Italia e il mondo

La pratica degli affidamenti da Bibbiano alla famiglia nel bosco Con Paolo Roat

Su Italia e il Mondo: Si Parla ancora una volta della pratica degli allontanamenti dei minori dalle famiglie. Un fenomeno sorto significativamente dai primi anni del nostro secolo; rivela il peso crescente assunto dalle inerzie degli apparati burocratici, dagli interessi economici consolidati, da una visione dogmatica e patologizzante in un fenomeno dagli inquietanti risvolti totalitari. Giuseppe Germinario

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Troppe Bibbiano, una filiera_Con Gianluigi Matta e Paolo Roat

E’ ormai evidente che la vicenda di Bibbiano non si può considerare un caso isolato, ma una prassi diffusa sul territorio nazionale e purtroppo nel tempo. Si tratta della pratica diffusa di allontanamento di minori dalle famiglie guidata da una visione distorta, patologizzante, delle problematiche legate alla responsabilità genitoriale e alle modalità di educazione e cura dei minori. Pratiche che presuppongono una visione totalitaria del ruolo dello Stato e delle pubbliche amministrazioni. Pratiche che agiscono attraverso procedure opache che alimentano interessi economici, commistioni paradossali di funzioni di controllo e operative, visioni dogmatiche che trasformano un problema sociale in uno medicale. Il tutto, il più delle volte, ai danni delle vittime delle quali si vorrebbe sollevare le sorti: i genitori, quasi sempre con scarsa voce in capitolo e, soprattutto, i minori. Pratiche ormai incancrenite nel tempo, che hanno consentito la formazione di una vera e propria filiera che si deve continuamente riprodurre ed alimentare sino a situazioni di terribile degrado e di spregevole speculazione ricondotte a normalità. Tutto ciò è evidente, ma non ancora di dominio pubblico. L’ultima relazione della apposita Commissione Parlamentare ha finalmente messo in luce le carenze e le omissioni di questo sistema. Un primo passo, ma semplicemente propedeutico ad individuare le soluzioni. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Dopo Bibbiano, oltre Bibbiano_con Paolo Roat

A metà del percorso del procedimento giudiziario, la prima sentenza di condanna di Foti ha sancito che i fatti di Bibbiano non sono il prodotto perverso di una mente distorta e accecata dal dogmatismo, ma l’esito di un modus operandi, di un sistema. Al netto delle pressioni politiche e di cali di attenzione dell’opinione pubblica le sentenze future del rito ordinario confermeranno lo stato delle cose- E’, però, solo un primo e parziale passo. Il processo sta ricostruendo, come ovvio che sia, dinamiche e fatti localizzati. Il metodo Bibbiano è purtroppo generalizzato e copre a macchia di leopardo l’intero territorio nazionale. Occorrono altre indagini; occorre soprattutto una svolta politica che affronti il contesto, le procedure, le incrostazioni e i centri di interesse che alimentano questa macchina infernale. Ne abbiamo già parlato diffusamente. Le iniziali strumentalizzazioni politiche come pure il silenzio successivo non hanno giovato alla causa. La complessità del problema richiede una capacità di intervento ed una articolazione di proposte particolarmente accurata e coordinata. Si va dal problema della formazione del personale a quello della separazione e della attribuzione precisa delle competenze ad iniziare dalle funzioni di controllo e decisionali proprie di giudici ed ispettori, a quello infine della definizione della natura privata o pubblica degli enti operativi e delle capacità di indirizzo e di controllo di enti pubblici, in particolare i comuni, troppo piccoli e compromessi con le lobby locali del settore da poter consentire un controllo ed un indirizzo adeguato di un servizio così delicato. Il movimento che si è sviluppato in questi ultimi due decenni ha grandi meriti, ma deve superare definitivamente la fase nascente propria e meritoria che porta ad inseguire i casi singoli, per inglobare questi ultimi in un contesto di denuncia generale del sistema e di proposte alternativee che in maniera disorganica comunque maturano e cominciano a diventare senso comune. Bisognerà allargare quelle linee di frattura interne ai partiti che quà e là affiorano grazie alla pervicacia e alla ostinazione di interessati e coinvolti dolorosamente dal problema. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Il vento di Bibbiano_ne parliamo con Francesco Cattani e Paolo Roat

Per anni la gestione degli affidamenti dei minori ha potuto procedere sotto traccia, come un fiume carsico. Troppi anni che hanno permesso il consolidarsi di una fitta rete ispirata da linee di condotta intrise di atmosfere orwelliane. Una rete che si è nutrita di tragedie, forzature, connivenze a volte consapevoli a volte no, comunque giustificate da una vera e propria interpretazione patologizzante di un numero abnorme di comportamenti oggetto di terapie traumatiche e destabilizzanti, piuttosto che di protocolli educativi calibrati con la necessaria cautela. Una rete ben allignata in settori delicati dello Stato e della società. Il caso di Bibbiano si è librato come un vento in grado di sollevare la troppa polvere che ha coperto sinora pratiche che, coperte dall’aura di una nobile missione, definire scandalose è riduttivo per la loro dimensione e per la tragica “normalità” nel tempo durante il quale continuano a perpetuarsi sino ad alimentare una vera e propria “filiera psichiatrica” 

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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IL MITO DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI a cura di Luigi Longo

IL MITO DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI

a cura di Luigi Longo

 

Segnalo l’articolo di Marco Della Luna su Bambini abusati e giustizia abusata apparso sul sito www.marcodellaluna.info il 19/7/2020.

“Le note, recenti e crescenti rivelazioni hanno mostrato la realtà di un potere giudiziario che, fuori dal mito e dalla mistificazione, è semplicemente tale e quale gli altri poteri, quelli politici, burocratici, amministrativi, e fa parte organica del loro sistema […] Tutto questo non deve sorprendere, perché da sempre il potere serve gli interessi di chi lo detiene, non la collettività e gli interessi diffusi, anche se il popolo, non imparando mai dalla storia, tende a farsi continuamente illusioni a questo riguardo” (Marco Della Luna).

Questa è una buona sintesi per avviare qualche riflessione sul ruolo della sfera giudiziaria nei rapporti sociali della società cosiddetta capitalistica.

Chi crede nella separazione dei poteri, chi teorizza e pratica la separazione dei poteri è in malafede perché mente sapendo di mentire.

Non esiste nessuna separazione dei poteri ma esiste una sorta di coordinamento degli agenti strategici dominanti che trovano nei luoghi istituzionali un equilibrio dinamico di strategie e gestione del potere e del dominio. Mi spiego: gli agenti strategici delle diverse sfere del legame sociale, storicamente dato, (politica, giudiziaria, eccetera) formano, nel conflitto strategico, un blocco egemone che realizza la loro visione di società nei luoghi istituzionali dove viene espletato il dominio. Questo blocco è formato dagli agenti che elaborano le strategie; da quelli che eseguono le strategie e da quelli che gestiscono le strategie.

Questo approccio rozzo vale sia nelle relazioni sociali all’interno delle nazioni sia in quelle mondiali dove si gioca il conflitto per l’egemonia tra le potenze mondiali con le loro aree di influenza nelle diverse fasi della storia mondiale: monocentrica, multicentrica e policentrica.

Il popolo pensante sa sulla propria pelle che non esiste la separazione dei poteri e che la scritta simbolica nei palazzi di Giustizia “La legge è uguale per tutti” è non veritiera. Qui il popolo è inteso non come una generica astrazione ma come una astrazione materiale di individui portatori di interessi diversi in un rapporto sociale asimmetrico tra chi detiene il potere, chi detiene il dominio e chi non detiene nulla (la maggioranza della popolazione).

Quanta teoria sta nella prassi del partire da sé! Qui dobbiamo andare a lezione dal pensiero femminile della differenza, ma è un altro ragionamento che ha a che fare con una nuova forza politica sessuata all’altezza di questi tempi di grande trasformazione che è caratteristica propria di una nuova fase storica.

Facciamo scendere la teoria, con nuovi campi di stabilità, nella realtà per meglio comprendere la sua coda. “Va la mia realtà come una storia che va avanti e quando credi di afferrarla è già più in la. […] Va la mia realtà come la vita che mi sfugge ed io mi aggrappo come un naufrago qua e la. Il mio destino è quest’ affanno è questa corsa verso il vero per scoprire quel mistero
che da sempre è la realtà […] Noi crediamo ancora ai grandi ideali ai grandi schieramenti la realtà è più avanti […] Noi crediamo ancora alla gente onesta agli uomini efficienti la realtà è più avanti […] Noi crediamo ancora alle facce nuove ai partiti giusti. Siamo di destra siamo di sinistra siamo democratici siamo progressisti la realtà è più avanti […] Siamo sempre indietro la realtà è più avanti (grassetto mio)” (Giorgio Gaber).

 

 

BAMBINI ABUSATI E GIUSTIZIA ABUSATA

 

di Marco Della Luna

Le note, recenti e crescenti rivelazioni hanno mostrato la realtà di un potere giudiziario che, fuori dal mito e dalla mistificazione, è semplicemente tale e quale gli altri poteri, quelli politici, burocratici, amministrativi, e fa parte organica del loro sistema:

E’ in mano a comitati di affari operanti nella illegittimità, che gestiscono i concorsi a magistrato, le carriere dei magistrati, le assegnazione dei posti importanti, la persecuzione dei magistrati che non si piegano al sistema, la protezione di quelli che lo servono, la facilitazione del mercato delle sentenze – perché in un mondo in cui tutto viene fatto merce, anche le persone, sono merce anche le sentenze. L’unica realistica riforma della magistratura sarebbe di azzerare il suo ruolo e sorteggiare magistrati vicari tra gli avvocati con almeno 20 anni di esperienza, in provvisoria sostituzione degli attuali magistrati (che verrebbero abilitati come avvocati del libero foro), in attesa di nuovi concorsi trasparenti e controllabili. Ma non si farà, perché la politica è coesa con questa giustizia.

Quei comitati scelgono chi deve passare il concorso per magistrato, dominano il potere giudiziario e sono autori di veri e propri colpi di Stato giudiziari, che hanno prodotto un cambio di maggioranza determinante anche per la nomina di presidenti della Repubblica, i quali dovrebbero invece essere organi di garanzia e neutralità. Il primo colpo di stato giudiziario risulta essere Mani Pulite che ha eliminato i partiti tradizionali che avrebbero ostacolato la privatizzazione e cessione ai capitali stranieri dell’Italia e della sua sovranità, lasciando in attività solo il partito comunista nei suoi successivi nomi, il quale era appunto il partito collaborazionista di quel progetto di cessione. Altri affioramenti notevoli hanno mostrato complicità di magistrati col mondo degli affari imprenditoriali e da più parti è stata sollecitata un indagine a tappeto sui rapporti tra le banche e i magistrati che si occupano delle medesime banche, indagine che credo avrebbe effetti rivoluzionari.

Tutto questo non deve sorprendere, perché dà sempre il potere serve gli interessi di chi lo detiene, non la collettività e gli interessi diffusi, anche se il popolo, non imparando mai dalla storia, tende a farsi continuamente illusioni a questo riguardo.

Da Bibbiano, ma anche da precedenti dossiers, è stato aperto anche il capitolo della Giustizia che si occupa dei minori, sia quindi i tribunali per i minorenni che i tribunali ordinari civili e penali che trattano cause riguardanti i fanciulli. Da circa 10 anni si sa che c’è un giro d’affari attualmente intorno ai 4 miliardi l’anno per i collocamenti dei minorenni in strutture private che realizzano profitti, che hanno tra i loro soci o collaboratori pagati giudici minorili onorari e di carriera, i quali sono coloro che collocano i minori affidandoli a queste strutture private, perlopiù cooperative, che realizzano notevoli lucri, facendo pagare rette che talora arrivano a superare i €400 al giorno. Un giudice minorile, il dottor Morcavallo, anni fa si dimise perché disgustato da quello che vedeva avvenire per opera di suoi colleghi dei tribunali per i minorenni e da allora combatte queste prassi.

Non è tutto, anzi è solo l’inizio, la parte meno torbida. Come avvocato ho regolarmente constatato che di prassi i magistrati e i servizi sociali e i loro psicologi che si occupano di minori tendono a collocare i minori, nelle separazioni dei loro genitori, presso quel genitore che è più disturbato e disturbante, e a colpevolizzare artatamente quello più sano che potrebbe fare di più per i figli. Probabilmente questa prassi è finalizzata a favorire gli operatori, spesso privati, che seguono a pagamento i minori, come psicologi, educatori, cooperative fornitrici di servizi sempre a pagamento. Un bambino che cresce con un genitore disturbante è un cliente pressoché sicuro per questi soggetti.

Ma vi è di peggio. Nella mia professione spesso constato direttamente o attraverso colleghi, psicologi, psichiatri, che non pochi magistrati sembrano favorire di fatto il genitore abusante. Io stesso in diverse occasioni ho assistito alla scena in cui la madre presentava al tribunale prove via via raccolte o indizi di abusi sessuali del padre sulle bambine, e il tribunale dapprima faceva orecchie di mercante; poi, di fronte alle nuove prove presentata dalla madre, qualche giudice le diceva di smettere di raccoglierle e di non fare denunce, perché se avesse continuato il tribunale avrebbe considerato di collocare la bambina in una struttura oppure presso il padre stesso. Incredibile, ma vero. Cercherò di spiegare perché ciò avviene.

A questi episodi si collegano vicende come quelle di Bibbiano e di Forteto, che non sono isolate ma ricorrono abbastanza diffusamente. Quella di Bibbiano è stata accuratamente silenziata e addirittura il rifiuto politico ad allearsi col Partito democratico, potenza dominante nella zona interessata e vicina al potere giudiziario, rifiuto opposto da parte del movimento grillino, è stata prontamente riassorbita. Il Forteto, che ora risulta difeso non solo da illustri politici ma anche da alcuni magistrati, va avanti da diversi anni dopo l’inizio della scoperta di ciò che in esso si faceva e ancora si fa.

È chiaro che, come persino Padre Livio Fanzaga, fondatore e presidente di Radio Maria, una potenza mondiale della comunicazione, ha denunciato il 7 luglio, che la lobby mondiale dei pedofili è molto forte, conta centinaia di migliaia di membri tra cui persino esponenti di qualche famiglia reale. Essa è molto finanziata e sostenuta, spinge per lo sdoganamento della pedofilia, vista come punta di lancia del Movimento Gender. Il pensiero corre a quel governatore regionale che già si è vantato di aver istituito una Task Force per intervenire e all’occorrenza asportare i bambini dalle famiglie che appaiono inadeguate, come potrebbero essere quelle che rifiutano l’educazione gender e le dottrine omosessualiste.

Padre Livio, persona di grande cultura, intelligenza e industriosità, ha dichiarato che ha iniziato a studiare questo problema, che andrà a fondo, e ha aggiunto di aver già accertato che la pedofilia è solo lo strato superficiale, che sotto di essa stanno pratiche di sadismo, pratiche di satanismo, con sacrifici di bambini, come nel famoso caso Epstein e in altri. Ha concluso dicendo che ha scoperto anche di peggio, cose che non può dire in radio perché la radio è ascoltata anche da bambini. Credo si riferisse all’industria globale degli espianti di organo e ai milioni di bambini che ogni anno spariscono, anche in Italia, o che verso quell’industria sono incanalati da provvedimenti giudiziari di affidamento. Ricordiamo quella pratica di affidamento in serie di bambini a pedofili che andava avanti da decenni a Berlino, quando ultimamente è stata stroncata.

Attualmente, si sta varando una legislazione idonea a produrre un quadro normativo e mediatico in cui sarà ampiamente incoraggiato e legittimato il prelievo dei bambini dalle famiglie che non si adegueranno al gender e ad altre prescrizioni ideologiche e sanitarie del sistema. Per tale via, si creerà un’ampia disponibilità di bambini collocabili in strutture imprenditoriali e potenzialmente disponibili per gli usi sopraindicati. Bambini che possono solo augurarsi che vi siano molti magistrati come il dottor Morcavallo, pronti a combattere i loro stessi colleghi deviati.

 

 

 

Bibbiano sei mesi dopo, con Paolo Roat

A sei mesi dalla formalizzazione delle indagini sulla gestione degli affidamenti dei minori a Bibbiano, la questione, dopo anni di sottovalutazione e di compiacenze , ha assunto finalmente una rilevanza nazionale. Manca ancora la consapevolezza che la stessa abbia una dimensione nazionale che riguarda la gran parte delle province. Ne parliamo ancora una volta con Paolo Roat, Presidente Dipartimento Tutela Minori del CCDU (www.ccdu.org)_Giuseppe Germinario

Una terapia filosofica per una psicoterapia, di Paolo Di Remigio

Una terapia filosofica per una psicoterapia

 

Sulle vicende di Bibbiano Claudio Foti, direttore scientifico del centro studi ‘Hansel (sic!) e Gretel’, ha pubblicato una nota[1] redatta in un registro espressivo vago, generico, volto a rassicurare il lettore distratto; è però sufficiente una minima attenzione e sotto ogni riga si scorgerà un brulicare di infrazioni di ogni legge naturale e umana.

Vi si legge: “Piovono minacce quotidiane” su quanti sono “impegnati sul fronte dell’allontanamento dei bambini.” Mentre la pioggia cade alla cieca sugli uomini, le minacce sono un’espressione umana; se però piovono, le minacce cessano di essere umane, diventano un fenomeno naturale cieco, privo di razionalità, quindi di diritto. Le minacce piovono poi non su chi protegge i bambini e in casi estremi li allontana dalle famiglie, ma su chi li allontana semplicemente. Ne segue che nel mondo in cui Foti vive è così giusto, così razionale allontanare i bambini dalle madri e dai padri, che la reazione della gente agli allontanamenti è degradata a un fenomeno inanimato come la pioggia: la razionalità psicoterapeutica di Foti si erge sulla razionalità della gente come l’intelligenza dell’uomo si eleva sulla sorda materialità della cosa.

Le reazioni di odio, prosegue Foti, “si sono generate e sono cresciute mano a mano che crescevano gli interventi sociali e psicologici per sostenere i genitori, ma anche per limitare la loro onnipotenza (della serie “come ti ho fatto, ti disfaccio”).” Qui si presenta un doppio errore, fattuale e logico. Le reazioni di odio non sono affatto proporzionali agli interventi sociali e psicologici, ma sono nate da qualche settimana, dopo che la divulgazione di precisi documenti ha scosso l’incredulità verso fatti sì enormi e ha colpito nel profondo i punti più delicati di ogni individuo, il rapporto con i suoi genitori e quello con i suoi figli. La frase è dunque falsa. – È però anche illogica. Se le reazioni negative a una terapia, in questo caso gli interventi sociali e psicologici, sono tanto maggiori quanto più la si applica, allora la terapia è sbagliata; e un medico che non vede il prodursi di un rapporto proporzionale diretto tra applicazione della sua cura e aggravarsi della malattia del paziente è per lo meno un incapace. Constatando la proporzionalità diretta tra interventi sociali e psicologici e odio, da un lato Foti confessa di fatto l’errore, dall’altro non lo riconosce: egli si sente in errore ma non si sente in errore, si colloca cioè come coincidentia oppositorum al di là del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto. In quanto poi egli non è solo un teorico, ma anche un terapeuta, il suo sentirsi nel vero quando si sente nel falso si trasforma in sentimento di sovranità assoluta. Il lettore stesso potrebbe però sentire questa conseguenza, sentire che è stato superato il limite umano e si è compiuto il salto nell’infinità. Prima che il lettore focalizzi l’onnipotenza e gliela imputi, Foti la evoca e la sposta da sé alle vittime: ciò che gli doveva essere rinfacciato lo rinfaccia ai genitori in generale; e così la sua pretesa di onnipotenza diventa l’essenza della condizione genitoriale.

Come potrebbe il lettore non lasciarsi sviare da una mossa così astuta? Chi non ricorda che da bambino ha considerato i suoi genitori come dèi infallibili e per tutta l’adolescenza si è sforzato di sottrarsi alla loro onnipotenza? Foti ha dalla sua parte l’esperienza generale: tutti dobbiamo riconoscere l’onnipotenza dei genitori, ed è raro essere dei dialettici così esercitati da comprendere che tutti dobbiamo riconoscere anche l’assoluta impotenza dei genitori.

Come ogni rapporto umano, il rapporto tra genitori e figli sottostà al principio del riconoscimento, l’Anerkennen hegeliano per cui il mio io si costituisce sdoppiandosi in un io altro: per il genitore, il figlio è il suo sé esistente in un corpo fuori di lui, che egli ha generato perché viva dopo la sua morte. Il loro rapporto è complesso; contiene addirittura una doppia contraddizione: io sono mio figlio, dunque non sono me stesso, sono altro da me – questa è la mia totale impotenza e la sua onnipotenza; viceversa, mio figlio è me, non è sé stesso, è altro da sé – questa è la sua totale impotenza e la mia onnipotenza. Foti vede soltanto questa seconda contraddizione; esce dunque dalla realtà dell’intero rapporto, e meno che mai può comprendere che la sua doppia contraddizione si risolve: sapendo che mio figlio è me stesso, sicuro cioè della mia onnipotenza, accetto la sua separazione e la mia impotenza, e sono me stesso nella mia alterità; viceversa, mio figlio mi conserva nella sua separazione. È vero dunque che i genitori sono onnipotenti in quanto il figlio è il loro sé, ma è altrettanto vero che sono impotenti in quanto sono sé stessi nel figlio, e questo vivere oltre sé stessi nella piena indipendenza dei figli, l’eternità della specie, l’Ἔρως platonico, è esattamente il motivo per cui si mette insieme una famiglia e si fanno bambini. Non occorre allora che una psicoterapia pelosa si insinui tra genitori e i figli a limitare l’onnipotenza di quelli e a tutelare l’impotenza di questi; onnipotenza e impotenza sono poste come soppresse dalla notte dei tempi; il problema è risolto da sempre e se la psicologia vuole avere qualche utilità oltre la correzione dei propri errori deve limitarsi a dare consigli sui casi eccezionali, quelli in cui l’idea della famiglia nell’attuarsi entra in contrasto con il proprio concetto.

Cercando di nascondere con una concessione generosa la sua radicale incomprensione dell’idea di famiglia, Foti arriva a pronunciare la blasfemia che essa “rappresenta la più straordinaria risorsa educativa dei bambini”. È del tutto illegittimo parlare di bambini come di esseri autonomi che frequentano la famiglia per farsi educare[2]; a questo mondo non c’è nulla di simile, ma ci sono figli che nei primi anni della loro vita sono bambini; in altre parole: il bambino è sostanzialmente figlio di qualcuno e il figlio può essere bambino per accidens; parlare di bambini come se non fossero figli equivale a strapparli già nel concetto alla famiglia. La famiglia non ha inoltre proprio nulla di straordinario, è anzi l’ordinarietà della riproduzione umana; altrettanto impropria è l’espressione che la famiglia sia la più straordinaria risorsa educativa dei bambini, innanzitutto perché la famiglia educa i bambini, certo, ma questa sua funzione non è l’unica, e poi perché non è in concorrenza con altre ‘risorse’ educative, di cui sarebbe migliore, ma è sic et simpliciter il mondo del bambino che da sempre, dunque molto prima che arrivassero gli psicoterapeuti e le altre risorse educative, lo allarga e infine se ne allontana crescendo.

Come se fosse il guru di una setta, Foti rafforza la compattezza del suo gruppo esaltando la propria generosità e la sua armonia interna ed esasperando la malignità del mondo esterno. Nel suo mondo gli istituti e le famiglie a cui sono affidati i bambini tolti ai genitori sono un’oasi di pace; i genitori sono invece membri di una minacciosa congiura per la restaurazione del diritto romano, in cui veramente i figli erano proprietà dei padri. Egli deplora quindi che per “una parte della comunità sociale la famiglia (sia) sacra e intoccabile… (sia) sempre e comunque un microcosmo idealizzato (sic!) dove i bambini (sarebbero) protetti e benvoluti”. ‘Come si può pensare – sembra dire Foti – che la famiglia sia sacra quando la cronaca quotidiana ci racconta di genitori sciagurati che abusano dei loro figli, che li picchiano a morte?’ E invece non soltanto lo si può, lo si deve pensare, perché le due frasi che Foti esprime come se fossero identiche, sono separate da un abisso: dire che la famiglia è sacra non equivale affatto a dire che la famiglia è sempre e comunque un microcosmo ideale. In primo luogo, già nel concedere la possibilità che essa sia un microcosmo ideale Foti riconosce, senza accorgersene, proprio la sacralità dell’idea di famiglia: l’idea di famiglia è sacra, e lo è anche se non sempre e non ovunque le famiglie empiriche proteggono i bambini e vogliono loro bene. Di ogni idea esistono infatti esemplari imperfetti, ma il cattivo esemplare non dimostra affatto il difetto dell’idea: il fatto che le persone abusino della libertà non è un argomento a favore del totalitarismo, come pure non è un motivo per abolire le leggi il fatto che i delinquenti le infrangono. La limitatezza dell’idea non può essere mostrata a livello fattuale, deve essere dimostrata dalla critica a priori: non gli operatori che si occupano dei singoli casi, ma solo il filosofo morale può mostrare il limite della famiglia; esso consiste non nel fatto che ci sono cattive famiglie, ma nella possibilità che essa si sciolga con il mutare del sentimento dei coniugi e nella necessità che con il diventare adulti dei figli essa si sciolga in una pluralità di famiglie tra loro estranee.

“Laddove c’è un processo di cambiamento sociale (Foti intende la nuova attenzione al tema della tutela dei bambini) si crea sempre una reazione sociale ostile.” La vaghezza della frase non impedirà al lettore attento di vedervi una dichiarazione di guerra. La famiglia è essenzialmente tutela dei bambini: i genitori si preoccupano innanzitutto e spesso esageratamente di proteggere i figli assicurando loro la salute e la crescita fisica, desiderandone la libertà e la felicità. E non lo fanno per bontà o per generosità – se così fosse la famiglia sarebbe un’istituzione non meno pericolosa delle ‘risorse educative’ –, ma perché vedono sé stessi nei figli, perché non possono distinguere il proprio interesse da quello dei figli, quindi per un egoismo allargato. La nuova attenzione alla tutela dei bambini, l’espressione astratta usata da Foti, tradotta in forma concreta, significa dunque che ci sono nuove entità interessate a tutelare i bambini. È interesse di queste nuove entità diffondere l’opinione che la famiglia non sia in sé stessa tutela dei bambini, per farsi riconoscere il potere insindacabile di sottrarle i figli. ‘So bene – così dobbiamo tradurre il discorso di Foti – che voi famiglie reagirete in modo ostile a questa operazione, ma il cambiamento sociale è già un processo, cioè è già avviato e non può essere né fermato né riportato indietro’ – troppi gli interessi che alimenta, troppi i complici che lo coprono all’interno delle istituzioni. Così Foti dichiara la sua guerra alla famiglia.

Il completo rovesciamento etico che traspare da tutta la nota era in fondo già suggerito dal nome del centro, ‘Hansel e Gretel’, di cui Foti è direttore scientifico. Innanzitutto il primo dei due nomi offende l’ortografia tedesca, che è Hänsel o, se si vuole, Haensel; la scelta della favola in cui i fratellini sono abbandonati nel bosco su istigazione della matrigna e sono accolti da una strega che li vuole divorare offende poi il buon senso. Soltanto degli adepti della psicanalisi direbbero che vi si manifestano due desideri inconsci, quello di mutare l’anima del bambino e quello di sfruttare situazioni familiari difficili per impossessarsi dei figli altrui, suggestionarli e annientarli; è però stupefacente che al centro studi che ne ha usato il titolo come sua denominazione sia sfuggito il finale della fiaba: Hänsel e Gretel tornano a casa dopo aver bruciato la strega.

 

 

[1] Consultabile al seguente indirizzo:  https://www.facebook.com/claudio.foti.583/posts/1507426572744281

[2] L’ideologia progressista non ha problemi ad affermare con la stessa forza la totale dipendenza del feto e la totale indipendenza del bambino.

Una scomoda verità: Foti sarà (probabilmente) assolto, di Giuseppe Masala

Più leggo e rifletto sul caso #Bibbiano e più mi persuado di una tragica verità. Foti, il Dottor Stranamore, il Cattivo (ma cattivo per davvero) Maestro sarà assolto.

Provo a spiegarmi. Il caso Bibbiano a grandi linee è il seguente: un gruppo di persone insinuate a vario titolo nella Pubblica Amministrazione sottraeva i figli alle famiglie naturali con varie scuse. Il gruppo era mosso da furore ideologico da un lato e dall’altro lato dall’interesse economico. Ecco, però non tutti in questo gruppo di persone avevano le medesime responsabilità. Da un lato abbiamo “i soldati” – come per esempio l’assistente sociale lesbica e femminista – che hanno agito compiendo degli atti materiali illegali. Per esempio hanno modificato i disegni dei bambini inducendo in maniera fraudolenta i giudici in errore e facendogli emettere sentenza di sottrazione dei figli alle famiglie naturali. E’ chiaro ed evidente che qui c’è un atto materiale doloso che giustamente verrà sanzionato.

Ma Foti il grande guru che cosa ha fatto? Materialmente nulla. Ha solo pensato. Lui pensa (lo si deduce anche da un suo post di avanti ieri sulla sua pagina facebook) che nella famiglia naturale (o patriarcale, come dicono loro) vige la seguente regola rivolta ai figli: “io t’ho fatto, io ti distruggo”. Un retroterra violento rappresentato dal padre. Fosse per lui – ripeto, basta leggere quello che ha scritto – tutti i figli andrebbero sottratti alle famiglie naturali. Lui vuole rivoluzionare la società imponendo altri paradigmi.

Ecco, io posso pensare che il pensiero del Foti sia un pensiero delirante, fondamentalmente nazista, violentissimo e direi mostruoso. Ma il suo è un pensiero. Il suo è un sistema valoriale. Il suo è peraltro un sistema valoriale che non nasce dal nulla ma è figlio di una ben precisa scuola e di un ben preciso orientamento culturale. Anzi, molti orientamenti, variamente intrecciati tra loro:il postmodernismo, il costruttivismo, il freudo-marxismo (in difesa di Marx, sempre ricordiamo che giustamente morì dicendo di non essere marxista e probabilmente se avesse conosciuto questi ignobili filestei li avrebbe scuoiati vivi), la microfisica del potere, la biopolitica, la macchina desiderante, l’Antiedipo, l’esaltazione del perverso polimorfo,l’anarchismo libertario fino ad arrivare – secondo me – all’ultrauomo nietzscheiano.
Ecco, processare Foti significa processare Derrida, Deleuze, Guattari, Foucault, Nietzsche. Per certi versi anche Sartre e Simone de Beauvoir e molti, molti altri.
Ma le idee non si processano. E non si processa neanche chi ha creato una costruzione intellettuale delirante miscelando molte idee come secondo me ha fatto il Foti. Le Corti di Giustizia sono attrezzate – secondo me – per sanzionare reati, non per dibattere idee per quanto sbagliate, pericolosissime e deliranti.

Ecco, pur non essendo un giurista, non riesco a capire come possano condannare un uomo (pericolosissimo) per aver prodotto delle idee che io posso anche definire (come ho sempre definito) la peste del pensiero. Non risultando che Foti abbia commesso atti contrari alla legge ed essendo difficile dimostrare che lui era al corrente (e dunque era il mandante diretto) dei comportamenti delittuosi posti in essere dai “soldati” della congrega agente a Bibbiano (e temo non solo a Bibbiano, viste le ramificazioni in tutta Italia) mi sembra difficile che venga condannato.

Ecco, se un giorno, tra qualche anno, non si vorrà vedere questa persona santificata e beatificata appare sempre più necessario scindere la vicenda giudiziaria dalla battaglia delle idee. Le idee sbagliate si combattono dialetticamente con le idee non con le forche e le manette.

L’unica cosa che si può fare è pretendere che venga rotto quel meccanismo perverso dove l’interesse economico si somma alle idee ottenendo il risultato di rafforzarle grazie al potere del danaro. Poi bisogna leggere, studiare e scrivere dimostrando la perversione malefica di un certo apparato culturale. Insomma bisogna fare esattamente quello che ha fatto questa gente in questi cinquant’anni arrivando ad occupare tutti i gangli del potere culturale. Insomma bisogna fare egemonia per dirla con il buon Antonio Gramsci.

Sperare che questa battaglia la combattano i giudici con le loro armi spuntate sarebbe un errore tragico che alla lunga rafforzerebbe quello che non esito a definire il Nemico Antiumano.

Scusate la predica non richiesta.

Affidamenti di minori! Psichiatria, psicologia e tribunali_ Intervista a Paolo Di Remigio

Paolo Di Remigio è professore di storia e filosofia e studioso di Hegel. Questa conversazione trae spunto da un suo articolo intitolato ‘Le scienze umane a Bibbiano’. Bibbiano è il luogo dell’Emilia dove è emerso lo scandalo degli affidamenti dei bambini strappati dalle famiglie e affidati o a persone o a case-famiglia, a cui sono stati riservati maltrattamenti, sia psicologici che fisici, da regime totalitario. Sono vicende che hanno impressionato le coscienze. Mi interessa molto il modo in cui nell’articolo hai considerato questi fenomeni. Ora, se si collegano i vari fatti accaduti e che sono per la verità molto frequenti, sembra di intravvedere una sorta di cupola che avrebbe immaginato e costruito tutto questo. È una scorciatoia un po’ deviante per spiegare questi fatti. In realtà sappiamo che dietro ogni azione umana c’è una rappresentazione, c’è una cultura, c’è una ideologia nel senso generale del termine, in base alla quale gli uomini, i gruppi agiscono. In questo caso è accaduto qualcosa del genere. Che cosa è successo secondo te?

 

Rispetto a ogni avvenimento c’è la possibilità di essere complottisti, cioè di cercare spiegazioni in intenzioni segrete, inconfessabili, non rilevabili nell’esperienza quotidiana. Invece le intenzioni di quanto è successo negli ultimi trenta, quaranta anni non soltanto sono chiare, ma divulgate da una propaganda ossessiva. Per questo non abbiamo bisogno di spiegazioni aggiuntive rispetto a quelle offerte dall’esperienza. Abbiamo visto che il capitalismo si è trasformato da capitalismo keynesiano che affida allo Stato il compito di creare la piena occupazione a capitalismo finanziario. E questo ha portato a profonde trasformazioni: a livello ideologico, il consumismo è stato sostituito dall’ecologia; a livello economico lo Stato è stato reso impotente. Sono state imposte cioè non solo le liberalizzazioni, ma la privatizzazione dei servizi pubblici, perfino delle istituzioni, ossia la loro cessione a privati perché li facessero funzionare in modo da accumulare profitto. Mi spiego gli avvenimenti di Bibbiano come un caso particolare di questa trasformazione che ha riguardato tutti gli ambiti della nostra vita. Ciò che prima era dello Stato e non era gestito secondo criteri di profitto, perché per sua natura non poteva esserlo, è stato privatizzato; la nuova gestione ha portato con sé la possibilità di scatenare comportamenti cinici, tali da violare la natura intima del servizio e dell’istituzione acquisiti. Se si guardano le cifre, mi sembra che la spiegazione possa tenere: 200 € al giorno per l’affidamento di un bambino rappresentano una somma notevole. Questo motivo di fondo trova alleanze in passioni, in ideologie, in deliri di onnipotenza; però credo che senza l’interesse economico passioni, ideologie, abusi di posizioni di potere non avrebbero raggiunto la soglia per organizzare un sistema totalitario quale l’assistenza sociale sembra essere diventata in alcune regioni d’Italia. Tutto ciò deve rammentarci che ci sono vasti ambiti della società che non possono essere gestiti dai privati, non possono essere gestiti secondo il principio del profitto, perché sono composti da soggetti deboli, indifesi, come le famiglie in difficoltà economica, i malati, i bambini, i giovani, rispetto ai quali il perseguimento del profitto, legittimo in altri ambiti, si degrada in un approfittare senza scrupoli.

 

Ridurre tutto a un fatto di interesse economico, di guadagno, quindi di vantaggio, serve a spiegare fino a un certo punto la questione. Anche chi trae profitto, chi instaura dinamiche tese al guadagno, cerca quanto meno di giustificare la propria attività e di trarre delle motivazioni che lo portano a quel tipo particolare di attività. Qui subentra il ruolo delle scienze umane, di fatto. Sono stati introdotti dei protocolli indiscutibili in base ai quali venivano catalogati i comportamenti dei bambini e in base ai quali si arrivava a decisioni insidacabili degli operatori – assistenti sociali, psichiatri e poi anche giudici. Com’è che viene giustificata questa dinamica?

 

Il puro interesse è qualcosa di mortalmente arido. La capacità di trasformare ogni cosa, ogni circostanza in un’occasione per fare soldi è un talento che è al tempo stesso una maledizione. La saggezza greca ha rappresentato la potenza letale di questo talento nel mito di re Mida, che con la sua mano trasforma tutto in oro, ma proprio per questo si condanna a vivere nell’inorganico, nell’inanimato. Chi agisce secondo il puro interesse ha necessità di intrecciare la sua azione con motivi ulteriori. Pensiamo ai monopolisti, ai finanzieri che in genere si danno anche il vestito di filantropi. La grande finanza internazionale va sempre a braccetto con la filantropia. È vero che questa filantropia è così pelosa da suscitare in noi normali una ripugnanza superiore a quella suscitata da un comportamento esclusivamente affaristico. Ma è una nostra illusione; dobbiamo fare lo sforzo di fantasia per comprendere che ridurre tutto a valore di scambio è il massimo peccato contro lo spirito; conduce infatti alla legittimità dello schiavismo, che ha deturpato le società antiche e dal cui rifiuto nascono il cristianesimo e il nostro diritto. Nei giorni passati stavo riflettendo su quello che è accaduto nella scuola. I vari ministeri dell’istruzione che si sono succeduti negli ultimi trent’anni hanno profuso uno sforzo spasmodico per imporre la cosiddetta didattica digitale. Non c’era nessuno studio scientifico che ne mostrasse la fecondità. Poi, quando sono cominciati gli studi – essi seguono sempre l’innovazione invece di precederla, come sarebbe auspicabile – si è scoperto il contrario, che l’uso didattico di supporti digitali ostacola l’apprendimento. La precedente mancanza di studi scientifici, anziché suggerire prudenza nell’applicazione delle novità, è stata compensata da un diluvio di piani, di convegni, di citazioni, di rappresentazioni ideologiche della realtà storica, che per incoraggiare il nuovo non aveva altro argomento che diffamare il tradizionale. In chi la subiva, la pressione ossessiva incoraggiava l’ipotesi di un grande complotto contro la scuola ordito da incappucciati per realizzare piani innominabili. Ora che gli studi scientifici esistono, si capisce bene che non occorreva l’ipotesi degli incappucciati, che tutto si spiega con il fatto che i produttori di software scolastico devono vendere la loro merce, e per venderla devono pubblicizzarla; la pubblicità genera discorsi ideologici, sgangherati, ma usati dai decisori politici, spesso in mala fede, ma a volte anche in buona fede, per giustificare le loro iniziative. Che qualcuno creda in questi discorsi che ripetono le bugie del marketing è importante per la sua riuscita, perché chi vi si oppone, si oppone innanzitutto a coloro che credono, quindi il suo buon senso assume esso stesso l’apparenza di una credenza, e così è facile farla passare per una predilizione personale dettata dalla pigrizia. Nel caso di Bibbiano, ciò che è stato fatto implica un disprezzo profondo per la famiglia; ma io penso che questo disprezzo in certi ambienti ci sia sempre stato; se questo disprezzo in un certo momento storico è diventato un sistema e ha prodotto quelle situazioni spaventose, la spiegazione storica non può che partire dall’interesse materiale di un capitalismo che rifiuta la crescita economica e aumenta i margini di profitto a scapito del reddito dei lavoratori, impoveriti e precarizzati da una studiata disoccupazione. La forza abnorme acquisita oggi dalle ideologie che condannano la famiglia è una conseguenza diretta della precarizzazione subita dai lavoratori.

 

Nel tuo articolo parti dalla differenza di fondamento tra le scienze naturali e le scienze umane e affronti il tema della debolezza intrinseca del carattere scientifico delle scienze umane, legata all’impossibilità del riscontro oggettivo, all’impossibilità di falsificazione, come si dice in gergo, della propria teoria, della propria ipotesi.

 

La distinzione tra filosofia teoretica che ha per oggetto la natura, che non è fatta dall’uomo, e filosofia pratica, che non mira soltanto alla conoscenza di ciò che è fatto dall’uomo ma lo aiuta a realizzare il suo bene, è molto antica, è di Aristotele. Aristotele non dice che le scienze etiche siano meno importati; dal punto di vista teoretico sono più deboli, ma dal punto di vista dell’utilità complessiva sono anche più interessanti delle scienze teoretiche. Le scienze umane tendono a violare la distinzione aristotelica: esse vogliono conoscere l’uomo, ma vogliono conoscerlo oggettivamente, come gli scienziati della natura conoscono la natura. Nelle scienze umane il dato oggettivo è però l’intenzione. Lo psicanalista ascolta il paziente e dietro le intenzioni evidenti, dietro il contenuto esplicito, riscontra delle intenzioni più profonde, nascoste allo stesso paziente, che soffre le conseguenze di questa sua inconsapevolezza. Dall’analisi che ho fatto dello scritto di Freud si evince però che queste intenzioni nascoste, più che pura realtà oggettiva, sono in parte costruzioni del paziente che parla, in parte costruzioni dell’analista che ascolta, solo in parte realtà oggettiva. Non solo: la terapia guarisce a prescindere dalla verità della ricostruzione delle intenzioni inconsapevoli; ai suoi fini è sufficiente raggiungere il convincimento. Se una scienza non raggiunge la piena oggettività, ma si ferma alla probabilità, come fa per lo più la medicina, o addirittura al convincimento, questa scienza non può farsi portavoce di necessità assolute, anzi, nel suo operare deve rispettare un codice deontologico. Lo psicologo non può dunque affermare la sua teoria, e tanto meno il giudice può assumerla, come se fosse infallibile; la teoria deve essere applicata nel rispetto del diritto del paziente. E qui diritto è determinabile con precisione: la capacità dell’uomo di provvedere a sé stesso, l’autosufficienza della persona. Se il paziente è una famiglia, l’intervento dell’assistente sociale, dello psicologo e del giudice, non può che essere finalizzato al diritto della famiglia, al suo conservarsi come persona, alla sua coesione, alla sua compattezza, alla soluzione dei conflitti diventati troppo esasperati. Se pretende di derivare da una millantata onniscienza che gli consente di porsi al di là del bene e del male, l’operare dell’assistente sociale, dello psicologo, del giudice si trasforma in violenza contro ciò che dovrebbe sanare. Il rifiuto della finitezza di una scienza che non potendo arrivare al dato oggettivo si accontenta del convincimento, equivale all’esercizio di una prassi arbitraria e onnipotente. E questa è storia. Parenti di Freud sono stati protagonisti nell’applicare tecniche di manipolazione di massa negli Stati Uniti. Conosciamo l’applicazione delle tecniche psicologiche da parte dei servizi segreti. È terribile il fatto che una professione che dipende innanzitutto dall’atteggiamento morale di chi la pratica può assumere una pretesa di onniscienza di fronte alla quale lo stesso giudice, che deve far valere il principio etico contenuto nella legge, si arrende. Uno dei giudici implicati in queste vicende si costituisce parte civile perché si sente ingannato dai referti degli psicologi e degli psichiatri. Doveva però essergli chiaro che lo psicologo dà soltanto un parere e che la decisione doveva essere presa sulla base di un’ampia raccolta di altri pareri e secondo il principio etico fissato nelle leggi. Ho letto del caso di una madre a cui è stato strappato il bambino perché secondo una psichiatra gli sarebbe stata troppo legata, e non c’è stato verso di piegare il giudice perché ha ritenuto le testimonianze portate contro il parere della psichiatra testimonianze di persone non esperte; ma nel campo del conoscersi degli uomini tutte le persone normali, cioè le persone che sanno badare a sé stesse, che sanno affrontare e risolvere i loro problemi, sono esperte. Come scrivevo nell’articolo, l’uomo è trasparente a sé stesso, e normalmente gli uomini si capiscono guardandosi, ascoltandosi, perfino annusandosi. Io non capisco le equazioni della fisica nucleare e le formule chimiche guardandole, ma capisco subito, in quanto docente, che cosa significhi veramente un’espressione di un mio studente, e gli studenti capiscono a primo sguardo cosa possono permettersi con il docente; capisco subito, in quanto genitore, che cosa significhi un’espressione di mio figlio, magari con maggiore sicurezza di quanto possa capirlo uno psicologo che lo vede per la prima volta. È quella trasparenza per cui gli uomini riescono a vivere insieme. Succede tra marito e moglie: all’inizio si litiga, poi ci si adatta, alla fine, senza una parola, si sa benissimo cosa pensi e come reagisca il proprio coniuge. È quella trasparenza nei rapporti normali tra gli uomini di cui il giudice deve tener conto non meno che dei referti psichiatrici.

 

Facciamo un passo avanti rispetto a questo discorso. Un ruolo fondamentale sembrano averlo gli psicologi e gli psichiatri e gli assistenti sociali, che sono una sorta di psicologi. Una delle caratteristiche della psichiatria è quella di vedere la realtà come sommatoria di patologie. Questa visione contrasta con un criterio scientifico che tende a fissare la normalità, la regola dei fenomeni. È possibile attribuire un carattere scientifico e insindacabile a una prassi di questo genere?

 

Tu mi chiedi del pericolo legato alle scienze dell’uomo di vedere ovunque malattia. La tendenza a generalizzare la diffusione della malattia è la grande tentazione dei terapeuti. L’individualità è negazione del riferimento all’altro, direbbe Hegel; l’essere dei viventi non è inerte, ma è una attività e anche una lotta. Siamo dotati di un apparato immunitario che ci protegge dalle aggressioni dei microorganismi, di un apparato scheletrico e muscolare che ci protegge permettendoci la fuga o la lotta. Certo, non siamo soltanto individui in lotta. Possiamo superare la nostra individualità, stringere alleanze, allacciare rapporti positivi, rapporti di solidarietà, di amore. In ogni caso la vita ha la sua durezza; essa comporta sconfitte, disagi che possono infliggere ferite, provocare malattia. Come distinguere salute e malattia? Come determinare la salute? Come ho già detto, non è difficile: è la capacità, l’onore di provvedere a sé stessi, di non dover chiedere aiuto, anzi di poter aiutare i figli, la moglie, il prossimo, le persone incontrate nella professione. Davanti a una persona che sa provvedere a sé stessa non dovrebbero scattare categorie che vengono dall’ambito del patologico. È vero, però, che le scienze umane più fortunate, per esempio la psicoanalisi che deborda spesso dai suoi confini,  sono scienze che nascono da terapie, cioè i loro concetti principali sono concetti che hanno funzionato all’interno del rapporto tra medico e paziente. Estendere questi concetti di origine terapeutica dal rapporto con il paziente all’intera realtà non soltanto le applica un punto di vista interpretativo ma vi trasporta la malattia. L’ultimo Freud è molto apprezzato e lodato: è il Freud che si interessa non solo e non tanto di terapia, ma soprattutto di estendere i concetti della psicanalisi alla letteratura, all’arte, alla storia, alla civiltà, in particolare alla religione. Ma fatalmente i nuovi fenomeni a cui sono estesi i concetti di origine terapeutica diventano tutti più o meno patologici; quindi la religione è marchiata come nevrosi collettiva, la stessa civiltà appare definitivamente contrassegnata da un disagio derivante dal dover barattare la pulsione sessuale e quella aggressiva, quindi la felicità, con la sicurezza – come se l’essenza dell’uomo fosse la felicità e non la libertà, e la felicità fosse la soddisfazione delle pulsioni sessuali e aggressive. Si tratta di ipotesi rese interessanti dalle grandi capacità letterarie di Freud, che però si riducono spesso a miti privi di consapevolezza filosofica. Quando poi manca l’accuratezza analitica di Freud, a volte si finisce nel delirio interpretativo.

 

Non è un caso quindi che quando la funzione dello scienziato sociale si unisce al potere decisionale rischi di sfociare in un fenomeno di totalitarismo e di giudizio insindacabile nei confronti di persone, più che essere un supporto di decisioni.

 

Il principio dell’agire degli uomini rispetto agli uomini è interno all’etica. E non occorre fare chissà quali studi: essa è esposta nella Costituzione. Nella Costituzione è scritto che la legge garantisce l’unità familiare e che la Repubblica protegge non soltanto l’infanzia e la gioventù, ma innanzitutto la maternità. È la Costituzione il principio a partire dal quale il giudice emette le sue sentenze, non il parere di uno psicologo o di uno psichiatra che, per quanto esperto, non dispone di una conoscenza per principio più sicura di quella di cui dispongono i non psicologi. Nel caso della madre privata del figlio perché troppo affettuosa, le persone senza titoli professionali che hanno testimoniato contro la valutazione della psichiatra conoscevano meglio il bambino e la madre.

 

Abbiamo visto invece che sono gli stessi professionisti ad assumere il ruolo di giudici come giudici onorari, con un peso decisionale determinante, insindacabile; mentre la famiglia, i genitori, il parentado, il vicinato non assumevano più un ruolo positivo.

 

Quando la specializzazione professionale consiste nello scovare malattie occulte allo stesso malato, ogni comportamento diventa un sintomo. Quando poi chi ha questa competenza così invasiva è anche giudice, il comportamento interpretato come patologico si connette, per la natura stessa della professione di giudice, alla presunzione di colpevolezza – del genitore, ma perfino del bambino. Nel giudice onorario, nello psichiatra-giudice la malattia universale è nello stesso tempo colpa universale. Si ripropongono allora situazioni terrificanti, analoghe ai processi di stregoneria, in cui la colpa era così identica all’essere dell’imputato da essere dimostrata sia dal suo cedere che dal suo resistere alle torture.

 

Questo potrebbe spiegare come le procedure burocratiche abbiano potuto consolidarsi nel corso degli anni fino ad arrivare allo scempio a cui stiamo assistendo nelle cronache attuali. Questa rappresentazione del ruolo dello scienziato, del ruolo della scienza sociale, ha aperto le strade e fornito giustificazioni.

 

C’è un interesse economico molto forte; è incautamente concessa a certe figure professionali, che onniscienti non sono per la natura stessa dell’oggetto su cui affermano la loro competenza, la possibilità di attribuirsi l’onniscienza e di esercitare un potere assoluto; da questa confluenza è chiaro che nasce l’abuso.

 

Stiamo assistendo all’affermazione delle teorie LGBT che rivendicano il diritto di famiglie non tradizionali ad allevare, educare e anche a creare bambini. Mi sembrano teorie interessate a denigrare la funzione della famiglia tradizionale, predestinata alla procreazione, all’educazione degli affetti. Questo approccio alla scienza, questa relativizzazione è un ulteriore passo destinato ad ampliare lo spazio di queste teorie?

 

Qui direi che si verifica il caso contrario a quello di prima. Prima avevamo una scienza che è presunta totale e definitiva, che quindi abilita all’onnipotenza; qui invece si presenta una tendenza a non tener conto dei dati scientifici. Premetto che gli atteggiamenti omofobici sono sempre vergognosi. Se si guarda alla storia, in Italia non ci sono state, almeno dal Novecento, esplicite persecuzioni giudiziarie nei confronti delle persone per la loro omosessualità; invece negli altri Stati, in particolare nell’Europa luterana e calvinista, c’erano leggi che la punivano – i casi dolorosi di Oscar Wilde, di Alan Turing sono tra i più eclatanti. Anche in Italia erano però normali manifestazioni di omofobia; se capita di guardare spezzoni dei film spazzatura degli anni ’70, degli anni ’80, spesso vi compare la figura dell’omosessuale affinché faccia ridere, affinché sia umiliato. Che simili atteggiamenti in sé ignobili e pericolosi dal punto di vista educativo dovessero essere superati, che a ogni essere umano a prescindere dai suoi gusti sessuali debba essere garantito rispetto, su questo non può esserci nessuna riserva. D’altra parte, però, ci si imbatte a volte in discorsi forzati. Mi è capitato per esempio di assistere a un video, una conversazione tra Piero Angela e uno scienziato qualificato tra l’altro come sessuologo, in cui il conduttore tendeva ad esporre la questione della differenza sessuale in modo piuttosto distorsivo. Per quello che ne so – ma qui si tratta di conoscenze minime acquisibili a livello di scuole medie – la sessualità si gioca su quattro livelli: innanzitutto su quello del codice genetico; nel momento in cui i due gameti si uniscono, lo zigote ha nel suo codice genetico la determinazione sessuale, è già maschio oppure femmina, senza possibilità intermedie; è il codice genetico che, in misura sempre meno determinante, provvede al secondo livello, cioè alla differenziazione ormonale, poi al terzo, alla differenziazione anatomica, e infine al quarto, alla differenziazione psicologica. In questo sviluppo l’alternativa netta maschio/femmina propria del livello genetico può dunque stemperarsi in una pluralità di differenze. Ora in quella intervista il livello genetico, l’unico a presentare l’alternativa sessuale netta tra maschio e femmina, era presentato in modo così sfumato che sembrava inesistente. È vero che il professore aggiungeva che si nasce definitivamente maschi o femmine, ma se si trascura di menzionare che a livello genetico tertium non datur, si rischia di trascurare una differenza importante, quella tra sessualità ed erotismo, su cui lo stesso linguaggio quotidiano, che risente di una lunga tradizione di pruderie, è ambiguo. La sessualità è una forma di riproduzione dei viventi e come tale implica la differenziazione genetica tra maschio e femmina. Per questo motivo il termine ‘omosessualità’ non ha senso biologico: la congiunzione maschio-maschio, quella femmina-femmina, a cui si riferisce il prefisso ‘omo-’, non hanno carattere sessuale perché non possono svolgere alcuna funzione riproduttiva. Invece, la possibilità che i quattro livelli della sessualità si sviluppino in modo particolare determina forme intermedie di erotismo, cioè di attrazione e di piacere, oltre quello maschile e quello femminile. Il termine più esatto per molte di queste forme intermedie potrebbe essere ‘omoerotismo’. Tutto questo ha importanti conseguenze. Innanzitutto l’omoerotismo, essendo fondato sulla natura complessa dello sviluppo sessuale, è in sé stesso innocente quanto lo è l’eterosessualità, quindi l’omofobia che presuppone che l’omoerotismo derivi da una perversione della volontà è per principio ingiustificabile. La seconda conseguenza è però la differenza di dignità tra sessualità ed erotismo. Piacere e sentimento erotico non sono la sessualità, anche se di solito l’accompagnano. Si tratta del motivo esposto in modo magistrale da Platone nel Simposio. Il sesso è l’arma della fecondità con cui il vivente vince la morte, la sua ontologia, dalla cui sublimazione nell’uomo nasce tutto ciò che c’è in lui di grande; in quanto tale esso non è piacevole, ma penoso: il parto comporta pericolo e dolore, l’allevamento è sfibrante, l’educazione difficile. Proprio perché il sesso è penoso, la natura ha provveduto ad addolcirlo con il piacere erotico e con la bellezza. Il piacere erotico è per lo più un invito alla fecondità sessuale; ma può rendersene indipendente, addirittura fino all’incompatibilità. Se si tengono fermi i significati che ho attribuito ai termini, risulta evidente che il primo scopo, non l’unico, certo, della famiglia è sessuale, non erotico: la famiglia è innanzitutto la solidarietà dei sessi di fronte a un compito essenziale e difficile quale quello della riproduzione, ed è per questa difficoltà ed essenzialità del suo compito che essa va appoggiata e difesa. Ma è altrettanto evidente che il progetto di rendere biologicamente feconde le forme di omoerotismo incompatibili con la sessualità è artificiale e volontaristico. Che sia artificiale permette l’irruzione dell’interesse economico; credo che proprio questo interesse economico, nel contesto dell’attuale capitalismo teso a superare ogni vincolo che immobilizzi la forza-lavoro, renda attualmente influenti le opinioni più esagerate degli LGBT. Che sia volontaristico apre le porte alla violenza: le procedure che permettono alle coppie cosiddette omosessuali di ottenere figli, implicano sempre la rottura dei legami umani più profondi, quelli tra genitori biologici e figli biologici, e costituiscono una indubbia violazione dei loro diritti.

 

Quindi la novità rispetto alle prime fasi di questo processo, iniziato nel ’95 con le case-famiglia e quindi  con gli allontanamenti, è che allora c’era una corrente scientifica dogmatica, legata a determinati ambienti della psichiatria, della psicologia con connessioni dirette agli apparati giudiziari che portavano avanti questa ipotesi e vedevano tendenzialmente la famiglia come l’origine del male, adesso a questa tendenza si sovrappongono queste correnti che, per affermare una loro identità, una loro efficacia anche di tipo lobbistico, hanno interesse a denigrare il ruolo della famiglia tradizionale. È una loro affermazione.

 

La critica della famiglia, in genere di una superficialità irresponsabile, è un motivo fiorito negli anni ’60 e che si radica in tanti autori precedenti. Neanche occorre aspettare Freud per trovare un atteggiamento di estremo sospetto nei suoi confronti. Si può pensare a Schopenhauer, per esempio; egli rifiuta l’erotismo non tanto per un’esigenza ascetica di liberarsi dalla schiavitù dei piaceri, ma per una posizione opposta a quella di Platone, sulla base dell’odio della sessualità, in quanto l’erotismo sarebbe l’inganno con cui l’essenza maligna della natura, che Schopenhauer chiama volontà, ci alletta a riprodurci con lo scopo di perpetuare sé stessa. Se vogliamo tornare ancora più dietro la preferenza per la vita asessuata rispetto alla vita sessuata è già accordata dal cristianesimo. È vero che nelle prime comunità i presbiteri, i vescovi non solo erano sposati ma erano tenuti a sposarsi, in quanto l’amministrazione familiare era l’indispensabile tirocinio per l’amministrazione della comunità; già per San Paolo, però, il matrimonio è un ripiego per chi non ha la forza di dominare la propria sensualità ed è quindi esposto all’irregolarità erotica, più che la via privilegiata verso la santità. In seguito si sono affermati l’obbligo della castità per gli ecclesiastici e una posizione definitivamente subordinata dei laici, cioè delle famiglie, nei confronti del clero. Così, all’interno della Chiesa cattolica il matrimonio è certo un sacramento, dunque un’unione sigillata da Dio, ma la scelta matrimoniale è inferiore alla vocazione sacerdotale, l’agape è superiore al sesso.

 

In queste dinamiche c’è un rapporto molto squilibrato. La logica vorrebbe che dal punto di vista istituzionale, nelle procedure, negli affidamenti ecc., questo equilibrio si ricrei dando voce a chi non ce l’ha, tipo i genitori, tipo il bambino che in qualche maniera deve essere rappresentato in questi processi che rischiano di portarlo all’allontanamento. Quindi si tratta di ripristinare un equilibrio anche a livello istituzionale.

 

Si tratta di attenersi alla Costituzione, che nel Titolo II considera la famiglia società naturale fondata sul matrimonio, che riconosce ai genitori il diritto e il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli e consente l’intervento della legge solo nel caso di loro incapacità. Nessuno può rompere alla leggera una famiglia, può strappare sulla base di impressioni paludate da un gergo psicologistico i figli ai genitori; tutto deve essere fatto per tenere insieme la famiglia e soltanto in caso di situazioni estreme si può ricorrere a misure estreme.

 

Per concludere, lo sforzo che dobbiamo fare non è tanto indugiare sull’aspetto kafkiano, mostruoso della situazione, ma reagire al pericolo che possa diventare una normalità perché legata a certe logiche, siano esse economiche, di interesse, ma anche legate a rappresentazioni ideologiche e culturali. È lì che bisogna battere per ripristinare una situazione più equilibrata. Superare dunque l’approccio scandalistico a quello che sta emergendo.

 

Riassumi bene le mie opinioni. La grande trasformazione del capitalismo della piena occupazione in capitalismo della finanza che deve controllare tutta la società attraverso la disoccupazione, comporta innanzitutto la fluidità di ogni legame umano, l’estraneazione dalla patria e dalla famiglia; comporta poi l’impotenza economica dello Stato: la sua incapacità di porre limiti all’affarismo, la gestione privatistica dei servizi più legati alla fragilità umana: il servizio sanitario, l’assistenza sociale, la scuola; e quando in questi ambiti entrano gli interessi, per quanto si mascherino con passioni, sogni, ideologie, entra l’aridità, la smania di trasformare tutto in denaro.

 

Non può essere che sotto ci sia qualcosa di più profondo che, più che al capitalismo, all’attività legata al profitto, sia legato a una logica di affermazione di élite che tendono ad acquisire sempre più potere, che non trovano contrasto e quindi attraverso questo vincolo anche ideologico tendono ad affermarsi senza alternative? Entriamo così nella discussione tra il marxismo che vede il motore della storia nelle forze produttive e Weber, Carl Schmitt che concepiscono il politico come dominante, come logica delle dinamiche e dei conflitti.

 

Forse le due prospettive non si escludono; forse la supremazia dell’economico non è eterna, ma la forma di dominio propria dell’impero anglosassone. Finché ne siamo però sudditi conviene fare della supremazia dell’economico la principale chiave interpretativa. Penso che la banca centrale indipendente che favorisce le élite finanziarie lesinando la moneta in modo da farne una merce scarsa, e quindi impedisce gli investimenti, provoca sottosviluppo, crisi, disoccupazione, migrazioni, la distruzione delle famiglie, sia il principio non segreto, anzi proclamato e difeso come un dogma religioso, sufficiente a spiegare perché attualmente l’uomo resti schiavo dei suoi bisogni quando potrebbe esserne libero.

 

IL SISTEMA CHE RUBA I BAMBINI, a cura di Barbara Tampieri

Prosegue il dibattito intorno alla gestione degli affidamenti di minori iniziato, a seguito dell’emersione dei fatti di Bibbiano, con la conversazione con Paolo Roat https://italiaeilmondo.com/2019/06/29/affidamento-di-minori-tra-tutela-ed-abusi_-una-conversazione-con-paolo-roat/ Qui sotto un approfondimento redatto da Barbara Tampieri, curatrice del canale Youtube e del blog omonimo http://ilblogdilameduck.blogspot.com/ , che vede coinvolto anche www.italiaeilmondo.com. Buon Ascolto_Giuseppe Germinario

 

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