COSA ABBIAMO IMPARATO, di Antonio de Martini e cosa dovremmo, di Piero Visani

COSA ABBIAMO IMPARATO, di Antonio de Martini

1) Per la difesa della salute, il livello decisionale regionale é privo di senso.
( il regime DC-PSI creando le regioni delegò a queste una competenza sanitaria che i fatti hanno dimostrato avere una valenza spaziale ben più vasta).

2) L’Unione Europea ha perso un’altra occasione per dimostrarsi viva. Non una direttiva e nemmeno linee guida. Nessuna previsione né prevenzione.un tardivo stanziamento per finalità da definirsi.

3) Anche affrancare la protezione civile dalla Difesa si è dimostrato un errore: si tratta di materie ( pianificazione operativa, logistica) capitale umano e mezzi che vengono studiati e impiegati solo dalle forze armate.

Incongrua una dirigenza « civile » : é una duplicazione costosa e inutile, visto che poi – tranne che per le conferenze stampa – si finisce per impiegare i militari, deresponsabilizzandoli con m’ affidamento del comando a estranei , quando non ostili, all’organizzazione principale.

4) Discorso analogo per « L’Unità di crisi » della Farnesina. Di fronte al fatto nuovo, ha reagito utilizzando il criterio usato per gli ostaggi dei terroristi o i reduci da un terremoto: rimpatriando i concittadini ( facendo ricorso all’aeronautica militare) . Anche qui, poco più che un numero verde e comunicati stampa.

Il sovrapporsi di competenze e coordinatori ha prodotto indugi e questi risibili e improvvisati tavoli da sessanta persone visti in TV, mentre sarebbe stato utile uno Stato Maggiore preparato e già affiatato a conoscenza dei limiti e potenziale dei mezzi a disposizione.

L’inferiorità metapolitica, di Piero Visani

       Dal momento che, quando si parla di metapolitica, l’occhio dei “centrodestri” italici si fa ancora più vacuo di quanto non sia abitualmente (e lo è già parecchio…), farò un esempio concreto, di quelli che – “con un piccolo aiuto degli amici”… – magari riusciranno a comprendere, visto che si tiene a debita distanza dal disprezzatissimo pensiero astratto: vi risulta che qualche magistrato si sia mosso onde denunciare qualche membro del governo, dal presidente del Consiglio in giù, per comportamento inizialmente molto omissivo nei riguardi del “Corona virus” e per aver parlato molto di razzismo, più che di altre forme di contagio? No, naturalmente. Come pure nessuna denuncia al Tribunale dei ministri, come accadde in passato a un ministro degli Interni. Tutti silenti, “allineati e coperti”, per nulla attenti alle molte omissioni di controllo e alle troppe restrizioni alla libertà dei cittadini degli ultimissimi giorni.
Non controllare il Deep State, lo “Stato profondo”, e non riuscire a fare politica a causa di tale mancato controllo: questa è inferiorità metapolitica, grave.

Sovranità, nazione e socialismo, a cura di Giuseppe Germinario

Questo blog è nato con l’aspirazione di offrire uno spazio alle tesi legate al realismo politico, al conflitto politico tra centri decisionali come chiavi interpretative delle dinamiche geopolitiche e di politica interna alle formazioni sociali. Un terreno sul quale si è cimentato fruttuosamente specie negli ultimi decenni più la componente conservatrice del pensiero politico. Rimane da affrontare il nesso tra conflitto politico, dinamiche geopolitiche ed aspirazioni di cambiamento delle formazioni sociali. Tornano sul campo termini come eguaglianza, diritti sociali, gerarchie sociali, cittadinanza e relativi diritti proposti nelle varie accezioni. Qualcosa di nuovo inizia ad emergere in un altro versante politico. Per ora sono percorsi paralleli; occorre porre le premesse per un confronto su alcuni punti in comune. Giuseppe Germinario
Tesi sull’Italia e il socialismo per il XXI secolo

Andrea Zhok·Giovedì 6 febbraio 2020·Tempo di lettura: 27 minuti

[Documento finale approvato dall’Assemblea Nazionale di Nuova Direzione]
1. Contro la mondializzazione
L’esposizione senza protezioni all’uso capitalistico della rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione finanziaria sono fondamentali fattori distruttivi nel mondo contemporaneo. L’interconnessione non è un valore in sé. In assenza della capacità di mutuo riconoscimento delle identità storiche e degli ordinamenti istituzionali differenti ciò che resta è semplicemente competizione rivolta ad instaurare rapporti di dominazione. La modernità capitalistica, dissolvendo sistematicamente tutte le barriere, non produce autodeterminazione né emancipazione, ma dipendenza e servitù (talvolta coattiva, talaltra servitù ‘volontaria’, come nel caso italiano). Capitalismo è l’asservimento di ogni funzione sociale e antropologica al fine della riproduzione e accrescimento del capitale, mercificando ogni relazione, quali che siano le conseguenze.
La cosiddetta ‘finanziarizzazione dell’economia’ rende esplicito questo aspetto, in quanto indebolisce le componenti fisse, territoriali, della produzione, rendendo più facili gli spostamenti di capitale e con ciò il potere di ricatto dello stesso. I mercati finanziari (azionario, obbligazionario e monetario) appaiono come il motore centrale dell’accumulazione, indebolendo il potere contrattuale del lavoro, che viene marginalizzato. Fusioni, acquisizioni, outsourcing, riacquisti azionari, precarizzazioni, cartolarizzazioni, piramidi di controllo, elusione fiscale, sono fenomeni connessi che abbiamo sotto gli occhi costantemente. Il gigantismo dell’apparato finanziario, lungi dall’aiutare l’economia reale, sottrae risorse attraverso interessi e provvigioni, aumenta la concorrenza internazionale e alimenta la mobilità del capitale industriale. Molti piccoli risparmiatori vengono inoltre forzati ad entrare nei giochi del capitale (con pensioni private, assicurazioni, e riserve di valore per affrontare la crescente insicurezza). Essi sono perciò indotti ad allearsi al medesimo sistema che li sfrutta, prendendosi a cuore le sorte della rendita, cui partecipano in maniera marginale, ma per loro importante.
Come già altre volte nella storia, il capitalismo finanziario, con il suo potere di destabilizzazione nazionale, lungi dall’alimentare una ‘pacifica interconnessione’, accentua i tratti di ostilità internazionale, promuovendo reazioni protezionistiche e competizione, incluso il rafforzamento militare.
Se questa è la modernità, il socialismo deve percorrere vie differenti. Superare la modernità capitalistica non significa riesumare modi di vita e produzione passati, ma consentire a diverse società e culture di scoprire il proprio modo di vivere e produrre. Bisogna difendere la libertà di vivere in una dimensione che non insegua forzosamente il mito del ‘progresso’ lineare, mutuato dalla tecnoscienza, ma sia capace di coltivare le proprie capacità, sviluppare i propri talenti, portare a compimento la propria natura e far maturare le proprie migliori tradizioni. Un progresso autentico non può essere mera crescita di potenza, esercitata indiscriminatamente sull’uomo e la natura. Progresso, per noi, non è l’indefinito incremento del Pil, o delle esportazioni, o del potere della propria moneta, e neppure il mero incremento di libertà individuali. Progresso è crescita democratica, capacità storica di trovarne una sintesi tra partecipazione ed emancipazione, diritto all’autodeterminazione individuale e collettiva. Riacquisire sovranità democratica significa ribadire la capacità della politica di governare l’economia, e della cittadinanza di governare la politica; e significa farlo per sfuggire alle spinte alla massima valorizzazione del capitale e alla dipendenza dal mercato mondiale.
2) Contro il progetto imperiale europeo
Il processo di unificazione europea sancito dal trattato di Maastricht rappresenta il tentativo del grande capitale europeo, e dei suoi ceti di riferimento, di costruire un nuovo centro imperiale per partecipare al dominio del mondo. Questo progetto assegna ruoli primari e ruoli subalterni, arruolando forzatamente i paesi europei in una lotta contro altri centri imperiali (Usa, Cina, Russia). In questo contesto l’Italia è terreno di scontro tra il recente progetto imperiale franco-tedesco e il consolidato progetto imperiale statunitense. Gli effetti collaterali di questo scontro si ripercuotono sul paese in termini di perdurante stagnazione e recessione. Si tratta di una lotta che coinvolge, sia pure in forma subalterna, parte delle élite e dei capitali nazionali, in particolare al nord. Per competere in questa corsa al dominio del mondo (che non potrà non avere una dimensione militare), viene costantemente ripetuto che i lavoratori devono sacrificarsi, lo stato deve dimagrire, che le protezioni vanno tolte per esporre i lavoratori alla “durezza del vivere”. Chi deve farsi carico di questa “durezza” sono infatti sempre i lavoratori, mai il capitale. Le conseguenze sono una struttura economica indebolita, un apparato pubblico sottodimensionato, una crescita di fratture sociali e territoriali, una politica estera inesistente.
È quindi necessario revocare il processo di unificazione europeo nato a Maastricht, rompere la camicia di forza dell’Euro e restituire la sovranità monetaria ad una Banca Centrale Italiana che risponda al potere politico. Bisogna transitare verso un’economia mondiale equilibrata e rispettosa delle individualità nazionali che prediligano la domanda interna, invece che dissanguarsi in una lotta per l’espansione delle esportazioni e la relativa accumulazione finanziaria. Prediligere la domanda interna significa ritornare all’obiettivo prioritario della piena occupazione, subordinando il fine della stabilità monetaria che interessa principalmente i ceti possidenti; significa rafforzare il lavoro, sostenere i salari, spingere direttamente e indirettamente il capitale ad innovare, impedendogli di conseguire i profitti attesi con la semplice estensione dello sfruttamento.
3) Contro la guerra tra poveri
Il paese può tornare ad essere uno, a garantire il riconoscimento sociale a ciascuno, valorizzando i propri talenti, contrastando la disgregazione e l’attuale disperato ripiegamento narcisistico. Oggi, in tutte le aree decentrate o periferiche, e nei paesi semi-centrali come l’Italia, i soggetti marginali o precarizzati percepiscono l’immigrazione come causa di un’ulteriore competizione per le abitazioni, il welfare, il salario. Si tratta di una visione corretta, ma parziale. È necessario ribadire come all’origine di questa pressione sulle proprie condizioni di vita non stiano primariamente altri sfruttati di varia provenienza, ma le modalità di produzione della ricchezza. Questo passo è necessario per disinnescare la ricerca di capri espiatori in forma di xenofobia; tuttavia va parimenti respinto il principio dell’accoglienza illimitata. Gli ingressi nel paese vanno calibrati in rapporto all’effettiva e realistica capacità di accoglimento e integrazione. Sono processi che non possono essere lasciati al “mercato”, alla “libera ricerca di opportunità” della forza-lavoro internazionale. L’obiettivo dev’essere la coesione sociale e la creazione di una società “decente”, non il potenziamento di un esercito di riserva che ricatti i lavoratori.
Il capitalismo è in primo luogo allargamento dello sfruttamento abbattendo tutte le barriere al movimento di capitali e forza-lavoro. Come socialisti siamo perciò per un severo controllo dei flussi, per il rispetto della legalità, e per la piena integrazione, economica, sociale e culturale, di chi resta con noi, senza esclusioni né discriminazioni di alcun genere. Rigettiamo l’idea di società nazionali come zone di passaggio alla ricerca di sostentamento provvisorio. Non abbiamo nulla da guadagnare dal conflitto tra poveri (che è da sempre il gioco della retorica di destra). Ciò che va difeso, ovunque, è il diritto a non emigrare, a non esservi costretti da ricatti economici, costrizioni materiali o morali; ciò che va difeso, ovunque, è il diritto a vivere e lavorare in condizioni degne nel proprio paese, in primo luogo per i nostri cittadini nel nostro paese. L’autentica solidarietà internazionalista fra le classi popolari implica il diritto all’unità e allo sviluppo integrale di ogni nazione.
4) Contro le sinistre liberali
La mutazione delle sinistre in difensori dell’ineluttabilità del capitalismo e della sua mondializzazione si è vestita di modernismo e progressismo, tipiche bandiere della sinistra liberale. I propri referenti non sono più perciò i ceti popolari, ma frazioni di classe della media borghesia, connesse con il modo di produzione della “accumulazione flessibile”. Anche le sinistre radicali, figlie dell’onda lunga del ’68, si sono rifugiate nelle loro piccole ecclesie e in movimenti (settori dell’ecologismo, del femminismo, Lgbt, animalisti, pacifisti, ecc.) che rimuovono accuratamente il problema dei rapporti di potere economico, annegandolo in rivendicazioni settoriali e identitarie che preservano il sistema. Non è un caso che la cultura di queste sinistre veda come principale nemico lo Stato e assuma come obiettivo centrale la lotta alle gerarchie e all’autoritarismo (spesso etichettato come “patriarcato”). Queste rivendicazioni sono occasioni per aumentare la segmentazione sociale, e sono peraltro agevolmente integrabili nell’attuale modo di produzione, come estetica, marketing, ecc. Concentrarsi su diritti soggettivi e identità esclusive finisce per atomizzare la società, dissimulando il problema dei rapporti di forza economici.
5) Per la democrazia reale
La sfida principale del nostro tempo è quella alla democrazia reale, che non è minacciata dai movimenti populisti, ma dalla reazione ad essi da parte delle élite in tutto il mondo occidentale. Per fronteggiare questa reazione occorre una nuova classe dirigente, con una base autenticamente popolare, che non sia l’ennesima variante minore dell’ordine liberale. L’energia sociale per uscire dall’attuale impasse si può trovare solo nei ceti in maggiore sofferenza. Quelli a proprio agio, o troppo interni al modo di produzione per distaccarsene, possono solo seguire. Si pone perciò il problema dell’unificazione non solo delle classi subalterne, ma di tutto l’ampio fronte che può muoversi in direzione antiliberista e antieuropeista.
Questa forza terza, indisponibile al vecchio bipolarismo, deve porre la questione dei rapporti sociali, della subordinazione del mercato alla democrazia, chiarendo quali gruppi, ceti e posizioni, incarnano l’interesse generale dell’Italia. Essa deve inoltre porre la questione degli strumenti della democrazia, come quelli forniti dalla nuova interconnessione virtuale, estesa a tutti i cittadini, con la possibilità di avviare discussioni molecolari in ogni momento e su ogni tema. Si deve porre anche il problema del crollo delle strutture di autorità e reputazionali tradizionali, e delle sue conseguenze sulla logica della delega. Bisogna confrontarsi con la manipolazione dei dati, l’appropriazione delle informazioni nelle piattaforme proprietarie, e gli enormi rischi che ciò comporta.
6) Per una nuova coalizione sociale
Serve per questo una larga coalizione sociale, che attraversi il paese da Nord a Sud, rispondendo alle diverse esigenze delle sue aree culturali ed economiche, spesso radicate in storie secolari. Bisogna saper parlare con i neo-proletari della new economy, i professionisti in via di “uberizzazione”, i lavoratori autonomi sfruttati e marginali, i pensionati a basso reddito e negletti, la parte ancora reattiva del sottoproletariato urbano. Per fare ciò bisogna superare i modelli utili ma insufficienti dei meet-up, o delle effimere mobilitazioni social, attraendo a sé i segmenti di piccola borghesia operanti sul mercato interno, il ceto impiegatizio pubblico, e parte dei ceti medi riflessivi, staccandoli dall’egemonia esercitata dalla borghesia cosmopolita e dal settore dedito alle esportazioni.
Oggi nessun soggetto privilegiato della storia può guidare in esclusiva una transizione al socialismo. E lo stesso socialismo deve essere declinato in modo da consentire una pluralità di vie, integrate nelle comunità territoriali, con le loro tradizioni storiche e le matrici costituzionali. Il socialismo sarà inclusivo, democratico, storicamente e territorialmente radicato, o non sarà.
Il ‘soggetto’ di questa trasformazione non può più essere unilateralmente una frazione qualificata della società. Non può esserlo la vecchia classe operaia ormai frammentata e dispersa; né possono esserlo le “classi riflessive” della nuova economia della conoscenza, spesso in prima fila per la conservazione dei loro declinanti, piccoli, privilegi; né non meglio precisate “moltitudini”, con il loro rifiuto di porre la questione del potere; né le “donne”, quasi fossero una classe a sé stante. Il blocco sociale capace di riaprire il futuro può solo essere una rete contingente di soggetti sociali, sensibili alle diseguaglianze orizzontali e verticali, tra periferie e centri. Quest’aggregazione contingente deve prendere le mosse dai danni creati dallo sviluppo unilaterale della valorizzazione capitalistica, dai luoghi dove le condizioni di lavoro o di vita risultano insopportabili per chi non gode di posizioni privilegiate. È qui che nasce la resistenza da cui partire.
Il punto diventa quindi costruire linee oppositive al capitalismo che passino innanzitutto per i differenziali di reddito, di mobilità, di luogo. È la divaricazione tra i ‘vincenti’ – che riescono a fare il proprio prezzo e si muovono nei centri geografici funzionali al sistema – e i ‘perdenti’, che il prezzo lo subiscono e stazionano in area periferica – a definire il campo della lotta di classe per un socialismo del XXI secolo. Solo focalizzando su tale frattura si può reggere lo scontro con l’Unione Europea e con quella parte del paese che dell’UE si serve per affermare i propri interessi, spacciandoli per necessità o interesse collettivo.
7) Per un’economia umana
La piena occupazione garantita dev’essere un obiettivo guida, per rovesciare i rapporti di potere contrattuale. Che siano i datori di lavoro privati a dover competere per acquisire i migliori lavoratori, e non questi ultimi a doversi svendere, in una competizione al ribasso fratricida. Bisogna imporre un ‘pavimento’ al mercato del lavoro che non possa venire compresso e salga progressivamente. Tale “pavimento” non può essere il risultato della semplice fissazione legale di un salario minimo, ma è l’effetto di un mutamento dei rapporti di forza nel mercato del lavoro ottenuto grazie ad un forte intervento pubblico di rilancio dell’occupazione attraverso piani di lavoro di ultima o di prima istanza.
Con salari e diritti crescenti il capitale, pubblico e privato, sarà costretto a investire in tecnologia, innovazione e qualità. In quest’ottica la Pubblica Amministrazione deve essere messa nelle condizioni di funzionare adeguatamente, svolgendo il ruolo di occupatore di Prima Istanza, con assunzioni massicce e quanto mai necessarie, oltre a quello di riserva di buona occupazione transitoria, come parametro per l’intero mercato del lavoro.
Un robusto pool di imprese di stato, nei settori strategici e a vocazione monopolistica, dovrà rianimare il modello di economia mista che ha fatto la fortuna del nostro paese, e che si sta affermando imperiosamente nelle economie in crescita egemonica nel mondo (Cina in primis). Il rafforzamento della domanda aggregata interna potrà riattivare lo spirito dei lavoratori italiani, rianimando le periferie depresse, e spegnendo le lotte tra ultimi e penultimi. Il ripristino del controllo sui movimenti di capitale con la sua subordinazione alla funzione sociale, la demercificazione del lavoro e della natura, la cura, il sostegno e la protezione ai piani di vita di ciascuno, la capacità costituente esercitata dal basso e dalle periferie sono i capisaldi del socialismo che cerchiamo.
Questo modello va a fornire un incremento di domanda anche al commercio mondiale, che in questo modo troverebbe nuove risorse e fattori di crescita sufficienti per essere basato su rapporti equilibrati fra aree e paesi. Sarebbe superato il tentativo odierno di operare un abbattimento tecnocratico, e ad ogni costo, di ogni frontiera per trovare i mercati e la domanda di beni che nel frattempo si è perduta abbattendo il salario, a partire da quello europeo. Anche e soprattutto per questa via passa il riequilibrio fra apertura democraticamente vagliata dei mercati e sovranità democratico-costituzionale. Solo per questa via è proponibile qualunque idea reale e non mistificata di internazionalismo.
In questo quadro un rilievo particolare dovrà essere dato alla “questione ambientale”, che lungi dall’essere una moda passeggera, rappresenta un orizzonte decisivo per le sorti dell’umanità futura. La pulsione alla competizione anarchica, sotto regime capitalistico, rende inevitabile una costante devastazione degli equilibri ecologici e organici. Emergerà perciò con sempre più chiarezza la necessità di superare questo modello di sviluppo autodistruttivo. Il socialismo, come subordinazione del mercato a politiche democratiche e finalità umane, è la forma dell’unica soluzione possibile. L’antico slogan “socialismo o barbarie” dovrebbe oggi essere declinato in “socialismo o collasso ecologico del pianeta”.
8) Per il perseguimento dell’interesse nazionale in un’ottica multipolare
Puntare su di uno sviluppo del mercato interno mostra il sovrapporsi di interesse nazionale e interesse di classe. Aumentare le opportunità dei lavoratori e delle imprese italiane, e ridurre la dipendenza dalle esportazioni, rappresentano insieme una conquista di indipendenza geopolitica e di benessere sociale. Oggi più che mai c’è la necessità di un forte settore pubblico dell’economia, capace di riequilibrare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, e di rilanciare il ruolo dell’Italia in una direzione geopolitica multipolare. Senza coltivare avventure imperiali o neocoloniali, ma anche senza diventare una zattera alla deriva nel mediterraneo.
Nonostante in Occidente tutti facciano finta di non accorgersene, il bipolarismo della Guerra Fredda è finito da trent’anni. È ora di aggiornare le nostre priorità e smettere di reiterare le costanti storiche della nostra politica estera: l’irrilevanza nel dibattito interno e l’affidamento esclusivo all’alleato forte. Due caratteristiche che entrambe mal si coniugano con la promozione dell’interesse nazionale in un multipolarismo come quello attuale. Mai come oggi gli obiettivi geostrategici dell’Italia differiscono tanto da quelli americani quanto da quelli dei competitors europei.
Se recuperassimo tutti gli strumenti – politici ed economici – che si confanno a uno Stato sovrano, potremmo rilanciare il nostro ruolo di media potenza, con un ritrovato attivismo che – lungi dal ripercorrere tristi esperienze coloniali passate – riesca a valorizzare al meglio la nostra collocazione geografica.
L’Italia ha interesse al sorgere di un mondo multipolare con un nuovo equilibrio internazionale. La subalternità ad un occidente che non riesce a liberarsi del fallimentare modello neoliberale può essere superata solo se si istituiscono relazioni eque con il mondo emergente, e se si valorizza la nostra collocazione nel mediterraneo. Senza rigettare le tradizionali relazioni con il centro europeo e con gli Stati Uniti, solo un multilateralismo che giochi su più tavoli – Africa, Russia, Cina, India, America Latina – può consentire di ridurre la nostra subalternità. Costruire un socialismo per il XXI secolo implica perciò anche difendere il proprio apparato pubblico e le proprie aziende strategiche, incluse quelle militari ed energetiche, dalle altrui mire di dominio.
9) Per un socialismo plurale nel XXI secolo
I socialismi del XXI secolo non dovrebbero essere progressisti più di quanto non siano conservatori. Essi non dovrebbero cioè predicare la convergenza di tutta l’umanità in una forma di sviluppo culturale predefinita. Gran parte dei fallimenti e delle sconfitte del socialismo storico è dipesa da questa ambizione, non troppo dissimile dalle pulsioni uniformanti ed astratte del capitalismo. Bisogna andare oltre i modelli di socialismo storici (previo loro approfondito studio, che rimane cruciale) prestando attenzione alle forme innovative che si sono sviluppate in Cina e nei paesi “bolivariani”. I socialismi per il XXI secolo devono fare buon uso dei mercati, ma impedendo che si saldino in un unico illimitato ‘sistema di mercato’. I mercati sono esistiti ben prima del capitalismo ed esisteranno dopo di esso, né devono per forza avere carattere capitalista. L’istituzione dei mercati può far leva su forme di organizzazione sociale decentrata che si può fondare sullo scambio di surplus tra pari, senza che siano indefinitamente e automaticamente traducibili in un unico metro di valore; va rigettato il modello esemplificato dai mercati finanziari, dove tutto è ininterrottamente mobile, mercificato e liquido in vista di un margine quale che sia di profitto. Rilanciare la tradizione socialista, questa volta ancorandola a forme di vita plurali e rispettose dei propri percorsi, significa liberarsi da un modello che riduca gli scambi sociali alla pratica della domanda ed offerta. Percorsi socialisti plurali, possono consentire l’esistenza di mercati contenuti da una sfera sociale più ampia, rigettando invece la risoluzione del ‘sociale’ nel mercato. L’orizzonte di un socialismo del XXI secolo è dunque quello di comunità in cui l’economia non è sovraordinata alla società ma sottomessa a un controllo pubblico, trasparente, plurale e democratico, comunità capaci di fondarsi sulla creatività, sulla capacità socializzante dell’umano e sulla logica del dono. Essere anticapitalisti significa riconoscere che “il vero è nell’intero” e che l’economico è solo una delle dimensioni della vita, né autosufficiente né auto-consistente.
10) Che fare?
Come diffondere oggi in Italia un autentico progetto socialista? Si tratta di un’impresa difficile perché radicale. Ed è radicale perché non vuole semplicemente riproporre l’intervento statale del passato, ma inaugurare una nuova azione pubblica, evitandone le forme monopolizzate dall’interesse privato dei partiti e dei manager di stato. Che fare, dunque, concretamente? È necessario prima di tutto uno sforzo per acclimatare il progetto socialista in un paese che, pur avendone disperato bisogno, lo teme, essendosi abituato negli anni a pensare in maniera antisocialista. L’Italia ne ha bisogno perché oggi solo l’intervento statale e la proprietà pubblica possono guidare una ripresa. Le sconsiderate privatizzazioni dei decenni scorsi rendono necessaria una radicale inversione di rotta verso la ricostruzione di uno stato capace di direzione politico-amministrativa, e democraticamente controllato. Ma gli italiani oggi temono questo indirizzo, sia per l’aspettativa (mediaticamente coltivata) del malfunzionamento di tutto ciò che è pubblico, sia soprattutto perché la struttura sociale italiana è stata consapevolmente costruita (dalla DC, dal craxismo, dalla “modernizzazione” neoliberista) in modo da ostacolare le concentrazioni operaie e favorire l’impresa individuale o familiare. Da ciò emerge la propensione a vedere nello Stato un protettore occasionale, che però non deve pretendere tasse o dirigere l’economia. Il problema, acuito dal fatto che spesso nella stessa famiglia si intrecciano redditi da lavoro dipendente e redditi d’impresa, non può essere affrontato con leggerezza, perché la microimpresa, con i suoi vizi e le sue virtù, è in ogni caso, e soprattutto in periodo di crisi, fonte di sopravvivenza per numerosissime famiglie.
Questa tensione tra Stato e privato, inevitabile nelle attuali condizioni, dev’essere dislocata verso il sistema del credito (banche, ma specificamente la BCE). La via maestra per la ripresa e per una possibile redistribuzione passa infatti per la monetizzazione del deficit dello Stato, non il rigore fiscale. Il problema dell’infedeltà fiscale deve ovviamente essere affrontato, ma con provvedimenti rivolti ai vertici della piramide sociale, e potrà essere pienamente risolto solo nella scia di una ripresa del paese, distinguendo tra evasione di sopravvivenza ed evasione opportunista. La prospettiva dovrà essere quella di una regolarizzazione progressiva e non traumatica delle microimprese, basata sullo scambio tra lealtà fiscale e normativa dal lato privato, e servizi efficienti dal lato pubblico.
In questa prospettiva, fondamentale giacché riguarda una cultura diffusa nel paese, è necessario costruire una strategia politica che non si limiti a declamare le buone ragioni del socialismo, dell’intervento pubblico, dell’euroscetticismo, ma individui i modi concreti per dar loro corso. L’obiettivo fondamentale non è affatto “l’unità della sinistra” contro la “destra fascista”. La destra attuale non è fascista, anche se ha pericolosi tratti autoritari. E d’altra parte la sinistra non è affatto democratica (anche se molti suoi elettori e militanti lo sono): non lo è perché il suo globalismo sconsiderato ha sottomesso il paese alla dittatura dello spread, perché (come la destra) ha sfasciato la Costituzione del ’48, perché (come la destra) mostra costantemente impulsi censori rispetto all’espressione del dissenso. In queste condizioni, è assai difficile dire se un futuro governo autoritario sia oggi più favorito da istanze di destra o di sinistra.
L’obiettivo fondamentale dev’essere quindi la lotta contro ogni riproposizione del bipolarismo, e dunque anche contro il maggioritario che lo accompagna. Il bipolarismo serve infatti a consolidare la subordinazione del paese attraverso uno scontro fittizio fra due poli, divisi su questioni secondarie, ma uniti dalla fedeltà atlantica ed europea. Ciò vale con tutta evidenza per il polo di sinistra, anche se il M5S dovesse stabilmente parteciparvi. Ma vale anche per il polo di destra, perché ha già dimostrato di alimentare un euroscetticismo di facciata, sostenendo l’irreversibilità dell’euro, e di essere avverso ad ogni rafforzamento dell’impresa pubblica e ad ipotesi di nazionalizzazione. Per rompere il bipolarismo è necessario ricostruire un terzo polo, dialogando con la parte critica dell’elettorato e della militanza M5S, raccogliendo tutte le forze che sono sovraniste in quanto socialiste, ma soprattutto dando espressione a chi da decenni non ha rappresentanza politica: la vasta e frammentata classe dei lavoratori subordinati, dei precari, dei disoccupati.
Un tale terzo polo non può nascere attorno alla mera parola d’ordine negativa dell’Italexit. L’evidente balbettio dei sedicenti sovranisti gialloverdi di fronte all’Ue, le convulsioni della Brexit, la presa nell’opinione pubblica del ricatto dello spread, rendono difficile – salvo brusche accelerazioni della crisi europea – aggregare consensi decisivi, solo ponendo al centro la prospettiva dell’uscita dall’UE. Tenendo ferme le ragioni per un’uscita dai trattati, bisogna innanzitutto accumulare le forze su espliciti contenuti positivi (più stato, piena occupazione, mercato interno, Sud…). Per farlo lanciare un programma che indichi l’uscita come condizione della propria piena realizzazione, ma che sia articolato in obiettivi intermedi parzialmente perseguibili anche in ambito UE.
• In questa prospettiva Nuova Direzione deve impegnarsi a:
I. Ribadire una dura critica all’Unione europea, sviluppando su ciò attività di formazione e controinformazione, anche in connessione con altri soggetti.
II. Costruire progressivamente un programma socialista per il paese, articolato in obiettivi di fase concretamente perseguibili. Qui l’elaborazione concettuale deve accompagnarsi alla costruzione di alleanze politiche con soggetti collocati criticamente nei diversi partiti, nell’apparato dello stato, nel mondo delle imprese e del sindacato, nei luoghi di maggiore conflitto sociale.
III. Inserirsi in tutte le esperienze di conflitto che esprimano un netto dissenso verso la situazione generale del paese e verso le politiche di indebolimento delle condizioni dei lavoratori: crisi industriali, regolarizzazione dei precari, contrasti tra banche e debitori, e così via.
IV. Promuovere, o comunque intercettare, quei conflitti con radicamento territoriale in cui si presenti una lotta fra centro e periferia, Hinterland contro città, Sud contro Nord e così via. Il fine non è disgregare, ma riaggregare su nuove basi ciò che si sta irrevocabilmente frammentando. Il fine è presentarsi come movimento per l’unità d’Italia: unità fra i suoi diversi lavoratori, fra questi e le piccole e medie imprese, fra tutti i territori che il neoliberismo italiano, rappresentato dalla sinistra come dalla destra, mette in infinita competizione a solo vantaggio del capitalismo e dell’Unione Europea.
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TESI AGGIUNTIVA
I nodi storici d’Italia: classi, Stato, sovranità
Nei momenti di crisi e difficoltà emergono le caratteristiche di fondo di un paese. La storia non dimentica, i nodi vengono al pettine. Quello che siamo ora è scritto nel percorso. Per questo, al fine di prescrivere una terapia, sono necessarie un’anamnesi e una diagnosi.
Il parto della nazione italiana è stato complicato. Fra le opzioni che si sono confrontate nell’intento di unificare l’Italia, alla fine ha vinto quella sabauda, anche grazie alla tattica cavourriana che si muoveva fra le potenze del tempo sfruttandone i conflitti. La vittoria dell’opzione monarchica ha comportato l’imposizione dello Statuto Albertino e del modello statale piemontese, senza alcun passaggio costituente, e ciò anche a causa della debolezza politico-programmatica delle correnti democratiche e dello stesso garibaldinismo. Sono state unificate in modo repentino realtà sociali, modelli istituzionali e monete diverse. Così l’Italia è nata da subito affetta da condizioni di squilibrio. L’unificazione, costruita con una mobilitazione contraddittoria delle masse, allora in gran parte contadine, e delle varie borghesie, ha prodotto il rifiuto del nuovo Stato in varie parti del paese, rifiuto sollecitato dalla reazione borbonica, dal clero e, all’inizio, anche dai più coerenti fra i repubblicani e garibaldini. La Chiesa, allora unica “forza nazionale”, dopo l’occupazione dei territori pontifici e la presa di Porta Pia, è stata all’opposizione del nuovo Stato, fino ai Patti Lateranensi.
Da questa modalità di unificazione nasce la questione meridionale. La questione agraria, in particolare, non è mai stata un punto centrale nel processo di unificazione per le forze repubblicane egemonizzate da ceti intellettuali borghesi e piccolo borghesi. Il fascismo utilizzò le masse contadine in maniera del tutto subalterna e reazionaria. Da queste modalità di unificazione nasce anche il sentire lo Stato come esterno, quando non avverso. Priva dell’ancoraggio di un’appartenenza forte, di istituzioni solide, e di una vera classe dirigente nazionale, l’Italia ha manifestato tratti di incertezza fin dalle origini.
La partecipazione delle masse cominciò a mutare le cose con il nascere del movimento socialista. Un primo risultato politico di questo mutamento sarà il suffragio universale maschile nel 1912.
L’entrata guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale evidenziò la gracilità del nuovo Stato dal punto di vista militare e di coesione sociale. La larga insoddisfazione popolare seguita alla guerra e i conflitti che ne derivarono comportarono una dura reazione delle classi agrarie e industriali e della monarchia, nell’assenza di politiche adeguate da parte delle opposizioni. La nazionalizzazione delle masse da parte del fascismo e il sovrapporsi dello Stato fascista a quello monarchico furono solo in grado di sopire gran parte dei problemi o di celarli fino a che la guerra non portò il paese allo sgretolamento.
L’8 settembre segnò così la fine ingloriosa di un altrettanto inglorioso periodo, assestando un colpo mortale al sentimento nazionale. L’indebolirsi dell’idea di nazione ha intaccato tanto l’idea dell’autonomia che il valore attribuito all’interesse generale. Esito della sconfitta furono anche la perdita di rango nel consesso internazionale (un rango che era peraltro soprattutto una finzione) e la subalternità, che dura tutt’oggi, agli USA.
La Resistenza rappresentò tuttavia un correttivo a questa condizione. La presenza di forze antifasciste che si erano formate nell’esilio e nella clandestinità consentì di portare il paese alla transizione verso la Repubblica e all’elaborazione della Costituzione, e di non farlo divenire un protettorato anglo-francese. La Resistenza, unico riscatto del popolo italiano, prima ancora che tradita fu troppo breve e troppo circoscritta territorialmente per incidere in maniera duratura sul profilo della Repubblica. E già durante i lavori della Costituente si inaugurava la subordinazione della politica italiana agli Usa. La Costituzione, del resto, fu un obiettivo quanto mai alto se si constata quanto marginalmente era prevalsa nel referendum la scelta della Repubblica, a testimonianza di come fosse ancora forte la resistenza conservatrice delle classi borghesi, della Chiesa e anche di parti consistenti delle classi popolari, contadine in particolare.
Così lo spirito e la lettera della Costituzione (la centralità del lavoro, il ruolo dello Stato finalizzato a rimuovere e a promuovere diritti ed uguaglianza, l’economia mista, la finalizzazione dell’impresa privata all’interesse generale), vennero contraddetti dal ruolo centrale assunto dagli esponenti liberisti (in primo luogo Einaudi) e dal permanere di personale fascista nei ranghi dello Stato, mentre ne venivano espulsi molti membri di origine antifascista. Ciò garantì, almeno inizialmente, una significativa continuità sia con il regime monarco-fascista che con precedente Stato liberale.
La Costituzione del ’48 non ebbe dunque modo, per ragioni interne ed internazionali, di attuarsi completamente. Ma, anche grazie alla sua promulgazione, le forze sociali e le tendenze culturali di cui essa era espressione non potevano più essere escluse dall’agone politico: ed è per questo che essa costituì lo scudo del pur relativo avanzamento dei ceti popolari degli anni ’60 e ’70, e, in quanto tale, fu sottoposta ai più duri attacchi. Se il primo periodo del centro sinistra sembrò iniziare ad attuare alcuni dei dettami della Carta, negli stessi anni e in seguito si poté assistere a una serie di assalti, politici, militari, istituzionali alla logica costituzionale.
Quegli assalti, che andavano dai minacciati golpe allo stragismo, dall’uccisione di Moro alle trasformazioni derivanti dall’ingresso del paese nell’Ue, culminarono nella Seconda Repubblica, inaugurata dall’ambigua stagione di “Mani Pulite”. E non è un caso se chi lasciò che Moro fosse ucciso, dimostrando quanto limitata fosse la nostra sovranità, fu anche artefice di una sottomissione della costituzione ai dettami di Maastricht.
Ciononostante, la presenza egemone nella Resistenza di forze politiche non-liberali se non addirittura anti-liberali permise che la sopravvivenza post-bellica – aspramente combattuta dalle forze liberali -­ dell’IRI, creata dal regime fascista per affrontare le conseguenze della Grande Depressione del ’29, diventasse il perno del decollo italiano (il cosiddetto ‘miracolo’, che avvenne con tassi di crescita ‘cinesi’) che cambiò drasticamente, si può dire per la prima volta nella storia italiana, le condizioni di vita materiali di ampie masse di popolazione.
Il mondo liberale che aveva mal sopportato la permanenza dell’IRI, nonché il predominio dei partiti di massa, aspetti che aveva continuamente combattuto nel dopoguerra, iniziò già dagli anni ’70 una violenta controffensiva. Approfittando della crisi politica di fine ’70, riuscì a imporre un passaggio del paese sotto il ‘vincolo esterno’ europeo con l’ingresso nello SME che, ulteriormente rafforzato dal divorzio Bankitalia-Tesoro, preluse allo smantellamento dell’IRI e quindi alla demolizione delle condizioni politiche della crescita economica del paese, riportando la gestione economica complessiva nelle mani di quelle forze liberali che se ne erano sentite limitate dalla Resistenza, dalla Costituzione e dai partiti di massa.
Infatti, la seconda repubblica è stata, in realtà, una sorta di golpe continuato contro la Costituzione, e il popolo italiano, consentito dai Presidenti della Repubblica, dalla Corte Costituzionale, dai partiti “contro-riformati”. È stata la repubblica “della società civile” e non più delle classi, del “cittadino-consumatore” e non più del lavoratore. La repubblica senza ideologie, tranne il liberismo. La seconda repubblica ha vissuto, e così è tutt’ora, in un’orgia di leggi elettorali rapidamente cambiate per favorire questo o quello, di liberalizzazioni e privatizzazioni, di riduzione dei diritti del lavoro, blocco dei salari, disoccupazione a due cifre, povertà, diseguaglianze, assorbimento subalterno dei sindacati, modifiche al titolo V che frantumano il paese e preludono a richieste di disunioni ulteriori (come l’autonomia differenziata). Ha partecipato a guerre destabilizzanti condotte per “esportare la democrazia”, ossia a guerre di occupazione per l’egemonia mondiale dell’occidente e del suo paese guida, gli Usa. Fino ad arrivare al masochismo di una guerra alla Libia voluta da nazioni concorrenti quali Francia ed Inghilterra, dopo che solo qualche tempo prima si era siglato un accordo storico con la Libia stessa. La partecipazione a questa guerra è stato un tradimento, oltre che della Carta, anche dell’interesse nazionale.
L’adesione all’Unione europea ha aggravato la subordinazione del paese. Oltre agli Usa ora ci si è subordinati alla finanza, ai mercati, ai paesi europei più forti politicamente o economicamente. La classe dirigente italiana ha pensato di poter così governare con il vincolo esterno le recalcitranti classi popolari italiane. La garrota dell’Unione e dell’euro comportano un declino continuo sul piano sociale, economico, culturale, democratico.
Stando così le cose, non stupisce che il paese dia sempre maggiori segni di scollamento. Tutto sembra crollare ma nessuno appare responsabile di alcunché. Il paese sta perdendo il senso di appartenenza ad una storia. Siamo fra le nazioni con il maggior grado di diseguaglianza, la giustizia è sempre più lenta, e meno cieca di quanto dovrebbe, la corruzione dilaga. Si sente la mancanza di uno Stato che, in realtà, in Italia non è mai “stato”. C’è una crisi conclamata delle élite.
Tutto ciò crea insicurezza, rancore, rabbia che però restano a livello individuale. La rabbia non prende la strada del conflitto, della lotta. Un tempo ci si rivolgeva alla sinistra per risolvere i problemi: ora non più. La cosiddetta sinistra è parimenti colpevole dello stato di cose presente. Ai cittadini non sembra rimanere altro che la protesta elettorale. E questo accade proprio quando la democrazia (e con essa le elezioni) è sempre più una finzione, in quanto le decisioni vengono prese altrove: da Bruxelles o dai “mercati”. Milioni di cittadini ad ogni votazione vagano da partito a partito alla confusa ricerca di protezione, ordine, cambiamento. Non è dunque un caso che il paese rimanga inquieto, conflittuale. I lavoratori e le masse non sono assopiti, anche se non sanno bene cosa fare: viviamo una continua transizione verso il nulla. L’Italia si presenta come una pentola in continua ebollizione che sembra non scoppiare mai.
Questo stato di cose impone di andare alla radice dei problemi: è tempo ormai di riconquistare la sovranità nella politica interna ed estera, conformemente ai principi costituzionali e all’interesse nazionale. La seconda guerra mondiale è finita da settant’anni, e l’abbiamo ormai pagata abbastanza! Del resto, l’Alleanza atlantica, già discutibile negli intenti originari, alimenta oggi conflitti e aggressioni su vasta scala, divenendo così seriamente controproducente per gli interessi nazionali e popolari. Lo stesso discorso vale per l’Unione Europea, dove gli interessi internazionali di Francia e Germania non sono affatto coincidenti con quelli dell’Italia.
L’interesse nazionale del popolo italiano richiede una neutralità attiva e funzionale alla pace, in particolare nel Mediterraneo. La globalizzazione e il liberismo, la competizione di tutti contro tutti, hanno fallito: serve più Stato, lo Stato della Costituzione. forte contro i forti. Servono programmazione, controllo dei capitali, delle merci e delle persone per una buona e piena occupazione, affinché i lavoratori non siano merce ed il lavoro non sia tortura ed usura. Serve una nuova idea di società e una nuova idea di economia e di rapporto con l’ambiente. Un’economia per la società e non una società per l’economia.
La risposta a tutto ciò può ancora essere trovata nella Costituzione del 1948. La Costituzione non è dietro di noi. Essa è un obiettivo che ci sta davanti, per cui è necessario costruire un popolo e uno Stato. A tal fine serve una memoria storica che ci ricordi le lotte che, dalla Resistenza agli anni ’70 e oltre, hanno tentato di costituire pienamente la nazione, le reazioni antipopolari e antinazionali delle classi dominanti, le circostanze che fanno sì che oggi l’interesse nazionale, l’interesse ad avere una nazione sovrana e capace di crescere nella pace, coincida ormai con quello delle classi subalterne. A tal fine servono nuove culture politiche, nuovi partiti capaci di riprendere il cammino e ricucire i fili che la regressione degli ultimi decenni sembra aver reciso.
alcuni commenti
Roberto Buffagni Andrea Zhok Senz’altro. A me non dà fastidio Marx, che è un pensatore di prim’ordine. La zavorra viene dopo, con il marxismo e con la sua decadenza, sia teorica sia politico-effettuale. Poi naturalmente ciascuno ha il suo bagaglio. La strada è lunga, i rifornimenti scarsi, il clima inospitale, e quindi vedrai che tanta parte del bagaglio che ciascuno si porta nello zaino andrà scaricato a lato strada 🙂
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni Anch’io credo che in un senso antropologico primario il confronto sia tra individualismo liberale e comunitarismo. Tuttavia il comunitarismo non può sopravvivere senza una cornice statale compensativa delle dinamiche pervasive del mercato, e solo nella tradizione marxiana ci sono gli strumenti per operare quella compensazione. (Se il comunitarismo si riduce a chiacchiera, come invocazione alla ‘comunità’ e alla ‘famiglia’ senza far seguire nessuna politica strutturale che arresti i processi di disgregazione liberal-capitalistici, allora è solo fuffa: persino Blair e Reagan sono stati detti ‘comunitari’ in questo senso esteriore.)
  • Roberto Buffagni Andrea Zhok Il socialismo non implica l’adesione al marxismo né alla vicenda storica della II Internazionale, su questo non ci piove. La contrapposizione teorica basilare è fra individualismo liberale e comunitarismo (varie forme e declinazioni possibili di – ). Farlo capire a molti se non tutti non è facilissimo però.
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni Beh, direi che nel mondo prossimo venturo ci sarà la scelta tra essere prosciugati da potenze maggiori o giocare le proprie carte con i relativi rischi. Non vedo altre opzioni.

    Quanto al tema del ‘socialismo’, l’adozione del termine è stato oggetto di discussione, proprio per la consapevolezza dei problemi connotativi del termine. Oggettivamente e concettualmente è il termine più difendibile, proprio per la sua storia plurale (il socialismo è alla base di Gramsci come di Sombart, per intenderci). Nel tempo vedremo come sviluppare l’uso del termine o se trovare altri riferimenti espressivi meno problematici.

  • Roberto Buffagni Andrea Zhok Sì, certo, il multilateralismo è una grandissima occasione per una media potenza come l’Italia. Bisogna essere molto bravi però, c’è anche da farsi tanto male.
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni La risposta è il multilateralismo. Anche se la Cina non è l’URSS, un gioco di sponda con la Cina (e magari anche la Russia) potrebbero consentire margini di manovra non troppo dissimili da quelli del secondo dopoguerra.
    Roberto Buffagni Molte buone cose. Obiezioni a prima vista: 1) se nel blocco sociale antiUE non ci stanno anche i capitalisti “nazionali”, cioè quelli che hanno bisogno di un aumento della domanda interna e di una politica di investimenti pubblici, si va poco lontano. Se il problema politico da risolvere è l’indipendenza d’Italia (e lo è) il blocco sociale che lo persegue deve essere interclassista. Individuare come nemico principale “il capitalismo” è esatto sul piano teorico, sbagliato sul piano politico perché nessuno può proporsi politicamente, cioè in termini di obiettivo strategico effettualmente perseguibile e raggiungibile, una vera e propria uscita dal sistema capitalistico, cioè a dire una rivoluzione dell’ordine di grandezza della russa 1917 2) capisco che non ci siano altre parole a disposizione per quel che volete intendere, ma parlare di “socialismo” quando nessuno sa di preciso che cosa sia è un suicidio comunicativo. Segnalo che per una larga parte della popolazione la parola “socialismo”, che viene intesa come un eufemismo per “comunismo” a meno che non sia identificata con l’esperienza craxiana, si associa a a) esperimento storico totalitario e fallito b) miseria, prepotenza burocratica, niente che funzione c) egalitarismo demenziale, sindacalismo oppressivo, tasse insopportabili d) per concludere, la reazione emotiva alla parola “socialismo” è uguale e contraria alla reazione emotiva alla parola “fascismo”. in entrambi i casi il rapporto tra reazione emotiva e realtà effettuale è tenue, perché offuscato e distorto da settanta anni di uso strumentale dell’antifascismo & dell’anticomunismo, ma in politica le reazioni emotive contano eccome 3) la Costituzione del 1948 ha molti pregi, ma non è replicabile a piacere la situazione geopolitica che la consentì. Il lavorismo e il keynesismo della Costituzione prevedono l’esistenza in vita dell’URSS, in ragione della quale il sistema capitalistico e le potenze a guida USA furono costrette a cercare vaste alleanze, a impedire che los pueblos d’Europa diventassero comunisti, e in generale a presentarsi come alternativa più efficace e umana al sistema comunista. Sintesi: il comunismo fu un’idea radicalmente sbagliata, ma l’esistenza dell’URSS fu un’ottima cosa per l’effetto di bilanciamento e limitazione che conseguì. 4) Non è esatto parlare di “neutralità in vista della pace”, perché è sempre “in vista della pace” che si fanno le guerre (bisogna solo vedere che pace). La neutralità è un obiettivo strategico che personalmente condivido, ma al sostantivo “neutralità” va aggiunto l’aggettivo “vigile”, in soldoni: bisogna armarsi di più, non di meno, perché si vis pacem (la TUA pace) para bellum. Non commento la sintesi storica perché non voglio eccedere in lunghezza. Troppo difficile trovare una sintesi accettabile in poche righe.
    Andrea Galasso Roberto Buffagni, sì, ma quello che dico è: cosa ci farebbero gli USA concretamente se provassimo a rilanciare le summenzionate politiche di welfare? In che modo si attiverebbero per impedirlo? E perché?
    Siamo sicuri, peraltro, che sia stata proprio l’esistenza dell’URSS che impediva il neoliberalismo, e magari non altre cause strutturali afferenti alla dialettica interna del capitalismo?
  • Roberto Buffagni Andrea Galasso Perchè l’URSS non è crollata in seguito alla ricezione di una raccomandata a.r., mittente “Eredi di Keynes”, che annunciavano la scomparsa del caro estinto. E’ crollata per tante ragioni , in buona parte endogene. Premessa la mia pittoresca ignoranza in materia economica: volevo soltanto rilevare un fatto storico, questo: che il welfare state del secondo dopoguerra, e l’illuminata politica non solo economica statunitense (v. rifiuto del piano Morgenthau e varo del piano Marshall) è motivata anch’essa da molte cose (tra le quali anche il dibattito accademico in materia economica) ma senz’altro da una Cosa grossa come una casa, cioè il bisogno degli USA di cercare vaste alleanze e consensi in Europa e nel mondo; alleanze e consensi che dipendevano, in larga misura, dalla possibilità di garantire sicurezza e buon tenore di vita alle popolazioni sconfitte d’Europa. Gli americani hanno condonato pressoché in blocco il debito tedesco post IIGM, e grazie a questo condono la Germania non solo ha decollato economicamente, ma si è schierata compatta (nella sua porzione occidentale) a favore degli USA e del capitalismo liberale, e contro il comunismo e l’URSS. Ora, l’URSS e il comunismo non ci sono più, è crollato il celebre Muro di Berlino, e gli USA sono stati travolti da una ventata di hybris con pochi precedenti nella storia, che gli ha fatto pensare di poter essere non l’egemone mondiale, ma il vettore di una riconfigurazione del mondo totale nella quale ci fosse posto solo per il proprio modello di vita. Che fosse una cazzata si poteva capire anche subito, ma ci hanno provato lo stesso. Il risultato è l’oggi di cui parliamo.

Roberto Buffagni

Noterella militare. Il problema strategico è molto semplice: conformare lo schieramento cioè il sistema di alleanze + la struttura di comando e controllo al conflitto principale, che NON è destra/sinistra, e neanche capitalismo/proletariato, ma mondialismo/nazionalismo + individualismo /comunitarismo. Sul piano operativo (=soggettività politica) la traduzione del problema strategico è: alleanza Stato-Lavoro, dove “Lavoro” comprende anche un settore, il più possibile ampio, delle imprese (in particolare quelle che si basano sul mercato interno e hanno bisogno di rilancio della domanda interna + pianificazione economica statale) , e “Stato” indica anzitutto le prerogative “régaliennes” dello Stato, quelle che hanno la forza sufficiente a bilanciare e contrastare le pretese di direzione politica che si arroga il settore economico (“Ministeri della forza”). L’avversario principale è PIU’ avanti nell’opera di riconversione e adeguamento al conflitto principale dello schieramento (esemplare l’esperimento Macron), noi siamo più indietro. Se non si risolve il problema strategico dello schieramento e del sistema di alleanze si perde, se si risolve si vince. Il conflitto interno al campo antimondialista che si avvita intorno ai temi destra/sinistra, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, incapacita la formazione dello schieramento strategicamente corretto. Se si sbaglia la strategia, nessun successo tattico avvicina alla vittoria, salvo errori strategici decisivi dell’avversario, sui quali è meglio non contare perché esso è più forte e coeso. Raccomandabile essere pronti a fornire risposte adeguate e progettazione credibile per il momento in cui verranno al pettine gli errori strategici compiuti dalle forze politiche (provenienti sia da destra sia da sinistra) che sinora hanno interpretato (male) il “sovranismo”, cioè il coacervo delle opposizioni, variamente motivate e consapevoli, al mondialismo. Le suddette forze hanno sbagliato e continuano a sbagliare, tutte, le scelte strategiche fondamentali, e dunque nel giro di due.- tre anni cominceranno a perdere in modo vistoso (“perdere” può essere declinato come vera e propria sconfitta elettorale oppure come “vittoria con le idee degli altri”, ossia adeguamento di fatto alla linea dell’avversario). Finché l’errore strategico e la conseguente sconfitta non sarà chiara a molti se non tutti, non ci saranno spazi di azione politica efficace (=capacità di accedere al governo+sapere che farne). Quando l’errore strategico sarà manifesto, ci sarà spazio di azione e direzione politica. Imprevedibile, ora, con quale strumento la “azione e direzione politica” potrà esercitarsi.

LA REPUBBLICA DIMEZZATA, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA REPUBBLICA DIMEZZATA

Ha suscitato un modesto interesse che la Corte di giustizia UE abbia condannato la Repubblica italiana perché (cito testualmente)  “Non assicurando che le sue pubbliche amministrazioni rispettino effettivamente i termini di pagamento stabiliti all’articolo 4, paragrafi 3 e 4, della direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza di tali disposizioni”.

Che l’interesse sia stato modesto lo si deve probabilmente da un lato al fatto che tutti sanno – anche se nei mass-media se ne legge poco – che i ritardi nei pagamenti dei creditori del settore pubblico sono enormi, molto peggiori di quanto risulti dagli atti citati dal Giudice europeo nella sentenza, dall’altro che le decisioni giudiziarie sui ritardi sono tante che non “fanno più notizia”.

Ciò stante, dall’arresto suddetto della Corte risulta che l’argomentazione dell’Italia per difendere la prassi (costante e reiterata) del ritardato adempimento (spesso di anni e talvolta di lustri) consisteva in ciò che (cito testualmente) “le direttive europee…non impongono, invece, agli stati membri di garantire l’effettiva osservanza, in qualsiasi circostanza, dei suddetti termini da parte delle loro pubbliche amministrazioni. La direttiva 2011/7 mirerebbe ad uniformare non i tempi entro i quali le pubbliche  amministrazioni devono effettivamente procedere al pagamento… ma unicamente tempi entro i quali essi devono adempiere alle loro obbligazioni senza incorrere nelle penalità automatiche di mora”. Cioè non conta se il creditore è stato pagato, perché ad avviso della nostra Repubblica “non implicherebbe uno stato membro sia tenuto ad assicurare in concreto il rispetto di detti termini”… perché le “direttive non assoggettano…. lo Stato membro… ad obblighi di risultato, ma, tutt’al più ad obblighi di mezzi”. Traducendo tali espressioni tecniche in linguaggio più corrente, lo Stato membro europeo avrebbe l’obbligo di tradurre in norme nazionali le direttive U.E., ma se poi queste vengono aggirate o di fatto disapplicate dalle pubbliche amministrazioni o dai giudici, col lasciare i creditori “a becco asciutto” il tutto non darebbe adito ad alcun dovere né responsabilità dello Stato. Cioè i creditori dovrebbero essere appagati che il (loro) diritto al (sollecito) pagamento sia stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, che magari  sia stato anche statuito in altra sede, tuttavia, senza poter pretendere che lo Stato si attivi perché il pagamento sia effettuato. A parte la sottile quanto involontaria comicità di tale impianto argomentativo, dato che per i creditori veder riconoscere il proprio diritto al pagamento è qualcosa, ma essere pagati è tutto (mentre per la Repubblica italiana è il contrario), va esaminato non solo perché la prassi è reiterata, ma perché rientra nel dibattito sul sovranismo (o meglio sulla sovranità) tanto demonizzata.

Lo stato moderno è responsabile in linea generale dell’applicazione del diritto sul proprio territorio. Scriveva (tra i tanti) un maestro del diritto internazionale come Triepel che, in caso di violazione di un diritto garantito da norme internazionali “per quanto lo Stato col mantenersi inattivo verso chi lede un altro Stato non diventi complice di costui, è tuttavia esatto dire che è responsabile se non procede contro di lui”. E ciò avviene perché “la responsabilità ha nel nostro caso un carattere schiettamente territoriale, essa è conseguenza necessaria della sovranità territoriale… tale responsabilità è giustificata dal fatto che determinati interessi furono lesi entro la cerchia cui si estende la esclusiva sovranità di uno Stato”.

Onde lo Stato è responsabile anche per gli atti dei suoi organi; degli enti pubblici e comunque “per la condotta delle persone che ha investito di una pubblica funzione” sia che abbiano commesso atti illeciti che leciti (secondo il diritto internazionale). Le norme che consentono di sanzionare i funzionari che li abbiano commessi secondo il giurista tedesco “costituiscono diritto internazionalmente indispensabile”.

Diversamente da quello che pensano gli adepti del “politicamente corretto” è proprio la sovranità territoriale a garantire non solo l’esistenza politica delle comunità umane, ma anche l’effettiva applicazione del diritto; e così a prendersi carico dei relativi obblighi e responsabilità, sia che derivino da fonti del diritto interne che internazionali. Scriveva Hegel che “lo Stato è la realtà della libertà concreta”. È questo un aspetto peculiare dello Stato moderno che consiste anche di un’organizzazione di applicazione del diritto, la cui funzione è di rendere reali e concreti i diritti enunciati nella legislazione o comunque vigenti. Diversamente dalle monarchie feudali in cui la realizzazione delle pretese era spesso rimessa agli interessati medesimi (così, in genere, come nelle forme arcaiche di ordinamenti politico-sociali).

Situazione pericolosa. Lo Stato moderno, anche per questo, conquistò oltre al monopolio della violenza legittima, quello dell’applicazione del diritto (ne cives ne arma ruant). che non è il monopolio del diritto, giacché questo è generato in parte considerevole, spesso la più importante, non da organi statali: ma è quello della sua concreta esecuzione e realizzazione.

Se la Repubblica si difende in giudizio sostenendo che non è suo compito assicurare che il diritto sia realizzato, vuol dire che sta regredendo verso forme pre-moderne di ordinamento: o meglio che è in de-composizione. Come, in effetti, è ogni Stato che non pretende di essere sovrano.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

SOVRANITÁ E DIRITTO GLOBALE, di Teodoro Klitsche de la Grange

SOVRANITÁ E DIRITTO GLOBALE

Tra le novità che il pensiero unico anti-sovranista ci dispensa per esorcizzare l’avversario in crescita ce n’è una poco trattata nei mass-media. Ovvero che il sovranismo (meglio la sovranità) degli Stati sarebbe uno strumento superato perché il “diritto globale” (e globalizzato) avrebbe escogitato un sistema più raffinato per diminuire i conflitti: istituire dei Tribunali internazionali. I quali, in effetti, nel secolo passato sono aumentati. Non tanto e non solo quelli penali, quanto le Corti che giudicano su particolari materie (dalla pesca, all’ambiente, dalla concorrenza alle scorie radioattive).

Va da se che a questo si associa il consueto disprezzo/deprecazione per il sovranista che non avrebbe compreso (o non vuole comprendere) come non vi sia bisogno di attizzare conflitti e deciderli autonomamente: basta istituire (o, se c’è, adire) un Tribunale internazionale che giudichi delle pretese delle parti. Qualsiasi tipo di ostilità (e al limite, di guerra) e controversia, o almeno gran parte, sarebbe così justiciable, cioè conoscibile e decidibile da un giudice (si spera anche “terzo”). Il vantaggio di tale “sistema” consisterebbe nell’eliminazione/riduzione dei conflitti e, in certi casi, delle guerre. La decisione del Tribunale sarebbe così alternativa a quella della guerra.

Tale tesi è per lo più esposta da giuristi di sinistra, i quali non sembrano imbarazzati dal ripetere così quel che scriveva De Maistre “Partout où il n’y a pas sentence, il y a combat[1]. Tesi che esprimeva nel libro II° del Du Pape, una delle più razionali (ed appassionate) trattazioni della ineluttabilità (e degli inconvenienti) della sovranità[2].

Gli argomenti che si adducono a favore della tesi in esame hanno però più di un limite, che li rende contraddittori. Vediamo quali.

In primo luogo si adduce l’argomento il quale coniuga la competenza agli interessi..

Come a livello locale gli interessi locali sono attribuiti al Comune (alla Provincia, Regione ecc.) laddove vi siano interessi a livello planetario o almeno sovrastatale devono, proprio perché eccedenti  l’ambito nazionale, essere regolati a livello sovrastatale.

Se si può essere d’accordo che una regolazione statale d’interessi eccedenti il territorio dello stato corre il rischio di essere poco efficace e al limite inutile, altro è farne conseguire che per avere quelle regole occorra un ente (organo, ufficio) internazionale che le detti e giudichi le relative controversie. In effetti la regola può essere posta o consensualmente (tramite un accordo) o unilateralmente (con un comando dell’uno all’altro soggetto).

Quanto al primo – normale nel diritto internazionale (e, ovviamente, non solo in questo) – si realizza con trattati, il fondamento dei quali è proprio che a negoziarli, deciderli, applicarli sono degli Stati sovrani. I quali se non fossero sovrani, non potrebbero né obbligarsi né essere responsabili dell’esecuzione. O quanto meno avere una capacità internazionale limitata, corrispondente alla propria sovranità.

Come scriveva Santi Romano “effetto della mancanza di sovranità è la limitazione della capacità internazionale degli Stati protetti o tutelati”[3].

E il tutto si ripercuote non soltanto sulla capacità internazionale ma anche sulla responsabilità per eventuali illeciti. Lo Stato dipendente (protetto, federato) il quale non gode di (piena) sovranità risponde, soltanto nei limiti delle attività che può svolgere, nei confronti (anche) degli altri soggetti internazionali; ma per i rapporti di competenza dello Stato protettore, a seconda dei casi può (o deve) rispondere quest’ultimo.

Contrariamente a quanto pensano certi globalisti è proprio la sovranità a fondare la capacità di obbligarsi e il dovere di responsabilità. È ad essa quindi che dobbiamo la possibilità di esistenza (ed applicazione) di norme giuridiche pattizie.

In secondo luogo, e strettamente connesso al precedente, le regole possono emanarsi sia con accordi liberamente assunti dai soggetti che con comandi che un soggetto da agli altri. Per cui se una dimensione d’interessi è di competenza di più Stati la relativa regolazione può essere data con accordi tra gli Stati coinvolti, proprio in forza di quella – tanto disprezzata e deprecata – sovranità. In alternativa uno Stato (o un’altra istituzione) che si trova a esercitare poteri di comando sugli altri, può ordinare che valga la regolazione da esso imposta; non è vero quindi che la sovranità ostacoli la regolamentazione; ma è verissimo che impedisce che sia imposta una normativa non pattizia.

In terzo luogo, si ritiene che i globalizzatori sono coloro che sostengono gli interessi dell’umanità, mentre i sovranisti quelli particolari degli Stati.

Tale affermazione è assai discutibile in fatto, perché presuppone che chi afferma di sostenere quelli dell’umanità, abbia il potere di comandare a coloro che dicono di sostenere quelli dei popoli. Ma questo a sua volta presuppone che gli uni e gli altri siano in buona fede. Il che, a quasi cinque secoli dalla pubblicazione del “Principe” appare un atto di fiducia (e credulità) foriero di molte delusioni. Avete mai sentito parlare di propaganda?

E sostenere che un soggetto concreto debba essere sottoposto alla decisione di un altro soggetto concreto – nella specie un organismo internazionale ovvero (forse) una coalizione di Stati – perché questo tutela (interessi, valori o quant’altro) di carattere superiore ripete, mutatis mutandis la controversia tra Hobbes e i teologi cattolici della controriforma sul rapporto tra autorità spirituale (il Papa) e temporale. Come scrive Schmitt, il filosofo inglese “mette in discussione la pretesa che il potere statale debba essere soggetto al potere spirituale, poiché quest’ultimo costituisce un ordinamento superiore”[4].

La tesi di Hobbes era in polemica con quella di S. Roberto Bellarmino, il quale difendeva la concezione della potestas indirecta in temporalibus del Pontefice. Il filosofo di Malmesbury la contestava con pluralità di argomenti: che manca il consenso dei governati[5], ma solo la pretesa di aver avuto tale potere da Dio[6] ed il potere, a parte il fondamento, è sempre lo stesso[7]. Quando poi controbatte l’argomento del Bellarmino sulla gerarchia dei poteri (che si riflette in gerarchia delle persone), applica in un certo senso il rasoio di Ockam: il rapporto di potere – ossia di comando/obbedienza è relazione tra persone concrete e non entità astratta[8].

Se si fanno discendere dal cielo alla terra le argomentazioni del teologo e del filosofo, la somiglianza tra la concezione del primo con quella dei globalisti è evidente.

Entrambe sono volte a provare il diritto di chi detiene (o sostiene di possedere) un potere superiore a comandare coloro che ne esercitano uno inferiore. Là per volontà divina e per il bene delle anime, qua per coinvolgimento di un numero maggiore di esseri umani – fino all’intera umanità ed al suo territorio, il pianeta – e per la bontà delle intenzioni. La novità di questa concezione, rispetto a quella, oggigiorno enormemente più invocata, dei “diritti umani” è di argomentare più dagli interessi che dai valori.

Ma le fallacie in cui incorre solo le stesse: la non necessità di istituzioni apposite (sia che si tratti di Stato che di enti, Tribunali ed altro) per regolare ciò che è comune a più popoli, e la ineluttabile necessità, di converso, se si vuole imporre la decisione (maggioritaria?) ai dissenzienti. Il problema poi sotteso è di  come imporre ai recalcitranti sia le istituzioni globali sia le di esse decisioni. Si fa loro la guerra? E giacché col farlo si viola il buonismo/irenismo imperante – oltre che essere gravemente contraddittorio con lo stesso -, le si deve cambiare nome.

Escamotage già usato con le operazioni di polizia internazionale -, ossia le guerre promosse e condotte da coalizioni di Stati benintenzionati contro Stati canaglia dissenzienti e malintenzionati. Così violando i principi del diritto internazionale Westphaliano, in primo luogo che par in parem non habet jurisdictionem. Che invece in nome di un interesse superiore si pretende di avere. Meglio allora un sistema  che, con tutta le sue crepe, si basa ancora sulla sovranità. E, di conseguenza, sul diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

[1] Du Pape II, 1

[2] Il popolo è fatto per il sovrano, come il sovrano per il popolo; e l’uno e l’altro esistono (son faits) perché ci sia una sovranità … Nessun sovrano senza nazione, come nessuna nazione senza sovrano”. Op. loc. cit..

 

[3] Corso di diritto internazionale, Padova 1933, p. 117 e prosegue “limitazione che si ha non solo verso lo Stato protettore o la Società delle nazioni, ma anche verso i terzi, il che conferma che non si tratta di semplici obbligazioni, ma di una posizione personale… data la grande varietà che il protettorato può assumere, è difficile formulare principii generali, ma si può affermare che essi implicano sempre una limitazione della capacità di diritto e inoltre la perdita in taluni casi, o la diminuzione in altri, della capacità di agire”

[4] Teologia politica in Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 57; e prosegue “Ad una argomentazione del genere egli risponde: se un «potere» (power, potestas) dev’essere sottoposto all’altro, ciò significa soltanto che colui che ha il primo potere dev’essere sottoposto a colui che ha l’altro potere… Ciò che gli è incomprensibile («we cannot understand») è che si parli di sopra-ordinato e di sub-ordinato, preoccupandosi però nello stesso tempo di rimanere sul piano astratto. «Infatti soggezione, comando, diritto e potere riguardano non poteri ma persone»”. Cosa che invece i globalisti ritengono opportuno fare.

[5] v. Leviathan parte III, c. XLII “Quando si dice che il Papa non ha – nel territorio degli altri Stati – il supremo potere civile direttamente, noi dobbiamo intendere che egli non pretende ad esso – come gli altri sovrani civili – in virtù della originale sottomissione di coloro, che debbono essere governati, poiché è evidente, ed è stato già sufficientemente dimostrato in questo trattato, che il diritto di ogni sovrano deriva originariamente dal consenso di ognuno di quelli, che debbono essere governati, sia che lo scelgano per comune difesa contro un nemico, come quando si accordano tra di loro, per eleggere un uomo od un’assemblea di uomini, affinché li proteggano; sia che lo facciano per salvare la propria vita, sottomettendosi ad un nemico conquistatore”.

[6] “ma non cessa tuttavia dall’invocare il suo diritto da un’altra parte, cioè – senza il consentimento di quelli, che debbono essere governati – per un dritto datogli da Dio” op. loc. cit.

[7] “Ma da qualunque parte egli lo pretenda, il potere è lo stesso, e – se fosse accolto come un diritto – egli potrebbe deporre principi e governi, sempre che ciò fosse per la salvazione delle anime, cioè sempre che gli piacesse, poiché egli pretende per sé anche l’assoluto potere di giudicare se ciò sia per la salvazione delle anime umane o no” e prosegue “Questa distinzione tra potere temporale e spirituale non è infatti che di parole; ed il potere vien realmente diviso, ed in modo altrettanto dannoso per tutti i riguardi, tanto col far partecipe altrui di un potere indiretto, quanto di un potere diretto” op. loc. cit.

[8] “Non vi sono che due modi, per i quali queste parole possano dare un senso; poiché, quando noi diciamo che un potere è soggetto ad un altro potere, il senso è o che colui, che ha l’uno, è soggetto a colui, che ha l’altro, o che l’un potere sta all’altro, come i mezzi al fine. Infatti noi non possiamo intendere che un potere abbia il potere sopra un altro potere, o che un potere possa avere il diritto di comandare sopra un altro, poiché la soggezione, il comando, il diritto ed il potere sono accidenti non dei poteri, ma delle persone…Quando il Bellarmino dice che il potere civile è soggetto allo spirituale, egli intende dire che il sovrano civile è soggetto al sovrano spirituale” op. loc. cit..

LA PERDITA DI INDIPENDENZA DELL’ITALIA: L’ELOGIO DELLA STUPIDITA’ a cura di Luigi Longo

LA PERDITA DI INDIPENDENZA DELL’ITALIA: L’ELOGIO DELLA STUPIDITA’

a cura di Luigi Longo

 

Introduco lo scritto di Marco Della Luna Dalla Russia coi servizi (deviati), apparso sul sito www.marcodellaluna.info il 14/7/2019, con uno stralcio sulle leggi fondamentali della stupidità umana tratto da Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna, 1988.

 

L’INTRODUZIONE

 

[…] Il secondo fattore che determina il potenziale di una persona stupida deriva dalla posizione di potere e di autorità che occupa nella società. Tra burocrati, generali, politici, capi di stato e uomini di Chiesa, si ritrova l’aurea percentuale o di individui fondamentalmente stupidi la cui capacità di danneggiare il prossimo fu (o è) pericolosamente accresciuta dalla posizione di potere che occuparono (od occupano).

La domanda che spesso si pongono le persone ragionevoli è in che modo e come mai persone stupide riescano a raggiungere posizioni di potere e di autorità […] All’interno di un sistema democratico, le elezioni generali sono uno strumento di grande efficacia per assicurare il mantenimento stabile della frazione o fra i potenti. Va ricordato che, in base alla Seconda Legge, la frazione o di persone che votano sono stupide e le elezioni offrono loro una magnifica occasione per danneggiare tutti gli altri, senza ottenere alcun guadagno dallo loro azione. Esse realizzano questo obiettivo, contribuendo al mantenimento del livello o di stupidi tra le persone al potere. [pp. 65-66]

 

[…] Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.

Nei secoli dei secoli, nella vita pubblica e privata, innumerevoli persone non hanno tenuto conto della Quarta Legge Fondamentale (quella sul potenziale nocivo delle persone stupide innanzi sottolineata, mia precisazione) e ciò ha causato incalcolabili perdite all’umanità. [pag.72]

 

[…] La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

 

Il corollario della legge è che:

 

Lo stupido è più pericoloso del bandito. [pag.73]

 

 

LO SCRITTO

 

DALLA RUSSIA COI SERVIZI (DEVIATI)

 

di Marco Della Luna

 

 

Un recente sondaggio dice che il 58% degli italiani ritiene grave la storia dei soldi promessi dai russi alla Lega per la campagna elettorale europea di quest’anno. Ciò dimostra ulteriormente che l’inconsapevolezza è la regina della democrazia come oggi praticata.

Infatti, posto che il problema di questo ipotetico e non avvenuto finanziamento è quello dell’interferenza straniera nella politica italiana, cioè della tutela dell’indipendenza politica italiana, allora ogni non-idiota sa che questa indipendenza non esiste dalla fine della II GM:

a) l’Italia dal 1945 è militarmente occupata dagli USA con oltre 100 basi sottratte al controllo italiano;

b) gli USA hanno allestito, armato e finanziato in Italia la Gladio, un’organizzazione paramilitare illecita con fini di condizionamento politico;

c) la DC e il PCI hanno sempre preso miliardi rispettivamente dagli USA e dall’URSS, dati per condizionare la politica italiana; in particolare l’URSS assicurava al PCI percentuali su determinati commerci;

d) il PCI riceveva questi soldi mentre l’URSS teneva puntati contro l’Italia i missili nucleari;

e) il PCI, in cui allora militava il futuro bipresidente della Repubblica G.N., accettava la guida del PCUS di Stalin;

f) diversi leaders politici italiani hanno sistematicamente svenduto a capitali stranieri i migliori assets nazionali;

g) moltissimi leaders politici e statisti italiani hanno sistematicamente e proditoriamente ceduto agli interessi franco-tedeschi e della grande finanza in fatto di euro, fisco, bilancio, immigrazione; in cambio hanno ricevuto sostegno alle loro carriere;

h) l’Italia ormai riceve da organismi esterni, diretti da interessi stranieri, l’80% della sua legislazione e della sua politica finanziaria;

i) essa è indebitata in una moneta che non controlla e che è controllata ultimamente da banchieri privati; la Banca d’Italia è controllata pure da banchieri prevalentemente stranieri.

j) ciliegina sulla torta: notoriamente, nel 2011, su disposizione di BCE e Berlino, il Palazzo italiano ha eseguito un golpe per sostituire il governo Berlusconi con uno funzionale agli interessi della finanza franco-germanica.

E su tutto questo nessun PM ha mai aperto un fascicolo per corruzione internazionale: andava tutto bene!

Nel confronto con questi fatti, il problema dei soldi russi alla Lega, peraltro mai dati, è insignificante, solo un idiota può considerarlo diversamente; mentre chi ha un minimo di buon senso nota che il problema grave è un altro, ossia che i servizi segreti -sottoposti al premier Conte- abbiano eseguito un anno fa, e tirato fuori proprio ora, le intercettazioni in questione, e che le tirino fuori ora per mettere in difficoltà la Lega in un momento critico per il M5S (corsivo mio). Si ventila pure che possa essere stata, invece, la CIA, per colpire il legame Salvini-Russia. In ambo i casi, questa è la vera interferenza, questo è lo scandalo.

 

 

“Se ci sei, spara un colpo!” (almeno uno…), di Piero Visani

“Se ci sei, spara un colpo!” (almeno uno…)

https://derteufel50.blogspot.com/2019/06/se-ci-sei-spara-un-colpo-almeno-uno.html?spref=fb&fbclid=IwAR1AYkWGkpsDKKuzvUmo3iqR3-On_UMRuPib89i9HwZQR4KdGwSPycWyDdw

     Quando un avvocato milanese “dolce come il miele” cominciò ad occuparsi di una determinata vicenda, venne adeguatamente avvertito che non si trattava tanto di occuparsi di una sacra “Sìndone”, quanto di una ancora più sacra “Sindòne” e che prestare soverchia attenzione a tale “sacro lino” avrebbe potuto procurare a lui un “sudario”.
L’avvocato “dolce come il miele” non si curò degli avvertimenti, proseguì imperterrito per la sua strada e – poiché, come aveva notato un noto politico vaticano dell’epoca, un po’ “se l’era cercata” – alla fine, anzi abbastanza rapidamente, “la trovò” e venne abbattuto a pistolettate sotto casa, nello scalpore generale, come sempre spentosi con la stessa rapidità con cui si era acceso, fino a che il detentore della sacra “Sindòne” non decise di leggere (forse inavvertitamente…) il libro di Piero Chiara “Venga a prendere un caffè da noi”…
     
Scrivo questo per notare come la capacità di comminare pene anche capitali da parte del primo potere italico (innominabile ma fin troppo noto) sia decisamente superiore a quella del potere statale, come possono testimoniare il generale Dalla Chiesa, i giudici Falcone e Borsellino, e una lunga catena di “condannati ed eseguiti” talmente lunga da includere anche regolamenti di conti interni (capite a me…).
Il potere statale, al di là di casi come quelli di Cucchi, Uva e non pochi altri, a parte ovviamente i suicidi per fisco (ma quelle sono pene capitali indotte…), non pare altrettanto determinato nelle sue sanzioni e si fa spaventare persino da una capitana Rakete (che in tedesco vuol dire “razzo, missile”). Spaventato al punto da non riuscire nemmeno a sparare una raffica di avvertimento – ovviamente puntata contro nulla e nessuno – così da poter autorizzare a far dire, dal mondo esterno: “Se ci sei, spara un colpo!”. Ma non c’è, ovviamente…

Ma dove vanno i marinai?

Era questo il titolo della canzone forse più gradita al pubblico dell’album “Banana Republic” di Lucio Dalla e Francesco De Gregori.
Per restare dentro (o fuori…?) di metafora, ci si potrebbe chiedere, in qualsiasi altro Paese al mondo che non sia Cialtronia, che cosa succederebbe ad una nave che tentasse di forzare l’ingresso in un porto straniero. Per non citarne che tre, direi Stati Uniti, Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese.
Da noi non è successo nulla di tutto questo, neppure una salva di avvertimento, e anzi una sottoscrizione popolare per fare un po’ di crowdfunding in favore di una ricca ONG straniera.
Cialtronia conferma di essere quello che è da sempre, una malriuscita espressione geografica, dove si parla molto e si combina poco o nulla, e dove l’attività più praticata è lo scaricabarile. Sono cose che ci piacciono molto, sono consustanziali al carattere nazionale. Nessuno di noi ama ammettere che la politica è “sangue e merda”: il primo ci fa paura, però della seconda siamo talmente ricchi da risultare forse tra i primi esportatori al mondo. Quanto alla cialtroneria, lì siamo leader incontrastati e inarrivabili.
                      Piero Visani

DRAGHI E SPINOZA, di Teodoro Klitsche de la Grange

DRAGHI E SPINOZA

Nella prolusione in occasione del conferimento della laurea honoris causa dell’Università di Bologna Draghi ha espresso un concetto che, nella sua semplicità, è da qualche secolo oggetto di riflessione di tanti pensatori. Ha detto il governatore della BCE che l’indipendenza degli Stati non ne assicura la sovranità. In particolare Stati (giuridicamente) indipendenti che di fatto non lo siano, ad esempio, per insufficienza alimentare, godrebbero di “sovranità limitata” (e non dai carri armati del patto di Varsavia).

In effetti Draghi, quanto alla non equivalenza di diritto o indipendenza di fatto ha ripetuto quanto affermato più volte. Santi Romano (tra i tanti) scriveva che «essendo la comunità internazionale, di regola, paritaria, nel senso che i suoi membri non dipendono l’uno dall’altro, ciascuno di essi… si dice che ha una sovranità perché non è in una posizione subordinata verso altri soggetti». Tuttavia, proseguiva, tale regola non è assoluta; ma derogarne è sicuramente un’eccezione. Ed occorre distinguere «l’appartenenza ad un’unione amministrativa o alla Società delle nazioni, tanto meno una semplice alleanza, non significa da per sé perdita della sovranità», a differenza dei protettorati.

La distinzione tra l’una e l’altra categoria di Stati per così dire «a sovranità limitata» (o a indipendenza relativa) consiste sotto il profilo giuridico, dalla assenza, nel primo caso (protettorati, colonie) di una (completa) capacità internazionale, e sul piano interno dalla presenza di organi di «controllo» nominati dallo Stato protettore (ovvero dominante).

Bodin, il quale del concetto moderno di sovranità è il creatore, sosteneva che un principe che sia tributario o feudatario di altri non è sovrano «Abbiamo detto poc’anzi che si può dire sovrano solamente chi non dipende, eccezione fatta per Dio, altro che dalla sua spada. Se uno dipende da altri non è più sovrano». Così la sovranità equivale o almeno presuppone l’indipendenza. Anche quando Bodin elenca le varie Marques de la Souveraineté (fare leggi, nominare funzionari, ecc.) aggiunge sempre “senza il bisogno del consenso di nessuno”.

Nella specie è sicuramente vero che la sovranità – intoccabile in diritto – è comunque condizionata dai rapporti di forza (cioè di fatto): rapporti che possono essere di natura politica, ma anche economica, religiosa od altro. Tuttavia se l’indipendenza non garantisce la sovranità (di fatto), ne è comunque il presupposto necessario (nel senso di condizione necessaria ma non sufficiente). Occorre altro. Infatti non dipendere da altri Stati o “poteri forti“ non significa avere il potere di (esistere e di) agire ma semplicemente di non essere soggetto a quello altrui.

Onde il concetto di sovranità comprende un altro – e più decisivo – aspetto, evidenziato da Spinoza. Scriveva il filosofo olandese che – nello stato di natura, in cui si trovano gli Stati – vale la regola tantum juris, quantum potentiae. Nel senso che se il diritto non condiziona il potere è questa a limitare quello “Se, dunque, la potenza per cui le cose naturali esistono e operano è la medesima potenza di Dio, è facile capire che cosa sia il diritto naturale… ciascuna cosa naturale ha da natura tanto diritto quanta potenza a esistere e a operare… perciò il diritto naturale dell’intera natura, e conseguentemente di ciascun individuo, si estende tanto quanto la sua potenza” onde, per gli Stati “risulta evidente che il diritto di sovranità o dei sommi poteri non è altro che il medesimo diritto naturale determinato dalla potenza… quel composto di corpo e di mente che è lo Stato ha altrettanto diritto quanta è la potenza che sviluppa”. Ne deriva anche che dove non c’è potentia (o ce n’è poca) non c’è neppure jus: nulla potentia, nullum jus (aggiungendo il nostro latinorum).

Per cui se è vero che la sovranità è un assoluto che non tollera limiti giuridici è anche vero che sopporta quelli di fatto, a cominciare da quelli ontologici (non possono compiersi né comandare comportamenti impossibili) fino a quelli dati dal limite della potenza propria o imposti dal potere altrui. Dato che “due Stati si trovano tra loro come due uomini allo stato di natura”, “Lo Stato dunque, in tanto è autonomo in quanto è in grado di provvedere alla propria sussistenza e alla propria difesa dall’aggressione di un altro; e intanto è soggetto ad altri, in quanto teme la potenza di un altro Stato o in quanto ne è impedito dal conseguire ciò che vuole o, infine, in quanto ha bisogno del suo aiuto per la propria conservazione o per il proprio incremento”.

Per cui anche se il Presidente del Sao Tomé (o di tanti altri Stati e staterelli del mondo) è un dittatore onnipotente, un sovrano assoluto, il suo comando può regolare illimitatamente la curvatura delle banane e la pesca delle ostriche, ossia quanto rientra nella sua potentia; ma, nella comunità internazionale è un peso-mosca.

Quindi anche se appartenere ad istituzioni internazionali è un limite giuridico (all’indipendenza) può talvolta diventare un moltiplicatore di sovranità (nel senso di Spinoza). Tornando a Draghi, anche se è vero quanto pensava Spinoza, lo è anche che l’indipendenza è condizione  necessaria della sovranità, e che rinunciare a parte di quella per ottenere un po’ più di questa è una scelta appartenente al sovrano, popolo o monarca che sia; e questo ha il diritto di farlo in piena indipendenza (di diritto) come pensano (oggi) i sovran-populisti.

Teodoro Klitsche de la Grange

Antonio Maria Rinaldi La Sovranità appartiene al popolo o allo spread?_una recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Antonio Maria Rinaldi La Sovranità appartiene al popolo o allo spread?

www.aliberticompagniaeditoriale.it, Reggio Emilia, pp. 143, € 9,90

 

Questo libro è scritto da Rinaldi in collaborazione con gli altri autori di “Scenari Economici”. Una cospicua parte del libro consiste in contributi (2015-2018) di Paolo Savona sull’euro e sulla nomina dello stesso a ministro del governo Conte. Rinaldi ricorda che “Le scuole economiche italiane, oggi, sono quasi tutte egemonizzate dai bocconiani. Mediocri e ridicoli apprendisti stregoni nel neoliberismo e del rigore. Non dimentichiamoci che questi signori ci hanno regalato Monti e il montismo”; di converso “Questo è un libro al disperato inseguimento della realtà. Disperato, perché in questo Paese sostenere temi economici e politici controcorrente rispetto al main-stream porta a essere bollati con i più svariati epiteti, nessuno dei quali lusinghiero”; malgrado ciò l’obiettivo principale degli autori “è sempre stato quello di vedere veramente attuata la Costituzione in particolare la costituzione economica … Purtroppo l’adesione “distratta” ai Trattati europei da parte di una classe politica che non ha mai compreso in pieno gli effetti di cosa stava facendo in Europa, non ha consentito che quella parte così importante e fondamentale della Carta venisse rispettata”. Poi tutto è cambiato: il pensiero conformista, prono alle élite xenodipendenti (Monti e successori) è stato ridimensionato radicalmente dalle elezioni del 4 marzo. E tesi come quella sostenuta dagli autori sono state sdoganate per decisione popolare.

Sarebbe lungo seguire gli autori nei loro brillanti articoli sui vari aspetti della questione: rinviamo il lettore al libro.

Ma su un paio di temi, generali, occorre intrattenersi.

 

Il primo è la sovranità: che appartenga al popolo è scritto nella Costituzione, tanto sbandierata quanto interpretata ad usum delphini dall’élite e dai giuristi di regime. E quindi la domanda – titolo del saggio è retorica e provocatoria. Aggiungiamo noi che un patriota (a cominciare dagli uomini del Risorgimento) l’avrebbe giudicata un raggiro dello straniero e di italiani abituati a servirlo. Ma c’è di più: dalla cultura dell’ancien regime non è stata messa da parte solo la sovranità del popolo italiano, ma lo stesso concetto di sovranità.

Quanto al primo aspetto non potendosi negare il principio dell’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo) se ne sono implementati (dalle élite)  limiti, deroghe ed eccezioni, a cominciare dall’art. 1 stesso con l’esaltare “forme e limiti” costituzionali entro i quali il popolo esercita la sovranità, proseguendo con l’obbligo di conformarsi “alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” (art. 10), alle limitazioni di sovranità necessarie ad una giusta pace tra le nazioni (di solito si omette di ricordare “in parità con gli altri Stati” – art. 11) e così via. Nel pensiero moderno invece, la sovranità ha il carattere di essere assoluta, cioè di non conoscere limiti, al contrario di tutti gli altri poteri pubblici (tra i tanti V. E. Orlando e Romagnosi); di consistere in un volere sopra lo Stato e il diritto (Sieyès e Von Seydel), onde Stato e diritto (comprese forme, limiti ecc. ecc.) sono tali finchè il Sovrano non esercita il potere morfopoietico abolendo, riformando, abrogando, ecc.; il diritto internazionale si regge sul principio di parità giuridica tra gli Stati par in parem non habet jurisdictionem (v. A. Gentile e Vattel tra i tanti) e così via. Tutte concezioni alla base dello jus publicum europaeum, e gelosamente occultate e ridimensionate dalle élite e dai loro giuristi.

Quanto al secondo aspetto eliminare la sovranità è come pensare di abolire la legge di gravità, o comunque una qualsivoglia legge (o fatto) di natura.

Perché significa cancellare dal mondo il presupposto del comando-obbedienza, fondamento di ogni comunità politica. Ideologie moderne (dal marxismo collassato al pluralismo all’economicismo radicale) lo credono. Ma non risulta al mondo chi vi siano comunità senza comando e senza che alcuni (o pochi) esercitino il potere su tanti. Quando non è all’interno, la sovranità, il cui nocciolo duro consiste nell’unione di un potere di fatto e di un potere di diritto, c’è dall’esterno. Il sovrano c’è (sempre), ma non è il popolo, ma qualcun altro che popolo non è (Stati, multinazionali, poteri forti, chiese): e perfino lo Spread di cui al titolo. E che teme la sovranità del popolo perché è alternativa alla propria. Come scrive Rinaldi il gruppo degli autori “ha solo sostenuto che è la Terra che gira intorno al Sole e non viceversa. Come Galileo Galilei”; hanno demolito gli idola (le derivazioni paretiane) al servizio di precisi interessi.

E se un libro come questo porterà ad un crescere della consapevolezza del dovere dei governanti di fare gli interessi della comunità politica; che la politica serve a questo e che, come scriveva Friederich List l’economia politica è quella che li persegue mentre quella di A. Smith e Say era economia cosmopolitica, il popolo italiano avrà tanto da guadagnare.

Teodoro Klitsche de la Grange

la sovranità non è sostituzione di servitù, a cura di Luigi Longo

LA SOVRANITA’ NON E’ SOSTITUZIONE DI SERVITU’

a cura di Luigi Longo

 

 

Suggerisco, ad integrazione dell’interessante scritto di Pino Germinario su Sovranità, sovranismo e sovranismi http://italiaeilmondo.com/2018/09/23/sovranita-sovranismo-e-sovranismi-di-giuseppe-germinario/ apparso su questo blog in data 23 settembre 2018, la lettura dell’articolo di Manlio Dinucci su La strategia di demonizzazione della Russia pubblicato sul sito www.voltairenet.org il 25 settembre 2018.

Qui mi interessa evidenziare che il concetto di sovranità, di autonomia, di autodeterminazione, insomma la libertà di scegliere un modello sociale espressione della storia di un determinato popolo, per l’Italia sta nel proporre un progetto di sviluppo capace di fare uscire il Paese dalla servitù volontaria verso gli Stati Uniti che è la potenza mondiale in relativo declino che, incapace di rilanciare una nuova idea di sviluppo e di società egemonica a livello mondiale, si affida alla violenza con la forza delle armi, alla egemonia coercitiva nelle istituzioni internazionali e soprattutto al comando della NATO (uno strumento fondamentale del conflitto strategico).

Il problema, quindi, per l’Italia non è quello di sostituire la servitù politica (ad Obama) alla servitù (a Trump) più funzionale alle nuove contraddittorie (per il conflitto violento tra gli agenti strategici incapaci di una nuova sintesi nazionale sintomo ulteriore di declino) strategie dei predominanti statunitensi, quanto piuttosto quello di avere un ruolo autonomo per aiutare, in questa fase storica, l’avanzamento del multicentrismo e di allearsi con quelle potenze mondiali (per ora Russia e Cina) che mettono in discussione il dominio unipolare USA.

Una piccola digressione: il garante della servitù volontaria italiana è la Presidenza della repubblica italiana. Per dirla con Marco Della Luna, << […] La funzione reale del presidente, nell’ordinamento costituzionale e internazionale reale – ripeto: reale –, è quella di assicurare alle potenze dominanti sull’Italia, paese sconfitto e sottomesso, l’obbedienza del governo e delle istituzioni elettive. Affinché possa svolgere cotale ruolo, il presidente, nella struttura costituzionale, è posto al riparo della realtà e delle responsabilità politiche, analogamente a come, nelle monarchie, il re è protetto da esse, perché egli è la fonte ultima di legittimazione del potere costituito e degli interessi che esso serve. Solo che nelle vere monarchie il re era protetto nell’interesse del suo paese, mentre nel protettorato Italia il presidente è protetto nell’interesse del sovrano straniero […] >> (Il sovrano e il presidente in www.marcodellaluna.info, 13/5/2018).

E’ evidente che l’Italia, una nazione in crisi profonda a cui hanno tolto anche i settori economici del cosiddetto made in Italy (per non parlare delle industrie strategiche), deve eliminare la sua servitù volontaria verso gli Stati Uniti (occorrono ben altri decisori) costruendo alleanze con altre nazioni che mettano in discussione questa Europa espressione dell’egemonia statunitense e guardino ad Oriente per agevolare lo sviluppo della fase multicentrica, scongiurando la fase policentrica che avrebbe come esito inevitabile la guerra (forse l’ultima).

Occorrono un’Italia e un’Europa libere da servitù volontarie statunitensi (chiudendo le basi militari USA e USA-NATO ponendo all’ordine del giorno l’uscita dalla NATO) e un’Europa ri-costruita come soggetto politico (una federazione – o altra forma – espressione di nazioni autonome) per svolgere un ruolo di confronto e di scambio, rispettosi e democratici, tra Occidente e Oriente.

Per fare questo manca un Principe che si aggiri come uno spettro per l’Europa a turbare i sonni di questi sub-dominanti europei e predominanti statunitensi reazionari, manca lo spettro del cambiamento e della sovranità dei popoli.

LA STRATEGIA DI DEMONIZZAZIONE DELLA RUSSIA

di Manlio Dinucci

 

 

Il contratto di governo, stipulato lo scorso maggio dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, ribadisce che l’Italia considera gli Stati uniti suo «alleato privilegiato». Legame rafforzato dal premier Conte che, nell’incontro col presidente Trump in luglio, ha stabilito con gli Usa «una cooperazione strategica, quasi un gemellaggio, in virtù del quale l’Italia diventa interlocutore privilegiato degli Stati uniti per le principali sfide da affrontare». Allo stesso tempo però il nuovo governo si è impegnato nel contratto a «una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico» e addirittura quale «potenziale partner per la Nato».

È come conciliare il diavolo con l’acqua santa. Viene infatti ignorata, sia dal governo che dall’opposizione, la strategia Usa di demonizzazione della Russia, mirante a creare l’immagine del minaccioso nemico contro cui dobbiamo prepararci a combattere. Tale strategia è stata esposta, in una audizione al Senato, da Wess Mitchell, vice-segretario del Dipartimento di stato per gli Affari europei e eurasiatici: «Per fronteggiare la minaccia proveniente dalla Russia, la diplomazia Usa deve essere sostenuta da una potenza militare che non sia seconda a nessuna e pienamente integrata con i nostri alleati e tutti i nostri strumenti di potenza» [1].

Accrescendo il bilancio militare, gli Stati uniti hanno cominciato a «ricapitalizzare l’arsenale nucleare», comprese le nuove bombe nucleari B61-12 che dal 2020 verranno schierate contro la Russia in Italia e altri paesi europei. Gli Stati uniti – specifica il vice-segretario – hanno speso dal 2015 11 miliardi di dollari (che saliranno a oltre 16 nel 2019) per la «Iniziativa di deterrenza europea», ossia per potenziare la loro presenza militare in Europa contro la Russia. All’interno della Nato, sono riusciti a far aumentare di oltre 40 miliardi di dollari la spesa militare degli alleati europei e a stabilire due nuovi comandi, di cui quello per l’Atlantico contro «la minaccia dei sottomarini russi» situato negli Usa.

In Europa, gli Stati uniti sostengono in particolare «gli Stati sulla linea del fronte», come la Polonia e i paesi baltici, e hanno tolto le restrizioni per fornire armi a Georgia e Ucraina (ossia agli Stati che, con l’aggressione all’Ossezia del Sud e il putsch di Piazza Maidan, hanno innescato la escalation Usa/Nato contro la Russia). L’esponente del Dipartimento di stato accusa la Russia non solo di aggressione militare, ma di attuare negli Stati uniti e negli Stati europei «campagne psicologiche di massa contro la popolazione per destabilizzare la società e il governo». Per condurre tali operazioni, che rientrano nel «continuo sforzo del sistema putiniano per il dominio internazionale», il Cremlino usa «l’armamentario di politiche sovversive impiegato in passato dai Bolscevichi e dallo Stato sovietico, aggiornato all’era digitale».

Wess Mitchell accusa la Russia di ciò in cui gli Usa sono maestri: hanno 17 agenzie federali di spionaggio e sovversione, tra cui quella del Dipartimento di stato. Lo stesso che ha appena creato una nuova figura: «il Consigliere senior per le attività maligne della Russia», incaricato di sviluppare strategie inter-regionali.

Su tale base, tutte le 49 missioni diplomatiche Usa in Europa e Eurasia devono mettere in atto, nei rispettivi paesi, specifici piani d’azione contro l’influenza russa. Non sappiamo qual è il piano d’azione dell’ambasciata Usa in Italia. Lo saprà però, quale «interlocutore privilegiato degli Stati uniti», il premier Conte. Lo comunichi al parlamento e al paese, prima che le «attività maligne» della Russia destabilizzino l’Italia.

 

 

servizi di leva: si o no?, di Fulvio Gagliardi

tratto da facebook https://www.facebook.com/fulvio.gagliardi.1/posts/10215138279764390

Servizi di leva: si o no?
di recente ho letto varie opinioni sull’argomento, Soloni che erano a favore o contro con vari forbiti argomenti.
Prima di dire ciò che penso vorrei riportare quanto scritto da un soldato di leva del gruppo alpini Udine Sud.

“Era il 1992 e avevo 20 anni quando è arrivato il momento della fatidica chiamata alle armi. Un disastro!!!
Avevo già un lavoro e la fidanzata, quindi solo il pensiero di perdere un anno della mia vita lontano dagli affetti e dal mondo lavorativo mi sconvolgeva. I primi giorni non sono stati facili e arrivare a sera con serenità non era una cosa contemplata dagli istruttori della caserma. Tra alti e bassi il primo mese era passato e da quel momento il mio servizio militare è diventato una parte importante della mia vita. In un solo anno ho avuto la possibilità di partecipare ad esperienze meravigliose e indimenticabili che hanno contribuito a costruire l’uomo che sono oggi. Ovviamente non tutti i ragazzi sono stati così fortunati da passare un anno costruttivo (infatti molti hanno passato un anno in attesa senza svolgere alcun compito), ma sono sicuro che in ognuno quell’anno abbia lasciato un segno. A sostegno della mia esperienza vi propongo un messaggio che girava a Trento in occasione dell’ultima adunata nazionale. Ad ognuno di voi trarne le conclusioni.
-Al netto di tutte le sterili (politiche) polemiche voglio esprimere il mio sentire verso il corpo degli Alpini del quale ho fatto e faccio parte. Posto che aborrisco ogni forma di violenza, sia fisica che psicologica, e ritenendo le armi una di queste forme, il mio anno di appartenenza al Gruppo Artiglieria da Montagna Belluno è stato il mio svezzamento alla vita. Ho capito il valore dell’acqua quando dovevo percorrere 30 km a piedi sotto il sole cocente con una sola borraccia nel mio zaino da 30 kg.
Ho capito che quando avevo fame, una gavetta di pasta scotta pallidamente condita era una bontà da leccarsi i baffi, sperando in un bis.
Ho imparato a tacere, ascoltare e parlare solo quando venivo interpellato e al contempo pronunciare, scandire bene le parole per non essere frainteso.
Ho capito che per comandare bisogna saper obbedire.
Ho capito che il mio prossimo da amare non aveva necessariamente sembianze umane; il mio mulo, gli alberi che cingevano e proteggevano la piazza d’armi, il fiume Fella che costeggiava la caserma…tutti miei prossimi.
Ho capito che “Frà” significa fratello, anche se il mio cognome era diverso e anche se non gli somigliavo per niente.
Ho imparato a rispettare la Montagna, il suo silenzio e i suoi abitanti, flora o fauna che fossero.
Ho imparato a tener duro e raggiungere la meta prefissata a tutti i costi.
Ho capito che quello in difficoltà potevo essere io e che per chiudere il cerchio dovevo aiutare chi lo era più di me.
Ho visto che la neve poteva nascondere insidie ma anche i primi bellissimi fiori d’inverno.
Ho sentito sulla mia pelle e nel mio profondo che “l’unione fa la forza” non è solo un proverbio.
Ho imparato a rispettare e capire la Natura, sentendomi parte di essa fino all’ultima stilla di sangue (se spezzi quel ramo deve servirti per sopravvivere altrimenti lascialo dov’è).
Ho sentito quanta felicità mi può dare la piggia incessante e battente che cade sul mio corpo dopo 3 ore di cammino con 40 gradi all’ombra e provare altrettanta felicità sentendo un raggio di sole che mi scalda in una gelida giornata d’inverno.
Ho capito che il valore di un Uomo non si misura con denaro, potere, fama e successo, ma solo con la sua umanità.
Oggi (ma da qualche anno a questa parte) ho capito che se non avessi passato quell’anno Alpino sarei sicuramente un Uomo peggiore.
Questo …e molto di più.”

Ecco cosa sente uno che ha fatto il servizio di leva e come è cambiato: è difficile raggiungere gli stessi risultati in qualsiasi altro modo.
Riflettendo ho un’altra considerazione da sottoporre:
E’ vero che limitandoci agli scenari attuali basta un esercito di specialisti, ma…se davvero fossimo coinvolti in una guerra seria pensate che sia ipotizzabile lasciarla ai soli specialisti mentre tutti gli altri se ne stanno con le mani in mano?
Io credo di no! Allora verrebbero chiamati alle armi tutti gli altri, impreparati, grassi e ignavi cittadini da addestrare in fretta e furia, se mai ce ne sarebbe il tempo.
Che ne pensate?
Vale la pena di creare un vero cittadino e per di più saper che se mai dovesse servire (speriamo mai) sarebbe già parzialmente pronto?
Cosa fanno gli svizzeri? Oltre che addestrarlo nella leva lo richiamano ogni tanto con regolarità per un aggiornamento…
Riflettiamo su quanto detto prima di affermare frettolosamente che basta un esercito di soli specialisti!
Evidenzio che io che dico questo sono stato nel genio aeronautico, il massimo in tema di specialisti….

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