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Entra in vigore il «blocco anti-blocco», tra grande confusione

Simplicius 15 aprile
 
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Ieri è entrato in vigore il «blocco» di Trump, con 16 navi da guerra statunitensi che, secondo quanto riferito, avrebbero tentato di farlo rispettare in una zona al di fuori dello Stretto di Hormuz. Ciò ha dato adito a numerose speculazioni su ciò che sta realmente accadendo e su quanto ci sia di vero e quanto di falso nelle ambiziose affermazioni di Trump.

L’AP ha confermato che nel Golfo Persico non si trovava nemmeno una nave da guerra statunitense:

https://apnews.com/live/iran-guerra-israel-trump-13-04-2026

Associated Press: – Gli Stati Uniti dispongono di sole 16 navi da guerra nella regione e non ne hanno nessuna nelle acque territoriali iraniane, che costituiscono la maggior parte delle vie navigabili dell’Iran.

– Ciò indica che la capacità di bloccare i porti iraniani con un numero così esiguo di navi è molto limitata.

Come accennato in precedenza, circolano numerose notizie contrastanti. Gli Stati Uniti vantano il proprio successo, mentre i media mainstream hanno rivelato che molte petroliere che trasportano petrolio iraniano attraversano tranquillamente lo Stretto senza subire alcun ostacolo:

https://www.reuters.com/affari/energia/petroliera-cinese-soggetta-a-sanzioni-statunitensi-attraversa-lo-stretto-di-Hormuz-nonostante-il-blocco-statunitense-i-dati-mostrano-14-04-2026/

Navi legate all’Iran stanno attraversando lo Stretto di Hormuz, ma il blocco statunitense impedisce loro di entrare nel Golfo di Oman, — Marine Traffic

Le navi stanno tornando indietro, secondo quanto riportato dal rapporto sulle risorse.

Era stato precedentemente riferito che quattro navi iraniane avevano attraversato lo Stretto di Hormuz, nonostante il blocco dichiarato dagli Stati Uniti.

Potrebbe trattarsi di una questione di «semantica». Gli Stati Uniti, ovviamente, non controllano lo Stretto in sé, ma cercano piuttosto di intercettare il traffico ben al di fuori di esso, nel Mar di Oman. I media mainstream anti-Trump cercano naturalmente di ridicolizzare i fallimenti degli Stati Uniti in ogni occasione. Qualcuno potrebbe pensare che anche noi stiamo facendo la stessa cosa, dato che molti articoli recenti hanno avuto un taglio decisamente anti-Trump, ma non è così. Riporteremo sempre i fatti, indipendentemente da chi essi lusinghino o denigrino, poiché non abbiamo alcun interesse personale in questa vicenda.

Detto questo, Trump ha continuato a lasciare il mondo perplesso con i suoi comportamenti imprevedibili e assurdi, fatti di doppi giochi. Letteralmente poche ore dopo aver varato il proprio “blocco”, si è vantato del fatto che un numero record di navi avesse effettivamente attraversato lo Stretto.

Link
Il primo sistema doppio antibloccaggio al mondo.

Vantarsi del fatto che il proprio blocco sia inefficace? Qualcuno mi lo spieghi, per favore.

Questo poco dopo aver affermato nuovamente che la marina iraniana è stata completamente distrutta, fatta eccezione per quell’altra seconda marina che in realtà non è stata distrutta perché non “rappresentava una minaccia”:

Le sue affermazioni secondo cui avrebbe «distrutto all’istante» qualsiasi motovedetta iraniana che si fosse avvicinata alle navi statunitensi sembrano essere state smentite il giorno prima, quando un video — pubblicato nell’ultimo aggiornamento — mostrava una motovedetta iraniana che faceva proprio questo con grande audacia.

Gli addetti ai lavori ripetono sempre la stessa storia: Trump, con la sua scarsa capacità di autocontrollo e la sua visione a breve termine, è dipendente dalle «soluzioni rapide», da quelle scariche di dopamina che può mettere in bacheca per ottenere titoli da prima pagina che gli diano una spinta immediata in termini di immagine pubblica — proprio come è successo con quella rappresentazione teatrale venezuelana orchestrata magistralmente. (A proposito, come va il petrolio venezuelano? Ultimamente non se ne sente più parlare.)

Tornando al tema, sembra che la Marina degli Stati Uniti si stia lentamente avvicinando al Mar di Oman con l’intento di tentare di bloccare il traffico nello Stretto di Hormuz, mentre Trump afferma opportunisticamente che lo stretto è aperto o bloccato a seconda del suo capriccio del momento o di come valuta la direzione del vento che soffia sui titoli dei giornali.

Secondo quanto riferito, la USS Lincoln sarebbe stata avvistata a soli 200-300 km dalle coste iraniane, nei pressi del porto di Chabahar, nel Mar di Oman:

La distanza approssimativa alla quale si trova attualmente la portaerei americana USS Abraham Lincoln (CVN-72) dalla costa iraniana è di circa 250-300 chilometri. È evidente che la Marina degli Stati Uniti abbia deciso, per qualche motivo, di mettere a rischio la nave, il cui costo totale, insieme alla sua flotta aerea, ammonta a circa 12-14 miliardi di dollari. Le ragioni di tale fiducia non sono del tutto chiare, dato che l’Iran dispone ancora di una riserva significativa di missili anti-nave. Sembra che il comando della Marina degli Stati Uniti sia fiducioso che l’IRGC non correrà il rischio di utilizzare questi missili.

L’autorevole account navale MT_Anderson sostiene di averla geolocalizzata — tramite Alex Murray— a soli 192 km dall’Iran. Tuttavia, si noti che la geolocalizzazione è datata sabato 11 aprile, ovvero un giorno prima che i colloqui tra Stati Uniti e Iran fallissero. La spiegazione più plausibile è che la portaerei abbia ricevuto l’ordine di avvicinarsi durante la “tregua”, sapendo che era sicuro farlo. Ora che la tregua è in bilico, c’è una buona probabilità che la Lincoln torni a nascondersi nel suo angolo come prima.

Altre mappe lo indicavano molto più lontano — probabilmente a circa 700-800 km — anche se questa non è datata:

Dato che mostra effettivamente la USS Bush in una posizione esatta, la cui presenza al largo delle coste della Namibia è stata segnalata proprio oggi, sembrerebbe trattarsi di un’informazione aggiornata. A tal proposito, la USS Bush ha umiliante scelto di navigare lungo tutto il Capo Sud dell’Africa per raggiungere il teatro iraniano, piuttosto che transitare attraverso lo Stretto di Bab al-Mandab dopo che gli Houthi avevano minacciato di colpirla. Ciò dimostra che gli Stati Uniti considerano i propri gruppi da portaerei incapaci di difendersi dagli attacchi sostenuti dall’Iran e li tengono lontani dal raggio d’azione nemico.

A ripensarci, quanto sembrano tristi ora tutte quelle minacce di invasione terrestre da parte dei Marines e delle truppe aviotrasportate? Solo un paio di settimane fa, l’idea era di gran moda, ora Trump ha fatto ricorso a lanciare la sua misera imitazione del blocco dell’Iran. Con la USS Bush incapace di avvicinarsi alla ‘Porta delle Lacrime’, e la timida Lincoln che in tempo di pace osa solo sgattaiolare verso il Mar di Oman, è chiaro che qualsiasi invasione terrestre di questo tipo è sempre stata una farsa o un tentativo di sviare l’attenzione dal fallimentare tentativo delle forze speciali di impossessarsi dell’uranio che abbiamo visto svolgersi nel profondo dell’Iran.

Ciò, tuttavia, non impedisce a molti di ipotizzare che gli attuali colloqui di pace siano in realtà un diversivo per nascondere un rafforzamento delle truppe in vista di una successiva operazione di terra di qualche tipo. Lo stesso Consiglio di sicurezza russo ha avanzato questa ipotesi:

Gli Stati Uniti e Israele potrebbero sfruttare i colloqui di pace per preparare un’operazione di terra contro l’Iran. Il Pentagono continua a rafforzare la presenza militare nella regione, – Consiglio di sicurezza russo

Attualmente, oltre 50.000 militari statunitensi sono già schierati in Medio Oriente.

Ma ancora una volta: dove approderebbero, visto che le navi più potenti degli Stati Uniti hanno paura persino di avvicinarsi alla portata dei missili iraniani, che, proprio mentre parliamo, stanno rapidamente recuperando terreno?

Il New York Times e altri media mainstream sembrano invece sostenere il contrario, ovvero che gli Stati Uniti stiano disperatamente cercando di guadagnare tempo per prolungare il loro bluff fallito, al fine di salvare la faccia:

https://www.nytimes.com/2026/04/13/us/politics/us-iran-deal.html

Almeno è un compromesso: una sospensione provvisoria dell’arricchimento è meglio di richieste massimaliste e irrealistiche che ne vietino del tutto l’attività. Anche la parte evidenziata sopra è ironica, dato che la Russia si era già offerta di farsi carico dell’arricchimento dell’Iran prima dell’inizio dei bombardamenti illegali di Trump, ed erano stati gli Stati Uniti a respingerla con decisione. Ora, senza carte da giocare e alla disperata ricerca di una via d’uscita per salvare la faccia, gli Stati Uniti stanno riesumando offerte e status quo che erano già stati messi sul tavolo da tempo, dimostrando ancora una volta la totale assurdità della guerra.

Come ripeto ormai da tempo, con il passare dei giorni l’Iran – una nazione di ingegneri, scienziati e leader con un dottorato di ricerca – si sta ricostruendo a velocità record. Sono circolati diversi video che mostrano la ricostruzione fulminea da parte dell’Iran dei ponti e delle infrastrutture danneggiate in tutto il Paese.

Ora la CNN ha riferito che l’Iran sta effettuando scavi nei siti missilistici sotterranei i cui ingressi sono stati bombardati da Stati Uniti e Israele:

Continuo a sostenere che l’Iran abbia subito danni ben inferiori a quanto si pensi, e che la maggior parte dei danni che ha subito saranno probabilmente riparati nel giro di pochi giorni, settimane e, al massimo, mesi per quanto riguarda alcuni elementi chiave.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a perdere mezzi insostituibili, come nel caso della perdita, ormai apparentemente confermata, di un MQ-4C Triton, una variante dell’RQ-4 Global Hawk, il cui valore è stimato in centinaia di milioni di dollari per singolo esemplare. Ricorderete che il 9 aprile il Triton ha trasmesso un codice di emergenza e si sospettava che fosse precipitato nei pressi del Golfo Persico. Ora il sito ufficiale della Naval Safety sembra indicarlo come un incidente proprio in quella data:

L’attacco è interessante soprattutto per la distanza a cui è avvenuto dall’Iran:

Le prime notizie e gli indicatori di navigazione suggeriscono il possibile incidente o abbattimento di un Northrop Grumman MQ-4C Triton, un velivolo strategico statunitense senza pilota adibito alla sorveglianza, mentre operava sulle acque del Golfo Persico.
Secondo i dati di tracciamento e di volo, il velivolo ha registrato una discesa improvvisa e brusca mentre si trovava su acque internazionali. Immediatamente prima che il suo segnale scomparisse dagli schermi radar, il drone ha trasmesso un codice Squawk 7700, il segnale internazionale che indica un’emergenza critica e improvvisa in volo.

Se l’immagine sopra riportata corrispondesse al suo segnale finale, ciò lo collocherebbe a circa 200 km dalle coste iraniane. Non esiste praticamente nessun missile di difesa aerea in grado di raggiungere una tale distanza, a parte le varianti a più lungo raggio dell’S-300. Tuttavia, stanno emergendo sempre più prove del fatto che l’aviazione iraniana, ancora esistente, sia stata molto più attiva in modo occulto durante il conflitto di quanto si pensasse in precedenza, con un Fab-500 russo – probabilmente lanciato da un Su-24 iraniano – avvistato tra le rovine di una base kuwaitiana dove, secondo quanto riferito, sono morti sei soldati statunitensi:

L’attacco iraniano che ha causato la morte di 6 americani a Camp Arifjan, in Kuwait, è stato sferrato con bombardieri Su-24, non con droni, e vicino alle macerie è visibile una bomba non guidata FAB-500 di epoca sovietica

Ciò è coerente con le notizie riportate durante la guerra, quando il Qatar affermò di aver abbattuto due bombardieri Su-24 pochi minuti prima che raggiungessero Doha

Ciò significa che le bombe russe hanno effettivamente inflitto una dura punizione alle truppe statunitensi per vendicarsi. È quindi plausibile che un velivolo intercettore iraniano di qualche tipo possa aver abbattuto il raro drone pesante MQ-4 da un quarto di miliardo di dollari.

In fin dei conti, la farsa del «blocco anti-blocco» si è trasformata in un botta e risposta senza fine, che probabilmente continuerà nei prossimi giorni. Trump sosterrà che l’Iran sta affrontando un «blocco economico totale», mentre l’Iran definirà fasulli i tentativi degli Stati Uniti. Il fatto che le navi statunitensi debbano gironzolare ai margini dello Stretto di Hormuz senza mai avvicinarsi rimane soprattutto un’umiliazione per gli Stati Uniti in questa guerra di pubbliche relazioni che continua a botta e risposta.

L’atteggiamento incostante degli Stati Uniti ha esasperato il resto del mondo, tanto che l’Europa sta ora valutando piani per un «reset» parallelo della questione di Ormuz senza alcun coinvolgimento americano:

https://www.wsj.com/world/europe/europe-drafts-postwar-plan-to-free-up-hormuz-without-u-s-5638f5f8

L’Europa sta preparando un piano per sbloccare lo Stretto di Ormuz senza il coinvolgimento degli Stati Uniti, — WSJ

I paesi europei, guidati da Francia e Gran Bretagna, stanno elaborando un piano per creare una coalizione internazionale volta a garantire la navigazione una volta terminato il conflitto — compresi lo sminamento e la scorta militare delle navi, scrive il Wall Street Journal.

Gli europei intendono agire senza il comando degli Stati Uniti.

Mentre questa farsa si protrae, una sola cosa è certa: l’Iran sta ricostruendo ciò che ha perso, mentre gli Stati Uniti hanno esaurito i propri sistemi più avanzati e strategici. Qualsiasi futura ripresa delle ostilità garantirà all’Iran un vantaggio sempre maggiore, soprattutto ora che il fattore deterrente della mitica strategia statunitense dello «shock and awe» è stato eroso e vanificato da una campagna inefficace.

Detto questo, Trump sembra intuirlo, ed è per questo che ora sta prendendo di mira l’Iran sul piano economico, nella speranza di mandarne semplicemente in rovina l’economia. Ma questo non funzionerebbe mai, soprattutto in un arco di tempo breve. Basta guardare per quanto tempo è sopravvissuta Cuba, e l’Iran è una nazione molto più grande e ricca di risorse, con una cerchia molto più vicina di alleati potenti in grado di aiutare a sostenere il paese nei momenti di difficoltà.

Gli Stati Uniti hanno ben poche carte da giocare, ed è per gli americani – e in particolare per la carriera politica di Trump – che il tempo stringe.


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Una mossa magistrale in 5D: la farsa del blocco di Trump distoglie l’attenzione dal fallimento del cessate il fuoco_Simplicius

Una mossa magistrale in 5D: la farsa del blocco di Trump distoglie l’attenzione dal fallimento del cessate il fuoco

Simplicius 13 aprile
 
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Come previsto, i colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan hanno portato a un punto morto — o, in altre parole, sono falliti.

https://www.nytimes.com/live/2026/04/11/world/iran-war-trump-talks-pakistan

L’intero fondamento su cui si basavano i colloqui era fasullo, perché gli Stati Uniti sono incapaci di rispettare gli accordi e non fanno altro che mentire in ogni fase del processo.

In primo luogo, era emerso che gli Stati Uniti avevano supplicato il Pakistan di intervenire e costringere l’Iran a sedersi al tavolo dei negoziati per settimane. Poi, quando l’Iran alla fine ha acconsentito, è emerso che gli Stati Uniti erano stati coinvolti nella stesura del comunicato pakistano che affermava espressamente che il Libano doveva essere incluso nel cessate il fuoco. Ma non appena il cessate il fuoco è entrato in vigore e Israele ha sfacciatamente ignorato le nuove restrizioni, gli Stati Uniti hanno immediatamente cambiato tono e hanno affermato che la parte iraniana aveva “frainteso” l’accordo e che il Libano non era mai stato parte dell’equazione.

Secondo le ultime indiscrezioni, gli Stati Uniti avrebbero in realtà cercato di «avere la botte piena e la moglie ubriaca», includendo il Libano ma sperando che l’Iran si degnasse di concedere a Israele una via d’uscita «graduale»:

Link
L’ennesima uscita di galoppo del «negoziatore più grande e affidabile del mondo».

In breve, è proprio come tutti avevano previsto: Israele si prende apertamente gioco degli Stati Uniti e li sfida, mentre i miserabili schiavi dell’AIPAC non possono farci assolutamente nulla.

Per chi se lo fosse perso, ecco una versione semplificata:

È stato lo stesso primo ministro pakistano ad annunciare il cessate il fuoco al termine dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, sottolineando in particolare che il Libano è coinvolto, con Vance, Trump e altri funzionari letteralmente taggati nel suo post:

Si è verificato persino un errore in cui, in un altro messaggio, il primo ministro ha pubblicato “accidentalmente” una bozza che sembrava essere stata scritta per lui, presumibilmente dagli Stati Uniti, poiché recitava: “Bozza – Messaggio del primo ministro pakistano su X”.

Il New York Times e altri organi di stampa hanno addirittura insinuato che gli Stati Uniti avessero avuto un ruolo nell’annuncio del cessate il fuoco da parte del primo ministro pakistano, fornendo così un’ulteriore prova credibile del fatto che gli Stati Uniti fossero a conoscenza dell’inclusione del Libano nel cessate il fuoco:

https://www.nytimes.com/2026/04/08/world/middleeast/trump-pakistan-tweet-iran.html

Vance, tuttavia, ha spiegato che l’Iran aveva “erroneamente” ritenuto che il Libano fosse incluso, mentre in realtà non aveva mai fatto parte dell’accordo, definendo l’Iran un attore in “malafede” nei negoziati che sono poi falliti:

Ricordiamo che Israele aveva espresso frustrazione e rabbia nei confronti degli Stati Uniti per non essere stato rappresentato direttamente ai colloqui. Di conseguenza, è logico supporre che gli Stati Uniti abbiano effettivamente comunicato all’Iran che il Libano sarebbe stato incluso, ma che poi non siano riusciti a imporre tali condizioni a Israele, il quale si è opposto, costringendo figure di facciata come Vance a cercare di limitare i danni e a dare la colpa all’Iran per far fallire i colloqui:

https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/israel-insoddisfatto-della-mancanza-di-consultazione-sul-cessate-il-fuoco-tra-stati-uniti-e-iran-si-oppone-all’inclusione-del-libano-nell’accordo-secondo-un-rapporto/

Ora Trump ha preso il testimone dai suoi incompetenti collaboratori e ha spinto il circo in una direzione ancora più farsesca, annunciando in una serie di tweet deliranti – secondo il suo solito modus operandi – che intende bloccare il blocco dell’Iran:

Il blocco avrà inizio lunedì 13 aprile alle ore 10:00 (ora della costa orientale).

In primo luogo, si noti l’inganno ipocrita di cui sopra: egli dipinge l’Iran come un Paese non disposto a «rinunciare alle proprie ambizioni nucleari». Il testo è scritto in uno stile volutamente vago per dare l’impressione che l’Iran stia perseguendo l’obiettivo delle armi nucleari, ma si tratta semplicemente di un’affermazione fraudolenta da parte degli Stati Uniti. Le vere “ambizioni nucleari” a cui l’Iran si rifiuta di rinunciare sono il normale arricchimento nucleare civile per le centrali elettriche. Gli Stati Uniti stanno semplicemente usando questo come un pretesto fasullo per dipingere l’Iran come il cattivo, quando l’Iran ha dichiarato pubblicamente innumerevoli volte che non possiede e non cercherà mai di procurarsi armi nucleari, avendolo ribadito anche di recente tramite il ministro degli Esteri Araghchi e altri.

In secondo luogo, ricordiamo quando Trump aveva affermato che lo Stretto di Hormuz non riveste alcuna importanza per gli Stati Uniti e che è utilizzato solo dagli alleati e da altri Paesi, i quali dovrebbero assumersi la responsabilità di riaprirlo. Allora, perché questo improvviso putiferio per l’introduzione dei pedaggi da parte dell’Iran?

Il presidente Trump: «Bloccheremo l’Iran. Sarà un blocco totale: niente entrerà né uscirà. Sarà molto simile a quanto sta accadendo in Venezuela. Ma sarà di livello superiore».

C’è chi sostiene che ciò violi il diritto internazionale, poiché tutte le rotte marittime libere devono poter operare quando si trovano in acque internazionali. Ciò presenta due problemi:

  1. Gli Stati Uniti hanno ora annunciato a loro volta un blocco delle «rotte marittime libere» in quella zona, violando così anch’essi il diritto internazionale.
  2. Questo stesso «diritto internazionale» sembra non valere mai per la Russia, le cui petroliere vengono regolarmente fermate e sequestrate illegalmente in acque internazionali.

Di conseguenza, le presunte «leggi internazionali» che regolano tali attività hanno da tempo cessato di esistere a causa delle azioni riprovevoli di un Occidente corrotto e privo di principi; pertanto, non è possibile muovere alcuna accusa realmente credibile o legittima contro l’Iran in questa sede.

E dopo le vanterie infantili di Trump, secondo cui avrebbe annientato qualsiasi nave iraniana che avesse tentato di interferire con il blocco imposto dagli Stati Uniti, sono emerse delle immagini che sembrano mostrare motoscafi iraniani mentre allontanano navi da guerra statunitensi che cercavano di attraversare lo stretto con aria spavalda:

Un motoscafo iraniano si è avvicinato a navi militari statunitensi nello Stretto di Hormuz

Oggi, nello Stretto di Ormuz, un motoscafo iraniano si è avvicinato a navi militari statunitensi e entrambe le parti hanno rispettato una tregua.

L’incidente dimostra che la flotta iraniana è ancora in grado di pattugliare lo stretto.

Anche su questo punto vi sono divergenze: gli Stati Uniti sostengono che le navi «abbiano attraversato con successo lo stretto», mentre la parte iraniana lo nega, affermando che le navi sono state respinte.

L’ultima versione dei fatti è che gli Stati Uniti abbiano affondato solo «una delle due flotte iraniane», mentre l’altra controlla ora lo Stretto di Hormuz.

A quanto pare, di solito è così che va.

ULTIME NOTIZIE: Secondo quanto riportato da Press TV, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniano ha dichiarato che, se Trump dovesse procedere con il blocco dello Stretto di Ormuz, l’Iran risponderebbe assumendo il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb tramite gli Houthi.

Attraverso questo processo farsesco riusciamo a comprendere meglio come funziona il gioco ipocrita dell’amministrazione Trump. Sapevano di aver esaurito le opzioni e che i loro bluff erano stati smascherati quando Trump aveva minacciato un attacco finale “decisivo” per spazzare via la “civiltà iraniana”. Pertanto, è stato orchestrato un cessate il fuoco diversivo per guadagnare tempo, che ora è prevedibilmente sabotato al fine di cambiare la narrazione con un gioco di prestigio, allontanandosi dal bluff originale smascherato.

Invece di «porre fine» alla civiltà iraniana, Trump riesce a trasformare la situazione in una sorta di finto blocco che, com’è ovvio, fallirà. È come incollare una macchia di scarabocchi su un’altra in uno schema piramidale infinito di «strategia 5D».

La politica estera degli Stati Uniti può diventare ancora più ridicola di quanto non sia già? Ricordiamo che un anno fa questa era la dichiarazione ufficiale della Casa Bianca:

Ora, non solo Trump ha dato il via a una nuova guerra con il pretesto di distruggere proprio quegli impianti nucleari che, come detto sopra, era vietato affermare esistessero ancora, ma è andato oltre, bloccando il blocco dell’Iran per riaprire uno stretto che era già aperto prima ancora che quella guerra insensata e imbecille fosse lanciata. A questo punto, la situazione sembra davvero uscita da uno sketch dei Monty Python.

Seyed Abbas Araghchi@araghchiNel corso di intensi colloqui al più alto livello degli ultimi 47 anni, l’Iran ha dialogato in buona fede con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra. Ma quando mancavano solo pochi centimetri alla firma del «Memorandum d’intesa di Islamabad», ci siamo trovati di fronte a un atteggiamento intransigente, a continui cambiamenti delle regole del gioco e a un blocco totale. Nessuna lezione imparata: la buona volontà genera buona volontà. L’ostilità genera ostilità.21:31 · 12 aprile 2026 · 212.000 visualizzazioni825 risposte · 2,92 mila condivisioni · 11,7 mila Mi piace

L’amministrazione, nel complesso, si è trasformata in una parodia ridicola di un governo. Mentre il mondo va a fuoco, ecco il tipo di post “seri” che Trump ha pubblicato oggi sul suo account ufficiale:

Non ne so più di te su cosa dovrebbe rappresentare, ma probabilmente si tratta solo della vanità patologica di un malato di demenza in fase avanzata che ha perso ogni inibizione.

Il New York Times aveva ragione, nel sostenere che il mondo sia precipitato in un conflitto sempre più esteso e globalmente intrecciato. Ciò calza a pennello con la fase finale della Quarta Svolta, in cui i deboli e i folli salgono al potere grazie ai processi politici compromessi, inerenti a tutte le egemonie post-imperiali in fase di decadimento terminale. Come sempre, stiamo assistendo alle doglie di un nuovo mondo, in contrasto con le urla agonizzanti del vecchio ordine morente. Il fatto che poco abbia senso è una caratteristica distintiva di questa caotica era di transizione, che probabilmente finirà con molte “sorprese” che nessuno di noi avrebbe potuto prevedere.

Ma tornando agli Stati Uniti, quella guerra disastrosa è stata chiaramente una convergenza opportunistica d’oro tra l’odio di lunga data di Trump, tipico della generazione del baby boom, nei confronti dell’Iran e il suo ruolo di perfetto esecutore sionista al servizio di Israele. Il fatto che i negoziati seri continuino a essere mediati da una claque non eletta di scagnozzi miliardari con stretti legami con Israele è una vera vergogna per la visione dell’“America First”, in particolare vista l’occasione speciale di quest’anno, ovvero il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza da parte degli Stati Uniti.

In questo nostro maledetto 2026, l’America non è mai stata così lontana dall’avere la “prima” priorità nei cuori e nelle menti delle sue élite e della classe dirigente. In questo maledetto anno, la Casa Bianca non è più il rifugio dei suoi orgogliosi predecessori presidenziali, ma è ormai governata da dybbuk di tutt’altro genere.


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L’Iran dichiara una vittoria provvisoria_di Pascal Lottaz

L’Iran dichiara una vittoria provvisoria
Comunicato del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale sull’accordo di cessate il fuoco con gli Stati Uniti (fonte primaria).
Pascal Lottaz
8 aprile 2026

[Nota di Pascal: quella che segue è la dichiarazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, pubblicata su Farsi, in Tasnim News, un’agenzia di stampa vicina al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Traduzione effettuata dall’intelligenza artificiale, senza alcuna garanzia di accuratezza. Mi è stata inoltrata da una fonte iraniana critica nei confronti del governo. Secondo questa fonte, si tratterebbe della posizione ufficiale diffusa dall’Iran all’interno dei propri confini.]

Dichiarazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale in merito alla pubblicazione dell’accettazione da parte degli Stati Uniti delle condizioni dell’Iran
Il nemico, nella sua guerra ingiusta, illegale e criminale contro la nazione iraniana, ha subito una sconfitta innegabile, storica e schiacciante. Grazie alla benedizione del sangue puro e sacro del leader martire della Rivoluzione Islamica, il Grande Ayatollah Imam Khamenei (la pace sia su di lui), alla guida del Leader Supremo della Rivoluzione Islamica e Comandante in Capo, l’Ayatollah سید مجتبی خامنه‌ای (che Dio lo protegga), della lotta e del coraggio dei combattenti dell’Islam sui fronti, e soprattutto della vostra presenza storica, duratura ed epica, caro popolo, sul campo fin dai primissimi giorni della guerra, l’Iran ha ottenuto una grande vittoria e ha costretto l’America criminale ad accettare il suo piano in 10 punti. In questo piano, l’America si è impegnata in linea di principio a garantire la non aggressione, il mantenimento del controllo dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, l’accettazione dell’arricchimento, la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, la cessazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio dei Governatori, il pagamento di un risarcimento all’Iran, il ritiro delle forze da combattimento statunitensi dalla regione e la cessazione della guerra su tutti i fronti, compresa quella contro l’eroica Resistenza Islamica in Libano. Ci congratuliamo con tutto il popolo iraniano per questa vittoria e sottolineiamo che, fino a quando i dettagli di questa vittoria non saranno definiti, rimane la necessità della fermezza e della prudenza delle autorità e della salvaguardia dell’unità e della solidarietà del popolo iraniano.

L’Iran islamico, insieme ai coraggiosi combattenti della resistenza in Libano, Iraq, Yemen e Palestina occupata, negli ultimi 40 giorni ha inferto al nemico colpi che la memoria storica del mondo non dimenticherà mai. L’Iran e l’Asse della Resistenza, in quanto rappresentanti dell’onore e dell’umanità contro i nemici più feroci del genere umano, dopo una battaglia storica, hanno dato loro una lezione indimenticabile e hanno schiacciato le loro forze, le loro capacità, le loro infrastrutture e tutto il loro capitale politico, economico, tecnologico e militare in modo così completo che il nemico è ora caduto nella disintegrazione e nell’impotenza e non vede davanti a sé altra via se non quella di arrendersi alla volontà della grande nazione iraniana e del nobile Asse della Resistenza. Il primo giorno in cui i nemici criminali dell’Iran hanno iniziato questa guerra ingiusta, immaginavano che in breve tempo avrebbero ottenuto il completo dominio militare sull’Iran e, creando instabilità politica e sociale, avrebbero costretto l’Iran alla resa. Pensavano che il fuoco dei missili e dei droni iraniani si sarebbe rapidamente esaurito e non credevano che l’Iran potesse rispondere con tale forza oltre i propri confini e in tutta la regione. Il perfido sionismo globale aveva convinto l’ignorante presidente americano che questa guerra avrebbe annientato l’Iran e che, eliminando quest’ultimo baluardo dell’umanità e della civiltà, d’ora in poi sarebbero stati in grado di commettere con facilità qualsiasi crimine contro chiunque volessero. Sognavano di dividere l’amato Iran e di saccheggiarne il petrolio e le ricchezze, lasciando infine gli iraniani immersi e abbandonati nel caos, nell’instabilità e nell’insicurezza per molti anni.

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I valorosi combattenti dell’Islam e i loro coraggiosi alleati nell’Asse della Resistenza, sebbene i loro cuori fossero feriti e straziati dal martirio del loro Imam, decisero, confidando in Dio Onnipotente e seguendo l’esempio del Signore e Maestro dei Martiri, di dare a questi nemici una lezione storica una volta per tutte, di vendicarsi di tutti i loro crimini precedenti e di creare le condizioni affinché il nemico abbandonasse per sempre ogni pensiero di aggressione contro l’amato Iran e assaporasse appieno l’umiliazione e la vergogna davanti alla grande nazione iraniana.

Con questa strategia, e facendo leva sull’unità politica e sociale senza precedenti che si era creata nel Paese, l’Iran e la Resistenza hanno dato il via a una delle battaglie congiunte più intense della storia contro l’America e il regime sionista, e in questo periodo hanno raggiunto tutti gli obiettivi che si erano prefissati per questa battaglia. L’Iran e la Resistenza hanno quasi completamente distrutto la macchina militare americana nella regione, hanno inferto colpi devastanti e profondi alle infrastrutture e alle capacità che il nemico aveva creato e dispiegato in tutta la regione nel corso di molti anni per questa guerra contro l’Iran, hanno inflitto ingenti perdite all’esercito criminale americano su scala regionale e hanno sferrato colpi devastanti e schiaccianti all’interno dei territori occupati contro le forze, le infrastrutture, le strutture e i beni del nemico. Hanno messo il nemico alle strette su tutti i fronti in modo così severo che non solo nessuno dei principali obiettivi del nemico si è concretizzato, ma il nemico si è reso conto, circa 10 giorni dopo l’inizio della guerra, di non avere alcuna possibilità di vittoria. Per questo motivo, attraverso vari canali e metodi, ha iniziato a cercare di contattare l’Iran per chiedere un cessate il fuoco.

Il nobile popolo iraniano deve sapere che, grazie alle lotte dei propri figli e alla propria storica presenza sul campo, da oltre un mese il nemico implora l’Iran e la Resistenza di cessare il fuoco intenso. Ma i funzionari del Paese hanno respinto tutte queste richieste, perché fin dall’inizio era stato deciso che la guerra sarebbe continuata fino al raggiungimento degli obiettivi, tra cui il pentimento e la disperazione del nemico e l’eliminazione della minaccia a lungo termine contro il Paese. Così la guerra è continuata fino ad oggi, il quarantesimo giorno. L’Iran ha anche ripetutamente respinto le scadenze fissate dal presidente americano e continua a sottolineare che non attribuisce alcuna importanza a qualsiasi tipo di scadenza imposta dal nemico.

Il post di Trump in cui fa marcia indietro; accordo per utilizzare la proposta in 10 punti dell’Iran come base
Ora annunciamo con gioia alla grande nazione iraniana che quasi tutti gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti e che i vostri coraggiosi figli hanno ridotto il nemico a una storica impotenza e a una sconfitta definitiva. La decisione storica dell’Iran, sostenuta dal sostegno unanime dell’intera nazione, è quella di continuare questa battaglia per tutto il tempo necessario fino a quando i suoi grandi risultati non saranno consolidati e non saranno create nuove equazioni di sicurezza e politiche nella regione basate sul riconoscimento del potere e del primato dell’Iran e della Resistenza.

Di conseguenza, in linea con le indicazioni della Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah سید مجتبی خامنه‌ای (che Dio lo protegga), con l’approvazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e tenuto conto del predominio dell’Iran sul campo di battaglia, dell’incapacità del nemico di mettere in atto le proprie minacce nonostante tutte le sue affermazioni, nonché della sua accettazione ufficiale di tutte le legittime richieste del popolo iraniano, è stato deciso che, al fine di definire i dettagli, si terranno negoziati a Islamabad in modo che, entro un massimo di 15 giorni, i dettagli della vittoria dell’Iran sul campo siano consolidati anche nei negoziati politici.

A questo proposito, l’Iran, pur respingendo tutti i piani proposti dal nemico, ha elaborato un piano in dieci punti e lo ha presentato alla parte americana tramite il Pakistan. In esso, l’Iran ha sottolineato punti fondamentali quali il passaggio controllato attraverso lo Stretto di Hormuz in coordinamento con le forze armate iraniane, il che conferisce all’Iran una posizione economica e geopolitica unica; la necessità di porre fine alla guerra contro tutte le componenti dell’Asse della Resistenza, il che significherebbe la storica sconfitta dell’aggressione del regime israeliano assassino di bambini; il ritiro delle forze da combattimento americane da tutte le basi e i punti di dispiegamento nella regione; l’istituzione di un protocollo di transito sicuro nello Stretto di Hormuz in modo tale da garantire il predominio dell’Iran secondo il protocollo concordato; il pieno risarcimento dei danni subiti dall’Iran secondo le valutazioni; la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie e di tutte le risoluzioni del Consiglio dei Governatori e del Consiglio di Sicurezza; lo sblocco di tutti i fondi e beni iraniani congelati all’estero; e infine l’adozione di tutte queste questioni in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza. Va notato che l’approvazione di questa risoluzione trasformerebbe tutti questi accordi in diritto internazionale vincolante e rappresenterebbe una grande vittoria diplomatica per la nazione iraniana.

Ora il rispettato Primo Ministro del Pakistan ha informato l’Iran che, nonostante tutte le sue apparenti minacce, la parte americana ha accettato questi principi come base dei negoziati e si è arresa alla volontà della nazione iraniana. Su questa base, è stato deciso ai massimi livelli che l’Iran avrebbe avviato negoziati con la parte americana a Islamabad per due settimane ed esclusivamente sulla base di questi principi. Si sottolinea che ciò non significa la fine della guerra, e l’Iran accetterà la fine della guerra solo quando, data l’accettazione dei principi previsti dall’Iran nel piano in 10 punti, anche i dettagli saranno definiti nei negoziati.

Questi negoziati avranno inizio a Islamabad venerdì 21 Farvardin, in un clima di totale sfiducia nei confronti della parte americana, e l’Iran dedicherà loro due settimane. Tale periodo potrà essere prorogato previo accordo delle parti. È necessario, durante questo lasso di tempo, preservare la piena unità nazionale e proseguire con forza i festeggiamenti per la vittoria. I negoziati attuali sono negoziati nazionali e una continuazione del campo di battaglia, ed è necessario che tutto il popolo, le élite e i gruppi politici abbiano fiducia e sostengano questo processo, che è sotto la supervisione della Guida Suprema e dei più alti livelli del sistema, e si astengano fermamente da qualsiasi dichiarazione divisiva. Se la resa del nemico sul campo di battaglia si trasformerà in un risultato politico decisivo nei negoziati, allora celebreremo insieme questa grande vittoria storica; altrimenti, fianco a fianco sul campo di battaglia, continueremo a combattere fino a quando tutte le richieste della nazione iraniana non saranno soddisfatte. Le nostre mani rimangono sul grilletto e il minimo errore da parte del nemico sarà punito con tutta la forza.

Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale

19 febbraio 1405

Fine del messaggio.

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Gulf Limbo: tra l’incudine e il martello

Come gli “alleati” degli Stati Uniti in Asia occidentale siano riusciti a ritrovarsi in una situazione che presenta solo aspetti negativi.

Pascal Lottaz

3 aprile 2026

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato congiuntamente una campagna militare illegale contro l’Iran. Nel giro di poche ore, droni e missili iraniani hanno colpito Mi dispiace, ma non posso aiutarti in questo.Abu DhabiRiyadhe installazioni in tutto il KuwaitQatar—anche se le monarchie del Golfo non avevano dichiarato guerra all’Iran. Alcune di esse hanno emesso dichiarazioni che invitano alla moderazione. Ma le loro capitali sono state comunque colpite, e il motivo non era difficile da capire: questi paesi ospitano le basi militari da cui le forze americane stavano (in parte) conducendo gli attacchi illegali contro l’Iran.

Il punto centrale è questo: le monarchie del Golfo vorrebbero affermare di non essere parti in causa in questa guerra, ma l’assetto giuridico della neutralità – l’unico quadro di riferimento in grado di avvalorare tale affermazione – rende loro impossibile farlo.

Il diritto della neutralità, così come codificato nelle Convenzioni dell’Aia del 1907, si fonda su tre pilastri: il dovere di astensione, il dovere di prevenzione e il dovere di imparzialità. Uno Stato neutrale non deve contribuire alle ostilità; deve impedire ai belligeranti di utilizzare il proprio territorio per scopi militari; e qualunque trattamento riservi a un belligerante, deve riservarlo in modo uguale a tutti.1L’articolo 1 della Convenzione V stabilisce che il territorio neutrale è inviolabile; l’articolo 2 vieta il transito di truppe belligeranti o di convogli di materiale bellico attraverso il territorio neutrale.2È importante comprendere quanto siano assoluti alcuni di questi obblighi. Anche concedere identiche strutture militari a entrambe le parti belligeranti costituirebbe una violazione, poiché la concezione moderna della neutralità — consolidatasi già all’inizio del XX secolo — richiede l’astensione da qualsiasi forma di cooperazione, attiva o passiva, con le parti belligeranti nelle loro operazioni militari.3

Alla luce di questi requisiti, le monarchie del Golfo ne violano palesemente i principi. Il Bahrein ospita la Quinta Flotta degli Stati Uniti e il Comando Centrale delle Forze Navali. Il Qatar ospita la base aerea di Al Udeid, la più grande installazione aerea americana in Medio Oriente, da cui sono state lanciate sortite in praticamente tutte le operazioni statunitensi nella regione dal 2001. Il Camp Arifjan in Kuwait funge da area di transito avanzata per le forze di terra americane.

Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno in essere accordi di cooperazione in materia di difesa, rapporti di fornitura di armi e accordi relativi alle basi militari di portata ben superiore a quanto uno Stato neutrale potrebbe tollerare. Nel linguaggio del diritto internazionale, una base militare su territorio straniero costituisce un sito delimitato destinato alle operazioni militari di uno Stato sul territorio di un altro, e il suo titolo giuridico deriva da un trattato internazionale.4È piuttosto interessante mettere a confronto questa situazione con quella dei classici paesi neutrali europei: Austria, Finlandia, Svezia e Svizzera avevano tutte compreso che la neutralità permanente richiedeva l’astensione da alleanze militari e l’impedimento dell’istituzione di basi straniere sul proprio territorio, proprio perché tali coinvolgimenti avrebbero reso la neutralità inattendibile in tempo di guerra.5

Le monarchie del Golfo hanno perseguito una strategia diametralmente opposta. Per decenni si sono integrate così profondamente nell’architettura di sicurezza americana che un distacco nel momento della crisi non è mai stato un’opzione realistica. Quando sono iniziati gli attacchi contro l’Iran, le basi erano già lì, le strutture di comando erano già integrate e l’infrastruttura logistica era già operativa. La neutralità, come status giuridico, era preclusa molto prima che qualcuno a Riyadh o a Doha dovesse prendere una decisione sulla guerra in corso.

La domanda, quindi, è: quale status occupano effettivamente questi Stati? Il diritto internazionale si è già trovato ad affrontare questo problema in passato. Il concetto di «non belligeranza» entrò nel lessico nel 1939, quando l’Italia decise di non entrare immediatamente nella Seconda guerra mondiale, pur fornendo un sostanziale sostegno politico e materiale alla Germania nazista. Gli studiosi hanno descritto questa situazione come una zona grigia tra neutralità e belligeranza, definita in vari modi: neutralità qualificata, neutralità differenziata o neutralità benevola.6La logica fondamentale della non belligeranza consiste nel fatto che lo Stato si schiera da una parte, abbandonando i propri doveri di imparzialità e di non assistenza, ma astenendosi dal partecipare direttamente ai combattimenti, nella speranza, così facendo, di conservare le tutele giuridiche che la neutralità normalmente garantisce.7Gli Stati Uniti assunsero proprio questa posizione tra il 1939 e il 1941, fornendo cacciatorpediniere alla Gran Bretagna, occupando la Groenlandia e l’Islanda e, infine, scortando i convogli alleati attraverso l’Atlantico. (È degno di nota il fatto che il Dipartimento di Stato respinse persino la proposta dell’Argentina affinché tutte le repubbliche americane abbandonassero formalmente la tradizionale neutralità, sebbene a quel punto gli Stati Uniti fossero neutrali solo di nome).8

È vero che la non belligeranza non ha mai goduto di un solido fondamento giuridico. Le analisi più approfondite del diritto tradizionale della neutralità hanno concluso che, sebbene nessun divieto formale impedisse agli Stati di prestare assistenza a una parte belligerante qualora non rivendicassero lo status di neutralità, la conseguenza più importante era che essi perdevano le tutele che la neutralità avrebbe altrimenti garantito, prima fra tutte il diritto all’inviolabilità del territorio.9Già a metà del XIX secolo, la neutralità qualificata — una posizione in cui uno Stato presta aiuto a una delle parti belligeranti sulla base di obblighi derivanti da trattati preesistenti — era oggetto di controversie, e sussistevano seri dubbi sul fatto che potesse essere considerata vera e propria neutralità.10

In realtà, l’esperienza della Svezia durante la Seconda guerra mondiale illustra bene questo schema: i paesi non belligeranti sostenevano di godere dei diritti di neutralità nonostante fornissero sostegno economico, armi e strutture militari a una parte belligerante — un comportamento che non trovava alcun solido fondamento giuridico.11Questo punto è stato sottolineato con grande forza nella letteratura giuridica dedicata al sostegno da parte di Stati terzi durante i conflitti armati: a parte due rari riferimenti presenti in alcune disposizioni del diritto internazionale umanitario, nessun trattato né strumento di soft law riconosce la non belligeranza come categoria giuridica distinta.12Tutto ciò suggerisce che la non belligeranza vada intesa più come una posizione politica che come uno status con conseguenze giuridiche: un’etichetta che gli Stati adottano quando vogliono avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Esiste tuttavia la possibilità, ancora più inquietante, che le monarchie del Golfo abbiano superato persino la soglia della non belligeranza per entrare nel campo della cobelligeranza. Mi viene in mente il caso di Panama durante la Seconda guerra mondiale.

Panama divenne cobelligerante non solo perché dichiarò guerra alle potenze dell’Asse, ma anche perché concesse in affitto il proprio territorio agli Stati Uniti per operazioni militari, contribuendo così in modo effettivo allo sforzo bellico alleato. La concessione volontaria del territorio per lo svolgimento di preparativi militari e il transito di truppe costituì una violazione del dovere di prevenzione previsto dalla neutralità, che espose il territorio ad azioni belliche da parte della parte lesa.13

Il parallelo con gli Stati del Golfo è piuttosto evidente. Ospitando basi da cui gli Stati Uniti sferrano attacchi contro l’Iran, queste monarchie hanno superato quella soglia che il diritto internazionale riconosce come l’ingresso nella cobelligeranza.14Il principio di imparzialità sancito dalla XIII Convenzione dell’Aia rafforza questa logica: qualsiasi concessione accordata a una delle parti belligeranti – accesso ai porti, allo spazio aereo o alle infrastrutture – deve essere estesa a parità di condizioni a tutte le parti belligeranti, cosa che gli Stati del Golfo non hanno manifestamente fatto.15

Le monarchie del Golfo si trovano quindi in una sorta di «terra di nessuno» giuridica che il diritto internazionale non ha mai voluto legittimare. Non possono invocare il diritto di neutralità poiché ne hanno violato i requisiti fondamentali: ospitano forze belligeranti, forniscono infrastrutture logistiche per operazioni di combattimento e mantengono alleanze militari incompatibili con l’astensione, la prevenzione e l’imparzialità. Non vogliono essere riconosciute come belligeranti, perché una tale designazione provocherebbe tutta la forza della rappresaglia iraniana e le priverebbe di qualsiasi leva diplomatica. Ciò che rimane è la zona grigia della non belligeranza: uno spazio in cui uno Stato aiuta una parte pur insistendo sulle protezioni che derivano dal mantenersi in disparte. La storia è piuttosto chiara su dove questo porti: gli Stati che adottarono questa posizione prima di Pearl Harbor stavano semplicemente violando i doveri fondamentali dei neutrali nel modo più flagrante immaginabile, correndo il rischio che l’avversario li trattasse di conseguenza.16

Gli attacchi sferrati dall’Iran contro le capitali del Golfo nel primo giorno delle ostilità suggeriscono che questo rischio si sia concretizzato. Attraverso decenni di allineamento strategico con Washington, le monarchie del Golfo si sono manovrate in una posizione in cui sono qualcosa di più che neutrali e qualcosa di meno che belligeranti. La lezione che si può trarre dalla loro tristissima situazione è che profondi legami militari con una grande potenza possono precludere l’opzione della neutralità molto prima che la guerra che la metterebbe alla prova abbia effettivamente inizio. Le monarchie del Golfo non hanno mai scelto la neutralità e ora che ne hanno bisogno, non possono averla.


Note

1. John Ross, Neutralità e sanzioni internazionali: Svezia, Svizzera e sicurezza collettiva (New York: Praeger, 1989), pp. 15–16.

2. Yoram Dinstein, Guerra, aggressione e autodifesa, 5ª ed. (Cambridge: Cambridge University Press, 2012), 26.

3. Lassa F. L. Oppenheim, Diritto internazionale: un trattato — Guerra e neutralità (Londra: Longmans, Green, 1912), 382.

4. Rudolf Bernhardt, Enciclopedia di diritto internazionale pubblico: Uso della forza — Guerra e neutralità — Trattati di pace (A–M), vol. 3 (Amsterdam: North-Holland, 1982), 156.

5. Thomas Fischer, Juhana Aunesluoma e Aryo Makko, «Introduzione: neutralità e non allineamento nella politica mondiale durante la Guerra Fredda», Journal of Cold War Studies 18 (2016): 7.

6. Luca Ferro e Nele Verlinden, «Neutralità durante i conflitti armati: un approccio coerente al sostegno degli Stati terzi alle parti in conflitto», Chinese Journal of International Law 17 (2018): 33.

7. Stephen C. Neff, I diritti e i doveri dei paesi neutrali: una storia generale (Manchester: Manchester University Press, 2000), 197–198.

8. Jürg Martin Gabriel, La concezione americana della neutralità dopo il 1941 (New York: Palgrave Macmillan, 2002), 90.

9. Kentaro Wani, La neutralità nel diritto internazionale: dal XVI secolo al 1945 (New York: Routledge, 2017), p. 191.

10. Elizabeth Chadwick, Traditional Neutrality Revisited: Law, Theory and Case Studies (L’Aia: Brill, 2002), pp. 80–81.

11. Mikael af Malmborg, Neutralità e costruzione dello Stato in Svezia (New York: Palgrave, 2001), 137.

12. Ferro e Verlinden, «Neutralità durante i conflitti armati», pp. 33–34.

13. Alonso E. Illueca, «Coalizioni internazionali e Stati membri che non forniscono contributi militari: una prospettiva tratta dall’esperienza di Panama e dal diritto della neutralità», Inter-American Law Review 49, n. 1 (2017): 30.

14. Illueca, «Coalizioni internazionali», 36.

15. Brian F. Havel, «Un’istituzione di diritto internazionale in crisi: ripensare la neutralità permanente», Ohio State Law Journal 61 (2000): 179.

16. Neff, Diritti e doveri dei neutrali, 198.


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Il Re Folle

Trump è a volte brutalmente schietto, sfacciatamente disonesto e infinitamente contraddittorio, eppure continua a godere di un forte sostegno. Perché?

7 aprile 2026

Testo a cura del collaboratore esterno: John Snow.


È senza precedenti vedere un presidente degli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, esprimersi come fa Donald Trump: a volte con brutale franchezza, altre volte mentendo sfacciatamente sotto gli occhi di tutti, e contraddicendosi regolarmente da una frase all’altra. Quest’uomo sembra aver perso completamente la testa ed è diventato o lo zimbello del mondo, o la persona più temuta sulla Terra. Eppure, da un lato il campo “Israel-first” e dall’altro i teorici della cospirazione irriducibili di QAnon continuano a sostenerlo. Cosa dobbiamo pensare di tutto questo?

Una bomba Molotov nella governance globale

Nel novembre 2016, alla vigilia dell’elezione di Donald Trump, il regista Michael Mooreha descritto il futuro presidente come una «bomba Molotov umana lanciata nel sistema politico americano».

A quasi dieci anni di distanza, è chiaro che questa sorta di «cocktail Molotov umano» ha seminato il caos sulla scena internazionale, proprio nel cuore della polveriera mediorientale. Dal 28 febbraio, le parole e le azioni di Trump sono state come missili e granate vere lanciate non solo contro l’Iran, ma, attraverso una reazione a catena perfettamente prevedibile, contro ogni Stato del Golfo, fino a Israele e al Libano. E dal momento del blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, il mondo intero è ora minacciato da una crisi economica di proporzioni sconcertanti.

L’avvocato e commentatore francese Régis de Castelnauha usato un’espressione che è quasi impossibile da tradurre in inglese, ma che calza a pennello: «Non solo Donald Trump dice qualsiasi cosa, ma fa anche qualsiasi cosa.»Google Translate traduce questa frase con «Trump dice tutto quello che gli passa per la testa». È in parte vero, ma non basta. L’espressione una sciocchezzatrasmette qualcosa di imprevedibile e irrazionale.

Dall’inizio di questa guerra di aggressione contro l’Iran, il presidente Trump non ha fatto altro che proclamare la vittoria dal suo mondo parallelo, un mondo fantastico in cui sembra rifugiarsi tra una breve visita e l’altra alla realtà.

Le dichiarazioni di Trump sono così contraddittorie e incostanti, non solo da un giorno all’altro, ma anche da una frase all’altra, come molti sottolineano online commentatoriavere ha sottolineato, tanto da sollevare legittimi dubbi sulla sua salute mentale. Come può un uomo sano di mente mostrare così poca coerenza nel proprio discorso senza essere schiacciato dalla vergogna e dal ridicolo?

Inoltre, vederlo mettersi regolarmente a ballare in mezzo a una guerra senza quartiere è davvero il colmo. È stato rispetto aBoris Eltsin. L’uomo sembra raggiungere nuovi livelli di umiliazione(anche se, a ben vedere, non avevamo forse già raggiunto livelli simili di indegnità nei primi mesi della pandemia di COVID-19, con tutte quelle coreografie ballida infermiere mascherate mentre gli ospedali erano presumibilmente pieni zeppi di pazienti in fin di vita?).

Come abbiamo visto soprattutto nella polemica sul bombardamento della scuola di Minab, Trump appare immaturo come un bambino viziato di otto anni, incapace di ammettere la minima colpa. E l’ex primo ministro giapponese Ishibaha confermato questo segno di preoccupante immaturità. Allo stesso tempo, il presidente degli Stati Uniti e il suo segretario alla guerra, Pete Hegseth, che si è rivelato un fanatico religioso, non smettono mai di vantarsi del loro potere distruttivo e di aver vinto la guerra. Eppure, allo stesso tempo, hanno chiesto alla NATO e ai paesi del Golfo, e persino ad altri al di là di essi, aiuto per riaprire incondizionatamente lo Stretto di Hormuz, che è di fatto controllato da quello stesso Stato iraniano che si suppone sconfitto.

Sebbene tutti gli esperti concordino sul fatto che qualsiasi operazione terrestre o navale volta a riaprire lo stretto avrebbe ben poche possibilità di successo nel lungo periodo e prima o poi finirebbe quasi certamente in un disastro per le truppe coinvolte, Trump a un certo punto ha dichiarato che il problema della riapertura dello stretto, la cui chiusura era stata causata proprio da lui, non era più un problema degli Stati Uniti. L’insulto rivolto al resto del mondo è stato senza precedenti per la sua sfacciataggine.

E quando Trump ha recentemente accennato a colloqui con i nuovi leader iraniani che nessuno è riuscito a identificare — nonostante funzionari iraniani sopravvissuti alle stragi, come il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, negò che fossero in corso negoziati: la credibilità degli Stati Uniti sembrava essere precipitata a livelli probabilmente mai visti prima nella loro storia.

Ma poi, il 3 aprile abbiamo appreso che un negoziatore iraniano, Kamal Kharazi, un ex ministro degli Esteri, che secondo quanto riferito era in contatto con il ministro degli Esteri pakistano — il quale a sua volta era in contatto con JD Vance — era appena rimasto gravemente ferito in un nuovo attentato. Che tipo di individuo perverso cerca di assassinare sistematicamente tutti gli oppositori che potrebbero voler negoziare? Si potrebbe riconoscere il modus operandi di coloro che traggono ispirazione dal Libro di Ester, seguendo il Libro di Ezechiele (vedi precedente articolo) per giustificare il massacro sistematico di tutti i loro nemici. E come Tucker Carlsoncome sottolinea, tra loro ci sono persone di fede protestante. Ma Joe Kent, l’ex direttore dell’antiterrorismo, non esita ad accusare Israele. Quando Trump ha affermato di non voler rivelare con chi la sua amministrazione fosse in contatto per evitare che venissero uccisi, bisognava intendere «uccisi da Israele», come era già accaduto proprio all’inizio della guerra. L’obiettivo sarebbe quello di trascinare gli Stati Uniti sempre più in profondità nella guerra. Se così fosse, è sorprendente notare che Trump stia apparentemente lasciando che ciò accada senza battere ciglio.

E sempre più osservatori ritengono che l’obiettivo di Israele non sia semplicemente quello di eliminare il programma nucleare iraniano o il regime dei mullah, ma di distruggereL’Iran come Stato funzionante, così come lo erano la Libia e la Siria, e lo stesso vale, seppur in modo diverso, per il Libano. L’ex ministro della Difesa israeliano, Yoah Gallant,colui che ha definito i palestinesi «animali», ritiene che gli Stati Uniti abbiano i mezzi per distruggere tutto in Iran, arrivando persino a radere al suolo Teheran, per costringerli alla capitolazione. E il recente bombardamento di ben 30 obiettivi iraniani università– che costituisce una serie di crimini di guerra – sembrano confermare tale obiettivo.

L’Iran ha ancora il coltello dalla parte del manico

L’Iran, una nazione sotto attacco che sta lottando per la propria sopravvivenza con ogni mezzo a sua disposizione, si rifiuterebbe di negoziare con gli Stati Uniti, dato che l’amministrazione Trump ha ormai dimostrato il proprio tradimento in tre diverse occasioni. La fiducia negli Stati Uniti era già stata distrutta il 28 febbraio. Ora più che mai, con il governo statunitense che si è dimostrato ancora una volta incapace di raggiungere un accordo – perché, in definitiva, lascia decidere al suo partner, o meglio al suo mandante – conta solo l’equilibrio di potere. L’Iran ha ormai compreso appieno la lezione americano-israeliana e non ha altra scelta che continuare ad applicare lo stesso principio in cambio.

Tra le ultime richieste americane da un lato, espresse in un piano in quindici punti che più che mai sembra una semplice lista di desideri, e le richieste dell’Iran dall’altro, non sembra esserci alcun compromesso possibile. L’Iran, logicamente respintol’ultimatum degli Stati Uniti e continua a impegnativoil ritiro delle truppe americane dal Golfo, garanzie contro future aggressioni e un risarcimento economico per le ingenti perdite materiali subite dal Paese.

Ricordiamo inoltre che non è solo il regime della Repubblica Islamica ad aver affrontato una minaccia esistenziale nell’ultimo mese; è l’Iran stesso a lottare per la propria sopravvivenza come Stato. In tali circostanze, è difficile immaginare come chi è ancora al comando del Paese possa cedere a nuove minacce, soprattutto considerando che l’Iran dispone ancora di notevoli mezzi di pressione e di destabilizzazione. Rafforzato dalla sua capacità di resistere a uno shock per il quale si è preparato per vent’anni, anche organizzandosi contro attacchi mirati a decapitare il potere attraverso da tre a sette livelliGrazie al sistema di successione automatica per tutte le cariche dirigenziali strategiche e all’interramento delle sue principali installazioni militari in profondità nel sottosuolo, l’Iran conserva ancora la capacità di colpire qualsiasi paese della regione, oltre a detenere la carta vincente del controllo effettivo sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas, nonché quasi il 30% dei fertilizzanti.

La sconfitta strategica dell’Impero

Il narcisista Trump, che ammette lui stesso di essere incline a adulazione, sembra essere stato manipolato dai rappresentanti della lobby sionista che lo circondano e che hanno capito esattamente come gestirlo. D’altra parte, Susan Wiles, il capo di gabinetto del presidente, avrebbe chiesto ai suoi collaboratori di smettere di proteggere Trump dalla realtà. Ciò confermerebbe che le informazioni che gli vengono trasmesse vengono filtrate. E che lui, in qualche modo, non si rende conto del disastro che si sta consumando.

Eppure, è difficile immaginare che non fosse a conoscenza del fatto che l’esercito statunitense aveva dovuto evacuare la propria base Victory a Baghdad,dopo 23 anni di occupazione, ma anche la Marina degli Stati Uniti 5ilBase della flotta a Bahrain. Come riportato su 26 febbraiodato che l’organico della Marina degli Stati Uniti è stato ridotto al «livello minimo indispensabile per la missione», con il recente annuncio dell’evacuazione d’urgenza di 1.500 marinai, non è chiaro quanti membri del personale statunitense rimarrebbero sul posto.

Non essendo riuscito a costringere l’Iran a fare marcia indietro nonostante i bombardamenti intensivi, e non volendo ammettere che la sua strategia è fallita, Trump minaccia di bombardare il Paese ancora di più per riportarlo all’età della pietra. Per pura vendetta? O come ultimo, disperato tentativo di intimidire l’avversario prima di ritirarsi e lasciare che il resto del mondo negozi il diritto di transito nello Stretto di Hormuz? O forse è tentato da un’ultima, spettacolare mossa per dichiarare vittoria – una mossa che potrebbe finire in un disastro?

Ciò rappresenterebbe una vittoria strategica per l’Iran e un sconfitta storicaper gli Stati Uniti, ben peggiore dei disastri in Vietnam o in Afghanistan, che erano solo conflitti locali scollegati dall’economia globale. Con questa guerra suicida contro l’Iran, oltre ottant’anni di dominio americano sul Medio Oriente e sulla sua industria petrolifera e del gas sembrano ora volgere al termine. Era il 14 febbraio 1945, a bordo della USS Quincy, che furono gettate le basi per la cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita: petrolio in cambio di sicurezza. Eppure, nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno dimostrato di non essere in grado di garantire la sicurezza degli Stati del Golfo.

Oltre a ciò, è l’intero sistema di dominio economico americano sul mondo, basato sul petrodollaro, che l’Iran sta ora smantellando, da quando ha deciso di consentire il passaggio attraverso lo Stretto di Ormuz solo ai paesi non ostili, a quelli che pagano un dazio di transito o a quelli che pagano il petrolio in yuan o in una valuta diversa dal dollaro. E la Cina, il principale rivale commerciale degli Stati Uniti, difficilmente avrà qualcosa da ridire.

Gli Stati Uniti possono continuare a sbraitare e a distruggere quanto vogliono; l’operazione israelo-americana si sta rivelando un fallimento storico, forse addirittura di proporzioni bibliche.

Trump è pazzo, disperato o viene manipolato?

John Mearsheimersuggerisce due possibili spiegazioni per il comportamento di Trump. O è diventato un re pazzo, oppure è consapevole di essersi intrappolato in una situazione intricata con conseguenze potenzialmente catastrofiche e non sa più come uscirne, agitandosi disperatamente e alternando momenti di magico ottimismo a momenti di pessimismo ogni volta che viene riportato alla realtà. Da qui il suo discorso assolutamente incostante.

C’è una terza ipotesi, secondo cui un Trump dalla mente debole sarebbe stato isolato dalla realtà dai suoi consiglieri. Quei sionisti messianici, siano essi ebrei o cristiani protestanti, continuano a sostenere la guerra in corso, convinti di essere sulla strada giusta, certi, o almeno speranzosi, che un miracolo divino dell’ultimo minuto determinerà il ritorno del Messia e la vittoria del popolo eletto e del suo braccio armato su tutti i nemici. Le figure più fanatiche, come Paula White, il consigliere capo dell’Ufficio per le fedi della Casa Bianca, paragona lo stesso Trump a Gesù. E un altro fanatico, come il pastore evangelista Franklin Graham, dichiara davanti a un Trump impassibile che il regime iraniano vuole sterminare tutti gli ebrei in una tempesta di fuoco nucleare. È evidente che non si rende conto che Ebraismoè riconosciuta come religione minoritaria ufficiale in Iran e gli ebrei locali hanno persino un seggio riservato in Parlamento. Il livello di ignoranza – o di propaganda – tra queste persone è abissale. Detto questo, in Iran esistono alcune questioni relative ai diritti umani. Ma la situazione è peggiore che in Arabia Saudita? O peggiore del mondo occidentale, che permette alla super-élite di violentare i bambini?

Questi sionisti religiosi, ancora sostenuti da tutti coloro che, influenzati da testate giornalistiche come Fox News, sono convinti che la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenti il male incarnato, sono senza dubbio le persone più pericolose al mondo, poiché non agiscono sulla base di una visione equilibrata e razionale della realtà.

Quindi, Trump potrebbe essere arrabbiato, disperato e manipolato allo stesso tempo. Ma la cosa spaventosa è che chi lo manipola sembra pazzo e squilibrato quanto lui.

Giocare al gioco dell’impero globalizzato per poterlo distruggere meglio?

Infine, esiste una quarta possibile interpretazione, quella dei sostenitori di Q, che continuano a voler convincerestessi ritengono che Trump stia attuando un piano divino, ma esattamente opposto a quello abbracciato dai sionisti. Nel mondo francofono, il canadese Alexis Cossetteè uno di loro, così come il francese Black Bond. Secondo questa teoria, Trump avrebbe solo finto di stare al gioco dei sionisti e degli altri sostenitori dell’Impero americano globalizzato per spingerli verso l’autodistruzione, fornendo al contempo agli Stati Uniti un pretesto per ritirarsi dalla NATO, cosa che tentava Trump da anni. I sostenitori di questa teoria sottolineano che, anche se il metodo può essere scioccante, date le distruzioni e le vittime che comporta (detto questo, Cossette insiste sul fatto che non ci sono immagini dei corpi delle ragazze che sarebbero state uccise a Minab e suggerisce che potrebbe trattarsi di propaganda), i risultati hanno oggettivamente buone possibilità di essere raggiunti: la fine di NATO, la fine del petrodollaro, la fine dell’Impero americano, la fine del sostegno popolare americano a Israele e, di conseguenza, la fine, prima o poi, del potere della lobby israeliana negli Stati Uniti, il crollo dell’immagine di Israele nel mondo, forse persino la sua fine, almeno nella sua forma attuale. In breve, è il dominio dell’oligarchia globalizzata americano-sionista sul mondo che ora sembra essere sull’orlo del collasso nel breve o medio termine.

Avendo già sopravvissuto a due tentativi di assassinio, si dice che Trump abbia capito che affrontare apertamente i sionisti e i neoconservatori era troppo pericoloso, e che la strategia di fingere di seguirli, comportandosi da pazzo, finché i loro piani non fossero falliti, sarebbe stata l’unico modo per porre fine alla morsa di questa mafia globalizzata che ha governato il mondo occidentale negli ultimi decenni.

Ma se questa fosse una strategia, sarebbe davvero molto rischiosa. E se Trump perdesse le elezioni di medio termine e venisse sottoposto a impeachment? Cosa succederebbe allora? Considerando il comportamento di Trump, le sue bugie quotidiane, i suoi continui cambiamenti di rotta e persino la sua indegnità, soprattutto nel modo spregevole in cui tratta gli uomini e le donne coraggiosi che si oppongono alla sua guerra, come Joe Kent, Thomas Massie o Marjorie Taylor Greene, sembra davvero difficile credere che possa giocare consapevolmente una partita di biliardo a più sponde così sottile e rischiosa, sacrificando nel contempo la propria immagine.

Soprattutto perché le ultime notizie relative al licenziamento di diversi funzionari dell’amministrazione sembrano indicare un tentativo di riprendere il controllo di posizioni chiave in un modo che potrebbe non necessariamente soddisfare quella parte della base del movimento MAGA che ha votato per porre fine alle guerre e perseguire penalmente le persone presenti nella lista di Epstein.

Pertanto, il procuratore generale Pam Bondi verrà sostituita da Todd Blanche, la sua vice, che sta per assumere la carica di procuratore generale ad interim. Blanche era l’avvocato personale di Donald Trump e ha già ha affermatoÈ scandaloso che il Dipartimento di Giustizia voglia «voltare pagina» sui casi Epstein.

Al Pentagono, tre generali sono stati licenziato: in primo luogo, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Randy George, nonché il generale William Green, comandante del Corpo dei Cappellani dell’Esercito. Dato che è stata sollevata la questione del dispiegamento di truppe di terra in Iran, è probabile che George abbia espresso forti riserve su quella che sembrerebbe una missione suicida. Il suo vice, che lo sostituisce ad interim, il generale Christopher LaNeve, era in precedenza l’aiutante militare di Hegseth, quindi si può immaginare che quest’ultimo sarà più compiacente.

Inoltre, è facile immaginare che il cappellano capo non abbia gradito il fatto che Pete Hegseth abbia citato l’Antico Testamento per sostenere la sua politica bellica messianica, proprio come l’arcivescovo Timothy Broglio, capo dell’Arcidiocesi per i Servizi Militari degli Stati Uniti, il quale, seguendo l’esempio del Papa, anch’egli cattolico americano, ha condannato a sua volta la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Sembra che gli Stati Uniti siano sull’orlo di una sorta di nuova guerra di religione tra cristiani.

Sebbene questi licenziamenti sembrino rafforzare, nel breve termine e in un contesto di crisi multiple, il controllo del potere esecutivo sulla propria amministrazione, resta da vedere se i licenziati saranno tentati di esprimere le proprie opinioni sui media, come ha fatto Joe Kent (un altro cattolico), e come ciò verrà percepito dall’elettorato.

In ogni caso, questi licenziamenti non lasciano presagire nulla di buono per le future operazioni in Iran. E vocicircolano voci su un’imminente e altamente rischiosa operazione di terra volta a sequestrare l’uranio arricchito dell’Iran, con una serie di C-17sono stati avvistati aerei cargo militari diretti verso il Medio Oriente, mentre le ultime notizie tra il 3 e il 4 aprile parlano di 4 aerei statunitensi aeromobiliabbattuti o feriti, e una costosa operazione di salvataggio di due piloti americani in Iran il 5 aprile, che ha portato altri velivolidistrutti, fino a 12, secondo fonti iraniane fonti, mentre le immagini mostrano almeno un C-130 e un elicottero MH-6 distrutti nello stesso luogo, come dimostrano i vari pezzi di ricambio individuati. Arnaud Bertrandha analizzato la versione ufficiale del presidente Trump su questo incidente sfiorato, presentato come una vittoria, e ne ha evidenziato le numerose incongruenze. Poiché non sono stati resi noti né i nomi né le foto dei piloti, alcuni ipotizzano che la storia dell’eroico salvataggio possa essere stata solo una copertura per un fallitospeciale operazioneper sequestrare l’uranio in Isfahan, il che spiegherebbe ulteriormente la rabbia del Re Folle nel suo messaggio di Pasqua.

Rimane quindi l’ipotesi che Trump, con le sue qualità e i suoi difetti molto particolari, possa, suo malgrado, essere uno strumento della Provvidenza per cambiare il mondo in senso positivo dopo un periodo di profondo caos. Ma solo le persone aperte a una visione spirituale del mondo possono prendere in considerazione una simile ipotesi. Resta il fatto che ciò che Trump sta facendo, presumibilmente per il bene di Israele, sembra il modo migliore per provocare la caduta dell’Impero americano-sionista, rivelando nel contempo al mondo intero come esso opera. È Alexander Duginsbaglia quando afferma:

«Più l’Iran resiste, più viene alla luce la natura diabolica degli Stati Uniti»?

Richieste massicce per la destituzione di Trump

Il 5 aprile, in seguito all’ultimo messaggio delirante di minacce rivolto da Trump all’Iran, un’ondata massiccia di messaggi allarmanti provenienti da ex sostenitori di spicco di Trump e da altri ha invaso X. L’ex deputata Marjorie Taylor Greeneoppure Candace Owensha immediatamente lanciato appelli pubblici affinché Donald Trump fosse destituito dalla carica, adducendo come motivo la sua follia. Candace lo definisce il «Re Folle», «circondato da fanatici religiosi che lo hanno convinto di essere un messia». Persino il commentatore britannico, piuttosto moderato e un tempo mainstream Piers Morganosa insinuare che Trump abbia «perso la testa». Alcuni pensano che Trump marcata disinibizioneè «un sintomo classico dei disturbi neurodegenerativi frontali», «in particolare della variante comportamentale di demenza frontotemporale”, una malattia legata all’età. Quando il presidente degli Stati Uniti definisce i leader iraniani «bastardi pazzi», è come il pazzo che incolpa la vittima di averlo spinto a picchiarla. Eppure, sembra divertirsi allo stesso tempo, inventando giornate all’insegna della distruzione come il «Power Plan Day» e il «Bridge Day».

Il democratico Bernie Sanders, che nel 2016 aveva sfidato Hillary Clinton per aggiudicarsi la candidatura alla presidenza, ha pubblicato un appello in cui definisce Trump «un individuo pericoloso e mentalmente squilibrato», esortando il Congresso ad «agire subito» e a «porre fine a questa guerra». Altri democratici Senatorie poi i deputati.

Già il 21 marzo, dopo il primo ultimatum lanciato da Trump all’Iran riguardo alla riapertura dello Stretto di Ormuz, il tenente colonnello statunitense in pensione, ora commentatore Daniel Davisaveva lanciato l’allarme. Secondo lui, questo presidente, che già da settimane rilasciava dichiarazioni incoerenti e contraddittorie, sembra essere clinicamente pazzo, e potrebbe essere giunto il momento di prendere in considerazione l’applicazione del venticinquesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

In base a tale emendamento, se il vicepresidente e la maggioranza del Gabinetto ritengono che il presidente non sia in grado di adempiere ai propri doveri, possono privarlo dei suoi poteri mediante un atto scritto. Il vicepresidente diventa quindi immediatamente presidente ad interim. Se il presidente contesta la dichiarazione, il Congresso deve decidere in merito, richiedendo una maggioranza dei due terzi in ciascuna camera per confermare il trasferimento di potere. In altre parole, sembra ancora altamente improbabile che il presidente possa essere destituito attraverso questa procedura. Ma il semplice fatto che alcune persone che in precedenza avevano sostenuto Trump stiano iniziando a prenderla in considerazione è una misura della gravità della situazione.

A maggior ragione perché Daniel Davis non è certo una figura marginale. Nel marzo 2025 era stato preso in considerazione per la carica di vicedirettore dell’intelligence nazionale per l’integrazione delle missioni sotto la guida di Tulsi Gabbard. Ma la sua nomina fu bruscamente revocata il 12 marzo 2025, a causa delle crescenti critiche rivolte alle sue dichiarazioni passate… su Israele. In particolare, aveva definito il sostegno americano alla guerra a Gaza una «macchia» sul carattere della nazione.

Finché i sionisti continueranno ad avere la stessa influenza che hanno oggi sul presidente americano e al Congresso, è difficile immaginare come possa formarsi una forte maggioranza parlamentare contro Trump, almeno nel breve termine. Anche se alcuni Deputati democratici chiamataai fini dell’attuazione del 25° emendamento, invitantei repubblicani a unirsi, personalità di spicco come il pensionato Generale Flynn, un tempo considerato un moderato, insiste con determinazione su un’escalation senza fine: «Che piaccia o no, la guerra è in corso e per l’America c’è un solo esito accettabile: la vittoria!». E commentatori come Mario Nawfalcon 3,3 milioni di follower accusano l’Iran di non aver «accettato la via d’uscita offerta da Trump». In quei giorni folli, alcuni perdono il buon senso.

Con il previsto cambiamento nell’equilibrio di potere al Congresso dopo le elezioni di medio termine, l’impeachment diventerebbe una possibilità concreta. Tuttavia, a seconda della portata del disastro che si sta consumando in Medio Oriente, le cose potrebbero evolversi molto più rapidamente.

La minaccia nucleare che NonProveniente dall’Iran

Il 19 marzo, riferendosi alla «potenza di alcune armi che è inimmaginabile», Trump ha suggerito che la guerra in Iran potrebbe finire «in due secondi«se lo voleste». E tutti capirono che si riferiva al possibile ricorso alle armi nucleari. Poi aggiunse: «Ma stiamo agendo con molta prudenza», prima di iniziare due frasi diverse che non portò a termine, dimostrando così quanto fosse confuso.

Ma se la distruzione delle infrastrutture civili iraniane non dovesse portare ai risultati sperati, e di fronte alla crescente frustrazione di non riuscire a sconfiggere l’Iran, fino a che punto Trump e i suoi consiglieri saranno disposti a spingersi nell’escalation?

Più aerei statunitensi andranno persi in Iran e nelle zone circostanti, più potrebbero essere tentati di ricorrere all’arma definitiva. E, a giudicare dalla mentalità dimostrata dai pazzi al potere, probabilmente darebbero poi la colpa all’Iran per non aver lasciato loro altra scelta. Mentre altri potrebbero credere che ciò renderebbe l’arrivo del Messia ancora più imminente, o semplicemente rivelerebbe che Trump è il Messia.

È lecito supporre che sia la Russia che la Cina abbiano probabilmente avvertito con discrezione gli Stati Uniti che l’uso di armi nucleari non sarebbe stato tollerato. Ma, concretamente, cosa farebbero se Trump non volesse ascoltarli?

In questo momento viviamo alla giornata. E ogni giorno ci riserva nuove sorprese.


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Iran, Israele e Stati Uniti: da oggi basta bombardamenti_di Fogliolax

Iran, Israele e Stati Uniti: da oggi basta bombardamenti

Breve analisi del cessate il fuoco raggiunto stanotte

Poco prima che scadesse l’ultimatum di Trump alle 2 di notte, è stato raggiunto un accordo tra Iran e Stati Uniti (più Israele) per un cessate il fuoco di 15 giorni. Fondamentale la mediazione del Pakistan, paese in cui i colloqui di pace avranno luogo nei prossimi giorni.

Tutti cantano vittoria, per le strade iraniane si festeggia; sicuramente è un passo nella giusta direzione, anche se far coincidere le richieste di Teheran con quelle di Washington sarà un’impresa non da poco.

  • I 15 punti della proposta di pace USA:
  • Smantellamento delle capacità nucleari esistenti dell’Iran
  • Impegno formale dell’Iran a non perseguire lo sviluppo delle armi nucleari
  • Cessazione completa dell’arricchimento dell’uranio
  • Consegna all’AIEA dei circa 450kg di uranio arricchito al 60%
  • Smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow
  • Accesso senza restrizioni agli ispettori AIEA in Iran
  • Abbandono della strategia dei proxy nella regione (Hezbollah…)
  • Cessazione del finanziamento e dell’armamento delle milizie nella regione
  • Riapertura e garanzia che lo stretto di Hormuz rimanga aperto e libero da blocchi
  • Limiti al numero e alla gittata del programma missilistico iraniano
  • Restrizione dell’uso futuro di missili esclusivamente a scopo difensivo
  • Rimozione di tutte le sanzioni internazionali sull’Iran
  • Assistenza statunitense allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano
  • Eliminazione del meccanismo di “snapback” (ripristino automatico delle sanzioni)
  • Garanzie di sicurezza regionali più ampie e cooperazione nel quadro del presente accordo
  • I 10 punti della proposta di pace iraniana (un mix tra le pubblicazioni di Trump e dell’ambasciata dell’Iran in Malaysia):
  • Garanzia che l’Iran non verrà attaccato nuovamente
  • Cessazione degli effetti di tutte le risoluzioni dell’ONU e dell’AIEA
  • Fine degli attacchi israeliani in Libano
  • Revoca di tutte le sanzioni statunitensi sull’Iran
  • Fine di tutti i combattimenti regionali contro gli alleati iraniani
  • Apertura dello stretto di Hormuz
  • Tassa di 2 milioni di dollari per ogni nave in transito nello stretto di Hormuz da dividere con l’Oman e da utilizzare per la ricostruzione
  • Accettazione dell’arricchimento dell’uranio
  • Ritiro delle forze di combattimento USA dalla regione
  • Pagamento di compensazioni all’Iran

A ciò si aggiunga il fondamentale ruolo di Tel Aviv, che pare non voglia includere il Libano nel cessate il fuoco. Per Israele e USA è l’occasione giusta per riguadagnare credibilità a livello internazionale, per l’Iran di mostrarsi come grande potenza anche al tavolo dei negoziati.

Cosa c’è dietro alla cessazione delle ostilità?

I motivi che giustificano un simile cambio di rotta da parte dell’amministrazione Trump non sono noti, e solo il tempo potrà dirci se si tratta dell’ennesimo bluff oppure no.

Di sicuro sappiamo che Cina e Russia ieri han bloccato una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla navigazione nello stretto di Hormuz che avrebbe penalizzato l’Iran.

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Di sicuro sappiamo pure che la guerra stava volgendo a favore di Teheran. Nonostante i danni subiti, gli iraniani sono sempre stati in grado di ribattere colpo su colpo e, grazie alle scorte sotterranee di missili e droni, più preparati ad una guerra di attrito. Dall’altro lato iniziavano a farsi sentire la scarsità di missili difensivi e il rapido deterioramento delle scorte di armamenti offensivi, indispensabili per gli attacchi devastanti promessi da Trump.

Anche il fallimento dell’incursione di terra nei pressi di Isfahan può aver giocato un ruolo non secondario: iniziata venerdì scorso come un’operazione d ricerca e salvataggio dell’equipaggio di un F-15 abbattuto, si è trasformata in un probabile tentativo fallito di prelevare le scorte di uranio dalla centrale di Natanz. Mezzi persi tra aerei, elicotteri e droni: una decina. Costo totale: circa mezzo miliardo di dollari.

Da ultimo, ha sicuramente pesato il rischio che avrebbero corso le monarchie del Golfo in caso di rappresaglia iraniana: un attacco alle principali centrali energetiche e soprattutto agli impianti di desalinizzazione avrebbe messo in ginocchio tutta la regione nel giro di poche settimane.

In estrema sintesi, per ora ha vinto il buon senso.

DIES IRAN_Pierluigi Fagan

DIES IRAN. Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”?

1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria.

2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà (tra l’altro infarcita di surrealismo emotivo e ideologico) e ci sta abituando a scambiare questa “realtà inventata” con la realtà concreta che rimane quella in cui e di cui viviamo.

3. Ci troviamo così in una nuova forma di realtà quantistica nella quale le possibilità e probabilità sono una cosa, il fatto è rinvenibile solo dopo il collasso della funzione d’onda, la sua misurazione, la misurazione del fatto.

4. Parte Israele, pare che il consenso interno a Netanyahu che a ottobre va a elezioni perse le quali andrebbe a processo, sia aumentato. Hanno avuto la loro porzione di morti, feriti e distruzione materiale ma nessuno sa in che misura, anche perché se gli israeliani sapessero di questa misura forse il consenso diminuirebbe. Inoltre, il piano fantascientifico dell’immunità totale data dal mitico apparato missilistico di intercetto e retrocesso a ben minore certezza. Nel frattempo, coperti dal chiasso mediatico, i coloni hanno continuato l’espansione in Cisgiordania e si sono comunque presi un ampio pezzo del sud del Libano creando forti turbolenze interne al Libano e alla posizione di Hezbollah in quel contesto. Mai Israele e di alone la comunità ebraica, è arrivata a livelli così bassi di gradimento nell’opinione generale mondiale.

5. Parte Paesi del Golfo, hanno subito una significativa distruzione materiale e i vari progetti su un futuro di sviluppo extra-fossili sono ridotti in macerie. Un articolo di un rappresentante emiratino su FT, l’altro giorno, invitava non solo a guardare ciò che veniva distrutto, ma anche a ciò che si cominciava a costruire. Si riferiva ai nuovi progetti di nuove vie infrastrutturali che a questo punto danno al piano IMEC (somma di Patto di Abramo + Via del Cotone ovvero India-Medio Oriente-Europa) una rilanciata attualità. Tra Persico, Hormuz e Iran (Houti e Hezbollah), per i paesi CCG a questo punto è chiaro che debbono riorientare -in parte, anche solo per crearsi una alternativa in casi di emergenza- le linee logistiche. Di contro, l’esperienza vissuta dirà loro anche qualcosa relativamente ai rapporti con US e il petrodollaro, nonché il dover fare i conti con il sunnismo allargato del gruppo STEP (Saudi Arabia, Turkye, Egypt, Pakistan). Questioni complesse che eccedono un post su fb.

6. Parte Iran il bilancio provvisorio è anch’esso complesso. Si è confermato che la decisione di fare Guida Suprema un paralizzato semicosciente era un prender tempo per operare in tempo di guerra e l’impossibilità pratica e temporale di giocare la partita delle egemonie interne tra le varie anime del Paese. Hanno subito l’ennesima distruzione delle prime linee di comando e quindi anche la probabile attenuazione dell’influenza dei Pasdaran, ma soprattutto hanno subito una forte distruzione materiale. Non sono tornati all’età della pietra e non sono una civiltà cancellata (intento che non aveva senso se non nel fare “cinema” nel mondo social delle opinioni pubbliche di mezzo mondo) tuttavia la loro già non brillante condizione economica-strutturale vessata da anni di tensioni e sanzioni, ha subito un duro, ulteriore colpo che impiegheranno anni ad assorbire. Di contro, hanno senz’altro raccolto nel mondo più simpatia di quanto avevano prima (tanto quanta ne ha perso Israele e il mondo ebraico in generale), hanno resistito complessivamente molto bene, hanno mostrato capacità tecno-militari significative e soprattutto, hanno trasformato una libera via di navigazione (uno dei più classici “choke point”) ovvero Hormuz, in un casello in condominio con l’Oman (fatto significativo in termini di geopolitica degli spazi relativamente a gli EAU e i loro progetti di nuovi terminali da portare nel Mar Arabico saltando Hormuz), che rifinanzierà la ricostruzione e darà loro nuovo peso geopolitico regionale. Hanno anche dato senso al nuovo gruppo STEP e mantenuto ottimi rapporti con i partner tradizionali (Russia, Cina) e con altri (Pakistan, India, Francia, Giappone etc,). Tutti da seguire saranno gli sviluppi di politica interna e la tenuta della strategia dell’Asse della Resistenza non tanto per volontà, quanto per possibilità concrete di finanziamento e supporto militare ora che dovranno prioritariamente ricostruire il Paese.

7. Parte US la faccenda è complessa più di ogni altra. Se azzeriamo la nuvola di chiacchiere e ci mettiamo nei panni di Trump e Netanyahu al giorno prima del 28 febbraio, è molto probabile avessero un piano di massima e di minima. Quello di massima è fallito del tutto, quello di minima forse non del tutto. Degli obiettivi raggiunti da Israele abbiamo detto, quanto agli americani del nord, è da vedere. Mentre ieri tutti aspettavamo Armageddon, nei fatti, i siti militari, energetici, industriali, culturali, sanitari e logistici dell’Iran, dopo quaranta giorni di bombe, hanno subito una importante distruzione. In termini di potenza materiale, l’Iran è retrocesso di non poco. Se questo era l’obiettivo almeno di minima dell’azione intrapresa, si capisce allora anche la gestione pirotecnica del discorso pubblico. Ogni giorno il mondo oscillava tra il panico degli indici e la paura nucleare e speranze di pace e accordi, ma nei fatti mentre le emozioni scoppiettavano, il rallentato bombardamento di Dresda continuava sistematico. L’elenco di strutture distrutte conta centinaia e centinaia di siti. I Paesi del Golfo, volenti o nolenti, hanno verificato la loro impotenza e totale subalternità ed ora saranno ancor più motivati ad aderire al progetto delle nuove vie rivolte all’Europa.

La nuova relazione tra US e NATO da una parte e Indo-Pacifico (Corea del Sud, Giappone, Australia) dall’altra, dopo la stagione dei dazi indiscriminati, registra definitivamente il passaggio dal livello di finzione precedente di amicizia tra (quasi)-pari al nuovo livello di chiaro dominio gerarchico. Tutto da vedere se ciò si stabilizzerà o porterà a progetti di emancipazione della sfera occidental-capitalistica alleata nei confronti del dominus imperiale. Partita lunga, tutta da seguire.

US paga pesantemente la distruzione totale del suo soft power, la perdita di affidabilità strategica, la nuova imprevedibilità che forse è un vantaggio nelle relazioni commerciali ma antitetica nelle logiche di Relazioni Internazionali. Gli amici di Trump del comparto fossili festeggiano per i prezzi infiammati, il probabile aumento dell’export e dopo il Venezuela, la possibile entrata in nuove joint venture del Golfo (e Israele sui giacimenti mediterranei antistanti). Ma anche gli immobiliaristi hanno un radioso futuro dato che dopo tanta distruzione c’è ricostruzione, un classico della creazione di profitto. I miliari hanno subito un piccolo “regime change” e il comparto industriale militare ha svuotato gli arsenali per cui li dovrà riempire di nuovo, un altro classico. Internamente Trump perde un po’ o un po’ tanto consenso, le mid-term sono tra sette mesi, da vedere se e quanto recupererà. Il resto del mondo sarà a lungo alle prese con prezzi infiammati e turbolenze economiche e quindi US se non saranno primi perché salgono in classifica, staranno strategicamente meglio perché gli altri retrocedono.

Tuttavia, sarà da valutare questa nuova situazione nella quale orami tutto il mondo sa con evidenza quanto gli US sono la potenza destinata ad esser ridimensionata dall’evoluzione di un mondo complesso che ormai dista ottanta anni dalla fine della IIWW. Con anche però la paura del fatto che sembrano disposti a superare tutte le linee rosse del bon ton di convivenza planetaria pur di difendere il proprio privilegio.

Ci sarebbe molto altro da dire, ovvio, ma avremo tempo. Tutto ciò, quindi, solo in via parziale allo stato delle cose degli annunci di ieri notte ovvero due settimane di trattative diplomatiche che partono però da posizioni difficilmente conciliabili. Tutti e tre i convenuti terranno le pistole ben cariche sotto il tavolo, US e Israele più di Iran guadagnano tempo e rifornire gli arsenali e magari gestire la logistica delle eventuali truppe per nuove azioni mirate. La tregua è un prender tempo che a questo punto, conviene a tutti.

Dopo la “fine della civiltà” ora siamo a “incontriamoci e parliamo”, ma la partita reale rimane pienamente aperta e i conti si faranno solo alla fine che, nelle transizioni specie quelle epocali come questa, tende a rimanere lì sull’orizzonte lontano.

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Da una situazione disperata a un accordo concluso: Trump, trionfante, riapre lo Stretto di Hormuz_di Simplicius

Da una situazione disperata a un accordo concluso: Trump, trionfante, riapre lo Stretto di Hormuz

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Da sempre dipendente dalla scarica di adrenalina che gli procura l’escalation delle polemiche, Trump ha superato se stesso anche questa mattina con il «discorso presidenziale» più sfacciato finora pronunciato:

Minacciare il genocidio di un’intera civiltà è un nuovo minimo storico, anche per il peggiore dei peggiori. Ma stiamo parlando di un “uomo” che nutre da oltre quarant’anni un desiderio segreto di vendetta contro l’Iran, e la sua ascesa al potere gli ha fornito il biglietto d’ingresso di cui aveva bisogno per credere di poter realizzare il suo sogno di una vita, che è al tempo stesso destino e ambizione.

Trump è un grande pensatore e un visionario, ma è anche vittima — anzi, schiavo — delle sue insicurezze: più fallisce, più cerca di compensare con atti di presunta grandezza storica. Ai suoi occhi, sconfiggere l’Iran sarà visto come l’equivalente della “sconfitta dell’URSS” da parte di Reagan: un risultato storico per l’America che sicuramente consoliderà il suo posto negli annali e scolpirà il suo volto nel Monte Rushmore dei Grandi Leader Americani.

Trump è uno di quei classici grandi pensatori che sono tutto visione e niente realizzazione, tutta ambizione e niente concretezza. Dal punto di vista psicologico, un profilo del genere si sviluppa tipicamente in persone con una vita di privilegi che non hanno mai dovuto affrontare le conseguenze dei propri fallimenti grazie a un’infinita rete di sicurezza sotto forma di riserve finanziarie pari a miliardi di dollari. Una persona del genere sviluppa una visione e un gusto stravaganti, ma poca capacità mentale di valutare criticamente i costi e le conseguenze. L’evoluzione di Jeffrey Epstein in un “dilettante” è stata simile: queste persone, abituate a una vita di lusso, sviluppano interessi eclettici e desideri eccentrici e frenetici, ma con scarsa resistenza mentale nel perseguire i propri interessi fino a raggiungere un alto livello di abilità o competenza. Sono i tipici dilettanti con scarso controllo degli impulsi, governati dai capricci dei loro cicli di dopamina.

Il modo in cui Trump, con gli occhi sgranati e la lingua impastata, passa da un “barattolo dei biscotti” all’altro – dalla Groenlandia al Venezuela, all’Iran – sempre facendo marcia indietro per poi raddoppiare la posta – lo dimostra chiaramente. È lo stile di governo di un ragazzino viziato la cui vita di lusso sfrenato ha fritto i suoi circuiti neurali e ha riorientato i suoi percorsi di rischio-ricompensa verso un punteggio di dopamina a basso impulso, degradando drasticamente la sua capacità mentale di concettualizzare o seguire una pianificazione intricata, a lungo termine, coerente e multidimensionale, che dovrebbe essere il punto di forza di un vero leader.

Gli sfoghi deliranti che sfociano in minacce di genocidio e annientamento descrivono accuratamente questo carattere irascibile e poco controllato: l’incapacità di interiorizzare ed elaborare adeguatamente il fallimento e l’umiliazione — i circuiti neurali compromessi portano a un “dirottamento limbico” simile a quello delle scimmie e all’incapacità di controllare le funzioni corporee di base, un fenomeno non dissimile da quello osservato in alcuni tossicodipendenti.

Picture background

Ora entrambe le parti hanno annunciato un importante accordo di cessate il fuoco — o almeno così sembra a prima vista:

Trump si vanta che l’Iran si sia piegato al suo volere per paura del terrificante genocidio che aveva promesso di compiere. In realtà, è probabile che i paesi del Golfo abbiano esercitato pressioni sul Pakistan affinché intervenisse, poiché sapevano che l’inefficace campagna di bombardamenti di Trump non avrebbe fatto altro che spingere l’Iran a distruggere le infrastrutture energetiche dei loro paesi.

Va inoltre sottolineato che l’Iran, per bocca di Araghchi, fa notare che sono stati gli Stati Uniti a richiedere i negoziati e, presumibilmente, il cessate il fuoco, e che il cessate il fuoco stesso è condizionatoSE gli attacchi contro l’Iran vengono interrotti.

In secondo luogo, lo Stretto di Hormuz verrà riaperto sotto l’egida delle Forze Armate iraniane.

È interessante che Trump, nel suo messaggio, ammetta di aver ricevuto il piano di pace in dieci punti dell’Iran e che questo possa costituire una base praticabile per i negoziati. Ciò è sconcertante perché il piano in dieci punti pubblicato dall’Iran è di natura estremamente massimalista e, se attuato anche solo in parte, rappresenterebbe una sconfitta senza precedenti per gli Stati Uniti.

L’Iran afferma che gli Stati Uniti hanno accettato di:

1 —Impegno alla non aggressione
2—Mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
3 —Accettazione dell’arricchimento dell’uranio
4—Revoca di tutte le sanzioni primarie
5 —Revoca di tutte le sanzioni secondarie
6—Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
7—Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio dei Governatori
8 —Pagamento di un risarcimento all’Iran
9—Ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione
10—Cessazione della guerra su tutti i fronti, compresa quella contro Hezbollah in Libano

Una piccola precisazione su quanto detto sopra: l’Iran ha precisato che, per quanto riguarda le «riparazioni» richieste, è disposto ad accettare le nuove tariffe di transito nello Stretto di Ormuz come pagamento sufficiente di tale debito.

Solo un giorno fa Graham ne era terrorizzato:

Naturalmente, molti degli altri punti sono impossibili da attuare perché presuppongono che Israele rispetti gli accordi, cosa che non accadrà mai. Infatti, al momento della stesura di questo articolo Reuters riferisce che Israele ha già promesso di continuare a colpire l’Iran:

Secondo un ufficiale militare israeliano che ha parlato a condizione di rimanere anonimo in ottemperanza alle norme vigenti, mercoledì Israele sta ancora attaccando l’Iran. Pochi istanti prima, la Casa Bianca aveva dichiarato che Israele aveva accettato i termini dell’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran. Anche l’Iran ha continuato a sparare contro Israele.

Ma in fretta, e con un atteggiamento subdolo, ha corretto il testo indicando che il cessate il fuoco non includeva il Libano:

Perché mai? Israele semplicemente non può esistere senza uno spargimento di sangue di qualche tipo.

In effetti, è difficile immaginare come un accordo possa funzionare con una terza parte ostile che lo saboterà apertamente in ogni occasione. Come può l’Iran mantenere aperto lo Stretto di Hormuz e cessare ogni attacco se Israele si limita a ignorare gli Stati Uniti e continua a colpire le infrastrutture iraniane? Trump si crogiolerà di nuovo nella sua «rabbia impotente» nei confronti di Bibi?

Non è diverso dallo scenario della guerra in Ucraina, dove l’Europa non ha alcun interesse a permettere agli Stati Uniti di stringere un accordo con la Russia, e la Russia è quindi impossibilitata a concludere accordi concreti poiché non possono esistere garanzie di sicurezza quando gli europei stanno apertamente muovendo guerra alla Russia attraverso il loro alleato ucraino.

L’altro motivo alla base della tregua è stato probabilmente la pressione esercitata dagli oligarchi su Trump affinché concedesse ai mercati il tempo di stabilizzarsi e tornare alla normalità. È ormai da tempo che sottolineiamo come la “strategia” di Trump consista semplicemente nel continuare a bombardare per guadagnare tempo, nella speranza che il Mossad e la CIA riescano a capire cosa sta succedendo all’interno del Paese e a orchestrare un vero e proprio rovesciamento o un caos totale.

Ma l’Iran sembra aver imparato la lezione: i suoi leader rimasti si sono nascosti in una sorta di modalità fantasma, e in Occidente nessuno sembra avere la minima idea di chi stia effettivamente governando il Paese. Inizialmente questo era stato considerato una grave «debolezza» di un Iran «indebolito», ma l’Occidente si è presto reso conto che questa strategia del «mosaico di massa» ha trasformato l’Iran in un enigma senza pari.

Le agenzie di intelligence occidentali sono disorientate e hanno perso ogni punto d’appoggio. Una delle ragioni di ciò – a ragionare logicamente – potrebbe essere legata all’eliminazione della vecchia guardia, che di solito porta alla sclerotizzazione della leadership di un paese. Le nuove élite, più giovani e più astute, non sono così desiderose di diventare martiri e sono disposte a giocare al gatto e al topo con il colosso dai piedi d’argilla che si trova alle loro porte.

Altri hanno fatto notare che l’amministrazione Trump sembra voler far credere di aver costretto l’Iran a negoziare, quando in realtà l’Iran aveva già presentato apertamente il proprio piano in dieci punti molto tempo fa:

https://substack.com/redirect/32d62532-788a-41a5-99e0-c772e514227d?j=eyJ1IjoiMnJhdzVsIn0.LdPsTym_0XYgEMQmPxFMz7MUB4vK7RSk5p_iJ_FuNQQ

Caitlin Johnstone@caitozÈ pazzesco, Trump ha fatto davvero esattamente quello che Ryan Grim gli aveva suggerito di fare poche ore prima: fingere che il piano in dieci punti dell’Iran sia una nuova proposta, contando sul fatto che i media non abbiano dato risalto alle richieste dell’Iran, in modo da far sembrare che si tratti di una nuova offerta avanzata da Teheran in preda alla disperazione.Ryan Grim @ryangrimTrump mi segue chiaramente su TikTok https://t.co/qhW36GoxPm01:05 · 8 aprile 2026 · 613.000 visualizzazioni119 risposte · 2.290 condivisioni · 11.200 Mi piace

Si tratta dello stesso stratagemma utilizzato contro la Russia – uno che a quanto pare funziona solo su un pubblico americano indottrinato dalla propaganda – in base al quale le richieste espresse apertamente dalla Russia vengono costantemente ignorate per poi essere reintrodotte nel ciclo delle notizie quando ciò si adatta all’agenda politica dell’amministrazione, al fine di costruire la narrazione secondo cui si sta mettendo a punto un nuovo «accordo».

Ormai è una storia vecchia: i trucchetti politici di questo governo si vedono arrivare da un chilometro di distanza.

È altrettanto evidente che l’«accordo» sia stato raggiunto il giorno dopo che gli Stati Uniti hanno subito le perdite più gravi degli ultimi decenni, poco dopo che molte delle loro basi regionali più importanti sono state abbandonate, le loro portaerei messe fuori uso e costrette alla fuga, e si dice che anche la «Tripoli», che trasportava i marines, sia stata bersagliata da missili e costretta a fuggire proprio ieri. È chiaro che erano gli Stati Uniti a trovarsi in una posizione di debolezza e ad avere un disperato bisogno di questo cessate il fuoco.

Il New York Times ha addirittura affermato che la guerra ha ottenuto l’esatto contrario dell’obiettivo dichiarato: anziché distruggere la civiltà iraniana, l’ha proiettata al rango di superpotenza:

https://www.nytimes.com/2026/04/06/opinion/iran-war-strait-hormuz.html

Negli ultimi anni, secondo la visione geopolitica prevalente, l’ordine mondiale si stava orientando verso tre centri di potere: gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Tale visione partiva dal presupposto che il potere derivasse principalmente dalla portata economica e dalla capacità militare.

Tale presupposto non è più valido. Sta rapidamente emergendo un quarto centro di potere globale — l’Iran — che non rivaleggia con quelle tre nazioni né dal punto di vista economico né da quello militare. Il suo nuovo potere deriva invece dal controllo che esercita sul punto nevralgico più importante per l’economia globale in termini energetici: lo Stretto di Hormuz.

Il Financial Times si spinge oltre verso la conclusione logica della guerra:

https://archive.ph/PUTEv

«Il conflitto potrebbe fungere da catalizzatore per un indebolimento del predominio del petrodollaro e segnare l’inizio del “petroyuan”», sostiene Mallika Sachdeva, stratega della Deutsche Bank. In altre parole, la guerra di Trump potrebbe portare alla normalizzazione delle vendite di energia in valute diverse dal dollaro.

Infine, il conflitto rafforza l’immagine della Cina come partner più stabile rispetto agli Stati Uniti sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Proprio la settimana scorsa il premier cinese Li Qiang ha riunito oltre 70 amministratori delegati di aziende internazionali al China Development Forum per promuovere l’affidabilità del Paese e le sue catene di approvvigionamento. Secondo i dati esclusivi di un sondaggio condotto da Morning Consult, la popolarità della Cina rispetto agli Stati Uniti è effettivamente in aumento.

Per concludere, parlare di cessate il fuoco è probabilmente inutile, poiché è impossibile che le contraddizioni tra le due parti possano reggere. Per ora non è altro che una messinscena politica volta a dare a Trump una spinta di immagine di cui ha grande bisogno, con l’Iran che per il momento asseconda questa mossa poiché non ha nulla da guadagnare dal protrarsi di un conflitto che non ha nemmeno iniziato, soprattutto quando l’opinione pubblica mondiale ha già dichiarato l’Iran vincitore unanime.

Detto questo, resta da capire cosa accadrà una volta scaduto il termine, o quando Israele inevitabilmente violerà la tregua. Sappiamo che, in larga misura, le minacce di Trump di una «distruzione totale» dell’Iran erano solo un bluff, per due motivi:

  1. Gli Stati Uniti non hanno la capacità di «distruggere» l’Iran, nemmeno lontanamente, nella misura in cui Trump se lo immagina, almeno non senza ricorrere alle armi nucleari. L’Iran è un Paese troppo vasto, le sue industrie hanno una portata troppo ampia e gli Stati Uniti dispongono di troppo poche munizioni. Anche le principali fabbriche che sono già state colpite hanno subito solo danni lievi e saranno riparate nel giro di pochi giorni o settimane.
  2. Le ripercussioni e le conseguenze negative di eventuali attacchi di questo tipo danneggerebbero indirettamente gli Stati Uniti più di quanto danneggino l’Iran, dato che l’Iran riverserebbe il doppio del dolore sui paesi del Golfo; ciò non solo danneggerebbe gravemente gli interessi statunitensi, ma comprometterebbe per sempre il ruolo degli Stati Uniti come impero.

Trump sa bene, quindi, che i suoi deboli tentativi di bluff devono essere mascherati da continue «proroghe delle scadenze» per riuscire a trovare una via d’uscita dal disastroso errore di valutazione di cui è lui stesso responsabile.

Ricordo della spavalderia ingenua dei primi di marzo:

Siamo passati da «nessun accordo se non la resa incondizionata» a una tregua basata sulle richieste massimaliste dell’Iran. La realtà è dura da digerire.

Concludiamo con alcune dichiarazioni davvero sbalorditive di Trump:

Prima spiega che agli iraniani piace essere bombardati. Poi afferma che i manifestanti vengono uccisi dalle truppe del regime, per poi ammettere di aver armato proprio quei manifestanti… allo scopo di far sparare contro il regime. Come si fa ad armare delle persone per una rivolta violenta e poi lamentarsi quando quegli insorti armati vengono repressi?

Ma questa storia l’abbiamo già vista.

Con la sua propaganda senza compromessi, l’Iran ricorda al mondo che, a conti fatti – accordo di pace o meno – questo regime ha le mani sporche di sangue. Il mondo non dimenticherà il massacro della scuola di Minab e si chiederà per sempre se le anime dei responsabili saranno perseguitate.


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È ufficiale: truppe statunitensi sul territorio iraniano, dopo un’altra giornata di umilianti sconfitte_di Simplicius

È ufficiale: truppe statunitensi sul territorio iraniano, dopo un’altra giornata di umilianti sconfitte.

Simplicio5 aprile
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La mattina è iniziata con la notizia di una vasta operazione statunitense per recuperare il secondo pilota iraniano abbattuto, che si era eiettato dal suo F-15E giovedì. L’entità delle perdite per questa sola operazione si è rivelata enorme, con gli Stati Uniti che hanno perso aerei per centinaia di milioni di dollari, presumibilmente nel tentativo di riportare il pilota in salvo.

L’operazione ha coinvolto ogni sorta di unità delle forze speciali, il che ha comportato per la prima volta, almeno ufficialmente, la presenza di truppe sul territorio iraniano.

La storia è più o meno questa:

L’F-15E è precipitato giovedì sopra l’Iran sud-occidentale, e il secondo membro dell’equipaggio avrebbe stabilito il primo contatto radio intorno a mezzogiorno di venerdì, dopo essersi arrampicato su una montagna per trasmettere il segnale di emergenza.

Dal corrispondente capo di Fox News per la sicurezza nazionale:

Fox News può confermare che il secondo membro dell’equipaggio del caccia F-15E abbattuto è stato tratto in salvo e che lui e i membri della squadra di soccorso che lo ha estratto da dietro le linee nemiche in Iran sono tutti sani e salvi fuori dall’Iran. Lo affermano due alti funzionari statunitensi e diverse fonti ben informate nella regione. L’ufficiale addetto ai sistemi d’arma si è eiettato insieme al pilota quando il loro F-15E Strike Eagle è stato colpito giovedì sera (nelle prime ore di venerdì ora locale) nel sud-ovest dell’Iran.

Il WSO ha utilizzato l’addestramento SERE (Sopravvivenza, Evasione, Resistenza e Fuga) per sfuggire alla cattura, nascondendosi su una cresta elevata dopo essersi allontanato a piedi dal relitto e aver acceso un segnalatore di emergenza. Le forze di soccorso delle Operazioni Speciali statunitensi, inclusi i PJ (Pararescuemen dell’Aeronautica degli Stati Uniti (PJ) e molti livelli di forze di soccorso d’élite, hanno partecipato alla complessa missione per trovare il membro dell’equipaggio e tenere a bada le forze iraniane che davano la caccia all’operatore del sistema d’arma americano. Sono emersi video di testimoni oculari locali che mostrano quelli che sembrano essere membri iraniani delle Guardie Rivoluzionarie e dei Basij feriti e morti che stavano cercando il membro dell’equipaggio americano abbattuto. Fox ha appreso che ci sono stati combattimenti sul terreno, ma nessun americano è rimasto ucciso durante l’operazione. “È stata un’operazione molto complessa per recuperare il militare abbattuto”, mi ha detto una fonte ben informata sull’operazione. Molte diverse branche delle forze armate statunitensi sono state coinvolte nel salvataggio.

Fox News può confermare che l’A-10 Warthog precipitato venerdì era impegnato a fornire copertura alle squadre di soccorso alla ricerca del pilota. L’A-10 si è schiantato in Kuwait (come riportato per la prima volta da ABC venerdì), ma il pilota è riuscito a eiettarsi in sicurezza ed è stato tratto in salvo. Mi è stato riferito che c’è stata la distruzione di velivoli che trasportavano apparecchiature sensibili, il tutto nell’ambito di questa complessa missione CSAR (Ricerca e Soccorso in Combattimento).

L’F-15E è stato praticamente distrutto nell’impatto. Due elicotteri di soccorso sono stati colpiti dal fuoco nemico venerdì e i membri dell’equipaggio a bordo sono rimasti feriti, ma sono riusciti a lasciare l’Iran.

Mi è stato riferito che in questo salvataggio hanno agito in modo complesso, tenendo conto di molti fattori.

https://www.dailymail.co.uk/news/article-15707635/Trumps-extraction-airman-Iran-failed.html

Le varie squadre delle forze speciali statunitensi, tra cui i Pararescue dell’aeronautica, avrebbero ingaggiato scontri a fuoco con le milizie Basij iraniane per tenerle sotto fuoco di copertura durante l’estrazione del militare.

Secondo alcune fonti, le squadre di soccorso aereo dell’aeronautica statunitense starebbero conducendo un’operazione per recuperare l’ultimo pilota di F-15 ancora presente in territorio iraniano.

Secondo quanto riferito, gli elicotteri HH-60 Pave Hawk sono attivi sulle province di Chaharmahal e Bakhtiari, dove sono in corso pesanti combattimenti.

Nell’ultima ora, l’unità ‘Saberin’ delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e le forze speciali aviotrasportate “65th (NOHEN)” si sono scontrate con i paracadutisti di soccorso e le forze speciali statunitensi presenti nella zona.

Secondo le accuse, gli Stati Uniti avrebbero impiegato due aerei da trasporto HC-130, oltre a diversi tipi di elicotteri e altri velivoli (Dash-8, MH-60, droni Reaper, ecc.).

Il C-295W modernizzato dell’aeronautica militare statunitense è stato avvistato a bassissima quota nei cieli sopra l’Iran.

L’aereo è in servizio presso il 427° Squadrone Operazioni Speciali (427° SOS), un’unità specializzata e segreta che fa parte del Comando Operazioni Speciali dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti (AFSOC).

La versione ufficiale afferma che gli HC-130 rimasero impantanati nel “fango” dopo l’atterraggio e dovettero essere distrutti a terra insieme a diversi elicotteri, sebbene in seguito questa versione sia stata corretta in “guasto meccanico”, nonostante siano stati trovati fori di proiettile sulle ali e sulla fusoliera dei rottami.

Ma allacciate le cinture, perché è qui che la storia comincia a sgretolarsi.

Si ritiene che l’F-15E originale abbattuto sia precipitato nell’Iran sudoccidentale, e le foto del suo relitto sono state geolocalizzate approssimativamente alle coordinate 30.787710, 50.701440, a circa 80 km dalla costa iraniana.

Come si può notare, anche le principali testate giornalistiche hanno riportato che l’incidente è avvenuto nella provincia sud-occidentale del Khuzestan:

https://www.usatoday.com/story/graphics/2026/04/03/where-did-us-f15-jet-crash-iran/89451983007/

Per quanto mi è stato possibile, ho rintracciato la geolocalizzazione originale fino a questo post , che mostra gli elicotteri di ricerca e soccorso da combattimento US Pave Hawk in volo sopra l’area che si presume essere il luogo dell’incidente originale dell’F-15E.

Ma ecco il colpo di scena: il nuovo filmato degli aerei da trasporto e degli elicotteri americani C-130 distrutti è stato geolocalizzato a oltre 200 km di distanza, alle seguenti coordinate: 32.258394, 51.901927.

Aerei C-130 ed elicotteri MH-6 distrutti.

La geolocalizzazione sopra riportata si trova appena a sud di Isfahan e, come potete vedere, a circa 200 km dalla precedente geolocalizzazione del CSAR:

Una precisazione: la geolocalizzazione del CSAR sembrava mostrare solo un gruppo di elicotteri di ricerca che transitavano in quella zona, non geolocalizzava effettivamente il relitto dell’F-15E abbattuto. Per quanto ne sappiamo, quegli elicotteri potrebbero essere stati diretti da lì verso il sito di Isfahan. Ma ricordiamo che anche fonti ufficiali dei media mainstream con contatti nel governo avevano inizialmente riportato che l’incidente era avvenuto proprio nell’area in cui erano stati avvistati e geolocalizzati gli elicotteri del CSAR; quindi questa conclusione non si basa su un singolo elemento di prova.

Inoltre, è ovviamente più logico che un F-15E operasse nella zona costiera piuttosto che a 300 km di profondità a Isfahan, in Iran, a lanciare bombe a corto raggio, compito che si penserebbe più adatto a velivoli stealth.

Tuttavia, una successiva geolocalizzazione avrebbe individuato il luogo dello schianto dell’F-15E appena a sud di Isfahan, alle coordinate 32°22’52.5”N 51°40’19.6”E .

Samir@obritix Luogo dello schianto di un F-15E dell’USAF, geolocalizzato a circa 25 km a sud di Isfahan google.com/maps?ll=32.381… 21:08 · 5 aprile 2026 · 82.800 visualizzazioni13 risposte · 81 condivisioni · 452 Mi piace

La foto qui sopra, utilizzata per la geolocalizzazione e che mostra il cratere, proviene dalla serie originale di foto con i detriti dell’F-15E visibili qui . Ciò collocherebbe la distanza tra i due siti dei detriti a circa 25 km:

Quello a nord-ovest è il luogo dello schianto dell’F-15E, mentre quello a sud-est è il campo dei detriti del C-130. Torneremo su questo punto tra un attimo.

Poi c’è il fatto che sono stati usati due C-130 per recuperare un singolo pilota abbattuto, un aereo progettato per trasportare quasi 100 passeggeri. Non sembra sospetto anche a voi ?

Certo, la versione ufficiale afferma che un gran numero di forze speciali sono state trasportate in aereo:

ULTIM’ORA: I due aerei MC-130 che trasportavano circa 100 membri delle forze speciali statunitensi in Iran per recuperare l’ultimo membro dell’equipaggio dell’F-15, il WSO (War Officer Officer), hanno subito guasti meccanici e non sono riusciti a decollare, rischiando di lasciare i commando bloccati dietro le linee nemiche – Reuters

Ma se così fosse, come hanno fatto a ottenere lo stesso numero dopo che entrambi gli aerei hanno subito “guasti meccanici”?

Ma aspettate, c’è dell’altro.

I resti geolocalizzati dei C-130 che apparentemente utilizzavano una “pista di atterraggio agricola” locale (32.223369, 51.897678) si trovano proprio oltre una montagna, a circa 35 km di distanza, dall’impianto nucleare di Isfahan, dove si presume sia stoccato l’uranio arricchito iraniano “quasi per uso bellico”.

In un articolo pubblicato il mese scorso, Rafael Grossi ha dichiarato quanto segue:

Quasi metà dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% di purezza, un passo fondamentale per raggiungere il livello necessario alla produzione di armi nucleari, era stoccato in un complesso di tunnel a Isfahan e probabilmente si trova ancora lì, ha dichiarato lunedì Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

https://archive.ph/pCo90

Ascoltate attentamente qui sotto:

Tramite il link sopra riportato nella citazione, è possibile confermare che si fa riferimento al Centro di Tecnologia Nucleare di Isfahan, al centro della discussione. A quanto pare, presso il “complesso missilistico” collegato, si trova un complesso sotterraneo, il cui ingresso meridionale è alle seguenti coordinate: 32.585522° N, 51.814933° E.

Ciò colloca la fallita operazione clandestina statunitense a 35 km a sud-est di uno dei principali siti di estrazione di uranio dell’Iran.

È quindi logico ipotizzare che l’operazione di “salvataggio” dell’F-15E fosse una messinscena, un tentativo di depistare le indagini e nascondere qualcosa di ben più losco. Ricordiamo che Trump aveva parlato di esfiltrare l’uranio iraniano, un’operazione che avrebbe richiesto la costruzione di piste di atterraggio nel Paese. È plausibile che questo piano fosse già in atto da tempo, e che Trump abbia guadagnato tempo affermando che si trattava solo di una “possibilità” teorica attualmente in fase di valutazione.

Uno dei vicepresidenti iraniani, Esmaeil Saghab Esfahani, ha dato un indizio sul suo account ufficiale:

Ma se l’F-15E si fosse davvero schiantato vicino a Isfahan, sorgerebbero molti interrogativi:

Perché mai un F-15E dovrebbe sorvolare direttamente Isfahan? Anche se stesse bombardando il complesso nucleare con munizioni a corto raggio, non avrebbe bisogno di avvicinarsi così tanto, soprattutto sopra un importante centro abitato che probabilmente dispone di un sistema di difesa aerea concentrato.

È possibile che gli F-15 venissero utilizzati per fornire copertura all’altra operazione clandestina e che fosse necessario avvicinarli ulteriormente per scopi diversivi e per il supporto aereo ravvicinato (CAS) diretto con missili Maverick, bombe a guida laser, ecc., che hanno una gittata estremamente limitata e necessitano di una linea di vista diretta con l’aereo per colpire i bersagli. Ad esempio, i rapporti affermano apertamente che i caccia statunitensi hanno condotto attacchi diretti contro le forze iraniane che si avvicinavano all’area dell’operazione SAR. Ciò significa che sappiamo con certezza che i jet sono stati, almeno a detta di alcuni, impegnati in attacchi in quella zona, ma non dobbiamo necessariamente credere alla motivazione ufficiale . È molto probabile che abbiano attaccato per supportare la vera missione clandestina delle forze speciali, che fosse legata all’uranio o che si trattasse dell’inizio della base FARP (Forward Arming and Refueling Point) per scopi futuri.

C’è anche la nuova storia secondo cui la CIA avrebbe condotto un’operazione psicologica diversiva per far credere agli iraniani che gli Stati Uniti stessero trasferendo il pilota recuperato verso la costa in un convoglio, mentre la vera operazione di ricerca e salvataggio si svolgeva nell’entroterra del paese:

https://www.yahoo.com/news/articles/us-fooled-iran-rescue-downed-112116412.html

Funzionari statunitensi avevano precedentemente confermato la missione a FOX News, spiegando che la Central Intelligence Agency (CIA) aveva condotto un’ampia campagna di depistaggio nell’ambito dell’operazione di salvataggio.

La campagna della CIA consisteva nel diffondere in Iran la notizia che le forze statunitensi lo avevano già trovato e lo stavano trasferendo via terra per l’esfiltrazione, confondendo così le forze e la leadership iraniane impegnate nella ricerca del pilota scomparso.

Mentre le forze iraniane lottavano contro la disinformazione, l’intelligence statunitense è riuscita a localizzare il pilota in Iran e a fornire assistenza in una missione di estrazione delle forze speciali americane.

Conclusione

Possiamo formulare diverse conclusioni speculative.

1. Le truppe di terra sono già in azione in profondità nel territorio iraniano, e si concentrano proprio nell’area in cui l’Iran immagazzina il suo prezioso uranio. È molto probabile che Trump volesse mettere in scena un colpo di scena a sorpresa prima di annunciare al mondo una grande “vittoria”.

2. Molti hanno fatto notare che tutta questa vicenda dimostra quantomeno che l’Iran è stato indebolito a tal punto da permettere agli Stati Uniti di condurre missioni aeree in profondità nell’Iran centrale, anche con truppe a bordo, che riescono a entrare e uscire senza subire perdite.

Può darsi, ma allo stesso tempo, qualunque fosse lo scopo di quest’operazione, sembra essere stata un fallimento clamoroso con enormi perdite di materiale, se non di uomini, a seconda che si creda o meno alle versioni ufficiali. Possiamo presumere che se gli Stati Uniti avessero perso uomini, i corpi sarebbero stati ritrovati tra i rottami o altrove, e l’Iran li avrebbe esibiti con orgoglio. Quindi è lecito supporre che gli Stati Uniti non abbiano subito molte perdite, anche se non si tratta di una certezza assoluta.

L’Iran è un paese prevalentemente montuoso e, pertanto, è possibile effettuare piccole missioni clandestine che eludono la copertura radar, poiché è estremamente difficile far funzionare radar a lungo raggio in aree dove le montagne bloccano le onde radar in ogni direzione.

La mia personale ipotesi riguardo al punto precedente è la seguente: se dovesse verificarsi un’operazione delle forze speciali, verrebbe condotta solo con l’aiuto di “informatori interni”, come è successo in Venezuela. Se gli americani riuscissero a creare rapidamente un FARP (Forze Armate di Riserva) vicino a Isfahan allo scopo di organizzare un’incursione lampo, ciò sarebbe probabilmente possibile solo se scienziati e altri traditori, corrotti o ricattati, avessero intenzione di aiutare le unità delle forze speciali a entrare nei complessi, probabilmente sotto mentite spoglie o con qualche altro stratagemma.

L’operazione ha comportato perdite piuttosto considerevoli:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/05/iran-war-latest-news-trump-strait-hormuz-f15-pilot-rescue/

Totale dall’Operazione Epic Failure finora:

Il disastro sembra aver fatto precipitare un Trump squilibrato e instabile in un vero e proprio parossismo di rabbia incontrollata:

Sì, si tratta di un post autentico del Presidente in carica degli Stati Uniti.

A ciò si aggiunge il fatto che, secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero implorando l’Iran di concedere un cessate il fuoco di 48 ore, richiesta che l’Iran avrebbe respinto. Questo probabilmente è legato all'”operazione di salvataggio”, uno stratagemma per indurre l’Iran a cessare il fuoco e permettere così agli Stati Uniti di salvare le proprie truppe.

Gli iraniani hanno recuperato oggetti interessanti dal campo di macerie, tra cui crema solare, in vista di un “soggiorno prolungato” in territorio nemico:

La televisione iraniana ride del fallimento:

Il NYT conferma ancora una volta quanto avevamo già riportato, ammettendo che l’Iran sta riparando rapidamente tutte le sue basi missilistiche danneggiate.

https://www.nytimes.com/2026/04/03/us/politics/iran-missiles-launchers.html

Ascolta un po’:

Valutare con precisione le attuali capacità dell’Iran è stato difficile perché l’Iran sta impiegando un numero significativo di esche e gli Stati Uniti non sono certi di quanti dei presunti lanciatori distrutti fossero in realtà reali. Sebbene gli Stati Uniti dispongano di una stima dei lanciatori missilistici iraniani risalenti al periodo precedente la guerra, tale cifra non è precisa. È stato inoltre difficile valutare quanti lanciatori possano trovarsi in bunker o grotte colpiti dai raid aerei americani o israeliani.

In breve, è proprio come abbiamo sempre sostenuto: gli Stati Uniti non hanno la minima idea di cosa abbiano effettivamente eliminato, stanno solo tirando a indovinare. Praticamente tutti gli obiettivi che colpiscono sono in realtà dei bersagli diversi.

Oltretutto, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti stanno esaurendo i veri obiettivi perché l’Iran ha semplicemente nascosto tutto, permettendo agli Stati Uniti di “scatenarsi” su obiettivi vuoti, infrastrutture civili, ecc.

https://www.politico.com/news/2026/04/02/trump-vows-to-keep-attacking-iran-but-hes-running-out-of-targets-to-hit-00856497

L’aviazione iraniana, la forza missilistica balistica, ecc., sono rimaste pressoché intatte. Sono tutte nascoste sottoterra e fortificate nella parte orientale del paese, con le Guardie Rivoluzionarie disperse sul territorio che si limitano ad “aspettare che gli Stati Uniti si arrendano” finché non si esauriranno le principali munizioni offensive.

Ricordate questo meme?

È proprio per questo che Trump ora si è concentrato esclusivamente sulle infrastrutture civili, come ha affermato nel suo delirante sfogo di prima. Non gli è rimasto più nulla da colpire che possa minimamente cambiare le cose: non ha più alternative.

Anche Israele ha fatto lo stesso, per le stesse ragioni. Sconfitti militarmente, gli Stati Uniti e Israele non possono far altro che fare ciò che sanno fare meglio: terrorizzare i civili nella speranza di trasformare l’Iran in uno stato fallito come Cuba, o come gli innumerevoli altri sfortunati che sono stati “liberati” dal potente Impero.


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Non è vero, ma se è vero…di WS

L’ ultimo  articolo di Simplicius   qui  https://italiaeilmondo.com/2026/04/04/disastro-loperazione-eta-della-pietra-comincia-a-ritorcersi-contro-di-loro_di-simplicius/

snocciola dati       che  fanno   sempre più      credere    che l’ Iran  stia  affrontando   questa   aggressione U$raeliana  ben più  preparata  di quanto  fosse  mai ipotizzabile  prima  e  che   i suoi  aggressori ,  o di certo quantomeno  gli U$A,   ne  siano rimasti  sorpresi   e privi  di una qualche   strategia    che non  sia   una pericolosa escalation.

Ed infatti   qui https://smoothiex12.blogspot.com/2026/04/here-is-colonel-general.html una persona competente prospetta ora l’ ipotesi strategica che fu anche la mia il 7-10-23; si fosse cioè in presenza   di  un “gioco triplo” in cui Israele  certamente  usava la reazione palestinese alle proprie provocazioni per risolvere i suoi problemi strategici cacciando i palestinesi  dalla Palestina, ma che al contempo l’ Iran avrebbe poi potuto usare la reazione israeliana all’ attacco di Hamas per risolvere i propri problemi strategici cacciando gli U$A dal MO.

Se questo fosse ,  quello iraniano  sarebbe  un piano lucido e complesso finalizzato a farsi aggredire sul proprio terreno simulando una debolezza pagata col sangue delle proprie elites prima ancora che di quelle del popolo. Una  mossa che  ai nostri occhi di “moderni” pare assurda fino all’ impossibile, ma che è stata spesso usata in passato da élites moralmente superiori alle nostre attuali e per le quali il termine “noblesse oblige” non era  allora   un modo di dire usato  per giustificare spese da nababbi.

Se si usa questa chiave di lettura però  tante passate incongruenze politiche iraniane risulterebbero ora spiegabili, come certi “martirii” mal prevenuti e mai vendicati in modo decente ( Sulemaini , Raisi, Nashrallah ed infine lo stesso khamenei ) e quella continua ostinazione a “trattare” con un nemico aggressivo e bugiardo.

  L’ ho infatti detto spesso qui sopra sotto forma di domanda . Come era possibile che l’ Iran non potesse dotare gli Hez di cercapersone sicure? Come era possibile che non venisse mai posto un valido rimedio alla penetrazione spionistica U$raeliana?

Come era possibile che l’ Iran non si dotasse di una ricerca nucleare “sigillata” come la NK? Come era possibile una simile postura di debolezza che contraddice ogni manuale di strategia se non appunto voler apparire deboli e confusi per attirare il nemico in una trappola?

E come poteva funzionare una simile strategia con un aggressore astuto senza prima  attirarlo con un sacrificio che lo invogliasse  all’aggressione, senza quindi infliggere in risposta  perdite  che lo confermassero nelle sue sicurezze di schiacciante superiorità ?

Perché  qui  non c’ è soltanto  la   “resilienza”  iraniana  alle bombe U$raeliane,   ma anche la RESISTENZA   di un Hezbollah   che sta  decimando un  esercito israeliano    entrato in forza nel Libano  nella  convinzione  che gli Hez  fossero  non solo “ decapitati”  ma pesantemente indeboliti  dalla precedente  “guerra  per Gaza”    in  cui  gli Israeliani  si   sono  considerati  vincitori   grazie  alle “mediazioni”   del suo  socio-golem  americano.

E   non è  solo questo!  Per lanciare   questa operazione   ormai “stallata” in Libano,   a Israele   deve  essere  sembrata   decisiva  pure la presa U$raeliana  della Siria   tramite il suo ISIS;  una  soluzione  che  tagliava  così  il “cordone  di  terra”   tra gli Hez  e l’Iran. Quel cordone  che però evidentemente  aveva  trovato  altre  strade   come quelle che   da  sempre  raggiungono  gli  Huthi  nello Yemen     super  assediato.

E  alla  luce  di questa  constatazione    si può  trovare   anche una spiegazione logica   della rapida  ritirata  iraniana  dalla  Siria  interpretata di sicuro  anche  da U$raele  come un altro importante  segno  di debolezza.

In conclusione,  però, chiediamoci   se tutto questo può  essere  vero.

 Dovesse esserlo,   l’ Iran non potrebbe  aver   architettato tutto  questo da  solo  perché  non potrebbe vincere  strategicamente  questa  guerra  senza  avere   la certezza  di   un  aiuto  russo-cinese  non  tanto    dissimile  da  quello  ricevuto  dal Nord Vietnam  per    espellere, seppur  a carissimo prezzo, gli USA  dal   sud-est  asiatico.

Soprattutto   però  in questo  caso   più che  quello militare  sarebbe  determinante  l’aiuto politico  nel  convincere     “alleati”  sunniti  di U$rael  che la loro  sicurezza  sarebbe  comunque  garantita  una  volta   espulsi   definitivamente  gli U$A   dal MO.

Perché  U$rael     ora   sta  pesantemente  sulle  scatole  anche   a loro  e il petrolio  del MO  è  troppo  fondamentale per la sicurezza  globale  per lasciarlo nelle mani  di  simili malfattori.

Ma  questa ipotesi sarà vera?  Io la riterrei improbabile  perché  troppo complessa; ma se è vera sarebbe  un capolavoro.

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Disastro: l’operazione “Età della Pietra” comincia a ritorcersi contro di loro_di Simplicius

Disastro: l’operazione “Età della Pietra” comincia a ritorcersi contro di loro.

Simplicius 4 aprile
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Appena un giorno dopo che Trump aveva promesso di riportare l’Iran all'”età della pietra”, gli Stati Uniti hanno vissuto le 24 ore più disastrose della loro guerra aerea contro l’Iran fino ad ora.

Tra le perdite più significative, spiccano quelle degli F-15 e degli A-10, confermate dopo essere state colpite in volo dalla difesa aerea iraniana. Oltre a questi, si segnalano anche diversi altri velivoli abbattuti a terra:

Analisi dettagliata di un account OSINT :

Nelle ultime 24 ore si sono verificati diversi incidenti che hanno coinvolto velivoli statunitensi nell’area di competenza del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM):


1. Un F-15E “Strike Eagle” dell’aeronautica statunitense è stato colpito dal fuoco iraniano ed è precipitato in Iran. Entrambi i membri dell’equipaggio sono sopravvissuti, uno dei quali è stato tratto in salvo, mentre è in corso una vasta operazione di ricerca e soccorso per il secondo.
2. Un elicottero HH-60W “Jolly Green II” dell’aeronautica statunitense, impegnato nelle operazioni di soccorso dell’equipaggio di un F-15 abbattuto, è stato colpito da colpi di arma da fuoco e almeno un membro dell’equipaggio è rimasto ferito, ma ha comunque fatto ritorno alla base.
3. Il pilota di un A-10C “Thunderbolt II” dell’aeronautica statunitense si è eiettato sul Golfo Persico, e l’Iran ha rivendicato la responsabilità dell’abbattimento. Il pilota è stato recuperato sano e salvo.
4. Un F-16C “Fighting Falcon” dell’aeronautica statunitense è apparso brevemente sui siti di tracciamento dei voli, emettendo il codice transponder 7700 (emergenza) sopra l’Iraq.
5. Un KC-135 “Stratotanker” dell’aeronautica statunitense stava emettendo il segnale 7700 (emergenza) sopra Israele.

Foto di un elicottero Chinook distrutto.

Si dice che l’F-16 abbia emesso un segnale di emergenza, ma che sia poi rientrato alla base.

Molti degli incidenti si sono verificati durante le operazioni di soccorso, quando le squadre di evacuazione statunitensi stavano cercando di localizzare i piloti eiettati nella provincia del Khuzestan, nell’Iran occidentale. Secondo quanto riferito, un pilota è stato recuperato, mentre non si hanno notizie del secondo.

Nel bel mezzo della catastrofe in corso, Trump ha continuato a lanciare minacce con distacco contro le infrastrutture civili iraniane:

Ciò che ha reso gli sviluppi ancora più interessanti è il fatto che, sullo sfondo di una campagna militare fallimentare, Hegseth ha condotto una massiccia epurazione ai vertici delle forze armate statunitensi. Questo ha naturalmente alimentato voci e conclusioni secondo cui era in corso una sorta di ammutinamento dietro le quinte riguardo ai disastrosi piani di Trump per le operazioni di terra in Iran.

Certo, si tratta solo di speculazioni, dato che il Pentagono ha pubblicato un elenco più “ordinario” di giustificazioni per l’epurazione, ma la tempistica è chiaramente troppo sospetta perché questa ipotesi sia credibile.

Ciò avvenne tra voci secondo cui Trump avrebbe spinto per un’operazione di terra in Iran dal tono quasi comico, in cui attrezzature per l’estrazione mineraria sarebbero state paracadutate nel paese e si sarebbero dovute costruire piste di atterraggio per sostenere una forza in grado di esfiltrare l’uranio iraniano.

Secondo due persone a conoscenza della questione, l’esercito statunitense ha presentato al presidente un piano per sequestrare quasi 450 chilogrammi di uranio altamente arricchito in Iran, che prevede il trasporto aereo di attrezzature per lo scavo e la costruzione di una pista di atterraggio per aerei cargo in grado di trasportare il materiale radioattivo.

È più che assurdo, rasenta la follia.

Oltretutto, The Intercept ha segnalato che è in corso un’importante operazione di insabbiamento del numero delle vittime, con un numero reale di morti statunitensi di gran lunga superiore a quello riportato:

The Intercept@theintercept Centinaia di militari statunitensi sono rimasti uccisi o feriti nella regione da quando gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro l’Iran poco più di un mese fa. Il CENTCOM ha diffuso dichiarazioni obsolete sul numero delle vittime. interc.pt/4cm5Ua4 14:18 · 2 aprile 2026 · 2,19 milioni di visualizzazioni657 risposte · 9.640 condivisioni · 23.500 Mi piace

È stato inoltre annunciato che il 5° quartier generale della Marina statunitense in Bahrein è stato evacuato:

https://www.npr.org/2026/04/03/nx-s1-5770491/evacuation-bahrain-norfolk-troops

U.S. Nuove esperienze 5 Nuove KK in Behrin

Il Pentagono ha confermato che 1.500 marinai, le loro famiglie e i loro animali domestici sono stati trasferiti dalla base navale di supporto (NSA) in Bahrain alla base navale di Norfolk, in Virginia.

La base NSA in Bahrein è (era) il quartier generale della Quinta Flotta statunitense. Fu colpita più volte il 28 febbraio, giorno di apertura dell’Operazione Epic Fury, e diverse altre volte in seguito.

Le immagini satellitari hanno confermato la distruzione di almeno sette strutture solo nella prima settimana, tra cui infrastrutture di comunicazione e magazzini. I marinai stanno arrivando a Norfolk con il minimo indispensabile che entra in uno zaino. Sono stati chiamati gruppi di volontari per fornire articoli da toeletta di base.

Prima della guerra, la base ospitava circa 8.000 persone , di cui 1.500 sono state evacuate. Tuttavia, tra i dettagli, si perde di vista il fatto che la base era già stata ridotta al “personale essenziale per la missione” dopo i primi attacchi dei droni iraniani. Pertanto, non ci viene detto se la base sia completamente vuota e di fatto abbandonata, ma qualunque sia la situazione definitiva, resta un evento senza precedenti il ​​fatto che un avversario sia riuscito a neutralizzare a tal punto uno dei quartier generali più importanti dell’Impero.

Ricordate il mio recente monitoraggio delle cifre ufficiali statunitensi sulla presunta distruzione delle capacità missilistiche balistiche dell’Iran? Inizialmente si parlava del 100% secondo Trump, poi del 90%, dell’80%, del 70% e ora siamo scesi a “circa la metà” di missili distrutti, secondo la CNN :

Secondo recenti valutazioni dell’intelligence statunitense, riferite alla CNN da tre fonti a conoscenza dei fatti, circa la metà dei lanciamissili iraniani è ancora intatta e migliaia di droni d’attacco a senso unico rimangono nell’arsenale iraniano, nonostante i quotidiani bombardamenti statunitensi e israeliani contro obiettivi militari nelle ultime cinque settimane.

“Sono ancora pronti a scatenare il caos più totale in tutta la regione”, ha affermato una delle fonti a proposito dell’Iran.

Secondo quanto riferito da due fonti, migliaia di droni iraniani sono ancora in servizio, circa il 50% delle capacità di droni del Paese. Le informazioni raccolte nei giorni scorsi indicano inoltre che un’ampia percentuale dei missili da crociera iraniani per la difesa costiera è rimasta intatta, il che è coerente con la strategia statunitense di non concentrare la propria campagna aerea sulle basi militari costiere, nonostante i missili abbiano colpito diverse navi. Questi missili rappresentano una capacità fondamentale che consente all’Iran di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.

Ancora una volta, la nostra analisi si rivela corretta: l’Iran non sta subendo perdite così drastiche come si afferma. Il numero reale di sistemi missilistici distrutti è probabilmente inferiore al 10%, poiché gli Stati Uniti colpiscono pochissimi obiettivi concreti e l’Iran è stato abile nel conservarli per “resistere alla tempesta” del ben noto e breve “scatto d’ira” degli Stati Uniti, fino all’esaurimento delle munizioni e dei depositi.

Alcuni, tra l’altro, avevano previsto settimane fa che, con la progressiva diminuzione delle scorte di munizioni statunitensi, l’Iran avrebbe iniziato a ottenere sempre più successi nell’abbattimento di velivoli americani:

Si tratta di un’ipotesi logica basata sul fatto che, con l’esaurimento delle armi a lungo raggio considerate “più sicure”, gli Stati Uniti dovrebbero assumersi rischi sempre maggiori lanciando munizioni a corto raggio direttamente sul territorio iraniano. Sembra che sia proprio ciò a cui stiamo assistendo ora.

Due ultimi due punti da notare:

Lindsey Graham dimostra l’intento criminale e la vena di sadismo più totale presenti nell’attuale amministrazione:

“Faremo saltare in aria tutto ciò che vi permette di funzionare come nazione.”

Ricordate quei giorni idilliaci dei primi tempi della guerra, quando gli Stati Uniti affermavano ancora di voler “liberare” gli iraniani dal loro “brutale regime oppressivo”? Che fine ha fatto tutto ciò?

“Spiacenti, ragazzi. Non siamo riusciti a liberarvi, quindi ora vi stiamo rimandando all’età della pietra.”

Oscuro, cinico e distorto allo stesso tempo.

E per concludere con una risata, ecco la CNN che dice al suo pubblico di ingenui che il pilota americano abbattuto potrebbe essere stato acclamato come un eroe e un liberatore dagli iraniani locali “felici” che, a quanto pare, sarebbero stati ansiosi di ringraziare il pilota per averli bombardati:


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EXIT STRATEGY, COSA SAPPIAMO?_di Pierluigi Fagan

EXIT STRATEGY, COSA SAPPIAMO? Molto poco e senz’altro non tutto quello che viene detto da Trump anche perché siamo a “il tutto e il suo contrario”. La mancanza di un possibile punto di caduta del conflitto in corso è ciò che, sin dall’inizio, preoccupa di più tutti gli analisti internazionali che non sono in conflitto di interessi con le parti in causa. Preoccupa perché, come qui detto dal primo giorno, l’essenza del conflitto è il tempo: quanto a lungo US e Israele potranno colpire, quanto a lungo l’Iran può mantenere il controllo di Hormuz e a sua volta reagire con missili e droni, quanto a lungo il Mondo può sopportare il collasso energetico e commerciale che rischia di sommare il Mar Rosso al Golfo Persico, inclusi i Paesi sunniti della regione.

Mi avventurerò in ipotesi.

Un punto su cui è possibile alla fine trovare una mediazione è l’affare nucleare. Senza entrare in tecnicismi, ricordo che i mediatori della trattativa inziale (omaniti ma ci sono anche dichiarazioni di diplomatici inglesi) poi tradita dagli statunitensi, avevano dichiarato che si stava per chiudere stante che gli iraniani avevano fatto sostanziose concessioni. Più o meno lo stesso accordo potrebbe permettere all’Iran dire che non era questo il punto della tenzone e a Trump di aver ottenuto risultato grazie all’iniziativa militare che ha portato ad un “regime change” di fatto. Cosa quest’ultima su cui insiste ultimamente molto, quasi a volersi creare una porta logica di uscita. Queste cose vanno valutate non perché “vere in sé”, ma parventi vere per opinioni pubbliche distratte ed emotivamente manipolate.

Un secondo punto che ha qualche possibilità è la questione economica. Certo, non pubblicamente presentata formalmente come dichiarazione di “riparazioni di guerra” come preteso dagli iraniani, ma sostanziosa di fatto. L’Iran ha subito un colpo durissimo nelle infrastrutture civili e energetiche ed è sotto sanzioni da lungo tempo. Ripristinare il South Pars (il più grande giacimento di gas del mondo), creare un fondo internazionale per la ricostruzione civile e industriale, togliere qualche sanzione sostanziosa, può essere importante e fattibile se si vuol davvero chiudere la partita.

Un terzo punto importante che però riguarda anche gli altri due e il quarto di cui parleremo poi, è il ruolo della segnalata nuova Unione Sunnita con Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, ampiamente supportata (pare) dalla Cina, che potrebbe anche non dispiacere alla Russia e molti altri, forse un po’ da tutti nel Mondo. In effetti, pare ovvio non ci sia alcun contatto diretto tra Iran e US ma dialogo per interposta diplomazia ad opera del quartetto.

Proprio l’altro giorno, gli egiziani hanno fatto trapelare una idea che toccherebbe un punto della piattaforma iraniana ovvero il pedaggio di Hormuz. Gli egiziani hanno detto che in effetti loro lo applicano anche a Suez e quindi l’idea non è peregrina. Si tratterebbe solo di meglio specificare l’entità e quale consorzio dovrebbe amministrare lo Stretto. Geograficamente, lo Stretto è cosa di Iran e Oman (che tra loro hanno da sempre buoni rapporti) ma “a garanzia” almeno geopolitica, potrebbe avere un rappresentante del quartetto o qualcosa di simile.

Più in generale però, potrebbe trattarsi di una questione più ampia. Ricorderete che al fondo della questione o tra le questioni al fondo della questione, c’è la strategia degli Accordi di Abramo e Via del Cotone. Questo progetto che voleva mettere in torta strategica India, monarchie del Golfo, Israele ed Europa con ovviamente supervisione americana, di fatto escludeva sia l’Egitto (che avrebbe visto relativizzato il suo ruolo di “guardiano di Suez”), sia la Turchia, sia il Pakistan oltretutto preoccupato del nuovo ruolo indiano. Per non parlare della Cina. Chissà, quindi, se nelle prospettive della tessitura diplomatica non ci sia anche qualcosa relativo a questo punto, una revisione del Progetto per mettere dentro anche gli interessi dei tre Paesi sunniti a cui sembra ora AS voglia riferirsi come polo multipolare.

Sta nel novero delle strategie multipolari l’idea dei tre Paesi sunniti, ora quattro con AS (che significa anche Kuwait e Bahrein), come nuovo “concerto di area”. Bene o male hanno capito tutti che US e Israele sono “alleati problematici” per i propri interessi e che è nel loro reciproco interesse bilanciarsi maggiormente unendo le forze tentando una strada di maggiore autonomia. È argomento molto speculativo e più lo diventa se ci si mette immaginare addirittura una possibile inclusione degli interessi iraniani in questo quadro. Tuttavia, l’estremo darsi da fare del quartetto che seguo da giorni, dice che oltre alla semplice mediazione nella contingenza, potrebbe esserci altro e non solo “contingente”, qualcosa di prospettiva.

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Il quarto punto è il più ostico. Si tratta della sostanziale rinuncia da parte di Teheran della strategica dell’Asse della resistenza ovvero il network degli sciiti non iraniani quindi Houti, Hezbollah e varie fazioni irachene. Tuttavia, dopo i penultimi bombardamenti si era arrivati quantomeno ad un cessate il fuoco di fatto da parte di questi attori terzi. Non certo quindi un’abiura strategica ufficiale da parte di Teheran ci si può aspettare, ma un congelamento bilaterale dei conflitti forse sì. Il sud del Libano orami è da intendersi israeliano, seguiranno lunghe discussioni ma nulla di fatto. Accluso al punto ricordo che c’è pur sempre la “questione palestinese” che i sunniti, anche solo per acquietare le proprie opinioni pubbliche interne, non possono lasciare non trattata. Ma questi punti sono di una complessità tale che certo nessuno pensa di poterli mettere dentro un eventuale accordo della questione in atto, è roba da mettiamo su un tavolo diplomatico che discuterà a lungo poi si vedrà. In fondo, la fine del conflitto sarà comunque provvisoria e tutti i giocatori vorranno mantenere la pistola carica anche se messa sotto il tavolo. Che si tratti con le pistole cariche, data la situazione, è per tutti ovvio.

Sul piano più concreto, Israele e US hanno di fatto portato un bel po’ di distruzione in Iran e ne hanno quindi minato la consistenza, non tanto da distruggerlo ma sicuramente abbastanza da lasciargli parecchi problemi da risolvere. Sin dall’inizio, c’erano anche analisti che suggerivano che alla fine questo era l’intento forse più raggiungibile. C’era anche chi teorizzava che a quel punto, l’Iran della ricostruzione, avrebbe spontaneamente intrapreso un processo politico e sociale di resa dei conti delle sue parti interne. Non necessariamente operando un clamoroso e improbabile “regime change” formale, ma un più realistico riequilibrio della dialettica interna tra parti ideologiche e politiche. Dover fare i conti con l’asse sunnita coordinato e non nemico di principio (con dietro la Cina), ricostruire, dare un futuro alla nazione, tornare a sperare, avere qualche libertà economica in più (meno sanzioni) oltre a mantenere una alleanza di fatto con russi e cinesi, potrebbero cambiare molte cose.

In effetti, ognuna delle parti potrebbe vantare di non aver perso e quando nessuno perde, vincono tutti almeno nelle dichiarazioni pubbliche, al fondo concreto, se questa ipotesi avrà un reale futuro, andrà rianalizzata più a grana fine nel merito.

Di contro, invasione di terra (massacro reciproco) e rischio atomico alle stelle, tempi lunghi e catastrofe mondiale, Tertium non datur, mi pare.

DA NATO A ETO? [Le ultime notizie di oggi] Trump continua a bombardare pesantemente NATO e principali alleati per la mancata risposta al suo appello a scendere in acqua per il controllo di Hormuz. Dopo che gli europei sono arrivati a fatica a spendere il 2% del Pil in armi nel 2025, lui ora chiede il 5% e l’articolo 5 non garantito mentre Bruxelles scrive alle cancellerie europee avvertendo che oltre a potente inflazione e riduzione dei Pil, debbono prepararsi a norme non transitorie di austerity energetica.

Se Draghi poneva la scelta tra aria condizionata o pace, ora ci troveremo sollevati dall’angosciosa scelta, non avremo né l’una, né l’altra. Al pacchetto sofferenza, noi italiani abbiamo accluso anche “niente Mondiali”, se si deve soffrire facciamolo fino in fondo!

Tuttavia, i toni della da poco rilasciata intervista a Reuters (link) a cui seguirà una dichiarazione pubblica che uscirà qui in Italia stanotte, sembrerebbero puntare ad un più clamoroso ritiro organizzato degli USA dagli impegni militari trans-atlantici.

Ecco allora che UK rilancia proponendosi come aggregatore di ben 35 Paesi per discutere vie politiche e diplomatiche per la riapertura di Hormuz, giusto dopo che Trump gli ha pubblicamente detto, sfottendo, di andarsi a prendere il petrolio da soli e tenuto conto che la già gloriosa Marina Reale ha una consistenza ridicola. Del gruppo su cui armeggiano i britannici e che pare si riunirà domani a Londra, oltre agli europei, fanno parte Giappone, Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Emirati Arabi Uniti e Nigeria.

La cosa ha riflessi anche di politica interna poiché che l’amministrazione Trump volesse far fuori il laburista Starmer era noto, così come è percepibile una certa voglia dell’establishment di Londra a tornare armi e bagagli in Europa, magari fondando una European Treaty Organization (ETO) a cui apporterebbero le loro poco più di 200 testate atomiche. Non solo, rilancio dell’industria bellica inglese (su cui investono già da ben prima di Starmer) e golosa partecipazione al Grande Riarmo Europeo su cui c’è sempre più consenso strategico con Parigi, Berlino e giocoforza anche Roma.

Così se il nostro già gravoso elenco delle disgrazie che incombono poteva trovare un piccolo sorriso sperando in un disimpegno americano nella NATO, lo spegniamo subito pensando al grande ritorno inglese nelle trame europee.

Infine, un punto di domanda su questa ipotesi. Dal punto di vista di Trump e dell’interesse americano cosa cambierebbe effettivamente da un disimpegno che per modi e tempi sembra pianificato ab origine? Avrebbe un bel risparmio e molti grattacapi di coordinare la politica estera in meno, incluso il formale e completo disimpegno dall’Ucraina e conseguente via libera ad accordi bilaterali coi russi.

Ma nella sostanza geopolitica cosa cambierebbe davvero? Credo nulla. Che i rimanenti 31 membri dell’ex-NATO possano esprimere una loro visione organica e coordinata, magari diversa da quella di Washington nella sostanza è del tutto improbabile. Magari potrebbe poi formalizzare un trattato USA-ETO, meno impegnativo sul piano pratico ma altrettanto solido sul piano della alleanza occidentale di fatto.

Immagino che Trump si divertirebbe non poco a vedere gli europei alle prese con la loro vociante inconsistenza, aspettando soddisfatto che gli vengano a chiedere altro gas e armi di ultima generazione, almeno per un bel po’ di tempo a venire. In più potrebbe divertirsi anche molto a giocare al “divide et impera” che tanto gli europei sono già divisi di default. Infine, questo “mani libere e meno impegni” potrebbe piacere molto a coloro a cui, internamente, non è piaciuta affatto l’operazione Iran.

Vediamo che dice stanotte…

US to leave Iran 'pretty quickly' and return if needed, Trump tells Reuters
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