Di fronte a Mosca, l’Europa in un vicolo cieco Celebrata come simbolo di unità e vigore, la politica europea di sostegno all’Ucraina presenta una contraddizione fondamentale: prolungando una guerra che non può essere condotta senza gli americani, gli europei si sono messi nelle mani degli Stati Uniti. A quale prezzo?
Di Hélène Richard Non ci sarà pace in Ucraina prima del quarto anniversario del conflitto. Il nuovo ciclo di negoziati avviato a novembre è arenato.
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Perché la Groenlandia? Per la prima volta dalla firma del Trattato dell’Atlantico del Nord nel 1949, sono state dispiegate truppe per dissuadere un membro dell’Alleanza dall’accaparrarsi il territorio di un altro membro. Il capriccio imperialista di Donald Trump per la Groenlandia mette alla prova i suoi “alleati” europei.
Di Philippe Descamps La sovraesposizione geopolitica della Groenlandia deve probabilmente molto alla mappa del mondo disegnata da Gerard Mercator nel 1569. Per rappresentare il globo terrestre in piano, il metodo di proiezione cilindrica scelto dal geografo e matematico tedesco distorce le regioni polari.
FEBBRAIO 2026 L’America senza veli, l’Europa senza vita Più Europa per contrastare gli Stati Uniti e il loro imprevedibile presidente? Ripetuta fino alla nausea dai leader del Vecchio Continente, questa risposta riflessa nasconde un’evidenza che non è sfuggita a Donald Trump: in materia economica, sociale o diplomatica, l’Unione europea non è una forza. Incoraggia la sottomissione.
Tutti anti-imperialisti! La lotta contro l’egemonia americana, ieri percepita come una vecchia idea di sinistra o come il sintomo di un ostinato “campismo”, beneficia di un improbabile rilancio in questo inizio d’anno.
FEBBRAIO 2026 Le braci asiatiche del 1945 Un piano per trasformare l’Oceano Pacifico in un «lago americano»
Di Renaud Lambert Dopo il Venezuela, Taiwan? Per una parte della stampa occidentale, il colpo di forza americano nei Caraibi avrebbe aperto la strada a un’operazione simile da parte di Pechino contro Taipei. La prova? Il 29 e 30 dicembre scorso, l’esercito cinese ha circondato
FEBBRAIO 2026 Cambiare il regime o sottometterlo Che gli Stati Uniti rovescino un governo straniero non è una novità. Ma non tutti i colpi di forza americani seguono lo stesso modello. Il “regime change” neoconservatore, praticato negli anni di Bush, non sembra avere il favore dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Di Gilbert Achcar Bisogna avere una memoria molto selettiva per vedere nel rapimento del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e di sua moglie, lo scorso 3 gennaio, il “ritorno” di Washington a una politica “imperialista” che non sarebbe più stata in vigore dal 1945, se non addirittura dal 1918.
FEBBRAIO 2026 L’Iran in subbuglio Dall’8 gennaio gli iraniani sono vittime di una brutale repressione. La licenza concessa alle forze dell’ordine suggerisce che le autorità sono alle strette, consapevoli di giocarsi la sopravvivenza. Dopo l’esaurimento dell’apparato ideologico islamista, il cemento nazionalista si sta sgretolando. La crescita delle disuguaglianze e il rifiuto delle aspirazioni della popolazione favoriscono le ingerenze straniere, che rappresentano una grave minaccia per l’unità del Paese e la stabilità della regione.
Di Marmar Kabir Partita dal grande bazar di Teheran il 28 dicembre, la rivolta iraniana si sta rapidamente radicalizzando. «È l’anno del sangue!», «Morte al dittatore!».
Sommario del dossier: L’Iran in subbuglio, di Marmar Kabir Cambiare il regime o renderlo vassallo, di Gilbert Achcar L’America senza veli, l’Europa senza vita, di Benoît Bréville Le braci asiatiche del 1945, di Renaud Lambert Perché la Groenlandia?, di Philippe Descamps Di fronte a Mosca, l’Europa in un vicolo cieco, di Hélène Richard
FEBBRAIO 2026 L’Iran in subbuglio Dall’8 gennaio gli iraniani sono vittime di una brutale repressione. La licenza concessa alle forze dell’ordine suggerisce che le autorità sono alle strette, consapevoli di giocarsi la sopravvivenza. Dopo l’esaurimento dell’apparato ideologico islamista, il cemento nazionalista si sta sgretolando. La crescita delle disuguaglianze e il rifiuto delle aspirazioni della popolazione favoriscono le ingerenze straniere, che rappresentano una grave minaccia per l’unità del Paese e la stabilità della regione.
Di Marmar Kabir Partita dal grande bazar di Teheran il 28 dicembre, la rivolta iraniana si sta rapidamente radicalizzando. «È l’anno del sangue!», «Morte al dittatore!». Prevale la volontà di porre fine al potere in carica. Inconcepibili fino a poco tempo fa, riappaiono le bandiere dell’antico regime, con istruzioni di raduno impartite dall’estero da Reza Pahlavi,
Tra offensive doganali, mancato rispetto del diritto e delle organizzazioni internazionali, o ancora minacce territoriali, il presidente americano ha fatto a pezzi il multilateralismo che ha guidato i paesi dalla fine della seconda guerra mondiale. Ancora la settimana scorsa, il miliardario americano ha approfittato del raduno economico per chiedere la cessione della Groenlandia agli Stati Uniti, dopo aver lasciato aleggiare una nuova minaccia di dazi doganali sui paesi europei. Un nuovo colpo di scena che arriva subito dopo il rapimento di Nicolas Maduro in Venezuela. In contrapposizione al caos americano e all’America First, Pechino gioca una carta molto diversa, quella della stabilità e della difesa del multilateralismo. Una parola che è tornata cinque volte nel discorso del vice primo ministro cinese He Lifeng a Davos.
30.01.2026 GEOPOLITICA Quando il caos provocato dagli Stati Uniti fa il gioco della Cina Di fronte al ritorno del protezionismo americano e al clamoroso ritiro degli Stati Uniti dalle istituzioni internazionali, Pechino si pone come vero difensore del multilateralismo contro Donald Trump. La Cina approfitta del vuoto lasciato da Washington, nonostante un’economia squilibrata e l’instabilità interna.
Di MARGOT RUAULT Se il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha segnato un cambiamento nell’ordine mondiale, il Forum economico di Davos della scorsa settimana lo ha effettivamente sancito. «Oggi parlerò di una rottura nell’ordine mondiale, della fine di una piacevole finzione e dell’inizio di una dura realtà, in cui la geopolitica delle grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo»,
L’Office for Budget Responsibility, un ramo del Tesoro britannico, ha stimato che la Brexit costa al governo 90 miliardi di sterline all’anno in mancati introiti. Oltre all’aspetto economico, l’ostilità di Donald Trump nei confronti degli europei, che si estende anche al Regno Unito, porta Londra a mettere in discussione il rapporto speciale con la sua ex colonia e ad avvicinarsi a nuovi alleati, tra cui l’UE. Se un ritorno nell’UE sembra difficilmente ipotizzabile a breve termine, secondo lui c’è invece lo spazio politico necessario per accordi bilaterali. C’è la volontà di affrontare alcune questioni pragmatiche relative alle frizioni commerciali, ai controlli eccessivi delle merci alle frontiere, alla circolazione ragionevole dei lavoratori qualificati.
30.01.2026 Il Regno Unito cerca un impossibile «reset della Brexit» con l’Europa Sebbene i sondaggi mostrino un rifiuto della Brexit da parte della popolazione, la popolarità di Nigel Farage e del suo partito Reform, l’opposizione dei conservatori e le divisioni tra i laburisti dimostrano che la questione è ancora lungi dall’essere risolta.
Di GUILLAUME RENOUARD, da LONDRA A dieci anni di distanza, il Regno Unito sta per voltare pagina sulla Brexit? I negoziatori di Bruxelles e Londra hanno iniziato questo mese a discutere un nuovo accordo veterinario volto a eliminare la burocrazia post- Brexit e a facilitare il lavoro degli esportatori su entrambe le sponde della Manica.
La storia ricorderà che la folle cavalcata che è stata la seconda presidenza di Trump ha vacillato a Minneapolis-Saint Paul? «Sto esagerando, ma Minneapolis è il nuovo Vietnam dell’amministrazione americana», sorride Igor Tchoukarine, professore di storia all’Università del Minnesota. «Hanno scelto male la città, perché i cittadini si sono organizzati, con una vita comunitaria molto dinamica. Posso dirvi che sono stupito di vedere quanto le persone si aiutino a vicenda, i vicini parlino tra loro, escano, ci siano assemblee. Forse è l’unica cosa positiva in tutto ciò che sta accadendo». C’è solidarietà tra la gente, i rappresentanti eletti e la polizia locale. Il ruolo di quest’ultima, in particolare, è stato fondamentale.
31.01.2026 La «solidarietà» di Minneapolis fa indietreggiare Trump L’intervento nella città del Minnesota si è trasformato in un pantano politico per il presidente americano
Di Nicolas Chapuis Donald Trump vedeva Minneapolis e Saint Paul, le Twin Cities del Minnesota, come un terreno di battaglia ideale per la guerra culturale che sta conducendo contro i democratici. Ma la morte di Renee Nicole Good e quella di Alex Pretti – due americani di 37 anni uccisi a due settimane di distanza l’uno dall’altro da agenti della polizia federale dell’immigrazione (ICE) e della Border Patrol (un’agenzia federale per l’immigrazione), nell’ambito della grande operazione anti-immigrazione in corso in questo Stato del nord degli Stati Uniti – hanno compromesso la sua strategia.
Stephen Miller, Gregory Bovino e Kristi Noem volevano mantenere la pressione su Minneapolis, a tutti i costi. Una parte dei MAGA è rimasta delusa dal vedere l’atteggiamento più moderato di Trump. «È un punto di non ritorno: se pieghi il ginocchio ora, lo piegherai per sempre», ha detto Steve Bannon mercoledì. Fiasco. Per i falchi anti-immigrazione, Minneapolis rappresentava un’operazione su larga scala, decisa e aggressiva, volta a scioccare gli immigrati e i democratici delle “città santuario”. Il tutto con la certezza che, in vista delle elezioni di medio termine, avrebbe incontrato il favore degli americani che avevano votato per Trump sul tema dell’immigrazione. Ma il presidente ha capito che si trattava di un fiasco. Alla fine, ha rafforzato l’opposizione democratica che minaccia di provocare uno shutdown e ha scandalizzato gli americani: secondo il New York Times, oltre il 60% ha una cattiva opinione dell’ICE.
30.01.2026 Di fronte alle proteste suscitate dalle azioni letali della polizia anti-immigrazione a Minneapolis, il presidente americano ha frenato i suoi luogotenenti più duri. Una posizione insolita Immigrazione: Donald Trump, l’inaspettata forza moderatrice della sua stessa amministrazione Una battuta d’arresto – Il responsabile delle frontiere di Donald Trump, Tom Homan, ha dichiarato giovedì a Minneapolis che parte delle truppe dell’ICE e della Border Patrol saranno ritirate dalla città, dopo la morte di due civili americani.
Di Lola Ovarlez NULLA È PIÙ RARO, nell’amministrazione Trump, che sentire il presidente e i suoi ministri ammettere i propri errori. Giovedì, tuttavia, Tom Homan lo ha fatto.
C’è un prima e un dopo Groenlandia nelle relazioni transatlantiche, che si ripercuote sulla nebulosa populista. Questi partiti hanno infatti scoperto un “partner” certamente disposto ad aiutarli politicamente nelle prossime elezioni e che si rallegra “della crescente influenza dei partiti patriottici europei”, ma anche capace di minacciare di invadere un territorio sotto la sovranità di un paese membro dell’Unione europea. Una congiuntura di fattori che li mette in una situazione molto scomoda, perché rischia di farli apparire come le «pedine» di un grande fratello americano che ha deciso di asservire apertamente l’Europa.
30.01.2026 I partiti sovranisti europei sconcertati da Donald Trump In linea con l’ideologia anti-immigrazione del trumpismo e la sua angoscia per la scomparsa della civiltà, i partiti populisti europei sono tuttavia sconcertati dall’unilateralismo continentale imperiale ed egoista rivendicato da Trump, che urta le loro convinzioni nazionaliste e europeiste.
Di Laure Mandeville Il minimo che si possa dire è che l’incontrollabile Donald Trump non è un personaggio politico facile da “gestire”, anche per coloro che fino a poco tempo fa si consideravano suoi alleati da questa parte dell’Atlantico.
L’Ancien régime del Gabon ha abbandonato la sua veste di giunta militare e torna al suo vero status di governo civile con la benedizione e il sostegno di Emmanuel Macron.
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Questo articolo è il quarto capitolo della nostra lunga serie sul Gabon. Per evitare ai lettori di dover perdere tempo ed energie a cercare negli archivi di Substack, ho creato una pagina web completa che ospita i link a tutti gli articoli pubblicati sul Gabon. I lettori possono accedere direttamente a questa pagina omnibus, contenente informazioni di base e link a tutti gli articoli precedenti della serie sul Gabon, cliccando qui .
In alternativa, i lettori della home page di questo blog possono cliccare sulla scheda corrispondente nel pannello di navigazione, come illustrato nell’immagine sottostante:
Passiamo ora al quarto articolo della serie…
I. INTRODUZIONE
Il 30 agosto 2023, un colpo di stato guidato dal generale di brigata Brice Nguema ha spazzato via il governo civile del presidente Ali Bongo, in carica dall’agosto 2009. Il suo illustre padre, il presidente Omar Bongo, ha governato il Gabon per 42 anni prima di morire di cancro all’intestino nel giugno 2009.
Il Gabon è noto per la sua popolazione insolitamente francofila . Durante il referendum costituzionale francese del 1958 , tenutosi in parte per decidere il futuro dell’Africa francofona, il Gabon fu ilL’unica colonia che aspirava a diventare parte integrante della Francia . I gabonesi erano pronti a votare al referendum per far diventare la loro patria una provincia francese d’oltremare, con grande allarme di Charles de Gaulle, che voleva mantenere il controllo sul Gabon senza l’onere finanziario di amministrare una grande provincia d’oltremare. ( A quel tempo, il Gabon non era un produttore petrolifero commerciale. )
Per sua stessa ammissione, Charles de Gaulle ebbe difficoltà a convincere i leader politici locali della colonia del Gabon a persuadere la popolazione ad abbandonare l’idea di diventare una provincia francese d’oltremare e a votare invece per unirsi alla Comunità Francese , come ” stato associato ” della Francia.
Il voto per aderire all’organizzazione sovranazionale Communauté Française trasformò le colonie francofone africane in “stati associati”, avviati su un percorso controllato verso l’ indipendenza de jure , che avrebbe consentito loro di rivendicare il titolo di paesi “sovrani”, mentre la Francia manteneva di fatto il controllo delle loro economie e delle loro posizioni di politica estera.
Charles De Gaulle visitò le colonie francesi in Africa per fare campagna affinché votassero per l’indipendenza nominale. La foto lo ritrae con il leader nazionalista guineano Ahmed Touré durante la sua visita a Conakry nell’agosto del 1958. De Gaulle non riuscì a convincere Touré a esortare gli elettori del plebiscito guineano a votare per l’indipendenza nominale.
La Guinea fu l’unica eccezione tra le colonie francesi. Rifiutò l’idea di diventare uno “stato associato”, avviandosi verso un’indipendenza nominale. Durante il referendum costituzionale francese del 1958, la colonia di Guinea votò per la totale indipendenza dalla Francia.
La risposta della Francia fu la distruzione della maggior parte delle infrastrutture che aveva costruito in Guinea. Prima che gli amministratori coloniali francesi se ne andassero, tutte le linee telefoniche furono tagliate, i progetti per una rete fognaria nella capitale Conakry furono distrutti , i medicinali destinati agli ospedali guineani furono bruciati e , la mia preferita in assoluto… tutte le lampadine degli uffici furono svitate .
Per dissuadere altre colonie dall’emulare la Guinea, Charles De Gaulle vietò gli investimenti francesi nella colonia ribelle e interruppe i pagamenti delle pensioni ai veterani guineani che avevano combattuto per la Francia nella seconda guerra mondiale.
Imperturbabile di fronte alle dure azioni della Francia, la colonia ribelle si dichiarò pienamente indipendente il 2 ottobre 1958. Successivamente, la neonata Repubblica di Guinea entrò nell’orbita sovietica, sebbene mantenne relazioni amichevoli con gli Stati Uniti durante la presidenza di John F. Kennedy.
Charles De Gaulle fatica a mantenere la calma mentre Touré pronuncia il suo fatidico discorso nell’agosto del 1958, in cui afferma che la Guinea avrebbe cercato l’indipendenza totale dalla Francia. Il berretto kepi non si mosse dal tavolo quando il suo proprietario se ne andò furibondo.
Al contrario, il Gabon rimase saldamente nel campo francese. Il primo leader del Gabon post-indipendenza (nominale), il presidente Leon M’ba, dichiarò con orgoglio: “Ogni gabonese aveva due patrie : la Francia e il Gabon”.
Molti anni dopo, il suo successore, Albert-Bernard Bongo, avrebbe ampliato la dichiarazione di Leon M’ba aggiungendo: “L’Africa senza la Francia è come un’auto senza autista. Ma la Francia senza l’Africa è come un’auto senza benzina”.
Charles De Gaulle ebbe un ruolo personale nell’ascesa del presidente Bongo, capostipite della dinastia regnante Bongo, come spiegato in un articolo precedente :
Dopo che il Gabon ottenne l'”indipendenza” nell’agosto del 1960, Charles de Gaulle svolse un ruolo significativo nella selezione dei funzionari di gabinetto di alto e basso rango per il governo inaugurale del presidente Léon M’ba. Uno di questi funzionari fu il capitano di volo Albert-Bernard Bongo, che si congedò dall’aeronautica militare francese per prestare servizio nel governo gabonese. In seguito si ritirò dal servizio militare per ricoprire incarichi di gabinetto più elevati all’interno del governo.
Il 12 novembre 1966 fu nominato vicepresidente del Gabon, carica che assunse dopo che De Gaulle aveva costretto il presidente Léon M’ba, malato di cancro, a convincerlo a lasciare il suo letto d’ospedale. Il leader gabonese, ormai morente, fu prelevato dal suo letto d’ospedale, messo su una sedia a rotelle e trasportato in un ufficio, dove, con riluttanza, giurò che Bongo sarebbe stato suo vice e successore.
Le elezioni generali tenutesi nel marzo 1967 elessero Léon [senza opposizione] Presidente e legittimarono la carica di Bongo come suo Vicepresidente. Sebbene, in pratica, Bongo fosse il leader de facto del Gabon dal novembre 1966, il Presidente Léon M’ba era nella fase finale della sua malattia terminale.
Léon M’ba morì il 28 novembre 1967. Quattro giorni dopo, Albert-Bernard divenne formalmente presidente del Gabon, inaugurando 42 anni di governo autocratico temperato da un insolito livello di benevolenza.
La presidenza di Bongo fu caratterizzata da corruzione dilagante, nepotismo, miglioramenti del tenore di vita dei gabonesi dovuti al petrolio, corruzione dei dissidenti politici gabonesi e ricorso alla violenza solo come ultima risorsa. Impiegò il maggior numero possibile di cittadini gabonesi nella satura amministrazione pubblica per inserirli nel libro paga del governo, assicurarsi la loro lealtà e ridurre al minimo il rischio di ira o rivolte popolari.
Dopo la conversione all’Islam nel 1973, Albert-Bernard Bongo si trasformò in Omar Bongo Ondimba e si guadagnò l’agognata amicizia dei monarchi arabi del Golfo, che facilitarono l’ingresso del Gabon nell’OPEC nel 1975.
Il numero di musulmani in Gabon aumentò in seguito alla conversione di Bongo . Ciononostante, l’Islam continuò a essere una religione minoritaria in un paese a maggioranza cattolica.
Durante il suo lungo governo, Omar Bongo sfruttò la ricchezza petrolifera del Gabon per ottenere un alto grado di autonomia dai suoi manipolatori francesi, contribuendo con ingenti somme di denaro illecito alle campagne politiche di potenti politici francesi. Il suo denaro gli permise anche di esercitare influenza sulla politica estera francese nella subregione dell’Africa centrale.
Dopo la morte di Bongo per cancro nel 2009, l’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing raccontò pubblicamente come il sovrano gabonese avesse finanziato la campagna presidenziale di Jacques Chirac.
Qualsiasi leader francese offendesse, anche solo leggermente, il sovrano gabonese, veniva punito con il dirottamento del flusso di denaro verso i suoi rivali politici. Nel 2009, l’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing raccontò pubblicamente come Omar Bongo smise di contribuire alla sua campagna politica a causa di un disaccordo e iniziò a finanziare il suo principale rivale, Jacques Chirac, in vista delle elezioni presidenziali francesi del 1981 .
L’ex presidente Jacques Chirac, all’epoca alle prese con uno scandalo di corruzione, negò le accuse di Valery. Chirac sarebbe stato processato per appropriazione indebita e frode per aver creato falsi posti di lavoro pubblici per amici mentre era sindaco di Parigi. Chirac fu condannato a due anni di carcere con la condizionale nel 2011.
In ogni caso, l’abile utilizzo di imprenditori francesi come intermediari nella distribuzione segreta di valigette piene di denaro contante a potenti politici francesi ha garantito a Omar Bongo un certo livello di indipendenza per perseguire le politiche interne che desiderava. Tali politiche includevano la concessione di una quantità limitata di ricchezza petrolifera, appena sufficiente a prevenire disordini civili.
Bongo spese parte della ricchezza derivante dal petrolio in infrastrutture, costruendo diverse scuole, ospedali, università, nuove città e nuovi paesi, alcuni dei quali diedero il suo nome: la Bongo University , lo stadio Bongo , la città di Bongoville, diversi ospedali Bongo ,ecc.
Un uomo in bicicletta nella città gabonese di Libreville
Come già detto, era molto diverso dagli altri governanti autoritari del continente. Preferiva corrompere gli oppositori politici e ricorreva alla violenza solo quando tutti gli altri metodi si rivelavano inefficaci.
L’effetto dello stile di pacificazione di Omar Bongo fu che il Gabon rimase politicamente stabile per 42 anni, a differenza di altre nazioni della subregione dell’Africa centrale. Questa stabilità, nonostante la corruzione, permise l’afflusso di investimenti diretti esteri nel paese, ricco di petrolio, e la creazione di posti di lavoro. Sotto la presidenza di Omar Bongo, il Gabon raggiunse il quarto standard di vita più alto di tutta l’Africa.
Nel frattempo, la Guinea ricca di bauxite, che si era liberata dall’influenza e dal controllo francese, si classificava al 45° posto tra tutti i 54 stati africani.
Durante gli studi negli Stati Uniti, la ventitreenne Pascaline Bongo incontrò il famoso cantante reggae giamaicano Bob Marley e ebbe una relazione con lui dal 1980 fino alla sua morte nel 1981. Tornò in Gabon e in seguito prestò servizio nel governo del padre come Consigliere presidenziale (1987-1991), Ministro degli Affari Esteri (1991-1994) e Direttore del Gabinetto del Presidente (1994-2009).
Nei due mesi successivi alla morte di Omar Bongo nel giugno 2009, si verificò una breve lotta di potere tra la sua potente figlia Pascaline Bongo e il suo figlio dello spettacolo, Ali Bongo Ondimba (nato Alain-Bernard Bongo). Ali Bongo ottenne il controllo del potere.partito politico, Parti Démocratique Gabonais (PDG), e ne divenne candidato alle elezioni presidenziali dell’agosto 2009. Vinse la presidenza con un margine risicato, con il 41,8% dei voti totali espressi.
Il presidente Ali Bongo si dimostrò un amministratore del Gabon molto più inadeguato del suo defunto padre. Durante i suoi 14 anni di presidenza, il Gabon passò dal quarto standard di vita più alto dell’intero continente (54 nazioni) al settimo. Il tasso di disoccupazione giovanile non scese mai oltre la soglia del 30%. I servizi sanitari diminuirono e si manifestarono i problemi di fornitura elettrica continua.
Nel 2021 il Gabon si è classificato al 7° posto in termini di indici di sviluppo umano, registrando un calo rispetto al 4° posto del 2009.
Dopo 55 anni di stabilità politica, il 7 gennaio 2019 il Gabon ha subito un colpo di stato militare. Il colpo di stato è stato sventato grazie all’azione decisa del generale di brigata Brice Nguema, capo dell’intelligence.
Il tentato colpo di stato del 2019 da parte di elementi ribelli dell’esercito regolare e della guardia pretoriana, ufficialmente nota come Guardia repubblicana gabonese, ha colto di sorpresa molti osservatori esperti del Gabon, tra cui il sottoscritto.
Prima di gennaio 2019, il Gabon aveva subito un solo tentativo di colpo di stato in tutta la sua storia come stato indipendente, e ciò era avvenuto prima dell’ascesa al potere della dinastia Bongo.
La notte del 17 febbraio 1964, il presidente Leon M’ba fu rapito da 150 golpisti appartenenti all’esercito gabonese e alla gendarmeria. Fu salvato due giorni dopo dai paracadutisti francesi e dalle truppe lealiste gabonesi.
Il colpo di Stato del 1964 , eseguito da ufficiali subalterni della gendarmeria e della polizia paramilitare del Gabon, aveva come obiettivo il rovesciamento del presidente Léon M’ba. Il tentativo di colpo di Stato fu sventato dopo che il capitano dell’aeronautica francese Albert-Bernard Bongo, allora capo di stato maggiore di Léon M’ba, allertò Charles De Gaulle, che attivò i paracadutisti francesi di stanza in Senegal e nella Repubblica del Congo ( da non confondere con la Repubblica Democratica del Congo ).
Un’avanguardia di 50 paracadutisti francesi si diresse verso l’aeroporto internazionale di Libreville , in Gabon . Nonostante la chiusura dell’aeroporto, i golpisti gabonesi non riuscirono a impedire l’atterraggio dell’aereo da trasporto militare che trasportava l’avanguardia. Altri 600 paracadutisti francesi giunsero poco dopo per rinforzare i 50 soldati già a terra.
Gli ammutinati gabonesi rimasero scioccati e storditi dall’intervento militare francese. Charles De Gaulle non era intervenuto per respingere il colpo di stato militare compiuto nella Repubblica del Dahomey (oggi Repubblica del Benin) il 28 ottobre 1963.
De Gaulle scelse di non farsi coinvolgere nel colpo di stato del gennaio 1963 in Togo . Il presidente Sylvanus Olympio fu assassinato da golpisti infuriati per il suo fermo rifiuto di aumentare i finanziamenti per il piccolo esercito togolese e di consentirgli di espandersi oltre il limite di 250 uomini da lui imposto. Naturalmente, quando i golpisti togolesi si presentarono alla radio nazionale, dichiararono che il colpo di stato era dovuto al fallimento dell’economia nazionale e all’autoritarismo di Olympio.
De Gaulle si astenne anche dall’intervenire nell’agosto del 1963 per reprimere il colpo di stato delle ” Trois Glorieuses” (Tre Giorni Gloriosi) nella Repubblica del Congo ( da non confondere con la Repubblica Democratica del Congo ), che condivide un confine internazionale con il Gabon. Il colpo di stato delle ” Trois Glorieuses ” era avvenuto nel mezzo delle proteste popolari contro il governo autocratico del reverendo padre Fulbert Youlou, un sacerdote cattolico laicizzato , che non smise mai di indossare i suoi abiti clericali .
Fulbert Youlou fu il presidente inaugurale del Congo dopo l’indipendenza dalla Francia. Nonostante fosse stato ridotto all’abito laicale per aver preso parte a politiche di parte, l’ex prete cattolico continuò a indossare la tonaca . L’eccentrico prete estrasse notoriamente un fucile d’assalto AK-47 dalla tonaca per costringere i membri del parlamento a ritirare una risoluzione che lo esortava a dimettersi. Nonostante i frenetici appelli di Fulbert per chiedere aiuto, Charles De Gaulle si rifiutò di intervenire per fermare il colpo di stato dell’agosto 1963.
Ciò potrebbe sorprendere alcuni lettori che non hanno familiarità con la storia africana. La Francia non sempre interviene per fermare i colpi di stato, nemmeno quando a farlo sono coloro che si definiscono “rivoluzionari” . In particolare, la Francia si è astenuta dall’intervenire nei cicli infiniti di colpi di stato e contro-golpe che hanno travolto il Congo e la Repubblica del Benin, anche quando quei cicli hanno finito per assumere una sfolgorante sfumatura marxista.
Tornando al Gabon, i golpisti del febbraio 1964 si aspettavano che tutto andasse secondo i piani. Se le truppe francesi di stanza nel vicino Congo non avessero tentato di impedire il rovesciamento del reverendo padre Fulbert Youlou nell’agosto 1963, i golpisti gabonesi contavano che la Francia non sarebbe intervenuta per fermare il loro stesso colpo di stato.
Prima del tentato colpo di Stato del 1964, la presenza militare francese in Gabon era limitata a un contingente di 150 soldati francesi integrati nell’esercito gabonese come istruttori militari e comandanti dei 400 soldati gabonesi. La futura gigantesca base militare che avrebbe ospitato migliaia di soldati francesi non era ancora stata realizzata.
Quando il colpo di Stato ebbe inizio la notte del 17 febbraio 1964, i golpisti, provenienti dall’esercito e dalla gendarmeria, erano euforici perché nessuno degli ufficiali francesi infiltrati nell’esercito gabonese aveva tentato di fermarli. Alcuni golpisti fecero irruzione nella residenza presidenziale e presero in ostaggio il presidente Leon M’ba. Altri si rivolsero alla radio nazionale per annunciare la presa del potere politico e per affermare cheLe relazioni amichevoli del Gabon con la Francia rimarrebbero invariate .
I golpisti erano certi che il loro golpe sarebbe stato annoverato tra i numerosi colpi di Stato riusciti che travolsero il continente negli anni ’60. Tuttavia, si sbagliavano. Charles De Gaulle non avrebbe mai affidato ai golpisti la più francofila di tutte le ex colonie francesi in Africa.
Il fatto che la popolazione locale non sia scesa in piazza per manifestare il suo sostegno al colpo di Stato è stato un segnale incoraggiante anche per l’anziano presidente francese. Già nel 1964, il Gabon godeva di un tenore di vita relativamente elevato rispetto ad altri paesi africani. Pertanto, all’epoca in Gabon non esisteva il tipo di malcontento pubblico che avrebbe alimentato il sostegno popolare a un colpo di Stato.
I 650 paracadutisti francesi giunti in Gabon conquistarono rapidamente l’aeroporto e iniziarono a spostarsi verso l’interno. Ben presto, la stazione radio nazionale fu circondata, intrappolando al suo interno alcuni golpisti. Ciò che restava dei 150 golpisti che non si erano ancora arresi si ritirò dalla città di Libreville, inseguito dai paracadutisti francesi e dalle truppe lealiste gabonesi.
Confinati in una base militare nella città di Lambaréné , gli ammutinati gabonesi organizzarono la loro ultima resistenza, sparando con i fucili fino a esaurire le munizioni. La base militare fu colpita da ogni lato da pesanti mitragliatrici, da una massiccia raffica di colpi di mortaio e dal mitragliamento di un aereo militare francese. Dopo la resa, il golpista gabonese di più alto rango presente sulla scena fu ucciso a colpi d’arma da fuoco e gli ammutinati rimasti furono arrestati. Il presidente Leon M’ba fu liberato e riprese la sua presidenza.
Dopo la soppressione del colpo di stato, i delinquenti fedeli al presidente M’ba si sono riversati a Libreville per arrestare i membri dell’opposizione politica, scatenando violente manifestazioni di piazza che hanno dovuto essere sedate dalla polizia.
Per scoraggiare ulteriori tentativi di colpo di stato in Gabon, Charles de Gaulle istituì una vera e propria base militare con 2.000 paracadutisti francesi che operavano separatamente dal preesistente contingente francese incorporato nell’esercito gabonese.
Nel corso degli ultimi cinquant’anni, il numero di soldati francesi nella base militare è gradualmente diminuito. Nell’agosto 2023, la base militare contava 400 soldati francesi. Il numero è sceso a 350 soldati all’inizio del 2024 e poi a 300 soldati all’inizio del 2025.
Albert-Bernard Bongo (a sinistra) incontra Charles de Gaulle (a destra) a Parigi il 5 gennaio 1968, poco dopo l’insediamento di Bongo come presidente del Gabon. Albert-Bernard era ancora un ufficiale dell’aeronautica militare francese quando entrò a far parte del governo inaugurale del Gabon come funzionario di grado inferiore nel 1960.
All’indomani del tentato colpo di Stato del 1964, la fama di Albert-Bénard Bongo crebbe esponenzialmente. Charles De Gaulle rimase colpito dal fatto che la prima persona a rispondere al telefono e a informarlo del colpo di Stato in corso fosse Albert-Bernard, non l’ambasciatore Paul Cousseran, il massimo diplomatico francese in Gabon. Dopo la repressione del colpo di Stato, Cousseran fu rimosso dal suo incarico di ambasciatore.
Dopo la diagnosi di cancro al presidente M’ba nel 1965, Charles De Gaulle iniziò a preparare il ventinovenne Bongo a succedere a Léon M’ba. Nello stesso anno, Bongo fu promosso a una posizione di alto livello, che gli consentì di occuparsi delle questioni relative alla difesa nazionale. Nel novembre del 1966, Bongo fu promosso a vicepresidente. Un anno dopo, succedette al defunto Léon M’ba come presidente del Gabon.
In quanto membro della minoranza etnica Bateke , Bongo fu costretto a riflettere attentamente sulla sopravvivenza del suo governo in un paese politicamente dominato dal popolo Fang , che costituiva il gruppo etnico più numeroso del Gabon. Se il defunto presidente Leon M’ba, di etnia Fang, poteva essere costretto a fronteggiare un colpo di stato militare guidato da soldati per lo più di etnia Fang, allora c’erano ancora meno speranze per un Bateke di etnia Bateke, che non sarebbe mai salito alla presidenza senza l’aiuto di Charles De Gaulle.
Brice Nguema cammina dietro il presidente Omar Bongo durante la sua visita a Parigi nel luglio 2008 per incontrare il presidente francese Nicolas Sarkozy. Brice era guardia del corpo e assistente personale dello zio materno.
Dopo il colpo di stato del 1964 contro Leon M’ba, l’esercito e la gendarmeria furono epurati dagli elementi sleali e ristrutturati. Ma ciò non bastò. Una volta al potere, il presidente Omar Bongo iniziò a riorganizzare un’unità della gendarmeria, nota come Guardia Repubblicana Gabonese , trasformandola in un corpo di guardia pretoriana a cui affidare la propria sicurezza personale e la sopravvivenza del suo governo. Ciò implicava che le posizioni di comando all’interno del corpo di guardia pretoriana fossero occupate da individui sulla cui lealtà Omar Bongo potesse contare. Di chi fidarsi meglio dei propri familiari?
Omar Bongo ebbe numerose amanti nel corso della sua vita, molte delle quali gli diedero figli. Nel febbraio 2004, scoppiò uno scontro diplomatico tra Gabon e Perù a causa di un’accusa secondo cui la reginetta di bellezza peruviana Ivetta Santa Maria sarebbe stata attirata in Gabon per ricevere proposte di matrimonio da un eccitato Omar Bongo.
I Bongo sono sempre stati ferventi procreatori. Omar Bongo aveva 12 fratelli e sorelle, tra cui fratelli germani e fratellastri, ognuno dei quali ha generato numerosi figli. Il solo Omar Bongo ha generato 54 figli con la sua terza moglie, le sue due ex mogli e diverse amanti. Molti dei figli nati da Omar e dai suoi fratelli sono cresciuti ed sono entrati a far parte del governo come civili o si sono arruolati nell’esercito e nella polizia paramilitare (gendarmeria), dove hanno rapidamente progredito di grado. Quindi, quando menziono la dinastia regnante dei Bongo nei miei scritti, non mi riferisco solo ai discendenti diretti di Omar Bongo, ma alla numerosa famiglia allargata dei Bongo che include fratelli, cugini, nipoti e altri parenti di Omar.
I giornalisti dei media mainstream, deliranti, credono che la famiglia Bongo al potere sia composta semplicemente da Omar Bongo, dai suoi figli e dai suoi nipoti.
La famiglia Bongo durante il funerale della dottoressa Edith Lucie Bongo, il 19 marzo 2009. La defunta dottoressa era la terza moglie di Omar Bongo (nella foto in primo piano). Brice Nguema, in uniforme militare rossa, piange insieme ad altri membri della sua famiglia allargata. Omar Bongo è morto tre mesi dopo lo scatto della foto.
Per il bene della stabilità nazionale, Omar Bongo si è sempre impegnato a rispettare la diversità etnica del Paese. Persone di diverse etnie sono state selezionate per servire nelle istituzioni governative. Volontari di tutte le etnie sono stati reclutati per servire nelle forze armate regolari e nella polizia paramilitare. Ciononostante, Omar Bongo ha fatto attenzione a garantire che le posizioni di comando delicate nei servizi militari e di intelligence fossero ricoperte da membri della famiglia Bongo o da persone strettamente legate alla famiglia.
Omar Bongo ha elaborato con cura l’organigramma della Guardia Repubblicana del Gabon. Le posizioni più delicate nel servizio della Guardia Pretoriana sono state assegnate ai membri dell’albero genealogico dei Bongo. I soldati ordinari e gli ufficiali della Guardia Repubblicana del Gabon, che non avevano legami familiari con la famiglia Bongo, erano comunque legati alla famiglia regnante attraverso la loro identità condivisa in quanto membri della minoranza etnica Bateke. Il presupposto era che le persone che condividevano una lingua madre e una cultura comuni sarebbero sempre rimaste unite.
Ciò significava, di fatto, che i soldati gabonesi non di etnia Bateke difficilmente sarebbero stati scelti per prestare servizio nella Guardia Pretoriana d’élite, meglio equipaggiata dell’esercito regolare. Gli unici individui non Bateke accolti con entusiasmo nella Guardia Repubblicana Gabonese sono i suoi consiglieri militari francesi.
La pratica nepotistica di riservare incarichi sensibili in ambito militare e di sicurezza ai familiari è continuata anche dopo la morte di Omar Bongo, avvenuta nel giugno 2009. Proprio come il suo defunto padre, il presidente Ali Bongo si è assicurato che persone di tutte le etnie fossero rappresentate nel suo governo. Tuttavia, posizioni sensibili in ambito militare, di intelligence e di sicurezza erano riservate esclusivamente ai suoi consanguinei o a un membro dell’etnia Bateke.
Naturalmente, ci sono casi eccezionali in cui una persona fidata di un’altra etnia si è ritrovata a ricoprire una posizione delicata in termini di sicurezza. Ad esempio, il padre di Brice Nguema, un ufficiale militare di etnia Fang, era abbastanza vicino alla famiglia Bongo da poter sposare una delle sue componenti.
L’ex primo ministro francese Francois Fillon saluta i soldati francesi di stanza in Gabon nel luglio 2011. L’attuale amministrazione Macron è stata costretta dal diffuso sentimento antifrancese nell’Africa occidentale a ritirare le truppe e a chiudere le basi militari, lasciando Gabon e Gibuti come gli unici paesi africani ancora disposti a mantenere basi francesi.
Nonostante tutti i complessi sistemi di sicurezza, Ali Bongo non si sentì mai completamente al sicuro. Sporadiche proteste di piazza contro la sua incompetenza e incapacità di affrontare il peggioramento degli standard di vita si intensificavano. Semplicemente non aveva le capacità amministrative del padre. Ma riusciva sempre a distrarre le masse attingendo alla sua esperienza di ex musicista e uomo dello spettacolo, che aveva organizzato la visita di Michael Jackson in Gabon nel 1992.
Nel 1977, Ali Bongo, allora diciottenne, produsse questa canzone funk,A Brand New Man:
Durante la sua presidenza, Ali Bongo organizzò visite in Gabon a celebrità internazionali per offrire intrattenimento e svago alla popolazione scontenta. Il famoso calciatore brasiliano Pelé fu portato in Gabon nel 2012. Tre anni dopo, il popolare calciatore argentino Lionel Messi ricevette milioni di dollari per visitare il Gabon, dove il calcio è amato dalla maggior parte delle persone.
Anche il presidente Ali Bongo ha dato spettacolopartecipare a concorsi di musica rapAlla fine del 2015, la novità e l’entusiasmo erano ormai svaniti e la maggior parte dei cittadini gabonesi era stanca e voleva semplicemente che se ne andasse.
Il presidente Ali Bongo rappa sul palco con artisti hip-hop gabonesi:
Dopo un devastante ictus che lo ha lasciato parzialmente paralizzato nell’ottobre 2018, l’alto comando militare gabonese ha iniziato a consigliare discretamente ad Ali Bongo di dimettersi e di prendersi cura della sua salute cagionevole.
Allarmato dai consigli non richiesti offerti da quella che era essenzialmente l’ala militare della famiglia Bongo al potere, il presidente Ali Bongo licenziò rapidamente il fratellastro, il colonnello Frédéric Bongo, dalla sua posizione di capo dei servizi segreti. Ali Bongo lo sostituì con il cugino più affidabile, il generale di brigata Brice Nguema, che dovette essere richiamato dal servizio diplomatico all’estero.
Il presidente Ali Bongo si fidava di Brice Nguema perché quest’ultimo non aveva mai manifestato alcuna ambizione politica. Nguema aveva precedentemente ricoperto il ruolo di assistente personale del defunto presidente Omar Bongo e successivamente quello di addetto militare nelle ambasciate gabonesi in Senegal e Marocco.
Il colonnello Frédéric Bongo era tra i membri della famiglia sacrificati da Brice Nguema per riconquistare il sostegno alla dinastia Bongo al potere, mascherata da giunta militare.
Tre mesi dopo che Brice aveva assunto il ruolo di capo dei servizi segreti, accadde ciò che prima era ritenuto impossibile. Nel 2019 ci fu un tentativo di colpo di Stato, eseguito congiuntamente da ribelli dell’esercito regolare e della Guardia Repubblicana Gabonese. Poiché i golpisti erano ufficiali di basso rango, nessuno di loro apparteneva alla famiglia Bongo, i cui membri ricoprono solitamente posizioni di medio e alto livello. Come già detto, il colpo di Stato del 2019 fu represso dal capo dei servizi segreti, il generale di brigata Brice Nguema, con l’aiuto del Gruppo di intervento della Gendarmeria, un’unità di forze speciali d’élite della polizia paramilitare del Gabon.
Il cugino materno di Ali Bongo, il generale Grégoire Kouna, era a capo della Guardia Repubblicana gabonese quando è avvenuto il tentativo di colpo di Stato del 2019.
Dopo essersi distinto nei servizi segreti, Brice è stato nominato capo della Guardia Repubblicana gabonese nell’aprile 2020, dopo che il generale Grégoire Kouna, altro membro della famiglia Bongo, era stato licenziato per non aver individuato e impedito il tentativo di colpo di Stato del 2019.
Con Brice Nguema in una posizione migliore per reprimere qualsiasi ulteriore tentativo di rovesciare il governo, il presidente Ali Bongo abbassò la guardia. Nonostante ulteriori consigli discretiNonostante l’alto comando militare gli avesse chiesto di dimettersi e di prendersi cura della sua salute cagionevole, Bongo è rimasto irremovibile nella sua intenzione di ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2023.
Le elezioni presidenziali tenutesi il 26 agosto 2023 hanno visto sfidarsi Ali Bongo e 19 esponenti dell’opposizione, alcuni dei quali avevano effettivamente ricoperto cariche nel governo di suo padre. Come riportato in articoli precedenti della serie, Omar Bongo spesso placava i suoi oppositori corrompendoli con incarichi governativi. Dopo la morte di Omar Bongo, molti dei dissidenti precedentemente corrotti sono tornati alla politica di opposizione.
Lo svolgimento delle elezioni presidenziali del 2023 è stato caratterizzato da irregolarità e brogli elettorali tali che molti elettori gabonesi hanno dato vita a violente proteste di piazza ancora prima che fossero annunciati i risultati elettorali.
Gli opinionisti dei media che non hanno familiarità con la cultura politica gabonese hanno spesso citato le sporadiche proteste di piazza contro Ali Bongo (e prima di lui contro suo padre) come segno di un diffuso sentimento anti-francese. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità.
Durante il tour africano di Emmanuel Macron nel marzo 2023, il Gabon è stato uno dei paesi che ha visitato senza incidenti. L’accoglienza cortese riservata a Macron in Gabon è in netto contrasto con le proteste di piazza scoppiate non appena il suo aereo è atterrato nella Repubblica Democratica del Congo, una nazione che non è mai stata una colonia francese.
L’arrivo di Macron in Gabon è avvenuto senza problemi. Tuttavia, la visita non è stata accolta favorevolmente dall’opposizione politica alla dinastia Bongo al potere.
I politici dell’opposizione non sono generalmente ostili all’influenza francese in Gabon. Si oppongono semplicemente a quello che interpretano come un [silenzioso] sostegno di Macron all’attuale presidente Ali Bongo nelle prossime elezioni presidenziali del 2023.
Una volta esclusi i gruppi marginali, la maggior parte dei membri dell’opposizione politica in Gabon non è contraria all’influenza francese nel proprio Paese, ma desidera semplicemente che il governo francese trasferisca il proprio sostegno dalla dinastia Bongo al potere a loro stessi. Questo atteggiamento in Gabon è in netto contrasto con la situazione in Guinea, Burkina Faso e Mali, che non vogliono avere nulla a che fare con la Francia.
Il veterano politico dell’opposizione e professore di economia Albert Ondo Ossa è stato il principale sfidante del presidente in carica Ali Bongo durante le elezioni dell’agosto 2023.
Pur proclamando ufficialmente la propria neutralità, il governo Macron non ha avuto problemi con la dichiarazione di Ali Bongo. “vincitore” delle elezioni presidenziali tenutesi il 26 agosto 2023. L’Eliseo era già abituato a lavorare con la famiglia Bongo e non vedeva alcun motivo per cambiare rotta. L’opposizione politica interna in Gabon era considerata debole e frammentata.
Non essendo riusciti a convincerlo a dimettersi, i vertici militari del Gabon hanno deciso di intervenire contro Ali Bongo nel mezzo di violente proteste di piazza contro le elezioni presidenziali, il cui risultato non era ancora stato annunciato.
Il 30 agosto 2023, la Commissione elettorale gabonese ha finalmente dichiarato Ali Bongo il “vincitore”delle elezioni presidenziali tenutesi quattro giorni prima. A quanto pare, aveva “sconfitto” il suo rivale più vicino, il professor Albert Ondo Ossa, di “ottenendo il 64,7% dei voti totali conteggiati”.
Pochi istanti dopo l’annuncio ufficiale dei risultati elettorali, un altro colpo di Statoha avuto luogo. Il colpo di Stato ebbe un successo clamoroso perché fu condotto dall’ala militare della famiglia Bongo al potere.
Con grande sorpresa di Ali Bongo, il colpo di Stato riuscito è stato guidato dal suo fidato cugino, il generale di brigata Brice Nguema, che aveva represso il precedente tentativo di colpo di Stato del 2019.
Sfortunatamente per Ali Bongo, quelle accorte precauzioni prese dal suo defunto padre non sono riuscite a impedire la sua destituzione. A quanto pare, nemmeno i membri fidati della famiglia sono al di sopra di golpisti in stile bizantino (anche se senza il raccapricciante rituale di accecare, castrare e tagliare il naso agli imperatori bizantini destituiti).
Questo titolo del Financial Times di Londra è emblematico dell’ignoranza dei media mainstream riguardo alla natura del colpo di Stato militare gabonese dell’agosto 2023.Un altro titolo spazzatura della CNN International che gongola per qualcosa che non è mai successo.
Nei giorni successivi al colpo di Stato del 2023, i media mainstream e alternativi hanno esultato per la fine dell’influenza francese in Gabon. Esperti incompetenti di entrambi i tipi di media hanno continuato a paragonare le nazioni dell’Africa occidentale Mali, Niger e Burkina Faso alla nazione centroafricana del Gabon, nonostante le evidenti differenze nella loro storia e cultura politica.
L’idea che le nazioni africane siano tutte uguali è un punto cieco che accomuna sia i media alternativi che quelli tradizionali.
Quattro giorni dopo il colpo di Stato, ho pubblicato il mio primo articolonella serie sul Gabon per correggere la versione ufficiale. Ho spiegato che i media mainstream non avevano idea di cosa stessero dicendo. Ho anche affermato che gli opinionisti dei media alternativi avevano immaginato un rivoluzionario, “anti-imperialista”colpo di stato che non è avvenuto.
L’ancien régime del Gabon continua sotto le spoglie di una giunta militare guidata da un generale dell’esercito direttamente collegato al presidente civile destituito.
Ho condiviso due video del popolo gabonese che festeggiava il colpo di Stato per le strade. Non c’erano bandiere francesi bruciate, né cartelli anti-francesi, né cori che denunciavano la presenza di 400 soldati francesi in Gabon. E sicuramente non c’erano bandiere russe sventolate da nessuna parte.
La gente comune era semplicemente felice di assistere alla fine dell’incompetente amministrazione di Ali Bongo, che non era stato possibile eliminare attraverso le elezioni. Alla maggior parte della popolazione non sembrava importare che il sostituto di Ali Bongo fosse un altro membro della famiglia Bongo in uniforme militare inamidata.
Ecco un video:
Ecco un altro video:
Pascaline Bongo ha rotto il silenzio per sostenere pubblicamente la destituzione dal potere del fratello, da cui era separata, a favore del cugino di primo grado. Questa mossa ha portato il veterano dissidente politico Albert Ondo Ossa a condannare il colpo di Stato come un “farsa”e un “affare interno alla famiglia Bongo orchestrato da Pascaline”.
Non ci sono prove che Pascaline fosse dietro al colpo di Stato. Tuttavia, Albert aveva ragione nel dire che il colpo di Stato non era affatto rivoluzionario. Il colpo di Stato non ha rovesciato la famiglia Bongo al potere, ma ha semplicemente riconfigurato la situazione.
Ali Bongo, Nouriddine Bongo, Slyvia Bongo e molti altri sono stati allontanati dal potere per far posto a membri più competenti della famiglia Bongo al governo. I membri civili della famiglia sono stati sostituiti dai membri militari, consentendo vecchio regimeadattarsi e continuare sotto forma di giunta militare.
Il popolo gabonese scende in piazza dopo il colpo di Stato
Il popolo gabonese non si lasciò ingannare. Sapeva bene che il generale di brigata Brice Nguema era un membro integrante della famiglia Bongo, che amava e onorava suo zio, il defunto presidente Omar Bongo.
Non appena è diventato il nuovo capo militare del Gabon, Brice Nguema si è precipitato alla tomba di suo zio materno per pregare. La notizia è stata ampiamente riportata dai media locali.
Il leader militare gabonese Brice Nguema visita la tomba di suo zio, il defunto presidente Omar Bongo. Il generale Nguema era molto più legato al defunto zio che ai suoi cugini, Ali e Pascaline.
Nonostante i timori del popolo gabonese riguardo al monopolio del potere della famiglia Bongo, sembra che esso apprezzi la stabilità politica, specialmente in una regione afflitta da guerre civili incessanti. Con un tasso di povertà del 34%, il Gabon è “paradiso”rispetto ai paesi confinanti dell’Africa centrale, dove dal 70% al 95% della popolazione è afflitta dalla povertà e dai conflitti civili.
Molti gabonesi apprezzavano il tenore di vita relativamente dignitoso garantito dal regime autocratico di Omar Bongo, capostipite della famiglia Bongo al potere.
Il popolo gabonese aveva sentito voci sul possibile coinvolgimento di Nguema in alcuni degli eccessi di corruzione della famiglia al potere, ma non protestò contro la sua ascesa alla carica di capo militare.
Forse ciò era dovuto al fatto che egli era un membro della famiglia Bongo, che in precedenza aveva operato dietro le quinte prima di assumere il potere come governante militare. Pertanto, era al riparo dal giudizio dell’opinione pubblica, a differenza dei suoi parenti più in vista, che avevano guidato il precedente governo civile e avevano dovuto affrontare l’ira della popolazione per la loro incompetenza.
Brice Nguema sollevato in aria dai festeggiamenti gabonesi felici di vedere la fine dell’amministrazione Ali Bongo
La popolarità di Nguema non ha subito alcun contraccolpo quando i media hanno rivelato che tra il 2015 e il 2018, mentre faceva parte dell’apparato di sicurezza dell’ormai defunta amministrazione di Ali Bongo, aveva speso un milione di dollari per acquistare tre case nel Maryland, negli Stati Uniti. Quando gli è stato chiesto delle sue case negli Stati Uniti e in Francia, Nguema ha dato alla stampa la seguente risposta laconica:
“Penso che sia in Francia che negli Stati Uniti, la vita privata sia una cosa privata che [dovrebbe essere] rispettata.”
La popolazione gabonese non presta quasi attenzione ai commenti sulle case all’estero di Brice Nguema. L’opinione pubblica era entusiasta della raffica di arresti di personaggi politici impopolari, che avevano tutti prestato servizio nel governo civile rovesciato. In tutta la capitale Libreville venivano scoperti mucchi su mucchi di denaro contante sottratto da Ali Bongo e dai suoi accoliti.
Ben 70 miliardi di franchi CFA (155 milioni di dollari) sono stati rinvenuti all’interno e nei dintorni dell’abitazione di Maitre Park, un amico sudcoreano di Ali Bongo che vive in Gabon da parecchio tempo. Una grande quantità di denaro contante è stata recuperata anche dall’abitazione di Ian Ngoulou, assistente personale di Noureddin Valentin Bongo, il figlio trentunenne di Ali Bongo.
Tutte queste scoperte sono state trasmesse dalla televisione di Stato del Gabon, suscitando indignazione tra i cittadini. Il nuovo governante militare ha cercato di placare la popolazione, promettendo che i funzionari pubblici che hanno sottratto denaro sarebbero stati perseguiti penalmente.
Nel settembre 2023, il leader della giunta militare Brice Nguema ha annunciato una transizione di due anni dal regime militare a un governo democratico eletto. Questa notizia è stata accolta con grande favore dall’opinione pubblica del Gabon, come riportato nel video qui sotto:
Sebbene Brice Nguema fosse reticente riguardo alla sua candidatura alle elezioni presidenziali fissate per aprile 2025, era chiaro a tutti i gabonesi più perspicaci che lo avrebbe fatto. Dopotutto, il suo cosiddetto“transizione alla democrazia”La costituzione lo ha esentato dal divieto generale che impediva ai membri della giunta al potere di candidarsi a cariche politiche elettive nel 2025.
L’avevo previsto nel mio terzo articolonella serie, pubblicata nel dicembre 2023, che tutti, dalla gente comune del Gabon a Emmanuel Macron, sarebbero d’accordo con la candidatura di Nguema alle elezioni presidenziali del 2025, anche se per ragioni diverse. :
Sebbene Brice non abbia ancora manifestato alcun interesse a candidarsi alle elezioni presidenziali del 2025, è molto probabile che lo farà per proteggere i propri interessi e quelli della famiglia Bongo allargata.
Il popolo del Gabon probabilmente tollererà la sua trasformazione in presidente civile, a condizione che egli sia in grado di mantenere la stabilità politica e di garantire che una parte delle ricchezze petrolifere continui a fluire verso il basso, verso le masse, come suo zio è stato in grado di fare per 42 anni.
La Francia non avrebbe nulla in contrario se un membro della famiglia Bongo continuasse a ricoprire la carica di presidente civile del Gabon dopo le elezioni previste per aprile 2025. Perché no?
Questo era molto importante perché i principali media aziendali, compresi quelli francesi, continuavano a sostenere in modo assurdo che il colpo di Stato in Gabon fosse simile al putsch nella Repubblica del Niger. Nguema si è sentito in dovere di assicurare a Macron che quelle notizie riportate dai media non erano vere.
Naturalmente, nessuna di queste recenti rivelazioni sulle silenziose rassicurazioni di Nguema alla Francia avrebbe sorpreso gli osservatori esperti degli eventi politici in Gabon. Ma potrebbe aver sorpreso quei romantici dei media alternativi, che hanno continuato a dipingere i golpisti gabonesi come“rivoluzionari che conquistano l’imperialismo francese”.
24 ore dopo essere diventato capo militare, Brice Nguema ha telefonato all’Eliseo per rassicurare Emmanuel Macron che il colpo di Stato gabonese dell’agosto 2023 non era diretto contro la Francia, contrariamente a quanto affermato dai media mainstream. I due uomini si sono poi incontrati a Parigi il 31 maggio 2024.
Quando ho scritto il mio primo articolo il 3 settembre 2023Non avevo modo di sapere della telefonata discreta fatta da Brice Nguema all’Eliseo per rassicurare Macron che gli ottusi dei media mainstream non avevano idea di cosa stessero blaterando. Tuttavia, ho notato che il governo francese aveva dato solo una tiepida risposta al colpo di Stato gabonese, così diversa dalla reazione viscerale ai colpi di Stato militari in Mali, Burkina Faso e Repubblica del Niger.
Ancora più importante, nessuno aveva chiesto l’espulsione dei 400 soldati francesi di stanza in Gabon. Né l’opinione pubblica, né alcuna figura politica di spicco, né i golpisti, che in seguito formarono una giunta militare.
Ho concluso il mio primo articolo con quanto segue:
Miei cari lettori, c’è una buona ragione per cui il presidente francese Emmanuel Macron non ha dato in escandescenze per il colpo di Stato in Gabon come aveva fatto quando i golpisti hanno preso il potere nella Repubblica del Niger.
Il sudcoreano Maitre Park, fotografato nella sua casa in Gabon con un enorme baule pieno di contanti. La somma di 155 milioni di dollari è stata recuperata dalla polizia gabonese nella sua abitazione. Il denaro gli era stato donato dal suo caro amico Ali Bongo.
Il periodo di transizione di due anni annunciato da Brice Nguema ha creato un’opportunità per ancien régime—sotto le spoglie di una giunta militare popolare, per aumentare il sostegno tra le masse compiendo alcuni sacrifici. Se i cittadini gabonesi comuni erano arrabbiati per la corruzione del governo, perché non offrire alcuni membri della famiglia Bongo come capri espiatori?
La giunta militare di Nguema ha ampliato la propria popolarità tra le masse sacrificando i membri più noti della famiglia Bongo: arrestando Sylvia Bongo (moglie di Ali Bongo) e Noureddine Bongo (figlio maggiore di Ali Bongo) con l’accusa di corruzione; destituendo il colonnello Frédéric Bongo (fratellastro di Ali Bongo) dall’esercito per indisciplina.
Anche diversi membri non appartenenti alla famiglia, che avevano ricoperto cariche di alto livello nelle strutture burocratiche del governo deposto di Ali Bongo, sono stati arrestati per il loro coinvolgimento in casi di corruzione e appropriazione indebita.
Sylvia Bongo Ondimba, ex First Lady e moglie di Ali Bongo, è in stato di detenzione dal colpo di Stato militare del 30 agosto 2023. È stata accusata di appropriazione indebita, frode e riciclaggio di denaro.
Nel mezzo della raffica di arresti e licenziamenti, Brice Nguema ha protetto con fermezza il cugino malato, l’ex presidente Ali Bongo, da ulteriori problemi dopo la sua rimozione forzata dalla carica. Il governante militare ha dichiarato che il cugino era libero di recarsi all’estero per cercare assistenza medica per i suoi problemi di salute.
Il fatto che Ali Bongo non sia stato incarcerato non sembra aver turbato più di tanto l’opinione pubblica gabonese. L’arresto di Sylvia, Noureddine e di diverse altre figure un tempo potenti con l’accusa di corruzione è stato sufficiente a soddisfare l’opinione pubblica, che ha così potuto dimenticare che la giunta militare comprende altri membri della famiglia Bongo in divisa militare.
Anche l’opinione pubblica ha accettato la motivazione addotta dalla giunta militare per spiegare perché Pascaline Bongonon è mai stata arrestata, nonostante il suo probabile coinvolgimento nelle attività corrotte dei precedenti governi guidati da suo padre e successivamente dal fratello, da cui si era allontanata.
Il governante militare Brice Nguema ha dichiarato pubblicamente che non era necessario arrestare e perseguire Pascaline a livello nazionale, poiché era già stata accusata di corruzione nel luglio 2022 davanti a un tribunale francese.
Nonostante l’ondata di arresti effettuati dalla polizia in Gabon nel settembre 2023, Pascaline, ormai in semi-pensione, si è recata in Francia per difendersi dall’accusa di aver accettato 8 milioni di euro in tangenti da Gruppo Elgistra il 2010 e il 2011. Queste presunte tangenti sarebbero state versate in cambio dell’aiuto fornito alla società di costruzioni francese nell’ottenimento di appalti pubblici dall’amministrazione di Ali Bongo.
Pascaline Bongo e il suo team legale francese a Parigi
La difesa di Pascaline era piuttosto semplice. Nel 2010 e nel 2011 non aveva il potere politico necessario per aiutare qualcuno ad aggiudicarsi appalti pubblici. Ha citato il rapporto conflittuale con suo fratello, di cui ho parlato in modo approfondito nel terzo articolonella nostra serie sul Gabon. Ecco un estratto:
Una volta che Ali Bongo ha preso il controllo del partito politico al potere… e successivamente è stato eletto presidente del Gabon nell’ottobre 2009, Pascaline è stata spinta in una spirale discendente dal potere e dall’influenza. Suo fratello l’ha gradualmente privata delle sue cariche e dei suoi privilegi. All’inizio del 2019, lei era ancora aggrappata alla sua ultima carica nazionale: alta rappresentante personale del presidente del Gabon.
Senza alcun preavviso, il 2 ottobre 2019, il Consiglio dei ministri presieduto da Ali Bongo, parzialmente paralizzato, ha rilasciato una breve dichiarazione di una sola frase in cui annunciava che Pascaline era stata licenziata dal suo ultimo incarico nazionale.
Il 22 aprile 2024, il Tribunale penale di Parigi ha dichiarato Pascaline non colpevole delle accuse di corruzione mosse contro di lei. Signora Bénédicte de Perthuis, il giudice che presiedeva, accettò l’argomentazione di Pascaline secondo cui la sua posizione di “Alto Rappresentante Personale del Presidente del Gabon” non le ha conferito la facoltà di aggiudicare gli appalti pubblici in questione. Il giudice ha inoltre sottolineato che la legge francese che rende reato la corruzione di un pubblico ufficiale straniero non esisteva al momento della presunta infrazione.
In altre parole, il giudice stava segnalando ai pubblici ministeri francesi di non perdere tempo a presentare nuove accuse relative a casi di corruzione risalenti al periodo in cui Pascaline ricopriva una posizione di potere nel governo di suo padre. Si tratterebbe quindi del periodo di 22 anni compreso tra il 1987 e il 2009.
Nonostante la sua apparente guerra alla corruzione, Brice Nguema non avrebbe mai rinunciato alla tradizione della famiglia Bongo di sfacciato nepotismo. Quindi, non sorprende che Brice abbia dato a suo cognato, Regis Onanga Ndiaye, il ruolo di Ministro degli Affari Esteri.
Regis Ndiaye durante una visita a Maria Luís Albuquerque, Commissario europeo per i servizi finanziari, il 21 maggio 2025.
La famiglia Ndiaye ha servito fedelmente la dinastia Bongo al potere per molti decenni. Il padre di Regis Ndiaye ha servito la precedente amministrazione di Omar Bongo come rappresentante della compagnia aerea statale Air Gabon.
Régis ha servito il governo di Ali Bongo come ambasciatore del Gabon in Senegal fino a quando suo cognato ha compiuto il colpo di Stato dell’agosto 2023.
In qualsiasi altro Paese africano, il colpo di Stato del 2023 avrebbe probabilmente segnato la fine della carriera politica di Regis Ndiaye. Ma il Gabon è piuttosto unico nel senso che sia il regime pre-colpo di Stato che quello post-colpo di Stato erano controllati dalla stessa famiglia al potere. In realtà, il colpo di Stato ha dato una spinta alla carriera di Ndiaye, che da ambasciatore in un sonnolento Paese dell’Africa occidentale prima del colpo di Stato è diventato capo del ministero degli Esteri del suo Paese dopo il colpo di Stato.
Quattro giorni dopo il colpo di Stato, Brice Nguema ha nominato Dieudonné Owono presidente della Corte costituzionale gabonese. Dieudonné è un parente stretto di Nguema e membro della famiglia allargata dei Bongo. Il precedente presidente della Corte costituzionale, Marie-Madeleine Mborantsuo, era una romantica amante del defunto Omar Bongo e aveva avuto due figli con lui.La presenza del generale Yves Barrasouaga all’interno della giunta militare era un primo segnale che vecchio regimenon era cessata di esistere, ma aveva assunto una forma diversa. Prima del colpo di Stato, l’ufficiale di polizia di etnia Bateke era a capo della Gendarmeria Nazionale. Dopo il colpo di Stato, è stato mantenuto come capo della polizia e gli è stato assegnato un ruolo aggiuntivo all’interno della giunta.
Sull’onda del sostegno popolare, Brice Nguema ha cercato di consolidare il proprio potere. Ha presieduto alla stesura di una nuova bozza di costituzione, che ha abolito il tradizionale sistema semi-presidenziale del Gabon a favore di un sistema puramente presidenziale. Questo cambiamento nel sistema politico ha abolito la carica di primo ministro, aprendo la strada alla concentrazione di tutti i poteri esecutivi nella presidenza.
La bozza di costituzione ha anche introdotto il concetto di limiti di mandato nella politica gabonese. Il vecchio sistema di mandati presidenziali illimitati di cinque anni, rinnovabili vincendo le elezioni, è stato abolito. La bozza di costituzione prevedeva un mandato presidenziale di sette anni rinnovabile una sola volta, il che significa che un presidente eletto può rimanere in carica per un massimo di 14 anni (cioè due mandati). La costituzione stabiliva che qualsiasi tentativo da parte dei futuri presidenti di modificare la legge per eliminare i limiti di mandato sarebbe stato considerato “reato di tradimento”. La bozza di costituzione conferiva ai futuri parlamenti eletti il potere di mettere sotto accusa “traditore” presidenti.
I candidati alla presidenza non devono avere più di 70 anni. In linea con la tendenza crescente nel continente, la nuova bozza di costituzione ha vietato i matrimoni tra persone dello stesso sesso in Gabon. Infine, la bozza di costituzione ha fissato la data delle prossime elezioni generali al 12 aprile 2025.
Come mostrato nel breve video qui sotto, la bozza di costituzione è stata presentata con grande clamore al governante militare Brice Nguema nel settembre 2024:
L’opinione pubblica ha accolto con favore l’introduzione nella bozza di costituzione dei limiti al mandato presidenziale, il divieto di “successione dinastica”e la disposizione che stabilisce che un candidato alla presidenza debba essere gabonese e avere anche un coniuge gabonese, una disposizione che secondo i principali media è rivolta all’ex first lady Sylvia Bongo, che è di origini francesi.
Non credo che sia vero, perché Sylvia e i suoi genitori hanno ottenuto la cittadinanza dopo essere emigrati in Gabon nel 1974. Sua madre ha lavorato per un certo periodo come segretaria personale di Omar Bongo.
Nel referendum tenutosi il 16 novembre 2024, il progetto è stato adottato come nuova costituzione dal 91,6% della popolazione gabonese. L’interpretazione di eventuali disposizioni ambigue contenute nella costituzione è di competenza della Corte costituzionale gabonese, presieduta da un giudice che fa parte dell’albero genealogico della famiglia Bongo.
Dalla casa dove è confinato dal colpo di Stato, l’ex presidente Ali Bongo ha chiesto alla giunta militare di rilasciare sua moglie e suo figlio maggiore, arrestati con l’accusa di corruzione.
Nel settembre 2024, Ali Bongo ha pubblicato una lettera aperta in cui dichiarava di aver abbandonato definitivamente la politica. “Desidero ribadire il mio ritiro dalla vita politica e la rinuncia definitiva a qualsiasi ambizione nazionale”.ha affermato nella lettera aperta.
Ali Bongo ha utilizzato la lettera per implorare la giunta militare di rilasciare sua moglie e suo figlio dalla detenzione, affermando che essi sono “capri espiatori indifesi”.Ha chiesto scusa al popolo gabonese per “i suoi difetti mentre era presidente”Mentre implorava la riconciliazione nazionale, Ali Bongo affermava nella lettera che la sua rinuncia alle ambizioni politiche personali si estendeva anche alla moglie e al figlio detenuti.
Brice Nguema ha ribadito che suo cugino sessantacinquenne era libero di recarsi all’estero per cercare assistenza medica per i suoi problemi di salute. Tuttavia, Sylvia e Noureddin sarebbero stati processati. In altre parole, i due membri più impopolari della famiglia Bongo avrebbero continuato a fungere da capri espiatori per il momento.
L’Associated Press ha riferito che la Francia ha chiuso le sue due basi militari in Senegal il 7 marzo 2025, in conformità con i desideri di Presidente Bassirou Diomaye Faye, eletto il 24 marzo 2024.
Durante tutto il 2024, Brice Nguema ha lavorato duramente per rinnovare la tradizionale amicizia che esisteva tra la Francia e la dinastia Bongo al potere.
Macron era piuttosto sollevato nel vedere che il virulento sentimento anti-francese nell’Africa occidentale non aveva “infetto” ampie zone della subregione dell’Africa centrale. Gli atteggiamenti nell’Africa centrale francofona vanno da francofiliaa un generale disgusto per la Francia. Non esistono paesi francofoni dell’Africa centrale che nutrano lo stesso odio viscerale nei confronti della Francia riscontrabile negli Stati francofoni dell’Africa occidentale.
Oltre al Gabon, il Repubblica del Congo(non la Repubblica Democratica del Congo) è un altro Paese dell’Africa centrale in cui la Francia non ritiene di stare perdendo terreno.
Anche nei paesi confinanti Repubblica Centrafricana (R.C.A.), l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della Francia non è affatto paragonabile alla virulenza di Mali o Burkina Faso. Nonostante le tensioni suscitate dalla sua decisione di assumere mercenari russi, la Repubblica Centrafricana ha sempre cercato di mantenere buoni rapporti con la Francia. È il governo Macron che ha reagito con veemenza al rafforzamento dei legami diplomatici e militari tra la Repubblica Centrafricana e la Russia.
Tuttavia, con il declino dell’influenza francese nell’Africa occidentale francofona, l’ostilità del presidente Macron nei confronti della Repubblica Centrafricana ha cominciato a dissiparsi. Nell’aprile 2024, ha finalmente accettato il ramoscello d’ulivo che la Repubblica Centrafricana gli stava offrendo dal 2018. Forse si è reso conto che erano state le politiche autolesionistiche dei suoi predecessori, in particolare Chirace Olanda—che ha costretto la Repubblica Centrafricana a chiedere aiuto al Cremlino in primo luogo.
Hollande era estremamente riluttante a intervenire nella Repubblica Centrafricana quando, nel dicembre 2012, gli insorti della minoranza musulmana di questo Paese a maggioranza cristiana hanno dato inizio alla guerra civile.
Mentre stava ancora valutando la richiesta ufficiale della Repubblica Centrafricana di aiuto militare francese, il 15 marzo 2013 gli insorti musulmani hanno conquistato e saccheggiato la capitale Bangui, causando il crollo del governo di Bozize.
Nel dicembre 2013 l’Eliseo ha finalmente autorizzato l’intervento militare francese. Poiché la Francia non aveva soldati di stanza nella Repubblica Centrafricana, avendo chiuso volontariamente la sua unica base militare quindici anni prima, sono stati necessari notevoli sforzi logistici per riunire le truppe francesi provenienti da varie basi militari in altri Stati africani e dalla stessa Francia.
L’intervento militare francese nella Repubblica Centrafricana è durato tre anni e si è concluso nell’ottobre 2016, con grande disappunto del presidente Faustin-Archange Touadéra, allora neoeletto leader del travagliato Paese centroafricano.
Una volta messa in sicurezza la capitale Bangui, il presidente francese Hollande ha dichiarato “missione compiuta” e ha ritirato volontariamente le truppe francesi, anche se la guerra civile era ancora in pieno svolgimento e gli insorti musulmani continuavano a imperversare in altre parti del Paese…
In parole povere, i russi hanno tratto vantaggio dall’erosione dell’influenza francese. L’erosione è iniziata nel luglio 1997, quando Chirac ha deciso chiudere l’unica base militare francese nella Repubblica Centrafricana, ritirando 1.400 paracadutistiL’erosione si è conclusa nell’ottobre 2016, quando Hollande ha rifiutato di prolungare l’assistenza militare francese contro gli insorti musulmani, nonostante le richieste del governo della Repubblica Centrafricana. Poco dopo, sono entrati in scena Yevgeny Prigozhin, sostenuto dal Cremlino, e i suoi mercenari.
Brice Nguema riceve istruzioni dai funzionari del seggio elettorale su come votare durante il referendum costituzionale del 2024.
Alla fine del 2024, Brice Nguema ed Emmanuel Macron hanno firmato un accordo che converte la base militare francese in Gabon in una struttura congiunta tra il Paese africano ricco di petrolio e la Francia. In altre parole, la gestione della base non sarà più di esclusiva competenza della Francia. Anche le truppe gabonesi potranno stazionare lì. Le disposizioni contenute nell’accordo firmato non sono una novità.
Durante il tour africano di Emmanuel Macron nel marzo 2023, egli ha avanzato la stessa proposta per la gestione congiunta delle basi militari francesiagli Stati africani francofoni amici:Gabon, Costa d’Avorio, Senegal e Ciad. Mentre gli altri paesi hanno rifiutato l’offerta e hanno chiesto cortesemente alla Francia di avviare la chiusura delle basi militari sui loro territori, il Gabon ha scelto una strada diversa, in linea con la sua storia unica di perpetuo francofilo caso anomalo in Africa.
Il 20 febbraio 2025, la Francia ha evacuato i propri soldati e ha ufficialmente consegnato alle autorità locali la sua unica base militare in Costa d’Avorio, ponendo fine a 50 anni di presenza militare francese nel Paese. Il 7 marzo 2025, la Francia ha completato il ritiro delle proprie truppe dal Senegal e ha consegnato gli edifici che costituivano le sue basi, ponendo fine a 65 anni di presenza militare francese nel Paese.
In francofilo In Gabon, il numero dei soldati francesi è stato ridotto a soli 150, in linea con i piani di conversione della base militare in una struttura congiunta delle due nazioni.
Le uniche basi militari francesi che rimangono immuni dalle turbolenze politiche che stanno investendo l’Africa francofona sono quelle situate nel Repubblica di Gibuti, che ospita 1.500 soldati francesi. Macron ha designato collettivamente queste basi come quartier generale militare francese in Africa. È interessante notare che Cina e Stati Uniti mantengono basi militari rivali a Gibuti.Tutti e tre i paesi stranieri pagano canoni annuali per affittare il terreno occupato dalle loro basi.
L’ambasciatore di Gibuti in Cina, Abdullah Miguil, conferisce una medaglia al contrammiraglio Liang Yang, primo comandante della base navale cinese a Gibuti (circa 2022).
Il 3 marzo 2025, Brice Nguema ha confermato pubblicamente che avrebbe partecipato alle elezioni presidenziali che si sarebbero tenute il mese successivo. Non c’era alcun dubbio su chi avrebbe vinto le elezioni.
Nguema non ha nemmeno dovuto sprecare energie per falsificare le elezioni. Era davvero popolare in Gabon ed era l’unico candidato presidenziale serio in corsa alle elezioni.
Politici veterani dell’opposizione, come il 73enne Pierre Claver Maganga Moussavou di Partito Socialdemocratico (PSD) e il professore di economia Albert Ondo Ossa, 71 anni, di Università Omar Bongo, erano costituzionalmente esclusi dalla candidatura alla presidenza a causa della loro età.
Entrambi sono esempi classici di politici dissidenti che hanno compromesso i propri principi in cambio di incarichi ministeriali nel governo di Omar Bongo.
Pierre Claver Maganga Moussavou
Dei due dissidenti veterani, il politico dell’opposizione di centro-sinistra Pierre Claver Maganga Moussavou è stato quello che ha prestato servizio più a lungo nel governo che entrambi avevano precedentemente denunciato come corrotto.
Pierre ha ricoperto diversi incarichi nel governo di Omar Bongo nei ministeri della pianificazione, dell’agricoltura, dei trasporti, dell’aviazione civile e del turismo. Dopo la morte di Omar Bongo nel 2009, Pierre è tornato alla politica dell’opposizione. Ciononostante, ha continuato ad alternare il sostegno e l’opposizione alle politiche di Ali Bongo, che non ha mai smesso di corteggiare il politico di sinistra in linea con la tradizione di pacificazione pacifica di suo padre.
Nel 2017 Pierre ha accettato la carica di vicepresidente nel governo di Ali Bongo. Tuttavia, nel 2019 ha perso la carica a causa di uno scandalo che lo ha visto coinvolto in un accordo con un’azienda cinese per il commercio illegale di legname.
Dopo il colpo di Stato, Pierre tornò definitivamente all’opposizione politica, poiché Brice Nguema non aveva alcun interesse a seguirlo. “politica di insediamento”di suo zio e suo cugino. In ogni caso, Nguema non considerava Pierre un valore elettorale. Il veterano politico dell’opposizione guidava la frangia Partito Socialdemocratico (PSD), che non ha mai ottenuto più del 3,6% dei voti totali espressi alle elezioni.
Partiti politici di opposizione marginali come PSD e altrierano apprezzati da Omar Bongo e Ali Bongo solo per la loro capacità di mobilitare le masse inferocite in proteste di piazza. Il generale di brigata Brice Nguema è attualmente la figura politica più popolare nell’intera storia del Gabon. Non ci sono masse inferocite che i partiti politici dell’opposizione possano mobilitare per proteste di piazza.
Il 25 marzo 2025, alcuni giornalisti francesi di France 24 Television e Radio France International (RFI) hanno intervistato il governatore militare Brice Nguema.
Poche settimane prima delle elezioni presidenziali del 2025, due giornalisti francesi sono arrivati nella capitale gabonese Libreville per intervistare il leader della giunta militareDurante l’intervista, Nguema ha dichiarato che avrebbe lasciato l’esercito prima di candidarsi alla presidenza. Non è una novità. La storia africana è piena di governanti militari che hanno abbandonato l’uniforme per diventare leader civili dopo le elezioni.
Durante l’intervista, Brice Nguema ha detto ai giornalisti che Sylvia Bongo era stata arrestata perché aveva falsificato la firma del marito su documenti ufficiali e sottratto fondi governativi. Brice ha insistito sul fatto che sarebbe stata processata insieme alle altre persone arrestate.
Quando i giornalisti hanno chiesto delle prove, Nguema ha ricordato loro che il braccio destro di Ali Bongo era paralizzato a causa di un ictus. Considerando che Ali Bongo era confinato nella sua residenza dall’ottobre 2018, quando era stato colpito dall’ictus, era probabile che tutti i documenti ufficiali inviati alla residenza presidenziale per la sua approvazione fossero stati restituiti con firme contraffatte della First Lady.
I giornalisti francesi non erano convinti delle argomentazioni di Brice Nguema, ma hanno lasciato perdere.
Il giornalista di France 24 Television ha giustamente osservato che solo una manciata di personalità politiche gabonesi era stata arrestata per corruzione. Molti personaggi politici di spicco erano ancora liberi e l’ex governantepartito politico, Partito Democratico Gabonese(PDG), aveva dichiarato il proprio sostegno al progetto di Nguema di candidarsi alla presidenza. Il giornalista ha chiesto esplicitamente a Nguema se stesse governando come il suo predecessore Ali Bongo.
Di seguito è riportato lo scambio tra Nguema e il giornalista di France 24 TV.:
Naturalmente, non c’era nulla di sbagliato nel mettere in discussione l’integrità personale del governante militare gabonese e nel chiedersi se fosse diverso dal cugino che aveva rovesciato. Il giornalista di France 24 ha giustamente criticato Brice Nguema per aver arrestato in modo selettivo alcune figure legate ad Ali Bongo, lasciando invece impunite altre.
Tuttavia, quella linea di interrogatorio tradiva una fondamentale mancanza di comprensione delle realtà politiche del Gabon. Poiché il giornalista di France 24 crede erroneamente che l’era del dominio della famiglia Bongo sia finita, interpreta l’applicazione del doppio standard da parte di Nguema come derivante da una mancanza morale personale. Da qui il motivo per cui ha chiesto a Nguema perché si comportasse apparentemente come Ali Bongo.
Contrariamente all’opinione del giornalista, non c’era nulla di egoistico o “personale” sulle azioni di Nguema come capo militare del Gabon. Nguema non ha nulla a che vedere con il cugino che ha deposto. Il rifiuto di Ali Bongo di dimettersi quando la sua impopolarità ha messo a repentaglio il dominio della famiglia Bongo è stato l’atto di egoismo definitivo. Nguema, invece, ha sempre agito nell’interesse della famiglia, ripulendo il disordine lasciato da Ali Bongo. Affinché il dominio della famiglia possa sopravvivere a lungo termine, è necessario adattarsi e fare concessioni. Da qui la designazione dei membri più impopolari della famiglia come capri espiatori per placare l’opinione pubblica gabonese, che rimane sconvolta dai 14 anni di leadership apertamente corrotta di Ali Bongo.
Per ovvie ragioni, Nguema non disse ai suoi ignari intervistatori francesi che vecchio regimenon è mai finita, che lui era il volto popolare del governo familiare che continuava sotto la facciata di una giunta militare. Ha evitato la domanda sull’incoerenza di arrestare alcuni personaggi politici corrotti mentre altri venivano lasciati liberi. Invece, ha discusso il suo piano futuro di trasformarsi in un presidente civile eletto.
Ha preso sottilmente le distanze dal partito di governo (PDG), molto impopolare, dichiarando che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali come indipendente, sostenuto dalla sua organizzazione elettorale personale. “I costruttori”.
I giornalisti francesi non hanno chiesto di vedere l’elenco dei membri di “I costruttori”. Se lo avessero fatto, avrebbero potuto rendersi conto che l’era del dominio della famiglia Bongo era ben lungi dall’essere finita. Ma d’altra parte, è del tutto possibile che vedere i nomi su quella lista non li avrebbe dissuasi dalle loro false supposizioni. Dopotutto, l’ignoranza è beatitudine.
In un altro punto dell’intervista, Brice Nguema ha deliziato i suoi interlocutori con la sua osservazione che il colpo di Stato del 2023 non aveva nulla in comune con quelli avvenuti in Niger, Mali e Burkina Faso nell’Africa occidentale. Nell’Africa centrale, il Gabon voleva semplicemente continuare la tradizione di mantenere buoni rapporti con la Francia.
Di seguito è riportato lo scambio tra Brice Nguema e il giornalista di Radio France International (RFI). :
Il giornalista della RFI non ha resistito alla tentazione di chiedere se il Gabon avrebbe permesso la creazione di una base navale cinese in futuro:
Nguema ha probabilmente abbassato la pressione sanguigna dei funzionari francesi invisibili confermando che il Gabon non accetterà alcuna futura richiesta da parte della Cina di costruire una base navale affacciata sul Golfo di Guinea. Il Gabon, invece, ha auspicato investimenti cinesi nelle infrastrutture gabonesi.
In un altro punto dell’intervista, Brice Nguema ha ribadito che le relazioni diplomatiche standard del Gabon con la Russia e la Cina rimarranno invariate. Ha rassicurato i giornalisti francesi sul fatto che le relazioni del Gabon con la Francia rimangono solide.
Il giornalista della TV francese 24 si è chiesto perché il Gabon non stesse seguendo l’esempio degli Stati dell’Africa occidentale chiedendo la chiusura della base militare francese. Ancora una volta, Nguema ha rassicurato che la base militare sarebbe rimasta. Tuttavia, il nome della base… “Camp De Gaulle”— dovrebbe essere modificato in qualcosa di più appropriato ai tempi.
Ancora una volta, quella domanda ha messo in luce la sorprendente ignoranza del giornalista francese riguardo alla storia e alla cultura politica del Gabon. Se uno qualsiasi di quei giornalisti francesi si fosse preso il tempo di avventurarsi per le strade e interagire con i cittadini comuni, avrebbe scoperto che in Gabon non esiste una base elettorale significativa che sostenga la chiusura della base militare francese.
I gabonesi che vivono nell’Africa centrale non sono intercambiabili con i burkinabé e i maliani che vivono a più di mille chilometri di distanza nell’Africa occidentale.
In Gabon esiste letteralmente un’intera città che prende il nome dalla Francia. Si chiama Franceville, e alla stragrande maggioranza della popolazione gabonese il nome non dà fastidio.
Nel febbraio 1988, il New York Times ha rivelato che il governo francese ha finanziato borse di studio speciali per 800 studenti gabonesi, che ogni anno vengono a studiare in Francia. Non sono in grado di confermare se la Francia gestisca ancora il programma speciale di borse di studio. Tuttavia, l’esistenza di questo programma da molti decenni è uno dei motivi per cui francofiliahanno resistito così a lungo in Gabon.
Su sollecitazione del giornalista di French 24, Brice Nguema ha approfondito la sua osservazione sulla necessità di rinominare Campo De Gaullebase. Voleva che la base militare fosse intitolata a una figura militare locale, come il generale Nazaire Boulingui (1918-1984), un soldato gabonese che combatté sotto il comando di Charles De Gaulle. Forze francesi liberee ha combattuto nei teatri francesi e italiani della Seconda Guerra Mondiale.
Nguema ha anche spiegato l’accordo raggiunto con la Francia per trasformare la base militare francese in una struttura militare gestita congiuntamente da Francia e Gabon. Come parte dell’accordo, il numero delle truppe francesi sarà ridotto da 300 a 150. Considerando tutto ciò che Nguema ha detto sull’accordo, mi sembra chiaro che la presenza militare francese in Gabon stia essenzialmente tornando allo status quo che prevaleva prima del tentativo di colpo di Stato del 1964: 150 soldati francesi senza alcun mezzo corazzato proprio, che lavorano in una struttura militare congiunta come istruttori dei soldati gabonesi.
L’intervista si è conclusa con la critica da parte del giornalista di Radio France International (RFI) alla squalifica di importanti politici dell’opposizione come Pierre Claver Moussavou e Albert Ondo Ossa dalla corsa alle elezioni presidenziali del 2025, che al momento dell’intervista erano ormai a solo un mese di distanza. Ha anche avanzato l’affermazione infondata che Albert Ondo Ossa fosse stato il“vero vincitore”delle controverse elezioni presidenziali del 2023 che hanno portato alla destituzione del presidente Ali Bongo.
Brice Nguema ha risposto che la stragrande maggioranza (91,6%) dei gabonesi aveva ratificato la nuova costituzione, che impediva alle persone di età superiore ai 70 anni di candidarsi alle elezioni. Pierre e Albert avevano più di 70 anni e quindi non erano eleggibili.
«Rispetta la nostra costituzione. In Francia le leggi non vengono rispettate? Dimmelo.» Nguema ha fatto un cenno indignato ai giornalisti francesi, che dopo questo episodio non hanno più avuto nulla di rilevante da dire.
Sono disposto a prendere in considerazione l’affermazione del giornalista della RFI secondo cui Albert avrebbe potuto vincere le elezioni presidenziali del 2023 al primo turno se non fosse stato per la manipolazione dei voti. Tuttavia, è importante notare che le persone che hanno votato per Albert non lo hanno fatto perché lo ritenevano la persona più qualificata per diventare presidente. Hanno votato per Albert perché non era stato nominato. Lui è BongoLo stesso ragionamento vale per coloro che hanno votato invece per Pierre.
La verità è che Albert e Pierre non sono così popolari come li dipingeva il giornalista di RFI. Ribadendo quanto già affermato in precedenza in questo articolo, entrambi i veterani dissidenti politici hanno compromesso i propri principi in cambio di incarichi ministeriali concessi da Omar Bongo, che in precedenza avevano accusato di corruzione.
Il politico dell’opposizione gabonese Jean Ping era un alleato di Omar Bongo e ha ricoperto la carica di presidente della Commissione dell’Unione Africana dal 2008 al 2012. È stato il primo personaggio di origini parzialmente cinesi a guidare un’organizzazione panafricana.
Il politico dell’opposizione Jean Ping gode di un consenso popolare maggiore rispetto a Pierre e Albert messi insieme. Tuttavia, all’età di 83 anni, Jean non può candidarsi alle elezioni presidenziali del 2025 per motivi costituzionali. Se fosse stato eleggibile, è improbabile che avrebbe partecipato alla corsa presidenziale, dato il suo fermo sostegno a Brice Nguema.
Per gran parte della sua vita adulta, Jean Ping ha lavorato all’estero come diplomatico per il Gabon in varie agenzie delle Nazioni Unite prima di tornare in patria per servire nel governo del defunto Omar Bongo come ministro. Nonostante fosse sposato con un’altra persona, Jean ha avuto due figli con la collega ministro Pascaline Bongo.
Sebbene Jean Ping fosse un fedele alleato di Omar Bongo, nutriva scarso rispetto per Ali Bongo. Durante la presidenza di Ali Bongo, il politico afro-cinese lasciò il partito di governopartito politico, Partito Democratico Gabonese(PDG) e divenne un politico dell’opposizione.
Jean si è candidato contro Ali Bongo nelle controverse elezioni presidenziali del 2016. Nonostante i brogli elettorali a favore del presidente in carica, Jean è riuscito a ottenere il 48,2% dei voti totali. Il presidente in carica, Ali Bongo, presumibilmente “vinto”di misura, con il 49,8% dei voti totali.
Sono 8 i candidati che partecipano alle elezioni presidenziali del Gabon del 2025. I più rilevanti sono il governatore militare Brice Nguema e il suo principale sfidante Alain Claude Nze, che ha servito fedelmente la famiglia Bongo.
Brice Nguema è stato e continua ad essere la figura politica più carismatica del Gabon. Le elezioni presidenziali del 2025 sono state essenzialmente un referendum per confermare la sua popolarità. Nessun altro individuo gli si avvicina.
Non c’era assolutamente alcuna possibilità che gli elettori gabonesi avrebbero scelto Albert o Pierre al posto di Brice se entrambi i dissidenti fossero stati ammessi a partecipare alle elezioni. Tuttavia, la loro assenza dalla corsa presidenziale ha reso le elezioni meno significative. Lo stesso vale per il sessantenne professor Jean-Remy Yama, che è stato stranamente escluso dalla competizione elettorale presidenziale tenutasi ad aprile, nonostante avesse meno dei 70 anni previsti dalla nuova costituzione. Gli è stato anche impedito di candidarsi alle elezioni legislative tenutesi da settembre a ottobre. La motivazione pretestuosa addotta per la sua squalifica dalle elezioni era la sua incapacità di produrre il certificato di nascita di suo padreper dimostrare che la sua discendenza è effettivamente gabonese, come richiesto dalla legge.
Sospetto che la sua incapacità di competere alle elezioni abbia probabilmente qualcosa a che fare con il fatto che ha chiesto pubblicamente una revisione delle relazioni del Gabon con la Francia, proprio mentre Brice Nguema rassicurava discretamente Macron che il colpo di Stato del 2023 non aveva nulla in comune con quelli avvenuti in Niger, Mali e Burkina Faso.
Sebbene la posizione di Jean-Remy Yama sulla Francia non abbia un sostegno significativo in Gabon, egli è un sindacalista molto apprezzato, che ha tenuto testa ad Ali Bongo ed è stato incarcerato due volte per il suo impegno. Era in carcere quando è avvenuto il colpo di Stato del 2023. Brice Nguema lo ha rilasciato e gli ha permesso di contribuire allo sviluppo del quadro giuridico per lo svolgimento delle elezioni, alle quali poi non ha potuto partecipare.
Se Jean-Remy fosse stato autorizzato a partecipare alle elezioni presidenziali, non avrebbe ottenuto risultati migliori di Albert o Pierre contro il popolarissimo Brice Nguema. È significativo che l’esclusione di Jean-Remy dalle elezioni presidenziali e legislative non abbia suscitato alcuna protesta pubblica. Era come se la popolazione gabonese fosse troppo affascinata da Nguema per interessarsene.
Il sindacalista e professore di ingegneria Jean-Remy Yama, 60 anni, soddisfaceva il requisito dell’età costituzionale, ma non gli è stato permesso di partecipare alle elezioni presidenziali del 2025. Gli è stato anche impedito di candidarsi alle elezioni legislative.
Solo otto candidati politici hanno partecipato alle elezioni presidenziali. Degli otto, Nguema era l’unico serio contendente alla presidenza.
L’unico altro candidato con una certa notorietà nella corsa presidenziale era Alain Claude Nze, che era stato per molti anni un fedele servitore della famiglia Bongo. Era stato ministro nel governo di Omar Bongo. Ha ricoperto la carica di vice primo ministro e successivamente di primo ministro durante l’amministrazione di Ali Bongo.
Alain non aveva alcuna possibilità di vincere le elezioni. Era un membro di spicco di un governo ampiamente detestato, rovesciato da un colpo di Stato popolare. Fortunatamente per lui, era tra quelle figure politiche che non erano mai state indicate come capri espiatori da arrestare e perseguire penalmente.
Titolo della BBC News del 13 aprile 2025
Considerato il contesto sopra descritto, non è stata una sorpresa per nessuno che prestasse attenzione che Brice Nguema effettivamente ha conquistato la vittoria elettoralecon il 95% dei voti totali espressi nelle elezioni. Alain Claude Nze ha ottenuto il 3% dei voti. Il restante 2% è stato ripartito tra gli altri candidati presidenziali minori.
In circostanze normali, avrei riso di fronte a un margine di vittoria del 92%. Tuttavia, è importante tenere conto della natura peculiare delle elezioni: si è trattato essenzialmente di un invito al popolo gabonese a dare il proprio imprimatur al colpo di Stato che ha rovesciato il largamente detestato Ali Bongo.
Gli osservatori internazionali, inviati per monitorare le elezioni presidenziali del 2025, hanno riferito che il processo elettorale si è svolto senza particolari problemi. L’affluenza alle urne è stata notevole, pari al 70,7%, un dato piuttosto elevato per un Paese come il Gabon. Il risultato elettorale ha rispecchiato la volontà collettiva del popolo.
Un manifestante si inginocchia in strada con un rosario in mano, mentre infuriano violenti scontri tra la polizia e i rivoltosi che protestano contro i risultati delle elezioni presidenziali del 2016, che hanno proclamato vincitore il presidente Ali Bongo. I sostenitori del politico afro-cinese Jean Ping hanno respinto il risultato ufficiale definendolo fraudolento.
Il Gabon è un Paese con una lunga storia di violenze post-elettorali. Nei precedenti cicli elettorali, ampie fasce della popolazione sono scese in piazza per protestare violentemente contro i brogli elettorali. Prima ancora che fossero annunciati i risultati delle elezioni presidenziali del 2023, erano già scoppiati disordini di piazza a causa di presunte irregolarità elettorali.
Il periodo successivo alle elezioni presidenziali del 2025 è stato uno dei più pacifici nella storia del Gabon. Non si sono verificati episodi di violenza post-elettorale. Al contrario, le stesse folle patriottiche che avevano gioito durante il colpo di Stato militare del 2023 sono tornate a festeggiare il passaggio di Brice Nguema da governante militare a presidente civile eletto.
Dietro le quinte, anche i membri meno noti della famiglia Bongo hanno festeggiato con discrezione. Brice Nguema, uno di loro, era riuscito a ripristinare vecchio regimeal suo corretto formato di governo civile. Ora era giunto il momento di liberare i membri della famiglia impopolari che erano stati sacrificati per placare le masse infuriate dalla corruzione del governo. Sì, era vero che Brice Nguema aveva promesso al grande pubblico che quelle persone sarebbero state processate per appropriazione indebita di fondi governativi su larga scala. Tuttavia, era giunto il momento di agire ancora una volta nell’interesse della famiglia.
Rilasciare personaggi come Noureddin e Sylvia Bongo era rischioso, ma Brice Nguema aveva il capitale politico necessario per assorbire il malcontento pubblico grazie alla sua immensa popolarità. Il rilascio non doveva necessariamente essere drammatico. Una volta liberati, Sylvia e Nouredddin sarebbero stati mandati all’estero. Il reinsediamento in Francia era fuori discussione, dato che le proprietà di famiglia a Parigi e Nizza, del valore di 85 milioni di euro, sono stati sequestrati per ordine dei tribunali francesitra il 2010 e il 2025.
Tuttavia, i Bongo non sono mai stati tipi da puntare tutto su una sola carta. C’era sempre la possibilità di vivere comodamente in esilio nelle lussuose dimore di proprietà della famiglia Bongo in Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti.
Il malessere all’interno della dinastia Bongo al potere, che vedeva alcuni membri della famiglia diventare capri espiatori, si dissipò una volta concluse le elezioni presidenziali del 2025. Poco dopo essere stato eletto leader del Gabon, il presidente Brice Nguema ordinò il rilascio di Sylvia e Nouriddine Bongo dal centro di detenzione dove erano in attesa di processo.
Il grande pubblico non è stato informato del rilascio di Sylvia e Nouriddine fino a quando non hanno lasciato il Paese insieme all’ex presidente Ali Bongo. La popolazione gabonese si è svegliata una mattina a metà maggio 2025 e ha appreso che Ali Bongo e la sua famiglia erano fuggiti.
Il presidente Brice Nguema ha incontrato Donald Trump nel luglio 2025.
All’opinione pubblica gabonese è stato detto che Sylvia e Noureddin si sono ricongiunti con Ali Bongo e sono partiti per Angola, un paese di lingua portoghese nella subregione dell’Africa meridionale.
Non c’era nulla di cui preoccuparsi, ha rassicurato il portavoce del governo eletto di Brice Nguema. Il rilascio della Sylvia e della Noureddin era solo “provvisorio”. Il loro processo per corruzione, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita e falsificazione procederà come previsto. Il governo ha dichiarato che gli indagati devono tornare in Gabon per partecipare al procedimento.
La reazione dell’opinione pubblica alla decisione del presidente Brice Nguema di liberare Sylvia e Noureddin dalla detenzione preventiva per consentire loro di recarsi all’estero è stata contrastante. Alcuni cittadini hanno espresso disappunto per la decisione, mentre altri sembrano accettare la versione del governo secondo cui il rilascio dei due membri della famiglia Bongo era solo“provvisorio”.
Ecco un breve video che mostra la reazione dell’opinione pubblica alla decisione di consentire a Noureddine e Sylvia di lasciare il Paese.:
L’opinione pubblica non ha reagito con rabbia dopo il rilascio dei due membri più impopolari della famiglia Bongo dopo lo stesso Ali Bongo. Non ci sono state proteste violente nelle strade.
Come anticipato dal completamente restaurato vecchio regimeIl presidente Brice Nguema conserva un notevole capitale politico presso la popolazione gabonese. In ogni caso, c’erano ancora diversi sottoposti politici che non erano stati rilasciati e che sarebbero stati perseguiti in tribunale con il massimo rigore. Per salvare le apparenze, il processo a Sylvia e Noureddin sarebbe proseguito mentre entrambi erano al sicuro fuori dal Paese, senza possibilità di tornare.
Il 9 novembre 2025, un tribunale speciale gabonese ha esaminato le accuse contro Sylvia e Noureddin. Entrambi sono stati accusati di aver sfruttato le condizioni di salute di Ali Bongo, colpito da un ictus nel 2018, per governare il Gabon a proprio vantaggio economico.
L’accusa ha dipinto Ali Bongo come una vittima innocente. Era come se tutte le attività corrotte avvenute durante la sua presidenza (2009-2023) fossero dovute alla perfidia di sua moglie e del figlio maggiore, che avrebbero approfittato di lui quando la sua salute ha iniziato a peggiorare nel 2018.
Anche il procuratore capo Eddy Minang ha espresso il suo “sorpresa e delusione” che Sylvia e Nourredin non erano tornati in Gabon per partecipare al loro processo. Il procedimento è durato solo 48 ore.
L’11 novembre 2025, il tribunale speciale ha condannato Sylvia e Nourredin a 20 anni di reclusione in contumacia per occultamento e appropriazione indebita di fondi pubblici, riciclaggio di denaro, associazione a delinquere e falsificazione. Entrambi i condannati sono stati inoltre condannati dal tribunale al pagamento di 100 milioni di franchi CFA (177.000 dollari) a titolo di risarcimento danni per “reati contro lo Stato gabonese”. Noureddin è stato condannato a una multa aggiuntiva di 1,2 trilioni di franchi CFA (2,1 miliardi di dollari).
Naturalmente, non c’è alcuna possibilità che Sylvia o Noureddin tornino in Gabon per scontare la loro pena detentiva. È improbabile che il presidente Brice Nguema ne richieda l’estradizione dalla Gran Bretagna, dove Ali Bongo starebbe ricevendo cure mediche.
Detto questo, non posso escludere la possibilità che Nguema possa sollevare qualche polemica riguardo all’estradizione, se non altro per dare spettacolo di responsabilità mentre protegge il resto dell’establishment politico di Bongo ancora saldamente al potere.
Noureddin e Sylvia (entrambi nella foto) sono stati detenuti per 20 mesi in una struttura di detenzione sotterranea situata nei sotterranei della residenza presidenziale a Libreville. Dopo il suo rilascio, Noureddin ha accompagnato i suoi genitori in Angola e poi in Gran Bretagna, dove aveva trascorso la sua adolescenza come studente del prestigioso Eton College.
Dalla sicurezza della sua nuova casa in Gran Bretagna, Noureddin ha reagito alla sentenza del tribunale contro di lui e sua madre. Ha respinto l’intero processo come un “farsa legale”Ha dichiarato alla BBC che le sentenze pronunciate nei confronti suoi e di sua madre facevano parte di un “esercizio di approvazione automatica”quello era “predeterminato molto tempo fa”dal governo di Brice Nguema.
Come colpo di coda, Noureddin ha diffuso una registrazione video segreta del presidente Brice Nguema che conferma inconsapevolmente che il colpo di Stato dell’agosto 2023 era effettivamente una questione interna alla famiglia Bongo.
Guarda il breve video qui sotto:
Nella riunione registrata di nascosto, catturato dagli occhiali da spia vinti da NoureddinSi può osservare Brice mentre consiglia ai membri della famiglia Bongo che stavano per essere rilasciati di non nutrire risentimento per la loro detenzione. Brice afferma che il colpo di Stato dell’agosto 2023 è stato orchestrato per scongiurare il disastro che avrebbe potuto verificarsi se un soldato senza legami con la famiglia avesse portato a termine con successo un colpo di Stato.
Questo video non solo conferma quanto ho scritto nel mio primo articolo, pubblicato quattro giorni dopo il colpo di Stato del 2023, ma offre anche uno spaccato del modo di pensare dell’ala militare della famiglia Bongo.
Con ogni probabilità, i membri militari della famiglia erano spaventati dal fallito tentativo di colpo di Stato del 2019 guidato da soldati che non avevano legami di sangue con loro. Si resero conto che ulteriori tentativi di colpo di Stato erano inevitabili fintanto che Ali Bongo, ampiamente detestato, avesse mantenuto la presidenza.
Non essendo riuscita a convincere Ali Bongo a dimettersi, l’ala militare della famiglia passò all’azione. Se un altro colpo di Stato contro Ali Bongo era inevitabile, allora era dovere della famiglia compierlo prima che un gruppo di soldati ambiziosi senza legami familiari prendesse l’iniziativa.
Noureddin fotografato con sua moglie Léa durante un’intervista con il London Evening Standard. Noureddin sostiene che lui e sua madre siano stati “torturati” durante la loro detenzione. L’amministrazione Nguema nega l’accusa. Anche i diplomatici francesi che hanno visitato Noureddin durante la sua detenzione hanno affermato di non aver visto alcuna prova di tortura.
Nel video, Brice afferma di aver informato Macron che nessuno dei familiari detenuti si trovava effettivamente in una cella. Brice conclude l’incontro esortando i familiari che stanno per essere rilasciati a non cercare vendetta per essere stati usati come capri espiatori. Ha consigliato loro di non condividere i dettagli della loro detenzione con il resto del mondo. A quanto pare, Brice ha fatto loro firmare un impegno prima del loro rilascio il 15 maggio.
Tuttavia, mesi dopo il loro rilascio, Sylvia e Noureddin hanno dichiarato che non hanno alcuna intenzione di tacere né di rinunciare alla vendetta. Hanno intentato una causa legale contro il governo gabonese in Francia, accusandolo di detenzione illegale e tortura. (Sylvia e Noureddin hanno la doppia cittadinanza gabonese e francese).
Entrambi hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito al fatto di essere“brutalmente torturato in carcere”— un’affermazione che trovo difficile da credere, dato il loro aspetto straordinariamente sano e il fatto che i diplomatici francesi che li hanno visitati in carcere hanno dichiarato di non aver visto alcun segno di tortura. Noureddin ha poi divulgato prove video che smascherano il colpo di Stato del 2023 come una farsa, nel tentativo di mettere in imbarazzo Brice Nguema e il resto della famiglia Bongo.
La divulgazione da parte di Noureddin della registrazione video clandestina risalente a sei mesi prima, nel novembre 2025, era stata pensata per gettare ombra sulla sua condanna e smascherare il colpo di Stato del 2023 come una farsa.
Sebbene la diffusione del filmato abbia suscitato scalpore tra l’opinione pubblica gabonese, non vi sono prove che abbia danneggiato la reputazione di Brice Nguema, che dispone ancora di un notevole capitale politico da spendere.
Al di fuori del Gabon, i principali media continuano a illudersi che il dominio della famiglia Bongo sia terminato con il colpo di Stato del 2023, anche dopo la pubblicazione della registrazione segreta di Noureddin.
All’interno del Gabon, la macchina politica del regime della famiglia Bongo continua a funzionare senza problemi. L’opinione pubblica è stata intrattenuta dai processi televisivi contro altre figure politiche accusate di appropriazione indebita e corruzione.
Il 18 novembre 2025, la popolazione ha assistito a una trasmissione televisiva in diretta in cui una giudice in toga rossa ha condannato nove persone su dieci per aver contribuito alla sottrazione di circa 4,9 trilioni di CFA (8,7 miliardi di dollari) dalle casse dello Stato durante i 14 anni di governo di Ali Bongo. I nove condannati, tra cui il sudcoreano Park Sang-chul (alias “Maitre Park”), sono stati condannati a pene detentive comprese tra i due e i quindici anni. Guarda il breve video qui sotto. :
A differenza di Sylvia e Noureddin, queste persone non sono membri della famiglia Bongo. Erano fedeli servitori della famiglia che sono stati sacrificati per placare l’opinione pubblica. Assicurandosi che queste persone scontino interamente la pena detentiva, Brice Nguema mira a dimostrare che “sincerità”della sua lotta contro la corruzione nazionale.
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Il modello economico tedesco è stato indicato come esempio da seguire nel dibattito pubblico francese per oltre due decenni, ma sta esaurendo le sue potenzialità. La guerra in Ucraina e la politica commerciale protezionistica degli Stati Uniti stanno esacerbando una situazione già tesa. Per non parlare dell’aumento della concorrenza internazionale che le aziende tedesche devono affrontare, soprattutto da parte della Cina. L’economia di questo Paese di 80 milioni di abitanti è salita al terzo posto nella classifica mondiale grazie alla produzione e all’esportazione di prodotti di ingegneria, automobili, robot, treni, macchinari industriali e così via. Oggi, tuttavia, il concetto di “Made in Germany” è in declino e la Germania non sembra avere un piano B.
pubblicato il 06/10/2025 Di Alexandra Buste e Xavier Lalbin
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La produzione industriale in Germania, la più grande economia dell’Unione Europea, è in declino da oltre cinque anni. Negli ultimi due anni, il nostro vicino al di là del Reno è stato in recessione, con un prodotto interno lordo (PIL) reale in contrazione dello 0,2 % nel 2024, dopo un calo dello 0,3 % nel 2023.
I pilastri dell’economia tedesca crollano
Secondo l’agenzia federale di statistica tedesca, una recessione di due anni è un evento eccezionale che si è verificato solo una volta dal 1951. Questo è motivo di preoccupazione in un Paese in cui il settore manifatturiero rappresenta circa 5,5 milioni di posti di lavoro e il 20 % del prodotto interno lordo (PIL).
Fino a poco tempo fa, lo spettro della deindustrializzazione aveva relativamente risparmiato il Paese, ma il dinamismo della produzione industriale tedesca appartiene ormai al passato.
Già in ritardo rispetto alla media dell’Eurozona e dell’Unione Europea alla fine degli anni 2010, il settore manifatturiero tedesco sta crollando dal 2018. Rispetto al picco del 2018, il volume di produzione è sceso del 15%. Con una perdita di quasi il 10 % rispetto al 2014, la Germania ha persino trovato il modo di rimanere indietro rispetto alla Francia che, dopo essere crollata durante la crisi di Covid, ha recuperato il livello del 2014 nonostante un settore industriale moribondo.
Il modello economico tedesco, tanto decantato nel dibattito politico e mediatico francese, sta mostrando la fragilità dei suoi pilastri. Il primo pilastro, basato sulle importazioni di energia a basso costo dalla Russia, è stato scosso dalla guerra in Ucraina. Il secondo pilastro, l’ampia esposizione ai mercati mondiali attraverso le esportazioni, è stato messo in discussione dai dazi di Donald Trump. Infine, il terzo pilastro, la supremazia nel settore delle automobili o delle attrezzature manifatturiere, è stato scosso dall’ascesa della Cina. Tuttavia, la Germania trae grande vantaggio dall’euro, che ha impedito alla moneta nazionale tedesca di apprezzarsi nel corso degli anni, cosa che avrebbe ridotto la sua competitività e riequilibrato la sua bilancia commerciale.
La competitività della Germania, ora sotto attacco, è stata alimentata dal sottoinvestimento pubblico e dai bassi salari. A metà degli anni Duemila, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder ha introdotto riforme del mercato del lavoro, su consiglio della commissione guidata da Peter Hartz, ex responsabile delle risorse umane della Volkswagen. Il principio dichiarato di queste riforme : ” incoraggiare e richiedere ” (fördern und fordern).
Con il pretesto di modernizzare il mercato del lavoro, sullo sfondo di queste riforme, si trovava l’eterno mito del disoccupato per scelta, che ” indulge ” presumibilmente nella pigrizia grazie a generosi aiuti statali, dai sussidi di disoccupazione, alle prestazioni sociali attraverso il prepensionamento. Secondo la propaganda neoliberista dell’epoca, questo comportamento pesava sulla competitività delle sfortunate aziende tedesche, che venivano quindi penalizzate da elevati oneri sociali che servivano solo a mantenere lo stile di vita dei ” profittatori dello stato sociale tedesco “. È un mito duraturo, che il macronismo avrebbe ripreso un decennio dopo in Francia.
Al di là del Reno, le riforme Hartz hanno allentato le regole sul lavoro temporaneo e hanno sviluppato mini jobs con un salario massimo di circa 500 euro, attraverso una riduzione dei contributi sociali. Hanno inoltre introdotto i ” jobs ” che pagano 1 euro all’ora nei settori pubblico e caritativo. Oltre al vantaggio di fornire al settore pubblico manodopera a bassissimo costo, queste riforme hanno reso i disoccupati ancora più precari e hanno contribuito a ridurre le statistiche sulla disoccupazione, con i disoccupati di lunga durata che non possono rifiutare un lavoro pagato 1 euro l’ora o rischiano di perdere i loro sussidi.
Queste riforme hanno anche inasprito le condizioni di accesso al sussidio di disoccupazione. Ad esempio, chi è disoccupato da più di un anno riceve solo 370 euro al mese. Gli indicatori di performance consentono alle agenzie di collocamento di ricevere bonus per ogni collocamento di un disoccupato, chiunque esso sia.
Le conseguenze di questo allentamento del lavoro non sorprendono: la disoccupazione è fortemente diminuita, passando dal 10 % degli anni 2000 al meno del 4 % di oggi. Ma poiché le favole non esistono, questo calo è avvenuto a spese di un aumento delle disuguaglianze e della povertà.
Quattro anni dopo l’inizio delle riforme Hartz, la quota di reddito spettante al decimo più ricco dei tedeschi era aumentata di quasi il 20% al netto delle imposte. Al contrario, la metà più povera della popolazione ha visto la propria fetta di torta ridursi del 10%. I grandi vincitori sono stati i membri dell’1% più ricco che, due decenni dopo, hanno preso il 2 % del reddito nazionale, portando la loro quota al 9 %, con un aumento complessivo di quasi il 30 %. Grazie ai mini posti di lavoro e ai posti di lavoro da 1 euro, il Santo Graal della piena occupazione in Germania è stato raggiunto!
Come hanno sottolineato gli economisti Tom Krebs e Martin Scheffel nel 2019: ” La maggior parte degli economisti probabilmente non è sorpresa di apprendere che le riforme che riducono drasticamente i sussidi di disoccupazione e rendono più facile per chi cerca lavoro incontrare le imprese portano a un forte calo del tasso di disoccupazione “. Lo stesso vale per l’economista Éric Heyer, che già nel 2012 aveva avvertito: ” C’è quindi un lato nascosto nelle riforme attuate in Germania da oltre dieci anni che hanno portato a meno disoccupazione, ma più povertà “.
Poiché le stesse cause producono gli stessi effetti, il fenomeno è stato osservato anche in Francia negli ultimi anni. Mentre l’era di Macron, con le sue riforme del mercato del lavoro che includono condizioni più dure per i disoccupati, ha visto un calo di 3 punti del tasso di disoccupazione, la povertà non è diminuita. Nel 2023, ultima misurazione disponibile, il tasso di povertà in Francia è il più alto da quando esiste l’indicatore. Allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione è al minimo dal 1990.
Queste considerazioni non smuovono certo i capi economisti della Deutsche Bank, che raccomandano di spingersi ancora più in là nella precarizzazione dei lavoratori tedeschi a vantaggio delle aziende: ” In nessun altro paese dell’OCSE i dipendenti lavorano in media meno ore che in Germania“. Le loro lamentazioni ricordano quelle di alcuni cosiddetti “esperti ” del lavoro in Francia.
Per completare il quadro, la Germania è a corto di manodopera; circa due milioni di posti di lavoro sono vacanti. Le prospettive non migliorano: la popolazione in età lavorativa (20-65 anni) potrebbe diminuire di tre milioni entro il 2030, o addirittura di 10 milioni entro il 2060. Questo è il risultato sia del cambiamento demografico (diminuzione del tasso di natalità, invecchiamento della popolazione) sia di una migrazione di manodopera insufficiente a compensarlo. Per compensare la carenza di manodopera, ogni anno dovrebbero arrivare in Germania altri 400.000 lavoratori qualificati.
La fine del gas a basso costo, il rallentamento delle esportazioni e la concorrenza della Cina
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia all’inizio del 2022 ha provocato un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili in tutto il mondo. La Germania, che dipende dal gasdotto russo a basso costo, ne ha subito le conseguenze.
Quasi tutti i settori sono stati colpiti, ma i più energivori, come l’industria metallurgica, rischiano di chiudere alcuni impianti. Stefan Wolf, presidente di una lobby industriale, minaccia di licenziare 300.000 persone nei prossimi cinque anni.
Lo shock energetico conseguente alla guerra in Ucraina ha rallentato la ripresa economica della Germania dalla pandemia di Covid. Dopo sei anni di stagnazione, il PIL reale è ancora su un plateau che ora è quasi il 10 % al di sotto del livello previsto prima della pandemia. Questa crisi ha alimentato l’inflazione, ancora a +2,5 % nel 2024, e ha causato la più grande caduta annuale dei salari reali dalla Seconda guerra mondiale.
In questo clima, i tedeschi risparmiano il 20 % del loro reddito, un valore superiore alla media della zona euro. ” Questo è problematico, perché ogni punto di aumento del tasso di risparmio riduce la domanda nell’economia di 25 miliardi di euro“, lamenta Rolf Bürkl, responsabile del clima dei consumatori presso l’Istituto di Norimberga.
Una delle sfide che il nuovo governo tedesco deve affrontare è la mancanza di elettricità a basso costo. Il Paese ha bisogno di elettricità a prezzi accessibili per la sua transizione energetica, la decarbonizzazione di tutti i settori, in particolare l’industria, che si basa sul gas russo a basso costo. L’obiettivo è ridurre l’impronta climatica della Germania senza deindustrializzare. Secondo Allianz Bank, più di un terzo delle aziende industriali tedesche sta riducendo gli investimenti a causa degli alti costi energetici. Due terzi affermano che la loro competitività è a rischio.
Di conseguenza, il Paese ha speso circa 700 miliardi di euro per lo sviluppo di energia pulita. Allo stesso tempo, i prezzi dell’elettricità in Germania sono triplicati negli ultimi 15 anni e sono più alti rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei. Questo perché l’energia a basso costo, grazie al gas russo, e gli accordi di lavoro più flessibili con le riforme Hartz degli anni 2000 hanno reso le aziende tedesche altamente competitive in termini di costi di produzione. Un motivo in più per partire bene nella competizione per il libero scambio a tutti i costi, con esportazioni fuori scala.
Questa competitività dei costi persiste grazie all’ulteriore spinta dell’euro, che frena l’apprezzamento della valuta del Paese. Il surplus commerciale dei nostri vicini al di là del Reno, escluse le materie prime, ammonta a 370 miliardi di euro nel 2023, con automobili e macchine utensili che rappresentano poco meno di due terzi.
Questo andamento delle esportazioni pesa sullo sviluppo dei vicini europei, ma anche sui tedeschi stessi. ” L’allentamento delle politiche salariali va quindi a scapito della popolazione tedesca. Nonostante alcuni aumenti nel 2024, i salari reali sono ancora 8 % al di sotto del loro trend pre-pandemico, e ai livelli del 2017.
Qualunque sia la bottiglia, l’importante è che ci si ubriachi. Dal 2003 al 2008, la Germania è stata il primo esportatore di beni al mondo, davanti a Stati Uniti e Cina. Nel 2023, il Paese sarà ancora sul terzo gradino dietro Cina e Stati Uniti, e conta più di 300.000 aziende esportatrici, il doppio della Francia. Un posto di lavoro su quattro è legato alle esportazioni. Più di due terzi delle auto prodotte in Germania sono esportate. Dalla metà degli anni Novanta, la quota delle esportazioni sul PIL tedesco è raddoppiata e si attesta oggi al 43% del PIL, quattro volte quella degli Stati Uniti e due volte quella della Cina.
L’arrivo al potere di Donald Trump e la sua politica di dazi mette in discussione il libero scambio, una spina nel fianco per i tedeschi. Gli Stati Uniti, con oltre 60 miliardi di euro, rappresentano il più grande surplus commerciale della Germania (20 % del totale). Più del 10 % delle esportazioni tedesche sono concentrate sugli Stati Uniti nel 2024; addirittura il 13 % per le autovetture.
Anche l’ex ministro dell’Economia, Robert Habeck, lo riconosce “L’economia tedesca, aperta al commercio e già colpita dalla debolezza della domanda estera e dalla riduzione della competitività, è particolarmente colpita dalla politica commerciale statunitense “.
Alcuni economisti si spingono oltre e sostengono che l’attuale crisi stia mettendo in discussione le fondamenta del modello economico tedesco, che si basa su un elevato surplus nel commercio estero di beni. Per Jacob Kirkegaard, ricercatore del Peterson Institute for International Economics di Washington, ” senza mercati di esportazione in forte crescita, il modello tedesco è ‘morto’ “.
I venti contrari della politica commerciale statunitense si aggiungono a quelli del mercato cinese, finora amico dei prodotti tedeschi. Il rallentamento della crescita cinese dall’inizio del 2010 ha frenato le esportazioni tedesche in Cina.
La Cina ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001. All’epoca, la concorrenza cinese, incentrata sull’elettronica di consumo, sui mobili, sull’abbigliamento e sugli elettrodomestici, non minacciava la Germania, che esportava automobili e prodotti di ingegneria. Per essere competitive, le aziende tedesche stanno ” ottimizzando ” i loro costi moderando i salari e sviluppando catene di approvvigionamento nell’Europa centrale e orientale.
Dopo le prime avvisaglie di un rallentamento della macchina industriale tedesca già nel 2017, è stato a partire dal 2021 che la situazione è cambiata con lo scoppio della bolla immobiliare in Cina. Per compensare la debolezza del settore, il governo cinese ha quindi investito massicciamente nell’industria automobilistica, nelle tecnologie pulite, nell’aviazione civile e in altri settori, pestando direttamente i piedi alla Germania.
Le aziende cinesi, ricche di sussidi pubblici, si stanno spostando sul mercato e producono più di quanto la Cina possa assorbire attraverso il consumo interno. Per mantenere la crescita economica del Paese, vengono incentivate le esportazioni per smaltire la produzione in eccesso. Questa strategia sta mettendo a dura prova le aziende tedesche, in particolare le case automobilistiche. O come farsi prendere in giro…
Mentre le esportazioni cinesi in termini di volume esplodono nel 2024, quelle tedesche diminuiscono. Nel 2024, le esportazioni tedesche di beni in Cina sono state di un quarto inferiori al livello del 2019. Rispetto al trend pre-Covida, il livello delle esportazioni è addirittura inferiore di un punto di PIL rispetto alle previsioni, pari ad appena il 2 % del PIL. Allo stesso tempo, le importazioni sono ancora in aumento e sono tornate al trend dell’ultimo decennio. Il risultato è un ampliamento del deficit bilaterale (-1,5 % del PIL), che si avvicina ai livelli del periodo Covid (-2,2 % del PIL).
Nel settore automobilistico, la Cina è diventata un esportatore netto di veicoli con 5 milioni di veicoli in più rispetto a quelli importati. La Germania esporta ancora 1,2 milioni di auto, ma è la metà del suo picco pre-pandemia.
Questa crisi è stata aggravata dall’eliminazione dei sussidi per i veicoli elettrici nel 2023, che ha rallentato la produzione e minacciato i posti di lavoro. Le case automobilistiche tedesche e i loro fornitori hanno annunciato decine di migliaia di tagli ai posti di lavoro. Volkswagen, ad esempio, prevede di ridurre la propria forza lavoro in Germania di oltre un quarto entro il 2030, congelando i salari dei lavoratori.
Quando il ” freno del debito ” frena l’economia
Infine, se la Germania sta arrancando economicamente, è anche a causa del suo cronico sottoinvestimento pubblico, con la spesa pubblica limitata dalla regola costituzionale nota come ” freno al debito “. Dalla crisi finanziaria del 2008-2009, la Germania ha mantenuto limiti severi alla spesa, limitando il deficit pubblico allo 0,35 % del PIL.
Il precedente governo di Olaf Scholz, una coalizione di tre partiti guidata dal partito di centro-sinistra, si è attenuto a un rigido pareggio di bilancio forzando l’austerità nel 2023 e 2024. Così facendo, ha prolungato decenni di sottoinvestimenti pubblici, ad esempio nei trasporti. Di conseguenza, nell’intero periodo coperto da Eurostat, dal 1995 a oggi, i tedeschi sono in ritardo rispetto all’Eurozona, in particolare con investimenti pubblici al netto degli ammortamenti – cioè il contributo all’aggiunta di nuove attrezzature – di pochi decimi di punto di PIL nella migliore delle ipotesi.
dell’Istituto per la Macroeconomia e la Ricerca sul Ciclo Economico (IMK) e dell’Istituto per l’Economia Tedesca (IW) riporta la necessità di spendere 600 miliardi di euro in infrastrutture nei prossimi dieci anni :
“Strade, ferrovie e ponti in stato di abbandono, infrastrutture scolastiche inadeguate, edifici fatiscenti, mancanza di infrastrutture per l’elettricità, l’idrogeno e il calore: in tutta la Germania cresce la necessità di investimenti.
Il contesto non è favorevole a una spesa frugale. La Germania aveva già bisogno di decine di miliardi di euro all’anno per mantenere la sua spesa per la difesa al 2 % del PIL, ma Trump ha poi chiesto che il Paese aumenti tale spesa al 5 % del PIL. Il nuovo cancelliere Friedrich Merz è andato avanti e ha persino promesso che il bilancio militare della Germania raggiungerà il 3,5 % del PIL entro il 2029.
A tal fine, a marzo il nuovo governo tedesco ha avviato una modifica delle regole del “freno al debito ” per autorizzare un deficit di bilancio in vari settori. Tale deficit è illimitato per l’esercito e limitato allo 0,8% del PIL (circa 40 miliardi di euro) per le infrastrutture e allo 0,2% (circa 10 miliardi di euro) per la protezione del clima fino al 2037. Il debito pubblico, che equivaleva al 62,5% del PIL alla fine del 2024, dovrebbe aumentare al 63,8% nel 2025 e al 64,7% nel 2026.
La nuova cancelliera scommette su una ” stimolazione ” dell’economia attraverso investimenti nell’industria degli armamenti, che risolverebbe poi i problemi sociali attraverso la famosa “ teoria del trickle-down ” cara ai macronisti. Alcuni economisti, come I. Weber e T. Krebs, dubitano che il rafforzamento dei margini dell’industria della difesa sia la via per un domani più luminoso per i tedeschi:
“Il settore della difesa opera già a pieno regime e, nel breve termine, l’aumento della spesa pubblica per armi e carri armati avrà solo un effetto limitato sulla produzione. Le aziende produttrici di armamenti come Rheinmetall hanno visto i loro margini di profitto salire alle stelle, rivelando il loro potere di mercato e la mancanza di concorrenza che devono affrontare, nonostante la crescita della domanda. Una significativa spesa pubblica aggiuntiva potrebbe contribuire ad aumentare ulteriormente i loro margini.
Per non parlare del fatto che, come spiega Vincenzo Vedda, responsabile della strategia di DWS, “soprattutto all’inizio, probabilmente si spenderanno molti soldi per ricostituire le scorte esaurite e alcuni materiali saranno ordinati dall’estero “. È quindi improbabile che la creazione di posti di lavoro nel settore della difesa possa compensare le future perdite di posti di lavoro in settori come l’industria automobilistica e metallurgica.
Tra il 2020 e il 2024, lo specialista nazionale di armi Rheinmetall ha visto i suoi profitti quasi raddoppiare, ma la sua forza lavoro in Germania è cresciuta solo del 25 % nello stesso periodo. La riconversione di fabbriche a fini bellici non sembra essere una strada da percorrere nemmeno se si guarda alla città di Görlitz, nella Germania orientale. Un ex impianto ferroviario Alstom è stato rilevato dall’azienda franco-tedesca di difesa KNDS, che ora vi produce carri armati, ma la sua forza lavoro è stata dimezzata.
Il resto del programma economico del nuovo cancelliere consiste in tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, deregolamentazione e riduzioni fiscali per i più ricchi. Merz è un sostenitore del libero mercato e sostiene una “economia trickle-down “… Come Emmanuel Macron, che ha applicato questa teoria in Francia senza alcun effetto apprezzabile. Poiché le stesse cause producono gli stessi effetti, è difficile capire come questo programma potrà agire sulle perdite salariali e sull’aumento dell’insicurezza economica.
Un altro punto focale del programma di Merz è quello di liberare i tedeschi dalla ” cartaccia ” straripante, un approccio che risuona favorevolmente con un pubblico di imprenditori. All’inizio di quest’anno, mano nella mano con i lobbisti, hanno dimostrato in diverse città tedesche per chiedere misure per rilanciare l’economia in crisi. Il problema è il tempo che i lavoratori passano a fare ” cartoffie ” e la sensazione di essere ” stregati ” dalla burocrazia.
Merz è un fervente seguace di questo movimento ” anti-cartacce “, forse per l’influenza di Javier Milei con la sua motosega o di Elon Musk con il suo ministero dell’efficienza governativa, l’ormai famoso DOGE…. Il capo di Tesla, infatti, durante un discorso a sostegno del partito di estrema destra tedesco AfD, aveva affermato che i documenti di approvazione per la sua fabbrica Tesla vicino a Berlino erano l’equivalente di un intero camion di carta, con ogni pagina timbrata a mano.
L’obiettivo di questo movimento è invece quello di ridurre gli standard sociali e ambientali “svincolando le imprese dagli obblighi di rendicontazione nazionali ed europei”. Nel mirino c’è il Supply Chain Act che obbliga le aziende ad adottare misure per garantire il rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali nelle loro catene di fornitura. Ma queste catene di approvvigionamento si trovano in Paesi con bassi costi di manodopera e standard sociali e ambientali poco rigorosi.
L’intero modello economico di Paesi ricchi come la Germania dipende dal lavoro di piccole mani poco costose. Queste ultime permettono di rendere economicamente “accessibili i beni e i servizi che consumiamo”. Ma l’argomentazione solitamente addotta per difendere la globalizzazione – che sarebbe un affare vantaggioso per tutti, aumentando il potere d’acquisto nei Paesi ricchi da un lato e consentendo lo sviluppo nei Paesi poveri dall’altro – è completamente falsa.
Il piano di Merz di non cercare più di garantire il rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali nelle catene di approvvigionamento dimostra che i Paesi ricchi non vogliono arricchire e migliorare le condizioni dei Paesi poveri, ma solo produrre prodotti al minor costo possibile per poterli vendere ai prezzi più alti nei Paesi ricchi e aumentare i profitti di una minoranza. Il programma di Merz è solo un altro avatar del modello di sfruttamento in atto nel neoliberismo.
Allo stesso tempo, l’AfD è stato in grado di capitalizzare sui problemi economici (salari, inflazione) che i politici tradizionali lasciano deliberatamente persistere. In alcuni sondaggi l’AfD è addirittura in leggero vantaggio. È la prima volta dalla Seconda guerra mondiale che un partito di estrema destra, classificato come tale dai servizi segreti tedeschi all’inizio del 2025, ha una reale possibilità di ritrovarsi (di nuovo) in carica a livello federale… Nel frattempo, il neoliberismo continua ad applicare la stessa logica economica e a seguire gli stessi dogmi ideologici….
Foto di apertura: Il Cancelliere Tedesco Friedrich Merz (a sinistra) e. gauche) et le président français Emmanuel Macron font une déclaration commune avant un dîner de travail à la veille d’une réunion franco- allemande des ministres, au Fort de Brégançon à Bormes- les-Mimosas, le 28 août 2025. (Photo de Manon Cruz / POOL / AFP)
Un manifesto e alcune risposte, le quali più che precisazioni sembrano parziali rettifiche, di una realtà editoriale piuttosto circoscritta dalla quale questo sito ha attinto in qualche caso. Ciononostante rivela una notevole importanza più che per le motivazioni di una svolta editoriale, per altro già di per sé significative, per un appello al rispetto del richiamo della patria nel caso di un coinvolgimento in un conflitto. Il manifesto indica chiaramente chi sono gli avversari; rivendica la assoluta indipendenza della Francia, ma per lo strabismo di cui è vittima non farà che riportare una parte politica dissenziente nell’ovile in cui la Francia e la quasi totalità dell’Europa si sono rinchiuse. L’indizio, più inquietante di tanti fatti e dichiarazioni acclarate, che veramente le attuali leadership ci stanno trascinando irreversibilmente verso una tragedia in assenza di reali forze ideologicamente e politicamente attrezzate ad opporre una seria resistenza. Lo spostamento della linea editoriale del “courrier des stratèges” rappresenta un indizio inquietante; i passi futuri faranno chiarezza. Alcuni dubbi espressi nel manifesto, a cominciare dal probabile epilogo della presidenza di Trump, appaiono verosimili; altri riguardanti la cieca tifoseria in astratto condivisibili. Del tutto capzioso aver additato i tre nemici esistenziali e il silenzio sospetto sul restante panorama politico, primo responsabile dell’attuale situazione_Giuseppe Germinario
Con la partenza di Édouard Husson, Le Courrier volta pagina nella sua storia. Inizia a rimettere a fuoco i suoi valori iniziali di indipendenza e rigore giornalistico. Il seguente manifesto inaugura questo ritorno alla tradizione.
Un organo di stampa, come una nazione, non può procedere senza una direzione. Non può prosperare nell’ambiguità, né servire i suoi lettori nella confusione. Negli ultimi mesi, il Courrier des Stratèges ha attraversato un periodo di turbolenza ideologica che potrebbe aver turbato molti di voi, e giustamente. È giunto il momento della chiarezza. Questo testo non è una giustificazione, ma una dichiarazione. È la riaffermazione della nostra identità e il rinnovo del contratto di lettura che ci lega.
Chi siamo: sovranità e libertà come uniche guide
Le Courrier des Stratèges è nato nel 2020 da un duplice imperativo: la difesa delle nostre libertà individuali di fronte alla crescente ingerenza statale e la promozione della sovranità francese in un mondo sempre più instabile. Questi due pilastri non sono concetti astratti: sono il DNA del nostro progetto.
Per noi, la libertà è il diritto di ogni cittadino a pensare, esprimersi e agire senza costrizioni arbitrarie. È il rifiuto della sorveglianza, dell’indottrinamento e della sottomissione a un unico pensiero, sia esso amministrativo, mediatico o politico.
Per noi, la sovranità è il diritto inalienabile del popolo francese all’autodeterminazione. È la convinzione che la Francia, in quanto potenza di equilibrio, abbia un ruolo storico da svolgere, una voce unica da far sentire e interessi strategici da difendere. La nostra bussola non è né a Washington né a Bruxelles. È e rimarrà a Parigi.
La nostra convinzione: l’incompatibilità fondamentale tra libertà e autoritarismo
È in nome di questi principi che oggi dobbiamo trarre una conclusione chiara e inequivocabile. La difesa della sovranità dei popoli e delle libertà individuali è, per sua stessa natura, incompatibile con qualsiasi forma di compiacimento o sostegno a regimi che le negano . Non possiamo, in tutta coerenza, difendere la sovranità della Francia e applaudire un regime che la viola in patria o tra i suoi vicini. Non possiamo avere a cuore la libertà di espressione e ammirare coloro che intimidiscono i giornalisti e imbavagliano l’opposizione.
Questa contraddizione è diventata insostenibile. Per questo motivo affermiamo oggi che il nostro impegno per la sovranità e la libertà è incompatibile, in particolare, con il sostegno al regime di Vladimir Putin, che sta minando i principi della democrazia liberale all’interno dei propri confini. Non diremo nulla di diverso sulla Cina, né sulle tentazioni che esistono nell’America di Trump. Condanniamo l’intolleranza religiosa ovunque si manifesti, a Teheran come a Tel Aviv. Condanniamo il rifiuto israeliano del popolo palestinese.
Il nostro impegno: illuminare, non indottrinare
Di conseguenza, il Courrier des Stratèges si impegna a garantire una completa chiarezza editoriale. Non troverete più nelle nostre rubriche contenuti compiacenti o apologetici nei confronti di regimi autoritari o illiberali. La nostra missione, così come la intendiamo, è quella di illuminare i lettori sulle complessità del mondo, non di rafforzare la loro visione dogmatica. Si tratta di fornire strumenti di analisi critica, non di fungere da tramite per la propaganda, da qualunque parte provenga.
Per quanto riguarda la Russia, in previsione di un probabile conflitto in cui il nostro Paese potrebbe essere coinvolto, la nostra linea sarà inequivocabile: quella del sostegno alla Francia e ai suoi interessi fondamentali. Ciò non esclude un’analisi critica delle decisioni prese, né un dibattito strategico, né sfumature, ma esclude qualsiasi atteggiamento di disfattismo o simpatia per quello che potrebbe diventare un avversario.
Il nostro futuro: un appello ai nostri lettori
Questo necessario chiarimento porterà inevitabilmente all’abbandono di una parte dei nostri abbonati, coloro che si sono rivolti a noi in cerca di una convalida della “putinolatria” o di una preferenza data alla Russia piuttosto che alla nostra sovranità, che non possiamo più sostenere. Rispettiamo la loro scelta, ma restiamo fedeli alla nostra.
È al resto dei nostri lettori, a quella maggioranza dell’80% che si è unita a noi per il nostro pensiero critico, la nostra indipendenza e il nostro impegno per la Francia, che ci rivolgiamo oggi. Vi invitiamo a partecipare a questa rifondazione. Il Courrier des Stratèges , che vogliamo costruire con voi, è un organo di stampa coraggioso, coerente e lucido. Un organo di stampa che non ha paura di scontentare i potenti, ma si rifiuta di assecondare i tiranni. Un organo di stampa la cui unica fedeltà è ai suoi lettori e a una certa idea di Francia.
È questa la strada della chiarezza, del coraggio e della coerenza che scegliamo oggi. Speriamo di incontrarvi lì, per costruire insieme il futuro del Courrier des Stratèges .
Oltre al Manifesto pubblicato oggi, rispondo qui ad alcune domande del tutto naturali e legittime che molti si porranno. Domande difficili e risposte trasparenti che le accompagnano.
1) Sei pro-NATO?
Il Corriere è, è sempre stato e rimarrà a favore della sovranità francese. In questo contesto, l’adesione alla NATO, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, è incompatibile con l’alta opinione che ho della Francia e della sua indipendenza.
Ripeto: credo nella sovranità dell’io, e questa sovranità non può esistere in un regime autoritario, né in un'”alleanza” che dà tutto il potere agli Stati Uniti, presieduti o meno da Trump, per depredare i propri alleati o coinvolgerli in conflitti che servono solo agli interessi americani.
È chiaro che l'”alleanza” è un inganno. Non impedisce agli Stati Uniti di condurre guerre ibride contro i propri alleati ( la vicenda del Ruanda, del resto , come abbiamo scritto e descritto, ha costituito la prima guerra per procura anglosassone condotta contro un alleato, in questo caso la Francia), e mira a indebolire la Russia invece di formare con essa un nuovo ordine internazionale sostenibile ed equilibrato.
Personalmente, credo che la NATO non abbia più ragione di esistere dopo la caduta del Muro di Berlino. Spero che la Francia la lasci.
2) Sei anti-Putin?
Non sono né a favore né contro, anzi, è proprio il contrario.
Non condivido la putinofobia dominante nei media sovvenzionati, che è in gran parte dettata dalla strategia di influenza che i servizi anglosassoni impongono più o meno direttamente in quelli che considerano organi di propaganda responsabili di addomesticare le opinioni occidentali.
Considero Putin un capo di Stato straordinario, perfettamente razionale e cinico nel senso politico del termine, l’opposto del maniaco sanguinario che ci viene dipinto. Difende abilmente gli interessi del suo Paese, che è riuscito a modernizzare con reale efficacia. Molti dei nostri leader, in termini di performance politica, non reggono nemmeno il confronto.
Non condivido, tuttavia, la putinolatria che dipinge questo capo di Stato impassibile come una sorta di cavaliere bianco in grado di salvarci dalla decadenza morale, o che incarna valori tradizionali dimenticati dall’Occidente. Non mi lascio ingannare da questa “narrazione” del “salvatore”, che serve a manipolare le menti deboli.
Considero Putin un despota che agisce nel quadro della cultura e del patrimonio russo, un terreno fertile non molto favorevole alla democrazia liberale alla quale sono fermamente legato.
3) Cosa pensi della guerra in Ucraina e della strategia di Macron?
La guerra in Ucraina illustra perfettamente i pericoli di ciò che è diventato l’atlantismo. Fin dalla sua nascita, la NATO ha mirato a indebolire la sfera russa, prima sotto la bandiera sovietica, poi sotto la bandiera russa stessa.
Al crollo del blocco comunista, l’Occidente avrebbe dovuto ricercare un nuovo equilibrio internazionale, rispettoso degli interessi fondamentali della potenza russa. Vladimir Putin era probabilmente pronto a questo. Pochi contestano che la NATO sia stata lo strumento della strategia opposta.
L’Ucraina, in particolare, ha rappresentato il terreno fertile per destabilizzare la Russia, in modo del tutto cinico. Non intendo ripercorrere la storia dell’Ucraina dalla rivoluzione colorata, controllata dai servizi segreti anglosassoni. Ma era chiaro che l’adesione dell’Ucraina alla NATO e la nuclearizzazione del territorio voluta da Zelensky rappresentavano una linea rossa che la Russia non poteva accettare.
L’invasione dell’Ucraina non era solo inevitabile, ma anche del tutto prevedibile. Sono fermamente convinto che i servizi segreti americani la volessero e abbiano fatto tutto il possibile per garantirne l’attuazione.
In questo conflitto la Russia esige garanzie di sicurezza in cambio della pace, il che presuppone una sorta di nuovo Trattato di Vienna, come quello del 1815.
Invece di ricercare questo grande equilibrio, in cui gli interessi fondamentali della Russia devono essere tutelati, Emmanuel Macron sta perseguendo una strategia aggressiva che evidenzia la sua mancanza di visione globale. Sta giocando col fuoco e alimentando gli errori della NATO che ho descritto sopra. Un presidente non dovrebbe correre questi rischi.
4) Pensi che la Francia e l’Europa dovrebbero riarmarsi contro la Russia?
Pur non condividendo l’idea prevalente secondo cui la Russia sarebbe un orso che sogna di divorarci, non sono un seguace di nessuna ingenuità.
Sulla questione del riarmo, ho una dottrina semplice: la Francia ha un’influenza storica che la obbliga . A mio parere, non si può amare la Francia senza credere nella sua grandezza naturale, che richiede capacità militare operativa.
La Francia è grande non solo per la sua cultura, ma anche per il suo esercito e la sua capacità di vincere. Il riarmo francese è una necessità, Russia o no.
Aggiungerei che la potenza militare francese è destinata a dominare l’Europa e a costituire una forza deterrente “universale”. Non deve scoraggiare solo la Russia, ma anche Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania.
5) Sei antisionista?
In quanto libertario, sono a favore della tolleranza religiosa e contro il bigottismo.
L’ebraismo è una religione complessa, ma come ogni religione, credo che debba rimanere una questione privata e non possa diventare una componente della geopolitica internazionale.
Il principio del Ritorno, fondamento del sionismo, potrebbe benissimo rimanere compatibile con uno Stato laico aperto a tutti, come proposto dalla Carta dell’OLP. La creazione di uno Stato basato sull’ebraismo è una violazione del principio di laicità, che mi sembra assolutamente incompatibile con i principi di laicità a cui aderisco.
Questa posizione non mi condanna ad alcuna forma di ingenuità nei confronti del mondo palestinese. L’Autorità Nazionale Palestinese è corrotta e priva di coerenza democratica, e condanno senza esitazione le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre. Allo stesso tempo, condanno la sistematica negazione del popolo palestinese da parte di molti israeliani o di molti dei loro sostenitori in tutto il mondo.
6) Sei favorevole alla Frexit?
Considero questo un falso problema. Sono a favore di una Francia indipendente e prospera. Sono convinto che, per ritrovare la sua prosperità e la sua influenza, la Francia debba arrestare il declino che la sta trascinando verso il declino e la povertà.
L’Unione Europea è la risposta a un progetto federale di stampo germanico, la cui principale motivazione storica è l’indebolimento della Francia. L’intelligenza della Germania, dopo la caduta del Muro, consisteva nel comprare il consenso del popolo francese a questo progetto introducendo l’euro.
L’euro ci consente di sovraindebitarci a basso costo grazie alla firma del risparmiatore tedesco. Denuncio regolarmente questo declino attraverso il comfort e l’obesità di Stato. Sono quindi a favore di una Frexit, ma allo stesso tempo di un ritorno al pareggio di bilancio. I francesi devono smettere di impoverirsi alimentando l’inflazione burocratica. Devono ridurre drasticamente la spesa pubblica e riconquistare la loro indipendenza uscendo dall’eurozona.
Credo nell’io sovrano. Sono a favore della libertà. Sono quindi a favore di una Frexit virtuosa, che non consisterà nel sostituire la tirannia tedesco-bruxellesiana con una tirannia francese, in cui il nostro governo nazionale si comporterebbe nei confronti dei francesi come la Commissione Europea si comporta oggi nei confronti degli Stati nazionali. Sono fermamente contrario al controllo statale sull’emissione monetaria, che è la leva fondamentale della tirannia e della predazione statale.
Sono favorevole alla competizione tra valute.
Inoltre, non sono chiuso verso un’altra Europa, che sarebbe dominata dalla Francia.
7) Siete stati finanziati da interessi stranieri?
Mai. Il Courrier vive esclusivamente dei suoi abbonamenti. Non riceve aiuti o finanziamenti esterni.
Le Courrier è una SAS i cui conti sono archiviati e trasparenti.
Il suo statuto prevede esplicitamente l’indipendenza editoriale. Pertanto, i redattori devono essere trasparenti in merito alle loro relazioni e alla loro situazione finanziaria. Qualsiasi ambiguità comporterà l’esclusione.
8) Perché questo cambiamento ora?
Un’azienda non è mai un letto di rose. Partenze, conflitti, divergenze e persino disaccordi di opinione fanno parte della sua normale esistenza. Un’azienda non è una setta: sei sempre libero di andartene.
Questo riorientamento del Courier è anche un inevitabile adattamento al mondo stesso in continua evoluzione. Quando fu fondato nel 2020, il Courier viveva in un mondo ristretto, dove l’esercito russo non era in Ucraina, dove l’esercito israeliano non era a Gaza, dove Trump aveva appena perso le elezioni.
Dal 2020, gli oceani sono passati sotto i ponti e le “intersezioni” tra libertari e conservatori giacciono ora sotto spessi strati di acqua e fango. La frattura tra Donald Trump ed Elon Musk ne è la migliore dimostrazione.
La mia profonda convinzione è che siamo solo all’inizio di un cambiamento tettonico in cui il prevedibile fallimento del trumpismo manderà in frantumi la dinamica populista, quella che a volte viene chiamata “resistenza”, e accelererà il suo ” adattamento ” a un’ideologia conservatrice binaria che diventerà rapidamente insopportabile per i libertari.
La rifocalizzazione del Courrier rientra in questa dinamica.
9) Rinneghi i tuoi ex collaboratori?
Assolutamente no. Abbiamo ritenuto, a un certo punto, di avere delle convergenze che giustificavano la collaborazione. Il mondo è cambiato, le circostanze sono cambiate, e la diluizione di questa “affectio societatis” si è imposta, perché le ragioni della collaborazione sono diminuite.
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10 settembre, una rivoluzione dirottata dall’estrema sinistra?
Il 10 settembre, molti credevano in una rivoluzione come quella dei Gilet Gialli. Fingevano di non capire che Mélenchon era lì per distruggerla.
Il movimento del 10 settembre non è una semplice manifestazione di malcontento sociale; rappresenta una convergenza strategica tra una protesta sociale diffusa, nata online, e una forza politica populista altamente organizzata. Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise (LFI) si sono deliberatamente posizionati come l’unico legittimo “sfogo politico” della rabbia popolare, capitalizzando sulla profonda sfiducia pubblica nelle istituzioni consolidate. Questo movimento funge da crogiolo in cui una visione politica conflittuale e antisistema si scontra con un approccio più tradizionale e istituzionale alla protezione sociale. L’analisi rivela una crisi profonda e irrisolta della democrazia francese, dove la protesta di piazza si sta trasformando in leva politica per una forza che cerca di rimodellare il panorama politico al di fuori delle strutture convenzionali.
Il movimento del 10 settembre, un crogiolo di rabbia
Il movimento del 10 settembre è nato in modo non convenzionale, a seguito di appelli anonimi lanciati sui social media. Un canale specifico, “Indignons-nous”, che ho menzionato in un articolo “riservato” su Substack , ha rapidamente riunito migliaia di membri. Questa mobilitazione iniziale è stata una reazione diretta agli annunci di misure di austerità di bilancio da parte del governo di François Bayrou, tra cui l’eliminazione dei giorni festivi, la riduzione dei permessi retribuiti e delle franchigie mediche.
Il movimento ha acquisito slancio in un clima politico caratterizzato da una diffusa sfiducia. Un sondaggio Ipsos ha rivelato che una piccolissima minoranza della popolazione francese percepisce il Presidente Emmanuel Macron e il Primo Ministro François Bayrou come capaci di fornire soluzioni efficaci ai problemi del Paese, con punteggi rispettivamente del 14% e del 10%. Questa diffusa sfiducia fornisce terreno fertile per la mobilitazione populista.
In questo contesto, Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise (LFI) hanno adottato un approccio strategico e offensivo. Lungi dal limitarsi a “unirsi” alla protesta, hanno cercato di trasformarla in un ” blocco generale” e in uno “sciopero generale “. L’obiettivo immediato di LFI è aumentare la pressione sugli altri partiti di sinistra affinché votino una mozione di censura contro il governo Bayrou. L’ambizione a lungo termine è quella di costringere Emmanuel Macron alle dimissioni o al licenziamento, secondo le dichiarazioni pubbliche di diverse personalità del partito.
Il movimento è nato da un appello iniziale da parte di gruppi online che sostengono la “sovranità” e la “cospirazione”. La decisione di LFI di sostenere e guidare questo movimento costituisce un’importante manovra strategica. Rappresenta una riformulazione politica di una protesta inizialmente diffusa, potenzialmente legata ai movimenti di destra, in un evento centrale di protesta di sinistra, anti-austerità e antigovernativa. Abbracciando questa iniziativa, Jean-Luc Mélenchon la legittima come autentica espressione di rabbia popolare, consentendogli di espandere la sua base politica e di canalizzare un malcontento che trascende le tradizionali appartenenze politiche. Questa è l’essenza stessa della sua strategia populista: trovare il “popolo” lì dove si trova e offrirgli una narrazione politica unitaria.
Jean-Luc Mélenchon e la logica populista dell’“offerta di uno sfogo”
La retorica di Jean-Luc Mélenchon è un perfetto esempio di comunicazione populista. Rifiuta esplicitamente il termine “recupero” – che implica opportunismo politico – e sceglie di caratterizzare l’impegno del suo partito come un contributo al rafforzamento della lotta, “offrendole uno sbocco”. Questa formulazione è al centro della logica populista. Il partito politico non è presentato come una forza esterna che cerca di trarre profitto da un movimento, ma come l’emanazione organica e la voce politica della volontà popolare. La struttura atipica de La France Insoumise, che non è un partito politico classico ma una rete di gruppi di sostegno locali, si adatta perfettamente a questa strategia. Permette al movimento di apparire decentralizzato e spontaneo, pur essendo guidato centralmente da Jean-Luc Mélenchon e dalla sua squadra.
Il posizionamento politico di Jean-Luc Mélenchon è diverso da quello dei populismi di destra. Gli estratti della ricerca distinguono chiaramente tra populismi di sinistra, che si dichiarano internazionalisti e si oppongono al liberalismo economico, e populismi di destra, che affondano le radici nel nazionalismo e nell’ordoliberalismo. Questa distinzione consente a Mélenchon di concentrarsi sui temi della protezione sociale e dell’uguaglianza come pilastri del suo progetto politico, collocandosi così in una tradizione di sinistra.
L’approccio dell'”offerta di uno sfogo” rivendica una nuova forma di egemonia politica. Dichiarando che il movimento ha bisogno di uno “sfogo” che solo LFI può fornire, Jean-Luc Mélenchon si pone come leader essenziale della protesta sociale. Questo approccio aggira le tradizionali vie di dialogo con i sindacati e gli altri partiti di sinistra, che sono diffidenti nei confronti della mobilitazione. Il Raggruppamento Nazionale, ad esempio, non ha emanato alcuna istruzione ufficiale per la partecipazione, temendo eccessi. Gli Ecologisti (EELV) sono stati cauti, mettendo in guardia contro qualsiasi tentativo di “cooptazione”. L’approccio audace di Mélenchon gli permette di presentarsi come l’unico partito in ascolto del popolo, rafforzando la narrazione del confronto tra “popolo” ed “élite”.
La cooptazione di un movimento con potenziali origini di estrema destra da parte di una forza populista di sinistra rivela una più profonda convergenza strutturale del malcontento in Francia. Sebbene le soluzioni proposte dai due schieramenti differiscano radicalmente, condividono un terreno comune: una diffusa sfiducia nell’establishment politico e un senso di abbandono da parte delle “élite”. Il movimento del 10 settembre illustra perfettamente questa convergenza, dove la rabbia anti-istituzionale può essere plasmata e indirizzata dalla forza politica più agile disposta a rivendicarla. La principale battaglia politica non è quindi più solo tra sinistra e destra, ma tra populismo e istituzionalismo, con i populisti che si contendono la stessa base di elettori e manifestanti indignati.
Supporto frammentato: un’analisi sociologica e politica
Un’analisi del sondaggio Ipsos rivela un significativo divario socioeconomico e generazionale all’interno dell’opinione pubblica. La maggior parte del sostegno al movimento proviene da professionisti di medio livello (56%), impiegati (57%) e operai (50%). Al contrario, i manager (40%) e, più specificamente, i pensionati (32%) mostrano un sostegno molto inferiore, e un’opposizione ancora più forte rispetto a quest’ultimi.
Il sostegno al movimento è frammentato sia a livello politico che sindacale. Mentre LFI e alcune federazioni sindacali come la CGT e Sud-Rail hanno pienamente aderito alla richiesta di uno “sciopero generale”, altri attori politici e sindacali rimangono cauti o divisi.
Il Raggruppamento Nazionale non ha dato istruzioni ufficiali, temendo “eccessi”, mentre gli Ecologisti hanno sostenuto la mobilitazione, mettendo in guardia contro lo “sfruttamento politico”. Il Raggruppamento Nazionale, da parte sua, ha dichiarato che i suoi membri ed elettori erano liberi di fare ciò che volevano, pur temendo eccessi.
I dati dell’indagine Ipsos non sono una coincidenza. Sono un chiaro sintomo delle profonde divisioni di classe e generazionali in Francia. I gruppi che sostengono maggiormente il movimento sono quelli più vulnerabili all’insicurezza economica e ai potenziali tagli di bilancio che il piano di austerità del governo Bayrou potrebbe comportare. Il loro sostegno è una risposta razionale alla percezione di minacce economiche dirette. Al contrario, un gruppo finanziariamente più stabile, come i pensionati, potrebbe temere i disagi che uno “sciopero generale” potrebbe causare ed è quindi meno propenso a sostenere un movimento che potrebbe considerare destabilizzante.
La posizione cauta di altri attori sindacali e politici evidenzia il rischio strategico di allinearsi a un movimento cooptato da un’unica forza politica dominante. L’iniziale esitazione di alcuni sindacati ad aderire alla convocazione di uno sciopero generale riflette la preoccupazione di prestare il proprio peso istituzionale a un movimento il cui obiettivo finale non è solo il cambiamento sociale, ma anche un esplicito cambio di regime politico (l’uscita di scena di Bayrou e Macron). La strategia ad alto rischio di LFI è progettata per aggirare il processo, spesso macchinoso, del consenso intersindacale e interpartitico, rendendola uno strumento di mobilitazione altamente efficace, seppur controverso.
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Emmanuel Macron avrà quindi spuntato tutte le caselle del suo breviario del pentimento. Gli mancava solo il Camerun, ma ora anche quello è stato fatto… In una lettera datata 30 luglio al presidente camerunese Paul Biya e resa pubblica martedì 12 agosto 2025, il presidente del pentimento ha così ufficialmente riconosciuto che la Francia ha condotto una “guerra” in Camerun, prima e dopo l’indipendenza del 1960, caratterizzata da “violenze repressive”.
Ritorno su una storia che ancora una volta mette in luce questo singolare etno-masochismo presidenziale che finisce per assomigliare a una frattura psicologica.
Nel 1957 e nel 1958, mentre l’indipendenza del Camerun era ormai avviata e la Francia, per prepararla in modo coerente, aveva appena insediato un governo autonomo, l’UPC (Unione delle popolazioni del Camerun), un movimento radicale, scatenò un’insurrezione nella regione della Sanaga marittima, provincia occidentale del Camerun.
Fondata nel 1948 da Ruben Um Nyobé, un Bassa, l’UPC aveva due rivendicazioni:
1) L’unificazione dei due Camerun (quello sotto il protettorato britannico e quello sotto il protettorato francese),
2) L’indipendenza immediata.
Contrariamente a quanto scritto all’epoca, nella sua prima versione l’UPC non era comunista, ma un partito indipendentista radicale che godeva del sostegno del campo comunista.
A partire dal 1955, l’UPC, che reclutava principalmente tra i Bassa, una delle etnie del Camerun, lanciò violente campagne, in particolare a Douala e Yaoundé, ferendo o uccidendo africani ed europei. Nel 1956, questo movimento terroristico fu quindi vietato e il suo leader, Um Nyobé, si rifugiò nella sua terra natale, nel paese Bassa, dove creò il CNO (Comitato nazionale di organizzazione).
Allo stesso tempo, a seguito delle elezioni del dicembre 1956, al Camerun fu concesso uno status che avviava il processo finale verso l’indipendenza. Quest’ultima era quindi non solo programmata, ma anche annunciata. Tuttavia, l’UPC, che voleva un’indipendenza strappata e non negoziata e che aveva adottato una posizione massimalista, si autoescluse dal processo indipendentista consensuale. Messa alle strette e avendo perso l’iniziativa, l’UPC intraprese allora la via della violenza.
Il 5 settembre 1957 scoppiarono disordini nel Paese Bassa, nelle suddivisioni di Eséka e Ngambé nella Sanaga. L’obiettivo di Um Nyobé era allora quello di sottrarre questa regione forestale all’autorità dell’amministrazione. Di fronte a questa opera di destabilizzazione, la Francia dovette rapidamente ristabilire l’ordine perché, davanti all’ONU, doveva poter dimostrare che il governo autonomo che avrebbe dovuto condurre il Paese all’indipendenza era effettivamente il rappresentante delle popolazioni del territorio.
L’alto commissario francese dell’epoca, Pierre Messmer, che rimase in carica fino all’autunno del 1958, prima di essere nominato alto commissario per l’AEF, decise quindi di contenere e poi di ridurre l’insurrezione.
Il 9 dicembre 1957 fu così creata una zona operativa posta sotto il comando del tenente colonnello Lamberton, che disponeva solo di quattro compagnie, ovvero meno di un migliaio di uomini, per compiere la sua missione in un ambiente forestale di difficile accesso. Tre compagnie supplementari arrivarono in rinforzo nel gennaio 1958. Fu quindi con meno di 1500 uomini, un effettivo irrisorio su scala nazionale, che l’insurrezione fu combattuta. Questo riporta a proporzioni realistiche il canto di battaglia della falsa storia scritta dall’UPC…
Il cuore della ribellione si trovava allora a Makak, a circa 30 chilometri a est di Eséka. La regione fu isolata, poi i deboli contingenti francesi diedero la caccia ai guerriglieri. Il 13 settembre 1958, durante uno scontro a pochi chilometri da Boumyebel, il suo villaggio natale, Ruben Um Nyobé fu ucciso. L’alto commissario francese Xavier Torre fece allora una dichiarazione alla radio Yaoundé annunciando che, come previsto, la Francia avrebbe concesso l’indipendenza al Camerun il 1° gennaio 1960.
La ribellione, circoscritta a un’unica etnia, era quindi terminata. Dal settembre 1957 all’ottobre 1958, i ribelli avevano ucciso 75 civili, ferito 90 e rapito 91. L’esercito francese aveva ucciso 371 insorti e ferito 104. Siamo ben lontani dalla “repressione coloniale” descritta dai decolonizzatori…
Indipendente dal 1° gennaio 1960, il Camerun ‘francese’ fu raggiunto nel 1961 da una parte del Camerun “britannico” a seguito di un referendum che divise quest’ultimo in due. Il nord musulmano entrò a far parte della Nigeria e il sud si unì all’ex territorio sotto tutela francese per costituire con esso la Repubblica Federale del Camerun, il cui primo presidente fu Ahmadou Ahidjo, un musulmano peul del nord.
Il nuovo Stato dovette affrontare la rivolta bamileké, una forma di rivolta contadina etnica che sfociò nel terrorismo e nella creazione di gruppi di guerriglieri. Il rischio era quindi grande di assistere alla disintegrazione di un Paese la cui popolazione era composta da oltre 200 etnie. Legata al Camerun indipendente da accordi di difesa, la Francia aiutò allora il governo federale a sedare la rivolta bamileké. Questa politica evitò al Camerun di conoscere gli stessi drammi del Congo dove, a differenza della Francia, il Belgio non aveva accompagnato i primi passi esitanti del giovane Stato congolese, che fu travolto dal ciclo di lotte tribali e regionali che lo devastarono per diversi decenni.
Emmanuel Macron e Friedrich Merz si incontreranno a Berlino la sera di mercoledì 23 luglio. I media hanno ancora il riflesso di interrogarsi sul futuro di un accordo che…. appartiene al passato. Soprattutto, i due uomini personificano, ciascuno a suo modo, la sottomissione dell’Unione Europea agli Stati Uniti. Per decenni, i leader francesi hanno giurato sul “modello tedesco”. Più passavano gli anni, più diventava un modello di sottomissione. I leader francesi non smisero mai di copiare la Germania, finendo per esaltare la sottomissione che essa incarnava.
Non lasciatevi ingannare dalla grande statura di Friedrich Merz: l’uomo è debole e sottomesso. Quando Angela Merkel lo ha ostacolato all’inizio degli anni 2000, ha lasciato la politica, per poi tornare quando il declino della “Lady di ferro” tedesca era ormai iniziato. E cosa ha fatto Merz quando non era più in politica? È andato a lavorare per BlackRock, consentendo al noto fondo di investimento di mettere sempre più le mani sul capitalismo industriale tedesco.
Se si vuole capire perché la Germania non è stata in grado di opporsi agli Stati Uniti e di evitare la guerra in Ucraina, si deve guardare alla penetrazione del capitalismo finanziario americano nelle principali aziende industriali tedesche. Era nell’interesse dell’industria tedesca che non ci fosse una frattura tra Germania e Russia. I grandi azionisti hanno deciso diversamente. Descriviamo in dettaglio ciò che è accaduto, con Ulrike Reisner, in un libro già pubblicato in inglese e tedesco e la cui versione francese apparirà alla fine di agosto.
La Germania come modello di sottomissione
Questa mattina Nicolas Bonnal mi ha inviato un corrosivo articolo di Constantin von Hoffmeister, che presenta la Germania come un modello di sottomissione.
Internet avrebbe dovuto liberare la parola, ma in Germania ha solo reso più sistematica la censura. L’articolo 130 del Codice penale – la disposizione principale sui “discorsi d’odio” – copre ora (…) ampie categorie di “discorsi incendiari”, spesso incentrati sull’immigrazione, sull’identità e sulla politica della memoria. Le cifre sono kafkiane: decine di migliaia di pubblicazioni segnalate ai sensi della legge relative ai social network (…)
I treni non sono più puntuali, se non del tutto. Il sistema ferroviario tedesco, un tempo simbolo dell’efficienza prussiana, è diventato una farsa di ritardi, infrastrutture fatiscenti e cattiva gestione dovuta a voli pindarici ideologici. Nel 2024, solo il 62,5% dei treni a lunga percorrenza è arrivato in orario (generosamente definito come entro sei minuti dalla tabella di marcia), mentre il 5% dei treni regionali è stato cancellato del tutto (…).
Le cause sono sistemiche: decenni di investimenti insufficienti (95 miliardi di euro di manutenzione arretrata), fantasie di elettrificazione motivate da considerazioni ecologiche (mentre i ponti crollano) e scioperi incessanti indetti dai sindacati del settore pubblico che chiedono aumenti salariali per compensare l’inflazione che le loro stesse politiche hanno contribuito a creare.
Il Deutschlandtakt, un piano generale per i collegamenti nazionali a cadenza oraria, esiste solo nelle diapositive di PowerPoint, mentre le stazioni rurali chiudono e gli hub urbani, mal gestiti, si sgretolano per il sovraffollamento. Eppure, il ministro dei Trasporti twitta su come “segnalare i servizi igienici di genere neutro” nelle stazioni, come se i pronomi potessero riattaccare i cavi aerei recisi. Una nazione che non riesce a riparare le proprie rotaie ha già perso la strada. I binari non portano da nessuna parte, e nemmeno il futuro della Germania.
La Germania si trova in uno stato di sovranità sospesa, un’anomalia geopolitica in cui le apparenze formali dello Stato mascherano catene di controllo più profonde. La vittoria alleata nel 1945 non ha stabilito solo un’occupazione militare, ma anche un riallineamento permanente della coscienza politica tedesca. Ciò che era iniziato come denazificazione si trasformò in qualcosa di molto più insidioso: la soppressione sistematica di qualsiasi desiderio di azione nazionale. La Repubblica Federale Tedesca, per tutta la sua potenza economica, ha sempre operato entro limiti stabiliti da altri.(…)
La continua presenza di basi militari statunitensi, l’integrazione dei servizi segreti tedeschi nelle strutture della NATO e l’allineamento della politica economica alle richieste di Washington indicano una semplice verità. L’occupazione non è mai finita. Ha semplicemente indossato un abito diverso. (…)
La chiusura definitiva delle centrali nucleari nel 2023, unita all’interruzione politica dei legami energetici con la Russia, ha lasciato l’industria tedesca con il fiato sospeso. I prezzi dell’elettricità rimangono del 30% superiori ai livelli precedenti al 2022, rendendo l’industria pesante sempre meno conveniente. Il trasferimento delle attività principali di BASF in Cina nel 2024 è stato solo il primo domino; Siemens e Volkswagen hanno poi accelerato la loro produzione offshore. La tanto decantata “transizione verde” non ha portato all’innovazione ma alla regressione: l’uso del carbone è salito al 25% della produzione totale di energia, una triste ironia per un’Europa che si proclama “leader climatico”.
Il tasso di fertilità, attualmente pari a 1,46, garantisce che ogni generazione successiva sarà più piccola della precedente, sollevando questioni fondamentali sulla sostenibilità demografica a lungo termine. (…)
La democrazia tedesca del 2025 è un teatro dell’assurdo, dove l’opposizione esiste solo entro limiti rigorosamente imposti. L’Alternativa per la Germania (AfD), con il 23% dei voti, funziona come una valvola di pressione controllata, una “minaccia” grande quanto basta per giustificare il consolidamento del potere, condiviso tra i partiti tradizionali. La svolta a sinistra dell’Unione cristiano-democratica sotto il cancelliere Friedrich Merz, l’abbraccio del Partito socialdemocratico alle frontiere aperte e le politiche energetiche dogmatiche dei Verdi hanno cancellato ogni distinzione significativa. Di conseguenza, oggi in Germania esistono solo due partiti: l’AfD e l’Uniparty (tutti gli altri).
È di questo che Emmanuel Macron dovrebbe parlare con Friedrich Merz. O meglio, i presidenti francesi dovrebbero smettere di andare a trovare i cancellieri tedeschi. Dovrebbero riceverli quando vengono a Parigi. E, in caso contrario, quando si tratta di andare a Berlino, inviare i loro primi ministri.
Quando la Francia non sottomette la Germania alla sua volontà politica, si sottomette da sola”.
Il punto importante dell’articolo di Hoffmeister è l’identificazione dell’occupazione americana, che non è mai cessata. Nel libro che Ulrike Reisner ed io stiamo pubblicando, sottolineiamo la differenza fondamentale tra la Germania Ovest e la Germania Est, l’ex DDR: quest’ultima si è liberata dal comunismo. All’inizio degli anni ’90 le truppe sovietiche hanno lasciato la DDR. A tutt’oggi, ci sono 25 grandi basi militari statunitensi in Germania Ovest. Come risultato della sudditanza della Germania Ovest, la Repubblica Federale è il Paese con il maggior numero di basi americane al mondo!
Nel 1989-1990, François Mitterrand commise un errore dopo l’altro. Uno di questi fu quello di non lasciare le truppe di occupazione francesi in Germania. La storia ci insegna che la Germania è stata raramente un Paese sovrano. Il più delle volte è stata occupata da altre potenze. E quando le potenze iniziano a occupare la Germania, come sappiamo almeno dal cardinale de Richelieu (1585-1642), la Francia deve essere tra gli occupanti.
Per ragioni che ho descritto in un capitolo del mio libro Parigi-Berlino: la sopravvivenza dell’Europa, la Germania ha difficoltà a vedersi in una posizione di equilibrio con i suoi vicini. O è dominata, o tende a sottometterli. Attualmente, la Germania di Merkel Scholz e Merz si è completamente sottomessa agli Stati Uniti ma, per la miopia dei nostri leader a partire da Mitterrand, ha sottomesso la Francia. Così Friedrich Merz compra gli F35 per obbedire al suo padrone americano; ma proclama che costruirà “il primo esercito d’Europa ” per sminuire la Francia.
La Francia è una potenza nucleare, ha un seggio nel Consiglio di Sicurezza, aveva truppe di occupazione in Germania, era amica della Russia. Ma per ragioni incomprensibili, i nostri leader hanno deciso che dovevamo copiare la Germania dal punto di vista economico, in particolare la sua politica monetaria e il suo rifiuto delle preferenze commerciali europee (che Maurice allais aveva dimostrato essere necessarie nell’economia globalizzata già negli anni ’70). Il risultato: abbiamo rinunciato all’indipendenza economica e stiamo finalmente abbandonando i nostri strumenti militari e diplomatici.
Ossessionati dal “modello tedesco” di economia, i nostri leader non hanno capito che non si può prendere a modello un sottomesso, a meno che non ci si sottometta ancora peggio. È ora di uscire da questa spirale deleteria.
I decessi “strani” di quest’ultimo anno in Francia, cominciano ad essere un po’ troppi. Tutti di una determinata area politica, tutti legati e parte integrante della componente gaullista ben radicata negli apparati di sicurezza; buona parte di essi hanno indagato sulle modalità di cessione di settori strategici del complesso industriale militare-energetico, in particolare di ALSTOM. Sono, comunque, riusciti a mantenere una realtà politica che non ha ancora trovato un vero leader unificante, ma che ha dato parecchio filo da torcere all’attuale leadership politica. Zemmour è una sorta di ripiego, i Gilet Gialli sono stati parte relativamente efficace di questa dinamica. All’epoca Macron era, appunto, ministro dell’economia, sino a diventare “miracolosamente” presidente. Un gioco sempre più cinico e scoperto, forse disperato, che potrebbe alla fine costare caro agli artefici sempre meno occulti. Il contesto ha tutta l’aria di essere una resa dei conti di una leadership tanto proterva, quanto arroccata. Il climax propedeutico ad una fase di torbidi. Il probabile asse intorno al quale ruotano gli eventi in corso in Francia e in Europa riguarda il tentativo di ricostruzione del sodalizio franco-tedesco, interventista e totalmente integrato nelle strategie della NATO e, non a caso, osteggiato dalla componente gaullista. Il centro focale delle dinamiche politiche strategiche sarà probabilmente la Germania. Giuseppe Germinario
Olivier Marleix, nato nel 1971, deputato francese, è stato trovato morto nella sua casa il 7 luglio 2025. Membro della famiglia post-gollista, era deputato francese per la seconda circoscrizione di Eure-et-Loir dal 2012. È stato presidente del gruppo Les Républicains all’Assemblea tra il 2022 e il 2024. Era stato uno dei deputati più critici nei confronti della vendita di Alstom, chiamando direttamente in causa Emmanuel Macron nella decisione di vendere parte del fiore all’occhiello dell’industria francese a General Electric. Si parla di suicidio, come nel caso di Eric Denécé; e come nel caso di quest’ultimo, si diffondono dubbi sulla versione ufficiale. In ogni caso, dopo Denécé, questo è il secondo patriota francese che scompare nel giro di pochi giorni.
Olivier Marleix (1971-2025), qui nel 2019, quando ha affrontato la questione della vendita di Alstom dall’Assemblea Nazionale.
È la seconda morte di un patriota francese nel giro di pochi giorni. Dopo Eric Denécé, anche Olivier Marleix se ne va prematuramente. Il paragone è giustificato da diversi fattori. Non solo perché gli amici politici di Olivier Marleix sono scettici sulla teoria del suicidio, ma anche perché la famiglia di Eric Denécé è scettica sulla sua morte.
Soprattutto, entrambi gli uomini portavano alta la fiamma del patriottismo francese! Ed entrambi avevano trascorso diversi anni a indagare sul controverso tema della vendita di Alstom, in relazione al quale ritenevano dannoso il ruolo di Emmanuel Macron.
L’uomo che ha indagato sulla vendita di Alstom Energie dal Parlamento
Ricordiamo quanto scritto da Le Monde il 5 giugno 2019:
La magistratura aprirà un’inchiesta sull’affare Alstom-General Electric (GE)? Il deputato Olivier Marleix (Les Républicains), che a gennaio aveva chiesto alle autorità giudiziarie di indagare sulle circostanze della vendita della divisione energia di Alstom alla statunitense GE nel 2014, è stato ascoltato, come ci ha riferito una fonte giudiziaria mercoledì 5 giugno.
È stato interrogato dagli investigatori dell’Office central de lutte contre la corruption et les infractions financières et fiscales (OCLCIFF) della polizia giudiziaria su richiesta della procura di Parigi, che ” desiderava fargli chiarire i termini della sua denuncia “, secondo questa fonte, che ha confermato un rapporto de L’Obs. ” Il suo rapporto e le sue dichiarazioni sono ora al vaglio della Procura, che sta valutando quali azioni intraprendere “, ha aggiunto (…)
In una lettera di quattro pagine datata 14 gennaio e indirizzata al pubblico ministero – di cui Le Monde era a conoscenza – Olivier Marleix mette in discussione due punti. In primo luogo, l’assenza di procedimenti penali contro Alstom in Francia, nonostante l’azienda abbia ammesso atti di corruzione in diversi Paesi tra il 2000 e il 2011. Poi, nel contesto della vendita del ramo energia di Alstom a GE, ipotizza un possibile ” patto di corruzione “ (questo è il termine che usa), a vantaggio del ministro dell’Economia in carica quando il 4 novembre 2014 è stata apposta la firma finale dell’acquisizione, Emmanuel Macron.
” Dalla fine della commissione parlamentare d’inchiesta nell’aprile 2018, queste domande mi assillano. Devono trovare risposta ed è per questo che sto trasmettendo al pubblico ministero tutte le informazioni e i documenti in mio possesso “, aveva spiegato all’epoca Marleix.
Devo forse sottolineare che, nonostante il coraggio di Olivier Marleix, l’inchiesta non ha portato a nulla? Ma lui aveva fatto il suo dovere! Marleix era uno di quei deputati che davano alla vita parlamentare tutta la sua forza e nobiltà.
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In una sola settimana, in un atto di pentimento al limite della patologia masochistica, Emmanuel Macron ha calpestato per ben due volte la storia francese.
1) Per quanto riguarda Haiti, egli ha quindi completamente passato sotto silenzio gli orrori del genocidio del 1804, quando tutte le famiglie bianche della parte francese dell’isola di Saint-Domingue, vale a dire diverse migliaia di uomini, donne e bambini, furono atrocemente “liquidate”. Questa è una vera e propria pulizia razziale. Avendo deciso di svuotare il paese della sua popolazione bianca, Dessalines, per il quale il presidente Macron non ha un ditirambo sufficientemente forte, ha deciso di fatto di farli massacrare secondo un piano di genocidio noto in particolare per il decreto del 22 febbraio 1804 che ordinava l’eliminazione generale dei bianchi, comprese donne e bambini. Solo le poche donne bianche che accettarono di sposare uomini neri vennero risparmiate. Quanto agli altri, dopo essere stati violentati, è stata tagliata loro la testa prima di essere eviscerati… Un trattamento del genere merita senza dubbio che la Francia risarcisca Haiti, come ha deciso di fare Emmanuel Macron…
2) Nel corso del suo recente viaggio in Madagascar, spingendosi sempre più oltre nell’esercizio del pentimento, il Presidente Macron ha osato parlare di porre le “condizioni” del perdono per la colonizzazione.
Tuttavia, l’esempio del Madagascar è particolarmente inopportuno. Ma perché ciò accada è comunque necessario un minimo di cultura storica, cosa che evidentemente, salvo errori o omissioni, non sembra essere il caso dell’attuale Presidente della Repubblica.
In effetti, il Madagascar, che aveva molti punti di forza grazie agli immensi sforzi di sviluppo compiuti durante il periodo coloniale, fu rovinato da un catastrofico esperimento socialista durato dal 1975 al 1991. Nel 1960, al momento della sua indipendenza, il Madagascar era effettivamente un paese pieno di promesse, il cui livello di sviluppo poteva essere paragonato a quello della Corea del Sud o della Thailandia. Tali riferimenti risultano insoliti oggigiorno, poiché il Madagascar non è più classificato tra i “Paesi in via di sviluppo” (PVS), bensì tra i “Paesi meno sviluppati” (PMS).
Nei sessantacinque anni della sua presenza, dal 6 agosto 1896 al 26 giugno 1960, la Francia aveva infatti lasciato al Madagascar un’eredità eccezionale, che comprendeva l’unificazione territoriale e politica, la pace e l’eliminazione del banditismo, questa piaga endemica.
Nel campo sanitario, le grandi epidemie (peste, colera, vaiolo, febbre tifoide) erano state debellate e fu nel 1935, a Tananarive, che i medici Girard e Robic svilupparono il vaccino anti-peste. Gli effetti di questa politica sanitaria sulla demografia furono particolarmente evidenti: la popolazione passò da circa 2.500.000 abitanti nel 1900 a oltre 6.000.000 nel 1960. Nello stesso anno, il 50% dei bambini andava a scuola.
Nel 1960, la Francia lasciò in eredità al Madagascar 28.000 km di piste percorribili, 3.000 km di strade asfaltate o sterrate, centinaia di opere d’arte, linee ferroviarie, porti attrezzati e aeroporti. La priorità francese era stata l’agricoltura e i suoi derivati: caffè, vaniglia, chiodi di garofano, canna da zucchero e tabacco. Insieme al cotone, all’agave, agli alberi da frutto, alle viti e alle patate venne introdotta la coltivazione del pepe. Per quanto riguarda la coltivazione del riso, essa era già sviluppata e nel 1920 il Madagascar ne esportava 33.000 tonnellate. Gli ingegneri idrici e forestali avevano combattuto l’erosione rimboschindo gli altipiani elevati. Le dighe vennero costruite per creare riserve per l’irrigazione. Erano state create industrie per la trasformazione dei prodotti agricoli (oleifici, zuccherifici, concerie, fabbriche di carne in scatola, ecc.). Ciò significava che al momento dell’indipendenza l’autosufficienza alimentare era assicurata e le esportazioni di riso erano comuni e regolari. All’epoca il Madagascar era forse l’unico paese dell’Africa subsahariana in reale sviluppo.
Un ricordo oggi…perché tutto fu rovinato dall’aprile 1971, quando iniziarono disordini sociali e politici che costrinsero il presidente Tsiranana ad affidare pieni poteri al generale Ramanantsoa il 18 maggio 1972. Quest’ultimo nominò Didier Ratsiraka ministro degli Affari Esteri. Il Madagascar cominciò quindi a cambiare la sua politica. La Francia cessò di essere il suo partner privilegiato e l’orientamento politico del regime si orientò sempre più verso il blocco socialista. Il Madagascar richiese rapidamente una revisione degli accordi di cooperazione con la Francia, abbandonò la zona franco e chiese alle ultime truppe francesi di evacuare l’isola.
Poi gli eventi si sono susseguiti rapidamente. Nel dicembre 1974 ebbe luogo un colpo di stato. Fallì, ma la sua principale conseguenza fu il trasferimento dei pieni poteri al colonnello Ratsimandrava, che fu assassinato il 12 febbraio 1975. Un direttorio militare prese quindi il potere e il 15 giugno 1975 Didier Ratsiraka fu da esso nominato capo del governo e capo dello Stato. La socializzazione del Madagascar stava per iniziare.
Il referendum del 21 dicembre 1975 sulla “carta della rivoluzione socialista malgascia” ne fu l’atto di nascita. Nel giro di pochi mesi, il Madagascar perse i benefici di mezzo secolo di colonizzazione seguiti da dieci anni di saggia ed efficiente gestione sotto la guida bonaria del presidente Tsiranana.
Imitando quanto stava accadendo nel mondo socialista in quel periodo, il regime di Ratsiraka pubblicò il suo “libretto rosso”, il Boky Mena. La Carta della Rivoluzione Socialista Malgascia fu l’erede dei progetti comunisti malgasci influenzati dal “Congresso di Tours” del 1920 e arricchiti di tutte le aspirazioni, le credenze, le chimere e le illusioni socialiste.
Il Madagascar, che allora aveva intrapreso con decisione la strada del suicidio economico, non si è mai ripreso da questo mortale “esperimento” socialista.
Ma cosa importa la verità storica se, riprendendo il discorso antifrancese dei decolonialisti, il presidente Macron attribuisce il naufragio del Madagascar alla colonizzazione francese…
Una brevissima risoluzione popolare di decine di personalità militari e civili è stata inviata tramite ufficiale giudiziario ai presidenti delle due assemblee il 17 aprile 2025..
La risoluzione chiede la piena applicazione della Costituzione e il controllo parlamentare di tutte le decisioni dell’esecutivo riguardanti l’Ucraina.
Il testo di questa risoluzione può, ovviamente, essere reso pubblico con ogni mezzo, tanto più che i media tradizionali non si affretteranno a menzionarne l’esistenza e il contenuto.
E’ riportato l’elenco dei primi firmatari. Sarebbe stato molto più lungo se il testo elaborato in pochissimo tempo avesse potuto circolare, sia tra i militari che tra i civili.
Spetta a tutti farsi un’idea su questo testo.
Dominique Delawarde
Da molti mesi, la Francia sta mobilitando la sua diplomazia, le sue finanze e i suoi eserciti nel conflitto russo-ucraino. Il Presidente della Repubblica non ha mai ricevuto l’approvazione né del popolo né del Parlamento.
Fedele alla sua vocazione primaria e a immagine della prima e ormai famosa “tribuna dei generali”, la Place d’Armes si unisce e porta qui alla vostra attenzione una legittima iniziativa dei nostri compagni militari e civili per chiedere il rispetto della sovranità del popolo sui temi altamente sensibili dell’impegno delle sue risorse e delle sue forze militari. Firmate insieme a noi questa risoluzione popolare!
*
Risoluzione dei cittadinirelativa all’impegno militare e finanziario della Franciain Ucrainafirmato dall’ufficiale giudiziarioai presidenti delle due assembleeil 17 aprile 2025.
L’articolo L 4111-1 del Codice della Difesa recita: “L’Esercito della Repubblica è al servizio della Nazione. La sua missione è preparare e assicurare, con la forza delle armi, la difesa della patria e degli interessi superiori della Nazione”.
Dall’inizio del 2022 sono circolate notizie insistenti, anche se non confermate ufficialmente, sulla presenza di truppe francesi in Ucraina. Se questi fatti fossero confermati, solleverebbero un serio problema di rispetto dell’articolo 35 della Costituzione, che impone al Governo di informare il Parlamento entro tre giorni di un intervento militare all’estero e di sottoporre a votazione qualsiasi proroga oltre i quattro mesi.
Ad oggi, però, nessuna comunicazione chiara è stata fatta alle assemblee, lasciando i cittadini all’oscuro e privati del loro diritto al controllo democratico sull’uso dell’esercito.
Inoltre, gli accordi di sicurezza franco-ucraini firmati il 16 febbraio 2024, che prevedono un sostegno militare e finanziario di 3 miliardi di euro per il 2024 e un impegno militare pluriennale, avrebbero dovuto essere ratificati dal Parlamento in applicazione dell’articolo 53 della Costituzione, che richiede la ratifica parlamentare dei trattati internazionali con implicazioni finanziarie significative per le finanze pubbliche.
A titolo di esempio, il 7 febbraio 2024, l’accordo di cooperazione in materia di difesa tra Francia e Papua Nuova Guinea, pur avendo un impatto molto minore sulle finanze pubbliche rispetto all’accordo con l’Ucraina, è stato sottoposto a ratifica parlamentare ai sensi dell’articolo 531.
Ad oggi, tuttavia, il Parlamento non ha ratificato gli accordi di sicurezza franco-ucraini, il che mette in discussione la loro legalità e applicabilità, sia per la nazione che per i cittadini francesi, chiamati a contribuire finanziariamente al sostegno militare dell’Ucraina.
Inoltre, poiché l’articolo 55 della Costituzione stabilisce che “i trattati o gli accordi debitamente ratificati o approvati hanno, dal momento della loro pubblicazione, un’autorità superiore a quella delle leggi, fatta salva, per ogni accordo o trattato, la sua applicazione da parte dell’altra parte”, l’assenza di una regolare ratifica da parte del Parlamento solleva la questione della legalità delle consegne di armi dalle scorte dell’esercito francese all’Ucraina per l’uso contro la Federazione Russa, contro la quale il nostro Paese non è in guerra.
L’articolo 411-3 del Codice penale francese recita: “L’atto di consegnare a una potenza straniera, a una società o a un’organizzazione straniera o controllata da stranieri, o ai loro agenti, materiali, costruzioni, attrezzature, installazioni o apparecchiature destinate alla difesa nazionale è punibile con trent’anni di reclusione e una multa di 450.000 euro“.
Infine, le recenti dichiarazioni del Presidente della Repubblica, che fanno riferimento al possibile dispiegamento di truppe francesi nel maggio 2025 e alla messa in comune dell’uso di armi nucleari, richiedono un dibattito parlamentare preventivo per garantire la legittimità di tali scelte a nome della nazione. Questa è la conditio sine qua non per la legalità dell’intervento dell’esercito. Un esercito che agisce senza un chiaro mandato del Parlamento non sarebbe più al servizio della Nazione, ma di un potere esecutivo isolato, in contraddizione con lo spirito della nostra Costituzione e con l’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che sancisce la separazione dei poteri come garante dei diritti: “Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha Costituzione“.
Per questo motivo noi, cittadini ed ex militari, riteniamo che il Parlamento debba essere consultato sulla prosecuzione dell’intervento militare francese e/o del suo coinvolgimento in Ucraina, ai sensi dell’articolo 35 della Costituzione, e che debba anche essere chiamato a ratificare gli accordi di sicurezza franco-ucraini del 16 febbraio 2024, in conformità con l’articolo 53.
Proposta di risoluzione:
Noi, cittadini ed ex militari, chiediamo ai deputati e ai senatori:
1. Pubblicare nella Gazzetta Ufficiale tutte le informazioni sulla presenza delle truppe francesi in Ucraina dal 2022, come previsto dall’articolo 35;
2. Tenere un dibattito, seguito da una votazione, sul proseguimento di questo intervento, ai sensi dell’articolo 35;
3. Decidere sulla ratifica degli accordi di sicurezza franco-ucraini del 16 febbraio 2024, in conformità con l’articolo 53;
4. Inserire la presente risoluzione all’ordine del giorno entro 15 giorni dalla sua presentazione, al fine di garantire il pieno esercizio del controllo parlamentare.
I primi firmatari…
Generali dell’esercito Bertrand de LAPRESLE, Generale dell’esercito (2S), Esercito
Jean-Marie FAUGERE, Generale (2S), Esercito francese
Tenenti generali
Maurice LE PAGE, Tenente Generale (2S), Esercito Francese
Maggiori Generali
Philippe CHATENOUD, Maggiore Generale (2S) dell’Esercito
Philippe GALLINEAU, Maggiore Generale, Esercito Francese
Generali di brigata
Dominique DELAWARDE, Generale di Brigata (2S), Esercito francese
Alexandre LALANNE-BERDOUTICQ, Generale di Brigata (2S), Esercito francese
Marc JEANNEAU, Generale (2S), Esercito
Paul PELLIZZARI, Generale di brigata (2S), Esercito francese
Marc PAITIER, Generale di Brigata (2S), Esercito francese
Antoine MARTINEZ, Generale di brigata aerea (2S), Forza aerea e spaziale francese
Claude GAUCHERAND, Contrammiraglio (2S), Marina francese,
Hubert de GEVIGNEY, Contrammiraglio (2S), Marina francese,
Jean-Marie PARAHY, generale (2S), Artiglieria,
Michel DE CET, Generale (2S), Gendarmeria,
Laurent AUBIGNY, Generale di Brigata Aérienne (2S), Armée de l’Air et de l’Espace,
Jean-François BOIRAUD, Generale di Brigata (2S), Artiglieria,
DANIELSCHAEFFER, Generale di Brigata (2S), Quadro Speciale,
Michel Georges CHOUX, Generale di Brigata (2S), Esercito,
Colonnelli
Yves BRÉART de BOISANGER, Colonnello (er), Esercito TDM
Alain CORVEZ, Colonnello (er) INF, Esercito
Paul BUSQUET de CAUMONT, Colonnello
Bernard DUFOUR, colonnello (er) TDM, Armée de terre Inf
Daniel BADIN, colonnello (er) ART, Armée de terre
Jacques PELLABEUF, colonnello (er) INF, esercito francese
Hubert de GOËSBRIAND, Colonnello (er), Esercito, ABC
Éric GAUTIER, Colonnello (er), Esercito
Didier FOURCADE, colonnello (er), esercito, ABC
Pierre BRIÈRE, Colonnello (er), Esercito INF
Pascal BEGUE, colonnello commissario, esercito francese
Jacques de FOUCAULT, Colonnello (er) INF, Esercito francese
Philippe RIDEAU, colonnello dell’esercito francese.
Jacques HOGARD, Colonnello (er) INF-LE, Esercito
Frédéric PINCE, Colonnello (ER) TDM, Esercito
François RICHARD, Colonnello (ER) – Esercito
Erwan CHARLES, Colonnello (Er), Esercito, ABC
Frédéric SENE, Colonnello (H), Forze aeree e spaziali francesi
Régis CHAMAGNE, colonnello, Armée de l’air et de l’espace,
Philippe de MASSON d’AUTUME, Capitano (H), Marina francese
Christophe ASSEMAT, ufficiale superiore (er), esercito francese
Olivier FROT, colonnello commissario, esercito francese
Denis KREMER, Ufficiale medico capo (er), Servizio sanitario dell’esercito
Bruno WEIBEL, Ufficiale medico superiore, Corpo sanitario delle forze armate francesi
Jean-Pierre RAYNAUD, Ufficiale medico capo, Servizio sanitario delle forze armate
Marc HUMBERT, Cadre spécial, Armée de Terre
Tenente Colonnello
Vincent TUCCI, Tenente Colonnello (er) ABC-LE, Esercito
Alain de CHANTERAC, Tenente Colonnello (er) TDM, Esercito
Bernard DUFOUR, colonnello (er) INF, Armée de terre
Pierre RINGLER, tenente colonnello (er) ART de Montagne, Esercito francese
Gérald LACOSTE, tenente colonnello (er)INF, esercito, consigliere comunale di Antibes
Benoit de RAMBURES, tenente colonnello (er) TDM, esercito francese
Louis ACACIO ROIG, tenente colonnello (er) INF, esercito francese
Bertrand de SAINT ANDRE, Tenente Colonnello (er) INF, Esercito francese
Franck HIRIGOYEN, tenente colonnello, esercito francese
poco dopo il generale Delawarde ha aggiunto quanto segue, che ha inoltrato via e-mail ad alcuni ” contatti: ” re – Buongiorno a tutti,
visto lo tsunami di reazioni positive alla risoluzione dei cittadini inviata questa mattina, devo darvi alcune informazioni aggiuntive che dovreste tenere in considerazione.
1 – Non sono l’autore di questo testo e non ho nemmeno partecipato alla sua stesura. Sono solo un firmatario e non merito alcun elogio.
3 – Uno dei miei corrispondenti mi ha fatto notare un’imprecisione su uno dei punti del testo, che indubbiamente indebolisce, ma solo in parte, l’argomentazione del testo. Il voto di approvazione dell’accordo di sostegno all’Ucraina del 16 febbraio 2024, che impegna la Francia per dieci anni, sembra aver avuto luogo il 12 marzo 2024, all’Assemblea Nazionale, ben prima delle ultime elezioni europee e legislative,
La RN si è astenuta… e per questo è stata accusata dal primo ministro sayan dell’epoca, ATTAL, di essere “pro-Putin “. Questa è ovviamente l’accusa che è in agguato per tutti coloro che rifiutano il guerrafondaio fino alla boutiste propugnato dai nostri politici neoconservatori che ancora tengono banco con l’appoggio incondizionato dei media sovvenzionati.
Rimane ovviamente il problema della messa in comune degli armamenti nucleari francesi e dell’invio di truppe di terra in Ucraina, questioni che non sono ancora state risolte da un dibattito in parlamento, e quello della fornitura a una potenza straniera di armi ed equipaggiamenti assegnati alla difesa nazionale che contravviene ;a una potenza straniera di armi ed equipaggiamenti assegnati alla difesa nazionale che viola l’articolo 411-3 del Codice penale..
Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che, ancora oggi, un voto in parlamento su tutte queste questioni sarebbe a favore della guerra, o meglio del sostegno all’Ucraina fino in fondo.
La rappresentanza nazionale è pietrificata dal timore di essere accusata di essere favorevole a Putin. Teme anche lo sfogo mediatico della stampa sovvenzionata che farebbe pagare caro al suo autore ogni voto che rifiutasse di sostenere fino in fondo l’Ucraina. A troppi parlamentari non importa nulla degli interessi del Paese, cercano solo di essere rieletti con il necessario supporto mediatico.
La RN? Si sarebbe astenuto, come sempre su tutte le questioni importanti ”
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