Macron, il re bambino_di Emmanuel Todd_Traduzione di Giuseppe Germinario

Emmanuel Todd: “Lo stato non può essere incarnato da un bambino … o Emmanuel Macron è ora visto come un bambino dai francesi”

Fonte: Atlantico, Emmanuel Todd , 20-12-2018

Esclusivamente per Atlantico, Emmanuel Todd ci fornisce la sua analisi del fenomeno dei giubbotti gialli. Per lo storico, i Yellow Vests rappresentano una forma di padre collettivo in un paese disorientato da un re bambino.

Atlantico: in un contesto segnato dall’emergere del movimento dei giubbotti gialli, qual è oggi la principale sfida affrontata da Emmanuel Macron?

Emmanuel Todd: Al di là di tutte le politiche economiche, sociali, politiche, europee che sorgeranno nel 2019, che sembra terribile, Emmanuel Macron sarà di fronte ad un problema di legittimità assolutamente nuova. Max Weber aveva usato il concetto di potere carismatico; un individuo, un leader, che affascina in modo subliminale e irrazionale ma che non è necessariamente un dittatore pericoloso. E mi sembra che Emmanuel Macron arricchirà le nostre tipologie del concetto di presidente anti-carismatico. Mi spiego Dobbiamo riprendere la sequenza. C’era un elemento carismatico nell’elezione di Macron, che affascinava le classi medio-alte. Ho visto questo intorno a me. Parlava con un’aria un po’ allucinatoria, in un modo che percepivo assolutamente privo di interesse, ma che, nell’ambiente piuttosto macronista in cui vivo, trasportava le persone. Era percepito come giovane e molto intelligente. Credo che la questione della sua intelligenza superiore sia risolta per tutti, tuttavia ha prodotto una crisi sociale senza precedenti in Francia. Ma rimane giovane. E, infatti, quando sentiamo parlare di lui, dei manifestanti o anche dei giornalisti, è chiaro che ora ha l’immagine di un bambino per tutti noi francesi. “È un bambino” “È un bambino cattivo, viziato.”

La possibilità teorica di un’incarnazione stabile dello stato da parte di un bambino non esiste. Nella funzione di governo c’è la funzione paterna; una banalità che non ha atteso Freud e la psicoanalisi. Il re, il presidente, il capo, devono essere un padre. E oggi siamo in una situazione strutturalmente invertita in cui il leader è un bambino e dove non è impossibile che, simmetricamente, i Gilets Gialli rappresentino una forma di padre collettivo. Perché ciò che colpisce di queste rotonde era l’età delle persone. Erano occupati, tra gli altri, da persone dai capelli bianchi, pensionati, padri nel senso generico del termine. Un paese non può vivere con una sfida che rappresenta un’immagine paterna e un leader che rappresenta l’immagine di un bambino.

Quindi, come si fa a interpretare il fatto di un movimento dagli effettivi contenuti, ma sostenuto da una larga maggioranza della popolazione, in un clima insolitamente violento?

Forse uno dei motivi della loro approvazione generale da parte della popolazione corrisponde al modello di autorità inversa. Se iGiubbotti Gialli sono il padre, allora è normale che essi sono, essi stessi, un potere carismatico collettivo e sono supportati dal 70-75% di opinione. Sono la legittimità. Il modello interpretativo funziona molto bene qui. Spiegherebbe anche la tolleranza per la violenza, la cosa più sorprendente. Sarebbe una forma simbolica di sculacciata politica. Più semplicemente: stiamo vivendo una nuova forma di potere vacante che ha tutti i tipi di applicazioni. Ci soffermiamo sull’autorità implicita dei Giubbotti Gialli, ma si pone anche  la questione di un efficace controllo dell’apparato statale da parte di Emmanuel Macron. Non conosciamo quale sia il suo livello di controllo della forza di polizia i cui leader sindacali vengono ad annunciare il primo atto delle loro rivendicazioni il giorno dopo l’atto quinto dei Gilets. Ricadiamo sull’idea che l’autorità non può essere incarnata da un bambino che a partire dai suoi attacchi verbali contro la gente comune a terra, dal caso Benalla, si è costruito anche l’immagine di un bambino violento.

La sua politica europea è in genere immatura. Emmanuel Macron, con le sue riforme radicali, voleva che i francesi si comportassero come bambini saggi e che i tedeschi gli dessero un buon punto. La politica di Emmanuel Macron è da un capo all’altro completamente infantile. L’attuale dibattito a cui stiamo assistendo sulla resistenza di Bercy rafforza questa immagine di un presidente bambino. Un presidente adulto avrebbe già decimato Bercy.

Vedi questo movimento trovare la via della strutturazione politica?

Al di là di Emmanuel Macron, ciò che abbiamo potuto vedere, specialmente negli spettacoli televisivi, è stato un rovesciamento generalizzato del rapporto dell’autorità intellettuale. Abbiamo visto macronisti, enarchi o meno, deputati LREM, persone con un minimo di istruzione e pulizia su di loro di fronte a Giubbotti Gialli emersi dalla base. Ma era così ovvio che erano più intelligenti e dinamici dei superiori istruiti che erano di fronte a loro! Siamo di nuovo qui davanti a un problema di inversione di autorità. Sono rimasto molto colpito dal livello di coerenza e determinazione di queste persone, tuttavia presentato dal sistema dei media come incoerente e incapace di unirsi. Si potrebbe immaginare l’emergere di un partito politico. Daniel Schneidermann, nei suoi commenti a RT France, tendeva verso questa ipotesi. Ma gli ultimi sondaggi di opinione non evocano questo percorso.

Durante i tuoi primi interventi su questo movimento, hai mostrato dispiacere per il fatto che i giubbotti gialli non attacchino l’Europa. Tuttavia, possiamo vedere che i giubbotti gialli sono sovrarappresentati nei cosiddetti partiti “euroscettici”. Come spiega questo paradosso?

Ho deplorato che i gilet gialli non non mettano sotto accusa direttamente, non solo l’euro come cintura monetaria europea, responsabile di gran parte dei mali dell’economia francese, ma anche l’impossibilità di una protezione commerciale nell’Unione europea. Mi dispiace che non ci sia alcun riferimento all’Europa. D’altra parte, quello che colpiva era l’abbondanza di riferimenti alla nazione rivoluzionaria. C’erano bandiere francesi ovunque, cantavano la marsigliese, c’era una richiesta esplicita della nazione come processo rivoluzionario. Questo è molto importante perché se siamo in un processo di rinascita nazionale, il movimento marcia lui stesso verso lo shock frontale con il concetto europeo.

Qualcosa viene lanciato a un livello ideologico profondo. Penso di essere stato un po’ ingenuo, un po’ techno, nella mia concezione delle cose, dicendo solo che dovevamo uscire dall’euro, che è un discorso tecnico. Quello che sta accadendo è molto più profondo e ci mette in una traiettoria di rottura con l’euro. E, naturalmente, è un processo generale in Europa. Ognuna delle nazioni europee viene rinazionalizzata: i tedeschi hanno iniziato il processo, poi gli inglesi con la Brexit, e oggi gli italiani e i francesi. Lo stile di ciascuno è caratteristico della moltiplicazione delle nazioni. Credo che ciò che dobbiamo integrare in Francia sia questa idea della rinascita della nazione rivoluzionaria.

Non ho una visione astratta delle nazioni, non voglio tornare a un’essenza del popolo come è stato fatto in precedenza in deliri nazionalisti, ma le sottostanti strutture familiari tradizionali, che hanno i loro valori legati al mondo moderno o post-moderno. La Germania rimane condizionata dai valori autoritari e ineguali della famiglia, con la sua primogenitura maschile; il liberalismo inglese si riferisce a una famiglia nucleare individualista che fa ampio uso della volontà; la tradizione rivoluzionaria francese si riferisce alla famiglia nucleare egualitaria del bacino parigino, cioè a una precoce autonomia dei bambini e ad un egualitarismo intransigente delle regole ereditarie. Negli ultimi anni, di fronte ad una inerte Francia, come ferma nella storia, con le sue classi dirigenti germanofile, il suo tasso di disoccupazione del 10%, e la sua popolazione passiva, non ero lontano dall’immaginare che la tradizionale cultura francese fosse morta. Ma il movimento dei Giubbotti Gialli, questa formidabile protesta spontanea contro lo Stato, è il risorgere della potente cultura liberale francese, approvata dalla maggioranza della popolazione. Quello che abbiamo appena riscoperto è che, all’interno dell’Unione europea, la Francia esiste ancora. E ora, i politici, se hanno un minimo di intelligenza, dovranno smettere di sognare di trasformare i francesi in tedeschi, e accettare l’idea che è sempre la Francia che si tratta di governare. Questa formidabile protesta spontanea contro lo stato è la potente rinascita della cultura liberale egualitaria francese, approvata dalla maggioranza della popolazione. Quello che abbiamo appena riscoperto è che, all’interno dell’Unione europea, la Francia esiste ancora. E ora, i politici, se hanno un minimo di intelligenza, dovranno smettere di sognare di trasformare i francesi in tedeschi, e accettare l’idea che è sempre la Francia che si tratta di governare.

Come analizzi le difficoltà della sinistra nell’incarnazione di questo movimento?

Se prendiamo gli ultimi sondaggi per le prossime europee, vediamo il Rassemblement National al 24%, Debout France all’8%, quindi France Insoumise al 9%. Quello che stiamo attraversando, forse per me, è un’altra battaglia persa. Ho combattuto per una rinascita della nazione a sinistra, ma quello che sembra emergere è l’incapacità della France Insoumise di incarnare l’idea nazionale. Si sono appena separati da Djordje Kuzmanovic che ha rappresentato questa corrente sovrana. È davvero triste per me, questa incapacità della sinistra, persino quella contestataria, di incarnare e prendere in mano l’idea di nazione.

Seguendo la logica dell’elezione di Donald Trump o Brexit, è la destra di governo che è riuscita a canalizzare e incarnare quelli che potremmo chiamare i Gilet gialli anglosassoni; questo ruolo dovrebbe quindi spettare a LR?

C’è una generalità occidentale del supporto dell’aspirazione nazionale da parte della destra, con Trump e Brexit per esempio. Ma in Francia, la servitù volontaria delle classi superiori nei confronti della Germania frammenta il modello. I LR mi sembrano sempre più vicini a LREM, probabilmente tentati da una fusione degli europeisti, vale a dire gli anti-nazionali, in un’unica forza. Questo è il significato della consultazione di Sarkozy da parte di Macron prima del suo discorso riparatore ai francesi. Noto di sfuggita che Wauquiez soffre anche della sua immagine di bambino.

Perché oggi solo le forze di destra sono in grado di occuparsi delle aspirazioni popolari? C’è un’apparente contraddizione. Ma tutto diventa sorprendente. La rappresentazione ideologica è vacillante, oscillante. Sentiamo che i giovani sovranisti di destra riprendono un discorso di lotta di classe, parlano come il Marx della “lotta di classe in Francia”. Esiste tuttavia una logica di simmetria nella confusione: la realtà socialista prima di Macron era di persone che si ritenevano di sinistra quando erano di destra. Quindi, perché non ora il contrario? L’assurdo bussa alla porta: la scienza politica avrà bisogno di un’ampia infusione di psicoanalisi, di fantascienza e umorismo.

Quindi ho difficoltà a immaginare una traduzione politica dei giubbotti gialli. Quello che osservo è piuttosto un aumento della sovranità di destra che si incarna nella DLF e nella RN e, incidentalmente, Florian Philippot al suo piccolo livello. Sarebbe pericoloso per gli europeisti rallegrarsi di questo implicito rinnovamento della scissione delle ultime elezioni presidenziali. La situazione diventa così grave che non è più certo che “il bambino” sarà rieletto.

Quali sono le particolarità francesi di questa tendenza “voto Brexit e Trump”?

La più grande di queste è in Francia la violenza dello scontro tra un mondo popolare e di classi medie che aspirano alla rinazionalizzazione e le classi superiori che raggiungono un livello eccezionale di universalismo post-nazionale. Io lo percepisco come una perversione dell’universalismo Francese sostenuto dalle sue classi superiori, un sogno umano universale per i soli potenti. “Educati in alto di tutti i paesi, unitevi!” È, naturalmente, di solito il sogno della globalizzazione, ma è probabile che in Francia, con il nostro concetto di uomo universale, il mito ha preso forme isteriche che si fonde in modo sottile con il nostro bisogno di sottomissione alla Germania. “Uomo universale borghese ben oltre il trauma del 1.940” la strada maestra per una denazionalizzazione della classe dirigente francese. O per meglio dire, il tradimento.

Come anticipi le conseguenze di questo movimento a medio-lungo termine?

Il movimento attuale può portare a qualcosa di diverso da quello che abbiamo vissuto con le elezioni politiche del 2017. L’ortodossia politologica benpensante ci dice: da una parte ci sarebbe una forza fascista xenofoba, il Rassemblement National (RN), e dall’altra una forza democratica, moderata e universalista, l’europeismo. Ma non è la realtà. è ciò che David Adler ha rivelato nel New York Times lo scorso maggio: i centristi sono i più ostili alla democrazia. La realtà del mondo è che le forze europee sono autoritarie e antidemocratiche, i vettori del fascismo 2.0. I referendum sono inutili nell’Unione e il punto di svolta per la Francia in questo campo è stato il 2005. Nel 2018, la personalità di Emmanuel Macron ha svelato una natura autoritaria e violenta dell’europeismo con la pretesa di rappresentare valori democratici e liberali. Il macronismo è un estremismo.

Mi sembra che la polarità che si instaura sia un’opposizione tra la “nazione rivoluzionaria”, con una dimensione xenofoba, evidente nella dottrina del RN “e un” impero autoritario europeo “. Democrazia xenofoba contro sistema imperiale. Nel mio ultimo libro, “Dove siamo? Sono tornato alle origini della democrazia e ho notato che era sempre, in un primo momento, più o meno xenofoba. Un particolare popolo che si organizza liberamente internamente ma contro un altro. Questo era il caso della democrazia ateniese, della democrazia americana, razzista nei confronti dei neri e degli indiani, della proto-democrazia inglese, anticattolica. D’altra parte, l’idea di uomo universale ci viene da Roma, derivata dal principio del dominio imperiale.

La polarità che si sta stabilendo in Europa è quindi un ritorno al punto di partenza. L’impero europeo agita il concetto universale, con la riserva che non tutti gli uomini sono realmente uguali nello spazio europeo. Il voto dei francesi vale meno di uno tedesco, quello di un italiano meno di uno francese, quello greco meno di tutti. Ma l’impero europeo sembra affermare un universalismo senza gradazione nel suo sogno di aprire ai profughi. Ci sentiamo paradossalmente di fronte a un ansia crescente di persone che vogliono un maggiore controllo delle frontiere, contrapposta a un crescente immigrazionismo delle classi istruite. Questa polarizzazione aggiuntiva e totalmente irragionevole è affascinante per lo storico.

Vivremo un incredibile anno 2019. Non sappiamo come cambierà la Brexit, ma è difficile immaginare che gli americani accettino un’Europa dominata dai tedeschi; non sappiamo come andranno le cose anche in Italia. La Francia è paralizzata e la Germania mostra segni di instabilità. La nostra unica certezza è che il tenore di vita continuerà a diminuire per le persone comuni. In tale contesto, si potrebbe davvero imporre l’idea che il vero confronto non sia più tra “fascismo xenofobo” e “democrazia liberale” (l’ortodossia degli ultimi vent’anni), ma tra “democrazia xenofoba” e ” impero autoritario”. E il possibile cambiamento non finisce qui: l’immigrazionismo delle élite, con demografi ufficiali del regime che continuano ad affermare che non vi è alcun problema di immigrazione o integrazione, potrebbe trasformare nelle menti di persone moderate l’originale “xenofobia” del Front National in un legittimo desiderio di un minimo di sicurezza territoriale per la popolazione francese, compresi bambini e nipoti di immigrati nordafricani. Nessuna democrazia rappresentativa è possibile senza un minimo di sicurezza territoriale. Solo l’Impero può far fronte al caos migratorio. E se, inoltre, in un tale contesto, il candidato dell’Impero europeo autoritario ha un’immagine infantile, allora non possiamo escludere la vittoria nel secondo turno delle forze combinate del RN e di Dupont-Aignan.

Quindi escludi l’ipotesi che le élite attuali tengano conto delle aspirazioni delle classi medie e medie?

Considero il peggio, ma ben inteso per evitare il peggio. L’idea che io difendo nel post scriptum al mio ultimo libro è quella di una nuova negoziazione tra la classe superiore e il mondo popolare, conla presa in carico della necessità di nazione da parte delle élite tradizionali. Se cito situazioni di polarizzazione drammatica, è, naturalmente, con la speranza che le persone diventino consapevoli dei rischi e facciano il necessario per evitarli. Sembra, tuttavia, che Emmanuel Macron sia ora un ulteriore ostacolo in questo processo. Ci si chiede se sarà in uno stato intellettuale, psicologico e di legittimità per governare nei prossimi tre anni. Si può sognare un miracolo: lo Spirito Santo che cade su Emmanuel Macron, che capirebbe che dobbiamo uscire dall’euro. Ma non vedo da nessuna parte, né in economia, o nel suo rapporto con Donald Trump, o Vladimir Putin, o il suo approccio alla Brexit, un qualsiasi elemento di flessibilità mentale e originalità. Vedo un elettroencefalogramma piatto. La mia sensazione è che lo shock liberatorio verrà a noi dal di fuori; da un cattiva gestione della Brexit che devasta l’economia europea oppure dalla Germania talmente irrigidita da costringere le classi superiori italiane e francesi alla indipendenza.

Nell’episodio dei Giubbotti Gialli, l’elemento più inquietante è stato l’aumento della violenza da entrambe le parti e la tolleranza della società francese a questa crescente violenza. L’elemento più rassicurante era la simpatia del 70-75% della popolazione per i giubbotti gialli, una simpatia che, a vari livelli, comprendeva ancora l’intera società francese, tutte le categorie sociali, che coinvolgeva persino persone che hanno votato per Emmanuel Macron. Questa solidarietà globale significa che esiste la possibilità di riconciliazione in Francia. La verità della società francese non è l’odio universale. Ma per conseguire una riconciliazione praticabile tra le élite e il popolo, dobbiamo abbandonare gli ormeggi europei, ritrovarci tra francesi, rimboccarci le maniche per riavviare l’economia e la società.

Fonte: Atlantico, Emmanuel Todd , 20-12-2018

ONU e i global compact su migrazioni e rifugiati. Intervista al professor Augusto Sinagra

La firma all’ONU dei recenti compact su migrazioni e rifugiati ha sollevato anche se tardivamente qualche discussione anche in Italia. Un po’ poco rispetto alla rilevanza del problema e all’enfasi e al clamore che ha accompagnato l’impegno di Matteo Salvini in materia di immigrazione sin dalla costituzione del Governo Conte. Il motivo lo si può trovare nell’atteggiamento acritico dell’opposizione e nell’imbarazzo che un tale argomento suscita in un governo composto da forze politiche così diverse. Da qui l’atteggiamento furtivo della diplomazia e  il tentativo di lasciar passare sotto silenzio la posizione italiana. Sarà un tema che comunque non tarderà a conquistare la ribalta. Il professor Sinagra ha offerto le sue autorevoli opinioni sull’argomento. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

UNA VITTORIA STORICA PER L’ONU: GLI ACCORDI GLOBALI SULLE MIGRAZIONI E SU I RIFUGIATI SONO STATI ADOTTATI QUESTA SETTIMANA_traduzione a cura della redazione

Una constatazione più che un giudizio di merito esplicito. La valutazione critica attenta meriterà apposite riflessioni_Germinario Giuseppe

 

UNA VITTORIA STORICA PER L’ONU: GLI ACCORDI GLOBALI SULLE MIGRAZIONI E SU I RIFUGIATI SONO STATI ADOTTATI QUESTA SETTIMANA

 

Il Global Compact on Migration, l’accordo per la migrazione sicura, ordinata e regolare è stato ufficialmente adottato mercoledì scorso dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York; due giorni dopo l’adozione del Global Compact on Refugees. L’approvazione di entrambi i patti conclude un itinerario durato due anni, iniziato con la Dichiarazione di New York 2016 per rifugiati e migranti e terminato con una vittoria storica degli sforzi messi in atto dalle Nazioni Unite volti a regolare i flussi di migranti e rifugiati su scala globale.

Il patto migratorio è stato adottato con un voto che ha registrato 152 stati a favore, cinque contro (Repubblica ceca, Ungheria, Israele, Polonia e Stati Uniti), con 12 astenuti (Algeria, Australia, Austria, Bulgaria, Cile, Italia, Lettonia, Libia , Liechtenstein, Romania, Singapore e Svizzera). 24 paesi non hanno votato: Afghanistan, Antigua e Barbuda, Belize, Benin, Botswana, Brunei Darussalam, Repubblica popolare democratica di Corea, Repubblica Dominicana, Guinea, Kiribati, Kirghizistan, Micronesia, Panama, Paraguay, São Tomé e Príncipe, Seychelles, Slovenia, Somalia, Timor-Leste, Tonga, Trinidad e Tobago, Turkmenistan, Ucraina e Vanuatu.

Ciò significa che 41 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno scelto di non approvare questo pacchetto migratorio. Il numero di scettici è cresciuto dal 10 dicembre, quando 33 paesi non parteciparono alla conferenza intergovernativa per adottare il patto di migrazione a Marrakesh, in Marocco.

A confronto il Global Compact on Refugees ha ottenuto un maggiore sostegno probabilmente dovuto a causa all’aspetto umanitario accentuato delle crisi dei rifugiati. È stato adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lunedì scorso con un voto che ha visto 181 stati a favore, due contrari (Stati Uniti e Ungheria) e tre astenuti (Eritrea, Libia, Repubblica Dominicana). Sette paesi non hanno votato: Repubblica democratica popolare di Corea, Israele, Micronesia, Nauru, Polonia, Tonga e Turkmenistan.

Solo gli Stati Uniti e l’Ungheria hanno votato no su entrambi i patti. Israele e Polonia hanno votato no sul pacchetto di migranti ma non hanno votato su quello dei rifugiati. La Repubblica ceca ha votato no sul pacchetto di migranti e sì su quello dei rifugiati. La Repubblica Dominicana non ha votato sul patto migratorio ma si è astenuta da quello sui rifugiati. La Libia si è astenuta dal voto su entrambi i patti. L’Eritrea ha votato sì sul patto migratorio ma si è astenuto sull’altro. Repubblica democratica popolare di Corea, Micronesia, Tonga e Turkmenistan non hanno votato su entrambi.

 

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i profughi; Filippo Grandi, ha accolto favorevolmente l’adozione del Migration Compact: “L’efficace attuazione di entrambi i patti contribuirà a rafforzare gli obiettivi l’uno dell’altro“. I due compact sono infatti interconnessi. Coloro che hanno deciso di rinunciare a uno degli accordi dovrebbero logicamente uscire dall’altro; entrambi sono basati sulla Dichiarazione di New York 2016 per i rifugiati e i migranti. Sia i diritti dei migranti che quelli dei rifugiati sono ora destinati a ricadere sotto un nuovo modello di legislazione internazionale.

Sotto il controllo delle Nazioni Unite, le politiche migratorie e di rifugiati saranno dettate dal “multilateralismo” (dopo che il multiculturalismo ha mostrato i suoi limiti). La mobilità umana (sia per migranti che per i rifugiati) non sarà mai più regolata allo stesso modo, questo anche per le nazioni che si sono opposte ai patti.

 

https://cis.org/Rush/Historic-Victory-UN-Global-Compacts-Migration-and-Refugees-Adopted-Week

Le sette armi inarrestabili che permettono agli Stati Uniti di dominare il mondo, traduzione e commento di Giuseppe Germinario

Le sette armi inarrestabili che permettono agli Stati Uniti di dominare il mondo

Fonte: The Tribune, Michel Cabirol , 

L’articolo riportato tradotto qui sotto riveste un grande interesse. Svela una parte importante dei numerosi strumenti a disposizione della classe dirigente statunitense nell’ambito delle relazioni economiche e del controllo e gestione dei dati in grado di condizionare ed influenzare pesantemente le politiche degli altri stati e degli altri attori geopolitici, compresi quelli economici. Mette a nudo anche un’altra verità: i paladini e garanti della libertà del mercato in realtà non hanno fatto altro che dosare nel tempo e secondo le contingenze misure di protezionismo, di liberismo e di regolamentazione in modo tale da affermare e consolidare la propria posizione di influenza e di controllo predicando il disarmo altrui. Trump, affermando le prerogative degli stati nazionali, non ha fatto altro che svelare consapevolmente questi meccanismi da sempre operanti anche sotto le mentite spoglie di una globalizzazione mitizzata come una era di libertà ed emancipazione assoluta degli individui e delle formazioni politiche. Di fatto e tra mille contraddizioni in divenire cerca di perimetrare meglio e più stabilmente l’area di influenza americana rispetto alle velleità di realizzazione del dominio unipolare degli ultimi tre decenni che tanti squilibri pressoché ingovernabili ha creato nel contesto geopolitico e nella stessa formazione sociale statunitense. Un riconoscimento nella sostanza di un contesto geopolitico multipolare e multicentrico incipiente dove più che di dominio degli Stati Uniti si può parlare di sua prevalenza, pur se ancora netta. Una delle carenze di valutazione che inficia la validità generale dell’articolo. Alcune altre sono presto dette. Si tende ad attribuire alla amministrazione di Trump una bellicosità e una distruttività di gran lunga maggiore delle precedenti omettendo la cruda e caotica sostanza celata nella politica di ingerenza dirittoumanitarista incarnata dai Clinton, Bush e soprattutto Obama. Tende, ancora una volta, a surdeterminare la funzione dell’azione politica nell’economico rispetto agli altri ambiti di azione, compreso quello militare pur apprezzando il ruolo riconosciuto all’azione politica in essa piuttosto che la concessione unilaterale, prevalente in altre analisi, alle intrinseche leggi inesorabili dell’economico. Omette l’azione “positiva” non solo ostativa di tutto il vario e vasto armamentario disponibile nell’arsenale americano comprese le leve finanziarie. Omette le implicazioni tattiche e strategiche del riconoscimento del ruolo e delle prerogative degli stati nazionali ad opera della dottrina di Trump in via di formazione. Tutti elementi che impediscono una emersione adeguata del complesso di azioni e reazioni che stanno preparando un diverso e intricato scenario geopolitico dai molti attori e dalle molte variabili tendenzialmente sempre meno padroneggiabili da un unico soggetto rispetto alla condizione di fine secolo e lungi, quindi, da una condizione di dominio assoluto e da un ruolo di “poliziotto del mondo”. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Il protezionismo e una politica extraterritoriale aggressiva consentono agli Stati Uniti di Trump di dominare il resto del mondo. E il presidente degli Stati Uniti ha appena rafforzato le misure per controllare meglio gli investimenti stranieri negli Stati Uniti. In Francia, il Senato sostiene la creazione di piattaforme finanziarie specifiche e un ruolo maggiore dell’euro al fine di contrastare le sanzioni extraterritoriali statunitensi.

Gli Stati Uniti, l’iperpotenza alla quale nulla può resistere o quasi nulla. Con Donald Trump, Washington assume oggi completamente questo ruolo di poliziotto del mondo. L’attuale presidente americano non ha fatto altro che uso di un arsenale giuridico messo all’opera per un lungo periodo di tempo dai suoi predecessori come la legge Helms-Burton e d’Amato adottate nel 1996. Essi penalizzano le transazioni commerciali, rispettivamente con Cuba, la Libia e Iran. I precedenti presidenti degli Stati Uniti non hanno mai esitato a usare questo arsenale.

Di conseguenza, tra il 2009 e il 2016, le banche europee hanno per esempio pagato alle autorità degli Stati Uniti circa 16 miliardi di sanzioni previste per le violazioni alle sanzioni internazionali degli Stati Uniti  e / o alle norme anti-riciclaggio di denaro , tra cui 8,97 miliardi per BNP Paribas . Queste sanzioni inducono “anche, inevitabilmente, le domande su un possibile targeting delle imprese europee e la lealtà di certe pratiche di governo degli Stati Uniti” come hanno anche stimato a febbraio 2016 in un report gli autori commentando sulla extraterritorialità della legge Americana, Pierre Lellouche e Karine Berger.

Sovranità, Donald Trump risveglia una piccola Europa

Tuttavia, Donald Trump fa un passo avanti senza complessi. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti l’8 maggio scorso dall’accordo nucleare con l’Iran ratificato nel 2015 e la concomitante reintroduzione delle sanzioni americane si è indebolita, ha addirittura annientato l’attuazione di un accordo politico, tuttavia considerato capitale nella lotta contro la proliferazione nucleare e la stabilità regionale. Questa decisione porta a un massiccio ritiro di società europee dal commercio con l’Iran per timore di sanzioni extraterritoriali da parte degli Stati Uniti. Washington ha anche intensificato le sanzioni contro la Russia di Putin e ha anche lanciato una guerra commerciale contro la Cina. È molto Tanto che gli Stati Uniti praticano una politica estera giuridica senza complessi …

Al di là delle sanzioni economiche e finanziarie che gli Stati Uniti impongono a società non americane, Washington mette a repentaglio la qualità delle relazioni transatlantiche e colpisce principalmente l’autonomia delle decisioni economiche degli altri paesi e la loro sovranità diplomatica. Inoltre, vediamo la nascita di alleanze inimmaginabili solo poco tempo fa: l’Unione europea è alleata con la Cina e la Russia per contrastare gli Stati Uniti sul primato iraniano. In Francia, il Senato sostiene la creazione di piattaforme finanziarie specifiche e un ruolo maggiore dell’euro al fine di contrastare le sanzioni extraterritoriali statunitensi. In tal modo,

“Questa non è una banca, ma un dispositivo su cui registrare il + e -,” ha detto il senatore Philippe Bonnecarrere Mercoledì, salutando il suo lato sia “rustica e robusta”. “Quando l’Iran vende petrolio alla Cina o in India, il + sarebbe in linea con questa piattaforma in proporzione al fatturato,” ha detto il senatore centrista del Tarn (centrista Union), autore di un rapporto della Commissione Affari europei del Senato, dal titolo “L’extraterritorialità delle sanzioni statunitensi: quali risposte dall’Unione europea?”.

1 / L’arma di extraterritorialità

Il predominio degli Stati Uniti sul mondo poggia su alcune leggi degli Stati Uniti le quali si applicano alle persone fisiche o giuridiche nei paesi terzi a causa dei legami a volte tenui con gli Stati Uniti (un pagamento in dollari, per esempio). È l’arma inarrestabile degli Stati Uniti per punire persone e società non americane. Le leggi si applicano in particolare a tutte le società che operano su mercati finanziari statunitensi regolamentati. Queste leggi riguardano essenzialmente tre aree: le sanzioni internazionali imposte, anche unilateralmente, dagli Stati Uniti; corruzione di funzionari pubblici all’estero; e, infine, l’applicazione della tassazione personale degli Stati Uniti ai cittadini statunitensi non residenti. Per Donald Trump l’applicazione della dottrina di extraterritorialità è una costante

2 / L’arma delle sanzioni economiche

Ieri, Cuba, Libia, Sudan, oggi, ancora Iran, Russia. Gli Stati Uniti attuano le sanzioni economiche e gli embarghi caso per caso. Ad esempio, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la CAATSA (Controversia degli americani attraverso il Sanctions Act), per punire la Russia per “contrastare i nemici degli Stati Uniti attraverso le sanzioni”. Questa legge impone sanzioni economiche contro qualsiasi entità o paese che concluda contratti di armi con società russe. Gli Stati Uniti hanno anche ripristinato un embargo contro l’Iran a maggio e hanno esortato il resto del mondo a rispettarlo, oppure imporre sanzioni finanziarie a società americane e straniere che lo violerebbero. Donald Trump ha chiamato alla fine di settembre tutti i paesi del pianeta per isolare il regime iraniano, denunciando la “Dittatura corrotta” al potere secondo lui a Teheran.

E attenti a coloro che vogliono scivolare nelle fessure. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC), un dipartimento del Tesoro che applica le sanzioni finanziarie internazionali statunitensi, impiega circa 200 persone e ha un budget di oltre $ 30 milioni. In particolare, l’UFAC monitora le transazioni finanziarie globali per rilevare movimenti sospetti. Tutte le transazioni effettuate dai canali ufficiali sono registrate e quindi controllabili quando vi sono mezzi di elaborazione di massa. Questo è ovviamente il caso degli Stati Uniti.

Nel 2014, BNP Paribas ha ricevuto una multa stratosferica di quasi $ 9 miliardi per aver violato le sanzioni internazionali statunitensi. In questo caso, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sottolineato la dimensione della sicurezza nazionale, che è una delle giustificazioni tradizionali per l’extraterritorialità. All’inizio di settembre, Société Générale ha valutato le multe che dovrà pagare dopo aver effettuato transazioni in dollari coinvolgendo paesi soggetti a sanzioni statunitensi, tra cui l’Iran, a quasi 1,2 miliardi di euro.

Attualmente, Danske Bank, la più grande banca danese, ha annunciato all’inizio di ottobre di essere indagata dalle autorità statunitensi. La sua filiale estone, che è al centro dello scandalo, ha visto circa 200 miliardi di euro passare attraverso i conti di 15.000 clienti stranieri non residenti in Estonia tra il 2007 e il 2015. Le transazioni sono state fatte in dollari ed euro. Una gran parte di questi fondi è stata ritenuta sospetta, il che potrebbe portare l’ammontare di denaro sporco a diverse decine di miliardi di euro, principalmente dalla Russia.

3 / L’arma anticorruzione

Nessuna questione di giocare con la corruzione. Gli Stati Uniti stanno guardando. Ad esempio, la legge statunitense punisce la corruzione di funzionari pubblici all’estero. Questa lotta è incarnata nel 1977 dal Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) e gli Stati Uniti hanno messo i mezzi in atto. Come tali, sono stati tra i principali sostenitori della Convenzione sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle transazioni commerciali internazionali, adottata nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 1997. Inoltre, la lotta alla corruzione è chiaramente considerata la seconda priorità dell’FBI, subito dopo l’antiterrorismo.

Il mancato rispetto di questa legislazione ha comportato sanzioni molto gravi per le società europee. È il caso di Alstom, che nel 2014 ha ricevuto una multa di 772 milioni di dollari per aver violato la legislazione anti-corruzione degli Stati Uniti. Siemens, che ha acquistato l’attività di trasporto di Alstom, è stata anche raggiunta nel 2008 dal sistema di giustizia americano (800 milioni), proprio come Total (398 milioni), Alcatel (137 milioni) e molti altri … Airbus è altrove nel crocevia della giustizia americana, che controlla le indagini del Serious Fraud Office britannico e l’ufficio del procuratore nazionale francese lanciato contro il produttore europeo.

4 / L’arma del protezionismo commerciale

Questo è uno dei maggiori rischi per il commercio globale, l’aumento delle misure protezionistiche. Nel 2017, il 20% di questi sono state emanate dagli Stati Uniti, che aumenta notevolmente il loro impatto sull’economia globale, AON ha affermato nella sua 21 ° edizione della mappatura internazionale dei rischi politici, il terrorismo e la violenza politica. “L’impatto di includere la decisione di Donald Trump è significativa in metallurgia e aerospaziale e potrebbe portare a misure di ritorsione, soprattutto dalla Cina , aveva stimato in aprile Jean-Baptiste Ory, Responsabile Rischi politici Polo Aon Francia.

Non si sbagliava. Dopo l’imposizione di reciproche tariffe punitive del 25% su 50 miliardi di merci quest’estate, Donald Trump ha imposto tariffe punitive sui beni cinesi per un valore di 250 miliardi di dollari all’anno all’inizio di settembre. Inoltre minaccia di incassare 267 miliardi di dollari in importazioni aggiuntive, quasi tutte le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Pechino aveva promesso di contrattaccare con l’imposizione di tariffe del 5 o del 10% su prodotti statunitensi del valore di $ 60 miliardi di importazioni annuali.

5 / L’arma CFIUS

Gli Stati Uniti erano già uno dei paesi in cui gli acquirenti stranieri dovevano mostrare le loro parti riservate per acquisire una società americana con tecnologie sensibili. Non era abbastanza per Donald Trump. Mercoledì l’amministrazione statunitense ha deciso di adottare ulteriori misure per bloccare l’industria degli investimenti stranieri. Le nuove regole, relative alla riforma della commissione per gli investimenti esteri (CFIUS) adottata quest’estate, richiederanno agli investitori stranieri di presentare alle autorità qualsiasi acquisizione – non solo acquisizione di imprese – in una società statunitense appartenente ad uno dei 27 settori chiave designati, tra cui aeronautica, telecomunicazioni, industria informatica, semiconduttori e batterie. Questa riforma è il primo aggiornamento delle regole CFIUS da oltre 10 anni. Tuttavia, l’amministrazione Trump preparerebbe altri regolamenti per i campi dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture.

Queste nuove regole entreranno in vigore il 10 novembre prima della realizzazione finale in 15 mesi. Ora si aspettano che qualsiasi investimento straniero in una delle industrie chiave venga rivisto e alla fine bloccato se rappresenti “una minaccia di erosione della superiorità tecnologica” , secondo un alto funzionario del Tesoro. Tre criteri motivano l’ispezione del CFIUS: se c’è partecipazione straniera, da qualunque parte provenga, anche di minoranza; se esiste un’assegnazione straniera di un seggio nel consiglio di amministrazione della società americana in questione e se l’investitore straniero può influenzare il processo decisionale all’interno di tale società tecnologica.

Nessun paese straniero è stato preso di mira in modo specifico, ma in passato il CFIUS, un organismo intergovernativo la cui amministrazione fiduciaria è il Tesoro, ha bloccato le acquisizioni da parte degli investitori cinesi. Huawei ha già dovuto abbandonare l’acquisizione di aziende di computer statunitensi 3 Leaf nel 2012 e 3 Com nel 2008. Nel 2016, secondo le ultime cifre, il CFIUS aveva esaminato 172 transazioni, che erano al momento dell’acquisizione, e ha avviato 79 indagini con un’unica decisione negativa.

6 / L’arma ITAR

Quattro lettere preoccupano l’industria della difesa: ITAR (International Traffic in Arms Rules). Perché? Se un sistema di armamenti contiene almeno una componente statunitense ai sensi delle normative ITAR statunitensi, gli Stati Uniti hanno il potere di vietare la loro vendita all’esportazione in un paese terzo. Tuttavia, molte società francesi ed europee integrano componenti americane tra cui elettronica, in molti materiali, in particolare nei settori dell’aeronautica e dello spazio. “La nostra dipendenza da componenti soggetti alle regole ITAR è un punto critico” , aveva riconosciuto nel maggio 2011 all’Assemblea nazionale il CEO di MBDA, Antoine Bouvier.

Recentemente, Washington ha posto il veto sull’industria degli armamenti francesi, vietando l’esportazione del missile da crociera Scalp della MBDA in Egitto e Qatar. Di conseguenza, questa decisione impedisce la vendita di ulteriori Rafale al Cairo. Questo è chiaramente un attacco alla sovranità della Francia. Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti giocano con i nervi della Francia. Quindi, hanno esitato a lungo per utilizzare i regolamenti ITAR su un file francese in India. Alla fine non lo fecero. Nel 2013, avevano già rifiutato una richiesta di riesportazione negli Emirati Arabi Uniti di componenti “made in USA” necessario per la fabbricazione di due satelliti spia francesi (Airbus e Thales). La visita di François Hollande negli Stati Uniti nel febbraio 2014 ha risolto positivamente questo problema.

7 / L’arma del Cloud Act

Ora la legge Cloud (Overseas Chiarire Legale L’uso della legge sui dati) si applica a tutte le società sotto la giurisdizione degli Stati membri e che i dati di controllo, indipendentemente dal luogo in cui sono memorizzati, secondo l’avvocato Yann Padova . I principali cloud player statunitensi e le loro affiliate dovranno conformarsi. Proprio come faranno le altre compagnie del settore, anche europee, che operano sul territorio americano. Chiaramente, i dati memorizzati al di fuori degli Stati Uniti ma su server di proprietà di società statunitensi non possono più essere considerati sicuri. The Cloud Act offre agli Stati Uniti l’opportunità di accedere ai dati quando è ospitato dai fornitori di servizi cloud statunitensi, senza che gli utenti siano informati,

Fonte: The Tribune, Michel Cabirol , 

PETER NAVARRO E I GLOBALISTI, a cura di Gianfranco Campa

Nei numerosi articoli e podcast sulle vicende politiche e sull’aspro scontro che contrappone una vecchia classe dirigente arroccata ed una nuova in via di formazione negli Stati Uniti ci siamo soffermati soprattutto sulle dinamiche di questo conflitto e sulle forze in campo. Con il commento all’intervento di Peter Navarro si intende sottolineare un degli aspetti alla base di queste dinamiche: la destabilizzazione della formazione sociale statunitense e della sicurezza militare legate al processo di globalizzazione e all’ambizione di dominio unipolare e la conseguente reazione_Giuseppe Germinario

 

 

PETER NAVARRO RIVOLGE UN MONITO AI GLOBALISTI

 

Peter Navarro, il principale consigliere sui trattati internazionali di Donald Trump, ha rivolto un pressante monito diretto ai rappresentanti di Wall Street e ai globalisti mondiali: non interferire nei colloqui in atto fra l’amministrazione Trump e i Cinesi sulla rinegoziazione dei trattati economici e sull’imposizione di nuovi pesanti dazi sui prodotti cinesi.

Le parole di Navarro non devono sorprendere, poiché il Professor Navarro è personalmente coinvolto in una battaglia che ormai conduce da molti anni sui pericoli della globalizzazione, in particolare per l’aspetto relativo al rapporto commerciale tra Stati Uniti e Cina.

La battaglia per il riposizionamento nel rapporto commerciale fra i vari paesi del mondo e gli Stati Uniti è una priorità della Casa Bianca di Trump. Termini come nazionalismo si sovrappongono al globalismo. Peter Navarro è la punta di lancia in questo scontro fra Wall Street, cioè i globalisti, e Main Street, cioè i nazionalisti.

Negli ultimi decenni, Wall Street, con il supporto della Camera di Commercio Americana, ha cannibalizzato Main Street a scapito del profitto, riducendo in cenere l’industria manifatturiera americana. Le politiche economiche di Wall Street sono diametralmente opposte a quelle di Main Street. Questo potere intrinseco di Wall Street è l’epicentro delle cosiddette “fogne di Washington”.

Lo scorso Venerdì, parlando al CSIS (Center for Strategic and International Studies) per oltre un’ora, Navarro ha sottolineato le problematiche degli scambi commerciali con la Cina e soprattutto come i banchieri di Wall Street e i manager di hedge funds stanno ostacolando i tentativi di ricalibrare il rapporto con la Cina da parte dell’amministrazione Trump. Le parole di Navarro indirizzate a queste entità sono state durissime, al limite della minaccia.

Qui sotto trovate la traduzione di un estratto di tre minuti, estrapolato dall intero intervento di Navarro. Intervento che ha suscitato molto scalpore in certi ambienti americani.

 

https://www.c-span.org/video/?c4759972/peter-navarro-billionaire-globalists-pushing-white-house-cut-trade-deal-china

 

https://www.youtube.com/watch?v=k7SkF6bbSkE

 

QUESTO RAPPORTO IDENTIFICA CON LA MASSIMA CHIAREZZA UNA MINACCIA ALLA BASE INDUSTRIALE DELLA DIFESA  USA:  QUESTA E’ LA VISIONE DEL DOD (Dipartimento di Difesa) E DEGLI ALTRI ELEMENTI DI QUESTO GOVERNO, ED E’  MOLTO DIVERSA DA QUELLA DEI BANCHIERI DI WALL STREET E DELLE ÉLITE GLOBALISTE. CONSIDERATE PER ESEMPIO LA DIPLOMAZIA OMBRA TRA U.S. E CINA CHE VIENE ATTUATA DA UN GRUPPO INDIPENDENTE, AUTO PROCLAMATOSI ALTERNATIVO AL GOVERNO AMERICANO, COMPOSTO DAI BANCHIERI DI WALL STREET E DIRIGENTI DI HEDGE FUNDS. NEL QUADRO DI UNA OPERAZIONE DI INFLUENZA DEL GOVERNO CINESE, MILIARDARI GLOBALISTI  ESERCITANO UNA FORTISSIMA PRESSIONE A 360° SULLA LA CASA BIANCA IN PREVISIONE DEL G20 IN ARGENTINA. LA MISSIONE DI QUESTI AGENTI UFFICIOSI DEL GOVERNO CINESE, PERCHÉ  E’ QUESTO CHE SONO, E’  FORZARE IL PRESIDENTE A FIRMARE UN ACCORDO. SU QUESTO, DUE PUNTI DEVONO ESSERE CHIARI: IL PRESIDENTE DONALD TRUMP HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE SUGLI ACCORDI COMMERCIALI, HA AVUTO ANCHE IL CORAGGIO E LA SAGGEZZA DI RESISTERE ALLE ELITE GLOBALISTE, DI RESISTERE AI PAESI CHE SI IMPEGNANO IN PRATICHE COMMERCIALI SLEALI, SCAMBI INEGUALI, ALTI DAZI, USANDO IL MONDO – USANDO IN PARTICOLARE GLI STATI UNITI – COME LA BANCA DEL MONDO. E PRODUCENDO UNO SBILANCIO COMMERCIALE, PERCHÉ’ QUESTO FANNO, OGNI ANNO UNO SBILANCIO COMMERCIALE DI UN TRILIONE DI DOLLARI. QUESTO È UN PURO E SEMPLICE TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA ALL’ESTERO: POSTI DI LAVORO, FATTORI PRODUTTIVI E SOLDI. DONALD TRUMP HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE, AFFRONTANDO QUESTA REALTA’, E SE IN PASSATO NON HA AVUTO BISOGNO DELL’AIUTO DI WALL STREET; NON HA AVUTO BISOGNO DELL’AIUTO DI GOLDMAN SACHS, ANCOR MENO NE HA BISOGNO OGGI. QUANDO QUESTI PSEUDOAGENTI STRANIERI SENZA TESSERA SI DANNO A QUESTO TIPO DI DIPLOMAZIA – COSIDDETTA DIPLOMAZIA, – NE VIENE PREGIUDICATA LA FORZA DEL PRESIDENTE E LA SUA POSIZIONE NEGOZIALE. NIENTE DI BUONO PUO’  VENIRE DA QUESTO. SE E QUANDO CI SARA’ UN ACCORDO, SARÀ ALLE CONDIZIONI DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP, NON A QUELLE DI WALL STREET. SE  WS E’ COINVOLTA E CONTINUA AD INTROMETTERSI IN QUESTO NEGOZIATO, SE NE SENTIRA’ IL CATTIVO ODORE INTORNO A QUALSIASI ACCORDO VENGA PATTUITO. AVRA’ LA FIRMA DI  WALL STREET. RIVOLGO UN PRESSANTE INVITO A QUESTI PSEUDOAGENTI A DESISTERE. NON NE PUÒ ‘VENIRE NIENTE DI BUONO. SE VOGLIONO FARE DEL BENE, SPENDANO I LORO MILIARDI A DAYTON, OHIO, NELLE CITTA’ INDUSTRIALI D’AMERICA, DOVE ABBIAMO BISOGNO DI FAR RINASCERE LA NOSTRA MANIFATTURA DI BASE  E RISOLVERE L’EPIDEMIA DI DIPENDENZE DA OPPIOIDI CHE HANNO CREATO DELOCALIZZANDO LA NOSTRA PRODUZIONE.”

IDENTIFIED THREAT TO AMERICA’S DEFENSE INDUSTRIAL BASE. NOTHING CAN BE CLEARER IN THIS REPORT. THIS IS A VERY DIFFERENT VIEW THAT DOD AND OTHER ELEMENTS OF THIS GOVERNMENT HAVE BEEN THE WALL STREET BANKERS AND GLOBALIST ELITES. CONSIDER THE SHADOW DIPLOMACY THAT IS NOW GOING ON BY A SELF-APPOINTED GROUP OF WALL STREET BANKERS AND HEDGE FUND MANAGERS BETWEEN U.S. AND CHINA. AS PART OF A CHINESE GOVERNMENT INFLUENCE OPERATION, GLOBALIST BILLIONAIRES ARE PUTTING THE FULL COURT PRESS ON THE WHITE HOUSE IN ADVANCE OF THE G20 IN ARGENTINA. THE MISSION OF THESE UNREGISTERED FOREIGN AGENTS, THAT’S WHAT THEY ARE, UNREGISTERED AGENTS TO PRESSURE THIS PRESIDENT INTO SOME KIND OF A DEAL. TWO POINTS HAVE TO BE MADE CLEAR ABOUT THIS. PRESIDENT DONALD TRUMP HAS DONE AN INCREDIBLE JOB — INCREDIBLE JOB ON TRADE. HE HAS HAD THE COURAGE AND WISDOM TO STAND UP TO THE GLOBALIST ELITES, TO STAND UP TO THE COUNTRIES OF THE WORLD THAT ARE ENGAGING IN UNFAIR TRADE PRACTICES, NONRECIPROCAL TRADE, HIGH TARIFFS, USING THE WORLD — USING THE UNITED STATES AS THE BANK OF THE WORLD. RUNNING UP A TRADE DEFICIT EVERY YEAR BECAUSE THEY DO THAT OF OVER A HALF $1 TRILLION. THAT IS A PURE TRANSFER OF WEALTH ABROAD. JOBS, FACTOR, AND MONEY. DONALD TRUMP HAS DONE AN AMAZING JOB OF ADDRESSING THAT ISSUE AND HE DIDN’T NEED THE HELP OF WALL STREET, HE DIDN’T NEED THE HELP OF GOLDMAN SACHS AND HE DOESN’T NEED IT NOW. WHEN THESE UNPAID FOREIGN AGENTS ENGAGE IN THIS KIND OF DIPLOMACY, SO CALLED DIPLOMACY, ALL THEY DO IS WEAKEN THIS PRESIDENT AND HIS NEGOTIATING POSITION. NO GOOD CAN COME OF THIS. IF AND WHEN THERE IS A DEAL, IT WILL BE ON PRESIDENT DONALD TRUMP’S TERMS NOT WALL STREET’S TERMS. IF WALL STREET IS INVOLVED AND CONTINUES TO INSINUATE ITSELF INTO THESE NEGOTIATION THERE WILL BE A STENCH AROUND ANY DEAL THAT IS CONSUMMATED. IT WILL HAVE THE FACTS OF WALL STREET. I WOULD URGE THESE AGENTS TO STAND DOWN ON THIS ISSUE. NO GOOD CAN COME OF IT. IF THEY WANT TO DO GOOD, SPEND THEIR BILLIONS IN DAYTON, OHIO, IN THE FACTORY TOWNS OF AMERICA, WHERE WE NEED A REBIRTH OF OUR MANUFACTURING BASE  AND TO THE OPIOID CRISIS WHICH I HAVE TO CREATE BY OFF SHORING OUR PRODUCTION.

Trump dovrebbe incontrare il presidente cinese Xi Jinping a Buenos Aires, in Argentina, alla fine di novembre a margine di un summit dei leader del G20 per discutere di una possibile via d’uscita dalla loro sempre più intensa guerra commerciale.

 

 

QUALE IDEA DI EUROPA? PROSIEGUO_BOTTA E RISPOSTA gambescia/buffagni_1a PUNTATA

Una replica all’ interessante articolo di Roberto Buffagni

http://italiaeilmondo.com/2018/11/08/elezioni-europee-2019-quale-idea-deuropa-di-roberto-buffagni/

Da Tiglatpileser a Hitler, di Carlo Gambescia

fonte originaria

Partendo da una serrata  critica alle  riflessioni pseudo-teologiche di  Massimo  Cacciari,  Roberto Buffagni  spiega perché questa Europa, quella dell’UE per intendersi, non gli piace (*) .

Il suo ragionamento  ruota intorno a due  principi:  quello politico dell’amico-nemico e quello religioso di un cattolicesimo controrivoluzionario, più o meno fermo alla condanna del 1789. Buffagni combatte, ideologicamente, l’UE, puntando su due cavalli di razza:  Carl Schmitt e  Joseph de Maistre.  Ovviamente, cito, andando oltre l’articolo,  solo due nomi  presi  “a caso”, ma  idealmente emblematici,   dalle sue  sterminate  letture.

In buona sostanza, sfrondando il pur agguerrito  esercito di argomentazioni  filosofico-teologiche schierato da Buffagni,  l’UE è da lui considerata l’ultima reincarnazione di uno spirito moderno, molle e decadente che  sta portando alla rovina l’Europa  ( e ovviamente l’Occidente).

A dire il vero,  la posizione di Buffagni  è più  intellettualmente onesta  di quella di Cacciari,  che invece usa  il cristianesimo contro il cristianesimo, come Lenin usava la democrazia contro la democrazia. Evidentemente,  comunisti si  muore, ci si chiami Lenin o Cacciari. Ma questa è un’altra storia.

Scorgo però nel  discorso di Buffagni  una contraddizione cognitiva. Egli sostiene,  sulla scia di Carl  Schmitt, che in politica, senza un nemico, non si può fare politica. Il che è vero, solo però se si  intende  quest’ultima, come pura e semplice  continuazione della guerra con altri mezzi. Ciò, ovviamente,   è coerente con la  visione antimoderna di Buffagni  –  e qui spunta Joseph de Maistre –  che respinge il contratto  in quanto  prolungamento della modernità.   Ma non è coerente, dispiace dirlo, con la  visione scientifica della politica ( o meglio metapolitica)  che è sì, fondata sulla relazione amico-nemico, quindi  sullo status, dettato dalla spada,  ma che  include anche il contratto, ossia  le procedure, per evitare la spada puntando sulla civilizzazione del nemico,  attraverso una proceduralizzazione (il contratto),  capace di trasformare il nemico  in  avversario. Ovviamente, il contratto non esclude la spada, e viceversa:  i sociologi, sulla scia di Simmel (e prima ancora di Kant, ma si potrebbe andare ancora più indietro), parlano di  socialità insociale. Senza l’una (la spada) non c’è l’altro( il contratto).

In realtà, e qui storia e scienza si congiungono,  la storia  della Chiesa, o se si preferisce del cristianesimo o cattolicesimo  sociologicamente applicato,   è   la storia del sapiente e secolare  uso di status e contratto,  come del resto prova  la storia degli  imperi più longevi.  Dal momento che gli imperi  che sono durati di meno –  parlo della pratica,  non dell’idea  – sono proprio gli imperi, o comunque le macro-forme politiche,  fondate solo sulla spada: dai feroci Assiri,  agli imperi romano-barbarici (con vari pendant narrativo-evocativi medievali); da Tamerlano a  Napoleone e Hitler, che aspirava addirittura a fondare un Reich millenario.

 

Di più: Roma, la Chiesa cattolica e le moderne, e ancora giovani, democrazie liberal-parlamentari sono un buon esempio, anche prescindendo dalla forma di regime politico, di come fare saggio uso dello status e del contratto. E le prime due lo sono anche di vecchiaia.

Il  gracile  Occidente liberale ha  battuto la Germania di   Hitler sul campo di battaglia e l’Unione sovietica su quello economico.  Come dire?  Ha sconfitto due muscolosi colossi  politici, sul terreno dello  status e su quello del  contratto. Perché sottovalutare tutto ciò, privilegiando una visione univoca  della dicotomia amico-nemico? Asserendo – parliamo del succo del discorso di Buffagni,  esposto anche altrove –  che  sul piano cognitivo esiste solo il nemico, incarnato, su quello filosofico-politico – quando si dice il caso – dalla cattiva modernità?

Probabilmente perché, come appena accennato, nel pensiero di Buffagni,  condanna del mondo moderno e visione univoca del politico   sono la stessa cosa. Sicché l’UE, essendo il portato di un mondo impolitico e corrotto,  non può non incorrere nella  sua  “scomunica”, che, forse proprio perché tale, si regge argomentativamente, come per i suoi due  maestri ideali, sul solo  concetto di status. Altrimenti detto, solo sulla spada.   Di qui, il peccato cognitivo di unilateralità.

Di conseguenza, secondo Buffagni, questa Europa, per salvarsi, dovrebbe rinnegare il contratto e puntare sullo status.  Insomma, sulla spada.  Ma per andare dove?  A  fare compagnia a Tiglatpileser, fondatore del caduco impero Assiro?

Carlo Gambescia

L’Europa e la questione del costruttivismo, di Roberto Buffagni

Caro Carlo,

Rispondo con piacere alla tua  acuta critica [1] al mio recente commento a un discorso di Massimo Cacciari sull’idea di Europa[2]. La tua critica   è brevissima e chiarissima, e dunque non la riassumo, pregandovi di leggerla con attenzione prima della mia replica.

Cerco d’essere altrettanto breve e chiaro. Concordo volentieri con te sulla sua obiezione principale, e cioè che  “la politica…è sì, fondata sulla relazione amico-nemico, quindi  sullo status, dettato dalla spada,  ma…anche [sul] contratto, ossia  le procedure, per evitare la spada puntando sulla civilizzazione del nemico,  attraverso una proceduralizzazione (il contratto),  capace di trasformare il nemico  in  avversario.” Verissimo. Il problema dell’attuale situazione europea e occidentale, però, è che il “contratto” capace di trasformare il nemico in avversario non è un’obbligazione sinallagmatica privata, per la quale bastano legge positiva e amministrazione capace di applicarne il comando. Il contratto capace di trasformare il nemico in avversario è il contratto, o meglio patto politico, il foedus (lo auspica anche M. Cacciari nell’intervento che ho commentato).

Un foedus presenta due aspetti: uno, analogo al contratto privato, e cioè la composizione degli interessi in un compromesso accettabile e vitale; e un altro, che dal contratto privato lo differenzia qualificandolo, e cioè la condivisione un progetto politico-culturale e di un’etica. Ora, a mio avviso questo secondo aspetto, che differenzia il foedus  politico dal contratto privato, nell’Europa e nell’Occidente odierno non si dà e non si può dare.

Non si dà né si può dare condivisione di un progetto politico-culturale e di un’etica, perché l’Unione Europea, la forma che l’odierna Europa tenta di darsi, ha ripreso in toto la pretesa illuministico-liberale di innalzare la ragione umana individuale a legislatrice assoluta, a unica determinante della condotta personale e collettiva. La società stessa, in questa prospettiva, diviene il teatro in cui le singole volontà individuali vengono a incontrarsi, ciascuna col proprio insieme di insindacabili preferenze e atteggiamenti. Risultato: il  mondo diventa “l’arena dove combattere per il raggiungimento dei propri scopi personali”, per dirla con Alasdair MacIntyre[3]. Di conseguenza, all’interrogazione riguardante i fini, personali e sociali, si sostituisce la razionalità burocratica, che weberianamente consiste nell’adeguare i mezzi agli scopi in maniera economica ed efficace.

Il dibattito intorno ai fini, infatti, è sempre anche dibattito intorno ai valori. E non appena si dibatte intorno ai valori, la razionalità weberianamente intesa non può far altro che tacere. Non solo. Quando la razionalità weberianamente intesa  si insedia al posto di comando politico, non appena si apre il dibattito intorno ai valori essa non può far altro che far tacere le voci che dissentono dal suo presupposto: essere i valori frutto di decisioni soggettive; così rovesciandosi in dispotismo, conforme l’eterogenesi dei fini vichiana. Secondo il presupposto della razionalità weberiana, infatti, ogni scelta individuale è buona: sciolte da ogni vincolo oggettivo nella comunità, nella struttura metafisica del reale o nella trascendenza, tutte le fedi e le valutazioni sono ugualmente irrazionali, perché puramente soggettive. Detto per inciso, è per questo che la coscienza moderna è soggettivista, relativista ed emotivista: nella formulazione teologica di Amerio, in breve illustrata nel mio precedente scritto, la coscienza moderna mette l’amore al posto del Logos, la volontà prima dell’intelletto, la libertà in luogo della legge, il sentimento sopra la ragione.

Questa, a mio avviso, l’origine ideale del conflitto di crescente asprezza tra legittimazione popolare e legittimazione razional-burocratica dell’Unione Europea. Conflitto insolubile, perché la crisalide di Stato europeo difetta della forza sufficiente a imporre dispoticamente il principio ordinatore razional-burocratico: ci prova, ma invano, perché non può revocare la democrazia rappresentativa a suffragio universale, che resta la “formula politica” [4] (Mosca) degli Stati che la compongono, anche se non conviene all’entità politica in fieri dell’UE; mentre la legittimazione popolare, rispecchiando i divergenti interessi, culture, persuasioni etiche di popoli, nazioni e ceti europei, affermandosi non può far altro che disarticolare il progetto razionalista di (ri)costruzione della Torre di Babele 2.0 europea, che si profila destinata a far la fine della Torre biblica 1.0.

Sul piano ideale, sarebbe possibile uscire da questo vicolo cieco, riconducendo la costruzione europea alle sue “radici cristiane”. Sottolineo “radici” piuttosto che “cristiane”, perché nelle radici cristiane c’è anche la filosofia classica greca, anzitutto platonica e aristotelica, che afferma con vigore e perspicuità il concetto di “natura umana” e della sua intrinseca socialità; e la rappresenta in una forma altamente differenziata che consentirebbe di conservare insieme sia la legittimazione dell’universalismo spirituale perenne (eguale dignità di tutti gli esseri umani) sia la legittimazione delle comunità particolari transeunti (eguale dignità nella differenza di culture, nazioni, popoli europei). Sempre sul piano ideale, su queste basi sarebbe possibile quella condivisione di un progetto politico-culturale e di un’etica che costituisce la condizione necessaria, benché non sufficiente, per il foedus politico europeo (scrivo “non sufficiente”, perché a questa condivisione di valori dovrebbe congiungersi il difficile compromesso tra gli interessi e il precipitato delle vicende storiche di nazioni, popoli e ceti europei).

Il cristianesimo che potrebbe farsi promotore di questo “ritorno alle radici europee”, dunque, non sarebbe il  cattolicesimo reazionario, “maistriano” e seccamente negatore della modernità e dell’illuminismo, ma un cattolicesimo che in mancanza di altro termine definirò “tradizionista”, piuttosto che “tradizionalista”; perché non pretenderebbe il ritorno all’endiadi Trono/Altare, né l’adesione confessionale degli Stati e dei cittadini: non vivo su Marte né sono coetaneo di S. Tommaso, e mi ci troverei molto a disagio io stesso; ma il ritorno, o meglio il ritrovamento, di quel modo di intendere l’uomo e le sue comunità politiche e sociali con il quale il cristianesimo si confrontò al suo affermarsi, e poi riprese e parzialmente integrò ispirando e costruendo la civiltà europea. E’ questa, la base etica e filosofica che costituisce la “legge naturale” che, se per i cristiani coincide con i “preambula fidei”, per tutti gli europei potrebbe (sottolineo potrebbe) coincidere con la tavola dei valori comune: comune perché fondativa della civiltà europea.

Probabilmente, è  con questa speranza che papa Benedetto XV incentrò la sua riflessione teologica intorno a una ripresa e a un aggiornamento della filosofia aristotelica, come base di dialogo con i non credenti e con le istituzioni politiche occidentali. E’ senz’altro in questa prospettiva che un gruppo di studiosi conservatori di chiara fama, tra i quali d’altronde alcuni amici personali di papa Ratzinger, ha elaborato la “Dichiarazione di Parigi”[5], che per quel che vale la mia adesione (poco) volentieri sottoscrivo nella sostanza.

L’11 febbraio 2013[6] s’è visto quali concrete possibilità di affermazione ha questo progetto (per ora non tante, diciamo).

E’ un serio problema, e non perché io, papa Ratzinger o i firmatari della Dichiarazione di Parigi ne siamo delusi.

E’ un serio problema perché osservando la logica del conflitto in corso, in Europa e in Occidente, è probabile avvenga quanto segue. Radicalizzazione e polarizzazione crescenti tra un campo che ha per minimo comun denominatore universalismo politico, mondialismo, razionalismo, scientismo, soggettività individuale dei valori; e un campo che ha per minimo comun denominatore identitarismo, nazionalismo, nei casi peggiori anche tribalismo e/o razzismo; e che con il campo nemico condivide il peggio, cioè razionalismo, scientismo e soggettività dei valori: perché sostituisce, come fonte della scelta volontaristica e arbitraria dei valori, all’individuo liberale-illuminista la comunità nazionale, o addirittura tribale e/o razziale; motiva la preferenza per il noi identitario rispetto all’ io illuminista-liberale con l’identico scientismo (superiorità genetica di una razza sull’altra, leggi etologiche del comportamento animale, etc.); e come il campo avverso persegue il suo fine – inevitabilmente, di potenza e supremazia – con il criterio della razionalità weberiana. In buona sostanza, due campi così configurati sarebbero l’uno il positivo, l’altro il negativo fotografico dell’impasse culturale e politico non dell’Unione Europea, ma dell’Europa e dell’ intera civiltà occidentale; che confliggendo al calor bianco la sprofonderebbero nel cimitero della storia, lasciandone per giunta un pessimo ricordo che magari ci meriteremmo noi, ma certo non i nostri padri.

Deus avertat. Per fortuna, probabile non vuol dire certo. L’uomo resta libero, e dunque tutto resta possibile. Meglio darsi da fare, però: aiutati che il Ciel t’aiuta.

Un abbraccio,

Roberto Buffagni

 

Caro Roberto,

Io ti ho inviato una cartolina, tu mi hai risposto con una enciclica. Quindi mi perdonerai, se  rispondo, come mio stile,  con un’altra cartolina.

Non entro nel merito della  tua  argomentazione,  che comunque conferma il rigetto della modernità, quanto meno così com’è.  E qui però vengo al punto che  mi interessa: il tuo costruttivismo.

Vedi Roberto, dal punto vista storico – della storia come flusso di eventi – nessuno ha costruito a tavolino i concetti di impero romano,  feudalesimo,  mercato,  liberalismo, modernità, solo per fare alcuni esempi.

Prima, si è avuta la realizzazione dei fenomeni storici ricordati, poi la loro teorizzazione: realizzazione che è frutto –   mai dimenticarlo –  di meccanismi sociali selettivi che sono il  portato di una  mano invisibile, che condensa le scelte  di milioni e milioni di uomini, che, perseguendo individualmente i propri interessi, non sanno, nel preciso momento in cui agiscono, che cosa stiano realizzando collettivamente.

Per contro, un  classico esempio di costruttivismo, cioè di teoria che precede la realtà, e pretende di piegarla,  è rappresentato proprio dal comunismo.   E i tristi  risultati  sono ancora  sotto gli occhi di tutti. Come vedi non sei in buona compagnia…  Lo stesso concetto si può estendere al nazionalsocialismo e al  fascismo,  frutto di un comune humus teorico, se vuoi culturale, che si proponeva, sempre   a tavolino,  la costruzione di  forme alternative di postmodernità o antimodernità, ottenendo, in quest’ultimo caso,  il beneplacito, come per il  fascismo italiano, delle gerarchie cattoliche  più retrive ed estranee o nemiche della modernità.

Sicché  quando tu dici, appellandoti all’autorità di questo o quel dotto pensatore, potremmo fare questo, potremmo fare quello, ti comporti da perfetto costruttivista.  Vuoi cambiare una realtà  che non ti piace, costruendone un’altra a tavolino.  E mettendo dentro di essa,  quel che più ti aggrada o conforta la tua tesi.   Anch’io potrei fare la stessa cosa,  ma, a differenza di te, so, da sociologo,  che la mano invisibile,  che regola i fenomeni sociali, finisce sempre per vendicarsi degli ingegneri delle anime. Pertanto, in qualche misura, se mi perdoni l’inciso,  tra noi due,  l’individualista accanito sei tu, pur professando l’esatto contrario.
Certo   –  sarebbe inutile  negarlo –    anche l’unificazione europea è un fenomeno costruttivista, con una differenza  – direi, fondamentale –   rispetto al comunismo e alle altre  forme di costruttivismo totalitario.  Quale?  Non prevede l’uso della violenza, ma si appella al contratto.  Qui la sua forza e al tempo stesso la sua debolezza.  In questo senso, però,  siamo davanti, e per la prima volta nella storia, a una “formula politica”,  o per meglio dire a un esperimento politico e sociale, che si propone di unificare l’Europa in modo pacifico, dove altri invece  hanno fallito, usando la pura forza, se non la violenza  più atroce.

Cosa c’è di male in  tutto questo?

Ricambio l’abbraccio,

Carlo Gambescia

https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2018/11/una-replica-all-interessante-articolo.html?spref=fb&fbclid=IwAR2pXredeFLtvbnTzIO-Qx94OxMztLk_JqNA4DU8HRZXp-8PiBTwEHtK-E0

[1] https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2018/11/una-replica-all-interessante-articolo.html?spref=fb&fbclid=IwAR2pXredeFLtvbnTzIO-Qx94OxMztLk_JqNA4DU8HRZXp-8PiBTwEHtK-E0

[2] http://italiaeilmondo.com/2018/11/08/elezioni-europee-2019-quale-idea-deuropa-di-roberto-buffagni/#disqus_thread

[3] In: After virtue: a Study in Moral Theory (1981).

[4] http://www.treccani.it/enciclopedia/gaetano-mosca_%28Dizionario-Biografico%29/

[5] https://thetrueeurope.eu/uneuropa-in-cui-possiamo-credere/

 

[6] https://youtu.be/tuuUcIrd2AU

 

13 novembre 2018

Telegramma a Carlo Gambescia

Caro Carlo,

tu mi hai mandato due cartoline, io un’enciclica. Per pareggiare ti invio un telegramma:

SE LA UE E’ UN CONTRATTO E’ UN PESSIMO CONTRATTO, RIVEDERE STOP

ANTICA PERO’ QUESTA MODERNITA’ CHE VA RATIFICATA IN BLOCCO MI RICORDA IL SALTO DELLA FEDE STOP

INDIVIDUALISTA LO SONO ECCOME INFATTI SOPPORTO LE IMPOSIZIONI “PER IL MIO BENE” [SIC] SOLO SE AUTORIZZATE DA UN DIO IN CUI CREDO ANCHE IO STOP

Riabbraccio affettuoso, Tuo Roberto

Al quale rispondo con  un mio telegramma :

Telegramma a Roberto Buffagni 

CONCORDO SUL RIVEDERE CONTRATTO STOP
SENZA PISTOLE ALLA MANO STOP
TRATTASI DI ESPERIMENTO STOP
ASTENERSI FIDEISTI  STOP
Un abbraccio di cuore, Tuo Carlo

Identitari e globalisti 3a parte, di Teodoro Klitsche de la Grange

In calce la terza parte dell’intervento dell’autore al 30° congresso del PLI tenutosi a Roma nel maggio 2017. Offre sicuramente importanti spunti di riflessione sulle diverse chiavi di interpretazione che si stanno affermando rispetto all’agone politico dei due secoli passati. In rapida successione si pubblicherà il prosieguo_Germinario Giuseppe

1a parte

http://italiaeilmondo.com/2018/10/10/identitari-e-globalisti-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/

2a parte

http://italiaeilmondo.com/2018/10/14/identitari-e-globalisti-2a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/

Il nemico principale dei liberali italiani.

Quanto ai liberali italiani, l’individuazione del nemico principale è agevole. L’Italia è tra i primi dieci Stati del pianeta (su quasi 200) per prodotto nazionale lordo; tra i primi venti per il P.I,L. (Prodotto Individuale Lordo). Ma se passiamo a quelle classifiche dove ad essere presi in considerazione sono attività e funzioni pubbliche, raramente andiamo oltre metà (dai primi posti passiamo alle ultime file). Anche se certe graduatorie possono non apparire del tutto convincenti, le posizioni analoghe raggiunte, la distanza che le separa da quelle “private”, e la concordanza dei dati (da quelli sulla giustizia, a quelli sui tempi della p.a., da quelli sulla morosità del settore pubblico a quelli sul numero dei dipendenti in rapporto ai servizi) rendono evidente che il problema principale della società italiana è costituito dagli apparati pubblici, dal loro costo, dal rapporto di questo con il rendimento (la “macchina di Fortunato”), dalla scarsa responsabilizzazione, dalla tendenza a sottrarsi al controllo politico, a quella di approfittare delle stesse insufficienze per limitare la libertà dei cittadini e l’efficienza economica. Non stupisce che tali apparati – spesso parassitari – prelevino una quantità crescente di risorse (da un quarto del PNL di mezzo secolo fa alla quasi metà del 2015) e che tale prelievo sia aumentato durante la crisi economica (a PNL decrescente corrisponde una tassazione crescente).

Con la crisi del 2008, il “golpe” dello spread nel 2011 e la svendita dei titoli del debito pubblico, al parassitismo poliburocratico si è sommato quello della finanza (internazionale e non), rendendolo ancora più intollerabile.

Qualche anno fa un Ministro, con un’inconsapevole ironia, disse in Parlamento che “pagare le tasse è bellissimo”; da tutti i dati risulta che è sicuramente bellissimo, ma per chi ne approfitta, non per chi le paga; per quest’ultimo (cioè la grande maggioranza) è sicuramente inutile, perché ne riceve di ritorno solo una frazione di quel che da.

Anche (e soprattutto) perché, diversamente da un tedesco, francese o spagnolo, prestazioni e servizi pubblici erogati a un italiano sono generalmente di livello qualitativo e quantitativo inferiore, peraltro non in pochi casi peggiorato proprio quando ne erano aumentati i “corrispettivi”.

La difesa parlata del Welfare ha aumentato il volume quando ne calavano le prestazioni: tanto chiasso è stato in tutta evidenza programmato e gestito per occultare la prassi opposta (come diceva Aldo Bozzi, in politica le parole servono a coprire i fatti). Ciò non comporta solo un espropriazione ossia quello che Miglio chiamava “rendita politica”, declinata nella storia in tutte le forme e modi (dal saccheggio allo sfruttamento durevole dei governati), ma anche una perdita generale di libertà. E non solo economica: il parassitismo poliburocratico va riducendo anche gli spazi di libertà non economica. Ad esempio una delle vie indirette a tal fine più praticate negli ultimi vent’anni dalle élite decadenti è stato di peggiorare l’accesso alle procedure giudiziarie per la riscossione dei crediti verso le PP.AA., di guisa da procrastinarne il pagamento; o anche la riduzione ai tassi minimi degli interessi legali, che essendo lo Stato il maggior debitore, significa azzerare (o quasi) il costo – a carico dei creditori – del mantenimento del debito (e quindi incentivarlo). Se un Puviani redivivo dovesse riscrivere L’illusione finanziaria vi dedicherebbe un capitolo.

L’altro aspetto preoccupante è che le prassi predatorie, praticate dal regime decadente hanno consumato quella legittimità che, con una certa fatica, la c.d. “prima Repubblica” si era faticosamente conquistata. Anche se quella legittimità era stata lungi da essere piena, ma piuttosto ricordava – anche ai tempi di De Gasperi ed Einaudi – quella che Ferrero definiva “quasi-legittimità”, il consenso ai partiti di sistema (cioè i partiti del CLN) era comunque enormemente superiore all’attuale. In definitiva, ad impiegare l’indice elettorale, tra il 90% dei votanti degli anni ’70-’80 i partiti di “sistema” ottenevano circa l’80-90% dei suffragi (cioè il consenso di due terzi abbondanti degli elettori); oggigiorno i partiti non identitari ossia PD, spezzoni di centristi e Forza Italia ottengono circa il 45% dei voti espressi, questi pari a meno di 2/3 degli elettori. Cioè il consenso di circa il 30% dei cittadini.

Che poi la scarsa propensione a votare riduca anche il consenso dei partiti “populisti” è una magra consolazione: perché significa che recarsi a votare è considerato dagli elettori sempre più inutile. Disaffezione dalla politica che corrisponde a disillusione e spesso a disperazione per chi non vede via d’uscita e proposta credibile ad una crisi economica ed epocale.

E non ha neppure la consapevolezza e la visione delle soluzioni, né a livello di base né molto spesso a quello di vertice.

Nei partiti identitari se Lega e Fratelli d’Italia hanno una visione e un programma (abbastanza) coerente, anche se talvolta non liberale, quelli dei grillini sono assai più sfocati, equivoci, talvolta ondeggianti tra utopia e strumentalizzazione di idola consunti.

Va da se che la transizione in corso provocherà alle prossime elezioni politiche e nel Parlamento futuro, o una (risicata) maggioranza dei populisti o – meno probabile – un’altrettanta modesta maggioranza da “antico regime” ascrivibile probabilmente alla coalizione tra leghisti, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Comunque un paese spaccato in due.

Ma in una situazione difficile i liberali possono offrire le fondamenta di soluzioni condivise malgrado il cambio di discriminante: tutela dei diritti fondamentali (del cittadino e non solo dell’uomo), distinzione dei poteri, democrazia rappresentativa, funzioni pubbliche realmente tali e non appropriate (di fatto) a corporazioni, lobbies e così via. Sono le costanti che hanno sorretto il liberalismo in quasi cinque secoli, malgrado le transizioni tra discriminanti, che hanno arricchito nella storia il bagaglio ideale e la prassi del liberalismo, facendolo diventare common sense. Chi oggi contrasta, nel mondo “occidentale” il diritto di libertà religiosa o di pensiero? Chi il diritto di voto uguale per tutti? Chi la solidarietà (fraternité) fra cittadini in uno Stato sociale (caso mai sono le forme o la misura ad essere discusse)? Anche la discriminante identità/globalizzazione sarà ricomposta e conciliata.

Fine al quale il liberalismo italiano, per la sua caratteristica storica nazionale, intesa come tutela dell’esistenza e specificità della comunità tra altre comunità di pari livello e dignità, alieno da volontà di dominio e sopraffazione è particolarmente vocato. La servilità che Orlando vedeva nel secondo dopoguerra come tara (anche delle future) classi dirigenti della Repubblica può ormai solo accompagnare ed aiutare il processo di decomposizione comunitaria.

L’essenziale è tener la testa rivolta al futuro, e non averne paura. Peggio ancora, adagiarsi sul passato. Al termine di un ciclo politico, quando la decadenza stessa è alla frutta, guardare al passato significa solo ritardare la nascita del nuovo. Evento che non dipende tanto dalla volontà umana, quanto da regolarità politiche e storiche.

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.

Teodoro Klitsche de la Grange

GUERRA ECONOMICA, di Piero Visani e l’arma economica in occidente di stratpol

UNA CHIOSA TEORICA E UNA RICOSTRUZIONE SUL CAMPO. La traduzione, per mancanza di tempo, è basata su di un traduttore. Appena possibile saranno corretti gli errori più vistosi_Giuseppe Germinario

Guerra economica

       E’ del tutto evidente, per chi non è (o  non vuole essere…) cieco, che ci stiamo addentrando vieppiù in un profondo scenario di guerra economica. Chi scrive non ha competenze al riguardo per esprimere pareri, ma sa bene che la guerra è, innanzi tutto, un confronto di forze morali, per le quali è comunque preferibile trovare delle baionette (o surrogati attuali).
       In secondo luogo, tale guerra deve essere accompagnata da tattiche e strategie di movimento, non statiche, per mostrare al nemico volti costantemente nuovi e capaci di rinnovarsi.
       In terzo luogo, ogni strategia seriamente definibile come tale ha bisogno di alleati, perché il “fare da sé” può essere bellissimo, ma non quando si è deboli. Ne consegue che una guerra di movimento – che spesso e volentieri potrebbe diventare guerriglia, perché, stante la nostra condizione di asimmetria, occorre ricorrere alla tattica tradizionale dei più deboli – deve cercare continuamente alleati e alleanze, in forma scoperta quando lo si vuol far sapere al nemico e in forma coperta quando gli si vuol fare male, e molto.
       Una condotta operativa del genere richiede la massima flessibilità e la massima mancanza di scrupoli, perché è una lotta per la vita, di una Nazione e di un popolo.
       Non credo che questi concetti siano ancora chiari, a molti che pur militano sul medesimo versante politico, ma è in un’ottica di guerra economica che occorre riuscire costantemente a muoversi, esattamente come fa il nemico. Ogni altra scelta non è sufficiente, anche se – a livello di linguaggio – occorre pure sviluppare un’adeguata strategia mediaticacom’è ovvio volutamente tranquillizzante. Al terrorismo dei mercati e dell’Eurolager si risponde con una “forza tranquilla” in superficie e con il contro-terrorismo sotterraneo.
 
                        Piero Visani

Il campo occidentale alla prova dell’arma economica: le lezioni del CoCom

 18 agosto 2018 STRATPOL

Appena la Repubblica federale di Germania ha formalizzato la costruzione del controverso gasdotto Nord Stream 2 16 maggio 2018, che la Polonia e gli Stati Uniti hanno sorprende espresso la loro opposizione a questo progetto. Questo gasdotto, che si estenderà sotto il Mar Baltico per 1.200 chilometri per collegare la Russia alla Germania, dovrebbe fornire a questi ultimi una fornitura di 55 miliardi di m³ di idrocarburi russi all’anno, evitando che la Russia debba pagare le tasse di transito in Ucraina e Polonia. Le autorità tedesche hanno dato il via libera al progetto nel marzo 2018, seguito dalla Finlandia in aprile, i lavori sono iniziati a maggio nella città di Lubmin.

I rappresentanti polacchi e statunitensi hanno reagito con prevedibile ostilità a questo progetto denunciandolo come una ”  minaccia alla stabilità europea  “. Così, l’incontro tra il Ministro degli Affari Esteri polacco, Jacez Czatupowitc e il Segretario di Stato Mike Pompeo 21 Maggio 2018 è stata l’occasione per la Polonia di affrontare l’argomento in particolare per garantire una possibile pressione americana su imprese europee coinvolte nella costruzione del gasdotto 1 dopo che il rappresentante degli Stati Uniti in Ucraina, Kurt Volker , ha espresso l’intenzione degli Stati Uniti di utilizzare questi metodi.

In un contesto di crescenti tensioni con la Russia sotto sanzioni e contro la possibilità di ricorrere alla rappresaglia economica americana, è necessario mettere in discussione l’esecuzione dell ‘”arma economica” alla luce di esperienze precedenti. Quindi questo articolo si concentrerà su un soggetto frainteso della guerra fredda e cioè Coordinamento Comitato per i controlli multilaterali esportazioni (COCOM) Questa organizzazione, fondata nel 1949 e collegato a un allegato dell’ambasciata degli Stati Uniti a Parigi, è stato il Il risultato di accesi dibattiti tra le potenze occidentali per controllare i trasferimenti tecnologici al blocco socialista che dipendeva da loro.

Questa politica di ” contenimento economico” e il suo strumento principale, il CoCom, sono stati mantenuti in varia misura durante la Guerra Fredda fino all’Intesa di Wassenaar nel 1994 e avrebbero pesantemente coinvolto gli Stati Uniti e i loro alleati in La NATO, non senza continue polemiche; la questione di una questione delicata e di ampia portata: gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero permettersi di commerciare con l’Unione Sovietica?

Se la domanda non fosse mai unanime tra le parti interessate negli Stati Uniti, potrebbe ancora meno tra i membri della CoCom.

Una strategia volta a moderare i sovietici per alcuni, oa rischiare di ”  vendere la corda  ” per gli altri, ogni paese del CoCom implementerà gradualmente la propria concezione di questo commercio secondo le sue percezioni sulla sicurezza nazionale durante la Guerra Fredda.

La presente analisi si concentrerà su questi due estremi tra i quali il CoCom si è trovato tirato durante gli anni ’80 in un contesto di “guerra fresca” caratterizzato dal desiderio degli Stati Uniti di riprendere la lotta contro il comunismo sotto la guida del presidente Ronald Reagan.

 

Commercio I / Est-Ovest, tra apertura e confronto

La lotta ideologica tra il campo occidentale e il blocco orientale durante la guerra fredda non ha consacrato un’interruzione nelle relazioni commerciali. L’equilibrio del potere era prima facie a favore degli occidentali. Infatti, qualunque sia i fautori dei miracoli del mito dell’economia socialista, la Russia sovietica ha sempre mostrato una dipendenza pronunciato nei confronti di tecnologie occidentali che erano essenziali per il suo sviluppo come è stato dimostrato diversi studi, i più notevoli sono quelli del professor Antony Sutton 2 .

Ad esempio, negli anni ’20, la NEP 3 ha permesso l’apertura di 350 concessioni in Unione Sovietica incoraggiare la creazione di società occidentali la cui capitale tecnologico è stato il principale, se non l’unico fattore ripresa economica di questo paese devastato dalla guerra civile. Le concessioni furono poi rimosse da Stalin per ricorrere a “accordi di assistenza tecnica” che concedevano ad alcune aziende occidentali l’opportunità di contribuire con il loro know-how per aiutare la realizzazione di importanti progetti industriali nell’Unione Sovietica. Il periodo del rilassamentosegnata da un allentamento delle tensioni e da un allentamento dei controlli, è stata un’opportunità per i sovietici di acquisire una moltitudine di tecnologie occidentali a vantaggio del loro potenziale economico … oltre che militare.

Come è stato una volta così ben riassunto il professor Carroll Quigley: ”  Aziende come la Russia sovietica, che, per mancanza di tradizione scientifica, ha dimostrato basso creatività tecnologica, che comunque possono essere una minaccia per la civiltà occidentale con l’uso su una scala immensa, una tecnologia quasi interamente importata da questa stessa civiltà occidentale  ” 4 .

Una breve descrizione dei principali settori militari sovietici che hanno beneficiato dei trasferimenti di tecnologia occidentali lo appoggerebbe, oltre a stabilire il fallimento della CoCom e le speranze di pace alla vigilia della presidenza Reagan:

La flotta sovietica, il più grande del mondo, è stato fatto fino al 60% delle navi costruite in Occidente, come l’80% dei loro macchinari 5 . Le tecnologie sono state ottenute da Burgmeister & Wain di Coppenaghen e Litton Industries 6 . Erano alcune di queste barche che trasportavano i missili a Cuba e fornivano equipaggiamento a Haiphong. 7

L’industria automobilistica è stata eretta con l’aiuto di aziende occidentali, come Fiat e Ford tra i 30 ei 60 anni 8 . Alcuni veicoli militari, il plagio dei modelli occidentali, furono usati in Afghanistan e contro lo sforzo bellico americano in Vietnam.

missili sovietici posizionati in Europa hanno tratto grandi benefici da un know-how occidentale oltre a quella della società statunitense Bryant di serraggio Grinder società i cui cuscinetti a sfera hanno aumentato la precisione degli attacchi sovietici e la minaccia che rappresentavano per la sicurezza europea 9 .

Avremmo potuto aggiungere a questo equilibrio i settori agricolo e chimico, ma questi dati sono sufficienti per stabilire che il commercio con l’Unione Sovietica, che alcuni avevano promosso nell’ottica “per ammorbidire” i sovietici, aveva gli effetti opposti: il L’Occidente non ha comprato la pace piuttosto “ha venduto la corda 10 “. Considerando i molti sforzi legali e informali che i sovietici hanno fatto per ottenere la tecnologia, è stato per rimediare ad una vera e propria emorragia tecnologica in Occidente che Reagan voleva rimescolare la CoCom, i cui insuccessi richiedevano certe rettifiche.

Dato bisogno di questo ossessivo i sovietici in tecnologie occidentali potrebbero essere facilmente tentati di Antony Sutton ha concluso che un trasferimento puro e radicale tecnologia di blocco potrebbe contribuire a porre le ginocchia URSS e accelerare la fine della così Guerra Fredda. Tuttavia, questa visione è ideale perché il controllo delle tecnologie implicava considerazioni multiple che trascendevano il semplice uso della coercizione o di altre misure draconiane.

 

II / Orientamenti americani alle contraddizioni occidentali

Il controllo delle esportazioni è un’iniziativa prevalentemente americana. Agli albori della guerra fredda l’usèrent Stati Uniti per fare pressione l’Unione Sovietica attraverso il ”  Control Act  ” nel 1949, ponendo le merci esportate sotto controllo, ma anche a ovest con la ”  Battaglia Act  » nel 1951 causando la perdita della protezione americana in caso di scambi con il blocco socialista. E ‘in questo contesto qu’apparu CoCom 11 , spesso paragonato a un “club” non è basata su alcun trattato o accordo e dipendente dalla buona volontà degli Stati membri di disciplinare le transazioni di tecnologia verso l’URSS, i paesi del Patto di Varsavia e della Cina popolare.

Il COCOM ha stabilito tre elenchi di merci soggette a licenza: munizioni, beni nucleari e proprietà “a doppio uso”, fornendo opportunità per le “vendite eccezionali” 12 . Infine, operando su due concetti anglosassoni di guerra economica tra cui ha alternato come necessario, ossia la leva ( ”  leva” ) e ”  Linkage  ” 13 , il primo di sfruttare un vantaggio economico politicamente, mentre che il secondo è usare le azioni economiche per fare pressione su un obiettivo.

Il controllo americano sui paesi europei fu certamente ben consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale quando erano troppo esangui per potersi permettere di rischiare di perdere la protezione americana, ma come fecero la loro ripresa economica, essi ottenuto un margine di manovra risultante in diverse lacune.

Ogni paese membro aveva il proprio concetto di commercio est-ovest e una legislazione commerciale che non era necessariamente in linea con le linee guida statunitensi.

Così la Francia, capitale delle simpatie mondiali verso il comunismo, ricorse al commercio est-ovest per affermare la propria sovranità e distinguersi dall’egemonia americana. Il commercio con l’Oriente godeva di un ampio consenso e la comunità degli affari poteva contare sulla benevolenza dello stato. Se la tendenza era lassista fino al 1981, la Francia, pur rafforzando i suoi controlli, ha conservato la preoccupazione per la sua sovranità.

Il Regno Unito, con le sue tradizioni commerciali, si impegnò negli scambi con l’Oriente per soddisfare le sue esigenze economiche interne. Tuttavia, l’arrivo di Margaret Thatcher nel 1979 segnò una sottomissione alla politica di controllo americana.

Il FRG era l’anello debole della CoCom. Ciò è dovuto al fatto che il suo commercio con la RDT non è stato considerato come commercio estero e ha causato perdite di tecnologie non controllate dalla CoCom.

Infine, il Giappone si distinse per il suo lassismo. La legge prevedeva la libertà di esportazione ei controlli erano riservati alle società sul suolo giapponese senza estendersi alle loro controllate estere.

Figura: Il commercio dei paesi membri del COCOM con l’URSS e nei paesi del Patto di Varsavia (fonte: RHOADES WE; COCOM, il trasferimento di tecnologia e il suo impatto è la sicurezza nazionale; Calhoun: La NPS istituzionale archivio; 1989; p.127)

Grazie alla sua natura informale, le decisioni prese nel CoCom ha erano di alcuna forma vincolante nei confronti degli Stati membri sono liberi di attuare le misure di CoCom a loro piacimento. Così due concezioni opposte del blocco: la sicurezza (stabilire controlli stabili) e le sanzioni (secondo iniziative sovietiche) 14 . Gli Stati Uniti si alternano opportunisticamente tra i due ma non sono ancora d’accordo con i suoi alleati. Se si può presumere che vi era consenso per il controllo delle esportazioni di tecnologie strategiche (non senza riserve dai paesi europei), il problema principale è la definizione di “strategica”.

Gli elenchi dei beni da porre sotto controllo possono dunque essere unanime tra i membri del COCOM, gli americani a seguito di un approccio senza compromessi, ha voluto limitare il commercio attraverso le liste espanse, mentre proattive europei preferivano conservare i loro legami commerciali con la È con liste di controllo limitate.

Entrambe le parti spesso proceduto a reciproche accuse di ipocrisia, gli europei che vogliono difendere i loro interessi economici in Oriente e non esitando a mettere in discussione le linee guida COCOM in qualsiasi invasione di esso sul loro sovranità. Gli americani erano sotto pressione dai loro industriali, che si sentivano offesi dai loro concorrenti europei con restrizioni più flessibili dai loro rispettivi paesi.

Questi elementi evidenziano un doppio paradosso derivante da una dipendenza reciproca: l’URSS, sebbene fortemente dipendente dalle tecnologie occidentali, è riuscita a tenere il passo con il campo occidentale, mentre l’altra metà Gli industriali occidentali, benché esposti alla minaccia sovietica, continuarono a perseguire o addirittura difesero il commercio di tecnologia con il blocco dell’Est mostrando una riluttante riluttanza a qualsiasi ingiunzione americana o interferenza nelle loro attività economiche.

Un’osservazione che chiama seriamente a relativizzare i concetti liberali ispirati a Montesquieu per cui ” l’effetto naturale del commercio è portare la pace ” …

III / False speranze di rafforzare i controlli

Quando Reagan assunse la presidenza nel 1981, il deterioramento delle relazioni USA-URSS era già stato consumato da Carter. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979 suonò la campana a morto della distensione e gli Stati Uniti reagirono prendendo alcune misure repressive.

Nel 1979 è stata promulgata l’Export Administration Act (EAA) la concessione al presidente il diritto di ispezionare sulle esportazioni seguita da un embargo sul grano nel 1980. La politica di Reagan iscritti a questa tendenza, notando il fallimento del ” commerciare e progettare un nuovo approccio al commercio est-ovest da imporre ai membri della CoCom. Ciò era in linea con le raccomandazioni fatte nel 1976 dal “Rapporto Bucy” 15 che insistevano sul controllo prioritario e selettivo sulle tecnologie “a duplice uso” e limitando l’accesso alla tecnologia statunitense ai membri della CoCom. La procedura si conforma anche all’approccio del Consiglio di sicurezza nazionale(NSC) sostenendo un rafforzamento del COCOM, la necessità di convincere gli alleati dei meriti di controllo delle esportazioni, l’azione collettiva e l’aderenza Est di etica aziendale del West 16 .

La guerra economica sembrava essere un’opportunità in quanto alcuni osservatori percepivano nell’URSS la premessa di un collasso economico; il rifiuto del trasferimento tecnologico potrebbe quindi esacerbare questa fase declino e curva URSS verso compromesso in termini di consumi e investimenti, gli effetti potrebbe essere combinata con la corsa agli armamenti, causando l’URSS il knockout 17 .

Questa strategia viene dalla prospettiva americana che i contributi tecnologici al settore industriale sovietico traggono beneficio indiretto dal settore militare 18 , un concetto che rompe con la ”  compartimentalizzazione” adottata da altri paesi della CoCom per i quali il settore militare è indipendente dalle tecnologie civili dal settore economico 19 . Per quanto riguarda gli alleati, gli Stati Uniti alterneranno due tendenze: i “multilateralisti” e gli “unilateralisti”, ciascuno dei quali difende una posizione distinta all’interno del CoCom e che ispirerà l’approccio da seguire in caso di due grandi crisi

Il primo è la costruzione del gasdotto Urengoy, certamente l’esempio più rappresentativo di una gestione disastrosa di embargo multilaterale dopo un’iniziativa unilaterale.

In risposta ai disordini che si sono verificati in Polonia nel 1980, Reagan fa le sue minacce e ha deciso nel dicembre 1981 di sospendere tutte le licenze di esportazione di beni e componenti destinati a garantire la costruzione di un gasdotto siberiano 20 . Era necessario, tuttavia, obbligare i membri della CoCom a seguire questo passo. Il 18 giugno 1982 il divieto è stato esteso alle filiali di società statunitensi e alle società straniere che producono attrezzature con licenza. Ciò aveva portato alla tensione con i membri europei dei paesi COCOM cui società sono penalizzati dalla extraterritorialità di una decisione degli Stati Uniti, soprattutto perché vedono Reagan paradossalmente sollevare l’embargo sul grano 21a vantaggio dei fornitori statunitensi. I governi francese e britannico apertamente incitato le loro imprese per ignorare le linee guida di Reagan e vis-à-vis il COCOM, costringendo il presidente degli Stati Uniti di revocare l’embargo nel novembre 1982. Il gasdotto alla fine saranno costruite a beneficio della URSS.

Diverse conclusioni da trarre da questa esperienza: possiamo considerare questo incidente come prova che l’unilateralismo degli Stati Uniti ha fallito, piuttosto che ottenere il sostegno degli alleati, gli americani riuscirono a alienarli, in quanto considerate alcune variabili (dipendenza dal gas sovietico, interessi economici) come precedenza sui loro obblighi nei confronti della CoCom.

Poiché l’unilateralismo si è rivelato inadeguato alla fine di questa crisi, l’amministrazione Reagan è stata spinta al multilateralismo per rafforzare, non senza difficoltà, la CoCom dopo il 1982.

Gli Stati Uniti hanno presentato un triplice progetto alla CoCom: ampliare le liste di controllo, rafforzare le sanzioni e rafforzare la struttura istituzionale della CoCom. Gli europei erano pronti a condurre una guerra economica solo se i prodotti interessati erano di importanza militare. Così, all’incontro del 1982, 58 dei 100 prodotti proposti dagli americani furono aggiunti agli elenchi. Inoltre, l’anno successivo l’applicazione diretta dei controlli per i 10 beni prioritari soggetti a diversione e nel 1984 il divieto di esportazione di determinate apparecchiature di comunicazione.22 .

Sebbene questo sviluppo multilaterale della CoCom abbia sollevato crescenti denunce da parte dei funzionari sovietici, questo successo relativo deve essere qualificato per determinati motivi: questi rinforzi sono limitati all’interno dei confini occidentali e sono accompagnati dalla persistente riluttanza degli europei ; gli Stati Uniti hanno rinunciato all’unilateralismo, sono stati costretti a lottare con i partner disposti a seguire le nuove procedure nel lungo termine in cui nuove denunce da loro che hanno ricevuto i freni per la riesportazione di tecnologia degli Stati Uniti come una violazione delle leggi internazionali. Questi controlli interni hanno infine indebolito la volontà dei paesi della CoCom di cooperare, con europei e giapponesi che percepivano le ambizioni unilaterali unilaterali degli americani.

I difetti di questa nuova impostazione verranno scoperti presso lo scandalo Toshiba-Kongsberg nel 1987. Entrambe le società sono state vendute ai sovietici macchine utensili in licenza essenziale per la modernizzazione delle loro sommergibili nucleari di sicurezza più compromettente Europa occidentale 23 . In risposta, il Senato degli Stati Uniti, con l’ emendamento Garn, ha richiesto la chiusura del mercato statunitense a tutte le società che non rispettano le normative di CoCom come sanzioni. Paradossalmente, questa misura è stata sconfessata dall’amministrazione Reagan, che temeva che i paesi europei applicassero le stesse restrizioni alle rappresaglie delle compagnie americane. Inoltre, una tale iniziativa unilaterale avrebbe solo compromesso la CoCom 24 . La via multilaterale doveva essere favorita in cooperazione con il Giappone e la Norvegia. Le sanzioni contro Toshiba e Kongsberg-Vapenfabrik sono state efficacemente implementate in aggiunta al crescente impegno del Giappone nel controllo delle tecnologie sensibili.

L’entità di questa crisi ha portato gli altri membri della CoCom a rafforzare la loro cooperazione con gli Stati Uniti nella CoCom. Questo cambiamento potrebbe essere incoraggiante se tra il 84 e il 89, il FRG non ha violato i suoi obblighi girare consentendo al Imhausen-Chemie per costruire impianto chimico in Libia trascurando di presentare i propri prodotti per il controllo CoCom con la silenziosa complicità delle autorità federali tedesche …

L’avvento al potere di Gorbaciov e allentare le tensioni con gli Stati Uniti completeranno la spesa sarà a convincere Reagan nel 1986 per allentare la sua politica di controllo.

Conclusione: da Ronald a Donald

L’esperienza della CoCom è edificante nel contesto attuale poiché ci consente di mettere la leadershipamericana in prospettiva tra i suoi alleati economici. Se il dominio americano militare e diplomatico rimane una costante oggi nella NATO, il dominio economico è il tallone d’Achille di questa supremazia. È proprio a livello economico che tutta l’eterogeneità del campo occidentale ci viene rivelata alla luce del giorno, ogni paese membro ha specifiche specifiche economiche divergenti su cui gli interessi americani possono inciampare.

Donald Trump, che ha preso le funzioni presidente degli Stati Uniti nel 2016, si trovano di fronte alcune sfide che si affacciava il suo predecessore Reagan. Se l’uso di sanzioni economiche contro la Russia è stata applicata dopo l’annessione della Crimea alla Russia nel marzo 2014, i risultati contrastanti o addirittura controproducente ottenuto non discutere a favore di questa politica. Le relazioni economiche sono intrinsecamente reciproca, le sanzioni sono spade a doppio taglio che possono portare a un punto morto 25

Pertanto, la parte occidentale dell’Unione europea, in particolare la Germania, è più preoccupata di preservare le sue relazioni economiche con la Russia e di conseguenza meno incline ad appoggiare tutte le direttive di Washington.

Di fronte al gasdotto Nord Stream 2 , gli americani possono contare sul sostegno dei paesi membri dell’Europa dell’Est della Three Seas Initiative 26 i cui interessi, come riconosciuto dal generale L. Jones del Atlantic Council , sono ”  più in linea con la percezione americana del mondo rispetto ai nostri tradizionali alleati nell’Europa occidentale  ” 27 .

Anche se gli Stati dovessero cooperare in una politica di boicottaggio contro la Russia, la comunità imprenditoriale che è stata impiantata lì probabilmente esprimerà la sua disapprovazione.

La Russia è un caso speciale nell’approccio alle politiche di guerra economica. Qualunque cosa fosse, secondo Lenin, ”  un semi-coloniale capitalismo monopolista  ” nei giorni di zarista o ”  mercato vincolato  “, secondo Antonio Sutton sotto il comunismo. Questo paese, paradossalmente, sapeva sempre come organizzare questa dipendenza economica e tecnologica pronunciata verso l’Occidente tra i suoi beni fino a renderla reciproca.

Le prospettive economiche offerte dalla Russia e la sua posizione ineludibile sul mercato mondiale susciteranno inevitabilmente l’interesse dei giocatori stranieri che saranno guidati da un irresistibile desiderio di ritorno sugli investimenti. Più capitale dedicherai alla Russia, più saranno riluttanti a qualsiasi politica di sanzioni che renderà la Russia insolvente e metterebbe a repentaglio i loro profitti.

Pertanto, come per il gasdotto Urengoy, nulla può garantire l’annullamento della bozza di Nord Stream 2prevista per il 2019, soprattutto perché gli sforzi degli Stati Uniti per ottenere la cancellazione di Nord Stream 1 nel 2012 non hanno avuto successo.

Come ai tempi della CoCom, non vi è inoltre alcuna garanzia che la minaccia di sanzioni nei confronti di società coinvolte in progetti con la Russia potrebbe dissuaderli dal continuare le loro attività, soprattutto perché questo provvedimento è stato già bruscamente ripudiato da le proteste di Germania e Austria a giugno 2017.

Dovrebbe prendere in considerazione i risultati contrastanti della CoCom sotto Reagan non invitare Trump più circospezione nella tentazione dell’uso dell’arma economica contro la Russia di Putin?

 

Hedi ENNAJI

 

Bibliografia selettiva:

  • BERTSCH GK (sotto la direzione di); Controllo del commercio est-ovest e trasferimento tecnologico, potere, politica e politiche; ed. Duke University Press; 1988; Georgia; 508 p.
  • BUCHAN D .; Impatti strategici del commercio est-ovest; ed. boschetto; al. Hermes; Paris; 1985; 169 p.
  • HANSON P .; Commercio e tecnologia nelle relazioni sovietico-occidentali; ed. Macmillan Press LTD; Hong Kong; 1981; 271 p.
  • HOLIDAY GD; Trasferimento di tecnologia all’USSR, 1928-1937 e 1966-1975: il ruolo della tecnologia occidentale nello sviluppo economico sovietico; ed. Westview Press; Colorado; 1979; 225 p.
  • LACHAUX C., LACORNE D., LAMOUREUX C .; L’arma economica; ed. Fondazione per gli studi di difesa nazionale; al. Le 7 spade; Paris; 1987; 406 p.
  • LAÏDI S .; Storia mondiale della guerra economica; ed. Perrin; Paris; 2016 576 p.
  • MASTANDUNO M .; Contenimento economico, CoCom e politica del commercio est-ovest; ed. Cornell University Press; New York; 1992; 353 p.
  • UFFICIO DELLA VALUTAZIONE DELLA TECNOLOGIA; Tecnologia e commercio est-ovest; ed. Allanheld Osmun & co; New Jersey; 1981; 303 p.
  • PARROTT B. (sotto la direzione di); Commercio, tecnologia e relazioni sovietico-americane; ed. Indiana University Press; Bloomington; 1985; 394 p.
  • SANDBERG M.; Imparare dai capitalisti, uno studio sull’assimilazione sovietica della tecnologia occidentale; Almqvist & Wiksell International; Göteborg; 1989; 264 p.
  • SEUROT F .; Commercio est-ovest; Economica ed; Paris; 1987; 174 p.
  • SUTTON AC; Suicidio nazionale, aiuto militare all’Unione Sovietica; ed. Arlington House; New York; 1974; 283 p.

 

Identitari e globalisti 2a parte, di Teodoro Klitsche de la Grange

In calce la seconda parte dell’intervento dell’autore al 30° congresso del PLI tenutosi a Roma nel maggio 2017. Offre sicuramente importanti spunti di riflessione sulle diverse chiavi di interpretazione che si stanno affermando rispetto all’agone politico dei due secoli passati. In rapida successione si pubblicherà il prosieguo_Germinario Giuseppe

qui la prima parte http://italiaeilmondo.com/2018/10/10/identitari-e-globalisti-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/

I liberali e la nuova scriminante.

A ogni contrapposizione politica epocale i liberali hanno trovato una collocazione e dato una risposta. Nell’epoca delle guerre di religione i proto-liberali, dai politiques francesi (come Jean Bodin) a filosofi come Spinoza e Locke hanno risposto con la tolleranza e la libertà religiosa. Alla scriminante borghesia/monarchie assolute con l’integrazione delle istanze della classe emergente nello Stato che da assoluto diventava costituzionale (e parlamentare) e infine democratico, a quella borghese/proletario con lo Stato sociale e il “compromesso fordista”.

In una situazione in cui partiti identitari già governano qualche paese europeo, e probabilmente a breve ne governeranno altri, e in altri comunque il consenso raccolto è vicino a metà del corpo elettorale, e talvolta lo supera, il “che fare?” dei liberali italiani consiste nel ruolo che possono svolgere in un sistema politico in cui i “populisti” sono o maggioranza o comunque provvisti di un consenso quasi maggioritario. Tale da dividere grosso modo a metà l’elettorato.

I liberali italiani hanno una caratteristica storica la quale li facilita nella ricollocazione nella realtà politica contemporanea: d’essere l’unica componente del liberalismo europeo ad aver realizzato – col compromesso con la monarchia sabauda – l’unità della nazione. Mentre gli altri euro- liberali hanno trasformato lo Stato nazionale, costruito dalle monarchie in secoli di centralizzazione e riduzione dei poteri feudali, realizzando lo “Stato rappresentativo”, in Italia Cavour e la Destra storica, fondavano l’unità nazionale nello Stato liberale.

Unità nazionale, libertà politica e sociale nascevano insieme: caso unico (per una forza liberale) nella storia dell’Europa moderna. Ne deriva che al liberalismo italiano è peculiare, più che ad altri,  la specificità nazionale e, a ben vedere, anche il connotato di liberalismo idealmente  robusto.

La storia del liberalismo italiano infatti lo mostra associato sempre (almeno finché è stato forza di governo) a decisioni forti e politicamente risolute: dalle guerre d’indipendenza alla guerra civile (il c.d. brigantaggio) al “canto del cigno” del primo conflitto mondiale, non c’è alcunché di “relativista”, di “pensiero debole”, di servilità  mascherata di buone intenzioni. Da un liberale del risorgimento (come a un mazziniano) certi discorsi attuali a favore della globalizzazione sarebbero stati rifiutati come irrealistiche utopie o furbi espedienti per negare l’indipendenza e la pari dignità di Stati (e popoli) sovrani. La sovranità e l’identità  nazionale   furono sempre difese e rivendicate, così come riconosciute – con pari dignità – quelle delle altre nazioni d’Europa.

Si parla di “sovranismo” e compete ai liberali di avere sempre rivendicato (e costruito) la sovranità nazionale. Un liberale particolarmente “robusto”,                        come Orlando, diceva nello splendido discorso contro la ratifica  del Trattato di Pace che “ sovrano è un superlativo; se se ne fa un comparativola difesa    lo si annulla”.

La sovranità è l’essenziale dell’indipendenza: limitarla è conditio sine qua non della dipendenza. Da altri Stati, corporations, sette, banche, che siano: se qualcuno è più sovrano degli altri (di guisa da imporre loro limiti), ciò significa solo che quello è sovrano e gli altri no. La sovranità è assimilabile all’uguaglianza, stravolta dai maiali nella Fattoria degli animali di Orwell.  Come una sovranità “limitata” e tra disuguali si riconcili non solo con la libertà, ma anche, come notava Croce, con la dignità dei popoli, è un enigma tuttora irrisolto.

Non si capisce pertanto lo “scandalo” che ne fanno taluni a sentirne parlare: lo scandalo sarebbe, al contrario, se la si agitasse per ottenere consensi, salvo tradirla nella pratica di governo. Un “nazionalismo” ipocrita e cerchiobottista, prodigo di parole e tirchio di fatti è l’evento da scongiurare: sarebbe l’ennesima doglia (senza parto) della decadenza della Repubblica nata dalla resistenza. Doglie tutte caratterizzate da un profluvio di “idee-forza” agitate con tonitruanti dichiarazioni a copertura di prassi opposte.

L’Europa come testa di turco e capro espiatorio.

A pagare pegno per la nuova discriminante (ed il sentimento politico che ne consegue) sono state le istituzioni europee e la stessa idea di Europa, indicate quali principali responsabili della crisi, e della insufficiente, e talvolta errata, gestione di questa.

Nella realtà, anche se non poche (ma neppure troppe) responsabilità sono da ascriversi all’Unione e ad alcune scelte infelici (specie recenti) della stessa, si deve rimarcare, da un lato che la crisi è stata generata dalla finanza “spericolata”, più che altro delle banche USA (ma gli Stati Uniti l’hanno gestita molto meglio dei paesi europei), dall’altro che una volta scelta la medicina rigorista, in Italia in particolare si è fatto un uso smodato del tipo di giustificazione, già praticata , d’addebitare all’Europa politiche, scelte e prassi di governo, fatte in Italia ma accollate all’Europa. La quale è così la “testa di turco” di una classe dirigente in decadenza, la quale come tutte quelle nella stessa fase del “ciclo”, non ha né la capacità di prendere decisioni congrue né il coraggio di assumerne la responsabilità.

Onde il “ce lo chiede l’Europa”, i “compiti a casa” sono – per lo più – false giustificazioni di élites inadeguate, che hanno per queste il pregio di deviare il malcontento su falsi bersagli. L’espediente, quanto mai pericoloso, ha l’effetto di delegittimare durevolmente le istituzioni europee onde acquisire qualche anno in più di potere. Analogamente a come il giustizialismo ha consunto, a lungo andare, l’immagine (e l’autorità) della giustizia italiana. L’Europa dianzi comoda testa di turco assume, nella fase successiva, il volto (e il ruolo) del capro espiatorio. Ma non merita tale trattamento e tale sorte: non solo l’Europa “storica” dei fondatori. Da De Gasperi a Spaack, da Martino a Monet, le pratiche integrative della comunità europea hanno contrassegnato i migliori anni del dopoguerra; le stesse istituzioni, oggi così criticate hanno portato un respiro liberale e modernizzatore nel panorama catto-comunista. Alla Corte EDU, peraltro organo del Consiglio d’Europa (e non dell’Unione Europea), dobbiamo tante decisioni in difesa dei cittadini dalle soperchierie e inefficienze dei poteri pubblici (nazionali in primis). Che si finisca per buttare via il bambino con l’acqua sporca, o peggio, col tenersi questa e scartare quello, sarebbe il combinato sinergico (tutt’altro che improbabile) di due demagogie opposte, ma convergenti nel risultato: quella delle élite “in lista di sbarco” e l’altra del “nuovo che avanza”.

Economia politica ed economia cosmopolitica.

L’altro bersaglio polemico (di parte) delle demagogie convergenti è il “liberismo sfrenato”, nonché le ombre di Reagan e della Thatcher che appaiono in continuazione ai piccoli Macbeth della contemporaneità italiana.

Anche qui occorre chiarire da una parte che  “l’autonomia del politico” fa si che non possa essere subordinato all’ “economia” (ma è mediabile) ; e che la necessità contingente richiede adattamenti rispetto a modelli ottimali in astratto, ma, spesso, errati in concreto. Occorre un certo pragmatismo in economia (come in politica).

Scriveva Friedrich List che Quesnay, il quale fece sorgere per primo l’idea della libertà universale del commercio, fu anche il primo ad allargare le ricerche su tutto il genere umano, senza però tener conto del concetto di nazione.

E List capiva assai bene come tra economia «cosmopolitica» e «politica» il fundamentum distinctionis è proprio l’insopprimibilità della politica come protezione dell’esistenza e conseguimento dell’interesse generale di una comunità. Se le idee di Adam Smith sono astrattamente fondate, sono (del tutto) applicabili solo in un contesto senza guerra e senza volontà di dominio, ossia in un mondo senza politica, in cui il ruolo del potere sia quello del “guardiano notturno”.

Differente però è la realtà e il ruolo della politica. Questa ha il compito di proteggere l’esistenza (particolare) di una comunità umana (tra tante) e di conseguire il bene comune della stessa.

Ed è perciò concettualmente e (spesso) oggettivamente contrapposta al principio cosmopolitico, perché il mondo politico è un pluriverso di soggetti in conflitto (reale o potenziale). List ricordava che Thomas Cooper «nega perfino l’esistenza della nazionalità. Egli chiama la nazione una cosa inesistente che esiste solo nelle teste degli uomini politici” affermazione che l’economista tedesco considera coerente «perché è chiaro che se si ammette l’esistenza della nazione, con la sua natura ed i suoi interessi, si presenta anche la necessità di modificare l’economia della società umana in relazione a questi interessi speciali».

Per beneficiare realmente di un sistema di libero scambio internazionale occorre che gli Stati abbiano un certo grado di omogeneità e di civiltà, di legislazione e di potenza. Tutte cose non raggiunte e che quindi rendono poco praticabile il modello. Così, a fare un esempio, la delocalizzazione degli apparati industriali da un lato è conseguenza del basso costo (diretto e indiretto) della manodopera nei paesi emergenti; dall’altro di politiche fiscali assai più appetibili praticate da quelli – tipica la flat-tax, diventata realtà in quasi tutti i paesi usciti dal “socialismo reale” – che in quella hanno trovato un ulteriore incentivo per attrarre capitali.

In concreto è la combinazione tra liberalismo internazionale e fiscalismo nazionale a ingigantire la delocalizzazione. Prendersela con il primo per far dimenticare il secondo è un espediente di mediocre propaganda, che sfrutta gli idola di un anti-capitalismo di retroguardia.

Piuttosto occorre una politica che, nell’ambito del possibile e rispettosa delle differenze,  riduca la disomogeneità. Trovarla non è un compito facile: ma non cercarla significa non aver capito il proprio tempo, la situazione concreta e il nemico (politico) principale. Senza che non è possibile individuare gli obiettivi.

Per un proto-liberale dell’epoca delle guerre di religione, il nemico era l’intollerante e l’obiettivo la tolleranza; così per un liberale dell’epoca rivoluzionaria il nemico (principale) era il potere monarchico e l’obiettivo lo Stato rappresentativo; oggi occorre individuare l’avversario da battere e l’obiettivo da conseguire.

In una conversazione ad un Convegno del 2014 di recente tradotta e pubblicata in italiano  Steve Bannon, Chief Political Strategist del Presidente Trump, ha indicato tre avversari principali per un “capitalista illuminato” (termine che nell’uso che ne fa, somiglia molto a un liberale realista): il primo è (una specie di) “capitalismo di Stato, il capitalismo che si vede in Cina e in Russia”, ossia quel tipo, residuo dell’egemonia catto-comunista, che ancora permea le istituzioni italiane; questo “è una forma brutale di capitalismo che si preoccupa solo di creare ricchezze e valore per una piccola minoranza. Un secondo tipo di capitalismo che mi sembra quasi altrettanto preoccupante è quello che io chiamo il capitalismo alla Ayn Rand, oppure la Scuola oggettivista del capitalismo libertario. Questa forma di capitalismo è molto differente da quello che io chiamo «capitalismo illuminato» dell’Occidente ebraico-cristiano. È un capitalismo che davvero cerca di trasformare le persone in merce”; infine “siamo anche nelle fasi iniziali di una guerra globale contro il fascismo islamico”.

Tutt’e tre gli avversari di Bannon lo sono anche di un liberale realista: il primo perché riduce la libertà economica e individuale, il secondo perché, in una declinazione estremista, restringe il diritto delle comunità ad un’esistenza autonoma; il terzo perché nega sia la libertà, sia la separazione tra potere temporale e spirituale.

Il “liberalismo sfrenato”, oggetto di tante recenti critiche, pecca per omissione, nel non considerare l’aspetto politico nazionale, ossia il compito dello Stato di proteggere la comunità, l’esistenza ed il benessere della stessa ma non è in diretto ed insopprimibile contrasto con visione ideale e prassi di governo liberale, mentre gli altri due lo sono; soprattutto se coerentemente e generalmente applicati.

Non è poi comprensibile in che modo un mondo senza frontiere possa raggiungere una situazione di ordine. In fondo, già all’epoca della guerra di religione la regola cuius regio ejus religio, cioè la divisione territoriale delle religioni “ufficiali”, diede una forma di ordine, di cui il principio di tolleranza fu la conquista successiva. Ma “globalizzare” significa negare confini e frontiere: in una situazione in cui le differenze contano più delle concordanze, negare o limitare radicalmente il diritto delle comunità a decidere del proprio modo d’esistenza politica, religiosa, economico-sociale significa non riduzione ma moltiplicazione dei conflitti; ossia un disordine globalizzato.

 

sovranità, sovranismo e sovranismi, di Giuseppe Germinario

L’esito clamoroso delle elezioni politiche dello scorso marzo e l’avvento repentino ed inatteso del Governo Conte hanno contribuito a rinnovare il vocabolario politico ormai stantìo come lo erano del resto i portatori  della cultura politica corrispondente ad esso. Uno dei termini assurti ad improvvisa notorietà è “sovranismo”. Un termine che in Italia ha fatto capolino da meno di un decennio, ma che in paesi come gli Stati Uniti e la Francia è utilizzato senza scandalo da lungo tempo.

Ad ascoltare le vecchie trombe, sempre onnipresenti sui giornali e nei rotocalchi, nelle rubriche e nei servizi di cosiddetta informazione televisiva non ostante il netto ridimensionamento e la sonora sconfitta, si tratterebbe di un mero insulto associabile tranquillamente a quelli da sempre in auge di fascismo, di nazionalismo, di populismo e via dicendo. Un repertorio ultradecennale di etichette ormai ritrito e dal significato sempre più vacuo riproposto da personaggi sempre meno credibili; una rimozione di concetti che impedisce ogni parvenza di confronto.

Non c’è da attendersi, per altro, da una vecchia classe dirigente decadente e smarrita, addomesticata da decenni a delegare a terzi le scelte fondamentali, ormai nessuno sforzo di comprensione della nuova fase di competizione e conflitto nell’agone internazionale.

Eppure la radice e l’etimologia e il significato del termine originario, sovranità, dovrebbe indurre a maggior curiosità e rispetto proprio perché sottende uno dei principi fondanti dell’impegno politico; di qualsiasi impegno politico di qualsivoglia orientamento.

LA SOVRANITA’

Il concetto di sovranità sottende senz’altro la decisione sulla base di propri orientamenti generali, senza la quale ogni attività politica sarebbe priva di senso; sottende quindi un discrimine. La decisione, a sua volta, per avere senso deve quantomeno cercare di essere messa all’opera e in qualche maniera essere riconosciuta anche dagli oppositori, se presenti in maniera significativa. La normazione e l’istituzionalizzazione forniscono le modalità e i luoghi operativi del complesso delle decisioni e diventano quindi l’oggetto, i regolatori e i condizionatori del conflitto politico tra centri tra loro cooperanti e/o conflittuali, almeno sino a quando quelle modalità sono accettate dalla comunità in maniera prevalente. Il presupposto basico di questa abilità operativa è la disponibilità di forza e la capacità di potenza. Lo stato nazionale è la forma istituzionale che a partire dall’età moderna regola e conduce in maniera sempre più diffusa e pervasiva le dinamiche politiche all’interno e tra le varie formazioni sociali nel mondo nei vari ambiti dell’attività umana.

IL SOVRANISMO

Il termine sovranismo viene coniato e utilizzato, più nella polemica politica che, purtroppo, nel confronto teorico, per affermare la necessità di salvaguardare e potenziare appunto le prerogative dello stato.

Rispetto, però, a chi e cosa?

Pare poco contestabile che esso assuma la maggiore nitidezza e potenza di significato nel confronto e nella contrapposizione con il processo di globalizzazione. Una dinamica quest’ultima di uniformizzazione e di progressivo abbattimento di frontiere per certuni innescata e gestita da un ristretto cartello di potentati organizzato in gruppi elitari (Bilderberg, ect) ed espressione diretta dell’alta finanza. In esso lo Stato viene visto come mero strumento a condizione che sia ridotto di dimensione e svuotato di funzioni oppure come una entità destinata a liquefarsi a vantaggio di organismi sovranazionali sempre più determinanti sotto il ferreo controllo del cartello. Per altri il processo di globalizzazione viene visto come un processo naturale che porterebbe alla costruzione di un governo unico mondiale, fondato per lo più su principi morali minimi e sul diritto universale. In esso gli attuali stati verrebbero a fondersi in unità continentali e quindi a sciogliersi o subordinarsi sotto una unica entità. La conduzione delle società al di là di quei principi minimi comuni sarebbe affidata a comunità particolari autogovernate o attraverso una regolazione spontanea tra individui.

È un successo e nitore di significato poggiati su basi fragili e su una rappresentazione inadeguata delle dinamiche politiche. Il nemico è tanto rappresentato nitidamente quanto inafferrabile e sfuggente all’atto pratico.

La finanza è nient’affatto un cartello unico, tantomeno la detentrice del potere assoluto mondiale e il burattinaio delle infinite trame nello scacchiere geopolitico; nemmeno l’artefice unico delle disuguaglianze tra un pugno di satrapi ed una massa di diseredati così come rappresentate con pressapochismo preoccupante.

Naufragata miseramente l’illusione della contrapposizione tra masse peripatetiche all’inseguimento dei notabili riuniti periodicamente nelle località più amene e il POTENTATO le cui prerogative sono realizzate soprattutto attraverso gli organismi sovranazionali (FMI, BM, WTO, ect), rimarrebbe quindi la contrapposizione tra gli stati e il cartello suddetto. Da qui la rivendicazione delle prerogative sovrane dello Stato ai danni di questo e degli organismi sovranazionali usurpatori.

I LIMITI POLITICI DI CERTO SOVRANISMO

Una chiave di lettura che induce a indirizzi e obbiettivi politici sterili se non controproducenti

I potenti della finanza, in realtà, non costituiscono un cartello compatto, tantomeno sono i decisori ultimi dei destini del mondo. Sono parte integrante dei vari centri strategici decisionali in cooperazione e conflitto tra loro i quali devono disporre e far parte in via prioritaria delle leve istituzionali, quindi degli apparati statali, per il perseguimento delle loro strategie in conflitto. Non si tratta di un uso meramente strumentale. Sono centri che hanno bisogno di leve e di radicamento, quindi di istituzioni, di un territorio dei quali fanno parte; sono espressione e guida di una comunità e di una formazione sociale originaria. In questa dinamica i decisori della finanza sono quindi condizionabili al pari di altri.

Quella rappresentazione infatti induce ad una contrapposizione sterile e meramente declamatoria nei riguardi di figure praticamente inafferrabili.

La contrapposizione Stati/cartello della finanza spinge alla proposta e creazione di un cartello degli stati, pressoché tutti indistintamente sminuiti e svuotati dall’avversario ed interessati, in alcuni casi con il necessario ricambio di classe dirigente, quindi alla Santa Alleanza. Nell’attuale e futuro contesto geopolitico verrebbero a formarsi alleanze politiche paradossali ed improbabili del tutto irrealistiche, le quali riproporrebbero sotto mentite spoglie il consueto conflitto tra centri decisionali e tra stati nazionali, con le loro gerarchie, le loro subordinazioni e i loro dualismi.

Agli organismi sovranazionali si tende ad attribuire una potestà propria che non hanno oppure possiedono di riflesso per conto di questi centri e degli stati nazionali dominanti. Sono il frutto di trattati e il luogo entro i quali e attraverso i quali si esercita l’egemonia e nei momenti transitori la rivalità dei centri e degli stati dominanti. La loro giurisdizione, nei pochi casi di affermazione, non è equiparabile a quella esercitata dagli stati nazionali al proprio interno ed è nel migliore dei casi di tipo riflesso; devono appoggiarsi, quindi, alla forza degli stati. Quelli che sono dei semplici strumenti e servitori assumono, secondo la chiave offerta dal dualismo sovranismo/globalismo, il ruolo di attori dominanti con tutte le incongruenze del caso. In alcuni casi tendono a conquistarsi alcuni margini di autonomia operativa come succede ad esempio in alcune fasi alla Commissione Europea. Tali margini sono però il frutto della prevalenza dello spirito comunitaristico che tende ad attribuire pari peso a tutti i numerosi paesi della Unione Europea, un filo conduttore tipico, ad esempio, della diplomazia comunitaria italiana notoriamente pesantemente subordinata ad indirizzi esterni; soprattutto, tali margini sono possibili grazie alla subordinazione diretta, in una fase di frammentazione politica, e non mediata al deus ex machina dell’Unione Europea, gli Stati Uniti.

Il dualismo sucitato nasconde inoltre un altro grande dilemma irrisovibile secondo lo schema proposto.

Il dualismo sovranismo/cartello finanziario vorrebbe rappresentare efficacemente una dinamica universale alla quale vengono sussunti i vari eventi politici. Il duro confronto con la realtà geopolitica spinge però a ridurre surrettiziamente il dominio del cartello in realtà al solo mondo occidentale. Diventa difficile, allora, spiegare e collocare correttamente il ruolo degli agenti finanziari operanti nei paesi emergenti e rivali del polo statunitense ancora prevalente. Un dominio universale diventerebbe, quindi, relativo e soprattutto localizzato. Gli avversari di questo presunto dominio tendono ad assumere l’aura dei paladini dell’emancipazione e dei fautori di un nuovo ordine sociale più giusto ed egualitario perché capaci di riaffermare “la priorità del politico sull’economico” e di regolare meglio il potere degli agenti finanziari. Si tende quindi a nascondere il fatto che anche gli avversari del polo occidentale, per altro tutto da ricostruire, sono altrettanti agenti di influenza tesi a creare proprie aree geopolitiche di controllo e di dominio di dimensione regionale o globale a seconda delle capacità delle rispettive classi dirigenti. Fautori di nuove formazioni sociali dove comunque si esercita il dominio di élites e centri decisionali con le proprie gerarchie di comando, i propri conflitti, le proprie modalità di sopraffazione e di costruzione delle gerarchie sociali, pur rappresentando alternative positive rispetto ad una prospettiva di dominio unipolare, vengono esibiti come paladini di un modello e di un riscatto sociale a dir poco mitizzato.

In realtà quella rappresentazione attribuisce all’economico, addirittura ad un particolare aspetto di esso, la finanza, una funzione malposta e sopravvalutata. Non è l’economico che predomina; prevale in alcuni contesti e in alcune fasi l’esercizio delle strategie politiche nell’economico rispetto agli altri ambiti. Strategie che hanno comunque bisogno del supporto della forza e normativo proprio degli Stati. Prevale in particolare nei momenti di predominio unipolare quando l’uso della forza e dell’influenza politica diretta può essere più discreto e velato. Assume una appariscenza abbagliante per il carattere ancora particolarmente sofisticato del sistema di dominio ed influenza dell’area occidentale rispetto a quello dei poli emergenti alternativi e sempre più contrapposti, siano essi regionali che globali. L’apparenza del dominio della finanza, così come la rappresentazione liberista dei legami economici, del tutto misitficante rispetto alla realtà delle barriere e dei vincoli che la stessa potenza prevalente, analogamente ai competitori tende a frapporre, tende a nascondere l’ambizione di dominio unipolare di una potenza, dei suoi centri decisionali dominanti, del suo Stato rispetto ai concorrenti. La stessa finanza, i suoi agenti, sono compartecipi di queste dinamiche ed oltre ad assumere la veste scontata di predatori sono i coartefici di un traghettamento di risorse economiche teso a garantire la coesione minima delle formazioni sociali e le risorse che consentano l’esercizio e la realizzazione delle strategie politiche.

I SOVRANISMI

La dura realtà delle dinamiche geopolitiche e delle trasformazioni sociali sempre più convulse sta facendo scivolare di fatto la rappresentazione sempre più inadeguata del dualismo sovranismo(Stato)/cartello della finanza verso un confronto tra “sovranismi”. Tra centri decisionali i quali, attraverso l’affermazione delle prerogative dello Stato, riescono a prevalere e predominare ed altri che tendono prevalentemente a subire da alcuni e influenzare in maniera subordinata altri di rango inferiore. In questo contesto il termine “sovranismo” è destinato ad affermarsi, ma a sfumare di significato e valenza simbolica, giacché tende a rappresentare sia gli aspetti di emancipazione che quelli di predominio dell’esercizio delle prerogative statuali. In ogni caso l’azione politica e la strategia politica, nei suoi vari ambiti di azione, è destinata a riprendersi il suo ruolo nel dibattito teorico e nella rappresentazione degli eventi. Con essa tornerà ad assumere una più corretta collocazione il ruolo della forza, della potenza, dell’egemonia e più prosaicamente il ruolo e la funzione dello Stato e delle sue istituzioni sia nel sistema di relazioni internazionali, sia nelle dinamiche interne proprie di funzionamento attraverso il confronto tra centri decisionali, sia nella funzione di plasmare le formazioni sociali.

Alcuni studiosi più avveduti hanno stigmatizzano l’uso del termine da parte di forze politiche approssimative le quali ipotizzano la necessità di un’azione solitaria, solipsistica, atomistica degli stati nazionali, in particolare dell’Italia, nel contesto geopolitico. Una condizione irrealistica anche rispetto a quelle di alleanze instabili e mutevoli tipiche di paesi in grado di esercitare una significativa sovranità e propria di fasi politiche di transizione. Non si tratta solo di primitivismo; spesso si tratta di una particolare forma di sovranismo che tende ad attribuire ancora una volta alle relazioni economiche la prevalenza se non l’esclusività. Una posizione, ad esempio, espressa sino a poco tempo fa da un personaggio politico lucido come Claudio Borghi nella Lega. Una espressione tipica, ad esempio, di ceti imprenditoriali medi e piccoli i quali vedono in uno stato nazionale del tutto sganciato da alleanze e vincoli la possibilità di costruire relazioni economiche ed affari con qualsivoglia soggetto. Ancora una volta un modo di riproporre l’irrealistica superiorità e l’universalismo mitizzato dell’economico rispetto alla limitatezza dell’azione politica. Certamente la dura realtà sta costringendo Borghi a modificare nei fatti tali convinzioni. La mancata razionalizzazione di tali cambiamenti può però spingere a situazioni nefaste ed imprevedibili, almeno rispetto alle intenzioni dell’attuale nuova classe dirigente in via di formazione.

IL FUTURO DEL SOVRANISMO

Tutto ciò sembra spingere i più accorti ad accantonare il termine, piuttosto che salvaguardarlo e potenziarlo di significato rispetto a queste rappresentazioni riduttive. Una rinuncia che somiglia ad un rinvio e ad una resa in una fase di battaglia politica aperta da risolvere sul campo del confronto teorico e dell’analisi politica. Così come appare pericoloso il tentativo di attribuire un attributo, sia esso popolare, costituzionale o altro, al termine sovranità in modo tale da contrapporre in termini antagonistici, nel classico schema destra-sinistra, i vari sovranismi, patriottismi e nazionalismi che dir si voglia in una fase in cui gli antagonisti da sconfiggere sarebbero altri. Una tentazione ricorrente che sente il bisogno di associare il termine sovranità ad entità astratte o reali, come quella di popolo, le quali non esercitano per costituzione o fattualmente il loro potere decisionale se non attraverso l’influenza e la azione di élites e centri decisionali. Un discorso che meriterebbe e meriterà attente considerazioni a parte.

Sono limiti ed incomprensioni che non riguardano fortunatamente solo questo campo politico.

LE FAGLIE

George Soros, presentato come l’essenza del protagonismo e l’onnipotenza del predominio globalista, lo ha implicitamente disvelato nella insolita sequela di interventi ed interviste di questo, in particolare nel suo intervento, ben coadiuvato dai suoi adepti e serventi ossequiosi, al festival dell’economia di Trento.

Ha semplicitamente incluso in un “annus horribilis”, giustificato da imprecisati errori la sequela di sconfitte politiche iniziate con l’elezione di Trump e proseguite con l’affermazione di Orban in Ungheria, Kurtz in Austria, la triade Conte-Salvini-Di Maio in Italia e la mancata elezione di procuratori legali di fiducia (avete letto bene) negli Stati Uniti; ha risolto il dilemma politico, confortato dalla sola elezione di Macron in Francia, rivelatasi progressivamente effimera, suggerendo semplicemente pragmatismo.

Soros, non ostante la vulgata, non è il deus ex machina della globalizzazione. È una pedina importante ed influente di un centro strategico e finanziario colossale, i Rotschild, a loro volta parti di centri decisionali ben più importanti e dal raggio di azione ben più ampio dell’ambito finanziario.

Dispongono di un armamentario ideologico, di apparati e di forza ancora impressionanti, superiori ma non più esclusivi; non dispongono di una strategia vincente e soprattutto ancora in grado di prendere atto della incipiente formazione di nuovi poli di potenza autonomi.

Un logoramento evidente, reso con ogni evidenza trasparente negli Stati Uniti, laddove nuove élites stanno riuscendo a cristallizzare in centri di potere e negli apparati le loro azioni politiche e le loro strategie sia pure al prezzo di pesanti compromessi. Meno determinante in Europa laddove la loro crisi si manifesta in una condizione di stasi nei paesi egemoni (Francia e Germania) e nella prevalenza di forze “sovraniste” in Europa Orientale imbrigliate dalla russofobia e suscettibili quindi di prestarsi a nuove e più stringenti subordinazioni di stampo atlantista. Nel mezzo la situazione italiana ormai oscillante verso questa seconda opzione.

Come chiarito da Piero Visani nella recente intervista su questo blog, si tratta di una di quelle rare faglie che periodicamente si aprono nel contesto geopolitico e nella coesione delle formazioni sociali le quali, però, non durano indefinitamente. Il miracolo raro nelle contingenze politiche deve essere la concomitanza tra contingenza politica favorevole e la formazione di un ceto politico adeguato a coglierla. I tempi di formazione dell’una il più delle volte non coincidono con quelli dell’altra.

Esiste una prima traccia della formazione di due internazionali. Quella globalista, consolidata e strutturata, forte della sapienza maturata negli ultimi quaranta anni, prosegue pervicacemente anche se annaspa nella visione generale. Quella cosiddetta “sovranista”, rappresentata dall’avvento in Europa di Bannon, un personaggio politico come minimo ormai ai margini della battaglia politica negli USA, portatore della ipotesi sovranista criticata da questo articolo. Potrebbe essere, purtroppo, il prodromo di una deriva di questi movimenti ancora nascenti. Il fatto che le redini siano in mano a due esponenti politici militanti americani dovrebbe indurre a qualche cautela maggiore nelle scelte. Altra cosa è il dibattito politico e teorico sul quale gli studiosi e strateghi americani sono più avanti di parecchie spanne. Su questo il confronto dovrebbe essere molto più serrato.

 

1 2 3 4 5 8