le buone intenzioni, di Pierluigi Fagan

DALLA POLEMICA ALLA POLITICA.
La politica è anche polemos, indubbiamente, ma prima occorrerebbe passare dai contenuti. Io promuovo dei contenuti, tu altri, si discute e si combatte (polemos). Mi sembra invece che, troppo spesso, si saltino i contenuti e si vada direttamente alla polemica.
Ora, ci troviamo in questa situazione: col voto di ieri abbiamo una certezza, per 30 mesi (due anni e mezzo), abbiamo un governo inamovibile. Il risultato del referendum impone tutta una serie di adempimenti (dal ridisegnare i collegi ad una nuova legge elettorale) senza i quali non si può votare. Inoltre, come molti notano, andandosi a restringere i seggi, gli attuali parlamentari tutto faranno tranne che correre ansiosi verso il vaglio elettorale. Viepiù, non sembra voglia andare ad elezioni il popolo italiano visto che ha per lo più confermato giunte uscenti, tranne in un caso, con percentuali bielorusse, seguendo per due terzi, anche l’indicazione di voto per il SI data, con maggior o minor convinzione, da tutti i partiti. La gente (in tutti gli strati in cui si compone la popolazione), da una parte è alle prese con i problemi psichici e pratici dell’epidemia, dall’altra con quelli socio-economici financo più gravi. I vertici dell’Unione europea, faranno di tutto per non destabilizzare l’Italia favorendo spinte ad essi contrarie.
Nell’opposizione, Forza Italia non ha ancora capito se avrà un futuro post-berlusconiano, forse si aspetta l’ora fatale. Fratelli d’Italia sembra voler seguire una crescita cauta poiché -storia insegna che- partiti che passano dal 6% al 16% in pochi anni, altrettanto poco impiegano a sgonfiarsi se non costruiscono con attenzione la propria classe dirigente e relativo e concreto progetto politico. La Lega è in un dilemma tra il ritorno alla dimensione nordico autonomista e quella nazional-populista-antieuropeista. Quest’ultima, è un po’ contro lo spirito dei tempi poiché i tempi sono difficili, le gente ha preoccupazioni e timori concreti, l’agitazione polemica e chiacchierona alza semmai l’ansia, non favorisce certo soluzioni ponderate e concrete.
Ad inizio 2022 ci sarà l’elezione del Presidente della Repubblica.
Quanto al fronte di governo, Italia Viva dovrà meditare sulla consistenza del suo progetto politico (ammesso ne abbia uno oltre a quello egoico del suo leader) ed i suoi parlamentari, più di altri, sanno che rischiano in toto di perdere il seggio consigliando moderazione. Il M5S ha perso almeno la metà della sua consistenza dalle ultime elezioni, cambiando anche posizionamento politico, dovrà quindi rivedere progetto politico e declinazione concreta, nonché forme della sua organizzazione interna. Il PD procede lento ma costante nel recupero di peso politico, eleggerà probabilmente un Presidente più o meno d’area, ha due anni a mezzo per chiarirsi idee, programmi e persone, ma sembra avviato al recupero della posizione di primo partito nazionale.
Financo in Confindustria si segnalano malumori per la recente gestione molto ideologica e poco pragmatica.
Sul piano pratico, ci sono da destinare e gestire circa 80 mld di sussidi e 120 mld di prestiti europei (più o meno). Macron ha già presentato il suo piano basato su tre pilastri: transizione green (edifici, trasporti, agricoltura, de-carbonizzazione) – competitività ed innovazione delle imprese – occupazione giovanile, enti locali, servizio sanitario. Sul “servizio sanitario”, in Italia, grava anche l’ipoteca del MES. A riguardo, segnalo che il segretario della CGIL ha aperto all’utilizzo del MES, forse il centro studi e l’ufficio legale della CGIL che mi risultano ben seri e preparati, ignorano la trappola neo-liberista-troikista che molti sostengono esser collegata all’utilizzo del fondo?
Insomma, ci sono tempi e condizioni obbligate (ovvero prive di alternativa) nonché fattive urgenze, per tornare a parlare di politica, di strategie-Paese, di idee e progetti. Abbiamo un servizio sanitario sottodimensionato alla esigenze standard di un paese sempre più anziano, viepiù alle prese con la fastidiosa epidemia che ricovera tra il 15% ed il 20% dei contagiati con sintomi e che fino ad oggi sono stati molto, ma molto meno del ritenuto da alcuni. Ciononstante, ad aprile, abbiamo sfiorato e in alcuni casi subito, il collasso sanitario in alcuni ospedali del pur ricco e ben organizzato “nord”. Abbiamo indici di disoccupazione giovanile insopportabili. Abbiamo il più bel Paese del mondo per natura e cultura (almeno quella ereditata) da curare. Siamo in una difficile congiuntura economica generale e particolare. Abbiamo da recuperare standard sulle nuove tecnologie. Da sanare indici di diseguaglianza molto peggiori di altri paesi europei. C’è un articolato problema fiscale. Abbiamo pezzi di Paese corrotti da forme di delinquenza organizzata che per il nostro benessere generale sono peggio di un virus. C’è da ripensare il lavoro e la produzione. C’è da fare un nuovo contratto sociale. C’è da rilanciare cultura media perché gli ultimi mesi ci hanno reso evidente lo stato pietoso delle mentalità diffusa. Per non parlare dei capitoli scuola, informazione, cultura adatta ai tempi sia a livello istituzionale, sia a livello popolare E molto, molto altro.
La politica chiama, direi di fare una moratoria sulla polemica fino a quando non si svilupperà un dibattito sul concreto da farsi. E’ ora di tornare seri, se si è in grado.

REFERENDUM E RAPPRESENTANZA, di Teodoro Klitsche de la Grange

REFERENDUM E RAPPRESENTANZA

Il dibattito sul referendum d’approvazione del taglio del numero dei parlamentari mi ha indotto a pubblicare nuovamente un mio lungo articolo sulla rappresentanza politica, apparso nel 1984 su “IlConsiglio di Stato”.

In effetti il dibattito attuale, complici anche alcune (meno recenti) affermazioni degli esponenti dei “5 Stelle” sulla sostituzione della democrazia rappresentativa con quella diretta (grazie alla rete) ha riportato l’attenzione e la polemica sulla funzione e il carattere della rappresentanza politica, come sul vario significato attribuito al termine – a seconda non solo delle convinzioni oggettive, ma dell’angolo visuale e dal campo da cui (e in cui) lo si esamina.

È stato ripetutamente affermato ad esempio che la riduzione del numero dei parlamentari ridimensiona la rappresentanza (meglio sarebbe dire che rende più difficile la rappresentatività).

Ma, dato che rappresentante politico può essere anche un organo monocratico (il Re o il Presidente della Repubblica), e che il carattere rappresentativo dei Capi di Stato è riconosciuto dalla dottrina e – esplicitamente – dalle costituzioni degli Stati, in particolare borghesi (v. articolo) non si capisce come ridurre il numero dei parlamentari possa ridimensionare la rappresentanza politica. La quale nella sua (prima) formulazione moderna – che è di Thomas Hobbes – si riferisce (anche se non esclusivamente) proprio al monarca, cioè a un organo monocratico.

È vero che meno sono i rappresentanti nelle assemblee, più difficile garantire non la rappresentanza ma la rappresentatività cioè in qualche modo, la “carta geografica” di Mirabeau. Ma è arduo affermare che una riduzione di un terzo possa compromettere la rappresentatività: in fondo ci sono grandi Stati – gli USA in primo luogo, che hanno meno di seicento parlamentari per trecento milioni di abitanti, e non sembra che la capacità decisionale e l’influenza del Congresso ne risenta.

Altro argomento è che, riducendone il numero, lavorerebbero meglio (o peggio a seconda dei punti di vista). Pare anche in tal caso difficile sostenere che un taglio così limitato possa compromettere la “capacità di lavorare”. Forse se la qualità dei rappresentanti migliorasse, quella ne risentirebbe in positivo. Resta comunque plausibile l’argomento contrario – alle origini poi della rappresentanza politica moderna che proprio la limitazione del numero era un vantaggio per deliberare. Onde un grande Stato non si poteva governare se non mediante organi rappresentativi. E così via, non considerando che la rappresentanza è un principio di forma politica, la cui funzione è di dar capacità d’esistenza e azione alla comunità e all’istituzione in cui s’organizza.

Rispetto alla quale tutto il dibattere sulla riduzione appare come un’ “arma di distrazione di massa”: si dibatte su un problema piccolo piccolo e si evita di risolvere – e perfino di porre quelli grandi e decisivi. Per cui non vale la pena di rinunciare ad una scampagnata, e non solo per paura del Covid.

Teodoro Klitsche de la Grange

Note sulla rappresentanza politica

MEGLIO GLI EUROCATTIVI, di Teodoro Klitsche de la Grange

MEGLIO GLI EUROCATTIVI

È confermativa dell’andazzo (e delle “costanti”) del governo giallorosso e della sua componente piddina ciò che la stampa ha riportato come affermato da Gentiloni (e confermato da Conte), che la U.E. non gradisce che gli aiuti europei del c.d. “recovery fund” vadano in riduzioni fiscali. Lo è per due motivi principali: il primo è che Gentiloni è esponente di un partito il quale, da sempre, ha come programma elettorale credere, obbedire (ma soprattutto) pagare e ciò (anche e soprattutto) allo scopo di accrescere il potere di chi poi dovrà spendere quei quattrini.

La seconda, a sentire questi statolatri (non solo piddini, dato che – tra i tanti – lo disse, rapito, Padoa Schioppa “pagare le tasse è bellissimo”) perché gli aiuti dell’U.E. saranno usati per le cause più condivise e commoventi: per far del bene, perché il modello di società fiscobulimica è il migliore dei mondi possibili, i tecnici (o simili) sanno più del popolo, per realizzare la “giustizia sociale” (quale?) e via affabulando.

Senza chiarire perché – negli ultimi venticinque anni – alla stagnazione dell’economia italiana sia corrisposto un aumento della pressione fiscale. Per cui la percezione del volgo ignorante è che stagnazione e tassazione sono due gemelli siamesi: non possono vivere lontani.

La spiegazione che sempre più, anche il popolo, tende a darne è che da decenni gli statolatri non abbiano in testa un modello produttivo, bensì un modello distributivo. e che questo sia in funzione degli interessi di chi governa. Il quale ha il vantaggio di distribuire le carte (bonus, esenzioni, agevolazioni, ecc.) in funzione del proprio interesse di governante: durare. O andreottianamente tirare a campare.

Ma c’è un terzo motivo, meno evidente, delle parole di Gentiloni: che tutte le élite decadenti – e quella cui appartiene Gentiloni lo è da decenni – tendono a celarsi dietro un entità “terza” o anche “neutra”. In particolare, in questo frangente, la U.E. Quante volte abbiamo ascoltato il grave e solenne richiamo “ce lo chiede l’Europa?”. E invece, più che l’Europa, ce lo impongono le élite burocratico-governative nostrane. Un caso eclatante, tra i tanti, fu il chiarimento di Bolkestein, il quale, giustamente, alcuni anni fa fece notare (ma fu subito dimenticato) come la normativa che aveva generato in Italia tante agitazioni non c’era nella direttiva europea la quale dallo stesso prendeva il nome, ma era stata introdotta nella “attuazione” nazionale da qualche misteriosa “manina” ministeriale.

E questa volta un aiuto ce lo può dare (perfino) sua cattiveria la signora Merkel. All’inizio di luglio Frau Merkel disse che tra le misure per la ripresa tedesca dopo il Covid, avrebbe ridotto temporaneamente di tre punti l’IVA tedesca, la quale è già di tre punti inferiore a quella italiana. Così che per circa un anno i tedeschi pagheranno sei punti di imposta in meno degli italiani: uno stimolo enorme all’aumento della domanda interna, crollata – con la produzione – a seguito del lock down. A fronte del quale green economy, monopattini e bici elettriche fanno sorridere.

E che somiglia, anche se più “avanzata” alla proposta di tregua fiscale fatta, al momento, più di rinvii di scadenze che di riduzioni d’imposte, caldeggiata dai capi dell’opposizione di centrodestra, i cattivissimi Salvini, Meloni e Berlusconi. I quali così sono dei merkeliani nei fatti, almeno quanto gli statolatri nostrani dicono di esserlo a parole.

Gli è che, a guardare i comportamenti, i cattivissimi governanti europei da Juncker alla Merkel (ed altri) hanno badato sempre agli interessi dei loro paesi (e cittadini): sono stati i mediocri governanti nostrani, soprattutto quelli della seconda repubblica, a non sapere e voler fare i nostri, perché troppo indaffarati a curare i propri.

Teodoro Klitsche de la Grange

Predatori, sciacalli e saltimbanchi. Tre ritratti di famiglia, di Giuseppe Germinario

L’incalzante accelerazione delle dinamiche politiche sta scompaginando gli equilibri esterni tra le formazioni statuali e la coesione e il dinamismo stessi delle formazioni sociali; a prescindere dal loro esito metterà sempre più a nudo profilo e peculiarità delle classi dirigenti e delle élites. Viste le diverse loro dinamiche quelli positivi si potranno apprezzare ed individuare soprattutto nel tempo. I negativi, specie i più spregevoli, non richiedono l’attesa paziente; emergono in tempo reale, spontaneamente. Bolle d’aria tanto leggere ed effimere nell’aspetto, tanto leste a spargere la flatulenza a contatto con l’atmosfera. Nel presente immediato e fuggevole del nostro paese tornano in auge le figure delle iene ovvero, nello scalino inferiore della gerarchia, dello sciacallo e quella del funambolo. Tra i primi si vedono al momento primeggiare addirittura due famiglie storiche del paesaggio politico-economico della nazione, anche se il gruppo sarà sciaguratamente destinato ad infoltirsi appena emergerà la spessa coltre di polvere nascosta sotto i tappeti dei vari comitati di esperti e d’emergenza da covid. Dei primi si fatica, purtroppo, ad individuare la pressoché unica loro funzione positiva nel ciclo vitale: la detersione dell’ambiente dalle carogne e dai resti putrefatti. Del secondo si resta abbagliati dalla capacità di sopravvivenza alle giravolte le più disinvolte ed improbabili; circonvoluzioni la cui abilità risulta tanto difficile da valutare vista la nostra scarsa conoscenza dei suoi effettivi strumenti di lavoro e del suo ambiente operativo, non si sa se dotato quest’ultimo di forza di gravità naturalmente significativa o di vuoto cosmico, quanto indispensabile da soppesare per qualificare il nostro un funambolo o un saltimbanco.

Si sta parlando, pare ovvio, delle famiglie Agnelli e Benetton da una parte e di Giuseppi Conte dall’altra.

Ora una breve disamina delle due tipologie:

PREDATORI PARASSITI

la similarità della funzione attualmente svolta dalle due famiglie imprenditoriali non deve indurre ad una eccessiva omologazione di giudizio.

Intanto rimane la diversità di lignaggio. Degli Agnelli il retaggio delle generazioni non si perde certo nei millenni, ma ha raggiunto comunque una consistenza secolare sufficiente a far appannare il ricordo e le tracce del peccato originale dal quale spesso e volentieri nascono le fortune degli aristocratici. Quello dei Benetton risale appena agli anni ‘60.

I primi, ormai alla quarta generazione, grazie a sapienti combinazioni matrimoniali, riescono ad intravedere l’olimpo della finanza internazionale e ad occupare qualche posticino d’ascolto nei salotti buoni europei e newyorchesi; i secondi hanno gestito le proprie senza allargare significativamente gli orizzonti e i connubi se non per gustare il piacere un po’ grezzo del possidente nei grandi spazi della Pampa in particolare.

I primi hanno coltivato le proprie virtù imprenditoriali nella meccanica, un settore maturo ma di tutto rispetto, pur con qualche addentellato, per lo più con licenza per conto terzi, in alcuni settori strategici; cosa che ha loro consentito, grazie alla fedeltà atlantica in tempi non sospetti, qualche impertinenza come la produzione dei G91 con motori inglesi, non ostante la contrarietà americana e qualche balzo oltre la cortina di ferro.

I secondi hanno fondato la propria fortuna sul tessile, un settore non proprio di punta nel XX secolo.

I primi, grazie anche alle discrete benemerenze acquisite durante l’ultima guerra, hanno saputo mettere bene a frutto le connessioni d’oltreoceano e coltivare l’arte delle connivenze e delle influenze nei più diversi apparati dello Stato, compresi quelli militari e dell’ordine pubblico; i secondi hanno coltivato la stessa ambizione, ma a quanto pare non sono riusciti ad andare molto oltre le collusioni con i settori amministrativi e di controllo strettamente inerenti le loro attività.

Gli Agnelli_Elkann hanno mantenuto con pervicacia il loro core-businness manifatturiero e ormai prevalentemente finanziario, a partire dalla scellerata gestione Romiti, relativamente autonomo dalle concessioni pubbliche. Si sono altresì rivelati diabolicamente abili nel calibrare quantità e qualità delle ricorrenti richieste di interventi pubblici: con gli attori politici di prima grandezza, nella fattispecie lo stato federale statunitente, hanno venduto la propria sopravvivenza con un ingente prestito pubblico restituito perfettamente nei tempi previsti in cambio della fusione con la Chrysler, un azienda ancora più agonizzante della FIAT, al prezzo della generosa cessione della propria tecnologia motoristica e di automazione industriale a quell’epoca ancora valide e del pagamento di lauti interessi sulle relative obbligazioni, talmente alti da compromettere le future possibilità di investimento in ricerca del gruppo. Il prezzo, evidentemente, per poter essere accolti anche formalmente al di là dell’Atlantico. Con gli attori politici di terza fila, in particolare lo Stato della natìa Italia, hanno saputo sfruttare la cieca prodigalità dei contribuenti e la benevolenza delle politiche infrastrutturali e normative, si badi bene, non per sviluppare l’Azienda e mantenerne il cuore e il cervello in Italia, ma per dilazionare tra gli osanna i tempi del drammatico ridimensionamento produttivo. Un miracolo di prestidigitazione assecondato dalla arrendevole suggestionabilità degli astanti. Una cecità cronica ed inguaribile di questi ultimi che ha impedito di cogliere i numerosi segnali legati al trasferimento dei centri decisionali e delle tecnologie, alla cessione, in esatta concomitanza delle mirabilie sul futuro dell’auto a trazione elettrica, della Magneti Marelli e probabilmente di COMAU sino al capolavoro odierno della concessione della garanzia pubblica sui prestiti appena una settimana prima della cancellazione di tutti gli ordini di componentistica dalle aziende italiane. Il segnale che l’accordo con il gruppo PSA non è altro che la cessione di un fardello in cambio del salvataggio della componentistica francese ai danni di quella italiana, attualmente più sviluppata ma meno tutelata politicamente. Almeno nel settore auto la famiglia pare destinata, a meno di sussulti, ad assumere il ruolo di controfigura buona ad introitare i finanziamenti a scatola chiusa degli stati più “distratti”. È la loro particolare visione e funzione della difesa degli interessi nazionali.

I Benetton non dispongono di una visuale così ampia e articolata. Nel giro di pochi mesi si sono visti offrire, senza competitori reali, la gestione della rete autostradale approfittando del disastro gestionale dell’ANAS, delle condizioni capestro a carico del cedente del contratto di concessione e dello smantellamento e della colpevole inefficienza dell’apparato di controllo per succhiare rendite da capogiro da ripartire tra alleati potenti a spese della corretta gestione e della sicurezza della rete. Il tessile e abbigliamento, a queste condizioni passano in secondo piano e con essi gran parte della rete di produttori e lavoratori nazionali sui quali avevano costruito credito, rispetto e prestigio in terra veneta.

Anche nel campo politico-culturale le due lasciano una impronta diversa, anche se ormai sempre più sbiadita. I primi hanno saputo promuovere ed alimentare alla bisogna gli orientamenti più diversi ed antitetici, spaziando da destra a sinistra. Hanno saputo accattivarsi e pugnalare i sindacati; hanno alimentato e fruito delle ideologie e delle correnti culturali più libertarie, come di quelle conservatrici e di quelle più retrive. Ne hanno curato in maniera certosina anche i risvolti editoriali. I Benetton no, sono rimasti molto più legati ad un particolare canovaccio fatto di un cosmopolitismo multicolore di una varietà pari a quella delle tonalità dei loro tessuti, ma tanto inconsistente culturalmente, quanto protervo nei fatti e nelle persone portatrici del loro messaggio; esaurito il quale non possono che mostrare nuda e cruda la loro protervia ed insensibilità. Lo si è visto anche nella mancata minimale di accortezza, quando hanno dovuto affidarsi a nuovi consulenti specializzati per riuscire a porre decentemente, anche se con colpevole ritardo, le opportune ed appropriate condoglianze alle vittime del crollo del ponte di Genova. Hanno dimenticato l’umanità dell’antica civiltà contadina, ma ne hanno conservato la rozzezza e la grettezza.

Le “sardine” potrebbero essere considerate il loro prodotto culturale conclusivo, sempre che riescano a durare più di un loro manifesto pubblicitario.

In un aspetto cruciale i primi si sono rivelati meno adeguati e più disarmati dei secondi: nella regolazione riservata delle proprie controversie familiari e in almeno un caso delle proprie tragedie personali. Segno dell’allentamento inesorabile del legame patriarcale.

Due famiglie che hanno avuto una iniziale funzione propulsiva, pur se accuratamente incanalata, ma che hanno inibito e poi apertamente contrastato il salto necessario al paese a partire dagli anni ‘70. La crescita delle dimensioni aziendali assimila sempre più l’attività imprenditoriale ad un gioco di strategia politica. La loro mutazione è stato lo specchio dell’involuzione del nostro paese.

Non sono gli unici responsabili di questa situazione e, probabilmente, nemmeno ormai i più determinanti. Fanno parte però a pieno e diverso titolo di quella classe dirigente e di quei centri di potere.

IL FUNAMBOLO

Occorre a questo punto qualche chiarimento su questa insolita associazione tra predatori_parassiti e giocolieri. L’evoluzione subita dalle due famiglie imprenditoriali rappresenta il classico esempio di come l’impoverimento progressivo e traumatico di una classe dirigente e di un ceto politico sufficientemente ambizioso, capace e sagace riesca a trasformare la natura e l’indole degli attori geoeconomici e politici. Le condizioni oggettive sono state certamente sfavorevoli, a cominciare dalla disastrosa gestione delle partecipazioni statali e dal contesto geopolitico sconvolto dall’implosione del blocco sovietico. A questo purtroppo ha corrisposto un ceto politico tanto furbo, quanto malaccorto e inadeguato da cadere senza resistenza ai richiami delle magnifiche sorti e progressive del globalismo senza stati e da darsi prontamente una giustificazione morale sufficiente ad accogliere i benefici personali connessi a quelle modalità di apertura.

Giuseppe Conte è un epigono di questa progenie con alcune peculiarità destinate a garantirgli probabilmente una sopravvivenza, non necessariamente sullo stesso scranno, più longeva rispetto alle tante meteore che si sono avvicendate negli ultimissimi anni.

Ha rivelato doti di furbizia e circospezione inediti tra le fila degli ultimi arrivati sul proscenio politico, merito senza dubbio delle sue frequentazioni curiali d’oltretevere; uno dei pochissimi ad evitare l’ostensione compiaciuta dei suoi pellegrinaggi negli Stati Uniti. Sarà per le mancate risposte che deve ancora sulle complicità italiane nella costruzione del Russiagate; sarà per l’incertezza sull’esito di uno scontro politico così cruento in quel di Washington; sarà soprattutto perché in quanto pupillo della Segreteria Vaticana, piuttosto che dei Boyscouts, non sente il bisogno e la necessità di investiture pubbliche, sta di fatto che è riuscito a costruirsi una immagine propria.

Ha rivelato doti di equilibrio e di adattamento miracolose. Più che di Giuseppe, tanti Giuseppi capaci ognuno di cogliere l’attimo per apparire e proferire secondo l’esigenza del momento, glissando sulle posizioni dei Giuseppi precedenti; tutti concordi però sullo speranzoso “andrà tutto bene”. Ha certo potuto contare sulla smemoratezza e accondiscendenza del sistema mediatico; ha potuto fondare la propria autonomia apparente e la propria funzione di contrappeso sul precario equilibrio di partiti ancora poco predisposti ad una alleanza e a schieramenti più definiti. Ha messo a frutto la posizione di commis di seconda fila; il serbatoio da cui di solito attingono forze politiche emergenti prive di personale all’altezza degli incarichi da occupare. Riesce a rosicchiare brillantemente e ricorrentemente nuovo tempo contrabbandando l’opportunità e l’utilità immediata di scelte strategiche disastrose per l’Italia. Non ha ancora superato due limiti comportamentali che gli impediscono di raggiungere definitivamente la postura se non la sostanza dell’uomo di stato; manchevolezze che potrebbero farlo scivolare sulla classica buccia di banana: la sua insopprimibile indole levantina e curiale a confortare ostentatamente con una pacca sulle spalle la vittima designata e ad affettare eccessivamente le proprie giustificazioni e coerenze di comportamento. L’antitesi di un ex-emergente ormai in ombra:Matteo Renzi.

Occorre scavare un po’ più a fondo per cogliere qualche tratto più netto della condotta di Giuseppe Conte e intravedere un possibile punto di arrivo. Una cartina di tornasole potrebbero essere i suoi legami con Angela Merkel e soprattutto Emmanuel Macron.

http://italiaeilmondo.com/2020/06/02/attenti-a-quei-due-di-giuseppe-germinario/

https://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/

Sulla Unione Europea Conte può giocarsi probabilmente le carte migliori. Le risorse del MES e soprattutto del Recovery Fund sono per il paese una trappola a medio termine in cambio di ossigeno nell’immediato, sempre che queste siano disponibili in tempi e nella consistenza ragionevoli. Sono una trappola perché condizioneranno e costringeranno il paese in una logica di degrado, squilibrio e dipendenza irreversibile per tre ordini di motivi: per la logica interna alle modalità di utilizzo dei fondi strutturali, per la dipendenza dai circuiti finanziari interni e l’isolamento politico dell’Italia in Europa, per la mancanza di risorse finanziarie aggiuntive, di una classe dirigente sufficientemente ambiziosa e di un apparato tecnico-amministrativo in grado di contrastare queste dinamiche in ambito comunitario e di condurre una politica di potenza e di forte coesione interna in senso lato in grado di ribaltare gli equilibri almeno europei. È probabile che quest’ultimo fattore spinga per inerzia il Governo nel tradizionale utilizzo delle risorse scivolando in una logica consolidata di spesa assistenziale e di investimenti dispersivi e casuali incapaci di modificare positivamente la struttura socio-economica del paese; renderebbero così superfluo e libererebbero dalla seccatura di una imposizione esplicita di un intervento autoritativo dei paesi egemoni per il tramite della UE. Le prime indicazioni confermano questa dinamica consolidata fatta di interventi neutri sulle infrastrutture, di incentivi generici alle aziende e di investimenti sulla ricerca sganciati dal consolidamento e dalla creazione di piattaforme industriali autoctone. La retorica sulla istruzione e sulla ricerca come volano autoreferenziale, sulla messa in sicurezza di un territorio in realtà ingestibile a costi ragionevoli se non ripopolato di gente e di attività, sull’economia verde e sulla stessa digitalizzazione priva del controllo dei dati e dei processi di comando diventano così il cappello ideologico e la cortina fumogena di un declino assolutamente infelice e malinconico che consentiranno comunque la sopravvivenza di una élite così miserabile. Nel Mediterraneo la posizione dell’Italia rischia invece di precipitare in tempi drammaticamente ravvicinati. La politica elusiva di Conte soprattutto in Libia ha rafforzato altri interlocutori ben più determinati a cogliere gli spazi offerti dal multipolarismo e dalla rinuncia e dalla delega offerta dagli Stati Uniti di Trump. L’Italia ha già perso con l’affossamento del South-Stream, grazie anche all’atlantismo peloso della Germania la quale in nome delle sanzioni contro la Russia e della fedeltà alle direttive americane sta rischiando di acquisire il controllo della rete dei metanodotti europei. L’estromissione dal TAP e dai giacimenti del Mediterraneo rischiano di stringere definitivamente il cerchio e con questo compromettere l’esistenza stessa dell’ENI e un minimo di autonomia delle forniture energetiche e di presenza geopolitica nel Mediterraneo. Nella stessa logistica interna, legata all’intermodalità dei porti e della rete stradale e ferroviaria, tutta la retorica progressista dell’Italia come hub europeo rischia di liquefarsi di fronte all’asse tedesco e sino-turco teso ad occupare i nodi nevralgici della rete italiana. La combinazione dell’eventuale assenza delle risorse europee e della precipitazione della crisi nel Mediterraneo sono i fattori che rischiano di far naufragare la proficua tattica dilatoria di Conte & Company fondata sull’emergenza sanitaria e sulla fratellanza europea. Un emergenzialismo sfruttato più per garantire la sopravvivenza di una élite e di un ceto arroccato che a perseguire un disegno totalitario ed autoritario fuori dalla portata di questi centri di potere. Nel qual caso Giuseppi da funambolo si rivelerebbe saltimbanco ed andrebbe ad infoltire la ormai fitta schiera di leader politici italiani improvvisati emersi e naufragati nel breve volger di un mattino. Già la gestione del cosiddetto “esproprio” dei soddisfatti Benetton ha offuscato, anche se non irrimediabilmente, la sua abilità di giocoliere. Le dinamiche politico-economiche di questi ultimi anni hanno messo in chiaro come l’assenza di strategie politiche autonome abbiano pregiudicato l’esistenza e la funzione della grande industria strategica; adesso sta arrivando il momento della piccola e media industria della componentistica. Quando arriverà il momento della media industria più intraprendente, le cosiddette multinazionali tascabili, allora forse sarà chiaro a tutto il paese e alla opposizione sovranista-liberista, un vero ossimoro politico e fors’anche al ceto politico e alla classe dirigente in pernne dipendenza dalla benevolenza europea il motivo dello scivolamento drammatico di questo paese e delle sue cause. Sarà troppo tardi e molto più doloroso un eventuale recupero.

DA  CTHULHU (MORBUS) SU  CORTESE   RICHIESTA  DI MASSIMO MORIGI: VERBA VOLANT SCRIPTA  MANENT 

DA  CTHULHU (MORBUS) SU  CORTESE   RICHIESTA  DI MASSIMO MORIGI: VERBA VOLANT SCRIPTA  MANENT   

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-verbali-del-comitato-tecnico-scientifico/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807150916/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-verbali-del-comitato-tecnico-scientifico/

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-12-del-28-02-2020.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807150951/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-12-del-28-02-2020.pdf

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-14-del-1-marzo-2020.pdf, Wayback  Machine: http://web.archive.org/web/20200807150959/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-14-del-1-marzo-2020.pdf

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-21-del-7-marzo-2020.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807151011/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-21-del-7-marzo-2020.pdf

 

 

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 Cthulhu – R’lyeh, A.D. MMXX, post Midsummer Night’s Dream

LA CARICA DEI MONATTI, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA CARICA DEI MONATTI

Sarà, ma non riesco a vedere del tutto negativo che i quattrini dell’U.E. arrivino, come dicono, nei prossimi anni.

Non sono un economista, e molti mi rimprovereranno di non tener conto dell’effetto shock che un’iniezione massiccia di liquidità ha su un’economia in recessione; ma credo di avere qualche esperienza della politica, di quella nazionale in particolare e questo mi induce a bilanciare, almeno parzialmente gli effetti positivi e quelli negativi del ritardo.

Molti pensano che il governo Conte sia prossimo al capolinea, probabilmente sostituito, entro l’anno, da un nuovo esecutivo, sorretto da una “scissione” di Forza Italia; altri (meno) pensano che si vada ad elezioni anticipate nel prossimo inverno (con altre probabilità di alternativa). Se è vero ciò, il vantaggio del ritardo è evidente: non sarà questo governo a spendere la massa di moneta – oltre 200 miliardi di euro – in arrivo dall’U.E.. Vantaggio che sarebbe modesto, ove il governo fosse comunque espressione del PD (e appendici), superiore se lo escludesse e fosse formato dall’attuale opposizione.

Il perché è semplice: il PD (nelle varie trasformazioni) è il maggiore (anche se non l’unico) responsabile della venticinquennale stagnazione economica italiana, che ne ha fatto l’economia più ferma sia dell’U.E. che dell’area euro (dopo essere stata, prima del 1993, una delle più dinamiche).Non c’è passaggio economico decisivo della “seconda repubblica” che non porti la firma di un boiardo di centrosinistra: dall’entrata nell’euro alle privatizzazioni, spesso farlocche e altrettanto spesso profittevoli per i privati, ma non per il pubblico (tra le tante – Autostrade); dal rigore a senso unico (quello sbagliato) alla tassazione a gogò. I protagonisti di questo quarto di secolo (abbondante) sono stati i vari Prodi, Ciampi, Amato, Padoa Schioppa, Monti, nessuno dei quali ha governato senza la fiducia del centrosinistra.

Con i risultati che abbiamo visto prima della pandemia. Per cui chiedersi perché gli italiani abbiano ridotto il PD (e connessi) da quasi la metà dei voti a poco più di un quinto dell’elettorato è sorprendente: a sorprendere – di fronte a tanto sfascio – sarebbe il contrario. Che poi a spendere i quattrini che l’U.E., (bisogna riconoscere, stavolta meno rigorosa del solito), mette a disposizione, debbano essere sempre coloro i quali da decenni ci hanno messo in questa situazione realizzando politiche “rigorose” (si fa per dire) è circostanza assai poco rassicurante. Da risultati passati così negativi non c’è da attendersi un futuro radioso.

E lo si vede già nelle normative per il rilancio: mentre tra le misure per il rilancio dell’economia post-Covid la “cattivissima” Merkel in Germania ha abbassato l’IVA di 3 punti (dal 19 al 16 per l’aliquota ordinaria), seguita dalla piccola Cipro, il governo PD-M5S ha inventato bonus, alcuni giustificati, altri surreali – quelli per bici elettriche e monopattini – , ma – a parte qualche breve rinvio di pagamento – nessuna riduzione d’imposta, tanto meno per quelle generali, gravanti su tutta la popolazione (come, tra l’altro, IRPEF, IVA, IMU). In realtà come al solito emerge la differenza sostanziale tra l’Italia e la maggior parte dell’Europa: che non è tanto il “rigore” ma il modo di governare (e governarlo).

Lì si prendono misure emergenziali che incidono per lo più a danno o a favore di tutti: hanno la stessa caratteristica positiva della legge di Rousseau: che viene da tutti e si applica a tutti.

In Italia viene da un governo di minoranza nella Nazione, nato per impedire alla maggioranza (Salvini e connessi) d’andare al governo e serve, in larga parte a fare favori a pochi, se non pochissimi. Quelli che stanno a cuore ai governanti minoritari. I quali hanno un consenso radicato tra i tax-consommers, ossia tra coloro che, sul bilancio dello Stato, ci campano, E non è solo la burocrazia; come scriveva un secolo fa circa Giustino Fortunato, il bilancio dello Stato è “la lista civile della borghesia parassitaria”. Quella che prospera grazie alle imposte, alle tasse, alle tariffe pagate da tutti. E che nutre grandi attese dalle conseguenze della pandemia. Ridurre le imposte (a tutti), profittando dei fondi europei significa ridurre i favori (a qualcuno); cosa improponibile a un governo che si “regge” sul consenso di quelli.

Tempo fa notavo che Manzoni narra come l’esclamazione dei monatti nella Milano appestata era “viva la moria”, perché i lutti di tutti erano occasione per i monatti di vivere (neppure tanto onestamente): e c’erano segnali in Italia che la situazione (e l’augurio) si stesse ripetendo con i monatti post-moderni.

Ne abbiamo avuto la conferma pochi giorni fa; il brindisi (completo) dei monatti nei Promessi sposi in effetti era: “Viva la moria. Moia la marmaglia”; un ministro l’ha completato dicendo che se i ristoratori non riescono ad adeguarsi, meglio che cambino mestiere. Il che vuol dire la morte economica di non poche imprese. Delle quali non molte (forse) propendevano per il partito del ministro e quindi lo “meritavano”. Ma chi spiegherà al ministro che se cessano di produrre le imprese, pochi pagheranno le tasse? E che se non pagano le tasse non solo i suoi elettori, ma persino lui sarà costretto a lavorare?

Teodoro Klitsche de la Grange

spirali INFERNALI, di Giuseppe Masala

DECLIVIO

Fa davvero impressione leggere il rapporto demografico dell’Istat uscito oggi. Le nascite nel solo 2019 sono diminuite del 4,5% rispetto al 2018 e in cinque anni i residenti sono diminuiti di 550mila a livello nazionale, che significa aver perso, azzerato, in cinque anni una città come Bologna. Interessante anche ciò che emerge dai flussi migratori: i cittadini stranieri che arrivano in Italia sono diminuiti dell’8,5% circa mentre gli italiani andati all’estero sono aumentati dell’8,1%. Se ne deduce che la popolazione oltre a diminuire sempre più invecchia. Difficile ipotizzare una crescita economica in un paese che invecchia, uguale discorso per l’aumento della produttività che non può esserci senza giovani e tantomeno senza giovani istruiti. Questi sono i risultati delle politiche suicidiarie che stiamo portando avanti da decenni nel nome del “Sogno Europeo”, sisi, il sogno. Poca istruzione, poco lavoro, paghe da fame, servizi scadenti. Ma troppa gente ancora non lo capisce. E ancora è nulla rispetto a quello che vedremo dopo la pandemia e la crisi economica che ne sta conseguendo. Questi dati peggioreranno e di molto se non succede qualcosa che risolva la situazione.

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PATETICO
Ormai Conte fa pure pena in questo suo giro da questuante nelle capitali del nord. Prima gli schiaffi da Rutte, ora le sberle dalla Merkel. Vi prego, non fatelo andare in Svezia, Finlandia e Danimarca. Non ce la meritiamo questa cosa, siamo una nazione che ha fatto la Storia.
ATTESA PREAGONICA
Ma la notizia più importante è che gli incontri di oggi dello spagnolo Sanchez con l’olandese Rutte e di Conte con la Merkel attestano inoppugnabilmente che da parte dei paesi del Nord non vi è alcun interesse a salvare l’Euro. Continuano a pretendere riforme in cambio di pochi spicci, per altro nel caso dell’Italia si tratta (se si sommano ai RF anche i fondi ordinari del bilancio 2021-2028) di danaro in perdita; nel senso che è più quello che daremo di quello che riceveremo. In sostanza dobbiamo pagarli per farci saccheggiare. Ci trattano da paese sconfitto in una guerra. Oppure se non ci sta bene spetterebbe a noi prenderci la responsabilità politica di un uscita dall’Euro (che la nostra classe politica totalmente compromessa non prende manco in considerazione). Questo ci dicono. Ma vi rendete conto che nella migliore delle ipotesi i primi soldi inizieranno ad arrivare nell’autunno 2021? Ovvero a danno economico e sociale abbondantemente realizzato irreversibilmente. Ma di che parliamo?
GUERRA GUERREGGIATA

Dimenticavo, oggi la Frankfurter Allgemeine Zeitung dice che questa settimana il Prestigioso Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (Zew) di Mannheim pubblicherà uno studio dal titolo “Sliding down the slippery slope”, scivolare giù per il pendio scosceso. Dove si spiega che a scivolare nel pendio è la politica monetaria della Bce che si trasforma a furia di operazioni di quantitative easing in politica fiscale di sostegno agli stati. Bene, a Karlsruhe sono certo che prenderanno buona nota nel caso in cui i vincitori della causa saranno costretti a chiedere “giudizio di ottemperanza” della sentenza del 5 Maggio. Molti non lo sanno ma la partita è aperta.

Noto che l’interesse verso la sentenza di Karlsruhe del 5 Maggio è, qui in Italia, velocemente scemato. Mi permetto di dire che è un grave errore. Tutto, secondo molti, sarebbe finito a tarallucci e vino dopo il voto di del Bundestag che avrebbe approvato le politiche della Bce. Gli economisti a riprova del fatto che non succederà nulla sventolano dei grafichetti che descrivono l’andamento del cambio tra Euro e Dollaro che dimostrerebbe essendo stabile che non succederà nulla. Mi spiace, non è così. Innanzitutto bisogna che gli economisti imparino che i mercati finanziari non si muovono più da anni sulla scorta di valutazioni di natura economica; i movimenti sono fatti con degli algoritmi di Trading ad Alta Frequenza che operano sulla base di istruzioni preordinate (se il prezzo supera X compra, se scende ad Y vendi e cose di questo genere, pura analisi tecnica). I mercati finanziari sono mere fabbriche di danaro sintetico, nulla di più. Quando avviene qualche fatto nel mondo umano non ignorabile, semplicemente le macchinette vengono spente e “a mano” gli operatori vendono e comprano. Un esempio ne abbiamo avuto con la Brexit. Fino al giorno prima i mercati finanziari agivano sulla scorta degli algoritmi ignorando il reale (tanto tutti erano convinti che avrebbe vinto il remain); un minuto dopo la notizia della vittoria del fronte Brexit è cascato giù il mondo. Ecco, sarebbe bene che anche gli economisti – buoni ultimi, come al solito – imparassero queste cose e la smettessero di trarre responso dall’andamento dei mercati che tanto questa pratica vale ne più e ne meno di quella romana di sbudellare i tori e da essi far divinar responso agli Aruspici.

Ecco, detto questo, aggiungo che in questi giorni non è che di cose non ne siano avvenute.

C’è stato certamente il voto del Bundestag che in una mattinata ha votato una mozione sulla proporzionalità della politica monetaria della Bce. Peccato che Karlsruhe chiedesse al Bundestag di valutare se la politica monetaria Bce fosse Ultra Vires che è un’altra cosa. Un modo pilatesco per lavarsene le mani. Peraltro nella mozione si sottolinea come la Bundesbank sia indipendente, che è un modo come un altro per dire “la responsabilità se la prenda Weidmann”.

C’è stata inoltre una potentissima offensiva del Ministero degli Esteri tedesco con è riuscita a rompere il fronte dei paesi che nella Bce sostenevano la Lagarde. Così io leggo l’elezione dell’irlandese alla guida dell’Eurogruppo e avvenuta con i voti dei paesi frugali (e di qualcuno che con sprezzo dell’aritmetica continua a negare il suo voto, vedi Germania). Se questo basti per soddisfare Weidmann e la Corte di Karlsruhe non lo sappiamo.

Prossimi passi sono la riunione del Board della Bce del 16 Luglio, vedremo se Weidmann parla e cosa dice. Idem vale per la Lagarde. Dopo ci sarà il fatidico 5 Agosto giorno della deadline posto dalla Corte per l’uscita della Bundesbank. Se Weidmann non uscirà finirà la storia? Assolutamente no. A quel punto i vincitori della causa potranno chiedere alla Corte di Karlsruhe “giudizio di ottemperanza”. Ma ci sarà modo di parlarne. Il destino dell’Euro è e rimane appeso a un filo.

IL PARTITO DELLA NAZIONE

Mi spiace per chi in privato mi accusa “di avercela con il Nord”. Non è assolutamente vero, ma bisogna ripartire da una presa di coscienza: il progetto europoide, in Italia è stato un progetto essenzialmente a trazione Nord, così come è proveniente dal Nord tutta la classe dirigente che follemente lo ha realizzato. Ora questo progetto è naufragato, tragicamente naufragato e il Nord stesso ha davanti a sé anni terribili. Cari amici, ma davvero pensate di ripartire e superare una catastrofe epocale con due spicci sottratti al Sud? Davvero credete di riprendervi con il Mes, il Recovery Fund e insistendo su un Europa che non esiste ne mai è esistita? Davvero pensate che le vetuste gabbie salariali siano una soluzione come credono Quartapelle e Sala? Suvvia dai. Qui è necessario rifondare l’Italia. Trovare una soluzione strategica complessiva e riprenderci quello che è nostro. Non c’è altra strada, altrimenti sarà miseria e schiavitù per tutti.

Ormai il PD si propone apertis verbis come “Sindacato del Nord” ovvero tenta di fare quello che per trenta anni ha fatto la Lega di Bossi: sottrarre risorse al Sud per riversarle al Nord e sostenerne così la crescita. Alla proposta di Quartapelle e del sindaco di Milano Sala andrebbe aggiunta – per completare il quadro – anche quella del Presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini che è molto semplice nella sua brutalità: le risorse per la ripartenza siano dirottate in buona parte se non integralmente “al Nord produttivo” e “il Sud aspetti” (ha detto proprio così, aspetti). A questi luminari rispondo che forse non è la risposta corretta quella di demolire (la peraltro già esangue) domanda eggregata del Sud per sostenere quella del Nord. Anche perchè in un contesto produttivo vergognosamente sbilanciato a favore delle regioni del Nord deprimere un mercato di sbocco della produzione del Nord significa semplicemente che ciò che guadagnerebbe il settore pubblico del Nord sarebbe pagato dal settore privato del Nord che “fatturerebbe” di meno. Quindi alla meglio questa operazione dal punto di vista economico si tradurrebbe in un gioco a somma zero per le regioni del Nord stesso. Non parliamo poi dell’aspetto politico ed etico di una simile proposta, non vale la pena. Non vale la pena alimentare una guerra tra regioni povere e regioni in via di impoverimento (sì, questa crisi colpirà in maniera molto più forte il Nord per chi non l’ha capita, trasformando quelle regioni in una Romania post comunista nel giro di qualche anno). Servirebbe altro, e io credo servirebbe soprattutto una presa di coscienza da parte delle popolazioni del Nord. Il progetto strategico della Seconda Repubblica che si è sostanziato nel saccheggio e nella colossale deindustrializzazione del Sud Italia per tenere agganciato il Nord Italia al motore produttivo europeo è tragicamente fallito. Al Sud non ci sono le risorse per sostenere niente e nessuno: le banche del Sud sono già state acquistate dalle banche del Nord, quindi il risparmio dei frugali meridionali (gli olandesi ci fanno una pippa a quattro mani) viene già usato per sostenere il sistema produttivo del Nord, lavori pubblici qui non si fanno da trenta anni (al Sud non c’è corruzione perchè manca la materia del contendere, la Svizzera a noi ci fa un baffo) quindi non c’è nulla da dirottare, le Università e la Sanità sono già state svuotate (noi facciamo il turismo sanitario ). Ora volete i due spicci dei dipendenti pubblici? Prendeteveli, buon pro’ vi faccia, se volete credere che bastino per recuperare, auguri.

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MODELLO ISPIRATORE

Due importanti traduzioni dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. La prima è un articolo del parlamentare europeo tedesco Simon Sven (che peraltro è anche un giurista) sull’altro tema rilevante della sentenza del 5 Maggio di Karlsruhe, ovvero il conflitto tra Corte di Giustizia Europea e Corte di Karlsruhe. La seconda è invece relativa alla pretesa dell’Olanda e dei paesi frugali di avere il veto sui Recovery Fund (e infatti la Merkel vuole togliere la competenza alla Commissione per darla al Consiglio). Ecco, per chi vuole informarsi veramente, chi non vuole capire invece può continuare a leggere gli imperdibili pezzi de La Repubblica e del Corriere. Poracci.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-prof_simon_sve…/…/…

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-faz__i_paesi_b…/…/…

I NUOVI BULLI, dal sito lamarianna.eu

il dialetto salentino è molto più espressivo; rende meglio l’idea: sono indicati come “li uappi te cartune”_Giuseppe Germinario

I NUOVI BULLI

Nati fra urla di sdegno per il Papeete, accomunati dai dogmi del politicamente corretto, stabilmente insediati al potere grazie al lockdown da Covid 19, i Nuovi Bulli più si credono gli unici presentabili e più danno vita a sempre più spiccati, penosi spettacoli di bullismo politico e giornalistico.
Due esempi delle ultime ore .

Conte all’Olanda (titolo cubitale di Repubblica di ieri, non smentito): “Conte avverte Rutte: “Dirò che abbiamo fretta o salta anche l’Olanda”.
Ma salta che ? Che cosa può far saltare Conte ? Cosa minaccia, le dighe dei Paesi Bassi ? Penoso. Perchè, detta chiara, non si è mai visto usare un tono simile nei rapporti ufficiali fra Paesi UE e fra rappresentanti istituzionali .
Un conto è polemizzare con Rutte, criticare i Paesi Frugali che si oppongono ai regali a fondo perduto, parlare a muso duro per la pessima politica che spinge gli olandesi a trasformarsi in portofranco per tutte le ex Fiat di questo mondo. Ma tuttaltro conto è minacciare con un “fai in fretta o vi facciamo saltare”, pronunciato per di più nella conferenza stampa tenuta con lo spagnolo Sanchez. Il risultato dell’operazione, peraltro, non è stato fra i più brillanti : all’indomani di questa gentilezze la candidata alla presidenza dell’Eurogruppo appoggiata da Italia e Spagna – la ministra spagnola dell’economia Nadia Calvino – è stata trombata dalla presidenza dell’ Eurogruppo, che le era stata data per certa. Il ministro irlandese dell’economia, Paschal Donohoe, è stato eletto a sorpresa, resterà in carica per due anni e mezzo, è stato appoggiato da tutto il fronte anti Recovery Fund. A Nadia Calviño è stato fatale il viatico del bullo Conte : “L’Italia ritiene che quella di Calvino sia un’ottima candidatura per l’Eurogruppo”, aveva detto un’ora prima del voto.

Secondo esempio. Il Corriere della Sera su Boris Johnson.
La Gran Bretagna, va detto, sta apprezzando molto la politica economica del governo di BoJo nel dopo-Covid , in partcolare il taglio dell’Iva sino al 5%per ristoranti e alberghi, le iniezioni di contanti alle aziende che mantengono i dipendenti al lavoro anche se in cassa integrazione, l’abolizione delle tasse sulla compravendita di case. Ma per il corrispondente da Londra del primo quotidiano italiano – che appunto non scrive per l’Unità ma per il Corsera – testualmente “le buffonerie di Boris cascano nel vuoto”. Per questo campione del giornalismo italiota che ricorda i tempi (bullisti) dell’ Inghilterra chamata “la Perfida Albione” e della Francia liquidata come “la nostra sorella non latina ma latrina” , ecco i toni adatti: “Johnson e’ un premier clownesco che da l’ impressione di girare a vuoto, è una deriva personale prima che politica. Pare che non si sia ripreso appieno dalla malattia, che ad aprile lo ha visto a un passo dalla morte: dicono che al pomeriggio schiacci pisolini anche di due-tre ore”, spiega il Bullo Ippolito. Chissà cosa accadrebbe se sul Times di Londra si scrivesse “le idiozie di Conte non vanno da nessuna parte”, oppure “Conte è un arlecchino buffone”. Apriti cielo, protesta dai giornaloni alla Farnesina. Ma Bullo Ippolito (nella foto qui sotto) , giustamente a Londra non se lo fila di pezza nessuno. Un Bullo così, che si crede colto e dà del clown al titolare di Downing Street , offre al pubblico solo la misura di sè stesso.

https://www.facebook.com/lamarianna.eu/posts/1155022878212953?__tn__=K-R

NON INDURRE IN TENTAZIONE…, di Teodoro Klitsche de la Grange

NON INDURRE IN TENTAZIONE…

Al fine di giudicare la complessa vicenda – o almeno la parte di essa più rilevante –Palamara – CSM non è inutile quell’invocazione del paternoster all’Onnipotente: non c’indurre in tentazione. Nei due fatti di “deviazione” della giustizia ai fini politici che occupano le prime pagine dei giornali: la sentenza contro Berlusconi di anni fa e la recente richiesta di processare Salvini, un ruolo di grande rilievo hanno le innovazioni legislative e costituzionali successive a Tangentopoli, in particolare, da ultimo, la legge “Severino” del non rimpianto governo Monti.

Presupposto delle quali è la pretesa lesione del diritto di uguaglianza, che avrebbe provocato o comunque incentivato il malaffare dei politici. Questo è difficilmente perseguibile perché la giustizia “politica” – cioè con oggetto e/o soggetto politico – è (per sua natura) derogatoria sia delle competenze che delle procedure ordinarie, onde le deroghe apparivano (e sono viste) come vulnera del principio d’uguaglianza dei cittadini. I quali così, anche ai fini penali, sono distinti in governati e governanti: i primi soggetti alla legge, i secondi alle di essa “eccezioni”. A cui si aggiunge anche la lesione dei principi dello “Stato di diritto”.

Non è così: sin dai primi teorici (e dalle disposizioni delle costituzioni) degli Stati borghesi – risulta che la giustizia politica non può che essere derogatoria di quella ordinaria.

Scriveva Constant circa due secoli orsono per sostenere, nelle accuse ai ministri, la deroga della competenza dei Tribunali ordinari a favore della pairie che “La messa sotto accusa dei ministri è, di fatto, un processo tra il potere esecutivo e il potere del popolo. Occorre dunque, per condurlo a termine, ricorrere a un Tribunale che abbia un interesse parimenti distinto da quello del popolo e da quello del governo e che tuttavia sia unito da un altro interesse sia a quello del governo sia a quello del popolo” che individuava nella camera dei pari; ciò perché “La Camera dei pari è dunque, per l’indipendenza e la neutralità che la caratterizzano, il giudice adatto dei Ministri”, e così a decidere della pubblica accusa (cioè di iniziare l’azione penale) i più adatti sono i rappresentanti della Nazione (altra deroga); mentre i “tribunali ordinari, possono e debbono giudicare i ministri colpevoli di attentati contro gli individui; ma i loro membri sono poco adatti a pronunciare su cause che sono piuttosto politiche che giudiziarie; sono più o meno estranei alle conoscenze diplomatiche,, alle combinazioni militari, alle operazioni finanziarie: conoscono solo imperfettamente la situazione dell’Europa, hanno studiato soltanto i codici delle leggi positive, sono costretti dai loro doveri abituali a consultare soltanto la lettera morta e a chiederne soltanto la stretta applicazione”. Non aveva pensato Constant, al fatto che anche i tribunali ordinari possono essere sedotti dallo spirito partigiano, e giudicare secondo il medesimo, come rimproverato anche da alcuni magistrati nelle conversazioni intercettate. E se si considerano le opinioni dei giuristi negli ultimi due secoli, divergono poco o punto da quella di Constant.

Il carattere derogatorio è giustificato dai quei pensatori, sia dalla possibilità di sottrarre i ministri a vendette politiche, sia ad applicazioni di norme senza tener conto dell’interesse generale, sia all’indipendenza superiore di organi speciali rispetto ai tribunali ordinari. Non s’immaginava che gli organi giudiziari (ordinari) si trasformassero in soggetti politici, interloquenti e contrattanti con altri soggetti, politici a tutto tondo, come parlamentari, leaders, componenti del governo. E non solo per l’attività amministrativa del CSM, come la nomina dei dirigenti degli uffici o la giustizia disciplinare. Ma per la condanna o l’accusa giudiziaria di uomini di governo, cioè per la perversione del fine della giustizia, strumentalizzato ai fini della lotta politica.

Ma per riuscire compiutamente a ciò occorre che l’esito dell’azione giudiziaria intrapresa si traduca in risultato istituzionale: cioè nell’allontanamento/perdita delle cariche rivestite del politico condannato.

E questa è la prima tentazione alla perversione della giustizia e del pari il punto di frizione tra principi dello Stato borghese e principi di forma politica. Perché se da una parte trattare diversamente chi è giudicato è lesivo dell’isonomia, rimuovere dall’incarico chi è stato nominato dal potere politico – in una democrazia dal popolo – è lesivo sia della distinzione dei poteri (cioè di uno dei principi dello Stato borghese) che dell’essenza e supremazia del “politico”. Come scrive Schmitt “la democrazia è una forma essenzialmente politica, mentre la giurisdizione invece è essenzialmente non politica, poiché dipende dalla legge generale… in uno Stato democratico il giudice è indipendente, se deve essere un giudice e non uno strumento politico. Ma l’indipendenza dei giudici non può mai essere qualcosa di diverso dall’altro aspetto della loro dipendenza dalla legge”.

Proprio il carattere derogatorio della giustizia politica serve a garantire sia la distinzione dei poteri che la superiorità del politico e l’indipendenza del giudice. Ma per far questo occorre che sentenze e altri provvedimenti del giudice non incidano sulle decisioni politiche (e democratiche), in particolare sulle cariche elettive, e soprattutto degli organi rappresentativi. Se l’organo competente a mantenere (o esautorare) un eletto è un ufficio giurisdizionale (come nelle conseguenze alla legge Severino) questo diventa (quanto agli effetti) un organo di direzione politica. Come mi è capitato di scrivere tempo fa “Avendo il potere di carcerare chi governa – nei fatti rimuovendolo – a decider chi deve governare sarebbero i Tribunali e non i governati che li hanno eletti.

Per ovviare a questo evidente inconveniente un giurista francese, Duguit, riteneva che l’organo di governo (nella specie il Capo dello Stato) potesse continuare a svolgere le proprie funzioni pur in stato di detenzione.

A questa soluzione Orlando replicava ironicamente: come avrebbe fatto il Presidente detenuto a ricevere un ambasciatore o anche un altro capo di Stato invece che all’Eliseo, «in una cella della prigione della Santé»?

E il giurista siciliano continuava qualificando impostazioni come quelle “aberrazioni, contro cui resiste la forza delle cose” cioè la realtà dell’istituzione politica, nella quale, con riguardo al problema, occorre conciliare il principio di responsabilità  con la necessità dell’inviolabilità (assoluta o relativa) di determinati organi dello Stato. Cosa che si realizza nella democrazia, rimettendo il giudizio sul governante ai governati, cioè al corpo elettorale, che come ha il potere di eleggerlo, così quello di rimuoverlo (direttamente o indirettamente)” (v. Giudici e governo, Italia e il mondo 19/02/2019).

Per questo incolpare solo i giudici o solo il dr. Palamara della “perversione” è parziale e…ingeneroso. La realtà è che, proprio a quel fine distorto, sono stati predisposti da tempo gli strumenti adatti. E i peccati di oggi sono le conseguenze di quelle tentazioni, predisposte proprio al fine di farli commettere. In nome dell’uguaglianza e dello Stato di diritto, per di più.

Teodoro Klitsche de la Grange

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