Il 1989 Visto da Mosca: declino o rinascita?, traduzione di Giuseppe Germinario

L’Europa tre decenni dopo l’apertura della cortina di ferro

Il 1989 Visto da Mosca: declino o rinascita?

Di  Cyrille BRET , 22 settembre 2019  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Cyrille Bret è un alto funzionario e geopolitico. Ispettore dell’amministrazione, ha lavorato nelle industrie aeronautiche, digitali e ora è di stanza in un gruppo di difesa pubblica. Dopo la formazione all’Ecole Normale Supérieure, alla Sciences Po e all’Ecole Nationale d’Administration, è stato revisore contabile presso l’Istituto di studi di difesa nazionale superiore (IHEDN).

C. Bret ci offre una magistrale dimostrazione delle rotture e inversioni degli ultimi tre decenni in Russia. Diamo un’occhiata a Mosca per capire meglio l’Europa geografica – cioè la Russia inclusa, almeno fino agli Urali – da non confondere con l’Unione Europea, che è comunque vicina ad essa.

1989, un evento per la Russia?

Visto da Mosca l’anno 1989 è molto diverso da quello celebrato a Berlino e Parigi. Considerato dalla capitale dell’URSS e poi dalla Russia, il 1989 è una delle tappe che guidano lo stato sovietico dall’apice del suo potere alla sua dissoluzione, nell’arco di un decennio. Dal 1979, anno dell’intervento sovietico in Afghanistan nel 1991, che consacrò lo scioglimento dell’Unione, fino al 1985, data dell’adesione di Mikhail Gorbachev alla carica di segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche si stava avviando da potenza mondiale a perdente geostrategico e al disastro economico. Tuttavia, visto da Mosca, l’anno 1989 segna anche un nuovo inizio: è l’anno delle prime elezioni libere dalla rivoluzione del 1917.

È da molto tempo che dobbiamo cogliere la giusta posizione di quest’anno nel passato della Russia– e nel suo immediato futuro. A livello regionale, il 1989 segna il fallimento della strategia europea che l’URSS ha messo in atto dopo la seconda guerra mondiale: il 1989 è la replica inversa della vittoria del 1945 (I) anno in cui l’URSS è presente ovunque nell’Europa orientale e in Germania. Sul fronte interno, questo è il punto in cui le riforme di Mikhail Gorbachev segnano il tempo e annunciano la fine del regime comunista: il 1989 sta preparando il 1991 (II). Infine, nelle rappresentazioni collettive, è l’anno che inaugura l’indebolimento degli anni ’90 e prepara la rinascita del potere russo: il 1989 annuncia il 1999, data di ascesa al potere di Vladimir Putin. Se il 1989 è un momento chiave nella storia dell’Europa, è anche una data importante per la Russia (III).

Vista di Mosca del 1989: declino o rinascita?
Cyrille Bret
Cyrille Bret è un alto funzionario e geopolitico

I. Dal 1945 al 1989: la fine dell’egemonia sovietica nell’Europa orientale

Il 1989 è un evento europeo prima di essere un evento intrinsecamente russo. È a Berlino, Bucarest, Budapest, Vienna o Vilnius che si svolgono i principali eventi dell’anno. Per la Russia , questo è il momento in cui l’Europa centrale e orientale esce dalla sua alleanza militare, politica, economica e culturale. Inizia quindi un movimento di “de-radicalizzazione del fianco orientale dell’Europa” che porterà all’estensione della NATO e all’ampliamento dell’UE in questa zona di influenza russa.

La rapida democratizzazione dell’Europa orientale

Numerosi eventi nel 1989 segnano la fine del potere mondiale per l’Unione Sovietica. Prima in Asia centrale: il 15 febbraio 1989, le autorità sovietiche annunciarono il ritiro definitivo delle loro truppe dall’Afghanistan. È la fine di un’operazione militare lunga un decennio e un’ammissione di fallimento. Questa campagna sovietica in Afghanistan (1979-1989) è soprannominata “Vietnam dell’URSS”. In effetti, una superpotenza militare e nucleare non è riuscita a sostenere un regime comunista in questo paese al confine con l’URSS. Questa confessione di impotenza geopolitica porta a una serie di eventi che portano alla disintegrazione, in un anno, dell’egemonia sovietica su quello che fu chiamato il blocco orientale. La caduta – o apertura – del muro di Berlino , 9 novembre 1989, è il punto più alto di questo vasto riflusso. Già in primavera, il 2 maggio 1989, l’Ungheria comunista ha aperto i suoi confini all’Austria, avamposto dell’Occidente, ha riabilitato Imre Nagy, una figura di resistenza all’URSS nel 1956, e ha posto fine al regime comunista il 23 Ottobre 1989 proclamando la Repubblica. Nell’agosto 1989 la Polonia non ha più un primo ministro comunista: Tadeusz Mazowiecki, membro di Solidarnosc, accede alla premierato. E l’effetto “palla di neve” è impressionante: i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) stanno fuggendo dal regime comunista da Ungheria e Austria. In questo contesto di rapido ritiro sovietico, Mikhail Gorbachev, che è venuto a Berlino Est per celebrare il 40 ° anniversario della DDR, annuncia che nessun intervento armato frenerà il movimento al di fuori del comunismo. Ciò ha provocato la caduta del muro di Berlino, la fine della DDR e, successivamente, la riunificazione tedesca. Di fronte a questa passività esplicita e volontaria, le domande sono molte: è un trucco per riprendere in seguito il controllo dell’area? O un’ammissione di debolezza? o una strategia per superare la temporanea debolezza dell’URSS?

La guerra fredda è stata esplicitamente chiusa dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbachev il 2 dicembre 1989 al vertice di Malta. Con la “rivoluzione rumena”, si conclude – tra il 16 e il 25 dicembre – l’anno 1989 smantellando un regime comunista alleato dell’URSS sul versante sud-orientale dell’Europa. Il suo sviluppo è sintomatico della fuga storica del 1989: di fronte ai movimenti di protesta a Timisoara nell’ovest del paese, la dittatura Ceausescu cerca di resistere organizzando, il 21 dicembre 1989, una manifestazione a sostegno del regime. Si ribella ai suoi organizzatori, costringendo il dittatore a fuggire, per essere perseguito e poi giustiziato, con sua moglie, Elena Petrescu, il 25 dicembre 1989.

Per l’URSS, il 1989 è un anno di inversione: quando inizia l’anno, il blocco orientale viene sfidato ma rimane al suo posto. Alla fine dell’anno, questo blocco è in declino.

Il fallimento della strategia stalinista della protezione occidentale

Per Mosca, gli eventi del 1989 hanno posto fine alla strategia europea ideata e messa in atto da J. Stalin sulla scia della seconda guerra mondiale. Il suo scopo era in effetti quello di costituire una fortezza comunista avanzata nell’Europa centrale e orientale. Con la presenza delle sue truppe sul suolo di questi stati, l’URSS aveva organizzato l’istituzione di “democrazie popolari”, ovvero regimi comunisti non democratici in Polonia (1944-1947), Romania (1947) Cecoslovacchia (Coup de Praga nel febbraio 1948), Ungheria (1949), ecc. La “liberazione” di questi paesi da parte delle truppe sovietiche contro la Germania nazista aveva permesso all’URSS di esercitare una vera amministrazione fiduciaria su quegli stati ridotti al ruolo di satelliti. Questa è la strategia della “cortina europea” per l’URSS,

Sul fronte economico, l’URSS aveva imposto la creazione del Comecon o Council for Mutual Economic Assistance (CMEA) per contrastare il Piano Marshall del 1947. Questa organizzazione internazionale stabilì una divisione del lavoro e una divisione dei ruoli tra i diversi Stati comunisti della regione. La sua missione era soprattutto quella di diffondere gli strumenti dell’economia pianificata sovietica, di organizzare il commercio tra questi Stati e l’URSS. A causa del ruolo centrale della valuta sovietica, del rublo e della dipendenza tecnologica dall’URSS, il Comecon permise all’URSS di assumere il ruolo di leader economico nell’Europa orientale. Se il CMEA non scompare ufficialmente fino al 1991, il 1989 segna la sua vera fine a causa della scomparsa dei regimi comunisti nelle principali economie della regione.

Sul versante militare, il Patto di Varsavia era lo strumento dell’egemonia sovietica nell’Europa centrale e orientale. Basato su un trattato multilaterale di amicizia e assistenza tra gli alleati dell’URSS, il Patto riunì, sotto la guida dell’Armata Rossa, le varie forze armate delle democrazie popolari. Nel 1989, è ancora in vigore ed è stato rinnovato per vent’anni nel 1985. Sebbene il Patto sia stato ufficialmente sciolto il 1 ° luglio 1991, è gradualmente scomparso nel 1989. In effetti, queste trasformazioni politiche hanno segnato il fine della cosiddetta dottrina della “sovranità limitata”, la cui paternità spetta a L. Breznev. L’evoluzione di un regime comunista verso un regime liberale è considerata a Mosca come una questione di interesse comune per tutti i regimi comunisti.

In breve, nel 1989 la rapida democratizzazione dell’Europa centrale e orientale segnò la fine di un progetto geopolitico di istituzione di un blocco e una zona cuscinetto tra la Russia e il resto dell’Europa. Si apre la strada a una “occidentalizzazione” di questa parte del continente. Si svolgerà già negli anni ’90.

II. Dal 1985 al 1991 fino al 1989: tentativi di riforme interne allo scioglimento dell’URSS

Per la politica interna sovietica e russa, il 1989 si avvicina secondo una sequenza più ampia che inizia con l’avvento di Mikhail Gorbachev al potere l’11 marzo 1985 e termina alla fine di dicembre 1991 con lo scioglimento ufficiale da parte di quest’ultima dell’URSS . Il 1989 replica quindi alla Rivoluzione del 1917.

Il regime comunista può riformarsi?

Consapevole delle debolezze economiche dell’URSS e della sua incapacità finanziaria di sostenere il costo della corsa agli armamenti con gli Stati Uniti, Mikhail Gorbachev è diventato Segretario Generale del Partito Comunista nel 1985. Ha lanciato un’ondata di riforme interne in URSS con l’obiettivo di consolidare il regime comunista e promuoverlo in Occidente. Sulla scena internazionale, dà priorità al disarmo simmetrico con gli Stati Uniti al fine di alleviare la pressione di bilancio che i programmi di armamento esercitano sulle finanze pubbliche sovietiche. Ma a livello nazionale, il 1986 segna l’inizio dei programmi di liberalizzazione politica ed economica. Il programma di “Trasparenza” (”  glasnost”)porta a misure ad alto contenuto simbolico: revoca dei divieti su molte produzioni culturali tra cui ”  Doctor Jivago  ” di Boris Pasternak; fine dell’esilio interno del fisico dissidente Andrei Sakharov a Gorkij.

Nel campo strettamente politico, la composizione del Partito Comunista viene rinnovata per portare i “riformatori” nei ruoli principali. In termini economici, la “ristrutturazione” o “ricostruzione” (”  perestrojka  “) impegna un nuovo NEP: i prezzi sono parzialmente liberalizzati, le società private sono autorizzate e emerge un intero settore informale. Questo movimento accelera nel 1989: per eleggere i due terzi dei deputati al Congresso dei deputati dell’Unione Sovietica, i cittadini dell’URSS possono scegliere tra diverse liste e vedere garantita la segretezza del voto. Questo è uno sviluppo decisivo per il Paese.

Il primo periodo delle riforme di Gorbachev assume un tono euforico … soprattutto all’estero: la ”  Gorbymania  ” in effetti ammalia gli Stati Uniti e in particolare l’Europa occidentale nel 1987. Tuttavia, la popolarità interna del leader sovietico è ben minore, a causa dei limiti delle sue riforme  [ 1 ] .

I limiti delle riforme e la fine dell’impero sovietico

Tuttavia, a partire dal 1989, iniziano a comparire i limiti delle riforme avviate. Sul fronte economico, le disuguaglianze si stanno allargando e l’inflazione sta aumentando, mettendo in discussione il patto sociale sovietico con i quali sono stati garantiti l’occupazione per tutta la vita, l’accesso a servizi pubblici a basso costo e l’uguaglianza sociale (relativa) in cambio di obbedienza politica. A livello rigorosamente politico i movimenti di scissione e secessione si moltiplicano. Sebbene Mikhail Gorbachev sia stato eletto presidente dell’URSS nel 1990, in parlamento i suoi sostenitori sono stati sopraffatti dai nazionalisti e dai liberali che preferivano la terapia d’urto. Così, già nel 1990, la Repubblica socialista federale russa della Russia è guidata da Boris Eltsin, la cui autorità è in aperta competizione con quella del leader sovietico. La tensione tra i riformatori liberali guidati da Eltsin e i conservatori sovietici sostenuti dall’esercito viene gradualmente esacerbata sulla scena politica. Culmina a terra e con le armi in mano nel tentativo di colpo di stato militare del 20 agosto 1991. Sostenuto dal presidente degli Stati Uniti, il presidente russo Eltsin si impone, eclissando il riformatore comunista e sospendendo il Partito comunista nel novembre 1991. La scacchiera politica russa, il movimento di decomunistizzazione iniziato timidamente nel 1989 termina, pochi mesi dopo, alla fine dell’URSS.

Nelle Repubbliche Federate, il 1989 vede le forze centrifughe risvegliate dal  glasnost  . Le aspirazioni all’indipendenza si manifestano in una forma che segna l’Europa. Negli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), le manifestazioni iniziate nel 1987 hanno avviato il processo di decomunistizzazione e di indipendenza nazionale. Questi movimenti pacifisti culminarono il 23 agosto 1989 formando una vasta catena umana, la Via Baltica, che univa le tre capitali (Tallin, Riga, Vilnius)oltre 500 chilometri. Questo è l’atto fondante di un processo di indipendenza per la Lituania (11 marzo 1990), l’Estonia (30 marzo 1990) e la Lettonia (4 maggio 1990). Durante il periodo dal 1989 al 1991, in questa parte dell’URSS, gli scontri armati sono strettamente evitati, ma le tensioni economiche e politiche sono più alte, specialmente in Lituania dove il blocco economico sovietico è rigoroso.

Il movimento di secessione degli Stati baltici lancia una spirale centrifuga che culmina con lo scioglimento dell’Unione Sovietica l’8 dicembre 1991. Nel Caucaso, l’Armenia diventa indipendente (23 agosto 1990), come la Georgia (9 aprile 1991) e Azerbaigian (18 ottobre 1991). L’Ucraina e le repubbliche dell’Asia centrale lasciano l’Unione tra il 1990 e il 1991. Che si tratti della strategia risoluta della Russia contro i costi dell’eccessiva estensione imperiale o dell’abbandono forzato, la Russia si sta liberando da queste periferie imperiali e sta permettendo a questi stati di allontanarsi dalla sua sovranità secolare. La fine dell’URSS, avviata dai movimenti del Baltico nel 1989, fu consacrata dalle dimissioni di Mikhail Gorbachev dalla sua posizione di Presidente dell’Unione Sovietica il 25 dicembre 1991 … che non esiste da due settimane (8 Dicembre 1991). È il Commonwealth of Independent States (CIS) che sostituisce l’Unione con una confederazione con legami istituzionali piuttosto ampi. La Repubblica, poi Federazione Russa, perde il posto centrale che occupava nel sistema istituzionale dell’URSS.

In sintesi, come visto da Mosca, in termini di politica interna, il 1989 è l’anno cardine di una rivoluzione al tempo stesso politica, territoriale ed economica. Lungi dal salvare il regime comunista adattandolo, il ”  glasnost” e l’introduzione di una dose di democrazia nelle istituzioni sovietiche hanno accelerato la caduta del PCUS. Allo stesso modo, la rinuncia alla violenza armata contro i movimenti centrifughi nel 1989 ha accelerato il processo di decomposizione.

III. Dal 1989 al 1999: dal declino al revanchismo russo

Se si considera l’immediato futuro della Russia, il 1989 apre un doloroso decennio che termina nel 1999 con l’ascesa di Vladimir Putin alla carica di presidente ad interim, eletto poi l’anno successivo.

Sul fronte economico, il fallimento delle “riforme” del periodo 1987-1989 porta a un’era di brutale liberalizzazione chiamata “terapia d’urto” in cui l’inflazione arriva fino al 1000% all’anno, dove esplode la disoccupazione e dove molte industrie statali scompaiono. Le disuguaglianze esplodono e lo stato sociale viene smantellato privando gran parte della popolazione russa dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alle pensioni o all’energia. D’altra parte, alcune considerevoli fortune private sono costituite in pochi mesi dagli oligarchi che acquistano a prezzi economici i fiori all’occhiello dell’economia diretta nella metallurgia, negli idrocarburi e persino negli armamenti. Il crollo economico e il saccheggio delle risorse culminarono nel 1998 quando la Russia fu colpita da una violenta crisi economica.

Nella sfera domestica, la contrazione del PIL e il crollo delle finanze pubbliche russe stanno danneggiando le forze armate: le basi militari sono chiuse a decine e gli ordini industriali cessano. Unito all’ondata di indipendenza nazionale, l’indebolimento delle forze armate apre la strada a movimenti separatisti all’interno della stessa Federazione Russa. Pertanto, la prima guerra cecena, dal 1993 al 1996, ha visto la Nuova Russia reprimere in un bagno di sangue i movimenti di indipendenza spesso supportati da reti islamiste. Ciò che è in gioco allora è, per la Russia, la capacità di fermare il suo decadimento territoriale. La Russia degli anni ’90, nata dagli shock del 1998, coltiva la scomparsa politica.

In termini di geopolitica regionale, il 1989 si sta preparando per la perdita del vicino straniero. L’estensione della NATO alle porte della Federazione Russa è possibile solo perché la rete di alleanze sovietiche è stata rovinata nel 1989. In effetti, per la più giovane Federazione Russa nata nel 1991, il decennio 1989-1999 è il declino. Il 1999 ha segnato un grave rovesciamento militare nel continente: la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria hanno aderito all’Alleanza atlantica, seguite nel 2004 da molti altri stati precedentemente parte del Patto di Varsavia, tra cui tre ex Repubbliche socialiste sovietiche (Estonia, Lettonia, Lituania). Visto da Mosca, questo movimento è una battuta d’arresto strategica di significato storico. In effetti, l’Occidente è ai confini dello spazio russo. È in questo decennio e grazie alle rivoluzioni colorate in Georgia (rivoluzione delle rose nel 2003) in Ucraina (rivoluzione arancione nel 2004), che la Russia riattiva la diffidenza verso i propri interlocutori.

Ma il 1989 finì davvero nel 1999, quando Vladimir Putin mise gradualmente in atto sia il suo regime che gli elementi di un relativo rinascimento per la Russia. Il decennio 1989-1999 è il periodo fondativo per comprendere la Russia di oggi. Per concedere agibilità agli oligarchi, li subordina come clienti o li fa condannare, come nel caso di Khodorkovsky. Per porre rimedio all’espansione della NATO, sta lottando contro l’adesione di Ucraina e Georgia e contro lo spiegamento di batterie antimissile sul suolo europeo. Ultimo ma non meno importante, per alleviare la debolezza militare della Russia, nel 2009 ha lanciato un vasto piano di modernizzazione, crescita e riforma delle forze armate. La forza politica e geopolitica della Russia nel 2019 è direttamente radicata nel lungo trauma del decennio 1989-1999. In breve, Vladimir Putin si pone come uno che rimedia agli anni fatali 1989-1991.

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1989, anno fondamentale per la Russia (anche)

Per la comunità europea, il 1989 è un anno altamente simbolico con una connotazione positiva. Questa data è sinonimo di margini di rilascio a Budapest, Varsavia o Bucarest . Le sovranità nazionali, indebolite dal XIX e XX secolo, sono state recuperate. A Parigi e Bonn, poi a Berlino, nel 1989 inizia l’incontro dell’Europa attorno al progetto portato avanti dalla Comunità e poi dall’Unione Europea . Dopo i conflitti dell’inizio del secolo e la divisione della guerra fredda, il 1989 annuncia la speranza di un periodo di convergenza e pace.

Vista di Mosca, 1989 ha uno status più ambiguo. L’anno ha una chiara carica negativa, soprattutto nelle attuali rappresentazioni collettive: all’esterno, segna il fallimento della strategia sovietica di barriere difensive in ​​Europa; all’interno, fa precipitare la fine del regime comunista e prepara il caos politico ed economico degli anni 1990. Ecco perché il 1989, associato al 1991, è, nel discorso del presidente Putin, un annus horibilis per la Russia. Tuttavia, il 1989 apre un decennio decisivo per la Russia contemporanea. Fu dal 1989 che la Russia di Putin iniziò a mettere radici: la creazione di un’oligarchia mafiosa, i fallimenti contro gli Stati Uniti, ecc. tutti questi fattori contribuiscono all’avvento di un regime centralizzato, forte e seduto su una potenza militare. Così, la Russia di oggi ha le sue origini nel 1989 e nel 1991 quanto nel 1999, l’anno del l’ascesa al potere dell’attuale presidente russo .

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Superiorità miserevoli, di Fabio Falchi

Molte persone hanno notevole difficoltà a comprendere che i frutti velenosi sono appunto solo dei frutti , ossia che una certa pianta non può che produrre dei frutti velenosi. Il caso di Bibbiano non fa eccezione. Benché sia più che comprensibile che si voglia fare chiarezza su questa vicenda, impegnarsi in questo senso servirà a ben poco se non si capisce che il “sistema Bibbiano” (definiamolo così) e altri simili – come il “sistema Forteto” – non nascono per caso. Non si tratta cioè di semplici “aberrazioni” di un organismo sociale sostanzialmente sano, bensì di manifestazioni di un organismo sociale malato.
In particolare, sotto questo aspetto, è illuminante il “caso Epstein” (e molti altri esempi si potrebbero fare).
Eppure anche il “caso Epstein” non dovrebbe sorprendere. Certo, difficilmente può meravigliare chi, ad esempio, ha letto “Men di Zero” o “American Psycho” di Bret Easton Ellis.
Difatti, anche se ormai il romanzo raramente può essere in grado di farci comprendere il nostro essere-nel-mondo (dacché la forma romanzo nel mondo moderno è legata a doppio filo con l’ascesa e il declino della borghesia, e oggi quella che si definisce borghesia in realtà è postborghesia, ossia la classe sociale dominante – a sua volta divisa in varie sottoclassi – della postmodernità), non si deve generalizzare.
In questo senso, i due romanzi sopraccitati di Ellis sono davvero significativi.
Certo, Ellis non disdegna nemmeno di criticare duramente e apertamente l’industria culturale e in specie il mondo dei media ovverosia il mondo liberal/neoliberal (in pratica, la “sinistra”), che egli accusa di diffondere una ideologia totalitaria che include chiunque tranne chi “fa domande”, chi non “si adegua” ossia chi non è liberal/neoliberale. Si tratta di un ottuso e pernicioso conformismo culturale, politico e morale che si presenta con la veste di una assoluta superiorità morale e che uccide l’arte, l’intelligenza critica e creatrice. Così chi non è liberal/neoliberale è subito accusato di essere un “hater” o un “barbaro” che tutt’al più si può cercare di “salvare” ma a cui si deve togliere “diritto di parola”, ovviamente per il bene dell’umanità (peraltro, Ellis, che pure è omosessuale, non esita nemmeno a parlare di fascismo gay, soprattutto a causa dei cosiddetti “movimenti Lgbtq”).
Più che la sua critica del mondo liberal/neoliberale sono però i personaggi dei suoi romanzi che rivelano alcuni tratti distintivi della attuale società postborghese (che da un lato è figlia di quella borghese, dall’altro ne è, per così dire, l’“immagine speculare”). Difatti, anche Epstein poteva benissimo essere un personaggio di un romanzo di Ellis. Epstein cioè non è un “mostro”, ma il “frutto naturale” della società postborghese. La sua vera colpa è stata quella di esseri spinto “troppo avanti” e di essersi fatto “scoprire”. Non tutto si può rivelare, almeno per ora.
Ma al di là di quel che può pensare Ellis e dei suoi stessi romanzi, si dovrebbe tener presente che se il borghese era sessuofobo, morigerato, tutto lavoro e famiglia, per il postborghese sono proprio i vizi privati del borghese che devono diventare “pubbliche virtù” (benché questa trasformazione – come prova lo stesso “caso Epstein” – richieda del tempo per realizzarsi compiutamente).
L’ arroganza, l’intolleranza, la prepotenza, la miseria esistenziale e in definitiva anche culturale e intellettuale del postborghese, sono allora “mascherate” da una ideologia che rappresenta il postborghese come antropologicamente superiore sotto tutti punti vista, di modo che la stessa illimitata bramosia di possesso e potere che caratterizza la classe sociale cui egli appartiene sia “percepita” dalle masse come ciò che favorisce il progresso dell’umanità ovverosia un imprescindibile fattore di civilizzazione cui solo un “barbaro” può opporsi.
Il nuovo Tribunale dell’Inquisizione può e deve dunque operare per punire i “peccatori” e far trionfare il “bene” nel mondo.

https://www.ilfoglio.it/cultura/2019/09/16/news/il-totalitarismo-dei-buoni-274224/?fbclid=IwAR2Oi69crbVQPC9foRCxQbP5LOcrq6ukxogkUj2lo0Zxl9fqsjNxyY67HAE

IL RE È NUDO E IL PRINCIPE IN MUTANDE, di Antonio de Martini

IL RE È NUDO E IL PRINCIPE IN MUTANDE

Tra ieri e oggi mi sono divertito a leggere qua e là i commenti dei « geopolitici » che spuntano come funghi dopo la pioggia.

Cercano di scrutare nella breve dichiarazione di Mike Pompeo come gli auruspici nelle viscere degli animali sacrificati.

E, conseguentemente, segnalano merda.

1) prima cacca:lasciano intendere che gli Houti siano poco più che una milizia filo iraniana e sciita.

FALSO: sono una tribù che vive da almeno un secolo alla frontiera Saudita. Hanno un credo religioso a metà strada tra i sunniti e gli sciiti.

Si sono ribellati periodicamente fino a che furono sottomessi da Salah, il Presidente che gli USA vollero cacciare dopo un trentennio di regno, in nome della democrazia.

Accettò, gravemente ferito, di farsi curare negli USA lasciando però la presidenza al suo vice e le FFAA al cognato.

Tornato, trovo il vice che non voleva tornare nell’ombra e il cognato defenestrato e in rivolta.

Si rivolse agli Houti che aveva sottomesso e li aiutò a debellare il regime. È morto un paio di anni fa in combattimento. Aveva un grande carisma ed era un guerriero nato.

Il suo vice il pallido HADI è oggi rifugiato in Arabia Saudita in regime di semilibertà dorata.

Mohammed ben Salman – il principe assassino saudita- da neo ministro della Difesa dichiarò guerra allo Yemen ( senza interpellare il Crownprince o gli Esteri) credendo di liquidare gli Houti in una blitz krieg e conquistare lo Yemen.

Fu ripetutamente e sonoramente battuto, ma raggiunse l’obbiettivo di fare amicizia con i lobbisti americani degli armamenti cui assegnò cospicue quanto inutili commesse. Si avvicinò al potere scalzando il cugino ministro dell’interno, ma la guerra non si concluse.

Ora ha il potere saudita ma non riesce a vincere la guerra benché abbia coinvolto gli Emirati della UAE ( specie Abu Dahbi) che volevano partecipare al bottino, per non lasciare Aden ai sauditi, ma non a una guerriglia logorante.

Il capo degli Houti , mi spiace non ricordarne il nome, si è rivelato un vero guerriero della tempra di Salah: affronta gli avversari compensando gli svantaggi tecnologici con la sorpresa e la motivazione dei suoi.

Ha trasformato la deportazione ( subita da Salah) dei suoi in nuove basi di attacco, ha trovato i mezzi per le armi e sembra che abbia imparato a miniaturizzare i congegni di guida dei vettori inserendo il GPS russo che non ha zone illeggibili.

Dopo due attacchi di prova ( a Maggio e a Agosto) ha colpito la provincia orientale governata da un fratello del Crownprince col duplice scopo di fargli fare una figura barbina e avvertire la famiglia reale che se vuole continuare a vendere la loro mercanzia devono lasciare lo Yemen, paese di guerrieri.

2) seconda cacca: gli USA, non hanno ancora interiorizzato la lezione dell’attacco alle due torri. Gli arabi , come noi italiani del resto, sono cattivi organizzatori militari e combattenti temerari e audacissimi.
Gli USA cercano di spiegarsi l’evento attribuendolo ( con cautela) agli iraniani e i “ geopolitici” de noantri assecondano gli israeliani con la storiella della base di lancio vicina a Bagdad.

La realtà, molto più semplice, è che se gli Houti possono trasferirsi nel cuore dell’Irak, a maggior ragione possono farlo nel cuore dell’Arabia Saudita. C’è anche meno strada.

Certo, bisognerebbe ammettere che oltre a non avere il controllo dei cieli e del mare, il grande principe saudita ( e il suo potente alleato) non ha nemmeno il controllo del territorio, specie da quando ha fatto ammazzate due suoi fratelli-cugini pretendenti al trono. La vendetta è un obbligo d’onore.

Terza cacca. Per non offendere l’alleato nessun occidentale fa notare l’estrema cautela dei vertici americani.

I militari tacciono non sanno come spiegare il fatto che non hanno controllato le coste yemenite bloccando il contrabbando; non hanno controllato i cieli sauditi ( solcati da dieci droni o missili , fa lo stesso ) e non hanno controllato le vie di terra giudicandole impossibili per via del clima da attraversare. Trilioni al vento.

Non sanno ( gli analisti)che mio padre nel ‘35 andò proprio lì a reclutare 400 guerrieri per attraversare il deserto dancalo ( il più caldo al mondo + 65 all’ombra) per prendere alle spalle l’esercito del Negus schierato col fianco sul lago Ashanghi.

Per essere arruolati a piena paga dovevano fare cinque centri consecutivi a 200 metri col 91 su un fiaschetta di Chianti da mezzo litro, col collo interrato.

I politici , anche Trump, hanno lasciato parlare solo Pompeo e lui non ha detto praticamente nulla.

Ben Salman, cui Trump ha demandato un “ assessment”, si sta chiedendo di quanto si è avvicinato alla fine.

Putin, ha imparato il marketing: ha detto che con il sistema antiaereo S400 non sarebbe successo.

La borsa petrolifera invece ha detto che è un buon affare (+20% in un giorno per il greggio USA e il Brent che non c’entrano affatto).

Ricordate l’aeroplano che atterrò sulla piazza Rossa a Mosca quasi preannunziando la fine dell’URSS?
Il parallelo giusto è questo. Il re è nudo e il principe assassino è in mutande.

TORNA LA COMPAGNIA DELLE INDIE?

È bastato che Donald Trump lasciasse intravvedere la possibilità di incontrare il premier iraniano Rouhani la prossima settimana all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, perché “entità sconosciute” promuovessero un attacco distruttivo alla più grande zona petrolifera del mondo.

Per attutirne gli effetti, persino il Pentagono sta suggerendo “risposte caute” e “ soluzioni pacifiche”.

Il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale è stato scelto tra i “ negoziatori” e non tra i geopolitici o i militari.
Rouhani non ha aperto bocca. I sauditi tacciono.
Gli Stati nazionali sono stati colti alla sprovvista.

Una ultima disperata resistenza di chi non ama l’idea di un incontro-dialogo è stata organizzata attorno alla concessione o meno del visto di ingresso negli USA al premier Rouhani e dall’annunzio che la Marina Saudita si unisce agli USA nel pattugliamento a protezione delle rotte del petrolio. Non ha protetto casa sua, ma vuole pattugliare il quartiere…

Mano a mano che il tempo passa, si delineano schieramenti non tanto nazionali ma tra entità interessate all’apertura di negoziati distensivi e altre interessate a mantenere lo stato di tensione, le sanzioni escludenti e il prezzo del greggio elevati.

Queste entità trascendono i confini nazionali e li attraversano longitudinalmente, continuano l’opera di criminalizzazione di ogni altro tipo di combustibile: carbone, legno ( amazzonia), nucleare.

Costoro, coperti anche da ruoli pubblici, creano intralci politici, logistici ed etici ad alcuni paesi produttori con grandi riserve petrolifere ( Venezuela, Iran, Russia) per tenerli fuori dai mercati e mantenere livelli di prezzi di mercato remunerativi per l’estrazione del petrolio di scisti.

Altri paesi potenzialmente ricchi in petrolio ( Egitto, Sudan) vengono ricattati con la minaccia di assetarli bloccando a monte il Nilo per riempire faraonici bacini di dighe e centrali idroelettriche in paesi ( Etiopia) dove non esiste alcunarete di distribuzione energetica e per crearla serviranno decenni e decenni.

Senza nuove urgenti e cogenti leggi di diritto internazionale che escludano eserciti privati, milizie paramilitari e proxy wars ci troveremo a fare guerre provocate e/o dichiarate ufficialmente da consigli di amministrazione e stati acquistati o conquistati da società per azioni.

COLPO DI EXSTRASTATO III, Di Massimo Morigi

COLPO DI EXSTRASTATO III (CON FRANCHISE DI ISAAC ASIMOV PIÙ UN RITORNO AL PASSATO CON UN RITORNO AL FUTURO DALL’ITALIA E IL MONDO)

Di Massimo Morigi

 

«The door opened, snapping him to open-eyed attention. For a moment, his stomach constricted. Not more questions! But Paulson was smiling. “That will be all, Mr. Muller.” “No more questions, sir?” “None needed. Everything was quite clearcut. You will be escorted back to your home and then you will be a private citizen once more. Or as much so as the public will allow.” “Thank you. Thank you.” Norman flushed and said, “I wonder  – Who was elected?” Paulson shook his head. “That will have to wait for the official announcement. The rules are quite strict. We can’t even tell you. You understand.”  “Of course. Yes.” Norman felt embarrassed. “Secret Service will have the necessary papers for you to sign.”  “Yes.” Suddenly, Norman Muller felt proud. It was on him now in full strength. He was proud. In this imperfect world, the sovereign citizens of the first and greatest Electronic Democracy had, through Norman Muller (through him!) exercised once again its free, untrammeled franchise.»: Isaac Asimov, “Francise”,  in “if. Worlds of Science Fiction”, agosto 1955, p. 15 (consultabile su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/1955-08_IFhttps://ia801300.us.archive.org/25/items/1955-08_IF/1955-08_IF.pdf ed anche all’URL http://www.astro.sunysb.edu/fwalter/HON301/franchise.pdf; congelamento URL e documento  presso WayBack Machine: https://web.archive.org/web/20190911153029/http://www.astro.sunysb.edu/fwalter/HON301/franchise.pdf). Il testo appena citato è la chiusa del racconto breve di Isaac Asimov “Francise”, pubblicato in Italia col titolo Diritto di voto, che io ebbi modo di leggere in una lontana estate di metà anni Settanta in una raccolta di racconti, La terra è abbastanza grande, dedicata  al più grande maestro mai esistito della fantascienza (Isaac Asimov, “Diritto di voto”, in  “La terra è abbastanza grande”, Milano, Editrice Nord, 1975, pp. 91-112). Ma non è per indugiare con la memoria alle mie estive letture giovanili che nel presente finale di estate ho tirato in ballo il “Diritto di voto” di Asimov, ma, come forse qualcuno avrà già intuito,  è  per tornare sulla questione del voto elettronico sulla piattaforma Rousseau associando alla critica su questo racconto del più grande maestro della fantascienza le osservazioni che sono state mosse riguardo a “Colpo di extrastato” e a “Colpo di extrastato II”. La fantascienza, quando è fantascienza di qualità, si dice. e io condivido in pieno questa opinione, riesce a fornirci spunti letterari, filosofici  e politici che vanno ben al di là della banale descrizione di un meraviglioso (o pauroso) mondo tecnologico (o, nel peggiore dei casi, della rappresentazione delle terribili e truculente invasioni aliene). A questo punto chi abbia avuto la pazienza di seguirmi si aspetterà che io affermi: «Ecco, gente di poca fede quello che io sostengo nei due colpi extrastato era già stato intravvisto dal maestro della fantascienza in “Diritto di voto” e per arrivare a questa elementare verità sarebbe bastato annoiarsi come lo scrivente in lunghe letture estive.» (Magari con  “Azzurro” di sottofondo alla lettura, cantato da una volta tanto sublime Celentano  e musica scritta dal sempre ineffabile Paolo Conte: ogni allusione all’attuale primo inquilino di Palazzo Chigi è veramente puramente casuale.). Invece, quello che io sostengo è esattamente il contrario ed è cioè che quello che  la chiusa di  “Diritto di voto” ci restituisce non è una premonizione sulla nostra società attuale ma, in un certo senso, un suo profondo fraintendimento. Certo Norman Muller, l’antiroe del racconto scelto da un’ imperscrutabile tecnocrazia perché le sue pulsioni e manchevolezze di mediocre uomo della strada possano essere vagliate da un formidabile calcolatore elettronico per designare, attraverso l’ analisi di queste caratteristiche rappresentative di tutta la popolazione, il vincitore alla corsa alla presidenza degli Stati uniti, passa da un comprensibile stato di depressione per la responsabilità che la sua debole persona e personalità rappresenti mediamente quella di tutta la popolazione degli Stati uniti (e possa quindi, attraverso il processo algoritmico del calcolatore, essere la sola in grado di partorire una così grande scelta) ad una sorta di euforia : «”Yes.” Suddenly, Norman Muller felt proud. It was on him now in full strength. He was proud. In this imperfect world, the sovereign citizens of the first and greatest Electronic Democracy had, through Norman Muller (through him!) exercised once again its free, untrammeled franchise.»,  e questo a significare un profondo pessimismo verso un uomo-massa dominato dalle macchine e dai loro sacerdoti tecnocrati ma quello che la chiusa del racconto non ci dice è 1) la possibilità che tutta la faccenda della scelta mediata attraverso il calcolatore Multivac (e riguardo a questo punto,  poco importa se questo calcolatore emetta il vaticinio processando un solo soggetto passivo o una più vasta comunità composta da simili uomini-massa) sia una truffa e 2)   – e ancor più importante – non accenna minimente al fatto che questa veramente singolare procedura di voto elettronica, corretta o truffaldina che sia, designa chiaramente una costituzione materiale dello Stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la precedente dove la scelta e selezione dei decisori alfa-strategici da parte dei decisori omega-strategici avveniva  – almeno a livello politico –  attraverso una procedura non elettronica ma semplicemente cartacea (con tutti i brogli che questa comportava, ma almeno per quanto riguarda il punto 2 questo è un elemento del tutto secondario). Ma non è stato per ridimensionare  la capacità della buona fantascienza di offrirci euristicamente interessanti e premonitori scenari politici e filosofici utili anche per le nostre attuali condizioni né tantomeno per indicare che in questo caso il buon Asimov dormicchiava che ho deciso di segnalare queste intime debolezze del racconto “Diritto di voto” in relazione alla votazione sulla piattaforma Rousseau. Al contrario, lo scopo è stato quello di segnalare che nelle vicende sociali e politiche (come anche in quelle che continuiamo  a definire fisiche e/o biologiche, così distinguendole da quelle storico-culturali e per la cancellazione di queste ridicole suddivisioni si rinvia, per brevità senza bibliografia, a tutto quanto in questi anni è stato scritto in merito al modello dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico) i cambiamenti ed i mutamenti non appartenenti stricto sensu all’ambito politico e sociale agiscono su quest’ambito non solo additivamente ma anche qualitativamente, talché è del tutto assurdo dire che una costituzione materiale e una forma di Stato che ha avuto la sua nascita in una  passata epoca tecnologica è la stessa costituzione materiale e forma di Stato dei tempi di Internet. E purtroppo (cioè in senso profondamente negativo) questo vale a maggior ragione per la presente situazione italiana, dove accanto ad una costituzione materiale sempre più palcoscenico di una politica privata ormai di qualsiasi valenza di scontro strategico (Parlamento e partiti animati dai lugubri fantocci burkiani le cui interióra non sono altro che segatura e stracci e le cui gesta, quando non sprofondano nella più abissale assurdità, ci richiamano ad un surreale spettacolo di burattini con tanto di pupari dietro le quinte) ed uno Stato in cui le sue varie articolazioni sono sempre più in preda ad una sindrome di disturbo dissociativo dell’identità (in quale altro modo inquadrare la persistente ignoranza da parte di questi corpi che il loro telos  primario dovrebbe essere il mantenimento dello Stato stesso e della popolazione che ne costituisce le fondamenta materiale e spirituale e non la tutela di ipostatici diritti universali?), anche il paperinesco voto sulla piattaforma Rousseau costituisce una novità (negativa) di grandissima portata. Concludo, come da titolo, con un recente ritorno al passato dall’ “Italia e il mondo” che prefigurava un ritorno al futuro che penso abbia mantenuto ancora oggi un qualche valore. Si tratta del “Per un recupero delle prerogative dello stato nazionale italiano, per la salvaguardia della integrità del Paese, verso una posizione di neutralità vigile” di Giuseppe Germinario (pubblicato sull’ “Italia e il mondo” il 2 febbraio 2018 ma il documento è di quattro anni più vecchio) e della mia risposta allo stesso. Vista l’importanza del testo di Germinario (col quale lo scrivente concordava allora pienamente, come concorda, se possibile, ancor più pienamente oggi, tempi  di apoptopici rousseauiani colpi di extrastato) e, modestamente, della mia risposta sempre sul blog allo stesso, ho pensato di congelare questi due testi in un’unica pagina copiaincollata caricata su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/perunrecuperodelleprerogative.dellostatonazionaleitalianoarticologerminariorispostamorigipdf e https://ia601501.us.archive.org/10/items/perunrecuperodelleprerogative.dellostatonazionaleitalianoarticologerminariorispostamorigipdf/PER%20UN%20RECUPERO%20DELLE%20PREROGATIVE.%20%20DELLO%20STATO%20NAZIONALE%20ITALIANO%20ARTICOLO%20GERMINARIO%20RISPOSTA%20MORIGIpdf.pdf (ovviamente, è anche possibile avere diretta visione di questi testi attraverso l’URL originario del blog http://italiaeilmondo.com/2018/02/02/per-un-recupero-delle-prerogative-dello-stato-nazionale-italiano-per-la-salvaguardia-della-integrita-del-paese-verso-una-posizione-di-neutralita-vigile/#disqus_thread ma chi ha avuto modo di seguirmi in questo blog non ha difficoltà a comprendere le ragioni di questa procedura archivistica dei tempi di Internet). Nella mia concorde replica all’intervento di Germinario, che prendendo le mosse da uno schema schmittiano («Allora sotto questo punto di vista deve costituire un fondamentale contributo il ragionamento sviluppato da Carl Schmitt nelle “Categorie del politico” e ripreso nell’incipit di questo commento: vale a dire che la forza politica che vorrà farsi carico del programma di Germinario dovrà, prima di tutto, prendere una decisa e cristallina posizione contro la retoriche democraticistiche, dei diritti umani e di una politica internazionale “pro umanità” lungo la direttiva espressa da Schmitt nelle “Categorie del politico”», lo sviluppava, però, lungo una prospettiva non classicamente “realpoliticistica” ma “culturalistica” (sotto qualche aspetto simile al costruttivismo wendtiano ma di ben altra consapevolezza e profondità storico-filosofica), che è l’apporto dialettico e del tutto innovativo che il Repubblicanesimo Geopolitico dà alla tradizione del realismo politico moderno, riallacciandosi in questo modo in via diretta all’antica tradizione umanistica della filosofia dell’azione e/o della prassi (che si dipana lungo un filo rosso che lega Aristotele, Machiavelli, Hegel, Marx per finire col più grande esponente novecentesco della filosofia della prassi, cioè Antonio Gramsci): «Ma non ci si dovrà fermare a questa “pars destruens”. La “pars construens” cui questa formazione politica dovrà ispirare la sua parte propositiva, dovrà porre sul piedistallo degli idoli infranti democraticistici e dirittoumanistici (che da sempre sono la principale arma di dominio agli agenti alfa-strategici) il concetto di Kultur, il che significa che il primo (se non l’unico) obiettivo di una nuova consapevole politica per la rinascita dell’Italia è l’ adamantina consapevolezza che l’Italia ha una cultura (intendendo per cultura quell’inestricabile intreccio dialettico fra cultura, arte, storia, economia, religione) che va ben oltre gli ultimi disgraziati settant’anni della sua storia “democratica”. In altre parole, questa forza politica deve essere consapevole che questa Kultur deve ritrovare un suo rinnovato Lebensraum che gli dia spazio e che la faccia rinascere.». Il più fatale errore che si può compiere ragionando (ed anche agendo) di e nella politica è pensare che cultura e politica siano due cose distinte mentre come ci insegna (anche se rozzamente) Marx ed in maniera invece impareggiabile Antonio Gramsci (e, immodestamente in una definitiva sistemazione dialettico-espressivo-strategica il Repubblicanesimo Geopolitico) non si tratta altro che di due facce della stessa medaglia. Il concetto di colpo di extrastato, pur con tutte le criticità segnalate dai gentili lettori dell’ “Italia e il mondo” ha a mio giudizio un innegabile pregio, e cioè che unisce in un solida sintesi dialettica la critica alla profondissima crisi istituzionale e politica italiana che in questa fase riesce a produrre anche un corpo politico-decisionale del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali (la piattaforma Rousseau) alla critica ad un’altrettanto degradante crisi culturale: cosa c’è di più idiota nel ritenere che una consultazione perché mediata da un apparato tecnologico-informatico sia migliore e più democratica di una tenuta attraverso un tradizionale sistema cartaceo? (questa credenza ha davvero  molte cupe analogie  con la pratica – diciamolo chiaramente: disperata e disperante – degli amoreggiamenti virtuali e davanti ad una Webcam: e, almeno da questo punto di vista, il racconto asimoviano con la sua realistica descrizione del timido e recalcitrante uomo-massa Norman Muller ci fornisce assai interessanti spunti). Concludevo il mio intervento in appoggio all’articolo di Germinario: «Quello che, tuttavia, dovremmo essere ben fermi nei nostri propositi, deve essere la consapevolezza (e quindi la decisione) che è giunto il momento di porre pubblicamente a chi dovrebbe esserne interessato questa problematica teorica. Dalle risposte (e anche dalla nostra decisione nel porre le domande), potrebbe nascere evoluzioni molto interessanti (molto interessanti perché rivoluzionarie) del ad oggi “stagnante” e maleodorante “caso italiano”». Ecco, allora come oggi, si è invocato «sia a livello di prassi che di teoria politica [di] un colpo altrettanto extra» ( chiusa di  “Colpo di extrastato”). E questo con buona pace delle vestali della retorica democraticistica diritto-universalistica, degli amoreggiatori politico-virtuali della piattaforma Rousseau ed anche di tutti i più o meno padani Tecoppa che non hanno capito che per rovesciare  il quadro dei rapporti di forza geopolitici sviluppatisi in seguito alla sconfitta nel secondo conflitto mondiale non basta proprio fare accordi con la misera controfigura di Segretario politico del partito triste ed indegno erede del grande (e a suo modo tragico) partito del gigante realista politico Palmiro Togliatti né essere politico più navigato – ci vuole ben poco! – del vispo ma politicamente stracciato scugnizzo capopentastellato. Ci vuole, appunto, un colpo “estra” (magari sapendo anche far tesoro e sviluppandole insieme dialetticamente la pur timida, anche se interessantissima, distopia asimoviana di “Francise” e gli ammaestramenti di Giuseppe Maranini, per i quali un buon punto di partenza può anche essere costituito dalla voce ‘Colpo di Stato’ da lui scritta per l’Enciclopedia Italiana e da noi citata all’inizio di questo trittico sul ‘Colpo di extrastato’…)…

 

Massimo Morigi – 14 settembre 2019

 

 

 

Ritorno al futuro – 2 – Formenti, l’Italia e l’Europa: alcune perplessità di Elio Paoloni

 

Ritorno al futuro – 2 – Formenti, l’Italia e l’Europa: alcune perplessità

di Elio Paoloni

 

La lettura del prezioso Il socialismo è morto, viva il socialismo di Carlo Formenti mi aveva spinto a porgli alcune domande, (link a Ritorno al futuro 1). Per brevità non avevo inserito alcuni dubbi che sorgono non solo dalla lettura del testo citato ma da molte sue dichiarazioni. Le riporto come riflessioni.

 

Siamo tutti fermamente convinti, come l’autore, che la UE sia “un mostruoso esperimento istituzionale che tenta di mettere in pratica l’utopia del fondatore del liberismo moderno, von Hayek” e di certo non aderiamo all’utopia di farne un unico Stato. Ma per conservare il pieno rispetto dell’autodeterminazione degli Stati nazione è necessario negare radicalmente ogni forma di sentire europeo, l’idea stessa di Europa? Definendo veritiero il celebre detto che definisce l’Europa come una mera espressione geografica, Formenti sembra dimenticare che la frase originaria riguardava l’Italia, ora ritenuta unanimemente qualcosa di più di una mappa su Google.

 

L’autore ricorda anche che gli stati-continente non si inventano e che quelli esistenti hanno una lunga storia (rammentando giustamente che non si capisce il PCC senza Confucio). E’ curioso; così, all’impronta, pare che una storia più lunga di quella dello stato-continente Europa non esista: se si mettono insieme impero romano, sacro romano impero, impero napoleonico (per quanto effimero) e impero austroungarico riscontriamo la persistenza di un’idea, anzi di una fattuale unità. I tentativi di costruzione di un unico stato europeo risultano numerosi e reiterati, anche se, alla lunga, fallimentari. E sono falliti proprio perché il tratto caratteristico della civiltà europea, è lo Stato-nazione; l’Europa vera – infatti – non potrà che essere una comunità di nazioni, poiché abbiamo lingue, tradizioni e confini propri. Eppure, man mano che gli Stati-nazione dell’Europa sono venuti radicandosi e precisandosi, si è ulteriormente rafforzata l’idea di una identità europea comune. Ricche e possenti sono le tradizioni che la individuano, in particolare le due radici fondamentali, quella greco-romana e quella ebraico-cristiana; e le divisioni sanguinose che hanno scosso il continente non hanno mai potuto cancellare l’affinità dei popoli, l’unità del pensiero. E’ verissimo che fumosi richiami all’unità europea sono utilizzati per puntellare l’attuale disastrosa Unione, ma ritengo che si possa avversare la UE anche – o addirittura meglio – appellandosi a un sano spirito europeo come fanno i firmatari della Dichiarazione di Parigi (1), o come faceva Mario Tronti, che ne Il popolo perduto, citando “un bellissimo testo di Romano Guardini, Europa, realtà e compito”  ricordava che sarebbe stato opportuno riconoscere come il sentire comune del cristianesimo fosse un legame spirituale che univa tutti gli europei.

 

Altre perplessità nascono sul tentativo di distinguere due idee di nazione: Formenti separa quella naturalistica – diciamo, grossolanamente, di destra – “che presume la nazione esistente ben prima della nascita degli stati moderni e delle rivoluzioni borghesi, perché affonda le radici in fattori fisici, climatici, di sangue e suolo ecc.” da quella “di sinistra”, consapevole che la nazione è un prodotto storico della vita politica.

Inizierei dalla presunzione di esistenza in vita: non si darebbe nazione prima della nascita degli stati moderni, delle rivoluzioni borghesi. Dante quindi non avrebbe potuto neppure concepirne l’idea. Ma Antonio Borgese ebbe a scrivere “L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. Non è un’esagerazione dire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”.

 

Secondo Formenti – fin troppo preoccupato, evidentemente, di smarcarsi nettamente da idee di nazione che potrebbero essere considerate “di destra” – i fattori fisici, climatici, di suolo non sarebbero significativi, nell’identificare una nazione. Certo, tutto è prodotto storico, chi ne può dubitare? Infatti la storia è fatta, anche, di “Generale Inverno”, di elefanti che attraversano catene montuose, di proconsoli che attraversano fiumi, di comunità racchiuse dai monti che elaborano norme singolari. Il popolo non preesiste alla nazione, sostiene lo studioso. Ma non sono proprio le caratteristiche di un popolo a determinare la nazione che si costruisce? Le stesse forme religiose sono influenzate dal carattere di un popolo. E, a tal proposito, è pensabile che una cultura, un comune sentire, possano prescindere del tutto dalla religione? Non è con la secolarizzazione che si dà spirito a un’azione – diceva Tronti nell’intervista citata.

 

Insomma, dato per scontato che non sono i caratteri razziali (di certo difficilmente identificabili in Italia, specie nel meridione, dove sarebbe divertente osservare gli specialisti del DNA che si affannano a individuare i geni giusti) a fare un popolo, in tutti gli altri campi non è facile individuare una netta contrapposizione tra due opposte idee di nazione. Quando Formenti sostiene che il patriottismo giusto è quello la cui parola d’ordine non è prima l’Italia ma prima il popolo e la Costituzione italiani, sembra di trovarsi di fronte a un debole giochino di sostituzione semantica.

 

Nazione sarebbe, leggo, “il territorio su cui lavorano, vivono e lottano tutti i soggetti che lo abitano e si riconoscono nell’ordinamento politico che lo controlla e lo governa”. Basta leggere Leopardi, Manzoni, De Roberto, Malaparte, Flaiano, per sincerarsi che il popolo italiano era lo stesso sotto i viceré, sotto i Savoia, sotto il Duce e sotto la Repubblica, prima, seconda e terza. Di certo Formenti vuole intendere che non siamo ancora un popolo proprio perché non ci sentiamo – forse non ci siamo mai, o quasi mai, sentiti davvero – rappresentati da chi governa. Saremo un popolo vero quando ci sentiremo rappresentati dalle nostre istituzioni. Ma prima di giungere a costruirle, queste istituzioni, occorrerà riconoscersi in qualcos’altro, qualcosa che già esiste.

Dobbiamo accingerci a costruire questo popolo “che è tale perché condivide un insieme di diritti e doveri”. Sacrosanto. Come è sacrosanto che non si dia trasformazione radicale della società senza mettere in atto un processo costituente; poiché le costituzioni sono la quint’essenza della sovranità popolare. Ma si può costruire un popolo con un corso intensivo di Educazione Civica? Perché è questa la soluzione che viene in mente se presentiamo la faccenda in questi termini.

 

Per disegnare un grande progetto politico nazionale, una unione tra interessi diversi, non è sufficiente incrociare quattro rivendicazioni sindacali. Non ci sarà nessun popolo, senza un simbolo forte, condiviso, radicato, qualcosa che affondi le radici nella sua storia, che sia, anzi, tutta la sua storia, che lo individui, che lo innervi fortemente. Che lo innervi già, intendo. Certo, ci si può coalizzare riconoscendoci nei fini, in quelle forme di governo, in quelle istituzioni che dovrebbero caratterizzarci in futuro. Ma le alchimie costituzionali – o il semplice richiamo alla piena attuazione della Costituzione esistente (che suonerebbe tristemente simile alle ipocrite esortazioni dei nostri ultimi Presidenti) – non hanno mai eccitato gli animi. Possono davvero farci avvertire la compattezza – e l’orgoglio – di un’appartenenza di patria?

Del resto anche Formenti ha affermato, concordando con Tronti, che le radici della rivoluzione stanno nel passato, più che nell’esaltazione del futuro.

 

Formenti sostiene che Mélenchon può impunemente sventolare il tricolore perché la Francia ha una lunga storia politica nazionale. Ma proprio per questo, proprio perché da noi non ce ne è stata abbastanza – di storia nazionale – ritengo che dovremmo sventolare ancor più in alto il nostro tricolore (con la sua inevitabile dose di enfasi, di demagogia, di equivoci) invece di tenerlo a mezz’asta per timore dell’accusa di fascismo, anzi, di populismo di destra.

 

 

 

Lumi sul Vicino Oriente, di Antonio de Martini

IL FLUIDO QUADRO STRATEGICO TURCO

IL bombardamento che ha bloccato il progredire del convoglio di rinforzi turchi all’avamposto di MOREK, non è rimasto senza conseguenze.

Già la settimana scorsa i turchi hanno abbattuto un aereo siriano lasciando nella indeterminatezza la sorte del pilota.

Subito dopo, Erdogan ha emesso un comunicato ufficiale annunziando di non riconoscere l’annessione russa della Crimea, dove era stato più volte in visita per incontrare Putin.

Non mi è chiaro se questa dichiarazione sia un episodio di baruffa tra innamorati o un secondo movimento di ritorno alla casa atlantica, dopo la commissione mista che studia i futuri pattugliamenti nella zona di sicurezza.

Aspettiamo l’esito della terza mossa che è la ripresa dell’attività diplomatica verso i comprimari della crisi siriana.

Mevut Cavusoglu , il Ministro degli Esteri che riesce a resistere ai cambiamenti di rotta più repentini, è appena rientrato da Beirut dove ha cercato appoggi.

La grande debolezza militare del Libano, ne ha fatto un interlocutore obbligato ad avere rapporti amichevoli con tutti i protagonisti dello scenario.il veicolo ideale.

Gli interessi in comune sono numerosi: il Libano ospita il secondo, per importanza, numero di sfollati siriani sul suo territorio ( Turchia 3,6 milioni; Libano 2,3).

A fronte di Cipro che gode della protezione israeliana grazie a una convenzione militare trilaterale coi Greci, il Libano ( che ha la sua quota di concessioni gaspetrolifere in mare), potrebbe volersi appoggiare alla Turchia dato che ha in contenzioso i limiti con Israele e Trump sta vanificando l’appoggio offerto da Obama ai libanesi.

I siriani hanno catturato alcuni militari turchi e per liberarli vogliono indietro il loro pilota.

Abbas Ibrahim, il capo dell’intelligence libanese ha relazioni eccellenti con tutto il Vicino Oriente, ma eccezionalmente buone coi siriani e potrebbe essere il veicolo negoziale ideale per un accordo Siro-Turco che renderebbe anche superflua la presenza militare russa al confine sud di Ankara .

Una mossa pacificatrice del genere sarebbe una vendetta verso i russi e, al contempo, un favore agli USA e un alleggerimento per i siriani, nonché un diminuito allarme per i curdi.

Un “ en plein” regionale.

Per atti ostili verso la Siria, i turchi avrebbero potuto rivolgersi più proficuamente verso la Giordania o l’Arabia Saudita, dunque la mossa verso il Libano mostra che Erdogan vuole stabilizzare la sua frontiera ed è più interessato a posizionarsi come potenza regionale.

Al posizionamento globale mostra sempre meno interesse.
E non è il solo.

KHAN CHEIKHUN: UOVO, GALLINA, FRITTATA.

Khan Cheikhun é il nome della località della provincia di Idleb (Siria) conquistata pochi giorni fa dall’esercito governativo siriano.

La provincia in questione é stata finora occupata dalla branca siriana di Al Kaida che ora ha cambiato nome in “Haya Tahrir el Sham “ per poter godere di assistenza e rifornimenti occidentali e della « protezione politica » della Turchia.

Lo SM turco ha, nella provincia, alcuni « punti di osservazione” il più avanzato dei quali è Morek, che in realtà è un caposaldo.

Dopo l’occupazione/liberazione di Khan Cheikhoun da parte siriana, i turchi si erano premurati di rifornire in armi e munizioni il loro “ punto di osservazione” più esposto a un attacco.

Numerosi media hanno informato l’Occidente di un bombardamento di un convoglio di rifornimento in marcia verso Morek ( 50 camion e 5 carri e alcuni VTT) inviato prevedendo una ulteriore avanzata siriana.

Il bombardamento potrebbe, ragionano i media, essere cagione del possibile deterioramento dell’intesa russo-turca del settembre 2018 costituente una zona di sicurezza congiunta in quell’area.

Il bombardamento, dicono gli analisti, non può essere stato realizzato nella ignoranza dei russi.

È la speranza di vedere uno screzio tra Russia e Turchia ( sempre i benedetti S400!) che ha indotto i media a dare, eccezionalmente, notizia di una vittoria di Assad.

Putant quod cupiunt.

L’artiglieria siriana e l’aviazione russa sono entrambe intervenute ma con distinte – politicamente raffinate – modalità di intervento.

I siriani hanno usato l’artiglieria provocando al convoglio 3 morti e 12 feriti civili (del MIT il servizio segreto turco?).

L’aeronautica russa ha invece effettuato una incursione davanti al convoglio distruggendo la strada ancora da percorrere ( ma nel contempo offrendo copertura aerea ai siriani per impedire agli F16 turchi ogni attacco),senza mirare ai turchi.

Si è trattato, a mio avviso, di una chiara messa in guardia a Erdogan e al suo Stato Maggiore: se volete a sud una zona di sicurezza con noi e a est un’altra con gli USA, state sognando.

Al contempo, la Russia sta mantenendo l’impegno coi siriani a difendere l’indipendenza e l’integrità del territorio nazionale.

Se i turchi cedono a Idlieb, Putin ha mantenuto la promessa alla Siria.

Se invece fermano la nuova fascia di sicurezza con gli USA, Putin ha messo un’altra zeppa nel rapporto Trump-Erdogan.

Non è – come affermato dagli analisti- la Russia che ha violato le intese di pacificazione di Astana : è la Turchia che ha creato una situazione nuova con la “ fascia di sicurezza” a pattugliamento congiunto turco-americano ( ancora in fieri) e ha incassato un “ caveat” dai russi.

Ora la Turchia deve scegliere tra l’uovo di oggi ( assieme agli alleati di sempre di Tahrir El Sham) della zona di Idleb e la gallina di domani ( in mezzo ai nemici curdi di sempre) verso Mossul.

Anche i russi han difeso il loro uovo siriano senza troppo turbare la gallina turca che potrebbe dare uova d’oro.

Temo proprio che la frittata la farà la commissione mista turco-americana incaricata di definire limiti e regole di ingaggio della “ zona di sicurezza” lungo la frontiera verso Hassake e Mossul.
Let’s wait and see.

Ritorno al futuro – 1- Intervista a Carlo Formenti di Elio Paoloni

 All’intervista seguiranno alcune considerazioni di Elio Paoloni_Giuseppe Germinario

Ritorno al futuro – 1- Intervista a Carlo Formenti

di Elio Paoloni

 

 

 

Non è di sinistra, Carlo Formenti: “Non vogliamo “rifare” la sinistra, non solo per motivi di opportunità linguistica, visto che la maggioranza del popolo disprezza ormai questa parola, ma perché riteniamo che il binomio destra/sinistra, da quando essere di sinistra non significa più nutrire la speranza in un cambio di civiltà, rappresenti unicamente un gioco delle parti fra le caste politiche che gestiscono gli affari correnti del capitale”.

E’ socialista. Non duro e puro (perché si impongono duttilità e abbandono di vecchi schemi marxiani) ma verace. Resta difficile perciò ai suoi avversari de sinistra triturarlo come hanno fatto con Costanzo Preve, al quale Formenti dedica un capitolo del suo ultimo libro, Il socialismo è morto, viva il socialismo, testo a parer mio imprescindibile per chi vuole davvero comprendere il presente, un testo di cui raccomando in ogni occasione la lettura e la diffusione. Difficile triturarlo, dicevo, non solo per il suo passato di dirigente della sinistra del sindacato unitario dei metalmeccanici, per il decennio in cui è stato caporedattore di Alfabeta, per il suo impegno di ricercatore – nell’università e fuori – sui temi dell’uso capitalistico delle nuove tecnologie, per l’attività di blogger sulle pagine di MicroMega e per la costante, approfondita rilettura di Gramsci.

Alla analisi acuta – ma per noi non nuovissima – della falsa sinistra, unisce una conoscenza approfondita dei fenomeni populisti (una tecnica di comunicazione, si badi bene, non un’ideologia) rivalutati come ‘grado zero’ della nuova lotta di classe e una notevole dimestichezza con la realtà cinese, indispensabile per sbaragliare i luoghi comuni sull’impossibilità di governare l’economia, la finanza, l’iniziativa privata. Quella ‘manifesta impossibilità’ che viene di continuo avanzata con coloriture tra il biblico e il parascientifico per castrare ogni velleità di ribellione.

Per un ex intellettuale dell’area dell’autonomia operaia, il richiamo ai principi fondativi dello Stato nazione può suonare strano, ma non si tratta di nostalgia del passato, bensì di ritorno al futuro.

Infine Formenti non è certo il primo a evidenziare il carattere scellerato (politicamente parlando) di certo femminismo ma è il meno esposto a facili contestazioni in virtù della sua attenzione al pensiero femminista più accorto e consapevole, come quello di Nancy Fraser, il cui ultimo libro verrà tradotto nella collana Visioni eretiche che Formenti dirige per Meltemi.

 

  • Inizio con un dettaglio irrilevante. Mi ha incuriosito questa affermazione: “Il movimento operaio non ha mai saputo cogliere la natura demoniaca (altrove demonica – e sarebbe interessante sapere se questo slittamento è deliberato o casuale) della tecnica”. E’ saltato un “quasi’ o non considera i luddisti parte del movimento operaio?

Lo slittamento linguistico cui si riferisce non è deliberato bensì del tutto casuale. In ogni caso, se mi venisse chiesto di optare per una delle due versioni, sceglierei senza esitazioni il termine demonico, onde evitare letture “mistiche” (la tecnica come incarnazione del male assoluto). Quanto alla seconda parte della domanda non è saltato un quasi: più semplicemente il movimento luddista, rispetto al quale ho espresso giudizi esplicitamente apologetici in alcune pagine de La variante populista, dedicate al formidabile lavoro di E.P. Thompson sulla formazione del proletariato in Inghilterra, non è mai stato riconosciuto dalle sinistre di ieri e di oggi (Marx compreso) come facente parte a pieno titolo della storia del movimento operaio, in quanto espressione di una resistenza “conservatrice” dei vecchi mestieri artigianali alla modernizzazione capitalistica, assunta come positiva in sé, grazie al suo ruolo di agente di sviluppo accelerato delle forze produttive.   

 

  • Condivide le opinioni di Jessa Crispin sulla mancanza di fondamento dell’idea che le donne siano dotate di maggiore empatia, che siano più compassionevoli, altruiste e inclini a farsi carico dei problemi altrui? E’ in effetti sotto i nostri occhi il fallimento delle donne al potere, che si sono rivelate ben più disumane degli uomini nello stesso ruolo. Ma non trova che questo sia dovuto proprio alla ‘necessità’ per le donne, di dimostrarsi all’altezza (spietatezza) del ruolo? A quello che io definisco paradigma soldato Jane?

 

La polemica di Jessa Crispin, che ho citato in varie occasioni nei miei lavori, è utile per smontare le banalità “politicamente corrette”, purtroppo condivise dalla maggioranza delle militanti dell’ala mainstream del movimento femminista (cioè di quell’ala emancipazionista che è prevalsa sulla teoria della differenza delle femministe storiche, come Luisa Muraro). Le donne al potere (come Hillary Clinton, per citare il caso di colei che è giunta più vicina di qualsiasi altra al vertice del sistema) non hanno “fallito”, più semplicemente incarnano – com’è ovvio e inevitabile – la logica di un sistema che non ha sesso, che è costitutivamente androgino. Il potere economico e politico è neutro per definizione, nel senso che deve neutralizzare tutte le differenze (non solo quelle sessuali) che ne disturbano le dinamiche. Quindi ben vengano le polemiche a la Crispin, che sbarazzano il campo dalle scempiaggini sull’intrinseca “bontà” del genere femminile contrapposta alla “malvagità” del genere maschile. Ma per cogliere i limiti e le contraddizioni dell’ideologia femminista occorre andare assai più a fondo. Occorre partire, per esempio, dalle riflessioni di Nancy Fraser, la quale coglie con estrema lucidità l’alleanza di fatto fra neoliberismo e femminismo della seconda ondata, nella misura in cui quest’ultimo, concentrandosi esclusivamente sulle istanze di riconoscimento identitario, ha abbandonato qualsiasi velleità di opposizione al sistema capitalistico (cavandosela con la tesi risibile secondo cui basterebbe superare il patriarcato per rovesciare il capitalismo).

 

  • Presentando il suo libro le è capitato di accomunare le primavere arabe alle ribellioni populiste occidentali. Mi era sembrato di capire che fossero eterodirette, anzi architettate, da potenze alle quali certi regimi parevano troppo autonomi. Ovviamente le manipolazioni neo-coloniali devono innestarsi su un malcontento davvero esistente, ma quel genere di malcontento può davvero essere assimilato alle rivendicazioni redistributive che conosciamo?

 

Le primavere arabe sono state un fenomeno complesso e articolato che i media occidentali hanno semplificato e omologato, presentandolo come insurrezioni che rivendicavano livelli di consumo e libertà democratiche di tipo occidentale (in base alla nota equazione secondo cui libero mercato=benessere, democrazia e libertà per tutti). La verità è che il fenomeno ha avuto caratteristiche diverse da Paese a Paese. Il fatto che si sia diffuso rapidamente in aree anche assai lontane l’una dall’altra ha a che fare con l’esistenza di network televisivi internazionali in lingua araba come Al Jazira, che diffondevano immagini e notizie. L’effetto imitazione è scattato perché ovunque esistevano motivi di tensione delle classi subalterne nei confronti delle élite dominanti. L’effetto di omologazione è stato invece il frutto delle interazioni orizzontali, mediate dai social network, fra strati di classe media emergente (studenti e ricercatori universitari, nuove professioni “creative” ecc.). Costoro, al contrario delle masse popolari inferocite dalle pessime condizioni di lavoro e di vita (disoccupazione, salari miserabili) che gridano vendetta a fronte della ricchezza delle caste dominanti, presentavano effettivamente caratteristiche culturali simili (in particolare la frustrazione per lo scarto fra livelli educativi elevati e scarse opportunità di sfruttarli a fini di mobilità sociale) e apparivano evidentemente sedotti da modelli di consumo e stili di vita occidentali. È su questi strati che tentavano di far leva le manipolazioni neocoloniali cui si fa riferimento nella domanda, mentre la paura per le aspirazioni ridistributive delle larghe masse che premevano sotto questo strato superficiale ha fatto sì che i Paesi occidentali abbiano accolto con sollievo il ritorno alla normalità imposto con metodi sbrigativi come quelli adottati dalle caste militari egiziane.

 

  • Afferma spesso che non esiste un demos Ma questa non è la tipica affermazione dei nazionalisti di destra, che confondono demos con etnos?

 

Assolutamente no. Manca un demos europeo non perché esistono radicali differenze linguistiche, etniche, storiche e culturali fra i vari Paesi del Vecchio continente (che pure esistono e sono un ostacolo non da poco all’unificazione), bensì perché non si è mai dato un processo di costruzione di uno Stato, di un popolo e di una nazione europei. È per questo che resta valida la battuta che dice l’Europa è solo un’espressione geografica. La mia visione del popolo e della nazione non ha nulla da spartire con la visione “naturalista” delle destre (sangue e suolo). Per me popolo e nazione non sono entità sostanziali che preesistono a un processo di costruzione politica. Contrappongo alla visione naturalista una visione “statalista” dei concetti in questione, nel senso che non si danno popolo e nazione se non all’interno di uno stato-nazione. In altre parole: stato, nazione e popolo sono tre aspetti di un unico processo storico di costruzione politica. Nulla di tutto ciò è mai avvenuto su scala europea, né può avvenire a seguito del progetto dell’Unione Europea che non vuole costruire uno stato ma un blocco di potere economico continentale in grado di competere con gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone sul mercato globale. Stando così le cose, non posso ribadire quanto già affermato da Marx che da Lenin: gli Stati Uniti d’Europa, se realizzati attraverso l’unione di Paesi a regime capitalista, non rappresenterebbero un progresso bensì il trionfo della reazione mondiale.

 

  • Definisce il patriottismo un sentimento condiviso da tutti gli appartenenti a una comunità territoriale, a prescindere dalle origini etniche e dalle identità religiose, culturali … Un sentimento che si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura Più avanti stigmatizza la destra, che utilizza l’idea di nazione per esaltare i caratteri identitari – cultura, lingua Non si comprende bene se questa incarnazione in una lingua, in una cultura, sia di destra o di sinistra. Se si possa prescinderne o no.

 

In qualche misura ho già riposto poco fa. L’incarnazione in una lingua, in una cultura, ecc. dal mio punto di vista, non sono il fondamento ontologico di una patria, sono il materiale su cui può lavorare un progetto politico di costruzione di una comunità territoriale che “diventa” stato, e quindi anche nazione e popolo. La patria “si fa” non “si scopre”, anche se per farla si attinge anche, ma non solo, al materiale culturale di cui sopra. Come dimostrano le esperienze degli Stati Uniti e (in scala minore) della Confederazione Elvetica, non è necessario disporre di un materiale omogeneo per “fare patria”

 

  • Lei sostiene che dobbiamo accingerci a costruire un popolo “che è tale perché condivide un insieme di diritti e doveri”. Certo, ci si può coalizzare riconoscendoci nei fini, in quelle forme di governo, in quelle istituzioni che dovrebbero caratterizzarci in futuro. Ma le alchimie costituzionali – o il semplice richiamo alla difesa della Costituzione esistente (che suonerebbe tristemente simile alle ipocrite esortazioni dei nostri ultimi Presidenti) – possono farci avvertire davvero la compattezza – e l’orgoglio – di un’appartenenza di patria?

 

Non si tratta di “alchimie costituzionali”. Si tratta di partire dall’assunto gramsciano secondo cui le classi subalterne non devono prendere il potere, devono farsi stato. Ciò vuol dire che, contrariamente a quanto pensano coloro che ritengono che basti assumere il controllo del governo per avviare una trasformazione radicale della società, le classi subalterne, per riuscire ad esercitare la propria egemonia, devono niente di meno che creare un nuovo tipo di stato. Ma ciò significa a sua volta che non si dà trasformazione radicale della società senza mettere in atto un processo costituente. Le costituzioni sono la quint’essenza della sovranità popolare, perché come scrive Carlo Galli nel suo ultimo libro (Sovranità, Il Mulino 2019), il potere costituente non è mai del tutto costituito, in quanto incarna la presenza concreta di un popolo che può in ogni momento “sfondare” lo spazio pubblico, agire contro la sovranità esistente per generarne una nuova. Ecco perché le rivoluzioni bolivariane hanno dovuto passare attraverso l’approvazione di nuove costituzioni. Che poi i principi in esse affermate restino largamente disattesi non conta: è la loro stessa esistenza a legittimare la lotta per metterli in atto. Questo vale anche per la nostra Costituzione che, non solo è disattesa, ma viene da qualche anno sconciata per neutralizzarne le velleità “criptosocialiste” (secondo la definizione della JPMorgan). Difenderla è una necessità imprescindibile, ma non basta, in una prospettiva rivoluzionaria si dovrà passare da un Assemblea Costituente che la “depuri” dalle riforme liberiste e ne sviluppi il potenziale specificando, attualizzando ed estendendo gli articoli più avanzati dal punto di vista sociale. Naturalmente non è la Costituzione in quanto lettera morta a innescare il sentimento patriottico e socialista, ma è la lotta patriottica e socialista a richiamare a nuova vita i principi costituzionali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Epstein è stato suicidato?, di Max Bonelli

 

Epstein è stato suicidato?

 

Alla notizia della morte per suicidio di Jeffrey Epstein nel carcere Metropolitan Correctional Center of Lower Manhattan si sono diffuse su internet e nei   suoi luoghi di dibattito varie teorie a sostegno della tesi che il miliardario americano  sia stato assassinato in carcere per mettere a tacere le sue eventuali imbarazzanti confessioni. Molti sono i potenti a temere rivelazioni inconfessabili di relazioni con giovanissime prostitute magari supportate da filmati hard girati sul “love” jet privato o sulla sua isola Saint James,  isola dell’arcipelago Vergini (un nome..una garanzia degli interessi del miliardario).

Primi fra tutti i Clinton dei quali lui era amico e sostenitore, ma anche la corona britannica era tirata in ballo con il principe Andrew, i politici  Richardson e Michtell,  anche Trump ha avuto rapporti con Epstein fino al 2004. Tanti i personaggi di quel democratico e “buonista” mondo perbene che comanda su mezzo mondo e che condanna l’alta metà per i suoi metodi dittatoriali che incominciavano a sentire un odore non piacevole nell’aria; la provvidenziale morte del possibile ricattatore ha sicuramente purificato l’ambiente per queste brave persone.

Fare speculazioni su una azione risolutiva del “deep state” sarebbe facile,

troppo semplice accusarli di un metodo “staliniano” tipo “eliminato l’uomo eliminato il problema”.

In fondo i medici legali newyorkesi si sono affrettati a confermare l’ipotesi del suicidio. Epstein, un uomo che non si faceva mancare niente nella vita, ha sicuramente ceduto sotto il peso dei rimorsi di coscienza per aver indotto alla prostituzione minorenni che dietro lauti compensi hanno alleviato le sofferenze dei potenti del mondo anglosassone. Non dimentichiamo quanto deve essere oneroso e faticoso guidare la nazione dal manifesto destino. Certo provvidenziale è stata la presenza nella sua cella di un letto a castello anche se lui era  in regime di isolamento. Lo hanno trovato in ginocchio appeso con il lenzuolo arrotolato alla sponda più alta del letto superiore.

Il lettore malizioso obbietterà subito:”come si fa ad impiccarsi se i piedi toccano per terra?

Ribatto prontamente: il poveretto nel turbinio dei rimorsi si è buttato in ginocchio per adempiere al suo insano gesto e poi basta informarsi un pochino sul metodo di suicidio più diffuso al mondo(1) per sapere che esiste il metodo “impiccagione per sospensione”.  In questo modo si ha una azione sul nervo vagale, quando il suicida con ferrea volontà, si lascia sospendere da una ringhiera del letto, come in questo caso,  svenendo in quanto il cappio agendo sul nervo vagale gli fa perdere conoscenza e quindi si ha la morte per bradicardia riflessa.

Fino a qui tutto troppo giusto e corretto se non che il diavolo si nasconde nei dettagli, come si suol dire. Si perchè il medico legale ha riscontrato la rottura dell’osso ioide che si trova alla radice della lingua. I praticanti di arti marziali ed in particolare di judo sanno che esistono diverse tecniche di strangolamento a mani nude che possono sia agire sul nervo vagale e causare (se non fermate per tempo) la morte per bradicardia riflessa, ma alcune di queste agiscono contemporaneamente sull’osso ioide e sulla cartilagine epiglottide posta dietro di esso.(2)

Un suicida per impiccagione con il metodo della sospensione non presenta

la rottura dell’osso ioide; uno strangolato per tecnica a mani nude può presentare questo tipo di rottura.(3)

Ora, confesso, al mio lettore che la febbre “conplottista”  incomincia a serpeggiare nelle mie vene e il mio immaginario ha due scene davanti a sé.

La prima che  un addetto a questo lavoro di “pulizia” viene introdotto nella cella di Epstein a cui nel frattempo negli ultimi giorni è stato inspiegabilmente  rimosso il controllo antisuicidio (quindi eliminate telecamere di sorveglianza e controllo visivo ogni 30 minuti).

Il “pulitore” un esperto di arti marziali immobilizza Epstein ed effettua una tecnica di strangolamento a mani nude da dietro poi inscena il suicidio.

In ambito militare occidentale piace molto la tecnica a forma di 4 di cui vi allego il video(4). Molto efficace forse troppo! Come nel caso di Epstein uccidi la vittima in pratica in due modi sopprimendo il nervo vagale e rompendogli l’osso ioide. Ma si sa agli americani piace eccedere ed a volte si fanno delle esagerazioni non ottimali come in questo caso.

 

La seconda immagine: due “pulitori” sono incaricati d’interrogare il miliardario per sapere dove nasconde i documenti scottanti che possono inguaiare e ricattare i potenti in questione. Hanno carta bianca possono decidere se non ottengono le informazioni di porre fine alla faccenda. Uno lo interroga, l’altro effettua degli strangolamenti a mani nude tipo “Hadaka jime”(5) per costringerlo a parlare, qualcosa va storto oppure il miliardario non ne vuole sapere di collaborare e viene eliminato.

Chi ha praticato questo tipo di tecniche sa che non sempre  si riesce a dosare la forza per evitare la rottura dell’osso ioide. D’altronde in allenamento ci si ferma ai primi cenni di soffocamento e con i moderni mezzi tecnici di eliminazione fisica “Hadaka jime” è un tantinello fuori moda come metodo di soppressione.

Da aggiungere a questo quadro “gomblottista” il direttore del carcere è stato trasferito e le due guardie carcerarie sospese dal servizio, ma questa non è la mia supposizione ma realtà. Le indagini sono in corso soprattutto per trovare i nascondigli del database di Epstein, un tesoro d’informazioni.

Sarà una moderna versione dell’Isola del tesoro di Stevenson?

Gli ingredienti ci sono tutti,l’isola di proprietà del defunto ed  anche nel capitolo iniziale di questo grande classico la scena si aprì con un omicidio.

 

Max Bonelli

 

(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Impiccagione

 

(2)https://it.wikipedia.org/wiki/Epiglottide

 

(3)https://www.youtube.com/watch?v=YJ5EhLWKXoU

 

(4) https://www.youtube.com/watch?v=LppnEfRoFIM

 

 

 

(5)https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=mkcxkqGsE64

 

 

 

5 – Egemonia legale nel cyberspazio Di  Laurent BLOCH

Internet, vettore di potenza degli Stati Uniti?

5 – Egemonia legale nel cyberspazio

Di  Laurent BLOCH , 23 novembre 2018  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Precedentemente capo dell’informatica scientifica presso l’Institut Pasteur, direttore del sistema informativo dell’Università Paris-Dauphine. È autore di numerosi libri sui sistemi di informazione e sulla loro sicurezza. Si dedica alla ricerca nella cyberstrategia. Autore di “Internet, vettore del potere degli Stati Uniti”, ed. Diploweb 2017.

L’industria informatica e Internet sono creazioni americane e gli europei sono stati per lo più seguaci, nonostante alcune brillanti eccezioni. Non sorprende quindi che rappresentanti di istituzioni e società statunitensi occupino posizioni chiave nella standardizzazione e organi direttivi nei settori tecnici e organizzativi di questi settori.

Diploweb.com , pubblica questo libro di Laurent Bloch, Internet, vettore del potere degli Stati Uniti? fornire a tutti gli elementi necessari per una valutazione equa della situazione. Questo libro è già disponibile su Amazon in formato digitale Kindle e in formato cartaceo . Sarà pubblicato qui come seriale, capitolo per capitolo, al ritmo di circa uno per trimestre.

Avvocato alla Corte d’appello di Parigi, specialista in diritto dei computer e delle reti, membro di diversi gruppi di esperti internazionali incaricati di questi argomenti, Olivier Iteanu ha pubblicato un breve ma denso libro “Quando il digitale sfida lo stato di diritto “. Mostra in modo incisivo come lo sviluppo di scambi di produzioni culturali in forma digitale, scambi in cui gli Stati Uniti occupano un posto preponderante, portano insidiosamente all’erosione delle norme legali europee, e più precisamente francesi, a favore della legge americana. .

Si noti che l’autore si espone al rimprovero dell’uso del termine digitale per qualificare tutte le produzioni (letterarie, artistiche, testuali, comunicative, epistolari …) elaborate da un processo informatico. I difensori della lingua francese obietteranno che avrebbe dovuto scrivere “numerique”, mentre l’inglese digitale si riferisce alle cifre e non ai numeri. Sarebbe bello creare in francese un aggettivo adeguato, numerico o numerico per esempio, ma dopo tutto il digitale è molto poco utilizzato, solo o quasi per le impronte digitali, quindi perché non dargli un nuovo significato, soprattutto più di quanto sia già entrato negli usi?

5 - Egemonia legale nel cyberspazio
Laurent Bloch, autore di “Internet, vettore del potere degli Stati Uniti?”, Ed. Diploweb via Amazon
Laurent Bloch spiega con pedagogia e precisione la geopolitica di Internet.

Il mondo sta cambiando e devi adattarti

La rivoluzione del cyberindustriale sta scuotendo la società riorganizzando l’economia a partire dall’informatica e dalle sue applicazioni, in particolare da Internet, diventa il sistema nervoso del mondo. Questo sconvolgimento influenza tanto le norme legali quanto l’economia in senso stretto. Tra queste trasformazioni, Olivier Iteanu considera più da vicino quelle risultanti dalla digitalizzazione, quindi (o digitalizzazione per gli anti-neologi), la registrazione di opere e comunicazioni tra umani: la musica è passata dal microsolco e dalla cassetta ai CD e poi ai podcast, la telefonia al giorno d’oggi passa su Internet, inoltre le conversazioni telefoniche non sono più che al settimo posto nell’elenco degli usi del telefono cellulare. La televisione, il cui dominio sulla massa sembrava irremovibile, sta regredendo rispetto alla contemplazione interattiva degli schermi dei computer, anche di quelli di un telefono. La rete fissa ha sempre meno seguaci tra i giovani.

Imperi industriali di Big Data

La diffusa digitalizzazione di creazioni e scambi genera un volume considerevole di dati che possono essere riprodotti e trasmessi a una velocità vicina a quella della luce e per un costo marginale vicino allo zero. Gli imperi industriali vengono costruiti sulla base di queste tecniche. Il potere di questi imperi, essenzialmente americani, conferisce loro un dominio culturale che si estende alle norme legali, che è l’oggetto di studio del nostro autore (gli altri aspetti di questo dominio culturale sono oggetto del prossimo capitolo).

L’insufficienza della presenza europea nel cyberspazio lascia il campo aperto a questi imperi, guidati dal GAFA, che vorrebbe suggerire di essere al di sopra degli stati, ma che in realtà sono i vettori della cultura, politica, economia e di diritto degli Stati Uniti. Olivier Iteanu descrive le tre principali tendenze della loro ideologia caratteristica: i libertari californiani, eredi dei creatori di Internet, per i quali lo stato, la legge e la proprietà privata devono essere ridotti al minimo (almeno sino al punto che il loro comfort sia preservato, pp. 24-26); le Società della Silicon Valley (pagg. 26-28), che si accontentano dello stato americano quando le sue leggi proteggono la loro proprietà privata e cantano i meriti del mercato fintanto che mantengono una posizione dominante in esso; lo Stato americano (pagg. 28-29), che usa l’ideologia libertaria come costume per rendere accettabile la sua politica egemonica per i giovani attori aggrappati al cyberspazio, come i gechi.

L’introduzione del libro fornisce la tabella di marcia di una ragazza moderna (pagg. 13-15): dal risveglio con l’agenda di Google fino al tramonto con il suo compagno di stanza reclutato da AirBnB, la sua vita è organizzato da Uber, Dropbox, WhatsApp, Instagram, Facebook, LinkedIn, Twitter, ecc. Nessuna di queste società ha sede in Francia e le loro Condizioni d’uso (UGC) stabiliscono che in caso di conflitto i tribunali da interpellare si trovano in vari paesi stranieri, con una concentrazione in California, ma nel frattempo raccolgono i dati dei loro utenti, che consentono di sapere tutto sulla loro vita professionale e privata, e queste preziose informazioni vengono commercializzate. Dovrebbe essere noto che la legislazione degli Stati Uniti non prevede alcuna protezione dei dati personali.


Un libro pubblicato da Diploweb.com, formato Kindle e tascabile


La legge statunitense contamina e estromette i diritti europei

Olivier Iteanu studia in modo più specifico il modo in cui, attraverso questi fenomeni, la legge americana contamina e talvolta rimuove la legge dei paesi europei; concentra la sua presentazione su quattro aree in cui queste tradizioni legali differiscono profondamente: la libertà di espressione, rispetto alla libertà di parola americana (pagina 31); la protezione della privacy (pagina 67); copyright (pagina 105); legge contro governance (p.141). In tutte queste aree, la tradizione anglosassone di common law, in cui vi è poca legislazione e in cui si fa molto affidamento su principi generali e giurisprudenza, si oppone alla tradizione continentale scritta del diritto positivo, con la sua legislazione più esplicita (pagg. 171-173).

Libertà di espressione

Per quanto riguarda la libertà di espressione, il pilastro della legge americana è il Primo Emendamento (1792) della Costituzione (1787), garantisce una libertà di espressione in linea di principio totale (potremmo vedere i limiti durante l’epoca di McCarthy). In Francia la libertà di espressione è garantita dalla costituzione e inquadrata da varie leggi, tra cui la legge sulla libertà di stampa del 1881 e vari testi che reprimono la diffamazione, l’insulto pubblico, l’incitamento all’odio razziale, eccetera È lecito a tutti preferire l’uno o l’altro approccio alla questione, ma poiché in un paese democratico, ad esempio la Francia, i rappresentanti del popolo sovrano hanno approvato una legge che ne sceglie una, questa legge si deve applicare e i trasgressori sono puniti in base ad essa. Questo è ciò che Olivier Iteanu ci ricorda, Questo non è il caso delle associazioni che presentano denunce contro gli operatori dei social network che consentono loro di pubblicare, ad esempio, testi razzisti che rientrano nelle leggi della Francia. Notiamo per inciso che gli stessi operatori censurano le foto della sirenetta del porto di Copenaghen per pornografia, cosa che può essere scioccante solo per un pubblico europeo.

Tutela della privacy

L’Europa è forse l’unica regione al mondo in cui i popoli e le autorità civili si preoccupano di proteggere la privacy dei cittadini  [ 1 ] . Negli Stati Uniti il ​​supermercato locale non esiterà per un secondo a vendere a un’agenzia pubblicitaria il testo completo dell’ultima ricevuta di un cliente con il suo numero di telefono. In Europa è vietato. Negli Stati Uniti ciò che è vero è la privacy, vale a dire il diritto a non essere soggetti a ricerche arbitrarie o visite a domicilio. Si noti che anche qui la posizione americana non è esente da qualche ipocrisia; è sufficiente evocare il nome di Edward Snowden e le sue sorprendenti rivelazioni per chiarirlo.

La legge americana protegge i cittadini statunitensi dalla polizia che ascolta le loro comunicazioni (nessuna protezione contro gli stranieri, ovviamente). Per aggirare questo ostacolo, la National Security Agency (NSA) collabora con servizi amichevoli, come il British Government Communications Headquarters(GCHQ), per effettuare le sue intercettazioni al di fuori del territorio degli Stati Uniti, anche in alto mare, dotando il sottomarino nucleare di attacco  Jimmy Carter delle attrezzature necessarie per la rilevazione e la sorveglianza delle fibre ottiche transoceaniche.

La Commissione europea e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno ratificato il 26 luglio 2000 un accordo, Safe Harbor , che avrebbe dovuto proteggere i dati dei cittadini europei affidati agli operatori americani. Olivier Iteanu spiega perché questa protezione era illusoria, come è stata in ogni caso smantellata dal Patriot Act del 26 ottobre 2001, in che modo Safe Harbor è stato revocato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea su denuncia di un cittadino austriaco e perché il suo Privacy Shield sostitutivo non sarà migliore fintanto che il Patriot Act sarà in vigore.

diritto d’autore

Non stiamo scherzando con il copyright perché l’industria dell’intrattenimento e del cinema sono importanti articoli di esportazione per il commercio estero degli Stati Uniti. Ma chiaramente, in questo campo, le leggi e le convenzioni internazionali (Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche del 1886, emendata nel 1979) non sono adattate all’era digitale (digitale se preferite). Il capitolo del libro dedicato a questo argomento (pagg. 105-140) è molto esplicativo, la sua lettura è consigliata a chi vuole sapere di cosa si tratta.

Per quanto riguarda il diritto d’autore, possiamo anche leggere con profitto il contributo decisivo di Emmanuel Cauvin, Verso l’uberizzazione del diritto d’autore .

Legge e governance

L’industria informatica e Internet sono creazioni americane e gli europei sono stati per lo più seguaci, nonostante alcune brillanti eccezioni  [ 2 ] . Non sorprende quindi che rappresentanti di istituzioni e società statunitensi occupino posizioni chiave nella standardizzazione e negli organi direttivi nei settori tecnici e organizzativi di questi settori. Olivier Iteanu spiega abbastanza bene la posta in gioco politica cruciale di queste posizioni e perché è illusorio pensare che gli americani cederanno volontariamente il loro dominio, contrariamente a quanto suggeriscono le chiacchiere attuali su ICANN.

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EPSTEIN docet: Scritto anni ed anni fa…, di Danilo Fabbroni

Riceviamo e pubblichiamo

EPSTEIN docet: Scritto anni ed anni fa…

Il Gioco dell’Oca

«Gianfranco Sanguinetti […] nel suo libro Del terrorismo e dello Stato, distingue le azioni terroristiche in due categorie: offensive e difensive. Egli considera il terrorismo palestinese e irlandese offensivo e quello italiano difensivo.

“Ricorrono al terrorismo offensivo i disperati e gli illusi; al terrorismo difensivo ricorrono invece sempre e solo gli Stati, o perché sono al fondo di qualche grave crisi sociale o […] perché la temono. Sanguinetti aggiunge che era facile per i servizi segreti controllare i veri gruppi terroristici e […] manipolarli per i propri scopi. “Tutti i gruppetti terroristici segreti sono organizzati e diretti da una gerarchia clandestina agli stessi militanti della clandestinità […]”

La carriera di Ievno Azev, agente della polizia segreta zarista che si infiltrò all’interno del gruppo rivoluzionario socialista tanto abilmente da far dubitare della sua vera fede, è esemplare nel mostrare come sia difficile valutare la credibilità del singolo in un ambiente così oscuro come quello dei servizi […].

Un mistero rimangono invece gli anni trascorsi da Toni Negri negli Stati Uniti, dove usufruì di una borsa di studio della Fondazione Rockefeller. Vi ritornò diverse volte, e non sembra abbia mai incontrato difficoltà nell’ottenere il visto. Questo è molto strano: in un momento in cui si negava il visto ai membri del PCI, il leader di un’organizzazione politica di estrema sinistra andava e veniva a suo piacimento»

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Philip Willan, I burattinai. Stragi e complotti in Italia, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1993, p. 19, 20, 30 e 205
Sappiamo che il pandemonium squadernato dalla rete, dal web, può essere endless, infinito. Un gioco dell’oca di antica memoria. In questo labirinto di Arianna dei giorni nostri una ricerca può trovare facilmente una mancanza pressoché totale di costrutto. Specie se si capita in una casella che ci rimanda agli inizi del gioco stesso.

Il nome – la citazione – di Ted Gunderson, detective che ha servito nell’FBI per molti anni specie in California, scatena una ridda, un’autentica panoplia, di rimandi, di piste, di link. Uno dei tanti ci porta ai cosiddetti Finders.

Se si digita infatti il lemma Finders vengono fuori – a fiorire come tante ninfe impazzite – una valanga sconfinata di voci le quali costituiscono solamente un vacuo “rumore bianco” indistinto.

Il link più gettonato che evidentemente pesca l’algoritmo del motore di ricerca ci riporta ad una serie televisiva americana appunto dal nome The Finders.

Ma altre voci, sebbene rare, ci portano dritti dritti ai Finders così intesi come un gruppuscolo tardo hippie.

Ab initio confessiamo di non cavarci da ciò il classico ragno dal buco. La storyboard è così convulsa, così intricata che è come star a pescare il classico ago nel pagliaio.

Nondimeno ci proviamo.

Chissà che la fortuna non arrida agli audaci.

Nell’ottobre del 1977 la TV statunitense NBC-TV[1] manda in onda un programma intitolato The Children and the CIA adombrando possibili collegamenti tra la CIA e certi campi estivi di soggiorno per la gioventù. Lo zampino della CIA stava legato a doppia mandata sia nell’attività di finanziamento a tali campi sia nel classico lavorio di reclutamento degli elementi giudicati “migliori” dall’agenzia…

Il particolare che ci ha colpito è stato l’emergere nella vicenda descritta dalla TV di due nomi che ebbero un ruolo nella costruzione dell’Arte della Magia nelle vicende sessantottine, e quindi da noi descritti nel nostro Sessantotto.[2]

Stiamo parlando del dottor Cameron che era a libro paga durante quel periodo alla Society for the Investigation of Human Ecology e che, di nuovo, nel periodo riportato dalla NBC-TV fungeva da erogatore dei fondi per i campi estivi.

Una coincidenza veder agir protagonisti sempiterni nell’Arte dei Vincoli e dei Legami?

Forse.

Ma stiamo a sentire che impressione ne ebbe Ted Gunderson a proposito di questa strana accolita chiamata The Finders:

«I Finders sono stati un “fronte operativo” fondato dalla CIA negli anni Sessanta che ebbe il lasciapassare di massimo grado nel precipuo compito di rapire e torturare giovani in tutti gli Stati Uniti d’America. I membri di tale gruppo erano stati scelti in quanto  devianti sessuali pronti a coinvolgere forzatamente i giovani “reclutati” in orge e omicidi rituali.

Marion David Pettie, il leader di questo “culto” era un omosessuale, pedofilo nonché appartenente ai ranghi della CIA. Il suo figlio militò nell’Air America, la compagnia aerea nota per aver fatto la spola per conto dei servizi americani tra il Triangolo d’Oro e Saigon durante la guerra del Vietnam al solo scopo di trafficare in stupefacenti».

Gunderson: un mitomane?

Staremo a vedere.

Fatto sta che la classica telefonata anonima scatenò un controllo della polizia nel febbraio del 1987 a Meyers Park, Tallahassee, Florida, in un gruppo di persone. L’indagine rivelò che un gruppo di giovani erano tenuti in stato di semi schiavitù da due adulti, membri dei Finders.

Da qui il detective Jim Bradley della polizia metropolitana di Washington, DC, si adoperò a fare un controllo simile nelle proprietà dei Finders della zona che ebbe la conseguenza di far scattare numerose accuse di sequestro di persona e circonvenzione di incapaci.

Un dettaglio interessante rivelato tramite il ritrovamento di un telex provava la “compera” di due adolescenti di Hong Kong da effettuare tramite un contatto dei Finders presente nella locale ambascita cinese.

Un altro elemento che combinava i Finders a quell’astrolabio della rivolta – il Sessantotto[3] – era la loro cristallina asserzione di voler rompere, come gruppo coeso, ogni paradigma sociale costituito.

Ed in effetti ci sono tutti gli elementi per farci intravedere questi Finders come almeno una propaggine di quel movimento che ha portato il Partito della Dissoluzione al potere in Occidente … e non solo lì.

I Finders – stando sempre a Pettie – erano prossimi a Dick Dabney, un beatnik della prima ora; erano versati nelle pratiche del taoismo, ammantati dall’ideologia pansessista di Wilhelm Reich, in consonanza con tematiche situazioniste, e in caudam semper stat venenum, a braccetto coi servizi segreti.

È lo stesso Pettie che millanta d’esser stato “corteggiato” dalla CIA ma lui a suo dire ha sempre opposto un netto rifiuto in quanto si riteneva non manovrabile in toto da quegli ambienti.

Deliri di un invasato?

Dichiarazioni di un paranoide come ce ne son tanti su internet?

Magari alla ricerca dei famosi 5 minuti di notorietà concessi a tutti seconda la nota massima warholiana?

Non sappiamo dirlo di preciso.

Stiamo a sentire ancora questa ricerca del tempo perduto di Pettie.

Ad un certo punto rammenta d’aver incontrato un tale che rispondeva apparentemente al nome di Joseph Chiang, un agente dei servizi cinesi operante sotto una copertura giornalistica. Con questo contatto sbocciarono “vicinanze” agli uomini dell’OSS e soprattutto a Charles E. Marsh il quale, a sua volta, aveva avuto come mentore nient di meno che il Colonnello Edward M. House, a lungo tempo éminence gris del presidente americano Woodraw Wilson. Marsh fece sì che Pettie potesse acquistare vasti appezzamenti di terreno ove far sorgere basi dei Finders anche e soprattutto con l’aiuto dell’accademico William Yandell Elliott dell’Università di Harvard.

Vi suona come un dejà vu?

Lo stupefacente abbraccio mortale tra Mondo della Sovversione Dissolutoria e Mondo Accademico era già venuto alla luce prepotentemente nel nostro studio del Sessantotto.[4]

Non finiscono qui le mirabilia a cui stiamo andando incontro.

Abbiamo pure la consonanza col mondo farmaceutico! Chi incontra Pettie se non un certo dottor Keith Arnold, basato (guarda caso!) ad Hong Kong per conto della Fondazione Roche?

Ci ricordiamo che l’LSD fu sintetizzata dalla Sandoz svizzera: svizzera come la Roche e farmaceutica appunto come la Hoffman-Roche.

Curioso no?

Non basta però ad esaurire la derivazione prettamente sessantottina di questo subcomandante dei Finders.

Il pilota privato di Billy Hitchcock era Wait Schneider, intimo amico di Pettie…[5]

Vale la pena di perseverare nell scandaglio di questo mare monstrum chiamato The Finders.

Se veniamo più verso i giorni nostri sarà facile accomunare per certi versi le vicende misteriose dei Finders con quelle altrettanto misteriose date dalla copertura che il “Washington Times” nell’articolo datato giugno del 1989 così intitolava: “Homosexual prostitution inquiry ensnares VIPs with Reagan, Bush: ‘Call boys’ took midnight tour of White House”.

L’articolo faceva riferimento agli echi suscitati da una estesissima indagine condotta da John DeCamp – ex senatore dello stato del Nebraska – su uno dei maggiori leader del partito Repubblicano coinvolto, a dire del DeCamp, in un pesantissimo giro di ricatti e sfruttamento sessuale ai danni di giovani di ambo i sessi.

Stessa identica cosa, mutatis mutandis, in Europa, con lo scandalo di Marc Dutroux in Belgio e recentissimamente con quello attinente alla figura del famoso presentatore della BBC, Jimmy Savile.

Oltre al Savile erano coinvolti il famoso comico Freddie Star e il cantante Gary Glitter, tanto che il responsabile della BBC George Entwistle ha definito l’accadimento come uno “tsunami di sporcizia” e “un pozzo senza fondo”.[6]

Ci par di vedere l’Esercizio di Vincoli e Legami nella gestione sapiente[7] di questi reti cultuali pedofile al servizio della Jet Society o è solo un miraggio di semplici ed insignificanti coincidenze, abbacinante quanto ingannatorio?

Cercheremo di vederlo nel prossimo capitolo.

E vedremo se questo presunto miraggio sarà o no la Lex Potentior.

Legge che gli iniziati oligarco-finanziari vogliono rendere quale minimo comune denominatore per chicchessia.[8] Abyssus vocat abyssum.

[1] Servizio le cui tematiche furono riprese più tardi dal “Washington Post” il 7 febbraio 1987.

[2] La punta dell’iceberg di quella lotta furibonda scatenata a partire dal ’68 per una presunta (quanto proditoria innanzitutto per il genere femminile) emancipazione della donna la si può toccar con mano ad esempio nelle vicenda delle due ragazzine romane che – si badi bene – di loro sponte, senza nessuna azione coercitiva da parte di nessun Padre Padrone, di nessuna opera da parte della Famiglia-Fascista-Reazionaria, hanno scelto liberamente di votarsi all’esercizio professionale della prostituzione. Le due minorenni, una delle quali in acerrima lotta con la sua madre che voleva costituire un argine contro tale débauche, hanno dichiarato di volersi emancipare, di gestire la propria vita, prostituendosi e spendendo i loro emolumenti così guadagnati in borse griffate e in stupefacenti! Come non ricordarsi di uno dei tanti slogan “vincenti” del ’68? La fantasia al potere! A questo proposito basta ricordare un testo come quello di Morton Schatzman dal titolo emblematico – La famiglia che uccide – Feltrinelli, Milano, 1974,  per delineare con quanto furore si sia scagliato l’attacco mortale contro l’istituzione familiare colpevole per questi figuri di ogni male possibile ed immaginabile.

[3] «Il momento più prossimo e più carico di significato a partire dal quale iniziare le nostre riflessioni è il 1968. Il Sessantotto è definibile come la più grave rivoluzione della storia in quanto alla rivoluzione religiosa di Lutero (che altera il rapporto fra uomo e Dio); alle rivoluzioni politiche del Seicento e del Settecento (che alterano e rescindono il rapporto tra Stato e Dio, fra politica e religione); alla rivoluzione sociale ed economica del 1917-8 che altera e sovverte alla radice il rapporto fra soggetto, famiglia, lavoro, Stato), a queste rivoluzioni – che rappresentano in realtà un unico processo – il Sessantotto si unisce come rivoluzione che sovverte l’ordine interiore del soggetto rovesciando l’alto e il basso, ponendo la sfera pulsionale, il desiderio, l’istinto come momenti normativi in grado di orientare il tutto della vita. Affetti, passioni, sentimenti, il mondo acefalo e irrazionale della pura istintualità, diventano sovrani e producono la prima non-civiltà istituzionalizzata, il primo luogo cioè in cui è impossbile educare, il primo luogo che pensa il disciplinamento della sfera pulsionale come male, come negazione dell’ordine stesso del valore», Matteo D’Amico, Sessualità, piacere, matrimonio: il Sessantotto come sovversione gnosticawww.effedieffe.com, accesso del 10 maggio 2013.

[4] Si avrà fatto caso che in seguito allo sciamare dell’ideologia psico-sociale sessantottina l’uso, il consumo e l’abuso di droghe non desta quasi più notizia, se non quella ricorrente della loro piena, aperta, cristallina legalizzazione urbi et orbi. Ciò si riflette anche nel linguaggio comune dei media. Il termine “tossico”, ad esempio, è del tutto scomparso. Non è più cool, come si suol dire. Essere tossico, appare, quasi lo standard, non è l’essere out come ai tempi della borghesia… Ad ogni incidente stradale mortale – un altro esempio – c’è l’immancabile sottolineatura del conducente ebbro sotto l’effetto dell’alcol ma raramente si presta attenzione che in realtà l’ebbrezza è data dal cocktail alcol più stupefacenti… Il culmine del doppiopesismo, della mistificazione lo raggiunge certamente l’ultimissimo tam-tam in ordine di apparizione dei media che vorrebbe il fumo della cannabis legalizzata en plein air. Dopo tante battaglie per la demonizzazione del fumo di sigaretta quale giustificazione si addita a favore del sano fumo della marijuana e dell’hascisch quando lo stesso fumare in caso del tabacco normale scatena le nevrastenie più radicali? Forse perché digià un anticipatore ante litteram del ’68, Walter Benjamin, cantava le lodi della morfina, della mescalina e dell’hascisch appunto, nel suo Sull’hascisch?

[5] Cfr. www.prisonplanet.com, accesso del 30 ottobre 2013.

[6] Tsunami di sporcizia che sta assumendo connotati spaventosi. In Svizzera ad esempio il governo ha respinto la legge che proibisce ai pedofili di lavorare coi bambini. Vedi anche Vogliono sdoganare la pedofilia, Italo Romano, www.stampalibera.com, accesso del 3 novembre 2013.

[7] Gestione sapiente dei “legami” che si dispiegò anche nel nostro Paese quando ad esempio fu arrestato in USA  Alessandro Moncini nel lontano 1988. Moncini fu colto in flagrante, stante a registrazioni effettuate dalle forze di polizia, mentre chiedeva il “recapito” di giovani ragazze destinate ad esser preda di efferate violenze. Al che un coro di “fraterna” solidarietà si elevò da Trieste, città da cui proveniva il Moncini, comprendente anche l’Arcivescovo locale, Monsignor Bellomi. Vedi Mark Burdman, The Case of Trieste Satanist Moncini, in “Executive Intelligence Review”, Volume 16, 27 gennaio 1989.

[8] L’affermazione non ha nulla di peregrino. L’esperienza de Il Forteto, di cui abbiamo già accennato, è la riprova che questa marea montante trova sponde accoglienti in vasti strati sia della popolazione che degli alti ranghi. Nei paesi scandinavi (vedi il gruppo femminista svedese Feminist Initiative che propugna addirittura la poligamia) esiste una forte propensione ad incentivare di pari passo la distruzione millimetrica di quel poco che rimane di sano nel concetto di famiglia e la costruzione dell’Impero della Dissoluzione: vedi l’infamante proposta di abolire dai documenti ufficiali la denominazione di padre e madre sostituendola con quella di genitore #1 e genitore #2.

Non solo.

Si sta promuovendo l’idea di obbligare i maschietti agli asili nido ed alle materne ad urinare da seduti come le femminucce onde non dar adito a “discriminazioni”. Di recente un padre, guarda caso: un italiano!, è stato punito con alcuni giorni di carcere per un semplice schiaffo dato a suo figlio in seguito ad una bizza di quest’ultimo: questo per sancire l’odio feroce per ogni potere costituito.

La Svezia non è nuova ad aberrazioni del genere. Già negli anni Trenta i coniugi Alva e Gunnar Myrdal, entrambi eletti nella fila del Partito socialdemocratico, furono convinti assertori di una aperta politica di sterilizzazione coatta degli individui considerati “inadeguati” o economicamente “improduttivi”.

Del resto, come sempre, l’America – per lo meno quell’America basata sui (dis)valoridifesi dalle Oriane Fallaci di turno… – ha fatto da battistrada in questo campo. Già nel 1993 “Time” dava conto del culto dei Children of God, chiamati anche The Family, che contava adepti in più di 70 paesi e membri stimati attorno alle 15.000 unità. Tale culto prevedeva l’uso del sesso smodato e senza limitazioni né freni di sorta per una schiera vastissima di adolescenti resi letteralmente schiavi. Barbara Rudolph, Family of Fear, “Time”, 13 settembre, 1993, p. 46.

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