Mali e Libia: “Meno elezioni, più etnografia e ciascuno troverà il proprio rendiconto”, di Bernard Lugan

Considerazioni illuminanti, per altro già ribadite, di Bernard Lugan a proposito di Mali e Libia. A maggior ragione per l’Italia, visto il suo crescente coinvolgimento in posizione gregaria in questa area così prossima e strategica, sia dal punto di vista geografico che da quello dell’approvvigionamento energetico e dei flussi migratori. Lasciamo perdere, per il momento l’intreccio di relazioni economiche, altrettanto importanti, ma improponibili in condizione di guerra endemica. Un coinvolgimento in particolare al fianco della Francia, in chiara difficoltà in tutta l’area, con l’aggiunta clamorosa dell’Algeria. La Francia, appunto, un paese “fratello-coltello” che non ha esitato a sferrare un colpo distruttivo, ai danni dell’Italia in Libia, pensando di subentrarvi, in realtà aprendo ulteriori varchi a Turchia e Russia. Si ritorna sul luogo del delitto riproponendo la visione manichea di imposizione della “democrazia” in un contesto che richiede altre modalità di ricomposizione delle fratture; in caso di temporaneo e formale successo non farà che rendere endemica la condizione di guerra civile. Dobbiamo rassegnarci ai “successi” dei profeti dell’Occidente? Buona lettura_Giuseppe Germinario
Un breve comunicato stampa riassuntivo per fissare un punto fermo. Dal 2011 nel caso della Libia, e dal 2013 in quello del Mali – vedi i resoconti dei numeri di Afrique Réelle e i miei comunicati stampa – , lavorando solo sull’unico reale, annuncio ciò che accadrà a livello globale in entrambi i paesi. In tutta umiltà, i fatti sembravano darmi ragione:
1) In Mali siamo in presenza di due guerre, quella dei Tuareg al nord e quella dei Peul al sud. In entrambi i casi, la questione non è primariamente religiosa perché l’islamismo è solo la superinfezione di ferite etno-razziali millenarie. Nel nord la chiave del problema è detenuta da Iyad Ag Ghali, storico leader delle precedenti ribellioni tuareg. Quest’ultimo è però da tempo sostenuto dall’Algeria, come lo confermano i recenti incontri che ha appena avuto con i servizi algerini.
Fin dall’inizio, non dovremmo, come ho costantemente suggerito, arrivare a un’intesa con questo leader Ifora con cui abbiamo avuto contatti, interessi comuni, e la cui lotta è identitaria prima di essere islamista? Per ideologia, rifiutando di prendere in considerazione le costanti etniche secolari, coloro che fanno la politica franco-africana consideravano al contrario che fosse lui l’uomo da massacrare… Molto recentemente, il presidente Macron ha ordinato ancora una volta alle forze di Barkhane di eliminarlo. E questo proprio nel momento in cui, sotto il patrocinio algerino, le autorità di Bamako stanno negoziando con lui una pace regionale…
Anche il conflitto nel sud (Macina, Liptako e la cosiddetta regione dei “Tre Confini”) ha radici etno-storiche. Tuttavia, lì si svolgono due guerre. Uno è l’emanazione di grandi frazioni dei Fulani e il suo insediamento avverrà parallelamente a quello del nord, attraverso un negoziato globale. L’altro, su base religiosa, è guidato dallo Stato Islamico.
L’errore francese è stato quello di globalizzare la situazione quando era imperativo regionalizzarla. In tal modo :
1) Parigi non ha voluto vedere che l’EIGS ( Stato Islamico nel Grande Sahara ) e l’AQIM ( Al-Quaïda per il Maghreb islamico ) hanno obiettivi diversi. L’EIGS, che è attaccato a Daesh, mira a creare in tutta la BSS (Sahelo-Saharan Band), un vasto califfato transetnico che sostituisca e includa gli attuali Stati. Dal canto suo AQIM essendo l’emanazione locale di grandi frazioni dei due grandi popoli all’origine del conflitto, ovvero i Tuareg a nord e i Peul a sud, i suoi capi locali, i Tuareg Iyad Ag Ghali e i Peul Ahmadou Koufa, hanno principalmente obiettivi locali e non sostengono la distruzione degli stati del Sahel.
2) Parigi non ha voluto vedere che, il 3 giugno 2020, la morte dell’algerino Abdelmalek Droukdal, leader di Al-Quaïda per tutto il Nord Africa e per il BSS, ucciso dalle forze francesi, ha cambiato radicalmente i dati del problema. La sua eliminazione diede autonomia al Tuareg Iyad ag Ghali e al Peul Ahmadou Koufa. Dopo quelle degli “emiri algerini” che avevano a lungo guidato Al-Qaeda nella SSB, quella di Abdelmalek Droukdal ha segnato la fine di un periodo, al-Qaeda non più governata da stranieri, da “arabi”, ma da “regionali”. “. Tuttavia, questi capi regionali hanno obiettivi etnoregionali radicati in un problema millenario nel caso dei Tuareg, laico in quello dei Peul. La mancanza di cultura dei leader francesi ha impedito loro di vederlo. Da qui l’attuale impasse. Tuttavia, avrebbero potuto pensare a ciò che scrisse il Governatore Generale dell’AOF nel 1953: “Meno elezioni e più etnografia, e ognuno troverà qualcosa di suo gradimento ” …
Tuttavia, per i leader francesi, la questione etnica è secondario o addirittura artificiale. Lo “specialista” che mi era succeduto all’EMS di Saint-Cyr Coëtquidan dopo che ne ero stato licenziato, non aveva paura di dire e scrivere che l’approccio etnico è un “c…. “. Con tale formazione in superficie, i nostri futuri capisezione furono quindi costretti a prepararsi alla loro proiezione nella BSS con la lettura clandestina del mio libro Les guerres du Sahel des origines à nos jours , opera costruita appunto dai corsi che tenni al L’Ecole de Guerre e l’EMS prima della mia cacciata…
2) In Libia dove la questione è prima di tutto tribale – e non etnica -, e dove la guerra insensata ispirata da BHL ha portato allo scioglimento delle confederazioni tribali, quindi nell’anarchia, ho spiegato fin dall’inizio che la soluzione risiede nella ricostruzione del sistema politico-tribale un tempo costruito dal colonnello Gheddafi. Inoltre, non ho mai smesso di sostenere che l’unico che può rimetterlo insieme è Seif al-Islam Ghedhafi, suo figlio. Per un semplice motivo: attraverso suo padre, fa parte delle alleanze tribali della Tripolitania, e attraverso sua madre, di quelle della Cirenaica. Attraverso di essa può quindi rinascere l’ingranaggio tribale su cui poggia tutta la vita politica del Paese. Tutto il resto è solo un’artificiosa patina politica europea-centrica.
Secondo alcune fonti, Seif al-Islam Gheddafi, sostenuto dal Consiglio tribale, starebbe valutando di candidarsi alle prossime elezioni. Dove e quando potrebbe annunciare la sua candidatura? Dalla Libia o da un paese del Maghreb?

Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

Stati Uniti! La strada tracciata, gli imprevisti possibili_con Gianfranco Campa

Sino a pochi giorni fa si poteva parlare di una persistenza del movimento politico legato a Trump e di una situazione di stallo apparente. Le recenti elezioni in Virginia e in numerose realtà locali rivelano ormai una tendenza pressoché definita verso il successo di quest’area e la possibile deflagrazione del gruppo dirigente del Partito Democratico, ben lontano dall’aver risolto un confronto intestino distruttivo perché privo di indirizzo politico in grado di unire il paese pur poggiando paradossalmente sulle numerose identità reali ed artefatte annidate. I primi segni di cedimento e di abbandono della nave in piena navigazione sono evidenti; il tramonto di vecchie glorie, almeno così ritenute in Europa, ormai segnato. Si prospetta un rivoluzionamento degli equilibri politici, una conformazione inedita dell’azione destinata a rivoluzionare gli assetti statunitensi e ad influire pesantemente sul futuro delle classi dirigenti specie europee che si ostinano, per indole ed incapacità, ad abbarbicarsi e a baciare per la seconda volta le mani sbagliate; quelle che in pochi mesi potranno trasformarsi in ologrammi sfuggenti. La sicumera che attualmente li contraddistingue, nessuno escluso, nemmeno il nostro funzionario al vertice, difficilmente li metterà in condizione di attraversare impunemente le sabbie mobili dentro le quali si stanno avventurando e stanno trascinando i popoli di un intero continente. I pifferai che per pochi mesi hanno illuso di nuove speranze qui in Italia hanno dal canto loro rivelato la loro pochezza e il loro conseguente trasformismo di corto respiro, incapaci di cogliere le opportunità recenti e di presagire i cambiamenti in corso al di là del loro naso e delle loro spiagge. Bene hanno fatto, tre anni or sono, a concedere loro scarso credito Oltreatlantico. Mala tempora currunt. Buon ascolto! Ne vale la pena. Giuseppe Germinario

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TELLURICI O COSMOTERRORISTI, di Teodoro Klitsche de la Grange

TELLURICI O COSMOTERRORISTI

Ci si interroga sulle intenzioni dei talebani, ma senza particolare interesse al dubbio se cercheranno di esportare il conflitto oltre l’Afghanistan ovvero di rimanere nei confini del loro Stato. La domanda non è peregrina e coinvolge concetti, criteri e presupposti del pensiero politico e del diritto internazionale.

Scrive Schmitt nella “Teoria del partigiano” che il partigiano ha carattere tellurico “Tale caratteristica è importante per definire la posizione del partigiano la quale, a prescindere da ogni mobilità tattica, rimane fondamentalmente difensiva; ed egli deforma la sua natura quando fa propria un’ideologia di aggressività assoluta e tecnicizzata o vagheggia una rivoluzione mondiale…” e aggiunge relativamente a come distinguere il partigiano “è indispensabile fondarlo sul carattere tellurico, per rendere più evidente nello spazio la difensiva, cioè la limitatezza dell’ostilità e preservarla dalle pretese assolute di una giustizia astratta”. Questo lo differenzia da altre “categorie” di combattenti irregolari come il pirata o il corsaro, per necessità non-tellurici in quanto operano in un altro “spazio”, il mare. Tuttavia “Con l’ausilio della motorizzazione la sua mobilità si fa tale che egli corre il pericolo di sradicarsi completamente dal suo ambiente. Nelle situazioni provocate dalla guerra fredda egli diventa un tecnico del combattimento clandestino, un sabotatore e una spia… La motorizzazione fa perdere dunque al partigiano la sua connotazione tellurica ed egli finisce per diventare un ingranaggio della mastodontica macchina che opera politicamente su un piano mondiale”.

E con la “motorizzazione” e le possibilità che offre tende ad appannarsi il carattere difensivo del partigiano e della guerra partigiana.

Il connotato difensivo del partigiano non andò smarrito neanche dopo che la guerra partigiana divenne – per lo più – il mezzo di un’ostilità ideologica assoluta come durante la guerra fredda, specie da parte del blocco comunista. In effetti nessuna delle lotte partigiane, né dei capi, giunse a mutarne il carattere prevalentemente difensivo. Né Mao, né Ho Chi Min né il Fln algerino o l’Irgun hanno condotto operazioni offensive nel territorio del nemico.

Questo è cambiato con Al-Qaeda e con parte del terrorismo islamico contemporaneo: ormai è normale che ad un’occupazione militare da parte di una potenza (anche in mancanza) si risponda con attentati terroristici offensivi (dalle Torri gemelle al Bataclàn).

Vent’anni fa, in occasione dell’attentato alle Twin Towers mi capitò di scrivere che il successo dell’attentato era stato determinato: a) dalla sostanziale invulnerabilità di Al-Qaeda, gruppo terroristico senza popolazione e territorio, onde era quanto mai difficile organizzare una reazione b) il tutto lo distingueva dai movimenti partigiani, i quali, come insegna Santi Romano, hanno gli stessi elementi caratteristici dello Stato, solo in misura poco determinata e fluttuante.

Onde se era vero che ciò assicurava a Bin Laden un vantaggio militare, costituiva un handicap politico, impedendone o rinviando sine die la conversione in istituzione.

Non così sembra per i talebani, in questo assai più vicini ai movimenti partigiani “classici”. La prima volta che conquistarono il potere, la dinamica e il contesto sia della lotta contro l’occupante sovietico che della fase successiva per i talebani – come per gli altri movimenti afgani di resistenza, il rapporto con la popolazione e territorio era costituito almeno con i territori occupati dai gruppi etnici di riferimento (per i talebani i pastun).

Il fatto che i talebani avessero così compiuto il percorso “canonico”, diventando forza al governo dello Stato afgano, ne provocò la rovina. Dando protezione e asilo a Bin Laden e rifiutandosi di consegnarlo agli USA, si assunsero così la responsabilità politica, normale nel diritto internazionale, del territorio e di quando vi succedeva.

Da qui l’intervento americano, che, a quanto risulta dai mass-media – non riusciva a pacificare e a controllare (se non in parte) – il territorio del paese – né a consolidare il governo insediato dall’occupante.

Le zone “libere” (ossia controllate dai movimenti di resistenza), probabilmente la maggior parte del territorio, e la popolazione lì residente continuava ad essere il “santuario” dei partigiani. Santuario fluttuante, ma pur sempre accomunante il movimento partigiano all’istituzione statale.

Anche se la resistenza afgana – al contrario di Al-Qaeda così poteva fruire solo relativamente dei suggerimenti di Sun-Tzu. Questi sostiene che di fronte al nemico ci si deve assottigliare… “più del sottile fino a rendersi privi di forma… Soltanto così saremo in grado di diventare gli arbitri del loro (dei nemici) destino” e questo perché “Il Nemico manifesta una forma e con ciò si rende umano. Io invece sono privo di forma”; “dimodoché per quanto concerne la forma dell’azione militare, in guerra cioè, si attinge propriamente l’enfasi con l’assenza di forma”; da ciò conclude “Insomma per quanto concerne l’azione militare una forma siffatta è quella che si assimila all’acqua” (i corsivi sono miei).

Quest’anno la situazione si è ripetuta: i talebani hanno ottenuto il governo dell’Afghanistan: sono così divenuti la classe dirigente dell’istituzione statale. Di conseguenza hanno riacquistato sia la responsabilità conseguente che l’obbligo politico di protezione della popolazione. A quanto risulta, pare abbiano capito la lezione del 1998-2001. Tutto sommato le azioni terroristiche compiute in occasione della sgombero delle forze occidentali e dei loro alleati locali sono state opera di altri gruppi di resistenza islamica, noti per averle praticate anche altrove.

Occorre trarre da ciò che l’insegnamento della teologia cristiana e controriformata, la quale tanto ha influenzato il diritto internazionale westphaliano ha ancora una sua validità: sia che bellum defensivum semper licitum, onde non si può tacciare di jniustus hostis chi difende il proprio territorio e la propria gente; e che fare guerra per violazione dei diritti (non dei propri sudditi o cittadini) ma degli altri (ad vindicandas iniurias totius orbis) è illecito: neque a deo data est necque ex ratione colligitur. E cioè un (aduso) pretesto che cerca di giustificare un intervento militare non meglio argomentabile. Di converso rispondere ad azioni aggressive è sempre consentito.

Così quando sentiamo in TV che i talebani avrebbero imposto il burqa o disposto che le scuole non siano miste, e se ne mena scandalo, mi rallegro. Personalmente sono convinto che facciano di peggio, ma se le malefatte fossero limitate a quelle non posso che riconoscere che condizione della pace è (da sempre) che ognuno decida di come vivere a casa propria.

Teodoro Klitsche de la Grange

Vincere senza combattere. Cultura strategica cinese Alban Wilfert di Alban Wilfert

Alcuni sono preoccupati per il rischio di una guerra imminente tra Stati Uniti e Cina, potenze mondiali all’inizio del 21° secolo. Se la Cina sta investendo sempre di più nel suo esercito, il primo al mondo per numero, è l’unico membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu a non aver sparato un colpo fuori dai suoi confini dal 1988. L’atteggiamento cinese di non fare la guerra si basa su una vecchia cultura strategica caratterizzata da una certa continuità, ma regolarmente rinnovata.

 

Studiare la cultura strategica cinese significa mettere in discussione il modo in cui la Cina affronta la strategia sia come stato dotato di mezzi militari sia come società che produce un pensiero. La strategia, definita da Georges-Henri Soutou come “l’arte della dialettica delle volontà e delle intelligenze che impiega, tra l’altro, la forza o la minaccia di ricorrere alla forza per fini politici”, consiste non solo nell’uso della forza, ma anche nel il suo semplice potenziale, che riesca o meno, che è illustrato dal caso cinese.

Il pensiero strategico antico quanto al centro delle notizie

Il più antico trattato di strategia che ci sia pervenuto, L’arte della guerra di Sun Tzu, proviene dalla Cina. Sembra sia stato scritto intorno al V secolo aC, epoca degli Stati Combattenti, stati principeschi che risolvono le loro controversie con le armi in pugno. La guerra vi passa dalla mischia rudimentale ad una questione di eserciti permanenti, diversificati e professionali, favorevoli all’espressione dei talenti individuali degli ufficiali. Sun Tzu dispensa poi consigli che, se mirano a prevalere in questo nuovo paradigma, lo superano al punto che, più di duemila anni dopo, lo stratega britannico Liddell-Hartscrive che “non sono mai stati superati in ampiezza e profondità di giudizio”. Sun Tzu, infatti, vede la guerra come “una questione di vitale importanza per lo Stato”, onnipresente e non anormale, ma non professa un uso illimitato e permanente della forza. Al contrario, con lui, il combattimento è solo l’ultima risorsa, quando l’uso dell’astuzia, per “attaccare i piani del nemico” e le sue “alleanze”, non è stato sufficiente. . Devi conoscere il tuo nemico, per mezzo di spie. Al contrario, è necessario fingere debolezza quando siamo forti e forza quando siamo deboli. “La guerra si basa sull’inganno” e l’apice dell’abilità è vincere senza combattere, non “conquistare cento vittorie in cento battaglie”. In questo modo, “Un esercito vittorioso è vittorioso prima di cercare il combattimento”. Una guerra prolungata non può essere vantaggiosa per lo stato, quindi prendere una città intatta è meglio che iniziare un lungo e costoso assedio, e “ci sono strade da non prendere, truppe da non colpire, città da non colpire. assalto e terra da non contestare”. L’interesse prevale e il desiderio di sorpresa non deve mai portare a rischi avventati. A volte è meglio lasciare che il nemico prenda una città, per raggiungere obiettivi a lungo termine più importanti, e meglio un generale razionale che disobbedisca al sovrano quando necessario, piuttosto che un signore della guerra senza paura. Soprattutto bisogna sapersi adattare alle situazioni esistenti. Questo consiglio generale permette ai precetti del Maestro Sole un’eterna giovinezza. Il suo pensiero è un pensiero delle variazioni, del circostanziale:

È evidente l’influenza dei tredici capitoli sulla Cina fino all’epoca della Repubblica Popolare Cinese (RPC) che nacque, nel 1949, dalla vittoria dei comunisti nella guerra civile che li opponeva ai nazionalisti del Kuomintang ( KMT). Dopo il disastro di Nan Ch’ang, Mao Zedong preferì seguire il consiglio di Sun Tzu piuttosto che gli ordini del Comitato Centrale del Partito, iniziando dall’ottobre 1934 all’ottobre 1935, la Lunga Marcia, un vasto ritiro di 10.000 km verso il nord-est della Cina volto ad evitare combattere contro un nemico meglio posizionato con l’iniziativa. Mao ha quattro slogan affrontati: “Il nemico avanza – noi ci ritiriamo, il nemico si ferma – lo preoccupiamo, il nemico è esausto – lo colpiamo, il nemico si ritira – lo inseguiamo!” “. In effeti, la manovra permette di passare dialetticamente dalla difensiva alla controffensiva, un tempo sulle montagne del nord dove la popolazione è favorevole ai comunisti e il nemico lontano dalle sue basi. Lì, fuorviato dall’eccessiva fiducia in se stesso che lo ha guadagnato a furia di perseguire un’Armata Rossa che credeva debole, viene sconfitto.

La strategia che Mao poi fa seguire al regime rimane, tra le righe, intrisa di questo pensiero antico. La “strategia di autodifesa nucleare”, che mira a realizzare una forza deterrente dal debole al forte mediante il possesso di un arsenale nucleare sufficiente a infliggere al nemico danni dello stesso ordine di quello che provocherebbe con un attacco nucleare, dà rinnovata rilevanza al consiglio di usare la forza solo come ultima risorsa.

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Forza dentro, diplomazia e sotterfugio fuori? Cultura strategica in azione

L’impero cinese, che durò dal III secolo aC al 1911, voleva essere tian xia, padrone di “tutto ciò che è sotto il cielo”. Da questa pretesa simbolica di universalità scaturiva una visione concentrica del mondo. Il primo cerchio comprendeva lo spazio imperiale delimitato e l’ultimo l’esterno del mondo cinese; in mezzo c’erano i vicini stati tributari, l’ultimo cerchio in cui l’Impero si riservava il diritto di intervenire. Anche se questo non è un espansionismo in stile occidentale, dal momento che la Cina non ha imposto la sua cultura agli altri con la forza, la sua strategia difficilmente si è discostata da questa concezione. La spedizione dell’ammiraglio Zheng He in Africa nel XV secolo non ha mai visto un futuro: l’ultimo intervento cinese al di là dei mari risale al XVII secolo. A volte ancoraMao Zedong come Tchang Kaï-shek ha quindi cercato di unificare il Paese con l’uso della forza, la Cina volendo essere uno Stato multinazionale comprendente minoranze etniche: è fuori discussione per lei lavorare per compromessi con i “briganti”. separatisti “che potrebbero minare lo Stato. La notizia ci mostra quali atrocità possono provocare sulla popolazione uigura.

I passati interventi esterni della Cina hanno risposto alla stessa logica: evitare il caos interno. L’invio di truppe in Corea nel 1950 mirava a stabilizzare il regime contro le forze interne “controrivoluzionarie” che potevano emergere rafforzate da una vittoria del campo capitalista. L’uso della forza all’estero, anche per le ostilità ideologiche della Guerra Fredda, risponde a un preciso obiettivo strategico, legato all’interno della cerchia ristretta.

Le grandi vittorie cinesi sono però frutto della diplomazia. Nel 1997 e nel 1999, Hong Kong e Macao sono state rispettivamente cedute dal Regno Unito e dal Portogallo, unendo la RPC con lo status di regioni amministrative speciali (SAR) che consente loro di mantenere le loro specificità e la loro autonomia per 50 anni. Tuttavia, il giorno stesso di queste retrocessioni, l’Esercito Popolare di Liberazione (APL) entrò in questi territori, contrassegnandoli come appartenenti alla cerchia unificata ex-imperiale. Nel 2019 e nel 2020, le proteste di Hong Kong vedono Pechino minacciare di impiegare l’esercito in caso di richiesta del governo locale, lo status di SAR subordinando ad esso l’uso della forza militare e quindi ostacolando una cultura strategica che lo prevede, anche per il mantenimento dell’ordine – ricordiamo la repressione di piazza Tienanmen. Questo è il principio di Deng Xiaoping, “un paese, due sistemi”, che dovrebbe valere anche per Taiwan.

One China: cultura strategica messa alla prova della questione taiwanese

La questione taiwanese è una delle maggiori questioni strategiche nella Cina contemporanea. Recuperata dal Giappone nel 1945, Taiwan fu vinta alla fine della guerra civile dal KMT, sconfitto in terraferma, che prese Taipei come sua capitale provvisoria. Taiwan è, oggi, l’unica vestigia del regime nazionalista, e il suo governo continua a sostenere di essere “Repubblica di Cina”, non riconoscendo la RPC, mentre quest’ultima considera l’isola di Taiwan come propria. La “politica della Cina unica”, secondo la quale sia la terraferma che l’arcipelago taiwanese fanno parte dello stesso Paese, paradossalmente è un consenso su entrambi i lati dello stretto, ma i due regimi ovviamente differiscono su chi dovrebbe governare questa Cina. .

Come raggiungere allora l’unità? “La politica migliore è mantenere intatto lo stato”, ha affermato Sun Tzu: sarebbe costoso e rischioso per i due regimi rivali fare i conti l’uno con l’altro mentre mirano all’unità cinese. Prima è necessario “attaccare la strategia del nemico” poi “fargli rompere le sue alleanze”. Infatti, la RPC si afferma rapidamente come una potenza geopoliticamente incomparabile rispetto alla sua rivale, e si impegna in un gioco performativo sul principio di una Cina, ponendosi come prerequisito per l’apertura di relazioni bilaterali con qualsiasi paese terzo. come unico governo della Cina. Nel 1971 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo riconobbe come tale, portandolo a sostituire il regime nazionalista nel Consiglio di Sicurezza. La visita del 1972 del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon rappresenta una vittoria diplomatica e strategica. Sette anni dopo, gli Stati Uniti a loro volta riconobbero il regime, promulgando ilTaiwan Relations Act che li impegna a “garantire la sicurezza dell’isola, della sua gente, del suo sistema economico e sociale”. Ricordano così a Pechino che, se viene riconosciuto come il governo legale della Cina, questo non potrebbe necessariamente costituire un assegno in bianco per un’invasione. La RPC non ha raggiunto pienamente i suoi fini diplomaticamente, quindi si impegna in spese militari e dimostrazioni di forza. Che abbia o meno intenzione di attaccare Taiwan, sa che abbassare la guardia correrebbe il rischio di una dichiarazione di indipendenza, in cui l’isola sarebbe invasa dalla legge anti-secessione del 2005.

Questi ultimatum da entrambe le parti sembrano impedire qualsiasi uso della forza e vedono il perpetuarsi di una Taiwan di fatto indipendente se non de jure, ma non si tratta di un vero e proprio status quo: di comune accordo, i legami tra le due sponde sono sempre più vicino, la circolazione di capitali e turisti tra continente e arcipelago aumenta. Le economie guadagnano in integrazione, favorendo una possibile futura unificazione secondo il principio “un Paese, due sistemi” rispettoso delle loro differenze. La RPC diluisce gradualmente il suo rivale in sé, dandogli un cappio a lungo termine. Negoziando con il KMT anche quando quest’ultimo è all’opposizione, gioca sulle divisioni politiche taiwanesi. Se, secondo Clausewitz, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi,

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Sviluppo pacifico?

La Cina sembra ancora fedele al principio di non ingerenza negli affari di un Paese situato al di fuori del mondo cinese, in linea con la natura ormai illegale dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. In questo contesto, la cultura strategica cinese oggi conosce per la sua declinazione il concetto di “sviluppo pacifico”, sviluppato intorno al 2005 all’interno della rete di istituti di ricerca e think tank cui si ispira il Partito Comunista Cinese (PCC) per la sua strategia estera. e teorie americane delle relazioni internazionali. Questo approccio prevale nella ricerca “di una situazione quanto più favorevole possibile ai suoi interessi economici e strategici”.

Nel 2013, denunciando l’ancora significativa presenza americana nella regione indo-pacifica, Xi Jinping ha proposto ai Paesi della regione “principi fondamentali per la strategia di buon vicinato”: lo sviluppo di relazioni amichevoli, la ricerca della sicurezza e della prosperità comune, relazioni vantaggiose e non esclusive. I paesi dell’Asia sarebbero legati da una “comunità di destino” nei loro rispettivi interessi. In effetti, l’integrazione delle rispettive economie è evidente, soprattutto a favore della Cina. Allo stesso tempo, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, creata nel 2001, le consente di rafforzare le sue relazioni con i suoi vicini, a fronte di una NATO presente in Asia centrale. Ci sono inclinazioni cinesi non per l’espansionismo, termine usato da alcuni pensatori americani, ma per proteggere i confini. È un “pericoloso gioco delle alleanze” quello della Cina, che porta aiuti economici e militari a un Pakistan con cui condivide una certa animosità per l’India, mantenendo così un “triangolo nucleare” tra le tre potenze. Il PLA non gioca un ruolo minore negli equilibri geopolitici regionali, come dimostra la strategia della “collana di perle”, consistente nella creazione di basi navali nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Indiano. Alcuni di loro situati nei territori di altri paesi e in aree contese, costituiscono staffette cinesi in tutta la regione. Nel 2017, per la prima volta, è stata aperta una base militare terrestre al di fuori della Cina, a Gibuti. La Cina è stabilita al di là dei mari, minacciando gli stati confinanti sconsiderati di attaccarlo. Si tratta di raggiungere un’egemonia regionale, la cui manifestazione è in parte di natura militare. Il decimo dei Trentasei stratagemmi, trattato cinese del Medioevo riscoperto nel XX secolo, raccomanda di “nascondere una spada in un sorriso”. La cultura strategica cinese, che promuove non solo la diplomazia, ma attraverso di essa una forma di doppio gioco, trova oggi, nella geopolitica dell’Indo-Pacifico, un terreno favorevole per la sua espressione.

Oltre la guerra, ai confini del mondo

La Cina è in prima linea nell’anticipare la guerra futura. La sua cultura strategica ha subito un significativo rinnovamento intellettuale subito dopo la Guerra del Golfo, con la pubblicazione dei colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsuidi La guerra fuori dai confini. Gli ufficiali del PLA prendono atto del fatto che, d’ora in poi, “l’umanità dà a qualsiasi spazio il senso di un campo di battaglia”, che ora è “ovunque”. La nuova guerra sarà caratterizzata da un crescente offuscamento dei suoi confini con la non guerra, sarà “qualcosa che non abbiamo mai considerato come guerra”, mobilitando risorse civili preesistenti in campo cibernetico, finanziario o commerciale, nelle mani di un “combattente digitale”. Senza una forma chiara, la guerra sarebbe ormai “fuori limite”, ed è una “nuova arte della guerra” – noteremo il riferimento a Sun Tzu -, che comprende tutti questi campi, che dovrebbe essere padroneggiata per vincita. Ci deve essere una coerenza, un uso combinato ponderato di questi mezzi basati su una “singola volontà”, dicono, usando le parole di Yu Fei, generale del XII secolo. Si attualizza così una cultura strategica che promuove l’uso delle armi solo se gli approcci non militari si sono rivelati inefficaci e raccomanda l’uso combinato della “forza ordinaria” (Cheng) e della “forza straordinaria” (Ch ‘i). La forza è ormai solo un frammento, un aspetto tra gli altri della guerra.

Lo ha capito bene lo Stato cinese, che investe costantemente in settori destinati a essere al centro della prossima guerra, in primis quello spaziale. Nel 2007 ha dimostrato, con la distruzione con un lancio di missili anti-satellite di uno dei suoi dispositivi, situato a 850 km di distanza, le sue capacità di attacco nello spazio, che investe e militarizza a tal punto da competere con gli Stati Uniti: vi ha lanciato 260 tonnellate nel decennio 2010-2020. Dal 2015, la forza di supporto strategico, una nuova componente del PLA, è responsabile dello spazio, oltre che del dominio cibernetico. Innovando in termini di pensiero e progresso tecnologico e scientifico, la Cina si sta affermando come una potenza leader in vista delle ostilità, militari e non, a venire.

Da alcuni decenni, infatti, il pensiero strategico cinese investe anche il campo dell’economia e del commercio, che ormai sono un mezzo privilegiato di espansione. Conosciamo i successi della politica economica e commerciale portata avanti dalla RPC dagli anni 1970. Nel 2013 è stato presentato il progetto One Belt One Road (OBOR), ora Belt and Road Initiative (BRI), che mira a sviluppare il commercio interno al continente eurasiatico attraverso un “corridoio economico” che collega la Cina all’Europa occidentale attraverso l’Asia centrale e il Medio Oriente, attraverso grandi progetti infrastrutturali. Questa “nuova via della seta”, così chiamata in riferimento a un tempo glorioso per la Cina, concretizza la “Grande Strategia Nazionale” definita dal generale Liu Yazhou, che chiamava nel 2001 ad “avanzare verso ovest” attraverso un “ponte terrestre tra Europa e Asia” per neutralizzare l’accerchiamento americano della Cina. Questa riflessione, radicata nel XXI secolo, non è da meno parte della tradizione di una strategia che preferisce aggirare il confronto frontale, facendo prendere in prestito beni e servizi a strade non controllate dagli Stati Uniti. Oltre agli interessi commerciali, spetta infatti alla Cina affermarsi come potenza indipendente, a capo di un ordine internazionale alternativo a quello guidato dagli Stati Uniti. Non tutti gli stati interessati vi aspirano, alcuni lo vedono come un mezzo per la Cina al servizio dei suoi soli interessi, non ignorando l’arte dell’ambiguità e dell’occultamento che è al centro della sua cultura strategica. .PCC , dal 2007, del soft power cinese, con lo sviluppo, prima nel sud-est asiatico, di istituti Confucio e scambi con università e centri culturali. Nel 2008 il Paese ha ospitato i Giochi Olimpici e l’Esposizione Universale, in linea con la diplomazia del ping-pong che ha contribuito al suo riavvicinamento con gli Stati Uniti. La Cina, che sa che in URSS mancava il soft power, ha compreso l’interesse di questo processo che, pur non violento, non va contro la sua tradizione strategica.

La Cina vuole la guerra? Niente è meno sicuro. La cultura strategica cinese promuove il dirottamento piuttosto che il confronto, mira a raggiungere i suoi obiettivi senza ricorrere alla forza. Questo pensiero trova oggi espressione concreta negli obiettivi della Repubblica Popolare Cinese sulla sua regione, obiettivi di unità ed egemonia, ma non di conquista. Forse non accetterebbe il colpo di una guerra frontale, convenzionale, contro gli Stati Uniti: infatti, i suoi obiettivi strategici non sono questi. Di fronte a una potenza americana che dedica enormi risorse alle guerre all’estero senza necessariamente raggiungere i propri fini, la Cina può segnare punti contestando l’ordine internazionale. È tanto, se non di più, per questa sua strategia a lungo termine che per la sua forza bruta, che sarebbe sbagliato sottovalutarla.

https://www.revueconflits.com/vaincre-sans-combattre-la-culture-strategique-chinoise/

Quanto sono realmente l’Europa e la Francia dipendenti dagli Stati Uniti? Intervista

Quanto sono realmente l’Europa e la Francia dipendenti dagli Stati Uniti?

Joe Biden ha intrapreso un importante tour europeo. Mentre la sua elezione ha sollevato le speranze di una luna di miele riconquistata dopo la presidenza Trump, i suoi primi 10 mesi in carica hanno smorzato le speranze.

Atlantico: Joe Biden inizia un nuovo tour diplomatico in Europa. Come scrive Gilles Paris su Le Monde, “Joe Biden aveva sbandierato il ritorno della leadership americana, ma tarda a manifestarsi”. È questa un’opportunità per l’Unione europea di accettare l’idea di un ritiro degli interessi statunitensi nei confronti del vecchio continente? Quanto è stata forte la disillusione dopo 10 mesi di presidenza Biden?

Cyrille Bret: In un anno, gli europei sono passati da un entusiasmo eccessivo a un’amarezza impotente nei confronti della presidenza Biden. Nell’autunno del 2019, gli europei hanno chiesto l’elezione di Joe Biden contro il presidente uscente Donald Trump. La speranza ha lasciato il posto al sollievo durante il periodo di transizione tra novembre e gennaio. Il candidato Biden aveva infatti promesso rispetto ai suoi alleati europei e asiatici durante la sua campagna. Ho quindi segnalato quanto fossero eccessive le speranze riposte in Joe Biden. Joe Biden è molto più gentile di Donald Trump. Il suo attaccamento al collegamento transatlantico è reale. Tuttavia, come ogni presidente americano, il suo obiettivo primario è la difesa e la promozione degli interessi nazionali americani, non di quelli europei..

Il tour autunnale in Europa di Joe Biden sarà molto diverso dal suo tour primaverile in cui ha incontrato i capi di stato e di governo della NATO e dell’Unione Europea. Oggi gli europei hanno visto che il ritorno degli Stati Uniti negli affari mondiali si concentrerà sull’Asia e darà priorità alla rivalità con la Cina. Dovrebbero risolversi ad affrontare l’ovvio: la presidenza Biden non intende investire troppo nelle aree e nelle questioni di interesse essenziale per gli europei: i rapporti con la Russia, l’instabilità in Medio Oriente. , la destabilizzazione dell’Africa settentrionale… Tuttavia, la fine della luna di miele arriva in un momento poco favorevole a questa consapevolezza: da un lato,

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Oggi la delusione è forte a Parigi o a Berlino ma non può essere tradotta in una generale presa di coscienza europea.

Gérald Olivier:  Quando Biden evoca un ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale, in realtà parla di un ritorno agli organismi internazionali.

Questi includono un ritorno all’accordo di Parigi sul clima, un possibile ripristino dell’accordo nucleare nei confronti dell’Iran, o addirittura il reinserimento degli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale della sanità.

Biden vuole che gli Stati Uniti rientrino nel gioco internazionale e mettano in risalto la loro diplomazia, piuttosto che la loro potenza militare. Questo ritorno sulla scena diplomatica è accompagnato dal continuo ritiro dal campo militare. La partenza frettolosa dall’Afghanistan è un esempio calzante. Gli Stati Uniti non intendono più essere i poliziotti del mondo e inviare i propri soldati a combattere lontano dal continente americano.

È tempo che gli europei si rendano conto che la guerra fredda è finita da trent’anni e che in un momento in cui gli Stati Uniti si ritirano da alcuni teatri, colgono l’occasione per ritirarsi dagli Stati Uniti… Gli europei stanno finalmente costruendo questa Europa della Difesa di cui parlano da trent’anni. L’esperienza passata suggerisce che questo non accadrà. La protezione della NATO è troppo pratica e troppo economica per rinunciarvi.

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Anche il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha rinnovato l’impegno degli Stati Uniti nel quadro dell’articolo 5 della Carta della NATO, impegno che Donald Trump aveva, per un po’ di tempo, messo in discussione, e gli europei si sentono perfettamente rassicurati.

Fino a che punto l’UE può fare a meno degli Stati Uniti?

Cirillo Bret:Gli Stati Uniti sono un alleato perfetto per gli europei per affrontare le diverse sfide contemporanee. La compenetrazione delle economie europea e americana, la vicinanza dei sistemi politici, il reciproco fascino culturale ei molteplici scambi tra società civili hanno creato per due secoli legami potentissimi tra le due sponde dell’Atlantico. D’altra parte, l’atlantismo beato sopravvaluta il “bisogno dell’America” ​​degli europei. Gli europei hanno fatto molto affidamento sugli Stati Uniti per la rivoluzione digitale e continuano a dipendere da GAFAM per molte infrastrutture e servizi nel settore. Allo stesso modo, in campo militare, molti Stati europei hanno riposto la loro fiducia nella protezione americana quasi più che nelle proprie forze armate.

Quando si parla di “bisogno dell’America”, è importante distinguere tra dipendenza irrazionale e convergenze reali. Oggi gli europei hanno bisogno degli Stati Uniti in molti campi tecnologici, militari e finanziari. Ma hanno anche bisogno urgente di rendersi conto dell’asimmetria del rapporto con Washington. Le priorità dell’America dalla presidenza Obama riguardano l’Asia, non l’Europa. Aspettarsi tutto da Washington è la strada più breve verso l’amarezza geopolitica.

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Gérald Olivier: L’Unione europea non può permettersi di fare a meno degli Stati Uniti, dal punto di vista politico, economico o militare.

Oltre ai paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale di molti paesi europei, Francia in testa.

Il mercato americano e quello europeo sono i due maggiori mercati mondiali, tra i due blocchi più ricchi del pianeta.

Si tratta di un rapporto economico privilegiato ed essenziale, che si coniuga con un rapporto culturale e strategico.

Sul fronte della difesa, è molto più economico per gli Stati europei fare affidamento sulla protezione americana che finanziare la propria protezione. La Francia è l’unica vera potenza militare nell’Europa continentale (a parte la Russia ovviamente, ma quest’ultima occupa lo spazio eurasiatico).

Sul fronte economico , attraverso il suo mercato interno, come ha bisogno l’Unione Europea dell’estero e degli USA in particolare?

Cirillo Bret: Il commercio non è solo un pilastro essenziale delle relazioni transatlantiche, ma anche uno dei motori dell’economia mondiale perché rappresenta oltre il 40% del commercio mondiale nel 2021. Fornisce 8 milioni di posti di lavoro ed è estremamente diversificato. Per garantire la sua autonomia strategica in campo militare, medico o informatico, l’Europa non ha bisogno di rinunciare alle sue esportazioni e alle sue importazioni verso gli Stati Uniti in generale. Piuttosto, deve proteggere alcuni dei suoi interessi chiave. In materia digitale, deve recuperare risolutamente attraverso la tassazione dei GAFAM ma soprattutto degli investimenti interni. In campo giuridico, gli europei devono anche contrastare l’ambizione americana di imporre tutti i loro standard al di fuori del proprio territorio.

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Gérald Olivier : Siamo in un mondo globalizzato, un paese che aspira a una posizione di potere non può accontentarsi delle relazioni regionali. Gli Stati Uniti e l’Europa sono partner importanti. Gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale dell’Europa. È un cliente di prim’ordine per la Germania, in particolare per l’industria automobilistica ed elettronica. Europa e Stati Uniti sono i due blocchi più sviluppati e più ricchi del mondo. Hanno quindi bisogno di un rapporto d’affari sereno e aperto. L’Europa rappresenta anche una quantità significativa di esportazioni americane. La Francia è solo il 5° cliente degli Stati Uniti ma rimangono partner estremamente importanti.

Sul piano militare, fino a che punto l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti? Dovremmo distinguere la loro capacità di rispondere alle minacce sul loro territorio, ad esempio nei confronti della Russia, dalla loro capacità di proiettarsi nei teatri di operazioni estere?

Cyrille Bret: In quest’area, gli europei hanno soprattutto bisogno di sviluppare i propri obiettivi strategici, le proprie capacità e le proprie operazioni. Le capacità di proiezione esterna dell’America sono sia quantitativamente che qualitativamente incomparabili. Ma gli europei sono intrappolati in un circolo vizioso: più si affidano agli Stati Uniti, meno si affidano a se stessi.

Gérald Olivier: Militarmente, l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti al 100%. Non esiste un esercito europeo. Le capacità di proiezione dell’Europa sono estremamente limitate. Gli Stati Uniti, inoltre, hanno un certo disprezzo verso gli eserciti europei, ad eccezione dell’esercito francese. Qualunque siano le relazioni tra Francia e Stati Uniti, c’è un vero rispetto da parte dei militari americani nei confronti dei loro omologhi francesi, perché riconoscono il loro know-how, la loro esperienza sul campo e le loro capacità di adattamento. .

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Se consideriamo che esiste ancora uno spazio che possiamo chiamare “il mondo occidentale”, le cui nazioni condividono alcuni valori come l’attaccamento a un’economia di mercato, il rispetto delle libertà individuali, l’idea di governo del popolo da parte del popolo, al contrario di stati autoritari o totalitari, come la Russia o la Cina, allora potremmo concepire un approccio comune tra Stati Uniti ed Europa di fronte a questi avversari. Questo è esattamente ciò che vogliono gli Stati Uniti. Ma l’Europa non vede le cose allo stesso modo e considera, ad esempio, la Cina, come un partner del futuro, che può permetterle di guadagnare molti soldi e che non percepisce come un avversario esistenziale. …

In cambio, quello che si può rimproverare agli Stati Uniti, è una tendenza a non prendere in considerazione i paesi europei. Dall’inizio degli anni 2000, gli Stati Uniti hanno stabilito un’alleanza politica e militare con Australia, India e Giappone, nel mirino della zona indo-pacifica. Questa alleanza quadrilatera esiste ancora. La logica avrebbe voluto che la Francia, che è una potenza legittima nell’Indo-Pacifico attraverso le sue posizioni all’estero, fosse invitata a essere partner di questa alleanza. Non è successo. Idem ora con l’Aukus! Gli Stati Uniti si sono ritirati nel mondo “anglosassone”, ignorando i suoi legittimi partner nell’Europa continentale. Questo è un errore strategico, che maschera anche le rivalità economiche.

https://atlantico.fr/article/decryptage/a-quel-point-l-europe-et-la-france-sont-elles-vraiment-dependantes-des-etats-unis-joe-biden-emmanuel-macron-donald-trump-paris-washington-diplomatie-geopolitique-cyrille-bret-gerald-olivier?utm_source=sendinblue&utm_campaign=A_quel%20point%20lEurope%20et%20la%20France%20sont-elles%20vraiment%20d%C3%A9pendantes%20des%20%C3%89tats-Unis%20?&utm_medium=email

Perché le rivolte in Medio Oriente falliscono?_ Di  Hilal Khashan

Perché le rivolte in Medio Oriente falliscono?

I governi della regione hanno escogitato un sistema per schiacciare qualsiasi seria richiesta di cambiamento.

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Le rivolte del 2010-11 contro i regimi arabi autocratici hanno sbalordito il mondo. Gli oligarchi al potere nella regione erano noti per reprimere sistematicamente anche le più piccole manifestazioni di malcontento pubblico. Quando la rivolta in Tunisia si è verificata nel dicembre 2010, si è diffusa quasi istantaneamente, dal Marocco sull’Oceano Atlantico al Bahrain sul Golfo Persico. Commentatori politici stupiti hanno parlato dell’ascesa della tigre sunnita dormiente e dell’alba della democrazia in tutta la regione. Ma l’euforia non durò a lungo. Il Deep State arabo, con la sua macchina di coercizione e la sua rete di alleati locali, ha represso le proteste e schiacciato ogni tentativo di rovesciare i regimi. L’ingerenza straniera e la mancanza di una visione condivisa da parte degli attivisti arabi hanno anche contribuito a garantire che i disordini pubblici non avrebbero minacciato la sopravvivenza del regime.

primavera araba
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Macchinario di coercizione

Tra gli anni ’30 e ’60, organizzare un colpo di stato di successo in Medio Oriente era relativamente facile. Anche un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito potrebbe rovesciare un regime; avevano solo bisogno di comandare truppe sufficienti per impadronirsi del palazzo presidenziale o reale, del ministero della difesa e del ministero delle comunicazioni per controllare le articolazioni del sistema politico. In Iraq ci sono stati sei colpi di stato negli anni ’30, uno (un fallito golpe filo-nazista) nel 1941 e molti altri negli anni ’50 e ’60. La Siria ha visto tre colpi di stato nel 1949 e più negli anni ’50 fino al 1970. L’Egitto e la Libia hanno avuto rispettivamente un colpo di stato nel 1952 e nel 1969.

Ma nel 1970, l’era della sovversione del governo terminò, tranne che in Sudan, che subì un colpo di stato nel 1989. I governanti militari arabi avevano finalmente imparato come prevenire i tentativi di rovesciamento rafforzando la loro presa sull’esercito e sulla società. In Egitto, gli ufficiali che organizzarono il colpo di stato del 1952 istituirono il Consiglio del Comando Rivoluzionario sotto la guida di Gamal Abdel Nasser. Negli anni successivi divenne più sofisticato, adottando il titolo di Consiglio Supremo delle Forze Armate. In Siria, il presidente Hafez Assad ha epurato l’esercito e posto in posizioni di comando colleghi ufficiali alawiti, che controllavano le forze armate e nominavano funzionari leali per controllare il sistema politico. In Iraq, Saddam Hussein, salito al potere con un colpo di stato del 1968, ha eliminato brutalmente tutta l’opposizione all’interno del partito Baath al potere alla fine degli anni ’70 e ha fatto affidamento esclusivamente sul sostegno degli arabi sunniti della sua città natale di Tikrit per mantenere il controllo. Come altri governanti arabi, Saddam creò una forza speciale, chiamata Guardia Repubblicana, che divenne la componente più potente e fidata dell’esercito. In Libia, Moammar Gheddafi, che ha rovesciato la monarchia nel 1969, ha creato i reggimenti di Gheddafi per prevenire controcolpi e rivolte religiose militanti.

In Iran, dopo aver ispirato la Rivoluzione Islamica nel 1979, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini non si fidava dei militari e ordinò che i suoi massimi comandanti fossero giustiziati e molti altri licenziati. Khomeini mise in dubbio la lealtà dell’esercito, che aveva abbandonato lo scià dopo aver ucciso migliaia di manifestanti in quello che divenne noto come il Black Friday nel settembre 1978. Khomeini concentrò quindi la sua attenzione sulla formazione di un’unità d’élite delle forze armate chiamata Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica come così come la milizia Basij, un ramo dell’IRGC – entrambi responsabili della difesa del regime dalle minacce esterne e interne.

I governanti della regione avevano stretto un patto con la loro gente: il governo avrebbe provveduto ai bisogni di base del pubblico in cambio della loro disponibilità a rimanere fuori dalla vita politica. Ai cittadini sono stati essenzialmente promessi alloggi a basso costo, alimenti di base sovvenzionati, cure mediche gratuite e istruzione attraverso il college. Coloro che non hanno accettato l’accordo, tuttavia, hanno subito una punizione severa. In questo modo, sono stati costretti a consentire ai regimi di mantenere il potere ultimo virtualmente incontrastato.

I regimi repubblicani arabi hanno anche stabilito solide alleanze interne per aiutare a contenere eventuali disordini potenziali. In Siria, Hafez Assad ha cooptato la classe imprenditoriale sunnita a Damasco e Aleppo e ha dato loro mano libera nella gestione dell’economia. Ha messo sunniti in posizioni di governo di primo piano, anche se sotto l’occhio vigile dei lealisti alawiti. Suo figlio Bashar ha portato avanti la sua eredità, cooptando le tribù arabe sunnite nella regione di Jazeera per tenere a bada i curdi e dare legittimità al suo regime. Ha anche liberalizzato l’economia siriana e ha collaborato con la classe imprenditoriale sunnita. In Egitto, il presidente Hosni Mubarak ha permesso alle forze armate di essere coinvolte nell’economia. La firma degli accordi di Camp David nel 1978, la fine della guerra con Israele e l’assassinio del presidente Anwar Sadat da parte delle truppe dell’esercito rinnegate convinsero Mubarak a occuparsi dell’esercito con questioni economiche per evitare che tramasse per rovesciarlo. Anche in Arabia Saudita, il regime ha chiuso un occhio davanti agli ufficiali che intraprendono opportunità di affari e guadagnano commissioni. In Iran, gli ayatollah hanno gareggiato con la business class dei bazar senza sfrattarli dal mercato. Hanno anche introdotto sussidi alimentari, anche se l’economia ha sofferto a causa delle sanzioni statunitensi.

Negli ultimi anni, tuttavia, la stagnazione economica della regione ha ridotto la gamma dei sistemi di welfare del governo per la maggior parte dei paesi del Medio Oriente, portando spesso a disordini pubblici. I regimi hanno compensato la loro ridotta capacità di provvedere alle loro popolazioni aumentando il loro uso di tattiche coercitive a livelli senza precedenti.

Paesi potenzialmente instabili
(clicca per ingrandire)

Opposizione divisa

I leader autoritari della regione – siano essi repubblicani, monarchici o rivoluzionari islamici – hanno distrutto le società civili dei loro paesi, trovando varie giustificazioni per la loro repressione dell’opposizione. I leader arabi e iraniani hanno accusato le voci dissenzienti di agire per conto dell’imperialismo occidentale e del sionismo. Dopo la schiacciante sconfitta dell’Egitto nel 1967, Nasser represse tutte le critiche, affermando che nessun individuo dovrebbe distrarsi dagli sforzi per liberare il territorio occupato. In Iraq, Saddam ha ritratto i dissidenti sciiti come agenti iraniani. Poi, quando le milizie filo-iraniane hanno preso il potere dopo l’invasione statunitense nel 2003, hanno respinto le richieste dei sunniti di un equo accordo di condivisione del potere, definendoli agenti degli Stati Uniti, del sionismo e dei movimenti islamici radicali.

Allo stesso tempo, le forze di opposizione non sono riuscite a presentarsi come un blocco unito. In Iran, i riformisti articolano programmi diversi. In Iraq, coloro che chiedono il cambiamento attraversano lo spettro politico per includere comunisti, nazionalisti, gruppi arabi sunniti tradizionali e sadristi, sostenitori del religioso sciita anticonformista iracheno Muqtada al-Sadr. Sadr è in disaccordo con le milizie filo-iraniane, ma è anche attento a non inimicarsi Teheran, suggerendo che molti movimenti sciiti sono sostenuti dall’Iran.

Poco dopo l’inizio della rivolta siriana, i gruppi contrari al regime hanno iniziato a organizzarsi in Europa e in Turchia, tenendo numerosi incontri lì per cercare di concordare una nuova forma di governo per sostituire il regime di Assad, se fosse crollato. Alla fine, non sono riusciti a mettersi d’accordo su nulla. In Egitto, i movimenti che hanno partecipato alla rivolta per rovesciare Mubarak avevano poco in comune. Ciò ha spianato la strada ai militari per facilitare l’elezione del candidato dei Fratelli Musulmani Mohammad Morsi, in modo che potesse accelerare la sua eventuale estromissione. L’esercito era intenzionato a sbarazzarsi di lui, credendo che la sua visione del mondo fosse incoerente con la sua visione dell’Egitto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha radunato tutti i movimenti della società civile contro Morsi nel luglio 2013 e lo ha rovesciato. Ha poi messo a tacere questi movimenti, ribellandosi ai liberali e ai laici.

Inizialmente, sembrava che la rivolta in Tunisia fosse l’unica riuscita negli stati arabi. A tempo debito, tuttavia, anche questo non è riuscito a innescare alcun vero cambiamento. Le forze politiche emerse nel Paese dopo la caduta del governo del presidente Zine El Abidine Ben Ali si sono rafforzate, togliendo spazio politico a Ennahda, primo partito a formare un governo dopo le proteste. Alla fine, la politica tunisina ha raggiunto un’impasse e il pubblico è diventato disincantato dalla politica di partito. Anche il presidente politicamente indipendente, Kais Saied, ha seguito un percorso che assomigliava a quello dei precedenti governanti autocratici.

Intervento Straniero

L’ultimo fattore che ha portato alla fine delle rivolte arabe è stata l’ingerenza straniera. In Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti erano allarmati dalla caduta di Mubarak e dall’ascesa della Fratellanza. Dopo che Morsi fu rovesciato, diedero ad Abdel-Fattah el-Sissi miliardi di dollari per sostenere il suo regime. In Siria, gli Stati Uniti, Israele e gli Emirati Arabi Uniti non volevano vedere il crollo del regime di Assad. In effetti, le loro politiche in Siria differivano poco da quelle di Russia e Iran, il cui sostegno ha assicurato che il governo di Assad rimanesse al potere. In Libia, gli attacchi aerei della NATO hanno distrutto la macchina militare di Gheddafi, ma l’ingerenza straniera di Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Turchia ha mantenuto il paese diviso e in subbuglio. Nello Yemen, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno contribuito a sconfiggere una rivolta e poi hanno intrapreso una guerra contro i ribelli Houthi, che inizialmente hanno abilitato prima di rivoltarsi contro di loro. Le probabilità sono che lo Yemen sarebbe scivolato nell’anarchia anche senza l’intervento straniero, ma i suoi vicini arabi hanno certamente aggiunto benzina sul fuoco. In Bahrain, la maggioranza sciita oppressa ha guidato una rivolta nel febbraio 2011, che è stata sedata dai sauditi. Hanno distorto le richieste di equità e giustizia dei bahreiniti presentandole come parte di uno stratagemma iraniano per destabilizzare il paese.

La regione è lungi dall’essere pronta per insurrezioni di successo e le comunità politiche con un senso di visione nazionale devono ancora emergere. La risoluzione dei problemi interstatali in sospeso della regione, come le questioni curda e palestinese, deve precedere qualsiasi cambiamento interno. Comprensibilmente, i paesi aspirano a usare le proprie capacità economiche e tecnologiche per esercitare la propria influenza. Tuttavia, l’ideologia politica avvolta nel determinismo religioso è una ricetta per perpetuare il conflitto e bloccare le prospettive di sviluppo economico e politico.

https://geopoliticalfutures.com/why-uprisings-in-the-middle-east-fail/?tpa=ZTQ2YTJkMmQwNTZmY2FmN2E1ZGY0ZTE2MzYwNDAwMDFlNTA5OTk&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=https://geopoliticalfutures.com/why-uprisings-in-the-middle-east-fail/?tpa=ZTQ2YTJkMmQwNTZmY2FmN2E1ZGY0ZTE2MzYwNDAwMDFlNTA5OTk&utm_content&utm_campaign=PAID%20-%20Everything%20as%20it%27s%20published

Sudan, perché il colpo di stato?_di Bernard Lugan

Al di là dei commenti speciosi e superficiali dei media, gli eventi in corso in Sudan sono l’esatta ripetizione di quanto accaduto in Egitto tra il 2011 e il 2013.

In Egitto, lasciando defluire il corso dell’ondata della “primavera araba”, l’esercito ha deposto il maresciallo Mubarak, cedendo apparentemente il potere ai civili. Pensando di aver vinto, il presidente Morsi ha poi commesso diversi errori politici sotto l’occhio vigile dell’esercito che ha lasciato il movimento rivoluzionario a dividersi. Poi, nel 2013, di fronte all’esasperazione della popolazione a causa della penuria che era stata in gran parte organizzata da loro, l’esercito ha ripreso il potere. Alla fine della “primavera araba”, chiusa la parentesi civile, il generale al-Sisi era dunque succeduto al maresciallo Mubarak… ( vedi a questo proposito il mio libro Storia dell’Egitto dalle origini ai giorni nostri ).

In Sudan, nel 2019, l’esercito ha dovuto affrontare a sua volta una grande protesta popolare. Non volendo affrontare direttamente la folla, lasciò che quest’ultima cacciasse dal potere il generale Omar al-Bashir. Ma, proprio come in Egitto, ha mantenuto il controllo del gioco attraverso la creazione di un Consiglio sovrano presieduto dal generale al-Burhane e un governo di transizione, composto per metà da soldati e da civili,  presieduto da Abdallah Hamdok.

Come in Egitto, l’esercito ha lasciato che la situazione degenerasse mentre spingeva la componente civile del governo all’errore. Questo è stato tanto più facile per lui in quanto il paese è in bancarotta da quando l’indipendenza del Sud Sudan nel 2011 lo ha privato di circa il 75% delle sue entrate petrolifere. Il debito pubblico è colossale, le carenze apocalittiche e, come se non bastasse, il polmone del Paese che è Port Sudan sul Mar Rosso, collegato a Khartoum da una ferrovia, vera arteria vitale del Paese, è regolarmente bloccato dall’insurrezione dell’etnia Bedja che vive nell’entroterra.

Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, giudicando il momento favorevole a salvaguardare gli interessi dell’esercito, il generale al-Burhane ha preso formalmente il potere che già esercitava in gran parte tramite il Consiglio di Sovranità. Il momento era cruciale perché la componente civile dello Stato minacciava doppiamente i suoi interessi:

– Economicamente perché, come in Egitto, qui, in Sudan, sono le forze armate i veri attori economici del Paese.

– Giudiziariamente a causa dei crimini commessi durante la guerra in Darfur. Crimini che hanno portato l’ex presidente Omar al-Bashir ad essere incriminato dalla Corte penale internazionale. Tuttavia, la componente civile del governo ha acconsentito alla sua consegna a questo tribunale; decisione che molti militari hanno visto come un insulto. Ma anche come una minaccia perché tutti gli alti ufficiali dell’esercito sudanese hanno partecipato a questi terribili eventi.

La forza dell’esercito sudanese è paragonabile a quella dell’esercito egiziano? Se è così, come in Egitto, dopo il teatro delle ombre civile, un generale sarà quindi succeduto a un generale …

Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

“L’America ha nostalgia della guerra fredda”, di Emmanuel Todd

“L’America ha nostalgia della guerra fredda”

Emmanuel Todd il 14 ottobre 2021Lo storico Emmanuel Todd fa un clamoroso ritorno con una conferenza in cui contrappone la società americana a quella russa (14 ottobre 2021). Mostra cifre di supporto che il più malato non è quello che pensi. Vede anche su scala planetaria, anche nei nostri paesi, la fine della democrazia e la sua sostituzione con sistemi oligarchici (appropriazione del potere da parte di una minoranza).

La sua conferenza davanti all’associazione Dialogo franco-russo è disponibile sul web. Ecco il riassunto per i lettori di Herodote.net.

Tutto è iniziato con lo stupore dello storico per la “russofobia” che ha conquistato gli Stati Uniti. Nel 1989 i sondaggi davano, dopo 45 anni di “guerra fredda” , il 62% di buone opinioni rispetto all’URSS. Nel 2021 siamo al 22% delle buone opinioni sulla Russia, come se Putin fosse più repressivo di Stalin, Krusciov e Breznev messi insieme… o più minaccioso di Xi Jinping, il nuovo uomo forte cinese.

Emmanuel Todd spiega questa aberrazione con il fatto che gli Stati Uniti hanno nostalgia della Guerra Fredda, che gli ha permesso di dominare il mondo come nessun’altra potenza prima, oltre a offrire alla sua classe operaia un miglioramento senza precedenti delle loro condizioni.

Questa “nostalgia di giorni felici”  (!) non è priva di fondamento…

Nel suo primo libro del 1976 ( The Final Fall , Robert Laffont), Emmanuel Todd predisse l’implosione dell’URSS alla luce dell’aumento della mortalità infantile , prova di una società in via di disgregazione (un popolo può fare qualsiasi cosa a sostegno dei suoi leader tranne che mette in pericolo i suoi figli).

Oggi, quando la Russia viene presentata come un paese alla deriva, cosa osserviamo? Che la mortalità infantile sia più bassa in questo Paese (4,9 decessi di bambini sotto un anno per mille nascite) che negli Stati Uniti (5,6). Non è tutto. L’aspettativa di vita è in aumento in Russia, pur essendo ancora bassa, mentre è in calo negli Stati Uniti dall’inizio del 21° secolo nonostante la spesa sanitaria straordinariamente elevata (16,5% del prodotto interno lordo contro meno del 12% nei normali paesi avanzati) .

La causa è l’epidemia di oppiacei e l’alcolismo nelle popolazioni operaie (bianche) delle aree dismesse. Questo calo è correlato all’aumento del tasso di suicidi (14,5 per 100.000 abitanti contro probabilmente 11,5 in Russia). Queste morti “riflettono la distruzione della classe operaia americana” , ha detto Emmanuel Todd. Sottolinea al confronto la “  stabilità”  del sistema sociale russo, nonostante un tenore di vita molto più basso: “Se si confermano queste tendenze, significa che il modello sociale russo si sta avvicinando al modello europeo e che gli Stati Uniti sono allontanandosi dal modello dell’Europa occidentale” .

Lo storico guida il punto con il tasso di carcerazione: “  Nel 2016 avevamo 655 incarcerati ogni 100.000 abitanti negli Stati Uniti e solo 328 in Russia. Questo è il tasso più alto del mondo, non è una società normale! “ Questa incarcerazione di massa colpisce specificamente la minoranza nera. È l’altro lato del malessere americano con la cattiva sorte fatta ai lavoratori.

Alla luce di questi indicatori demografici, che parlano più forte degli indicatori economici, e come specialista dei sistemi familiari , Emmanuel Todd analizza la democrazia americana e la sua trasformazione dalla seconda guerra mondiale. Confessa la sua paura che gli Stati Uniti, per i quali nutre un incontenibile affetto, conoscano il destino dell’URSS in una riedizione di The Final Fall.

Il razzismo nel cuore della democrazia americana

In origine, gli Stati Uniti non erano predisposti a diventare e rimanere una grande democrazia. Come la società inglese da cui provengono, sono caratterizzati da un modello familiare di tipo “nucleare assoluto”  : è la famiglia limitata alla coppia e ai loro figli, questi ultimi che escono di casa da adulti senza avere la certezza dell’eredità . Questo modello differisce dalla famiglia nucleare del Bacino di Parigi, dove l’eredità è necessariamente condivisa tra tutti i figli, così come dallo stesso modello inglese temperato da un’aristocrazia dove l’eredità va al maggiore. 

Il risultato è una società molto individualista e diseguale negli Stati Uniti, che porta alla concentrazione delle fortune e all’eventuale avvento di un’oligarchia (governo di minoranza). Se il Paese ha evitato questo, lo deve alla presenza sul suo suolo di amerindi e soprattutto neri discendenti di schiavi africani.

Queste sono sia la vergogna che il collante della democrazia americana. Come Alexis de Tocqueville due secoli fa, tutti capiscono che se ne vergognano. Ma il cemento?…

Quando ottennero l’indipendenza nel 1783, gli Stati Uniti contavano quattro milioni di abitanti, di cui 700.000 schiavi africani . I promotori dell’indipendenza erano essi stessi piantatori della Virginia che possedevano molti schiavi. Per motivi di coesione sociale, hanno designato i neri come portatori della differenza umana, un modo per cancellare le differenze di classe tra i coloni. Così hanno la cittadinanza limitata alle persone bianche libere ( ” persone bianche libere” ) dal Naturalization Act del 26 settembre 1790. È l’unico evento di cittadinanza basato sul colore della pelle nel mondo moderno!

Non stupiamoci. La democrazia ha bisogno di uno spaventapasseri per pensare a se stessa come una comunità unita e per funzionare, come ha osservato Emmanuel Todd in un precedente saggio. Gli ateniesi potevano così cooperare ignorando le loro differenze sociali perché avevano la soddisfazione di dominare insieme schiavi e metic. Più vicino a noi, sotto la Terza Repubblica, la sinistra riuscì a instaurare la democrazia invitando tutti i francesi alla comunione nel “dovere di civilizzare le razze inferiori” (Jules Ferry).

In questo modo, attraverso l’individualismo sfrenato, il culto della libera impresa e appoggiandosi a risorse naturali pressoché illimitate, gli americani arrivarono a metà del XX secolo a produrre oltre il 40% della ricchezza mondiale rappresentando solo il 6% della popolazione umana. .

L’URSS, il miglior nemico dell’America

Gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza senza combattere, a differenza dell’antica Roma o dell’Inghilterra vittoriana! Si sono certamente impegnate in molte guerre ma sempre contro avversari insignificanti . L’unico avversario alla loro misura era la Germania, ma l’affrontarono solo in agonia, nel 1918 e nel 1944. Dopo la seconda guerra mondiale, riuscirono a mettere le mani sulla potenza industriale della Germania (11,6% dell’industria mondiale nel 1929). grazie al sacrificio di venti milioni di sovietici. “Il controllo americano sulla Germania sono le armi russe!” » scherza Emmanuel Todd.

Veniamo al paradosso fondamentale della potenza americana: deve il suo culmine (e il suo crollo) alla minaccia sovietica, da Stalin a Breznev, senza che i due nemici si scambiassero mai colpi. Emmanuel Todd insiste: “Il potere russo è stato associato a un grande momento di benessere nella vita degli Stati Uniti, con una classe operaia prospera, l’ascesa di uno stato sociale , la  piena occupazione, un keynesismo che va da sé, di un’America globalmente responsabile con il Piano Marshall. […] La competizione russa è stato il momento più bello della storia americana. “

Fu per evitare che la Grecia fosse travolta dalla ribellione comunista che gli Stati Uniti ebbero l’idea del Piano Marshall nel 1947. Fu per legare la Germania Ovest al blocco occidentale che promossero la creazione della CECA nel 1950 (European Coal and Steel Community), al culmine della Guerra Fredda (vittoria di Mao in Cina, invasione della Corea , golpe a Praga, blocco di Berlino, ecc.). La costruzione dell’Europa è come la NATO il frutto della guerra fredda; non sarebbe mai successo senza la minaccia sovietica.

È anche per cancellare l’umiliazione inflitta da Mosca con il lancio dello Sputnik che gli americani hanno intrapreso la conquista dello spazio, anche camminando sulla Luna . Infine, ultimo ma non meno importante , Washington ha promosso lo stile di vita americano in tutto il mondo libero con tutti i lati seducenti del soft power  : Coca-Cola, Hollywood, James Dean, West Side Story , American Motors, Lewis, ecc.

Con raddoppiata energia, Washington trascinò Mosca in una corsa agli armamenti che i sovietici non potevano vincere. Seguì un crollo dell’URSS e la sua implosione graduale grazie alla moderazione di Mikhail Gorbaciov . Tutti hanno visto lì il definitivo trionfo della democrazia americana e il pensatore americano Francis Fukuyama ha guadagnato la fama annunciando La fine della storia  !

L’America vittima del suo trionfo

Oggi, al termine della sua riflessione sugli Stati Uniti iniziata nel 2002 ( Dopo l’Impero ), Emmanuel Todd non è lontano dal dire, in opposizione a Fukuyama e ad imitazione di Orazio  : “la Russia sconfitta ha sconfitto il suo fiero vincitore”  !

Il paradosso nasce innanzitutto dal fatto che l’ideologia “progressista” veicolata dai comunisti ha alimentato la lotta dei neri americani per la loro emancipazione. I governanti americani dovevano necessariamente trattenere i loro colpi contro Martin Luther King e altri, salvo squalificarsi nella loro lotta contro l’URSS condotta in tutto il mondo in nome dei diritti umani e della libertà…

Ma, garantendo l’uguaglianza formale dei diritti ( Civil Rights Act ) e l’abolizione della “Jim Crow” leggi nel 1960 , neri americani inferto un colpo fatale per ciò che ha reso il collante della democrazia americana, il loro. Scaffalature! A che serviva la solidarietà tra le classi sociali quando i bianchi non avevano più nulla da difendere?

Seguì il disfacimento del welfare state e nel decennio successivo gli economisti della scuola di Chicago, raggruppati attorno a Milton Friedman, riuscirono a imporre le loro idee contro quelle di Keynes. Era il trionfo del neoliberismo , secondo il quale i profitti degli azionisti fanno la prosperità delle aziende e la felicità delle persone. In nome della quale i governi hanno deregolamentato le leggi sociali e le tutele per i lavoratori. Hanno anche incoraggiato le aziende a delocalizzare le fabbriche in paesi a basso salario, con tutte le conseguenze che vediamo oggi e sulle quali non ci soffermeremo.

Così, l’emancipazione dei neri americani, di cui nessuno si lamenterà, ha portato alla crisi della democrazia americana. Oggi si tratta di poter ”  definire una coscienza collettiva indipendentemente dalla questione razziale  ” , ha detto Todd La cosa è desiderabile. È possibile? Questa è un’altra domanda che lo storico affronta con avidità.

L’impossibile ritorno al passato

La fissazione americana per la Russia potrebbe essere spiegata dal desiderio inconscio di tornare ai “giorni felici” della Guerra Fredda. Ma logicamente, è contro la Cina che gli Stati Uniti dovrebbero dirigere le proprie forze se quest’ultima ha i motivi aggressivi che le vengono attribuiti. In questo caso, avrebbero tutto l’interesse a stringere un’alleanza contro di essa con la Russia, nello stesso modo in cui Nixon si riallacciava spettacolarmente a Mao nel 1972 per contrastare Breznev!

Se invece la Cina, fedele ai suoi duemila anni di storia, si preoccupa solo di proteggersi, allora gli americani potranno inseguire a loro piacimento i russi con la loro vendicatività. Senza profitto per nessuno perché le società sono cambiate e non si tornerà alla democrazia imperiale del dopoguerra come dimostra Emmanuel Todd.  

– L’istruzione primaria, la chiave per la democrazia

Tornando indietro nei secoli, lo storico osserva che la democrazia è stata ovunque resa possibile dall’alfabetizzazione di massa. Questo fu acquisito molto presto negli Stati Uniti, come osservò Tocqueville negli anni ’20 dell’Ottocento.

È stato acquisito in Russia prima della prima guerra mondiale con metà dei coscritti in grado di leggere e scrivere. Questo lo spiega, cioè la spinta rivoluzionaria che portò alla caduta dello zarismo con la Rivoluzione del febbraio 1917 . Sul perché questa rivoluzione democratica sia stata fuorviata dai bolscevichi nell’ottobre 1917 , al punto da generare uno stato totalitario di estrema ferocia, la spiegazione sta forse nel sistema familiare caratteristico della vecchia società russa…

Secondo le categorie sviluppate da Emmanuel Todd, la famiglia russa, a differenza di quella nucleare americana, è di tipo comunitario, con un patriarca circondato dai figli, dalla nuora e dai figli. Si tratta di un modello strettamente egualitario, con anche un alto status delle donne e la pratica dell’esogamia (matrimonio al di fuori del clan), in cui si contrappone al modello comunitario del mondo arabo-musulmano. Si trova in paesi come la Cina o regioni come il Limosino, insomma in tutti i luoghi che hanno accolto favorevolmente l’ideologia comunista!

A questo modello familiare in crisi all’inizio del XX secolo, il comunismo autoritario potrebbe presentarsi come un modello alternativo (rigorosa uguaglianza tra tutti e sottomissione a una figura patriarcale).

In tutto il mondo, quindi, l’alfabetizzazione di massa ha preceduto e consentito l’avvento della democrazia. Ma per fortuna non ci siamo fermati qui. Le società sviluppate del dopoguerra hanno sperimentato un rapido aumento dell’istruzione superiore. Da questo bene risultava un male con la comparsa di una nuova divisione sociale tra i colti “più alti” (Bac + 3, 4 o più) e gli altri.

– Istruzione superiore, morte della democrazia

Emmanuel Todd, in modo molto intuitivo e senza pretese, stima che il 25% della popolazione sia la soglia istruita “superiore” dalla quale la società è frammentata.

Il fenomeno è facile da capire: nell’Ottocento, quando i diplomati in Francia si contavano a portata di mano, un autore come Victor Hugo doveva scrivere in una lingua accessibile a tutti se voleva vendere anche un po’ di libri. Inutile dire che ci riuscì meravigliosamente ( Les Misérables circolava così di mano in mano anche nelle officine). Oggi, qualsiasi plumitif non ha più questo vincolo. Può gergare a piacimento con la certezza che troverà abbastanza lettori tra i colti “superiori” . Quindi non ha più paura di mostrare il suo disprezzo di classe per l’istruzione “inferiore” .

Questa frammentazione sociale fa ingrassare il cavolo della classe dominante che gioca con essa per deviare a suo profitto il sistema elettorale e appropriarsi del potere. I francesi lo sanno meglio di chiunque altro dal referendum fallito del 2005; è fuori questione aspettare le elezioni per un cambio di politica. Questo fenomeno è globale ed Emmanuel Todd lo vede con risentimento come la morte della democrazia: “Oggi il buon concetto di confronto tra paesi non è democrazia. Adottiamo l’ipotesi che tutti i sistemi oggi siano de facto oligarchici. Ciò che differenzia i russi e i cinesi dall’occidente è che sanno di trovarsi in una non democrazia oligarchica” .

Trascrizione gratuita della conferenza di Emmanuel Todd (14 ottobre 2021) a cura di André Larané

Stati Uniti e Cina, schermaglie di una partita complessa_Con Gianfranco Campa

Il confronto tra Cina e Stati Uniti assume caratteristiche sempre più complesse. Siamo ancora alle schermaglie, alla esibizione dei muscoli punteggiata qua e là da punzecchiature moleste da parte di protagonisti dalle spaventose riserve di potenza. Il palcoscenico eè pericolosamente affollato da protagonisti, tutti impegnati a difendere ed acquisire nuove posizioni, ma molto meno acquiescenti, rispetto allo scenario europeo, nei confronti dei due principali protagonisti. Come se non bastasse tutti, in particolare i centri decisori di Cina ed USA devono agire in funzione dei problemi e delle dinamiche politiche interne tutt’altro che agevoli da domare all’interno di formazioni sociali sempre più magmatiche pur se soggette a strumenti di controllo sempre più pervasivi. Ne risulta un intreccio, trasversale agli stessi paesi in competizione, di legami e conflitti tra centri di potere e di influenza ancora in gran parte sommerso e illeggibile da rendere imprevedibile la stessa dinamica dei conflitti in corso. Giuseppe Germinario

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L’iniziativa dei tre mari: un rimodellamento dell’Europa centrale?, di Rémi de Francqueville

Economia, geoeconomia e geopolitica hanno dinamiche diverse. Giuseppe Germinario

Dopo la Brexit, la Francia si ritrova sola contro la Germania e deve fare i conti con la strategia di Berlino sui temi militari ed energetici. Una cecità strategica che gli impedisce di pensare ai suoi rapporti con Russia e Cina. Mentre l’Europa occidentale pattina, l’Europa centrale inizia a fondersi con Pechino.

Come analizzare il desiderio francese di riscaldare i rapporti con Mosca? Secondo Velina Tchakarova , che dirige l’Austria Institut für Europa und Sicherheitspolitik (AIES), questo deve essere visto come un atto disperato di Parigi. Secondo lei, i paesi dell’Europa centrale e orientale sono molto preoccupati per questa manovra di una Francia indebolita e di un pensiero strategico debole, che trarrebbe vantaggio dal lasciare che i russi tornino da soli. A differenza dei tedeschi che non hanno mai interrotto i rapporti con la Russia, come dimostra il gasdotto Nord Stream II. Questo serve non solo a tenere Mosca lontana da Pechino ma anche a nascondere il quasi-fiasco tedesco nella transizione energetica, Corte dei Conti Federale compresa [1]denuncia lo slittamento incontrollato dei costi di produzione dell’energia elettrica, che rende il gas russo ancora più indispensabile. In una recente analisi [2] che ha scritto per l’AIES, Velina Tchakarova esamina la Three Seas Initiative. Questa alleanza riunisce 12 paesi [3] situati vicino alle rive del Mar Baltico, del Mar Nero e dell’Adriatico che stanno mostrando una forte crescita economica e controllando i loro bilanci. In virtù della loro posizione geografica, costituiscono in parte la pianura che conduce a Mosca, che è stata tentata di considerarli come uno glacis come oggi la Bielorussia o l’Ucraina.

Divisione europea

I 12 sono quindi oggetto delle attenzioni e dei finanziamenti di Washington e Bruxelles. In quanto tali, stanno sviluppando una rete di infrastrutture (come un tunnel sotto il Baltico) e soprattutto di gasdotti. Questi trasportano o trasporteranno gas americano, mediterraneo e mediorientale. Per gli americani lo shale gas è una forte leva per le esportazioni, in particolare verso l’Asia (Giappone e Corea del Sud) e verso l’Europa. Tra i 12, l’Austria, che fa parte della ruota della Germania, o l’Ungheria hanno legami con Russia e Cina. I paesi vicini della Russia (Polonia e Stati baltici) favoriscono naturalmente il gas americano. La Francia non dipendente dal gas di nessuno grazie alla sua flotta nucleare può trovare una posizione centrale e provare a spingere le pedine della sua industria nucleare con il gruppo di Visegrad[4] .

Inoltre, la Three Seas Initiative consente ad alcuni paesi di ritirarsi dalle Vie della Seta o dall’alleanza 17 + 1 che collega 17 paesi europei alla Cina, come la Lituania che ne è uscita nel maggio 2021. La Cina continua instancabilmente la sua opera di seduzione degli anelli deboli in Europa, come in Italia abbandonata da Bruxelles nell’inverno del 2020 e poi rilevata da Mario Draghi.

Pertanto, il silenzio assordante dell’Unione europea quando la Cina è entrata nel Pireo da Atene dieci anni fa rimane un mistero. Attualmente, la Serbia, ostracizzata dall’Europa negli anni ’90, offre il volto perfetto del vassallo di Pechino: pattuglie della polizia cinese a Belgrado, telecamere di sorveglianza cinesi in tutto il paese e uso di alto profilo del vaccino cinese. Le nuove Vie della Seta non passano molto.

Secondo Velina Tchakarova, all’interno dell’Unione, ogni paese europeo vuole fare tutto da solo, il che deriva da una mancanza di decisione da parte delle istituzioni europee. Possiamo anche ipotizzare che nel 2011 la minaccia cinese non sia stata oggetto di altrettanti commenti e analisi. Anche se, come si rammarica Thomas Gomart nelle sue recenti Guerre Invisibili , l’Occidente deve ancora affrontare una grave carenza di analisti del Partito Comunista Cinese.

Ma al di là del funzionamento del PCC, gli europei mancano anche di visibilità sul partenariato strategico sino-russo, che Velina Tchakarova chiama DragonBear ( DragonBear ). Questa partnership sarà rafforzata (cyber, spaziale, militare), senza che sia possibile avere molte informazioni sul suo contenuto.

Leggi anche: Libro: Il giorno in cui vincerà la Cina

La nuova aggressività cinese

Ciò che traspare dalla Cina, come l’anno scorso l’intervista del generale Qiao Liang [5] , uno degli autori della famosa Guerra oltre i limiti , è la considerazione di tutte le aree di intervento nel loro confronto con i loro nemici. Per ora, l’intreccio tra Cina e Stati Uniti, spesso descritto come ChinAmeric, haprima della presidenza Trump, era stata solo in parte rimessa in discussione: le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono aumentate notevolmente grazie ai confinamenti e agli aiuti forniti alle famiglie americane dallo stato federale. Queste eccedenze commerciali cinesi finiscono per essere riciclate in buoni del Tesoro USA, tanto più che non esiste una valuta o un sistema in grado di sostituire il dollaro oggi.

Alcune analisi stimano che la nuova aggressività della Cina la porterà a delusioni e che riprenderà le sembianze di un simpatico panda. Al tempo del 100 ° anniversario del Partito celebrato con grande sfarzo e l’onnipresenza di Xi Jinping, può mettere in dubbio un rilassamento imminente della linea di partito. Pechino resta sulla linea Stalin-Mao, di cui il presidente Xi assume i codici. Pertanto, leggeremo con interesse questo intervento [6]di John Garnaut, un ex giornalista australiano a Pechino diventato consigliere di Canberra, che dà una lettura molto ben argomentata della linea del Partito. L’ideologia di Pechino dà tutto il suo rilievo al soluzionismo tecnologico e al capitalismo della sorveglianza già denunciati da Shoshana Zuboff o Evgeny Morozov ben prima della crisi sanitaria. John Garnaut è uno dei primi analisti ad aver contribuito al risveglio degli australiani all’imperialismo cinese.

Resta da vedere cosa possono e vogliono gli stati occidentali irrigati dai finanziamenti di Pechino. Oltre al finanziamento dei think tank e delle università occidentali, secondo Velina Tchakarova, la Cina mantiene legami con 450 partiti politici in tutto il mondo (compresi i partiti socialdemocratici). Possiamo facilmente aggiungere che, a differenza dei sovietici russi durante la Guerra Fredda, i cinesi hanno risorse finanziarie straordinarie.

A causa dei legami del PCC con il Partito Democratico degli Stati Uniti, Velina Tchakarova crede che non ci sarà alcun conflitto armato tra Cina e Stati Uniti per i prossimi due anni (nonostante le dichiarazioni bellicose di Nikki Haley [7] per esempio). Quanto agli americani, il loro desiderio di trasformare la NATO in una lega contro la Cina sembra trovare poca eco tra i loro alleati. Stanno rafforzando i loro legami con i paesi Quad (India, Australia e Giappone) e anche con alcuni vicini della Cina che sono sotto pressione, come il Vietnam o le Filippine.

Velina Tchakarova ricorda che Russia e Cina si comportano da delinquenti e che di fronte a tali pratiche gli europei dovrebbero rafforzare la propria postura e i propri mezzi. Questo passa attraverso corpi d’armata su scala continentale. Ciò comporta anche lo sviluppo di corpi di mercenari, come il gruppo Warner per i russi, Black Water per gli americani o addirittura mercenari cinesi (alcuni dei quali sono addestrati dall’emblematico Erik Prince, fondatore di Black Water). L’Africa è diventata il parco giochi preferito dai cinesi. Russi e turchi seguono l’esempio nel continente e, da parte europea, solo la Francia vi mantiene un’attività.

Leggi anche: Deterrenza nucleare: il duello russo-americano messo alla prova della Cina

[1] Michel Bay, “Transizione ecologica. La Germania è preoccupata (finalmente!)”, Contrepoints , 16 maggio 2021.

[2] Velina Tchakarova, Livia Benko, “The Three Seas Initiative come approccio geopolitico e ruolo dell’Austria”, AIES Fokus , 11/2021.

[3] Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia.

[4] Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia.

[5] Si trova sul sito web di Conflits.

[6] Pubblicato sul sito Sinocism di Bill Bishop. Una traduzione francese può essere trovata sul sito Conflits.

[7] Ex ambasciatore all’ONU.

https://www.revueconflits.com/initiative-3-mers/

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