In realtà al termine dei “dodici giorni” per quanto fossero state “degradate” le capacità offensive iraniane, erano state “degradate” ancor di più le capacità difensive di Israele ragion per cui, prolungare lo scontro, sarebbe stato più dannoso per quest’ultimo.
La questione è infatti molto semplice . U$rael se vuole chiudere la “minaccia iraniana” DEVE
1) o comprarsi una buona parte delle elite iraniana ( modello “mossadeq 1953”)
2 ) o trovare gli “ascari” ( curdi , arabi , turchi o azeri ) che okkupino l’ Iran per LORO
Entrambi programmi alquanto complessi perché si tratta alla fine di frantumare l’ Iran per faglie etniche; lasciandolo altrimenti “intero” le “leggi ferree della geopolitica” lo renderebbero sempre comunque un attore regionale insopprimibile, come hanno dimostrato le due “rivoluzioni” strategicamente FALLITE create dagli americani nel 1953 e nel 1979
E tutto questo senza alcun intervento di Russia/Cina; oggi Russia/ Cina NON potrebbero permettersi l’astensione.
Caso mai quindi qui le questioni sono diverse , cioè:
1) Perché l’ Iran non ha seguito la strada della NordKorea ? Perché non si è creato non dico “la bomba” ( cosa OVVIA ) ma una completa filiera tecnoscientifica in ambito militare ?
Non solo l’ Iran dispone di risorse proprie che la NK non ha, ma ha certamente anche una buona struttura scientifica convalidata dal numero di STEM che “laurea ” tutti gli anni.
E’ ad esempio incredibile che l’ ‘Iran non abbia una sua industria elettronica e debba ancora procurarsi in Cina i “precursori chimici” per i combustibili dei suoi razzi.
La mia risposta a questa domanda è semplice. E’ il peso del clero, soprattutto di quello azero , che detiene l’ amministrazione dello stato e che è anche la Grande Borghesia che anela a vivere all’ occidentale mentre ipocritamente afferma la “purezza” religiosa sciita.
All’affermazione definitiva di questa elite “compradora” resta solo il “diaframma” kameney, saltato il quale però non è assolutamente certo che questa elite di ricchi preti possa poi realmente gestire il paese nel senso voluto da U$rael.
La seconda domanda invece è : perché l’ Iran cerca sempre disperatamente un appeasement con chi lo vuole “morto”?
La prima spiegazione è ovvia. E’ appunto l’ elite “compradora” iraniana che ha questa assoluta necessità , perché da uno stato conflittuale dichiarato essa ha soltanto da perdere, sia quando il conflitto è “ freddo” come adesso ( perché essa non ha niente da “comprare” ) sia , e a maggior ragione, da uno stato di guerra “ calda” laddove essa rischia anche di perdere il proprio potere a vantaggio di forze più nazionaliste e popolari.
Ma ce ne è anche un’ altra. Ci sono le pressioni in tal senso che l’ Iran riceve dai suoi unici “amici” Russia e Cina
Queste ultime infatti non vogliono la WW3 , e soprattutto la Cina non vuole di certo la fine della globalizzazione. Quindi “ gli amici” faranno di tutto perché questa WW avvenga più tardi possibile per le ragioni che qui sono già state dette diverse volte.
Ma questo continuo “ fare da nesci” di Russia Cina e anche Iran però pone per tutti e tre gravissimi problemi di deterrenza .
Se infatti, “cercare un accordo” è l’ unica risposta fattuale che riceve chi ti provoca, anche quando ti colpisce sempre più direttamente , l’ unico risultato che puoi ottenere è che costui ti colpirà sempre di più e sempre più spesso dosando la sua aggressività solo secondo le sue problematiche.
Il mondo quindi si avvita paradossalmente verso una guerra mondiale per una deterrenza che NON c’è .
E l’ Iran ne farà per primo le spese perché non ha quella deterrenza nucleare che ci ha dato la pace finché è durata l ‘ URSS e che ancora trattiene gli U$A da aggredire frontalmente Russia e Cina ma che OVVIAMENTE non li tratterrà dall’ aggredire frontalmente l’ Iran.
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Il missile Khalij-e-Fars e le capacità missilistiche iraniane dopo la Guerra dei Dodici Giorni: un’analisi OSINT rigorosa
Nel contesto di tensioni persistenti nel Golfo Persico e in Medio Oriente, l’Open Source Intelligence (OSINT) rappresenta lo strumento primario per costruire valutazioni bilanciate delle capacità militari iraniane, separando la narrativa istituzionale dai fatti verificabili attraverso fonti pubbliche. L’analisi sistematica di un sistema d’arma specifico — il missile balistico antinave Khalij-e-Fars — offre una finestra privilegiata sulle dinamiche strategiche regionali, sulle vulnerabilità tecnologiche dell’arsenale iraniano e sull’efficacia delle contromisure occidentali sperimentate durante la Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.
Il Khalij-e-Fars nella costruzione della narrativa strategica
Il 28 gennaio 2026 alcuni analisti OSINT hanno rilanciato contenuti sul missile balistico antinave Khalij-e-Fars, presentandolo come una minaccia credibile per le portaerei statunitensi. Le metriche di diffusione hanno mostrato i parametri tipici della comunità di intelligence aperta specializzata: un tasso di amplificazione compreso tra l’1 e il 2 per cento, coerente con contenuti tecnici rivolti a un pubblico ristretto ed esperto.
Il monitoraggio sistematico di queste narrative, tra novembre e dicembre 2025, aveva già evidenziato un’intensificazione di analisi sulle capacità Anti-Access/Area-Denial (A2/AD) iraniane all’interno delle reti OSINT. I materiali video associati mostravano linee di produzione e assemblaggio, enfatizzando la minaccia verso la US Navy nello Stretto di Hormuz.
Una valutazione metodologicamente solida — coerente con gli standard di accuratezza richiesti in ambito ARPA/DARPA — impone tuttavia verifiche incrociate stringenti sui parametri critici, andando oltre la semplice viralità dei contenuti. La triangolazione su tre assi distinti costituisce la base dell’approccio: specifiche tecniche verificate mediante correlazione di fonti aperte autorevoli; correlazioni storiche documentate attraverso documentazione declassificata; valutazioni di efficacia operativa indipendenti prodotte da organismi di ricerca riconosciuti come JINSA, FDD e ISW.
Specifiche tecniche e limiti operativi del Khalij-e-Fars
Il Khalij-e-Fars è, nelle sue linee essenziali, una variante antinave del missile balistico a corto raggio Fateh-110, un sistema a propellente solido testato tra il 2011 e il 2013 in configurazione marittima. Le specifiche tecniche, verificate tramite correlazione incrociata tra Wikipedia, il database Missile Threat del CSIS e materiale telemetrico pubblico dell’IRGC, convergono su parametri sostanzialmente concordanti:
Gittata operativa — circa 300 chilometri
Velocità terminale — circa Mach 3 nella fase di rientro
Testata — 450–650 kg in configurazione ad alto esplosivo
Sistema di guida — navigazione inerziale con correzione terminale mediante seeker elettro-ottico/infrarosso
La precisione dichiarata dall’Iran nel 2013 (CEP di 8,5 metri) è contestata da analisi indipendenti occidentali, che indicano un CEP più realistico nell’ordine dei 30–100 metri. Questo scarto è strategicamente decisivo: trasforma il sistema da arma di precisione antinave a piattaforma con dispersione significativa, riducendone l’efficacia tattica contro bersagli in movimento ad alto valore come le portaerei.
Secondo stime della Defense Intelligence Agency, l’Iran disponeva intorno al 2025 di circa 1.500 missili balistici complessivi, con 100–200 lanciatori dedicati a missili a corto raggio, inseriti in una dottrina di saturazione delle difese avversarie.
Il Khalij-e-Fars, pur rappresentando un elemento non trascurabile nella postura A2/AD iraniana nel Golfo Persico, presenta vulnerabilità strutturali rispetto alle contromisure avanzate: guerra elettronica, decoy termici, sistemi intercettori come lo Standard Missile-6 (SM-6), con raggio superiore ai 400 km e profilo multiruolo (difesa aerea, antimissile terminale, anti-superficie).
Non esistono, ad oggi, evidenze pubbliche verificabili di ingaggi riusciti del Khalij-e-Fars contro portaerei o unità navali dotate di sistemi di difesa attivi in assetto operativo reale. Al contrario, i dati disponibili sull’impiego in combattimento dello SM-6 e di altre componenti dei sistemi multilivello occidentali suggeriscono un vantaggio qualitativo significativo della difesa rispetto all’offesa, in particolare contro vettori balistici antinave di generazione non all’avanguardia.
La Guerra dei Dodici Giorni come stress test operativo
La Guerra dei Dodici Giorni, combattuta tra il 13 e il 24 giugno 2025 e denominata Operation Rising Lion da parte israeliana, rappresenta il laboratorio operativo più rilevante per valutare le capacità effettive iraniane in un conflitto ad alta intensità.
Nel corso di dodici giorni, Israele ha impiegato oltre 200 velivoli da combattimento, rilasciando più di 330 munizioni di precisione su circa 100 obiettivi strategici: siti nucleari a Fordow, Isfahan e Parchin, basi missilistiche, centri di comando e nodi della rete di difesa aerea.
L’effetto immediato è stato una drastica degradazione delle capacità missilistiche iraniane. Valutazioni accreditate indicano che, nelle prime 48 ore, Israele abbia neutralizzato circa il 50 per cento dei lanciatori balistici iraniani, facendo collassare la capacità di fuoco giornaliera da oltre 35 missili al giorno nel pre-conflitto a meno di 20 entro il 19 giugno. Operazioni speciali in profondità, integrate con capacità di precision strike come il missile Spike NLOS — caratterizzato da guida elettro-ottica/infrarossa in loop umano e capacità di retargeting in volo — hanno neutralizzato una quota rilevante di lanciatori mobili in prossimità di siti sensibili.
Sul versante offensivo, l’Iran ha risposto con oltre 550 lanci di missili balistici nell’arco di dieci giorni, con una fase iniziale di saturazione (oltre 100 missili al giorno tra il 13 e il 14 giugno) seguita da un progressivo calo a circa 20 lanci al giorno verso la fine del conflitto. Questo profilo riflette tanto la perdita fisica di lanciatori e infrastrutture quanto l’adattamento tattico, con salve più piccole e spalmate nel tempo per ridurre l’efficacia delle architetture difensive a saturazione.
Architetture difensive multilivello e bilancio costi-benefici
Le valutazioni israeliane, corroborate da analisi indipendenti di think tank statunitensi e da reporting internazionale, convergono su un tasso di intercettazione compreso tra l’86 e il 90 per cento per il complesso dei circa 550 missili balistici iraniani lanciati durante il conflitto. Questo risultato è stato ottenuto attraverso un sistema di difesa integrato multilivello che ha combinato:
Arrow-3 → per l’intercetto exoatmosferico a lunga gittata
SM-3 → per la fase midcourse
THAAD → per l’intercetto ad alta quota in fase terminale
Patriot PAC-3 → per la difesa di punto a corto raggio
Sistemi a corto raggio quali Iron Dome → per minacce a bassa quota e munizionamento più leggero
L’efficacia dimostrata di queste architetture difensive, con tassi di intercettazione dell’86–90 per cento contro salve massive coordinate, indica che la superiorità tecnologica occidentale mantiene margini significativi anche in scenari di saturazione che l’Iran potrebbe tentare di riprodurre in teatri come lo Stretto di Hormuz. La difesa non è “impermeabile”, ma è in grado di assorbire attacchi su larga scala mantenendo le perdite civili e infrastrutturali entro range ritenuti accettabili dai decisori.
Il costo operativo di questa performance è elevato: l’impiego combinato di centinaia di intercettatori Arrow, THAAD e Patriot ha generato una spesa superiore al miliardo di dollari in meno di due settimane. Tuttavia, le stime israeliane indicano che il valore economico dei danni evitati — in termini di infrastrutture critiche, capacità militari e costi indiretti — ha superato di un ordine di grandezza il costo degli intercettori. In termini di economia strategica della difesa, la curva costi-benefici è quindi ancora nettamente favorevole al mantenimento di architetture multilivello avanzate.
Danni materiali, costi umani e resilienza infrastrutturale
Il bilancio umano del conflitto è stato asimmetrico ma pesante su entrambi i fronti. In Iran, le stime oscillano da alcune centinaia fino a oltre un migliaio di morti, con migliaia di feriti, includendo un numero non trascurabile di comandanti senior dell’IRGC e di personale qualificato del complesso militare-industriale. In Israele, le vittime sono state nell’ordine di alcune decine, con alcune migliaia di feriti e danni significativi ma localizzati a edifici civili e infrastrutture energetiche e industriali.
Dal punto di vista infrastrutturale, gli attacchi israeliani e statunitensi hanno inflitto danni profondi a:
impianti di arricchimento dell’uranio (Natanz, Fordow)
strutture di ricerca e conversione nucleare (Isfahan)
siti di produzione missilistica (Khojir, Shahroud, sub-site di Parchin)
nodi di comando e controllo, centri radar e assetti della difesa aerea
Le immagini satellitari e i rapporti tecnici indicano la distruzione o il danneggiamento di edifici chiave deputati alla produzione di propellente solido, all’assemblaggio di motori e alla gestione dei “planetary mixers” necessari alla produzione industriale di missili balistici. In termini di “time to recover”, la campagna ha spinto indietro il programma missilistico e nucleare iraniano di diversi anni, pur senza azzerarne in modo irreversibile il potenziale.
Ricostruzione missilistica iraniana e colli di bottiglia tecnologici
Nonostante le perdite, l’Iran ha avviato in tempi rapidi un processo di ricostruzione. Le stime indicano un arsenale balistico ridotto a circa 1.100–1.300 unità nell’estate 2025, ricostituito intorno alle 2.000 unità entro la fine dell’anno. Le immagini satellitari mostrano cantieri di ricostruzione attivi in siti chiave come Shahroud e Parchin, con ripristino di infrastrutture di produzione, stoccaggio e test.
Questa resilienza, tuttavia, è frenata da colli di bottiglia strutturali:
la distruzione mirata di planetary mixers ha colpito il cuore della catena produttiva del propellente solido
la produzione indigena di precursori chimici è limitata, costringendo l’Iran a dipendere da forniture estere, in particolare cinesi
le sanzioni occidentali su microelettronica, avionica e macchine utensili CNC avanzate ostacolano un salto qualitativo verso sistemi d’arma di nuova generazione
Le inchieste aperte negli Stati Uniti e in Europa su spedizioni di perclorato di sodio e altri precursori dalla Cina verso l’Iran, in volumi sufficienti per centinaia di missili, confermano che Tehran sta cercando di colmare i gap produttivi attraverso canali esterni. Resta il fatto che, pur potendo ricostituire numericamente lo stock, l’Iran incontra difficoltà maggiori nel riprodurre gli stessi standard qualitativi, in particolare per sistemi avanzati come quelli antinave con seeker sofisticati e profili di volo manovrati.
La dimensione navale: IRGC Navy e nuova narrativa missilistica
Le dichiarazioni dell’IRGC Navy a dicembre 2025 si collocano chiaramente in un’operazione di ricostruzione della deterrenza simbolica. Il comandante Alireza Tangsiri ha rivendicato test di un nuovo missile con gittata superiore ai 1.375 chilometri — pari alla lunghezza del Golfo Persico — in grado di essere guidato dopo il lancio e caratterizzato da “altissima precisione”. Il messaggio strategico è duplice: da un lato rassicurare l’opinione pubblica interna sulla sopravvivenza della capacità di colpire asset navali statunitensi; dall’altro segnalare a Washington che il costo di un’eventuale nuova campagna potrebbe aumentare.
Ma senza conferme indipendenti su prestazioni, profili di volo, qualità del seeker e capacità di resistere a guerra elettronica avanzata, queste dichiarazioni restano per ora principalmente elementi di psychological operations e signaling strategico. Sul piano sostanziale, il fulcro della minaccia iraniana alle linee di comunicazione marittime nel Golfo Persico continua a poggiare su una combinazione di:
mine navali
swarm di imbarcazioni veloci
droni aerei e navali
missili antinave subsonici e balistici a medio raggio
capacità di disturbo e spoofing elettronico
In questo mosaico, il Khalij-e-Fars resta una tessera importante ma non determinante.
Capacità asimmetriche e limiti in uno scontro ad alta intensità
L’Iran ha dimostrato negli ultimi due decenni una notevole abilità nel campo delle capacità asimmetriche: guerra per procura, attacchi a bassa firma, sabotaggio infrastrutturale, cyberattacchi mirati, uso di droni e missili per colpi calibrati sotto la soglia di guerra totale. Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, alcune milizie in Iraq e Siria costituiscono estensioni operative di questa strategia.
La Guerra dei Dodici Giorni ha però evidenziato la distanza che separa queste capacità da un confronto diretto ad alta intensità con una coalizione tecnologicamente superiore. Sul piano aereo, l’Iran non è stato in grado di contestare seriamente la supremazia israeliana; sul piano del comando e controllo, l’infrastruttura è stata rapidamente degradata; sul piano logistico, i lanciatori mobili e le basi di appoggio si sono dimostrati vulnerabili a operazioni speciali e fuoco di precisione.
L’insieme delle evidenze suggerisce che l’arsenale convenzionale iraniano sia in grado di infliggere costi significativi, soprattutto in scenari regionali limitati e attraverso proxies, ma non di rovesciare l’equilibrio militare a favore di Tehran in uno scontro diretto con l’Occidente. La funzione primaria delle capacità missilistiche iraniane resta quindi quella di deterrenza regionale e di strumento di pressione politico-militare, più che di strumento risolutivo di guerra.
Dimensione nucleare e calcolo strategico di lungo periodo
La dimensione realmente destabilizzante non risiede nel singolo sistema d’arma, ma nel nesso tra programma missilistico e ambizioni nucleari. Gli attacchi a Natanz, Fordow e Isfahan hanno sensibilmente rallentato il programma nucleare iraniano, distruggendo migliaia di centrifughe e infrastrutture chiave. Tuttavia, la struttura tecnica e il know-how non sono stati cancellati. Gli esperti convergono su stime nell’ordine di 18–24 mesi per ricostruire una capacità di arricchimento avanzata, qualora l’Iran decidesse di investire massicciamente in questa direzione.
La proiezione della DIA secondo cui l’Iran potrebbe essere in grado, entro metà degli anni Trenta, di sviluppare un ICBM militarmente credibile attraverso la conversione delle proprie capacità di lancio spaziale, apre uno scenario in cui il programma missilistico attuale funge da piattaforma evolutiva verso capacità strategiche globali. In questo quadro, la pressione tecnologica e sanzionatoria aumenta, non diminuisce, gli incentivi per Tehran a considerare l’opzione nucleare militare come garanzia ultima di sopravvivenza del regime.
Conclusione: stallo locale, rischio sistemico
Alla luce delle evidenze disponibili, il quadro converge su uno stallo strategico locale: l’Iran rimane un attore regionale di primo piano, dotato di un arsenale missilistico quantitativamente rilevante e qualitativamente eterogeneo, ma strutturalmente incapace di raggiungere parità convenzionale con la coalizione occidentale. Il Khalij-e-Fars, in questo schema, è un sistema credibile sul piano tattico nel teatro ristretto del Golfo Persico, ma non è un “game changer” capace di ribaltare i rapporti di forza nel dominio aeronavale.
La minaccia principale non risiede nelle capacità distruttive convenzionali isolate, bensì:
nella possibilità di una progressiva saldatura tra vettori balistici sempre più sofisticati e un programma nucleare riattivato
nella guerra ibrida protratta per mezzo di proxy, in grado di proiettare instabilità su più fronti (Levante, Mar Rosso, Iraq, Golfo)
nel rischio di errori di calcolo in un contesto di alta densità militare e di signaling aggressivo nello Stretto di Hormuz
In questo scenario, la deterrenza convenzionale basata su architetture difensive integrate e superiorità tecnologica deve necessariamente essere affiancata da una diplomazia strategica in grado di contenere gli incentivi iraniani verso l’escalation nucleare come “ultima ratio”. L’OSINT, se condotta con metodologie rigorose, resta lo strumento essenziale per monitorare, documentare e valutare in tempo quasi reale tanto la ricostruzione missilistica iraniana quanto l’evoluzione delle sue dottrine operative, offrendo ai decisori un quadro informato per evitare che una crisi regionale si trasformi in rottura sistemica dell’ordine internazionale.
1. Dato che di guerre, massacri e stermini la storia è piena, occorre, per distinguerli, ricercare quanto tra quelli li accomuna, tanto quel che li distingue. Tra i molti Tamerlano, Gengis Khan (e i di esso successori), ma anche governanti celebrati come Giustiniano (la rivolta di Nika fu repressa – pare – al prezzo di oltre trentamila morti), è necessario isolare somiglianze e differenze tra quelli e le rivoluzioni moderne; nonché all’interno di quest’ultime, le costanti e le variabili.
2. Ciò che le accomuna, in primo luogo, è d’essere moderne. Ma cos’è la modernità? A rispondere a questa domanda non sarebbe sufficiente una biblioteca. Figuriamoci una relazione ad un convegno tra amici. La modernità può essere intesa in tanti modi come secolarizzazione, come estraniamento da Dio e di Dio dal mondo, come disincanto da questo, come percezione meccanicistica della natura e così via. Ai nostri fini, più limitati, ciò che maggiormente rileva sono da un canto la secolarizzazione, dall’altro l’emergere del concetto di sovranità e così di conseguenza di un assoluto politico-giuridico, peraltro immanente.
3. Nella rivoluzione francese, ciò che prelude il terrore giacobino e ne costituisce (peraltro involontariamente, data la vita del pensatore rivoluzionario) è la concezione della sovranità esposta dall’abate Sieyès, soprattutto in Cos’è il terzo Stato «La nazione – scrive infatti Sieyès – è preesistente a tutto, è l’origine di tutto… Sarebbe ridicolo supporre la nazione vincolata anch’essa dalle modalità e dalla Costituzione cui ha assoggettato i propri mandatari. Se per diventare una nazione le fosse stata necessaria una forma positiva essa non sarebbe mai diventata tale. La nazione si forma soltanto in forza del diritto naturale […] La nazione è tutto ciò che è in grado di essere per il solo fatto di esistere. Non dipende dalla sua volontà attribuirsi più diritti di quanti ne abbia […] . Alla volontà nazionale basta (invece) soltanto la propria realtà, per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità» (i corsivi sono miei). Si può dire che per Sieyès la sovranità nazionale è connotata dalle caratteristiche: di non essere soggetta al diritto positivo , anzi di esserne la fonte; d’essere originaria; di sfuggire ad una forma, in quanto origine delle forme stesse; di non essere vincolabile al rispetto di queste e quindi dei poteri costituiti; il tutto condensato nella pregnante affermazione di essere «tutto ciò che è in grado di essere, per il solo fatto di esistere» (che è quasi una parafrasi della definizione rousseauiana della sovranità).
Secondo una vecchia teoria, talvolta ripetuta, ma non notata in tutta la sua portata, sovrano è chi, in una determinata unità politica, ha tutti i diritti e nessun dovere e l’abate rivoluzionario ne offre una compiuta esposizione, compendiabile nel riconoscimento dell’onnipotenza della nazione e del di esso pouvoir constituant nei confronti di tutti i poteri costituiti, e così nell’istituire forme senza essere in forma.
Come scrive Carl Schmitt a tale proposito “Il rapporto tra pouvoir constituant e pouvoir constitué ha la sua più perfetta analogia sistematica e metodologica nel rapporto tra natura naturans e natura naturata, un’idea che ha trovato posto anche nel sistema razionalistico di Spinoza ma che, appunto per questo, dimostra che quel sistema non è puramente razionalistico… Dall’abisso infinito e insondabile del suo potere sorgono forme sempre nuove, che essa può infrangere quando vuole e nelle quali essa non cristallizza mai definitivamente il proprio potere”[1]. Data l’onnipotenza della sovranità nazionale e dei di esso rappresentanti, la Convenzione nazionale del 1792 quindi esercitò i propri poteri in modo che si distingue nettamente dalla concezione della dittatura romana, come considerata da Machiavelli. Come sostiene Schmitt “Dallo sviluppo storico della disciplina dello stato d’eccezione risulta che esistono essenzialmente due tipi di dittatura, cioè una tale che malgrado tutti i poteri eccezionali si mantiene tuttavia essenzialmente nel quadro dell’ordinamento costituzionale esistente e nel quale il dittatore (dittatura commissaria) è incaricato in modo costituzionale, ed un’altra nella quale è abolito l’intero ordinamento giuridico e la dittatura serve allo scopo di produrre un ordinamento del tutto nuovo (dittatura sovrana)”[2]. Tale dittatura sovrana, scrive Schmitt, può essere esercitata sia da un’assemblea nazionale (come la Convenzione) che da un partito rivoluzionario (nel 1917 in Russia). Quindi ad accomunare le due rivoluzioni è di essere le specie di un unico genere: la dittatura sovrana.
Pertanto aventi nel fine la costruzione di un ordine nuovo. La dittatura sovrana si distingue da quella ordinaria perché ha una funzione innovativa dell’istituzione politica e non conservativa come quella romana (v. Machiavelli, Discorsi I, XXXIV); non serve a “serbare gli ordini” ma a sostituirli.
4. C’è un’altra sostanziale analogia, che al tempo è una differenza, altrettanto sostanziale.
Scriveva il giovane Marx che il socialismo è la soluzione dell’enigma irrisolto della storia.
Nell’antropologia cristiana l’uomo è libero di decidere tra il bene e il male: può peccare (e sempre lo fa). Sia nella concezione più negativa (che è quella di S. Agostino), che in quella meno pessimistica (di S. Tommaso d’Aquino) è il fondo comune che rende necessario che vi sia un’autorità che protegga i buoni e punisca i cattivi; e ogni autorità proviene da Dio (S. Paolo). Non invano quindi esercita la coazione (possiede il gladio, come scrive S. Paolo).
Riprendendo il pensiero di Marx, questa costante della natura umana può cambiare mutando i rapporti di produzione (dal capitalismo alla società comunista). Così l’uomo da zoon politikon diventa zoon apolitikon. Lo Stato si estingue perché non necessario.
In una società dove la comunione e l’abbondanza dei beni abbia eliminato le ragioni di conflitto, ogni apparato repressivo è inutile. E così governanti, giudici, poliziotti e avvocati del tutto superflui. Tuttavia c’è un ma… Per raggiungere tale situazione paradisiaca, un’età dell’oro alla fine della storia (invece che all’inizio), occorre distruggere chi vi si oppone. Qua le due rivoluzioni si riavvicinano: l’oppositore al mondo nuovo è il nemico assoluto da estirpare.. Come i vandeani, i i preti e gli aristocratici nel 1793; i bianchi, i kulaki, i dissenzienti nel XX secolo,
5. C’è al fine comunque un’altra (conseguente) distinzione che rende differenti giacobini e bolscevichi.
Stučka, primo bolscevico commissario del popolo alla giustizia, la esponeva in un opuscolo dallo stesso scritto durante la presa del potere dei bolscevichi, dove criticava radicalmente il costituzionalismo borghese. Scrive Stučka “Non essendo nel regime socialista il popolo suddiviso in classi, lo Stato non deve regolare rapporti fra classi e perciò è superflua qualsiasi legge fondamentale”; basta la dittatura del proletariato. Dopo la quale lo Stato si estingue. Quindi niente “costituzione” (sempre) e al termine niente Stato[3].
Diversamente nel pensiero borghese non c’è in vista alcuna rigenerazione della natura umana. Per quanto riguarda i giacobini, tra i molti esempi adducibili, voglio ricordare quanto è scritto nella Costituzione “giacobina” del 1793 (mai entrata in vigore, per lo stato di guerra prima, successivamente per la di essa sostituzione da parte della Convenzione con la Costituzione dell’anno III). Non solo essa costituisce la repubblica “una e indivisibile” (e si intende non “a termine”) ma all’art. 28 della Dichiarazione dei diritti dichiara “Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle proprie leggi le generazioni future”. Con ciò è chiaro che lo stato politico è naturale e necessario, e non c’è rivoluzione che possa cambiarlo, né in grado dicostruire la società perfetta, quindi immutabile: si può riformare, ma non sopprimere il politico (e i suoi presupposti). L’uomo è zoon politikon, come affermato da Aristotele e S. Tommaso. Non può cambiare la propria natura, come di converso crede il marxismo, convinto di essere “la soluzione dell’enigma della storia”. Benedetto XVI l’ha così insegnato nell’enciclica Spe salvi: “Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli” (i corsivi sono miei).
In sostanza mentre per la natura politica e problematica dell’uomo e per la necessità del politico (e dello Stato), e quindi per l’impossibilità dell’estinzione dello Stato, non c’è sostanziale differenza tra teologia cristiana da un lato e pensiero borghese dall’altro (giacobini compresi) c’è una radicale differenza tra quelli (come, in genere, con altre forme di pensiero politico) e il marxismo, che proprio sulla capacità di costruire l’uomo nuovo e la società perfetta si fonda.
Teodoro Klitsche de la Grange
**Relazione svolta all’incontro dell’Associazione “Identità e Confronti” il 22/01/2026 in Roma sulle rivoluzioni giacobina e bolscevica nel pensiero di Furet.
[1] v. Die Diktatur, trad. it. di Antonio Caracciolo, Settimo Sigillo, Roma 2006, p. 179.
[3]E’ chiaro che Stučka si riferisce nel testo citato al concetto “ideale” di Costituzione borghese.
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mette molta carne al fuoco a cominciare da un (raro) commento esteso di Germinario che gli fa da cappello. Mi ha invogliato ad un commento altrettanto esteso che stenderò in modo puntuale.
Comincerò dal fondo ( gli articoli ) prima di una “intemerata” finale stimolatami da l’ ottimo prologo di Giuseppe.
Ciascuno dei due articoli contiene due passaggi importanti:
1) “Tuttavia, quasi tutti gli studi disponibili affermano che la produttività del lavoro nel settore manifatturiero cinese è nettamente inferiore a quella degli Stati Uniti”
Il concetto di “produttività” è fuorviante . Ciò a cui mira la Cina non è “il reddito” ma “il vantaggio” di impadronirsi di tecnologie e di mercati.
Vendere un “brevetto” ha certamente un “reddito “ altissimo ma “una tantum”; chi si impadronisce di tecnologie e di mercati si dota di un reddito di più lunga durata.
Ed è questo il dramma delle élites “occidentali” che , parafrasando la famosa frase di Lenin, hanno venduto alla Cina , seppur “molto bene” , “la corda” con cui ora capiscono che rischiano di venire “impiccate”
2)”il sistema commerciale internazionale è dipeso dagli Stati Uniti….. La Cina ne ha beneficiato maggiormente”
Sono stati gli U$A a fornire alla Cina questo “ strumento geopolitico” e la Cina farà di tutto affinché questo “vantaggio” cessi più tardi possibile.
E’ chiaro che in questo gli “U$A” hanno creduto di essere furbi; i cinesi, però, lo sono stati di più! Ed è chiaro che oramai a questo “gioco” gli U$A perderanno se non troveranno un modo di fare “ saltare il tavolo”.
Gli U$A infatti perderanno inevitabilmente se non troveranno la via per una “presa dall’ interno” come è attualmente con l’ €uropa ed è stato alla fine con l’ URSS , oppure non indurranno una bella GUERRA con cui silurare il “ sistema cinese” come fu con il “ sistema tedesco” nel 1914 e nel 1939.
Ovviamente i cinesi questo lo sanno e cercheranno di posticipare questo “redde rationem” il più possibile perché il tempo è dalla loro.
E veniamo alla “intemerata” finale.
Ho gia spiegato altrove di come l’ Europa abbia da 12 secoli un “problema tedesco” e deve essere subito molto chiaro che noi €uropoidi siamo già sostanzialmente fottuti e che le agitazioni recenti ( mercosur ,india ect ) della nostre mortifere tedescofile élites accelereranno solo il nostro tracollo.
L’ €urolager è e resta infatti a guida del Kapò tedesco per conto del Grande Kapitale “anglosassone” da quando una scellerata elite coloniale tedesca ha accettato di gestirne un “ carry trade” col “centro imperiale” in cui L’€urolager , totalmente asservito ad un “sistema dollaro” , esportava beni , soprattutto in U$A, e poi lasciava nel sistema finanziario “anglosassone” gli utili di queste esportazioni mentre comprimeva il proprio mercato interno e i propri investimenti strutturali.
Le motivazioni di questa scelta suicida possono essere varie; è comunque evidente che le élites €uropee siano state a ciò opportunamente selezionate dal “padrone” con massicce campagne mediatiche ( es: da noi mediaset, il gruppo Gedi ect ) ed un uso sapiente degli strumenti “terroristici,” sia usando gruppuscoli politici opportunamente infiltrati ed eterodiretti che usando direttamente i servizi segreti e le magistrature ( es: da noi BR, NAR , “ strategia della tensione e “mani pulite” )
Il dato di fatto è che ora noi €uropei abbiamo oggi una elite di ricattabili psicopatici , senza idee proprie ed incapaci di pensare ad altro che al proprio ottuso tornaconto.
Ma che cosa poi , per tutto questo, sarà stato promesso ai Kapò tedeschi? Non lo so , direi semplice stupidità ma anche il fatto che siano tutti nipotini di SS e che esattamente come agli idioti galiziani che “gestiscono” la NATO-Ucraina gli sia stato promesso “la Russia” , cioè esattamente quello che era stato promesso ai loro nonni.
Ora questi ( comunque) idioti , davanti alla resistenza russa e alla fine del “sistema dollaro “ sono precipitati palesemente nel panico; ma essendo incapaci di un pensiero strategico indipendente si aggrappano ad idee che come sempre gli vengono “ suggerite” dai loro padroni.
E la nuova “ idea” è appunto una versione aggiornata della Europa Nazista del 1941 guidata dalla Grande Germania in una guerra totale con la Russia.
A questo scopo bisogna fare Grande la Germania . Non importano i sacrifici che dovranno a tal fine subire gli altri €uropei; sacrifici che ci saranno imposti dalle locali élites €urofasciste anch’esse terrorizzate dal perdere quel potere “da caporali” per cui sono state selezionate e si sono vendute .
Da qui il “mercosur” ( cioè prodotti agricoli a minor costo per operai tedeschi in cambio di macchine tedesche) esattamente come gli “accordi” tedeschi col Sud-America degli anni ‘30, e “ l’ India” , cioè l’ importazione di lavoratori a basso costo per l’ economia tedesca esattamente come l’ organizzazione Todt della Germania nazista in guerra.
E , ovviamente, che gli altri €urifessi si fottano !
Il tutto per quella conquista delle “ terre slave” che i tedeschi agognano da quando furono sbaragliati dai russi otto secoli fa nella “battaglia del lago ghiacciato”.
E ovviamente tutto questo è destinato ad un fallimento che queste contorsioni semplicemente anticipano ed aggravano.
Quello che deve essere però sempre chiaro è lo stato di urgenza di una nuova WW in cui si trova il Grande kapitale “ anglosassone” ; una guerra “mondiale” che se Russia e Cina si ostinano a non concedere alla fine “ qualcunaltro” dovrà intestarsi.
Quel “qualcunaltro” potrebbe essere benissimo U$rael direttamente attaccando l’ Iran; una cosa che né Russia né Cina stavolta potrebbero far finta di “ignorare” come finora hanno sempre fatto.
Ma io mi preoccupo molto anche delle prove di un nuovo ROBERTO che ho visto in questi giorni con la ducetta a Tokio e Merz a Roma . Insomma le prove iniziali del ritorno a “l’ usato sicuro” di 90 anni fa in cui un €urofascismo a guida tedesca fa guerra alla Russia e il nippofascismo la fa alla Cina.
Quella si che sarebbe proprio la “finis europae” ! L ‘ eurosuicidio a “guida tedesca” finalmente raggiunto al terzo tentativo e che poi pure, come insulto finale , lasciasse uno “spettro” tedesco a “signoreggiare” su macerie “ gazane” popolate di attendati “nuovi europei”.
Non so per voi , ma per me a questo sarebbe meglio “ la bomba”.
Tra i tanti argomenti adotti contro la riforma Nordio sull’ordinamento della giustizia (e sul sorteggio dei componenti del CSM), uno è particolarmente interessante, laddove si afferma che i magistrati sorteggiati non avrebbero capacità ed attitudini per contrastare i condizionamenti politici, specie quelli provenienti dai sorteggiati non-togati.
L’argomento ha il difetto da un lato di provare troppo, dall’altro di non considerare uno dei principali caratteri dello Stato moderno.
Quanto al primo aspetto se è vero che l’elezione è (anche) un modo di scegliere i migliori (nel senso dei più adatti) è anche vero che principio fondamentale della democrazia è l’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica. E così anche all’elettorato passivo agli organi costituzionali. Molti hanno ironizzato sulla possibilità che così un ignorante (o un demente, o un inadatto in genere) potrebbe accedere agli organi e uffici politici più importanti della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica): ma è un rischio che una democrazia deve correre, se vuole essere tale. D’altra parte la storia è piena di governanti, scelti con qualsiasi sistema (la nascita, l’adozione, l’elezione, e così via) che avevano i medesimi difetti di coloro (pochi) scelti con il sorteggio. Ad applicare coerentemente l’argomento criticato si dovrebbe pre-selezionare i candidati, magari prevedendo dei requisiti severi limitanti l’accesso e restringere a quelli la lista degli eleggibili. Superando poi il dubbio che, se questi requisiti dovessero essere determinati non da criteri oggettivi (anzianità, reddito, nascita) ma dal giudizio di un ufficio, questo sarebbe stato imparziale e opportuno. Quindi l’inconveniente criticato è a maggior ragione (dato il maggior potere) pertinente anche agli eletti agli organi costituzionali. E la scelta dei “migliori” – sottintesa all’elezione – può ridurre il rischio, ma non eliminarlo.
Sotto un secondo aspetto (non meno importante) l’argomento in esame presta il fianco ad una critica. Scriveva Max Weber che uno dei caratteri peculiari della burocrazia moderna è il possesso del “sapere specializzato”, cioè «acquisito mediante istruzione specifica e cioè “tecnico” nel senso vasto della parola». Nel caso, tutti i componenti del CSM devono essere esperti di diritto quali giudici, avvocati o comunque professori universitari di materie giuridiche. Al contrario degli organi costituzionali “politici” in cui l’accesso è illimitato; questo lo è (anche e soprattutto) per garantire la padronanza della materia e dall’altro per escludere o limitare drasticamente, come è opportuno, il controllo del vertice politico (non specializzato) sull’insieme dei magistrati; al contrario della regola di ogni ente, dai Ministeri ai consigli municipali, dove un vertice politico (non professionale) indirizza e controlla la burocrazia (professionale).
Nella specie la larga maggioranza del CSM è sorteggiato tra i funzionari: quindi il vertice non è politico.
Tuttavia i critici delle riforme sostengono che i sorteggiati tra i funzionarti non garantirebbero di essere in grado di fronteggiare il drappello minoritario dei “laici”. Ma, a parte che non è detto che siano poco capaci, essendo degli specialisti, anzi sembra piuttosto improbabile, la ridotta capacità di gestire il potere attraverso contrapposizioni ed accordi può capitare in ogni organo collegiale, compresi quelli che contemplano la presenza di membri d’estrazione burocratica e non. E’ un rischio cui si può ovviare sopprimendo una delle due categorie. Ma se non lo si fa, si deve correre.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Alla base della “sceneggiata Groenlandia” come era facilmente prevedibile c’è un strategia semplice : costruire la fortezza America e portare il caos in tutto il resto del mondo.
Ma come nota Simplicius qui c’è soprattutto una enorme valenza “psicologica” sia nella “conquista del Venezuela” che nella “annessione della Groenlandia” con annesse umiliazioni pubbliche e gratuite alla €uroservitù.
Questa pressione psicologica è diretta tanto agli “amici” quanto ai “nemici”. Il messaggio è imperiale :Ogni resistenza è futile , arrendetevi o sarete annientati perché non vi saranno concessi margini” oltre al “chi mi teme mi obbedisca”.
E l’ esito ( infausto) di simili operazioni mi sembra abbastanza scontato perché le “leggi ferree della geopolitica” non possono essere sovvertite dalla “narrazione”. Tra “chi non teme ” U$rael verrà prima o poi un giocatore razionale che riterrà inutile continuare a “trattare” con uno psicopatico pesantemente armato e che concluderà che l’ unica risposta possibile non potrà che essere “ a brigante un brigante e mezzo”
Vorrei infatti far notare che la “strategia del pazzo” di Trump è una estenzione globale della “ strategia” di Israele in MO: suprematismo , messianismo , eccezionalismo, razzismo e totale disprezzo per tutti.
Ma a me non sembra che questa ottantennale ” strategia” israeliana abbia poi risolto i problemi di Israele. Certo, il caos in MO non è mancato, ma non mi sembra che gli “amici” ( Egitto, Turchia e Arabia ) per quanto “timorosi” siano così obbedienti, tanto meno che pure “il nemico “( Iran) sia tanto terrorizzato da “ arrendersi E perire”.
Anzi senza il continuo ( e autolesionistico) appoggio del suo Golem “occidentale” Israele avrebbe dovuto chiudere questa sua strategia già da un pezzo; quindi non vedo su quali solide basi poggi questo scimmiottamento americano che alla fine andrà a sbattere senza la protezione di nessun “ Grande Fratello”.
Gli U$A attuali infatti sono semplicemente un Golem della Grande Finanza, preda dei suoi deliri sempre più fuori dalla realtà.
Anzi proprio questa rapida deriva del MAGA verso questo “imperialismo terminale” segnala già il fallimento del movimento MAGA . Come infatti era facilmente prevedibile Trump NON può ricostruire un ‘ America che non c’è più perché I FATTI hanno sempre CONSEQUENZE e la scelta dell’ imperialismo finanziario ha distrutto per sempre gli USA di Pound e Twain.
Gli storici domani , esattamente come per la storia di Roma , indagheranno su quando sia stata compiuta questa “ svolta“ mortale e/o quando questa sia diventata irreversibile.
Io una qualche idea in merito ce l’ho e mi era chiaro che Trump avrebbe fallito esattamente come da noi mi fu facile prevedere che avrebbe fallito miseramente Craxi, unico esponente della prima repubblica che ne sia uscito con qualche dignità.
La storia infatti ci ricorda i “capi” e ce li consegna come “vincitori” o “vinti” come se fosse stato tutto nelle loro mani dimenticandosi sempre che all’ esito delle loro scelte contribuiscono sempre fondamentalmente le risorse umane e materiali di cui disponevano. Nessun “grande generale ” può vincere guidando un “esercito di Pulcinella”.
Un ‘ altra interessante questione è questa elite “ repubblicana “ che guida ora gli U$A. Soprattutto questo pugno di Colby , Miller , Vance , Rubio ect. che vorrebbero ritornare ai fasti della “frontiera” e che rappresentano una giusta reazione alle politiche volute dai grandi “finanzieri” i quali detengono il controllo del partito democratico, dimenticandosi però che sono altrettanti “grandi imprenditori” della stessa etnia che riforniscono di dollari anche il loro partito.
Questi “ repubblicani” si considerano gli eredi della elite di “calvinisti” che ha fondato e diretto gli USA fino a farli diventare “grandi” .
Il calvinismo è una programmatica imitazione dell’ ebraismo “placcata” di cristianesimo e come tale una religione funzionale agli scopi precipui di una Setta intesa come una elite che vuole dominare il mondo operando slegata da ogni vincolo e usando ogni mezzo grazie al proclamato proprio eccezionalismo di un diretto rapporto con Dio.
Un “dio” che però è essenzialmente “mammona” data la loro smodata adorazione del danaro , del potere e di una ricchezza mostrata a pubblica affermazione della ricevuta “benevolenza divina”.
Per capire questa mentalità è molto istruttivo il film “ the good shepard”, soprattutto in quel passaggio in cui il protagonista risponde al capomafia con cui sta ordendo un intrigo a Cuba: “noi possediamo l’ America e voi siete qui solo di passaggio”
Bene, ovviamente non è così e la vecchia elite calvinista oggi possiede l’ America solo “in società” con una elite finanziaria ed economica dei “fratelli maggiori” i cui interessi non coincidono esattamente con quelli della vecchia elite americana.
E altrettanto ovviamente c’è chi dovrebbe essere “lì solo di passaggio” piuttosto che per restare; invece ci resterà.
In conclusione, le attuali contraddizioni del sistema americano sono enormi e richiederebbero troppo lungo tempo per essere digerite.
La scelta quindi sarà , come sempre, di scaricarle all’ esterno, perché nella innata visione americana di un mondo “a somma zero” “ beggar thy neighbour” è sempre la soluzione più semplice.
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Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.
Temi trattati:
• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano
Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.
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Simplicius qui esprime la sorpresa , sua e di tutti noi, nel vedere questa tarantolata svolta “cinetica” della politica americana; la sorpresa” deriva dal fatto di essere tutti noi costantemente investiti dalla “narrazione” tale per cui siamo sempre costretti ad un approccio emotivo laddove dovremmo avere solo un approccio razionale.
Per capire infatti ciò che verrà dovremo procedere solo su elementi razionali partendo da quel “punto zero” che non viene mai citato e che quindi ogni tanto sono costretto a riprendere .
E il “punto zero” è che “ l’ occidente” si è suicidiato avendo posto “il danaro” come misura di tutte le cose e non c’ è più niente che possa salvarlo.
Non c’ è più niente che il danaro possa rimettere in moto perché l’ estrema finanziarizzazione dell’ economia ha distrutto la stessa economia trasformando la società in una tessuto di carta velina totalmente privo di risorse realmente mobilitabili.
Certo i “ soldi” si possono stampare e buttare , ma niente viene realmente creato o rimesso in moto .
Guardiamo ad esempio il mitico PNRR qui in Italia: duecento miliardi di scialacquamento di una spesa a debito vincolata e non ancora contabilizzata che non hanno assolutamente mosso l’ economia REALE del paese.
E’ per me indubbio che tutto questo sia stato un progetto distruttivo voluto da QUALCUNO che sta annidato nelle sacrestie della “ grande finanza “, anche se gran parte delle stupide élites occidentali lo hanno perseguito come “proprio “, senza mai averlo realmente capito nelle sue distruttive finalità .
Pur tuttavia adesso una parte di queste élites, almeno quelle meno stupide, si agita cominciando a sentire “ il rumore” di quella “ cascata” che esse scioccamente hanno perseguito per i propri popoli che ritenevano ormai inutili.
Si agitano , ma non hanno altro margine operativo se non quello di arraffare finché è possibile. Dobbiamo diventare “green” ? Abbuffiamoci di “ecobonus” . Dobbiamo andare in guerra ? Investiamo nelle fabbriche di armi come predica il ministro Crosetto.
Ma lasciamo perdere gli €uropolli e concentriamoci sulle “aquile” americane che si agitano anch’esse seppur in modo più razionale e pericoloso.
Come ho detto fin da subito Trump è venuto a salvare il capitalismo americano da se stesso esattamente come Roosevelt, ed esattamente come lui ci proverà portando la guerra aldilà degli oceani perché non avrà altro modo per rimettere in funzione “la macchina”; una cosa per la quali Trump ha per altro anche molte meno risorse .
Trump, infatti, al contrario di Roosevelt NON ha un “esercito industriale” di qualità da rimettere in moto e , peggio e sempre al contrario di Roosevelt , ha una montagna di impagabili debiti denominati in dollari che può cancellare/sostenere solo portando la guerra in casa altrui; non ha di fatto altra strategia che fare questo dopo aver “ stabilizzato” il cuore del “ sistema americano” e questo lo deve fare in fretta perché il tempo non lavora per lui.
Da qui tutto questo “avventurismo” con operazioni sostanzialmente abbozzate ma mai realmente risolte. Trump non ha risolto Gaza , non ha risolto in MO e non ha ancora risolto nulla nemmeno in quello che ci viene venduto come il suo successo più eclatante : la “ conquista del Venezuela”
Perché il vero irrisolvibile problema è la distruzione pregressa delle risorse umane nel suo paese e la sclerosi del suo tessuto sociale ormai privo di altri valori fondanti che non siano l’ esaltazione di uno stupido edonismo individualista.
Per rimediare a questo disastro, ammesso che il processo possa essere invertito, non basterebbero nemmeno due generazioni; un tempo enorme considerando i fattori di urgenza che invece si accumulano sempre di più.
L’elite americana, anche volendo porci davvero rimedio, non può che proseguire sulla vecchia strada della “Forza” dalla quale i suoi “ superiori” non permetteranno mai di sfuggire.
E’ l’ agenda di “ chi comanda in “ che detta quella di Trump, costringendolo in avventure sempre più rischiose a cominciare dal tentare di impadronirsi dell’ Iran; una cosa che non solo la Russia ma la stessa Cina non possono permettere che accada.
Che lo vogliano o no ( e non lo vorrebbero) le élites russe e cinesi sono anche esse davanti alla scelta che oggi hanno quelle iraniane : capitolare o perire.
Anche la infida ed incapace pretesca borghesia iraniana deve ora scegliere ciò che non vorrebbe e, non volendo né capitolare né perire, sceglierà quantomeno di difendersi.
E così faranno anche i “liberali” russi e i “capitalisti” cinesi. Certo lo faranno a “modo loro” , recalcitranti , timorosi e con una mano legata dietro la schiena come “ segno di buona volontà” .
E non potranno non farlo perché il messaggio che ricevono continuamente è chiaro: arrendersi o perire! Nella sostanza la stessa fine sarà che già attende i traditori di Maduro: arrendersi E perire!
Ma così paradossalmente essi tutti rimangono vittime della propria prudenza; quella stessa che “l’ occidente combinato” volutamente scambia per “debolezza” perché esso non ha alternative ad andare “avanti tutta! “ .
D’altra parte anche un atteggiamento più proattivo non serve a nulla. Basta vedere il Kremlino che, provocato dal terrorismo ucraino, spara “ con avvertimento” un secondo Oreskin e tutto quello che ottiene è l’ ‘aumento de “l’impegno” NATO a proseguire la guerra.
Insomma ogni giorno la posta si alza, qualunque cosa venga fatta per cercare di contenerla. Siamo così tutti in trappola.
Ma ci potevano essere altre vie ? Ci poteva essere un’ altra “ storia” ? No , nel senso che per salvarsi da questo suicidio, “l’ occidente tutto” avrebbe dovuto sottrarsi dalla “ dittatura della Finanza” che invece si è imposta su di noi senza alcun ostacolo dopo il crollo dell ‘URSS.
E anche tentando di farlo adesso , è tardi.
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Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese – Docente di matematica, giornalista e analista economico Cina, Stati Uniti e Russia hanno publicato i propri piani strategici di sicurezza nazionale. Definirli “piani”, però, è fuorviante. Sono indirizzi politici cui docranno seguire i piani strategici e le linee operative vere e proprie. Mancano all’appello l’Unione Europea e gli stati che la compongono. La prima semplicemente perché non è uno Stato; si sta riducendo sempre più ad una consorteria burocratica espressione degli equilibri mutevoli dei governi nazionali che la mantengono in piedi e degli indirizzi di una fazione ben precisa delle élites statunitensi. Un organismo capace solo di agire sulla base di desideri che non tengono conto della realtà e di interessi di un mondo che sta morendo. Un giardino che nasconde orrori grotteschi come quello prodotto ai danni del colonnello Baud. Morirà o si ridurrà ad un simulacro. Tutto dipenderà dall’evolversi della situazione politica degli stati che la mantengono. L’inerzia ci sta portando verso la guerra e l’irrilevanza. Giuseppe Germinario
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ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP E PER LA COMPRENSIONE DELLA CRISI DI “LIMES” NELL’ ERMENEUTICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO DEL PENSIERO MAZZINIANO SULLA MISSIONE DELL’ITALIA E DELLA TERZA ROMA
Di Massimo Morigi
Fra i vari commenti degli osservatori indipendenti dal mainstream sul National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (quelli del mainstream lo hanno liquidato come semplice retorica antieuropea e, quando va bene, come frutto della confusione strategica e culturale dell’amministrazione Trump, senza addentrarsi in analisi un pochino più raffinate perché queste, inevitabilmente, riguarderebbero anche la loro intima corruzione di agenti al servizio di interessi non nazionali. NSS 2025 all’URL Wayback Machine http://web.archive.org/web/20251205045339/https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf), un punto su cui l’unanimità è stata pressoché concorde nell’affermare o sottintendere che in questo documento viene riproposto con una fortissima verve ideologica il concetto di ‘civiltà occidentale’. Ma, sorpresa delle sorprese, questa locuzione non trova cittadinanza nel documento. L’unico passaggio dove l’aggettivo ‘western’ è semanticamente rafforzativo del concetto di civiltà è a pagina 5 del documento dove si afferma: «We want to support our allies in preserving the freedom and security of Europe, while restoring Europe’s civilizational self-confidence and Western identity», dove è ben chiaro che quello che si deve difendere e rimettere in asse non sono vaghi valori di una civiltà ma la sicurezza geopolitica del Vecchio continente, una sicurezza geopolitica dove ha sì una grande importanza la ‘Western identity’ ma in cosa consista questa identità occidentale non viene meglio spiegato, a meno che non le si voglia dare (o meglio suggerire) la valenza etnico-europea della c.d. razza bianca da contrapporre alle ondate migratorie più o meno colorate, come in effetti verrà mostrato in questa comunicazione.
A pagina 11 del documento, nel secondo luogo dove si parla di civiltà, viene qui abbandonato qualsiasi esplicito riferimento alla ‘Western identity’ e si cerca di meglio definire in cosa consista questa civiltà senza però assegnarle uno specifico caratterizzante marcatore geografico d’origine, con esiti alquanto deludenti, lasciamo perdere dal punto di vista più o meno scientifico ma anche sotto l’aspetto puramente retorico: «Competence and Merit – American prosperity and security depend on the development and promotion of competence. Competence and merit are among our greatest civilizational advantages: where the best Americans are hired, promoted, and honored, innovation and prosperity follow. Should competence be destroyed or systematically discouraged, complex systems that we take for granted – from infrastructure to national security to education and research – will cease to function. Should merit be smothered, America’s historic advantages in science, technology, industry, defense, and innovation will evaporate. The success of radical ideologies that seek to replace competence and merit with favored group status would render America unrecognizable and unable to defend itself. At the same time, we cannot allow meritocracy to be used as a justification to open America’s labor market to the world in the name of finding “global talent” that undercuts American workers. In our every principle and action, America and Americans must always come first.» La civiltà si definisce quindi attraverso le virtù che essa coltiva, in primo luogo (o esclusivamente?) la competenza e il merito e, a parte questa sciocca e debole retorica, è chiaro che qui non si può parlare di Europa – per forza della suo stato delle cose anticompetitivo e burocratizzato in tutti i gangli delle varie società europee e, soprattutto, in ragione della cappa soffocante messa in atto dall’UE – e se si parla di America lo si fa non attribuendo all’America il primato sulla competenza e il merito (implicitamente si ammette che queste virtù risiedano anche all’estero) ma sottolineando il fatto che questi valori devono essere ristabiliti negli Stati Uniti. La realtà è che su questa retorica del merito e della competenza, l’Europa, molto giustamente lo si ribadisce, non può certo venire menzionata mentre per l’America, e anche qui dal documento si manifesta una innegabile verità, si tratta da valori da ristabilire ma anche che però, soprattutto, su questa linea di narrazione incombe, non nominata, quella statua del commendatore che va sotto il nome di Cina, la cui filosofia confuciana dell’ordine, del merito e della gerarchia è proprio alla base del suo sviluppo, una Cina vero e proprio ‘innominato’ nell’ambito della retorica del merito anche se in altri luoghi del documento, ovviamente, trova la sua debita trattazione nel corso di un discorso più classicamente geopolitico e meno legato alla considerazione di fattori sovrastrutturali e/o culturali.
Dalle pagine 25-27 del documento viene impiegato per le ultime due volte il concetto di civiltà, appaiandolo come nel primo esempio col sostantivo di ‘Europa’ e a buon ragione perché il discorso che vi si sviluppa inizialmente (ma per poi prendere in finale, come vedremo, una torsione tutta particolare) è essenzialmente di natura geopolitica, un geopolitica di stampo classico dove apparentemente in maniera esclusiva ed esaustiva viene sviluppato un ragionamento sulle masse territoriali euroasiatiche: «C. Promoting European Greatness. American officials have become used to thinking about European problems in terms of insufficient military spending and economic stagnation. There is truth to this, but Europe’s real problems are even deeper. Continental Europe has been losing share of global GDP – down from 25 percent in 1990 to 14 percent today – partly owing to national and transnational regulations that undermine creativity and industriousness. But this economic decline is eclipsed by the real and more stark prospect of civilizational erasure. The larger issues facing Europe include activities of the European Union and other transnational bodies that undermine political liberty and sovereignty, migration policies that are transforming the continent and creating strife, censorship of free speech and suppression of political opposition, cratering birthrates, and loss of national identities and self-confidence. Should present trends continue, the continent will be unrecognizable in 20 years or less. As such, it is far from obvious whether certain European countries will have economies and militaries strong enough to remain reliable allies. Many of these nations are currently doubling down on their present path. We want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation. This lack of self-confidence is most evident in Europe’s relationship with Russia. European allies enjoy a significant hard power advantage over Russia by almost every measure, save nuclear weapons. As a result of Russia’s war in Ukraine, European relations with Russia are now deeply attenuated, and many Europeans regard Russia as an existential threat. Managing European relations with Russia will require significant U.S. diplomatic engagement, both to reestablish conditions of strategic stability across the Eurasian landmass, and to mitigate the risk of conflict between Russia and European states. It is a core interest of the United States to negotiate an expeditious cessation of hostilities in Ukraine, in order to stabilize European economies, prevent unintended escalation or expansion of the war, and reestablish strategic stability with Russia, as well as to enable the post-hostilities reconstruction of Ukraine to enable its survival as a viable state. The Ukraine War has had the perverse effect of increasing Europe’s, especially Germany’s, external dependencies. Today, German chemical companies are building some of the world’s largest processing plants in China, using Russian gas that they cannot obtain at home. The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments, many of which trample on basic principles of democracy to suppress opposition. A large European majority wants peace, yet that desire is not translated into policy, in large measure because of those governments’ subversion of democratic processes. This is strategically important to the United States precisely because European states cannot reform themselves if they are trapped in political crisis. Yet Europe remains strategically and culturally vital to the United States. Transatlantic trade remains one of the pillars of the global economy and of American prosperity. European sectors from manufacturing to technology to energy remain among the world’s most robust. Europe is home to cutting-edge scientific research and world-leading cultural institutions. Not only can we not afford to write Europe off – doing so would be self-defeating for what this strategy aims to achieve. American diplomacy should continue to stand up for genuine democracy, freedom of expression, and unapologetic celebrations of European nations’ individual character and history. America encourages its political allies in Europe to promote this revival of spirit, and the growing influence of patriotic European parties indeed gives cause for great optimism. Our goal should be to help Europe correct its current trajectory. We will need a strong Europe to help us successfully compete, and to work in concert with us to prevent any adversary from dominating Europe. America is, understandably, sentimentally attached to the European continent – and, of course, to Britain and Ireland. The character of these countries is also strategically important because we count upon creative, capable, confident, democratic allies to establish conditions of stability and security. We want to work with aligned countries that want to restore their former greatness. Over the long term, it is more than plausible that within a few decades at the latest, certain NATO members will become majority non-European. As such, it is an open question whether they will view their place in the world, or their alliance with the United States, in the same way as those who signed the NATO charter [evidenziazione nostra].» Insomma, per farla breve: al netto della sparata che bisogna ristabilire la democrazia in Europa (il bue che dà del cornuto all’asino…), bisogna andare d’accordo con la Russia perché la geopolitica ci insegna che Europa e Russia fanno parte della stessa massa continentale euroasiatica e sopratutto, passaggio finale che va analizzato attentamente e da noi proprio per questo graficamente evidenziato, la Nato dovrà progressivamente essere abbandonata non tanto perché in linea di principio di ostacolo verso questo appeasement con la Russia (ed anche perché troppo costosa, entrambe queste verità non menzionate) ma perché, udite, udite, le migrazioni favorite dalla politica dell’Unione Europea e dalla maggioranza dei suoi singoli paesi favorendo una sostituzione razziale all’interno di questi paesi alterano l’originaria composizione etnica dell’Europa e la rendono così meno affidabile dal punto di vista del mantenimento degli originari obiettivi militari dell’Alleanza atlantica, diversamente dal passato quanto il Vecchio continente era omogeneo dal punto di vista etno-culturale e una NATO composta da questi paesi era totalmente affidabile e quindi strutturalmente inadeguata a proseguire finalità che non fossero la difesa della pace e la protezione contro le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica.
A questa nostra chiosa che segnala che alla fine del passaggio evidenziato si fuoriesce da un discorso geopolitico di vecchio stampo dove quello che conta è essenzialmente la geografia e come questa quasi deterministicamente condizioni il comportamento degli attori sullo scenario internazionale, si potrebbe ribadire che, in realtà, l’accusa mossa contro l’Europa è quella di favorire l’immigrazione musulmana (oggettivamente creatrice di terribili problemi nei paesi che ne ha accettato l’apporto) e che se questa non viene menzionata in termini espliciti è perché A) negli Stati Uniti sono presenti comunità musulmane e quindi non è utile pestare la coda al cane che più o meno dorme e B) la proiezione imperialistica degli Stati Uniti non consente di disprezzare apertamente l’Islam o coloro che lo professano e, in parte, molto piccola parte, ammettiamo che sono pur presenti queste preoccupazioni ma il punto è che, se si voleva segnalare il problema unicamente dal punto di vista etno-cultural-religioso senza però voler offendere nessuno, senza volere cioè volere offendere l’Islam in quanto religione, sarebbe bastato affermare che l’Europa per colpa di queste immigrazioni non europee sta fiaccando e perdendo le sue radici cultural-religiose, sta cioè diventando una continente dove il cristianesimo rischia di diventare minoritario ed alterando quindi la sua tradizione spirituale che invece, non perché migliore delle altre ma perché costituente l’intima struttura vitale ed espressiva di queste società, deve essere tutelata. Ma il documento si guarda bene dal fare questa osservazione e quindi non si può che concludere che la preoccupazione del documento riguardo l’Europa è rivolta (almeno dal punto di vista di una retorica non dichiarata ma chiaramente sottesa) al rischio che il Vecchio continente diluisca fino ad annullarla la sua storicamente maggioritaria ed egemone componente etnica c.d. ariano-caucasica, cioè, detto ancor più semplicemente, che la c.d. razza bianca divenga una componente minoritaria soverchiata dalle altre “razze” più o meno variamente colorate.
Alla luce quindi di questa ‘interpretazione autentica’ della retorica sottesa al documento National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (una Weltanschauungi cui punti riferimento sono Joseph Arthur de Gobineau, Friedrich Maximilian Müller e Houston Stewart Chamberlain) ed evidenziando altresì che l’ ‘imperialismo in forma’ dell’amministrazione Trump, oltre alla concreta applicazione pratica ed anche teorica di un realismo politico totalmente schematico ed antidialettico ma comunque con maggiori potenzialità performative rispetto alle precedenti impostazioni neocon e democratiche basate sulla mistica parareligiosa della democrazia e dei diritti umani, sembra anche stare ripercorrendo il tragitto cultural-retorico del vecchio imperialismo otto-novecentesco del fardello dell’uomo bianco, due considerazioni, una nient’affatto extravagante riguardo al tema di questa comunicazione, la seconda, invece, apparentemente eccentrica rispetto allo stesso ma, invece, strettamente correlata con la prima. Veniamo subito alla considerazione apparentemente eccentrica e riguarda la crisi di “Limes”. Senza stare a ripercorrere nel dettaglio nei nomi dei protagonisti di questa crisi e nelle loro motivazioni che li hanno indotti a lasciare la rivista, perché proprio non ne varrebbe la pena, possiamo dire che l’idea fondante di “Limes” sin dai suoi esordi è stata quella di assumere il ruolo machiavelliano di consigliere del Principe, un ruolo che, concretamente, era affidato alla notevole capacità affabulatoria del suo direttore e fondatore Lucio Caracciolo, solo che, “piccolo” dettaglio A) questa grande capacità affabulatoria, pur appoggiata nella maggior parte di casi, su una corretta conoscenza empirica delle varie realtà nazionali che si muovono sullo scenario internazionale, è sempre stata assolutamente refrattaria ad adottare una pur minima visione teorica non solo di questo scenario ma anche delle forze politico-sociali che si muovono e scontrano all’interno di questi paesi, e non è certo sufficiente a coprire questa deficienza teorica proclamare ad ogni piè sospinto che “Limes” si rifà integralmente al realismo politico se questo realismo non viene meglio precisato nelle sue articolate e dialettiche fonti teoriche e quando citate ed approvate non se ne opera una debita storicizzazione e, soprattutto, in parallelo a questa gracile e rachitica ermeneutica geopolitica, il realismo che ne risulta – cioè in “Limes” che non ne risulta – non viene calato concretamente nell’analisi concreta delle varie realtà nazionali, le quali in “Limes” vengono sì empiricamente riconosciute ma mai dinamicamente inquadrate dialetticamente sia per quanto riguarda gli agenti strategici interni sia sotto il punto di vista degli agenti strategici operanti sullo scenario internazionale. Insomma, a “Limes” il compianto Gianfranco La Grassa e la sua teoria degli agenti strategici risultano ampiamente non pervenuti, cosa che invece, pur nella modestia dei suoi mezzi, può ben essere rivendicata dall’ “Italia e il Mondo”, come anche, nella modestia dei suoi mezzi intellettuali, risulta pervenuta al sottoscritto attraverso il paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico. Ma come si dice, si potrebbe predicare male (cioè nel caso di “Limes” col suo realismo dimidiato, non sufficientemente bene) ma razzolare bene ma è proprio sul realismo concretamente praticato ed applicato pro domo sua la falla maggiore di “Limes”, perché l’idea di fungere da consigliere del Principe può avere un pur minimo senso se esiste un Principe che voglia veramente insignorirsi di una data realtà territoriale, cosa che invece non esiste in Italia perché la sua forma di potere politico può essere definita, come ho affermato nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, una ‘polioligarchia eterodiretto-competitiva’: insomma gli agenti strategici nazionali non aspettano certo i consigli del Caracciolo di turno ma prendono ordini e consigli direttamente dagli Stati Uniti. Da qui la crisi di “Limes” che si inserisce nel quadro in radicale e tumultuoso mutamento che se un tempo gli agenti strategici nazionali potevano sopportare di buon grado e far finta di gradire le edulcorate lezioncine di “Limes” che nell’ambito di una ripetuta (e sincera) proclamata fedeltà della rivista alle ragioni della NATO, cercava di indicare una via nazionale entro cui far muovere questa fedeltà, oggi per “Limes” diventa tutto più difficile perché l’amministrazione Trump è la forza politico-strategica che solo al momento, e pur fra mille contraddizioni, è prevalente all’interno degli Stati Uniti e facendo quindi sì che “Limes” e il suo direttore abbiano dovuto abbandonare la litania dell’importanza di affidarsi senza se e senza ma alle ragioni degli Stati Uniti ricondotti fino ad ora se non ad un blocco più o meno unitario certamente a conflittualità perlomeno controllata nella dialettica fra amministrazione ed opposizione, ma abbia deciso di scegliere e sposato espressamente le ragioni delle forze strategiche che fanno capo all’amministrazione Trump. E questo non può essere accettato da nessuno degli agenti strategici nazionali che in passato erano fidelizzati solo apparentemente alle lezioncine di Caracciolo. Da una parte, coloro che continuano a coltivare rapporti diretti con le componenti neocon americane e con quelle democratiche e retoricamente proseguono nel canto propagandistico di queste due correnti politico-ideologiche statunitensi che pur nella loro polarità destra/sinistra si fanno chiassosamente portavoce dei diritti dell’uomo e della democrazia da esportazione manu militari, e qui ci si sta riferendo ai personaggi che ora hanno lasciato “Limes”. Dall’altra parte, dalla parte cioè dei “patrioti” al governo ora molto vicini a Trump, senza potersi aspettare a favore di “Limes” alcuna sponda significativa, visto che nei loro rapporti sottomissivi ed autoreferenziali verso questa amministrazione essi sono benissimo in grado di servirsi da soli, come del resto hanno fatto sempre coloro che a parole dicevano ad ogni piè sospinto di far tesoro delle parole di Caracciolo.
Veniamo ora alla considerazione non eccentrica sul documento del National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 riguardante l’Italia e collegandoci al discorso appena svolto per “Limes” possiamo metterla in questo modo: così come “Limes” e il suo direttore si sono sempre illusi prima di fare il consigliere degli italici Principi in un quadro di conflitto strategico all’interno degli Stati uniti apparentemente sotto controllo e sono ancora più illusi ora di cavar fuori qualcosa di buono in termini di consiglio per i nostri locali Principi appoggiandosi ad un’amministrazione perennemente in lotta nella società americana ed anche al suo interno per tentare di imporre la sua egemonia politico-culturale (nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, Massimo Morigi, Tassonomia prima degli idealtipi delle principali forme del potere politico in conformità alla dialettica del paradigma realistico del Repubblicanesimo Geopolitico a proposito de le questioni russe al di là dell’Ucraina di George Friedman, documento all’URL Wayback Machine https://web.archive.org/web/20251206192330/https://italiaeilmondo.com/2025/12/06/tassonomia-prima-degli-idealtipi-delle-principali-forme-del-potere-politico-in-conformita-alla-dialettica-del-paradigma-realistico-del-repubblicanesimo-geopolitico-a-proposito-de-le-questi/, ho definito la forma del potere “democratico” statunitense ‘polioligarchia stasististico-competitiva’ per evidenziare la perenne guerra civile che percorre quel paese), altrettanto si illudono i nostri “patrioti” al governo che da un ‘imperialismo in forma’ come quello dell’amministrazione Trump, un ‘imperialismo in forma’ che ripercorre le retoriche dell’uomo bianco e ariano-etniche dell’imperialismo ottocentesco, possa uscire qualcosa di buono per l’Italia e questo per due motivi. Il primo è che nonostante il suo debolissimo senso identitario inteso in senso strettamente nazionalistico, la sua vera identità spirituale è quella informata al un suo profondo cattolicesimo culturale, e ciò implica che se in via ipotetica possono essere accettate forme più o meno larvate di islamofobia, l’Italia non può assolutamente far proprio un discorso suprematista bianco così come emerge dal documento in questione e, come c’è da pensare, realmente profondamente radicato all’interno del mondo dell’amministrazione Trump. Il secondo è che è proprio il discorso suprematista bianco a porre un ostacolo proprio da parte di coloro che vi si identificano a far inserire a pieno titolo l’Italia e il suo popolo in questa ristretta ed esclusiva cerchia razziale, perché dal punto di vista dell’amministrazione Trump e dei circoli politico-culturali che ruotano attorno alla sua amministrazione il posto destinato all’Italia e al suo popolo non è altro che quella di ascari fedeli in quanto bianchi di serie B se proprio si vuole essere generosi, con tutte le concrete conseguenze politico-culturali che è facile immaginare (ricordiamo che in origine, nella razzista America ora rinnegata, ma solo apparentemente, gli italiani non erano considerati facenti parte della c.d. razza bianca, pur essendo il loro fenotipo quanto di più distante si potesse immaginare dalla popolazione di origine africana).
E quindi, se di consiglieri i Principi nazionali non hanno mai saputo cosa farsene e dei Principi italiani amici di quelli ora a al timone degli Stati Uniti la realtà ne decreterà ugualmente l’inutilità e la ridicolaggine, che fare? Molto semplice a dirsi anche se estremamente arduo nella realizzazione: impegnarsi a costruire una reale didattica nazionale che nella odierna crisi degli stati-nazione, sappia ritrovare le ragioni esistenziali del perché l’Italia è (ancora) una nazione e, se vogliamo cogliere un lato positivo del documento esaminato, è che questo chiaramente individua la necessità geopolitica prima ancora che culturale di individuare – anche se solo riferite agli Stati Uniti e da un punto di vista suprematista – queste ragioni (un suggerimento, oltre ovviamente a William Faulkner e ad Harper Lee, per cogliere la formaperfetta del sentire suprematista americano e senza, peraltro, che nel documento proposto vi sia alcuna forma di distanziamento verso questo fenomeno: il film del 1915 di David Wark GriffithThe Birth of a Nation, bellissimo esteticamente e terribile nella sua ingenuità razzista e nella sua apologia del Ku Klux Klan). Alla luce, inoltre, del fatto che la ricerca dell’individuazione/creazione di queste ragioni non è proprio un’invenzione dell’amministrazione Trump e/o di suprematisti e/o dichiaratamente razzisti ma è una ricorrenza costante delle forme di potere genericamente definibili come ‘polioligarchie competitive’ (cioè le c.d. democrazie rappresentative per le quali si rinvia ancora al mio ultimo intervento sull’ “Italia e il Mondo”) e, senza voler fare un elenco dei modelli di costruzione identitaria praticati nel corso della storia (non solo dalle c.d. democrazie rappresentative ma anche dalle forme di potere informate a modelli tradizionalisti che le hanno precedute, ma in questo caso le costruzioni identitarie hanno ritmi collocabili più nella “lunga durata” che nella costante e frenetica giustificazione di un potere che non riesce mai a tenere fede alle promesse “democratiche”), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico non è inutile segnalare che nella nostra storia d’Italia abbiamo l’esempio di un pensatore che non ha nulla a spartire con l’ideologia sottesa al documento esaminato ma che ugualmente era ben consapevole che una nazione “democratica” come è oggi concepita e praticata attraverso la c.d. democrazia rappresentativa ma senza un’idea del proprio essere nel consesso internazionale e senza che questa idea sia condivisa da tutto il popolo e nella rappresentazione che esso ha di sé proiettata al di là delle semplici contingenze politiche del momento, è destinata ad immiserirsi fino a scomparire.
A questo proposito Mazzini parlava di una vera e propria missione dell’Italia che avrebbe dovuto porsi alla guida politico-militare di tutti i popoli nel processo da loro autonomamente intrapreso per la liberazione dalle dominazioni straniere. Ora se il lato utopistico di quest’idea di un’Italia che assume il comando della liberazione dei popoli è di tutta evidenza, non è altrettanto evidente l’improponibilità dell’idea di un’Italia che proprio in ragione della consapevolezza della sua storia fatta di dominazioni straniere rifiuta alla radice qualsiasi discorso falsamente universalistico (altrimenti detto, diritti umani e democrazia da esportazione con le armi) così come suprematistico (proprio in ragione delle sue profonde radici universalistiche cattoliche), facendosi internazionalmente il più eloquente e prestigioso portavoce, proprio in ragione della sua storia événementielle e della sua più profonda e significativa tradizione culturale, ideologica e politica, del non fungibile diritto di ogni popolo a trovare la sua unica e non sindacabile dall’esterno via all’autogoverno. Si tratterebbe, in altre parole, di poggiare la nuova pedagogia identitaria nazionale sulla teologia politica dei due filoni fra i più profondi, anche se nell’Ottocento confliggenti, della nostra tradizione politico-culturale nazionale, vale a dire l’universalismo cattolico italiano (di cui, fra l’altro, un sotterraneo rizoma non sottoposto a sufficiente riconoscimento ermeneutico in questo suo legame è il marxismo umanistico e volontaristico di Antonio Gramsci che, con la sua filosofia della prassi poggiata sull’unione dialettica fra oggetto e soggetto agente sullo stesso, una filosofia della prassi con profonde analogie alla mazziniana endiade ‘pensiero e azione’, ha posto le basi perché con un pensiero marxista teoricamente vivo e politicamente espressivo se ne dovranno fare i conti per molto tempo ancora, e una gramsciana filosofia della prassi di cui il Repubblicanesimo Geopolitico riconosce tutta la sua fondante importanza per la sua teoresi) e il mazzinianesimo, in particolare nella sua declinazione geopolitico-idelogica del cosmopolitismo delle nazioni, nell’ambito del concreto quadro del multipolarismo in via di una sempre più tumultuosa affermazione, un multipolarismo il cui orizzonte etico-politico è proprio l’idea mazziniana che ai popoli non possono essere imposti dall’esterno ridicoli e nefasti schemi ideologici essendo, per Mazzini, il loro unico dovere quello di essere responsabili di fronte a Dio del mantenimento della propria identità e libertà nell’armonioso consesso di tutti gli altri popoli (questo armonioso consesso di libere nazioni Mazzini lo definiva ‘cosmopolitismo delle nazioni’, concetto con profonde analogie con la Weltanschaung condivisa di coloro che si rifanno dal punto di vista assiologico, teorico e politico al processo del multipolarizzazione). Un compito immane ma almeno storicamente con solide e reali fondamenta, una missione per l’Italia del futuro che riprende e aggiorna la missione che per l’Italia aveva pensato Mazzini. In mancanza di questa nuova pedagogia nazionale di matrice mazziniana poggiante a sua volta sull’universalismo di matrice cattolica (e notiamo en passant che l’universalismo cattolico non è altro che il riverbero alto e basso medievale del mito universalistico della Città Eterna portatrice di civiltà a tutti i popoli del mondo che Roma antica amava attribuire a sè, un riverbero che ebbe profondissima influenza anche nel pensiero mazziniano attraverso il mito della Terza Roma, la Roma, cioè, del popolo che sarebbe stata per Mazzini la legittima erede della Roma dei Cesari e della Roma dei Papi, e mito della Terza Roma che agisce tuttora anche come una sorta di teologia politica abscondita per quanto riguarda la Russia, ma anche mito della Terza Roma espressamente ripreso da Aleksandr Dugin nell’ambito della sua concezione assiologico-geopolitica dell’euroasiatismo… ), il futuro ci riserverà ancora (poco ascoltati) consiglieri del Principe e altrettanto (poco considerati) pseudopatrioti, che non riusciranno mai non solo a passare del tutto indenni l’esame di purezza etnica ma anche, ancora più importante, a potersi vantare senza vergogna di avere raccolto degnamente il testimone dei momenti più alti del pensiero politico-culturale italiano. E, come abbiamo visto, a trarli d’impaccio non si potrà ricorrere ai vari cantori di un realismo dimidiato che hanno già dato ampia prova della loro inefficacia. Ma certamente a trarci d’impaccio il vero realismo politico ci suggerisce di rivolgerci a colui che per primo seppe concepire l’Italia come la diretta e principale erede di una bimillenaria tradizione e per questo «una, indipendente e repubblicana». Ora e sempre.
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