GLI STATI GENERALI, LO STATO DELLA POCHETTE, di Giuseppe Germinario

Capita raramente di assistere ad un assoluto “non sense” delle dimensioni degli Stati Generali convocati a giugno scorso da Giuseppe Conte. Il nostro Presidente del Consiglio è riuscito in questa impresa del nulla costruendo la parodia grottesca di un consesso che ha assunto ubiquamente la veste di un convegno declamato da interventi dal contenuto letteralmente inaccessibile e di un seminario dagli interventi dovuti e scontati. Ha finito ovviamente per non essere né l’uno, né l’altro, non avendo lanciato nessuna incisiva indicazione necessaria a motivare, né avendo tracciato almeno le linee base che consentissero di canalizzare analisi e proposte; ha finito quindi per spegnersi quindi nelle sue conclusioni senza avere brillato di una qualche fiammella. Più che un buco nero inquietante per la sua potenza attrattiva, una nebulosa impercettibile. L’unico ad apparire con certosina costanza è solo Lui, Giuseppe Conte, ma nelle esclusive vesti di dimesso cerimoniere di una seduta spiritica tutta particolare. La riuscita anodina dell’iniziativa sarà stata pure la conseguenza delle pressioni del PD tese a smorzare gli ardori del premier per una iniziativa propagandistica raffazzonata che rischiava di rivelare il vuoto pneumatico più che “le magnifiche sorti e progressive”. Un barlume di superstite buon senso piddino, frutto di antiche reminiscenze non del tutto sopite. Il vuoto in politica però non esiste; la sua apparenza assume comunque il significato e il peso di movimenti carsici per quanto inconsapevole possa essere. Non sarà certo un caso che gli unici ad essere evocati e ad apparire legittimamente, sia pure nella forma di ologrammi, in quella seduta per proferire il verbo siano stati Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, Paolo Gentiloni, commissario europeo, Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo. Il messaggio è chiaro: gli indirizzi e i vincoli proverranno da quella sede e in quella sede si dovrà trattare, in realtà attendere a regime di cottura lenta. http://www.governo.it/it/progettiamoilrilancio

Qualcun altro si è visto riconoscere tutt’al più un posto in seconda fila: il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il Segretario Generale dell’OCSE, Ángel Gurría, la Direttrice Operativa del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva ma solo per il tramite, in gentile concessione, della pubblicazione della rispettiva trascrizione degli interventi. Un chiaro indice delle graduatorie di credito ed autorevolezza riconosciute dal nostro Giuseppi. Per il resto un asfittico elenco degli invitati, privo di ogni merito dei vari contenuti. Lo stesso Colao, pur a capo della nutrita e roboante squadra di esperti di quistioni socio-economiche messa in piedi dallo stesso Conte, ha paradossalmente vissuto l’onta censoria dell’anonimato senza alcun apparente motivo; una sorta di silenzioso ripudio. Alcuni visibilmente non hanno gradito il trattamento e hanno reagito sgomitando, sfruttando però i propri spazi in mancanza di quelli pubblici del Governo. Lo hanno fatto i leader di alcuni sindacati autonomi e di base; lo ha fatto soprattutto e con veemenza il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi , di fresca nomina.

https://www.confindustria.it/notizie/dettaglio-notizie/confindustria-agli-stati-generali-economia-intervento-presidente-bonomi . Tutti gli altri, a cominciare dai Segretari dei tre Sindacati Confederali per passare alle varie associazioni professionali e umanitarie, hanno accettato senza colpo ferire e senza il minimo amor proprio il bavaglio imposto.

Si direbbe una pesante e inopinata caduta di stile dell’apprezzato maestro di buone maniere insediato a Palazzo Chigi.

L’affettata e curiale furbizia del nostro lascia sospettare che non si tratti di una semplice distrazione da parvenu.

Sarà per il suo irrefrenabile narcisismo, sarà per la sua propensione a rifulgere spegnendo la luce di possibili pericolosi comprimari, sarà che la sua caratura non gli consente un ruolo più significativo di quello del cerimoniere, sta di fatto che il nostro è riuscito pienamente nell’impresa.

Quello che sorprende è la pressoché generale accondiscendenza di gran parte dei convitati al proprio ruolo di muti etcoplasmi. Un po’ perché i più avveduti hanno compreso la vacuità dell’evento e l’opportunità di non contrariare il possibile elargitore delle future prebende e di non compromettere la partecipazione ad un futuro banchetto pur privo al momento del necessario menu; un po’ per la cautela di dover dissimulare, come nel caso dei tre segretari confederali, il proprio vergognoso e imbarazzante sostegno politico ad un Governo in gran parte responsabile del pesante fardello autunnale e del tutto incapace di offrire una qualche prospettiva realistica e politicamente autonoma, sta di fatto che la quasi totalità dei convitati ha accettato l’invito dalla porta di servizio in cambio di qualche convenevole. Come già sottolineato solo gli esponenti di alcuni sindacati di base hanno ardito contestare, ma solo da un punto di vista rivendicativo e senza alcuna prospettiva di difesa dell’interesse nazionale. Qualche sorpresa l’ha destata invece la veemenza delle critiche del Presidente di Confindustria. Le ragioni contingenti di tanta animosità ci sono tutte: dalle anticipazioni di cassa integrazione ancora lungi dall’essere compensate da INPS e Governo alla esiguità di agevolazioni e contributi rispetto alla miriade di bonus e biscottini che Presidente e Ministri, colti da indomito furore, stanno elargendo a piene mani, quasi fosse il presagio dell’Ultima Cena. Qualche perplessità e sorpresa suscita il fervore della critica alle strategie di politica economica del povero Conte. Non dovrebbe rientrare alcun caso di risentimento personale. L’imprenditore Carlo Bonomi appare già molto ben inserito in cariche ed incarichi pubblici di gestione. A ben vedere le sue critiche hanno il sapore e la bonomia dei realisti più realisti del re. La sua massima preoccupazione è che la pubblica amministrazione acquisisca gli standard di qualità operativa e di progettazione richiesti dall’utilizzo dei fondi strutturali europei. Dal punto di vista funzionale una sacrosanta rivendicazione viste la di gran lunga migliore efficienza e trasparenza di quei criteri rispetto alla farraginosa amministrazione italica. Il nostro ovviamente non si pone, o finge di non conoscere il motivo di tanta degenerazione della macchina amministrativa, non a caso proceduta paradossalmente a passi più spediti a partire dagli anni ‘90. Quel che gli preme, a nome della categoria, è di poter attingere all’integralità dei futuri fondi europei, sia quelli a fondo perduto (perduto a beneficio dei fruitori privati, non delle casse statali e della collettività) che quelli a credito. Bonomi, a nome di Confindustria, confessa con la compulsione di questo atteggiamento due orientamenti chiarissimi: la bontà e l’utilità dei prossimi finanziamenti europei nonché la loro scontata deliberazione nella loro modalità a fondo perduto; l’adesione acritica e fideistica, oltranzista al disegno corrente di integrazione europea. Sulla loro bontà e utilità tutto dipende dal punto di vista e di partenza da cui si parte (tra i tanti testi http://italiaeilmondo.com/2020/06/02/attenti-a-quei-due-di-giuseppe-germinario/ ); sull’esito scontato della trattativa in corso, Carlo Bonomi, pur in buona compagnia, sembra dotato di capacità predittive sconosciute a gran parte degli osservatori ma tali da consentirgli di vendere la pelle dell’orso prima dell’abbattimento. Quanto alla adesione fideistica, sino alla declamazione della propria totale assonanza con le associazioni europee sorelle, al disegno europeista non c’è da meravigliarsi più di tanto. Confindustria costitutivamente non può assolvere, proprio per i suoi assetti di potere e per la composizione prevalente degli associati, ad un ruolo di difesa dell’interesse nazionale, ad una funzione di trasformazione dell’economia industriale verso la produzione di prodotti finiti piuttosto che di componentistica e verso attività più strategiche. Costitutivamente deve trattare di criteri, di condizioni e di regole generali di conduzione delle aziende. Non è in grado quindi di partecipare fattivamente alle trattative, ai maneggi e alle azioni lobbistiche tese alla fusione in grandi gruppi e all’avvio di attività strategiche. Tutt’al più può servire da trampolino surrettizio e per vie traverse di singoli gruppi e personaggi. La storia stessa di Confindustria è tutta lì a recitare della sua ostilità al processo di costruzione dell’industria pesante di base nel dopoguerra, a personaggi della statura di Mattei e Olivetti e della sua connivenza ai processi di trasformazione di buona parte degli imprenditori e dei manager italiani in appendici e portavoce di gruppi esteri e in percettori di rendite da concessioni anche a costo di sacrificare e cedere le proprie attività originarie ben avviate. Del resto è lo stesso Colao a confermare indirettamente questa prevalente tendenza conservatrice e a volte liquidatoria. Tra il centinaio di schede elaborate buone a tanti usi ve ne sono alcune particolarmente significative. In una propone di superare le difficoltà di accesso a finanziamenti e crediti delle aziende italiane mediamente troppo piccole assegnando alle aziende leader della catena di valore il ruolo di garanti ed eventualmente di redistributori del credito. Con una struttura produttiva sempre più vocata alla componentistica piuttosto che al prodotto finito e con aziende leader sempre più situate all’estero non si farebbe che accentuare ulteriormente la dipendenza della nostra economia dalle scelte di prodotto e dagli indirizzi politico-economici di altri paesi. Lo stesso dicasi riguardo allo snellimento delle procedure di fallimento e liquidazione delle aziende proposto dall’ex manager di Vodafone. Tutto sembra congiurare quindi perché la terribile mistura di attendismo fideistico di un intervento europeo risolutivo, di fiducia cieca nelle virtù e nella prospettiva europeista, nel mantenimento conservativo di un apparato industriale magari appena ammodernato, di galleggiamento ed immobilismo governativo aggrappato alle momentanee prebende assistenzialistiche trascini ormai irreversibilmente il paese verso il declino e la polverizzazione, sempre più alla mercè non solo della grande potenza ma anche delle insolenze di forze minori. Giusto per completare la disposizione dei tasselli che hanno composto la kermesse giuseppina non si riesce a comprendere il motivo della fredda e sorda ostilità intercorsa tra Colao e Conte. Nelle schede prodotte dal manager c’è un perfetto equilibrio, in sintonia con il sentimento europeista e politicamente corretto prevalente nel Governo. L’emancipazione femminile, il peso della Cultura e del turismo, la svolta ecologica e la digitalizzazione; un pot pourri informe buono per tutti i palati e adatto alle varie circostanze. A ciascuno degli spettatori è riservato un coniglio; l’impegno di spesa corrisponde, guarda caso, al contributo europeo evidentemente dato per certo. Gli stessi imprenditori vengono lasciati nel loro cortile allettati al massimo da incentivi fiscali. Per il resto devono essere loro a districarsi e decidere la collocazione geoeconomica del paese. A dire il vero ci sarebbero un paio di cosette che potrebbero aver turbato gli animi nella compagine governativa: la proposta di accentrare e riorganizzare le centrali di acquisto dei beni necessari alle amministrazioni e il cambiamento dei criteri di selezione dei quadri dirigenziali intermedi. Due ambiti nevralgici che hanno contribuito alla ripartizione dei centri di potere, alla creazione di sistemi di consenso e di drenaggio di risorse, alla definizione del rapporto delicato e cruciale tra ceto politico-amministrativo e macchina operativa dello Stato centrale e periferico. Due nervi scoperti, sufficienti a mettere in discussione le dinamiche profonde di potere e la potenziale armonia tra i due.

Tutta l’operazione in realtà affoga in questa sommatoria di pie intenzioni e di attese ingiustificate i nodi essenziali da sciogliere: la necessità in tempi rapidi di un piano B nel caso più che probabile di fallimento o di condizioni sfavorevoli di accordo in sede europea; le modalità con le quali l’imprenditoria nostrana, al di là della retorica del libero mercato, deve trovare una diversa collocazione e partecipare ai processi di concentrazione, di fusione e di sviluppo di nuovi settori, la capacità di leadership dell’imprenditoria privata nazionale, tenuto conto che nei momenti cruciali di svolta questa si è rivelata un fattore frenante piuttosto che propulsivo. Per non parlare degli appuntamenti mancati nelle dinamiche e nei conflitti geopolitici, così determinanti ormai nel favorire ed indirizzare le scelte economiche. Le velleità geopolitiche di autonomia della Germania, poste alla sua maniera, rientrano a pieno titolo nella gamma di interrogativi fondamentali a cui rispondere. Ma è veramente chiedere troppo a questo ceto politico.

Una cosa è certa. Una svolta positiva nel paese non può passare attraverso il rapporto istituzionale con le associazioni e i rituali stantii che ne conseguono. Un ceto politico ambizioso e capace deve riuscire ad individuare singole figure e precisi settori suscettibili di aggregarsi e di fungere da traino. Altre vie per formare una classe dirigente all’altezza della situazione non se ne vedono. Persino Conte deve averlo subodorato, se durante la kermesse aveva previsto una giornata di incontri con singole personalità rappresentative della loro attività. È riuscito malauguratamente a trasformare anche questa fugace occasione in una innocua e frivola passerella. Una leggerezza dell’essere ormai insostenibile per il paese. Intanto aspettiamo di conoscere il   frutto documentale degli stati generali. Che siano resi pubblici almeno questi.

Vittorie perdute, di Roberto Buffagni

Vittorie perdute[1]

 

Cari Amici vicini & lontani,

proviamo a fare il punto della situazione dopo le elezioni regionali del 26 gennaio. Vi propongo una ipotesi di lavoro, questa.

Per uscire dall’angolo morto in cui si è ridotta provocando, in agosto, la crisi del governo gialloverde, la Nuova Lega nazionale di Matteo Salvini ha trasformato le elezioni regionali in Emilia Romagna in un referendum sul proprio progetto, sul governo giallorosa, e sulla persona, o meglio sul personaggio del “Capitano”.

Obiettivo politico, il medesimo perseguito e fallito con l’apertura agostana della crisi: delegittimando il governo in carica e disgregandone la coesione, costringere il Presidente della Repubblica a indire le elezioni politiche,  per trasformare i vasti consensi a proprio favore in voti politicamente efficaci e conquistare maggioranza relativa parlamentare e governo della nazione.

Nonostante un successo elettorale ragguardevolissimo in territorio tradizionalmente sfavorevole al centrodestra, per la seconda volta la Nuova Lega ha fallito l’obiettivo politico che s’era proposto, e ha probabilmente raggiunto il punto culminante della vittoria: il momento in cui l’attaccante, procedendo nell’avanzata, “si trova ad aver perso la propria superiorità iniziale, stabilendosi un equilibrio tra le sue capacità offensive e quelle difensive del difensore. Oltre il punto culminante della vittoria, i rapporti di forza divengono favorevoli al difensore[2] e quest’ultimo acquista una capacità offensiva sufficiente ad annientare l’attaccante.[3]

E’ un’ipotesi di lavoro che mi pare valga la pena di esser presa in considerazione, se si pensa che:

  1. Con il successo difensivo in Emilia Romagna, il PD e il “partito delle istituzioni” hanno guadagnato tempo preziosissimo (almeno un anno) per riconfigurare le proprie forze, migliorarne la coesione, logorare l’avversario Salvini, dividere la coalizione di centrodestra; e soprattutto, si sono garantiti la possibilità di decidere le nomine delle partecipate ed eleggere il regista della politica italiana, il Presidente della Repubblica: vale a dire, la possibilità di determinare l’orientamento di fondo della politica italiana nei prossimi anni, persino nel caso di una vittoria del centrodestra alle prossime elezioni politiche.
  2. Per la seconda volta consecutiva nel giro di pochi mesi Salvini ha perseguito lo stesso obiettivo con gli stessi metodi, l’ accumulazione del consenso per mezzo di una instancabile attività di propaganda, e per la seconda volta consecutiva ha fallito; mentre il suo avversario principale (PD + “partito delle istituzioni”) ha dato prova di un’apprezzabile capacità di imparare dai propri errori, adattare e rinnovare le proprie tattiche, cercare nuove alleanze, profittare degli errori dell’avversario.

Salvini, insomma, ha per due volte ceduto l’iniziativa all’avversario: la prima volta, in agosto, facendogliene un vero e proprio insperato regalo quando esso era debole, diviso, disorientato, scosso da una seria crisi intestina; la seconda volta, in gennaio, provocandolo a battaglia campale anche simbolicamente decisiva sul terreno a lui più favorevole, e perdendola dopo aver condotto molto male le operazioni.

Perché Salvini ha condotto molto male le operazioni nella battaglia per l’Emilia Romagna? Qui elenco solo alcuni tra i più vistosi errori tattici del “Capitano”.

  1. Delegittimare la candidata Lucia Borgonzoni accompagnandola ovunque come il papà accompagna una bambina timida e ansiosa il primo giorno di scuola elementare (errore direttamente conseguente alla scelta di trasformare le elezioni emiliano-romagnole in un referendum Salvini Sì/Salvini No, nel quale i candidati leghisti, Borgonzoni in testa, erano solo comparse)
  2. Annunciare a gran voce che il Capitano veniva da via Bellerio, Milano, “a liberare” l’Emilia Romagna dall’oppressione della sinistra e/o, a seconda delle versioni, “dei comunisti”, programma senz’altro gradito ai molti elettori ex-comunisti che già avevano votato Lega, o che ci stavano facendo un pensierino; e che si parva licet, ha incontrato lo stesso successo dell’esportazione della libertà e della democrazia in Iraq o in Afghanistan da parte degli USA.
  3. Espiantare dalla propaganda ogni parvenza di argomentazione razionale e progettazione politica, locale e nazionale, sostituendovi mozioni dei sentimenti, buoni e cattivi, e bagni di folla corredati di digressioni foto-gastronomiche (errore direttamente conseguente alla rinuncia ad affrontare seriamente il tema dei rapporti con la UE, cioè la fondazione razionale della protesta che ha valso a Salvini la moltiplicazione dei consensi)
  4. Millantare un atteggiamento di aggressività popolaresco-squadrista: capolavoro, la citofonata minacciosa in favore di telecamere al presunto spacciatore tunisino del quartiere Pilastro, a Bologna; quando (per fortuna) la Lega non ha né la voglia, né la capacità di fare sul serio dello squadrismo o del vigilantismo.
  5. Far candidamente annunciare alla candidata Borgonzoni la privatizzazione del 50% della sanità pubblica emiliano-romagnola, una delle migliori se non la migliore d’Italia; un annuncio senz’altro gradito dai ceti sociali a basso reddito, gli “esclusi dalla globalizzazione” che sono i principali sostenitori della protesta leghista.
  6. Costellare la campagna regionale con esternazioni a margine quali “Gerusalemme capitale d’Israele”; “Soleimani terrorista, giusto ucciderlo”; “chi odia Israele è un criminale che va prima curato poi messo in galera”; perle di saggezza da grande statista, consapevole di quali siano gli interessi vitali d’Italia nel Mediterraneo, che gli hanno certamente conquistato le più vive simpatie degli elettori emiliano-romagnoli cresciuti nelle culture politiche del PCI, del PSI e della DC.
  7. Insomma, aver provocato a battaglia decisiva l’avversario sul terreno a lui più favorevole senza darsi la pena di studiare né l’avversario, né il terreno. Per riassumere, non aver capito che in Emilia-Romagna c’è un solido sistema di potere sorretto da una metapolitica ben strutturata, e che se non si capisce e non si sa contrastare efficacemente la metapolitica, il sistema di potere non si abbatte neanche vincendo le elezioni: al massimo, vi si può ritagliare un posticino anche per sé.

A quanto fanno prevedere le dichiarazioni a caldo di Salvini – “Dovrete aspettare vent’anni perché mi stanchi”, “Rifarei tutto daccapo citofonata compresa”, “Le elezioni politiche? sono nelle mani del buon Dio” – la Nuova Lega e il suo Capitano continueranno a battere la stessa via, un’elezione locale dopo l’altra, e probabilmente con il medesimo successo, nella speranza che “il buon Dio”, che sarebbe poi il Presidente Mattarella, indica le elezioni politiche, e l’elettorato italiano continui a premiare il Capitano.

Non è detto che ciò accada, perché il tempo, che è “il santo protettore della difesa[4] logora la speranza; e nella sua infaticabile, efficacissima azione di propaganda, che ha fatto passare la Lega dal 3% al 30% e oltre dei consensi, il Capitano da tre anni vende speranza al popolo italiano. Speranza di protezione, speranza di una via d’uscita praticabile dalla crisi sociale, morale, politica in cui versiamo; speranza di riconoscimento per chi si sente escluso e scoraggiato. Il Capitano vende speranza, ma per ora – un “per ora” che comincia a farsi lungo – non riesce a consegnare la merce sperata; e “più la vittoria si fa attendere e più le armi si arrugginiscono[5].

Andrebbe qui affrontato anche il tema più importante e più serio, vale a dire: che cos’è “la merce sperata”, in concreto? Ottenuta la vittoria elettorale politica, che cosa dovrebbe e potrebbe fare, in concreto, un governo guidato dal Capitano? Quali sarebbero, gli obiettivi raggiunti i quali si potrebbe dichiarare “vittoria”? E con quali mezzi, provvedimenti, alleati raggiungerla?

Per ora, mi limito a osservare che alla Nuova Lega e il suo Capitano Matteo Salvini va riconosciuto il merito insigne d’ aver suscitato un vasto movimento popolare di protesta; constatando però che purtroppo, non sembra sapere come e dove guidarlo.

That’s all, folks.

 

 

 

[1] Riprendo il titolo, Verlorene Siege, di un bel libro uscito nel 1955 del Feldmaresciallo von Manstein, il miglior generale della Wehrmacht nella IIGM.

[2] Perché difendersi è molto più facile che attaccare, tant’è vero che nei manuali di tattica abitualmente si dice che l’attaccante, per avere buone probabilità di successo, deve garantirsi un rapporto di forze di almeno 3:1 sul difensore (nel punto dell’attacco, ovviamente).

[3] Gen. Carlo Jean, Manuale di studi strategici, Roma, Franco Angeli ed., 2004, p. 153. In questo passo e nei successivi Jean illustra il concetto clausewitziano di “punto culminante della vittoria”, al quale il grande teorico prussiano dedica il cap. XXII del libro VII nella sua opera maggiore, Della guerra. Il concetto di “punto culminante della vittoria” è il precipitato teorico dell’esperienza vissuta da Clausewitz nelle guerre napoleoniche, che combatté nell’esercito russo e studiò brillantemente nel suo Der Feldzug von 1812 in Rußland (La campagna del 1812 in Russia, non tradotto in italiano). Il “punto culminante della vittoria”, per Napoleone, fu la battaglia di Borodino, come la chiamarono i russi e, grazie alla celeberrima descrizione di Tolstoj in Guerra e pace, la chiamiamo anche noi; o la battaglia della Moskova, come la chiamarono i francesi. Borodino/Moskova, “la più terribile delle mie battaglie” nelle parole di Napoleone, fu uno spaventoso macello (250.000 soldati in campo, 35.000 perdite francesi, 44.000 perdite russe). Alla fine della giornata i francesi avevano conquistato le posizioni nemiche, e il gen. Kutuzov, comandante in capo delle armate russe, aveva ordinato la ritirata: ma le truppe russe, nonostante le terribili perdite subite, rimanevano in campo e non mostravano segni di collasso. L’obiettivo strategico di Napoleone (fiaccare la volontà di combattere del nemico, far sì che i suoi dirigenti politici si riconoscessero sconfitti, aprire una trattativa in posizione di forza) non era stato raggiunto. Da quel momento in poi, nell’interpretazione degli eventi bellici di Clausewitz (e di Tolstoj) inizia la sconfitta della Grande Armée napoleonica.

[4] Clausewitz.

[5] Sun Tzu.

Chi vince, chi perde, chi aspetta. di Giuseppe Germinario

Il responso delle elezioni regionali in Emilia/Romagna e in Calabria più che una sentenza rappresenta una sospensione di giudizio, tranne che per uno dei protagonisti

CHI HA VINTO

Ha vinto il PD, ma solo perché ha guadagnato tempo; non è comunque poco. Ha mantenuto sostanzialmente le posizioni delle elezioni europee non ostante le due mini scissioni di Calenda e Renzi; la presa sul sistema di potere ed amministrativo della regione emiliano-romagnola, il vero zoccolo duro del partito, presenta ormai delle crepe ormai durature e definitive. Per resistere ha dovuto addirittura fingere di negare se stesso. Le sue speranze di ripresa o quantomeno di galleggiamento sono riposte nel recupero del voto grillino avvenuto, al momento, solo in piccola parte non ostante i proclami della stampa; il fìo da pagare in termini di statura politica e autorevolezza di governo sarà pesante con i suoi legami con i corpi intermedi e i ceti produttivi, la vera ossatura del fu PCI, sempre più allentati. Riproporrà con un po’ più di coraggio una politica redistributiva ad uso elettorale, ma perderà sempre più la pur scarsa capacità di indirizzare i settori sempre più risicati legati agli interessi nazionali e con essa la velleità, anch’essa già scarsa di suo, di contrattazione in sede europea. Il suo modello è Corbyn, nel momento tardivo della amara sconfitta.

Ha perso Matteo Salvini, soprattutto nell’immediato perché ha puntato alla luna, al naufragio di Giuseppi, usando per sgabello le elezioni regionali; i precedenti infausti delle cadute di precedenti illustri leader politici, perché aggrappati a boe di salvataggio improprie non sono stati di monito; ha perso, soprattutto nel lungo termine, perché si è dimostrato solo un tribuno che crede a quello che fa e che dice; gli manca l’autorevolezza e l’intelligenza dello statista e del leader autorevole. Ha rivelato una propensione spiccata, specie in politica internazionale, ad un servilismo gratuito e compiacente, meno discreta ma del tutto speculare alla classe dirigente piddina e del tutto inutile, se non controproducente, ad ottenere la considerazione benevolente del potente della fazione avversa.

Galleggia la Lega. Ha il privilegio e la fortuna di essere, non ostante il recente congresso semiclandestino, ubiqua ed ambigua. E’ Lega Nazionale di nome, ma conserva saldamente gran parte dell’anima della Lega Nord. Non cresce, ma consolida i risultati eccezionali di questi ultimi due anni. Qualche scricchiolìo si intravede, specie nei nuovi terreni elettorali di caccia. Riesce a mantenere il consenso solido, anche nella composizione sociale del voto, nel Nord-Italia, consolida i varchi aperti nel Centro-Italia, annaspa nel Centro-Sud. Ha raccolto il massimo del voto di protesta e delle vittime della globalizzazione e dei ceti intermedi in crisi; di più non potrà se non arriva a formare una nuova classe dirigente e nuovi leader politici. Impresa improba ed improbabile. Dovrebbe avere chiara la propria idea di interesse nazionale, a cominciare dalla collocazione nella Unione Europea e nello schieramento atlantico e definire una tattica di apertura di contraddizioni e di rottura di questo cappio di relazioni. Piuttosto che verbosità roboanti che celano accettazioni e subordinazioni supine o obtorto collo, tattiche più discrete ma determinate. Su queste basi riuscire a convogliare gli interessi “forti” suscettibili di essere catturati, senza i quali difficilmente si potrà passare da un atteggiamento protestatario alla costruzione di un blocco di potere e sociale alternativi e patriottici. Il rischio permanente rimane un ritorno sotto mutate spoglie alle origini.

Vincono le sardine. Non sono una pura emanazione del PD. Sono qualcosa di molto più complesso e sofisticato, ispirate e mosse da centri ben più accorti. Sono nate con l’obbiettivo di delegittimare e ridicolizzare il loro avversario, Salvini; di proporre una visione tecnocratica ed aristocratica, sinonimo nella fattispecie di spocchiosa, di formazione e conferma di una classe dirigente; di riportare nell’alveo progressista quell’area movimentista e parolaia che ricondurrà all’ovile parte di quel bacino elettorale, ma che segnerà definitivamente le sorti e le caratteristiche del Partito Democratico. Una negazione e un negativismo caratteristico delle “open society” di matrice sorosiana, a prescindere dalla loro espressione diretta. Se e quando scompariranno non sarà una loro sconfitta; semplicemente il compimento di un servizio. Un ulteriore veleno instillato per garantire qualche tempo di sopravvivenza ad una classe dirigente marcia e decadente in un paese già in tragico ritardo rispetto alla complessità e drammaticità degli eventi. Un gioco al quale Salvini si è prestato involontariamente. Le Sardine hanno indotto Salvini ad esagerare; non gli ci è voluto molto.

Cresce, ma rimane nella nicchia, sia pure appena più larga, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’ambizione di essere un partito nazionale è grande, la vocazione di riportare il tutto nell’ambito del centrodestra prevale, i retaggi del passato e il peso dei resti berlusconiani al suo interno fanno il resto; sono la zavorra che impediscono di spiccare il volo.

Naufraga senza scampo il M5S. Alle europee ha conosciuto un esodo parziale verso Salvini ed un congelamento nell’astensione di una buona metà dell’elettorato. Con le lezioni regionali è iniziato un parziale travaso del voto restante nell’area progressista e una attesa generale del grosso dei votanti residui. Un gruppo dirigente allo sbando e un ceto di eletti destinati in gran parte all’anonimato. Una miscela esplosiva produttrice del peggior opportunismo e trasformismo. Prima si consumeranno, meglio sarà.

Intanto si attendono le prossime elezioni regionali.

Che ne sarà nel frattempo?

Il re è nudo, ma…, di Giuseppe Germinario

Il re è nudo, ma non tutti ancora lo vedono. Qui sotto la conferenza stampa tenuta due giorni fa da Matteo Salvini, presente lo stato maggiore della Lega, a proposito dell’adesione dell’Italia al MES. Una esposizione di insolita chiarezza nel panorama politico italiano. Gli autori del sito hanno più volte espresso valutazioni severe e critiche sull’operato del precedente Governo Conte e sull’apertura e gestione della crisi di governo. L’insieme delle politiche di quel Governo, a cominciare dalla politica estera per finire con la politica economica e con la gestione delle politiche industriali, sono state segnate dal trasformismo e da una concezione dell’azione politica meramente elettoralistica, inadeguata rispetto al contesto geopolitico. La crisi dell’ILVA è uno degli esempi di tale condotta. Come si fa ad affidare un settore strategico ad una multinazionale franco-indiana, parte integrante di strategie geopolitiche e geoeconomiche opposte e ostili all’interesse nazionale? La vicenda del MES svela un altro aspetto particolarmente amaro: la collocazione geopolitica e la condotta sugli aspetti fondamentali e portanti di questa collocazione tende ad andare al di là delle intenzioni delle forze politiche; muove forze, punti di vista ed interessi annidati in prassi, routine e strutture dei centri decisionali ed istituzionali difficili da fronteggiare. Pare evidente che una parte della classe dirigente si stia allarmando e svegliando pur tardivamente e in maniera goffa. La conferenza stampa e gli allegati inseriti aprono squarci alla consapevolezza inusuali_Giuseppe Germinario

https://www.esm.europa.eu/legal-documents

 

IL SENSO DI UN VOTO, di Piero Visani

IL SENSO DI UN VOTO

L’editoriale che il professor Ernesto Galli della Loggia ha dedicato ai risultati delle elezioni regionali umbre sulle pagine del “Corriere della Sera” di oggi meriterebbe un’attenta analisi, specie a quanti – e sono incredibilmente numerosi, oltre che incredibilmente amatoriali… – pensano che il monitoraggio dell’informazione consista nel presentare ai rispettivi “capoccia”, la mattina presto, le fotocopie degli articoli più rilevanti comparsi sulla stampa italiana, senza valutazione alcuna di contorno.
Questo denso articolo di fondo prende le mosse dai rapporti che è ormai necessario stabilire, a livello partitico, con l’elettorato di opinione, rapporti che sono sicuramente più importanti e urgenti in un’epoca post-ideologica, che pare possa essere diretta dalle iniziative capillari di sistemi di comunicazione ad hoc, ma ha pure bisogno di molto di più di tutto questo, perché è vero che oggi i consensi si ottengono in modo molto più facile di un tempo, ma è anche vero che sono consensi “liquidi”, pronti a cambiare destinazione in fretta.
Galli della Loggia cita, al riguardo, il paradigmatico esempio della liquidità post-ideologica grillina, che ha finito per approdare, nel giro di un quinquennio, al più totale e assoluto nullismo, perché è arrivata al governo in fretta, ma poi ha cercato di risolvere il suo rapporto con il mondo nel fin troppo mitico “uno vale uno”, vale a dire in una straordinaria bugia inserita dentro una colossale panzana, che ne ha mostrato la più totale inesistenza nei rapporti con la società civile e lo “Stato profondo”, e lo ha portato ad assumere come “garante” una figura tutto men che adamantina e sicuramente eterodiretta come il professor Giuseppe Conte.
Il dramma è che, a fronte di avversari politici in totale liquefazione, il Centrodestra italiano, anche nella versione Destracentro che si dice possa prevalere, ha da opporre loro il medesimo nullismo e la medesima, totale liquidità “à la” Zygmunt Bauman.
Si notano – è vero – i movimenti di posizionamento di coloro, e sono tanti, che tirano a una poltrona, una poltroncina o anche un semplice strapuntino, ma non c’è “grande politica”, in tutto questo; c’è la solita e in fondo meschina “piccola politica” ispirata al semplice “cambio di glutei”. Cosa potrà scaturire da tutto questo? Ovviamente NULLA, è la risposta fin troppo facile. E’ una tragedia che ciò accada nel momento in cui la società italiana respinge con forza – come un “altro da sé” – l’accoppiata catto-comunista che l’ha ridotta progressivamente in povertà. Ma il problema è che gli attuali vincitori non hanno un PROGETTO per il futuro della società italiana, ammesso e non concesso che di averne uno interessi loro qualcosa. Pensano alle prossime elezioni, per vincerne una e perdere quella successiva, dopo aver fatto vedere “urbi et orbi” (anche nel senso di cecati…) quale sia la loro consistenza, politica e metapolitica. Questo è il vero dramma nazionale.

THE DAY AFTER

Esaurita la fase dei trionfalismi di prammatica (quella non può mai mancare…) e la fase della sistemazione “gluteare” (neppure quella può mai mancare, glutei e politica in Italia hanno un legame indissolubile), poi DOVREBBE cominciare quella di riuscire a cambiare qualcosa (fase cui nessuno, nel centrodestra, pensa mai…). Così, tra qualche mese, l’elettore medio comincerà a chiedersi per quale diavolo di motivo li ha votati, certi partiti. E la domanda, come sempre, rimarrà senza risposta, favorendo rapidi recuperi degli avversari.
Perché certe vittorie dovrebbero (e sottolineo dovrebbero…) essere un INIZIO e invece, in un ambito che ignora completamente la questione della metapolitica, del “Deep State”, del consolidamento in ambito culturale e societario, presto tutto sarà una FINE.
Nel frattempo, prevedo qualche corso di formazione da “Fossombroni [con la “i”, non con la “e”, ovviamente] a Cucinelli”. E il vuoto metapolitico, magicamente, si colmerà…

parabole e figuri, di Piero Visani e Augusto Sinagra

ARROGANZA E TRACOTANZA

A quanto riferiscono i mezzi di comunicazione l’ultimo annuncio del Conte Tacchia, al secolo Conte Giuseppe (quello del curriculum che esaltava le sue gesta) è che il governo da lui presieduto per volontà del figlio di Bernardo Mattarella e del pampero argentino (si sa: Dio crea gli uomini e questi poi si accoppiano per affinità) creerà un milione e mezzo di posti di lavoro per gli africani irregolarmente presenti sul territorio nazionale.
Quello che non chiarisce l’Avvocato dell’Unione europea è come si faccia a concludere un contratto di lavoro con persone delle quali si ignora la vera identità, il luogo e la data di nascita e le pregresse vicende di vita.
Neppure chiarisce che tipo di contratto di lavoro, in quale settore, per quali prestazioni lavorative.
Viene il dubbio che il bellimbusto pugliese abbia avuto questa idea dopo aver visto o rivisto il film “Via col vento” recuperando alla memoria gli schiavi addetti alle piantagioni di cotone.
Quello che indigna dell’annuncio di questo deplorevole personaggio è che evidentemente non gliene fotte niente dei cinque milioni di italiani (e forse di più) che l’ISTAT colloca nella fascia di povertà.
Probabilmente con questa dichiarazione il foggiano che ha l’unico merito dell’eleganza, come dice Vittorio Feltri, ha inteso consapevolmente pigliare per il culo il Popolo italiano e gli stessi clandestini africani che vengono immessi sul territorio nazionale in sfacciata violazione della legge (mi riferisco al Decreto convertito in legge relativo ai cosiddetti “porti chiusi”).
Che il giovanotto foggiano ami prendere per il culo il Popolo italiano ha un recente precedente: il cosiddetto “accordo di Malta” con il quale lui assumeva di aver fatto in un giorno più di quanto aveva fatto il Ministro Matteo Salvini in 14 mesi. Si è visto come è andata e come sta andando fino al punto che la Signorina Luciana Lamorgese, Ministro dell’Interno (ma chi glielo doveva dire?!) chiede piagnucolosamente aiuto all’Unione europea la quale ovviamente se ne frega perché il progetto preordinato è che l’Italia sia un campo di raccolta di clandestini e di irregolari.
Il giovane pugliese mostra una smisurata e ingiustificata considerazione di sé stesso ma non si rende conto che si sta consegnando, nella sua smania di protagonismo e nella sua accecata ambizione, ad essere iscritto nella pagina più triste della recente storia nazionale: lui e tutti i suoi sodali del governo che per il bene della Nazione ci si augura che possa cadere il più presto possibile.
Fin da ora occorre pensare a come rimediare ai danni provocati a tutto il Popolo italiano da questo governo che è espressione di volontà e intendimenti tanto ignobili quanto inconfessabili.
AUGUSTO SINAGRA

PARABOLE: DA GRILLO A GRILLOTALPA, di Piero Visani

Come capita spesso a coloro che vorrebbero “cambiare il mondo”, succede che i loro propositi si fermino a mezza via, o a un quarto di via oppure per mutamento di destinazione.
Può capitare, ad esempio, che un noto “Grillo” sventratore di parlamenti e istituzioni affini rinunci al nobile compito che si era dato per trasformarsi in un ben più modesto – e diffuso – grillotalpa, che – come si legge su Wikipedia (perdonate l’assoluta modestia della fonte, ma devo lavorare e non percepisco redditi di cittadinanza):
“Il grillotalpa può risultare molto dannoso per le coltivazioni; è polifago, nutrendosi di una vastissima gamma di piante, di cui attacca in particolare le radici; oltre a cibarsene, le trancia per scavare le sue gallerie [Incredibile, per un no TAV…] e anche quelle che non vengono danneggiate in questo modo subiscono gli effetti del disseccamento del terreno dovuto alla sua azione”.
Altra alternativa possibile sono i grilli che – per ragioni varie che non stiamo qui ad approfondire, tanto le conoscono tutti visto che sono all’onore delle cronache – diventano delle autentiche “bocche di rosa”, come nel celeberrimo testo della canzone di Faber:

“La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa.

Appena scese alla stazione
Nel paesino di Sant’Ilario [capite a me…]
Tutti si accorsero con uno sguardo
Che non si trattava di un missionario”.

In effetti, l’abbiamo ormai compreso pure noi…

amarcord di un capitano, di Giuseppe Germinario

I pescatori, si sa, sono una comunità un po’ particolare. Corrono insieme ai punti di approdo, ma devono scegliersi in solitaria il punto di pesca più promettente. Passano il tempo pazientemente concentrati a percepire ogni piccolo sussulto della lenza, ma hanno sempre parte dello sguardo rivolto di sottecchi verso le fortune alterne del vicino di sponda. Matteo Salvini, mi pare di vederlo. Dietro la finestra con gli occhi gonfi di rammarico e lo sguardo fisso verso la favorevole postazione abbandonata appena due mesi fa e ormai occupata da altri, per di più suoi acerrimi avversari. La pesca sino a quel momento, in quel punto, era stata miracolosa; in quello specchio di acqua si avvertivano però i primi segni apparenti di esaurimento del banco. Compiaciuto del risultato e inquieto per lo stallo, avrà pensato che il merito fosse soprattutto delle capacità ipnotiche del pescatore piuttosto che delle condizioni ambientali favorevoli. Suggestioni probabilmente misteriosamente irradiate dal rosario gelosamente custodito e grossolanamente ostentato. Era arrivato il momento di ambire ad una postazione più promettente e autorevole e ad una qualità di pescato più pregiata e prestigiosa. Abbandonando il presidio così fruttuoso, aveva azzardato che anche tutti gli altri, compreso il capofila, abbandonassero rassegnati il proprio.

Preso dal miraggio della moltiplicazione dei pesci, Matteo Salvini non aveva compreso e non si era accorto di due cose fondamentali ed ha finito lui paradossalmente per abboccare.

Per lui si trattava di ambire ad una preda più gratificante agli occhi e al palato, per gli altri di abbandonare il presidio che avrebbe loro garantito una sussistenza quantomeno onorevole

Il pesce è solito avvicinarsi alla scogliera per nutrirsi la sera e al mattino, quando i bagnanti si ritirano, la bonaccia lo culla senza rischi particolari e i bocconcini papabili fuoriescono dai piccoli anfratti delle rocce.

Matteo Salvini, l’apostolo pescatore, non si è accorto purtroppo o non ha voluto vedere che il banco non era più così gremito solo per le troppe mute in immersione che fibrillavano a bella posta i flutti della sua riserva.

Ha visto i rivali, alla fine, mantenere le posizioni ed occupare la sua proprio quando, immediatamente dopo l’abbandono, le condizioni di pesca si stavano dimostrando particolarmente favorevoli.

Non si sa se i pescatori succedutisi siano in possesso delle abilità necessarie a cogliere la pesca miracolosa; i pesci al contrario si sa, non sanno esprimersi con la bocca, ma sanno coltivare altrimenti la propria astuzia. L’augurio è anzi che tra tonni ed acciughe capiti qualche squalo o qualche piovra abbastanza agili da afferrare fuor d’acqua i predatori attualmente in cima alla scala alimentare.

Sta di fatto che il Capitano che ambiva a diventare Generale, almeno per un bel po’ non potrà nemmeno avvicinarsi al timone e nemmeno riprendere la posizione e il titolo conquistatosi sul campo; e neppure ad ambire a sedute di pesca tranquille nell’attesa.

Fuor di metafora le condizioni favorevoli, presentatesi non a caso a ridosso della improvvida ritirata, sono al momento due, in un contesto nel quale il Bel Paese sta diventando sempre più uno dei campi della cruenta singolar tenzone che sta opponendo le classi dirigenti statunitensi e le loro propaggini europee:

  • Le pesanti pressioni, per altro verosimilmente giustificate, che gli esponenti della Presidenza Americana stanno esercitando sul Governo e direttamente sugli stessi alti funzionari dei Servizi di Intelligence italiani e americani qui operativi, per ottenere chiarimenti e giustificazioni sul ruolo svolto da questi nella costruzione dell’artificio del Russiagate. I nomi che circolano insistentemente negli States e ormai sommessamente anche in Italia toccano le cariche più alte degli apparati di sicurezza e politici di primo rango, in particolare di area sinistrorsa. Quale migliore occasione per mettere in difficoltà se non addirittura destabilizzare una parte essenziale del sistema di potere ultratrentennale che ha portato allo sfascio e alla più umiliante subordinazione politica il nostro paese e per sferrare il colpo definitivo alla espressione politica che ne ha governato ricorrentemente le sorti?
  • La crisi già latente ma sempre più aperta e inquietante che sta investendo la Germania, il paese centrale della Unione Europea, frutto dello sconvolgimento del sistema unipolare concepito e abbozzato negli anni ’90 e della riconsiderazione dei rapporti e delle gerarchie tra il paese leader del mondo occidentale, gli Stati Uniti e quello dei suoi alleati subordinati sta mettendo sempre più in discussione l’autorevolezza e la sostenibilità delle politiche comunitarie nonché la compatibilità dei vincoli-capestro che stanno facendo languire le economie europee e dissanguando in particolare quelle mediterranee. Si tratta di uno conflitto geopolitico interno all’alleanza che ha assunto le vesti di un confronto geoeconomico; una dinamica che vede sempre più vacillare il complesso delle istituzioni comunitarie europee grazie all’opera innanzitutto del suo principale e originario artefice. Viene a cadere così la motivazione morale e moralistica della distinzione di trattamento tra paesi maiali (PIIGS) e paesi “virtuosi”. Una messinscena che ha retto e giustificato una spoliazione ventennale, in particolare del nostro paese il cui sfarinamento offre nuovi margini di trattativa e di reazione alle vittime. Anche questa una occasione per innescare uno scontro o un confronto meno parolaio e velleitario forti della presenza di concreti piani B, sino ad ora chimerici.

Il primo Governo Conte, a partire dalle elezioni europee, aveva ormai imboccato il viale del tramonto. Il piano di accerchiamento ai danni di Salvini è stato costruito abilmente e la morsa che lo stava paralizzando sempre più soffocante. La parodia della lettera di infrazione della Commissione Europea ormai decaduta è stata solo la ciliegina sulla torta. I segnali che gli avversari interni al governo cominciassero ad appropriarsi della conduzione degli stessi cavalli di battaglia del leghista, a cominciare dal problema dell’immigrazione, erano ormai visibili.

La strada intrapresa da Salvini era sempre più irta di ostacoli e disseminata di trappole. All’interno del suo partito numerosi esponenti, verosimilmente, anziché sostenerlo lo hanno spinto ad inciampare. Alla fine, però, è stato lui a scegliere il tempo e le modalità migliori, ma per gli avversari, di conduzione dell’operazione trasformistica ai suoi danni.

Il leader leghista non ha mai goduto di particolare credito negli ambienti, in specie americani che avrebbero potuto sostenerlo. Le sue acritiche intemerate a favore di Guaidò in Venezuela e di Netaniau in Israele parevano musica per le orecchie della Amministrazione Americana, in realtà sono stati degli assist gratuiti, per altro del tutto ininfluenti, a favore della sua componente più oltranzista, ma ridimensionata con le recenti dimissioni di Bolton. Non è stato l’unico gesto da acchiappafarfalle; anche i suoi rapporti con Bannon confidavano in accreditamenti che l’esponente americano non era in grado di garantire. Mi fermo qui per non infierire.

Salvini, assieme a Conte, entrambi hanno avuto in parziale autonomia una carta strategica da giocare rispetto ai compari franco-tedeschi, nel Mediterraneo arabo ed in Libia in particolare. Non hanno saputo né voluto giocarla.

Siamo lontani dalla visione e dalla “audacia” offerte dai Triumviri Andreotti, Craxi, de Michelis, con i prodromi e gli antefatti di Aldo Moro. Il prezzo pagato alla fine da questi ultimi fu particolarmente salato. La loro azione, però, fu propedeutica e decisiva agli accordi di Oslo e alle trattative di Camp David tra Arafat e il Governo Israeliano almeno sino a quando il governo americano decise di condurre in prima persona il gioco. Ancora più coraggiosa, ma sfortunata fu la loro azione tesa a salvaguardare l’integrità della Jugoslavjia. Il contesto geopolitico era radicalmente cambiato e i nemici interni, a cominciare dalle regioni del Triveneto e dal Vaticano, erano particolarmente attivi ed efficaci.

All’attuale classe dirigente italiana, compreso Salvini, non si può chiedere tanto; ma il pressapochismo è veramente disarmante. Lungi da una visione strategica, manca ogni minima accortezza tattica; al massimo furbizia, ma senza astuzia.

Si dirà che “del senno di poi son piene le fosse” ed una situazione geopolitica e politica così intricata non agevola certamente le scelte più opportune e lungimiranti e spingono all’azzardo.

Senza menar vanto, giacché il ruolo di cassandre è puramente coreografico e poco consolante, i redattori del nostro blog, assieme a pochissimi altri, da mesi se non da anni stanno deliberando in maniera originale e sino ad ora attendibile sulla condizione europea, francotedesca e soprattutto americana e in controtendenza con le vulgate più modaiole. A maggior ragione i professionisti della politica dovrebbero possedere strumenti migliori e più efficaci di valutazione.

La Lega soffre di tre tare drammatiche che le impediscono il salto di qualità.

La prima, comune a tutti i partiti, di essere una semplice macchina elettorale ma quasi del tutto priva di legami con quel “partito istituzionale” trasversale o con quei gruppi di “funzionari” che possono garantire almeno una parziale operatività delle scelte politiche.

La seconda è l’incapacità di offrire a quei ceti sociali, specie professionali ed imprenditoriali, presenti in essa, una alternativa credibile al pedissequo allineamento europeista e filotedesco in una situazione per altro ben diversa e molto meno allettante rispetto aille suggestioni filotedesche di trenta anni fa.

Se per il PD il processo di rimozione degli antefatti “comunisti” ha consentito una sopravvivenza trentennale che però lo sta comunque portando ad un progressivo logoramento, il processo di rimozione, piuttosto di giustapposizione, delle posizioni federal-seccessioniste con le ambizioni di partito nazionale rendono pressoché impossibile una navigazione a vista e opportunistica per lungo tempo.

Checché ne pensino i sovranisti di sinistra, ultimi arrivati in questo caleidoscopio, i quali poggiano sui diseredati, sulla plebe, sui precari e sugli sfruttati le ambizioni e i propositi di emancipazione del paese e della formazione sociopolitica e di ricostruzione delle prerogative statuali, l’apporto dei ceti professionali ed imprenditoriali, compresi quelli della grande industria, in specie strategica, è imprescindibile per la realizzazione di queste ambizioni, comprese quelle di potenza e quelle di una formazione sociale più giusta ed equilibrata.

Le Lega si sta rivelando altrettanto incapace ad assolvere a questo compito.

Il risorgente livore anticomunista, il neoeuropeismo di soppiatto ritrovato lasciano presagire un repentino ritorno alle origini della Lega negli alvei classici della lotta e della collusione politica.

A quel punto, raggiunto il quale, l’unico dubbio che rimane sarebbe se Salvini c’è o ci fa; anche su questo non è detto che i comportamenti fattuali coincidano necessariamente con le intenzioni.

 

IL FUTILE PARAVENTO DELLA “PIATTAFORMA ROUSSEAU” OVVERO DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE, di Emilio Ricciardi

IL FUTILE PARAVENTO DELLA “PIATTAFORMA ROUSSEAU” OVVERO DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE.

A seguito del suo intervento del 6 settembre 2019 (d’ora innanzi “Intervento”) intitolato “Colpo di extrastato”, in cui Massimo Morigi attribuisce a questo sintagma dignità di categoria teorica atta a cogliere la presunta epocale novità rappresentata dal voto elettronico espresso mediante la Piattaforma Rousseau dagli iscritti (a ciò legittimati) del Movimento 5 Stelle in relazione alla recente formazione dell’attuale governo, lo stesso autore è tornato sulla questione una prima volta il 9 settembre 2019 per approntare una replica (d’ora in poi “Replica”) ad un mio commento (in appresso “Commento”) al suo Intervento e, ancora, il 14 settembre 2019, per operare ulteriori annotazioni, che tuttavia non aggiungono alcunché di sostanziale alla completa esposizione della propria tesi, difatti già compiuta nei suoi primi due testi.

Quindi, seppure non vada trascurato di soffermarsi sui passaggi pertinenti dell’ultimo dei tre testi citati, è prevalentemente sui primi due, ma con attenzione ancor maggiore sulla Replica (di cui ringrazio Morigi per il tempo e la cura ad essa dedicati), che conviene incentrare le presenti mie considerazioni. Anticipo comunque sin d’ora che la Replica (ed a maggior ragione anche l’ultimo scritto) non è stata in grado di convincermi sull’asserita utilità e consistenza concettuale della categoria di “colpo di extrastato”. E ciò per i seguenti motivi.

0. Occorre prendere le mosse dalla constatazione secondo cui Morigi finisce per darmi ragione quando nella Replica afferma che “Il vero punto è […] non tanto la più o meno esibita trasparenza dei partiti” giacché, aggiunge, “se i partiti fossero trasparenti svanirebbero come la neve al sole dalla notte al mattino”.

Difatti, il nucleo fondamentale della critica all’Intervento espressa nel mio Commento era così compendiato: “nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appa[re] tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore. Anche perché, se si continua a rimarcare la scarsa trasparenza di questa operazione, dolendosene, si corre il rischio di accreditare implicitamente l’idea secondo cui finora i processi decisionali interni ai partiti politici (che, è bene ricordarlo, sono semplici associazioni private non riconosciute) si siano svolti all’insegna delle più luminose democrazia ed, appunto, trasparenza. Il che sarebbe, com’è ovvio, balla colossale oltreché offensiva dell’intelligenza quanto meno del lettore abituale di queste pagine”.

Sulla mancanza di “trasparenza” quale fattore ampiamente noto e preesistente nelle teoria e prassi politiche (italiane e straniere, passate ed attuali), dunque, nulla quaestio[1].

  1. La dimensione fortemente problematica della concezione di Morigi, piuttosto, comincia a far esplicitamente capolino nella Replica allorché in questa si soggiunge: “Il vero punto è, come rileva anche Ricciardi ma come stranamente Ricciardi sembra non attribuirmi una piena consapevolezza in merito, […] che questi partiti, un tempo tanto importanti e la cui esistenza veniva espressamente citata anche in Costituzione, oggi non sono più lo snodo principale del conflitto strategico che si svolge all’interno delle élite politiche nazionali impegnate nella lotta per la conquista del potere”.

Senonché, basta leggere il mio Commento per avvedersi che nemmeno mi pongo il quesito in merito alla piena consapevolezza o meno di Morigi circa la pretesa novità rappresentata dalla sopraggiunta perdita d’importanza dei partiti politici.

E non me lo pongo perché già Morigi nel suo Intervento aveva in buona sostanza negato che questa fosse una novità, sostenendo ciò che ha poi confermato nella Replica (come segnalato sopra al paragrafo 0), ossia che “il punto importante per dare corpo alla categoria ‘colpo di extrastato’ non è tanto il fatto che la piattaforma Rousseau è tutto tranne che trasparente (in passato la <democrazia> dei partiti era nascostamente pesantemente guidata, quando questa etero direzione non era addirittura teorizzata, vedi centralismo democratico del vecchio PCI; e le lobby che da sempre manovrano le decisioni dei parlamenti delle moderne democrazie sono forse il fenomeno più studiato dall’attuale scienza politica, fino ad arrivare alla <postdemocrazia> teorizzata da Colin Crouch)”.

È indubbio, difatti, che sostenere che “in passato la <democrazia> dei partiti era nascostamente pesantemente guidata” e dunque assoggettata ad una “etero direzione”, equivalga a sostenere che i partiti non sono mai stati, non solo oggi ma anche in passato, “lo snodo principale del conflitto strategico”.

Di conseguenza, perché nel mio Commento avrei dovuto anche solo evocare o lambire la questione del se Morigi fosse pienamente consapevole o meno della sopraggiunta perdita d’importanza dei partiti, quando egli stesso nel suo Intervento ha mostrato di ritenere che pure nel passato i partiti erano etero diretti e che, quindi, nulla, sul punto, è davvero sopraggiunto?[2]

  1. Semmai, rilevo in Morigi una contraddizione (non la prima, per vero, e comunque generatrice di un’impasse che egli ha tentato di eludere in un modo che esaminerò nel successivo intero paragrafo 4) tra, da un lato, il riconoscimento della etero direzione e nulla trasparenza caratterizzanti da sempre i partiti politici e, dall’altro lato, l’asserzione circa la novità costituita dalla totale intrinseca mancanza di trasparenza nel Movimento 5 Stelle.

Peraltro, mentre tale asserzione è contenuta, per lo meno esplicitamente (spiegherò i motivi di questa puntualizzazione nel successivo sottoparagrafo 3.1.), nella sola Replica, quel riconoscimento è stato operato sin da subito nell’Intervento (e di poi ribadito nella Replica).

Il fulcro dell’Intervento, in effetti, voleva essere esplicitamente altro rispetto all’opinione inerente la mancanza di trasparenza della piattaforma Rousseau: “il punto fondamentale è un altro, ed è cioè che tutti, dalla pubblica opinione, alle massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo hanno aspettato senza fiatare una esplicita e chiara decisione di un corpo, ma un corpo che non è previsto né in Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale”.

Quest’ultima proposizione è poi ripresa, onde ribadirne la correttezza, nel testo del 14 settembre 2019, laddove si ripete essere la Piattaforma Rousseau un corpo politico-decisionale del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali”.

Senonché, una volta riconosciute, come si è visto aver fatto Morigi, la mancanza di trasparenza ed anzi la totale etero direzione caratterizzanti l’azione (anche) dei vecchi partiti politici, deriva necessariamente che anche tale azione si ponga contro ed al di fuori della Costituzione, atteso che l’art. 49 di questa esige il “metodo democratico” di essa azione (laddove mancanza di trasparenza ed etero direzione risultano invece evidentemente incompatibili con detto metodo).

E deriva altresì’ necessariamente che è contraddittorio affermare che un’azione politica di tal fatta si sia sviluppata “sotto il mantello costituzionale”, perché una prassi politica priva di trasparenza ed etero diretta e quindi lesiva del “metodo democratico” dettato dalla Costituzione non può, per definizione, trovare legittimazione (ossia “copertura”, quale ”mantello giuridico”) in questa stessa Costituzione.

Pertanto, se si sostiene che la Piattaforma Rousseau (recte: l’insieme degli iscritti al Movimento 5 Stelle legittimati al voto elettronico mediante utilizzo di questo dispositivo telematico) è “corpo che non è previsto né in Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale”, ed insomma “del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali”, allora si deve pure logicamente concludere che anche i vecchi partiti politici partecipano delle medesime caratteristiche che dunque non potrebbero non definirsi eversive.

Ciononostante, in costanza dell’esistenza dei vecchi partiti sia la “pubblica opinione, [sia] le massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo” aspettavano normalmente “senza fiatare una esplicita e chiara decisione” di organi decisionali di partiti che pure, per quanto rilevato, agivano in sostanziale spregio di quel “metodo democratico” prescritto dall’art. 49 della Costituzione.

Di conseguenza, la disamina svolta sino a questo punto delle considerazioni di Morigi sembra consentire di affermare che con la Piattaforma Rousseau non si è attuato alcun “colpo di extrastato”, in quanto asserita nuova forma della prassi politica rispetto a quella invalsa nella precedente fase storica.

Occorre ora, giunti a questo tratto del discorso che si sta conducendo, soffermarsi sull’ultimo argomento addotto da Morigi a favore della propria tesi.

  1. Prima devo tuttavia rendere una spiegazione, che mi consente anche di affrontare alcune affermazioni svolte da Morigi nel già menzionato suo testo del 14 settembre 2019.

In particolare, più sopra ho accennato alla circostanza per cui soltanto nella Replica viene sottolineata e stigmatizzata espressamente la mancanza di trasparenza del processo decisionale elettronico del Movimento 5 Stelle. Mi riferisco, precisamente, al seguente passaggio: “è la prima volta che si riconosce […] come fondamentale e fondante per la decisione politica […] una sorta di accrocchio tecnologico informatico dove la <trasparenza> non è che venga conculcata come nei vecchi partiti classici (ma ricordiamoci l’adagio <l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù>) ma è un concetto totalmente alieno proprio per il processo tecnologico e verificabile solo da esperti informatici nell’emissione dei suoi responsi”.

Ebbene, a parte il fatto che, sul piano degli effetti, sfugge la reale e sostanziale differenza tra conculcamento della trasparenza nei vecchi partiti politici ed eliminazione di essa già sul piano concettuale a causa dell’applicazione delle tecnologie informatiche al procedimento elettorale interno al partito de quo.

Ma soprattutto, ciò che preme rimarcare è che anche il procedimento elettorale incentrato sulla segretezza del voto cartolare risulta intrinsecamente privo di trasparenza, se per questa si intenda, come devesi e pur semplificando, l’insieme degli accorgimenti che garantiscono la certezza, per i votanti, dell’autenticità del voto espresso e del suo conteggio fino alla pubblicazione dei risultati. Difatti, è difficile negare che, se è vero che l’elettore che esprime un voto segreto conosce il dato (il suo voto) che così è immesso nel meccanismo ed il dato (aggregato) che ne è emesso, ossia il risultato elettorale, non ha invece modo di verificare l’iter che ha compiuto quel dato dal momento della sua immissione fino alla sua confluenza nel dato complessivo, o quantomeno non può avere la certezza di quale sia stato tale iter. Proprio perché nessuno potrà mai dargli la garanzia assoluta, nemmeno assistendo allo scrutinio, che nella fase di quest’ultimo il documento su cui ha apposto il suo voto sia davvero oggetto di conteggio, e di un conteggio corretto.

A ciò si aggiunga la difficile se non impossibile verificabilità della correttezza delle operazioni di conteggio del voto cartolare, e ciò a causa dell’effetto combinato dell’elevato numero di votanti (come sovente accade nelle elezioni politiche nazionali della stragrande maggioranza dei paesi a democrazia rappresentativa) e dell’esistenza di particolari regole costituzionali che devolvono la giurisdizione esclusiva inerente la contestazioni elettorali ai medesimi organi elettivi, con la conseguente assai ridotta capacità operativa di procedere ad un controllo di decine di milioni di schede elettorali in tempi fisiologici e ragionevoli, ossia tali da scongiurare un’eccessivamente prolungata incertezza riguardo la reale legittimazione popolare degli eletti[3].

Insomma, se trasparenza non c’è nel voto elettronico, con la connessa difficoltosa verificabilità della genuinità della relativa procedura, lo stesso deve dirsi per il voto cartaceo.

3.1.   Quest’ultima sottolineatura ben introduce la disamina della seguente affermazione contenuta nel testo di Morigi del 14 settembre 2019, in quanto anch’essa incentrata, come mostrerò più oltre, e sebbene Morigi non lo dichiari in modo esplicito, sul concetto di trasparenza (e con ciò giustifico l’individuazione, dianzi operata, di un legame fra essa affermazione e la critica, già analizzata, alla mancanza di trasparenza della Piattaforma Rousseau svolta nella Replica): una “procedura di voto elettronica, corretta o truffaldina che sia, designa chiaramente una costituzione materiale dello Stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la precedente dove la scelta e selezione dei decisori alfa-strategici da parte dei decisori omega-strategici avveniva  – almeno a livello politico –  attraverso una procedura non elettronica ma semplicemente cartacea (con tutti i brogli che questa comportava, ma almeno per quanto riguarda il punto 2 questo è un elemento del tutto secondario)”.

Qui Morigi non motiva espressamente l’implicito favore che sembra accordare al voto cartaceo rispetto a quello elettronico. Ed insomma non si perita di precisare in che modo e perché la procedura elettorale elettronica determinerebbe addirittura uno stravolgimento radicale della costituzione materiale dello Stato rispetto a quella vigente in costanza dell’omologa cartacea. Nondimeno, sembra di poter capire che, secondo Morigi, la presenza di schede elettorali cartacee, pur non eliminando il rischio di brogli elettorali, consentirebbe comunque di verificarne la perpetrazione, ciò che, invece, il voto elettronico non permetterebbe di fare. In altri e più concisi termini: per Morigi sarebbe la trasparenza, sub specie verificabilità di eventuali brogli elettorali, il tratto che differenzia il voto cartaceo da quello elettronico (dunque non trasparente, come quello della Piattaforma Rousseau, secondo quanto asserito, esplicitamente, nella Replica).

Tuttavia, così in thesi argomentando, Morigi trascura che, come illustrato più sopra, anche la procedura elettorale cartacea con voto segreto, soprattutto nella fase dello scrutinio (ma anche in quella della trasmissione centralizzata) dei voti, e quando si attua in paesi con decine di milioni di votanti, non può mai né garantire al votante certezza circa la correttezza delle operazioni né rendere possibile un controllo completo dell’intera procedura medesima, tanto meno in tempi tali da essere compatibili con l’esigenza dell’opinione pubblica di avere risposte celeri in merito all’esistenza o meno di una legittimazione democratica degli eletti.

Certo, nel voto elettronico la verificabilità dei brogli è più difficoltosa di quanto lo sia con il voto cartaceo, ma si tratta di una differenza di ordine quantitativo, ossia attinente al maggior rischio di brogli (perché minore è la possibilità di verificarli) che il primo esibisce, non già di una differenza di ordine qualitativo, idonea cioè, come invece sostiene Morigi, ad incidere addirittura, sfigurandola irreversibilmente, sulla “costituzione materiale dello Stato”.

3.2.   Eppure anche in altro passaggio del suo testo del 14 settembre 2019, Morigi esprime il convincimento che “è del tutto assurdo dire che una costituzione materiale e una forma di Stato che ha avuto la sua nascita in una  passata epoca tecnologica è la stessa costituzione materiale e forma di Stato dei tempi di Internet”, e lo fa in base all’assunto, introdotto immediatamente prima, “che nelle vicende sociali e politiche i cambiamenti ed i mutamenti non appartenenti stricto sensu all’ambito politico e sociale agiscono su quest’ambito non solo additivamente ma anche qualitativamente”.

Senonché, il nesso causale che con tale assunto viene delineato su un piano generale risulta da una petizione di principio, enunciato e non dimostrato, ed allo stesso modo anche il nesso causale specifico, quello in virtù del quale la scoperta ed uso di internet non può non avere determinato un cambiamento della “costituzione materiale e forma di Stato”, risulta meccanico e proclamato in modo apodittico. Al punto da giungersi financo ad una concezione feticistica dell’innovazione tecnologica, quale potenza che plasma e trasforma la struttura e l’essenza dei rapporti poltico e sociali, a loro volta puri elementi passivi, inerti e direi neutri, che subiscono l’azione demonica ed incandescente della prima.

Per contro, non è affatto scontato che un elemento nuovo, nato in un ambito diverso dalle dimensioni politica e sociale in senso stretto, una volta trasmigrato in quest’ultime in virtù dell’uso che di esso elemento è fatto, debba divenire il fattore che trasforma la conformazione essenziale delle predette dimensioni qual era stata sino a quel momento. Insomma, può ammettersi perfettamente l’ipotesi che l’elemento sia immesso nel sistema esterno (a quello della sua genesi) e da esso assorbito senza subire, il sistema recettore, alcuna trasformazione o comunque modificazione rilevante.

  1. Terminata così la digressione resasi però necessaria per discutere le due soprariferite affermazioni contenute nel testo di Morigi del 14 settembre 2019. è possibile finalmente affrontare, come già avevo anticipato, l’ultimo argomento, stavolta svolto nella Replica del 9 settembre 2019.

In particolare, in quest’ultima viene introdotto ex novo un tema che non era stato oggetto del benché minimo accenno, nemmeno implicito, nell’Intervento: l’importanza dell’illusione.

Così al riguardo si afferma: “Ma il vero snodo, lo ripeto, della categoria di <colpo di extrastato>, non è tanto la trasparenza o l’opacità dei processi decisionali è che nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata”.

Ebbene, qui si ha l’impressione che Morigi sia stato costretto a ricorrere all’ulteriore argomento basato sull’assunto circa la passata esistenza dell’illusione della trasparenza dell’azione dei partiti politici, al fine di aggirare la difficoltà logica di continuare a sostenere il carattere di novità epocale della Piattaforma Rousseau in quanto enigmatica ed impersonale entità telematica non controllabile se non “da esperti informatici[4], ed allo stesso tempo nondimeno riconoscere che anche nei vecchi partiti politici la trasparenza era completamente assente.

Nella Replica si sostiene, difatti, che non già la mancanza di trasparenza dei e nei partiti politici segna la novità della presente epoca del presunto “colpo di extrastato” rispetto all’epoca precedente, bensì la caduta dell’illusione della trasparenza, in passato invece esistente.

È necessario, quindi, indagare motivi e legittimità dell’asserzione che attribuisce decisiva rilevanza a questa illusione.

4.1.   Al riguardo, nella Replica si indicano due esempi per tentare di dimostrare l’importanza delle illusioni nutrite circa l’esistenza della trasparenza dei processi decisionali dei partiti politici.

Il primo esempio attinge al rapporto tra la Chiesa cattolica e la Democrazia Cristiana, affermandosi che “la Chiesa esplicitamente non ha mai fatto trapelare una esplicita e pubblica decisione a favore di questo o quel governo ma si limitava, in ottemperanza del suo alto magistero religioso e morale, a vietare ai cattolici, pena l’inferno, di votare per quei partiti che erano a suo giudizio l’espressione politica del cancro dell’ateismo e dell’irreligiosità”.

Vero; ma in questo caso non vedo dove e come avrebbe agito l’illusione sull’esistenza della trasparenza nelle decisioni della Democrazia Cristiana, atteso che all’epoca per qualsiasi osservatore ed elettore minimamente attrezzati era chiaro e palese il penetrante condizionamento vero e reale esercitato costantemente dalla Chiesa cattolica sulla prima.

Il secondo esempio riguarda più nello specifico la trasparenza dei partiti ed anche su questo punto il ragionamento fa leva sull’importanza delle false rappresentazioni, o meglio la concreta modalità di come queste possono essere rappresentate. Nei vecchi partiti per arrivare ad un decisione e/o prevalere nello scontro politico venivano messe in atto le più ignobili manovre ma se queste manovre non avevano in concreto nulla di democratico e trasparente avevano un grande pregio. Queste manovre erano condotte da uomini in carne ed ossa e chi avesse voluto vedere un po’ più a fondo avendone la formazione e l’intelligenza riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori”.

Ma è proprio il contenuto del testé riportato secondo esempio a dirci in maniera inequivocabile come anche in questo caso non siano all’opera “false rappresentazioni” in ordine alla trasparenza. Difatti, posto che era nelle manovre oscure interne ai partiti che si sostanziava la mancanza di democrazia e trasparenza; e posto che, nonostante il carattere nascosto e letteralmente osceno di tali manovre, si “riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori”; allora ne consegue che era possibile vedere chiaramente la vera realtà delle lotta politica interna ai partiti, senza farsi irretire, appunto, da alcuna illusione.

Peraltro, l’affermazione secondo cui sarebbero state sufficienti volontà e capacità intellettuali per lacerare il velo dell’apparenza ed identificare addirittura gli oscuri “manovratori” delle decisioni dei partiti politici, mi pare pecchi di ottimismo se non di una sorta di onnipotenza del pensiero. Si considerino, difatti, a confutazione e comunque forte ridimensionamento della portata della soprarichiamata affermazione, tutti quegl’importanti e gravi accadimenti della nostra vita politica nazionale i quali, seppure ascritti (in tutto o in parte) alle decisioni manifeste dei partiti politici, non è stato possibile ricondurre ai responsabili ultimi “con tanto di nomi e cognomi”. Laddove, in quei pochi casi in cui ciò si è verificato, lo è stato comunque a distanza di decenni, ed il più delle volte a seguito dell’emersione di circostanze e documenti, avvenuta di rado casualmente, più spesso deliberatamente, in vista del perseguimento, in quest’ultima evenienza, di scopi ulteriori poiché funzionali a nuove strategie, naturalmente ignote alla generalità della popolazione nel momento del loro dipanarsi in atto.

In definitiva, i due esempi riportati nella Replica non mi paiono così calzanti e persuasivi.

4.2.   Però nel contesto dell’esposizione del primo esempio è operato un fugace accenno al ruolo delle illusioni in generale, il quale sembra poter fornire qualche indizio utile per capire la funzione che gioca questo elemento nell’impianto argomentativo di Morigi.

Precisamente, si afferma che “in politica, come nel resto di tutte le altre faccende della vita, le illusioni contano e quando queste cadono non si può far finta di nulla pensando che siccome si trattava di illusioni la loro scomparsa conta meno di nulla e non vale nemmeno la pena di segnalarle e di cercare di elaborare un pensiero non banale a proposito”.

Ora, affermare che “le illusioni contano”, in questo contesto discorsivo, sembra voler significare che le illusioni non sono nulla, e che producono effetti reali. Se questa mia interpretazione è corretta, allora deve dirsi che tali effetti saranno pure reali, ma i pensieri e le azioni inclusi nella cerchia di tali effetti saranno irrimediabilmente inficiati dall’esser derivati da una percezione errata (qual è appunto l’illusione) della realtà vera, e dunque, in definitiva, da erroneità e falsità.

Se poi si traslano queste considerazioni generali nell’ambito del discorso che si stava conducendo, ne viene che l’asserito diffuso convincimento, presente nella precedente epoca storico-politica, circa la trasparenza delle decisioni dei partiti politici era un’illusione e, in quanto tale, un falso convincimento.

Libero, quindi, Morigi, naturalmente, di elaborare “un pensiero non banale” sulla suddetta illusione (e sulla sua presunta caduta). Ma mi permetto di osservare che se il pensiero vuole conoscere la realtà e le determinazioni vere di una presunta nuova era politica e le sue differenze rispetto alla precedente (e non v’è dubbio che Morigi voglia applicarsi alla produzione di un pensiero di tal fatta), non può accontentarsi fermandosi alla considerazione delle false rappresentazioni che sulle corrispondenti epoche storiche si sono formate, assumendole quali dati di realtà di ultima istanza. E non può perché in questo modo non sarebbe in grado di nemmeno tentare di conseguire quello scopo prefissosi (ossia l’acquisizione della conoscenza delle vere determinazioni di una nuova epoca politica).

Di conseguenza, e per tornare specificamente al discorso centrale di questo scritto, può affermarsi ciò: posto che la totale mancanza di trasparenza dei processi decisionali dei partiti politici e dunque la loro etero direzione sono dati caratterizzanti sia la precedente sia l’attuale fase storica, ne discende che l’utilizzo della piattaforma Rousseau non integra alcuna novità inerente i predetti processi, con il corollario per cui il ricorso alla nozione di “colpo di extrastato”, per qualificare tale utilizzo ed evidenziare così tale presunta novità, non pare rivestire utilità teorica. Anzi, ribadisco che, a mio avviso, il convogliamento delle energie intellettuali individuali e collettive nell’elaborazione di tale nozione può essere financo dannoso poiché rischia di distogliere l’attenzione dal tentativo di cogliere le vere configurazioni dei processi politici reali.

  1. Vergo, infine, due ordine di notazioni inerenti il seguente, in parte già riportato, passaggio: “nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata e non segnalando la caduta di quest’illusione non si riesce a vedere un fatto di primaria importanza: e cioè che si riconosce piena titolarità politica e decisionale a corpi del tutto inediti ed extracostituzionali”.

Il primo ordine di notazioni si risolve in un unico rilievo di natura logica. In particolare, se si assume essere intervenuta “la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali”, vuol dire che questi “tutti”, ossia i soggetti portatori di tale illusione, sono consapevoli della caduta di questa, del suo venir meno. Difatti, una volta svanita una determinata illusione, i soggetti di essa si avvedono di ciò che era stata, proprio perché, essa svanendo, non ne sono più irretiti e la possono riconoscere in quanto tale. Di conseguenza, non può porsi un problema di mancata evidenziazione da parte delle “pubblica opinione”, “pubblicistica politica” e “scienza politica” della caduta, del dileguarsi di questa illusione, proprio perché il suo svanire ha segnalato ciò che essa stessa era ai soggetti che ne risultavano avvolti.

Il secondo ordine di notazioni è di natura fattuale. Contrariamente a quanto si sostiene nella Replica, esponenti di quelle istanze e discipline dianzi menzionate, ossia la pubblica opinione nonché la pubblicistica e la scienza politiche, hanno, in occasione della nota recente consultazione telematica, levato dolenti e pensosi ammonimenti di fronte al presunto nuovo ed esiziale pericolo generato dall’asserita inaudita anomalia extracostituzionale della piattaforma Rousseau[5].

D’altronde, questi ammaestramenti vanno ad alimentare una serqua di allarmi rivolti ormai da tempo sullo stesso tema da molte voci della stampa[6]. Cosicché la Piattaforma Rousseau finisce per essere ormai largamente additata, segnalata e riconosciuta all’opinione pubblica come la scatola nera che inghiotte le velleità di democrazia diretta sbandierate dai suoi fautori. È dunque la mancanza di trasparenza che si rivela in modo trasparente. O, riprendendo il titolo di questo scritto, l’innocuo paravento che tenta senza esito di mascherare l’ampiamente consolidata realtà di forze che agiscono dietro le formazioni politiche operanti sulla scena.

Peraltro, gli argomenti adoperati dai menzionati critici della recente votazione elettronica in questione esibiscono tutti quale sfondo comune la salda fede nella democrazia rappresentativa, architrave della legalità costituzionale ed anzi eterna garanzia di trasparenza messa a repentaglio da quell’inedita procedura decisionale telematica.

Ecco, il tenore di tali argomenti, ma anche la biografia pubblica dei personaggi che se ne sono resi fautori, mi pare comprovino ampiamente la fondatezza di quanto da me paventato nel Commento riguardo al rischio (che investe anzitutto il piano culturale e della consapevolezza) generato dalla concentrazione dell’analisi politica sulla ritenuta novità rappresentata dal carattere malefico ed oscuramente extracostituzionale della piattaforma Rousseau: si finisce per accreditare l’idea che questo dispositivo abbia infranto il preesistente paradiso terrestre della trasparente democrazia rappresentativa incentrata armonicamente sui partiti politici in quanto operanti con “metodo democratico”.

Idea falsa e risibile, naturalmente[7].

Ma su ciò Morigi suppongo convenga senza riserve.

 

 

[1]   Semmai sollevo un rilievo, anche se non essenziale e quindi da collocarsi non nel testo ma appunto in questa nota, il quale mira ad evidenziare una perplessità riguardo il “consiglio” di Morigi di non “avventurarsi a cuor leggero in merito alla natura più o meno privata dei partiti, i quali nella nostra Costituzione vengono citati anche se poi riguardo al loro <dover essere> ci si limita ad una vacua retorica democratica che dice tutto e il contrario di tutto”. Difatti, quale che possa essere stato lo spirito con cui nel Commento mi sono accostato (non già avventurato) a siffatto tema, e dunque se con colpevole spensieratezza (come pare ritenere Morigi) oppure con animo gravido di timore e tremore, il dato certo ed incontestabile è che la natura giuridica dei partiti politici nell’ordinamento italiano è, come segnalavo, quella di “semplici associazioni private non riconosciute”. Ed è dato la cui solidità non viene scalfita di un ette dall’accenno ai partiti che opera la Costituzione, rientrando, tale accenno, nel novero delle tanto belle quanto vacue dichiarazioni di principio o programmatiche di cui è infarcita la Carta, secondo quanto, del resto, riconosce lo stesso Morigi. Ma allora poco si comprende la congruenza di uno schema argomentativo che contempla, in un primo momento, a ritenuto sostegno della propria tesi, il richiamo alla rilevanza di un elemento che io avrei omesso di considerare (e cioè il riferimento costituzionale ai partiti politici) e, subito dopo, la radicale squalificazione dell’elemento medesimo. Non è la prima volta, peraltro, che Morigi indulge ad una simile modalità argomentativa di stampo palinodico.

[2]   Tant’è che di questo, del fatto cioè che nell’Intervento la c.d. assenza di trasparenza nei partiti non è presentata in realtà come una novità e quindi non fa problema, ho dato puntualmente atto nel mio Commento: “nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appa[re] tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore.

[3]   A questo proposito, la vicenda delle elezioni politiche nazionali italiane del 2006 è paradigmatica. Esse videro la vittoria della coalizione di centrosinistra, ma con un esiguo scarto di voti alla Camera dei Deputati. La coalizione avversaria chiese allora inizialmente di procedere al riconteggio di tutte le schede elettorali, per poi accettare, a seguito di un accordo politico, di contare solo le schede del 10% dei seggi (https://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/politica/polemica-schede/riconteggio-totale/riconteggio-totale.html). La Giunta per le elezioni, tuttavia  unico organo munito di giurisdizione al riguardo ai sensi dell’art. 66 della Costituzione, riuscì a ricontare soltanto le schede relative a 180 seggi, di contro ai programmati 6000 seggi, ossia l’equivalente del suddetto 10%, e calcolò che per ricontare il totale ci sarebbero voluti due mandati addizionali di 5 anni (traggo questi dati da http://paduaresearch.cab.unipd.it/6293/1/carlotto_paolo_tesi.pdf).

[4]   D’altronde, va pure di molto stemperata l’enfasi sulla presunta natura “malefica” di questa “sorta di accrocchio tecnologico informatico” dispensatore di “responsi” ordalici. Difatti, in base allo statuto del Movimento 5 Stelle, la devoluzione alla “consultazione in Rete degli iscritti” dell’assunzione della generalità delle decisioni politiche del Movimento stesso, tra cui è rientrata infatti anche quella riguardante la costituzione del nuovo attuale governo, non è affatto obbligatoria, ma è rimessa alla scelta totalmente discrezionale del suo “Capo Politico ovvero, in sua assenza od inerzia, d[e]l Garante” [v. art. 4, lettere a), comma 2°, ultimo alinea e b), comma 1°, dello Statuto, visionabile qui: https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/associazionerousseau/documenti/statuto_MoVimento_2017.pdf]. Pertanto, se pure si volesse dare rilevanza all’apparenza (o illusione) della trasparenza, e dunque in definitiva sapere – per riprendere le parole usate nella Replica – “con chi dobbiamo prendercela”, la responsabilità della decisione di costituire il nuovo governo, ove per responsabilità si intende la causa prima che ha consentito agli iscritti di esprimersi, sarebbe ascrivibile formalmente e sostanzialmente a Luigi Di Maio quale “Capo Politico” ed a Giuseppe Piero Grillo quale Garante del Movimento 5 Stelle (come del resto rilevato dalla stampa: https://www.ilpost.it/2019/09/03/piattaforma-rousseau-voto-oggi).

[5]   Di seguito, riporto una breve silloge di alcune delle opinioni espresse al riguardo, tutte da me tratte dall’articolo https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/09/news/la-soffitta-dei-simboli-inutili-272931/. Ferruccio de Bortoli: “<#Rousseau, uno dei giorni più bui della nostra democrazia rappresentativa>”; Francesco Storace: “<La democrazia italiana nelle mani della piattaforma #Rousseau. Decide #Casaleggio senza alcuna trasparenza se il governo deve partire o no. Ora #Mattarella potrà nominare i ministri>”; Mara Carfagna:<Ah, quindi il Conte-bis non sarà legittimato dalle Camere, ma dalla piattaforma #Rousseau? Eppure non mi pare che i Padri Costituenti, nella loro saggezza e nel ruolo di rappresentanti del popolo italiano, avessero previsto di inserire la Casaleggio Associati in Costituzione>”; il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick: “<non è incostituzionale in sé, ma mi sembra contro lo spirito della Carta far diventare la piattaforma Rousseau, o un’altra simile, uno strumento per l’esercizio della sovranità>”, Cesare Mirabelli: “<Il presidente incaricato, sulla base del voto di un numero ristretto di persone, sia pure iscritte al partito M5s, si ritira e restituisce il mandato nelle mani del presidente della Repubblica? Non è quanto stabilisce la Costituzione>”.

[6]   Tra gli innumerevoli interventi giornalistici, cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/il-lato-oscuro-rousseau-hacker-bilanci-e-votazioni-non-certificate-ACDjgeg.

[7]   È significativo, al riguardo, che già nel 1966 un intellettuale come Lelio Basso, convinto assertore dell’imprescindibile funzione storica dei partiti e certamente distante da un estremismo antiparlamentare, dopo aver negato “che il parlamento sia veramente o possa essere la sede effettiva del potere e che tutti i problemi possano risolversi con la semplice azione parlamentare”, evidenziava il compimento di un “processo di progressivo svuotamento di un’autonoma funzione del parlamento a beneficio dell’esecutivo e dei partiti”, che riconosceva contestualmente essersi “rivelati strumenti politici più adeguati, anche se largamente insufficienti, alla democrazia di massa”, avendo cura però di soggiungere immediatamente che i reali beneficiari di tale processo di progressivo svuotamento erano “dietro di essi [ossia “dell’esecutivo e dei partiti”], [la] burocrazia, [i] gruppi di pressione e [le] forze economico-sociali” (http://leliobasso.it/documento.aspx?id=5b7a6827d18ca804ef8249e24302aaed).

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE

Non c’è giorno in cui i media simpatizzanti per il governo Conte-bis, e i loro beniamini a Palazzo non ripetano slogan, idola, topoi ben noti perché – per lo più – ripetuti perfino da oltre quarant’anni. È stato riciclato anche quello famigerato sulle tasse “paghiamole tutti, paghiamone meno” ossia il ritornello che ha accompagnato tutti gli aumenti fiscali dagli anni ’70 in poi, quanto mai sgradito ai contribuenti che le pagano, perché volto ad ammorbidire la resistenza a pagarne di più: ma non a farle pagare agli evasori/elusori dato la ben nota scarsa efficienza del fisco italiano a perseguirli. I quali tranquillamente preferiscono pagarne poche in Olanda o Lussemburgo se vogliono restare in Europa, altrove se vogliono uscirne.

Non ne manca nessuno: dalla “Green Economy” (con la quale si volge in propaganda un problema serio) al lamento sull’accoglienza e così via. Tutti al fine di “riempire” di contenuti un patto di governo la cui ragion d’essere è: a) tirare a campare; b) evitare il probabile successo di Salvini.

Tuttavia, più per il PD e connessi che per il M5S c’è un problema di credibilità: come si fa a dare credito ad un partito, “polo” sinistro della “Seconda Repubblica”, regime la cui classe dirigente ha registrato i peggiori risultati nel tempo o nello spazio dall’unità d’Italia ad oggi? Più di un anno fa scrivevo su questo sito (“La peggiore di tutte”) che la classe dirigente della seconda repubblica – usando come riferimento l’incremento dal prodotto individuale lordo (indice estremamente importante) anche se non esaustivo – aveva fatto i peggiori risultati (1994-2018) della zona euro e della UE; lo stesso a paragonarla con le altre classi dirigenti dall’Unità d’Italia in poi. Pretendere, di fronte a tale disastro che gli italiani prendano per buone le solite ricette ma anche le nuove propinate dagli stessi medici, è un desiderio di difficile attuazione.

Il perché ce lo spiegava Croce in un passo tanto spesso citato, su morale e politica, dove il filosofo, tra l’altro, criticava “nessuno, quando si tratta di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purchè abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura” ma  laddove, aderendo al richiamo dell’onestà e/o della competenza l’elettorato “ha messo a capo degli Stati uomini da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”. Croce così rilevava come il popolo giudicasse i governanti in base ai risultati più che alle intenzioni e alla (di essi) dottrina; con riguardo all’onestà politica la definiva “non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”.

Il guaio o meglio la tara (ma non solo del PD) è di essere lo stesso partito, e in buona parte lo stesso personale dirigente che ha co-gestito la fallimentare “Seconda Repubblica”: per cui la credibilità a risolvere problemi – col loro armamentario            ideale e materiale – è radicalmente compromessa. Aggravato il tutto poi se le soluzioni proposte somigliano in gran parte a quelle già praticate. Buone forse a confortare qualche militante, ma poco idonee a incrementare il numero (insufficiente) di quelli che non credono né votano PD. Agli altri ha lo stesso effetto di chi volesse ripetere lo stesso sketch, come quello sul Sarchiapone di Walter Chiari o barzellette risapute: un dejà vu, per lo più accompagnato da indifferenza e (spesso) tanti sbadigli.

Teodoro Klitsche de la Grange

Strategie e capisaldi, di Fabio Falchi

Condivido molto ma non ritengo che la Lega dando vita ad un governo giallo-verde abbia commesso un errore strategico. L’errore della Lega, a mio giudizio, è stato un altro, ossia ritenere che l’alleanza giallo-verde fosse una alleanza strategica anziché tattica.

Mi spiego meglio: La Lega doveva necessariamente risolvere due problemi prima di sfidare l’UE (sfida peraltro difficilissima e che non si può vincere con un “sovranismo” e un anti-europeismo da fiera paesana): strutturarsi come autentico partito nazionale (ossia non più “(macro)regionale”) e conquistare il maggior numero possibile delle casematte dell’apparato dello Stato italiano, quasi tutte controllate dal PD. Quindi era necessario fare una alleanza con “il nemico del suo nemico”, sapendo però che la natura “impolitica” del M5S (che pure , almeno in teoria , l’esperienza di governo poteva trasformare in una forza politica non più “impolitica”) poteva giocare dei brutti scherzi, e che il nemico da sconfiggere non era in primo luogo il più pericoloso (ossia il partito del PdR legato a doppio filo con l’UE) ma il più debole anche se ancora assai pericoloso per la Lega, ossia il PD (che la stessa UE non considerava più come il proprio “agente italiano”, per la sua debolezza e le sue divisioni interne, ).

Per la Lega quindi il conflitto , più che probabile, all’interno del governo giallo-verde (composto da tre attori politici: partito del PdR – che potendo contare pure su Conte si andava sempre più rafforzando, attirando di conseguenza pericolosamente dalla propria parte pure il M5S proprio per la sua “natura impolitica” -, M5S e Lega) andava combattuto cercando di non arrivare alla “rottura” prima di avere almeno nominato il Commissario europeo, i vertici delle aziende strategiche italiane nonché delle forze armate, di quelle dell’ordine e via dicendo, e al tempo stesso adoperandosi seriamente per trasformare la vecchia struttura della Lega Nord in una struttura adeguata ad un partito nazionale di massa.

Di fatto la Lega non solo non è riuscita a risolvere né l’uno né l’altro di questi problemi, ma volendo prima combattere il “padrone” anziché il suo “malconcio” maggiordomo le ha prese dall’uno e dall’altro e ora si trova a dover ricominciare tutto da capo, da una posizione che non si può certo definire una posizione vantaggiosa. In pratica, la Lega ha messo il carro (l’economia) davanti ai buoi (la strategia politica).

In questo contesto, per i leghisti è assai più facile regredire che progredire, pensando che con un grande successo elettorale (peraltro non affatto scontato) possa risolvere qualsiasi problema.

Comunque sia, l’analisi di Roberto merita davvero di essere letta perché impiega categorie strategico-politiche anziché categorie ideologiche e/o retoriche fuorvianti e incapacitanti.

 

Sinistri, destri, pentastellati e il declino del nostro Paese

Fabio Falchi

Che la sinistra sia parte costitutiva dei gruppi dominanti globalisti è un dato acquisito, così come ormai è un dato acquisito che pure il M5S sia finito nella cloaca globalista. Tuttavia, la questione politica del nostro Paese non è solo questa, che riguarda, sia pure in forma e misura diverse, tutti i Paesi occidentali.

Invero, anche la crisi del governo giallo-verde ha confermato che il problema dei destri è altrettanto grave di quello dei sinistri.

Ammettiamo pure che la premessa da cui partono i destri sia corretta, giacché è innegabile che la Lega, ostacolata com’era dalla UE e dal partito del PdR (in particolare da Conte e Tria che ormai potevano contare sull’appoggio del M5S), avesse scarsi margini riguardo alla manovra in deficit che voleva fare.

Basta però questo per affermare che il “Capitano” sarebbe stato vittima di un complotto o comunque sarebbe stato obbligato (da chi? e qui i complottisti si scatenano) ad aprire la crisi? Ovvero basta per affermare che il “Capitano” non avrebbe alcuna responsabilità riguardo alla caduta del governo giallo-verde o sostenerlo sarebbe come affermare che dato che l’Italia confina anche con la Francia, l’Austria e la Slovenia, non confina con la Svizzera?

Per i destri comunque il “Capitano” avrebbe fatto bene a chiedere elezioni anticipate (costringendo il M5S a scegliere tra una disfatta certa o ad allearsi con il PD per cercare di sopravvivere) e, non essendo riuscito ad ottenerle, avrebbe fatto bene ad andare all’opposizione (ma se davvero il M5S voleva mettere fine al governo giallo-verde entro quest’anno, vi era forse occasione migliore del voto sul decreto sicurezza bis o sul TAV per farlo?).

Comunque sia, anche se il “Capitano” avesse fatto bene a mollare tutto (dando così la possibilità al PD di condurre di nuovo la politica italiana e di nominare i vertici delle partecipate, vera locomotiva strategica della economia italiana – altro che PMI e flat tax!) e ad aspettare di prendersi una netta rivincita nelle urne (ma la pelle dell’orso non si vende prima di averlo ucciso) la questione da porsi è un’altra.

Difatti, non si deve ignorare che la manovra espansiva difesa dalla Lega in pratica consiste nel tagliare le tasse, in specie ai ricchi e alle PMI, senza considerare che i ceti più abbienti in questi anni hanno accumulato un enorme risparmio (e con “affari” peraltro in buona parte tutt’altro che “puliti” oltre che grazie ad un lavoro sottopagato) che alimenta i flussi finanziari e la rendita, non certo i settori produttivi, ma che i destri vogliono difendere a qualunque costo.

Del resto, è noto che le PMI non sono in grado di investire i miliardi di euro necessari per competere con i colossi internazionali (e senza la locomotiva strategica le PMI possono rivelarsi perfino una palla al piede!). Ciononostante, i destri ritengono che l’Italia da sola possa cavarsela nell’epoca dei grandi spazi e della sfida tra potenze continentali con un “sovranismo d’accatto” (che non si deve confondere con una equilibrata e necessaria difesa della sovranità nazionale) , come se il nostro Paese non fosse caratterizzato da un apparato statale obsoleto, da una burocrazia tra le più inefficienti del mondo, dallo sfascio del settore educativo, dal degrado del territorio, da disservizi di varia natura, da gravi ritardi tecnologici e via dicendo.

Punti deboli che i potentati stranieri com’è ovvio sfruttano a loro vantaggio, ma di cui chiaramente non sono i maggiori responsabili. Le “colpe” però per i destri sarebbero sempre solo degli “altri” e bisognerebbe quindi lasciare che il “genio italico” potesse esprimersi per risolverli (di conseguenza per la maggior parte dei destri preparazione, ordine mentale e studio sarebbero solo una perdita di tempo!).

Come se non bastasse, i destri oscillano tra un americanismo grottesco e un antiamericanismo da baraccone, l’uno e l’altro resi ancor più dannosi da una mancanza di un’autentica cultura (geo)politica che induce i destri a leggere la realtà geopolitica con lenti deformanti e ad accusare i sinistri di essere “comunisti” e “statalisti” e il governo Conte bis di essere giallo-rosso! (Non a caso, non pochi destri attribuiscono ai badogliani – oggi identificati soprattutto con i pentastellati – la responsabilità di tutti i disastri dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, dimenticandosi che era stato il regime fascista a portare il nostro Paese allo sfacelo e che l’8 settembre 1943 fu solo il frutto amaro, anzi amarissimo di quello sfacelo. E fu tale non perché i badogliani tradirono i tedeschi, ma perché tradirono il loro Paese, vale a dire perché, anziché difendere Roma com’era loro preciso dovere, preferirono svignarsela lasciando il Paese e l’esercito senza ordini).

In definitiva, è inutile prendersela solo con i pentastellati e i sinistri (che sono criminali in giacca e cravatta ma coerenti e capaci di guadagnarsi il concreto sostegno di potentati stranieri e ora pure di incassare qualche sì dalla UE preoccupata per la crisi della Germania e disposta a dare una mano al “Conte bis” pur di indebolire i populisti), perché la destra italiana è in buona misura una destra di buffoni, ciarlatani e complottisti come anche questa vicenda tragicomica di fine estate ha dimostrato.

Si obietterà che i sinistri e i pentastellati sono peggiori. Sì lo sono, ma né loro né i potentati stranieri, europei o americani, sono gli unici responsabili del declino del nostro Paese.

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