare una soluzione di continuità quando una delle parti avrà saputo completare la propria fase di rinnovamento e di formazione di una classe dirigente e di un ceto politico presentabile e convincente. Al momento è il movimento legato a Donald Trump ad avere più prospettive di successo e a offrire una qualche prospettiva realistica a quel paese. Il fatto che una parte dell’establishment sempre più significativa abbia preso atto di questa dicotomia e stia scegliendo, a differenza di quattro anni fa, quest’ultima componente rivela il carattere ormai strutturato del movimento. Si vedrà se a questa maggiore solidità corrisponderà altrettanta coerenza e saldezza politica. L’oggetto del contendere sono l’accettazione o meno della coesistenza in un mondo multipolare ormai consolidato e le modalità costitutive di una formazione sociale sufficientemente coesa e dinamica. Due temi sempre più presenti in quella nazione e sempre più evanescenti nel nostro amato e decadente Bel Paese. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_ Abbiamo il fondato sospetto, quasi la certezza, che You Tube, in buona compagnia con piattaforme dello stesso orientamento, manipolano pesantemente i dati di accesso e la condivisione di testi e video. Suggeriamo, quindi, di digitare in maniera preferenziale la piattaforma di rumble, indicata con il link dedicato. Quando disporremo di altri mezzi attingeremo ad una fonte del tutto autonoma

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Concorrenza globale: la supremazia americana con un altro nome, di Alastair Crooke

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11 dicembre 2021 // Le crisi

Concorrenza globale: la supremazia americana con un altro nome

L’equilibrio globale è cambiato qualitativamente, e non solo quantitativamente, scrive Alastair Crooke

Fonte: Strategic Culture Foundation, Alastair Crooke
Tradotto dai lettori del sito Les-Crises

© Foto: REUTERS / Kevin Lamarque

Parlando all’Aspen Security Forum due settimane fa, il generale Milley ha ammesso che il secolo americano è finito, una consapevolezza che avrebbe dovuto essere presa molto tempo fa, si potrebbe dire. Eppure, che sia tardi o meno, questa dichiarazione sembra segnalare un importante cambiamento strategico: “Stiamo entrando in un mondo tripolare, con Stati Uniti, Russia e Cina come grandi potenze. [e] Solo mettendo tre su due aumenta la complessità “, ha detto Milley.

Più recentemente, in un’intervista alla CNN, Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza di Biden, ha affermato che è stato un errore cercare di cambiare la Cina: “L’America non sta cercando di contenere la Cina: non è una nuova guerra fredda. Le osservazioni di Sullivan arrivano una settimana dopo che il presidente Biden ha affermato che gli Stati Uniti non stavano cercando un “conflitto fisico” con la Cina, nonostante le crescenti tensioni. “Questa è una competizione”, ha detto Biden.

Questo in effetti sembrava segnalare qualcosa di importante. Ma è davvero così? L’uso della parola “competizione” è una terminologia un po’ strana e richiede un po’ di decrittazione.

L’intervistatore della CNN Fareed Zakaria ha chiesto a Sullivan: cosa è stato ottenuto dalla Cina dopo tutto il tuo duro discorso, cosa è stato negoziato? Si potrebbe immaginare una risposta che descriva come Biden pensa di gestire al meglio questi interessi in competizione in un complesso mondo tripolare. Beh, quella non era la linea di Sullivan. “Brutta domanda”, ha detto senza mezzi termini: non chiedere informazioni sugli accordi bilaterali, chiedi cos’altro abbiamo.

Il modo corretto di guardare a questo, ha detto Sullivan, è: “Abbiamo stabilito i termini per una concorrenza effettiva in cui gli Stati Uniti siano in grado di difendere i propri valori e promuovere i propri interessi, non solo nella regione indo-pacifica, ma anche Intorno al mondo. Quando si tratta dei nostri alleati in tutto il mondo, gli Stati Uniti e l’Europa sono allineati su questioni commerciali e tecnologiche per garantire che la Cina non possa “abusare dei nostri mercati”; e poi sul fronte indo-pacifico, siamo andati avanti in modo da poter ritenere la Cina responsabile delle sue azioni. “

“Vogliamo creare la situazione in cui due grandi potenze opereranno all’interno di un sistema internazionale per il prossimo futuro – e vogliamo che i termini di quel sistema siano favorevoli agli interessi e ai valori americani: è più di una disposizione favorevole in cui il Gli Stati Uniti e i suoi alleati possono modellare le regole di condotta internazionali sui tipi di questioni che saranno fondamentalmente importanti per il popolo del nostro paese [America] e per i popoli del mondo “, ha affermato. -aggiunge.

L’obiettivo dell’amministrazione Biden non era cercare una trasformazione politica in Cina, ha detto Sullivan, ma modellare l’ordine internazionale in un modo che servisse i suoi interessi e quelli di altre democrazie che la pensano allo stesso modo: “Vogliamo le condizioni per questa coesistenza in il sistema internazionale favorevole agli interessi e ai valori americani. Vogliamo che le regole del gioco riflettano una regione indo-pacifica aperta, equa e libera, un sistema economico internazionale aperto e il rispetto dei valori e degli standard fondamentali sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani nelle istituzioni internazionali, ha dichiarato. . Sarà una competizione mentre andiamo avanti. “

Sullivan propone molto chiaramente un ordine mondiale basato su “regole di condotta internazionali” che si svilupperebbe attorno ad un interesse strategico centrale (quello dell’America), senza preoccuparsi delle conseguenze che potrebbero derivarne per gli altri. Questo “sistema internazionale aperto, equo e libero” è solo uno strumento per la globalizzazione del sistema neoliberista occidentale finanziarizzato. Josh Rogin ha scritto questa settimana: “L’internazionalismo a guida americana, nonostante i suoi difetti e i suoi passi falsi, rimane l’ultima, la migliore speranza per l’umanità. “

E per intenderci, quando sentiamo parlare di un sistema economico aperto e libero favorevole agli interessi americani, non sono gli “interessi del 99%” a essere sanciti nel sistema, ma quelli della classe finanziaria dell’1%. , che pretendono il diritto di spostare denaro e beni ovunque, in qualsiasi momento, senza restrizioni.

Il riferimento di Sullivan ai diritti umani riflette lo “spirito” dell’UE, dove la dottrina dello stato di diritto europeo è servita come dispositivo pratico per estendere l’autorità centrale dell’Unione senza riscrivere i trattati. O, in questo caso simile, che gli Stati Uniti espandano la propria autorità e procedano senza dover concludere accordi bilaterali con la Cina (o la Russia) o chiunque altro. Sullivan è stato molto chiaro su questo punto: gli accordi negoziati con la Cina non erano il “parametro di riferimento” giusto per giudicare il successo della politica statunitense.

Inizialmente, nessuno in Europa si è preoccupato molto quando la Corte europea ha “scoperto” che nei trattati dell’UE era nascosta una supremazia generale dei valori e del diritto dell’UE (sebbene a prima vista non fosse così evidente). Questa tranquilla reazione, tuttavia, è in gran parte dovuta al fatto che la competenza dell’UE era ancora piuttosto limitata all’epoca.

Successivamente, il trasferimento graduale della sovranità nazionale a un interesse strategico centralizzato (Bruxelles) divenne il principale motore di quella che è stata definita “integrazione attraverso il diritto”. Nel tempo, una lettura approfondita dei trattati (per i trattati europei, leggi la “consacrazione” di Sullivan della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) ha offerto nuove ragioni per sottoporre le politiche nazionali democratiche a una lettura sovranazionale. “

Allo stesso modo, la Dichiarazione universale dei diritti umani offrirà probabilmente a Sullivan nuove ragioni e possibilità per armare il testo e piegare alleati e “avversari” alla disciplina di interesse strategico centrale (altrimenti nota come Washington).

Quindi, quello che sembrava segnalare un cambiamento significativo nel pensiero americano, dopo un po’ di decrittazione, si è rivelato nulla del genere. La competizione tra le grandi potenze non è altro che l’ordine globale globalista, incentrato sugli Stati Uniti e basato su regole. Gli Stati Uniti si astengono dal “trasformare” (cioè fomentare una rivoluzione colorata) il Partito Comunista Cinese, perché non possono; questo strumento si applica ancora ai piccoli pesci (es. Nicaragua).

Da un lato, abbiamo visto le conseguenze di questo approccio centralizzato alle “regole” – praticato a Bruxelles oa Washington: ne deriva una sorta di torpore soporifero. Tutte le energie sono dedicate a mantenere a galla il fragile sistema (che si tratti delle regole del gioco dell’UE o degli Stati Uniti), piuttosto che trovare soluzioni reali. Si aprono divisioni che politicamente è impossibile contenere; il risentimento aumenta; le crisi sono gestite e non risolte; giochiamo con il tempo; le riforme sono graduali e poi improvvisamente unilaterali; e, alla fine, regna l’immobilità. In Europa si chiama Merkelismo (dal nome del Cancelliere tedesco).

Dopo il tranquillo vertice del G20 a Roma e la COP26 a Glasgow, sembra che stiamo iniziando a vedere la Merkelizzazione del mondo. La sensazione che rimane è quella di un meccanismo (due in realtà se includiamo l’UE), che produce suoni convincenti di macchine ruggenti e che fa sperare in qualche risultato, ma che non porta alla fine a poco o nulla – ad eccezione di un crescente deficit democratico, con il trasferimento a una tecnocrazia sovranazionale di decisioni che prima erano di competenza dei parlamenti.

D’altra parte, per quanto grave sia (date le crisi economiche che affrontiamo), il suo più grande ” peccato ” (come ha detto Sullivan) è la sua richiesta di ” regole ” globali, il cui fondamento è semplicemente “Gli interessi e i valori degli Stati Uniti e dei suoi alleati e partner”. Sullivan sostiene che gli Stati Uniti non cercano più di trasformare il sistema cinese (il che è positivo), ma insiste sul fatto che la Cina operi all’interno di un “ordine” costruito attorno agli interessi e ai valori degli Stati Uniti – in breve[in francese nel testo, ndr]. E come ha sottolineato Sullivan, lo sforzo diplomatico americano deve mirare a costringere la Cina a conformarsi a questo sistema. Da nessuna parte si parla dei costi per gli alleati, che dovrebbero rinunciare ai rapporti con la Cina o la Russia, per compiacere Biden.

Il peccato più grande , molto semplicemente, è che il tempo di queste ambizioni arroganti sia passato. L’equilibrio globale è cambiato qualitativamente, e non solo quantitativamente. Cina e Russia – le altre due componenti del mondo tripartito del generale Milley – lo hanno detto abbastanza chiaramente: rifiutano le lezioni dell’Occidente.

Fonte: Strategic Culture Foundation, Alastair Crooke, 15-11-2021

Stati Uniti! Vittorie di Pirro_con Gianfranco Campa

Non sarebbe la prima volta che una vittoria, oscurata per altro da sospetti giustificati, si può trasformare rapidamente in una sconfitta, addirittura in una rotta catastrofica. Ne sta prendendo atto la classe dirigente statunitense. Il gruppo dirigente democratico considera ormai la presidenza Biden-Harris una parentesi da chiudere e da contenere con il minor danno possibile. Confermata la pochezza disarmante di Kamala Harris, ormai il gruppo dirigente democratico sta pensando alle possibili alternative senza provocare ulteriori conflitti distruttivi. Nell’altro versante i neocon sembrano prendere atto della loro sconfitta e del loro drammatico isolamento. Considerano Trump non più un nemico, ma una risposta inadeguata a problemi reali. Stanno quindi pensando ad una tattica di condizionamento ed infiltrazione. Dal loro cappello iniziano a spuntare conigli e personaggi di varia umanità, medici dalla propensione istrionica, personaggi costruiti sulle scene televisive, proprio quando il movimento trumpiano sta superando brillantemente la propria dipendenza dal personaggio pubblico e si sta trasformando in una corrente strutturata, memore delle esperienze e delle debolezze della sua fase originaria legata ai Tea Party. Tattiche e strategie che tengono in poco conto l’accavallarsi di problemi, dalle caratteristiche a volte disgustose, perverse e di crisi che stringe drammaticamente i margini di azione e rivela i limiti di indirizzo politico di una classe dirigente ormai priva di autorevolezza e credibilità ma ancora con un enorme potere. La combinazione perversa di ambizioni smisurate e drammatica inadeguatezza è una miscela esplosiva. La tentazione di colpi di mano dalle conseguenze drammatiche si insinua pericolosamente, sia all’interno che all’esterno del paese. Il focolaio dell’Ucraina potrebbe essere la prima miccia disponibile. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

NB_ Abbiamo il fondato sospetto, quasi la certezza, che You Tube, in buona compagnia con piattaforme dello stesso orientamento, manipolano pesantemente i dati di accesso e la condivisione di testi e video. Suggeriamo, quindi, di digitare in maniera preferenziale la piattaforma di rumble, indicata con il link dedicato. Quando disporremo di altri mezzi attingeremo ad una fonte del tutto autonoma

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Il dibattito sull’America prima di tutto, di  George Friedman

Il dibattito sull’America prima di tutto

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Dagli anni ’30, c’è stato un dibattito negli Stati Uniti su una politica estera basata su “America First”, una politica nazionalistica che dà la priorità agli obiettivi degli Stati Uniti rispetto ad altri. È un’idea che in tempi diversi è stata centrale sia per i Democratici che per i Repubblicani. Le posizioni andavano dalla destra che esortava gli Stati Uniti a non assumersi la responsabilità del destino di altre nazioni, e la sinistra che condannava gli Stati Uniti per aver agito come la polizia mondiale. La sinistra ha sostenuto una strategia secondo cui gli Stati Uniti devono rimanere invischiati nel mondo attraverso alleanze. A destra, c’era la convinzione che gli Stati Uniti dovessero rimanere invischiati nel mondo per sconfiggere, ad esempio, il comunismo. Ha assunto il carattere di principio morale e di azione prudente in entrambe le tendenze ideologiche, e anche di obbligo morale in entrambe.

La questione del corretto rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo è stata una questione centrale sin dalla fondazione dell’America. Thomas Jefferson ha messo in guardia contro le alleanze intricate, mentre George Washington e Benjamin Franklin stavano manovrando per cercare di coinvolgere la Francia nella rivoluzione americana. L’America è stata fondata come alternativa all’Europa e un nuovo ordine dei secoli. Era anche una nazione tra tante e per un po’ molto debole. Il rapporto americano con il mondo è sempre stato ambiguo come questione pratica e morale e in tempi diversi per entrambe le parti.

La nozione moderna di America First è emersa negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti erano stati coinvolti nella prima guerra mondiale, in molti modi contro la loro volontà, e l’opinione generale e ragionevole era che poco si fosse guadagnato dalla guerra, che stava per riaccendersi. La sinistra vedeva l’intervento contro Hitler come un obbligo morale. La destra sosteneva che il principale obbligo morale degli Stati Uniti era il benessere degli americani e che se l’intervento fosse stato una necessità morale, Stalin sarebbe stato un bersaglio più appropriato.

Gli Stati Uniti presumevano che gli oceani che separavano gli Stati Uniti dall’Europa avrebbero protetto l’America dalle follie europee. Il problema con questo ragionamento era che non l’avrebbe fatto. Quando Hitler conquistò la Francia e lanciò una guerra contro l’Europa, apparve un vasto pericolo. La Gran Bretagna aveva la marina più potente del mondo. Se la Germania avesse sconfitto la Gran Bretagna, avrebbe potuto prendere il controllo delle sue navi, e ne sarebbe derivato il controllo del Nord Atlantico e avrebbe rappresentato una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti. Il movimento America First ha visto l’intervento come un atto di beneficenza, non come un imperativo strategico. America First ha sopravvalutato la sicurezza degli Stati Uniti in un mondo pericoloso. L’isolazionismo era pericoloso.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’opinione americana era che il costo in vite americane fosse il risultato di un fallimento nell’agire prima contro la Germania e il Giappone. Di conseguenza, ha reagito al potere sovietico riducendo la sua forza bellica ma senza mai smobilitare. Gli Stati Uniti hanno creato l’alleanza più avvincente possibile, la NATO, e hanno intrapreso una politica per cui, come ha affermato il presidente John Kennedy, “pagheremo qualsiasi prezzo, sopporteremo qualsiasi onere, affronteremo qualsiasi difficoltà, sosterremo qualsiasi amico, ci opporremo a qualsiasi nemico per assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà”. Questo era, ovviamente, l’impegno più estremo che una nazione potesse prendere. Fu la logica continuazione dell’interventismo liberale e aprì la porta a una serie di guerre, a cominciare dal Vietnam, che continuano ancora oggi. Ed è stato sostenuto nel complesso dalla destra.

In Vietnam la guerra non è andata né male né bene. È semplicemente andata. E mentre procedeva, lo stato d’animo contenuto nella dichiarazione di Kennedy svanì. La Dottrina Kennedy è stata attaccata dalla sinistra, che sosteneva che gli Stati Uniti, assumendosi la responsabilità del mondo, erano diventati un mostro imperialista, che conduceva una guerra spietata che non era affar loro. La visione andava oltre il Vietnam, fino all’idea che l’influenza e il potere americani in tutto il mondo stessero sfruttando e schiacciando i diritti di altre nazioni. La sinistra ha sostenuto il ritiro americano dal mondo, non come una dottrina America First, ma come una dottrina per la quale era immorale per gli Stati Uniti essere la polizia mondiale. Sfumature a parte, l’applicazione pratica era America First senza la celebrazione dell’America.

L’interventismo nel discorso di Kennedy era una reazione contro l’America First prima della seconda guerra mondiale. Sotto attacco da sinistra, il principio è sopravvissuto. Gli Stati Uniti hanno trascorso più tempo in guerra dal 2000 che in qualsiasi secolo precedente in totale. (E dall’11 settembre, ha condotto la guerra in gran parte senza successo.) Il tempo non è intensità, ma rimodella ancora la comprensione della nazione di se stessa.

America First è una dottrina evidentemente ragionevole se significa porre gli interessi americani al centro della considerazione. Ogni nazione del mondo mette al primo posto i propri interessi. Le alleanze devono servire l’interesse nazionale, così come l’isolamento. Nessuna sono dottrine strategiche in sé. Sono mezzi per un fine. Il governo ha l’obbligo morale di proteggere la nazione. A volte ciò richiede alleati ea volte la guerra, ma intraprendere la visione di Kennedy significherebbe creare una serie di obblighi che possono spezzare una nazione e in effetti è costato molto agli Stati Uniti.

E se l’idea che gli americani mettano l’America al primo posto è evidente, allora ciò che significa in pratica è sottile e complesso. Gli isolazionisti di destra pensavano che gli Stati Uniti fossero invincibili così com’erano. Gli isolazionisti di sinistra consideravano gli Stati Uniti un brutale oppressore. Entrambe le analisi erano semplicistiche, dannose e false. Ma al centro di ogni strategia nazionale deve esserci una comprensione dell’interesse nazionale, che non è mai semplice, né evidente. E sfida le ideologie semplicistiche. Il mondo è un posto pericoloso, e anche se non vogliamo la guerra, la guerra potrebbe volere noi. E un principio morale che richieda una guerra costante è insopportabile.

Il problema è sempre cosa faremo ora. Non quello che abbiamo fatto prima, e nemmeno quello che faremo dopo. Il futuro ci sorprende sempre. Il problema è essere riflessivi e sottili e mettere sempre l’America al primo posto, il che potrebbe portarci in molte parti del mondo. America First non è isolazionismo, è il nostro impegno morale nei confronti della nazione.

https://geopoliticalfutures.com/the-debate-over-america-first/

UE, Italia, Francia, Germania! Il triangolo imperfetto_di Giuseppe Germinario

Grande emozione e tanta enfasi tra i protagonisti della firma del trattato del Quirinale. Peccato che a così grandi aspettative ostentate non sia corrisposta una corrispondente ed adeguata attenzione nella stampa italiana, relegata ben addentro alle pagine interne, alle spalle della scontata sequela su green pass e coronavirus; sorprendentemente almeno un qualche minimo accenno nella stampa transalpina. Un oscuramento che stigmatizza intanto un aspetto: la credibilità di Draghi, evidentemente, non coincide e non ha un effetto di trascinamento significativo su quella dell’Italia; il destino e le fortune politiche di uno sono evidentemente separati da quelli dall’altra. Il dubbio che il segno politico concreto dell’iniziativa si discosti pesantemente dall’immagine e dalla narrazione che si è voluto offrire si insinua nelle menti meno coinvolte dalla propaganda; tutto questo a cominciare dalla forma stessa adottata prima ancora di entrare ad esaminare i contenuti. Il valzer iniziato con il trattato bilaterale di Aquisgrana tra Francia e Germania nel 2019 e proseguito con quello odierno sottoscritto da Francia e Italia richiama l’immagine di un triangolo incompiuto.

Per essere un direttorio autorevole armato della volontà di imprimere una svolta al processo di costruzione della Unione Europea nella forma avrebbe dovuto concludersi con un accordo trilaterale o quantomeno con un ulteriore bilaterale tra Italia e Germania dai contenuti del tutto corrispondenti a quello di Aquisgrana; per essere un sodalizio latino-mediterraneo credibile in grado di sostenere il confronto con le altre due aree geopolitiche costitutive della UE avrebbe dovuto comprendere almeno la Spagna, per quanto ancora essa dibattuta storicamente tra Francia e Germania.

Nel primo caso la coerenza avrebbe richiesto tutt’al più un accordo tra capi di governo tale da definire le condotte nel Consiglio Europeo e in sede di Commissione Europea, quindi nelle sedi preposte; nel secondo avrebbe sancito definitivamente anche nella forma l’Unione Europea come il terreno di confronto e cooperazione tra stati nazionali raggruppati in sfere di influenza e di interessi più omogenei.

La scelta più o meno consapevole di adottare la forma così impegnativa e costrittiva del trattato tra stati sotto le spoglie del lirismo europeista avulso e nemico degli stati nazionali non fa che accentuare i limiti, i vincoli e le ambiguità della costruzione europea tali da rimuovere piuttosto che porre chiaramente sul terreno e possibilmente risolvere i problemi e i conflitti latenti, sino a renderli progressivamente dirompenti; con il risultato finale di rivelare finalmente nella NATO più che nella UE il reale fattore, per altro esogeno, di relativa coesione politica di gran parte del continente. In mancanza saranno i trattati stessi ad essere progressivamente svuotati di contenuti o dimenticati.

I rapporti di cooperazione rafforzata, pur nella loro ambiguità, sono qualcosa di diverso e di poco compatibile con la forma del trattato, checché ne dicano gli estensori di quest’ultimo, in quanto riconoscono implicitamente la trasversalità interna agli stati del confronto politico ed esplicitamente la loro coerenza e subordinazione agli indirizzi della Commissione Europea. I due trattati, in particolare quello più esteso e specifico tra Italia e Francia, di fatto formalizzano ed irrigidiscono il confronto tra stati all’esterno del circuito istituzionale.

Dubbi e riserve che non sono affatto attenuati dall’esame del merito delle clausole, pur avendo queste ultime più la forma di una dichiarazione di intenti che di impegni cogenti in entrambi i trattati, ma maggiormente in quello franco-tedesco.

Quest’ultimo deve pagare certamente pegno alla funzione di apripista, ma può permettersi di indugiare maggiormente nella retorica europeista grazie al ruolo di leadership locale dei due paesi.

Essendo carenti di aspetti cogenti e piuttosto pleonastici nella stesura, non rimane che individuare nell’enfasi attribuita ai singoli aspetti le diversità, le affinità e soprattutto le intenzioni riposte in questi due atti in attesa di conoscere i protocolli aggiuntivi, sempre che siano resi disponibili.

In quello di Aquisgrana prevale nettamente l’enfasi sul ruolo del sodalizio franco-tedesco nell’agone mondiale, con la ciliegina della richiesta velleitaria di un seggio alemanno all’ONU; nell’esplicita richiesta di coinvolgimento delle Germania nell’area subsahariana con un effetto solo secondario di trascinamento della UE.

Riguardo al contesto europeo la postura generale franco-tedesca è quella di due paesi impegnati a determinare genericamente gli indirizzi e l’organizzazione della Unione Europea; quella del trattato quirinalizio è piuttosto di due paesi impegnati ad adeguarsi all’indirizzo, specie giuridico, della Comunità, per quanto si possa parlare di indirizzo giuridico coerente di essa.

L’unico afflato europeista decisamente retorico presente in quello di Aquisgrana viene riservato alla collaborazione ed integrazione persino giuridica delle aree transfrontaliere, in particolare dei distretti; un vecchio cavallo di battaglia della retorica europeista non a caso più incisivo e pernicioso nei confronti dell’organizzazione statale francese che di quella teutonica.

Un ambito curato anche in quello italo-francese ma senza enfasi ed articolato in ambiti più definiti tra i due stati.

Un altro ambito comune trattato nei due accordi riguarda la forza e il complesso industriale militare.

In quello franco-germanico il tono è più generico ed enfatico; nell’altro è più scontato e precisato.

La ragione del primo risiede sicuramente nei trascorsi storici particolarmente drammatici tra i due paesi, come pure nella loro collocazione, con la Francia dibattuta in tre scenari geografici, dei quali uno prettamente terraneo dal quale sono arrivati i guai peggiori. Sono però il presente e le prospettive future a dettare le scelte. Al destino manifesto di duratura concordia verso una meta ed una casa comune annunciato nel patto corrisponde un percorso a dir poco contraddittorio se non controcorrente. A fronte di un paio di progetti industriali integrati in stato di avanzamento corrisponde lo stallo totale in materia di controllo e gestione dell’armamento strategico nucleare, di gestione delle comunicazioni, di indirizzo e addestramento comune delle due forze militari e di sviluppo di una logistica comune. Poca cosa rispetto a progetti più importanti (Gaia, il nuovo caccia europeo, semiconduttori, ect) in colpevole ritardo, ancora ai prodromi, con un divario terribile da colmare; troppo presto per distinguere il fumo dall’arrosto, la velleità dalla volontà. Il paradosso maggiore risiede in una Germania che di fatto predilige il coordinamento e l’integrazione militare con paesi come l’Olanda, la Repubblica Ceca e la Danimarca e di un corpo militare francese assai poco disposto a condividere i propri asset strategici, specie nel nucleare, nella missilistica e in aviazione, per quanto fragili e malconci, con un paese quasi del tutto privo di conoscenze in quei settori.

Dal lato italico il quadro generale della cooperazione ed integrazione militare appare almeno in apparenza molto più scontato con la parte francese che dimostra di avere le idee molto chiare e gli italiani a giocare di rimessa e limitare i danni quando non arriva a infliggersi la zappa sui piedi. La tradizione tutta italica di adesione a qualsivoglia avventura militare occidentale in giro per il mondo e di delega agli organismi internazionali delle decisioni non fanno che alimentare queste altrui aspettative. Lo si nota già nelle facilitazioni previste alla mobilità delle truppe molto più fruttuose per la Francia, visti i suoi interessi nel Mediterraneo, che per l’Italia, assente nello scenario Atlantico e renano. La decisione, improvvida quantomeno nei tempi, di affidare integralmente all’ESA (Agenzia Spaziale Europea) la gestione dei propri fondi del settore spaziale, presa dal quel campione dell’interesse nazionale del Ministro Colao, nonché l’esito nefasto del tentativo di controllo dei cantieri navali francesi STX da parte di Fincantieri, non fa che confortare ulteriormente questa impressione di subordinazione ed ignavia ormai ben sedimentata.

Non a caso l’intervento comune in questi ambiti sia specificato molto meglio nel trattato franco-italiano.

I due anni trascorsi tra un trattato e l’altro hanno con ogni evidenza modificato notevolmente il contesto che ha portato alla loro stesura.

Allora si trattava di contrapporre un polo europeista a guida franco-tedesca all’anomalia della politica estera trumpiana, all’insorgere dell’ondata “sovranista” in Italia, in Ungheria e alla Brexit.

Oggi si tratta di riportare nell’alveo dell’eterno confronto-scontro della competizione franco-tedesca la progressiva formazione di almeno tre aree culturali e di cooperazione distinte di stati europei. In queste sono comprese quella costitutiva dell’Europa Orientale e dei paesi sede di paradisi fiscali (Irlanda, Austria, Olanda) controllata con sempre maggiore difficoltà dalla Germania; l’altra latino-mediterranea, potenzialmente dirompente, ma tutta da inventare, comprensiva almeno di Italia, Spagna e Francia.

Una prima lettura dell’accordo italo-francese potrebbe indurre a coltivare l’illusione di un’area così strategica.

La diversa qualità del ceto politico, delle classi dirigenti e degli assetti istituzionali dei due paesi e il pesante ed evidente squilibrio tra questi dovrebbero ricondurci a considerazioni più prosaiche e prudenti.

Se a questo si aggiunge il sostegno entusiastico espresso dall’amministrazione Biden, parecchi altri dubbi dovrebbero dissolversi sulla reale natura dell’accordo. Un paese che non riesce e la sua corrispondente amministrazione che, a differenza di Trump, probabilmente nemmeno intende districare il groviglio di interessi economici che la avviluppano alla Cina, principale avversario-nemico strategico, con il suo appoggio all’accordo intende paradossalmente, ma non troppo, non tanto inibire tentazioni autonome pressoché velleitarie della classe dirigente tedesca dalla leadership americana a favore delle relazione con cinesi e russi, quanto di farle capire e ricordare che gli indirizzi e gli impulsi geoeconomici relativamente autonomi devono ormai sempre più essere ricondotti e sottomessi alle dinamiche geopolitiche di un contespo multipolare.

Il trattato di Aquisgrana ha seguito infatti metodi e significati opposti rispetto a quello dell’Eliseo del 1963 allorquando fu snaturato nel significato solo dal repentino voltafaccia tedesco sotto pesante pressione americana e vide l’esclusione dell’Italia, per il suo eccessivo e cieco filoatlantismo.

IL RAPPORTO TRA ITALIA E FRANCIA

Il giudizio sul “trattato del Quirinale” non può differire di molto dal suo equivalente di due anni fa.

Vi è un punto in realtà realmente qualificante per i due paesi e disconosciuto nei commenti: l’attenzione riservata al settore agricolo. Sia l’Italia che la Francia fondano gran parte del proprio investimento in agricoltura sul prodotto tipico con un relativo ridimensionamento da parte francese, anche per ragioni di ambientalismo liturgico, di alcune produzioni intensive di allevamento e vegetali su vasti territori e con una significativa riduzione negli ultimi tempi dei contributi finanziari europei elargiti di fatto a compensazione del sostegno finanziario francese alla Unione Europea. Un aspetto che mette in concorrenza tra loro le economie agricole dei due paesi, ma che li spinge a fare fronte comune contro la Commissione Europea tutta impegnata a penalizzare questo tipo di coltivazione.

Paradossalmente, quindi, più un fattore di polarizzazione all’interno della UE che di coesione.

Per il resto la sospensione di giudizio sul trattato pende purtroppo a sfavore di un rapporto più equilibrato tra i due paesi.

La Francia infatti dispone ancora a differenza dell’Italia:

  • di una organizzazione statale, pur insidiata dal regionalismo europeista, ancora sufficientemente centralizzata, con la presenza di una classe dirigente e dirigenziale compresa quella militare, preparata e in buona parte diffidente se non ostile all’attuale presidenza, tale da consentire la definizione e il perseguimento di una strategia; quella italiana in antitesi è frammentata e ridondante nelle competenze in modo tale da consentire flessibilità e capacità di adattamento passivo e reazione surrettizia;

  • di una grande industria strategica, pubblica e privata, anche se fragilizzata, specie nell’aspetto finanziario, da alcune scelte imprenditoriali e tecnologiche sbagliate; l’Italia, dal canto suo, continua a vivere e ad emergere in qualche maniera grazie alla presenza prevalente della piccola e media industria in gran parte però dipendente produttivamente da circuiti produttivi e imprenditoriali stranieri;

  • di un sistema universitario riorganizzato in sei grandi poli in grado di offrire nuovamente, rispetto a questi ultimi anni, una buona formazione e specializzazione tecnico-scientifica. Il numero e la qualità di ingegneri e ricercatori ha infatti ricominciato a risalire;

  • di un sistema finanziario e bancario più centralizzato e indipendente reso possibile dalla presenza della grande industria, da una gestione coordinata delle risorse finanziarie ricavate dalle attività agricole e dalla rendita monetaria garantita dalla gestione dell’area africana francofona; un vantaggio che le ha consentito di codeterminare, assieme alla Germania, anche se in posizione subordinata, le regole europee di regolazione del sistema bancario e finanziario con la supervisione statunitense;

  • di un sistema di piccole e medie imprese, al contrario il quale, a differenza di quello italiano, sta rasentando l’irrilevanza e trascinando il paese verso un cronico deficit commerciale e dei pagamenti, sempre meno compensato dalla fornitura di servizi evoluti e che costringe sempre più il paese ad assorbire la propria rendita finanziaria e a dipendere ulteriormente dai dictat tedeschi e dalle scorribande e acquisizioni americane. Con un peso dell’industria che non arriva nemmeno al 18% del prodotto francese, non a caso la stampa transalpina batte ormai da anni sul problema della reindustrializzazione del paese come fattore di coesione sociale, di riduzione degli enormi squilibri territoriali e di acquisizione di potenza. Un elemento che dovrebbe mettere sotto altra luce il lirismo professato a piene mani nel trattato sui propositi di collaborazione, integrazione e scambio imprenditoriali in questo ambito. Qualcosa di particolarmente evidente assurto agli onori della cronaca nel settore automobilistico in un rapporto di gran lunga peggiorativo rispetto a quello detenuto dalla componentistica italiana rispetto all’industria tedesca.

Una situazione non irreversibile a patto di avere una classe dirigente e un ceto politico non genuflesso e capace.

Per concludere giudicare l’accordo franco-italiano soprattutto dal punto di vista propagandistico e dal vantaggio di immagine offerto a Macron in vista delle prossime elezioni presidenziali risulta troppo limitativo se non proprio fuorviante. Tant’è, come già sottolineato, che la stampa francese lo ha del tutto ignorato, quella italiana lo ha glissato e relegato, per altro per breve termine, nelle pagine interne.

Il peso politico di questo accordo rischia di essere molto più soffocante per l’Italia, soprattutto per la qualità della nostra classe dirigente che prescinde dalla validità di numerosi suoi esponenti spesso relegati in funzioni periferiche e di second’ordine, ma anche purtroppo del nostro ceto politico nella sua quasi totalità.

Una ulteriore cartina di tornasole della direzione, oltre alla già citata decisione nel settore aerospaziale a favore dell’ESA presa da Colao & C., sarà l’esito de:

  • la vicenda TIM dove si prospetta il pericolo di una divisione dei compiti tra la gestione americana della rete strategica e quella francese del sistema multimediale italiani con la eventuale compartecipazione, bontà loro, italiana

  • la vicenda OTO-Melara con la possibile cessione ad un gruppo industriale del complesso militare franco-tedesco.

Chissà se questa volta sarà sufficiente per la nostra sopravvivenza la capacità tutta italica di adeguamento passivo e di atteggiamento erosivo così brillantemente esposto da Antonio de Martini. In mancanza non resterà che sperare nel “buon cuore” statunitense, possibilmente preoccupato di un dominio franco-tedesco che potrebbe indurre dalla condizione di dipendenza privilegiata a giungere realmente ad una forma di qualche indipendenza politico-economica dall’egemone americano e di rivalsa rispetto al tradimento britannico della Brexit. Nel caso ancora più nefasto, il placet americano così entusiasta al trattato del “Quirinale” potrebbe essere il segnale di via libera ad una aggregazione dell’Italia nel tentativo di mantenere una parvenza di influenza della Francia nell’Africa francofona; soprattutto di uno spolpamento definitivo del Bel Paese, anche come compensazione dell’affronto subito dalla Francia ad opera di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia sulla faccenda dei sommergibili e sulla sua silenziosa esclusione di fatto dal quadrante strategico del Pacifico, pur essendo lì presente con qualche residuo coloniale. A meno di un tracollo di Macron e della macronite. Solo a quel punto il giochino a fasi alterne, tra i tanti passi quello di affidare la maggior parte dei comandi militari nella periferia della NATO alla forza militare più limitata ed infiltrata, la Germania e al potenziale ribelle qualche pacca e qualche osso, potrà richiedere qualche nuova variante.

NB_Qui sotto il testo dei due trattati oggetto dell’articolo

aquisgrana 2019

TRATTATO DEL QUIRINALE ITA FRANCIA

Stati Uniti! Papaveri e papere_con Gianfranco Campa

Un ceto politico chiaramente impresentabile, incapace di un pensiero autonomo e preda dei giochi di potere e di colpi di mano. Il tempo stringe e con esso diventa stringente la necessità di un ricambio politico interno alla componente democratica e neoconservatrice in grado di sostenere il confronto con Donald Trump e soprattutto il trumpismo. Si tratta però di una ricerca quasi disperata, ridotta al lumicino di pochi uomini, scarsamente rappresentativi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vpxhfv-stati-uniti-papaveri-e-papere.html

 

Stati Uniti! Azzardi pericolosi di centri in stato confusionale, con Gianfranco Campa

Due leader in difficoltà ai due lati del Pacifico, ma uno di essi messo decisamente peggio. Un ceto politico che si dimena con sprezzo del ridicolo riuscendo a trasformare le proprie vittime designate in martiri al culmine della popolarità. Un tentativo di recupero dei consensi nella vecchia base elettorale con il rilancio di una politica estera della “working class” che pare una riproposizione in un contesto inidoneo della geopolitica degli anni ’90. Una classe dirigente tentata a contrabbandare qualche concessione nell’immediato con la rinuncia strategica in un contesto multipolare, specie quello indo-pacifico, nel quale sono numerosi e potenti gli attori in grado di condizionare le scelte. Una crisi interna che è prossima a rinunciare anche alle ultime certezze, come nella gestione della pandemia. Nel mezzo alcuni giochi inquietanti e pericolosi, difficilmente controllabili, in corso nei laboratori americani. Rischiamo un’altra Wuhan, questa volta a stelle e strisce? Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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