LA GUERRA COME POLITICA DEGLI USA a cura di Luigi Longo

LA GUERRA COME POLITICA DEGLI USA

a cura di Luigi Longo

La distruzione dei territori siriani, in particolare della provincia di Idlib, da parte degli USA, tramite le diverse sigle dei Jihadisti, non si ferma. Si va dall’attacco chimico ad Idlib da parte del gruppo Tahrir as-Sham (il nuovo nome di Al Nusrah) per addossare la colpa al governo di Damasco con pronta dichiarazione del Dipartimento di Stato statunitense che vede i“ […] segnali che il regime di Assad potrebbe ripetere il suo uso di armi chimiche, incluso un presunto attacco di cloro nella Siria nord-occidentale la mattina del 19 maggio 2019 […] Stiamo ancora raccogliendo informazioni su questo incidente, ma ripetiamo il nostro avvertimento: se il regime di Assad usa armi chimiche, gli Stati Uniti e i nostri alleati risponderanno rapidamente e in modo appropriato […] la colpevolezza del regime di Assad negli orribili attacchi di armi chimiche è innegabile”. Alla distruzione di migliaia di ettari di grano per affamare la popolazione (la risorsa grano come arma di guerra) ad opera dell’Isis con l’intervento dell’ONU (a servizio degli Stati Uniti d’America) che insinua la mano del governo di Assad dietro i campi di grano bruciati.

L’obiettivo statunitense è l’asse Iran-Siria come configurazione di una potenza regionale egemone nel Medio Oriente (a danno dei loro sicari israeliani) da sottrarre all’area di influenza russa e cinese sempre più in coordinamento tra di loro. Sullo sfondo il conflitto tra le potenze mondiali per l’egemonia: gli USA per un dominio monocentrico, la Russia e la Cina per un dominio multicentrico.

Per quanto sopra riporto l’articolo di Leone Grotti, Siria. L’Isis brucia i campi di grano e affama la popolazione di Idlib apparso su www.tempi.it del 11/6/2019 e una sintesi dell’intervista rilasciata da Noam Chomsky curata da Salvo Ardizzone con il titolo Chomsky spiega l’ostilità degli USA verso l’Iran uscita su www.ilfarodelmondo.it del 12/6/2019.

 

 

 

SIRIA. L’ISIS BRUCIA I CAMPI DI GRANO E AFFAMA LA POPOLAZIONE DI IDLIB

Leone Grotti

 

La Stampa spiega come i jihadisti utilizzano il cibo come «arma di guerra». Ma l’Onu porta avanti la sua guerra dell’informazione e accusa in modo surrettizio l’esercito di Bashar Assad

 

 

La provincia siriana di Idlib è controllata da decine di migliaia di ribelli e jihadisti. Eppure, quando le Nazioni Unite hanno dato settimana scorsa la notizia che «migliaia di ettari di campi» di grano sono stati bruciati, ha accusato dei generici «combattenti». L’Onu ha aggiunto poi che la zona interessata è quella dove il governo di Bashar Assad appoggiato dalle truppe russe sta attaccando. L’insinuazione su chi stesse utilizzando il cibo come «arma di guerra» era evidente.

 

È L’ISIS A BRUCIARE I CAMPI

 

Oggi, a una settimana di distanza, l’inviato a Beirut della Stampa, Giordano Stabile, racconta però un’altra storia. Non è il regime di Assad che affama volontariamente la popolazione, ma l’Isis. Scrive Stabile:

«All’inizio gli incendi sono stati collegati all’offensiva governativa lanciata alla fine di aprile nella provincia di Idlib. Un giornale critico con il regime come «Asharq al-Wasat» ha scoperto però che il grosso degli incendi è stato applicato da gruppi jihadisti che volevano impedire ai contadini di vendere il raccolto al governo. Damasco offre 185 lire siriane per ogni chilo di frumento, un prezzo allettante. La reazione è stata spietata. Secondo «Asharq al-Wasat» nel mese di maggio fra i 15 mila e i 20 mila ettari di campi coltivati a cereali sono andati in fiamme nelle zone controllate dai ribelli e dai curdi»

 

GUERRA DELL’INFORMAZIONE

 

Il conflitto siriano è entrato nel suo nono anno e la provincia di Idlib è l’ultima roccaforte jihadista in Siria. Ma l’Onu e la comunità internazionale non sembrano stanchi di pubblicare notizie false o tendenziose per orientare l’opinione pubblica a riguardo. I jihadisti non si fanno scrupoli ad affamare la popolazione di Idlib su cui esercitano ancora il controllo pur di protrarre la guerra. I civili usati come scudi umani sono una triste realtà a Idlib.

Eppure un’importante fetta della stampa mondiale e degli organi internazionali continuano a difendere in modo inspiegabile ribelli e terroristi islamici. Persino il Washington Post, che non è mai stato tenero con Assad, ha riportato le testimonianze di contadini che si sono visti i campi bruciati dall’Isis solo perché hanno osato vendere il proprio grano al governo per guadagnarsi da vivere. In Siria è cominciato l’ultimo capitolo di una guerra estenuante, ma la guerra dell’informazione non accenna a finire.

 

 

 

CHOMSKY SPIEGA L’OSTILITÀ DEGLI USA VERSO L’IRAN

a cura di Salvo Ardizzone

 

Noam Chomsky, il noto storico e filosofo americano, spiega che gli Usa sono ostili verso l’Iran perché non possono accettare uno stato indipendente in Medio Oriente. In un’intervista, Chomsky ha dichiarato che l’establishment e i media Usa considerano la Repubblica Islamica il Paese più pericoloso del pianeta perché sostiene i movimenti della Resistenza come Hezbollah e Hamas.

Secondo la narrazione bugiarda di Washington, l’Iran è una doppia minaccia, perché sarebbe il principale sostenitore del terrorismo e i suoi programmi nucleari costituirebbero una minaccia esiziale per Israele, una minaccia talmente grave da aver costretto gli Usa a posizionare un sistema antimissile sui confini russi per proteggere l’Europa dalle (inesistenti) testate nucleari iraniane, malgrado non si comprenda come e perché la leadership della Repubblica Islamica avrebbe dovuto lanciare un simile attacco, dando agli Usa l’opportunità d’incenerirla un attimo dopo.

Chomsky ha denunciato la mistificazione statunitense, affermando che nella realtà il cosiddetto sostegno iraniano al terrorismo si traduce nel supporto dato a Hezbollah, il cui crimine principale è di essere il solo deterrente contro un’altra rovinosa invasione israeliana del Libano, e ad Hamas, colpevole di aver vinto una libera elezione nella Striscia di Gaza, un crimine che ha suscitato immediate e severe sanzioni, oltre ad aver portato gli Usa a tramare per scalzarla dal governo della Striscia.

Lo storico ha continuato affermando che le colpe principali per cui Hezbollah e Hamas sono considerate organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti, risiedono nella loro ferma opposizione all’espansionismo aggressivo del regime israeliano; i sionisti hanno sempre aspirato al Grande Israele, o Terra Promessa, che secondo Theodor Herzl si sarebbe dovuto estendere dal Nilo all’Eufrate, da buona parte della Turchia alla Penisola Arabica. Se non ci fossero stati i movimenti di Resistenza come Hezbollah o Hamas, i sionisti si sarebbero impadroniti di gran parte del Medio Oriente.

Riagganciandosi a questo, Chomsky ha spiegato che l’inconciliabile ostilità di Usa e Israele nei confronti dell’Iran sta nel fatto che essi non possono tollerare una potenza indipendente in una regione che essi pretendono di dominare. Per questo la Repubblica Islamica non può essere perdonata per aver rovesciato il regime dittatoriale insediato da Washington nel 1953.

Lo studioso americano ricorda che allora un colpo di Stato ordinato dagli Usa e messo in atto dalla Cia ha rovesciato Mohammad Mossadeq, il Primo Ministro iraniano colpevole agli occhi dell’Occidente di voler nazionalizzare le risorse petrolifere dell’Iran e usarle per far progredire il Paese. Una colpa grave che ha spinto l’Inghilterra (allora padrona di quel petrolio) a chiedere l’aiuto degli Stati Uniti che diedero il via all’Operazione Ajax, ufficialmente ammessa dalla Cia 60 anni dopo; fu la fine della prima esperienza democratica in Iran e l’inizio del risentimento del Popolo iraniano verso le ingerenze americane.

Ma gli Usa non si limitarono a questo, Chomsky ricorda che per 26 anni Washington ha sostenuto Reza Pahlavi, un brutale dittatore che regnava torturando e uccidendo ogni oppositore grazie alla Savak, la sua polizia segreta. Tuttavia, malgrado il costante appoggio degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente al regime sanguinario, nel 1979 il Popolo iraniano, sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini, è riuscito a far crollare il potere dei Pahlavi.

Nel descrivere la costante ostilità statunitense verso l’Iran, lo storico americano ha affermato che negli ultimi 60 anni non è passato un giorno senza gli Usa non si accanissero contro gli iraniani: a parte il colpo di stato ed il sostegno a un dittatore descritto nel peggiore dei modi da Amnesty International, dopo il rovesciamento di Pahlavi ci fu l’aggressione che Washington condusse attraverso Saddam Hussein; a causa di essa, nel corso di una guerra durata 8 anni, centinaia di migliaia di iraniani sono stati uccisi, molti di essi con armi chimiche, senza che nessuno protestasse.

Chomsky ha ricordato che gli Usa intervennero apertamente al fianco di Saddam Hussein, allora considerato uno strettissimo amico da Reagan, tanto che l’attacco iracheno all’Uss Stark, che causò la morte di 37 marinai Usa, fu seguito solo da un blando richiamo. Saddam era un dittatore utile per gli Usa ed essi tentarono anche d’incolpare l’Iran per le stragi di curdi che egli commise con i gas. Più tardi, George Bush padre invitò negli Stati Uniti ingegneri nucleari iracheni per formarli alla produzione di ordigni nucleari che minacciassero l’Iran senza “sporcare” Washington. E naturalmente, ha continuato lo studioso, Washington è stata la causa prima e determinante delle sanzioni contro l’Iran, che nei fatti gli Usa mantengono ancora oggi.

Nella sua analisi Chomsky ha denunciato la retorica anti iraniana di Trump, che critica l’Iran ma si accosta ai peggiori regimi repressivi; mentre egli compiva il suo viaggio in Medio Oriente, la Repubblica Islamica ha tenuto le sue elezioni, evento impensabile nell’Arabia Saudita che l’ospitava, il Paese che è la fonte del wahabismo che avvelena la regione e il mondo islamico. Ma non è solo il Presidente ad essere ostile all’Iran, lo è tutta l’Amministrazione in quanto espressione dell’establishment.

Nel descrivere l’Arabia Saudita, il maggior alleato mediorientale degli Usa e nemica giurata dell’Iran, Chomsky l’ha descritta come una dittatura brutale e repressiva, dove i diritti umani vengono calpestati, ma un luogo dove Trump si sente a proprio agio. A Riyadh, il Presidente americano ha stipulato accordi per 320 Mld di dollari, essenzialmente enormi forniture di armi per la felicità dell’industria degli armamenti, ma le conseguenze immediate sono state il via libera agli “amici” sauditi a continuare le loro atrocità in Yemen, e ad isolare il Qatar, colpevole di voler essere troppo indipendente.

Ancora una volta è principalmente l’Iran il motivo: il Qatar condivide con la Repubblica Islamica un enorme giacimento di gas naturale ed intrattiene con essa rapporti commerciali e culturali, cosa intollerabile per i sauditi (e per gli Usa).

Nella sua analisi Chomsky ha tratteggiato le ragioni profonde dell’irriducibile ostilità che gli Usa hanno verso l’Iran, e i tanti crimini che nel corso di sessant’anni hanno perpetrato nei confronti del Popolo iraniano per tentare di dominarlo; un atteggiamento che permea l’establishment statunitense e che è praticamente impossibile sradicare. Un atteggiamento a cui si somma la dichiarata inimicizia di Israele, che vede nella Repubblica Islamica e nella Resistenza che essa sostiene i suoi peggiori nemici, coloro che gli sbarrano la strada al dominio della regione, e che minacciano l’esistenza stessa dell’entità sionista e il permanere della sua occupazione della Palestina.

 

 

gli eventi algerini: il visibile e l’invisibile, di Bernard Lugan

Come sottolineato nei post precedenti l’Algeria è uno snodo cruciale delle dinamiche politiche africane e mediterranee dove si incrociano gli interessi della Francia, occupante sino ai primi anni ’60, dell’Italia sostenitrice della guerra di liberazione e soprattutto di Stati Uniti,Cina e Russia. L’Algeria dispone di notevoli risorse energetiche, delle quali è praticamente schiava la sua economia; gode ancora di un notevole prestigio tra gli stati africani. Negli anni ’90 i militari sono riusciti con grande difficoltà a domare una sanguinosa rivolta civile organizzata dai settori più integralisti_Giuseppe Germinario
Bernard Lugan_ analista geopolitico, africanista, direttore del periodico “Afrique Réelle”
La lettura degli eventi algerini deve avvenire a due livelli, il visibile e l’invisibile.
apparenze
Dopo settimane di manifestazioni, il Ramadan non ha svuotato la strada; il movimento di protesta è sostenuto.
Di fronte a questa realtà, la strategia del “Sistema” [1] attualmente incarnata dal generale Ahmed Gaid Salah non è riuscita. E’ stata progettata per guadagnare tempo e dividere i manifestanti attraverso la manipolazione della giustizia spettacolo messa in scena grazie ad un’ondata di arresti di “corrotti”. Ma gli algerini non si sono fatti ingannare perché sanno che è tutto il “sistema” ad essere compromesso. A partire dal Generale Gaid Salah, il cui affarismo familiale ad Annaba è stato denunciato dall’avversaria Louisa Hanoune … per questo gettata in prigione …
Tra la strada e il “Sistema” le posizioni sono inconciliabili:
-I manifestanti continuano a chiedere un periodo di “transizione” gestito da persone indipendenti
-Il Generale Gaid Salah vuole, attraverso le elezioni presidenziali in programma il 4 luglio 2019, eleggere un candidato da lui stesso designato. Tuttavia, queste elezioni sembrano essere impossibili da organizzare; dopo la presidenza ad interim di 90 giorni in virtù della Costituzione, il generale si troverà quindi ad affrontare un vuoto istituzionale.
… e dietro le apparenze
La lettura di El Djeich, il giornale dell’esercito permette di andare oltre le apparenze. Per diverse settimane, v’è infatti denunciato l’esistenza di una “cospirazione”, che conferma che la guerra è aperta all’interno della casta militare.
Ma dal 1962, l’esercito era riuscito sempre a regolare i conti a porte chiuse, nascondendosi dietro un potere civile di facciata delegato al FLN. Inoltre, fino ad ora, nonostante le loro contrapposizioni, i vari clan militari in nessun momento avevano trasgredito il tabù estremo di non mettere mai a repentaglio la sostenibilità del “Sistema”. L’incarcerazione di alcuni generali tra i quali cui Mediene “Toufik” e Tartag dimostra che i clan e gli odi personali hanno preso il sopravvento rispetto alla considerazione della sopravvivenza comune.
La crisi all’interno dell’istituzione militare è profonda e la proliferazione di slogan diretti contro la sua persona dimostra che il generale Gaid Salah è ora da solo contro la popolazione.
Sempre più numerosi, pertanto, sono quelli che si chiedono se l’impopolarità del loro leader non finirà per causare un divorzio tra l’esercito e il popolo. Il rischio sarebbe quello di vedere a questo punto l’ondata di protesta coinvolgere l’esercito nel “Sistema”.
Secondo voci ormai insistenti, molti dei suoi pari avrebbero indicato il Generale Gaid Salah come responsabile dell’attuale impasse politica. L’unico ostacolo alla sua estromissione sarebbe il mancato accordo sul nome del successore. Dato il clima attuale, la difficoltà è in realtà quella di trovare un generale estraneo e al di sopra degli intrighi del Serraglio e quindi in grado di recuperare il consenso interno all’esercito, conseguente alla ridefinizione della collocazione di ogni clan.
Lontano dal trambusto della strada, ma con gli occhi continuamente rivolti ad essa, i giannizzeri si affannano per trovare chi può salvare il “Sistema”. Il prossimo futuro ci dirà se sono stati in grado di trovare l’ “uccello esotico”. Ma ne hanno ancora la possibilità?
Bernard Lugan

Salvini, Di Maio e il Terzo_di Giuseppe Germinario

La conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con oggetto il caso Armando Siri è stata un piccolo capolavoro di sottili argomentazioni tese a giustificare la decisione di dimissionamento del sottosegretario. http://www.governo.it/articolo/conferenza-stampa-del-presidente-conte/11474La prevedibile accalorata reazione dei due esponenti politici maggiormente interessati alle implicazioni dell’affare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non ha colto e centrato il punto focale di quella prolusione. Nella costruzione logica del discorso l’effetto scatenante sono state ovviamente le indagini giudiziarie, ma il motivo della defenestrazione riguarda il comportamento politico di un esponente di governo impegnato a difendere retroattivamente, consapevolmente o meno che fosse, interessi particolari piuttosto che l’interesse generale, non tanto il suo coinvolgimento giudiziario.

Il merito degli argomenti è però tanto efficace nella rappresentazione mediatica, quanto debole nella consistenza.

La gestione degli incentivi e delle agevolazioni ai consumi, atori e soprattutto alle imprese impegnate nel settore delle energie alternative, in particolare eolica e solare, è il frutto avvelenato del fondamentalismo ambientalista delle politiche energetiche perpetuate negli ultimi due decenni soprattutto dai governi di centrosinistra, parallelamente alla liberalizzazione del settore e bruscamente interrotte da un paio di anni.

Una mole spropositata di incentivi, introdotti repentinamente che hanno indotto enormi investimenti su tecnologie ancora poco efficienti, suscettibili solo nel tempo di migliorie significative; un ambito nel quale era del tutto assente sia l’industria di produzione degli utensili che l’artigianato competente nell’installazione e manutenzione. Il risultato ottenuto fu un notevole incremento della quota di energia verde prodotta al prezzo però di massicce importazioni di pannelli e tecnologie dalla Cina e installatori dalla Spagna. In poco tempo si assistette alla fioritura di numerose aziende di produzione e distribuzione nonché di intermediari nell’acquisizione di terreni per i parchi di produzione; attività rese profittevoli esclusivamente dall’entità degli incentivi, ma entrate immediatamente in crisi con l’altrettanto repentino scemare degli stessi. Attività di tipo speculativo nelle quali sono implicate, oltre alle scontate cosche mafiose, figure imprenditoriali ben più importanti dei tal Arata, ben ammanicate con il vecchio establishment.

Deve essere stato evidentemente uno dei servizi resi al paese e all’umanità, tra i tanti, del verde Pecoraro Scanio; servizi che gli hanno garantito un posto in prima fila alle europee in quota M5S; ma anche una scelta che ha creato l’humus adatto alla proliferazione di corruzione, parassitismo ed assistenzialismo da una parte e a interventi riparatori dall’altro.

Con questa puntualizzazione l’intervento di Conte assume ben altra caratteristica e ben altra durezza, se non proditorietà, stando almeno allo stato attuale delle indagini e della posizione giudiziaria di Siri.

Giuseppe Conte è diventato Presidente del Consiglio in quota 5Stelle, ma in virtù del contratto di governo e del protagonismo dei due vice ha potuto assumere, almeno in apparenza, la figura di terzo.

Come Schmitt, Freund e pochi altri hanno insegnato, quella del terzo è una posizione fondamentale ed indispensabile nel gioco politico. Può assumere di volta in volta la veste di mediatore, di arbitro e giudice pur essendo il più delle volte parte in causa.

Nella fattispecie Giuseppe Conte ha assunto, nell’ordinaria amministrazione, la funzione di mediatore. Nella ripartizione dei beni disponibili, quindi, l’onore della prima fila spetta ai beneficiari Salvini e Di Maio. In almeno un paio di occasioni, in questi dieci mesi, la figura di Conte si è però elevata al rango di arbitro: la gestione delle trattative con la Commissione Europea sulla Finanziaria e la gestione della conferenza internazionale sulla Libia. Si tratta però ancora di una funzione il cui esercizio è possibile grazie al riconoscimento delle parti in causa. Quando esso manca, lo vediamo nelle partite di calcio, all’arbitro non resta che la fuga e il riparo in luogo sicuro.

Con il caso Siri si è verificato il salto di qualità. Non ostante le esortazioni salomoniche alla calma rivolta ai due contendenti l’avvocato Giuseppe Conte ha assunto la veste di giudice. Di fatto un intervento a gamba tesa col fine di ripristinare e mantenere un equilibrio, un rapporto di forze in via di alterazione.

Il Presidente rischia di cadere nella tentazione ricorrente al quale cede il terzo. Quella di diventare esplicitamente parte in causa del conflitto e di trarne il massimo vantaggio specie nel momento di debolezza di entrambe i contendenti. Per il momento il bersaglio designato è Salvini. Il varco che si è cercato invano di aprire con il caso Diciotti, potrà determinarsi sfruttando la crepa del caso Siri entro la quale ancora una volta potrà agire la magistratura, parti di essa, per delimitare l’agone politico. Il moltiplicarsi delle azioni giudiziarie lasciano intravedere che sarà ancora una volta questa la modalità per tentare di ridisegnare e ripristinare lo scenario politico. Per il resto, ad alimentare i dissidi e il senso di impotenza, ci penserà la risicatezza del bottino disponibile grazie ai vincoli-capestro sottoscritti da tutti in sede comunitaria.

A Giuseppe Conte, però, manca una referenza fondamentale per esercitare compiutamente questa ultima funzione di terzo: la disponibilità delle leve di potere e di una forza propria, giacché la forza è un atout imprescindibile in politica. Lo ha dimostrato nel prosieguo delle due occasioni nelle quali ha potuto emergere: in Libia con il chiaro ridimensionamento della funzione mediatrice del Governo Italiano, in Europa con l’intangibilità dei parametri che regolano le politiche economiche degli stati europei.

L’ambiguità e la opacità di questo suo ruolo deriva dalla discrepanza netta tra la rappresentazione del conflitto e delle divisioni sullo scenario pubblico e le divisioni e i contrasti effettivi che agiscono nell’ombra e dietro le quinte. Lo scenario ci offre la contrapposizione tra Salvini e Dimaio, la Lega e i Cinque stelle.

Il Governo in realtà è composto da tre attori, una delle quali, la componente “tecnica”, rappresenta il vero giudice. Una componente composta in parte da figure autonome, in parte da figure cooptate nel seno dei due partiti, specie dai 5Stelle, per mancanza di una propria classe dirigente. È pervaso, altresì, da due anime, queste sì in fondamentale conflitto tra di esse. Una apertamente europeista, pedissequamente atlantista, ben disposta verso l’umanitarismo e il politicamente corretto; ben salda nel controllo delle leve di potere, ma incapace di offrire una prospettiva accettabile per quanto ingannevole. L’altra con aspirazioni di indipendenza politica, incapace però di tradurle in strategie e tattiche politiche adeguate con il risultato di ricadere continuamente nel trasformismo più becero. Due anime che attraversano entrambe i partiti al governo anche se sotto mentite spoglie di diversa foggia. Quella restauratrice in uno si manifesta con il progressismo dei diritti, nell’altro con quello della persistenza di una classe dirigente più preparata e navigata, addestrata da venti anni di esperienza amministrativa, ma legata ad una visione localistica e regionalista sostanzialmente compatibile con le attuali opzioni europeiste e con la attuale insignificanza nell’agone geopolitico. Una mistura particolarmente deleteria e mistificante per il paese. Il resto, comprese le migrazioni incontrollate di adepti nei partiti, di fatto nel partito, è un corollario per quanto rischioso

In questo contesto e con queste dinamiche la funzione di Giuseppe Conte rischia di apparire inesorabilmente più che di Terzo per “conto terzi”. Una funzione che potrà portare al drastico ridimensionamento, se non al dissolvimento di uno, dell’ultimo arrivato quindi tra i partiti e al pieno rientro nei ranghi dell’altro. Gli osanna mediatici a Mario Draghi e la posizione di attesa del PD lasciano intendere questi propositi. Tra il dire e il fare, fortunatamente, c’è di mezzo un vecchio ceto politico troppo screditato ed incapace e un contesto geopolitico, compreso il presunto asse franco-tedesco, sempre più mutevole e meno stabile nella stessa Europa. Per ora può essere ancora una opportunità; tra non molto potrà rivelarsi, se procrastinata, una vera e propria iattura e catastrofe per l’intera Europa e soprattutto per l’Italia; senza nemmeno il palliativo del declino languido conosciuto dall’Italia postrinascimentale.

 

NUOVE INFLUENZE, di Antonio de Martini

Ormai imminenti le elezioni in Israele e tutti sembrano collaborare affinché Netanyahu mantenga la sua posizione alla testa del governo.

L’Egitto, che accetta di acquistare sottomarini da Israele e addirittura dal solo Netanyahu, in maniera da sistemare una pericolosa inchiesta poliziesca a carico del Premier.

Trump, che interviene con la dichiarazione unilaterale che attribuisce le alture del Golan a Israele, in contrasto con le risoluzioni delle Nazioni Unite del 1967 .

l’Iran, contribuisce mettendo la sordina alle periodiche dichiarazioni apocalittiche anti Israele. Si è letteralmente azzittato e sta ritirandosi dalle zone della frontiera tra Siria e Israele.

Hamas che lancia un petardo ( “sette feriti”) che consente al Premier di assumere misure militari atte a oscurare la fama bellica del concorrente Ganz.

Più notevole ed efficace, Putin che si impegna in prima persona assieme al capo di SM russo Guérassimov, nella ricerca e ritrovamento delle spoglie del capo carro Zachary Baumel, caduto nella pianura della Bekaa ( territorio libanese controllato da Hezbollah) il 10 giugno del 1982 .

Questa operazione – che Netanyahu ha definito “ storica” non si sarebbe potuta concludere senza la collaborazione attiva di Hezbollah ( che ha rinunziato a contropartite e restituito le spoglie e gli effetti personali), dell’Esercito siriano (che ha recuperato il corpo ), dei militari russi ( che hanno consegnato le spoglie avvolte nella bandiera nazionale agli israeliani attraversando la frontiera).

Tanto coordinamento , in una zona in cui si sono sbranati tra loro fino a poche settimane fa, non è frutto di un improvviso attacco di umanità, ma rivela che sono in corso negoziati fruttiferi per tutti e che nessuno vuole cambiamenti tra gli interlocutori.

Anche i media hanno contribuito attirando l’attenzione sulla crisi di Libia dove nulla si è in realtà mosso.

Positivo, con ogni evidenza, il ruolo a tutti Azimuth della Russia in questa mediazione con tutte le parti in causa e che ha saputo mettere a frutto anche la massiccia presenza dei propri emigrati in Israele.

Intelligente la scelta di Assad che ha evidentemente deciso di dimenticare le oltre cento incursioni aeree sulla Siria
durante il recente conflitto ( opzione possibile solo grazie al fatto che non deve affrontare elezioni ne a breve ne a lungo termine).

Attendista la posizione turca che ha congelato il contenzioso coi curdi alla frontiera siriana ( e non ha preso la solita difesa di Gaza) rinunziando a irrigidimenti soldateschi che gli avrebbero potuto fruttare qualche votarello alle elezioni della scorsa domenica.

Un periodo di tregua politico e militare così corale in tutta l’area nel vicino Oriente non si registrava da decenni.

Resta a vedere se le speranze pre elettorali saranno onorate o faranno la fine di quelle che vengono solitamente fatte intravvedere a noi poveri mortali.

Nullo il ruolo dei sauditi, dell’Europa e degli inglesi in tutt’altre faccende affaccendati.

Saltati a piè pari il nostro contingente ( attorno al quale tutto si è svolto) e il Vaticano.
Eppure il traffico di spoglie mortali sarebbe una tradizionale specialità della casa.

TRUMP PRESTO A CANOSSA ?, di Antonio de Martini

Pochi commentatori enfatizzano che le recenti elezioni in Turchia erano meramente amministrative e nessuno ha spiegato cosa è successo realmente.
Hanno preferito raccontare di “ ridimensionamento” dell’ AKP il partito di Erdogan il tiranno.

Le cose non stanno così.

Alle elezioni politiche precedenti al tentato colpo di stato del luglio 2016 – di cui fui l’unico a prevedere data e protagonisti nel meno visto dei miei interventi su you tube- gli Stati Uniti decisero di non appoggiare il partito laico e kemalista ( CHP) per promuovere un più ossequiente cartello di curdi, omosessuali, halevi e minoranze varie convinti di riuscire a scardinare la maggioranza del partito di Erdogan a suon di dollari.

Ci riuscirono in buona parte facendogli perdere una settantina di deputati, subito rimpiazzati da una alleanza a destra, che assicurò ugualmente una maggioranza di governo.

Gli USA avevano rifiutato di appoggiare il partito kemalista – tradizionale avversario dei “ clericali” perché troppo nazionalista e non obbediente quanto un avvocaticchio di provincia che fu spacciato dai soliti media internazionali per un grande leader.

L’annunziata recessione turca nel 2017 ha segnato un +7,6% mentre noi saremmo in crescita al +0,2%……

Questa volta, mossi dalla disperazione per il golpe fallito di cui sono accusati e dalla lobby delle armi che vede con terrore l’apparire sul mercato del sistema antiaereo russo AS 400 che rischia di fare “l’en plein” come il mitra Kalashnickov che ha ottenuto oltre 90 % del mercato mondiale delle armi portatili, sono venuti a più miti consigli ed hanno accettato – in questa tornata sperimentale amministrativa- di non sostenere cartelli raccogliticci e la Turchia è tornata al bipartitismo che le è naturale.

Il famoso cartello democratico “ froci&co” è praticamente scomparso, lo stesso partito curdo si è ridimensionato, mentre i seguaci di ATATURK , che in politica estera sono sempre più spesso in armonia col presidente, hanno ripreso fiato e spazi politici.

A Ankara, La capitale creata da Ataturk , la borghesia impiegatizia è tornata a casa e eletto il candidato kemalista.

Sapendo che a Istanbul i contendenti erano testa s testa, Erdogan – ex sindaco – si è lasciato convincere a promettere la riconversione del museo di Santa Sofia in moschea.

Troppo poco per convincere i clericali estremi e troppo tard (48 ore) i per galvanizzare i seguaci.

Adesso i media che riprendono fedelmente i temi dei think tank americani, fingono speranzosi che Erdogan “ capisca e si riavvicini all’occidente”.

In realtà, il governo turco si irrigidirà , insisterà a polemizzare con gli USA, Cipro e Israele ( la Grecia, irritata dal flirt con gli israeliani, ha invece ufficialmente riconosciuto non meglio specificati “ diritti” turchi sui giacimenti dell’Egeo) , confermerà l’acquisto degli AS400 russi e appoggerà con maggior fermezza l’Iran nella sua lotta contro le sanzioni.

Il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha fatto un impietoso elenco delle contrastanti dichiarazioni americane sulla Siria e sulla Turchia, in pratica rendendo noto che ormai considerano interlocutore il solo Trump.

Se vuole esca allo scoperto e chiarisca di chi è amico e alleato nel Vicino Oriente, oppure salterà tutto il quadro strategico tra Il Cairo e Kabul.

Questo non lo ha detto, ma lo ha fatto capire chiaramente.
Il capo è stufo di parlare coi camerieri, anche se tedeschi.
E il CHP – che condivide già le scelte di politica estera di Erdogan potrebbe dargli ragione e entrare in coalizione.

Condizionando la collaborazione a un rinnovato sforzo verso la Unione Europea che potrebbero essere loro a gestire.

SALVINI E I NAUFRAGI, di Augusto Sinagra

 

SALVINI E I NAUFRAGI

 

La morte di circa 120 persone al largo delle coste libiche rattrista profondamente. Il naufragio è avvenuto in zona marittima di vigilanza libica. Parlare di omissione di vigilanza e soccorso da parte italiana equivale a dire che l’Italia sarebbe responsabile di ogni naufragio nel mare Mediterraneo. O significherebbe pretendere che la Guardia Costiera italiana debba vigilare le coste di altri Stati e non quelle italiane. E senza dire che la Guardia Costiera italiana continua a portare in Italia “sedicenti” naufraghi. Con questo intendo dire che “naufrago” non è colui il quale si pone nelle intenzionali condizioni di naufragare per poi costringere altri all’obbligo di soccorrere.

Il problema è alla radice e cioè bisogna impedire le partenze. In questo senso continua ad avere pienamente ragione l’assunto del Ministro Matteo Salvini secondo il quale “meno partono e meno muoiono”. E i numeri, infatti, gli danno ragione.

Chi contesta la posizione del Ministro Matteo Salvini è chiaramente in mala fede ed è complice di scafisti e “soccorritori” ben pagati. Oltre che complice di chi sostiene l’immigrazione illimitata e illegale che ha già distrutto lo Stato italiano in tutti i sensi. Questo con la complicità del pampero argentino Giorgio Mario Bergoglio che continua a “mettere le scarpe” negli affari dello Stato italiano, oltre che a stravolgere la religione cattolica.

Non si capisce cosa aspetta un certo Moavero Milanesi (messo lì assieme a Tria e a Trenta dal figlio di Bernardo Mattarella) a convocare il Nunzio apostolico presso lo Stato italiano e consegnargli una nota di protesta per il Capo dello Stato Città del Vaticano con la quale lo si diffida a non interferire negli affari interni dello Stato italiano in violazione degli Accordi lateranensi del 1929 e del 1985.

Quanto alle vittime dei naufragi, se si vuole che cessino è ormai evidente che vi è un solo modo per impedirlo: il blocco navale delle coste libiche.

Si dirà che questo è formalmente un “atto di guerra”, ma l’Italia è in guerra contro scafisti, “soccorritori”, gestori di centri di accoglienza (compresa la Caritas), contro la finanza internazionale e contro l’Unione europea che vuole annichilire politicamente, economicamente, militarmente e, soprattutto, moralmente, il Popolo italiano privandolo di dignità, identità, storia e futuro.

Coudenhove-Kalergi, Rothschild, Rockefeller e tutta la feccia del monetarismo mondialista, non hanno vinto e non devono vincere!

Ridislocamenti nel Vicino Oriente_traduzione di Roberto Buffagni

I documenti mostrano che gli  Stati Uniti stanno espandendo in modo massiccio la loro presenza presso la base aerea della Giordania tra screzi Turchia e Iraq

 

Era stato annunciato un ritiro, in realtà è una ridislocazione dello schieramento militare americano nel Vicino Oriente. Non riguarda solo la Siria, ma l’insieme delle relazioni con i paesi di quell’area, in particolare la Turchia e l’Iraq. Se poi si aggiunge che per la prima volta una portaerei a propulsione nucleare di prima classe, con tutta la sua squadra, si è avventurata nel Golfo Persico, nelle immediate vicinanze dell’Iran il quadro comincia a definirsi meglio. Ancora una volta gli alti e bassi nello scontro politico interno alla classe dirigente americana determinano involontariamente il solco profondo entro il quale si muove la politica estera americana_Giuseppe Germinario

http://www.thedrive.com/the-war-zone/25955/docs-show-us-to-massively-expand-footprint-at-jordanian-air-base-amid-spats-with-turkey-iraq?fbclid=IwAR3zI3kGt38ssi7CDAA-gW7OsGq_vouy7lXathP3CV-743SSvz7Zr4V–3w

Decine di milioni di dollari trasformeranno questa base in Giordania in un nuovo importante hub regionale per jet da combattimento, droni, aerei cargo e altro.

di Joseph Trevithick, gennaio 14, 2019

Le forze armate statunitensi stanno portando avanti piani per espandere notevolmente la propria presenza nella base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, per ospitare meglio un ampio mix di aerei da combattimento, aerei da attacco al suolo, droni armati, aerei da carico e altro ancora. Il progetto di costruzione da svariati milioni di dollari arriva quando l’amministrazione del presidente Donald Trump sta per ritirare le forze americane dalla vicina Siria. Ma mentre le nuove strutture della base giordana potrebbero aiutare a sostenere le operazioni siriane in via indiretta, serviranno uno scopo ben più importante nel fornire un’alternativa ad altre importanti sedi operative nella regione, specialmente in Turchia, dove dissidi politici potrebbero ostacolare l’accesso degli Stati Uniti in nel mezzo di una crisi.

 

Il Corpo dei Genieri dell’Esercito degli Stati Uniti, che sta supervisionando il lavoro a Muwaffaq Salti, ha rilasciato specifiche e disegni relativi ai nuovi piazzali, alle vie di rullaggio e ad altre strutture associate su FedBizOpps, il sito web principale delle opere pubbliche federali degli Stati Uniti, l’11 gennaio 2019. I documenti stessi risalgono all’autunno del 2018. Il bilancio della difesa per l’anno fiscale 2018 includeva più di $ 140 milioni per gli ammodernamenti alla base della Royal Jordanian Air Force, che gli Stati Uniti hanno utilizzato attivamente per le operazioni regionali almeno dal 2013.

 

I documenti contrattuali non menzionano Muwaffaq Salti per nome, che le forze armate statunitensi descrivono generalmente come una “posizione segreta”, ma includono immagini satellitari annotate che mostrano chiaramente che si tratta della base in questione. Precedenti annunci contrattuali hanno indicato che il 407th Air Expeditionary Air della US Air Force attualmente supervisiona le operazioni di ordinaria amministrazione nella base.

 

Il nuovo incremento delle forze armate statunitensi sembra focalizzato sulla crescita della presenza dell’Air Force specificamente nella base; e la maggior parte dei miglioramenti sarà effettuata sulla pista meridionale della base. Questi includono un piazzale attrezzato per gli aerovelivoli, un piazzale attrezzato per l’addestramento delle forze speciali e la preparazione delle operazioni speciali, un piazzale attrezzato per l’appoggio aereo al suolo (CAS) per le operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR).

Google Earth

A satellite image of Muwaffaq Salti Air Base as of May 2017.

USACE

An annotated satellite image of Muwaffaq Salti Air Base, showing the locations of the various planned upgrades.

Il piazzale attrezzato per gli aerovelivoli di quasi 28.000 mq. con annesso spazio di carico e scarico di 3700 mq., sarà abbastanza grande da ospitare fino a due aerei da carico C-17 Globemaster III e uno C-5 Galaxy contemporaneamente. Ciò consentirà il movimento di grandi quantità di personale, munizioni, carburante e altri materiali all’interno e all’esterno della base, il che sarebbe fondamentale per le operazioni aeree di lunga durata.

 

Muwaffaq Salti potrebbe anche fungere da punto di trasbordo, con squadre che trasferiscono il carico su aeromobili più piccoli, come il C-130 Hercules, per spostarsi verso altre sedi operative in altre parti della regione. I C-17 hanno anche la capacità di operare da piste di atterraggio non rinforzate. Il piano di costruzione degli Stati Uniti a Muwaffaq Salt comprende anche un “hot point” di carico  di quasi 26.000 mq. sul lato nord della base per lo scarico rapido e il caricamento di materiale da aerei in transito.

USAF

C-17s at an undisclosed location supporting US operations against ISIS in Iraq and Syria in 2018.

Nella parte meridionale della base, gli Stati Uniti prevedono anche di aggiungere un piazzale attrezzato 41.000 mq. per il recupero del personale e le operazioni speciali. Questo avrà spazi di parcheggio dimensionati per l’airlifter C-130J-30 di della misura maggiore, ma molto probabilmente sarà la sede di distaccamenti di operazioni speciali MC-130. Ci sarà anche spazio per quattro rotori inclinabili Osprey CV-22B.

 

Gli MC-130 dell’Air Force possono fungere da navi cisterna per i CV-22, contribuendo a estendere la loro portata e dando alle forze operative speciali la capacità di spostare rapidamente piccole unità e carichi da e verso i siti dispersi nella regione, o di appoggiare attacchi aerei su specifici obiettivi . Inoltre, gli Ospreys hanno un vantaggio di velocità rispetto agli elicotteri tradizionali, nonché varie contromisure elettroniche e altri sistemi di autodifesa e capacità di volo a bassissima quota (NOE), che consentono all’aereo di raggiungere rapidamente l’area obiettivo e ridurre la sua vulnerabilità alle difese ostili.

 

Come tali, i CV-22 in Giordania potrebbero essere chiamati per inserire rinforzi, esfiltrare i feriti o le forze sotto il fuoco, eseguire missioni di ricerca e soccorso (CSAR) e altre funzioni di recupero del personale. Il CASR è una considerazione particolarmente importante per le operazioni aeree sostenute e una in cui gli Stati Uniti hanno opzioni storicamente limitate nella regione. Ad esempio, al momento, le forze armate statunitensi hanno reparti in Kuwait, Iraq e Turchia per fornire quel tipo di capacità in Iraq e in Siria.

USACE

A more detailed breakdown of the personnel recovery/special operations forces apron, showing the C-130J-30- and CV-22-sized parking spaces.

Il cosiddetto grembiule “CAS / ISR” sarà di gran lunga la più grande aggiunta singola, coprendo quasi 125.000 mq. Ciò consentirà agli Stati Uniti di costruire tre dozzine di spot con rivestimenti protettivi e tettoie, tutti dimensionati per caccia F-15 o F-16, nonché pere gli aerei d’ attacco terrestre A-10. Ci sarà un altro piazzale con quattro spot per MQ-9 Reapers, oltre a più shelter chiusi, ciascuno in grado di ospitare due dei droni, anch’essi collegati a quest’area.

Sebbene descritto come CAS / ISR focalizzato per scopi di pianificazione edilizia, ciò darebbe agli Stati Uniti la possibilità di utilizzare Muwaffaq Salti per estese operazioni di combattimento aereo. L’aereo che questo piazzale  può ospitare può eseguire pattugliamenti aerei di combattimento, interdizione e varie altre missioni.

USACE

A closer look at the CAS/ISR apron with the MQ-9 shelters at the top and additional parking spaces for those drones to the right.

Il dimensionamento degli spazi di parcheggio potrebbe consentire lo spiegamento di altri jet da combattimento, anche da servizi diversi dall’aeronautica militare statunitense, a seconda delle necessità. Nel settembre 2018, l’Air Force ha condotto uno schieramento temporaneo di caccia stealth Raptor F-22 dalla base aerea di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti a Muwaffaq Salti, insieme al personale di supporto in un aereo cisterna KC-10 Extender.

Questo è qualcosa che potrebbe diventare più comune e richiedere meno supporto esterno, con gli aggiornamenti dell’infrastruttura. Il Corpo dei Marines degli Stati Uniti gestisce anche una forza di risposta alle crisi terrestri con calabroni F / A-18C / D, tra gli altri velivoli, che potrebbero utilizzare le strutture ampliate.

The video below shows the F-22s from the Air Force’s 380th Air Expeditionary Wing deploying to an “undisclosed location” September 2018.

Il video qui sopra mostra gli F-22 della 380a Air Expeditionary Wing dell’Air Force che si sta dispiegando in una “località sconosciuta” nel settembre 2018.

 

Oltre ai vari piazzali, le forze armate statunitensi costruiranno nuove piste di rullaggio, strade di accesso, aree di supporto vitale e altre infrastrutture per sostenere la più ampia presenza americana a Muwaffaq Salti. Il Corpo dei Genieri dell’Esercito stima che il lavoro avrà un costo tra $ 25 e $ 100 milioni, lasciando anche dei fondi significativi per altre aggiunte. La data di scadenza per  presentare le offerte su questo contratto è il 19 febbraio 2019, ma non è prevista una data per la conclusione dei lavori.

 

Il piano chiarisce che gli Stati Uniti stanno cercando di accrescere la propria presenza sul sito e trasformarlo in una base strategica più permanente. Questo potrebbe essere importante, considerando gli sforzi dell’amministrazione Trump per sradicare le forze americane dalla Siria.

 

La tempistica esatta per il ritiro non è chiara. Resta inoltre da vedere in che modo si evolverà la politica degli Stati Uniti in merito alla lotta in corso contro ISIS in Siria e in Iraq, nonché al più ampio conflitto in Siria.

 

Sono stati segnalati casi in cui è probabile che le forze statunitensi si trasferiscano in strutture in altri paesi limitrofi. Da lì, potrebbero rimanere vicini per appoggiare le forze locali sostenute dagli americani e altri partner statunitensi che ancora combattono in Siria, se necessario.

USAF

A US Air Force F-16C Viper taxies at Muwaffaq Salti during the multi-national Falcon Air Meet in 2011.

Il video qui sopra mostra gli F-22 della 380a Air Expeditionary Wing dell’Air Force che si sta dispiegando in una “località sconosciuta” nel settembre 2018.

 

Oltre ai vari piazzali, le forze armate statunitensi costruiranno nuove piste di rullaggio, strade di accesso, aree di supporto vitale e altre infrastrutture per sostenere la più ampia presenza americana a Muwaffaq Salti. Il Corpo dei Genieri dell’Esercito stima che il lavoro avrà un costo tra $ 25 e $ 100 milioni, lasciando anche dei fondi significativi per altre aggiunte. La data di scadenza per  presentare le offerte su questo contratto è il 19 febbraio 2019, ma non è prevista una data per la conclusione dei lavori.

 

Il piano chiarisce che gli Stati Uniti stanno cercando di accrescere la propria presenza sul sito e trasformarlo in una base strategica più permanente. Questo potrebbe essere importante, considerando gli sforzi dell’amministrazione Trump per sradicare le forze americane dalla Siria.

 

La tempistica esatta per il ritiro non è chiara. Resta inoltre da vedere in che modo si evolverà la politica degli Stati Uniti in merito alla lotta in corso contro ISIS in Siria e in Iraq, nonché al più ampio conflitto in Siria.

 

Sono stati segnalati casi in cui è probabile che le forze statunitensi si trasferiscano in strutture in altri paesi limitrofi. Da lì, potrebbero rimanere vicini per appoggiare le forze locali sostenute dagli americani e altri partner statunitensi che ancora combattono in Siria, se necessario.

Sebbene l’Iraq sia stato citato come il paese più probabile per accogliere le unità che si ritirano dalla Siria, la Giordania potrebbe facilmente essere un’altra opzione, e già ospita una significativa presenza militare americana. Oltre a ciò, alcuni membri del parlamento iracheno erano irritati dal fatto che Donald Trump non si fosse incontrato personalmente con il primo ministro Adil Abdul-Mahdi durante la sua visita a sorpresa nel paese nel dicembre 2018.

 

I membri dell’attuale governo di coalizione in Iraq, che sta anche cercando di migliorare le relazioni con l’Iran, hanno richiesto un ritiro completo delle forze americane dal paese. Qualunque sia l’esito di questo particolare contrasto, esso potrebbe limitare la capacità delle forze armate statunitensi di utilizzare le basi in quel paese in futuro.

 

L’espansione di Muwaffaq Salti potrebbe ridurre la necessità di altre sedi operative regionali, che sono diventate negli ultimi anni sempre più politicamente insostenibili, in generale. Quando il piano generale divenne pubblico per la prima volta nel 2017, arrivò in un momento in cui c’erano anche preoccupazioni significative sulla continuità della base aerea di Al Udeid in Qatar, che è la più grande base aerea americana del Medio Oriente ed è stato un hub centrale per le operazioni nella regione e oltre per decenni. Puoi leggere di più su quanto sia vitale questa base per l’esercito americano qui.

Sfortunatamente, il Qatar rimane invischiato in un importante dissidio politico con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, tra gli altri, che hanno interrotto le relazioni diplomatiche e bloccato il paese economicamente. Tuttavia, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha firmato un memorandum d’intesa con i funzionari del Qatar per avviare piani per espandere significativamente Al Udeid, anche durante una visita nel paese il 13 gennaio 2019.

US Department of State

US Secretary of State Mike Pompeo, at center in suit, arrives in Qatar on Jan. 13, 2019.

“Siamo tutti piùforti quando lavoriamo insieme”, ha detto Pompeo in una conferenza stampa, in cui ha anche affermato che la disputa di quasi 20 mesi tra il Qatar e altri paesi della regione si è “trascinata troppo a lungo”. L’alto diplomatico è ora in Arabia Saudita e, tra le altre cose, probabilmente continuerà a sostenere una risoluzione della situazione.

 

Oltre a ciò, Muwaffaq Salti si trova a circa 1.000 miglia da Al Udeid, rendendolo mal posizionato per essere un sostituto di quella base. Sembra più probabile che la principale forza trainante dell’espansione in Giordania sia le tensioni a lungo latenti tra Stati Uniti e Turchia. Nonostante entrambi siano membri della NATO, entrambi i paesi si sono allontanati a causa di una serie di dispute, tra cui la decisione della Turchia di acquistare missili S-400 dalla Russia, i crescenti legami di Ankara con Mosca in generale, e il sostegno degli Stati Uniti ai gruppi curdi in Siria, che le autorità turche considerano terroristi.

USAF

A-10 Warthog ground attack aircraft arrive at Incirlik Air Base in Turkey to support operations against ISIS in 2015.

 La Turchia e gli Stati Uniti sono anche coinvolti in una disputa su Fethullah Gülen, un ex alleato politico del sempre più dittatoriale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ora vive in esilio auto-imposto negli Stati Uniti. Le autorità turche accusano Gülen di aver architettato un tentato colpo di stato del 2016 contro Erdoğan, ma gli Stati Uniti hanno finora negato, adducendo l’insufficienza di prove.

 

La questione del sostegno americano ai curdi, in particolare, è stato un fattore importante nella decisione iniziale di Trump di ritirare le forze statunitensi dalla Siria e la sicurezza dei civili curdi in tutte le aree in cui le forze turche o turche potrebbero prendere il controllo della situazione. . Da allora le autorità statunitensi hanno chiesto assicurazioni dalla Turchia che non tenterà di attaccare i curdi e Trump stesso ha minacciato di “devastare economicamente la Turchia” se Ankara non è d’accordo con queste condizioni.

 

Inizia il lungo ritiro della Siria colpendo duramente il poco rimanente califfato territoriale ISIS, e da molte direzioni. Attaccherà di nuovo dalla base vicina esistente se riformerà. Distruggerà economicamente la Turchia se colpiscono i curdi. Crea una zona sicura di 20 miglia ….

– Donald J. Trump (@realDonaldTrump), 13 gennaio 2019

 

 

 

Il presidente ha anche insistito sul fatto che non voleva che i curdi “provocassero” la Turchia. Non è del tutto chiaro se i “curdi” in questo caso si riferisce a civili curdi, il gruppo di forze democratiche siriane a maggioranza curda appoggiato dagli Stati Uniti che sta combattendo contro l’ISIS, o entrambi. La Turchia ha ripetutamente dichiarato l’intenzione di schiacciare i combattenti curdi, anche se sono allineati con l’SDF, attraverso la Siria settentrionale.

 

Vale anche la pena notare che gli Stati Uniti forniscono intelligence e altro supporto alle operazioni militari turche contro altri gruppi militanti curdi attivi in ​​Turchia. Quindi, come il governo turco potrebbe interpretare eventuali richieste da parte delle loro controparti americane e quanto gli Stati Uniti potrebbero essere disposti a rispondere a qualsiasi apparente violazione di tali clausole resta da vedere.

 

…. Allo stesso modo, non voglio che i curdi provocino la Turchia. La Russia, l’Iran e la Siria sono stati i maggiori beneficiari della politica a lungo termine degli Stati Uniti di distruggere l’ISIS in Siria: nemici naturali. Ne beneficiamo anche noi, ma è ora di riportare a casa le nostre truppe. Fermate le GUERRE INFINITE!

– Donald J. Trump (@realDonaldTrump), 13 gennaio 2019

 

Tutto ciò rappresenta un rischio permanente per l’accesso alla base aerea di Incirlik, un importante hub regionale per l’esercito americano che funge da base per i jet da combattimento che operano nella regione, un sito di stoccaggio di armi nucleari tattico e un importante punto di trasbordo , potrebbe finire in un momento critico. Muwaffaq Salti, a meno di 400 miglia a sud, è ben posizionato per soppiantare Incirlik, così come altre località operative in Turchia, per operazioni convenzionali se il governo turco dovesse fermare le operazioni americane da quelle basi.

 

Tutto sommato, gli aggiornamenti a Muwaffaq Salti aumenteranno la capacità dell’America di operare in quella parte del Medio Oriente al di fuori di qualsiasi operazione attualmente in corso, in Siria o altrove, per gli anni a venire e cementeranno ulteriormente le relazioni USA-Giordania. Con questo in mente, potremmo iniziare a vedere lavori in altri siti in Giordania oltre a Muwaffaq Salti nei prossimi anni. Se le stime del Corpo dei Genieri  sono accurate, ci saranno decine di milioni di dollari per progetti di costruzione nel paese.

 

 

Il Pendolo di Erdogan, di Antonio de Martini

Turchia: nuove grane con le FFAA. Due generali (Temel comandante delle Truppe operanti in Siria e Irak e Barut comandante la IV brigata Commandos) sono stati esonerati e assegnati a compiti burocratici.

Ambienti filo occidentali si stanno affannando a illustrare divergenze strategiche tra militari e governo, ma – mentre queste spiegherebbero l’avvicendamento di Temel, non collimano con l’allontanamento di un semplice comandante di brigata- si ipotizza una ambizione politica dei due che disponevano dei mezzi e del carisma che sono mancati ai golpisti del 2016.

Altri analisti mormorano di una intenzione dei militari di forzare la mano al governo che procederebbe, a loro avviso, con troppa cautela nelle sue ambizioni territoriali e indugia ad attaccare i curdi. I militari vorrebbero approfittare per debellare i curdi di YPG mentre il governo avrebbe mire sul territorio siro-iracheno.

Da seguire, perché ogni volta che Erdogan sente odore di golpe , si avvicina a Putin e comunque sempre dai russi dipende il “ via libera” verso Mossul .

È proprio per scongiurare questa intesa che gli USA avrebbero deciso di rallentare la loro ritirata dalla Siria e il Senato si appresta a censurare la scelta di Trump alla riapertura dei lavori.

La posizione di forza di Putin consiste nella sua capacità di giocare su tutti i tavoli, mentre gli USA non riescono a interagire che con Israele i cui interessi peraltro iniziano a distinguersi.

Il Consigliere della Casa Bianca Bolton è a Ankara mentre la capa della CIA è , contemporaneamente, a Istanbul per tamponare i “ leaks”sul caso Khassoghi che ormai fanno parte del balletto diplomatico del Levante e che mettono in forse i 110 miliardi residui di ordinativi sauditi alla industria militare USA.

ZERBINI E SCRIVANI, di Antonio de Martini

GLI ZERBINI

Un certo Boccia a nome del “mondo industriale italiano” – che come ormai tutti sappiamo non esiste quasi più – ha indirizzato al governo, con forme e toni ultimativi, una richiesta a “risolvere la crisi”.

Vogliono altri denari oltre alla montagna di aiuti già avuta negli anni e a quelli ottenuti vendendo le proprie aziende a imprese straniere o andando a produrre in paesi schiavisti dove impiegano bambini di dodici anni a un dollaro al giorno.

L’avidità non ha limiti e anche la sfacciataggine progredisce incontrastata.

Nessuno che abbia messo a posto questo signore.

In un paese col senso della realtà , i lobbisti sussurrano all’orecchio dei governi, non sbraitano come comari.

Un governo con senso della dignità o almeno della realtà, avrebbe già spedito la Guardia di Finanza a spulciare conti e corrispondenza, a lui e al coro di pseudo imprenditori che lo attorniava in TV con grinta eversiva.

In un paese col senso della realtà il sindacato sarebbe già insorto – pro o contro- a difesa delle prerogative delle istituzioni e del proprio ruolo di interlocutore primo delle imprese.

In un paese col senso della realtà la sinistra avrebbe richiamato Boccia e pallini al rispetto delle istituzioni e dei ruoli.

Al presidente Mattarella ricordo che quando si lascia “spubblicare” una istituzione, si apre la strada al non rispetto di tutte.

Non ha letto Hemingway e pensa di sapere per chi suona la campana.

I DIALOGHI SI FANNO IN DUE E I NEGOZIATI ALMENO IN TRE.
( parole chiare all’alleato)

Se volete avere un esempio da manuale di come un paese straniero governi i fatti italiani tramite scritturali d’accatto, potete leggere a pagine 15 del “ Corriere della sera” , di oggi 4 dicembre, l’articolo che Maurizio Caprara – la cui famiglia ci è ben nota- dedica ad una riunione dell’ASPEN italiana dove hanno concionato sul tema “ dialogo Stati Uniti-Italia” in cui ha parlato soltanto l’ambasciatore americano. Se parla uno solo, si chiama monologo.

Pare fosse presente anche il nostro ministro degli esteri Moavero, dei cui interventi – se ci sono stati- lo scriba non da cenno. È il destino dei servi.

In pratica, senza un minimo di contraddittorio, l’ambasciatore chiede di comprare gas liquido americano e stoccarlo in grandi quantità in “ maniera da diventare protagonisti in Europa”; di accogliere due rappresentanti del dipartimento di Giustizia USA che ci insegnino a incriminare gli hacker “ russi, cinesi e nord coreani”.

(A noi risulta – grazie a wikileaks- che siamo stati intercettati solo dalle antenne della Ambasciata USA di Roma e dal consolato USA di Milano, ma potrei sbagliare.)
Ci si fa notare che esportiamo negli Stati Uniti “ più di quanto importiamo” .

Lo trovo evidente, dato che loro hanno 300 milioni di abitanti ( di cui il 10% italiani o oriundi) e noi 60.

Il terzo “ fraterno consiglio” che sua eccellenza l’ambasciatore ci da, consiste nel “mantenere la sanzioni alla Russia per perseguire la pace in Ucraina”.

Roba che invece io credevo che bastasse non spedire navi militari negli stetti di Kerk e spendere 5 miliardi di dollari per sobillate la popolazione.

Per fortuna l’Aspen Institute ha un uditorio persino inferiore a quello dello IAI altro serbatoio propagandistico di sciocchezze antinazionali a piè di lista cui nessuno da peso.

LA RISPOSTA ITALIANA CHE È MANCATA:

1) Nella proposta USA non si parla di prezzi del gas e di costo del trasporto e nemmeno delle prospettive concrete esistenti aperte dai giacimenti mediterranei di gas e petrolio trovati nelle acque di Cipro ed egiziane, per non parlare della Libia.

Possiamo svolgere il ruolo di grimaldello, ma in un contesto più vasto che comprenda l’oleodotto transasiatico, i giacimenti mediterranei e il gas liquido USA, nonché l’elettrodotto nordafricano in progettazione.

2) Non ha detto – sua eccellenza- una parola circa il pericolo, non solo ecologico, di stoccare enormi quantità di gas e petrolio sul nostro territorio a prezzi ignoti e maggiori degli attuali.

3) verso la Russia possiamo esportare ANCHE tecnologie e non solo mozzarelle

4) Se i nord coreani ci hackerano, detto con tutta franchezza non ci perplime

5) Dialogo significa scambio di comunicazioni e – in cambio di eventuali alleanze comunque da rivisitare – vogliamo:

a) mano libera nel LEVANTE MEDITERRANEO ( giacimenti di Cipro, Libano, Egitto che siamo disposti a condividere ma non a abbandonare)

b) la piena responsabilità dell’approvvigionamento dalla Libia

c) una Co-garanzia del nostro debito pubblico in maniera da tacitare i farabutti che puntano a far lievitare il debito italiano e il suo costo.

d) Gli USA rispettino il principio di non ingerenza sancito dal Congresso di Vienna e limitino al ragionevole le loro nei fatti italiani o noi ritorneremo ad attivare i circoli di italiani e oriundi negli Stati Uniti per rafforzare le capacità di lobbying dei nostri connazionali.

e ) evitino, per quanto possibile di destinare al nostro paese diplomatici di origini mediorientali.

f) rafforzino le Nazioni Unite cessando di sabotarne i già tenui sforzi verso un ordine internazionale credibile.

G) Disponendo l’Italia di oltre il 50% dei beni culturali del mondo, va riconosciuto il suo ruolo preminente in seno all’UNESCO.

Nulla di non ottenibile da un amico e alleato. Altrimenti potremmo guardarci attorno in cerca di meglio.

Verità per Regeni? Verità su Regeni!_di Roberto Buffagni

Verità per Regeni?

“Verità per Regeni”? Vediamo un po’. Di verità sull’argomento ce n’è solo una briciola. Cominciamo da quella, poi passiamo alle ipotesi.

Briciola di verità

Regeni lavorava per una azienda privata di intelligence, la Oxford Analytica.[1] All’epoca dei fatti, il responsabile di Oxford Analytica è David Young, capo dell’équipe che per conto del presidente Nixon scassinò gli uffici del Partito Democratico al Watergate, facendosi beccare e innescando il processo che condusse all’impeachment e alle dimissioni dello statista repubblicano. Nel board, a fare da testimonials, ci sono John Negroponte[2], responsabile diretto dell’organizzazione degli squadroni della morte nell’America Latina anni Ottanta, e Sir Colin McColl[3], Control dell’MI6 (ora SIS) dal 1988 al 1994.

Regeni agente segreto?

Regeni non, ripeto non era un agente segreto. Per Oxford Analytica, Regeni lavorava da precario, in subappalto, stesso tipo di rapporto che intercorre fra un fattorino che consegna la pizza a domicilio e la catena di fast food che lo assume. Conforme a una plurisecolare tradizione di rapporti organici d’interscambio tra Oxbridge e servizi segreti britannici, il rapporto diretto con Oxford Analytica ce l’avevano i suoi professori di Cambridge, che utilizzavano i graduate students e i ricercatori come manovalanza a basso prezzo. Queste agenzie private di intelligence non sono la SPECTRE. Si fanno pagare a caro prezzo informazioni di secondo e terz’ordine, abbagliando gli acquirenti con i nomi di prestigiosi pensionati dell’intelligence. Siccome lavorano esclusivamente per il profitto economico, certo non si danno la pena di addestrare gli agenti sul campo, e tantomeno i fattorini come Regeni. Regeni infatti, a quanto risulta dalla semplice lettura dei giornali, non era stato neanche minimamente addestrato. Nei giorni precedenti il suo sequestro, ad esempio, agenti della sicurezza egiziana erano passati a casa sua per informarsi su di lui. Probabile che Regeni neanche lo sapesse, perché  non s’era creato una rete di sicurezza intorno alla sua abitazione (basta pagare qualcuno dei vicini e il portinaio, non ci vuole James Bond); oppure l’ha saputo e l’ha sottovalutato. Ignoranza e sottovalutazione in un contesto come l’egiziano, dove il governo è sottoposto a tensioni politiche interne e internazionali enormi, e mentre sono in ballo poste economiche e politiche immense (era stato scoperto un enorme giacimento di petrolio nelle vicinanze e andavano firmati i contratti per l’estrazione, e in Egitto c’è il canale di Suez) sono l’equivalente di un tentato suicidio, come sedersi a prendere l’aperitivo in corsia di sorpasso in autostrada.

Escludo poi ogni rapporto diretto tra Regeni e il SIS. Il SIS non aveva nessun bisogno di reclutare Regeni; più pratico e sicuro usarlo a sua insaputa, tanto c’erano i suoi prof. di Cambridge e dell’American University del Cairo a fargli fare quel ch’era utile facesse. I servizi d’informazione usano abitualmente il metodo della leva lunga: stare il più lontani possibile dal personale che usano, utilizzando intermediari, in modo da garantirsi la plausible deniability.[4] Regeni presentava anche il pregio di non essere cittadino britannico, e di essere quindi per antonomasia expendable: i servizi inglesi sono celebri, oltre che per la loro abilità, per la loro cattiveria abissale e il loro cinismo terrificante in un mondo dove i chierichetti non allignano. Si acquisti al modico prezzo di 9 euro The Secret Servant: The Life of Sir Stewart Menzies, Churchill’s Spymaster di Anthony Cave Brown[5] e si vedrà quel che intendo.

A maggior ragione escludo ogni rapporto diretto tra Regeni e AISE.  E’ vero che i servizi d’informazione italiani, dopo la sciagurata riforma e sostituzione del vecchio personale con il nuovo, sono molto peggiorati da tutti i punti di vista, anzitutto professionale: opera di Massimo D’Alema, il Signore si ricordi di lui al momento buono .

(Digressione: uno degli errori più gravi della riforma è stato smettere di pescare i quadri dalle FFAA, mentre l’addestramento e la selezione militari sono indispensabili se si vogliono quadri adeguati al servizio di spionaggio e controspionaggio. Esempio, Calipari. Io non credo a complotti o rappresaglie degli americani. Calipari, ottimo funzionario di polizia, è morto coraggiosamente proteggendo la Vispa Teresa Sgrena perché, non avendo formazione militare, ha fatto un errore blu in zona di operazioni. Al momento di esfiltrare la Sgrena ha privilegiato la velocità del mezzo, perché dove non si combatte, è effettivamente più sicuro fare così: la cosa importante è arrivare a destinazione sicura prima che l’opposizione riesca a organizzare una risposta e a intercettarti. In zona di operazioni, invece, e specialmente in quella zona di operazioni, salire in automobile civile e andare sparati = disegnarsi un bersaglio sul cofano, e infatti l’hanno centrato. E’ un errore che io, pur non essendo né  James Bond né von Clausewitz, non avrei fatto mai. Bastava prendere un autoblindo, andare a 40 kmh, e oggi Calipari sarebbe vivo e vegeto e potrebbe illustrare alla Sgrena alcune realtà fondamentali del mondo e della politica internazionale).

In sintesi: escludo un rapporto organico tra Regeni e l’Aise perché se fosse vero, l’Aise andrebbe subito gettato nelle fiamme dell’inferno in toto, in quanto composto esclusivamente da traditori o da minus habentes con QI inferiore a 80, essendo il risultato più che prevedibile dell’operazione in cui sarebbe stato coinvolto Regeni un colossale autogol per l’interesse nazionale italiano.

Pure ipotesi

Regeni studia sociologia a Cambridge. Viene mandato al Cairo, alla American University, celeberrimo centro di reclutamento dell’anglosfera per la classe dirigente egiziana e non solo. Lì fa ricerche di sociologia “embedded”, dice la professoressa Maha Abdel Rahman, la sua tutor[6]. Cosa vuole dire “embedded”? Vuole dire che non va in archivio e basta, ma frequenta ambienti sociali i più vari, registra posizioni politiche e progetti, prende indirizzi e telefoni, nomi di leader, etc. I professori di Cambridge vendono queste e altre informazioni a Oxford Analytica, che le ridistribuisce tra i suoi clienti. Non so se Regeni ci abbia guadagnato qualche soldo, magari sì magari no, ma non è questo il punto. Il punto è che le informazioni raccolte da Regeni sono anche la materia prima per chi organizza “rivoluzioni colorate” et similia. Le rivoluzioni colorate funzionano così: prima si fa leva sulle opposizioni liberali e occidentaliste buone, democratiche e non violente, poi si gioca la carta vera, perché la linea di faglia vera sta lì: la carta etnico-religiosa, che tanto liberale e non violenta non è (“democratica” forse, nel senso che trova largo appoggio tra le masse). L’impero britannico la carta etnico-religiosa contro i nazionalismi arabi e non solo la sta giocando da un duecento anni, non è una cosa nuova. Tra Fratelli musulmani e Gran Bretagna, per esempio, c’è un rapporto organico da sempre[7]. Il presidente democraticamente eletto dell’Egitto, prima di Al Sissi, era Muḥammad Mursī[8], del Partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli musulmani.

Non so se Regeni provasse simpatia ideologica per le “opposizioni democratiche”; probabilmente sì, visto che voleva pubblicare sul “il Manifesto”, che si è illustrato per l’appoggio ideologico alle “rivoluzioni colorate” in quanto le fa el pueblo che quando scende in piazza ha sempre ragione. Secondo me è una ideologia disastrosa, ma in questo caso l’ideologia è il meno. Il più è questo: che né Regeni aveva capito da solo, né i suoi mandanti gli avevano spiegato, che stava partecipando in prima linea a un’azione di guerra coperta (destabilizzazione) contro il governo egiziano. In guerra ci si fa male, molto male. E’ poi quasi certo che ci lasci la pelle se ci vai senza una minima preparazione, se passeggi lungo la linea del fuoco con il gelato in mano. Ora, perché Regeni non ci sia arrivato da solo non lo so. Perché  da giovani ci si sente invulnerabili? Perché uno studioso non è un uomo d’azione? Non lo so.  Ma i suoi mandanti, invece, lo sapevano eccome.

I suoi professori di Cambridge avevano sicuramente un rapporto diretto con l’agenzia privata di intelligence per cui lavoravano. Avevano sicuramente un rapporto o diretto, o indiretto attraverso l’agenzia privata, con il SIS[9]. Poi magari anche i suoi professori non si rendevano pienamente, emotivamente conto di quel che stavano facendo fare a Regeni, perché  un conto è andare sul campo, un conto fare analisi seduti nel proprio studio con il termosifone che ronfa: anche l’analista militare più spregiudicato, se non ha visto mai un morto ammazzato, se non si è mai sentito fischiare nelle orecchie una pallottola, stenta a mettersi nei panni del soldato in zona di combattimento. In questo campo, tra la teoria e la pratica c’è la stessa differenza che passa tra un manuale di educazione sessuale e un rapporto sessuale vero e proprio.

Il fatto è che a Regeni, i don e i fellows di Cambridge non gliel’hanno raccontata chiara. Non gli hanno detto, versione A: “Giulio, ti mandiamo sul campo a raccogliere dati in vista di una destabilizzazione del governo egiziano, siamo certi che ci andrai volentieri perché  gioverà alla tua carriera e perché così combatterai per la democrazia, il progresso e il bene del popolo egiziano.” Se gliel’avessero detto, magari Regeni, che non era stupido, ci pensava un attimo, si domandava a quali rischi andava incontro, quali coperture gli assicuravano sul campo, chiedeva perlomeno di essere addestrato a un mestiere che – lo avrà visto, qualche film di spionaggio! – sapeva non essere di tutto riposo, etc.

Gli avranno invece detto, versione B: “Giulio, sei proprio bravo, perché non approfondisci la tua ricerca entrando nel vivo della dialettica sociale egiziana? Gioverà alla tua carriera e darai un contributo al progresso sociale in Egitto.” Regeni non ha tradotto la versione B nella versione A, ha pensato che tutto sommato faceva solo della ricerca sociologica, anche più interessante e coinvolgente; che essendo straniero e occidentale, coperto da importanti istituzioni quali le università di Cambridge e American del Cairo, dalle diplomazie italiana, americana e inglese era al sicuro, ed è andato sulla linea del fuoco senza aver mai sparato un colpo neanche al poligono, senza aver visto una pistola tranne che in TV, e senza sapere sul serio che quella era la linea del fuoco: perché in una guerra coperta, la linea del fuoco è la strada sotto casa, l’edicola dove compri il giornale, il bar dove fai colazione la mattina, la tua camera da letto.

Così ha fatto una fine atroce, lasciando nella mente dei suoi genitori un’immagine di orrore senza nome che non si spegnerà mai finché resteranno vivi, e gli angoscerà la veglia e il sonno per sempre.

A occhio e croce, sono stati i servizi egiziani a torturare e uccidere Regeni. L’interrogatorio serviva a ottenere i nomi dei suoi contatti, e forse anche le intenzioni dei suoi mandanti, che probabilmente Regeni non conosceva: motivo più che sufficiente per spiegare la ferocia delle torture. Se ti chiedono una cosa che non sai, come fai a confessare? E come fa l’interrogante a esser certo che davvero non sai? Deve spingersi al punto da potersi dire, “se lo sapeva me l’avrebbe detto di sicuro”.

Il fatto che siano stati gli egiziani a ucciderlo non vuol dire che l’ordine sia partito dal governo egiziano. Intanto, di polizie più o meno segrete ce ne sono tante. Poi, un’eventuale operazione inglese ha potuto svolgersi così (pura ipotesi): gli inglesi fanno arrivare informazioni mezze vere mezze false su Regeni: lavora per gli inglesi (vero) è un personaggio importante che sa cose decisive (falso). Magari fanno filtrare l’informazione a una polizia egiziana che ha bisogno di fare bella figura o di fregare un corpo concorrente. Questi lo rapiscono, lo interrogano, ci vanno giù pesante perché sono sicuri che ne valga la pena, e quando capiscono che li hanno fregati e Regeni non sa un gran che, sono arrivati troppo in là e devono ucciderlo comunque. Poi danno incarico a qualcuno di farlo sparire – magari proprio a quelli che gli hanno passato l’informazione farlocca, perché “chi rompe paga e i cocci sono suoi”-  ma quel qualcuno è l’infiltrato degli inglesi che invece di far sparire il cadavere lo butta a lato strada e lo fa ritrovare.

Conclusione

La verità giuridica sul caso Regeni non si raggiungerà mai, perché contro l’accertamento delle prove c’è l’ostacolo insormontabile di interessi politici ed economici colossali. La verità storica va cercata anzitutto in Gran Bretagna, e solo in subordine in Egitto. La verità umana è che un giovane e intelligente italiano è stato ingannato, a fini di interesse economico personale e politico nazionale,  dai docenti britannici che avevano l’obbligo etico di proteggerlo – la parola tutor viene dal latino tueri, proteggere, custodire, difendere – e mandato a morire di una morte atroce[10]. Ai suoi genitori e a tutti i suoi cari, è stato inflitto un dolore incancellabile; e per di più, a loro insaputa essi sono stati coinvolti e strumentalizzati in una operazione d’intossicazione e d’ influenza, ordita dai principali responsabili della morte di Giulio Regeni,  volta a confondere le acque e a sviare l’attenzione del pubblico dalla realtà dei fatti, cioè da loro.

 

 

[1] http://www.lastampa.it/2016/02/16/esteri/regeni-a-londra-lavor-per-unazienda-dintelligence-Ue3kZmmArej9wuMH279t5J/pagina.html

 

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/John_Negroponte

[3] https://wikispooks.com/wiki/Colin_McColl

[4] http://italiaeilmondo.com/2018/01/17/disinformazione-un-breve-vademecum_1a-parte-di-roberto-buffagni/

[5] https://www.amazon.it/Secret-Servant-Stewart-Churchills-Spymaster/dp/0718127455/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1543654420&sr=8-1&keywords=The+secret+servant%3A+the+life+of+Sir+Stewart+Menzies%2C+Churchill%27s+spymaster

[6] https://www.lastampa.it/2018/01/24/italia/la-tutor-di-cambridge-impose-a-regeni-di-affidarsi-a-unattivista-GNaS3l5g4Z0hroND31xCKP/pagina.html

[7] Tra mille, si legga questo articolo: https://www.counterpunch.org/2017/03/10/the-secret-to-our-nations-security/

[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Morsi

[9] https://www.sis.gov.uk/

[10] http://www.lastampa.it/2016/02/19/esteri/giulio-regeni-mandato-allo-sbaraglio-dai-suoi-docenti-inglesi-sv1TscnNnGt3oBUwjPoz2H/pagina.html

 

http://italiaeilmondo.com/2018/11/27/chi-si-rivede-regeni-secondo-di-antonio-de-martini/

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