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L’Iran di fronte all’Occidente: Una potenza militare costretta ad armarsi per la propria sopravvivenza _ di Stéphane Bonard (Géopolitique Profonde)

L’Iran di fronte all’Occidente: Una potenza militare costretta ad armarsi per la propria sopravvivenza

 Stéphane Bonard è un esperto di geopolitica e specialista in materia di armamenti. Ex membro del SGDN (Segretariato generale della difesa nazionale), gestisce il canale YouTube «Réinformation sur le Monde» e interviene regolarmente sui media per analizzare le dinamiche internazionali, in particolare riguardo all’Ucraina e ai conflitti armati.

  La Repubblica Islamica dell’Iran occupa una posizione paradossale nel panorama geopolitico contemporaneo: potenza regionale innegabile, dotata di un esercito considerevole e di un’impressionante capacità di proiezione militare interna, rimane tuttavia cronicamente sottovalutata dagli osservatori occidentali. Questo paradosso non è frutto del caso, ma piuttosto la conseguenza logica di una strategia iraniana di difesa in profondità, elaborata di fronte a minacce esistenziali perpetue.

   Tra deterrenza legittima, accerchiamento strategico e nemici mortali Dalla rivoluzione islamica del 1979, l’Iran ha dovuto affrontare un’ostilità quasi permanente  : da parte del mondo occidentale, guidato dagli Stati Uniti ; da parte di Israele, potenza nucleare regionale ; e da parte di alcuni Stati arabi del Golfo, sostenuti da Washington. Di fronte a questo contesto di accerchiamento, di atti terroristici (talvolta di grande portata) e di massicce sanzioni economiche, l’Iran ha sviluppato una dottrina militare unica, basata su tre pilastri : la dissuasione convenzionale, la guerra asimmetrica per mezzi interposti e l’acquisizione progressiva di capacità di difesa contro gli attacchi aerei e navali. Questa strategia, lungi dall’essere una posizione aggressiva, costituisce una reazione difensiva razionale di fronte a decenni di ingerenza straniera, rovesciamenti di governo, omicidi e attacchi sistematici alle sue capacità scientifiche e tecnologiche. L’Iran non vuole né conquistare né dominare; questo paese desidera semplicemente sopravvivere e preservare la propria sovranità di fronte a potenze che hanno già dimostrato più volte la loro volontà di intervenire militarmente o di destabilizzare il suo regime politico. Ma i suoi due archi nemici gli stanno di fronte, vale a dire gli Stati Uniti e Israele, e questi sono spietati. L’arsenale militare iraniano: una potenza convenzionale considerevole Innanzitutto, parliamo della potenza militare dell’Iran e di ciò che ha di più temibile contro un nemico esterno, ovvero i suoi missili.

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  Missili balistici e da crociera : la punta di diamante della deterrenza iraniana L’Iran dispone del più vasto arsenale di missili balistici del Medio Oriente, stimato in oltre 3.000 missili, di cui circa 1.500 a medio raggio (da 1.000 a 2.500 km). Lo stesso vale per i droni. Questo massiccio accumulo di vettori balistici non è il risultato di una logica di aggressione, ma piuttosto di una strategia di compensazione di fronte alla cronica inferiorità aerea rispetto ad avversari meglio equipaggiati. Esempi di missili degni di nota dell’Iran.

 \ Il Fateh-110 (e la sua variante  Fateh-313) : missile balistico a corto raggio (200-300 km), progettato per le operazioni regionali. Dotato di grande precisione e capacità di manovra, rappresenta un’arma affidabile e temibile contro le installazioni fisse e le infrastrutture strategiche.

 \ Il Qiam: missile balistico a medio raggio (1 250 km), in grado di raggiungere l’intero territorio di Israele e le basi statunitensi nella regione. Il Qiam simboleggia la crescente potenza tecnologica iraniana, in particolare per quanto riguarda la guida e la precisione.

 \ Il Khorramshahr: missile balistico con un’autonomia di 2 000 o 3.000 km di gittata presentato nel 2017, in grado di trasportare fino a 80 piccole bombe, nella sua versione «a submunizioni», e nella versione «missile singolo», trasporta una testata esplosiva da 1,5 a 1,8 tonnellate. Questo sistema rappresenta un salto di qualità nelle ambizioni di Teheran. 

\ Il Qasem Basir: missile presentato di recente (2025), dotato di una gittata minima di 1.200 km e progettato per eludere i sistemi di difesa aerea occidentali come il Patriot. Secondo le dichiarazioni iraniane, presenta una maggiore resistenza alle contromisure elettroniche e ai decoy.

 \ Il Soumar : un missile da crociera in grado di eludere le difese aeree e di colpire bersagli situati a una distanza di 2.000 km. Questo sistema riflette il crescente interesse dell’Iran per le armi in grado di eludere le difese, difficilmente intercettabili.

 \ Il Fattah-1 e il Fattah-2 : missili ipersonici con una gittata minima di 1.200 km. Per quanto riguarda il Fattah-1, ne è stata dimostrata l’efficacia durante un attacco contro Israele.  

  Uno dei progressi tecnologici più notevoli compiuti dall’Iran nell’ultimo decennio riguarda il massiccio sviluppo di droni militari. Nel gennaio 2025, il regime iraniano ha presentato una flotta di 1.000 nuovi droni strategici in grado, secondo quanto affermato dal governo, di raggiungere Israele e le basi statunitensi sparse nella regione. Esempi di droni degni di nota:

\ Lo Shahed-136 (Geran-2 in Russia): drone suicida a medio raggio (circa 2.000 km), diventato un’arma asimmetrica temibile. Sono ora in circolazione varianti più avanzate dello Shahed, che aumentano le capacità distruttive di Teheran.

 \ Lo Shahed-139: drone da ricognizione e da attacco. \ Lo Shahed-147: grande drone da sorveglianza HALE (alta quota e lunga autonomia), alimentato da un motore turboelica. 

Il Gaza-149: un drone da combattimento di grandi dimensioni di classe MALE (Media Altitudine, Lunga Autonomia) iraniano.

 \ Il Mohajer-6: grande drone da sorveglianza e attacco, portamissili, in grado di svolgere missioni di lunga durata. 

Essendo una piattaforma versatile, incarna i progressi dell’Iran nel campo della robotica militare. Questi droni costituiscono un elemento chiave della strategia iraniana: economici da produrre in serie su larga scala, difficili da intercettare in gran numero, offrono a Teheran una capacità di proiezione di forza sproporzionata. La produzione in grandi quantità di questi sistemi rappresenta, per l’Iran, una risposta asimmetrica alla schiacciante superiorità aerea degli Stati Uniti e di Israele. \ L’aeronautica militare : i limiti di una modernizzazione ostacolata A differenza dei missili e dei droni, la forza aerea iraniana rimane tecnologicamente arretrata. L’Iran dispone di circa 209 aerei da combattimento in servizio, ma la maggior parte di essi risale al periodo pre-rivoluzionario o agli anni 1980-1990. 

La flotta comprende in particolare:

   F-4 Phantom (vecchi aerei statunitensi catturati durante la rivoluzione), \ Mirage F1 (caccia franco-iraniani), 

\ dei MiG-29 (caccia russi di qualità media). 

A partire dal 2023-2024, la Russia ha iniziato a consegnare alcuni aerei da addestramento e combattimento Yak-130, e sono stati firmati contratti per gli Su-35, ma le consegne rimangono molto limitate. Da alcune fughe di notizie relative alla corrispondenza industriale russa emerge che almeno 16 Su-35 destinati all’ Iran sono in produzione, con un calendario di consegna che va dal 2025 al 2027, finanziato da diverse rate di pagamento iraniane nel 2024. Questa debolezza costituisce un importante punto di vulnerabilità per la difesa aerea iraniana di fronte alla potenza aerea israelo-americana.

   Complessi sotterranei e difese costiere : la strategia del «denial of access» 

Per compensare la debolezza della propria aviazione, l’Iran ha investito massicciamente in una dottrina di negazione dell’accesso, basata su:

 \ Basi sotterranee rinforzate : i Guardiani della Rivoluzione hanno costruito un’imponente infrastruttura di basi «bunkerizzate», in particolare intorno al Golfo Persico, nelle quali ospitano soprattutto lanciatori di missili, missili, droni e persino aerei da combattimento. Nel febbraio 2021, una nuova base di lancio missilistica sotterranea è stata presentata pubblicamente, a simboleggiare l’impegno iraniano nella dispersione e nella protezione dei propri vettori offensivi.

 \ Sistemi di difesa aerea multistrato  : il Bavar-373, un sistema terra-aria di fabbricazione iraniana, integra i radar russi S-300 e altre difese acquistate all’estero. Sebbene tecnicamente inferiore ai sistemi occidentali ultramoderni, questo complesso crea un ambiente ostile per gli aerei aggressori.

 \ Mine marine costiere : l’Iran controlla gli stretti del Golfo Persico in prossimità delle proprie coste e dispone della capacità di dispiegare in modo massiccio mine antinave. Questi campi minati rappresentano una minaccia permanente per la navigazione commerciale e militare.  

  \ Motoscafi veloci e guerriglia navale : la marina iraniana si concentra sulle operazioni costiere e sulla guerriglia navale piuttosto che sui combattimenti in alto mare. L’Iran dispone di una flotta di motoscafi armati (in inglese: speedboats), dotati di missili antinave e in grado di ostacolare navi commerciali o militari. Queste piccole imbarcazioni veloci, difficilmente rilevabili e con una firma radar minima, costituiscono un’arma di negazione tattica temibile nelle acque del Golfo Persico.

 \ Sottomarini, certamente obsoleti, ma in grado di seminare mine marine o sferrare attacchi di bassa intensità grazie ai siluri. L’impiego di numerosi «mini-sottomarini» rende ancora più temibile la flotta sottomarina iraniana, poiché questi sottomarini di piccolissime dimensioni hanno il vantaggio del numero e di essere difficilmente rilevabili, proprio per le loro dimensioni ridotte. Infine, questa presenza sottomarina diffusa e consistente costringe le marine nemiche ad adottare tattiche difensive.  

   Classifiche e confronto tra le forze armate mondiali

 Secondo le stime più attendibili pubblicate nel 2025, l’Iran occupa una posizione di rilievo nella top 20 mondiale in termini di potenza militare complessiva :

 \ Classifica Military Power Rankings (MPR): l’Iran si colloca all’11° posto a livello mondiale.

 \ Classifica Global FirePower (GFP): l’Iran è al 16° posto a livello mondiale. 

Queste classifiche collocano l’Iran al di sopra di potenze come il Giappone, la Corea del Sud e diverse nazioni europee. Tuttavia, queste cifre nascondono una realtà più sfumata: sebbene superi alcune potenze in termini di effettivi e armamenti, rimane tecnologicamente indietro rispetto alle forze armate occidentali ultramoderne. Nella regione del Medio Oriente, l’Iran rappresenta una superiorità numerica indiscussa. Il paese dispone della più grande forza armata regionale in termini di effettivi: circa 610.000 militari secondo il Military Balance 2025. Questa superiorità numerica è temperata dall’armamento israeliano, tecnicamente superiore, e dal vantaggio aereo degli Stati Uniti.   

Il potenziale nucleare: capacità attuali e tempi di realizzazione

 Situazione attuale del programma nucleare  L’Iran dispone attualmente di uranio arricchito al 60%, il che pone tecnicamente Teheran a un passo dalla soglia del 90% necessaria per produrre combustibile per armi nucleari. Secondo la troika europea (Francia, Germania, Regno Unito), l’Iran possiede una quantità di materiale fissile sufficiente per fabbricare potenzialmente più di nove testate nucleari. Tempo necessario per l’acquisizione secondo le stime più affidabili  Le stime relative al tempo che impiegherebbe l’Iran per fabbricare un’arma nucleare operativa variano, ma convergono globalmente su un intervallo compreso tra alcuni mesi e un anno. Jeffrey Lewis, direttore del programma di non proliferazione presso il Middlebury Institute, stima che tale tempo sia di «un anno o pochi mesi» prima dei bombardamenti israeliani del giugno 2025. Tuttavia, va notato che queste stime devono essere ricollocate nel contesto delle restrizioni imposte dai bombardamenti israeliani del giugno 2025, dell’eventuale distruzione di diversi impianti chiave e della potenziale morte di scienziati di alto rango. Il tempo reale rimane quindi profondamente incerto, ma potrebbe essere prolungato da diversi mesi a un anno, o anche di più a causa dei danni. L’arma nucleare come deterrente estremo  L’accesso dell’Iran all’arma nucleare modificherebbe radicalmente l’equilibrio regionale. Non in una logica di aggressione, ma di deterrente estremo, paragonabile a quella della Corea del Nord. Una volta dotato dell’arma nucleare, il paese acquisirebbe una capacità di rappresaglia senza precedenti che renderebbe qualsiasi attacco preventivo straordinariamente costoso, anche per una potenza come gli Stati Uniti. 

  Gli alleati militari dell’ Iran : 

una rete regionale indebolita L’Iran ha storicamente fatto affidamento su una fitta rete di milizie, movimenti armati e vari gruppi militari per proiettare la propria influenza oltre i propri confini: milizie irachene, Hezbollah, Hamas e Houthi. Questa rete costituisce un elemento chiave della dottrina iraniana di dissuasione regionale. Tuttavia, gli eventi recenti rivelano un rapido indebolimento di questa struttura. Hezbollah ha visto la sua leadership decimata, il che l’ha indebolito, ma questa è già stata sostituita. Hezbollah libanese rappresentava da quattro decenni il più potente alleato iraniano. Fondato dall’Iran nel 1985 con l’appoggio russo, questo movimento ha fatto da braccio armato di Teheran nel Levante, garantendo una capacità di dissuasione diretta contro Israele e di proiezione regionale. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente a partire da settembre 2024. L’assassinio di Hassan Nasrallah, leader carismatico dell’organizzazione dal 1992, rappresenta per essa un duro colpo psicologico e operativo. Ritrovato sotto tonnellate di macerie in seguito agli attacchi israeliani, la sua morte simboleggia l’aumento della vulnerabilità di Hezbollah di fronte alla superiorità tecnologica di Israele, e soprattutto di fronte a un avversario implacabile. Secondo fonti occidentali, questi massicci attacchi condotti tra ottobre 2023 e settembre 2024 hanno notevolmente indebolito le capacità di Hezbollah, distrutto gran parte del suo arsenale di razzi e frammentato il suo comando. Inoltre, la perdita delle linee di rifornimento che passano per la Siria (un tempo asse logistico cruciale dal 1982) complica drammaticamente il rifornimento del movimento. Il governo libanese, incoraggiato dalla debolezza di Hezbollah, ha persino iniziato a ostacolare i tentativi di trasporto di armi. Hezbollah, un tempo strumento di prim’ordine della potenza regionale iraniana e ora indebolito, rimane un attore militare significativo. Hamas, diventato una forza di disturbo, è stato molto indebolito, molto più di Hezbollah.

  Hamas, movimento palestinese fondato nel 1987, ha costituito un elemento importante della rete regionale iraniana. Dopo lo scoppio della guerra nell’ottobre 2023, l’organizzazione ha sferrato un attacco su larga scala contro Israele. Tuttavia, questa decisione ha provocato una risposta schiacciante. Due anni di conflitto hanno reso Hamas incapace di dissuadere o minacciare Israele in modo significativo. Il gruppo, decimato militarmente e frammentato politicamente, è oggi un attore militare minore rispetto al suo ruolo precedente. L’Iran ha investito massicciamente nel suo armamento, in particolare in missili e droni, ma questa strategia non ha prodotto i risultati sperati. Il movimento è attualmente ridotto a una capacità di disturbo tattico limitata. Per quanto riguarda le milizie sciite irachene, hanno subito una crescente frammentazione. L’Iraq, Stato debole e frammentato, ha visto proliferare centinaia di milizie sciite armate; molte di esse sono finanziate ed equipaggiate dall’Iran. Questi gruppi hanno svolto un ruolo centrale nella lotta contro lo Stato Islamico e costituiscono ora una forza di fatto in Iraq. Tuttavia, dopo l’ottobre 2023, molte di queste milizie hanno manifestato una crescente riluttanza a seguire le direttive di Teheran per attaccare le basi americane o altre posizioni nemiche. Questa relativa insubordinazione rivela i limiti del controllo iraniano sui suoi alleati iracheni, particolarmente motivati dalle questioni locali piuttosto che dall’agenda strategica di Teheran. Infine, per quanto riguarda gli Houthi dello Yemen, questi rappresentano una forza che ha acquisito una crescente autonomia strategica rispetto all’Iran. Movimento zaidita originario del nord del paese, gli Houthi costituiscono dal 2014 un elemento chiave della strategia regionale iraniana. Armati e addestrati dall’Iran, questi combattenti hanno condotto attacchi regolari contro le navi commerciali nel Mar Rosso e minacciato le coste dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, dal 2025, i rapporti indicano che l’Iran avrebbe in gran parte perso il controllo sugli Houthi, secondo diversi funzionari iraniani citati dal Telegraph. Essi non rispondono più alle direttive dirette di Teheran e operano in modo autonomo.

   Questa autonomia strategica ha avuto inizio dopo il rifiuto dell’Iran di reagire ai massicci attacchi aerei statunitensi sferrati nell’aprile 2025 contro le postazioni houthi. Da allora, l’organizzazione ha consolidato la propria presenza territoriale nello Yemen (controllando le regioni più popolate e la capitale Sana’a), rafforzato le proprie capacità balistiche e diversificato le proprie fonti di reddito (contrabbando di armi, traffico di droga, tassazione forzata). Gli Houthi agiscono ora secondo una logica propria, dettata dalla loro visione del conflitto regionale e dalle loro priorità interne, piuttosto che dallo schema iraniano. Questa perdita di controllo sugli Houthi rappresenta un grave indebolimento strategico per l’Iran, che aveva puntato su questa milizia come pilastro principale del suo «Asse della resistenza» dopo l’indebolimento di Hezbollah e di Hamas. Tuttavia, l’odio degli Houthi verso gli Stati Uniti rimane una risorsa importante per Teheran, ed è certo che difenderanno l’Iran a qualunque costo.

 Il sostegno internazionale all’Iran 

Di fronte all’accerchiamento occidentale e alla persistente ostilità di Washington e Tel Aviv, l’Iran si è progressivamente rivolto a potenze alternative: Russia, Cina, Turchia e Pakistan. Queste relazioni offrono a Teheran un sostegno fondamentale, sebbene di natura e intensità variabili. Vediamo qual è la situazione per quanto riguarda la Russia e la Cina. La Russia rappresenta il sostegno esterno più attivo e diretto all’Iran in ambito militare e tecnologico. 

Cooperazione attuale (non la cronologia completa degli aiuti erogati) :

 \ Scambio di droni : l’Iran fornisce alla Russia droni  Shahed-136 da impiegare in Ucraina, consentendo a Mosca di disporre di un’arma asimmetrica a basso costo. In cambio, la Russia fornisce tecnologia e competenze per potenziare le capacità di Teheran.

 \ Consegne di aerei da combattimento : Mosca ha iniziato a consegnare gli Yak-130 e ha firmato contratti per gli Su-35, anche se le consegne rimangono lente e limitate.

 \ Assistenza tecnologica nel settore missilistico : gli esperti e le tecnologie russe aiutano l’Iran a migliorare i propri missili balistici, in particolare per quanto riguarda la precisione e la gittata. 

  \ Difese informatiche : la Russia è una potenza nel «cyberspazio» e aiuta l’Iran a rafforzare le proprie difese contro gli attacchi informatici provenienti dagli Stati Uniti e da Israele.

 \ Difese elettroniche  : potenti dispositivi di disturbo elettronici russi, che rendono difficile l’uso dei droni, o, come si è visto di recente, l’uso di Starlink.

 \ Aiuti satellitari discreti, ma ben reali, così come per quanto riguarda l’intelligence in generale. 

Tuttavia, la Cina non è da meno, avendo recentemente introdotto le seguenti misure di sostegno:

 \ Radar di sorveglianza a lungo raggio YLC-8B (uno dei più potenti al mondo): non si tratta solo di un gesto «cosmetico», ma piuttosto di una minaccia fondamentale per le dottrine tattiche occidentali e israeliane. Questo sistema opera sulla frequenza UHF e utilizza principi fisici per rendere obsolete le capacità stealth degli aerei di quinta generazione (come l’F-35 Lightning II). Questa fornitura cinese è un passo significativo per la cooperazione militare tra Iran e Cina. 

\ Sistemi di difesa terra-aria a lungo raggio HQ-9B: l’ HQ-9B si colloca ai vertici della classifica dei sistemi terra-aria a lungo raggio. Ad oggi, non ha ancora dimostrato la propria efficacia. Non è dato sapere se l’Iran sia stato in grado di schierarlo o se lo tenga in riserva per un impiego futuro. 

\ Informazioni di intelligence satellitare rese pubbliche dalla Cina (immagini di basi statunitensi con aerei statunitensi chiaramente visibili) per dimostrare al mondo il proprio sostegno in materia di intelligence militare. 

Se la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele dovesse protrarsi per un periodo relativamente lungo (cosa del tutto possibile al momento in cui si scrive questo testo, visto che proprio di recente, il 5 marzo, il Pentagono ha lasciato trapelare l’ipotesi di una guerra che potrebbe durare 100 giorni), la Russia e la Cina potrebbero tecnicamente intervenire, ma diversi fattori limitano questa probabilità. Innanzitutto, per quanto riguarda la Russia, essa deve condurre la propria guerra in Ucraina ed esiterebbe a impegnarsi in un nuovo conflitto di grande portata. Inoltre, un intervento diretto della Russia comporterebbe il rischio di una grave escalation con gli Stati Uniti, anche se non si capisce benissimo cosa potrebbero fare gli Stati Uniti sul piano militare, tanto più se la Russia difende l’Iran dopo diverse settimane di combattimenti, e quindi di fronte a un’ America molto indebolita.

  Da un altro punto di vista, che nessuno sembra prendere in considerazione, la Russia potrebbe semplicemente e candidamente affermare di stare solo fermando uno Stato canaglia/terrorista, che vuole semplicemente distruggere un paese perché non gli piace il governo iraniano (cosa che gli Stati Uniti hanno fatto impunemente dal 1945 un po’ ovunque nel mondo). Insomma, la Russia potrebbe vantarsi di difendere un paese vittima di un’aggressione militare illegale e spudorata, e quindi di difendere la morale, la giustizia e le leggi internazionali. Del resto, non farebbe altro che copiare ciò che gli Stati Uniti fanno da sempre, e potrebbe aggiungere: «Perché voi potete farlo, per di più in modo sistematicamente illegale e molto sanguinario, e io non potrei, per di più in un caso evidente di ristabilimento di una giustizia calpestata?»

Una posizione intermedia, molto più realistica: la Russia potrebbe aumentare in modo significativo le sue forniture di armamenti, rafforzare le difese aeree iraniane con esperti o sistemi militari, potenziare l’assistenza in termini di intelligence, potenziare i sistemi di jamming elettronico e potenzialmente dispiegare capacità “cyber-offensive” contro gli Stati Uniti. 

La Russia rappresenta quindi un valido sostegno, ma non una garanzia di protezione militare diretta, nemmeno nel lungo periodo. 

Per quanto riguarda la Cina, essa rappresenta un partner economico di primo piano e un sostegno «moderato», ma in costante crescita. Dal punto di vista militare, il suo sostegno all’Iran in caso di attacco è quasi paragonabile a quello russo. La Cina costituisce il principale sostegno economico dell’Iran, in particolare aggirando le sanzioni occidentali e garantendo le esportazioni di petrolio iraniano. Attualmente, vi è un importante scambio commerciale. Infatti, la Cina rimane il principale acquirente di petrolio iraniano, mantenendo a galla l’economia di Teheran nonostante le sanzioni. Inoltre, Pechino avrebbe fornito all’Iran batterie di difesa aerea per sostituire quelle distrutte durante i bombardamenti israeliani del giugno 2025. Infine, la Cina fornisce componenti e materie prime militari: navi che trasportavano gli ingredienti necessari alla fabbricazione del propellente – prodotto di propulsione utilizzato nei missili – hanno navigato dalla Cina verso l’Iran nel gennaio 2025.

   Per quanto riguarda il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, la Cina potrebbe, proprio come la Russia, aumentare le proprie forniture di armamenti e l’assistenza tecnologica, ma un intervento militare diretto in caso di attacco contro l’Iran è molto improbabile. Se, «miracolosamente», la Cina intervenisse per aiutare l’Iran (e avrebbe ragioni ben più solide della Russia per farlo, poiché dipende in parte dal petrolio iraniano), potrebbe invocare le stesse ragioni menzionate in precedenza per la Russia. Detto questo, Pechino preferisce sempre un approccio strategico ponderato (troppo ponderato?) a lungo termine piuttosto che impegni militari immediati, come si vede con Taiwan. La Cina potrebbe quindi accelerare le forniture di sistemi di difesa aerea e missili, rafforzare il suo sostegno economico di stabilizzazione all’Iran, e naturalmente sostenerlo diplomaticamente alle Nazioni Unite (proprio come farebbe naturalmente la Russia). In breve, la Cina offre un sostegno economico cruciale, ma l’aiuto militare diretto in piena guerra, al di là dell’intelligence, sarà probabilmente limitato, se non addirittura nullo. 

\ Il vero motivo della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran: il petrolio?

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iran il 28 febbraio 2026, in coordinamento con Israele, sotto l’egida del presidente Donald Trump. Questo intervento, che mira ufficialmente a distruggere le capacità militari iraniane e a impedire l’acquisizione di armi nucleari (una versione dei fatti che è cambiata, poiché inizialmente era per proteggere i manifestanti antigovernativi, e non per neutralizzare la minaccia nucleare), rivela motivazioni più prosaiche, come ha recentemente ammesso Jarrod Agen, alto funzionario della Casa Bianca. Non solo Israele ha spinto Washington ad agire, ma il controllo delle vaste riserve petrolifere iraniane emerge come un obiettivo strategico chiave. 

Il 6-7 marzo, Jarrod Agen, vice assistente del Presidente e direttore esecutivo del National Energy Dominance Council (istituito nel 2025 per «liberare l’energia statunitense»), rivelò la verità su Fox Business: «È una partita a lungo termine: vogliamo sottrarre queste enormi riserve petrolifere iraniane dalle mani dei terroristi. […] Prenderemo tutto il petrolio dalle mani dei terroristi.»

  Ex addetto alle relazioni pubbliche di Trump e della Lockheed Martin, Agen giustifica le turbolenze a breve termine (aumento del Brent a oltre 100 $/barile) con un vantaggio strategico: garantire la sicurezza dello Stretto di Ormuz e delle riserve iraniane (quarte al mondo, circa 157 miliardi di barili). L’Iran esporta massicciamente verso la Cina; gli Stati Uniti mirano a «neutralizzarle» per dominare l’energia globale e, allo stesso tempo, indebolire la Cina dal punto di vista energetico. Questa ammissione, diffusa a livello mondiale, non è una novità (l’interesse degli Stati Uniti per il petrolio iraniano è noto da decenni), ma ufficializza il movente economico legato al petrolio. \ 

L’enorme potere di disturbo dell’Iran

Sebbene militarmente inferiore agli Stati Uniti in termini di tecnologia e proiezioni globali, l’Iran dispone di una temibile capacità di destabilizzazione a livello regionale. Naturalmente, c’è la chiusura dello Stretto di Ormuz: un sconvolgimento energetico globale. Questo stretto, un corridoio che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman, costituisce un punto di passaggio imprescindibile per circa il 20 -30% del commercio marittimo mondiale di petrolio. L’Iran ne controlla la metà meridionale e dispone di capacità significative per bloccarlo temporaneamente. Capacità di blocco

 \ Mine marine : l’Iran dispone di un’ impressionante flotta di mine antinave, in grado di seminare il caos nelle strette vie di navigazione dello stretto. 

\ Missili costieri: batterie costiere dispiegate in basi sotterranee fortificate potrebbero prendere di mira le navi che attraversano lo stretto. 

\ Motoscafi veloci e guerriglia navale: centinaia di motoscafi veloci armati possono sferrare attacchi suicidi o di disturbo contro navi mercantili e militari.

  Impatto strategico  

Un blocco parziale o totale dello Stretto di Ormuz provocherebbe una crisi energetica mondiale catastrofica. I prezzi del petrolio salirebbero alle stelle e l’economia mondiale subirebbe uno shock petrolifero paragonabile a quello del 1973. Le industrie che dipendono dall’energia crollerebbero e i trasporti sarebbero parzialmente paralizzati.  

  Durata del blocco  

Pochi analisti ritengono che l’Iran possa mantenere un blocco totale per più di qualche settimana o qualche mese. Gli Stati Uniti interverrebbero con una forza militare incaricata dello sminamento e della scorta. Lo stesso Iran subirebbe perdite ingenti in termini di navi, strutture costiere e personale.

Inoltre, un blocco prolungato paralizzerebbe anche le sue stesse esportazioni di petrolio, mettendo a dura prova l’economia iraniana, già fragile. L’Iran dispone anche di missili balistici e droni contro le basi statunitensi nella regione, oltre ad altri obiettivi di grande valore (radar, lanciatori di missili, quartier generali, navi da guerra, ecc.).

Teheran è in grado di sferrare un attacco massiccio con missili balistici e droni contro le basi militari statunitensi sparse in Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Iraq, Siria).

\ Attacco missilistico balistico: l’Iran potrebbe lanciare centinaia di missili contro basi statunitensi, quali i modelli Qiam, Fateh e Khorramshahr. Nonostante alcuni potrebbero essere intercettati, il numero elevato di vettori renderebbe praticamente impossibile una difesa totale. Danni ingenti alle infrastrutture e al personale statunitense sarebbero inevitabili.

 \ Sciami di droni : i 1.000 nuovi droni svelati nel gennaio 2025, insieme alle migliaia di Shahed-136 già esistenti, potrebbero creare un vero e proprio muro di proiettili asimmetrici. Una tale valanga renderebbe la difesa aerea estremamente difficile. 

Non dimentichiamo poi Hezbollah e gli attacchi contro Israele.  

  Sebbene indebolito, Hezbollah rimane in grado di lanciare diverse centinaia di razzi contro Israele in breve tempo. Una simile raffica causerebbe ingenti perdite tra la popolazione civile, paralizzerebbe l’economia israeliana e provocherebbe un caos interno. Hezbollah dispone ovviamente di missili e droni, sebbene in numero molto limitato. 

Tra gli ultimi alleati di rilievo, vanno menzionati gli Houthi e la possibile attività di pirateria nel Mar Rosso. 

Gli Houthi controllano ormai in modo autonomo lo Yemen settentrionale. Potrebbero intensificare in modo significativo i loro attacchi contro le navi mercantili nel Mar Rosso, facendo aumentare i premi delle assicurazioni marittime, dirottando il traffico commerciale verso altre rotte e paralizzando il Canale di Suez. Ma non bisogna dimenticare altre possibilità di danni ingenti. 

Nel cuore del calderone geopolitico del Medio Oriente, una minaccia insidiosa incombe sulle nazioni del Golfo: gli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. Israele e i paesi arabi del Golfo, accomunati da un’estrema vulnerabilità idrica, dipendono in modo massiccio da questi colossi tecnologici per sopravvivere in deserti spietati. L’Iran, in una drammatica escalation, brandisce esplicitamente quest’arma asimmetrica, promettendo attacchi che potrebbero far sprofondare milioni di persone in una sete mortale; le conseguenze sarebbero vertiginose. 

Israele, pioniere della desalinizzazione tramite osmosi inversa, ricava già il 75% del proprio consumo idrico domestico da questi impianti nel 2024, una percentuale che salirà al 90% già nel 2026 per l’acqua potabile. Nei paesi arabi vicini, la dipendenza è simile: 70% in Arabia Saudita, 42% negli Emirati Arabi Uniti (EAU), 90% in Kuwait e 86% in Oman. Costruire un impianto del genere è un pozzo senza fondo, a causa dei costi di costruzione, ovviamente, ma genera anche enormi costi di manutenzione. Ad esempio, il mega-impianto di Sorek 2 in Israele costa più di 5 miliardi di shekel (circa 1,2 miliardi di euro), mentre progetti simili in Marocco o negli E.A.U. richiedono centinaia di milioni di euro per ogni unità di grande capacità.  

  Un attacco iraniano mirato, con missili balistici o droni, distruggerebbe queste infrastrutture. 

Un’interruzione improvvisa comporterebbe carenze immediate: in Israele, 900 milioni di m³ in meno all’anno, mettendo a rischio città e agricoltura; nel Golfo, megalopoli come Riyadh o Dubai vedrebbero evaporare i loro 11 milioni di m³ al giorno, provocando carestie, rivolte e il collasso del sistema sanitario. Il ripristino? Anni e miliardi, in un deserto dove l’acqua dolce è rara. 

L’ombra iraniana si estende anche alle piattaforme petrolifere, gioielli economici delle stesse nazioni vulnerabili. L’Arabia Saudita, con i suoi impianti offshore come quelli del Golfo Persico, produce milioni di barili al giorno tramite Aramco; gli Emirati Arabi Uniti seguono con i loro giacimenti giganteschi. Israele, sebbene di minore importanza, espone le sue piattaforme nascenti in questa zona esplosiva. Teheran minaccia apertamente questi obiettivi, come durante i recenti attacchi contro siti sauditi, in risposta agli attacchi alleati. 

Una raffica di missili su Abqaiq o Kharg (come nel 2019, quando la produzione saudita si dimezzò, facendo balzare i prezzi del Brent del 14,6% in un solo giorno) paralizzerebbe da 5 a 10 milioni di barili al giorno nel Golfo, pari al 10-20 % dell’offerta mondiale. 

Conseguenze per i paesi colpiti: crollo immediato delle finanze pubbliche, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che perdono il 70-90% delle loro entrate petrolifere, instabilità sociale esplosiva. Per il mondo: shock petrolifero planetario, inflazione galoppante, petrolio a 150 dollari al barile (o anche più), recessione globale e tensioni energetiche che devastano l’Europa, assetata di importazioni.

 Non bisogna dimenticare, ovviamente, gli oleodotti, che rappresentano una via di fuga per i paesi del Golfo in caso di chiusura dello Stretto di Ormuz. Il Qatar e l’Oman non dispongono di oleodotti. Gli oleodotti più critici per i paesi del Golfo in caso di chiusura dello stretto sono quelli che consentono di aggirare questa via marittima, attraverso la quale transita circa il 20% del petrolio mondiale. Tra questi, l’oleodotto est-ovest saudita (Petroline) e l’oleodotto Habshan-Fujairah degli Emirati Arabi Uniti si distinguono per la loro capacità di mantenere esportazioni vitali, evitando un collasso immediato del settore petrolifero per questi due paesi. La loro distruzione aggraverebbe in modo catastrofico la crisi per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, con ripercussioni globali di grande portata.  

  Cominciamo con l’oleodotto est-ovest (Arabia Saudita).

L’oleodotto est-ovest, noto come Petroline, collega i giacimenti petroliferi di Abqaiq, vicino al Golfo Persico, al porto di Yanbu sul Mar Rosso, per una lunghezza di 1.200 km. Messo in servizio durante la guerra Iran-Iraq per aggirare Ormuz in caso di problemi con quest’ultimo, ha una capacità di 5 milioni di barili al giorno (bpd), estendibile temporaneamente a 7 milioni in caso di emergenza. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale con circa 7 milioni di bpd, dipenderebbe interamente da questa infrastruttura per reindirizzare i propri flussi verso l’Europa e l’Asia attraverso Suez o Bab el-Mandeb. 

La sua perdita comporterebbe un crollo drastico delle entrate petrolifere saudite, che finanziano il 60-70% del bilancio nazionale, provocando un rapido collasso economico con deficit di bilancio alle stelle e instabilità sociale. Senza alternative valide, gli altri paesi del Golfo, come il Kuwait, il Qatar o il Bahrein, privi di oleodotti di bypass, vedrebbero le loro esportazioni interrompersi bruscamente. Poi abbiamo l’oleodotto Habshan-Fujairah (EAU) di 360 km, inaugurato nel 2012, che trasporta il petrolio da Abu Dhabi (Habshan) verso il terminale di Fujairah, nel Golfo di Oman, evitando Ormuz. Con un diametro di 48 pollici, ha una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno, coprendo una quota significativa dei 3-4 milioni di barili al giorno prodotti dagli Emirati Arabi Uniti. Alimenta anche una raffineria locale e si rivolge all’Asia, principale mercato degli Emirati. La sua distruzione farebbe precipitare gli Emirati Arabi Uniti in una crisi finanziaria, poiché esportano ancora prevalentemente attraverso lo stretto di Ormuz; i proventi petroliferi, pilastri dell’economia diversificata, crollerebbero, minacciando l’economia del paese. Altri oleodotti minori Esistono altri oleodotti, ma sono limitati o inoperativi: l’Iraq-Siria-Libano (700.000 barili al giorno, chiuso), l’Iraq-Turchia (300.000 barili al giorno, instabile) o l’iraniano Goreh-Jask (300.000 barili al giorno, sottoutilizzato). Nessuno di essi assorbe i volumi del Golfo. Per il Kuwait (3 milioni di barili al giorno) o l’Iraq (4-5 milioni di barili al giorno), la chiusura di Ormuz senza alternative significa la paralisi totale delle esportazioni.  

  Tutto ciò, quindi, avrebbe conseguenze catastrofiche. 

Per i paesi del Golfo, la perdita di questi due oleodotti provocerebbe un «fallimento petrolifero»: crollo delle entrate (200-300 miliardi di dollari all’anno per la sola Arabia Saudita ), iperinflazione, disoccupazione di massa e rischi geopolitici (disordini interni, tensioni estreme con l’Iran, ovviamente). Nel complesso, con 20 milioni di barili al giorno bloccati (il 31 % del commercio marittimo di petrolio), i prezzi del greggio potrebbero salire tra i 120 e i 200 $ al barile, superando la crisi del 1973. L’Asia (Cina, India, Giappone: 70% delle importazioni) vedrebbe carenze, inflazione energetica e rallentamento economico; l’Europa e gli Stati Uniti subirebbero aumenti dei prezzi dei carburanti e una recessione. Il GNL del Qatar (20% mondiale) amplificherebbe la crisi del gas invernale. Tuttavia, se dovesse verificarsi una vera e propria crisi catastrofica, è possibile che l’UE, disperata, si rivolga alla Russia; e lo stesso farebbero molti altri paesi, come l’India e la Cina, solo per citare i più importanti. In questo scenario, la Russia diventerebbe la potenza dominante. Queste infrastrutture, sebbene vulnerabili agli attacchi (droni nel 2019 su Petroline), rimangono l’unico baluardo contro il caos di una chiusura di Ormuz. 

Infine, la grande catastrofe finale, se la situazione dovesse degenerare, mi riferisco al gioiello maledetto di Israele: il centro nucleare di Dimona, cuore del programma israeliano, un reattore vulnerabile ai missili iraniani. Un attacco riuscito, che frantumasse la cupola di contenimento, libererebbe un cocktail radioattivo formando una devastante «bomba sporca». I venti potrebbero spostare il pennacchio verso la Cisgiordania o in Giordania: centinaia, se non migliaia di casi di cancro in più, evacuazioni di massa, contaminazione del suolo e delle acque su migliaia di km². Israele, già sotto pressione, dovrebbe affrontare il caos sanitario, il panico e un esodo, il che genererebbe un profondo trauma psicologico, paragonabile a una Chernobyl in miniatura; ma in pieno conflitto! Il mondo tremerebbe: potenziale escalation nucleare, ricadute radioattive che irradiano alleati e avversari e frammentano il precario equilibrio mondiale.  

  Queste minacce iraniane non sono fantasie; sono come spade di Damocle pronte a calare in qualsiasi momento, qualora Teheran si sentisse con le spalle al muro e agisse in modo disperato. Il Golfo e Israele, uniti nella fragilità, trattengono il respiro di fronte all’eventuale ira persiana quasi apocalittica. L’insieme di queste capacità di nuocere significa che l’attacco americano contro l’Iran comporta una grave perturbazione del commercio energetico mondiale, un’impennata dell’inflazione energetica e impatti economici considerevoli per l’Occidente e i suoi alleati. È questa realtà che, per Teheran, costituisce il fondamento della sua strategia di dissuasione e che le permette di resistere attualmente a questa guerra, riguardo alla quale, tuttavia, i media ci dicevano che l’Iran sarebbe stato schiacciato dall’ onnipotenza americana unita alla potenza israeliana. 

\ L’isola di Kharg: la colonna portante dell’economia petrolifera iraniana

L’isola di Kharg, situata nel Golfo Persico in prossimità delle coste iraniane, rappresenta ben più di un semplice terminale di esportazione petrolifera. Costituisce il cuore nevralgico della strategia energetica della Repubblica Islamica dell’Iran, generando entrate annuali considerevoli e fungendo da punto di partenza per quasi il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Tuttavia, nonostante la sua grande importanza e la sua apparente vulnerabilità, nessun presidente americano ha mai osato sferrare un attacco diretto contro questa infrastruttura. Allo stesso modo, le recenti campagne aeree di Israele contro le posizioni iraniane non hanno mai preso di mira Kharg. Questo apparente limite strategico non è una manifestazione di clemenza, ma piuttosto il riflesso di complessi calcoli geopolitici e dei rischi di una grave escalation che gli attori occidentali preferiscono evitare. 

Kharg è un vero e proprio simbolo, una roccaforte dell’energia regionale. Il complesso di estrazione, stoccaggio ed esportazione di petrolio greggio che vi si concentra tratta ogni giorno diversi milioni di barili. L’infrastruttura comprende serbatoi giganteschi, terminali di carico, oleodotti che collegano i giacimenti petroliferi continentali e impianti di lavorazione sofisticati sviluppati nel corso di diversi decenni.  

Per l’Iran, Kharg rappresenta l’accesso diretto ai mercati energetici mondiali. Senza quest’isola, la Repubblica Islamica sarebbe costretta a vendere il petrolio attraverso vie terrestri molto meno efficienti, compromettendo radicalmente la sua capacità di esportare rapidamente e su larga scala: una prospettiva impensabile per l’Iran. Dal punto di vista economico, le entrate generate dalle esportazioni attraverso Kharg costituiscono una parte più che sostanziale del bilancio governativo iraniano, in condizioni particolarmente critiche in un contesto di sanzioni internazionali restrittive. 

La domanda è: perché nessun presidente americano ha mai osato attaccare quest’isola? Eh sì, perché gli Stati Uniti, prima potenza militare mondiale con una presenza navale permanente nel Golfo Persico e la capacità di proiettare una forza aerea di precisione, non hanno mai preso di mira Kharg direttamente?

 La risposta si basa su un’equazione di rischi potenzialmente inaccettabili. Un attacco convenzionale contro Kharg finalizzato alla sua distruzione scatenerebbe immediatamente una crisi energetica globale. I flussi petroliferi già fragili del Golfo Persico subirebbero un grave sconvolgimento. Non solo l’Iran perderebbe il suo principale vettore di esportazione, ma la produzione mondiale soffrirebbe di un’improvvisa carenza, causando un’impennata dei prezzi del petrolio che colpirebbe l’economia mondiale. Gli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia non tollererebbero una tale decisione unilaterale dalle gravi conseguenze per la coesione atlantica, a meno di non scoprire un’insospettabile servilità nei confronti del «Padrone», il che metterebbe a nudo un’indegnità senza limiti da parte di questi paesi sottomessi. 

   Ma il vero fattore dissuasivo è la reazione iraniana che ne deriverebbe. Un attacco a Kharg costituirebbe un atto di guerra dichiarato contro l’Iran, giustificando una risposta multidimensionale nella regione. 

L’Iran dispone di una capacità di risposta che estenderebbe il conflitto ben oltre i propri confini. La minaccia più temuta da Washington e dai suoi alleati è la distruzione coordinata delle infrastrutture petrolifere delle monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar). 

L’Iran potrebbe mobilitare i propri alleati regionali e le proprie capacità missilistiche balistiche per colpire le piattaforme di produzione offshore, gli oleodotti strategici e le raffinerie. La sola distruzione simultanea degli impianti sauditi di Safaniyah basterebbe a paralizzare i mercati energetici mondiali.

 Una simile escalation non provocherebbe semplicemente una carenza in Iran, ma un caos energetico globale. I prezzi del petrolio salirebbero a livelli economicamente devastanti. Le ripercussioni si estenderebbero ben oltre il Medio Oriente: inflazione generalizzata, crisi bancaria, recessione mondiale. Nessun governo americano, consapevole di queste implicazioni elettorali ed economiche, oserebbe provocare un simile scenario. Ecco perché Kharg rimane di fatto una zona di esclusione tacita. Allo stesso modo, Israele, che ha condotto diverse campagne aeree contro le postazioni iraniane in Siria e contro le installazioni militari iraniane, non ha mai toccato Kharg. Eppure, l’isola sarebbe stata un obiettivo strategico logico per uno Stato che cerca di indebolire il proprio avversario principale. Questa moderazione rivela un coordinamento implicito con Washington. Israele comprende che oltrepassare questa linea rossa innescherebbe la stessa cascata catastrofica: escalation regionale iraniana, crisi energetica mondiale e destabilizzazione dell’ordine regionale che nemmeno un alleato degli americani privilegiato come lo Stato ebraico può rischiare da solo. La sopravvivenza economica di Israele dipende anche dalla stabilità energetica regionale e dai prezzi del petrolio. Esiste anche, a mio avviso, uno scenario mai menzionato, ma che mi sembra plausibile: l’occupazione e il controllo di questa isola straordinaria.

  Alcuni circoli strategici statunitensi (i neoconservatori, immagino) potrebbero ipotizzare uno scenario in cui, dopo un conflitto di entità variabile, Kharg finirebbe sotto il controllo degli Stati Uniti. 

In questo scenario, gli Stati Uniti avrebbero a disposizione un’importante opportunità strategica: l’accesso diretto, e soprattutto rapido, agli impianti di estrazione ed esportazione già costruiti, eliminando i costi di ricostruzione post-conflitto. Washington potrebbe quindi sfruttare Kharg per i propri interessi energetici, vendendo il petrolio iraniano sui mercati mondiali a proprio vantaggio, senza sostenere le spese colossali di una ricostruzione completa dell’infrastruttura iraniana. 

Si tratta di una variante del vecchio adagio strategico: perché ricostruire quando si può semplicemente conquistare e riutilizzare? Tuttavia, questo scenario rimane altamente speculativo e dipenderebbe da una convergenza strategica poco probabile nel breve termine. In realtà, a mio avviso, il fattore determinante che protegge Kharg non è né la diplomazia né i trattati internazionali, ma il semplice calcolo costi-benefici militare ed economico. La vera minaccia non è solo la reazione diretta dell’Iran, ma quella degli alleati regionali di Washington. 

Un’escalation a Kharg rischierebbe di trasformare le monarchie del Golfo in bersagli legittimi, minacciando le infrastrutture dell’Arabia Saudita, degli Emirati, del Kuwait e del Qatar. Questi paesi, pur mantenendo rapporti strategici con Washington, non potrebbero accettare passivamente la distruzione delle loro infrastrutture energetiche. Una simile escalation frammenterebbe le alleanze regionali che gli Stati Uniti hanno accuratamente costruito. In breve, l’isola di Kharg rimane intoccabile, non per debolezza dell’Occidente, ma per la chiara consapevolezza che la sua eliminazione innescherebbe una reazione a catena economica e militare incontrollabile. Essa simboleggia i limiti reali del potere militare assoluto di fronte alle interdipendenze energetiche mondiali. Finché il Golfo Persico rimarrà la principale fonte di petrolio mondiale, e finché i prezzi dell’energia influenzeranno le elezioni e le economie occidentali, Kharg manterrà un’immunità tacita, non per accordo formale, ma per il rispetto delle leggi della geopolitica energetica moderna.  

 Conclusione 

L’Iran è fortemente indebolito per molteplici ragioni: la distruzione di una parte del governo, la morte del suo ayatollah (al suo posto ne è subentrato uno nuovo, il figlio del precedente: Mojtaba Khamenei), un’economia in gravi difficoltà, un paese sempre più devastato, gli Stati Uniti e Israele in guerra totale contro di esso.

Ma l’Iran si erge come un baluardo, indomabile di fronte all’assalto congiunto di Stati Uniti e Israele. Sottoposto a bombardamenti di una violenza inaudita, questo vasto impero di 90 milioni di abitanti, dotato di un arsenale considerevole di missili balistici (i principali: Fateh, Qiam, Khorramshahr, Fattah ipersonico) e di droni (i principali: Shahed e Mohajer), resiste con feroce determinazione, grazie ai suoi sistemi antiaerei residui, al suo imponente esercito di 610.000 uomini e ai suoi complessi sotterranei. Forte del sostegno concreto di Russia e Cina, che forniscono armi, intelligence e dispositivi di disturbo elettronico, Teheran resiste, per ora. Eppure l’Iran non è affatto all’origine delle sue disgrazie, poiché incarna non la sete di conquista né il bellicismo, ma la legittima aspirazione alla sopravvivenza, forgiata nelle prove di una brutale persecuzione da parte degli Stati Uniti e di Israele. Questo paese martoriato ha subito terribili persecuzioni: sanzioni economiche, omicidi di alte personalità di Stato e di ingegneri nucleari, numerose vittime civili («danni collaterali»), tradimenti americani durante i negoziati, bombardamenti…

Ma ciò non bastava alle due potenze bellicose e assetate di potere che sono gli Stati Uniti e Israele. Questi due Stati, così intrecciati e uniti nel dominio sui paesi del Golfo, hanno scatenato una guerra di cui nessuno può prevedere le reali conseguenze, poiché ciò dipende dall’intensità degli scambi di attacchi e dalla durata del conflitto. 

Se questa guerra, iniziata alla fine di febbraio del 2026 con massicci attacchi statunitensi e israeliani, dovesse protrarsi per interminabili settimane, il blocco dello Stretto di Ormuz, arteria vitale attraverso la quale transitano oltre il 20% % del petrolio mondiale e del GNL del Golfo, scatenerà un cataclisma economico senza precedenti, per non parlare solo del lato economico! Mine marine, motoscafi veloci, sottomarini e missili costieri iraniani paralizzeranno i flussi energetici, spingendo i prezzi del barile a livelli vertiginosi, soffocando le economie assetate di idrocarburi dall’Europa ai confini dell’Asia e seminando il caos nelle catene di approvvigionamento    globali. Le nazioni del Golfo, con l’Arabia Saudita in testa, vedranno le loro arterie petrolifere bloccate, mentre l’Occidente, dipendente in parte dal petrolio e dal gas del Golfo, soccomberà all’inflazione galoppante e alla recessione. 

Nel cuore di questa tempesta, Donald Trump, rieletto sotto l’egida di un giuramento di pace, agisce sin dalla sua elezione da vero traditore: tradimento delle sue promesse elettorali, nei confronti dei suoi elettori amanti dell’isolazionismo, e tradimento della stessa America. Lui che giurava di non impegnare le forze yankee in conflitti lontani, lo sta facendo, e senza vergogna; ecco che sta sperperando centinaia di miliardi in una crociata che non è quella di Washington, ma il sogno egemonico di Israele per un «Grande Israele». Con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine del novembre 2026, il suo schieramento trema già di fronte a un futuro ben cupo: perdite umane (soldati americani), esaurimento delle scorte di missili antiaerei e terra-aria, portaerei costrette a ritirarsi per mancanza di missili, ecc.

L’Impero si sta indebolendo sul piano militare, economico e, in generale, anche a livello della società americana, compromettendo la sua statura già fortemente screditata sulla scena mondiale. Trump, che era il sostenitore dell’isolazionismo, l’apostolo della pace, avrà così condotto gli Stati Uniti e il loro alleato Israele sull’orlo del baratro, incidendo negli annali una reputazione di aggressori spietati con metodi degni di una vera e propria mafia, detestati principalmente dai popoli del «Sud del mondo», ma anche segretamente dall’UE e persino dall’Inghilterra. 

L’Iran si trova così a vestire i panni di Davide contro Golia, ma l’ esito è ancora incerto. La sua semplice sopravvivenza, il non perdere, dopo settimane di guerra, sarebbe già una vittoria schiacciante: un’impresa contro due colossi tecnologici, di cui una «superpotenza», e un’umiliazione bruciante per gli invasori, ai quali non resterebbe altro che disonore, indegnità e una reputazione esecrabile. E chi oserebbe scommettere contro l’improbabile, ma tutt’altro che impossibile? Infatti, un’America esangue, con i suoi arsenali quasi svuotati, le sue alleanze incrinate, tutto questo potrebbe ben tentare la Russia e la Cina.

  Mosca, per la quale in Ucraina tutto sta andando per il meglio (e che vede la vittoria inevitabile avvicinarsi a grandi passi), potrebbe optare per un massiccio afflusso di armamenti, mentre Pechino, affamata di petrolio persiano, potrebbe decidere di fornire un aiuto logistico decisivo, accompagnato da un’impressionante flotta navale (se non altro per aggiungere un effetto dissuasivo). In questo scenario incredibile (e molto improbabile), l’asse sino-russo-iraniano potrebbe sferrare il colpo di grazia, con la Cina che approfitterebbe del caos per impadronirsi di Taiwan, ridisegnando i contorni di un mondo multipolare in cui la Persia trionfante incarnerebbe la resilienza degli oppressi. Questa sarebbe la lezione di tale conflitto se dovesse diventare realtà: l’Iran ne uscirebbe indubbiamente vincitore, e avrebbe resistito non grazie alla potenza militare, ma grazie a un’incrollabile volontà di sopravvivenza… se chiedesse l’aiuto dei suoi due grandi alleati.

Eh sì, il problema dell’Iran è sempre stato questo: l’orgoglio. Nessuno parla di questo argomento, eppure così cruciale. Per ragioni religiose, Teheran ha sempre rifiutato l’arma nucleare che avrebbe potuto ottenere già da molto tempo se lo avesse voluto: il caso emblematico è la Corea del Nord, che è riuscita in questa impresa pur trovandosi in una situazione ben peggiore di quella dell’Iran, con una popolazione infinitamente inferiore e senza le risorse petrolifere e di gas… Tuttavia, i precetti religiosi, se non mi sbaglio, prevedono che l’Iran possa dotarsi dell’arma nucleare solo se è in gioco la sopravvivenza del Paese; il che significa che gli ayatollah non hanno mai ritenuto che la sopravvivenza del Paese fosse in gioco, o almeno non abbastanza. Mentre un governo pragmatico e sano di mente, non guidato dalla religione, avrebbe immediatamente voluto l’arma atomica per proteggere il proprio paese, così gravemente indebolito e umiliato dagli Stati Uniti e da Israele da decenni, i quali sono totalmente e inequivocabilmente il giocattolo delle loro ambizioni e del loro desiderio di distruggere l’Iran, o per lo meno, di mettere l’Iran in ginocchio e alla loro mercé. Orgoglio religioso, quindi. 

Per anni, Vladimir Putin ha, in rare occasioni, proposto all’Iran un partenariato militare, che avrebbe potuto portare a quello già siglato tra la Russia e la Corea del Nord, ovvero un partenariato solido; anche se tale alleanza fosse stata inferiore a quella stipulata con la Corea del Nord, non importa, sarebbe già stato un passo avanti considerevole nella protezione dell’Iran. Insomma, ciò avrebbe garantito una protezione supplementare e potente a questo povero Paese estremamente maltrattato. E quest’ultimo ha categoricamente rifiutato tali aiuti. Orgoglio.  

  Successivamente, la Cina ha proposto di finanziare l’Iran (a quanto mi risulta senza alcuna contropartita), per risollevare la valuta iraniana che era (ed è tuttora) ai minimi storici, e che è stata all’origine delle proteste iraniane, nelle quali si sono poi riversati «i manifestanti influenzati dall’esterno» dalle immancabili entità di influenza abituali nel Paese: la CIA e il Mossad. Non dimentichiamo che è lì che tutto è iniziato; l’origine di questa guerra. Da quanto ho sentito dal famoso geopolitico inglese Alexander Mercouris, due miliardi di dollari donati dalla Cina sarebbero stati sufficienti a stabilizzare la valuta. L’Iran ha rifiutato questo aiuto. Ancora orgoglio. 

Infine, ufficialmente, l’Iran continua a rifiutare qualsiasi aiuto esterno. Ufficiosamente, dubito che questo orgoglio possa resistere ancora a lungo: le sfide che il Paese deve affrontare sono, a mio avviso, impossibili da superare da solo. L’Iran riceve un aiuto concreto, se non altro in termini di intelligence, abbondante e di qualità, accompagnato da forniture molto discrete di armamenti vari.

 È così che la vedo con i miei occhi da osservatore esterno e in base a ciò che so; forse mi sfuggono alcuni elementi che spiegherebbero logicamente tutti questi rifiuti di sostegno che avrebbero potuto cambiare tutto per l’Iran, ma non ci credo.

 In ogni caso, le cose stanno così, e con grande sfortuna dell’Iran. Il suo futuro rimane molto incerto, e a meno di un appello ufficiale e deciso alla Russia e alla Cina, o addirittura di un aiuto (militare in un primo momento, finanziario in seguito) proveniente da questi paesi senza nemmeno una richiesta da parte dell’Iran, non vedo come Teheran possa cavarsela nel lungo periodo. 

Solo, a mio avviso, una pesante sconfitta militare inflitta da questi tre paesi potrebbe placare in modo duraturo Israele e gli Stati Uniti, che comprendono solo il rapporto di forza militare come linguaggio diplomatico. Esiste un’altra possibilità che non è militare, ma a mio avviso ancora più potente: un blocco totale (temporaneo) della vendita di tutte le materie prime, di tutte le terre rare e di tutti i componenti elettronici commercializzati da Russia e Cina (che si sarebbero fermamente accordate su questo piano draconiano e oh quanto efficace) agli Stati Uniti e a Israele. A mio avviso, il solo fatto di enunciare questa minaccia di concerto calmerebbe molto (definitivamente?) le due entità belliciste…  

  Infine, nella migliore delle ipotesi, se l’Iran non dovesse perdere la guerra grazie a risorse insospettabili, riuscisse a sopravvivere in modo ragionevolmente soddisfacente e, di fatto, vincesse la guerra (come nel caso del Vietnam dopo il conflitto con gli Stati Uniti, per esempio), allora l’Iran avrebbe, a mio avviso, quattro possibili destini. 

La prima è che gli Stati Uniti e Israele, dopo una sconfitta che vedono profilarsi all’orizzonte, nutrono un rancore terribile a causa di una umiliazione terribile, e guadagnano tempo per curare le loro ferite e il loro orgoglio, minacciando tutti i loro alleati affinché questi di dare tutto ciò che hanno di utile per la guerra, e riempiano nuovamente le loro scorte di missili di ogni tipo per riprendere la guerra con rinnovato vigore: una fuga in avanti completamente folle, ma per nulla sorprendente dato il contesto. 

La seconda sarebbe tornare alla situazione precedente «Ad statum antea reverti», ovvero una situazione neutra in cui non accade nulla di rilevante: gli Stati Uniti e Israele smettono di agire per mancanza di mezzi militari ed economici, e si torna alla situazione prebellica, con ogni umiliazione ormai digerita. Trump si comporta da grande signore e crea una propaganda secondo cui è comunque il vincitore, poiché ha ucciso la Guida Suprema e gran parte del governo. 

La terza è la vittoria di Stati Uniti e Israele; l’Iran è finito. Bombardato senza pietà, decine di migliaia di civili morti, invio di numerosi gruppi di commando per scovare e decapitare ogni unità militare iraniana di rilievo, strangolamento economico totale, insomma, lo scenario iracheno. Aggiungete a ciò una Russia e una Cina che assistono allo spettacolo senza muoversi davvero (il che sarebbe purtroppo molto probabile), lamentandosi in coro, come al solito, dell’illegalità di tutte queste azioni infamanti dinanzi all’ONU. Il che mi porta a pensare che l’aura di invincibilità degli Stati Uniti sia decisamente ben radicata nelle loro menti, poiché questa paura atavica sembra paralizzarli, al punto che la Russia e la Cina (e perché no l’India) apparentemente non hanno mai pensato che se si alleassero militarmente, anche solo in modo puntuale, sarebbero letteralmente i re del mondo, potrebbero riparare a terribili torti (ad esempio, inflitti a Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord e, naturalmente, all’Iran, chiedendo la cessazione immediata di tutte le sanzioni e la fine di ogni futura minaccia militare o economica; senza dimenticare se stessi: Cina e Russia sono sotto sanzioni), e effettivamente invincibili… Ah! È sorprendente come il rispetto delle leggi internazionali e la moderazione possano inibire ogni velleità interventista…

  La quarta: gli Stati Uniti e Israele perdono la guerra, mettono da parte il risentimento e l’orgoglio, accettano la sconfitta e alla fine scelgono la via della saggezza, tentando l’incredibile percorso diplomatico a loro del tutto estraneo, ovvero fare pace (quella vera) con l’Iran (che non chiede altro da sempre), e rispettano l’Iran (e senza tradimenti futuri!), per infine fare affari con questo paese martoriato a beneficio di tutti, soprattutto dal punto di vista energetico. Si può sempre sognare, no? Ci sono forse altri destini, ma questi mi vengono naturalmente in mente. 

Insomma, staremo a vedere.  

Applicazione della teoria e della dottrina statunitense in materia di guerra aerea per valutare la campagna contro l’Iran, Parte II: le forze missilistiche iraniane e parte I, di ISW

Applicazione della teoria e della dottrina statunitense in materia di guerra aerea per valutare la campagna contro l’Iran, Parte II: le forze missilistiche iraniane

4 maggio 2026

Vai a…Successo operativo: neutralizzazione delle operazioni missilistiche iraniane Successo strategico: distruggere le basi industriali e di conoscenza delle forze missilistiche iraniane Implicazioni a breve e lungo termine Appendice: Attacchi alle infrastrutture missilistiche iraniane nelle città di Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz Note finali

La forza combinata statunitense-israeliana ha ottenuto significativi successi operativi e strategici nei confronti del programma missilistico balistico iraniano prima del cessate il fuoco. La forza combinata ha condotto per settimane attacchi contro un’ampia gamma di impianti missilistici in tutto l’Iran, basandosi sulla teoria e sulla dottrina di guerra aerea statunitense consolidata nel tempo. Questo sforzo ha compromesso le operazioni missilistiche dell’Iran, ne ha ridotto le capacità missilistiche e ha distrutto gran parte delle basi industriali e del know-how a sostegno del programma missilistico. La forza combinata ha impedito alle forze missilistiche iraniane di attuare il proprio concetto di operazioni e di raggiungere gli obiettivi della campagna. La forza combinata ha inoltre ridotto la capacità dell’Iran di ricostituire e migliorare le proprie capacità missilistiche senza anni di ricostruzione.

La campagna statunitense-israeliana prima del cessate il fuoco era volta a ottenere tali effetti qualitativi — piuttosto che limitarsi a distruggere una serie di obiettivi — e dovrebbe essere valutata alla luce di tali obiettivi. Concentrarsi esclusivamente su misure quantitative di successo, come il numero di missili e lanciatori iraniani distrutti o resi inoperanti, significa ignorare l’intento della campagna, che era quella di sconvolgere e destabilizzare le forze nemiche e impedire loro di attuare il proprio piano di campagna e raggiungere i propri obiettivi. È molto difficile valutare il danno inflitto alla forza missilistica utilizzando solo misure quantitative. Le misure quantitative sono accattivanti perché implicano un grado di precisione scientifica e di misurazione esatta. Ma la forza missilistica iraniana è molto più che le sue munizioni e i suoi lanciatori; comprende anche comandanti, squadre di lancio, reti di comunicazione e informatiche, strutture di produzione e logistiche e molto altro ancora. Le campagne aeree statunitensi prevedono di colpire tutti questi elementi per generare effetti su tutto il sistema nemico.[1] Contare solo le perdite materiali porterà a conclusioni inaccurate sugli effetti della campagna. Bisogna invece valutare gli effetti cumulativi degli attacchi contro l’intero sistema nemico.

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La forza combinata statunitense-israeliana ha cercato di neutralizzare la forza missilistica iraniana a livello operativo, per impedirle di attuare il proprio piano di campagna, indebolendola al contempo a livello strategico per impedirle di ampliare le proprie scorte e sviluppare sistemi più avanzati. Il raggiungimento di tale effetto strategico era particolarmente cruciale, poiché uno degli obiettivi bellici fondamentali di Israele è quello di eliminare la minaccia a lungo termine rappresentata dai missili iraniani. La forza combinata ha ottenuto gli effetti operativi e strategici previsti colpendo rapidamente i centri di gravità in tutto l’Iran e a ogni livello di guerra, in linea con l’approccio statunitense noto come “guerra parallela”. [2] Tale approccio mira a rendere inefficace la forza nemica – incapace di combattere nel modo previsto – piuttosto che a distruggere ogni missile e lanciatore o impedire all’Iran di lanciare un singolo missile. A questo proposito, la forza combinata statunitense-israeliana ha avuto un successo relativo, in quanto l’Iran non è stato in grado di lanciare grandi salve di missili al momento del cessate il fuoco.

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Si veda l’appendice per le mappe degli scioperi a livello cittadino relative alle città di Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz.

Successo operativo: neutralizzazione delle operazioni missilistiche iraniane 

La forza combinata ha ottenuto un successo operativo impedendo alle forze missilistiche iraniane di attuare il proprio piano operativo. I leader iraniani sono entrati in guerra con l’evidente intenzione di mantenere un fuoco massiccio contro gli Stati Uniti e i loro alleati per tutta la durata del conflitto, nel tentativo di infliggere perdite così ingenti da esaurire la volontà di combattere degli Stati Uniti e dei loro alleati. Questo piano operativo iraniano è risultato evidente quando, il primo giorno di guerra, le forze missilistiche iraniane hanno sferrato raffiche di missili su vasta scala in tutto il Medio Oriente.[3]

Questo concetto operativo iraniano si basava sugli insegnamenti tratti dai lanci di missili contro Israele nel 2024 e nel 2025. I leader iraniani si resero conto di non essere in grado di penetrare in modo affidabile le difese aeree israeliane e di distruggere obiettivi militari precisi per ottenere effetti operativi significativi.[4] Troppi missili iraniani avrebbero funzionato male, mancato il bersaglio o sarebbero stati intercettati, impedendo all’Iran di generare la massa necessaria per sopraffare le difese aeree israeliane. I leader iraniani hanno concluso che dovevano espandere drasticamente le loro scorte di missili, preparandosi ad averne 10.000 entro il 2028, al fine di compensare tali sfide e poter comunque concentrare una forza significativa.[5] Dopo la Guerra dei 12 Giorni nel giugno 2025, hanno rapidamente ricostituito il loro programma missilistico e perseguito l’espansione delle scorte. [6] Hanno inoltre valutato l’utilizzo di veicoli di rientro manovrabili e altri miglioramenti tecnici alla precisione dei missili, che avrebbero potuto rendere i singoli proiettili più difficili da intercettare e più distruttivi.[7]

La forza missilistica iraniana deve quindi essere in grado di concentrare e poi mantenere il fuoco per raggiungere gli obiettivi della campagna. Per usare il linguaggio tecnico dell’analisi del centro di gravità, la concentrazione e il mantenimento del fuoco sono due capacità fondamentali per la forza missilistica. I leader iraniani considerano la concentrazione necessaria per sopraffare e penetrare le difese aeree avanzate, come già osservato in precedenza. Ma la concentrazione da sola non è sufficiente. La forza missilistica dovrebbe essere in grado di mantenere un livello adeguato di concentrazione nel tempo.

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L’esercito statunitense definisce il centro di gravità come «la fonte di potere o di forza che consente a una forza militare di raggiungere il proprio obiettivo e contro la quale una forza avversaria può orientare le proprie azioni per portare il nemico al fallimento»[8].

Il centro di gravità è costituito da tre elementi: capacità critiche, requisiti critici e vulnerabilità critiche. Le capacità critiche sono «essenziali per il compimento della missione»[9]. Il centro di gravità necessita di requisiti critici per poter impiegare le proprie capacità critiche[10]. Tali requisiti possono essere condizioni, risorse o mezzi. Le forze armate statunitensi individuano inoltre le vulnerabilità critiche, che «sono aspetti dei requisiti critici esposti ad attacchi»[11].

La forza combinata ha privato la forza missilistica iraniana di quelle due capacità fondamentali colpendo, tra gli altri obiettivi, le unità missilistiche, i comandanti e le scorte iraniane. Tali obiettivi rappresentano punti deboli cruciali che la forza missilistica doveva difendere per mantenere le proprie capacità fondamentali. Gli attacchi alle unità missilistiche, in particolare alle squadre di lancio, hanno in parte neutralizzato il fuoco missilistico, creando al contempo un diffuso clima di paura all’interno della forza missilistica che avrebbe compromesso le operazioni di combattimento. L’entità delle salve missilistiche iraniane è rapidamente diminuita, indicando che le squadre di lancio speravano di tornare rapidamente al riparo e mettersi in salvo piuttosto che coordinarsi con altre unità per ottenere un fuoco massiccio o prolungato. Gli attacchi contro i comandanti missilistici e le reti di comando e controllo (C2) hanno ulteriormente destabilizzato la forza missilistica. Il C2 è un requisito fondamentale che consente alla forza missilistica di coordinarsi tra le unità e concentrare il fuoco simultaneamente per ottenere un effetto di massa. Gli attacchi contro i comandanti missilistici e le reti C2 hanno probabilmente impedito alle unità missilistiche di coordinarsi efficacemente, contribuendo così alla paralisi generale subita dalla forza missilistica.[12] Infine, gli attacchi contro le scorte di missili e i lanciatori hanno creato dei colli di bottiglia che la forza missilistica ha dovuto superare. La perdita di missili e lanciatori ha ridotto alcune delle risorse più vitali di cui la forza missilistica disponeva e l’ha costretta a prendere decisioni più oculate su quando sparare e mettere a rischio determinate risorse. La minore disponibilità di munizioni e lanciatori rende più difficile sostenere un fuoco massiccio e, in casi estremi, rende difficile sostenere qualsiasi tipo di fuoco.

A causa di questi attacchi, la forza missilistica iraniana non è riuscita a sostenere un fuoco massiccio. Il primo giorno di guerra, infatti, è riuscita a lanciare un numero significativo di missili. Tuttavia, le forze alleate hanno rapidamente ridotto la frequenza dei lanci iraniani del 90 per cento.[13] Questo risultato non ha ovviamente eliminato del tutto il fuoco missilistico iraniano, cosa che sarebbe stata estremamente difficile, se non impossibile. Ha invece riportato i lanci a un livello gestibile, che le difese aeree statunitensi e dei paesi alleati potevano affrontare in modo costante. Ciò è risultato particolarmente evidente per quanto riguarda il fuoco iraniano contro Israele. Al momento del cessate il fuoco, la forza missilistica iraniana faticava a lanciare più di un missile alla volta contro Israele.[14] Secondo quanto riferito, alcune squadre di lancio non erano disposte a eseguire gli ordini.[15] Altre hanno disertato.[16] Per una forza missilistica che aveva pianificato di lanciare centinaia di missili per salva al fine di infliggere una distruzione su vasta scala, si tratta di un fallimento della missione.

L’Iran ha comunque causato alcuni danni con i propri missili, questo è certo. Alcuni missili iraniani sono riusciti a superare le difese aeree statunitensi e dei paesi alleati e hanno colpito obiettivi militari.[17] Inoltre, l’Iran ha cercato di adattarsi lanciando un maggior numero di missili con testate a grappolo, che disperdono decine di submunizioni su un’ampia area. [18] I leader iraniani hanno probabilmente riconosciuto di non poter generare in modo affidabile la massa necessaria per sconfiggere le difese aeree israeliane e distruggere obiettivi militari specifici. Hanno quindi optato per l’uso di munizioni a grappolo, più difficili da intercettare completamente e in grado di causare distruzione estesa in un’area generica. La forza missilistica iraniana ha utilizzato le munizioni a grappolo per terrorizzare i civili e la società israeliana.

L’Iran, tuttavia, non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo principale, ovvero infliggere danni tali da indurre gli Stati Uniti e i loro alleati a rinunciare a proseguire il conflitto. Il fallimento dell’Iran nel raggiungere tale obiettivo costituisce il criterio fondamentale — derivato dalla teoria e dalla dottrina statunitense in materia di guerra aerea — in base al quale occorre valutare la componente antimissile della campagna.

Successo strategico: distruggere le basi industriali e di conoscenza delle forze missilistiche iraniane 

La forza combinata ha ottenuto alcuni successi strategici distruggendo gran parte delle infrastrutture industriali e delle competenze di cui l’Iran ha bisogno per ricostituire la propria forza missilistica e potenziare le proprie capacità missilistiche. La forza combinata ha colpito praticamente ogni anello della catena di produzione e di approvvigionamento, dagli impianti di lavorazione delle materie prime (acciaio, alluminio, carburante per missili, ecc.) agli stabilimenti di assemblaggio finale. Abbiamo registrato attacchi contro almeno 15 strutture responsabili dei sistemi di guida (tra cui uno dei pochissimi impianti iraniani di cuscinetti a sfere, fondamentali per la guida inerziale nei missili balistici), 18 impianti di produzione di carburante per missili, sei impianti di produzione di esplosivi e testate e altre 45 strutture associate alla produzione. [19] La forza combinata ha inoltre colpito almeno 11 strutture di ricerca e sviluppo che sostenevano i miglioramenti tecnici alle capacità missilistiche. Questi numeri rappresentano probabilmente solo una frazione degli impianti missilistici colpiti a causa dei limiti delle informazioni disponibili al pubblico. Gli attacchi a tali strutture sono stati di gran lunga più consistenti di quelli condotti dalle Forze di Difesa Israeliane durante la Guerra dei 12 Giorni. L’Iran avrà bisogno di tempo e risorse significative per ricostruire queste capacità e non potrà ricostituire pienamente la propria forza missilistica fino ad allora.

Iran’s Ballistic Missile Program

L’Iran deve costituire ampie scorte di missili e sviluppare sistemi più avanzati e possibilmente a più lunga gittata per poter garantire un fuoco massiccio e prolungato. La costruzione di missili e la costituzione di un ampio arsenale richiedono una catena di produzione estesa e sofisticata che comprenda impianti di produzione appositamente realizzati. La catena di produzione comprende anche stabilimenti per la produzione di vari sottocomponenti e fattori produttivi industriali, non tutti di natura esclusivamente militare (come ad esempio le acciaierie). La sostenibilità a lungo termine del programma richiede inoltre strutture di ricerca per lo sviluppo di tecnologie avanzate, quali veicoli di rientro manovrabili o sistemi a più lunga gittata. Tali strutture comprendono gallerie del vento e laboratori per la ricerca su nuovi progetti, nonché elementi del programma spaziale civile che supportano lo sviluppo di sistemi a più lunga gittata. I missili che l’Iran ha lanciato contro Diego Garcia potrebbero essere stati sviluppati sulla base delle lezioni apprese dal programma spaziale iraniano, secondo un esperto olandese di missili, sebbene non vi siano prove definitive.[20]

La catena di produzione e gli impianti di ricerca sono vulnerabili perché troppo numerosi per poter essere protetti adeguatamente dall’Iran. Le difficoltà legate a un loro attacco, tuttavia, derivano dalla loro dispersione e dalle loro dimensioni. Nel giugno 2025 l’IDF ha colpito solo singoli elementi della catena di produzione iraniana senza attaccare l’intera catena, il che significa che l’Iran ha potuto sostituire rapidamente le attrezzature distrutte senza dover riparare il resto della rete industriale. Attaccare il programma utilizzando un approccio di guerra parallela risolve questo problema perché comporta il colpire ogni nodo della catena di produzione in tutto il paese, in modo tale che il programma non possa essere riavviato senza ricostruire interamente una grande quantità di infrastrutture sofisticate.

L’Iran dovrà ricostruire la propria catena di produzione per riprendere la fabbricazione di missili ai livelli prebellici. È impossibile prevedere quanto tempo richiederà tale processo, ma la portata degli attacchi statunitensi e israeliani indica che probabilmente sarà significativamente più lungo rispetto al processo di ricostruzione seguito alla Guerra dei Dodici Giorni. Sono necessarie ulteriori ricerche per prevedere con esattezza quanto tempo impiegherà l’Iran a ricostruire gli impianti sopra descritti. Le domande chiave includono: quanto è gravemente danneggiata ciascuna struttura, quanto costa ciascuna struttura, quanto tempo serve all’Iran per ricostruirle, qual è la valutazione interna dell’Iran sull’importanza relativa del suo programma missilistico balistico rispetto ad altre priorità di finanziamento e quanti soldi l’Iran ha da dedicare a tali progetti rispetto al periodo prebellico. Una valutazione che offra una tempistica definitiva per la ricostruzione ma non risponda a queste e ad altre domande non menzionate dovrebbe essere messa in discussione. 

Implicazioni a breve e lungo termine  

Il cessate il fuoco ha probabilmente consentito all’Iran di recuperare rapidamente le battute d’arresto operative subite. Lo shock all’interno delle forze missilistiche iraniane e l’incapacità dei comandanti di comunicare sia orizzontalmente che verticalmente all’interno della loro organizzazione sono effetti temporanei. Le forze missilistiche si riprenderanno dal punto di vista psicologico. I comandanti hanno probabilmente ripreso a comunicare in assenza di una pressione militare tangibile. Le squadre di ingegneri incaricate di recuperare i lanciatori all’interno delle strutture sotterranee crollate hanno proceduto a farlo senza interferenze. L’Iran sarà probabilmente in grado di lanciare un numero relativamente maggiore di missili in modo più efficace nei giorni successivi alla ripresa dei combattimenti. Con la ripresa dei combattimenti, questo aumento dovrebbe essere interpretato come il risultato della pausa operativa durante il cessate il fuoco piuttosto che come un fallimento più ampio della campagna.

Ciononostante, i gravi danni al programma missilistico sopra evidenziati indicano che gli Stati Uniti e Israele hanno ottenuto risultati strategici fondamentali. L’Iran mirava a costruire migliaia di missili e a potenziarli nel tempo per creare un efficace deterrente contro gli Stati Uniti e Israele. Una situazione del genere avrebbe compromesso la capacità degli Stati Uniti di agire a tutela dei propri interessi in Medio Oriente, per timore di incorrere in altre migliaia di missili iraniani diretti contro le forze statunitensi e i partner regionali.

Tuttavia, gli effetti strategici positivi e le tendenze osservabili non significano che la guerra sia un successo strategico complessivo. Non è ancora chiaro se e come gli effetti strategici sopra evidenziati possano essere mantenuti senza un intervento mirato contro il programma missilistico. Anche un rallentamento pluriennale del programma missilistico è recuperabile. La guerra non è finita e il giudizio finale sul suo successo deve basarsi sull’accordo politico che la porrà fine. Il successo complessivo dovrà essere determinato, in ultima analisi, dal raggiungimento o meno degli obiettivi politici da parte degli Stati Uniti.

Appendice: Attacchi alle infrastrutture missilistiche iraniane nelle città di Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz  

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Applicazione della teoria e della dottrina statunitense sulla guerra aerea per valutare la campagna contro l’Iran, Parte I

10 aprile 2026

Vai a…Punti chiaveNote finali

La campagna aerea congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran dovrebbe essere valutata in base al raggiungimento dei suoi obiettivi politici, che costituiscono lo scopo fondamentale di qualsiasi operazione militare. Finora la campagna ha compromesso la capacità dell’Iran di proiettare la propria forza, soddisfacendo così un obiettivo militare chiave. Gli Stati Uniti e Israele hanno distrutto una parte significativa delle capacità missilistiche, dei droni e delle forze navali dell’Iran, nonché la base industriale che consente all’Iran di produrne altri. L’attuale cessate il fuoco non garantirà automaticamente gli interessi statunitensi, tuttavia, poiché gli Stati Uniti e i loro partner devono ancora creare le condizioni necessarie per un esito politico positivo. I leader iraniani continuano a minacciare il traffico marittimo internazionale nello Stretto di Hormuz e hanno espresso l’intenzione di continuare a limitare l’accesso allo stretto. Qualsiasi futuro accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran che non garantisca la sicurezza dello stretto comprometterebbe gravemente i risultati ottenuti finora dalla campagna. Sebbene la guerra non sia finita fino a quando non sarà raggiunto un cessate il fuoco permanente, l’attuale pausa nei combattimenti offre l’opportunità di valutare ciò che la campagna ha realizzato fino a questo punto. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane pubblicheremo una serie di articoli per valutare i successi e le carenze della campagna.

La forza combinata statunitense-israeliana ha progettato la propria campagna aerea contro l’Iran sulla base della teoria e della dottrina della guerra aerea statunitense consolidate da tempo, che costituiscono il fondamento su cui valuteremo la campagna. Lo scopo di qualsiasi campagna, secondo tale teoria e dottrina, è quello di ottenere un risultato politico positivo, non di distruggere ogni risorsa militare nemica o di cercare di controllare ogni azione tattica che il nemico possa intraprendere. [1] La dottrina statunitense si concentra sull’attacco all’intero sistema nemico, con particolare enfasi sui centri di gravità, che definisce come le «fonti di potere [che forniscono] forza morale o fisica, libertà d’azione o volontà di agire», al fine di paralizzare il nemico, renderlo incapace di eseguire il proprio concetto di operazioni e, in ultima analisi, imporre l’esito politico desiderato. [2] L’esercito statunitense prende di mira i centri di gravità attraverso un approccio noto come “guerra parallela”.[3] La guerra parallela comporta il raggiungimento di effetti specifici su un sistema nemico conducendo rapidi attacchi su tutta la profondità di uno Stato o territorio nemico a ogni livello di guerra.[4] Questo è esattamente l’approccio che le forze statunitensi-israeliane hanno adottato nella progettazione della campagna contro l’Iran.

La moderna dottrina aerea statunitense pone l’accento sul raggiungimento della superiorità aerea come prerequisito per il successo delle campagne aeree. La superiorità aerea consente alle forze amiche di condurre operazioni «in un determinato momento e luogo senza interferenze insormontabili da parte» delle minacce nemiche.[5] La superiorità aerea può essere limitata a specifiche aree, altitudini e orari.[6] La superiorità aerea rende possibili tutte le altre operazioni. Gli Stati Uniti e Israele hanno rapidamente raggiunto la superiorità aerea sull’Iran entro 72 ore dall’inizio della guerra e l’hanno mantenuta da allora.[7] Il raggiungimento della superiorità aerea non impedisce tuttavia perdite tattiche, specialmente quando una forza ha sostenuto un ritmo di sortite straordinariamente elevato per un periodo prolungato, come nel caso della forza combinata statunitense-israeliana.

La guerra parallela, introdotta dagli Stati Uniti durante la prima guerra del Golfo, mira a ottenere «effetti specifici [contro il sistema nemico] piuttosto che la distruzione totale di una serie di obiettivi». [8] La guerra parallela considera l’organizzazione nemica come un sistema di sistemi in cui le forze amiche devono colpire i sistemi essenziali — i centri di gravità — per rendere inefficace l’intero sistema.[9] Mira inoltre ad agire contro molti sistemi individuali contemporaneamente «per ottenere un rapido dominio» e paralizzare il nemico. [10] Questi attacchi simultanei contro sistemi chiave cercano di “rendere inefficace un avversario” impedendo il funzionamento della sua organizzazione, il che significa che “le ramificazioni di un attacco parallelo si estendono ben oltre il vantaggio aritmetico” di colpire molti obiettivi in un breve periodo di tempo.[11] Valutare la campagna in base al numero di obiettivi distrutti è quindi incoerente con la dottrina aerea statunitense, che enfatizza misure qualitative del successo sul campo di battaglia.

Una guerra parallela efficace richiede una comprensione accurata della dottrina nemica per individuare quali sistemi costituiscano i centri di gravità e le loro rispettive vulnerabilità. I centri di gravità sono relativi, in quanto dipendono dal modo in cui un attore percepisce il proprio nemico e da come intende raggiungere i propri obiettivi. [12] I centri di gravità possono essere determinati attraverso lo studio della dottrina e del concetto di operazioni di un attore in circostanze specifiche. I centri di gravità presentano tre elementi: requisiti, capacità e vulnerabilità.[13] I requisiti consentono le capacità necessarie per raggiungere gli obiettivi, mentre le vulnerabilità sono “quei aspetti o componenti dei requisiti che sono carenti o vulnerabili ad attacchi in grado di ottenere risultati decisivi”.[14]

La dottrina aerea statunitense pone l’accento sull’attacco ai punti deboli per impedire al nemico di avvalersi delle capacità necessarie al raggiungimento dei propri obiettivi. Ad esempio, la decisione israeliana di distruggere alcuni radar TOMBSTONE delle difese aeree S-300 iraniane nell’aprile e nell’ottobre 2024 ha reso l’Iran incapace di raggiungere il proprio obiettivo[15]. Gli attacchi israeliani hanno distrutto solo un bersaglio per ogni batteria – il radar –, ma poiché i radar erano un requisito fondamentale che consentiva alla batteria la capacità critica di abbattere gli aerei, l’intero sistema S-300 è diventato inefficace. Quel successo israeliano ha indebolito significativamente le difese aeree iraniane in vista della Guerra dei 12 Giorni nel giugno 2025 e della guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

La natura della dottrina aerea statunitense rende prematuro valutare in modo definitivo il successo della campagna prima del suo completamento, il che imporrà dei limiti intrinseci alla nostra analisi. È impossibile valutare l’efficacia militare della campagna utilizzando valori quantitativi basati su fonti aperte, sia durante che dopo la campagna. La dottrina aerea statunitense mira a ottenere effetti qualitativi, alcuni dei quali sono invisibili nello spazio delle informazioni di dominio pubblico, mentre altri sono difficili da osservare perché richiedono molto tempo per manifestarsi. Ad esempio, gli attacchi statunitensi contro le infrastrutture petrolifere tedesche nella Seconda guerra mondiale portarono alla fine a gravi carenze di carburante che resero le formazioni di Panzer tedesche notevolmente meno efficaci, ma ci vollero cinque mesi perché tali risultati si manifestassero chiaramente.[16] Cercheremo comunque di valutare gli effetti qualitativi della campagna almeno in parte sulla base delle informazioni disponibili.

L’ultimo “Progetto Libertà” degli Stati Uniti affonda in meno di un giorno_di Simplicius

L’ultimo fiasco del “Progetto Libertà” degli Stati Uniti fallisce in meno di un giorno

Simplicius7 maggio
 
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Il carnevale è giunto alla sua ultima stagione e comincia a mostrare i segni del tempo, apparendo a volte disorganizzato e tristemente poco preparato agli occhi di un pubblico ormai esasperato.

L’ultimo episodio ha visto Trump lanciare il “Progetto Libertà”, un’iniziativa mal concepita e destinata al fallimento, una sorta di trovata pubblicitaria sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, che si è rivelata un fiasco già poche ore dopo, quando le navi da guerra statunitensi che tentavano di attraversare lo stretto sono state prese di mira dall’Iran.

L’intera farsa era particolarmente confusa: ad esempio, le “linee guida” ufficiali statunitensi per questa bizzarra manovra invitavano sostanzialmente le imbarcazioni più audaci a “tentare la sorte” attraversando le acque territoriali dell’Oman, nella speranza di evitare attacchi iraniani.

DD Geopolitica@DD_GeopoliticaLa Marina degli Stati Uniti ha pubblicato delle linee guida ufficiali per le navi commerciali che transitano nello Stretto di Hormuz nell’ambito del “Progetto Freedom”: “Cercate di navigare vicino alla costa dell’Oman e vedete se funziona.” L’USNAVCENT consiglia alle navi di passare attraverso le acque territoriali dell’Oman a sud del corridoio di traffico16:25 · 4 maggio 2026 · 13,5 mila visualizzazioni8 risposte · 92 condivisioni · 311 Mi piace

Si trattava di una manovra disperata degli Stati Uniti, già utilizzata in passato, per cercare di dare allo stretto l’impressione di essere “aperto”, implorando il traffico commerciale di offrirsi volontario come cavia e scudo umano tutto in uno, nella speranza che nulla venisse colpito.

Purtroppo, una grande petroliera è stata immediatamente colpita proprio nei pressi delle acque dell’Oman, e il fiasco del Progetto Freedom è crollato all’istante come una pila di rotoli di carta igienica da quattro soldi.

Anche Trump ha finito per crollare come un castello di carte, tra le risate fragorose della comunità internazionale:

Con Rubio che ha annunciato la fine dell’Operazione Epic Fury:

Informazioni open source@Osint613Il Segretario di Stato Marco Rubio: «L’operazione è terminata – Epic Fury. Abbiamo concluso quella fase».19:55 · 5 maggio 2026 · 189.000 visualizzazioni28 risposte · 38 condivisioni · 228 Mi piace

I media più servili di Trump e i suoi leccapiedi si sono lanciati in un’operazione di contenimento dei danni da livello Defcon 1, tirando fuori scuse disperate per giustificare il fiasco. La più esilarante è stata l’analisi “profonda” di Jesse Watters:

Il conduttore della Fox Jesse Watters ipotizza che la sospensione del “Progetto Libertà” da parte di Trump sia dovuta al fatto che il presidente non voglia che l’Iran venga umiliato, in modo che possa arrendersi

«Il presidente sa sicuramente cosa sta facendo»

Il testo completo, se avete voglia di una bella risata:

«Sospettiamo che il presidente stia permettendo agli iraniani di salvare la faccia. Proprio ieri il nemico ha affermato di controllare lo Stretto: era ovviamente una bugia. E vedere gli americani scortare una nave dopo l’altra fuori dal Golfo, senza che loro potessero farci nulla, sarebbe stato umiliante. Non solo avrebbero perso quel poco di prestigio militare che gli era rimasto nella regione, ma i loro negoziatori non sarebbero stati in grado di difendere la loro posizione dopo aver perso la loro ultima carta da giocare. Il comandante in capo deve credere che gli iraniani siano seriamente intenzionati ad arrendersi, se ha intenzione di mettere in pausa (*balbetta) il Progetto Libertà per il bene dell’accordo. Perché si potrebbe anche continuare il Progetto Freedom durante i negoziati – sapete, si vuole far muovere queste navi straniere – il presidente deve sapere cosa sta facendo. E stiamo per scoprire quanto sia davvero folle il regime.

Riesci a immaginarti di mandarlo giù?

Trump ha cercato di salvare la faccia con un’altra minaccia che è caduta nel vuoto:

Il problema della sua teoria del «blocco riuscito» è che sta diventando sempre più evidente che le scorte petrolifere dell’Iran non sono affatto vicine all’esaurimento. Proprio come le cifre relative alle perdite iraniane continuano a essere «riviste» al ribasso, il conto alla rovescia per le scorte dell’Iran continua a salire. Inizialmente mancavano 12 giorni, poi 14, poi 20, ora siamo arrivati a 45:

Ricordiamo la previsione a 15 giorni del 21 aprile e la nuova previsione a 25-30 giorni formulata da un importante analista del settore petrolifero:

Nuove foto satellitari confermano la situazione, poiché l’isola di Kharg è stata ripresa con una moltitudine di serbatoi di stoccaggio vuoti ancora presenti:

TankerTrackers.com, Inc.@TankerTrackers…oggi sembra esserci molto spazio libero nel serbatoio dell’isola di Kharg. Se si intravede un’ombra all’interno del serbatoio, significa che il coperchio è spinto verso il basso. Ciò significa che c’è meno petrolio all’interno. Se non si vede alcuna ombra, allora è pieno.19:04 · 6 maggio 2026 · 29.000 visualizzazioni14 risposte · 23 condivisioni · 175 Mi piace

I satelliti hanno inoltre rilevato numerose nuove petroliere VLCC in fase di carico:

Gli esperti iraniani hanno spiegato che l’Iran è in grado di«ridurre la produzione senza incorrere in difficoltà di stoccaggio».

«L’Iran è in grado di bilanciare produzione, stoccaggio, esportazioni e consumo interno in modo tale da non dover chiudere i pozzi petroliferi… L’industria petrolifera iraniana non permetterà che i pozzi rimangano inattivi.»

Chi l’avrebbe mai detto?

A quanto mi risulta, una delle strategie consiste nel fatto che l’Iran è in grado di destinare circa 2 milioni di barili al giorno della propria produzione quasi interamente al consumo interno, senza doverne esportare gran parte per superare la crisi. Detto questo, secondo alcune fonti, le petroliere continuerebbero a passare indisturbate, poiché potrebbe essere in atto una sorta di accordo “silenzioso” o addirittura tacito tra l’Iran e gli Stati Uniti, volto a consentire a entrambe le parti di guadagnare un po’ di respiro in termini di pubbliche relazioni nei confronti dei rispettivi pubblici interni.

Strateghi da salotto@ArmchairWA proposito, a questo punto le petroliere iraniane soggette a sanzioni stanno attraversando apertamente la “linea di blocco” di Trump. Non stanno nemmeno compiendo manovre complesse, si limitano a passare e, presumibilmente, a salutare con la mano la Marina degli Stati Uniti. Il merito di questa immagine, risalente al 4 maggio, va a Tanker Trackers.3:30 · 7 maggio 2026 · 1,52 mila visualizzazioni1 risposta · 13 condivisioni · 57 Mi piace

Secondo alcune notizie non confermate, l’Iran avrebbe permesso il passaggio di un paio di petroliere per attribuire alla Marina statunitense il merito dell’scorta, e in cambio gli Stati Uniti avrebbero chiuso un occhio sul fatto che alcune petroliere iraniane riuscissero a sfuggire al loro blocco “impenetrabile”.

I costi economici – e non solo – continuano ad accumularsi per gli Stati Uniti, sempre più indecisi. Due soldati statunitensi sono stati segnalati come «scomparsi» al largo delle coste del «Marocco», ma secondo la Casa Bianca l’età dell’oro procede a gonfie vele:

La Casa Bianca@CasaBiancaIl mercato azionario ha raggiunto oggi il massimo storico. 01:18 · 7 maggio 2026 · 2.290 visualizzazioni46 risposte · 33 condivisioni · 141 Mi piace

Beh, anche la Russia non se la passa poi così male, secondo Bloomberg:

Secondo quanto riportato da Bloomberg, le entrate del bilancio federale russo derivanti dalle vendite di petrolio hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi sei mesi

707,1 miliardi di rubli: è questo l’ammontare delle entrate del bilancio federale russo derivanti dall’imposta sull’estrazione mineraria nel mese di aprile. Si tratta del livello più alto registrato dall’ottobre dello scorso anno. Secondo Bloomberg, le entrate totali derivanti dalle vendite di petrolio e gas sono ammontate a 856 miliardi di rubli.

La Russia sta traendo vantaggio dall’escalation del conflitto in Medio Oriente. Il prezzo del greggio Urals, utilizzato per calcolare l’importo dell’imposta, si attestava a 77 dollari al barile ad aprile. Un anno prima era pari a 59 dollari

Le entrate di bilancio della Russia nel mese di maggio saranno calcolate sulla base di prezzi del greggio Urals ancora più elevati, intorno ai 95 dollari al barile

Mentre i media continuano a far trapelare la verità sul reale impatto degli Stati Uniti sul programma nucleare iraniano:

Il nuovo articolo di *The Atlantic* elogia l’Iran per il suo inaspettato coraggio — inaspettato per chi, esattamente, ci si chiede?

https://www.theatlantic.com/newsletters/2026/05/iran-una-resilienza-inaspettata-un-esercito-devastato/687069/

Ma ciò che l’articolo sottolinea è che l’Iran è riuscito in modo specifico a orientare il conflitto in modo che ruotasse attorno ai punti di forza iraniani.

Atlantic conclude:

Pur in condizioni di debolezza, l’esercito iraniano è riuscito a scoraggiare le navi nemiche e a eludere i sistemi antiaerei, mantenendo il controllo dello stretto e costando agli Stati Uniti miliardi di dollari.

Sebbene Trump insista nel dire che l’Iran sia stato completamente distrutto e che la guerra sia finita, la realtà suggerisce il contrario. Dopo due mesi di guerra contro una superpotenza, l’Iran è sotto in alcuni aspetti: gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver bombardato più di 13.000 obiettivi durante l’operazione «Epic Fury». Eppure l’Iran si è rifiutato di arrendersi, nonostante la morte di centinaia di civili e le sofferenze causate dalla crisi economica. Gli sforzi degli Stati Uniti per indebolire completamente le capacità difensive dell’Iran potrebbero alla fine avere successo. Ma più a lungo l’Iran sarà in grado di infliggere danni economici in tutto il mondo, e più a lungo reggeranno le sue capacità difensive ormai esaurite, più prove avranno i suoi leader che il Paese può continuare a resistere.

Beh, ecco perché le persone più intraprendenti e intelligenti leggono testate indipendenti come questa, piuttosto che i portavoce corporativi al soldo di Zioshill come *The Atlantic*: perché praticamente tutto ciò che stanno “scoprendo” in questo momento era già noto a noi da tempo ed era stato approfondito qui prima ancora che il conflitto avesse inizio.

L’articolo sottolinea la capacità dell’Iran di orientare il conflitto in modo asimmetrico a proprio vantaggio. Ciò è interessante alla luce di un video degli anni ’90 recentemente scoperto, in cui l’Università del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane predica proprio questo:

Negli anni ’90, presso l’Università di Comando e Stato Maggiore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), il futuro comandante Hossein Salami – oggi martire – teneva un corso sulla guerra asimmetrica. Insegnava agli ufficiali come prolungare un conflitto con gli Stati Uniti aumentando i costi economici e l’instabilità politica. Già allora stavano tramando la caduta dell’impero del male.

Ora l’amministrazione, composta da tirapiedi dall’aria abbattuta, si è ridotta a implorare letteralmente l’ONU di intervenire e «aiutare» a fare ciò di cui la Marina degli Stati Uniti si è dimostrata tristemente incapace: un colpo senza precedenti al prestigio della «macchina» militare statunitense:

https://x.com/StateDept/status/2051776332967919678?utm_source=substack&utm_medium=email

Dipartimento di Stato@Dipartimento di StatoSEGRETARIO RUBIO: Chiediamo all’ONU di esortare l’Iran a smettere di affondare le navi, a rimuovere le mine e a consentire l’accesso agli aiuti umanitari. Se la comunità internazionale non è in grado di unirsi su questo punto e risolvere una questione così semplice, allora non vedo quale sia l’utilità del sistema delle Nazioni Unite.21:29 · 5 maggio 2026 · 2,69 milioni di visualizzazioni13,9 mila risposte · 6,5 mila condivisioni · 28,4 mila Mi piace

È quindi del tutto logico che, quando al portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei è stato chiesto perché l’Iran non si lasci intimidire dall’inimitabile «superpotenza» americana, la sua risposta sia stata questa:

:

D: “Perché l’Iran non si tira indietro quando l’America è una superpotenza?”

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Baghaei: “Anche noi siamo una superpotenza.”


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Stretti rivoluzionari_di Morgoth

Stretti rivoluzionari

Sul dolore per i principi

Morgoth4 maggio
 LEGGI NELL’APP 

Lo stile di vita occidentale del XXI secolo si fonda su un modello di crescita infinita. La crescita è sostenuta da fattori produttivi; uno di questi è il petrolio, un altro sono gli esseri umani. La crescita non si verifica sempre e le persone potrebbero non essere ottimali, ma una tale situazione richiede semplicemente ulteriori fattori produttivi come misure correttive. La linea sul grafico non sale sempre, ma dovrebbe.

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La classe politica si cimenterà in politiche che riducono o cercano di sostituire gli input energetici, oppure scambierà il flusso di persone provenienti da una parte del mondo con un’altra, ma la freccia vola dritta e la direzione di marcia è assoluta.

Nel Regno Unito, il sistema si è protetto da scomodi shock politici contenendo gli estremismi sia di sinistra che di destra, infondendo loro politiche e idee che non si rivelerebbero esistenziali per il sistema nel suo complesso.

Eppure, la destra nazionalista, o dissidente, flirta regolarmente con idee che si rivelerebbero effettivamente esistenziali per il sistema, anche se forse non altrettanto per la popolazione. L’attuazione di politiche che si limiterebbero a bloccare l’afflusso di persone ma che mirerebbero attivamente a provocarne un deflusso di milioni, come gli opinionisti mainstream si affrettano a sottolineare, renderebbe il debito insostenibile e causerebbe una calamità economica.

Una popolazione che invecchia, con una struttura a piramide rovesciata, non può far salire la linea e, per definizione, non cresce ma diminuisce. Certo, queste dinamiche potrebbero correggersi nel lungo termine, ma fondamentalmente, queste politiche sono superiori a quanto il sistema attuale possa sostenere, e questo crollerebbe.

La domanda è: dovremmo preoccuparcene?

Sostenere, al contrario, che le deportazioni di massa porterebbero a un vantaggio economico significa argomentare secondo la logica del paradigma attuale. Ci si porrebbe la questione di come ripagare l’enorme debito pubblico, o se l’onere debba essere scaricato su una popolazione molto più piccola e anziana, e si sarebbe tentati di sottrarsi a qualsiasi obbligo e di assorbire le conseguenze negative.

Perestroika occidentale: Trump è il Gorbaciov dell'Occidente?Perestroika occidentale: Trump è il Gorbaciov dell’Occidente?Morgoth·20 gennaio 2024Leggi la storia completa

Naturalmente, questo non tiene nemmeno in considerazione i massicci disordini civili, l’isolamento geopolitico e lo status di paese emarginato che inevitabilmente verrebbero imposti al Regno Unito.

Cominciamo dunque a capire perché l’attuale regime si impegna a escludere tale politica dal sistema; non si tratta di un’azione “riparatrice”, bensì rivoluzionaria nei suoi esiti.

Se la continuità di un popolo distinto diventa il centro ideologico anziché la crescita economica e il consumismo, i principi ontologici del sistema si invertono e le difficoltà possono essere giustificate per il bene superiore. Meno beni di consumo in cambio di una nazione nelle cui strade una ragazzina inglese adolescente può camminare in sicurezza è un prezzo relativamente basso. L’iperinflazione, invece, non lo è altrettanto, sebbene le tendenze demografiche a lungo termine possano essere viste con tale orrore che praticamente qualsiasi cosa può essere giustificata per evitare tale esito.

Eppure è la rimozione dei principi fondamentali del sistema e la loro sostituzione con nuovi principi che crea una rivoluzione, non una “riforma”. Questo non significa che mangiare curry o pomodori a gennaio debba essere vietato, ma piuttosto che la possibilità per la popolazione di farlo non costituirebbe la spina dorsale filosofica del nuovo regime rivoluzionario.

L’Iran è uno stato rivoluzionario nel vero senso della parola, e ne ha pagato il prezzo. Infatti, a differenza di stati rivoluzionari come la Francia del XVIII secolo o la Russia bolscevica, l’Iran ha rifiutato il secolarismo ateo ed è tornato a Dio. In sostanza, ha riforgiato la Grande Catena dell’Essere di De Maistre nel pieno della modernità. Il risultato è stata una teocrazia nazionalista ampiamente disprezzata e apertamente sprezzante del liberalismo e del materialismo occidentali.

Sono state sopportate guerre, tentativi di sovversione interna sventati e puniti senza pietà, pacchetti di sanzioni interminabili assorbiti e aggirati. Il termine “regime canaglia” è interessante in questo contesto perché solleva la domanda: “Canaglia rispetto a cosa?”.

Bertrand de Jouvenel scrive che, a causa della loro natura caotica, i regimi rivoluzionari “liquidano la debolezza e fanno emergere la forza”. Lungi dal liberare il popolo, lo stato rivoluzionario espanderà inevitabilmente in modo massiccio la sua burocrazia e il suo apparato gestionale, anche solo per far fronte alla miriade di nemici interni ed esterni.

Allo stesso modo, lo stato rivoluzionario dovrà abituarsi a stabilire una “dominanza graduale” sui suoi nemici, sia interni che esterni.

Affermare di essere disposti a sopportare difficoltà economiche per raggiungere una popolazione omogenea significa spingere la discussione in un territorio sconosciuto e inquietante per il paradigma attuale. Significa alzare la posta in gioco, dichiarare che non si è disposti a barattare o negoziare sul principio fondamentale.

La guerra dei ritardatiLa guerra dei ritardatiMorgoth·7 marzoLeggi la storia completa

All’Iran fu chiesto di piegarsi all’egemonia sionista e americana, ma si rifiutò. Tuttavia, ora è chiaro che, nonostante quanto riportato dalle agenzie di stampa occidentali, diventare una potenza nucleare non era un principio cardine del regime iraniano; lo era la sovranità.

Per il regime iraniano, la sovranità significava più degli afflussi di capitali, dei beni di consumo o persino dei prodotti farmaceutici. Per mantenerla, la nazione doveva diventare una fortezza, sia fisicamente che psicologicamente.

La disponibilità dello stato rivoluzionario a sopportare maggiori difficoltà e violenze significa che è meglio preparato a un’escalation rispetto a un ordine egemonico che cerca di consolidare la propria posizione o di risolvere questioni in sospeso.

 Iscritto

La guerra tra Israele/America e Iran ha prodotto una serie di eventi straordinari in cui l’Iran è stato costretto a scegliere tra rinunciare alla propria sovranità o strangolare l’economia mondiale, e ha optato per quest’ultima.

Pertanto, il regime si è intensificato a tal punto che l’ordine egemonico del globalismo neoliberista stesso viene ora strangolato e potenzialmente distrutto in modo permanente, e tutto ciò deriva da un fervore rivoluzionario con una serie di principi fondamentali esterni a quelli dell’egemone.

Il diritto in disordine

Prima del secondo mandato di Donald Trump, la cosiddetta “Destra Dissidente” era una rete online piuttosto passiva di persone che condividevano idee, meme e video che, sebbene spesso incoerenti, concordavano in realtà su una serie di principi fondamentali.

Si riconosceva, ad esempio, che le differenze razziali erano reali, che la sostituzione dei bianchi in tutto l’Occidente era in pieno svolgimento e che ciò che veniva definito “mondo dei pagliacci” o “globoomo” non era altro che una zona economica nichilista che prosciugava la vitalità e l’essenza vitale di tutti. Su un punto c’era un accordo unanime: l’opposizione alle guerre senza fine e al “morire per Israele”.

Se nella realtà la creazione di reti e l’organizzazione di reti erano difficili e piene di infiltrati e agenti federali, la natura e la portata del problema erano quantomeno comunemente comprese e condivise.

Il secondo mandato di Trump ha mandato in frantumi questo consenso.

Verso l'Occidente post-liberaleVerso l’Occidente post-liberaleMorgoth·27 luglio 2022Leggi la storia completa

Ora, le guerre per Israele sono state reinterpretate dagli influenti sostenitori di MAGA come l’incarnazione dello spirito anglosassone di conquista. Non sono stati ingannati o raggirati; hanno semplicemente adottato un freddo machiavellismo e una spietatezza che giustificavano il maltrattamento dei “marroni”. Anzi, a un livello più profondo, la cosa potrebbe essere spiegata dalla necessità di tenere a freno il terzomondismo dei BRICS.

Un’analisi del genere può essere vera o meno, ma difficilmente si può definire un’opposizione rivoluzionaria al mondo dei pagliacci. Un sistema che, solo 18 mesi fa, discriminava apertamente e orgogliosamente i bianchi e il cui Civil Rights Act è alla base di innumerevoli leggi anti-bianchi, improvvisamente vale la pena di essere difeso con la lotta e la morte.

Qualunque rabbia e risentimento esistessero sono stati ridotti in poltiglia e usati come riempitivo nell’ultima ondata di patrioti che difendono Israele.

Non sorprende, quindi, che molti guardino all’Iran con una certa simpatia. Dopotutto, si tratta di una nazione che si è genuinamente ribellata all’ordine egemonico. La resistenza iraniana diventa un simbolo dell’impotenza dei dissidenti in Occidente, schiacciati da menzogne, corruzione, false narrazioni e misure di contenimento.

L’amara ironia di tutto ciò sta nel fatto che, a seconda di come avverrà l’atterraggio, le sofferenze inflitte all’Occidente, derivanti da ondate successive di carenza energetica, inflazione, bassi raccolti e disordini civili, creeranno condizioni non molto diverse da quelle che si sarebbero verificate in caso di rifiuto dello status quo.

Tuttavia, il principio fondamentale rimane lo stesso: sopravviviamo o no?

Non siamo un sistema, ma un popolo. Eravamo un popolo prima delle raffinerie petrolifere e dei centri logistici, prima dei fertilizzanti ad alto rendimento e delle catene di approvvigionamento just-in-time, prima dei data center di Amazon e dell’invenzione del telefono, della macchina a vapore, della stampa, del politicamente corretto o della Seconda Guerra Mondiale.

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Come l’Iran ha trasformato il petrolio nel punto debole dell’Impero_di Michael Hudson

Come l’Iran ha trasformato il petrolio nel punto debole dell’Impero

Di Michael  Venerdì 1 maggio 2026 Interviste  Medio OrienteNima  Link permanente

Nima Alkhorshid: Ciao a tutti. Oggi è giovedì 23 aprile 2026 e i nostri cari amici Richard Wolff e Michael Hudson sono qui con noi. Bentornati, Richard e Mike.

Richard Wolff: Sono lieto di essere qui.

Nima Alkhorshid: Cliccate sul pulsante “Mi piace” per aiutarci a raggiungere più persone. Seguite Richard sul suo canale YouTube e sul suo sito web, Democracy at Work. Michael Hudson, il suo sito è michael-hudson.com.

Per quanto riguarda la guerra contro l’Iran, abbiamo una sorta di cessate il fuoco, che tra l’altro non è ufficiale. Hanno cercato di convincere l’opinione pubblica a sostenere questa guerra, se ricordate, nel giugno 2025. JD Vance ha cercato di convincere il popolo americano che questa guerra sarebbe stata breve, qualcosa di grande e bello, ma di breve durata. Non sarebbe stata come l’Iraq, l’Afghanistan, il Vietnam, nessuna di quelle operazioni complicate. Ecco cosa ha detto nel giugno 2025.

JD Vance (estratto): Quindi non si tratterà di una faccenda che si trascinerà a lungo. Siamo intervenuti e abbiamo fatto il nostro lavoro, rallentando il loro programma nucleare. Ora lavoreremo per smantellare definitivamente quel programma nucleare nei prossimi anni. Ed è proprio questo l’obiettivo che il presidente si è prefissato. Il principio è semplice: l’Iran non può avere un’arma nucleare. Questo ha animato la politica americana negli ultimi 130 giorni. E continuerà a essere la forza trainante della nostra politica in Medio Oriente per i prossimi tre anni e mezzo.

Nima Alkhorshid: A Scott Bessent è stato chiesto come stanno andando le cose con la guerra, ed ecco cosa ha risposto Scott Bessent.

Senatore (estratto): …ha ottenuto notevoli entrate aggiuntive grazie alle vendite di petrolio a seguito dell’alleviamento delle sanzioni?

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Scott Bessent (video): Non potrei essere più in disaccordo.

Senatore (estratto): Va bene. Non è d’accordo sul fatto che la Russia abbia ottenuto entrate aggiuntive significative grazie all’alleviamento delle sanzioni?

Scott Bessent (video): Non potrei essere più in disaccordo.

Senatore (estratto): Va bene. Perché ha revocato le sanzioni sul petrolio russo e iraniano?

Scott Bessent (video): La pensi in questo modo, signore. C’è lo Stretto di Hormuz.

Senatore (estratto): Lo conosco bene. C’è petrolio sia a sinistra che a destra.

Scott Bessent (estratto): È lì a destra. Il Tesoro è riuscito, proprio come voi siete preoccupati per i prezzi della benzina per i consumatori americani e per i nostri alleati asiatici, così come lo siamo noi, il Tesoro è riuscito a mettere in circolazione più di 250 milioni di barili. E il modo di vedere la cosa è questo: quando sono arrivato oggi, i prezzi del petrolio erano a 100 dollari. Se non avessimo concesso quell’alleviamento delle sanzioni, avrebbero potuto arrivare a 150 dollari, perché il mondo si è trovato con un’offerta molto abbondante.

Nima Alkhorshid: Richard, secondo te, quanto è stata convincente l’argomentazione di Scott Bessent?

Richard Wolff: Il signor Bessent è imbarazzante, vero? La domanda di quel politico riguardava il vantaggio che la Russia avrebbe tratto dall’alleviamento delle sanzioni. La risposta onesta era: certo, è un vantaggio per la Russia perché così può vendere petrolio.

Ricordiamoci che possiedono le più grandi riserve di petrolio del pianeta e lo vendono in tutto il mondo. Il prezzo è salito, come ha appena detto il signor Bessant; di conseguenza, la Russia sta guadagnando molto di più. Anzi, guadagna talmente tanto che gli Stati Uniti si trovano nella strana situazione in cui l’onestà richiederebbe di ammettere che noi, con le nostre politiche, abbiamo contribuito alla chiusura dello Stretto di Hormuz, il che fa aumentare il prezzo del petrolio e aiuta la Russia a finanziare la sua guerra in Ucraina.

Questa è la realtà. Questa è la verità. Il signor Bessent, che o non capisce questa semplice storia, oppure la capisce ma semplicemente non vuole ammetterlo, perché è questa la complessa mentalità che ha quell’uomo. Quindi inizia a borbottare su come sarebbe potuta andare anche peggio, il che non è una risposta alla domanda, perché se avesse lasciato andare lo Stretto e il prezzo del petrolio fosse salito a 150 dollari, avrebbe semplicemente significato che si sta sovvenzionando la Russia ancora più di quanto non si stia facendo attualmente.

È proprio questo tipo di comportamento disonesto e irresponsabile, sperando che la gente non se ne accorga, a caratterizzare questo governo. 

Vorrei spendere due parole sul vicepresidente Vance. Innanzitutto, vi prego di notare lo straordinario coraggio di cui dà prova quest’uomo relativamente giovane. Egli spiega che tutti i presidenti che si sono succeduti nell’ultimo mezzo secolo sono stati, e userò la parola che ha usato lui: stupidi. Erano stupidi, tranne quest’uno, il suo capo, che si dà il caso sia brillante. Quindi non dovremmo porci la domanda.

Forse i precedenti presidenti che si opponevano al regime iraniano – sappiamo che è così – hanno valutato le opzioni militari e hanno deciso di non fare ciò che il signor Trump, nella sua genialità, ha fatto ora. Non erano stupidi; hanno semplicemente valutato in modo diverso quali fossero i rischi e i benefici. 

Cosa sappiamo adesso? Sappiamo che Trump e Vance hanno commesso un errore catastrofico con quello che hanno fatto. Se c’è qualcuno che merita l’etichetta di «stupido», sono proprio loro. Sono stati troppo stupidi per non porsi la domanda: perché Obama, Bush e Clinton, che hanno lavorato contro il regime iraniano fin dal primo giorno, non hanno fatto quello che ha fatto Trump? La risposta: «Erano troppo stupidi», ti fa capire solo quanto sia stupida quella risposta. Siamo chiari, non l’hanno fatto perché temevano che potesse non funzionare.

Cosa sappiamo adesso? Non sta funzionando, vero? Per niente. Se entri e ti fermi dopo 12 giorni… Sappiamo come va a finire, perché è quello che è successo l’anno scorso. Ma se entri e hai aspettative molto più ambiziose su ciò che puoi e non puoi fare, scoprirai che i tuoi predecessori non erano stupidi. Non si sono cacciati in quel tipo di disastro senza via d’uscita in cui ti trovi ora.

Quello che sta succedendo ora è che il governo, ne abbiamo già parlato in precedenza, sta mostrando sistematicamente un certo tipo di comportamento, che si chiama disperazione. Dire al mondo che stiamo negoziando quando non è vero, dire al mondo che stanno accadendo cose che non sono vere, dire al mondo che faremo questo e quello. La situazione è talmente grave che il nostro presidente si è guadagnato il soprannome TACO: Trump Always Chickens Out (Trump si tira sempre indietro). Insomma, non è certo un risultato di cui andare fieri.

Basta dare un’occhiata ai suoi dati nei sondaggi negli Stati Uniti: la percentuale di americani – repubblicani, democratici e indipendenti – che disapprovano il suo governo. Ora è pari ai due terzi; due terzi! Una situazione ben peggiore rispetto a appena due o tre mesi fa. Questa invasione dell’Iran è un disastro per gli Stati Uniti.

Senza dubbio potrebbe essere un problema in altre parti del mondo. Ho appena saputo da un mio amico, che avrebbe dovuto prendere un volo per una località molto famosa in Spagna, dove gli europei vanno in vacanza, che il suo volo è stato cancellato. L’ho saputo stamattina. Il suo volo è stato cancellato perché tutti i voli diretti in quella località spagnola sono stati cancellati. Quell’aeroporto ha chiuso perché devono risparmiare sul carburante per aerei, il che è una conseguenza diretta. Lo stiamo vedendo in tutta l’Asia. Nelle Filippine hanno ridotto la durata della settimana scolastica da cinque a quattro giorni per risparmiare petrolio ed energia, di cui dipendono dalle importazioni.

Gli iraniani, con quanto hanno fatto nello Stretto di Ormuz, hanno dimostrato che non essere stupidi è una strategia di successo molto più efficace del dominio militare. Gli Stati Uniti avevano il dominio militare ma erano politicamente arretrati, e ora ne stanno pagando il prezzo. Anche l’Iran ne sta pagando il prezzo, ma ha un vantaggio: sta vincendo questa guerra. E questa è la realtà.

Gli americani non riescono, né vogliono, a farsene una ragione. Questo gioca a favore del signor Trump. La sua unica via d’uscita è ritirarsi e insistere, come sa fare bene, nel dire che ciò che è appena successo a lui e agli Stati Uniti è in realtà una gloriosa vittoria – sperando che ciò non venga messo in discussione più di quanto lo siano state le sciocchezze che ci hai appena mostrato da Vance e quelle che ci hai appena mostrato da Bessent. Questo è un gioco delle tre carte e noi dovremmo essere i creduloni che ci cascano.

Michael Hudson: Sono d’accordo con quanto ha detto Richard. Vorrei commentare entrambe le citazioni che hai riportato. Bessent ha semplicemente cambiato la domanda e ha risposto a un’altra. Gli è stato chiesto: «La Russia non sta traendo vantaggio dall’aumento dei prezzi del petrolio causato dalla guerra in Iran?». E Bessent ha risposto: «Beh, i prezzi sarebbero aumentati ancora di più se non avessimo permesso al petrolio russo di colmare il vuoto che l’OPEC non è in grado di colmare in questo momento».

Tutto ciò che ha detto è vero, ma la Russia sta traendo vantaggio dal fatto che sta colmando il vuoto che i paesi arabi dell’OPEC non sono in grado di colmare.

Ancora più ipocrita è la citazione che hai riportato di Vance, di cui dovrebbe vergognarsi. Questa guerra non ha nulla a che vedere con il fatto che l’Iran stia cercando di dotarsi di un’arma nucleare. La questione era già stata risolta con la firma dell’accordo sul programma nucleare da parte del presidente Obama. Trump si è ritirato da quell’accordo. Lo scopo di questa guerra, come abbiamo ripetuto più volte, è che l’America vuole controllare l’approvvigionamento di petrolio in Medio Oriente e in tutto il mondo, in modo da poter usare il petrolio come leva per costringere gli altri paesi a obbedire ai dettami della sua politica estera, pena l’esclusione. Si tratta davvero solo di petrolio.

Per farlo, innanzitutto, di cosa hai bisogno? Proprio come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rovesciarono Mossadegh nel 1953, serve un cambio di regime. Trump ci ha provato. Ha detto: «Tutto quello che dobbiamo fare è uccidere i leader e troveremo qualche opportunista che entrerà in scena e cercherà di diventare il nuovo scià, instaurando un nuovo stato di polizia sotto il controllo degli Stati Uniti che servirà solo i nostri interessi». Beh, non ha funzionato. Quando ha bombardato i nuovi leader, l’Iran ha una classe dirigente piuttosto numerosa ed è anche molto decentralizzata. Quindi non basta far fuori il capo perché tutto vada in pezzi. Questa è la fantasia di Trump: che senza di lui l’intera politica statunitense andrebbe in pezzi.

Si tratta del controllo del… come ha detto Trump, vogliamo il petrolio dell’Iran, proprio come ha detto, vogliamo il petrolio dell’Iraq. Li abbiamo invasi, il che costa denaro; vogliamo che sia il petrolio dell’Iraq a pagare. Lui vuole il petrolio dell’Iran. Questo darà all’America il controllo del petrolio dell’Asia occidentale.

Che cosa è successo? Trump si trova ora in una situazione difficile. Non direi che si tratta di un dilemma. Una situazione difficile è un problema che non ha alcuna soluzione positiva. Supponiamo che metta in atto la sua minaccia di bombardare l’Iran. Ogni ponte, ogni fonte di energia, insomma, lo riporterà all’età della pietra, e ci vorranno 30 anni per riprendersi. Se inizia ad attaccare l’Iran via mare e via aria, l’Iran dirà semplicemente: non affonderemo da soli. Bloccheremo tutte le altre esportazioni di petrolio dell’OPEC. E se non possiamo esportare petrolio, non ci sarà petrolio esportato da questa regione.

Ci sarebbe, questa è la brillante strategia dell’uomo, la distruzione reciproca assicurata. In questo caso, la distruzione dell’economia mondiale. Trump ha paura di far precipitare il resto del mondo nella depressione. Non può davvero farlo.

Se tentasse un’invasione via terra, anziché un bombardamento, le truppe americane verrebbero massacrate, secondo tutti gli ospiti che hai avuto nel tuo programma.

E se invece se ne stesse lì senza fare nulla, mantenendo il blocco e definendolo un cessate il fuoco mentre continua a sequestrare navi e petroliere iraniane? L’Iran potrebbe considerarlo un atto di guerra e attaccare gli arabi, ma ciò che farà sarà semplicemente continuare a riscuotere i pedaggi per le navi in transito e a posticipare le esportazioni di petrolio da livelli vicini alle centinaia di petroliere al giorno a forse solo una dozzina o giù di lì che si prendono il tempo di compilare i documenti.

Questo avrà lo stesso effetto dell’eliminazione del petrolio arabo dell’OPEC. Ci sarà una carenza mondiale di petrolio, e questo spingerà il resto del mondo nella depressione. Abbiamo già visto tutte le conseguenze, come ha sottolineato Richard, dal carburante per le compagnie aeree ai fertilizzanti e a tutto il resto.

Non c’è nulla che Trump possa fare per migliorare la situazione. L’unica vera soluzione sarebbe quella di tirarsi fuori. Ma ciò significherebbe ammettere di aver fallito e che gli altri presidenti avevano ragione a non lasciarsi coinvolgere in questa faccenda.

C’è un motivo per cui non sono entrati in guerra con l’Iran. Tutti dicevano: «Lo faremo un giorno, ma prima colpiamo l’Iraq. Prima colpiamo la Siria. Troveremo qualcos’altro quando non saremo pronti a farlo». L’America non solo non era pronta a farlo nel momento in cui ha attaccato, ma ora è a corto di armi. Non ha quasi più bombe, quasi più missili, quasi più lanciamissili, non molti aerei. Ha esaurito la sua capacità di fare la guerra e ora si trova in una posizione molto più debole, se mai provasse ad andare in guerra con l’Iran, rispetto a prima. L’Iran ha guadagnato un enorme vantaggio. Questa è la situazione attuale.

Poco prima di entrare in trasmissione, inutile dirlo, ho dato un’occhiata al mercato azionario e i titoli sono in rialzo. E il Financial Times dice che tutti sperano si trovi una via di mezzo e che in qualche modo si riesca a risolvere il problema e a raggiungere un compromesso. Ma non c’è alcun compromesso. L’Iran non parteciperà all’incontro. L’ultima cosa che ho sentito è che Trump vuole negoziare. Proprio qui, Trump dice: vi diciamo cosa fare, altrimenti vi bombarderemo ancora. Non c’è via di mezzo. È ancora una volta la genialità dell’Iran nel non capitolare, nel non cedere.

Richard Wolff: Aggiungerei anche che, sebbene non sia ancora possibile individuarle nei minimi dettagli, ci sono conseguenze future che stanno già cominciando a manifestarsi. Credo che siano importanti quanto qualsiasi altra cosa si possa dire. Vi faccio un paio di esempi.

Ciò che gli iraniani hanno dimostrato al mondo è che il tentativo degli Stati Uniti di assumere il ruolo di egemone globale, di potenza unica a livello mondiale – o comunque lo si voglia chiamare – è un’impresa estremamente rischiosa e costosa per il resto del mondo. Qualunque cosa significhi per gli Stati Uniti – e direi che anche lì è costosa, ma tralasciando gli Stati Uniti – il resto del mondo sarà costretto ad affrontare quanto segue.

Quando l’Iran era in grado di controllare lo stretto, come ha fatto per anni, non ha interferito, non ha imposto dazi e centinaia di navi hanno potuto attraversarlo, consentendo così proprio l’espansione degli investimenti capitalisti in tutto il mondo, poiché le lunghe catene di approvvigionamento provenienti dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina potevano utilizzare lo Stretto di Hormuz, tra le altre vie, per trasportare materie prime, prodotti finiti e così via. C’era un gestore molto efficiente ed economico di quella via navigabile.

Quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato, hanno smesso di essere un buon organizzatore a costo zero. Stanno dicendo che, poiché gli Stati Uniti li hanno attaccati e sono determinati a ricostruire qualsiasi danno abbiano causato gli Stati Uniti e Israele – bombardando diverse città, provocando danni a Teheran e così via –, ora ne faranno pagare le conseguenze. Il mondo intero ne pagherà il prezzo. La vostra nave, quando attraverserà lo stretto, darà all’Iran dei soldi, milioni di dollari per ogni nave, per compensare ciò che hanno fatto gli Stati Uniti e Israele.

È una mossa geniale, grazie alla quale il costo dell’impero americano sta diventando una realtà tangibile per il resto del mondo. E questo li metterà di cattivo umore. Intaccherà i profitti delle compagnie di navigazione. Intaccherà il costo della vita ovunque. Il mondo intero ne sarà informato. Volete sapere perché oggi la pagnotta di pane che state mangiando vi costa di più al supermercato? La spiegazione racconterà loro la storia di ciò che è appena accaduto.

Questo è un problema molto grave se si governa un impero. L’impero degli Stati Uniti è stato costruito sull’idea che portiamo prosperità, democrazia, bla, bla, bla, e tutto il resto. Ma la realtà che ora viene insegnata alla gente è che vi stiamo portando costi più alti, vi stiamo portando rischi straordinari, vi stiamo spiegando perché non potete permettervi di andare in vacanza in auto, eccetera, eccetera, eccetera. Questo è un costo a lungo termine a cui dovremo pensare.

Il secondo punto, di cui so che avete già parlato con altri ospiti e sul quale quindi non mi soffermerò, è che gli otto o nove paesi del Golfo hanno capito che una base militare americana non garantisce la sicurezza, ma ti rende un bersaglio. È l’opposto della sicurezza. Ti espone a un rischio enorme. Perché, come ha giustamente detto Michael, d’ora in poi l’Iran, qualunque cosa accada, ricostruirà la propria capacità militare. Sappiamo che avrà missili e droni perché i cinesi potranno fornirglieli tramite i russi all’infinito. Hanno confini comuni. Nessuno può interferire. A meno di una guerra nucleare, potranno ricostruire la loro capacità militare.

Allora, cosa stai facendo? Stai dicendo ai Paesi del Golfo: ah ah, gli iraniani si ricostruiranno. E in questo saranno aiutati, perché russi e cinesi hanno bisogno di un Iran forte come alleato. Lo hanno già dimostrato. Continueranno a dimostrarlo. Lo stanno dimostrando proprio ora. E questo mette a rischio i Paesi del Golfo, proprio come mette a rischio l’intero settore petrolifero.

L’Impero degli Stati Uniti deve mantenere un atteggiamento passivo. Quando Michael vi ha appena spiegato cosa vuole il mercato azionario, è proprio quello che vuole il mondo intero. Vogliono che tutto questo finisca. Vogliono poter tornare a fare soldi come pensavano di fare prima. Non sono grati agli Stati Uniti per quello che stanno facendo. Sono inorriditi. Vogliono che tutto questo finisca.

Trump si trova quindi ad affrontare il rischio più grave di tutta la sua carriera politica, per quanto breve sia stata. Perché? Perché Trump mette sempre al primo posto la comunità imprenditoriale. Il primo provvedimento della sua prima presidenza è stato il taglio delle tasse del dicembre 2017, uno dei più consistenti che le aziende e i ricchi abbiano mai visto. Il primo provvedimento della sua seconda presidenza è stata la grande e splendida legge fiscale dello scorso anno. Notate bene: la priorità assoluta è mantenere la comunità imprenditoriale dalla sua parte. Per tutto il resto, pensava, avrebbe ottenuto i loro soldi per vincere la battaglia di pubbliche relazioni.

Ora sta scoprendo che anche questa è una trappola, perché quelle persone, pur avendo ringraziato per le agevolazioni fiscali e avendo sostenuto Trump – cosa che continuano a fare ancora oggi – non gradiscono affatto questo sconvolgimento. Se il mercato azionario dovesse crollare a causa delle ripercussioni, perderebbe il sostegno del mondo imprenditoriale e non gli resterebbe più nulla. Questo è il dilemma che deve affrontare come attore politico.

Michael Hudson: Esaminiamo le conseguenze di quanto appena detto da Richard.

Il mondo degli affari non è sinonimo di economia. L’Impero americano è riuscito a raggiungere il dominio militare ed economico dopo il 1945 proprio perché la sua economia era forte.

Ciò che iniziò a minare il suo potere economico internazionale fu la guerra del Vietnam. In realtà tutto ebbe inizio con la guerra di Corea nel 1950 e nel 1951. Quello fu l’anno in cui la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti passò in deficit. A causa della guerra di Corea, ogni singolo venerdì a metà degli anni ’60, quando lavoravo alla Chase Manhattan. Il venerdì mattina guardavamo i rendiconti della Federal Reserve sulle riserve auree e vedevamo tutti i dollari che l’America stava spendendo in Vietnam e in Cambogia, e in altre parti dell’Asia, essere trasferiti alle banche francesi affinché il generale de Gaulle li convertisse in oro. E anche la Germania stava colmando il vuoto lasciato dagli Stati Uniti.

Stavamo assistendo alla fuga dell’oro dagli Stati Uniti, che alla fine nel 1971 costrinse il dollaro ad abbandonare la convertibilità in oro. Ebbene, ciò non si rivelò il disastro che gli americani si aspettavano, per i motivi che ho illustrato in *Superimperialismo*.

Oggi, esaminiamo nuovamente la situazione. Qual è la principale merce esportata dagli Stati Uniti negli ultimi cinque mesi? Riuscite a indovinare di cosa si tratta? Non sono gli aerei, né i sistemi di intelligenza artificiale, né i computer. Si tratta dell’oro non monetario. La principale esportazione americana è ora l’oro detenuto dai privati e forse anche dal governo degli Stati Uniti. Le maggiori esportazioni di oro sono dirette verso la Gran Bretagna e la Svizzera, dove quest’ultima funge da punto di transito verso la Cina e Hong Kong. Hong Kong è la terza destinazione principale di questo oro.

La rivista Forbes, proprio negli ultimi giorni, ha pubblicato una serie di dati secondo cui c’è un ritardo di circa sei-otto settimane nella pubblicazione dei dati sul commercio estero; tuttavia, i dati più recenti a nostra disposizione risalgono a febbraio, e questo significa che per il quinto mese consecutivo l’oro è una delle principali voci delle esportazioni statunitensi.

Nel 1971 gli Stati Uniti dissero: «Va bene, non vi vendiamo più oro. Che cosa scegliete? Non avete scelta. Come pensate di conservare tutti questi dollari che state accumulando? Beh, in realtà non c’è alternativa all’oro». Non vi permetteremo di investire in società americane o di controllare la nostra economia, così come noi usiamo la vostra bilancia dei pagamenti per acquistare la vostra economia. Tutto ciò che potete fare è acquistare titoli del Tesoro statunitense o obbligazioni societarie.

Ora non è più così perché l’Iran, proprio come il Venezuela, affermava di non voler detenere dollari e di disporre ora di valute alternative. In sostanza, possiamo detenere lo yuan cinese. Quindi, ora che gli Stati Uniti perdono oro, questo denaro non viene più reinvestito in prestiti al Tesoro americano per finanziare il deficit della bilancia dei pagamenti e continuare a condurre la guerra.

L’America sta perdendo il proprio oro e il proprio potere economico internazionale, proprio come sta perdendo le proprie bombe, i propri missili, i propri aerei e tutti gli altri strumenti bellici. L’America è rimasta senza carte da giocare, se vogliamo considerarla in termini di teoria dei giochi. L’America è al verde. Questo è ciò che la guerra con l’Iran ha causato ai piani di Trump. Ed è ciò che non è mai accaduto in nessuna delle guerre passate, perché gli altri paesi non avevano alternative.

Ora stiamo assistendo alla nascita di un’alternativa all’impero statunitense: la de-dollarizzazione, e il mondo intero si sta dividendo, proprio come Richard ed io abbiamo descritto nell’ultimo anno.

Nima Alkhorshid: Richard, considerando la situazione attuale, come pensi che Donald Trump possa uscirne? Perché, come hai detto tu, la guerra sta colpendo l’economia. Non si tratta solo della guerra in Vietnam o in Iraq e Afghanistan. Le ripercussioni sull’economia globale sono enormi. In Germania, ad esempio, sono stati cancellati ventimila voli. È stata la Lufthansa a farlo. Non abbiamo nemmeno menzionato il fatto che in India non riescono a produrre le lattine di alluminio per le bevande gassate perché dipendono tutte da ciò che sta accadendo. Questo ha un impatto enorme sull’economia globale. Come vede la via d’uscita per Donald Trump?

Richard Wolff: Ovviamente, non faccio parte della discussione. Ma mi sembra chiaro che la discussione si trovi ora in una situazione di estrema disperazione.

So che mi avete già sentito usare quella parola. Ma se qualcuno non l’avesse visto, qualche giorno fa – non ricordo il giorno esatto – sul *Wall Street Journal* è apparsa una storia davvero notevole sui vertici militari e politici che hanno deciso come salvare quei due membri dell’equipaggio caduti con l’aereo abbattuto dagli iraniani.

Se si prende sul serio questa notizia del Wall Street Journal – e io lo faccio, insomma, non vedo alcun motivo per cui dovrebbero averla inventata – quando il signor Trump è stato informato che l’aereo era stato abbattuto e che, se non ricordo male, inizialmente mancavano all’appello due uomini rimasti a bordo dell’aereo, è andato (secondo il Wall Street Journal) su tutte le furie per ore.

Ma non era questo il punto cruciale della vicenda. Il punto cruciale era che le persone presenti – e presumo, non ne ho la certezza, ma presumo che tra i presenti nella sala operativa ci fossero Marco Rubio, il Segretario di Stato e il signor Vance, dato che di solito lo accompagnano in queste emergenze – hanno insistito, insieme ai vertici militari, affinché il signor Trump lasciasse la sala, ed è stato allontanato dalla sala per diverse ore.

Di tanto in tanto, una delle persone presenti nella stanza, incaricata di decidere come agire in quella situazione di emergenza, mandava qualcuno fuori dalla stanza per riferire al presidente infuriato cosa stavano facendo. Ma il comandante in capo non comandava nessuno. Era lui a ricevere ordini da persone che non erano state elette per farlo.

Ok, sai cosa ti dice questo? Ti dice che quando il vicepresidente, probabilmente coinvolto nella faccenda, spiega quanto fossero stupidi tutti gli altri, è lui il vero stupido in tutta questa storia. Non capisce cosa stanno facendo. Se prendi sul serio il filmato che ci hai mostrato, allora è chiaro che siamo guidati da persone che sperano che qualcosa vada a buon fine, corrono rischi enormi e poi scoprono che non funzionerà. Vivono in una sorta di bolla analitica. Tutti gli altri sono stupidi, ma loro vedono qual è la realtà in Iran, e si può entrare e uccidere l’Ayatollah, e tutto va in pezzi. Voglio dire, un errore più grande di questo: bisogna prendersi un po’ di tempo per trovare un errore di valutazione più grande.

Quindi non si tratta di un errore. È qualcosa che fa parte del modo in cui queste persone agiscono. O, se preferite, è un errore che era inevitabile. 

Perché mi sto stressando per questa cosa? Mi sembra una via d’uscita talmente disperata che immagino sia proprio quello che farà. Per quella parte della sua base elettorale che ha bisogno di credere che gli Stati Uniti siano la potenza suprema in tutto e per tutto, lui si lancerà in un altro giorno o un’altra settimana di bombardamenti massicci contro l’Iran. E la sera la nostra televisione sarà piena di immagini di missili che si schiantano, incendi che divampano, edifici che crollano e tutto il resto.

A quel punto dichiarerà, proprio come ci ha mostrato nelle ultime settimane, che gli iraniani, sotto il fuoco di quella raffica di missili che gli sono rimasti, hanno chiesto la pace. E a causa delle difficoltà dell’economia mondiale e poiché è un uomo di buon cuore, il signor Trump accetterà di fermarsi a questo punto. Dirà di aver ottenuto alcuni impegni riguardo all’arricchimento dell’uranio. Dirà di aver ottenuto alcuni impegni riguardo all’apertura dello stretto.

E così i nostri obiettivi sono stati raggiunti. Abbiamo dato una lezione a questi iraniani. È una vittoria. E lui tornerà a casa e organizzerà una parata nel centro di Washington per festeggiare la vittoria in Iran. È proprio quello che farà.

Dovrà convivere con tutti i commentatori qui negli Stati Uniti che lo prenderanno in giro per aver mascherato una sconfitta con delle finzioni. Ma per la sua base, quel terzo della popolazione americana, Fox News tratterà la notizia proprio come lui vuole. E così lui andrà avanti. La sua base si sta riducendo, ma lui continua a essere un candidato, rivolgendosi soprattutto a quella base. È quello che farà, perché non può fare altrimenti.

Michael Hudson: In altre parole, Trump cercherà di presentare la sua sconfitta in guerra sotto una luce positiva.

Richard, mi fa molto piacere che tu faccia riferimento a queste persone. Sono proprio loro quelle di cui Trump si è circondato. Ricorda che Tulsi Gabbard ha testimoniato davanti al Congresso affermando che tutte le 18 agenzie degli Stati Uniti avevano dichiarato che l’Iran non lavorava a una bomba atomica da oltre 20 anni. Non c’era alcun progresso in tal senso.

In seguito, il direttore della CIA, Ratcliffe, è intervenuto affermando che sì, l’Iran stava lavorando a una bomba atomica. Ebbene, Ratcliffe ha sostanzialmente ignorato tutto ciò che apparentemente avevano dichiarato la CIA e ogni altra agenzia statunitense sotto la supervisione di Tulsi Gabbard. A quanto pare, ci sono state numerose dimissioni dalla CIA.

Trump ha nominato alcune persone, tra cui spicca Hegseth, che ha fatto lo stesso con l’Esercito. Basta ignorare tutti i consigli di chi sta sotto di te. Ignora le forze armate, che dovrebbero essere rappresentate dal capo dell’Esercito. Ignora le agenzie di intelligence, che dovrebbero essere rappresentate dalla CIA.

Trump ha nominato persone a lui personalmente fedeli perché è rimasto profondamente traumatizzato da coloro che gli era stato consigliato di nominare nel suo primo mandato, come Barr, il direttore dell’FBI e il capo del Dipartimento di Giustizia: tutte persone che, una volta nominate, hanno cercato di minare la sua autorità. Ora, quindi, si circonda solo di persone che gli sono personalmente fedeli, ma che non hanno alcuna esperienza né competenza in ciò che fanno.

In sostanza, è proprio questo che sta cercando di fare a livello di pubbliche relazioni per presentare la sua resa sotto una luce positiva, come hai appena detto tu, Richard, come se fosse una vittoria, un po’ come cercare di abbellire la realtà.

Nima Alkhorshid: Richard, cosa sta succedendo con Donald Trump? Donald Trump ha pubblicato su Truth Social che la leadership iraniana è frammentata. Non so da dove tragga questo tipo di informazioni secondo cui sarebbe frammentata, il che gli consentirebbe di trovarsi in una posizione più favorevole per esercitare una certa influenza.

Ma ieri abbiamo appreso che il Segretario della Marina è stato licenziato da Pete Hegseth. Non è solo il primo. Si tratta, tra l’altro, di una carica molto importante per quanto riguarda l’operazione di blocco in corso, perché sembra che all’interno delle forze armate, in particolare della Marina, ci sia malcontento riguardo a questa operazione. È un’operazione di enorme portata.

Non si tratta del fatto che l’Iran controlli questo traffico via terra. Per l’Iran è facilissimo farlo. Ma per gli Stati Uniti, tenere d’occhio il Mar Arabico e l’area che devono sorvegliare è praticamente impossibile. Ecco perché non sono riusciti a farlo per molte di queste petroliere che entrano ed escono.

Chi è quello che si sente a pezzi? E in che modo questo dovrebbe aiutarlo? Supponiamo che si senta così. Questo dovrebbe aiutarlo?

Richard Wolff: Per me, tutto questo fa parte della propaganda.

Innanzitutto, vorrei sottolineare quanto hai detto. Il blocco navale rappresenta uno dei compiti più ambiziosi e urgenti affidati alla Marina degli Stati Uniti da molto tempo a questa parte. Non poteva esserci momento peggiore per destituire il capo della Marina che nel bel mezzo di un’operazione del genere. Questo ti fa capire che quell’uomo non voleva essere associato a quella che, ai suoi occhi, sembrava una mossa sbagliata. Non so come ragiona, non lo conosco e non ci sono molte informazioni al riguardo, ma posso dirti che è un momento molto strano per aver dichiarato un blocco navale nel bel mezzo di una guerra e poi licenziare il capo della Marina.

In secondo luogo, affermare che i tuoi nemici sono in disaccordo tra loro non è un’osservazione interessante, perché è sempre vero. L’unica questione è se sia rilevante o meno. In altre parole: i disaccordi sono fondamentali? Sono profondi? Qual è la situazione? Altrimenti, il fatto che ci siano divisioni o disaccordi non è interessante.

Immagino che ci siano dei dissidi. Circolano molte voci secondo cui nemmeno Vance fosse particolarmente entusiasta di questa guerra, giusto? Quindi ci sono delle divisioni, ma il signor Vance ha chiaramente preso la decisione politica di comportarsi da vicepresidente leale e di allinearsi. Lo ha fatto l’anno scorso, e lo sta facendo anche adesso.

Sì, lascia spazio a certe voci. Sta già pensando al periodo post-Trump e vorrebbe poter dire «Ve l’avevo detto» più avanti, quando sarà opportuno e Trump sarà fuori dai giochi. Il signor Trump, che forse non sa altre cose, questo lo sa di certo. È anche per questo che il signor Vance deve essere il negoziatore a Islamabad, ammesso che ciò avvenga.

Ciò che è accaduto in Iran è, ironia della sorte, che ci sono delle fratture, non c’è dubbio. Sappiamo tutti cosa è successo sei mesi fa in Iran. Il tipo di scontri di piazza e le battaglie sulle questioni femminili in Iran e sulla politica. Ma ciò che è chiaramente accaduto, e ora lo sappiamo davvero, è che attaccare l’Ayatollah e bombardare le città ha unito gli iraniani per superare e mettere da parte, non che li dimentichino, ma per mettere da parte i loro disaccordi e restare uniti contro gli Stati Uniti. Vediamo che sta succedendo proprio questo.

A proposito, al contrario, negli Stati Uniti il numero di persone disposte oggi a dichiarare di non volere questa guerra sta aumentando, non diminuendo. Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene: queste persone stanno ora prendendo le distanze dal signor Trump e affermando pubblicamente che la guerra è un tradimento e che è una pessima idea. Ehi, ehi. Ecco l’ironia. Gli iraniani sarebbero in una posizione migliore a parlare di fratture qui piuttosto che il contrario, perché è proprio quello che sta succedendo.

Nima Alkhorshid: Michael, credo che il problema attuale sia che l’economia della maggior parte di questi paesi del CCG si trovi in una situazione disastrosa. Abbiamo appreso che gli Emirati Arabi Uniti stanno esaurendo le riserve di liquidità. Stanno chiedendo una sorta di salvataggio finanziario all’amministrazione Trump. E con questo blocco in atto, gli Emirati Arabi Uniti non lo riceveranno. Stanno semplicemente imponendo una sorta di blocco ai paesi del CCG. Come vede la situazione di questi Stati arabi, i paesi del CCG, con il passare del tempo? Rivaluteranno e riesamineranno la loro strategia nella regione?

Michael Hudson: Negli ultimi decenni l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato programmi di investimento molto complessi. Questi programmi, che riguardano in gran parte il settore edile, comportano costi ingenti. Si aspettavano di poter finanziare tali programmi grazie alle esportazioni di petrolio. Ebbene, ora non stanno ricavando alcun dollaro dalle esportazioni di petrolio.

Allora, cosa stanno facendo? Per evitare di non onorare i propri debiti, stanno vendendo le loro riserve in dollari per finanziare tutto questo. Il dollaro non si sta indebolendo perché gli altri paesi continuano a rifugiarsi nel dollaro come bene rifugio, dato che non hanno ancora trovato un modo per investire in modo agevole nella valuta cinese. E i cinesi non vogliono proprio fornire al mondo intero uno strumento di risparmio. Non c’è alcuna alternativa al dollaro. Non esiste una valuta BRICS, che è una fantasia, né alcun tipo di sostituto del dollaro, tranne forse l’argento, le materie prime, gli immobili o qualcos’altro.

Ma i paesi arabi stanno vendendo il dollaro. Per poter mettere in atto quella messinscena mediatica descritta da Richards, Trump deve almeno creare un altro sito di bombardamento simbolico, solo per poter dire: «Visto? Li ho bombardati fino a costringerli alla resa». Ma qualsiasi cosa faccia porterà l’Iran a esplodere, perché non ha modo di sapere se si tratta [semplicemente di] una piccola bomba. Anche se Trump dicesse: «Non preoccupatevi, lancerò solo una piccola bomba per voi», non lo accettereste?

L’anno scorso ha cercato di concludere quell’accordo con l’Iran. L’Iran ha risposto: «No, se ci bombardate, ci bombardate, e basta». Ora l’Iran si rende conto che, per far uscire gli Stati Uniti dall’Asia occidentale, non basta ritirare le truppe e chiudere le basi militari: bisogna spezzare ogni legame tra i paesi arabi dell’OPEC e gli Stati Uniti.

Qual è il principale nesso economico, oltre al fatto che i risparmi nazionali dei loro Stati sono denominati in dollari? Si tratta degli investimenti delle aziende statunitensi, in particolare quelle che si occupano di intelligenza artificiale negli Emirati e in Arabia Saudita, per acquistare petrolio a basso costo con cui alimentare tutti quei sistemi informatici necessari all’intelligenza artificiale, dato che questa energia elettrica non sarà disponibile negli Stati Uniti. Ovviamente, a seguito della guerra con l’Iran, non ci sarà una sovrabbondanza di energia elettrica in altri paesi, vista la carenza di petrolio.

L’Iran dice: «Va bene, romperemo quel rapporto simbiotico bombardando gli investimenti statunitensi presenti sul territorio». Probabilmente, se si tratta di investimenti nel settore del lusso, anche quelli verranno bombardati.

Trump ha cercato di sottolineare, nell’ultima settimana, che il suo «consiglio di pace» avrebbe investito a Gaza per aiutarne la ricostruzione. Voi degli Emirati, perché non mettete a disposizione qualche miliardo di dollari per costruire lì un porto di lusso dove possano attraccare tutte le navi da crociera dirette verso quella Mecca turistica che stiamo per realizzare sulle tombe dei palestinesi? La risposta è no, non hanno i soldi adesso perché non ci sono entrate derivanti dall’esportazione di petrolio.

Credo che questo risponda alla tua domanda. I paesi dell’OPEC si trovano ora in difficoltà finanziaria, avendo già stanziato ingenti spese che avrebbero dovuto essere coperte dalle loro esportazioni di petrolio. 

Questo ci riporta al punto sollevato prima da Richard e da te. Il problema è che la presenza americana in quei paesi non rappresenta più un vantaggio per i paesi ospitanti. E parlo di ospite nel senso che un parassita ha un ospite in cui depone le uova. I paesi ospitanti non traggono alcun beneficio dalle basi militari statunitensi presenti sul loro territorio, perché l’America non solo non ha alcun interesse a difenderli, ma è proprio il contrario. Nessuno di questi paesi, dall’Arabia Saudita agli Emirati, al Bahrein, è stato consultato sulla guerra dell’America contro l’Iran, né lo sono stati i paesi europei.

L’America fa quello che vuole senza curarsi degli altri paesi. Ora sta pagando il prezzo dei rischi che si è assunta. E oltre a non poter contare sul sostegno militare americano, anche il sostegno economico e tutte le relazioni necessarie per questi investimenti commerciali stanno venendo meno. Sembra davvero che si stia assistendo alla fine non solo della dollarizzazione in senso finanziario, ma anche della dollarizzazione degli investimenti esteri concreti in questi paesi.

Richard Wolff: Ancora una volta, stiamo facendo ciò di cui parlavo prima: stiamo iniziando a riflettere sulle implicazioni di questi sviluppi nel futuro.

Eccone un altro: vedremo tutte le aziende impegnate nel commercio mondiale. Sono davvero tante. Tutti i paesi che dipendono dal commercio mondiale, e sono davvero tanti, dovranno ora riconsiderare e ricalcolare le loro strategie.

L’Iran ha dimostrato di avere il potere di chiudere lo Stretto di Hermoud e lo farà se verrà attaccato. Tutti presumono che Israele li attaccherà. Anche se non possono farlo adesso, aspetteranno qualche mese o qualche anno e poi lo faranno. È stato sicuramente così in passato. Bisogna presumere che sia così, ma ora capisci che quando Israele lo farà, ciò potrà avere un effetto globale su di te. Non puoi distogliere lo sguardo quando succede qualcosa a Gaza o quando accadono cose del genere.

Cosa faranno? Beh, ridurranno la loro dipendenza dal transito di merci attraverso lo Stretto di Hormuz. Prenderanno in considerazione le nuove rotte artiche che si stanno aprendo. Prenderanno in considerazione lo sviluppo della rete ferroviaria. Prenderanno in considerazione lo sviluppo di oleodotti per sfuggire a questa dipendenza.

Un altro esempio. Se gli americani stessero cominciando a considerare il Medio Oriente come un luogo economico e conveniente dove bruciare combustibili per generare l’elettricità necessaria all’intelligenza artificiale, beh, potrebbero pensare: «Dobbiamo trovare un’alternativa. Negli Stati Uniti c’è troppa opposizione. Sarebbe troppo costoso e richiederebbe troppo tempo. Ma ormai non possiamo più farlo in Medio Oriente. Quella partita è finita».

Dove lo faremo? Ci sarà una nuova ondata di investimenti in Africa nella speranza di riuscire in qualche modo a portarlo lì? È fattibile? Esiste un combustibile che possa essere bruciato in Africa per produrre elettricità? Mille aziende prenderanno decisioni che riorganizzeranno l’economia mondiale all’indomani di questa crisi. Non so esattamente quale forma assumerà. Non ho fatto le ricerche necessarie.

Ma visto che leggo le stesse cose che legge Michael e le stesse cose che leggono tutti gli altri, nessuno sta facendo quel lavoro. Ci limitiamo a seguire la solita logica capitalista, sai, concentrandoci sui profitti a breve termine e lasciando che il lungo termine si risolva da solo, cosa che non succede mai.

La gente non capisce: a cominciare da Trump e dai suoi consiglieri, non hanno la minima idea di cosa stessero facendo. Quando diciamo che non hanno valutato il rischio, no, è sbagliato. Non hanno nemmeno visto il rischio, figuriamoci valutarlo. Si sono raccontati una storia su iraniani divisi che non avrebbero quindi avuto altra scelta che permettere un’altra guerra di 12 giorni, con l’unica differenza che questa volta Israele e l’America avrebbero ottenuto tutto ciò che volevano, mentre lo scorso giugno avevano dovuto accontentarsi solo della fine delle ostilità e non di molto altro.

Che bella storia. Sarebbe stato davvero comodo se fosse stata vera, ma non lo era. E non sono nemmeno riusciti a porre la domanda, figuriamoci a valutare i costi e i benefici che ne sarebbero derivati.

Michael Hudson: È ormai risaputo che Israele è diventato un peso per gli Stati Uniti proprio perché rappresenta un’incognita. E sì, vuole attaccare di nuovo l’Iran, e questo porterà a tutto ciò di cui abbiamo parlato. È proprio questo il punto. Gli Stati Uniti e Israele si sono trascinati a vicenda verso il basso.

Richard Wolff: Glielo dico io, lo seguo. Sono rimasto molto colpito dal declino del potere dell’AIPAC, la lobby qui negli Stati Uniti. Devono trovarsi in una situazione difficile perché hanno perso l’influenza che avevano sul Congresso e sull’opinione pubblica in questo Paese. Forse non è colpa loro. Forse si trattava di cose che non avrebbero potuto fare comunque, ma è molto chiaro. 

Eccoci qui, io e Michael a New York City, dove è stato eletto – e questo è davvero importante – un socialista musulmano come sindaco della città. Nelle elezioni ha ottenuto il sostegno della maggioranza degli ebrei di New York, che costituiscono un blocco elettorale molto consistente. Anche la maggioranza di loro ha votato per lui. Si tratta di persone per le quali Israele non è più una sorta di Santo Graal, ma rappresenta ora qualcosa di molto diverso. Il prezzo a lungo termine che il popolo ebraico dovrà pagare per ciò che i sionisti israeliani hanno fatto a Gaza, wow. Non so esattamente come andrà a finire, ma sarà un fardello ingiustamente posto su molti ebrei che non ne sono in alcun modo responsabili. Sarà terribile.

Michael Hudson: Per i nostri telespettatori stranieri, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi si svolgerà la stagione delle primarie negli Stati Uniti, che determinerà chi saranno i candidati del Partito Repubblicano e del Partito Democratico alle elezioni di novembre. E nelle primarie più importanti, per almeno uno o forse due dei candidati, il modo principale per attirare gli elettori è dire: «Non sono sostenuto dall’AIPAC». Il mio avversario, il candidato in carica, è sostenuto dall’AIPAC. Facciamo pulizia. È di questo che si tratterà nelle primarie.

Trascrizione e diarizzazione: https://scripthub.dev/

A cura di: TON YEH
Revisione: ced

Trump si avvicina all’ultima mossa disperata contro l’Iran, mentre i media segnalano una sconfitta totale degli Stati Uniti a livello regionale_di Simplicius

Trump si avvicina all’ultima mossa disperata contro l’Iran, mentre i media segnalano una sconfitta totale degli Stati Uniti a livello regionale

Simplicius 2 maggio
 
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Sembra che ogni giorno che passa inizi con nuove rivelazioni sulla reale entità dei danni inflitti dall’Iran agli Stati Uniti nel breve conflitto. Ciò è naturale, ovviamente, dato che la strategia immediata consiste sempre nel minimizzare le perdite subite dalla “invincibile” macchina militare statunitense. È spaventoso pensare a ciò che scopriremo col passare del tempo, in particolare riguardo al delicato argomento delle perdite umane statunitensi.

L’ultima notizia è stata riportata dalla CNN, che ha trasmesso un servizio su come 16 basi statunitensi siano state svuotate e gravemente danneggiate da attacchi «molto più sofisticati» di quanto si pensasse o si prevedesse in precedenza:

«La maggior parte delle installazioni militari statunitensi nella regione ha subito danni e alcune di esse sono ormai completamente inutilizzabili.»

Il rapporto sopra riportato suggerisce che il mitico scudo di invincibilità degli Stati Uniti sia andato in frantumi, in particolare agli occhi dei principali alleati regionali degli Stati Uniti, i quali – come l’Arabia Saudita in questo caso – non considerano più i patti di sicurezza con gli Stati Uniti come “inattaccabili”. In breve, gli alleati del Golfo sono stati testimoni in prima fila della rivelazione degli Stati Uniti come tigre di carta, e non si accontentano più di affidarsi esclusivamente alla protezione statunitense: ora considereranno la “diversificazione” della loro sicurezza come l’opzione sicura naturale, magari ristabilendo il dialogo e migliori relazioni con l’Iran una volta che la guerra sarà veramente finita.

La notizia è stata immediatamente confermata dal New York Times nel suo ultimo articolo:

https://www.nytimes.com/2026/30/04/opinione/iran-stati-uniti-sfide-militari.html

Con una perspicacia insolita, l’articolo sostiene che l’insieme delle vittorie «tattiche» degli Stati Uniti in Iran non abbia portato ad alcuna vittoria strategica e che, in modo in qualche modo contraddittorio, abbia lasciato l’Iran in una posizione negoziale più forte.

Il motivo, spiegano giustamente, è che gli Stati Uniti si sono rivelati tristemente impreparati alla guerra moderna.

Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di miliardi di dollari in navi e aerei efficaci nel sconfiggere le navi e gli aerei avversari, ma inefficaci contro armi più economiche e prodotte in serie. L’economia americana non dispone della capacità industriale necessaria per produrre in quantità sufficiente le armi e le attrezzature di cui ha bisogno. Inoltre, il Paese ha faticato a risolvere questi problemi a causa di un governo sclerotico e di un’industria della difesa consolidata che resiste al cambiamento.

La soluzione dilettantesca e rudimentale proposta dal *New York Times*, tuttavia, è errata. È la posizione presuntuosa dell’analista dilettante di medio livello secondo cui, per vincere i conflitti futuri, gli Stati Uniti dovrebbero semplicemente passare alla produzione di droni e altri armamenti più economici e producibili in serie, proprio come fa l’Iran. Ciò non ha nulla a che vedere con la realtà e mette a nudo le concezioni ristrette di mediocri ignoranti che semplicemente non comprendono i veri meccanismi della guerra.

Anche se gli Stati Uniti disponessero di milioni di droni minuscoli ed economici, cosa mai potrebbero farci contro l’Iran? Quali obiettivi potrebbero mai colpire quei droni per alterare i calcoli strategici contro un Paese che ha nascosto, isolato e decentralizzato tutto ciò che aveva di valore? La Russia è ormai decenni avanti rispetto agli Stati Uniti o a qualsiasi altro Paese occidentale nell’attuazione di queste stesse strategie, e dove l’ha portata tutto ciò?

All’Ucraina è bastato decentralizzare le proprie forze armate e le industrie strategiche in un “mosaico” sfuggente, eppure centinaia di droni notturni ogni singolo giorno, per diversi anni di fila, non sono ancora riusciti a garantire alla Russia una vittoria strategica. L’Iran ha ancora meno obiettivi da colpire rispetto all’Ucraina, considerando l’enorme quantità di risorse che il Paese ha investito nella costruzione di intere città sotterranee per il proprio apparato militare-industriale. Cosa potrebbero mai fare un mucchio di FPV economici e UAV OWA contro un nemico che oppone una feroce resistenza e un paese territorialmente enorme e dispersivo che limita le dimensioni delle testate per i droni che devono percorrere lunghe distanze?

Il fatto è che il feticismo per gli «attrezzi» e le «armi miracolose» dei tecnologi e dei tecnocrati che guidano il complesso militare-industriale è ormai fuori controllo. Credono che basti «comprare» la vittoria contro chiunque, e non c’è affermazione più assurda di questa.

Dirò qualcosa di estremamente controverso: la guerra moderna, nella sua essenza, non è una questione tecnologica, ma è ideologica.

La vittoria va alla nazione che dimostra il maggiore allineamento e la maggiore unità morale e spirituale, non alla nazione che possiede il maggior numero di aggeggi, gadget e giocattoli “economici” ma appariscenti. Infatti, se conduceste uno studio, probabilmente scoprireste che esiste una correlazione inversa tra una maggiore feticizzazione tecnologica dell’apparato militare-industriale e una conseguente minore fibra morale-spirituale del suo popolo. Questo processo non è un “incidente”, ma un ciclo di retroazione naturale e auto-evolutivo tra un popolo e il lento distacco della sua cultura dai principi culturali unificanti verso il materialismo che riempie il vuoto e che germoglia naturalmente come erbacce in un prato morto.

L’Occidente sta vivendo un grave declino culturale e deve fare sempre più affidamento a una “techne” artificiosa per sostenere la sempre più esigua e impoverita ” passionarità” (per riprendere il termine di Gumilev, dal suo concetto di etnogenesisi) che non è più in grado di muovere il mondo con la propria pura inerzia e vitalità culturale, e deve ora ricorrere a una forza pesante utilizzando un insieme rudimentale e limitato di strumenti tecnici.

Basta ascoltare alcuni estratti del discorso tenuto da Trump questa sera, in cui si vantava che, dopo aver messo in ginocchio l’Iran, invierà la USS Scaredy Abe a Cuba per prendere il controllo del Paese «quasi immediatamente». Ma la parte scioccante arriva intorno al minuto 1:15, quando afferma con aria compiaciuta che gli Stati Uniti sono di fatto una nazione pirata — cosa di cui andare fieri, a quanto pare, nella singolare visione del mondo di Trump:

Mette a nudo l’assoluta aridità, il totale fallimento della fibra morale e spirituale americana in questa fase avanzata del declino irreversibile della nazione.

Ma mentre Trump si vantava delle formidabili capacità della sua flotta pirata, un altro cacciatorpediniere statunitense della classe Arleigh Burke ha preso fuoco «misteriosamente»:

https://www.cbsnews.com/news/uss-higgins-navy-destroyer-fire-singapore/

Washington — Secondo fonti ufficiali statunitensi, martedì è scoppiato un incendio sulla USS Higgins, un cacciatorpediniere lanciamissili che costituisce un pilastro della presenza militare della Marina in Asia.

L’incendio ha causato un’interruzione dell’energia elettrica e della propulsione sul cacciatorpediniere, ha riferito uno dei funzionari alla CBS News, parlando in forma anonima poiché non era autorizzato a rilasciare dichiarazioni pubbliche.

Ovviamente, c’era da aspettarselo:

Non erano disponibili nemmeno informazioni su quali parti della nave fossero state danneggiate e su quanto tempo ci vorrà per ripararle.

L’ennesimo di una lunga serie di “incidenti” navali e incendi misteriosi.

Trump ha ora confermato direttamente le notizie secondo cui starebbe valutando l’opzione di un “attacco devastante” contro l’Iran:

Innanzitutto, ribadiamo quanto sia ipocrita e meschino da parte di Trump e della sua amministrazione criticare ripetutamente l’Iran definendolo una «leadership disgregata», i cui membri non negoziano secondo i suoi desideri. È stato proprio lui a trasformarla in una «leadership disgregata», eliminando la precedente leadership pur sapendo perfettamente, grazie alle sue stesse agenzie di intelligence, che sarebbe stata inevitabilmente sostituita dagli estremisti.

Come sottolinea sopra, sta valutando quello che si presume essere un attacco devastante, una sorta di «ultimo hurrà» contro le infrastrutture civili iraniane, presumibilmente per chiudere la questione. I giorni di notizie secondo cui le sue agenzie starebbero «studiando» come l’Iran «reagirebbe» a una dichiarazione di vittoria da parte degli Stati Uniti ci dicono che Trump vuole mostrare per l’ultima volta le zanne consumate e ingiallite della macchina militare statunitense prima di uscire rapidamente di scena.

Il resoconto di ieri:

ULTIME NOTIZIE: Secondo Channel 12, Israele si appresta ad annunciare il fallimento dei negoziati con l’Iran, mentre gli Stati Uniti avrebbero concesso a Israele l’autorizzazione immediata a colpire le infrastrutture energetiche iraniane subito dopo l’annuncio.

Concludiamo questo breve aggiornamento con un altro circo congressuale degno di uno sketch comico.

Questa volta, il senatore Blumenthal mette alle strette il subdolo Pete con una domanda che mette in luce l’assurdità parodistica della comunicazione di questa amministrazione, veicolata da un comandante in capo sempre più decrepito. Blumenthal fa riferimento alla gaffe di Trump di ieri sull’Iran e l’Ucraina, ma sembra non intuire che si trattasse effettivamente di una gaffe, insistendo con Kegbreath con serietà impassibile. Quando Pete continua in modo esilarante sulla linea iraniana, i due sembrano esistere in dimensioni parallele con un’assurdità comica:


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Intervista sull’Asahi Shimbun_di Emmanuel Todd

Intervista sull’Asahi Shimbun

La follia sotto Trump sta portando gli Stati Uniti verso una terza grave sconfitta

Emmanuel Todd27 aprile
 
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Di seguito è riportata la traduzione in francese di un intervista rilasciata al quotidiano giapponese Asahi Shimbun durante il mio soggiorno in Giappone, pubblicata sul sito web “Asahi Shimbun Asia and Japan watch”.

In tale contesto utilizzo il concetto di «nazionalismo immaginario» per descrivere la politica estera estremamente ostile alla Cina della signora Takaichi, primo ministro. Presto avrò l’occasione di applicare il concetto di «nazionalismo immaginario» a molte posizioni europee: quelle del Rassemblement National, del federalismo europeo e del neomilitarismo tedesco, per esempio.

Rileggendo questa intervista, mi colpisce la sua schiettezza. Mi sento davvero più libero in Giappone.

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INTERVISTA / Emmanuel Todd: la «follia» sotto Trump sta portando gli Stati Uniti verso una terza grave sconfitta.

Di SHINICHI IKEDA / Redattore

Domanda: Quali sono le ripercussioni a livello mondiale dell’attacco sferrato da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran?

Todd: In qualità di storico, vorrei iniziare con una panoramica generale. Questa guerra in Iran fa seguito a due gravi sconfitte già subite dagli Stati Uniti.

La prima sconfitta è, come vi ho detto durante il nostro colloquio nel febbraio 2025, la sconfitta di fatto degli Stati Uniti di fronte alla Russia in Ucraina.

Gli Stati Uniti, il cui settore manifatturiero è in declino, si sono dimostrati incapaci di fornire agli ucraini armi e munizioni in quantità sufficiente, mettendo in evidenza il fatto che il sistema industriale americano non è in grado di sostenere una guerra su larga scala.

La seconda sconfitta, che è arrivata in seguito, è ancora più significativa: la sconfitta contro la Cina.

Il presidente americano Donald Trump ha minacciato la Cina di imporre dazi doganali, ma quando i cinesi hanno reagito minacciando gli Stati Uniti di un embargo sulle terre rare, ha dovuto fare marcia indietro in men che non si dica.

È quindi chiaro che tutto ciò che fa oggi non è altro che un diversivo volto a far dimenticare a noi – e a lui stesso – quelle gravi sconfitte.

D: Durante la sua ultima visita in Giappone lo scorso autunno, in occasione della sua partecipazione all’Asahi World Forum, lei aveva accennato alla possibilità di un attacco statunitense contro il Venezuela. Ebbene, ciò si è verificato, e gli Stati Uniti hanno ora spostato il baricentro dei loro attacchi verso il Medio Oriente. Cosa ne pensa?

R: Sì. L’attacco contro l’Iran sferrato da Israele e dagli Stati Uniti è iniziato allo stesso modo. Ma poiché l’Iran non è crollato, la situazione è degenerata, e ciò potrebbe benissimo trasformarsi nella terza grande sconfitta per gli Stati Uniti.

D: Dove porterà il mondo l’attacco americano contro l’Iran?

R: La causa profonda di questa guerra è, come ho già accennato nel febbraio 2025, la disintegrazione della società americana e, più precisamente, lo stato di «religione zero». La disciplina morale e spirituale, così come i valori che un tempo univano la società, sono andati perduti.

In questo clima di decadenza e vuoto si diffonde il «nichilismo», in cui sembra che si provi semplicemente piacere nella distruzione e nell’atto stesso di uccidere. Ciò vale anche per Israele.

Se un leader iraniano non si allinea alle intenzioni degli Stati Uniti, lo eliminano. Eliminare, uno dopo l’altro, i leader di un altro Paese: questo non dovrebbe mai essere tollerato.

Questo non è il mondo della politica moderna e ragionevole; è il risultato della follia. I francesi, i giapponesi, i cinesi, tutti sul pianeta devono ammetterlo. È il metodo di Hitler.

D: Non è forse un’espressione estremamente dura?

R: Esatto. Ora parlo in qualità di ebreo. Voglio far capire chiaramente ai lettori giapponesi che io stesso, un francese di origini ebraiche, critico la loro follia e la loro imprudenza più di chiunque altro.

In origine, la «guerra» doveva essere uno scontro tra eserciti. Ma guardate cosa stanno facendo attualmente gli Stati Uniti e Israele. Non si tratta forse di «assassinio», che consiste nel prendere di mira individui e ucciderli? Il ruolo principale nella politica estera americana sembra essere stato trasferito non al Dipartimento di Stato o al Pentagono, ma alla CIA.

D: Intende dire che il sistema politico stesso degli Stati Uniti, una nazione democratica che a luglio festeggerà il 250° anniversario della sua fondazione, si è trasformato?

R: Sì. Devo dire che non si tratta più della «Repubblica» tradizionale composta dal Congresso, dal presidente e dalla Corte Suprema.

Da quanto posso constatare, gli Stati Uniti si sono oggi trasformati in un «impero» composto dal presidente, dal Pentagono e dalla CIA. Il Congresso e la Corte Suprema sembrano essere nient’altro che organi consultivi.

In una politica estera statunitense basata sull’eliminazione mirata di individui, la CIA è diventata l’istituzione più importante. Ciò dimostra che gli Stati Uniti, come nazione, sono degenerati in uno «Stato assassino nichilista».

LA POSIZIONE DI TAKAICHI NEI CONFRONTI DELLA CINA

D: Nell’intervista dello scorso anno, lei ha affermato che il Giappone non dovrebbe lasciarsi coinvolgere in eventuali scontri provocati dagli Stati Uniti, ma che dovrebbe osservare con cautela ciò che accade. Cosa ne pensa ora che il Giappone ha per la prima volta una donna come primo ministro?

R: Non sono ancora in grado di valutare quale tipo di cambiamento ciò comporti per la società giapponese. Tuttavia, in linea generale, la prima donna a ricoprire la carica di capo di Stato o primo ministro spesso si comporta come un uomo per dimostrare che non vi è alcuna differenza tra uomini e donne.

Ho sentito dire che la prima ministra Sanae Takaichi ammirava l’ex prima ministra britannica Margaret Thatcher, ma devo sottolineare che è pericoloso. Sebbene la Thatcher fosse una figura interessante, non la ammiro. È stata lei a distruggere la classe operaia britannica e il sistema industriale.

Non conosco i dettagli di ciò che esattamente la prima ministra Takaichi ammira in Thatcher. Tuttavia, la sua posizione intransigente nei confronti della Cina è, a mio avviso, un tipico esempio di ciò che io chiamo «nazionalismo immaginario».

D: Cosa intende dire?

R: Al giorno d’oggi, lo stesso nazionalismo è messo in discussione, ma trovo strana l’idea secondo cui «essere ostili alla Cina equivalga a nazionalismo giapponese».

Tradizionalmente, l’ideologia del nazionalismo si basa sull’idea di aumentare la popolazione ed estendere la sfera di influenza. Il vero nazionalismo giapponese dovrebbe mirare alla sovranità del Giappone.

In quest’ottica, non è forse più importante per il Giappone riflettere innanzitutto sui propri rapporti con gli Stati Uniti, piuttosto che entrare in conflitto con la Cina? Questo dovrebbe risultare evidente a chiunque, se si pensa a Okinawa.

Se ci si pone dal punto di vista di un nazionalismo «autentico», e non «immaginario», è naturale lottare per la sovranità e l’indipendenza della propria nazione e riprendere il controllo delle basi straniere situate sul proprio territorio.

Credo che cadere nella trappola della strategia americana del «divide et impera» ed entrare in conflitto con la Cina su richiesta di Washington non sia mai nell’interesse del Giappone.

D: Al di là di Takaichi, il senso di crisi di fronte alla situazione a Taiwan non è forse all’origine della posizione intransigente degli esponenti conservatori giapponesi nei confronti della Cina?

R: Mi vanto di essere uno dei pochi francesi a conoscere Shinpei Goto, che guidò la colonizzazione giapponese di Taiwan. Mi rendo conto che la colonizzazione giapponese di Taiwan, dovuta in parte alle realizzazioni di persone come Goto, è stata un successo raro nella storia della colonizzazione mondiale. È molto raro che persino alcuni abitanti del luogo conservino bei ricordi del Giappone, la potenza coloniale.

Ma tutto questo appartiene ormai al passato. Che si condividano o meno le posizioni del Partito Comunista Cinese, non si può parlare di Taiwan ignorando i suoi rapporti con la Cina, sia dal punto di vista culturale che nella realtà della politica internazionale.

È pericoloso nascondere la realtà dietro una nostalgia del passato. In altre parole, è pericoloso introdurre una valutazione positiva dei fatti storici passati nella realpolitik moderna.

L’epoca in cui Taiwan era una colonia giapponese è terminata 80 anni fa, e illudersi che «avere cattivi rapporti con la Cina sia sinonimo di nazionalismo» è proprio un esempio di nazionalismo immaginario.

LA STRADA DA SEGUIRE PER IL GIAPPONE

D: Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nel mondo?

R:Ciò che sta accadendo in questo momento non si limita alla possibilità che gli Stati Uniti subiscano la loro terza sconfitta. Potrebbe trattarsi del crollo di un immenso impero stesso.

Gli ideali e le strutture a cui siamo abituati e che per lungo tempo hanno sostenuto il mondo stanno crollando con grande fragore.

D: In un mondo del genere, quale strada dovrebbe intraprendere il Giappone?

R: I tre paesi dell’Asia orientale – Giappone, Cina e Corea del Sud – devono affrontare una sfida strutturale comune: un grave declino demografico.

Condividono inoltre un’eredità culturale confuciana e vantano un potere industriale schiacciante, rappresentando insieme circa il 90% della produzione navale mondiale. La loro somiglianza è inoltre estremamente evidente in termini di modello di crescita trainato dalle esportazioni.

La strada che il Giappone dovrebbe seguire consiste nell’esaminare attentamente queste sue caratteristiche peculiari, nel prendere discretamente le distanze dagli Stati Uniti e nell’approfondire pacificamente la comprensione e le relazioni con i paesi asiatici, compresa la Cina.

Forse stiamo entrando in un’era di grande turbolenza. Ma se il Giappone intraprenderà questa strada, molti paesi, tra cui la Cina e la Russia, accetteranno l’esistenza del Giappone in un mondo in via di multipolarizzazione.

***

Emmanuel Todd è nato nel 1951. Grazie alla sua analisi della società basata sul sistema familiare, sul tasso di alfabetizzazione e sui cambiamenti demografici, ha previsto il crollo dell’Unione Sovietica, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e l’ascesa di Trump negli Stati Uniti. Tra le sue numerose opere figura «La sconfitta dell’Occidente».

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Trump, malconcio e logoro, opta per una strategia fiacca di «blocco perpetuo», mentre la sua flaccida nave da guerra zoppica verso casa_di Simplicius

Trump, malconcio e logoro, opta per una strategia fiacca di «blocco perpetuo», mentre la sua flaccida nave da guerra zoppica verso casa

Simplicius 30 aprile
 
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Se dobbiamo dare credito alle ultime notizie riportate dai media mainstream, per Trump si stanno delineando due interessanti linee d’azione contraddittorie riguardo all’Iran.

Da un lato, secondo recenti notizie, Trump considererebbe ormai entrambe le opzioni – il ritiro totale dall’Iran o la ripresa delle ostilità – ugualmente negative. Le notizie sostengono che egli preferisca quindi mantenere il blocco a tempo indeterminato come principale linea d’azione nei confronti della Repubblica Islamica.

Ma allo stesso tempo, Reuters riporta la notizia quasi comica secondo cui le agenzie di intelligence dell’amministrazione Trump starebbero «valutando» come potrebbe reagire la leadership iraniana nel caso in cui Trump si limitasse a proclamare una rapida «vittoria» e a ritirarsi dal conflitto:

https://www.reuters.com/world/us/le-agenzie-di-spionaggio-statunitensi-valutano-come-reagirebbe-l’Iran-se-Trump-dichiarasse-vittoria-28-04-2026/

ULTIME NOTIZIE – Le agenzie di intelligence statunitensi stanno valutando come reagirebbe l’Iran se Trump dovesse dichiarare una vittoria unilaterale contro l’Iran e, potenzialmente, ritirarsi dal conflitto — Reuters

Ciò che ne consegue è ovviamente che Trump stia valutando questa possibilità perché sa di non avere più carte da giocare né altre opzioni concrete: un vero e proprio zugzwang in tutti i sensi.

Sapevamo fin dall’inizio che Trump cercava una via d’uscita facile e veloce. È il colmo dell’assurdità e della ridicolaggine surreale che occorrano studi approfonditi delle «agenzie di intelligence» per determinare quale potrebbe essere la reazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) a tutto questo. La reazione non potrebbe che essere una risata, seguita da un’esultanza trionfante: sarebbe vista in tutto il mondo come una decisiva sconfitta militare degli Stati Uniti.

Sebbene molti continuino a credere che Trump stia ricorrendo ai suoi soliti stratagemmi maldestri per indurre l’Iran in un falso senso di sicurezza, per poi attaccare nuovamente quando abbasserà la guardia. Ma è appena arrivata una notizia importante che sembra sminuire ogni possibilità di una seria continuazione militare statunitense del conflitto. A quanto pare, la USS Poopy Gerry — come Imetatronink ha iniziato ad affettuosamente chiamare quella latrina galleggiante sempre in difficoltà — è pronta ad abbandonare il conflitto in stallo e tornare a casa in attesa del suo futuro incerto:

https://www.washingtonpost.com/sicurezza-nazionale/2026/04/29/portaerei-statunitense-iran-guerra/

La portaerei USS Gerald R. Ford lascerà il Medio Oriente e inizierà il viaggio di ritorno nei prossimi giorni, secondo quanto riferito da diversi funzionari statunitensi: un sollievo atteso per i circa 4.500 marinai che sono in missione da 10 mesi, ma una perdita significativa di potenza di fuoco in un momento in cui i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran sono in fase di stallo.

La Ford è una delle tre portaerei presenti nella regione — le altre sono la USS George H.W. Bush e la USS Abraham Lincoln — nel contesto delle ostilità con l’Iran. Mentre la Ford si trova nel Mar Rosso, la Lincoln e la Bush operano nel Mar Arabico per far rispettare il blocco statunitense contro le navi che trasportano petrolio o merci dai porti iraniani.

Che senso aveva tutta quella ostentazione del CENTCOM a cui abbiamo assistito l’ultima volta, tutta quella messinscena sul raduno del più grande gruppo da battaglia di portaerei nella regione degli ultimi decenni? O si trattava di un tentativo disperato di spaventare l’Iran per strappargli delle concessioni, oppure era solo l’ennesimo episodio di una lunga serie di capricci emblematici della politica senza una guida dell’attuale amministrazione. Più probabilmente, la USS Bush era destinata fin dall’inizio a sostituire la Ford, ormai in difficoltà, e il bluff del “gruppo di tre portaerei” era solo un momentaneo gesto di forza da parte di una leadership militare alla deriva, che sta vivendo un ricambio senza precedenti in un momento critico.

Certo, due vettori sono comunque sufficienti per dare a Trump ampio margine di manovra, qualora decidesse di portare avanti la sua impresa avventata e futile. Lo stesso presidente-buffone continua a mettersi in posa in modo imbarazzante e a pavoneggiarsi, in un disperato tentativo di fingere fiducia nella sua missione mal concepita.

Anche dopo anni che va avanti così, è davvero scioccante vedere come venga ridicolizzata una carica che dovrebbe essere «presidenziale»:

Trump, in evidente declino mentale, ha persino confuso l’Iran con l’Ucraina durante un’intervista nello Studio Ovale, dicendo a Kaitlyn Collins che è l’Ucraina ad essere stata “sconfitta militarmente” dopo che gli Stati Uniti hanno affondato “159” delle loro navi.

Come riporta Axios, Trump ritiene che il protrarsi a tempo indeterminato del disastroso embargo contro l’Iran stia portando il Paese a «cedere» a causa dei danni economici:

Ha affermato che l’Iran vuole raggiungere un accordo per ottenere la revoca dell’embargo. «Vogliono trovare un accordo. Non vogliono che io mantenga l’embargo. Io non voglio [revocare l’embargo], perché non voglio che abbiano un’arma nucleare», ha aggiunto Trump.

Il presidente ha aggiunto che i depositi petroliferi e gli oleodotti iraniani «rischiano di esplodere da un momento all’altro» poiché l’Iran non può esportare petrolio a causa del blocco. Alcuni analisti dubitano che l’Iran corra un pericolo immediato su questo fronte.

Ma ancora una volta, questa «politica» non è altro che l’assenza di una vera e propria politica. Ogni patetico tentativo di sottomettere l’Iran è fallito miseramente, e gli unici brandelli rimasti a decorare il tavolo dorato di Trump sono vari stratagemmi di terrorismo economico contro i cittadini iraniani:

  • Tutti i vili attacchi a sorpresa, compiuti mentre si conducevano o si prometteva di condurre negoziati, sono falliti.
  • I tentativi di demoralizzare la nazione assassinando i suoi simboli politici e spirituali sono falliti.
  • Le minacce di genocidio e di distruzione dell’«intero Paese» dell’Iran, di una viltà senza precedenti, non hanno portato a nulla.
  • Le missioni segrete delle forze speciali di estrazione, sabotaggio e spionaggio volte a sottrarre l’uranio all’Iran sono fallite clamorosamente.
  • Anche i tentativi di chiedere a intermediari come il Pakistan, la Cina e vari paesi del Golfo di intervenire e «convincere» l’Iran a cedere proprio mentre sta vincendo sono falliti.

L’intero fiasco iraniano di Trump non è stato altro che un patetico progetto vanitoso, capace di porre fine alla sua carriera, e un fallimento di proporzioni storiche; ciò a cui stiamo assistendo ora sono gli ultimi, futili residui di un epilogo che si sta dissolvendo con un piagnucolio privo di dignità.

L’ultima mossa disperata di Trump per affossare l’economia iraniana sta solo portando a un tracollo economico ancora più grave per gli stessi Stati Uniti e per il mondo, dato che i prezzi del petrolio e del gas sono tornati a salire alle stelle:

La Lettera di Kobeissi@KobeissiLetterULTIME NOTIZIE: Il prezzo del greggio Brent ha ufficialmente raggiunto il livello più alto dall’inizio della guerra in Iran, attestandosi a 119,50 dollari al barile. Si tratta del prezzo più alto registrato dal 2022. L’AIE ha definito questa situazione «la più grave minaccia alla sicurezza energetica della storia».17:07 · 29 aprile 2026 · 169.000 visualizzazioni195 risposte · 638 condivisioni · 2,31 mila Mi piace

Secondo quanto riporta «El País», i Paesi del Golfo si sono rivolti agli Stati Uniti per ottenere accordi di swap valutario d’emergenza volti a «salvare» le loro economie in difficoltà:

https://english.elpais.com/economia-e-affari/2026-04-27/gli-Stati-del-Golfo-lanciano-un-SOS-a-Trump-mentre-lo-shock-economico-si-aggrava.html

Tutto questo dopo l’annuncio odierno che gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’OPEC e l’OPEC+, cosa che secondo alcuni potrebbe innescare un effetto domino con altre uscite.

L’iraniano Ghalibaf ha avvertito che il prossimo traguardo sarà il petrolio a 140 dollari:

Mohammad Baqer Qalibaf | MB Ghalibaf@mb_ghalibafSono passati tre giorni e il pozzo non è ancora esploso. Potremmo arrivare a 30 giorni e trasmettere in diretta streaming l’evoluzione del pozzo da qui. Questo è il tipo di consigli assurdi che l’amministrazione statunitense riceve da persone come Bessent, che sostengono anche la teoria del blocco e hanno fatto schizzare il prezzo del petrolio oltre i 120 dollari. Prossima tappa: 140. Il problema non è la teoria, è la mentalità.20:51 · 29 aprile 2026 · 18,3 mila visualizzazioni100 risposte · 308 condivisioni · 1,02 mila Mi piace

Nel frattempo, l’Iran sembra cavarsela meglio del previsto. Bloomberg ha smentito le affermazioni di Trump secondo cui i depositi iraniani sarebbero sul punto di «esplodere», trascinando con sé l’economia del Paese:

https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2026-04-29/no-l-industria-petrolifera-iraniana-non-sta-per-esplodere

Il giornale sostiene che ciò causerà all’Iran solo qualche difficoltà a breve termine, senza alcun vero danno strutturale complessivo — nulla che si avvicini nemmeno lontanamente al tipo di «pressione» necessaria per innescare ciò che Trump ritiene possa «far cadere il regime». L’Iran e la Russia sono due paesi che si sono forgiati nelle fiamme delle «sanzioni» e sanno bene come sopportare qualsiasi tipo di attacco economico di questo genere.

Ad esempio, circolano diverse notizie secondo cui il Pakistan avrebbe aperto una mezza dozzina di rotte terrestri per le merci iraniane al fine di aggirare il blocco imposto dagli Stati Uniti:

https://www.dawn.com/news/1995253
https://defencesecurityasia.com/it/pakistan-gwadar-corridoio-iran-stretto-di-ormuz-blocco-navale-statuni-equilibrio-di-poteri/

Da quanto sopra esposto, il Pakistan ha creato «un corridoio terrestre [verso l’Iran] resistente alle sanzioni e in grado di ridefinire la configurazione del commercio regionale»:

La decisione del Pakistan di aprire formalmente il proprio territorio alle merci provenienti da paesi terzi e dirette in Iran rappresenta ben più di un semplice adeguamento doganale, poiché inserisce Islamabad direttamente in una delle contese logistiche più sensibili dal punto di vista strategico che si sta attualmente svolgendo in Medio Oriente e nella parte settentrionale del Mar Arabico.

In un momento in cui lo Stretto di Ormuz è teatro di gravi disagi, i porti iraniani continuano a subire forti pressioni marittime e oltre 3.000 container diretti in Iran sono bloccati a Karachi, il Pakistan ha di fatto creato un corridoio terrestre immune alle sanzioni, in grado di ridefinire la configurazione del commercio regionale.

Trasformando Gwadar, Karachi, Port Qasim, Taftan, Gabd, Quetta, Khuzdar e Ormara in nodi di transito integrati, Islamabad non si limita a facilitare gli scambi commerciali, ma ridefinisce la posizione militare, l’accesso strategico e il peso geopolitico tra Washington, Teheran, Pechino e l’ampio sistema marittimo indo-pacifico.

In breve, una civiltà antica e rispettata come quella iraniana dispone di molti stratagemmi per mitigare e superare le astuzie senza scrupoli, impulsive e orientate alla gratificazione immediata di un avversario mentalmente carente; è semplicemente assurdo immaginare che un blocco così debole possa mettere l’Iran in ginocchio e costringerlo ad «arrendersi», come ha esortato oggi Trump.

A coronamento di tutto ciò, ecco un’altra dimostrazione calzante dell’incompetenza grottesca dell’attuale amministrazione, mentre un senatore statunitense mette alle strette Whiskey Pete con la domanda fondamentale di tutta la vicenda iraniana — la si potrebbe immaginare come una sorta di deposizione in un futuro processo penale:

Quindi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto neutralizzare lo «scudo missilistico convenzionale» dell’Iran per impedire che lo «scudo nucleare» che avevano già neutralizzato si ricostituisse? Eppure, a quanto pare, oggi la stragrande maggioranza dei missili convenzionali iraniani rimane intatta…

La serie di insuccessi che si è verificata sembra andare ben oltre la comprensione comune.


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I gruppi da battaglia statunitensi sono pronti per la prossima fase, mentre Trump si dichiara «insoddisfatto» delle richieste iraniane

Simplicius 28 aprile
 
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Cominciamo con un aggiornamento sulla posizione dei gruppi aeronavali statunitensi, poiché ci fornisce alcune indicazioni sull’attuale atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran.

Abbiamo ricevuto due nuove geolocalizzazioni satellitari. La prima riguarda la USS Gerald R Ford, che era stata messa fuori servizio a causa di un “incendio nella lavanderia”, ma che ora è tornata nel Mar Rosso. Secondo quanto riferito, è stata vista compiere un’inversione a U brusca e rapida alla posizione 25.275, 35.964:

Mehdi H.@mhmiranusaBella immagine satellitare della portaerei USS Gerald Ford mentre effettua un’inversione a U nel Mar Rosso ieri, 26 aprile 2026. Coordinate: 25.275, 35.96414:49 · 27 aprile 2026 · 87,9 mila visualizzazioni7 risposte · 58 condivisioni · 971 Mi piace

Il che lo colloca più o meno qui:

Altre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke nelle vicinanze, una delle quali sta effettuando un rifornimento in mare con una nave da rifornimento:

Inoltre, la USS Tripoli è stata avvistata al largo del Golfo di Oman a circa 21,00916° N, 60,37561° E (clicca per ingrandire):

La nave da sbarco americana USS Tripoli, insieme a un cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, è stata avvistata via satellite all’imboccatura dello Stretto di Hormuz, a circa 115 km al largo delle coste dell’Oman e a 465 km dall’Iran.

A bordo si trova la 31ª Unità di spedizione del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, che molto probabilmente sta effettuando sbarchi sulle petroliere sequestrate dagli americani nell’ambito del blocco imposto da Trump.

È interessante notare che la portaerei USS Abraham Lincoln, scortata da due cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, si trova ancora più vicina: a soli 330 km al largo delle coste iraniane, il che rappresenta un pericolo per la nave in caso di impiego di missili antinave iraniani.

Come si evince dalla sintesi sopra riportata, si ritiene che Tripoli si trovi a circa 465 km dalle coste iraniane.

Ma ora la USS Lincoln si è nuovamente avvicinata, presumibilmente fino a 300 km di distanza:

Sintesi OSINT@IndowatchosintUn’immagine satellitare di Sentinel-2 mostra la portaerei USS Abraham Lincoln (CVN-72) mentre svolge operazioni di routine nei pressi del Golfo di Oman, nelle acque dell’Oman. Data dell’immagine satellitare: 26 aprile 2026 (ieri) Coordinate: 22.12695, 61.059762:05 · 27 aprile 2026 · 146 visualizzazioni1 Condivisione · 3 Mi piace

Tramite MT_Anderson:

Le coordinate geografiche 22.12695, 61.05976 la collocano più o meno qui:

Perché questa gittata di circa 300 km è così importante? Perché chi ha letto la mia analisi delle capacità anti-nave dell’Iran qui ricorderanno che i missili balistici anti-nave dell’Iran raggiungono praticamente un limite massimo di 300 km di gittata, il che indica che questa è la distanza esatta a cui le portaerei statunitensi osano avventurarsi vicino alle coste iraniane per rimanere appena fuori dal raggio d’azione, pur continuando a fingere di agire con “durezza” e mostrare una sorta di falsa “determinazione”. Noterete che la misura esatta è in realtà 331 km, il che significa che si mantengono cautamente appena al di fuori del raggio d’azione iraniano — e in realtà, è anche di più, dato che i lanciatori iraniani si troverebbero a decine di miglia nell’entroterra, non proprio sulla linea di costa, quindi la gittata totale reale dei missili iraniani è probabilmente di 375-400 km.

Il CENTCOM si vanta che si tratti del più grande dispiegamento della potenza navale statunitense in Medio Oriente «da decenni»:

L’attuale assetto delle forze armate nella sua interezza:

Negli ultimi giorni è emerso però un fatto piuttosto interessante, quando è trapelata la notizia che gli attacchi iraniani durante la guerra avevano causato alle basi statunitensi danni ben più gravi di quanto fosse stato ammesso in precedenza.

https://www.nbcnews.com/world/iran/l’iran-ha-causato-ingenti-danni-alle-basi-militari-statunitensi-come-è-notorio-rcna331853

In particolare, la grande rivelazione che ha segnato questa pubblicazione è stata la sconcertante ammissione che un jet F-5 iraniano aveva violato le difese aeree statunitensi e aveva bombardato direttamente la base americana di Camp Buehring in Kuwait:

Si dice che questa sia la prima volta che una base statunitense venga colpita da un attacco aereo diretto dalla Guerra di Corea, il che dimostra in sostanza che praticamente ogni conflitto a cui gli Stati Uniti hanno partecipato da allora è stato una farsa contro avversari prestabiliti e corrotti affinché si arrendessero rapidamente.

Ricordiamo che, in alcuni articoli precedentiavevamo pubblicato l’immagine di una bomba russa Fab-500 tra le macerie di un’altra base statunitense in Kuwait, Camp Arifjan. Si tratta di una bomba a lancio diretto, il che significa che i velivoli iraniani hanno dovuto sorvolare praticamente a ridosso delle basi statunitensi indifese per attaccarle.

Ricordiamo inoltre il caccia kuwaitiano che abbatté tre F-15 americani. L’aspetto più significativo di quell’episodio fu che le forze statunitensi stavano respingendo attacchi «da parte di aerei iraniani»:

Mettendo insieme i pezzi, ora possiamo ricostruire gli eventi con maggiore precisione: sembra che gli aerei iraniani abbiano violato le difese statunitensi, bombardando direttamente le basi americane con bombe a caduta libera, provocando nel contempo un fuoco amico da parte dei difensori in preda al panico. Ciò significa che l’Iran è riuscito a fare agli Stati Uniti ciò che nemmeno l’Ucraina è riuscita a fare alla Russia, nonostante l’Ucraina disponga di una forza aerea più moderna fornita dalla NATO.

Ora è ricominciato l’ennesimo balletto dei “negoziati”, con voci secondo cui l’Iran avrebbe presentato una nuova proposta in tre punti. Secondo quanto riferito, l’offerta prevede una fase iniziale di accordo sui punti chiave — presumibilmente riguardanti il blocco e le sanzioni statunitensi —prima che l’Iran prenda in considerazione la questione dell’arricchimento nucleare come parte di una seconda fase dei colloqui. Se fosse vero, si tratterebbe essenzialmente di un ultimatum agli Stati Uniti: mostrateci prima rispetto e disponibilità al compromesso, e solo allora affronteremo il tema nucleare.

Diverse fonti hanno successivamente riferito che Trump non l’ha presa bene, dato che entrambe le parti ritengono di avere tutte le «carte» in mano:

https://www.wsj.com/copertura-in-diretta/guerra-iran-stretto-di-ormuz-2026/ card/trump-scettico-sulla-proposta-dell’iran-riguardo-allo-stretto-di-hormuz-yfZJdCRC30cbHKPOk0Yf

Il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha dichiarato ai suoi consiglieri di non essere soddisfatto dell’ultima proposta dell’Iran volta a riaprire lo Stretto di Ormuz e a porre fine alla guerra in Iran, che invita gli Stati Uniti a revocare l’attuale blocco e rinvia i colloqui sul nucleare a dopo la fine del conflitto, secondo quanto riferito al *New York Times* da diverse persone informate sulle discussioni tenutesi nella Situation Room della Casa Bianca.

Passando a ipotesi più speculative e non confermate, circolano voci secondo cui la ripresa della guerra sarebbe imminente:

A confermare quanto sopra è ovviamente il fatto che i gruppi da battaglia statunitensi sono ora finalmente in posizione e, secondo quanto riferito, sono stati riforniti e riforniti di munizioni in vista della prossima fase; in particolare, la USS Bush dovrebbe unirsi alla USS Lincoln, attualmente nell’area di responsabilità del Centcom, da un giorno all’altro, se non l’ha già fatto.

Intuendo l’imminente attacco, l’Iran ha minacciato di sferrare il più grande attacco della storia:

Bloomberg riferisce che le scorte petrolifere dell’Iran si sono “ridotte” a 22 giorni o meno.

Secondo la società di ricerche Kpler, l’Iran sta rapidamente esaurendo gli spazi per lo stoccaggio del greggio, il che rischia di accelerare i tagli alla produzione in quella che un tempo era la seconda fonte più importante dell’OPEC.

La Repubblica Islamica dispone di una capacità di stoccaggio inutilizzata sufficiente per altri 12-22 giorni, hanno scritto lunedì gli analisti di Kpler in un rapporto. Ciò fa temere che l’Iran possa essere costretto a ridurre la produzione giornaliera di petrolio di altri 1,5 milioni di barili entro metà maggio, hanno aggiunto.

Si è trasformata in una sfida all’ultimo sangue tra due parti alle prese con una situazione di grave crisi economica.

Un paio di cose per finire:

Rubio fa quelle che potrebbero essere le peggiori e più stupide equiparazioni logiche immaginabili. Innanzitutto, afferma che il fatto che l’Iran abbia preso in ostaggio lo Stretto di Hormuz è paragonabile a un’«arma nucleare», poi supera la sua stessa imbecillità concludendo che le azioni dell’Iran nello Stretto di Hormuz significano che, se l’Iran dovesse possedere armi nucleari, le userebbe contro il mondo:

Seguendo questa logica, dato che l’amministrazione statunitense con il QI cumulativo più basso della storia ha deciso di bloccare lo Stretto di Hormuz, e dato che gli Stati Uniti possiedono già armi nucleari e le hanno persino utilizzate contro civili pacifici in passato, dovremmo quindi trarne la naturale conclusione.

In realtà, ciò che Rubio e il resto della sua amministrazione infantile stanno facendo è aggrapparsi a qualsiasi cosa pur di inventare un argomento, per quanto inconsistente, che possa essere rifilato agli americani come una sorta di giustificazione per la servitù nei confronti di Israele a cui stiamo assistendo. È specioso e vuoto quanto Trump che sostiene che la guerra contro l’Iran fosse necessaria proprio ora—tra tutti i momenti possibili—perché “l’Iran minacciava l’America da 47 anni”.

È semplicemente imbarazzante.

Infine, un video piuttosto interessante, sebbene non verificato, sostiene di mostrare un uomo proveniente dalla zona delle pianure di Mahyar in Iran, proprio nei pressi di Isfahan, dove poche settimane fa si è verificato il famigerato incidente in cui un velivolo statunitense è stato distrutto a terra. La didascalia spiegava che l’uomo sostiene che le forze israelo-americane avrebbero costruito una piccola pista segreta in questa regione da utilizzare in operazioni clandestine pianificate contro il sito di stoccaggio nucleare di Isfahan:

Dal contesto si può dedurre che le strade asfaltate di recente in questa polverosa regione desertica non siano esattamente uno spettacolo naturale o autentico. Se ciò fosse vero, ciò avvalorerebbe ulteriormente la teoria, ormai quasi certa, secondo cui la cosiddetta «operazione di salvataggio dei piloti» fosse in realtà un tentativo di esfiltrazione dell’uranio fallito clamorosamente.

Molti hanno sottolineato il fatto che il pilota “eroe” che è stato “salvato” durante questa operazione eroica senza precedenti non sia mai stato nominato, onorato, premiato o celebrato in alcun modo, come – a quanto pare – sarebbe stato tipico di Trump. Alcuni hanno “smentito” questa affermazione sostenendo che un pilota impegnato in un’operazione in corso non verrebbe mai smascherato in questo modo, ma ricordiamo che Trump ha premiato pubblicamente gli “eroi” che hanno portato via Maduro. Il sottufficiale capo Eric Slover era il pilota del Chinook che è stato colpito da un proiettile durante l’“Operazione Absolute Resolve”, quando il 160° SOARS ha fatto uscire Maduro da Caracas. Questo pilota è stato insignito pubblicamente della Medaglia d’Onore da Trump sul palco, di persona.

Ci si chiede: perché il pilota dell’F-15 abbattuto, un “eroe” ancora più grande che ha percorso decine di chilometri a piedi ed è riuscito a sfuggire ai commando dell’IRGC per giorni, non è stato a sua volta identificato, lodato e premiato allo stesso modo?

È quasi come se non esistesse nemmeno.


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Il segretario alla Marina degli Stati Uniti si dimette (o viene licenziato) proprio mentre il terzo gruppo di portaerei arriva nel teatro operativo iraniano_di Simplicius

Il segretario alla Marina degli Stati Uniti si dimette (o viene licenziato) proprio mentre il terzo gruppo di portaerei arriva nel teatro operativo iraniano

Simplicius 24 aprile
 
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Ci troviamo nella fase di «tregua» del conflitto, in cui entrambe le parti assumono posizioni e manovrano per prendere le misure l’una dell’altra, sia sul piano politico che diplomatico. E questa tregua ha presentato molte peculiarità.

In primo luogo, il Segretario alla Marina degli Stati Uniti John Phelan si è dimesso o è stato licenziato, se dobbiamo credere alla macchina propagandistica di Hegseth. Il Segretario della Marina è a capo dell’intero Dipartimento della Marina, uno dei tre dipartimenti del Dipartimento della Difesa, o della Guerra, se siete seguaci di Hegseth. Ciò significa che si tratta di una carica di grande rilievo, e il fatto che il suo titolare si dimetta in un momento in cui gli Stati Uniti stanno assistendo al più grande potenziamento navale degli ultimi decenni è piuttosto significativo.

Circolano diverse voci sul motivo. È naturale ipotizzare che alla base di tutto ciò possano esserci alcune profonde divergenze all’interno del Pentagono riguardo alla gestione da parte degli Stati Uniti della crisi in corso nello Stretto di Hormuz.

A quanto pare, infatti, la Marina degli Stati Uniti sta iniziando a mostrare una certa preoccupazione, stando alle ultime dichiarazioni rilasciate questa settimana dal capo dell’IndoPacom, l’ammiraglio Samuel Paparo.

https://www.washingtontimes.com/news/2026/apr/21/pacific-commander-says-victory-iran-needed-deter-chinese-attack/

Tra le sue dichiarazioni:

L’ammiraglio Paparo ha dichiarato: «Non ho abbastanza navi da sbarco. Non abbiamo abbastanza cacciatorpediniere. Di certo non abbiamo abbastanza sottomarini d’attacco, e la nostra traiettoria va nella direzione sbagliata».

Il WSJ riferisce ora che la guerra con l’Iran ha spento ogni speranza che gli Stati Uniti possano in qualche modo aiutare Taiwan in caso di un ipotetico intervento cinese:

https://www.wsj.com/politics/sicurezza-nazionale/la-guerra-in-iran-complica-i-piani-di-emergenza-per-la-difesa-di-taiwan-secondo-alcuni-funzionari-statunitensi-4384f7c1

Gli Stati Uniti hanno consumato così tante munizioni in Iran che alcuni funzionari dell’amministrazione ritengono sempre più che l’America non sarebbe in grado di attuare pienamente i piani di emergenza per difendere Taiwan da un’invasione cinese, qualora questa dovesse verificarsi nel breve termine, hanno affermato funzionari statunitensi.

Si dice che gli Stati Uniti potrebbero impiegare fino a sei anni per rifornirsi delle munizioni esaurite, sempre che non ne sperperino un’altra parte consistente, cosa che potrebbe benissimo accadere se Trump riprendesse le azioni militari, come molti ora prevedono.

Allo stesso tempo, le stime relative alle capacità militari residue dell’Iran continuano a salire gradualmente, come previsto. Trump aveva affermato che l’aviazione iraniana fosse stata «completamente distrutta», ma la CBS riferisce ora che «si ritiene che due terzi dell’aviazione iraniana siano ancora operativi»:

https://www.cbsnews.com/news/iran-più-capace-di-trump-amministratore-che-lo-riconosce-pubblicamente/

Il numero reale è molto più alto, poiché gli Stati Uniti non hanno perso altro che vecchi velivoli in rovina che venivano utilizzati come fonte di pezzi di ricambio, mentre gli aerei veri e propri sono stati trasferiti in depositi sotterranei e in altre strutture blindate nella parte orientale del Paese, oppure hanno semplicemente adottato la tattica ucraina di decollare durante gli attacchi con missili da crociera contro le basi aeree per poi atterrare nuovamente in seguito.

Dall’articolo sopra riportato:

Secondo diversi funzionari statunitensi a conoscenza delle informazioni dei servizi segreti in merito, la Repubblica Islamica dell’Iran dispone di capacità militari superiori a quelle ammesse pubblicamente dalla Casa Bianca o dal Pentagono.

Circa la metà delle scorte iraniane di missili balistici e dei relativi sistemi di lancio era ancora intatta all’inizio del cessate il fuoco all’inizio di aprile, hanno riferito tre funzionari alla CBS News.

Secondo quanto riferito dai funzionari, circa il 60% della componente navale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche è ancora operativa, comprese le motovedette da assalto. Mercoledì scorso, alcune motovedette iraniane hanno attaccato diverse navi mercantili nello Stretto di Ormuz, poco dopo che il presidente Trump aveva annunciato di voler prorogare unilateralmente la tregua per concedere più tempo ai negoziati di pace.

Stimano che il 60% della marina iraniana sia ancora operativa, come è stato ampiamente dimostrato in precedenza quando Sentinel ha diffuso le immagini di un’imponente flotta di motoscafi iraniani che attraversava lo Stretto di Hormuz:

L’immagine satellitare di Sentinel-2 di oggi mostra quella che sembra una flottiglia di motovedette veloci dell’IRGCN che navigano a nord dello Stretto di Hormuz, vicino alla costa di Kargan.
Si possono vedere almeno 33 imbarcazioni in quella che sembra una dimostrazione di forza volta a far rispettare la chiusura dello stretto da parte dell’Iran.
Geolocalizzazione: 26.899,56.824

Il torace di Donigula si gonfiò con il solito cinguettio di bugie:

Alcuni ritengono che, anziché limitarsi a «far rispettare il blocco», le navi stessero lanciando minecome Axios sostiene di aver «confermato». In ogni caso, si è trattato di un’impressionante dimostrazione di forza da parte di una marina che si diceva fosse stata completamente «annientata» da Yarn Spinnin’ Don e dai suoi scagnozzi.

Un interessante thread sulle capacità dell’Iran in materia di minamento navale.

A ciò hanno fatto seguito alcune notizie diffuse dall’agenzia di stampa iraniana Fars secondo cui una petroliera iraniana sarebbe stata scortata con successo dalla marina militare del Paese oltre il blocco statunitense:

Arya Yadeghaar (riserva)@AryJeayBackupCONFERMATO: Un’ora fa, una nave portarinfuse iraniana che trasportava un carico di riso, nonostante il tentativo della Marina degli Stati Uniti di sequestrarla, è stata scortata dalla Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC-Navy) e, dopo aver attraversato in sicurezza il Mar di Oman, è arrivata sana e salva in Iran — FarsArya Yadeghaar (Riserva) @AryJeayBackupSecondo quanto riferito, la Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche avrebbe iniziato a scortare alcune imbarcazioni affiliate all’Iran nel Mar di Oman, nel contesto del blocco navale statunitense.20:10 · 23 aprile 2026 · 212.000 visualizzazioni87 risposte · 1,17 mila condivisioni · 4,36 mila Mi piace

«Nonostante i ripetuti avvertimenti e le minacce da parte della task force navale dell’esercito statunitense … la petroliera iraniana Sili City, con il supporto operativo della Marina militare … è entrata ieri sera nelle acque territoriali iraniane dopo aver attraversato il Mar Arabico», aggiunge il comunicato.

Al momento della stesura di questo articolo, sembra che il gruppo da battaglia della USS Bush sia giunto nella regione:

Intel Observer (Egitto)@EGYOSINTLa portaerei USS George H.W. Bush (CVN-77) è giunta nell’area di responsabilità (AOR) del CENTCOM statunitense. Con questa, il numero totale di portaerei statunitensi dispiegate nella regione sale a tre: • USS Abraham Lincoln nel Mar Arabico • USS Gerald R. Ford nel Mar Rosso • USS George H.W. Bush inComando Centrale degli Stati Uniti @CENTCOMLa portaerei classe Nimitz USS George H.W. Bush (CVN 77) naviga nell’Oceano Indiano nell’area di competenza del Comando Centrale degli Stati Uniti, il 23 aprile.18:52 · 23 aprile 2026 · 22,2 mila visualizzazioni12 risposte · 74 condivisioni · 217 Mi piace

Ricordiamo che si tratta della portaerei che è stata costretta a vagare senza meta lungo la costa meridionale dell’Africa perché troppo terrorizzata all’idea di essere trasformata in una batisfera dagli Houthi di Bab al-Mandab. Osservatori intrepidi, tuttavia, ritengono che il CENTCOM stia mentendo, dato che su alcuni programmi di tracciamento sono stati avvistati velivoli provenienti dalla USS Bush che sorvolavano il gruppo della portaerei proprio da queste parti:

In ogni caso, ciò significherebbe che la Bush si sta avvicinando al teatro delle operazioni ed è a pochi giorni dal ricongiungersi con la USS Lincoln, la quale, insieme alla USS Tripoli a bordo della quale si trovano i marines, sta razzolando tra le briciole dell’Iran da qualche parte ai confini più remoti del Mar Arabico e del Golfo di Oman.

Molti ritengono che, una volta arrivata la USS Bush, Trump sarà pronto a scatenare un’altra serie di attacchi inutili. È ovvio che Trump sia ancora alla disperata ricerca di una via d’uscita e l’unico modo in cui lancerebbe un altro attacco su larga scala è quello di tirarsi fuori dalla situazione con una messinscena di “vittoria” a buon mercato: “ Visto, ora abbiamo DISTRUTTO tutte le loro centrali elettriche e abbiamo vinto la guerra in modo decisivo, ora torniamo a casa!”

Certo, continuano a circolare stime secondo cui all’Iran resterebbero meno di due settimane prima che la capacità di stoccaggio sull’isola di Kharg si esaurisca, e nessuno sa con certezza cosa farà l’Iran o cosa succederà in seguito.

Miad Maleki@miadmalekiSecondo una mia precedente analisi, mancavano circa 13 giorni prima che gli impianti di stoccaggio a terra dell’isola di Kharg raggiungessero la piena capacità. @TankerTrackers conferma che l’Iran ha richiamato dalla pensione la NASHA (9079107), una VLCC di 30 anni, per gestire l’eccedenza. La stima di circa 13 giorni si basava su una capacità di riserva di circa 13 milioni di barili a Kharg divisa per circa 1,0–1,1 milioniTankerTrackers.com, Inc. @TankerTrackersPer far fronte all’eventualità di esaurire lo spazio di stoccaggio petrolifero sull’isola di Kharg, l’Iran ha richiamato in servizio la NASHA (9079107). Si tratta di una VLCC di 30 anni che negli ultimi anni è rimasta ancorata a vuoto; attualmente impiega 4 giorni per un viaggio che dovrebbe durare 1,5–2 giorni. #OOTT01:37 · 24 aprile 2026 · 35,2 mila visualizzazioni17 risposte · 87 condivisioni · 258 Mi piace

Una delle misure adottate finora dall’Iran è stata quella di rimettere in servizio alcune VLCC (Very Large Crude Carriers) che erano state dismesse per immagazzinare la capacità in eccesso nelle acque circostanti, ma anche questa soluzione raggiungerà un limite a un certo punto. Il problema è che, come abbiamo discusso l’ultima volta, il tempo stringe per l’economia globale in generale e per le catene di approvvigionamento in particolare, almeno secondo gli esperti:

https://www.economist.com/finanza-ed-economia/2026/04/21/i-mercati-energetici-globali-sono-sull’orlo-di-un-disastro

Secondo l’Economist, le ultime petroliere partite prima della guerra hanno finalmente raggiunto le loro destinazioni e scaricato il petrolio proprio questa settimana, il che significa che le difficoltà dovute alla carenza sono solo appena all’inizio:

Questo quadro rassicurante è profondamente fuorviante. Entro il 20 aprile, le ultime petroliere ad aver attraversato lo Stretto di Hormuz prima dell’inizio della guerra hanno raggiunto le loro destinazioni, in Malesia e in California. Non è rimasto alcun margine di sicurezza per proteggere il mondo dallo shock dell’offerta, in un periodo dell’anno in cui la domanda da parte degli automobilisti in partenza per le vacanze inizia a crescere.

The Economist ha analizzato gli indicatori anticipatori giungendo alla conclusione che la situazione è già grave e che, se lo Stretto non verrà riaperto a breve, potrebbe diventare catastrofica.

I mercati dei futures hanno una visione diversa della situazione. Tuttavia, anche se lo Stretto di Hormuz venisse riaperto oggi, ci vorrebbero mesi prima che la produzione di greggio nel Golfo, il trasporto marittimo e la produzione delle raffinerie possano tornare a pieno regime. Saad Rahim di Trafigura, un trader, ritiene che una perdita cumulativa di 1,5 miliardi di barili del Golfo, ovvero il 5% della produzione globale annuale, sia quasi inevitabile. Se lo stretto non riaprisse, tale cifra potrebbe facilmente raddoppiare. L’ultima volta che la domanda di petrolio è scesa del 10% in breve tempo è stato durante i lockdown del 2020 dovuti al Covid-19, uno shock che ha anche provocato un calo del PIL mondiale di oltre il 3%. Il tempo per evitare un crollo simile sta per scadere.

I danni alla catena di approvvigionamento non si limitano solo al petrolio. Secondo quanto riferisce Reuters, l’alluminio sta subendo il più grave shock di offerta degli ultimi decenni:

Scott Lincicome@scottlincicome«La portata dello shock di offerta che stiamo osservando nel mercato dell’alluminio è probabilmente il più grave shock di offerta che un mercato dei metalli di base abbia subito dal 2000 in poi» reuters.com/world/china/al…11:45 · 22 aprile 2026 · 164.000 visualizzazioni16 risposte · 412 condivisioni · 943 Mi piace

Ricordiamo che, secondo quanto riferito, i rappresentanti del Pentagono avrebbero stimato in sei mesi il tempo necessario per bonificare lo stretto dalle mine:

Secondo quanto riportato dal *Washington Post* (WP), che cita fonti interne, i rappresentanti del Pentagono hanno affermato, nel corso di una riunione riservata al Congresso degli Stati Uniti, che potrebbero essere necessari fino a sei mesi per bonificare completamente lo Stretto di Hormuz dalle mine posate dall’Iran.

Ciò significa che, anche se lo Stretto venisse riaperto oggi, le petroliere potrebbero teoricamente rimanere ferme per mesi a causa del fatto che il pericolo per la navigazione potrebbe essere ritenuto troppo elevato.

In precedenza, persino un compiaciuto Scott Bessent era stato costretto ad ammettere che l’amministrazione era stata costretta a sbloccare le sanzioni sul petrolio russo e iraniano, altrimenti il prezzo al barile avrebbe raggiunto i 150 dollari:

Nel frattempo, a Trump è stato chiesto cosa succederebbe se il prezzo del petrolio salisse a 200 dollari al barile. La sua risposta è stata che è meglio avere il petrolio a 200 dollari piuttosto che Israele diventi bersaglio di armi nucleari:

Noterete che ammette anche che l’Iran non è nemmeno in grado di raggiungere gli Stati Uniti con i propri missili: allora, di cosa si tratta, in fin dei conti, tutta questa guerra? La Corea del Nord può certamente raggiungere gli Stati Uniti, possiede già armi nucleari, eminaccia regolarmente di usarle contro gli Stati Uniti e i loro alleati, ma su questo il vecchio rimbambito al soldo di Israele non dice una parola.

Un altro «punto forte»:

Siamo passati dalle promesse di non rimanere invischiati in un’altra guerra senza fine e dall’idea che l’Iran sarebbe stata una «faccenda da sbrigare in fretta», ad accontentarci di paragoni favorevoli con il Vietnam e la Seconda guerra mondiale: come cambiano i tempi.

A questo proposito, Axios riferisce che Trump sta perdendo la calma:

«Se l’è fatta una ragione. Vuole chiudere la questione. Non gli piace che l’Iran eserciti il proprio controllo sullo Stretto come leva sul Medio Oriente. Non gli piace che ci tengano questo come ricatto. Non vuole più combattere. Ma lo farà se sentirà di doverlo fare», ha dichiarato un funzionario dell’amministrazione ad Axios.

Considerato il dilemma, e visto questo retweet dello stesso Trump, potrebbe decidere di continuare a bombardare finché «non si presenterà qualcuno con cui parlare» — per quanto improbabile possa sembrare questa prospettiva.

Ma ricordate: un petrolio a 200 dollari al barile e un’economia in rovina sono un prezzo davvero irrisorio da pagare per la sicurezza di Israele.


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