Potenza e vicolo cieco dell’europeismo in Francia – Di Éric Juillot

Considerazioni che possono tranquillamente essere trasposte in gran parte alla situazione italiana_Giuseppe Germinario

ps_ la traduzione sarà perfezionata appena possibile

Potenza e vicolo cieco dell’europeismo in Francia – Di Éric Juillot

Fonte: Les Crises, Éric Juillot , 23-12-2019

Nell’ambito ideologico, l’attuale situazione in Francia è paradossale: l’europeismo domina in modo egemonico i mondi politico, mediatico e accademico, ha scavato un profondo solco nella vita politica nazionale per più di trenta anni – fino a “determinarne il corso e persino le finalità – anche se è in minoranza all’interno dell’elettorato e le scelte politiche a cui ha guidato si sono tutte rivelate dannose, se non catastrofiche per il nostro paese [1] .

Quindi qual è la forza dell’europeismo, perché è ancora l’ideologia dominante, in gran parte impermeabile ai suoi fallimenti?

Un nocciolo duro: ” Europa ” salvifica e redentrice

Come tutte le ideologie, l’europeismo si basa su un certo numero di credenze, stabilite come certezze assolute e razionalmente supportate da argomentazioni apparentemente oggettive. Il tutto in realtà non produce un sistema, in cui ogni idea si adatterebbe a un insieme coerente e gerarchico, ma questo non è un requisito essenziale per la solidità dell’edificio ideologico. In effetti, la vaghezza dei contorni e l’incertezza riguardo ai dettagli del discorso ideologico aiutano a rafforzarlo; prospera molto più sugli elementi di credenza che sugli argomenti passati nel calore di un lontano esame critico.

L’attuale dominio dell’europeismo è un esempio lampante: per trent’anni la retorica filoeuropea non è mai andata oltre il palcoscenico del generale banale; gli stessi argomenti continuano all’infinito nonostante la loro povertà; sono ripresi senza batter ciglio da ogni nuova generazione di militanti, convinti – apparentemente giustamente – che esaltazione e fervore rendono gli argomenti spessi e sottili [2].

Ciò consente a questo discorso di diffondersi su larga scala in modo più efficace di quanto farebbe un sistema, la cui chiarezza razionale darebbe facilmente luogo a posizioni forti che potrebbero alimentare un dibattito sostanziale che è necessariamente pregiudizievole per la causa. Chiunque osservi l’europeismo da lontano, senza distinguerne i contorni, può aderire ad esso inerte, senza pensarci troppo; chiunque lo osservi da vicino nel contesto di un esame critico è obbligato a osservare i suoi vizi e difetti.

Alla radice dell’europeismo, quindi, una convinzione tanto diffusa quanto irremovibile: è l’Unione europea (UE), sistematicamente chiamata “Europa” – secondo una logica usurpante – che i francesi e gli altri popoli del il continente otterrà la redenzione e la salvezza durante questo secolo. Redenzione per i nostri crimini politici del ventesimo secolo (guerre mondiali, guerre di decolonizzazione con i loro numerosi massacri e atrocità, ecc.) E salvezza, perché il Male è ancora dentro di noi e chiede solo di rinascere, per meno, appunto, di “Europa” ci libera distruggendola.

Una simile prospettiva potrebbe essere facilmente descritta come escatologica – “Europa” o morte! – se la nostra era disincantata non impedisse l’espressione di questo tipo di assoluto. È piuttosto necessario parlare, in materia, di un’escatologia alla moda borghese. La formula è priva di significato a priori, ma esprime l’idea di un vago imperativo categorico, di un requisito morale per il futuro, conferendo all’europeismo proprio ciò di cui ha bisogno dell’idealismo in modo che i suoi sostenitori affrontare senza fatica le ingiustizie e le crisi che il suo spiegamento provoca nella cascata immediata.

L ‘”Europa” è stata così eretta, dalla fine degli anni ’80, fine a se stessa , quando la costruzione europea era fino a quel momento solo un mezzo al servizio degli Stati. Fu da questa inversione di prospettiva che nacque l’europeismo [3], la cui formalizzazione concettuale fu poi effettuata negli anni ’90, secondo le idee ideologiche allora di moda [4]: ​​fine della politica e persino fine della storia superando lo stato, la nazione, la sovranità, il territorio … così tanti pilastri dell’universo politico moderno distrutti dal trionfo dell’individuo, della legge e del mercato, eccetera “Europa” come traguardo finale dell’umanità, fase finale della sua evoluzione [5].

L’europeismo deve quindi parte del suo successo a ciò che sembra in grado di materializzare, a breve o medio termine, le idee e le speranze politiche portate brevemente al culmine della vita intellettuale alla fine del XX secolo. È l’ennesimo avatar del mito del progresso, un mito in crisi da oltre un secolo, ma la cui versione soft ha trovato un comodo ricettacolo nell’UE.

Il paradosso è che la sua morbidezza gli conferisce una resistenza innegabile: ci crediamo, ma non troppo (nessuno morirà per questo) e questa convinzione dà a coloro che vi aderiscono una piacevole base di tempo, a causa di un leggero ancoraggio nel futuro raggiante, così come il conforto di appartenere, per il momento, al campo Buono. Dalla tribù gallica all’incarnata “Europa”, l’evidenza di un’evoluzione lineare e graduale verso un grado sempre più elevato di civiltà, la certezza di un arrivo imminente a questo risultato ci incoraggia a sbarazzarci dell’ultimo il più rapidamente possibile. vestigia politiche del 20 ° secolo, a partire dall’appartenenza nazionale.

L’europeismo è effettivamente dispiegato, in certi ambienti, tanto più facilmente quando non incontra più l’ostacolo che l’idea nazionale rappresentava storicamente prima di esso. Dagli anni ’50 agli anni ’80, questa idea era ancora abbastanza forte da resistere con successo al dilagare del progetto della comunità. Il grande passaggio che rende possibile la nascita dell’UE ha come condizione fondamentale il declino della nazione in senso politico. Ora è possibile toglierne la sostanza – in questo caso, la sua sovranità – nella speranza di vestire di nuovo la dea “Europa”.

Tale operazione potrebbe essere concepibile solo grazie a un profondo cambiamento nella cultura politica del nostro paese: il declino, in pochi decenni, del sentimento di appartenenza alla nazione. Questo sentimento fu oggetto di desacralizzazione , dal 1918 alla seconda guerra mondiale, poi di una demitificazione dal 1945 agli anni ’70 per arrivare finalmente allo stadio della negazione dagli anni ’80 [6]. È l’abbassamento del punto di riferimento nazionale, particolarmente marcato tra le élite culturali del paese, che consente la transizione verso “l’Europa”. La nazione non è più nient’altro che una forma vecchia e pericolosa, o una forma vuota, senza altro contenuto che artificiale e superfluo. In breve: un’illusione ingannevole di cui è tempo di liberarsi.

La convinzione di salvare “l’Europa” corrisponde quindi a un momento molto particolare della nostra storia nazionale. È particolarmente osservato negli strati superiori della popolazione, dove funge da indicatore di identità e dove determina convinzioni tanto vaghe quanto irremovibili.

Caratteristiche sociologiche del blocco d’élite

“Blocco Elite” [7] o “blocco borghese” [8]: qualunque sia l’espressione scelta, designa questa frazione del popolo francese che comprende la stragrande maggioranza delle persone con un livello di istruzione, qualifica e redditi significativamente al di sopra della media. Se questi contorni non sono chiari, le ultime elezioni ci consentono comunque di stimare che rappresenta tra il 20 e il 30% dell’elettorato.

Se ovviamente presenta un’eterogeneità politico-ideologica interna, l’europeismo contribuisce fortemente alla sua omogeneità. Ne costituisce il cemento e la forza politica, poiché spiega quasi da solo il successo del campione che il blocco ha trovato nelle ultime elezioni presidenziali. L ‘”Europa” era in effetti il ​​tema unificante del suo programma, nonché un efficace schermo idealista, utile per nascondere l’impresa neoliberista di regressione sociale portata avanti dal nuovo presidente.

Dal punto di vista sociologico, il blocco è composto dai seguenti gruppi: il più ricco “1%” nel paese è completamente compreso. Il loro sostegno all’UE è ovvio poiché è uno dei più solidi garanti del capitalismo finanziario in tutto il mondo da cui derivano la loro immensa fortuna. Numericamente molto deboli, hanno una forza di sciopero finanziario che dà loro una reale influenza politica (in particolare per il loro peso nel mondo della stampa scritta).

A questo piccolo gruppo si aggiunge quello dei più grandi dirigenti senior del settore privato, residenti nel cuore delle grandi città, fluenti in inglese, che sono chiamati a viaggiare frequentemente all’estero come parte della loro professione, ma anche durante le vacanze. Questo gruppo costituisce i grandi battaglioni di élite nomadi, deterritorializzati, che credono di vivere “l’Europa” su una base quotidiana dalla loro apertura al mondo, per il quale il patriottismo è un valore obsoleto e il decentramento quale espatrio fornisce una fine morale più alta. L ‘”Europa” è una prova inquieta in questi ambienti, tanto più facilmente perché il loro radicamento nel cuore delle metropoli li esime dal notare gli effetti deleteri in altre parti del paese.

A questo gruppo deve essere aggiunta la maggioranza degli alti dirigenti del servizio pubblico. Se non hanno un livello di reddito paragonabile alle loro controparti nel settore privato, dall’altra parte hanno la sensazione di formare un’élite culturale il cui indicatore principale risiede in un cosmopolitismo di buona qualità, un vuoto universalismo e, di conseguenza, , una profonda aderenza a un “ideale” europeo che consente di superare la ristrettezza e l’egoismo di un’identità nazionale identicamente onerosa.

È inoltre necessario sottolineare la dimensione sacrificale del loro europeismo, nella misura in cui quest’ultima induce una politica economica obiettivamente sfavorevole ai loro interessi: tutti, nel loro rispettivo ambiente professionale, hanno notato per decenni il continuo deterioramento delle loro condizioni di lavoro, rispetto alla loro sotto-remunerazione, in un contesto globale di ritirata statale imposta dal neoliberismo di Bruxelles. Il loro attaccamento alla causa europea è ancora più sorprendente, anche se la sicurezza del lavoro di cui beneficiano contribuisce notevolmente al suo mantenimento. Infine, è la frazione del blocco d’élite più propensa a sviluppare un discorso critico nei confronti dell’UE, limitato tuttavia a poche imprecisioni generali sulla necessità di un’altra “Europa”.

Su base giornaliera, la coesione del blocco è assicurata dai media ideologicamente conformi. I cittadini di questo blocco leggono gli stessi giornali, le stesse riviste; tutti ascoltano le stesse stazioni radio e guardano le stesse trasmissioni politiche, il cui spettro ideologico si è ridotto come un granello di dolore nel corso dei decenni.

Se alcune sfumature di dettagli le differenziano ancora, tutti concordano sull’essenziale. Poiché gli uffici editoriali di questi media sono tutti popolati da giornalisti della sociologia del blocco e che sono conquistati incondizionatamente dall’europeismo, il mantenimento delle proprie convinzioni e convinzioni è pura routine intellettuale, conformismo in ogni momento, d ‘igiene mentale di base in nome della quale tutte le critiche un po’ stridenti all’UE vengono immediatamente scartate come populismo grossolano. L’europeismo mediatico merita pertanto una validazione istituzionale e quotidiana di questa ideologia; è una parte essenziale della sua forza di resistenza alla realtà.

Questo blocco d’élite è oggi forte nella sua coesione ideologica, nella sua posizione sociale e nel suo controllo egemonico dell’universo dei media. Se domina politicamente, sebbene sia una minoranza, è dovuto alla sua posizione centrale sulla scacchiera politica che lo deve. Nel 2017, durante le elezioni presidenziali, gli elettori del blocco hanno formato la piazza attorno al loro campione, per garantire la vittoria della loro causa. Ma il catastrofico fallimento del progetto europeo e le prime convulsioni sociali e politiche che seguirono in Francia a breve termine costituirono una minaccia mortale per il bastione “centrista” [9].

Aspettando la prossima ondata

Il tempo in cui potremmo sentirci in colpa per le masse riluttanti con argomenti bludgeon del tipo “Europa-è-pace” o “Unione-fa-forza”, questa volta è andato [10]. Oggi non è più possibile vietare tutte le critiche all’UE nel suo principio, sulla base del fatto che questo sarebbe un modo stupido e pericoloso di pensare alle cose. Ma la cecità regna sovrana all’interno del blocco d’élite, dove nessuno capisce che la rabbia popolare è radicata nei fallimenti a cascata del progetto europeo, portando allo stesso tempo devitalizzazione democratica, regressione sociale e declino economico per il nostro paese.

Mentre si aggrappa al suo universo ideologico fallito, il blocco d’élite inchioda la sua bara elettorale, come sicuramente fece il precedente partito socialista, il cui europeismo era la tomba. Se non avesse ricoperto la posizione centrale – quella dei partigiani dell’immobilità – non avrebbe alcuna possibilità di rimanere alla fine dell’attuale mandato presidenziale. Ma non può sperare in nient’altro che guadagnare tempo, a rischio di aggravare in proporzioni vertiginose la crisi politica che scuote la Francia oggi e in attesa di essere spazzato via quando il suo posizionamento politico sarà chiaramente percepito da tutto per quello che è, vale a dire un nuovo tipo di estremismo, tanto più pericoloso dal momento che è al potere.

Il divario ideologico che sta rovinando il paese oggi deve essere ridotto al più presto; il blocco dominante non può continuare a governare secondo le sue convinzioni ideologiche e interessi ben compresi, poiché ciò equivale a una usurpazione così grave dell’interesse generale che mina la democrazia nelle sue basi.

Per il futuro, la sovversione dell’ordine ideologico in atto può seguire due strade: quella del rinnovo immediato, o quella del rinnovo differito, preceduta da una fase di decomposizione e convulsioni. Il rinnovo immediato può provenire solo dalla cima del blocco d’élite stesso. Dopo l’ irrigidimento in difesa di un regime di dominio ideologico ingiusto e senza fiato, logicamente dovrebbe arrivare il momento di rinunciare alle credenze che lo strutturano; una rinuncia legata al riconoscimento dei suoi fallimenti, del suo impasse e del suo rifiuto da parte del maggior numero.

Il governo al potere è in grado di un tale aggiornamento ideologico? Nessuno può prevederlo, ma la chiara consapevolezza del suo immediato interesse, unita alla volontà dei suoi elettori di mantenere la loro posizione sociale dominante, potrebbe agire in questa direzione – soprattutto dal momento che anche coloro che hanno storicamente beneficiato del sistema in atto iniziano a soffrire delle sue contraddizioni terminali [11].

Un’altra ipotesi, quella del rinvio ritardato, in altre parole, nell’immediato, della putrefazione: può derivare dalla fuga in avanti e dall’aumentato autoritarismo del potere in atto; può essere esteso dalla sua possibile vittoria nel 2022, nonché dalla vittoria del suo principale avversario, l’RN, i due partiti rivali che comunicano nella stessa nullità ideologica. Durante questo periodo di decadenza, l’ordine ideologico in atto potrebbe essere improvvisamente spazzato via da un’emozione popolare di una grandezza ancora maggiore di quella dei giubbotti gialli nel 2018-2019.

Comunque sia, a breve o medio termine, la distruzione dell’europeismo come l’ideologia dominante è davanti a noi: non può sopravvivere per sempre al fallimento di tutti i suoi tentativi di materializzarsi e alla crescente rabbia della gente. Solo la ricostruzione di un ordine economico sovrano rigenera la vita politica e ripristina la prosperità economica nel nostro paese.

Eric Juillot

fonti:

[1] È necessario richiamarli? A livello economico, la costruzione europea, che doveva renderci più forti, non ha ridotto (piuttosto li ha rafforzati) questi mali che sono la disoccupazione di massa, la deindustrializzazione, il deficit commerciale, l’interrogatorio della protezione e diritto del lavoro … In termini geopolitici, l’UE è rimasta nana, ma la speranza di vederla crescere è stata una delle forze trainanti del ritorno della Francia alla NATO nel 2008, venti anni dopo la fine del la guerra fredda (era necessario dare impegni di atlantismo ai nostri partner europei per ottenere il sostegno dell’idea di difesa europea)![2] Questo anche se al cuore militante – in questo caso, gli intellettuali organici che dominano lo spazio mediatico – piace essere convinti del contrario. Per usare la formula di Alain Besançon, se i fedeli di una religione “sanno di credere”, gli stessi ideologi “credono di sapere”.[3] Istituito istituzionalmente dal passaggio dalla CEE all’UE nel 1992.[4] Vedi in particolare il lavoro di Fukuyama e Hobsbawm, emblematico di questo periodo.[5] L’uso massiccio del prefisso “post”, tuttavia, riflette l’incertezza e la difficoltà di pensare al di fuori del vecchio quadro: post-nazionale, post-politico, post-democratico, ecc.[6] Per uno sviluppo discusso, vedi E. JUILLOT , La déconstruction européenne , 2011, edizioni Xénia.[7] Espressione usata da Jérôme Sainte-Marie, da cui si ispirano le seguenti righe. Vedi in particolare: https://www.marianne.net/debattons/entrfaits/jerome-sainte-marie-la-dynamique-elitaire-du-macronisme-prepare-l-ascension-du[8] B. AMABLE e S. PALOMBARINI, L’illusion du bloc borghese , Raisons d’Agir, Parigi, 2018.[9] Questa è, inoltre, la causa fondamentale dell’irrigidimento autoritario dell’apparato politico-mediatico nel trattamento della rivolta dei giubbotti gialli: tutti sentono in cima che la fine si sta avvicinando, tranne forse per ricorrere al violenza per contenere le orde barbariche.[10] In effetti, per quindici anni. La debole portata concreta di questi argomenti era già osservabile durante la campagna referendaria del 2005 a favore o contro la “costituzione” dell’UE.[11] In particolare per il calo del rendimento del capitale investito dell’assicurazione sulla vita sotto l’effetto distruttivo di tassi negativi sui titoli di Stato.Fonte: Les Crises, Éric Juillot , 23-12-2019

https://www.les-crises.fr/puissance-et-impasse-de-leuropeisme-en-france-par-eric-juillot/

UN CRESCENTE MALESSERE FRANCESE NEI CONFRONTI DELL’ALLEANZA, di Hajnalka Vincze

Qui sotto ancora un articolo particolarmente interessante di Hajnalka Vincze sul dibattito e le divergenze, forse il conflitto, che si sta insinuando tra i paesi della NATO. A parere dello scrivente pecca però di un certo ottimismo riguardo l’anelito autonomista di Macron. Le sue parole e i suoi propositi dichiarati stridono con i suoi atti concreti, in primo luogo con la salvaguardia strenua del complesso militare industriale francese. Macron è l’artefice, ma sul solco almeno delle due precedenti presidenze, degli atti più compromettenti riguardanti l’esposizione di AIRBUS alle mire dell’industria aeronautica americana, la liquidazione, dietro pesanti ricatti e pressioni di ogni tipo, di Alstom energia, in particolare la produzione di turbine a General Electric, la cessione ai fondi americani del settore della trasmissione e componentistica interna dell’aereonautica. I risultati cominciano a vedersi rapidamente, a cominciare dalla perdita di controllo del settore della manutenzione delle turbine dei sommergibili e delle centrali nucleari e dallo svuotamento e trasferimento negli States del grande centro ricerche di Parigi. Per non parlare della pesante esposizione militare in Africa, legata malinconicamente alla condiscendenza americana. Una classe dirigente che non vuole e non sa difendere i propri settori strategici, tanto più se legati alla difesa, non può ambire credibilmente ad assumere  la direzione di una linea europea di politica estera e di difesa realmente autonoma dagli Stati Uniti; tanto più che ad essa si accompagna una politica predatoria particolarmente gretta, subalterna alla Germania, ai danni di potenziali ed imprescindibili sostenitori, in primo luogo l’Italia, di questa presunta ambizione. Una politica tesa piuttosto a spingere le vittime verso lidi più scontati e ad acuire i conflitti intraeuropei. Conoscendo la provenienza e il retroterra culturale, il brodo di coltura del personaggio, la sua vanagloria e prosopopea nascondono o conducono ad altri propositi se non suoi, “pauvre homme”, certamente dei suoi mentori. Paragonarlo a de Gaulle mi pare quindi un po’ troppo generoso. Buona lettura_Giuseppe Germinario

OLTRE LE CRITICHE DI MACRON ALLA NATO: UN CRESCENTE MALESSERE FRANCESE NEI CONFRONTI DELL’ALLEANZA

Istituto di ricerca sulla politica estera – Nota del 26 novembre 2019

Parlando, in un’intervista a The Economist , della “morte cerebrale” dell’Alleanza atlantica, il presidente Macron poteva sicuramente essere certo di provocare l’ira dei suoi omologhi europei. Se ha scelto di imbarcarsi in questo, è perché lo vede come una necessità urgente. A un anno dalle prossime elezioni americane e con l’affondamento della Brexit, si sta chiudendo una finestra di opportunità senza precedenti. Questo allineamento unico dei pianeti, che secondo la visione francese avrebbe dovuto finalmente portare i partner dell’UE sulla strada dell’autonomia strategica, non ha davvero dato i suoi frutti.

Peggio ancora, la maggior parte dei governi europei, confrontati senza mezzi termini alla realtà della loro dipendenza dagli Stati Uniti, sembrano preferire gesti di fedeltà discreta ma concreta nei confronti dell’America. Agli occhi di Parigi, è tutt’altro che logico. Ma, come giustamente ha detto l’ex consigliere di Tony Blair, Robert Cooper, a proposito di Europa e di autonomia: “il mondo non segue la logica, procede per scelte politiche” . Il presidente francese ha quindi deciso di esporre la scelta che attende gli europei secondo lui – per quanto “drastica” .

La minaccia che la Francia percepisce

Agli occhi di Parigi, anche se la possibilità di un disimpegno americano menzionata più volte dal presidente Trump avrebbe dovuto provocare uno slancio “autonomista”, la maggior parte dei partner europei preferisce piuttosto una tensione atlantista. L’alternativa era già stata esposta in un acceso scambio di opinioni presso il Centro europeo per le relazioni estere nel 2011, tra il britannico Nick Witney (ex direttore dell’Agenzia europea per la difesa) per il quale vige l’alternativa di avere una difesa europea autonoma oppure “vivere in un mondo guidato da altri “ e dal tedesco Jan Techau (direttore degli affari europei alla Carnegie Endowment), che vede nell’autonomia europea un ” villaggio Potemkin “che dovrebbe essere rimosso a favore di “un’intensa preoccupazione per il legame transatlantico” . Se la retorica europea nell’era di Trump a volte prende in prestito le arie della prima visione, le azioni, d’altra parte, vanno nella seconda direzione. Sulla NATO, in particolare, per placare il presidente Trump, gli europei sono pronti a far evolvere l’organizzazione in una direzione che, per loro, significa più abbandono e confinamento nella dipendenza.

(Credito fotografico: CNN)

Questa inclinazione è stata evidenziata in un esercizio di simulazione di alto livello, le cui conclusioni sono state pubblicate alla fine di settembre. L’ultimo Körber Policy Game , organizzato congiuntamente da un think-tank tedesco (lo stesso in cui il Segretario Generale della NATO ha pronunciato il suo discorso quando è stata pubblicata sulla stampa l’intervista al presidente francese) e il prestigioso IISS ( International Institute for Strategic studi) Britannici, in un consesso di esperti e funzionari di Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Stati Uniti. Divisi in squadre nazionali, si trovarono di fronte a uno scenario fittizio in cui l’America si ritira dalla NATO e alla sua partenza seguono molteplici crisi scoppiate nell’Europa orientale e meridionale. I risultati sono illuminanti. È emerso, tra le altre cose, che invece di raccogliere la sfida della propria sicurezza, “la maggior parte delle squadre” ha cercato piuttosto, inizialmente, di convincere gli Stati Uniti a tornare alla NATO, a spese di essa cedere a “concessioni prima inimmaginabili” . Ciò lascia pochi partner propensi alla visione “autonomista” sostenuta dalla Francia.

L’urgenza che prova Parigi

La scelta del momento non è banale. L’intervista a The Economist ha avuto luogo tre giorni dopo la conferenza stampa in cui Macron ha dichiarato di essere indignato per il modo in cui ha appreso, tramite tweet, del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, seguito dall’incursione turca nel Paese: “mette in discussione anche il funzionamento della NATO. Mi dispiace dirlo, ma non si può fingere ”. In realtà, per quanto spettacolare possa essere l’episodio siriano, è solo l’ultimo di una serie di atti, composta da sanzioni extraterritoriali, abbandono del trattato sul controllo degli armamenti, pressioni commerciali e altre decisioni unilaterali percepiti come umilianti dagli altri membri dell’Alleanza – tranne per il fatto che quest’ultimo incidente è avvenuto a malapena un mese prima della prossima riunione dei leader della NATO. Il timore di Parigi è che per convincere il presidente Trump, gli europei cederanno troppo su temi come la designazione della Cina come nuovo nemico comune , l’inclusione dello spazio tra i teatri delle operazioni della NATO o ancora l’accesso degli Stati Uniti ai programmi di armamento finanziati dall’UE con il denaro dei contribuenti europei.

In effetti, la Francia continua a sostenere una “rifocalizzazione” della NATO, in contrapposizione alla sua crescente pressione ai confini dell’UE. sforzi degli Stati Uniti dalla fine della guerra fredda hanno portato a “globalizzare” la NATO , in modo che il maggior numero di settori sono trattati nel quadro della NATO, che, come ha detto Joachim Bitterlich, ex consigliere del cancelliere Kohl: “gli americani si trovano in una situazione conveniente perché hanno l’ultima parola e tutto dipende da loro”. Precisamente, Parigi è preoccupata che su un numero crescente di dossier (oltre la Cina, lo spazio e gli armamenti, si tratta anche di cyber, energia, intelligenza), gli alleati europei – presi dal panico dalle ricorrenti minacce del presidente Trump di “moderare il suo impegno” – acconsentano al trasferimento di competenze nazionali e / o europee alla NATO. E lasciarsi bloccare ancora di più in una situazione di dipendenza.

Il bersaglio scelto da Macron

Non è un caso che al centro delle domande di Macron sull’Alleanza vi sia l’articolo 5 – quello che incarna la difesa collettiva, in altre parole il fatto che un attacco contro un alleato è considerato un attacco contro tutti gli stati membri. Tradizionalmente, è per non compromettere questa garanzia di protezione degli Stati Uniti che gli alleati europei fanno concessioni e testimoniano, come osserva Jeremy Shapiro, ex pianificatore e consigliere del Dipartimento di Stato americano, “di un patologico compiacimento e eccessiva deferenza “ verso gli Stati Uniti. Il paradosso, sotto il presidente Trump, è che evidenzia in maniera cruda e pubblica questa logica transazionale dell’Alleanza, mentre mette in dubbio ,ancora e sempre , le sue fondamenta. Per la Francia, è un vantaggio. Come lo ha dichiarato il ministro degli affari europei Nathalie Loiseau nel 2017: “Mentre le parole del presidente americano potrebbero aver creato una certa confusione riguardo al suo attaccamento all’Alleanza atlantica, l’interesse ad un’autonomia strategica dell’Unione. Europea è apparsa molto più chiaramente di prima a molti dei nostri partner europei. Ne eravamo convinti; altri lo sono molto di più oggi rispetto a ieri . 

Solo che gli atti non seguono. Emmanuel Macron ha quindi deciso di insistere sul fatto che “il garante di ultima istanza non ha più le stesse relazioni con l’Europa. Ecco perché la nostra difesa, la nostra sicurezza, gli elementi della nostra sovranità, devono essere pensati a pieno titolo ” . E il Presidente ha continuato: la NATO “funziona solo se il garante dell’ultima risorsa lavora come tale. Direi che dobbiamo rivalutare la realtà di cosa sia la NATO in termini di impegno degli Stati Uniti d’America ” . Alla domanda se “l’articolo 5 funziona” o no, ha risposto “Non lo so, ma che cosa sarà l’articolo 5 domani?” “ . Fare attenzione a specificarlo“Non è solo l’amministrazione Trump. Devi guardare cosa sta succedendo molto profondamente dalla parte americana . ” In realtà, ciò che dice non è né nuovo né eccezionale. La British Trident Commission , ad esempio, è giunta praticamente alle stesse conclusioni nel 2014. Composta, tra l’altro, da ex ministri della difesa, affari esteri e ex capo dello staff della difesa, fu incaricato di rivedere i meriti del rinnovo dell’arsenale nucleare del Regno Unito. Arrivarono alla spinosa domanda: “Possiamo contare sugli Stati Uniti per avere la capacità e la volontà di fornire  [protezione] indefinitamente, almeno entro la metà del 21 ° secolo?” “ E ha risposto che“Alla fine, è impossibile rispondere” . La differenza con Macron è che gli inglesi si preoccupavano principalmente di “non inviare un messaggio sbagliato sulla credibilità” della protezione americana, mentre il presidente francese desidera, al contrario, avvisare e provocare un soprassalto tra i suoi Partner europei.

La rinnovata visione francese

Nonostante le reazioni indignate di esperti e funzionari , le osservazioni del presidente francese erano tutt’altro che “bizzarre”. Al contrario, sono in linea con la tradizione gaullista-mitterandiana che Macron ha deciso di esporre già, davanti agli ambasciatori, nel suo ultimo discorso annuale . La chiave di volta di questa visione è sempre stata la nozione di sovranità – un termine che Macron pronuncia venti volte in The Economist. Questo ritorno alle basi richiede tre osservazioni. Primo: l’imperativo dell’autonomia non è mai stato diretto contro gli Stati Uniti. Nel pensiero francese, o manteniamo la nostra sovranità su qualsiasi paese terzo, oppure no. Se gli europei decidono di farne a meno in un caso, in particolare nei confronti dell’America, le matrici di soggiogazione che ciò implica (la perdita delle proprie capacità materiali e la mancanza di potere psicologico) le metteranno in balia di qualsiasi altro potere in futuro. In altre parole, non assumendo la sua piena autonomia, l’Europa diventerà, domani, una facile preda per chiunque. Come spiega Macron: “L’Europa, se non si considera una potenza, scomparirà” .

(Credito fotografico: Financial Times)

Secondo: nella visione francese, la sovranità, oltre ad essere un imperativo strategico, è anche una condizione sine qua non della democrazia. Senza indipendenza dalle pressioni esterne, ha poco senso votare per i cittadini. Macron ha chiaramente messo in luce questo legame intrinseco alla vigilia delle ultime elezioni europee: “Se accettiamo che altre grandi potenze, compresi gli alleati, compresi gli amici, si mettano in condizione di decidere per noi, la nostra diplomazia, la nostra sicurezza, allora non siamo più sovrani e non possiamo più guardare in modo credibile alle nostre opinioni pubbliche, ai nostri popoli dicendo loro: decideremo per voi, venite, votate, venite e scegliete. “ È la stessa idea che ha sostenuto davanti agli ambasciatori, ricordando loro: “È un’aporia democratica che consiste nel fatto che il popolo può scegliere sovranamente leader che non avrebbero più il controllo su nulla. E così, la responsabilità dei leader di oggi è di darsi anche le condizioni per avere il controllo sul loro destino . 

Infine: oltre questo ritorno all’essenza stessa del gollismo, l’intervista di Macron a The Economist segna anche il desiderio di riconnettersi con un atteggiamento, con un modo specificamente francese di fare diplomazia. Infatti, dal suo fragoroso rifiuto della guerra in Iraq, la Francia si è comportata come spaventata dalla sua audacia: aveva in parte abbandonato la sua posizione di “cavaliere solitario”, a favore della ricerca di compromessi e del cosiddetto pragmatismo . Senza molto successo. Il punto di forza della diplomazia francese è sempre stata la sua capacità di assumere una posizione chiara, affermare principi ovvi e tradurli in termini pratici con logica implacabile – al punto che i suoi interlocutori si sono trovati esposti, di fronte alle loro incoerenze. . Questo è esattamente ciò che Macron sta cercando di fare ora riguardo alla NATO. Di fronte alla palese umiliazione da parte dell’amministrazione Trump, deplorare pubblicamente la loro situazione di dipendenza. Il presidente francese li chiama quindi, semplicemente, a “trarne le conseguenze” .

Il testo è la versione originale dell’articolo originale: Hajnalka Vincze, Beyond Macron’s Sovversive NATO Commenti: France’s Growing Unease with the Alliance , Foreign Policy Research Institute ( FPRI ), 26 novembre 2019.

THE TMP THEORY. (TMP=Trump-Macron-Putin), di Pierluigi Fagan

A fine agosto in occasione del G7 di Biarritz, a seguito del lungo colloquio tra Macron e Trump, avanzammo l’ipotesi di un patto tra i due per il quale Macron avrebbe cercato si risolvere il contenzioso russo-ucraino, con successiva normalizzazione dei rapporti tra UE e Russia (quindi uscire dallo stato sanzionatorio), onde permettere a Trump di invitare Putin al successivo vertice in Florida nel 2020, come per altro Trump aveva annunciato possibile. Su questa supposta operazione di diplomazia inclusiva si sommano una serie di interessi, alcuni a favore, altri contro.

Trump cerca di perseguire il dialogo con Mosca dalla sua elezione ma è stato a lungo tenuto sotto scacco dal Russiagate poi terminato in un nulla di fatto. Ora è sotto procedura di impeachment però questo non pregiudica la sua operatività in politica estera. Il fine è noto a chiunque sappia due-cose-due di geopolitica. Ostracizzando al contempo Russia e Cina, gli USA si creano un nemico bicefalo che compensa mancanze con punti di forza. Potenza militare la Russia ma non economica, potenza economica ma non militare la Cina, un vero capolavoro di stupidità strategica. Il fatto è che buona parte del Deep State americano non ha nulla di specifico contro la Cina mentre confinare la Russia nel corner dei nemici assoluti ha grande utilità soprattutto per alimentare la macchina militar-industriale, NATO annessa. Di contro, per Trump ed il suo gruppo di potere, le posizioni sono esattamente inverse. La Russia potrebbe su base gas-petrolifera addirittura esser un partner come lo è stato per lungo tempo prima dell’affaire ucraino (si pensi anche a gli sviluppi siberiano-polari che avevano portato alla nomina a Segretario di Stato dell’ex CEO di Exoxn-Mobil, Rex Tillerson, grande amico dei russi) , il nemico strutturale e prospettico è obiettivamente la Cina in quanto la partita dei poteri mondiali è certo economico-finanziaria e non certo militare, spingere i primi ad unirsi ai secondi è esattamente il contrario di ciò che fece a sui tempo Kissinger ai tempi di Mao e Nixon, quando Cina ed URSS erano oltretutto allineate ideologicamente.

Putin certo è consapevole delle trappole insite in questo disegno e certo non ha nessuna intenzione di ri-orientarsi strategicamente dal formato “strana coppia” (RUS-CHI) come la chiama Limes, ad un improbabile nuova amicizia con gli infidi occidentali però, realisticamente, ottenere una qualche possibilità di “bilanciamento” avrebbe un suo appeal. Questo aumenterebbe il potere negoziale russo ed aiuterebbe la Russia ad aprirsi ventagli di possibilità sul prezzo a cui vendere i suoi patrimoni energetici fossili e potersi comprare tecnologia per far fare qualche salto alla sua industria.

Macron ne otterrebbe molti vantaggi. Il prestigio del ruolo di Ministro degli Esteri nella diarchia di Aquisgrana in cui Merkel è il Ministro del Tesoro, la possibilità del ruolo di intermediario primo con ricadute di affari con i russi a seguire, la diminuzione del peso geopolitico dell’Europa del’Est vs Europa dell’Ovest, un credito nei confronti di Trump ma anche di Putin, la titolarità per portare avanti la sua idea di parziale sganciamento dell’Europa dalla NATO che è la precondizione per i progetti di costituzione di una potenza militare europea che è l’unica carta che le permetterebbe di sedersi al tavolo della nuova fase di geopolitica multipolare.

Merkel di fatto è già da tempo e nonostante le roboanti dichiarazioni pubbliche contrarie, di fatto partner commerciale coi russi, si pensi al raddoppio del North Stream 2. Per altro, larga parte della confindustria tedesca e della politica bavarese sarebbe entusiasta di una normalizzazione. Pubblicamente però non si espone per salvaguardare equilibri interni contrari e soprattutto per non creare tensioni con quell’Europa dell’Est che è il suo bacino egemonico naturale. Lascia fare a Macron con l’aria di chi deve pur permettere al junior partner di avere il suo protagonismo.

Zelensky ha ricevuto poteri largamente maggioritari in Ucraina anche se le minoranze nazionaliste sono agguerrite e poco disposte al disgelo. Nei fatti, il gruppo di potere attorno a Zelensky bada a gli interessi ucraini e l’Ucraina dopo esser stata sedotta dall’amministrazione Obama che ha pilotato il colpo di stato travestito da insurrezione popolare, è stata nei fatti abbandonata. La situazione economica e sociale in Ucraina è pessima ed è su questo scontento palese che Zelensky sta costruendo la sua fortuna politica. La relazione a due vie tra Ucraina e Russia è di logica geo-storica, si può far davvero poco per trovare una logica sostitutiva e certo non senza il favore di Trump, Macron e Merkel che nei fatti vanno in direzione opposta.

Contro questo movimento si segnano: l’Europa dell’Est in perenne paranoia anti-russa, i britannici al solito inorriditi dalle pretese geopolitiche degli euro-continentali viepiù se saldate in relazioni coi russi (l’incubo Heartland di Mackinder), la NATO che dal felice esito di questo movimento vedrebbe fortemente ridimensionati i suoi interessi (con un bel po’ di generali e funzionari disoccupati, nonché parte del complesso industriale americano connesso in crisi), buona parte del Deep State americano, i democratici americani, i loro alleati liberali europei.

Ecco allora che si fa fatica a trovare oggi notizie sul felice esito della riunione “formato Normandia” (Macron, Merkel, Putin, Zelensky) di ieri a Parigi, sia sulla stampa nazionale che internazionale, molto meglio la notizia del ban alle Olimpiadi e forse Mondiali di calcio, per presunto doping russo. Una spessa cortina di silenzio intorno alla notizia che quando data, è data con sospetto corredato da sfiducia e dubbi.

Nei fatti però, dopo Biarritz, Macron è andato in Ucraina e si è sentito spesso con Putin, Zelensky si è telefonato con Putin quattro volte, hanno cominciato e sono a buon punto nello scambio dei prigionieri reciproci, hanno annunciato una sospensione delle ostilità in Donbass sebbene non sempre rispettata da chi ha evidentemente interessi contrari (nazionalisti ucraini e del Donbass), ieri si sono stretti la mano e parlato a quattro occhi fissando un successivo piano di diplomazia attiva a scadenza marzo 2020. Difficile chiudere in tempo e con venti contrari il processo per firmare una pace ad aprile e revocare le sanzioni a maggio per il G8 americano che è a giugno, con le elezioni americane a novembre. Però sembra che più d’uno abbia voglia di provarci, vedremo …

Certo va notato che il tema “pace e diplomazia” non riscuote grande successo d’attenzione presso le opinioni pubbliche occidentali, il che denota una forte contraddizione adattiva a quello che volenti o nolenti sarà lo statuto multipolare del nuovo equilibrio mondiale. Meglio spingere senza tregua ad odiare qualcuno e poi inveire contro l'”odio dilagante”, no?

commenti:

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La rotonda, crocevia di lotte sociali e politiche. Rassegna di un anno di movimento di “Gilet gialli” di Jacques Sapir

https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-le-rond-point-carrefour-des-luttes-sociales-et-politiques-bilan-dun-an-de-mouvement-des-gilets-jaunes-par-jacques-sapir/

CRISI SOCIALE

10 novembre.2019 // Le crisi

[RussEurope-in-Exile] La rotonda, crocevia di lotte sociali e politiche. Rassegna di un anno di movimento di “Gilet gialli” di Jacques Sapir

Così quasi un anno fa, pochi giorni fa, iniziò quello che era chiamato il movimento Yellow Vest . Questo movimento ha profondamente cambiato il panorama politico in Francia. Ha segnato in modo permanente la nostra immaginazione.

Questo movimento ha avuto anche conseguenze sulla scena internazionale. Vari movimenti popolari di rivendicazione e protesta hanno afferrato il simbolo del giubbotto. Questo movimento ha dato alla luce vari libri [1] e vari [2] . Alcuni sono stati pubblicati molto (troppo?) Early [3] . I documenti che hanno prodotto sono stati parzialmente modificati [4] . Alcuni, e questo è altrettanto importante, sono stati scritti da portavoce del movimento, come nel caso di François Boulo [5] o di Priscilla Ludosky [6]. Mentre questo movimento, sebbene abbia perso la sua grandezza, sopravvive organizzando eventi regolari ogni sabato, sotto forma di “atti” diversi, è opportuno tornare alle origini di questo movimento, cambiato e ciò che ha portato.

 

L’origine del movimento

 

Questo movimento, va ricordato, è iniziato come un rifiuto dell’aumento del prezzo del gasolio. Inizialmente, era la petizione “online” contro questo aumento, la petizione lanciata il 29 maggio 2018 da Priscilla Ludoski, che ha aggregato il movimento. Questo aumento, giustificato dal governo in nome dell’emergenza ecologica, non sembrava importante. Tuttavia, ha innescato le polveri e ha causato la più grande esplosione sociale dagli scioperi del 1995. Il motivo è l’importanza delle “spese limitate” nel bilancio delle famiglie, in particolare le famiglie più modeste . Queste spese, che INSEE chiama anche “spese preimpegnate”, rappresentano ciò che tutte le famiglie devono spendere. Introduce le spese abitative, servizi finanziari e quote di abbonamento per i vari servizi. Queste spese, che rappresentavano il 12,5% del budget di una famiglia media nel 1960, rappresentano ora oltre il 30%[7] .

Ma molte altre spese sono in realtà vincoli: non si può evitare di mangiare, vestirsi, guarire, trasferirsi al lavoro. Le stime che vengono fatte pongono quindi l’asticella per queste spese preimpegnate più vicine al 60% che al 30%. Aggiungiamo che la proporzione è tanto più forte quanto i redditi sono modesti. Per le famiglie con redditi inferiori al reddito mediano, la percentuale aumenta probabilmente al 70-80%. In effetti, il CREDOC [8]ha stimato nel 2005 che la quota di spese “inevitabili” (che è una definizione più ampia) potrebbe raggiungere l’87% nel 2005. Si noti che non vi è stata alcuna indagine più recente, il che è un peccato. Alla fine, ciò che resta “vivere”, un termine preferito dal Consiglio nazionale delle politiche per combattere la povertà e l’esclusione sociale (CNLE), è in realtà molto disomogeneo secondo le famiglie. Se prendiamo la definizione di CREDOC, nel 2005 è rimasta 80 € al mese al decimo più povero dopo i vincoli di spesa e inevitabile contro 1.474 € al decile più ricco, un rapporto di 18 a 1. E ancora Come osserva il CNLE, il “riposo per vivere” dei più poveri di solito è solo di pochi euro quando non è negativo.

Priscilla Ludoski , promotore della petizione sul prezzo del carburante

 

L’aumento delle disuguaglianze dall’elezione di Emmanuel Macron e la reazione delle donne

 

Un fattore a breve termine potrebbe aver avuto un ruolo: l’aumento della disuguaglianza dall’elezione di Emmanuel Macron. Perché Emmanuel Macron aveva voluto distinguersi dai suoi predecessori. Così ha rapidamente approvato importanti riforme, in materia di diritto del lavoro, che ha parzialmente smantellato, anche in materia fiscale, con l’eliminazione dell’ISF, nei servizi pubblici, infine, con la riforma della SNCF. Due anni e mezzo dopo, questa politica ha peggiorato la povertà e portato a 566 persone a morire per strada nel 2018 rispetto ai 511 del 2017.

Quando osserviamo gli effetti della politica fiscale ed economica di Emmanuel Macron, è chiaro che i principali vincitori sono stati i proventi da finanza e capitali.

Figura 1

Fonte: INSEE

 

È sorprendente notare che nel 2018, il primo anno in cui si sono avvertiti gli effetti delle “riforme” di Emmanuel Macron, i ricavi finanziari, rappresentati da interessi e dividendi, sono aumentati dell’8,3%. . I lavoratori autonomi, i contadini o i lavoratori autonomi sono stati i peggiori trattati e il loro reddito è effettivamente aumentato meno dei salari. Non sorprende che li abbiamo trovati sulle rotonde durante il movimento dei gilet gialli. Allo stesso tempo, le disuguaglianze hanno continuato ad allargarsi negli ultimi due anni. L’abolizione o la riduzione delle prestazioni abitative (APL) ha avuto un effetto molto dannoso. Ma, anche senza tener conto di questo calo, il numero di persone sotto la soglia di povertà (calcolato al 60% del reddito mediano) nonché le disuguaglianze, misurate qui dal coefficiente di Gini (che è 0 per una distribuzione perfettamente egualitaria e 1 in una distribuzione perfettamente ineguale), sono aumentati.

Figura 2

 

L’innesco del movimento dei gilet gialli non è una sorpresa. Riflette in realtà la reazione di una popolazione, la maggioranza in Francia, che lavora, che pertanto riceve poca assistenza sociale e che ha visto il suo deteriorarsi della situazione economica nei 18 mesi successivi all’elezione di Emmanuel Macron. Possiamo quindi considerare che il previsto aumento dei prezzi del carburante è stata l’ultima goccia che ha spezzato la schiena del cammello. L’importanza della questione del “potere d’acquisto” spiega anche il movimento dei giubbotti gialliera molto più “femminilizzata” dei soliti movimenti di protesta sociale. Uno dei contributi importanti di questo movimento è stato anche il forte coinvolgimento delle donne al suo interno, sia nelle rotonde che nelle manifestazioni. Le donne, purtroppo, sono anche una percentuale molto più grande di feriti e spesso gravemente feriti rispetto ai soliti movimenti di protesta.

Jerome Rodrigues, one of the leaders of the yellow vest movement, lies on the street after getting wounded in the eye during clashes with riot police in Paris during an anti-government demonstration called by the Yellow Vests “Gilets Jaunes” movement on January 26, 2019. (Photo by Zakaria ABDELKAFI / AFP)

Jerome Rodrigues, uno dei leader del movimento della maglia gialla, sulla strada dopo essere rimasta incinta di fronte alla polizia durante una manifestazione antigovernativa chiamata dal movimento “gilet gialli” dei gilet gialli il 26 gennaio, 2019. (Foto di Zakaria ABDELKAFI / AFP)

Jérôme Rodrigues,

Portavoce del movimento, affondato dalla polizia il 26 gennaio 2019

 

La frattura spaziale e territoriale

 

Va ricordato che si sono verificati cambiamenti significativi anche nella distribuzione spaziale della società francese e che questi cambiamenti possono anche spiegare il movimento dei giubbotti gialli perché hanno reso una parte della popolazione tanto più sensibile a un aumento di carburante.

Spinto dai centri cittadini dall’aumento del prezzo degli appartamenti e degli affitti, a sua volta legato al fenomeno della “metropoli” che alcune città stanno vivendo, i più modesti francesi si sono ritirati nei sobborghi più periferici, quindi nei cosiddetti sobborghi “Countrymen” [9] . Si stima che quasi un francese su tre viva in uno dei 33000 comuni la cui densità è inferiore a 64 abitanti per km2 [10] . Viceversa, i 609 comuni più densamente popolati (oltre 2969 abitanti / km2) comprendono anche un ampio terzo della popolazione. L’ultimo terzo vivrebbe nei circa 3000 comuni a densità intermedia (410 abitanti / km2 in media).

Oggi, quindi, il numero di francesi che vivono nelle piccole città o nelle città rurali, ma che lavorano ancora in città, supera il 60% della popolazione.

Tuttavia, nelle zone rurali, a causa della mancanza di mezzi di trasporto pubblico o di inadeguati bisogni, che si riferisce a politiche pubbliche che hanno favorito i servizi inter e intra-metropolitani a scapito di una copertura equilibrata del territorio, Diventa indispensabile possedere un’auto per adulto sia per le famiglie che per i pensionati. Nella città media, diventa indispensabile possedere un’auto per famiglia , indipendentemente dal fatto che sia attiva o meno e che abbia figli o meno [11]. Per le famiglie con due adulti, la necessità di mobilità è spesso integrata da un abbonamento al trasporto pubblico. Viene misurata anche la follia di far dipendere gran parte della popolazione dall’auto per il trasporto.

Tuttavia, queste esigenze comportano costi per l’acquisto di veicoli, ma anche costi di carburante, costi di manutenzione, assicurazione e ispezione tecnica. I costi di trasporto rappresentano quindi il 10,3% della spesa per consumi. Come rispondere alla promozione della mobilità quando i prezzi del carburante aumentano e dipendiamo dall’auto? Questa è una delle chiavi del movimento dei giubbotti gialli .

giubbotti gialli erano quindi in difficoltà in una società in cui i bisogni si moltiplicano. È particolarmente significativo sapere che il 76% dei giubbotti gialli afferma di poter gestire solo con difficoltà e dichiarare che impongono regolarmente restrizioni al proprio budget. Il dato è contro il 55% per la popolazione media e il 35% per coloro che non nascondono la loro ostilità nei confronti del movimento. Solo il 33% dei giubbotti gialli afferma di essere in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2000 euro dalle loro riserve, contro il 53% in media e il 70% delle persone ostili al movimento [12]. In caso di afflusso in contanti imprevisto, un terzo delle giacche gialle mobiliterebbe questa voce per rimborsare un debito, contro solo il 14% dei più ostili. Il movimento dei gilet gialli rappresentava un divario di classe nella società francese.

Maxime Nicole dice “Fly Rider”

Portavoce del movimento

 

L’euro, la ragione nascosta della sordità del governo per le affermazioni dei giubbotti gialli

 

Questo movimento mise in discussione non solo il governo ma anche il presidente della Repubblica. Ma il governo e il Presidente della Repubblica non hanno avuto una risposta esaustiva su questo tema, fatta eccezione per la repressione che era di una portata e un grado insoliti di fronte a un movimento sociale. magnitudine [13]. L’uso sistematico di LBD, un’arma proibita in molti paesi europei e che è stato affidato a personale non addestrato, ma anche la comparsa di un addestramento di polizia non identificabile ha portato a un livello insolitamente alto di violenza, dall’impunità virtuale di cui godevano questi stessi poliziotti. Il numero di condanne emesse dai tribunali, oltre 3.000, parla anche della paura del potere e della sua incapacità di rispondere a questo movimento sociale con qualcosa di diverso dalla repressione. Certamente, il Presidente della Repubblica ha fatto dichiarazioni, in particolare quella del 10 dicembre 2018. Il 13 gennaio 2019 ha inviato una lettera a tutti i francesi [14] , che, pur riconoscendo alcuni dei problemi, ha eluso le risposte [15] .

 

C’era, tuttavia, un’ammissione in questa “lettera”: ” perché i salari sono troppo bassi per alcuni per vivere degnamente con i frutti del loro lavoro …” [16] . Questa era, infatti, una delle fonti di rabbia che si esprimeva attraverso il movimento dei gilet gialli accanto alle richieste di democrazia. Si noterà, tuttavia, che non ha mai scritto le parole “potere d’acquisto”. La questione di un aumento del SMIC era tuttavia centrale per tutte le richieste dei giubbotti gialli . Il presidente pensò, senza dubbio, di aver risposto nel suo discorso del 10 dicembre [17]. Ma non è stato così, anche se il supplemento di reddito (perché è quello di cui si tratta) circa 90 euro, che è stato poi annunciato, è stato il benvenuto in case molto numerose. C’è un blocco qui sul problema di SMIC. Tuttavia, dalla “svolta del rigore” del 1982-1983, lo SMIC, il principale strumento di garanzia per i salari bassi, non si è evoluto con la produttività. Vale la pena ricordare un principio qui: se i salari si evolvono allo stesso ritmo della produttività, la condivisione del valore aggiunto tra salari e profitti non cambia. Quando la produttività cresce più rapidamente dei salari, la quota degli utili aumenta a scapito dei salari. Il divario tra l’evoluzione di SMIC e quello degli incrementi di produttività è importante oggi.

 

Questo blocco non era, inoltre, specifico del potere. Anche l’Assemblea nazionale, ex FN, ha rifiutato, preferendo un complesso sistema di esenzioni dai contributi sociali [18] . Nicolas Dupont-Aignan, nel frattempo ha collegato un possibile aumento della SMIC a un calo dei contributi dei datori di lavoro (ciò che viene erroneamente chiamato “accuse”) [19]. Jean-Luc Mélenchon stava proponendo un forte aumento dell’SMIC, ma sembrava essere meno preoccupato per l’impatto sulla competitività dell’economia francese di tale misura. Le ragioni di questo blocco si riferiscono all’inserimento della Francia nelle istituzioni dell’Unione europea, ma anche nell’euro. È a causa del fanatico attaccamento all’euro che il Presidente evoca così poco, e indirettamente, la questione dello SMIC e quella del potere d’acquisto. D’altra parte, ciò significa che la questione del potere d’acquisto per le “classi popolari” può essere affrontata seriamente solo ponendo la questione dell’uscita della Francia dall’euro. Tuttavia, i vari studi condotti dall’FMI hanno dimostrato che la Francia soffre di una sopravvalutazione della sua economia nel contesto dell’euro e che non è nemmeno l’unica,

 

Tabella 1

Entità della sopravvalutazione (+) e della sottovalutazione (-) dei risparmi dovuti all’euro [20]

Valore medio Valore massimo Differenza con la Germania

(Mid-High)

Differenza con la Francia

(Mid-High)

Francia + 11,0% + 16,0% 26-43%
Italia + 9,0% + 20,0% 24-47% -2 / + 4%
Spagna + 7,5% + 15,0% 22.5 al 42% -3.5 / -1%
Belgio + 7,5% + 15,0% 22.5 al 42% -3.5 / -1%
Paesi Bassi – 9,0% -21,0% 6-6% -20 / -37%
Germania -15.0% -27.0% -26 / -43%

Fonte: differenziale del tasso di cambio reale nel rapporto del settore esterno dell’FMI 2017

 

Finché siamo intellettualmente nel contesto dell’euro, è davvero molto difficile, se non impossibile, pensare a un aumento della SMIC che possa ripristinare un potere d’acquisto significativo.

Quindi riprendiamo i termini del dibattito. Un aumento dello SMIC accompagnato da un ritiro dall’euro e un deprezzamento della valuta avrebbe avuto un forte effetto ridistributivo sui ricavi, restituendo al contempo il potere d’acquisto ai redditi più modesti. Non era questa una delle esigenze principali dei giubbotti gialli ? Ma capiamo anche perché, non appena abbandoniamo la prospettiva di un’uscita dall’euro e una ripresa da parte della Francia della sua sovranità monetaria, diventa impossibile pensare a un aumento dello SMIC e dei suoi effetti sull’economia. economia. E questo è il motivo per cui Emmanuel Macron, che non vuole toccare l’euro in nessuna circostanza, non ha parlato della SMIC o del potere d’acquisto nella sua lettera.

 

Richieste politiche

 

Il movimento Yellow Vests , che inizialmente si concentrava su questa questione del potere d’acquisto, ha rapidamente sollevato problemi politici. La crisi della rappresentatività politica che ha portato alla luce è ora flagrante. Conduce alla nascita del referendum dell’Iniziativa per i cittadini e alla richiesta di un’alta proporzione nel sistema elettorale francese come una delle maggiori richieste del movimento dei gilet gialli . Queste richieste sono state ampiamente supportate dall’opinione pubblica e ho avuto l’opportunità di parlare su questo argomento [21]. Queste due misure, l’introduzione della RIC e la proporzionale, possono certamente contribuire a migliorare la nostra democrazia. Va sottolineato che, in linea di principio, il RIC non è una “rivoluzione” [22] , ma un’estensione della procedura di referendum come esiste oggi, in particolare tramite il PIR o il referendum di iniziativa. Condiviso [23] , ma la cui mobilitazione è molto più pesante e molto meno democratica della RIC . Queste procedure esistono nella costituzione della Quinta Repubblica e esistevano già sotto la Quarta e la Terza Repubblica. Ci sono stati molti dibattiti su questo argomento [24] .

Questa crisi di rappresentatività si riflette in una più debole partecipazione alle elezioni. Si traduce quindi in un sentimento di alienazione dei cittadini dal sistema politico. Invece e al posto del “bene comune” e della “cosa pubblica” (la Res Publica [25] ) viene fatta una distinzione tra “loro” e “noi”. Il primo termine, “loro”, tende a designare rappresentanti del “sistema”, in altre parole un insieme che comprende personale politico, ma anche alti funzionari e giornalisti, che si costituiscono, in una visione crescente della popolazione, come strapiombante, poi esternamente con quest’ultimo, che è riconoscibile nel “noi”. Questa rappresentazione ha più di uno sfondo di verità.

 

Le condizioni di esistenza, e queste non si limitano alle questioni di reddito – spesso indecente, va detto – ma includono anche l’ambiente di vita, i luoghi frequentati, di coloro che sono designati come “loro “Diverge massicciamente da quelli della maggioranza della popolazione. Quando questa distinzione assume la forma di prova, l’autorità non è più legittima e il sistema collassa, sia pacificamente che in convulsioni violente. Bisogna sapere che nessuna democrazia, questo famoso potere del popolo, da parte del popolo e del popolo, di usare le parole di Abraham Lincoln [26] , può sopravvivere a una tale divisione della società.

La crisi della rappresentatività è quindi anche una crisi della democrazia [27] . Questa crisi della democrazia si manifesta anche con sempre più frequenti smentite della democrazia , sempre più evidenti, come la violazione del risultato del referendum sul progetto di Trattato costituzionale europeo del 2005, che ha avuto luogo con l’approvazione del Congresso (Assemblea Nazionale e Senato messi insieme) del famoso “Trattato di Lisbona”. Questo è il motivo per cui tutti coloro che trattano la crisi della rappresentatività come un fenomeno superficiale, che solo le riforme procedurali potrebbero risolvere, si sbagliano.

La domanda posta dal RIC è quindi quella di estendere il potere dell’iniziativa referendaria ai cittadini, sia perché ritengono che una questione non sia trattata dal legislatore sia perché ritengono che la domanda è stata trattata male da quest’ultimo. In questa forma, il RIC è effettivamente un interrogatorio, indiretto o diretto, del legislatore. Ma questo interrogatorio è solo la conseguenza del primato della sovranità del popolo su quello del legislatore. In effetti, le istituzioni attuali hanno la tendenza a considerare che il legislatore costituirebbe un “popolo legale” che potrebbe opporsi e controllare il popolo politico. Questa è una delle dinamiche dell’ordine giuridico descritto da Weber [28]e una conseguenza del primato della legalità sulla legittimità [29] . Questo non è nuovo.

François Boulot

Portavoce del movimento

Uno spazio politico temporaneamente in rovina

 

Quali sono oggi, un anno dopo, le conseguenze, sia politiche che sociali, del movimento dei gilet gialli ? Molto chiaramente, questo movimento ha segnato un risveglio della questione sociale in Francia. Questa sveglia è evidente nell’autunno del 2019. Il governo è sotto la costante minaccia di nuovi movimenti sociali. Su questo fronte ci possono essere anticipi e battute d’arresto. Ma la questione sociale ha restituito una delle questioni centrali dello spazio politico in Francia.

Possiamo anche considerare il movimento dei giubbotti gialli come una particolare forma di populismo in Francia. Ma, quindi, si dovrebbe capire l’ascesa di questi movimenti populisti come una reazione a favore della democraziagenerato dagli eccessi sperimentati dai principali paesi chiamati derive “democratiche” che hanno avuto origine nella globalizzazione e la “secessione” ha voluto le élite. Possiamo quindi affermare che sono i movimenti conservatori che incarnano meglio questo populismo e che questi ultimi hanno interesse a trovare una ragionevole forma di sistemazione con le élite, una sistemazione che reintroduca la democrazia nei moribondi sistemi “democratici” sotto problemi ad arrivare al caos, una forma di anomalia planetaria? Questa è la tesi di un recente libro di Alexandre Devecchio [30] . Si può sostenere che il conservatore si collochi proprio ora nel “partito dell’ordine” che è ormai rappresentato dal presidente francese [31]. Lo dimostra il crollo dei “repubblicani” alle elezioni europee della primavera 2019, elezioni che si sono svolte nel corso del movimento dei giubbotti gialli .

 

Emmanuel Macron si era tuttavia presentato come il candidato del “partito del movimento”, al punto da renderlo il nome del suo partito “in marcia”. È diventato un rappresentante del “partito dell’ordine”, come evidenziato dalla portata e dalla brutalità, a volte bestiale, della repressione. Perché, va ricordato, la violenza di questa repressione è stata senza eguali da quella del movimento del maggio 1968. Le centinaia di feriti, le dozzine di mutilati ed éborgné lo testimoniano.

Questa mutazione non è né sorprendente né accidentale. Era persino prevedibile. All’inizio dell’anno 2017, in televisione russa (RT in inglese), avevo spiegato come Emmanuel Macron e François Fillon rappresentassero candidati del passato, o se preferiamo la reazione. A quel tempo, ho anche ritradotto il testo in francese e installato questa traduzione sul mio blog [32] , per il quale sono stato criticato. Rileggiamo quello che ho detto allora su Emmanuel Macron: “Essendo il candidato dell’Uberizzazione della società, Emmanuel Macron, dietro un linguaggio falso moderno, è in realtà solo il sostenitore di un ritorno all’inizio del diciannovesimo secolo, un ritorno al “sistema domestico” prima la rivoluzione industriale. È sorprendente qui che il candidato stesso che afferma di essere il più “moderno”, quello che non smette mai di elogiare le virtù di ciò che chiama “l’economia digitale”, è in realtà un uomo del passato. Ma Emmanuel Macron è un uomo del passato in un secondo titolo. Se si presenta come un “uomo nuovo”, o addirittura – e questo non manca di sale – come candidato “anti-sistema”, si deve ricordare che era strettamente associato, sia come consigliere di François Hollande o come ministro di Manuel Valls, alla disastrosa politica attuata durante questo periodo di cinque anni. ora. ”

Emmanuel Macron è in effetti un perfetto rappresentante delle élite metropolizzate e globalizzate di fronte alla rivolta della “Francia periferica”. È lo shock generato dalla rivolta di questi strati sociali che ha provocato il massimo restringimento conservativo del suo potere e che lo ha fatto passare, alla luce delle conoscenze di tutti, dal “partito del movimento” al “partito del ‘ordine’. Il diritto, che si tratti della sua corrente conservatrice o della sua corrente bonapartista (il National Gathering), non sembra in grado di cavalcare la tigre populista perché non può porre fine alle rivendicazioni di questo populismo.

Ma deve anche essere concesso ad Alexander Devecchio che la sinistra radicale, che era particolarmente ben posizionata per farlo, non provò nemmeno a cavalcare la tigre. Allo stesso tempo o gilet gialliirruppe sulla scena politica francese, Jean-Luc Mélenchon e con lui France Insoumise abbandonò la linea populista-sovranista che, da solo, avrebbe permesso a questo movimento di incarnare politicamente questa rivoluzione cittadina in marcia. Bisogna quindi mettere in discussione la pertinenza delle scelte politiche che sono state fatte. Invece di guidare la lotta sulla questione del potere d’acquisto in modo coerente, il che implicava mettere in discussione il progetto dell’Unione europea e in particolare il quadro dell’euro, France Insoumise ha scelto di centrare il suo discorso sulla questione della repressione e del quadro politico. È vero che solo questa posizione ha permesso di evitare di rompere la contraddizione con la linea politica adottata per le elezioni europee, una linea che può essere riassunta come una vana chiamata a cambiare l’UE dall’interno.Gilet gialli senza riuscire a consolidare la sua base elettorale. Il passaggio del quasi 19% raccolto sul nome di Jean-Luc Mélenchon al 6,6% ottenuto dalla lista FI durante le elezioni europee testimonia.

 

 

 

Lo spazio politico della Francia è quindi temporaneamente in rovina. La prospettiva di un nuovo duello tra Emmanuel Macron e Marine le Pen sembra tacitamente accettata, anche se questo duello è certamente lo scenario più favorevole per l’attuale Presidente della Repubblica. Almeno, il movimento dei giubbotti gialli avrà sconfitto il governo e, al di là, la linea neoliberale ed europeista che aveva prevalso durante le elezioni presidenziali del 2017. È già molto . Solo il futuro sarà in grado di dire se questo movimento saprà e sarà in grado di generare una vera alternativa e se questa alternativa sarà in grado di spezzare il quadro politico che sembra stabilizzarsi.

 

 

Note

[1] Bibeau R. e Mesloub K., Autopsy of the Movement of Yellow Gilet , Parigi, Harmattan, 2019. Thiebaut M., Gilet Yellow – Verso una vera democrazia? Parigi, VA Press, febbraio 2019. Coll, Yellow Gillets – Presupposti su un movimento , Parigi, The Discovery, 2019.

[2] Vernochet JM., The Yellow Vests, the civic insurrection , Apopsix, 2019. Black G., Yellow Gilet in the light of history , Paris, editions of the Dawn, aprile 2019.

[3] François-Bernard Huyghe , Xavier Desmaison e Damien Liccia, In the head of the Yellow Vests , Paris, VA Press, gennaio 2019.

[4] Farbiaz P., Gilet gialli – Documenti e testi , Parigi, Editions du Croquant, gennaio 2019 e Coll, Gilet gialli – Chiavi per capire , Syllepse, dicembre 2018.

[5] Boulo F., The Yellow Line , Native Editions, 2019.

[6] Ludoski P., in Francia, dare consulenza può essere costoso, Books on Demand, settembre 2019.

[7] http://www.observationsociete.fr/modes-de-vie/logement-modevie/devenses-contraintes-le-weight-du-logement.html

[8] Centro di ricerca per lo studio e l’osservazione delle condizioni di vita . È un’organizzazione di studi e ricerche al servizio degli attori della vita economica e sociale creata nel 1953.

[9] Questo è stato analizzato nelle opere dei geografi. Vedi Guilluy C., Peripheral France: come abbiamo sacrificato le classi popolari , Parigi, Flammarion , 2014.

[10] http://www.observationsociete.fr/population/donneesgeneralespopulation/la-part-de-la-population-vivant-enville-plafonne.html

[11] CREDOC, Hoibian S., “Gilet gialli, un” precipitato “dei valori della nostra società”, nota di sintesi n. 26, aprile 2019.

[12] Idem.

[13] https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/04/28/gilets-jaunes-a-collective-of-victims-of-political-violence-appeals-a-an-national-exhibition_5455937_3224 .html

[14] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2019/01/13/lettre-aux-francais

[15] Lettera a cui abbiamo risposto: https://www.les-crises.fr/russeurope-in-exil-the-letter-of-president-the-question-of-purchase-and-the- de-euro-per-Jacques-Sapir /

[16] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2019/01/13/lettre-aux-francais

[17] https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/gilets-jaunes-why-the-augmentation-of-smic-promise-by-macron-n-is-will-not-really- -une_3094307.html

[18] https://www.rtl.fr/actu/politique/marine-le-pen-is-the-invite-of-rtl-of-19-december-7795973392

[19] https://www.publicsenat.fr/article/politique/gilets-jaunes-nicolas-dupont-in-announces-that-present-a-proposal-of-

[20] Vedi http://www.imf.org/en/Publications/Policy-Papers/Issues/2017/07/27/2017-external-sector-report e http://www.imf.org/en/ pubblicazioni / politica-Carte / Problemi / 2016/12/31/2016-esterno-Sector-report-PP5057

[21] Vedi https://www.les-crises.fr/russeurope-in-exil-crisis-of-representativity-crisis-of-emocracy-by-jacques-sapir/ e la mia discussione sulle tesi “Etienne Chouard, https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-about-the-dutch-book-church-our-cause-commune-by-jacques-sapir/

[22] Favoreu L., Gaia P., Ghevontian R., Melin-Soucramanian F., Roux A., Oliva E. e Philip L., “6 novembre 1962 – Referendum Act”, nelle principali decisioni del Consiglio costituzionale , Parigi, Dalloz, coll. “Ottime soste”, 2013.

[23] https://www.legifrance.gouv.fr/affichTexteArticle.do?idArticle=LEGIARTI000019241004&cidTexte=JORFTEXT000000571356&categorieLien=id&dateTexte=vig

[24] Conac G., “I dibattiti sul referendum sotto la quinta repubblica”, in Poteri n. 77 – Il referendum, aprile 1996, pag. 97-110.

[25] Moatti C., Res publica – Storia romana degli affari pubblici , Parigi, Fayard, coll. Aperture, 2018,

[26] Lincoln A., Discorso di Gettysburg , 19 novembre 1863. Vedi Barton, William E. Lincoln a Gettysburg: cosa intende dire; Quello che ha detto Ciò che è stato segnalato per avere detto; Ciò che desiderava avere detto . New York, Peter Smith, 1950.

[27] Sapir J., Sovereignty, Democracy, Laïcité , Paris, Michalon, 2016.

[28] Weber M., The scientist and Politics , Parigi, UGE, 1963.

[29] Primate le cui conseguenze sono analizzate in Dyzenhaus D., The Constitution of Law. Legality In a Time of Emergency , Cambridge University Press, London-New York, 2006 e Dyzenhaus D, Hard Case in Wicked Legal Systems. Legge sudafricana nella prospettiva della filosofia giuridica , Oxford, Clarendon Press, 1991. Vedi anche Schmitt C., Legality, Legitimacy , tradotto dal tedesco da W. Gueydan di Roussel, Libreria generale di giurisprudenza e giurisprudenza, Parigi, 1936; Edizione tedesca, 1932.

[30] Devecchio A., Ricomposizione. Il nuovo mondo populista , edizioni Le Cerf, Parigi, 2019.

[31] Quello che ho analizzato sul blog “Crises” dal 5 gennaio 2019. https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-emmanuel-macron-president-du-partide -lordre-by-Jacques-Sapir /

[32] https://russeurope.hypotheses.org/5888

 

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (4/4)

Mappa:

– I discorsi: idealismo e manierismo (1/4)

– I discorsi: incoerenza e indigenza (2/4)

– Ricostruzione dell ‘” Europa “: tra piccoli passi insignificanti e ambizioni eccessive (3/4)

– Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron (4/4)

Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron

Emmanuel Macron, o le disgrazie della virtù europea


Sono passati 29 mesi dall’arrivo di Emmanuel Macron. Questo è un periodo abbastanza ampio per procedere, con il necessario senno di poi, a una prima valutazione della sua azione politica volta a rilanciare ancora una costruzione europea il cui sfarfallio la travolge.

L’analisi delle ambizioni che lo hanno animato nella primavera del 2017, quando è arrivato all’Eliseo, ha permesso – speriamo – di dimostrare che le loro possibilità di realizzazione erano estremamente ridotte a priori . Che ne dici di due anni e mezzo dopo, quando lo stato dei media e il godimento politico di cui ha goduto a livello europeo si sono da tempo dissipati? In che misura il suo ardente volontarismo è riuscito a sfondare il muro di una realtà che il nuovo presidente ha rifiutato di osservare seriamente?

Un’osservazione è immediatamente ovvia: la stragrande maggioranza delle proposte menzionate nel discorso programmatico della Sorbona non ha avuto il minimo inizio. Sembra che molti di quei punti non siano nemmeno stati discussi. Esce , in questa fase, la tassa sul carbone alle frontiere, l ‘”Agenzia europea per l’innovazione”, il nuovo partenariato con l’Africa, la riduzione a 15 del numero di commissari, la rinuncia chiesta ai “grandi” Stati del ‘loro’ Commissario, la convergenza delle aliquote fiscali sulle imprese, il “pavimento sociale europeo”, liste transnazionali per le elezioni europee , ecc .

Europa della difesa: guadagni tattici, debacle strategico

Nella delicata area della difesa, le ambizioni smisurate del presidente sono cadute a margine senza essere neppure esaminate seriamente dai nostri partner. Il bilancio militare congiunto, la forza e la dottrina di intervento comune che il presidente vuole per il 2020 non saranno ovviamente messi in atto nei prossimi mesi, o anche oltre, poiché nessuno ci pensa davvero nel futuro UE.

Con questi annunci fragorosi quanto improbabili, il presidente francese ha dimostrato in particolare nel 2017 l’indigenza delle sue opinioni sulla geostrategica e la sua mancanza di conoscenza delle questioni militari. C’era qualcosa di preoccupante nella persona che è costituzionalmente il capo degli eserciti francesi. In seguito ha confermato questa impressione riferendosi superficialmente, a novembre 2018, alla prospettiva di un “vero esercito europeo” [1], il cui irrealismo ha provocato allarme negli ambienti autorizzati.

Sembra, tuttavia, che nel corso dei mesi sia tornato a considerazioni un po’ meno barocche. Dunque, dallo scorso luglio, non si è mai trattato di “esercito europeo”, ma solo di una capacità di “  agire insieme, che non è né rinunciare né abbassare la sovranità nazionale, né, ovviamente, rinunciare l’Alleanza atlantica  ”[2]. Con queste semplici parole, il presidente francese sta infatti conducendo un ampio ritiro strategico, sotto forma di debacle concettuale. Ovviamente peccò per dilettantismo ed esaltazione ideologica, prima che le sue ambizioni si spezzassero sulla realtà geostrategica del continente.

Per realizzare una “potenza dell’Europa”, sarebbe necessario, innanzitutto, fare della violenza verso l’Europa così com’è, nella diversità delle relazioni con il mondo specifiche di ciascun popolo, nella varietà delle culture politiche e posture militari, strategiche e pratiche operative. Sarebbe necessario, ancor più concretamente, ridurre a una piccola cosa la sovranità e la libertà delle nazioni europee in questo dominio supremo tra tutti gli usi della forza armata. Tale ambizione è semplicemente una sciocchezza.

Per quanto riguarda “L’Europa della difesa”, il presidente Macron è stato rapidamente costretto a fare la stessa cosa dei suoi predecessori negli ultimi vent’anni: ha dovuto impiegare un’impressionante creatività istituzionale per nascondere il suo fallimento. Questa creatività, sebbene di natura puramente formale, dovrebbe consentire all’UE di continuare a fingere, in questo campo anche più che in tutti gli altri: alla brigata franco-tedesca, all’Eurocorpo [3], ai “raggruppamenti tattici” dell’UE (che vivacchiano da circa dieci anni), allo Stato maggiore dell’UE [4], all’Agenzia europea per la difesa, è stato aggiunto un Fondo europeo per la difesa [5] (proposto dalla Commissione europea, con il sostegno della Francia) e la cooperazione strutturata permanente [6] (CSP).

Tutti i suoi elementi dovrebbero dare sostanza e coerenza alla politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC). Ma sono ancora insufficienti agli occhi dell’attuale presidente francese, dal momento che Parigi ha voluto lanciare, inoltre, un “Intervento di iniziativa europea” (IEI), un ulteriore esempio all’interno del quale tenteremo di “  favorire l’emergere di una cultura strategica comune [… e creare] i presupposti per futuri impegni coordinati e coordinati futuri  ”[8]!

Punto interessante: questo IEI non rientra nel campo istituzionale e giuridico dell’UE, come se Parigi si fosse improvvisamente resa conto che il quadro comunitario può essere paralizzante. Dieci paesi hanno finora manifestato l’intenzione di partecipare, compreso il Regno Unito. Sarà ovviamente difficile fare qualcosa di diverso da un guscio vuoto, come tutto ciò che è stato provato in questo settore dal 1992 e la nascita della politica estera e di sicurezza comune (PESC). Il Generale Bosser (Capo dello Staff Land) è stato in grado di vedere da solo, come dimostrato dalla sua audizione all’Assemblea Nazionale del settembre 2018: “ Per tutta la durata del forum dei capi di stato maggiore europeo, solo io ho pronunciato il nome di IEI e ho avuto l’impressione di avere davanti a me veri equivoci.  [9] Il contegno nei propositi dell’Assemblea, dovrebbe essere messo in evidenza.

Al solo scopo di credere falsamente a sostanziali progressi nell ‘”Europa della difesa”, il presidente Macron sta facendo tutto il possibile per aumentare il prodigiosamente inefficace bazar istituzionale che dovrebbe incarnarlo. La proliferazione di progetti e istituzioni, il processo infinito di consultazione, le magnifiche e fragorose dichiarazioni di intenti: tutto ciò consente di affermare che ogni giorno si stanno compiendo importanti progressi lungo il cammino di un’autentica difesa europea. Questa agitazione superficiale, tuttavia, è strategicamente simile al puro infantilismo, a suo agio e simpatica in tempi calmi, ma destinata a frantumarsi alla prima grave crisi che si dovesse verificare.

Europa sociale a fuoco

Nel campo dell ‘”Europa sociale”, la grande impresa dell’inizio del quinquennio è stata la revisione dello status dei lavoratori distaccati. Conseguita in un anno, questa revisione era, infatti, già prevista prima dell’arrivo di Emmanuel Macron al potere. Ma bisogna ammettere che ha ottenuto ulteriori emendamenti nell’interesse del nostro Paese. La questione è fino a che punto la riforma finalmente accettata dal Consiglio europeo nell’ottobre 2017, quindi dal Parlamento a maggio 2018, probabilmente metterà in discussione lo scandalo di questo status di lavoratori distaccati quando si applica ai paesi con livelli di sviluppo significativamente diversi.

Se la stampa dall’orientamento europeista coglie ovviamente il “successo” e persino la “vittoria” [10] del presidente su questo argomento – prove secondo lei della sua padronanza diplomatica  altri giornali, tuttavia, sono francamente più avveduti [ 11]. Tutti gli anticipi ottenuti sono in effetti simbolici o marginali: la durata del distacco è ridotta da 24 a 12 mesi al massimo, ma in effetti i lavoratori distaccati in Francia raramente rimangono più di qualche mese. Ancora più importante , a priori, i lavoratori distaccati saranno ora pagati come gli altri (compresi i bonus) e non solo il salario minimo.

Mentre questa misura innegabilmente va nella giusta direzione, poiché diminuisce l’interesse nell’uso di questo tipo di lavoro, è tuttavia di portata limitata. La maggior parte dei posti occupati dai lavoratori distaccati sono pagati presso lo SMIC o poco sopra. Nulla o quasi nulla cambierà, soprattutto perché la disposizione più sleale dello statuto rimane invariata: i lavoratori distaccati e i loro datori di lavoro continueranno a pagare i contributi di sicurezza sociale nel loro paese di origine.

Inoltre, il settore del trasporto su strada, che è molto interessato ai lavori distaccati, è stato escluso dall’accordo per ottenere l’adesione di Spagna e Portogallo. Infine, gli impegni formali assunti dagli Stati per rafforzare la loro cooperazione nella lotta contro la grande frode che accompagna questo status [12] sono difficilmente credibili: perché i paesi dell’Europa mediana sarebbero solerti in questo settore, quando questo zelo sarebbe obiettivamente contrario ai loro interessi economici? Per quanto riguarda la Francia, è anche ovvio che le poche centinaia di dipendenti pubblici mobilitati nella lotta contro queste frodi sono abbastanza sopraffatte [13].

La riforma ottenuta dal presidente riguarda quindi il trompe-l’oeil quasi al completo. Ciò è tanto più vero in quanto non entrerà in vigore prima del 2020. Ci sono voluti un totale di sedici anni per modificare modestamente questo status tipicamente comunitario. Sebbene sia stato istituito nel 1996, le sue deleterie conseguenze economiche e politiche sono state osservabili dal 2004, a causa del primo allargamento dell’UE ad est [14]. Sedici anni per far finta di agire, sotto la pressione di un “populismo” crescente che condanna i leader cinici, ma preoccupati, di preoccuparsi superficialmente della giustizia sociale. Questo è tutto ciò che un’Unione europea alla fine del suo corso può mostrare come dinamismo emancipatorio, e non è nulla, se non un po’ di polvere negli occhi.

La riforma soddisferà gli europei fiduciosi, generalmente protetti dalla concorrenza sleale dei lavoratori distaccati dal loro status o livello di qualifica; il resto della popolazione capirà rapidamente che è stato nuovamente ingannato. La comunicazione politica, tuttavia, ha avuto l’audacia di presentare questa riforma come un successo dell’ “Europa che protegge” [15], seduto sull’assurdo paradosso di tale affermazione poiché qui “Europa” protegge solo se stessa. Chi può comprenda…

Tale è, in questa fase, lo scarso bilancio di E. Macron su “Europa sociale”. Bisogna temere che non ci si debba aspettare nulla dalla sua azione in questo campo negli anni a venire. La campagna per le elezioni europee della primavera 2019 è stata quindi contrassegnata dall’assenza di riferimenti all’idea di “Europa sociale” da parte dei candidati EMN (nonché di quelli degli altri partiti). Il tema è letteralmente scomparso dai discorsi, mentre era insistito da trenta anni ad ogni elezione nella speranza di risvegliare l’interesse dei cittadini per il Parlamento europeo. Forse è stato finalmente compreso dal personale del campo che era stato usato sino alla trama e che era controproducente usarlo. Ad ogni modo, sembra che venga determinata una svolta


Eurozona: due anni di chiacchiere per niente

Si tratta della zona euro, del suo approfondimento ritenuto necessario, laddove le ambizioni del presidente Macron erano allo stesso tempo le più grandi e le più realizzabili a priori , tanto è vero che la costruzione europea è principalmente di ordine economico . In questo settore come negli altri, tuttavia, i primi due anni del quinquennio si sono rapidamente trasformati in dolorose Stazioni della Croce, le cui numerose stazioni hanno crudelmente messo alla prova chi ha affermato, nel febbraio 2017, di non respingere il “  Dimensione cristica  ” [16] dell’incarnazione presidenziale.

Cosa ha ottenuto per il prezzo del suo impegno? Niente. Nessuna delle sue proposte di riforma per l’area dell’euro è stata approvata. Il suo fallimento è completo fino in fondo e un risultato del genere era altamente prevedibile. Il nuovo presidente francese non aveva reali possibilità di vincere. La manovrabilità del Cancelliere tedesco ha facilmente trionfato sul suo volontarismo giovanile, ma non è questo il punto. I fattori strutturali hanno giocato ben oltre queste cause superficiali.

Innanzi tutto, un effetto contestuale: non è più tempo che l’UE faccia importanti riforme politiche. Ha gettato la sua ultima forza nell’artigianato istituzionale del 2010, reso necessario dall’urgenza della crisi finanziaria e monetaria (con la creazione del meccanismo europeo di stabilità e il tentativo di unione bancaria). La costruzione dell’Europa è ormai finita, soprattutto perché il suo approfondimento implicherebbe l’abbandono della sovranità in aree così sensibili che quasi nessuno le considera seriamente. Per andare oltre, i cittadini e i leader dei paesi dell’UE dovrebbero dimostrare che, su questioni che sono essenziali per loro, sono diventati europei anziché nazionali. Tale non è e tale non può essere il caso, in mancanza di una identità europea sostanziale.

Pertanto, le questioni relative al debito pubblico, al bilancio dello Stato, alla politica monetaria non sono solo questioni tecniche, poiché la Francia si impegna a credere nei suoi negoziati con la Germania. Queste domande implicano profonde considerazioni di identità, cultura e moralità, sulle quali Berlino non intende cedere nulla di importante. La Germania accetterebbe un approfondimento della zona euro se fosse simile a una germanizzazione, ma non è proprio l’ambizione francese su questo argomento … Parigi e Berlino si sono quindi date, da maggio 2017, a una vera guerra di posizione, che si concluse con una sconfitta francese.

Riunioni bilaterali – formali o informali – Vertici europei, comunicati ufficiali, scambi di organi di stampa interposti … Nel corso dei mesi e degli anni, gli innumerevoli contatti e sessioni di negoziazione hanno avuto per risultato paradossale uno status quo o quasi di cui la Germania si rallegra perché la avvantaggia. Le pietre miliari che hanno portato a questo fallimento francese sono così numerose che è impossibile – e inutile – elencarle qui. Alcuni sono comunque particolarmente salienti:

  • Il 19 giugno 2018, dopo il 20 ° Consiglio dei ministri franco-tedesco, si legge nella dichiarazione di Meseberg. Il principio di creare un bilancio specifico per l’area dell’euro a partire dal 2021 è accettato dalla Germania [17]. Gli altri Stati interessati devono tuttavia prendere una decisione in merito;
  • 29 giugno 2018: 10 giorni dopo Meseberg, il comunicato finale del vertice dell’area dell’euro, organizzato dopo la riunione del Consiglio europeo del 28, non si preoccupa nemmeno di menzionare l’idea di un bilancio per la zona euro come se non fosse nemmeno stato menzionato [18]. Va detto che 12 Stati avevano inviato una lettera qualche giorno prima al presidente dell’Eurogruppo esprimendo la loro opposizione frontale a tale progetto [19];
  • 14 giugno 2019: in occasione di una riunione dei ministri delle finanze dell’UE, sembra essere stata raggiunta una svolta decisiva, poiché sta emergendo un accordo sul principio del bilancio unico per l’area dell’euro, anche se nulla viene deciso sul suo importo (evoca 17 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, quasi nulla), il suo metodo di finanziamento e i suoi obiettivi (“stabilizzazione”, vale a dire, sollievo puntuale verso un paese in difficoltà o investimenti a lungo termine per promuovere la competitività e la convergenza). “  Abbiamo un bilancio dell’area dell’euro  ” [20], tuttavia proclama Bruno Le Maire, ministro francese dell’economia;
  • 21 giugno 2019: alla fine del Consiglio europeo, non sono stati compiuti progressi sul bilancio. Il primo ministro olandese afferma addirittura con soddisfazione che “  la stabilizzazione è finita. Anche il bilancio della zona euro  ”[21].

La Germania ha quindi raggiunto il suo obiettivo senza difficoltà: l’intenso attivismo dispiegato dalla Francia per ottenere un approfondimento dell’area dell’euro si è impantanato nel corso dei mesi, fino a quando non affonda completamente. Se il cancelliere tedesco ha ben presto abbandonato l’idea di un ministro delle finanze o di un parlamento della zona euro, se avesse chiarito chiaramente di essere contraria a qualsiasi idea di mettere in comune fondi. i debiti pubblici, la questione del budget – capitale per Parigi – l’ha costretta a molte manovre di ritardo, essenziali per smorzare nel tempo l’ambizione riformatrice dei francesi.

E’ senza dubbio così che deve essere compreso l’improvviso interesse di Berlino per lo status di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di cui gode la Francia. Suggerendo ripetutamente che Parigi potrebbe donarlo all’UE [22], le autorità tedesche hanno implicitamente inviato un messaggio alle loro controparti francesi: “Non chiederci l’impossibile, altrimenti faremo lo stesso”. L’euro, questo segno esteso su scala continentale, è importante per la Germania come lo è per la Francia il suo status all’ONU. In entrambi i casi, sono in gioco elementi centrali nella concezione di ciascuno della sua sovranità, della sua identità e del suo ruolo nel mondo. Se le autorità francesi hanno avuto difficoltà a capirlo fino ad allora, dobbiamo sperare che il messaggio così espresso è stato compreso questa volta.

Allo stesso tempo, A. Merkel soffiava costantemente caldo e freddo; a volte sembrava conciliante – dicendo ad esempio a luglio 2017 di non essere ostile all’adozione di un bilancio della zona euro [23] – a volte riluttante a progressi seri – come quando ha evocato pubblicamente i suoi “  scontri  [24] con il presidente Macron. Fu in grado di interpretare la sua partitura con la stessa sottigliezza in quanto altri stati – a cominciare dai Paesi Bassi – manifestano regolarmente un’opposizione categorica alle proposte francesi, che Berlino non avrebbe potuto esprimere così duramente senza umiliare Parigi. Si è concluso con un modesto trionfo, affermando semplicemente, alla fine del Consiglio europeo di giugno 2019, di essere “  soddisfatto delle conclusioni relative all’area dell’euro. ”[25].

L’impossibile missione hugolian del presidente francese

Cosa pensare finalmente della vertiginosa cascata di fiaschi incontrata da Emmanuel Macron da quando è salito al potere? Sarebbe stato facile prevenirli dimostrando modestia. Ma un simile atteggiamento, oltre a non adattarsi all’attuale presidente, avrebbe comportato l’aggiunta al disastroso quinquennio di Francois Hollande di cinque anni di ulteriore immobilità, un fermo intorpidimento mortale per un’Unione europea minacciata di disintegrazione.

Durante la campagna elettorale, il futuro presidente francese aveva fatto dell ‘”Europa” il suo principale cavallo di battaglia. Ci saltò sopra con grande fervore non appena arrivò al Palazzo dell’Eliseo e deve essere riconosciuto per la sua vera abnegazione nel tentativo di rilanciare il progetto europeo. Ma va notato, tuttavia, che il suo impegno europeista oggi è un puro donchisciottismo, dal momento che nessuna delle condizioni necessarie per il successo è stata soddisfatta. Come ha fatto il presidente a non accorgersene? Per capirlo, forse è consigliabile tornare a Hugo, la cui relazione con l’idea europea è sempre stata un riferimento essenziale per l’europeismo francese.

“  Verrà un giorno in cui tu, Francia, Russia, Italia, Inghilterra, Germania, tutte voi nazioni del continente, senza perdere le vostre distinte qualità e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in un’unità superiore e costituirete in Fraternità europea […]. Verrà un giorno in cui vedremo questi due grandi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa, uno di fronte all’altro, che si protendono sul mare [ Quindi, con la loro azione, l’Asia sarebbe stata restituita alla civiltà, l’Africa sarebbe stata restituita all’uomo. Invece di fare rivoluzioni, avremmo creato delle colonie! Invece di portare la barbarie alla civiltà, la civiltà sarebbe portata alla barbarie.  [26]

Queste parole, spesso citate – con l’ovvia eccezione delle ultime righe di un esaltato colonialismo – esprimono con fervore ed enfasi la grande idea di Hugo sull’Europa, eretta dall’illustre poeta all’orizzonte dell’attesa di tipo politico; Hugo vede nella sua unificazione un risultato storico, attraverso il quale l’umanità dimostrerà la sua capacità di sollevarsi. 170 anni dopo, è in questa mistica che pendono in Francia coloro che non riescono a concepire l’idea di un fallimento generale della costruzione europea. Emmanuel Macron s’è fatto il suo campione. Ma il suo ardore, sebbene sembri abbastanza sincero, non può bastare a concretizzare la speranza di Hugo di una vera Unione Europea.

In questo caso particolare, un abisso separa davvero la mistica dalla politica, e tutti coloro che pensano di poterlo attraversare in qualche modo cadono necessariamente lì. Questo è ciò che sta accadendo ora al presidente francese. Perché chiunque cerchi di concretizzare la visione hugoliana affronta una doppia impossibilità:

  • Un’impossibilità logica in primo luogo: come potrebbero le nazioni del continente conservare le loro “  qualità distinte  ” e la loro “  gloriosa individualità  ” fondendosi in una “  unità superiore  ”? Un tale processo implicherebbe l’abbandono della sovranità con cui ciascuno esprime liberamente la propria relazione specifica con il mondo e si evolve secondo le proprie aspirazioni, la principale delle quali è perseverare nell’essere. Questa è un’aporia che i 70 anni di costruzione europea non hanno affatto contribuito a dissipare;
  • Un’impossibilità nata da una formidabile ambiguità allora: Hugo scrive allora che non si realizzano né l’unità italiana né quella tedesca. Scrive in un momento in cui la Francia pensa a se stessa ed è percepita da molti come la madre delle lettere e delle arti e come il faro politico della razza umana. Se il brano sopra citato suggerisce che la futura fraternità europea sarà per Hugo di natura egualitaria, in seguito ha fatto altre osservazioni che suggeriscono, al contrario, che l’Europa sarà unita dall’azione illuminata della sua avanguardia francese. “La  Francia è un predestinato  ”, “  la nazione utile  che “  dipende dal popolo “, è quella “da cui possiamo aspettarci tutto Dice in un discorso nell’ottobre 1877 [27].

È comprensibile, in queste condizioni, che Hugo sia sempre stato attaccato all’ideale, che non abbia mai ritenuto necessario specificare le modalità concrete del passaggio verso gli Stati Uniti d’Europa. Per lui, l’unità deve essere raggiunta dall’irresistibile forza di attrazione della civiltà francese, la cui diffusione su scala continentale servirà da cemento unificante. L’Europa è possibile perché l’Europa è essenzialmente la Francia. Lo ha anche detto in modo molto esplicito durante la sua ultima apparizione pubblica, il 29 novembre 1884, in occasione di una visita a Bartholdi che ha appena completato la Statua della Libertà: “Questa bellissima opera tende a ciò che ho sempre amato, chiamato: pace. Tra l’America e la Francia – la Francia che è l’Europa – questo impegno di pace rimarrà permanente . [28] Non potremmo essere più chiari …

La visione hugoliana dell’Europa è contaminata da un etnocentrismo che è ancora difficile da concepire oggi e che persiste nelle menti di un gran numero di europei. I voli messianici del grande scrittore sono suggellati da un’ambiguità che uccide sul nascere ogni tentativo di concretizzarli politicamente. Questa ambiguità, insuperabile, è quella di un universale fortemente ancorato a un particolare, è l’ambizione di una Repubblica europea plasmata dal genio nazionale francese.

Nella sua versione attuale, è la speranza di una “Europa sociale” e quella di una “potenza dell’Europa”, in genere ambizioni francesi che sono difficilmente condivise oltre i nostri confini. Da qui il paradosso degli europeisti nel nostro paese: vogliono essere “europei” soprattutto, aderiscono alle dissolvenze del “post-nazionale”, pur non essendo in grado di concepire che l’UE può essere qualcosa di diverso da ciò che in loro lo spirito – il francese nonostante tutto – gli impone. Questa ambiguità deriva da incomprensioni a cascata con i nostri partner e da un blocco permanente su tutti i punti importanti.

Emmanuel Macron ha cercato di rilanciare un progetto moribondo cercando di infondere un po’ del misticismo di Hugo e impiegando una notevole energia in infinite negoziazioni. A questo punto, il suo fallimento è completo e probabilmente definitivo. Ma all’impossibile, nessuno è obbligato. Forse prenderà atto di questa impossibilità nella seconda metà del suo quinquennio, data la lucidità che ha mostrato puntualmente [29]. In ogni caso, dobbiamo sperare per il bene della Francia e per l’Europa che l’UE abbia coperto la sua crosta sterile.

Eric Juillot

fonti

[1] http://www.opex360.com/2018/11/06/the-president-macron-about-setting-a-right-european-right/[2] http://www.opex360.com/2019/07/14/exit-expression-armee-europeenne-le-president-macron-parle-days-dagir-ensemble/[3] O “Corpo europeo di risposta rapida”. È uno staff multinazionale di circa 800 persone creato nel 1992. Con sede a Strasburgo, negli ultimi anni ha lavorato principalmente a beneficio della NATO.[4] Uno staff multinazionale con sede a Bruxelles con circa 200 dipendenti e, in quasi 20 anni, ha guidato solo una manciata di micro-operazioni.[5] Questo fondo è destinato a fornire sostegno finanziario a progetti comuni; il suo budget (probabilmente qualche miliardo di euro) non è stato ancora determinato, lo sarà per il periodo 2021-2027.[6] Questa cooperazione assume la forma di progetti avviati da una nazione guida per rafforzare l’interoperabilità, consentendo l’ammodernamento condivisione di attrezzature, ecc . Tutti i progetti avviati in questa fase hanno dimensioni modeste.[7] Sono previsti un carro armato franco-tedesco e un aereo. Tali programmi sono auspicabili ma a determinate condizioni: controllo dei costi, vantaggi industriali proporzionati per tutti gli attori coinvolti, reale efficienza operativa dell’attrezzatura prodotta. Se in passato questo tipo di cooperazione ha avuto successo (Alphajet, Transall, Jaguar …), gli ultimi risultati si sono spesso rivelati laboriosi e costosi (A 400 M ed elicottero NH 90).[8] http://www.opex360.com/2019/07/14/exit-expression-armee-europeenne-le-president-macron-parle-days-dagir-ensemble/[9] http://www.opex360.com/2018/11/06/the-president-macron-parks-to-establish-a-right-european-right/[10] https://www.liberation.fr/france/2017/10/24/work-detaches-la-victoire-europeenne-de-macron_1605391[11] https://www.marianne.net/economics/student-workers-the-three-statches-of-macron-victory[12] https://www.lemonde.fr/economie/article/2018/02/05/detached-workers-the-figures-are-embedded-in-france_5251933_3234.html[13] L’ispettorato del lavoro riesce a effettuare circa mille ispezioni all’anno, non di più, quando il numero di lavoratori distaccati è ora stimato in oltre 500 000. CF: https://www.actualvalues.com/economy / 46-in-un-il-numero-di-dipendenti-dipendente-senvole-93017[14] Nel 2004 l’UE ha aderito a 10 paesi: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Cipro e Malta. Nel 2007, la Romania e la Bulgaria hanno aderito all’UE, seguita dalla Croazia nel 2013. Durante un periodo di transizione, alcuni Stati dell’Europa occidentale hanno introdotto restrizioni per limitare afflusso di lavoratori distaccati da alcuni paesi (Romania, Bulgaria).[15] https://en-marche.fr/articles/actualites/workers-stoppers[16] https://www.lejdd.fr/Politique/Emmanuel-Macron-confidences-sacrees-846746[17] http://www.lefigaro.fr/international/2018/06/19/01003-20180619ARTFIG00368-declaration-of-meseberg-to-reform-the-news-and-of-points- -completer.php[18] https://www.consilium.europa.eu/media/36001/29-euro-summit-statement-en.pdf[19] https://english.rt.com/economy/51866-12-european-countries-are-opposing-to-a-futur-budget-from-euro-zone-europe[20] https://www.euractiv.fr/section/economie/news/no-agreement-on-euro-budgetary-tool-ministers-send-hot-potato-back-to-leaders/[21] https://www.euractiv.fr/section/economie/news/stabilisation-mechanism-in-induced-coma-after-eu-leaders-meeting/[22] https://www.ouest-france.fr/monde/organismes-internationaux/onu/onu-l-la-germany-propose-the-france-of-the-future-of-its-permanent-union-europeenne -6096948[23] https://www.la-croix.com/Economie/Monde/Budget-zone-euro-Il-faut-saisir-lopportunite-souvre- us-2017-07-13-1200862817[24] http://www.lefigaro.fr/international/angela-merkel-recognized-to-have-a-conflictual-relations-with-manuel-macron-20190515[25] https://www.euractiv.fr/section/economie/news/stabilisation-mechanism-in-induced-coma-after-eu-leaders-meeting/ – Gli altri progetti nella zona euro (allargando il ruolo del Anche MES e il completamento dell’unione bancaria), che E. Macron ha ereditato dai suoi predecessori, sono fermi.[26] Estratto dal discorso di Victor Hugo al Congresso per la pace, 21 agosto 1849.[27] Jean GARRIGUES, The Republic Incarnate, da Leon Gambetta a Emmanuel Macron , Parigi, Perrin, 2019, pagina 91.[28] Jean GARRIGUES, La Repubblica incarnata , op. cit ., pagina 110.[29] http://www.lefigaro.fr/conjoncture/2015/09/28/20002-20150928ARTFIG00208-why-macron-predit-il-la-fin-de-la-zone-euro.php

https://www.les-crises.fr/emmanuel-macron-et-leurope-par-eric-juillot-4-4/

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (3/4)

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (3/4)

Mappa:

– I discorsi: idealismo e manierismo (1/4)

– I discorsi: incoerenza e indigenza (2/4)

– Ricostruzione dell ‘”Europa”: tra piccoli passi insignificanti e ambizioni eccessive (3/4)

– Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron (4/4)

Ricostruzione dell ‘”Europa”: tra piccoli passi insignificanti e ambizioni eccessive

Alla fine del suo vano tentativo di imbambolamento a sostegno del progetto europeista, dopo aver evocato – senza dimostrare – la necessità e la possibilità di un approfondimento dell’UE, Emmanuel Macron giunge alle sue proposte per “l’Europa”. Sono simili a un catalogo di misure disparate, senza apparente preoccupazione per la definizione delle priorità e il cui ambito è generalmente limitato.

Per sviluppare l ‘”Europa della cultura”, si tratta di promuovere l’apprendimento di due lingue europee in tutta l’UE e di creare vere “università europee”.

La transizione energetica deve essere finanziata a livello dell’UE aumentando il prezzo del carbone e introducendo una tassa sul carbone alle frontiere. Questa seconda proposta è una gradita sfida al credo di libero scambio di Bruxelles, con il quale scopriamo che ciò che non è concepibile per l’agricoltura o l’industria è per il clima. Comunque sia, sarà certamente difficile per la Francia avere accolta una misura del genere dagli Stati con un grande surplus commerciale (Germania e Paesi Bassi).

Per promuovere “L’Europa della difesa”, Emmanuel Macron intende lavorare per l’emergere di una cultura strategica comune, prima della creazione “  all’inizio del prossimo decennio […], di una forza comune di intervento, un bilancio comune per la difesa e una dottrina comune per l’azione  ”. Questa è un’ambizione del tutto esagerata. Il presidente francese sembra credere che il suo volontarismo distruggerà facilmente tutti gli ostacoli, anche in un campo sensibile come quello della difesa, il cuore della sovranità propria di ogni stato. Per la cronaca, la Brigata franco-tedesca creata nel 1989 non è mai stata dispiegata, in 30 anni, come un’unità formata su qualsiasi teatro di operazioni di sorta.

Al fine di non offendere nessuno dei nostri partner, il Presidente afferma inoltre che mira ad offrire all’UE “  una capacità di azione autonoma  ”, ma “  oltre alla NATO  ”. La vecchia ossessione francese dell’autonomia strategica dell’UE è, fin dall’inizio, fortemente inquadrata dalla stessa Francia, che impiega il tempo per ricordare il ruolo centrale della NATO – e quindi degli Stati Uniti – nel Difesa dell’UE.

In termini di istituzioni, Emmanuel Macron propone una Commissione europea ridotta a 15 membri anziché 30 e invita i paesi “grandi” a rinunciare al loro “commissario”. Non vi è dubbio che quando non ci saranno più italiani, tedeschi e francesi nella Commissione, la reputazione di questi ultimi esploderà in ciascuno di questi paesi. Vuole anche i 73 seggi dei deputati europei liberati dalla partenza degli inglesi nel 2019, in occasione delle elezioni europee, occupate dai parlamentari eletti nelle liste transnazionali [10], fino a quando metà dei parlamentari non sara eletta in questo modo nel 2024. Gli elettori, anche qui, probabilmente apprezzeranno di non poter più comunicare con i loro rappresentanti se non in una lingua straniera.

Data l’essenza dell’UE, è ovviamente in campo economico che le proposte del presidente francese sono le più importanti. Vuole, per iniziare, espandere l’Europa digitale con la creazione di una “Agenzia europea per l’innovazione rivoluzionaria” e un progetto per il mercato unico digitale. Più significativamente, si spende a favore di un budget netto per l’area dell’euro per attutire lo shock delle crisi, poiché – e questa è un’ammissione interessante – “  uno stato non può da solo affrontare una crisi quando non decide più la propria politica monetaria  . Naturalmente, tale budget deve essere accompagnato da un fermo impegno da parte di tutti gli Stati coinvolti a proseguire le sacrosanti “riforme” neoliberali, con l’efficacia ovunque dimostrata.

Prudente e realistico, Emmanuel Macron specifica che non è più una questione di “mutualizzazione dei debiti”. La Francia prende così finalmente atto del rifiuto viscerale di una simile idea da parte dei tedeschi, un rifiuto espresso più volte da loro negli ultimi anni. Con questa certezza, si lasceranno ammaliare dal presidente francese in merito al suo budget per l’area dell’euro? Nulla è meno certo, dal momento che questo budget equivarrebbe a mettere in comune i debiti del futuro, in mancanza di quelli del passato.

Per dare all’Unione monetaria un volto politico, l’Eliseo auspica che venga creato un posto di ministro comune a tutti i paesi interessati, la cui autorità sarebbe vincolante per tutti i governi. A quanto pare Emmanuel Macron ritiene che il ministro francese dell’Economia e delle finanze sia ancora troppo potente e che dovrebbe togliere i pochi residui di potere che ha lasciato finora la costruzione europea.

Ansioso di soddisfare le aspettative della gente, termina la sua enumerazione con proposizioni di un affermato carattere sociale:

  • Vuole che lo stato di “lavoratore distaccato” venga modificato in modo approfondito. Tale ambizione è benvenuta, poiché questo status procede, nel suo principio, dal dumping sociale più iniquo; ma non sarà facile convincere i paesi beneficiari a rinunciare;
  • Mira a promuovere la convergenza fiscale sull’imposta sulle società, la cui divergenza da uno stato a un altro porta a una concorrenza malsana e danneggia le finanze pubbliche di alcuni. Tuttavia, come possiamo convincere i piccoli stati che hanno fatto della base imponibile molto bassa uno dei pilastri della loro strategia economica a rinunciarci? Nulla è specificato qui. Al massimo, comprendiamo che la libera circolazione dei capitali garantita dall’UE al suo interno non ha solo vantaggi;
  • È necessario adottare un “piano sociale europeo”, comprendente un “salario minimo adattato alla realtà economica di ciascun paese”. Sebbene sia davvero adatto a questa realtà economica, non è chiaro come possa effettivamente limitare il dumping sociale a livello dell’UE. In effetti, la convergenza dei modelli sociali si scontra con diverse impossibilità, in particolare le principali differenze culturali e la persistente disparità di sviluppo tra Europa occidentale e centrale. Questa disuguaglianza rende utopistico il finanziamento in tutti i paesi di un sistema di protezione sociale modellato sulle norme danese, svedese o francese, anche a medio termine;
  • Infine, è necessario aumentare la trasparenza e le esigenze sociali e ambientali nella negoziazione di accordi commerciali con il resto del mondo. Dato che questa è una prerogativa della Commissione, che il governo francese è qui legalmente ridotto alla passività, non costa nulla chiederlo educatamente, sperando in cambio di qualche considerazione.

Inoltre, per buona misura, Emmanuel Macron invia in cinque righe l’idea di un partenariato con l’Africa, il libero scambio imposto a questo continente dall’UE negli ultimi vent’anni, non avendo apparentemente soddisfatto tutti le sue promesse nello sviluppo economico.

L’enumerazione di queste numerose proposizioni è inevitabilmente noiosa. Dopo aver cercato di infondere ardore e fede in “coloro che dubitano” evocando l’infinita grazia della dea Europa, il presidente francese deve inevitabilmente lasciare gli empi per tornare sulla terra. Dall’Europa ideale alla palude di Bruxelles, l’atterraggio è brutale e, all’impatto, l’ipervolontarismo di Emmanuel Macron si disperde in una moltitudine di proposte dedicate a progredire faticosamente prima di impantanarsi, per lo più, nella vischiosità delle istituzioni comunitarie. Molte di queste proposizioni sono di un realismo inversamente proporzionale alla loro importanza. I più seri non hanno quasi possibilità di successo e la comunicazione politica dovrà fare molto per convincere gli elettori del contrario.

Ma questi discorsi rimarranno nella storia come il segno di un presidente francese in controtempoVolendo a tutti i costi fermare un’evoluzione che considera fatale rifiutando di vedere le cause che la determinano, Emmanuel Macron ha scelto di essere l’ultimo e più anacronistico difensore di un sistema che finisce, quando avrebbe potuto, al contrario, prendere nota – se non rallegrarsi – dell’inesorabile dislocazione di un’UE viziata nelle sue fondamenta, nonché nelle sue affermazioni e che ha soffocato la vitalità creativa degli Stati e dei popoli del continente.

“  I fatti non entrano nel mondo in cui vivono le nostre credenze, non hanno dato vita a queste credenze, non le distruggono. Possono infliggere loro le smentite più costanti senza indebolirli  . Proust fu forse un po ‘veloce nel rendere questa riflessione una verità generale quando la posò sulla carta. Tuttavia, si applica perfettamente al presidente Macron e ai suoi sostenitori, la cui cecità ideologica è in qualche modo sorprendente. Che il sogno di un’Europa immaginata impedisca nel 2019 di considerare l’UE così com’è, nei suoi fastidi, ti lascia senza parole. Che l’attuale presidente francese pensi di poter far realizzare questa “Europa”, oggi e ora, armato del suo stesso volontarismo, è semplicemente desolante.

L’UE non può essere salvata dalla dissoluzione che vince, e le soluzioni proposte da Emmanuel Macron per fermare questo processo oscillano tra l’insignificante e l’illusorio; quale sia l’esame concreto del bilancio della sua azione a favore del L’UE si proverà a dimostrare nel prossimo articolo.

Note

[1] Gli eventi della Brexit hanno effettivamente impedito l’attuazione di questa proposta nel 2019, ma in precedenza aveva incontrato un educato silenzio.

https://www.les-crises.fr/emmanuel-macron-et-leurope-par-eric-juillot-3-4/

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (2/4)

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (2/4)

Mappa:

– I discorsi: idealismo e manierismo (1/4)

– I discorsi: incoerenza e indigenza (2/4)

– Ricostruzione dell ‘”Europa”: tra piccoli passi insignificanti e ambizioni eccessive (3/4)

– Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron (4/4)

Incoerenza e indigenza

Questa è forse la caratteristica più spettacolare dei discorsi di Emmanuel Macron dedicati all’UE: a parte l’idea principale “Europa che è pace”, non contengono alcun argomento nel dimostrare che la costruzione dell’Europa può e deve essere continuata: nessun risultato che permetta di perseguirla con orgoglio ed energia, nessuna analisi delle difficoltà teoriche e pratiche che deve affrontare il cui svolgimento possa consentire agli europei di trovare briciole di speranza per il futuro del loro progetto. Niente di tutto ciò è discusso. La prosa presidenziale si accontenta di atti di fede, petizioni di principio e dichiarazioni non comprovate. Questa indigenza senza discussioni è particolarmente chiara su tre temi principali: democrazia, sovranità e nazione.

“  L’essenza del progetto europeo è la democrazia. Dico anche che è la sua più grande forza, il suo vero cibo  ”. Questo cliché, destinato nuovamente a proteggere l’Unione europea sotto un velo di virtù, non regge al serio controllo. Trattato dopo trattato, la costruzione europea ha posto un gran numero di scelte fondamentali oltre la portata della deliberazione democratica: la dinamica del progetto europeo – se non la sua “essenza” – è più una questione di eradicamento della democrazia piuttosto che sua fioritura.

In effetti, la democrazia in Europa non deve nulla all’UE. La Carta dei diritti e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino godono entrambi di una certa precedenza storica sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e oggi la democrazia in Europa deve la propria solidità alla sua iscrizione al centro delle culture politiche nazionali piuttosto che agli impegni giuridici degli Stati membri nei confronti dell’UE. Inoltre, l’unica istituzione democratica nell’UE è il suo parlamento, che ha un’assemblea falsa, quindi i suoi poteri tenui. I suoi membri sono, infatti, i rappresentanti di un popolo europeo che non esiste. Una tale impresa istituzionale è abbastanza tipica di ciò che l’UE può produrre come parte della sua logica funzionalista. Anche qui a Strasburgo, fai vivere questa democrazia in Europa ogni giorno  ”, ha detto Emmanuel Macron ai parlamentari europei, apparentemente inconsapevole che la democrazia senza popolo è destinata a svuotarsi a causa della mancanza di legittimità.

Ma la democrazia secondo l’europeismo è, infatti, singolarmente atrofizzata, poiché si riduce, come afferma il presidente francese, al rispetto di “  l’individuo, delle minoranze, dei diritti fondamentali  ”. Questi sono aspetti essenziali, ovviamente, ma che riducono il regime democratico alla sua unica parte individualista, cancellando la dimensione collettiva della sovranità popolare e nazionale, ambito che costituisce l’unica fonte di legittimità per un potere veramente democratico. Sulla base di questa concezione emiplegica della democrazia, Emmanuel Macron può, tuttavia, scartare ogni idea di consultazione del popolo mediante referendum su quesiti europei: “  La risposta è nota, è sempre” no “, qualunque sia la domanda ”, Afferma senza mezzi termini (ignorando l’esito del trattato di Maastricht) e senza ulteriori spiegazioni, dimostrando così con il senso di una frase che l’europeismo terminale non si trova a proprio agio con la democrazia diretta dal 2005 (rifiuto francese e olandese del Trattato costituzionale) e 2016 (vittoria della Brexit nel Regno Unito).

La gente sì, ma non troppo, e in piccoli pezzi, per favore, il presidente francese preferisce referendum “  semplicistico  ” un “  ampio dibattito per identificare le priorità  ” dei cittadini sull’UE, per “  ricostruire il Progetto europeo […] con un requisito democratico molto più forte di una semplice domanda binaria  ”. L’arte di mettere la museruola su un popolo sostenendo di dargli la parola … Tutti conoscono davvero i limiti insiti nei grandi dibattiti di questo tipo nell’approfondimento della democrazia [1].

Ciò che pone un problema all’europeismo nel regime democratico è, pertanto, l’espressione attraverso la sua sovranità politica di una legittimità senza pari e che può costituire un nemico mortale per l’UE. Da qui il termine “sovranista” usato da anni dai mestatori dell’UE per designare con ombra di disprezzo tutti i sostenitori senza scrupoli della democrazia nazionale. Qui, tuttavia, Emmanuel Macron sceglie di innovare, prendendo in considerazione il termine “sovranità”. Si dichiara, infatti, a favore di una “  piena sovranità europea  ” al punto da renderlo l’asse strutturante del suo discorso alla Sorbona e lo declina in molte forme: deve essere climatico, commerciale, culturale, geostrategica, ecc .

Questo tentativo di recupero è intelligente. Attraverso di esso, il presidente spera di consentire all’UE di appropriarsi di ciò che costituisce la forza politica dello stato-nazione. L’enfasi sul tema della sovranità rende anche possibile eliminare la parola “federalismo” dalla sua retorica. L’idea federale è davvero fuori stagione; i leader non ci credono più, perché conoscono l’ostilità delle persone su questo argomento; oggi è radicato in circoli fanatici, nei laboratori stipendiati da Bruxelles o codificati nei media istituzionali. La sovranità europea, tuttavia, punta allo stesso obiettivo, ma sfocando i binari in modo da non spaventare l’opinione pubblica, secondo una tattica spesso usata nella storia della costruzione europea.

Il presidente francese specifica persino, nella speranza di disinnescare qualsiasi controversia su questo argomento: ” Abbiamo bisogno di una sovranità complementare più forte della nostra, complementare senza nessuna sostituzione  ”. Questa precauzione semantica, tuttavia, si presta a critiche radicali. L’idea che la sovranità possa essere fatta valere a livello dell’UE senza indebolire in alcun modo la sovranità nazionale è in effetti un’aberrazione logica. Affinché Bruxelles si affermi, Berlino, Varsavia, Roma o Parigi dovrebbero essere declassate. Il potere sovrano europeo può esistere solo attraverso la capacità di vincolare le parti.

Il presidente francese ammette, inoltre, ingenuamente, volendo indondere l’entusiasmo europeista, senza apparentemente cogliere ciò che questa confessione potrebbe avere di preoccupante per un capo di stato: “La  Francia vuole un’Europa per amore di Europa, non per se stessa “. In questa prospettiva, “l’Europa” diventa un fine in sé a cui gli Stati membri devono accordarsi per sacrificare i loro interessi almeno puntualmente, mentre è stata storicamente presentata ai popoli come un mezzo che potrebbe moltiplicare il loro potere.

Va notato, tuttavia, che l’esercizio da parte dell’UE della piena sovranità è in questa fase quasi un successo. Negli ultimi 30 anni, l’europeismo è stato abbastanza forte da strappare interi settori di sovranità dagli Stati membri, in particolare nella sfera economica, in modo che ne siano rimasti solo pochi, soprattutto nel campo fiscale. I risultati catastrofici per la maggior parte dei paesi sono ben noti [2]. Rinunciando alla maggior parte della loro sovranità economica, gli stati dell’UE hanno infatti organizzato la loro impotenza collettiva, anche se alcuni, sfruttando le regole su misura per loro, fanno meglio di altri.

In realtà, l’idea di una “sovranità condivisa” cara agli europei è inetta. In materia di sovranità, tutto ciò che è condiviso è, nella migliore delle ipotesi, perso dall’effetto della neutralizzazione, nella peggiore delle ipotesi catturato da un altro stato che può così affermare il suo potere [3]. La sovranità, intesa come il potere di un popolo libero, non è quindi assimilabile dall’UE data la sua natura. Non può esserci vera sovranità europea in senso stretto poiché non esiste alcun popolo europeo la cui espressione politica la consentirebbe. Può prosperare solo temporaneamente con il fagocitare la sovranità nazionale, senza le condizioni che hanno permesso a quest’ultima di affermarsi storicamente. Rappresenta quindi una situazione di stallo, in fondo al quale il volontarismo vibrante dell’attuale presidente è destinato a incagliarsi.

Nella speranza di dare alla luce questa sovranità forcipe, Emmanuel Macron pensa tuttavia che sia saggio stigmatizzare lo stato-nazione e la sua presunta impotenza. Se accetta, per mancanza di una migliore idea di “Europa a più velocità”, se afferma di voler “  assicurare l’unità senza cercare l’uniformità “, insiste anche, a lungo termine, sul tema della follia di un persistente attaccamento allo stato-nazione: “  Tutte le sfide future … sono sfide globali che una nazione che si ritrae può affrontare solo su poche cose ” ; sulla politica migratoria: ” il ritiro ai nostri confini […] sarebbe sia illusorio che inefficace ”. Per quanto riguarda la politica agricola comune, l’agricoltore medio ” verrà all’idea che l’Europa lo proteggerebbe meglio di un’assurda politica nazionale  ”.

Questo tipo di affermazione, tuttavia, pone due problemi: come abbiamo visto sopra, non è sufficiente dichiarare che la sovranità europea sarebbe più efficace delle sovranità nazionali in modo tale che, fin dall’inizio, queste sovranità sarebbero rimpiazzate dai cittadini a beneficio del loro glorioso successore. Le cose sono molto più complicate di così, e ciò che sarebbe desiderabile non è necessariamente possibile, specialmente nel caso della costruzione europea.

Inoltre, le affermazioni antinazionali del presidente non sono mai state provate. Perché le frontiere dell’UE sarebbero più facili da controllare rispetto a quelle di uno Stato membro? Perché la PAC non può essere nazionalizzata senza conservarne l’efficacia? In entrambi i casi, l’esempio della Svizzera, nel cuore del continente, dimostra che è possibile agire efficacemente a livello statale. Ma il presidente Macron afferma di credere che le sue affermazioni siano verità provate, la cui semplice ripetizione è sufficiente per ottenere il sostegno di coloro che lo ascoltano. Tuttavia, al di fuori della Svizzera, ci sono molti esempi nel mondo di stati di piccole e medie dimensioni che non appartengono a nessuna organizzazione sovranazionale che si appropria della propria sovranità e ha un tenore di vita uguale o superiore. a quello dei paesi ricchi dell’UE:

L’argomentazione semplicistica delle dimensioni, sistematicamente avanzata dagli europei per giustificare la loro ambizione di approfondire l’UE, è in effetti piuttosto controversa. Ciò che conta non è la dimensione di un paese, ma il suo grado di coesione interna, a sua volta dipendente dal suo grado di coscienza nazionale. Più forte è quest’ultimo, più uno stato è in grado, ad esempio, di controllare gli effetti della globalizzazione sul suo suolo. In questo contesto, gli stati della zona euro hanno dimostrato per vent’anni che l’unione può fare la debolezza, il crollo del loro potere economico infliggendo una negazione violenta a tutti coloro che, venti anni fa, hanno annunciato la prosperità grazie all’euro [4].

Fondamentalmente, è la forza del sentimento di appartenenza a una comunità politica che determina la capacità di quest’ultima di agire efficacemente nel senso di un interesse generale generato dal dibattito democratico. “  Non ho una sola goccia di sangue francese, eppure la Francia scorre nelle mie vene  ” , ha detto Romain Gary. Nessun europeo potrebbe oggi dire così sull’UE senza esporsi a beffe o commiserazioni, quando Gary può motivare con queste poche parole milioni di lettori. Ora, il senso di appartenenza non può essere decretato, non più di quanto possa riposare nel vuoto; deriva da un processo secolare e di civiltà oltre la portata dell’UE.

Infine, la nazione è la forma politica moderna, nata negli ultimi secoli in Europa o nei paesi d’oltremare di insediamento europeo. Come può l’UE persuadersi di incarnare l’Europa, mentre altera per la sua stessa esistenza; ciò che costituisce un’eredità particolarmente preziosa per tutta l’umanità? C’è un paradosso impossibile da mantenere nel tempo.

Democrazia, sovranità, nazione: così tante idee e concetti essenziali che il presidente Macron gestisce con la massima incoerenza, affondando i suoi discorsi in una sorprendente vacuità intellettuale. Molte incoerenze vengono aggiunte al resto. È di natura generale, suscettibile di minare l’intero edificio argomentativo della prosa presidenziale: se “l’Europa” è destinata ad essere luminosamente salvifica come dice, perché ostacoli, resistenze e opposizioni al suo avvento sono sempre più numerosi? L’ovvio non dovrebbe imporsi a tutti, al di là del persistente attaccamento a vecchie forme e vecchi usi obsoleti o pericolosi? L’argomentazione manichea del diavolo nazionalista ha ovviamente una portata esplicativa molto limitata,

L’incoerenza è anche osservata su una scala più sottile, nel dettaglio di alcuni argomenti. E così la diversità culturale del continente: “  La nostra frammentazione è solo superficiale  ” dichiara perentoriamente il presidente, per aggiungere, qualche riga in più: “  Ovunque, quando un europeo viaggia, è poco più che un francese, che un greco, un tedesco o un olandese ”. C’è una contraddizione qui: se la frammentazione è solo superficiale, la qualità europea non dovrebbe avere la precedenza sulla qualità nazionale, invece di essere una piccola identità in più, come dice la seconda frase? Un altro esempio, anche sfortunato: come possiamo dire che non è più possibile costruire “l’Europa al sicuro dalla gente” come hanno fatto i cosiddetti “padri fondatori” mentre squalificavano poche righe dopo l’uso del referendum nel quadro di un progetto europeo presentato altrimenti come “liberamente consentito”?

Ancora più gravemente, la sua esaltazione a volte condanna il presidente Macron a una certa confusione. Deriva, il più delle volte, dal desiderio di gestire il paradosso un po’ troppo lontano, cercando di scorgere in ostacoli dirimenti semplici sfide – contro le quali la volontà trionferà se è abbastanza forte – ritenendole talvolta persino risorse. Quindi, sulla “frammentazione” culturale: “  In realtà è la nostra migliore possibilità. E invece di lamentarci della profusione delle nostre lingue, dobbiamo renderle un vantaggio ! ”. La forza della convinzione dovrebbe mitigare qui la debolezza dell’argomento, come se bastasse decretare che la frammentazione linguistica del continente è una risorsa in modo che cessi di essere un ostacolo alla sua unità politica e all’emergere di uno spirito pubblico europeo. Ciò non impedisce al Presidente di aggiungere ulteriori acrobazie, molto blandamente: ” E l’Europa deve essere fatta di queste lingue e sarà sempre resa di intraducibile. E questo deve essere colto . L’incomunicabilità come vettore della costruzione europea, è stato necessario pensarci; capire chi può …

Note

[1] In queste circostanze, comprendiamo la leggerezza con cui l’UE ha calpestato la democrazia in Grecia negli ultimi anni, in particolare ponendo l’azione legislativa della rappresentanza nazionale sotto lo stretto controllo della Troika: un esempio chimicamente puro di alienazione. democrazia attraverso debito e tecnocrazia in nome di una grande “causa” e di interessi finanziari ben compresi. Con questa infamia, l’ideale europeo, se non è mai esistito, è vissuto.[2] Sul tasso di crescita, sul tasso di disoccupazione, sulla deindustrializzazione, sulla bilancia commerciale, sul debito pubblico, sul futuro luminoso promesso dai sostenitori della moneta unica non si è verificato, è il minimo che il possiamo dire. Vedi: SAPIR Jacques, “La zona euro ha 20 anni”, Les-Crises , https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-the-euro-zone-to-20-ans-by- Jacques-Sapir /[3] La Germania e l’euro sono un esempio spettacolare di questo stato di cose.[4] Vedi: SAPIR Jacques, “La zona euro ha 20 anni”, Les-Crises , https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-the-euro-zone-20-years -da-Jacques-Sapir /

https://www.les-crises.fr/emmanuel-macron-et-leurope-par-eric-juillot-2-4/

D-DAY DOPO 75 ANNI

 

D-DAY DOPO 75 ANNI

Di Paul Craig Roberts

 

Oggi è il 75 ° anniversario dell’invasione della Normandia. Ancora una volta l’evento è celebrato con la demonizzazione della Germania nazionalsocialista e dalla glorificazione della grandezza dell’America nel vincere la guerra.

In realtà, l’invasione della Normandia non contribuì in modo significativo alla sconfitta della Germania. Una piccola forza statunitense / britannica / canadese / francese di circa 150.000 soldati, di cui circa 73.000 americani, si trovava di fronte a poche divisioni tedesche dimezzate e a corto di carburante e munizioni. La vera guerra era sul fronte orientale dove milioni di soldati avevano combattuto per diversi anni.

L’Armata Rossa vinse la seconda guerra mondiale. Il costo per i sovietici fu tra 9 milioni e 11 milioni di morti solo militari. Aggiungendo le morti civili russe, l’Unione Sovietica vinse la guerra dal costo compreso fra 22 milioni e 27 milioni di vite sovietiche.

Al contrario, gli Stati Uniti persero  405.000 soldati uccisi durante la seconda guerra mondiale, di cui 111.600 morirono combattendo i giapponesi nel Pacifico.

La falsificazione della storia si applica alla seconda guerra mondiale così come a qualsiasi altra cosa in Occidente, e il discorso alla celebrazione del D-Day del Presidente Trump esemplifica quanto sia falsa la nostra storia. La Russia è semplicemente esclusa dalla storia. Putin non è stato nemmeno invitato alla celebrazione. I celebranti erano il primo ministro uscente britannico May, il presidente francese fallito Macron e l’estroverso cancelliere tedesco Merkel, che era lì per celebrare la sconfitta del suo paese, ma avrebbero potuto anche non essere presenti. Trump ha sfruttato l’occasione per celebrare la grandezza dell’America. Abbiamo sconfitto la Germania a un costo inferiore di 300.000 soldati morti. I russi che hanno perso 36 volte più soldati non sono considerati sufficientemente importanti per la vittoria sulla Germania da essere invitati alla celebrazione…

 

 

https://www.paulcraigroberts.org/2019/06/06/d-day-after-75-years/

 

Parigi brucia! E lui…?_di Michel Onfray

On l’aura désormais bien compris, en matière de crise des gilets-jaunes, Macron joue la pourriture… [ Si sarà ben compreso, a proposito di crisi di giubbotti gialli, Macron gioca nel torbido …] C’est bien sûr une option éminemment dangereuse. [ Questa è ovviamente un’opzione particolarmente pericolosa.]  C’est celle de la ville dont le prince est un enfant… [ È la città il cui principe è un bambino …] Elle peut sembler rentable à cet enfant-roi qui sait que, dans la logique binaire installée par ses grands prédécesseurs, tout a été fait pour qu’aux présidentielles le choix final oppose un candidat maastrichtien et un autre qui ne l’est pas -le premier présentant le second comme le chaos fasciste. [ Può sembrare redditizio a questo re-bambino che sa che nella logica binaria introdotta dai suoi grandi predecessori, tutto è stato fatto perché la scelta presidenziale finale scelta fosse tra un candidato Maastrichtiano opposto a un altro che non  lo era -con il primo a presentare il secondo come caos fascista.] De ce fait, pareille logique contraint à porter au pouvoir n’importe quel homme lige de l’Europe maastrichtienne. [ Pertanto, tale logica stringente spinge a portare al potere ogni qualsivoglia uomo ligio all’Europa di Maastricht.] Il est l’un des serviteurs de ce pouvoir-là et s’en sait fort. [ È uno dei servitori di questo potere e lo sa bene.] Mais c’est la force d’un domestique. [ Ma è la forza di un servo.]

Voilà pour quelles raisons, dans le chaos actuel, la liste macronienne arrive malgré tout en tête des intentions de vote aux prochaines élections européennes. [ Questo è il motivo per cui, nell’attuale caos, la lista dei Macroniani è ancora in testa al voto nelle prossime elezioni europee.] De sorte qu’après dix-huit semaines de mépris, d’insolences, d’insultes, de désinformation, de fausses nouvelles, de morgue, d’injures, d’offenses, d’affronts à l’endroit des gilets-jaunes, Macron persiste dans une communication dont il sait qu’elle lui est rentable: pendant que Paris brûle, que des banques sont incendiées, que le Fouquet’s est en flammes, qu’un feu dans un immeuble menace de faire périr ses habitants, que les échauffourées sont démultipliées, que des leaders pilotés en sous-main par des politicards appellent désormais à l’insurrection violente, que les mêmes souhaitent une convergence des luttes entre Blacks Blocs et “gens des cités” sous prétexte de gilets-jaunes, que l’arrivée en masse de Blacks Blocs est annoncée par le ministère de l’Intérieur sans que rien ne soit fait en amont pour les empêcher de nuire,  Emmanuel Macron skie… [ Così, dopo diciotto settimane di sfida, di insolenza, insulti, disinformazione, notizie false, obitorio, insulti, offese, affronti all’indirizzo dei gilet gialli, Macron persiste in una comunicazione che sanno che è redditizia: mentre Parigi sta bruciando, in quanto le banche sono state bruciate, il Fouquet è in fiamme, un incendio in un edificio minaccia di distruggere i suoi abitanti, siccome gli scontri sono moltiplicati, siccome i leader controllati segretamente dai politicanti ora richiedono l’insurrezione violenta, che lo stesso desiderio di una convergenza di lotte tra blacks blocs e la ‘gente delle città’ sotto il pretesto del soccorso dei gialli, l’arrivo in massa di Blacks Blocs viene annunciato dal Ministero degli Interni senza che nulla venga fatto a monte per impedire loro di fare del male, Emmanuel Macron scia…] Le roi fait du ski! [ Il re sta sciando!] En compagnie de sa femme, de sa famille, de ses amis, peut-être même avec son ami Benalla, il fête la vie à grand renfort de raclette et de fendant! [ In compagnia di sua moglie, della sua famiglia, dei suoi amici, forse anche con il suo amico Benalla, celebra la vita con un sacco di raclette e cracking!] Tout va bien à Versailles… [ Tutto va bene a Versailles …]

Pourquoi en effet devrait-il se ronger les sangs? [ Perché in realtà dovrebbe rodersi il fegato?]

Car, si la dissolution de l’Assemblée nationale avait lieu, Macron sait bien qu’il resterait président de la République. [ Perché se lo scioglimento dell’Assemblea nazionale avesse luogo, Macron sa bene che sarebbe rimasto Presidente della Repubblica.]   Son obligation constitutionnelle et politique se limiterait à nommer un Premier ministre issu de la nouvelle majorité… [ Il suo obbligo costituzionale e politico sarebbe limitato alla nomina di un primo ministro uscito dalla nuova maggioranza …] qui ne manquerait pas d’être macronienne! [ che non mancherebbe di essere macroniano!]

Si, par une très improbable extravagance, le Rassemblement national arrivait en tête de ces élections législatives après cette hypothétique dissolution, Macron nommerait Marine Le Pen à Matignon. [ Se, con una stravaganza molto improbabile, il Rassemblement National dovesse arrivare in testa a queste elezioni legislative dopo questo ipotetico scioglimento, Macron desinerebbe Marine Le Pen a Matignon.] Le premier travail de cette dame serait de faire du Chirac des années 80 en prenant bien soin de ne toucher ni à l’euro, ni à l’Europe libérale, ni à Maastricht et de n’envisager en aucun cas un Frexit -elle a déjà prévenu… [ Il primo impegno di questa signora sarebbe quello di imitare Chirac degli anni ’80, che non si preoccupasse di toccare l’euro, né l’Europa liberale, né Maastricht e di non considerare in ogni caso un Frexit -è già avvertita …]  Ajoutons à cela que, conditionnée par des années de propagande, la rue refuserait cette nomination après que les médias aux ordres eussent fait fuiter le projet: Macron aurait alors la rue pour lui… [ Aggiungete a ciò che, condizionata da anni di propaganda, la strada rifiuterebbe questo appuntamento dopo che i media agli ordini avranno fatto trapelare il progetto: Macron avrebbe quindi la strada spianata per lui …] Pour éviter pareil scénario, il pourrait alors préférer Dupont-Aignan qui arriverait en courant pour occuper le poste. [ Per evitare un simile scenario, potrebbe quindi preferire Dupont-Aignan che arriverbbe di corsa a riempire la posizione.] La réélection de Macron lors des présidentielles suivantes serait assurée. [ La rielezione di Macron sarebbe assicurata]

Si Macron démissionnait, ne rêvons pas, il sait également que ni le Parti socialiste, qui à cette heure confie les clés européennes du parti de Jaurès à Raphaël Glucksmann qui n’en a pas même la carte, ni la France insoumise, qui a montré en boucle sur les médias un Mélenchon psychiquement problématique, ni le parti de Wauquiez, qui tente de survivre en exhibant une chimère politique faite d’un jeune philosophe catholique flanqué de quelques chevaux de retour du sarkozysme guère encombrés par la morale catholique, ne sont à même de lui succéder à l’Élysée. [ Se Macron dovesse dimettersi, non illudiamoci, sa anche che né il Partito socialista, che al momento ha affidato la chiave europea del partito di Jaurès a  Raphael Glucksmann  senza disporre della mappa, né la France insoumise che ha mostrato un Mélenchon sul precipizio, psicologicamente problematico con i media, né Wauquiez, che cerca di sopravvivere, mostrando una chimera politica fatta di un giovane filosofo cattolico affiancato da alcuni cavalli di ritorno del Sarkozysmo gravati da morale cattolica, sono in grado di succedergli all’Eliseo.]

Tout va donc très bien pour lui. [ Tutto sta andando bene per lui.]

Choisir le pourrissement, parce qu’on sait qu’il fera notre affaire, même si tout cela dessert le petit peuple, les pauvres, les miséreux, les sans grades et tous ceux qui constituent le fond ontologique de la rébellion des gilet-jaunes, c’est agir comme Attila ou n’importe quel autre chef barbare: c’est opter pour la politique de la terre brûlée. [ Scegliere il torbido, perché sappiamo che farà il nostro interesse, anche se questo serve il piccolo popolo, i poveri, i diseredati, senza gradi e tutti coloro che costituiscono lo sfondo ontologico del ribellione dei gilet-gialli, è agire come Attila o qualsiasi altro capo barbaro: è optare per la politica della terra bruciata.] Après moi, ou sans moi, ou hors de moi, le déluge! [ Dopo di me, o senza di me, o fuori di me, il diluvio!]

C’est donc prendre en otage les Français en croyant qu’ils sont là pour nous et non qu’on se trouve là pour eux. [ È quindi prendere in ostaggio i francesi credendo che loro sono lì per noi e non che noi siamo lì per loro.]  Cet homme qui fait semblant de placer son quinquennat sous les auspices de Jupiter et du général de Gaulle le place finalement sous celui de Peter Pan, cet enfant qui ne veut pas grandir. [ Quest’uomo che finge di porre il suo mandato quinquennale sotto gli auspici di Giove e del Generale de Gaulle lo pone infine sotto quello di Peter Pan, questo bambino che non vuole crescere.]

Pour qui prend-il les gens? [ Come pensa di trattare le persone?]

Il a d’abord méprisé les maires, puis il a prétendu qu’ils étaient le sel de la démocratie, avant de partir à leur rencontre pour leur faire la leçon comme un instituteur d’antan avec sa classe d’élèves en blouse et aux ordres. [ Inizialmente ha disprezzato sindaci, poi ha affermato che erano il sale della democrazia, prima di andare loro incontro per impartire loro la lezione come un ex insegnante con la sua classe di studenti in camicie e agli ordini.] Les premiers magistrats, choisis et triés sur le volet par les préfets payés pour relayer la politique du Président, ceints de leur écharpe tricolore, n’en sont pas revenus que le chef de l’État daigne monologuer devant eux pendant des heures. [ I primi magistrati, selezionati e estratti con cura tra i prefetti pagati per trasmettere la politica del Presidente, cinti con la loro sciarpa tricolore, sono tornati perché il capo dello stato si degna di monologizzare davanti a loro per ore.]

Il a ensuite méprisé les Français, des Gaulois rétifs aux changements, des râleurs éternellement rebelles, des crétins incapables de comprendre la nécessité des changements voulus par sa majesté, au contraire des peuples luthériens du nord de l’Europe, avant d’organiser de faux débats, vrais monologues, tout en délaissant son métier qui est de présider la France et non de militer pour lui-même, sa cause et son succès aux prochaines élections européennes. [ Ha poi disprezzato i francesi, i Galli restii a cambiare, i brontoloni eternamente ribelli, gli idioti incapaci di capire la necessità di cambiamenti desiderati da sua maestà, a differenza dei popoli luterani del nord Europa, prima di organizzare falsi dibattiti, veri monologhi, mentre abbandona il suo lavoro che è quello di presiedere alla Francia e non combattere per se stesso, la propria causa e il proprio successo nelle prossime elezioni europee.]

Il a enfin méprisé les intellectuels qui ne lui léchaient pas les bottes avant d’en inviter une soixantaine triée sur le volet -il est intéressant d’ailleurs de voir qui a été convié. [ Alla fine ha disprezzato gli intellettuali che non leccavano gli stivali prima di invitarne una sessantina scelti a mano: è interessante vedere chi è stato invitato.] Frédéric Lordon, gauchiste en chef, mais subventionné par le contribuable via le CNRS où il est directeur de recherche, l’aurait été et a bruyamment fait savoir qu’il n’irait pas. [ Frédéric Lordon, capo della sinistra, ma sovvenzionato dal contribuente attraverso il CNRS, dove è direttore della ricerca, lo è stato ma a gran voce ha detto che lui non sarebbe andato.] Michel Wieviorka, “sociologue”, mais est-ce vraiment le cas pour ce monsieur qui affirme sans barguigner sur Canal+ que le A entouré d’un cercle est un symbole d’extrême-droite, fait bien sûr partie des élus. [ Wieviorka, ‘sociologo’, ma è davvero il caso per il signore che afferma senza esitazione su Canal+ che A in un cerchio è un simbolo della destra, è, naturalmente, una parte degli eletti.] Après avoir dit qu’il n’y avait pas de culture française, Macron invite donc six dizaines de ses représentants pour débattre avec eux sur France-Culture, haut lieu de liberté intellectuelle s’il en est. [ Dopo aver detto che non c’era cultura francese, Macron invita sei dozzine dei suoi rappresentanti a discutere con loro su France-Culture, un grande luogo di libertà intellettuale, se esiste.] Gageons que débattre avec soixante personnes à la fois le contraindra à une performance longue d’une quinzaine de jours non-stop, à défaut, cette rencontre ne sera rien d’autre qu’une danse du ventre présidentiel devant une assemblée captive. [ Speriamo che discutere con sessanta persone alla volta lo costringerà a una prestazione che durerà quindici giorni senza sosta, in caso contrario, questo incontro non sarà altro che una danza del ventre presidenziale di fronte a un’assemblea prigioniera.] A moins qu’on lui offre la grille d’été sur cette chaîne du service public, le créneau est disponible, je crois, après qu’il eut été occupé pendant seize années par un philosophe viré par ses soins. [ A meno che non gli venga offerta la griglia estiva su questo canale di servizio pubblico, lo slot è disponibile, credo, dopo essere stato occupato per sedici anni da un filosofo trasferito dalle sue cure.]

Il méprise les gilets-jaunes depuis le début et traite leur souffrance par l’insulte: antisémites, homophobes, racistes, xénophobes, incultes, illettrés, avinés, fascistes, lepénistes, vichystes, pétainistes, tout est bon qui permet de dire à ceux qui se sont contentés de manifester leur souffrance sociale qu’ils sont des salauds de pauvres. [ Egli disprezza i gilet gialli dal principio e tratta la loro sofferenza insultando: semita, omofobo, razzista, xenofobo, ignoranti, analfabeti, ubriaco, fascista Le Pen, Vichy, Pétain, tutto è buono ciò che permette di dire a coloro che hanno semplicemente manifestato la loro sofferenza sociale che sono dei bastardi, dei poveri.] Cette maladie sociale que sa politique maastrichtienne brutale diffuse comme une épidémie foudroyante est traitée par lui avec arrogance, suffisance, provocation. [ Questa malattia sociale, che la sua brutale politica Maastrichtiana si diffonde come un’epidemia tuonante, è trattata da lui con arroganza, sufficienza, provocazione.] A quoi bon, sinon, s’afficher en train de boire un coup avec ses amis en terrasse dans une station de ski à l’heure même où Paris brûle? [ Qual è il punto, se non di mostrare di bere un drink con gli amici sulla terrazza in una stazione sciistica nello stesso momento in cui brucia Parigi?]  Plus cynique que cela, tu meurs… [ Più cinico di così, muori …]

Choisir l’humiliation n’est pas de bon profit. [ Scegliere l’umiliazione non è una buona cosa.] Il faut être un demeuré fini pour l’ignorer. [ Devi essere un uomo finito per ignorarlo.] L’un de ces soixante intellectuels choisis par le prince pour lui servir de miroir devrait offrir à ce faux intellectuel vrai cynique un livre que Marc Ferro a publié en 2007 et qui s’intitule “Le Ressentiment dans l’histoire”. [ Uno di questi sessanta intellettuali scelti dal principe come specchio dovrebbe offrire a questo cinico vero falso intellettuale un libro che Marc Ferro ha pubblicato nel 2007 intitolato ‘Il risentimento nella storia’.] Ce livre est rapide, indicatif et vite fait, on l’aimerait avec mille pages de plus tant ses intuitions et ses informations sont justes. [ Questo libro è veloce, indicativo e veloce, vorremmo farlo con migliaia di pagine in più perché le sue intuizioni e le informazioni siano accurate.] Quelle est sa thèse? [ Qual è la sua tesi?] On n’humilie jamais impunément les peuples et l’avilissement un jour génère une réplique toujours. [ Le persone non vengono mai umiliate impunemente e l’umiliazione un giorno genera sempre una risposta.]

A quoi peut bien ressembler cette réplique? [ A cosa può somigliare questa replica?]

Personne ne peut imaginer que ce fameux débat puisse accoucher d’autre chose que d’une souris. [ Nessuno può immaginare che questo famoso dibattito possa dare alla luce qualcosa di diverso da un topolino.] Macron avait prévenu dès le départ que le bavardage national allait avoir lieu mais qu’à son issue, il n’était pas question de changer de cap. [ Macron aveva previsto sin dall’inizio che il pettegolezzo nazionale avrebbe avuto luogo ma che alla fine non si trattava di cambiare rotta.] A quoi bon, dès lors, un débat si l’on fait savoir en amont qu’il ne changera rien à l’essentiel? [ A che serve un dibattito se si sa in anticipo che non cambierà nulla all’essenziale?] On ne pouvait mieux avouer qu’il s’agirait de parler pour ne rien dire. [ Non potrebbe essere meglio ammettere che sarebbe una questione di parlare per non dire nulla.]

Il a nommé des médiateurs, des coordinateurs, des animateurs, il a créé un dispositif pour faire remonter, centraliser, synthétiser les demandes exprimées dans des Cahiers de doléances aux marges étroites et aux contenus guindés, il a trouvé des budgets pour financer tout ça, il a parlé tout seul en prétendant qu’il dialoguait, il a saturé les médias avec sa présence logomachique, il a voyagé partout en France et s’est montré dans les endroits les plus improbables de la province, il s’est fait annoncer et il est venu, il est venu sans se faire annoncer, il a pris des notes devant les caméras qui en profitaient pour effectuer un gros plan rentable d’un point de vue de la communication- cet homme écoute attentivement se disait le péquin moyen, la preuve, il a sorti son stylo…-, il a tombé la veste, mouillé la chemise, fait des bons mots, il a même, rendez-vous compte, pris place auprès d’un gilet-jaune qui arborait sa fluorescence à côté de lui… [ Ha nominato mediatori, coordinatori, animatori, ha creato un dispositivo per rintracciare, centralizzare, sintetizzare le richieste espresse in Cahiers de graces con margini ristretti e contenuti soffocanti, ha trovato budget per finanziare tutto ciò, ha parlato da solo, sostenendo che stava parlando, ha saturato i media con la sua presenza logomachica, ha viaggiato in tutta la Francia e si è presentato nei luoghi più improbabili della provincia, è stato annunciato e è venuto, è venuto senza essere annunciato, ha preso appunti di fronte alle telecamere che hanno colto l’occasione per fare un grande piano redditizio da un punto di vista della comunicazione – quest’uomo ascolta attentamente si dice che il peixe medio, la prova, ha tirato fuori la sua penna …-, ha lasciato cadere la giacca, ha bagnato la maglietta, ha proferito delle belle parole, anche lui, ti rendi conto, ha avuto luogo vicino a un giubbotto giallo che sfoggiava la sua fluorescenza vicino a lui …] Mais on le sait, tout ça ne servira à rien puisque le cap, qui est le bon, sera maintenu! [ Ma sappiamo, tutto questo sarà inutile perché il tappo, che è buono, sarà mantenuto!]

Ce grand enfumage procède de ce qu’en son temps Ségolène Royal avait appelé la démocratie participative sans s’apercevoir que la nécessité de recourir à ce pléonasme était bien la preuve qu’en démocratie le peuple avait cessé de participer… [ Questa grande cortina fumogena deriva dal fatto che a suo tempo Ségolène Royal aveva definito la democrazia partecipativa senza rendersi conto che la necessità di ricorrere a questo pleonasma era la prova che in democrazia il popolo aveva smesso di partecipare …] C’est la même personne, Ségolène Royal, qui avait recruté et appointé le scénariste des Guignols de l’info afin qu’il lui trouve des petites phrases assassines pour truffer ses discours et qui soient susceptibles d’être retenues et reprises par les journalistes. [ è la stessa persona, Ségolène Royal, che aveva reclutato e nominato lo scénariste des Guignols delle informazioni così che trovasse piccole frasi omicide per blandire i suoi discorsi suscettibili di essere riprese dai giornalisti.] Déléguer la démocratie participative à un guignol, fut-il de l’info: tout était dit, déjà… [ Delegare la democrazia partecipativa a un guignolo, era la notizia: tutto è stato detto, già …]

A quoi bon partir à la rencontre des gens dans les sous-préfectures pour leur demander ce qu’ils souhaitent quand on aspire à la magistrature suprême de la Cinquième République, comme madame Royal en son temps, voire quand on s’y trouve, comme monsieur Macron aujourd’hui? [ A che serve incontrare persone nelle sotto-prefetture per chiedere loro cosa vogliono quando aspiriamo all’ufficio supremo della Quinta Repubblica, come la signora Royal ai suoi tempi o quando siamo lì, come Mr. Macron oggi?] La réponse est simple: pour les images des journaux de vingt-heures, il faut en effet laisser entendre par ces mises en scène qu’en choisissant de se trouver au centre d’une assemblée réunie en rond autour du mâle dominant qui feint de jouer le rôle de Gentil Organisateur du Club Med, on écoute, on se renseigne, on prend des avis, on descend dans l’arène, on n’a pas peur, on va au contact et, surtout, qu’on est proche des gens… [ La risposta è semplice: per le immagini di giornali di venti ore, deve essere implicitamente indovinato da queste messe in scena scegliendo di essere al centro di un’assemblea riunita in circoli attorno al maschio dominante che finge di giocare il ruolo di Gentil Organizzatore Club Med, ascoltiamo, otteniamo informazioni, prendiamo consigli, scendiamo nell’arena, non abbiamo paura, entriamo in contatto e, soprattutto, siamo vicini alle persone …]

On peut ne pas souscrire à cette thèse de communicant d’un niveau Bac moins cinq. [ Non si può sottoscrivere questa tesi comunicativa di un livello Bac meno cinque.] Car, une personne qui aspire à ce poste ou, pire, qui s’y trouve déjà et a malgré tout encore besoin de ces rencontres pour savoir ce que pense le peuple avoue clairement de la sorte qu’il ignore la vie de ceux dont il souhaite administrer l’existence et, de ce fait, qu’il ne mérite pas son poste sinon de candidat encore moins de premier élu de la Nation. [ Perché, una persona che aspira a questa posizione o, peggio, chi è già lì e ha ancora bisogno di questi incontri per sapere cosa la gente pensa chiaramente ammette di ignorare le vite di coloro che desidera amministrare l’esistenza e, quindi, che non merita la sua posizione se non addirittura candidato ancora meno da premier eletto dalla nazione.]

Macron dit qu’il écoutera mais n’en fera rien, il l’a dit lui-même; il organise à grand renfort de médias complices cette rencontre sous prétexte d’apprendre ce que veut le peuple; or, les souhaits des gilets-jaunes sont connus depuis le premier jour, bien avant que la pourriture voulue par le chef de l’État ne s’y installe. [ Macron dice che ascolterà ma non farà nulla, lo disse lui stesso; organizza a gran beneficio dei media complici questo incontro col pretesto di apprendere ciò che la gente vuole; Ora, i desideri delle giacche gialle sono stati conosciuti fin dal primo giorno, molto tempo prima che la putredine voluta dal Capo dello Stato fosse stabilita lì.]

Roi de la manœuvre, avec ce Grand Débat national, Emmanuel Macron a créé la diversion parce qu’il en avait besoin pour jouer la carte du pourrissement. [ Re della manovra, con questo Grande dibattito nazionale, Emmanuel Macron ha creato il diversivo perché ne aveva bisogno per giocare la carta del decadimento.] Toute semaine passée sans que les gilets-jaunes ne parviennent à s’organiser jouait en sa faveur. [ Ogni settimana trascorsa senza le giacche gialle siano organizzate gioca a suo favore.] C’était autant de temps utile pour organiser la riposte non pas politique mais policière, qui plus est de basse police: laisser les casseurs agir, laisser faire les dépavages, donc laisser les pavés voler, laisser les Blacks Blocs taguer et piller, laisser les casseurs des banlieues se joindre à ces Black Blocs afin que quelques-gilets-jaunes s’y agrègent afin de disposer d’images de vandalisation à associer aux gilets-jaunes: les Champs Élysées, parfait, l’Arc de Triomphe, mieux encore, des incendies, super, des voitures retournées et en feu, génial… [ Era tanto il tempo utile per organizzare la risposta non politica, ma di polizia, di bassa polizia: lascia agire i demolitori, lascia i saccheggiatori, quindi lascia volare i blocchi, lascia che i Blacks Blocks taggano e depredano, lascia che i demolitori della periferia si uniscano a questi Black Blocks in modo che alcuni giubbotti gialli vengano uniti lì per avere immagini di vandalismo da associare alle giacche gialle: gli Champs Elysees, perfetto, l’Arc de Triomphe, meglio ancora, fuochi, super, macchine alzate e infuocate, geniale …] Roulez BFM & C°! [ Rotolo BFM * C °!] Entre deux soirées en boîtes de nuit, le ministre de l’Intérieur, couvert par les médias, dénonçait ce que le pouvoir avait laissé faire: c’est ainsi qu’on instille le virus dans un corps social. [ Entro due serate in discoteca, il Ministro degli Interni, coperto dai media, ha denunciato ciò che il potere aveva permesso di fare: è così che instilliamo il virus in un corpo sociale.] Il suffit ensuite de laisser faire: incubation, fièvre, symptômes, la maladie est bel et bien là, il n’y a plus qu’à attendre qu’elle progresse, qu’elle empire, puis souhaiter que la mort soit au rendez-vous. [ Basta quindi lasciar fare: incubazione, febbre, sintomi, la malattia è davvero lì, c’è più che aspettare che progredisca, che dia potere, poi auguri che la morte sia all’appuntamento.] Voilà la stratégie de Macron, elle lui permet, en attendant le trépas, d’aller aux sports d’hiver tout en sachant que pareille activité n’est réservée qu’aux privilégiés de cette société malade. [ Questa è la strategia di Macron, che gli consente, in attesa della morte, di andare agli sport invernali pur sapendo che tale attività è riservata ai privilegiati di questa società malata.] Cynique, arrogant, prétentieux, sûr de lui et de sa méthode, quand Paris brûle, il skie… [ Cinico, arrogante, pretenzioso, sicuro di se stesso e del suo metodo, quando Parigi brucia, lui scia …]

Mais, à la manière d’un apprenti sorcier, cet homme qui a lâché les virus pour contaminer ce corps social des gilets -jaunes a pris le risque d’une infection bien plus grande. [ Ma, come un apprendista stregone, quest’uomo che ha fatto cadere i virus per contaminare il corpo sociale dei giubbotti gialli ha rischiato un’infezione molto più grande.] Quand son Grand Débat va accoucher de réformettes sociales (pourquoi pas le retour à 90 km/h sur certaines routes de campagne dont la réglementation en la matière pourrait être rendue aux conseils départementaux ou régionaux comme un signe qu’on donne à la France périphérique le pouvoir qu’elle souhaitait lui voir revenir…), ou de réformes techniques en matière de fiscalité (auxquelles personne ne comprendra rien, sauf les professionnels des impôts), quand il décevra avec des réformes en trompe l’œil (du genre: faux référendum qu’in fine les élus contrôleraient par des dispositions techniques leur permettant de reprendre d’une main ce qui aurait été donné de l’autre), quand, donc, les gilets-jaunes verront que le Président leur offre finalement de la poudre aux yeux pour tout traitement de leurs blessures, alors le ressentiment sera plus grand encore -et avec lui la colère majuscule. [ Quando il suo grande dibattito darà vita a riforme sociali (perché non il ritorno a 90 km / h su alcune strade di campagna la cui regolamentazione in materia potrebbe essere restituita alla contea o ai consigli regionali come segno che diamo alla Francia periferica il potere che voleva che tornasse …), o riforme tecniche sulla tassazione (che nessuno capirà nulla se non i professionisti delle tasse), quando deluderà con le riforme ingannevoli (come: un falso referendum che nei benemeriti funzionari avrebbe il controllo di disposizioni tecniche che permettessero loro di riprendere con una mano ciò che sarebbe stato dato con l’altra), quando, quindi, le giacche gialle vedranno che il Presidente finalmente offrirà ai loro occhi della polvere per qualsiasi trattamento delle loro ferite, allora il risentimento sarà ancora maggiore – e con esso la rabbia maiuscola.]

Et que fera-t-il de cette colère décuplée lui qui a déjà répondu à une moindre colère par une vague de répression tellement disproportionnée que le Haut-Commissariat aux droits de l’Homme à l’Organisation des nations unies, via   Michelle Bachelet qui fut présidente du Chili, lui a fait savoir qu’il installait la France dans le pays qu’internationalement on remarque pour son non-respect des droits de l’Homme? [ E che cosa farà con questa rabbia accresciuta lui che ha già risposto a una rabbia minore con un’ondata di repressione così sproporzionata che l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite, attraverso Michelle Bachelet che è stato presidente del Cile, lo ha informato che ha inserito la Francia tra i paesi internazionalmente noti per il suo mancato rispetto dei diritti umani?]

La même Michelle Bachelet a formidablement résumé la nature du mouvement des gilets-jaunes en affirmant: “En France, les gilets-jaunes protestent contre ce qu’ils perçoivent comme une exclusion des droits économiques et de la participation aux affaires publiques.” [ La stessa Michelle Bachelet ha riassunto la natura del movimento dei giubbotti gialli, affermando: \”In Francia, le giacche gialle protestano contro ciò che considerano un’esclusione dai diritti economici e dalla partecipazione agli affari pubblici\”.] Pour Emmanuel Macron, on sait qu’il n’en est rien et qu’il s’agit bien plutôt d’un mouvement de factieux d’extrême-droite homophobes, racistes, antisémites, climato-sceptiques et conspirationnistes -autrement dit: une offense faite à sa propre personne… [ Per Emmanuel Macron, sappiamo che questo non è il caso e che è piuttosto un movimento di omofobi di estrema destra, razzisti, antisemiti, scettico-ambientalisti e cospirazionisti – in altre parole: un offesa fatta alla propria persona …]

J’ai eu recours à l’histoire de l’apprenti sorcier. [ Ho usato la storia dell’apprendista stregone.] Rappelons comment elle se termine chez Goethe: le jeune sorcier a besoin de son vieux maître qui arrive pour arrêter le délire. [ Ricordiamo come finisce con Goethe: il giovane mago ha bisogno del suo vecchio maestro che viene a fermare il delirio.] Sauf que, dans notre réalité, il n’y a pas un vieux maître sage en attente (que Sarkozy & Hollande ne rêvent pas…), mais de jeunes sorciers aussi dépourvus de cervelles que le président de la République. [ Solo che, nella nostra realtà, non c’è un vecchio maestro saggio in attesa (che Sarkozy * Holland non sognano …), ma giovani maghi privi di cervello come il Presidente della Repubblica.] C’est désormais violence d’État contre violences populeuses. [ Ora è la violenza di stato contro la violenza populista.]

Le peuple est mort étranglé par Macron en dix-huit semaines. [ Il popolo è morto strangolato da Macron in diciotto settimane.] Ce populicide en chef lui a préféré la populace qui lui doit sa généalogie. [ Questo populicida in capo ha preferito il popolaccio cui deve la sua genealogia.] La populace, c’est le peuple moins son cerveau, c’est la foule reptilienne, la masse acéphale, un corps sans tête, un Léviathan conduit par les instincts; elle est l’animal aux babines retroussées, aux crocs menaçants, aux griffes sorties; elle est faite d’hommes au cortex grillé -elle est aussi et surtout le meilleur ennemi du peuple. [ Il popolaccio è la gente, meno il cervello, la folla rettiliana, la massa acefala, un corpo senza testa, un Leviatano guidato da istinti; lei è l’animale con le labbra arrotolate, zanne minacciose, artigli fuori; è fatto di uomini con una corteccia unta: è anche e soprattutto il miglior nemico del popolo.]

Pour empêcher la naissance de cette bête enragée désormais très dangereuse, il suffisait d’écouter le peuple, de l’entendre dès les premiers jours et de lui répondre dignement. [ Per impedire la nascita di questa bestia rabbiosa ora molto pericolosa, bastava ascoltare la gente, ascoltare i primi giorni e rispondergli con dignità.] C’eut été dans la logique du contrat social qui lie le chef et son peuple par la grâce d’un transfert de souveraineté républicaine synallagmatique -et non unilatéral donc despotique. [ Era nella logica del contratto sociale, che lega il capo e il suo popolo per la grazia di un  trasferimento di una sovranità répubblicana synallagmatica – non un sovrano unilaterale dunque dispotico.]

Au lieu de cela, comme un vulgaire tyranneau de république bananière, il a lancé sa soldatesque. [ Invece, come una volgare tiranno da repubblica delle banane, ha lanciato la sua soldataglia.] Une partie du peuple s’est retirée pour laisser place au ressentiment pur et simple de la populace. [ Una parte della gente si è ritirata per lasciare il posto al risentimento totale del popolaccio.] La bonhomie des ronds-points a laissé place à la logique incendiaire. [ La bonarietà delle rotonde ha lasciato il posto alla logica incendiaria.] Avec ce poison d’une hyper toxicité qu’est le ressentiment, quelques gouttes suffisent pour abattre une civilisation qui se trouve dans l’état de la nôtre. [ Con questo veleno di iper-tossicità che è il risentimento, bastano poche gocce per abbattere una civiltà che è nella nostra condizione.] Loin du général de Gaulle, Emmanuel Macron prend le risque de laisser son nom dans l’Histoire entre ceux de Néron et Caligula. [ Lontano dal generale de Gaulle, Emmanuel Macron si assume il rischio di lasciare il suo nome nella storia tra quelli di Nerone e Caligola.] On retiendra que, quand Paris brûlait, il skiait… [ Ricorderemo che quando Parigi bruciava, stava sciando …]

Michel Onfray [ Michel Onfray]

tratto da https://michelonfray.com/interventions-hebdomadaires/paris-brule-t-il-

Libia! Sul palcoscenico e dietro le quinte_di Giuseppe Germinario

L’intervento militare in Libia del 2011 è stato un’onta, una macchia tra le più ignobili nella politica estera solitamente non brillante condotta dalla nostra classe dirigente. Un atto paragonabile ad altre rese che hanno caratterizzato la nostra storia del ‘900 ma con una aggravante: l’essere un atto proditorio, di puro servilismo e platealmente contrario agli interessi del paese. Gli artefici di quella scelta cercarono di minimizzare ipocritamente il ruolo svolto nell’intervento bellico di fatto paragonabile a quello di Francia e Gran Bretagna. Il prezzo che l’Italia ha rischiato di pagare avrebbe potuto essere enorme dal punto di vista della compromissione della credibilità acquisita in decenni nel mondo arabo e nell’Africa Mediterranea. L’eventuale successo di quella impresa, coronata con la tragica e infamante uccisione del colonnello Gheddafi, avrebbe dovuto sancire il cambio di consegne dall’Italia alla Francia  della tessitura delle relazioni in quell’area e della gestione degli interessi geoeconomici per conto del dominus atlantista.

Al prezzo tragico di una destabilizzazione e di una frammentazione del paese quel disegno è clamorosamente e fortunatamente in fase di stallo se non fallito. Ha provocato, con la migrazione di truppe una volta fedeli al colonnello, la destabilizzazione di paesi vicini, in particolare il Mali e il Ciad. Nuovi e vecchi attori, una volta attivi dietro le quinte, si sono nel frattempo ostentatamente inseriti nelle rivalità, una volta controllate dal colonnello secondo le modalità di una confederazione tra tribù e clan e diventate poi ingovernabili con la sua morte. Dalla Turchia, inizialmente ostile all’intervento, ai regimi della penisola araba equamente impegnati nelle varie fazioni, all’Egitto dei militari, alla Russia. L’unico risultato politico evidente è stato la formazione di un Governo di transizione a Tripoli, sostenuto dalla coalizione militare occidentale e inizialmente tollerato dalle varie fazioni, impegnate alternativamente ad acquisire il ruolo di garanti e patrocinatori, ma con l’eccezione determinante del colonnello Haftar, in Cirenaica, sostenuto da Egiziani, Emirati Arabi e Russi e avallato dalla Francia degli ultimi tre presidenti. Poco alla volta il colonnello Haftar è riuscito a ripulire quasi completamente la Cirenaica dai movimenti islamisti, ad impadronirsi dei pozzi petroliferi prossimi alla costa ed ora ad acquisire il controllo del Fezzan, nell’area desertica a sud ricca di giacimenti. Il clan di Misurata, sostenuto dalla Turchia, è ormai indebolito e prossimo ad un compromesso con Haftar. Il Governo di Al Serraji ha perso il sostegno delle tribù filo-Gheddafi, le più numerose di quel paese; è ostaggio ormai delle milizie islamiche insediatesi a Tripoli. Ormai praticamente circondato dal colonnello Haftar. Tanto è bastato per far urlare alla fine della influenza italiana in Libia e al trionfo della Francia di Macron. Il sostegno militare del Presidente Francese, grazie all’intervento dell’aviazione, è stato in effetti importante anche per la conquista del Fezzan.

Ma non è la prima volta, però, che ad un intervento militare impegnativo e massiccio della Francia e ad una azione diplomatica ostentata sia seguito un bottino decisamente magro in termini di vantaggi geopolitici ed economici. Lo si è visto in Siria, in Arabia Saudita e nella stessa Libia. Con esso, tra l’altro, la Francia ha compromesso pesantemente la possibilità di un ruolo di mediazione tra le fazioni. I veri artefici del successo di Haftar sono i Russi e gli egiziani con gli Stati Uniti, nella componente trumpiana, i quali vigilano sornioni.

È il contesto che può consentire all’Italia di riassumere un ruolo di mediazione efficace, in buona parte legittimato dalla recente conferenza di Palermo e di salvaguardare sotto mutate spoglie il nocciolo dei propri interessi strategici in quell’area. I detrattori dalla pesante coda di paglia, come sempre interessati a piegare gli interessi strategici a quelli di bottega, come sempre non mancano all’interno del Belpaese. Li si è visti all’opera anche nel pieno della conferenza di Palermo. Non mancano nemmeno i pessimisti a prescindere i quali vedono un destino irrimediabilmente segnato. Le ostentate scenografie e la frenesia interventista transalpine riescono ad ingannare facilmente questi adepti. In realtà i circa quattromila militari francesi presenti in Africa subsahariana riescono a tamponare i sommovimenti, ma non riescono a costruire alternative politiche in quell’area. Logisticamente sono fragili e poco dinamici; risultano sempre più invisi alle popolazioni. Devono confrontarsi con circa diecimila militari statunitensi, con una capacità logistica e strategica incomparabilmente superiore e con una presenza cinese, civilmente ed economicamente, massiccia, tesa a costruire reti infrastrutturali imponenti; un dato ormai riconosciuto. Ma anche ormai con una presenza militare, di base a Dgjbuti, suscettibile di raggiungere rapidamente le diecimila unità. L’erosione definitiva dell’area francofona appare ormai una possibilità sempre meno remota; il recente patto franco-tedesco, impegnativo anche per quell’area, appare tardivo ed inadeguato a sostenere il confronto geopolitico. Tanto più che le recenti sparate dell’enfant Macron in terra d’Africa, indirizzate ai giovani di quell’area, rappresentano la classica destrezza di un elefante in una cristalleria; hanno solo messo in allarme le stesse élites rimaste a lui fedeli. Si tratta di dinamiche che stanno coinvolgendo ormai altri paesi sino ad ora al riparo, come l’Algeria e la Tunisia, scarsamente controllabili da un paese in declino come la Francia. La prosopopea Jupiteriana che accompagna il velleitarismo di quella classe dirigente non farà che esporla al pubblico ludibrio a differenza dei compagni di avventura più discreti e meno rumorosi di Oltremanica. Le congiunzioni astrali favorevoli, legate all’avvento di Trump e all’insorgenza cinese e russa, non saranno certo eterne. Non per questo sarà possibile un mero ritorno allo statu quo ante agognato dall’enfant prodige e dai suoi mentori statunitensi di sponda avversa a Trump. Il nostro presuntuoso ed arrogante, eletto dai progressisti nostrani addirittura a leader europeista nel continente, in realtà sta offrendo più o meno consapevolmente le risorse e i residui punti di forza del proprio paese come merce di scambio utilizzata dai maggiordomi teutonici ben più gretti e astuti. Abbiamo conosciuto il servilismo ossequioso e dimesso delle vecchie classi dirigenti italiche; ci toccherà adesso assaporare il fiele di quello transalpino, ammantato di vanagloria. A meno che, qualcosa di serio stia maturando dietro le quinte dell’esagono. L’ostinazione e la persistenza del movimento dei gilet gialli lascia presagire sommovimenti dietro le quinte più strutturati che in Italia.

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