Italia e il mondo

I dossier del Vaticano, l’Italia e gli Stati Uniti d’America di Luigi Longo

Italia e il mondo riproporrà in successione tre articoli di Luigi Longo già apparsi anni fa sul sito www.conflittiestrategie.it di analisi del ruolo del Vaticano nel contesto geopolitico. Contestualizzando gli eventi citati, offrono comunque importanti punti di riflessione. Buona lettura_Giuseppe Germinario

I dossier del Vaticano, l’Italia e gli Stati Uniti d’America

di Luigi Longo

 

1.In questo ultimo periodo sulla stampa italiana si è molto parlato dei dossier che circolano all’interno e all’esterno del Vaticano.

I dossier riguardano sia le critiche all’operato del Segretario di Stato , Monsignor Tarcisio Bertone, sia la presunta morte prevista per il 2012 del Papa Benedetto XVI, sia la strategia del Papa stesso per garantire il proprio blocco di potere nella elezione del suo successore.

La discussione si è mantenuta ad un primo livello di superficie dove i fatti che accadono appaiono confusi e si limitano a lotte intestine tra gruppi di potere [ il conflitto tra Tarcisio Bertone ( segretario di Stato ) e Angelo Bagnasco (presidente della Conferenza Episcopale Italiana, CEI ) ] senza riuscire a mettere a fuoco cosa è veramente in gioco a partire dalla svolta segnata dai funerali di Giovanni Paolo II e dalla nomina a successore dell’attuale papa Benedetto XVI. Svolta, è bene ricordarlo, che ha comportato l’adeguamento della politica vaticana alla nuova strategia degli USA (Bill Clinton-Barack Obama).

Escludendo : a) le critiche alla politica economica del Segretario di Stato [ non dimentichiamo che il Vaticano è territorialmente un piccolo Stato ma economicamente e finanziariamente è uno dei più poderosi del mondo con enormi investimenti sia diretti sia indiretti in imprese private (1) ] perché fanno parte integrante del conflitto strategico del legame sociale capitalistico; b) la presunta morte del Papa perché strumentale alla confusione oltre a invii di messaggi secondari ( non perché non rientri nella storia della Chiesa); c) la legittima strategia del Papa per garantire il proprio blocco di potere che ha cambiato in maniera elegante tutti gli uomini del potere finanziario posizionando ovviamente i suoi uomini [ tale ricambio investe tutti e cinque gli uffici che alla Santa Sede hanno competenze sulle attività economiche: l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), il Governatorato dello Stato Città del Vaticano, la prefettura degli Affari economici, la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e infine lo IOR (Istituto per le Opere Religiose ) ]; resta il non detto che è rappresentato dal controllo dello IOR : la finanza del Vaticano, con un patrimonio complessivo indicato approssimativamente in 5 miliardi di euro, ovvero del denaro come strumento di lotta tra gruppi strategici per l’egemonia della politica vaticana, sotto tutela americana sempre più aggressiva mano a mano che si entra con più concretezza nella fase multipolare.

 

2.Perché lo IOR è oggetto di conflitto per il suo controllo e la sua tutela? Prima di vedere i motivi riporto una chiara definizione sullo IOR di Eric Frattini ( università di Madrid ) :<< L’Istituto per le Opere Religiose…comunemente conosciuto come Banca Vaticana, è insieme ai servizi segreti, uno degli organismi più misteriosi di tutta la struttura vaticana…La Banca Vaticana è stata al centro di numerosi scandali e coinvolta in affari illeciti: fallimenti bancari, perdite milionarie, vendita di armi a paesi in guerra, creazione di società fantasma in paradisi fiscali, finanziamento di colpi di Stato, riciclaggio di denaro della mafia, “ suicidi” misteriosi. Lo IOR ha violato leggi finanziarie internazionali senza che nessuno dei suoi dirigenti venisse mai processato da un tribunale. Da quando è stato fondato, lo IOR non è un dipartimento ufficiale della Città del Vaticano. Esiste come ente, ma senza un legame evidente con gli affari ecclesiastici o con altri organismi della Santa Sede. Il sommo pontefice è l’unica persona che ha il potere di controllarlo >> (2). Questo è lo IOR ( sulla definizione di Eric Frattini converge la maggior parte della letteratura critica ) la banca Vaticana fondata il 27 giugno 1942 per ordine di Pio XII, rilanciato da Papa Paolo VI , sviluppato da Papa Giovanni Paolo II e tutelato dall’attuale Papa Benedetto XVI che rappresenta la continuazione del blocco di potere dominante più aggressivo e spregiudicato dello Stato della città del Vaticano costruito dagli ultimi tre papi (3).

Lo IOR è oggetto di indagine giudiziaria da parte della Procura di Roma, nel settembre 2010, per violazione del decreto legislativo n.231 del 2007 che è la normativa di attuazione della direttiva UE sulla prevenzione del riciclaggio (4).

La Procura di Roma ha sottoposto a sequestro preventivo 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano spa della sede di Roma alla banca americana Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) (5). << Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Credito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi. Non solo: da altre operazioni emergeva che lo IOR funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi >> (6). A nulla sono valse le motivazioni per il dissequestro da parte dell’attuale Ministro della Giustizia, Paola Severino ( della serie uomini e donne giusti/e al posto giusto: è patetica la pantomima del governo tecnico !) all’epoca dei fatti avvocata del Presidente dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi.

A sbloccare la situazione ci pensa direttamente il Papa (7) che emana, il 30 dicembre 2010, la Lettera Apostolica e la legge n. CXXVII ( dal titolo impegnativo e altisonante concernente “ la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo ”) per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario istituendo l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) per il contrasto del riciclaggio ( articolo 33 della legge). Inizia una collaborazione da parte dell’AIF sia con la Banca d’Italia sia con la Magistratura romana che porterà la Procura di Roma al dissequestro dei 23 milioni di euro dello IOR con la seguente motivazione << L’AIF ha già iniziato una collaborazione con l’UIF (Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, precisazione mia ) fornendo informazioni adeguate su di un’operazione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione >> ( ogni commento è superfluo!). Ovviamente subito dopo il dissequestro lo IOR ha trasferito alla banca americana Jp Morgan di Francoforte il denaro dissequestrato (8). Non c’è stata nessuna presa di posizione né tantomeno di condanna per la violazione delle leggi finanziarie italiane, europee e internazionali da parte del Ministro della Giustizia ( Paola Severino), del Presidente del Consiglio ( Mario Monti), del Governatore della Banca d’Italia ( Ignazio Visco ) e del Presidente della Repubblica ( Giorgio Napolitano) garante non della costituzione italiana ( peraltro una carta datata ideologicamente utilizzata ) ma delle strategie americane in Italia proiettate nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Per avere un’idea del livello di servitù volontaria a cui è giunta l’Italia nei confronti del capitale finanziario internazionale a dominanza americana ( considerato sempre come strumento di potere per il conflitto tra gli agenti strategici del capitale inteso come rapporto sociale) riporto dal rapporto annuale per il controllo del narcotraffico del Dipartimento di Stato americano sul riciclaggio in Vaticano quanto segue : << Il Dipartimento di Stato americano ha aggiunto per la prima volta il Vaticano [ decisamente con ritardo il che lascia pensare più a giochi di potere, mia precisazione ] a una lista di altri 67 Paesi potenzialmente suscettibili al riciclaggio del denaro. Nel rapporto annuale sulla strategia per il controllo del narcotraffico (International Narcotics Control Strategy), il governo Usa inserisce la Santa sede nella categoria dedicata ai Paesi con «giurisdizioni preoccupanti»,insieme tra gli altri ad Albania, Repubblica Ceca, Egitto, Corea del Sud, Malaysia, Vietnam e Yemen. La categoria in cui si inserisce il Vaticano è di un livello inferiore a quella relativa ai Paesi che destano «estremo allarme», una lista nera di Paesi tra i quali Afghanistan, Australia, Brasile, Isole Cayman, Cina, Giappone, Russia, Gran Bretagna, gli stessi Stati Uniti, Uruguay, e Zimbabwe.
Il Vaticano, ha spiegato un funzionario del dipartimento di Stato che ha voluto rimanere anonimo, ha varato per la prima volta nel 2011 un programma anti-riciclaggio, ma occorrerà un anno per capire quanto sia efficace; e dunque è «potenzialmente vulnerabile» al problema a causa del massiccio afflusso di denaro che circola tra la Santa Sede e il resto del mondo ( corsivo mio). Papa Benedetto XVI ha creato il 30 dicembre 2010 l’Autorità per l’Informazione Finanziaria, che dovrebbe consentire al Vaticano di mettersi in linea con le norme internazionali di lotta al riciclaggio del denaro e finanziamento del terrorismo >> (9).

 

3.La suddetta Lettera Apostolica di Papa Benedetto XVI del 30 dicembre 2010 e la citata legge n.CXXVII del 30 dicembre 2010 dello Stato della città del Vaticano hanno avuto due obiettivi: 1) sbloccare il dissequestro preventivo della Procura di Roma, 2) bloccare la segretezza dello IOR fino al 1 aprile 2011 entrata in vigore della legge ( articolo 43 ) : << La Procura «evidenzia» una serie di «criticità» nei rapporti di «collaborazione finalizzati all’attività di contrasto del riciclaggio» e fa notare che «i dati forniti dall’Aif sono temporalmente delimitati al periodo successivo al 1° aprile 2011», quindi «assolutamente insufficienti e inidonei a ricostruire le modalità di effettuazione di eventuali operazioni di riciclaggio imperniate sull’utilizzazione di conti accesi presso lo Ior». Le informazioni fornite vengono definite «del tutto generiche in ordine all’identificazione e movimentazione dei conti nonché alle rimesse effettuate sui conti stessi; con l’effetto di lasciare del tutto inesplicati – si legge – i dati economici menzionati nella risposta, tutti cristallizzati al 1° aprile 2011».(10).

Nella prima fase del sequestro preventivo del denaro dello IOR lo Stato della città del Vaticano è stato compatto sotto il potere del Papa e del suo blocco di riferimento nella tattica della collaborazione con la Procura di Roma e con la Banca d’Italia permettendo, con le due citate iniziative, il dissequestro del denaro trasferito immediatamente verso i luoghi tranquilli e potenti della banca americana Jp Morgan.

Nella seconda fase del blocco della segretezza dello IOR, attualmente in corso, il Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, supportato da due pareri espressi sia dall’avv. Michele Briamonte dello Studio Franzo Grande Stevens ( avvocato, nobile di casato, difensore storico e consigliere fidato di Gianni Agnelli, vicepresidente della Fiat e in seguito presidente della Juventus sino al 2006, profondo conoscitore e difensore dello IOR ) e del prof. Giuseppe dalla Torre ( presidente del Tribunale della Città del Vaticano) che in sostanza affermano che la legge n.CXXVII/2010 non è retroattiva, nega di fatto alla autorità giudiziaria e bancaria italiana ( e non solo) di indagare sullo IOR. Naturalmente il presidente, cardinale Attilio Nicora, dell’AFI, che è una Autorità vuota di potere reale, ha ribadito “il proprio diritto/dovere ad accedere a tutti i dati e le informazioni in possesso dello IOR (…) motivando tale posizione con argomentazioni attinenti alla lettera e alla ratio della legge, al rispetto degli standard internazionali cui la Santa Sede ha aderito, allo svuotamento dell’effettività della disciplina appena introdotta, al rischio di una valutazione negativa dell’organismo internazionale chiamato a esaminare il sistema Vaticano di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo” (11).

In questa seconda fase non c’è la compattezza della prima fase, ma c’è un conflitto tra blocchi contrapposti non per rendere lo IOR trasparente, ma per mettere in discussione gli attuali equilibri dinamici tra i due blocchi di potere per la gestione delle finanze della banca del Vaticano che ruotano intorno al cardinale Tarcisio Bertone (segreteria di Stato) e al cardinale Angelo Bagnasco ( CEI) (12).

Le due fasi hanno trovato una convergenza tra Papa Benedetto XVI ( via Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco in fase di accordi temporanei) e il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ( via Mario Monti) fondamentale sia per la riuscita dell’operazione del dissequestro del denaro sia per la segretezza dello IOR e l’impossibilità per le autorità giudiziarie e bancarie di entrare nelle segrete stanze della finanza vaticana.

Aprire lo IOR alle autorità giudiziaria e bancaria nazionale, europea e internazionale significa riscrivere molta storia mondiale e svelare l’anima materiale del potere della religione. La religione ha un ruolo importante nel legame sociale della produzione e riproduzione della formazione sociale data. Le sue istituzioni svolgono un ruolo significativo nelle varie strategie degli agenti strategici dominanti in tutte le sfere sociali ( soprattutto economiche-finanziarie) nazionali e mondiali.

<< La Chiesa è uno Shylock ( usuraio ebreo, personaggio della commedia di Shakespeare ne “il Mercante di Venezia”, magistralmente interpretato da Al Pacino nell’omonimo film, precisazione mia) anche più implacabile dello Shylock shakespeariano: essa vorrà la sua libbra di carne, anche a costo di dissanguare la sua vittima e con tenacia, mutando continuamente i suoi metodi, tenderà a raggiungere il suo programma massimo. Secondo l’espressione di Disraeli: i cristiani sono gli ebrei più intelligenti, che hanno capito come occorre fare per conquistare il mondo ( corsivi miei) >> (13).

 

4.Per sviluppare alcune intuizioni sui due citati blocchi di potere che si contendono l’egemonia della politica vaticana, in relazione sia agli agenti strategici sub-dominanti italiani sia agli agenti strategici pre-dominanti americani, riporterò alcuni stralci della “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI (edizioni Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2009).

Una precisazione. Occorre tenere conto di due livelli di analisi l’uno formale, l’altro di sostanza. La forma che corre attraverso elevate elaborazioni dottrinarie e raffinate regole di diritto e di norma legislativa copre ( occorre un continuo lavoro di disvelamento e di ri-costruzione) la sostanza che corre attraverso regole materiali di reali rapporti sociali e di dominio ( concorrenza, competizione, inganno, ipocrisia, tradimenti, eccetera). I due livelli, storicamente determinati, non si incontrano nella società a modo di produzione capitalistico ( inteso come produzione e riproduzione dell’insieme del legame sociale) e assumono peculiarità diverse a secondo della storia dei capitalismi sviluppatisi nelle singole nazioni.

La parola a Papa Benedetto XVI :<< Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento. Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi. Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre più conto dei profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in cui opera.

Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione. Giovanni Paolo II avvertiva che investire ha sempre un significato morale, oltre che economico. Tutto questo – va ribadito – è valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalità tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e non anche umano ed etico. Non c’è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Devono però essere fatti salvi i vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come quel capitale si è formato e dei danni alle persone che comporterà il suo mancato impiego nei luoghi in cui esso è stato generato. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo il profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi di sviluppo. Non c’è nemmeno motivo di negare che le delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa fare del bene alle popolazioni del Paese che la ospita. Il lavoro e la conoscenza tecnica sono un bisogno universale. Non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile >> ( paragrafo 40, pp.63-65 ).

L’orientamento reale della finanza vaticana non ha nulla a che fare con i principi etici piegati agli interessi e allo sviluppo di una nazione, di un paese bisognoso di sviluppo e di una visione territoriale-sociale come scritto nello stralcio riportato della lettera enciclica “Caritas in Veritate”. I principi etici, la “Cultura etica e finanza” servono a coprire lo scontro tra i due gruppi di potere contrapposti (14) sulle scelte di politica economica e finanziaria, di investimenti, di penetrazione nel territorio ( italiano ed europeo ) di quel processo di “nuova evangelizzazione” iniziato con Papa Giovanni Paolo II (15). Penso per esempio: I “Cammini Europei” dell’Opera Romana Pellegrinaggi. Penso per esempio: La politica economica-sanitaria per la costruzione del polo sanitario-religioso di rilevanza internazionale ( gli ospedali di Milano, Genova, Roma, Taranto, San Giovanni Rotondo, eccetera). Penso per esempio: La politica edilizia, immobiliare, urbanistica e dei beni culturali realizzata in tutte le diocesi del territorio italiano (16). Penso per esempio: La gestione dell’Istituto “Giuseppe Toniolo” di Milano, uno dei maggiori centri di potere (che controlla il Policlinico “Agostino Gemelli”, l’Università cattolica e la casa editrice “Vita e Pensiero”) e snodo dei rapporti tra politica e chiesa (17). Penso per esempio: Il rapporto con la finanza e la costruzione di nuove relazioni con il sistema bancario dopo il declino del blocco di potere che faceva riferimento alla cosiddetta “finanza bianca” in contrapposizione a quella cosiddetta “ laica” ( Enrico Cuccia e Mediobanca) (18).

All’interno di questo duro conflitto tra gli agenti strategici dei due blocchi di potere, che sono in continua trasformazione e aggregazione ( gruppi di poteri flessibili con le loro reti elastiche) dovute alla costruzione di un blocco di potere con agenti strategici delle altre sfere sociali ( politica, economica, istituzionale, ideologica), si inserisce la tattica-strategia di Barack Obama nel garantire sia il trasferimento dei 20 milioni dello IOR alla JP Morgan << Basta infatti guardare la provenienza dei finanziamenti della sua campagna elettorale. Obama è una creatura delle istituzioni finanziarie che lo preferivano di molto a McCain. Nelle loro mani si concentra la maggior parte dei capitali del paese, e sono state loro a finanziare gran parte della sua campagna elettorale. E se la tendenza naturale di tutti questi anni si confermerà, allora ci si può aspettare che vorranno essere ripagate, e di fatto lo sono già state >> (19); sia un accordo con il Vaticano [ da una parte attraverso le pressioni del Dipartimento di Stato sopracitate, e, dall’altra, attraverso il Presidente della Conferenza Episcopale USA con le concessioni in termini di contraccezione, di compromesso tra giurisdizione dei pubblici poteri ( leggi civile e penale) e giurisdizione delle Chiese e delle religioni, aperture alla libertà religiosa (20), eccetera ] per le elezioni di novembre 2012 del nuovo presidente degli USA ( il voto dei cattolici americani è diventato molto mobile e in alcuni stati è ormai uno swing vote capace di influenzare la matematica elettorale delle elezioni presidenziali).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

 

  1. Gli investimenti diretti vengono effettuati principalmente nei settori della sanità, del turismo, e dell’edilizia. Quelli indiretti vengono realizzati, con l’acquisto di azioni, anche in imprese produttrici di armi ed in imprese farmaceutiche che producono pastiglie per il viagra e preservativi: è inutile ogni commento! Si veda l’intervista a Eric Frattini sui segreti nel Vaticano, 31/3/2011, in http//:crescendoingrazia.wordpress.com.
  2. Eric Frattini, L’entità. La clamorosa scoperta del servizio segreto vaticano: intrighi, omicidi, complotti degli ultimi cinquecento anni, Fazi editore, Roma, 2008, pag. 349.
  3. Monsignor Dardozzi (1992-2003) è stato un uomo importante nella gestione delle finanze del Vaticano dal 1974 alla fine degli anni Novanta. Fino a quando è restato in vita ha coperto l’inferno della finanza del Vaticano e ha “lottato” internamente per arginare la deriva dello Ior parallelo allo Ior ufficiale gestito da monsignor Donato de Bonis [ titoli di stato per riciclare denaro sporco, soldi di tangentopoli ( la maxitangente Enimont), ruberie di donazioni, fondi della mafia, finanziamenti ai partiti, eccetera]. Per sua volontà, dopo la sua morte, viene reso pubblico il suo sterminato archivio : << Rendete pubblici questi documenti affinchè tutti sappiano quanto è accaduto >>. Il primo lavoro su questo sterminato archivio ha prodotto il libro di Gianluigi Nuzzi, Vaticano S.p.A. Da un archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della Chiesa, Chiarelettere edizioni, Milano, 2010.
  4. Il sequestro preventivo non è stato disposto perché c’è una prova di riciclaggio ma perché, secondo la Procura di Roma, è già stato commesso, da parte dei vertici dello IOR, il reato omissivo della norma antiriciclaggio. L’articolo 55 del decreto n.231/2007. Questa indagine è la prima iniziativa assoluta da quando, nel 2003, la Cassazione ha attribuito alla giurisdizione italiana la competenza sullo IOR, che chiama in causa la banca vaticana e i suoi vertici. Cfr La Redazione del “Corriere della Sera”, Al centro della vicenda trasferimenti per 23 milioni di euro da parte della banca del Vaticano, del 21/9/2010.
  5. La JP Morgan è uno dei colossi bancari americani. E’ grande finanziatrice del presidente Barack Obama oltre ad avere suoi uomini nello staff dirigenziale del presidente Obama. Riporto per evidenziare la sua potenza quanto segue: <<… nell’altra grande banca (o società finanziaria) Usa, la JP Morgan, lavora da vent’anni ormai una donna che si chiama Blythe Masters. Una che il Guardian nel 2008 aveva definito “The Woman who built financial Weapon of Mass Destruction”, ovvero “La Donna che ha inventato le Armi di Distruzione di Massa finanziarie”. Perché? Semplicemente perché ha inventato la formula matematica dei famigerati subprime e quel Cds – il credit default swap – ormai noto a tutti dopo il fallimento della Grecia.Ma non è tutto, perché come ha scritto pochi giorni fa Italia Oggi, ancora una volta un giornale non certo complottista, o di estrema sinistra o sovversivo, la nostra Blythe dal 2006 è «a capo del trading delle materie prime della banca Usa». «In una parola – si legge sul quotidiano della Cna – è la regina mondiale della speculazione sui prodotti agricoli, l’energia, i metalli. E sotto la sua egida il fatturato del trading di JP Morgan è triplicato a 2,8 miliardi di dollari (1,7 miliardi di euro), facendo diventare la banca americana leader incontrastata del commercio di commodity, dopo aver scalzato dal podio due giganti come Goldman Sachs (nel 2011 i ricavi del settore si sono fermati a 1,6 miliardi di dollari) e Morgan Stanley (giro d’affari della divisione in calo per tre anni consecutivi)», Alessandro Farulli, Da Goldman a JP Morgan, i (e le) “masters” dell’economia finanziaria che affossano la sostenibilità, 16 marzo 2012, in stampalibera.com
  6. Marco Lillo, Norme antiriciclaggio: è la Santa Sede a imporre le sue condizioni all’Italia in “il Fatto Quotidiano” del 16/2/2012. Don Orazio Bonaccorsi è un prete, che secondo la Procura di Catania, si sarebbe servito di un conto aperto allo IOR per aiutare lo zio, già condannato per associazione mafiosa, a ripulire il denaro. Per una sintesi della vicenda in La redazione del “Corriere del Mezzogiorno”, Riciclò i soldi di una truffa: indagato prete, del 27/10/2010.
  7. << Il sommo pontefice, sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario >>, articolo 1 della Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano del 26/11/2000 ( entrata in vigore il 22/2/2001) vaticanstate.va
  8. Riporto uno stralcio della nota della Segreteria di Stato per la verifica di fatto della grande ambiguità della Chiesa: «È nota la chiara volontà, più volte manifestata da parte delle autorità della Santa Sede – si legge ancora nella nota – di piena trasparenza per quanto riguarda le operazioni finanziarie dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior). Ciò richiede che siano messe in atto tutte le procedure finalizzate a prevenire terrorismo e riciclaggio di capitali. Per questo – prosegue la nota vaticana – le autorità dello Ior da tempo si stanno adoperando nei necessari contatti e incontri, sia con la Banca d’Italia sia con gli organismi internazionali competenti – Organisation for Economic Co-operation and Development (Oecd) e Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale contro il riciclaggio di capitali (Gafi) – per l’inserimento della Santa Sede nella cosiddetta White List >>. La nota è tratta da: La redazione de “Corriere della Sera”, Al centro della vicenda trasferimenti per 23 milioni di euro da parte della banca vaticana, del 21/9/2010. Per una ricostruzione sulla chiusura del conto IOR presso la JP Morgan, filiale di Milano, e il trasferimento dei depositi IOR alla JP Morgan, filiale di Francoforte, si rimanda a La redazione de “il Sole 24 Ore”, << Cliente a rischio >>. JP Morgan chiude il conto dello IOR, del 18/3/2012. Per l’evidenza del contrasto tra la forma e la sostanza si leggano sia la Lettera Apostolica sia la legge n. CXXVII reperibili sul sito del Vaticano: vatican.va
  9. La redazione de “La Stampa”, Riciclaggio in Vaticano? Il pericolo esiste, del 8/3/2012.
  10. La redazione de “il Sole 24 Ore”, << Cliente a rischio >>, op. cit.
  11. Riportato in Marco Lillo, Norme antiriciclaggio, op. cit.. Si veda anche Tommaso Cerno, Dentro lo IOR in “L’espresso” del 23/2/2012.
  12. Valerio Galante, La chiesa e Berlusconi: scacco al vangelo in 3 mosse in “MicroMega” n.8/2010.
  13. Antonio Gramsci, Il vaticano e l’Italia, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 85.
  14. Massimo Franco, C’era una volta un vaticano, Mondadori, Milano, 2010.
  15. Alain de Benoist, La “nuova evangelizzazione” dell’Europa. La strategia di Giovanni Paolo II, Arianna editrice, Casalecchio (BO), 2002.
  16. AaVv, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Chiarelettere edizioni, Milano, 2010.
  17. Marco Lillo, Bertone si vantò con Tettamanzi: “Il papa vuole cacciarti dall’Istituo Toniolo” in “il Fatto Quotidiano” del 28/2/2012. Per la storia e le attività dell’Istituto Toniolo in istitutotoniolo.it.
  18. Giulio Tremonti, presidente di Aspen Institute Italia, è uno degli anelli di congiunzione tra finanza vaticana e quella americana. E’ l’uomo che ha più operato nella logica di Papa Benedetto XVI sui principì etici dell’impresa e della finanza in una visione di sviluppo territoriale-sociale attraverso il ruolo importante delle fondazioni bancarie: << E’ una linea sulla quale si fonda l’asse con Giulio Tremonti. E con la Lega, che al Nord ha oramai tessuto un’ottima trama di rapporti con la Chiesa, soprattutto tramite CL ( Comunione e Liberazione, mia precisazione) e della Compagnia delle Opere…>> in Valerio Galante, La chiesa, op. cit, pag.111. Si veda anche Ferruccio Pinotti, L’asse Lega-CL: occupare tutto! In “MicroMega” n.5/2010.
  19. Noam Chomsky in conversazione con Roberto Antonini, Obama era un sogno, in MicroMega” n.8/2010, pag.44.
  20. Barack Obama sostiene che << I laicisti sbagliano quando chiedono ai credenti di lasciare la loro religione alla porta prima di entrare nello spazio pubblico. Frederick Douglass, Abraham Lincoln, William Jennings Bryan, Dorothy Day, Martin Luther King – insomma la maggioranza dei grandi riformatori nella storia americana – non erano semplicemente motivati dalla fede ma usarono ripetutamente il linguaggio religioso a sostegno delle proprie cause. Dire infatti che uomini e donne non dovrebbero far entrare la loro ‘moralità personale’ nei dibattiti sulle politiche pubbliche, è praticamente un’assurdità. La nostra legge è, per definizione, una codificazione di moralità che si muove per la gran parte nel solco della tradizione giudaico-cristiana >> in William McGurn, Obama sta riportando il discorso religioso tra i democratici in Wall Street Journal riportato in “ l’Occidentale” del 23/2/2012.

 

 

MORIRE PER IDLIB?, di Antonio de Martini

MORIRE PER IDLIB?

Idlib é un paesotto – censimento del 2004- inferiore a centomila abitanti a cinquecento metri di altezza e a meno di 60 km a sud di Aleppo.

Diciamo che con il tempo e i rifugiati sia salita a centosessantamila ed ora è raddoppiata.

Già , ricordate il can can per Aleppo ?
Il servizio di propaganda israelo-americano insiste nella ripetizione del ritornello già usato per Aleppo, ricordate? sembrava la Danzica del nuovo secolo.

Alti lai, minacce ripetute, timore di stragi di innocenti bambini, con il coro di tutte le ONG felici di poter distrarre i sovventori dalle inchieste per abusi sessuali ed uso dei fondi a fini di prostituzione in cui sono invischiate.

Anche per Aleppo si sono inventati i numeri e li hanno strombazzati ai quattro venti. La gente non si commuove più per gli adulti? Si citano i bambini che sulle mamme fanno sempre effetto.
Sono stufi di morti e non seguono più? Minacciamoli con tre milioni di nuovi profughi.

Quattro milioni di rifugiati in sette anni da tutta la Siria e tre milioni in un anno concentrati in una cittadina grande quanto Bologna ? La geografia non la studiano più nemmeno in USA o Israele…

In questi giorni Israele , sta osando più di tutti e ha effettuato due incursioni aere ravvicinate colpendo due depositi di munizioni. Tutto, pur di impedire o ritardare il più possibile una azione militare governativa di successo .

I motivi di tanto accanimento propagandistico e politico sono tre. Due importanti e uno importantissimo.

a) se viene liberata Idlib , finisce la guerra e finisce il salasso di uomini e mezzi sia degli iraniani che dei russi, mentre l’idea è di condurre la guerra in parallelo con quella Afgana che è entrata nel diciassettesimo anno e che i russi riforniscono.

b) Fino a che Idlib resta in bilico, resta in bilico anche la delicata posizione politica turca cui fu fatto balenare il miraggio di un incremento territoriale sulla direttrice Alessandretta- Mossul. Finito anche quello, ci sarebbe un ancor più deciso irrigidimento di Erdogan verso gli USA.

c) Più i siriani sono impegnati nel Nord, alla frontiera turca, più restano – così sperano a Tel Aviv – lontani dalla frontiera israeliana che è la vera, comprensibile , preoccupazione degli israeliani e anche degli USA. Hanno fatto un sito ” southfront” che inonda di notizie guerresche che fissano l’attenzione su qualsiasi movimento NON si svolga alla frontiera israeliana.

Con un esercito siriano ( ed Hezbollah) collaudati da una campagna lunga e difficile e una intera frontiera siriana e libanese da sorvegliare ( senza contare Gaza e il sempre possibile contagio giordano) devono essere mobilitate almeno due brigate e i civili israeliani danno segni crescenti di stanchezza per i continui richiami, per l’incertezza di vita nelle zone di frontiera e per i rallentamenti economici procurati dai riservisti di terra e di cielo.

PANEBIANCO e le fedeltà assolute; ma non alla verità_ Due articoli di Antonio de Martini

gli articoli si riferiscono al seguente editoriale del corriere della sera https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_01/i-pericoli-legame-mosca-ae02bf28-ad48-11e8-aed0-106e9275cc0a.shtml

PANEBIANCO? NO, CRUSCA E ANCHE MALEODORANTE !

Sul ” Corriere della sera” di oggi c’è una bella novità, il Ministro Paolo Savona, invece dii accettare la solita ” intervista ripratrice” circa la calunnia malevola pubblicata nell’articolo di fondo di Panebianco di ieri a pag 1 e 26,, ha risposto con una lettera secca e cortese verso il giornale, ma inequivoca verso il Panebianco, smentendo seccamente le illazioni del barbetta.

Panebianco, invitato dal direttore – che quindi si sfila nella polemica – a rispondere, se l’é cavata con una risposta equivoca quanto la calunnia precedente ” Non ho scritto che il ministro Savona auspica una crisi del nostro debito ( invece ha scritto a pag 26 del giornale di ieri ” Essi preparano il momento in cui le continue, e per nulla innocenti, profezie del Ministro Paolo Savona ( compresa l’ultima, quella sul possibile ruolo della Russia rispetto al nostro debito) diventeranno realtà….”

A parte la insinuante farragine è chiaro che voleva dire che Savona proponeva di chiedere i denari ai russi.
MAI DETTO E MAI PENSATO, ma lui cerca di svicolare allargando alle “dichiarazioni dei politici” non meglio identificati.

Incoraggiato dall’intervento diretto di Savona, ho pensato di far cosa gradita ai lettori nell’indicare le falsità scritte da un uomo evidentemente stanco e forse anche stufo di servire dei padroni che adesso sono in difficoltà e si sfilano mettendolo in prima linea.

Ne ho trovate , oltre alla perla di Savona, altre sei: Ve ne segnalo cinque.

PRIMA: Paolo Mieli. Viene citato come se fosse un economista che profetizza: cito il prof. che ormai chiamerò Crusca ” se mai arriverà il nostro momento ” greco” ( come ha scritto Paolo Mieli su questo giornale, nel marasma potremmo finire già in autunno) sarà facile imputare ciò non alla politica del governo ma ai nemici esterni.”
Capito? prepara l’albi ai compari ( compagni?) incaricati come lui di diffondere notizie false atte a turbare l’ordine pubblico e nel contempo fa un soffietto a Paolo Mieli che viene spacciato per un economista le cui previsioni sarebbero da prendere sul serio. PM è un giornalista intrigante che da un bel pezzo falsifica in TV la storia vicina e lontana cercando di fare la respirazione artificiale al PD.

SECONDA. CITAZIONE ” L’alleanza con il gruppo di Visegrad, sembra una tappa intermedia, serve a stabilire un ponte intermedio percorrendo il quale si potrebbe arrivare a una diversa collocazione internazionale dell’Italia.”

Qui ci sono due FALSITA’: la prima è la “diversa collocazione internazionale” che viene adombrata e la seconda è sul gruppo di Visegrad che viene presentato come una tappa intermedia verso …la Russia. Si specula sulla natura di questo gruppo. Se andate sul mio blog ( corrieredellacollera.com e clikkate sul nome, gruppo di Visegrad, troverete un mio articolo di tre anni fa che indicavo come un cavallo di Troia degli anglosassoni contro l’U.E.. Quindi non ha nulla a che fare con la Russia. Il prof Crusca non può non saperlo, quindi mente.

Terza. Sentiamo prima il prof ” come dimostrò il caso di Che Guevara al momento della formazione del primo governo castrista a Cuba, non c’è alcun bisogno di competenza per fare il ministro dell’economia in un governo rivoluzionario.”

FALSO.
Dopo nemmeno un mese il CHE fu rimosso dall’incarico e si giustificò con Castro dicendo che quando chiese se c’era un economista, lui aveva alzato la mano perché aveva capito ” comunista”. Allora la notizia fece epoca , ma il prof crede di essere il solo sopravvissuto al 1960. Siamo in due e lui è un bugiardo.

Quarta. Sempre il prof ” Come ha scritto mario Monti ( Corriere 27 agosto) tutto ciò avverrebbe senza alcuna preventiva discussione nel paese. Ne deriverebbero anche conseguenze anche per la nostra politica mediorientale: ad esempio, allineamento antisraeliano, stretti legani con l’Iran , paese alleato coi russi.”

QUI LE FALSITA’ SONO TRE
:
a) Non si può annunziare un evento futuro e dire che avverrà senza preventiva discussione nel paese ( per la contraddizion che nol consente direbbe padre Dante). Una cazzata simile è degna di quel bischero di Monti e viene ripresa da un suo pari.

b) in realtà è l’allineamento filo israeliano che si è verificato senza preventiva discussione nel paese. Il sottoscritto – e il resto d’Italia- eravamo rimasti al documento di Venezia ( in cui Moro mise in isolamento la Tatcher sul problema palestinese ED E’ QUESTO CHE GLI E’ COSTATO LA PELLE). De hoc satis.

Inoltre la politica estera italiana degli ultimi cinquanta anni è sempre stata filo araba fino a che Berlusconi ha cambiato direzione – SENZA DISCUSSIONE NEL PAESE- per motivi che non cito oggi per carità di Patria.

c) L’Iran non è alleato della Russia: la Russia, fino a prova del contrario, fa parte del quintetto che ha negoziato il disarmo unilaterale del nucleare iraniano assieme a USA, UK, UE, GERMANIA e ONU.

Quinta : ” sopratutto non sarà facile superare la ben più solida capacità di resistenza del Presidente della Repubblica , anche se, come abbiamo già visto, c’è chi è in grado di proporre la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffé.”

QUESTO E’ UN FALSO COSTITUZIONALE: Il Presidente della Repubblica non può far nulla se non con la firma del Ministro competente per materia. La Costituzione dice questo, ne più ne meno.

Egli non puo resitere a nulla e certamente non alla volontà del Parlamento. Questo è il motivo per cui all’annunzio dell’esito delle elezioni del 4 marzo ho scritto su questo fbn che il Presiende della Repubblica dovrebbe dimettersi prima che lo faccia la gente.

L’ITALIA, LE SUE ALLEANZE E LE SUE FORZE ARMATE DAL FAR WEST AL FAR EAST?

Ieri il prof Angelo Panebianco – docente a Bologna – ha scritto un lunghissimo articolo sul ” Corriere della sera” con alcune imprecisioni come quella, quasi veniale, su Che Guevara di cui ho già scritto.

La seconda, non veniale, gaffe è che quando ci si vuole presentare come geopolitici si devono presentare tutte le alternative presenti sul tappeto ed esaminarle.

Presentarne solo una e demonizzare l’altra ( e tacere la terza) è tipico della dialettica gesuita e lo fa targare come uomo di parte, sia pure per necessità di mantenimento della collaborazione giornalistica..

La tesi del prof è ( cito il titolo del fondo)” I PERICOLI DEI LEGAMI CON MOSCA”. La tesi è che questo nuovo governo , su cui fa aleggiare il termine ” rivoluzionario”, ma io preferirei “velleitario”, almeno per ora, sta avvicinandosi a Mosca e questo per il prof sarebbe un pericolo.

Rettifichiamo: l’Italia economica si è avvicinata a Mosca quando era ancora URSS, col governo De Mita ( per protesta l’Ambasciatore Sergio Romano, oggi suo collega al Corriere si dimise e lasciò la diplomazia ) concedendo ben mille miliardi di crediti, dopo che l’Italia aveva già finanziato gli stabilimenti FIAT di Città Togliatti.

Dopo averci deplorato, gli USA seguirono la nostra strada.
Le deplorazioni anglosassoni, spesso – nel nostro caso sempre – sono invidie mascherate.

Abbandonare la NATO non vuol dire necessariamente allearsi con Mosca, significa prendere atto della cessata esigenza anti patto di Varsavia. Lo so di preciso essendo stato per oltre trenta anni il più diretto collaboratore- ed ora il successore – dell’uomo che ha chiesto per primo nel 1948 l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico : Randolfo Pacciardi.

Oggi dico con cognizione di causa e in tutta coscienza che il dispositivo militare NATO non ha più ragione d’essere.
.
Si può benissimo prendere atto dello sfaldamento dell’Alleanza – anche per il disinteresse del promotore divenuto isolazionista e le sue irragionevoli richieste economiche – e proporre una alternativa che un numero crescente di italiani , noi tra questi, chiede con voce ferma: costituire un blocco europeo di nazioni neutrali e ben armate assieme alla Svizzera ( che ne è il modello) , l’Austria ( che lo è già) la Slovenia e l’Ungheria, costituendo un Blocco Adriatico che impedisca ogni guerra tra i grandi nel nostro scacchiere e scoraggi ogni violazione della neutralità per le dimensioni stesse dell’alleanza nuova che si profilerebbe.

L’Italia sarebbe il paese demograficamente più importante e politicamente decisivo per questo blocco di NON ALLINEATI, contro cui si è pronunziato ( “è irrealistica”) il Presidente Mattarella al TG1 qualche giorno fa, con un significativo inciso alla siciliana, che mostra come non riescano più a tenere a bada col silenzio il 38% di italiani ( sondaggio Pew research) che considera superata la NATO.

L’ultimo sevigio che la NATO fa all’Italia è che dimostra come una alleanza militare possa realizzarsi nella normalità anche con paesi che non aderiscono alla UE. E non è poco.

Il mondo cattolico – cui l’Italia si vanta di appartenere- è neutralista per educazione e per dettato papale che definì la prima guerra europea una “inutile strage”.

Possibile che -ostaggi di crisi interne alle loro gerarchie- non capiscano i rischi che corre una Europa a rimorchio dell’uno o dell’altro blocco pronto alla guerra?

L’Europa ha significato solo se offre al mondo una alternativa di civiltà e non se appare come la coda della Cocacolonizzazione americana.

A questo primo “blocco promotore di neutralità vigile” potrebbero interessarsi anche altri stati della ex Yugoslavia memori della politica di non allineamento che tanto prestigio e sicurezza portò a quel paese fino a che la praticò.

Si realizzerebbe così una nuova collaborazione tra latini e slavi preconizzata da Pacciardi nel 1945 e De Michelis nel 1991 e sepolta in silenzio assieme ai suoi promotori.

Poiché gli attacchi dall’alto non vengono mai soli – il tema è d’attualità- anche il generale Vincenzo Camporini, sul suo sito suona l’adunata Atlantica e spezza una lancia a favore dell’esercito di professione in difesa della caricatura di esercito di mestiere che abbiamo messo assieme in questi anni in barba all’articolo 52 della Costituzione italiana e che rende disponibili maggiori fondi all’aeronautica.

Un esercito come quello che abbiamo oggi, serve ( lo ammettono sia il generale che la ministra Trenta) a un impiego nel sud mediterraneo….

Pensano di rivivere con due secoli di ritardo avventure coloniali contro paesi semi inermi per averne in cambio poco più che una carezza del padrone al cane che riporta una quaglia.

Gli alleati hanno armi nucleari e noi forniamo la carne da cannone o come si dice oggi pudicamente ” the boots on the ground”. E iun modello sbagliato, un approccio sbagliato e irto di pericoli che invece Panebianco non vede ipnotizzato dal FAR EAST Europeo.

Anche qui si offre la scelta manichea tra esercito di mestiere (in astratto, il nostro ne è la caricatura in chiave napoletana) e esercito di leva, trascurando ogni altra formula, inclusa quella ibrida che personalmente prediligo.

Serve una forza di intervento mobile professionale e ben equipaggiata – l’Italia, coi mezzi attuali, può fornirne al massimo quattro o cinque brigate a pieno organico e con mezzi adeguati – e un esercito a base locale e addestramento periodico sull’arco alpino sul modello svizzero.

Degli alpini provenienti da Gragnano, Portici o Salerno, non credo sia serio parlare. Un esercito a reclutamento napoletano può servire solo a scopi borbonici.

Ipotesi di intervento e scenari e scenari di guerre future, tutti gli stati maggiori li fanno da un secolo a questa parte e nessuno ci ha mai azzeccato nemmeno in parte.
Come noto, sono sempre in ritardo di una guerra.

Lo Stato Maggiore italiano, non me ne voglia, ha invece un regolare ritardo di almeno due guerre ed ha lo sguardo rivolto al passato come i dannati di Dante.

A roprova psicologica, ne fa fede la foto della prima comunione che Camporini ha messo nel suo sito per dispensarsi dall’argomentare e occupare uno spazio ben visibile.

Si sa , noi contribuenti possiamo solo pagare e poi lasciar fare agli “specialisti” che- a guerra finita- ci spiegheranno come l’hanno persa, dando la colpa a politici defunti. Solo che abbiamo cominciato a notare che nelle guerre in corso il numero dei morti civili supera sempre di gran lunga quello dei militari e allora vorremmo interessarcene.

Il rinnovamento dell’Italia passa per la sua politica estera e per quello delle sue Forze Armate. Il prossimo anniversario della fine della grande guerra potrebbe essere il momento opportuno per iniziare un dibattito nazionale e civile sul tema.

Il resto verrà da se.

tripoli bel suol d’amor; con scarsa intelligence_ di Antonio de Martini

La situazione in Libia è sempre più convulsa con gruppi armati di qualche centinaio di miliziani sostenuti dal Ras della Cirenaica Haftar che ormai minacciano seriamente la posizione del Presidente senza terra Serraj. La sorniona Russia, Francia, Gran Bretagna ed Egitto da una parte, Italia dall’altra in nome del governo universale. Gli Stati Uniti lì a guardare dopo aver innescato il caos. Il Governo Conte si trova a gestire una posizione italiana sempre più debole, frutto dell’ignominia e del servilismo senza contropartite dei precedenti Governi, a cominciare da quello Berlusconi. Una delle due pagine più vergognose, quella della Libia, della politica estera repubblicana. Continua però ad annaspare legato ad una ipotesi ormai del tutto compromessa ed inagibile. Nel frattempo Saif, figlio di Muammar Gheddafi, proprio lui, gode di un consenso crescente tra la popolazione e le tribù, è componente della tribù libica più numerosa, è l’unico esponente in grado di ritentare una conciliazione e la ricostruzione di quel paese. Un fatto rilevato ormai da tempo da gran parte della stampa mondiale, ma non da quella nostrana. Osservando la zona degli scontri, tra l’altro, è molto probabile che sia lui stesso, più o meno direttamente, ad avere un ruolo importante nell’attuale colpo di forza. L’Italia, tra i cinque protagonisti dello scempio libico, è il paese comunque meno compromesso e che ha conservato non ostante tutto forti legami soprattutto con quella. Cosa si aspetta? Oppure quel declino e quell’insipienza, presente ormai anche nei settori nevralgici dello Stato, sono realmente irreversibili come sembra paventare Antonio de Martini? PrimaBuona lettura_Giuseppe Germinario

TRIPOLI: COSA PUO’ FARE IL GOVERNO ITALIANO PER FERMARE L’AGGRESSIONE.

1) Costituire un “gabinetto ristretto” composto dal ministro degli Affari Esteri, Difesa, Interno, Industria e Giustizia.

2) chiedere alle Nazioni Unite di dichiarare una NO FLY ZONE su Tripoli e la Tripolitania e dare mandato all’Italia della esecuzione.

3) stabilire una azione di PEACE ENFORCEMENT ( non è il caso di parlare di peace Keeping, visto che la pace non c’è)

4) Concentrare le necessarie forze aeree nella base di Ghedi ( da cui partirono gli aerei francesi per l’attacco a Gheddafi). Inviare la portaerei Cavour nelle acque della Cirenaica con adeguata scorta.

5) Chiedere all’ONU di ordinare il congelamento delle royalties petrolifere a tutte le parti in causa fino alla cessazione delle ostilità.

6) Far dichiarare fuori legge il comandante di questa bravata ed emettere un mandato di cattura internazionale a suo carico.

7) chiedere la mediazione della Lega Araba prima di iniziare i bombardamenti degli aggressori che sono privi di aeronautica.

Il tutto richiederebbe non più di due giorni durante i quali basterebbero le nostre forze speciali a tenere a bada gli aggressori. Se gli USA non appoggiassero la nostra azione in seno al Consiglio di sicurezza ( o la Francia) tirarne le conseguenze. Ovviamente differenti nei singoli casi.
La somma di queste minacce messe tempestivamente in atto, ci riscatterebbe agli occhi dei libici e ristabilirebbe gli equilibri nel mediterraneo centrale.

La Francia ha una portaerei che potrebbe andare negli annali accanto al ritrovamento della Tomba di Tutankamon per il numero di avarie subite, non oserebbe muoversi nemmeno a titolo dimostrativo.

Il governo potrebbe approfittarne per isolare gli oppositori in un clima di Unione nazionale senza compiere gesti al di fuori della nostra portata e in perfetto allineamento con la posizione tenuta dalla NATO nel 2011 contro Gheddafi che però non sparava.
Le nzioni Unite che hanno riconosciuto il governo Serraj, non potrebbero che approvare.

CHI E’ D’ACCORDO INOLTRI LA RICHIESTA AL SUO DEPUTATO.

TRIPOLI , CONTE, TRUMP E LE FIGURE DI MERDA

Sono almeno un paio di anni che continuo a scrivere che Haftar è un bandito stupido e cattivo ma sostenuto dagli inglesi e Serraj non è sostenuto nemmeno dalla moglie, è disprezzato da tutti i libici e il fatto che sia sostenuto dalla “comunità internazionale” come stranazzano i giornali, non conta nulla. Come a nulla è servito il viaggio dell’avv. Conte a Washington per chiedere aiuto.

Adesso ci sfogheremo contro la Francia e nessuno penserà a chiedere i danni erariali ai responsabili di queste scelte demenziali di sostenere un bischero insidiato da un generale da operetta che fu sconfitto persino dal CHAD.

E’ dello scorso mese l’incontro con la richiesta di sostegno fatta a Trump dal primo ministro Conte. Promesse da marinaio o millanterie?
In entrambe le ipotesi vanno fatte considerazioni appropriate.

a)L’appoggio di Washington non ha prodotto risultati apprezzabili, se c’è mai stato.
.
b) Contare sull’appoggio americano equivale a farsi predire il futuro da Vanna Marchi e questa è una lezione da ritenere anche per le politiche europee e militari.

c) Essere investiti dal Presidente della Repubblica non basta a dare credibilità a un quidam de populo. Anni fa , negli incontri importanti, andavano assieme Presidente e Primo Ministro per significare che l’Italia intera mirava al risultato e non alla foto per il curriculum..

d) Mettendo come capo centro informazioni per la Libia un sottufficiale della Guardia di Finanza affiancato da una trentina di ragazzotti di buona volntà, sappiamo dettagli sugli approvvigionamenti, ma non abbiamo un quadro geopolitico affidabile.

e) Se a questa situazione critica aggiungiamo che il Ministero della Difesa è stato gestito da due pie donne negli ultimi anni, il quadro sarebbe completo se non andasse detto anche che il fatto di aver messo a capo del servizio segreto un ufficiale specializzato in paghe e contributi non è stato il massimo della vita.

Leggo sui giornali che verrà sostituito. Troppo tardi e potremmo finire dalla padella nella brace se non ci si mette un ufficiale di Stato Maggiore serio e capace di abolire tutte le indennità che hanno attirato nugoli di persone motivate economicamente ma digiune di tutto.

Il fatto stesso che si voglia mettere a capo del DIS ( il coordinamento tra servizio interno ed estero) l’attuale capo della polizia ( “perché sta simpatico a Conte”) fa pensare che l’attenzione è verso il pettegolezzo interno oppure c’è necessità di evitare la pubblicazione di dossier imbarazanti. Niente a che vedere con l’interesse nazionale.

Fino a che non si troverà una intesa col figlio di Gheddafi e con Gheddafiddam ( cugino-tesoriere) al Cairo, continueremo a fare figure da cornuti e mazziati.

Un ammaestramento da trarre, c’è e non è secondario: quando si è in presenza di un governo imbelle, un premier appeso al nulla e una situazione di disordine endemico, bastano trecento uomini in gamba per decidere le sorti di una guerra.

Lo dice anche Tolstoj in guerra e pace, anche se parla di ” un reggimento”. Ma quelli, erano tempi eroici.

LA SCELTA PER IL SERVIZIO SEGRETO.

Il servizio segreto condivide col PD due caratteristiche: l’aver cambiato nome troppo spesso e la densità di comunisti nelle sue file.

La posizione di capo del servizio è di quelle che possono dare grandi tentazioni sia economiche ( il capo dispone di un bordereau di milioni di cui non deve rendere conto a nessuno) che politiche.

Casa Savoia che ha molte pecche, ha il pregio di aver – nei secoli – imparato a gestire il capitale umano.
A capo del servizio andava sempre un colonnello di Stato Maggiore che per vari motivi non poteva essere ricevuto a corte ( omosessuale, separato, ecc) ed aveva la carriera compromessa.
L’amministratore dei beni personale di V.E.II era …un repubblicano.

Con la Repubblica, veniva scelto un colonnello, che a fine triennio tornava nell’esercito per seguire la normale carriera.
Il generale de Lorenzo, vendendo a Gronhi una storiella che lo rese insicuro, ottenne prima una legge che equiparasse il comando del SIFAR a comando di Divisione e poi di Corpo d’Armata e ottenendo la riconferma per troppi anni.
Usò il bordereau per comprarsi quasi tutti i giornalisti che interesavano e tutto il sistema degenerò.

La necessità di apportare cambiamenti provocò la turnazione tra le tre armi ( che oggi sono quattro…) e presto la Marina fevce la parte del leone con l’ammiraglio Henke, Casardi ecc.

nel periodo Berlusconi, si riuscì a scendere di un ulteriore gradino con la nomina di un ufficiale della Guardia di Finanza ( Pollari) di cui si ricorda ” la carica dei seicento” finanzieri che immise nei ruoli e la sua triplice richiesta di decretare la Stato di Assedio perché aveva saputo da fonte certa che stavano per ccommettere un attentato nel sottopasso di Villa Borghjese per far crollare tutta piazza di Spagna.

Per fortuna fu smentito da De Gennaro ( a capo della polizia) e Mori ( SISDE) e non se ne fece nulla.

Chi pensasse che eravamo giunti all’ultimo gradino della professionalità, può ricredersi: Alberto Manenti, ufficiale addetto alle paghe del servizio diventa capo della Divisione “non proliferazione” ( comprensibile in un paese dotato di armi nucleari) e fornisce al servizio inglese “la prova” che il Niger sta vendendo uranio a Saddam. E’ falso e gli americani ci hanno fatto un film ” Fair Game”.

E’ la prova che scatena la guerra. Con questa gabola, gli USA soino grati agli inglesi per il favore fatto loro e questi, cavallerescamente accreditano la bufala al servizio italiano che fa la figura di merda.
.
Invece di mandarlo a casa, Alberto, come lo chiamano gli amici, viene nominato capo servizio che dopo un periodo in cui si è chiamato SID, poi SISMI, adesso diventa AISE.

La fiaba del ragioniere addetto alle paghe che diventa capo del servizio segreto infiamma le fantasie e il capo della stazione CIA di Roma, si dimette e , dopo aver fatto da mediatore nell’acquisto di software da una chiacchierata ditta americana, viene preso come consulente del servizio. Manco il KGB in Polonia ai bei tempi con Rokossovsjy.

Adesso siamo alla nuova scelta, ma non va cercato un semplice capo servizio, anche se questo sarebbe comunque un progresso.

.Va trovato un Riformatore che elimini ogni indennità aggiuntiva che attira i raccomandati avidi e incapaci; che elimini personaggi stranieri dai vertici dell’organizzazzione; che eviti le forti spese che implica il passaggio degli uffici a Piazza Dante nei già suontuosi locali della Cassa Depositi e Prestiti e che non si spaventi all’idea di contrastare gli avversari degli interessi italiani con ogni mezzo lecito e non.

E che dopo un triennio vada via anche se merita le più alte ricompense. Possono sempre farlo Consigliere di Stato.

Chi può fare una riforma tanto profonda in così poco tempo?

Faccio i nomi:

a) Mario Buscemi, attualmente consigliere di Stato e generale di Corpo d’Armata che ha predisposto la riforma della Difesa riuscita senza probelmi e comandato la brigata in Albania
( operazione Alba) e in Kurdistan con gli USA.

b) Il prefetto Giovanni De Gennaro, già capo della polizia, che Berlusconi e PD hanno liquidato dalla presidenza di Finmeccanica con un pretesto ( la condanna per i fatti di Genova). Con loro credo abbia il dente avvelenato e servirebbe con lealtà ed efficacia.

Mario Mori; generale di Corpo d’Armata e giù capo del SISDE che si intende- lo ha dimostrato- di intelligence e di malavita e magistratura. Ha il senso dello Stato a la grinta del carabiniere..

Tutti e tre avrebbero la piena collaborazione dei corpi di provenienza e l’esperienza necesaria a fare quel che serve in tempi brevi:
Il resto è camomilla al coleroso

Guerra economica. Un concetto tutto da scoprire, almeno in Italia_ Intervista a Giuseppe Gagliano, Presidente di Cestudec

Qui sotto il testo di una breve intervista gentilmente concessa ad Italia e il mondo da Giuseppe Gagliano, Presidente di CESTUDEC (Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis)

Il dottor Gagliano, attraverso l’attività del Centro e la produzione di numerosi saggi e libri, è particolarmente impegnato nello studio e nella diffusione in Italia del concetto di guerra economica. Una chiave interpretativa attentamente elaborata negli ambienti di studio della geopolitica negli Stati Uniti e in Francia, messa comunque in pratica scientemente dalle classi dirigenti di gran parte dei paesi impegnati attivamente nell’agone internazionale, ma dal peso purtroppo irrilevante nel dibattito e nelle prassi dei circoli e dei centri decisionali italiani. Un motivo in più per prestare ascolto ad una voce originale nel panorama italiano_Giuseppe Germinario

1) il concetto di guerra economica è oggetto di studio e di pratica istituzionalizzati soprattutto negli Stati Uniti, con numerosi centri ed autori e in Francia con l’omonima scuola di C. Harbulot e dei numerosi manuali da lui prodotti. In Italia sembra avere un ruolo marginale e una minore rilevanza. Se vero, quali sono i motivi?

La concezione francese è profondamente diversa da quella americana poiché pone l’ enfasi sui concetti di guerra della informazione e intelligence economica.In Italia tale concetto non ha un ruolo marginale ma al momento irrilevante a causa di una interpretazione delle relazioni internazionali di tipo tradizionale cioè quello della scuola neorealista o liberale e delle scuole geopolitiche tradizionali.Il paradigma interpretativo elaborato da Christian Harbulot nel corso di vent’ anni consente di leggere in modo nuovo le relazioni internazionali.

2) Esiste una diversa accezione di guerra economica connessa alla diversa capacità di potenza ed influenza degli stati?

Se inquadriamo questa prassi conflittuale   nel contesto internazionale alla luce della riflessione della Ege cambiamo le modalità di attuazione ma non la guerra economica in quanto tale.

3) Il concetto di guerra economica necessita di qualche rivisitazione in una fase di multipolarismo incipiente?

Al contrario perché la guerra economica che è bene ricordare è solo una modalità della conflittualità internazionale è uno strumento ermeneuticamente efficace per comprendere la sintassi delle relazioni internazionali multipolari.

4) In Italia, l’applicazione del concetto sembra relegato con qualche efficacia agli ambienti delle residue grandi aziende strategiche, in particolare l’ENI; se confermato quanto questo corso penalizza il paese e in che misura si può creare una divaricazione di interessi?

Bisogna essere molto chiari su questo punto.Nessuno ha teorizzato le modalità di guerra economica della Eni almeno secondo la logica della Scuola di guerra economica francese.Ad ogni modo l’ assenza di una riflessione sulla guerra economica da parte delle aziende costituisce, come da parte delle istituzioni accademiche italiane e degli istituti di politica internazionale, un limite rilevante che andrà a danneggiarle profondamente perché creerà un gap con quelle che la attuano servendosi della esperienza e della consulenza di esperti in intelligence economica( per la Francia penso a Spin partner, Adit etc).Attraverso il nostro network e cioè il Cestudec da otto anni stiamo cercando di sensibilizzare le istituzioni su questa tematica.

Guardacoste e guardaspalle;conversazione con Augusto Sinagra_a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto una salace panoramica sulla situazione politica italiana partendo dalla vicenda della nave guardacoste Diciotti. Le ambizioni del Governo Conte e la cruda realtà_Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://www.youtube.com/watch?v=TPgy2q84Dck&feature=youtu.be

L’EROE GUERRAFONDAIO DI TUTTI I MONDI NON C’È PIÙ! LUNGA VITA A JOHN MCCAIN, di Gianfranco Campa

L’EROE GUERRAFONDAIO DI TUTTI I MONDI NON C’È PIÙ! LUNGA VITA A JOHN MCCAIN.

 

Stanotte è morto all’età di 81 anni, il senatore repubblicano, componente primario dell’establishment politico americano, John Sidney McCain III. Se ne va uno degli attori principali della politica americana del ventesimo e ventunesimo secolo. Se ne va colui che il New York Time ha definito: “ Il più grande leader politico del nostro tempo.” Se ne va colui che è stato un arcinemico di Donald Trump e dei suoi sostenitori. Se ne va il tardo eroe dei democratici per il suo militantismo anti-trumpiano. Un sondaggio condotto due giorni fa dice che McCain era amato da circa il 60% dei democratici contro il 48% dei repubblicani. Un amore democratico  morboso dovuto alla militanza anti-trumpiana del senatore dell’Arizona. La santificazione democratica di  McCain rasenta il ridicolo, con buona pace della memoria corta di molti democratici i quali durante le elezioni presidenziali del 2008 avevano definito McCain un sociopatico, un suprematista bianco, razzista, islamofobo, mentecatto, nazista, “moralmente ed eticamente inadatto a essere il presidente degli Stati Uniti.” (The Atlantic- SEP 17, 2008)

 

 

Il rapporto di amore passionale sfociato fra i democratici e il senatore McCain non aveva niente a che vedere con un genuino riallineamento politico di queste due entità, ma andava ricercato piuttosto in un rapporto di interesse reciproco. McCain, come altri neocons del calibro di Max Boot, Bill Kristol e via dicendo, lasciati orfani dal partito repubblicano modellato a immagine di Trump, sono stati costretti a cercare nuove sponde da dove continuare ad alimentare il loro impeto guerrafondaio; i democratici d’altro canto cercavano alleati nella loro partigiana resistenza all’invasore alieno Trump. Un rapporto di interesse quindi,  non di genuino amore.

Sono passate tre ore dalla morte di McCain e mentre scrivo questo articolo siamo soggetti a un continuo tributo mediatico alla memoria del senatore, eroe e prigioniero di guerra. Tutti i canali ne stanno decantando le gesta, siamo sottoposti a una indigestione di lodi che rasentano il ridicolo. Tenete conto che queste entità politiche e mediatiche sono le stesse che sputano veleno su Trump 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. Ci vorrebbe un po di equilibrio da parte di certa gente…  L’ultima volta che ho visto un’unità di intenti mediatica e politica di questa portata a cui ora siamo soggetti qui negli Stati Uniti è stato quando i mass-media hanno elogiato in modo unanime, su tutti i canali, George W. Bush per aver invaso due paesi sulla scia dell’11 settembre.

Aldilà del rispetto per la sofferenza di una persona e della sua famiglia in questi momenti di dolore, se non si fa una breve ma onesta analisi, si manca allora di rispetto anche verso coloro che le sofferenze e i dolori li hanno subiti per colpa di una uomo che per decenni  ha infiammato ed iniettato veleno non solo nella politica americana ma in quella di mezzo mondo.

La lista dei peccati e delle scorribande di McCain è abbastanza lunga. Per cominciare, fra i contribuenti alla sua fondazione, troviamo gente del calibro della famiglia Rothschilds, del governo Saudita, del filantropo George Soros. Quest’ultimo fra l’altro ha contribuito finanziariamente più volte alle campagne politiche di McCain.

McCain ce lo ritroviamo in Siria prima dell’inizio della guerra civile, in Ucraina prima della rimozione violenta di Viktor Yanukovych, nei Balcani prima dell’attacco alla Serbia. Ce lo ritroviamo ultras militante anti-Gheddafi prima della guerra civile in Libia. Cè lo ritroviamo  vocalmente allineato alle forze della primavera araba. Ce lo ritroviamo attivo sostenitore di quel Saakashvili che ha incendiato l’Ossezia del Sud e torturato i prigionieri nelle carceri Georgiane. Ce lo ritroviamo attore principale e instancabile sostenitore delle sanzioni all’Iraq durante il regno di Saddam Hussein, sanzioni che costarono la vita a migliaia di civili innocenti. Uno dei principali promulgatori e promotori delle due guerre del golfo. Ce lo ritroviamo sostenitore energiico e indefesso nell’espansione della NATO sino ai confini Russi. Insomma sostenitore convinto di guerre interventiste, esportatrici di democrazia mirate ai cosiddetti cambi di regime.

Se si vuole vedere un mondo sotto la ottica delle guerre neoconservatrici allora John McCain è la quintessenza delle aggressioni militari americane degli ultimi trenta anni. Il disprezzo per la vita di innocenti civili è  quello che in realtà ha propagato John McCain negli anni più attivi della sua politica. Il sangue sparso in Libia, Siria, Ucraina, Balcani, Iraq etc.  grida ancora giustizia, quella giustizia superiore a cui ora McCain dovrà dar conto.

 

 

Lo so,  vi diranno che non si può criticare McCain, perché McCain è un eroe; ma un eroe per chi? Forse per la sua prima moglie che tradì e lasciò per un’altra donna molto più giovane?  Forse per quelle accusatrici di molestie e rapporti sessuali extra matrimoniali venute fuori allo scoperto e ignorate dalla maggioranza della grande stampa? Eroe per le milioni di vittime che le guerre sponsorizzate da McCain hanno provocato? Eroe perché il senatore John McCain disse a chiunque non avesse gradito la sua decisione di consegnare il dossier di Christopher Steele all’FBI “di andare tranquillamente all’inferno.”. Sappiamo bene come la pensano i saggi conformisti di questi tempi decadenti : McCain è un eroe mentre Trump è un villano.

Meglio lasciarsi con le parole del nostro “amato” George Soros che dal suo account Twitter ci manda un messaggio di pace e speranza:  “Ricordiamo John McCain, un guerriero coraggioso dei diritti umani che si è sempre opposto alla repressione e alle torture” Meno male che ci pensa il nostro caro George ad illuminarci sulla strada di Damasco. Anche se quella strada, grazie alle opere miracolose dei discepoli di McCain, si ritrova disseminata di buche bombarole.

Ora però mi sento in colpa perché è volato all’aldilà  un vero  santo. Io l’avevo sotto il naso e non l’ho capito, apprezzato e venerato per quello che era realmente. R.I.P John McCain che ti sia concesso il perdono divino…

 

I CURDI: UN POPOLO CONTROTENDENZA, di Antonio de Martini

I CURDI: UN POPOLO CONTROTENDENZA

I Curdi non hanno mai avuto uno stato, perché non l’hanno mai voluto.
Sono nomadi e grazie al nomadismo difendono il loro stile di vita.
Quando vessati, emigrano in uno dei quattro stati di cui occupano una porzione ( Iran, Irak, Siria e Turchia).

Il nomadismo, ne ha spinte frazioni fin verso est – in Armenia- e ovest – in Libano.
Nessuno sa quanti siano, ma tutti si sbizzarriscono a dare i numeri che variano da 15 a 30 milioni a seconda della convenienza politica dei valutatori.

Il crocevia del vicino oriente si trova a est della Mesopotamia ed è abitato nell’altipiano dai curdi.
Vengono definiti ” una popolazione Indo europea” che vuol dire che non sono semiti come gli arabi e gli ebrei.

Quando il XIX secolo e la scoperta del petrolio incitarono gli europei al ” divide et impera” , furono scoperti e valorizzati dai tedeschi prima, dai russi poi ed infine dagli israeliani – in cerca di appoggi anti arabi.

Fatalmente se ne interessarono gli americani.

La tecnica è sempre la stessa: vivendo di preda, come ogni nomade che si rispetti, si lasciamo volentieri armare, sono bravi combattenti e appoggiano ogni causa che possa dare gloria e guadagno.

Iil più grosso sforzo per sedentarizzarli lo fece lo Scià Reza, padre dell’ultimo regnante di Persia, ma la possibilità di spostarsi in uno dei paesi vicini, li ha sempre protetti.

A turno hanno combattuto contro ognuno dei paesi ospitanti. Contro i turchi, paese NATO su commissione dell’URSS . Resta il ricordo del vecchio El Barzani che girava il paese ( nella zona persiana) nel 1944 in uniforme da generale sovietico.

Hanno ripreso le armi contro i turchi, ma su mandato siriano, quando la Turchia varò il piano agricolo dell’est costruendo molte dighe ( 30) minacciando di ridurre oltre il 40% del gettito dell’Eufrate.

Il rapporto con gli israeliani, iniziato in funzione anti irachena ed ereditato poi dagli USA ha prodotto anche cocenti delusioni per via degli stop and go ( specie nel 1991) e dei finanziamenti a singhiozzo che seguivano l’andrivieni degli interessi USA.

Una qualche stabilità sembra essere stata trovata
grazie alla lunghezza del conflitto siriano e della riluttanza israeliana e americana a intervenire direttamente con truppe proprie.

Attualmente, il paese con cui sono in pace è l’Iran col quale dividono la struttura della lingua, benché – secondo la narrativa USA dovrebbero essere in frizione in quanto sunniti, quello col quale brigano per ottenere ” l’indipendenza” ( o forse una forma di autonomia molto spinta) è l’Irak. Su questo tema, il 25 settembre prossimo terranno un referendum.

Con i turchi esiste un residuo di guerra ex URSS gestito dal PKK ( partito curdo dei lavoratori) e da Abdullah Ocalan che tutti conosciamo per essere stato consegnato ai turchi da un altro avanzo del comunismo questa volta italiano. La nuova guerra anti turca si svolge sotto le mentite spoglie della guerra all’ISIS, in realtà si disputano i villaggi di frontiera siriani.

Coi siriani esiste uno stato di pace, di guerra e di cooperazione ad un tempo: cooperano per difendere i villaggi curdi dall’ISIS e dai turchi che cercano di penetrare in territori siriani. Cooperano anche con gli USA per mantenere viva la leggenda dell’esercito libero siriano.

Non si tratta di incoerenza, bensì di residui di lealtà personale acquisiti negli anni dai vari capi clan. Coi siriani ci si arrangia comunque. Coi turchi, no.

Su tutti troneggiano le due famiglie egemoni da sempre: i Talabani che dominano la capitale Sulmenya e i Barzani che comandano a Erbil.

Il presidente iracheno è Talabani che come presidente della Repubblica deve difendere l’unità del paese e come Talabani, l’indipendenza del kurdistan.

La chiave di lettura della intera vicenda è che i curdi, in realtà detestano il centralismo e lo combattono. Loro stanno sugli altopiani e gli arabi in pianura. Perché obbedirgli?

Crediamo che combattano per la democrazia, sconosciuta da queste parti, e ci stanno simpatici perché le foto delle soldatesse curde sono tutte belle.

Sfido, sono modelle israeliane per la propaganda pagata dallo zio Sam.

un mostro militare, di Gianfranco Campa

UN CRESCENTE MOSTRO MILITARE. LA MACCHINA DA GUERRA SI PREPARA ALLO SCONTRO PROSSIMO FUTURO.

 

Ieri, durante una cerimonia nella base militare di Fort Drum (New York), Il presidente degli Stati Uniti; Donald J. Trump a firmato il cosiddetto H.R. 515, cioe “Il National Defense Authorization Act (NADD),” che e` il disegno di legge approvato dalla Camera e dal Senato americani con cui si autorizza una spesa militare di oltre 717 miliardi di dollari. Questo piano di spesa per il 2019, è uno dei più sostanziosi pacchetti di spesa militare mai approvati nella storia americana in tempi di pace.

Curiosamente il NADD 2019 è soprannominato il “John S. McCain National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2019,” in onore del moribondo, guerrafondaio, senatore americano dell’Arizona; John Mccain, l’oltranzista diventato inopinatamente negli ultimi due anni l’eroe della sinistra americana ed dell’establishment repubblicano, per il suo attivismo anti-trumpiano. Una nota curiosa: Durante la cerimonia della firma, Trump ha esaltato i contenuti del pacchetto di spesa militare dichiarando che: “Dopo anni di tagli devastanti, stiamo ricostruendo il nostro esercito come mai abbiamo fatto prima. Le nostre basi e le nostre attrezzature che sono vitali alla nostra difesa, sono state lasciate cadere in uno stato di abbandono, … ma quei giorni sono finiti. ” Trump nel corso dell’intero discorso non ha mai menzionato una sola volta il suo arcinemico John Mccain.

Cosa contiene il NADD 2019? Ecco in linea generale i suoi punti più importanti:

– Prima di tutto un aumento del 2,6% di stipendio per i soldati a stelle e strisce, uno dei più sostanziosi dell’ultima decade.

– 77 nuovi jet da combattimento F-35, 24 F/A-18 Super Hornets, 10 P-8A Poseidons,2 KC-130J Hercules, 25 AH-1Z Cobras, 7 MV-22/CMV-22B Ospreys, 3 MQ-4 Tritons e 46 nuove navi da battaglia, inclusa una nuova portaerei, 3 Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e due sottomarini classe Virginia.

– Espansione con arruolamento di nuovi soldati aggiuntivi che saranno divisi in questo modo e porteranno il numero di soldati attivo a : 487.500 per l’Esercito, 335.400 nella Marina, 186.100 nel Corpo dei Marines e 329.100 nell’Aeronautica. Un incremento totale di 15,600 soldati.

– 5,2 miliardi per il Fondo delle Forze di Sicurezza dell’Afghanistan e altri 850 milioni per addestrare ed equipaggiare le forze di sicurezza irachene per contrastare i terroristi dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria.

– Accelerazione nel settore della ricerca sulla tecnologia iperspaziale e sulla difesa dai missili iperspaziali.

– Sostanziale finanziamento per lo sviluppo delle capacità di intelligenza artificiale con applicazione militare.

Detto questo, l’aspetto più importante del nuovo pacchetto di spesa difesa e militare non sta tanto nei numeri impressionanti sopra elencati quanto nello spirito e nelle dichiarazioni fatte durante la cerimonia della firma.  Trump ha definito il nuovo NADD la risposta necessaria per competere per l’egemonia militare a lungo termine contro Russia e specialmente Cina. Il NADD infatti contiene tra l’altro una serie di obiettivi mirati a contenere nel caso specifico la Cina soprattutto nei settori chiave.

Con il passaggio del nuovo NADD, ecco alcune delle misure che entrano in vigore:

– Esclude la Cina da qualsiasi esercizitazione militare e navale congiunta con le altre forze del Pacifico.

– Include un comprensivo piano di rinforzo delle capacità militari “difensive” di Taiwan

– Coordinamento e comprensivo monitoraggio di tutte le attività della Cina nel Mar Cinese Meridionale

– Vieta al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti l’utilizzo di apparecchiature Huawei o ZTE

– Riforma delle norme sugli investimenti esteri per rafforzare la sicurezza nazionale

– Riduce i finanziamenti per i programmi di lingua cinese nelle università che ospitano gli istituti di Confucio.

La svolta anti-cinese dell’amministrazione Trump e del congresso americano ha sorpreso molti analisti i quali l’hanno definita un cambiamento epocale, un giro di boa, nelle politiche verso la Cina.

Per molti non si tratta semplicemente di autorizzare la costruzione di più aerei e navi ma si allarga anche sulle tematiche relative alle operazioni di influenza geopolitica di spionaggio e controspionaggio. Questa svolta arriva anche sull’onda della guerra ormai senza esclusione di colpi ingaggiata contro la Cina sui dazi commerciali. La guerra commerciale USA-Cina si sta intensificando sempre di più e al momento non si percepisce alcuna volontà da ambe le parti di negoziare e mediare su questa escalation economica e ora anche militare. Tra l’altro qualche segno negativo in riguardo era già arrivato giorni fa quando l’amministrazione Trump, non solo aveva imposto ulteriori nuovi dazi sui prodotti cinesi, ma è arrivata a suggerire, tramite il portavoce Kevin Hassett, presidente del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca, la possibilità di chiedere ed ottenere l’esclusione della Cina dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Hassett in una intervista ha dichiarato che “La Cina ha bisogno di prendere una decisione: “Vogliono essere parte integrante nella comunità delle nazioni, vogliono far parte del WTO e comportarsi come tutti, oppure no?”

Le dichiarazioni di Hassett, sono anche qui sorprendenti perché a differenza di Peter Navarro, Hassett è considerato un sostenitore convinto del libero scambio, una colomba piuttosto che un  falco anticinese di cui l’amministrazione Trump pullula.

Il nuovo NADD non solo mira a colpire direttamente la Cina e segna una svolta storica nel rapporto fra i due paesi, da partner commerciale e geopolitico a concorrente strategico, ma tende ad accerchiare e contenere la potenza Cinese investendo non solo sulla difesa di Taiwan; ma mette anche sul piatto una somma di denaro consistente da usare per impostare rapporti di alleanza militare più stretti con altre nazioni come per esempio  l’India e lo Sri Lanka. In questa ottica, per la prima volta dalla fine delle ostilità, va visto anche l’ormeggio, nei mesi scorsi, di una portaerei statunitense in Vietnam.

Naturalmente l’obiettivo del NADD non comprende solo il contenimento e la contrapposizione  alla Cina ma include una strategia anti-Russa e anti-Iraniana. Per esempio nel NADD c’è la proposta che include un piano per una presenza permanente dei militari USA nella vicina Polonia, mentre alla Turchia, sarà precluso l’accesso al nuovo jet da combattimento F-35.

Una nuova guerra fredda e una nuova guerra commerciale è ormai arrivata; una guerra che verrà combattuta su molteplici fronti e con non può escludere la possibilità che sfoci in una guerra militare. L’Europa da che parte si schiererà? Quali decisioni verranno prese dagli europei nell’ambito di uno scacchiere geopolitico ormai sovradimensionato rispetto a loro? Una situazione che rischia di inghiottirli e che segnerà forse la linea di demarcazione sulla quale i singoli stati europei si confronteranno e dalla quale dipenderà la sopravvivenza della costruzione del concetto Europeo stesso.

 

dialoghi europei, a cura di alessandro visalli

Dialoghi europei

Una conversazione a margine di un post su Facebook a volte può avere interesse se la distanza tra i suoi protagonisti è appropriata e si muove in un quadro di rispetto. In queste circostanze l’interazione produce arricchimento reciproco. In questo caso i protagonisti del dialogo sono tre e l’innesco, rapidamente superato è la questione dell’immigrazione. Il post iniziale aveva acceso un ramo di discussione nel quale, ad un certo punto, un interlocutore ha richiamato lo slogan dominante nell’area culturale della sinistra liberale: “solidarietà, accoglienza, integrazione”, da tradurre nella politica di aprire i confini senza se e senza ma (ovvero senza badare alle conseguenze). Il ‘padrone di casa’ a questa dichiarazione ha opposto che occorre, invece, “frenare i flussi, e combattere lo sfruttamento degli immigrati che sono già in Italia”, ciò “sia per ragioni di giustizia che di difesa degli stessi lavoratori italiani”.

Il movimento del dialogo inizia da qui, e da una mia replica a questa opposizione tra aprire senza limiti e frenare. Precisamente in risposta alla dichiarazione del globalista che combattere lo sfruttamento significa aprire i confini:

Visalli. “E’ l’esatto contrario, l’immigrazione (economica, ovvero il 90 %) è un fenomeno in buona parte autoalimentato. Il flusso dell’immigrazione dipende dal divario di reddito percepito tra il paese ricevente e quello di partenza e in modo decisivo dallo stock di migranti precedente che non si è integrato. In particolare la dimensione dello stock non integrato (ovvero della ‘diaspora’, che non si distribuisce molecolarmente ma si concentra in specifici luoghi e si densifica per omogeneità a causa di meccanismi sociali di reciproco sostegno) dipende dalla trasmissione interpersonale della cultura e degli obblighi. Se il gruppo è coeso ed impermeabile cultura ed obblighi si rafforzano e restano diversi da quelli della società intorno, man mano che perde coesione gli individui tendono ad assorbire la cultura del paese di destinazione ed i relativi obblighi, allora abbandonano progressivamente la diaspora e spesso si spostano, cioè si ‘integrano’. Chiaramente quindi il perimetro delle diaspore è fluido e continuamente attraversato da persone che arrivano e da persone che, integrandosi, ne escono.

Ci sono tre semplici conclusioni:

  • La migrazione dipende dalle dimensioni della diaspora (che, in sostanza, la attrae),
  • La migrazione alimenta la diaspora, mentre l’integrazione la diminuisce,
  • L’indice di integrazione (percentuale di chi esce dalla diaspora ogni anno) dipende dalla dimensione, quanto più grande è la diaspora quanto più piccolo è l’indice.

Ovvero, l’integrazione è ostacolata dalla dimensione del flusso di immigrazione e a sua volta lo ostacola. Quanto più grande è il flusso di immigrazione (persone per tempo) quanto meno integrazione ci sarà, perché le diaspore si consolidano e diventano impermeabili. Quanto più piccolo e diluito nel tempo è quanto più è facile l’integrazione.

Dobbiamo volere il controllo dei flussi per avere l’integrazione, e dobbiamo volere l’integrazione per avere il controllo dei flussi”.

A questa posizione risponde in prima battuta Roberto Buffagni con la seguente dichiarazione:

Buffagni. “L’analisi mi sembra inoppugnabile. L’integrazione sociale, però, è solo un aspetto del problema, per quanto importante. E’ solo un aspetto del problema perché gli esseri umani non si differenziano solo in base all’ISEE, anche se lo crede il dr. Boeri. Quando si formano comunità permanenti, sottolineo permanenti, di stranieri all’interno di una comunità politica, sorge il problemino: che farne? Che rapporto esse stabiliranno con le altre comunità di stranieri e con la comunità degli autoctoni? Quando sono tanti – e in Italia sono già tanti, 6/7 MLN di immigrati – la soluzione ‘assimilazione’ (che è assimilazione culturale, e che viene dopo, SE VIENE, l’integrazione sociale) non è praticabile per tutti, ma solo per una piccola minoranza. Il problema è molto serio, e non può, ripeto non può essere affrontato con gli strumenti della cultura liberale e all’interno di un regime democratico a suffragio universale.

La cultura liberale prevede la sola esistenza degli individui, e non rileva l’esistenza delle comunità. La comunità, per essa, è un’esternalità. Tutto bene finché la comunità esiste per conto suo ed è omogenea, tutto male quando le comunità sono plurali e omogenee non lo sono affatto. La soluzione ‘multiculturale’ è in realtà la soluzione più funzionale, per la coesistenza più o meno pacifica di comunità anche molto diverse; però la soluzione multiculturale è una soluzione imperiale, e l’impero dove sta? Se si vuole fare una società multiculturale, multietnica, multireligiosa, ci vuole un Impero, cioè a dire una forma di civiltà dove a) le addizioni al nucleo originario vengono fatte, sempre o quasi, per conquista b) il centro imperiale è dominato, di fatto e di diritto, da una etnia e da una religione gerarchicamente superiori alle altre c) il sistema politico NON è una democrazia a suffragio universale d) il centro imperiale coopta progressivamente le classi dirigenti dei paesi conquistati, concede gradualmente alle altre etnie e alle altre religioni, in misura variabile, libertà (nel senso antico di franchigie), mai immediatamente eguaglianza di diritti politici con l’etnia e la religione centrale d) il centro imperiale divide per imperare, cioè gioca l’una contro l’altra le etnie e religioni subalterne per impedire che l’una o l’altra prenda il sopravvento o addirittura scalzi i dominanti. Solo dopo qualche secolo, in caso di effettiva assimilazione dei fondamentali culturali, il centro imperiale concede a tutti indistintamente i sudditi la cittadinanza politica piena (ma comunque NON introduce MAI la democrazia a suffragio universale).

Così sì che funziona, una società multitutto, e in effetti così hanno funzionato l’Impero romano, l’austriaco (poi austro-ungarico), l’ottomano, il cinese, il britannico, lo zarista, etc. Non che sia una cosetta facile farli funzionare, ci vuole una classe dirigente coi controfiocchi. Attualmente, c’è in corso d’opera l’edificazione o riedificazione dell’impero russo, che cerca di ricostruirsi by stealth pur in presenza di un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale, ma corretta dalla presenza di fatto dell’impianto base imperiale: etnia dominante (russa) e religione dominante (cristiana ortodossa)+ solida primazia dei ministeri della forza nel governo (le FFAA intervengono con durezza in caso di sollevazioni centrifughe i etnie e/o religioni subalterne, v. le due guerre di Cecenia). Nella celebrazione per l’anniversario 2015 della Grande Guerra Patriottica, il ministro della difesa Shoigu è entrato sulla piazza Rossa del Cremlino per passare in rivista le truppe, e mentre passava, in piedi sull’auto di servizio, sotto la porta sovrastata dalla grande icona del Cristo Salvatore, si è scoperto il capo e si è fatto il segno della croce. N.B.: Shoigu è buddhista, ad attenderlo c’erano anche reparti mussulmani. Il significato del gesto mi pare chiaro.

NON funziona, invece, una società multitutto che sia uno Stato nazionale basato su un regime politico democratico a suffragio universale, 1 testa = 1 voto. NON funziona perché gli Stati nazionali democratici, per funzionare, devono basarsi su quel che gli studiosi chiamano l’ “idem sentire” dei cittadini: “sentire”, non lavorare o andare al cine o pagare le tasse. Cioè a dire, che tutti i cittadini devono condividere sentimenti ed emozioni simili in merito all’oggetto cui va la loro lealtà primaria. Se va alla nazione, allo Stato che la rappresenta e la guida, alla patria che le dà vita storica, tutto ok. Se invece una parte cospicua della cittadinanza dà la sua lealtà primaria alla sua razza, alla sua religione, alla sua tribù, etc., avviene quanto segue: che il conflitto politico ed elettorale si disegnerà anzitutto lungo le linee di frattura più profonde, le differenze incomponibili e non mutabili a piacere in seguito a sola decisione razionale quali razza, religione, tribù, clan, etc. Rimarranno anche gli altri conflitti, ricchi/poveri, città/campagna, centro/periferia, etc.: ma mentre è relativamente facile mediare questi ultimi, se tutti i cittadini condividono un “idem sentire” nazionale, è molto difficile mediare conflitti come il razziale (ognuno porta la sua bandiera sulla pelle, e non può cambiarla) o il religioso (ognuno porta la sua bandiera nei costumi e nella sensibilità, ed è molto difficile fargliela cambiare).

Il multiculturalismo funziona in ambito imperiale. Nell’impero britannico, ha funzionato in modo particolarmente furbo (gli inglesi sono molto furbi) grazie all’Indirect Rule. Ha smesso di funzionare quando le comunità straniere se le sono trovate sul suolo della madrepatria”.

A questa lunga posizione di Buffagni ha replicato Francesco Somaini, il terzo attore del dialogo, entrando direttamente nel tema “Europa”, che da ora interessa la conversazione:

Somaini. “L’affermazione di Roberto Buffagni sul fatto che gli «imperi» (cioé società multietniche e plurali) non siano compatibili con la democrazia ed il suffragio universale mi pare fondata su esempi troppo limitati per poter essere assunta a regola generale. Oltre tutto il suffragio universale é «un’invenzione» talmente recente sul piano storico che mi sembrerebbe del tutto improprio sostenere la sua impraticabilitá ricorrendo ad esempi come quelli dell’Impero romano o di quello ottomano (in cui il problema non fu nemmeno mai posto). Giá il caso austro-ungarico, in cui esisteva un parlamento, seppure con poteri ancora molto limitati, dimostra che la regola non puó essere data per scontata. E non parlo nemmeno degli USA, che, pur avendo conosciuto in passato anche dei veri e propri casi di pulizia etnica (gli indiani o meglio i nativi americani), penso possano oggi essere definiti, a loro modo, come un impero, che, pur con tutta una serie di problemi, é comunque arrivato ad essere un «melting pot» democratico (ricordo ad esempio che prima di questo bulletto attuale c’è stato un presidente nero). Piuttosto, a me pare che fenomeni come quello migratorio (anche accogliendo il persuasivo discorso di Collier e Visalli sulla dicotomia diaspora/integrazione) non possano trovare una vera soluzione nella dimensione troppo angusta dello stato nazionale. Per questo occorre a mio avviso tenere assolutamente ferma l’idea di Europa (sbarazzandosi semmai dei trattati attuali) senza farsi tentare dalle chimere pericolose del sovranismo (e dei nazionalismi che ne potrebbero derivare). L’Europa puó del resto essere vista come una forma politica relativamente simile ad un moderno impero, e non é affatto detto che essa debba essere per forza incompatibile con democrazia e suffragio universale. Certo é una partita tutta da giocare”.

A questa posizione, la mia replica:

Visalli. “Se passi per ‘sbarazzarsi dei trattati attuali’ siamo perfettamente d’accordo. Se avessimo una macchina del tempo potremmo andare a rinegoziare Maastricht. Non avendola il problema è un tantino più difficile.

Dopo di che, certamente non è in linea di principio incompatibile con il suffragio universale, ma bisogna bilanciare i compromessi di potenza che dentro i singoli stati nazionali hanno assetti complessi e derivanti dal percorso storico. Questi non sono uguali nei diversi paesi e soprattutto non tutti gli attori a valenza costituzionale in essi sono egualmente rappresentati nel luogo decisionale. Le commissioni negoziali erano infatti espressione di un sistema di attori molto più limitato e gli effetti si sono visti”.

E quella di Buffagni:

Buffagni. “Le società multiculturali non sono compatibili con la democrazia a suffragio universale per una ragione molto semplice: che con la democrazia rappresentativa a suffragio universale + molte etnie e religioni il conflitto politico principale tende a diventare etnico e religioso. Questa è la tendenza ineludibile, ineludibile perché sono le differenze più profonde e meno componibili di tutte. Poi ci sono dei correttivi possibili, per esempio, in Russia il patriottismo e la supremazia storica dell’etnia grande-russa fondatrice della Russia, negli USA l’espansione imperiale e il ‘sogno americano’, che è appunto la declinazione privata dell’espansione. Fino a poco fa c’era la supremazia storica dell’etnia WASP. Cessata quella, rallentata l’espansione imperiale, i conflitti etnico-politici tornano in primo piano (le ultime elezioni presidenziali lo illustrano con chiarezza, i bianchi hanno votato ‘il bulletto’ e le minoranze razziali la Clinton, perché i Democrats hanno costruito la loro strategia, da parecchi anni, sulla ‘identity politics’: Trump è il backlash, perchè la identity politics possono farla tutti, esattamente come tutti possono essere razzisti. La dinamica pura di ‘società multietnica + democrazia a suffragio universale’ si vede in condizioni di laboratorio in Africa, nelle infinite e sanguinose guerre civili in cui l’etnia che vince le elezioni si impadronisce dello Stato, che è una macchina da guerra, e lo usa per fare fuori un’altra etnia. O nel caso odierno del Sudafrica, dove è appena stata votata una legge che espropria le terre dei bianchi senza indennizzo. Non ho capito l’affermazione che la UE somiglierebbe a un impero, francamente mi sembra la cosa meno somigliante a un impero che sia esistita nella storia.”

Somaini risponde alla mia obiezione chiarendo il suo punto:

Somaini. “esistono secondo me delle vie per far «saltare» di fatto i trattati, aggirandoli con delle scelte politiche che, senza violarne formalmente la lettera, ne smontino in realtà la portata perversa, rendendoli sostanzialmente inefficaci (e quindi innescando anche il processo per il loro superamento). I sostenitori delle cosiddette «monete fiscali» ipotizzano ad esempio proprio questa via. Queste monete (che potrebbero anche configurarsi piú propriamente come dei certificati di credito fiscale) non sono formalmente vietate dai trattati, che semplicemente non le hanno previste. Epperó consentirebbero proprio quelle politiche economiche che i trattati di fatto impediscono. L’Europa di Maastricht potrebbe cosí «saltare», senza dover per questo formalmente ricorrere alle pericolose strategie sovraniste…”

E a Buffagni:

Somaini. “non nego certo che far convivere pacificamente (o addirittura armonicamente) etnie e culture diverse sia facile. Trovo peró troppo dogmatica e asseverativa la tesi secondo cui la cosa sarebbe semplicemente impossibile. Quanto all’Europa penso che potrebbe essere pensata come un Impero nel senso di intendere questa nozione come quella di una forma politica «costituita» – cito banalmente da Wilipedia – «da un esteso insieme di territori e popoli, a volte anche molto diversi e lontani, sottoposti ad un’unica autorità». Certo, sarebbe un impero non imperialista (e anche per questo compatibile con la democrazia e con ordinamenti di tipo democratico). Un traguardo certo non facile da raggiungere. Ma non concettualmente impossibile.”

Al quale questi risponde:

Buffagni. “Poche cose sono veramente impossibili, ne convengo. La definizione di Wikipedia non è affatto male, ma la chiusa ‘sotto un’unica autorità’ mi pare dare ragione a me  Il difetto intrinseco della Unione Europea è la mancanza di legittimità; e se c’è una cosa di cui un impero ha bisogno per esistere è proprio quella. La dimensione sacrale dell’autorità è indispensabile all’esistenza e alla funzionalità di un impero. Non è detto che la sacralità debba essere esplicitamente religiosa, ma certo ci deve essere, per esempio nella forma di una teologia civile come l’americana: appunto perchè si deve ricondurre a unità una molteplicità conflittuale, e per farlo la forza non basta mai, come non bastano il diritto e l’economia.”

e

“Guardi però che non sono gli Stati nazionali a produrre i conflitti, i conflitti si producono con qualsiasi forma di organizzazione politica. L’unica pace possibile è appunto la pace imperiale, cioè l’egemonia incontestata di un impero in un settore di mondo (e la guerra aperta si fa altrove)”.

Quindi Somaini risponde ad un’obiezione che per inciso avevo avanzato (che quella delle monete fiscali sarebbe comunque una strategia sovranista), dicendo che:

Somaini. “quello delle monete fiscali sarebbe tutt’al più un sovranismo moderato e costruttivo. A me poi non disturba affatto la sovranitá democratica. Al contrario! Mi disturba l’enfasi dei sovranisti sul ritorno alla forma dello stato nazionale: forma a mio avviso inadeguata ai problemi che si trovano sul tappeto e di cui abbiamo giá visto a sufficienza gli effetti tremendi cui puó condurre. Come direbbe mia figlia: «Ma anche no»”.

Ed a Buffagni, sulla stessa linea:

Somaini. “i conflitti ci sono certamente comunque, ma diciamo che la storia del Novecento (e non solo) ha mostrato a mio parere a sufficienza che gli stati nazionali tendono ad alimentare facilmente i nazionalismi, i quali sono benzina sul fuoco di tutti i potenziali conflitti. La vicenda jugoslava, pur con tutte le sue specificitá prettamente balcaniche, mostra bene cosa potrebbe succedere con il ritorno forte dei sovranismi nazionali”.

Una obiezione alla quale ho risposto:

Visalli. “Non credo che qualcuno, salvo pochi non consapevoli dei problemi, intenda il ritorno alla forma dello stato nazionale nella forma ottocentesca. Ma come dice Roberto la vecchia retorica (portata dai circoli liberali intorno agli anni dieci e venti in contrasto con l’insorgere del welfare) della nazione= guerra è semplificatoria, ed era connessa con la transizione imperiale ormai definita. La guerra la fanno tutti e non la fa necessariamente nessuno. Ciò che è inadeguato ai problemi che abbiamo sul tappeto è decidere in pochi ed al chiuso delle stanze (o nelle colazioni di lavoro la mattina di decisioni cruciali). Dunque noi abbiamo bisogno di sovranità popolare e democratica, e questa si articola in un complesso insieme di istituzioni, regole, tradizioni e luoghi che non si riproduce in vitro per decisione. Sovranità popolare che, al contrario di quella ‘dei mercati’, richiede anche una relazione affettiva e quindi un certo grado di coesione e capitale sociale. Per ora ciò accade nelle vecchie nazioni. Poi sulla jugoslavia ci sarebbe da parlare….

Non so se hai letto il libbricino di Kayek del 1939, ma il ragionamento che fa è piuttosto illuminante, anche nel suo schematismo.

Tra l’altro in base a questa logica: stato=guerra, non dovresti volere neppure lo stato europeo, dato che è abbastanza evidentemente un’arma rivolta contro la Cina e forse la Russia. Se il nazionalismo incorpora una contrapposizione, e questa può scivolare nella guerra, il nazionalismo europeo (ben rappresentato da alcune esternazioni di Prodi, ad esempio) non farebbe eccezione. Servirebbe per costituire un polo di potenza in chiave del confronto con il potere emergente orientale, al fine di contenerlo ed alla fine sconfiggerlo”.

Somaini replica in questo modo:

Somaini. “Torno brevemente su un’osservazione di ieri di Roberto Buffagni sul fatto che all’Europa manca una legittimazione che si fondi su un elemento di tipo ‘sacrale’ (anche laicamente inteso). E’ vero. Le costruzioni politiche, e a maggior questa sorta di nuovo Impero che potrebbe essere l’Europa, hanno bisogno di questa legittimazione. Hanno necessità di riconoscersi in una visione o un’ideologia che ne giustifichi e ne legittimi l’esistenza. Questa Europa di burocrati e di tecnocrazie è invece diventata arida: non suscita speranze, non scalda i cuori di nessuno. Peggio: accentua diseguaglianze, alimenta risentimenti e rancori. L’Europa non può esistere senza l’Europeismo, cioè senza una visione di pace, di democrazia e di solidarietà, che diventi l’anima ideologica dell’idea europea, e che conferisca forza, vigore, e perfino, in un certo qual modo, sacralità al progetto dell’Unione. L’Europa che si è costruita dopo Maastricht ha finito, a mio vedere, per tradire se stessa, cessando di essere europeista, e perdendo con ciò il suo ‘ubi consistam’ ideale (e il senso della propria missione storica). Ma la soluzione a questa ‘impasse’ non può essere quella del ritorno agli ‘Stati nazionali’ ed alle ideologie sovraniste. Quella infatti è a mio vedere una risposta profondamente sbagliata e pericolosa, che ripropone recinti identitari che potrebbero facilmente diventare dei nuovi inquietanti nazionalismi (e già se ne vedono i segni). La risposta dovrebbe invece essere quella di riproporre il senso e le ragioni di un vero europeismo democratico e socialista, come fondamento del progetto europeo. Certo: c’è la gabbia infernale degli attuali europei: trattati che oggi sono il vero nemico del progetto europeista. E’ chiaro che quella gabbia costituisce un problema. Ma esistono, come cercavo di argomentare ieri, anche delle vie per cercare di farla saltare.”

Al quale Buffagni ha ulteriormente replicato:

Buffagni. “Le guerre balcaniche sono state provocate da una serie di fattori: fine di Yalta + incoraggiamento alla secessione della Jugoslavia da parte di Germania e Vaticano prima, USA poi, che si sono inseriti nella dinamica secessionista per impiantarsi solidamente nei Balcani, creando lo stato del Kosovo e costruendovi la base di Camp Bondsteel. La dinamica delle guerre balcaniche non dimostra affatto la pericolosità dello stato nazione in quanto tale, dimostra semmai un’altra cosa: che è molto difficile tenere insieme uno stato multiculturale. Dopo tre generazioni di convivenza pacifica garantita dall’egemonia della Serbia e dal comando del Maresciallo Tito, popolazioni a cui le istanze autorevoli insegnavano da sempre la fraternità socialista, l’arretratezza oscurantista delle religioni, etc., si sono divise lungo le linee etniche e religiose, massacrandosi in modo atroce. In questo massacro, l’unica colpa che ha lo Stato nazionale jugoslavo è quella di non aver retto all’urto esterno di chi, per interessi suoi, ne ha promosso la frammentazione. Con quanto precede non intendo dire che lo stato nazionale sia carino e coccoloso. Lo Stato, per sua natura e funzione primaria, è una macchina da guerra. Fa eccezione la UE, perchè la UE NON è uno Stato, nè mai, a mio avviso, lo diventerà”.

E Somaini:

Somaini. “l’affermazione per cui gli Stati (tutti gli Stati) sarebbero per loro natura e definizione delle macchine da guerra mi pare apodittica e troppo asseverativa. È un’affermazione di tipo teorico astratto, mentre esistono diversi esempi storicamente concreti che potrebbero dimostrare il contrario. Si possono perfino trovare casi di stati multiculturali, che hanno retto assai bene alla prova del tempo (e anche all’avvento di forme di governo di tipo democratico e a suffragio universale, che secondo lei sarebbero invece incompatibili con il multiculturalismo). Non c’è nemmeno da andare molto lontano per trovare degli esempi: basta pensare alla Svizzera (in cui hanno trovato modo di convivere lingue diverse e religioni diverse). Quanto all’esempio jugoslavo, avevo chiarito anch’io, nel mio post in cui lo evocavo, che esso aveva delle sue peculiaritá balcaniche. Quindi so bene che quella é stata una vicenda molto particolare. Resta il fatto che la scelta sovranista delle repubbliche jugoslave (quali ne fossero le ragioni e le forze interne ed esterne che la determinarono) non mandó semplicemente in fumo un progetto di stato multietnico che pure aveva una sua lunga storia ideale, ma non tardó poi a scatenare anche delle spinte nazionalistiche irrazionali, furibonde ed incontrollabili, con esiti, come sappiamo, devastanti. L’eventuale dissoluzione dell’Unione europea (che potrebbe non dispiacere ad altre grandi potenze) potrebbe conoscere analoghe torsioni degenerative. Il progetto europeo del resto é nato a suo tempo con l’idea di creare uno spazio continentale di pace e di solidarietá (l’Europa socialista di cui parlava Willy Brandt, e di cui si ragionava nel manifesto di Ventotene). Oggi quel progetto é certamente messo in crisi (soprattutto sul versante della solidarietá) dall’Europa dei tecnocrsti uscita dai tratti di Maastricht e Lisbona (e pure di Dublino). Ma nulla ci assicura che il ritorno a stati nazionali pienamente sovrani ci preservi da esiti di tipo jugoslavo, che potrebbero finire per mettere in crisi il progetto europeista anche sul versante della pace. Esistono altre vie, a mio vedere, per cambiare l’Europa”.

Su questo snodo si spende l’ultima parte della conversazione:

Buffagni. “Grazie della replica articolata. La mia affermazione che gli Stati sono macchine da guerra è, più che teorica, principiale, nel senso che la funzione principiale dello Stato è la difesa (e dunque anche l’offesa). Poi si possono verificare situazioni nelle quali, grazie a Dio o di solito grazie alla costellazione storica presente, dello Stato come macchina da guerra non c’è bisogno, se non nel suo aspetto di detentore del monopolio della forza al proprio interno. Uno Stato privo dei mezzi di difesa e offesa sufficienti viene difeso da un altro Stato, vale a dire che gli è subordinato, perchè chi ti protegge ti è sovraordinato; come in effetti è accaduto all’intero continente europeo dopo la IIGM: la pace europea del dopoguerra è stata garantita dall’equilibrio tra USA e URSS, e punto. La creazione di uno spazio continentale di pace e solidarietà è un bel programma al quale tutti aderiremmo volentieri, ma nella realtà effettuale non vedo come realizzarlo, se non recidendo alla radice il conflitto in quanto tale, cosa che non ritengo possibile. Personalmente credo che gli Stati nazionali europei non abbiano le dimensioni sufficienti per diventare ‘uno spazio di pace’, perché non sono in grado di assicurare la propria difesa. La creazione di spazi maggiori è pertanto la benvenuta, a patto che questi spazi maggiori siano vitali. Perchè lo siano ci vogliono tante condizioni, ma la prima condizione necessaria è l’omogeneità culturale; e in Europa ci sono almeno tre Europe. L’integrazione dell’intero continente europeo in uno Stato federale vero e proprio sarebbe astrattamente auspicabile, ma nella realtà non la vedo realizzabile. Mancano, sul piano della legittimità, gli elementi base. Oggi, l’unica forma di legittimità universalmente accettata in Europa è la legittimazione democratica, che implicherebbe la rappresentazione di interessi e culture così diverse, in Europa, da trasformare il processo decisionale in una interminabile e paralizzante riunione di condominio. Sul piano dell’effettualità, non c’è la motivazione essenziale della creazione di una unità politica, che è il nemico comune. Chi è il nemico comune d’Europa?”


Al consenso di Somaini all’ultima affermazione di Buffagni segue questo mio intervento:

Visalli. “Il like di Francesco Somaini alla spiegazione ‘realista’ di Roberto Buffagni (dove all’opposto si sarebbe entro un quadro idealista) sembra prefigurare un qualche piano di intesa sul quale iniziare a capirsi. Il progetto europeo a lungo un nemico lo ha avuto, ed era un nemico insieme esterno ed interno, sia il primo sia il secondo poco dichiarati per ragioni di opportunità (l’Urss e i movimenti comunisti). Parte non trascurabile dell’iniziale opposizione dei movimenti comunista e socialista ai primi passi del progetto europeo erano definiti in questo quadro oppositivo. Ma dal ’89 (con un percorso che avvia qualche anno prima e vede uno snodo nel tentativo del compromesso storico, seguito anche allo choc cileno) il nemico comune diventa meno chiaro mentre, al contempo, il dominio Usa si rafforza. Agli americani, apparentemente senza alcuna alternativa, che annunciano la fine della storia viene demandato il monopolio della forza mentre gli europei, renitenti ad essa (anche economicamente), si concentrano sul nemico interno (mai dimenticato) che si può finalmente liquidare in via definitiva e su quella che Kagan chiama la ‘strategia dei deboli’: dire che la forza è superata e si deve governare il mondo attraverso leggi e regole. Attraverso queste si intravede il nuovo nemico comune esterno, ed è proprio l’egemone. Il progetto europeo post Maastricht, se ha un senso geopolitico, trova chiarezza nella speranza di inibire la forza militare, che non si ha, attraverso un cambio di gioco e per questa via ricostruire la vecchia grandezza. La Unione Europea sarebbe allora (Huntington) una reazione contro l’egemonia americana, paradossalmente facendo a meno della geopolitica e sottraendogli la legittimazione. Se chi possiede un martello vede solo chiodi, chi ha solo cacciaviti vede solo quelle. Questa interpretazione getta anche una luce diversa e meno accidentale sullo scontro per le bilance commerciali, e sulla estroflessione europea che è una forma di guerra con altri mezzi ed effettivamente scava dentro la potenza americana, riducendone la sostenibilità.”

E quindi la formazione di una piccola area di consenso nella discussione, da parte di Somaini:

Somaini. “ci sono molti spunti condivisibili in questo ragionamento. E i problemi sono certamente ben chiari. Ma personalmente non vedo alternative auspicabili all’ipotesi di lavorare per un’Europa democratica e solidale (cioè per quello che potremmo anche chiamare come una sorta di sovranismo di tipo europeo). La prospettiva di un ritorno agli stati nazionali non mi pare infatti convincente: sia perchè il mondo contemporaneo pone problemi la cui soluzione travalica decisamente la piccola dimensione dello stato-nazione, sia perchè un’Europa di stati nazionali potenzialmente rivali (e contesi tra gli interessi di grandi potenze rivali) mi pare potrebbe innescare scenari inquietanti (oltre che suscitare derive nazionalistiche pericolose). In realtà io continuo a pensare che quella degli stati nazionali europei (che per vero dire non hanno dato in passato grande prova di sé) sia una forma politica ormai inadeguata: un po’, sarei tentato di dire, come lo furono la gran parte delle piccole signorie castrensi tra XII e XIII secolo; o gli stati cittadini italiani e fiamminghi del XIV, o molti stati regionali dell’Occidente tra XV e XVI. Per costruire un’Europa credibile servono però dei veri partiti europei; e poi occorre andare al di là della gabbia degli attuali trattati (che stanno spegnendo l’Unione e facendo morire l’Europeismo). La qual cosa può forse avvenire anche con qualche piccolo escamotage (come ad esempio le monete fiscali).”

Al quale a margine rispondo, rischiando temerariamente il confronto con uno specialista (Somaini è uno storico del periodo tra medioevo e rinascimento):

Visalli. “che una forma storica sia ‘inadeguata’ all’assetto di potenza del tempo (di questo parliamo con i tuoi esempi, no?) lo si può dire solo con il senno di poi. Le battaglie devono prima essere combattute e vinte (o perse). Altra ipotesi porta ad un determinismo storico di sapore ottocentesco nel quale non credo oggi possiamo credere.”

E Buffagni, che concorda:

Buffagni. “Come espone Alessandro Visalli, col quale concordo, e come d’altronde sostenevano gli europeisti della ‘Europa-potenza’ più coerenti benchè un po’ pazzoidi, il nemico principale dell’Europa-Potenza è, oggettivamente, gli USA, e su questo fatto proprio non ci piove, perché la IIGM ha segnato la definitiva sconfitta di tutte le potenze europee, pure le vincitrici quali Gran Bretagna e Francia. Questo è il fatto nudo e crudo, un fatto nudo e crudo identico al fatto nudo e crudo che il nemico dell’unificazione italiana fu l’Impero austriaco. Non per caso, infatti, alcuni intelligenti europeisti fautori a tutti i costi dell’Europa-Potenza sono comunque e in ogni caso favorevoli a euro e UE, pur condividendo le critiche ad essi e pur scontandone gli enormi limiti, perché li ritengono un possibile nocciolo di una futura Festung Europa. Tra costoro, ad esempio, il cofondatore di Terza Posizione Gabriele Adinolfi, guardia d’onore Benito Mussolini. Mi intenda bene: con questo non voglio dare del fascista o del nazista a lei o a nessuno, segnalo una interessante coincidenza di posizioni. Se vuole la mia posizione personale, è la seguente. La UE, nonostante i suoi fondatori europei (non quelli americani) la intendessero come lievito per una ripresa di autonomia dell’Europa, ha invece obbedito alla sua logica, divenendo il principale fattore di paralisi e neutralizzazione politica dell’intero continente europeo. Quindi prima sgretolare la UE, con una inevitabile ripresa di autonomia degli Stati nazionali, e sfruttando la finestra di opportunità che ci presentano gli USA di Trump; poi si apre la stagione della grande politica, nella quale, se ci si riesce, nuove alleanze europee possono nascere, anche con la creazione di nuovi Stati confederali e federali.”

Somaini sul mio intervento:

Somaini. “non è solo una questione di assetti di potenza o di rapporti di forza geo-strategici o geo-militari (che pure ovviamente contano). E’ anche questione di adeguatezza delle diverse forme politiche alle sfide poste da un determinato contesto storico. Le piccole signorie di castello erano inadeguate perché implicavano costi di transazione troppo elevati. Lo stesso valeva per gli stati cittadini (che oltre tutto – basta rileggersi Dante – erano spesso incapaci di garantire dei livelli accettabili di pacifica convivenza interna). Gli stati regionali coprivano a loro volta mercati troppo angusti, ed erano a loro incapaci di convivere pacificamente (nonostante tentativi di leghe o politiche dell’equilibrio) … Oggi gli stati nazionali europei non paiono adeguati per fronteggiare in maniera efficace problemi come le sfide climatiche e ambientali, i fenomeni migratori (la cosa mi pare sotto gli occhi di tutti), o anche la necessità di rispondere in modo fattivo ai grandi potentati economico-finanziari … Tutto questo non mi pare determinismo storico. E’ valutare con realismo le situazioni. Del resto non è nemmeno è detto (a dimostrazione che non stiamo proprio ragionando in termini di determinismo) che il progetto europeo sia destinato ad affermarsi. Tutt’altro. Ma il punto è proprio questo: la battaglia politica che merita a mio avviso di essere combattuta è proprio quella di rilanciare l’idea di Europa (oggi messi in crisi dagli stessi trattati). Non quella di mandare tutto quanto a monte.”

Posizione alla quale oppongo:

Visalli. “…Sempre che non sia proprio il progetto europeo, per come si è costruito in risposta alle sfide che aveva davanti ed al clima storico-ideologico nel quale ha trovato forma, ad essere di ostacolo alla soluzione dei problemi con radice esterna ed impatti interni. Premesso che l’argomento verso l’inadeguatezza è tutto senno di poi (se le leghe non tennero era perché non potevano farlo o è solo andata così?), quel che al momento appare sicuramente inadeguato è proprio il superstato europeo, che sta divaricando ed esasperando i conflitti e neutralizzando la capacità di coordinamento.”

Questa lunga discussione, sviluppata su più giorni determina alla fine un punto di addensamento del consenso:

Buffagni:

Buffagni. “Faccio una proposta ecumenica: possiamo accordarci sul fatto che la UE è un errore, e aprire dibattito e dissensi sul come rimediarlo?”

Somaini:

Somaini. “Concordo sulla proposta ecumenica. Del resto io non dico affatto che l’Europa così com’è mi sta bene. Il punto però è poi decidere da che parte vogliamo andare”.

Buffagni:

Buffagni. “Mi fa piacere, l’ecumenismo non è il mio forte ma in questo caso mi sembra molto utile. Perchè invece mi sembra dannoso il discorso sull’ Altra Europa modello Varoufakis & C. Se concordiamo sul minimo comun denominatore UE/errore, si può discutere meglio sul punto davvero importante, che è come uscirne.

E soprattutto la smettiamo di perseverare.

Il passo seguente sarebbe individuare la radice dell’errore. Io nel mio piccolissimo un’idea ce l’ho, questa.

La mia risposta è:

Visalli. “Penso che l’organismo geopolitico Unione Europea, costituito dal Trattato di Maastricht, sia considerato un errore storico da tutti noi. Rimediare ad un simile ‘errore’ è davvero difficile, farlo senza vederlo come tale ancora di più. Temo che la proposta di Francesco sia insufficiente e comunque non potrà passare senza una ridefinizione della mission. Se questa è l’attuale inibizione della democrazia interna e la spinta strategica alla espansione imperiale del capitale europeo (riassumo in questo modo lo sforzo di rendere dominante la finanzia europea -velleitario dopo la brexit- e la grande industria da esportazione) ci sono pochissimi spazi per un’azione orientata nel nostro senso. Se si costruisce un’altra mission (e non si può passare se non da una rimessa in questione del dominio del discorso neoliberale e dei suoi effetti), si può cercare di creare uno schema diverso. Poi il tempo dirà (e le lotte)”.

La chiusa, per ora, a Buffagni:

Buffagni. “No, ma dicono che la UE è ‘un compagno che sbaglia’. Non sono d’accordo. La UE è, a mio avviso, un organismo altamente disfunzionale, e per gli Stati mediterranei un vero e proprio avversario politico, il principale, perché sopravvive succhiando risorse dai deboli per darle non ai forti, ma ai meno deboli. Chiarisco: se gli Stati europei meno deboli fossero forti, se cioè fossero in grado di portare effettivamente a termine l’unificazione politica d’Europa, il gioco potrebbe valere la candela come valse la candela l’unificazione italiana (a lungo termine) anche per gli Stati meridionali”.

Se valse la candela, e quanto questa è costata, sarebbe un altro discorso, ma certamente per valerla è stato necessario, sia in Italia, come in Germania e negli USA che il vincitore (rispettivamente Piemonte, Prussia e Stati del Nord) assumesse la responsabilità di ribilanciare l’estrazione di risorse (economiche ed umane) che l’unificazione provocava. Farlo con politiche automatiche (ad esempio la previdenza pagata in comune, o la stessa macchina federale) sia con politiche discrezionali (infrastrutturazione, opere pubbliche, politiche industriali).

Se oggi il Nord Europa vuole botte piena e moglie ubriaca dovrà accettare la crescita del dissenso, con tutto quel che seguirà.

Manca ormai poco tempo.

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